Vangelo del giorno dalle letture della Messa (Sabato 25 Febbraio 2012) con commento comunitario

febbraio 24, 2012 by

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 5,27-32)

In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano».

Salmo 50(51) _ “Abbi pietà di me, Dio”

febbraio 24, 2012 by

Un cuore puro crea in me, Dio,

e uno spirito saldo rinnova dentro di me.

Non respingermi lontano

dalla tua presenza

e non togliermi il tuo santo spirito.

Rendimi la gioia della tua salvezza

e rafforzami con uno spirito risoluto.

Insegnerò ai trasgressori le tue vie

e a te ritorneranno i peccatori.

Liberami dal sangue versato, Dio,

Dio della salvezza;

la mia lingua esalterà la tua giustizia.

Signore, apri tu le mie labbra

e la mia bocca proclamerà la tua lode.

 

Salmo 51(50), 12_17

24 febbraio. Santi e memorie del giorno. “Patto di misericordia”

febbraio 24, 2012 by

Il Martirologio romano ricorda oggi sant’Etelberto.

Gregorio Magno e Agostino di Canterbury vengono ricordati come gli apostoli degli Angli. Al loro fianco bisogna ricordare anche Etelberto e sua moglie Berta. Nato verso il 552, Etelberto ancora in giovane età divenne il più potente sovrano anglo dell’epoca.Verso il 588 sposò Berta, la figlia cattolica del re franco Cariberto. Dando prova di tolleranza, permise alla sua sposa di continuare a professare la sua fede. Ancora più magnanimo egli si mostrò nel 597 quando accolse la delegazione di monaci inviata da papa Gregorio e guidata da Agostino. Egli ascoltò i missionari e concesse loro di stabilirsi presso Canterbury con facoltà di predicare e convertire. Lo stesso Etelberto ricevette il battesimo nel giorno di Pentecoste del 597. Saggio e prudente, non costrinse i sudditi a seguire la sua scelta, ma certo favorì quanti si facevano battezzare. La svolta favorevole al cristianesimo venne consolidata dalla costruzione , non lontano da Canterbury, di un monastero dedicato ai santi Pietro e Paolo. Inoltre il re concesse ad Agostino dei terreni per edificare la sede episcopale di Canterbury e lo sostenne nell’organizzazione di un sinodo cui parteciparono vescovi e dottori dalla vicina regione dei Britanni. Nel 601 arrivò in Inghilterra una nuova spedizione di monaci.Tra di loro vi erano Paolino, Mellito e Giusto. Con l’aiuto di Etelberto, diverranno vescovi rispettivamente di York, Londra e Rochester.   Favorevole al cristianesimo, Etelberto rimase un sovrano saggio ed equilibrato che procurò benefici a tutta la sua nazione. Morì il 24 febbraio del 616 dopo un regno di più di 50 anni e venne sepolto accanto alla moglie Berta, anch’ella venerata come santa.

http://www.santiebeati.it/dettaglio/92377

san Sergio, martire di Cesarea di Cappadocia

http://www.santiebeati.it/dettaglio/42600

sant’Evezio, martire di Nicomedia, in Bitinia

http://www.santiebeati.it/dettaglio/42600

san Modesto , vescovo di Treviri, nella Gallia Belgica

«O alma Madre del Redentore, 
porta sempre aperta del cielo e stella del mare,
soccorri il tuo popolo, che cade, ma pur anela a risorgere. 
Tu che hai generato, nello stupore di tutto il creato, il tuo santo Genitore!»

Il 16 del mese di yakkatit, e in tono minore il 16 di ogni mese dell’anno, i cristiani di Etiopia fanno memoria del Kidana Meherat, ovvero del «patto di misericordia», che secondo un’antichissima tradizione Gesù avrebbe fatto con sua madre, promettendole di salvare tutti coloro che sarebbero ricorsi alla sua intercessione.
Il Kida*P8na Meh*PQerat costituisce una delle più importanti feste dell’anno liturgico etiopico. Esso è segno della forte accentuazione mariana nella spiritualità popolare delle chiese orientali. Tuttavia, al cuore della celebrazione che oggi ha luogo in tutta l’Etiopia, vi è soprattutto l’affermazione della misericordia di Dio rivelata attraverso Gesù Cristo, di cui la Vergine non è che un’umile serva. Il Kidana Meherat, allora, è più che mai una festa in cui si annuncia il cuore stesso dell’Evangelo.

Salve a te, Patto di Misericordia, mia speranza che giustifichi il peccatore
e che cerchi una sola pecora
che fu smarrita tra le novantanove.

Salve a te, Patto di Misericordia, colonna che il Signore eresse,
affinché tu sia segno di salvezza per tutti i peccatori,
fortifica l’amore!

Salve a te, Patto di Misericordia, oro, corona di ogni bene;
tu sei il tesoro del povero
e la ricchezza che è in cielo.

(tratto da www.monasterodibose.it)

P. Mazzolari, La speranza è la faccia di Dio. G. Matino, Le parti del bagaglio

febbraio 24, 2012 by

La speranza è la faccia di Dio – Primo Mazzolari

La primavera incomincia con il primo fiore,
il giorno con il primo barlume,
la notte con la prima stella,
il torrente con la prima goccia,
il fuoco con la prima scintilla,
l’amore con il primo sogno.

La speranza è la faccia di Dio,
quale si scopre di momento in momento
secondo il volto delle nostre disperazioni.
Poiché tutte le speranze,
anche le più tenui, le più fragili,
perfino i sogni e le illusioni,
appartengono alla speranza.

Un niente basta a far battere un cuore,
come un niente lo può fermare.
E se un niente può fermarci sull’abisso,
la speranza fa suo questo niente;
vi si incarna, ne prende il volto e la voce.

La speranza vede la spiga
quando i miei occhi di carne
non vedono che il seme marcisce.

Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità (Sal 16,6). Non si addice al credente la rinuncia della speranza, non fa parte del suo vocabolario il pessimismo disfattista. Chi ogni giorno, in ogni fiato, in ogni caso, ha sempre lo stesso volto triste, lo sguardo spento di chi ha passato un guaio, non racconta il cielo nelle nostre ore, non annuncia, benché il dolore degli eventi, il grido rivoluzionario del Maestro: la morte è stata vinta. Se per fede io credo nella resurrezione, questa straordinaria verità riempie di sostanza ogni mia sostanza e mentre considero che, benché la morte, io vivrò per sempre, ogni morte, di ogni ora, di ogni tempo, è vinta dalla speranza che non muore, dalla consapevolezza che la mia sorte è protetta dalle mani di Dio. Fa parte della storia la tristezza, è pane quotidiano il fallimento e certo non conviene cucire con spavalderia i giorni sulla pelle, ma il figlio che ha fiducia nel proprio Padre, che ha fede nel suo amore, non perde mai la solarità del volto, la luce del cuore. In ogni ora, anche quando avanza il tempo sofferto del tradimento, si abbandona al suo Signore e a Lui consegna la sua sorte. Morire è eredità dell’uomo, fa parte del suo bagaglio, vivere dopo la morte è promessa mantenuta dal Signore della vita. È verità che travalica l’ultimo respiro e investe il quotidiano agire, magnifica eredità vissuta nel presente dei propri giorni.

G. Matino, Buongiorno vita, pubblicato in Avvenire di oggi

Video: Tirolo

febbraio 24, 2012 by

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-d7232115-1fb5-4267-8942-a6270f546a2b.html

VIA CRUCIS – MEDITAZIONE -SECONDA STAZIONE

febbraio 24, 2012 by

Dalla meditazione del Venerdì Santo 2005 dell’allora Cardinale J. RATZINGER oggi Papa BENEDETTO XVI

(Le stazioni successive saranno pubblicate i martedì e venerdì di Quaresima)

GESU’ E’ CARICATO DELLA CROCE

Dal Vangelo secondo Matteo 27,27-31

Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la coorte. Spogliatolo, gli misero addosso un  manto scarlattoe,intrecciata una corona di spine,  gliela posero sul capo, con una canna nella destra; poi, mentre gli si inginocchiavano davanti,  lo schernivano: <<Salve , re dei  Giudei!>> E sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo così schernito, lo spogliarono del mantello, gli fecero indossare i suoi vestiti e lo portarono via per crocifiggerlo.

MEDITAZIONE

<<Gesù, condannato come sedicente re, viene deriso, ma proprio nella derisione emerge crudelmante la verità. Quante volte le insegne del potere portate dai potenti di questo mondo sono un insulto alla verità, alla giustizia e alla dignità dell’uomo! Quante volte i loro rituali e le loro grandi parole, in verità, non sono altro che pompose menzogne, una caricatura del compito a cui sono tenuti per il loro ufficio, quello di mettersi al servizio del bene. Gesù, colui che viene deriso e che porta la corona della sofferenza, è proprio per questo il vero re. Il suo scettro è giustizia.  Il prezzo della giustizia è sofferenza in questo mondo: lui, il vero re, non regna tramite la violenza, ma tramite l’amore che soffre per noi e con noi. Egli porta la croce su di sé, la nostra croce, il peso dell’essere uomini, il peso del mondo. E’ così che egli ci precede e ci mostra come trovare la via per la vita vera. >>

Siamo tutti invitati ad aggiungere le nostre preghiere.

Le stationes quaresimali. Venerdì dopo le ceneri. Santi Giovanni e Paolo

febbraio 24, 2012 by

Sul complesso di questo Santuario edificato al Celio, sulla chiesa attuale del XVIII secolo che modifica quella di Pasquale II del 1099 antico titolo di Pammachio sugli edifici romani che stanno sotto e che la tradizione dice di essere la casa dei Martiri eponimi e sull’oratorio del IV sec. unico in Roma venuti alla luce alla fine del 1800, si sono scritti molti volumi.

E’ qui che oggi mentre si sale a depositare presso le tombe dei Martiri Giovanni e Paolo gli aneliti dell’anima, a loro, fino dall’evo remoto, si unisce la memoria di Crispo, Crispignano e Benedetta anch’essi Martiri di Cristo. Giovanni e Paolo, uccisi per ordine di Giuliano l’Apostata, dettero la vita per Cristo, dovePammacchio nobile e generoso di Roma convertì, unitamente al padre Bisanzio quella sua casa in tempio. Egualmente presso la tomba di questi martiri il fondatore dei religiosi passionisti S.Paolo della Croce esalò l’ultimo respiro nell’attiguo convento, dove visse pure S.Vincenzo M. Strambi, religioso e Vescovo passionista.

La processione stazionale si svolge, su una parte del santuario pagano, dedicato dalla moglie Agrippina madre di Nerone, all’imperatore Claudio divinizzato.

(fonte : Accademia Pontificia “cultorum martyrum”)


Sulle stationes quaresimali

http://gpcentofanti.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=22959&action=edit

Vangelo del giorno dalle letture della Messa (Venerdì 24 Febbraio 2012) con commento comunitario

febbraio 23, 2012 by

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 9,14-15)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».

La Primavera non è lontana

febbraio 23, 2012 by

Tutti conosciamo quelle giornate invernali in cui un tiepido sole scalda la terra e viene a dirci: «Coraggio! La Primavera non è poi così lontana!» Ma non è sempre stato così.
Ci fu un tempo in cui l’Inverno era molto rigoroso e non ammetteva eccezioni: guai se un raggio di sole avesse osato penetrare nel suo regno! Sarebbe stato congelato all’istante! Questo era l’ordine che l’Inverno aveva dato alle guardie di ghiaccio che custodivano i confini del suo regno, che si estendeva dal 21 dicembre al 21 marzo, data alla quale alla Primavera era permesso varcarne i confini.
E così, per la durata di tre mesi, tutto era freddo e desolato. La maggior parte degli animali se ne stava rinchiusa nelle tane e gli alberi spogli restavano muti e infreddoliti ad attendere l’arrivo della Primavera.
Ma un giorno d’inverno, un piccolo raggio di sole, mosso a compassione dalla vista di un giovane mandorlo che tremava di freddo in un giardino, decise di sfidare le leggi dell’Inverno e di fare capolino sulla terra.
Era la mattina di un primo gennaio: le guardie dell’Inverno dormivano profondamente perché, la sera prima, avevano fatto bisboccia per festeggiare l’arrivo dell’Anno Nuovo, così il raggio di sole poté attraversare indisturbato i confini del regno e, posatosi sul prato, accarezzò leggermente i rami spogli del mandorlo.
È lei! È lei! — gridò il giovane albero e la sua voce festosa salì dalle radici e raggiunse le piccole gemme che dormivano tranquille sui rami.
— È lei! È lei, svegliatevi! — disse il mandorlo e le gemme si schiusero e, sbadigliando, allargarono i loro petali bianchi che, in un attimo, rivestirono tutto l’albero, come se migliaia di farfalline bianche si fossero posate sui suoi rami.
Il mandorlo vestito a festa aspettava di ricevere la carezza e il saluto della Primavera, ma non vide nessuno. Attorno a lui tutto era bianco e spoglio: il melo, il roseto e l’ortensia che stavano accanto a lui innalzavano i loro rami spogli verso il cielo, come per implorare l’arrivo della Primavera..
((Eppure non mi sono sbagliato! — pensò il mandorlo — Io ho sentito la sua carezza!».
Ma il raggio di sole che lo aveva sfiorato non era più là per dirgli che aveva ragione: era già stato scacciato oltre i confini dell’Inverno dalle guardie di ghiaccio che, nel frattempo, si erano svegliate.
E così il mandorlo in fiore rimase lì solo in mezzo alla neve e incominciò a sentirsi confuso e smarrito. I piccoli fiori bianchi tremavano di freddo sui rami e qualcuno incominciò a piangere silenziosamente.
In breve, tutto l’albero fu scosso dai singhiozzi.
E i singhiozzi dei fiori di mandorlo svegliarono il melo lì accanto.
Vedendo il mandorlo in fiore il melo esclamò:
— Ma si può sapere perché ti è saltato in mente di sbocciare adesso?
— Perché ho sentito la carezza della Primavera… — disse il mandorlo tutto confuso, perché non era più tanto sicuro che fosse vero.
— La carezza della Primavera il primo gennaio? Ma tu sei matto! Devi averla sognata, la Primavera, come capita a tutti gli alberi, del resto. Ma a nessuno è mai passato per la testa di credere ai sogni!
Il melo era proprio scandalizzato dal comportamento sconsiderato del giovane mandorlo e parlava con molta foga, tanto che svegliò la pianta di ortensie.
— Si può sapere cosa c’è da gridare così? — chiese l’ortensia, ma vedendo il mandorlo fiorito comprese subito tutto e si unì ai rimproveri del melo:
— Bisogna proprio essere impazziti per perdere la testa al primo raggio di sole! Prima di fare qualcosa, caro mio, è bene pensarci due volte! Io, per esempio, non mi fido neppure del primo sole di Primavera e aspetto gli ultimi raggi di sole primaverile per far sbocciare i miei fiori: è più sicuro!
— Sprecone! Mani bucate! — le fece eco il roseto — Hai gettato via tutto quello che avevi: cosa donerai, adesso, alla Primavera quando arriverà?
— Già, cosa le donerò? — si chiese il mandorlo e si sentì profondamente triste per avere sciupato il suo dono.
Intanto scese la notte, il momento preferito dall’Inverno per uscire a passeggiare nel giardino con tutto il suo seguito: gelo, brina e raffiche di vento. I fiori di mandorlo rabbrividivano e cercavano di attaccarsi ai rami con tutte le forze. Ma la loro resistenza non durò a lungo.
La mattina, quando gli alberi del giardino si svegliarono, videro che tutti i rami del mandorlo erano spogli.
Questa volta nessuno ebbe il coraggio di dire niente. Solo l’ortensia osservò a bassa voce:
— Poveretto! Si è già punito abbastanza da solo…
— Già, in fondo ha avuto quello che si meritava — aggiunse il melo, anche lui a voce bassa.
Il mandorlo non disse niente e rimase là, spoglio e infelice, ormai rassegnato a mostrare alla Primavera la sua vergogna.
E venne il ventuno di marzo.
Quell’anno, al mandorlo, gli alberi in fiore sembravano più belli che mai e questo non faceva altro che aumentare la sua confusione e la sua vergogna. Cercò di raccogliere i suoi rami spogli, sperando che le chiome fiorite degli alberi che lo circondavano potessero nasconderli.
Fata Primavera, rivestita di un bellissimo abito bianco, entrò nel giardino con passi leggeri.
Quell’anno non si fermò a salutare il pesco che stava accanto al cancello e che, per tradizione, aveva diritto a ricevere il primo bacio della Primavera, ma si diresse subito verso il giovane mandorlo.
Gli altri alberi la guardavano compiaciuti e approvavano, abbassando le chiome al suo passaggio.
— Va a dirgli quello che si merita! — sussurrò il melo al roseto.
Anche il mandorlo ne era sicuro e avrebbe voluto potere nascondersi sotto terra.
Ma Fata Primavera, giunta presso il mandorlo, per prima cosa, lo accarezzò. Poi si chinò, raccolse i fiori che giacevano a terra congelati e li baciò delicatamente. Al bacio della Primavera i fiori si ridestarono e si trasformarono in leggiadre farfalle che presero a danzare attorno alla Fata.
Gli alberi del giardino ammutolirono: decisamente il comportamento della Primavera era inspiegabile. Anche il mandorlo, che pur era felice, non ci si raccapezzava più.
Allora Fata Primavera si mise al centro del giardino e disse così: Oggi ho onorato colui che, senza avermi veduta, ha creduto nel mio arrivo. Ha creduto quando solo un debole raggio di sole annunciava la mia venuta. Non ha avuto bisogno che il sole splendesse per donare tutto quello che aveva. Senza vedermi, senza sentirmi, ha offerto i suoi giovani fiori per me. E oggi io proclamo felice colui che ha donato tutto, rinunciando anche alla gioia di vedere che io avevo visto il suo dono. Perché non bisogna fare economie quando si tratta di slanci del cuore!
Voi mi avete amata e onorata vedendomi di persona
— disse rivolgendosi agli alberi in fiore — ma lui ha fatto molto di più: mi ha amata e onorata vedendo un riflesso della mia presenza. Mi ha amata non nella visione, ma nella speranza. E, da oggi in avanti, io concedo a ogni mandorlo di fiorire innanzi a tutti per essere il mio messaggero.
Perciò, quando, molto prima dell’arrivo della Primavera, vi capita di vedere un mandorlo in fiore, non  compatitelo, ma rallegratevi per lui, perché lui è il messaggero della Primavera, colui che la precede per preparare sulla sua strada un tappeto di fiori.

(fonte non specificata)

Le Ceneri. Le Parole del Papa

febbraio 23, 2012 by

L’omelia tenuta da Benedetto XVI ieri 22 febbraio 2012

Venerati Fratelli,
cari fratelli e sorelle!

Con questo giorno di penitenza e di digiuno – il Mercoledì delle Ceneri – iniziamo un nuovo cammino verso la Pasqua di Risurrezione: il cammino della Quaresima. Vorrei soffermarmi brevemente a riflettere sul segno liturgico della cenere, un segno materiale, un elemento della natura, che diventa nella Liturgia un simbolo sacro, molto importante in questa giornata che dà inizio all’itinerario quaresimale. Anticamente, nella cultura ebraica, l’uso di cospargersi il capo di cenere come segno di penitenza era comune, abbinato spesso al vestirsi di sacco o di stracci. Per noi cristiani, invece, vi è quest’unico momento, che ha peraltro una notevole rilevanza rituale e spirituale.

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