STORIA DI UN’ANIMA di SANTA TERESA DI LISIEUX

ottobre 23, 2014 by

5.

ADOLESCENZA APERTA (1886-1887)

La grazia del Natale 1886 – Zelo per le anime e prima conquista -Attrazione per la storia e le scienze – Pie letture – Colloqui con Celina al «belvedere» – Disegno di entrare al Carmelo a 15 anni – Consenso del bab­bo – Ostacoli da parte dello zio Guérin e del superiore del monastero -Infruttuoso tentativo presso il Vescovo di Bayeux.

132 – Se il Cielo mi colmava di grazie, non era già perché io le meritassi, ero ancora tanto imperfetta! Avevo, è vero, un gran desiderio di praticare la virtù, ma lo facevo in un buffo modo, ecco un esempio: poiché ero l’ultima, non ero avvezza a servirmi, Celina faceva la camera ove dormivamo e io non facevo nessun lavoro domestico; dopo che Maria fu entrata nel Carmelo, mi accadeva talvolta, per far piacere al buon Dio di rifarmi il letto, oppure, in assenza di Celina, rimettere dentro, a sera, i suoi vasi da fiori: come ho detto, era per il buon Dio solo che facevo quelle cose, perciò non avrei dovuto attendere il grazie delle creature. Ahimè! Le cose andavano ben diversamente; se per disgrazia Celina non aveva l’aspetto felice e stupito per i miei servizietti, non ero contenta, e glielo provavo con le lacrime. Ero veramen­te insopportabile per la mia sensibilità eccessiva. Così, se mi accadeva di dare involontariamente un po’ di dispiacere a qual­cuno cui volessi bene, invece di dominarmi e non piangere, ciò che ingrandiva il mio errore anziché attenuarlo, piangevo come una Maddalena, e quando cominciavo a consolarmi della cosa in sé, piangevo per aver pianto… Tutti i ragionamenti erano inutili e non potevo arrivare a correggermi di questo brutto difetto.

133 – Non so come io mi cullassi nel pensiero caro di entrare nel Carmelo, trovandomi ancora nelle fasce dell’infan­zia! Bisognò che il buon Dio facesse un piccolo miracolo per farmi crescere in un momento, e questo miracolo lo compì nel giorno indimenticabile di Natale; in quella notte luminosa che rischiara le delizie della Trinità Santa, Gesù, il Bambino piccolo e dolce di un’ora, trasformò la notte dell’anima mia in torrenti di luce… In quella notte nella quale egli si fece debole e sofferente per amor mio, mi rese forte e coraggiosa, mi rivesti delle sue armi, e da quella notte benedetta in poi, non fui vinta in alcuna battaglia, anzi, camminai di vittoria in vittoria, e cominciai, per così dire, una «corsa da gigante». La sorgente delle mie lacrime fu asciugata e non si apri se non raramente e difficilmente, e ciò giustificò la parola che mi era stata detta: «Piangi tanto nella tua infanzia, ché più tardi non avrai più lacrime da versare!». Fu il 25 dicembre 1886 che ricevetti la grazia di uscire dall’infanzia, in una parola la grazia della mia conversione completa. Tornavamo dalla Messa di mezzanotte durante la quale avevo avuto la felicità di ricevere il Dio forte e potente. Arrivando ai Buissonnets mi rallegravo di andare a prendere le mie scarpette nel camino, quest’antica usanza ci aveva dato tante gioie nella nostra infanzia, che Celina voleva continuare a trattarmi come una piccolina, essendo io la più piccola della famiglia… A Papà piaceva vedere la mia felicità, udire i miei gridi di gioia mentre tiravo fuori sorpresa su sorpresa dalle «scarpe incantate» e la gaiezza del mio Re caro aumentava mol­to la mia contentezza; ma Gesù, volendomi mostrare che dove­vo liberarmi dai difetti dell’infanzia, mi tolse anche le gioie innocenti di essa; permise che Papà, stanco dalla Messa di mezzanotte, provasse un senso di noia vedendo le mie scarpe nel camino, e dicesse delle parole che mi ferirono il cuore: «Bene, per fortuna che è l’ultimo anno!…». Io salivo in quel momento la scala per togliermi il cappello; Celina, conoscendo la mia sensibilità, e vedendo le lacrime nei miei occhi, ebbe voglia di piangere anche lei, perché mi amava molto, e capiva il mio dispiacere. «Oh, Teresa! – disse -, non discendere, ti farebbe troppa pena guardare subito nelle tue scarpe». Ma Teresa non era più la stessa, Gesù le aveva cambiato il cuore! Reprimendo le lacrime, discesi rapidamente la scala, e comprimendo i battiti del cuore presi le scarpe, le posai dinanzi a Papà, e tirai fuori gioiosamente tutti gli oggetti, con l’aria beata di una regina. Papà rideva, era ridiventato gaio anche lui, e Celina credeva di sognare! Fortunatamente era una dolce realtà, la piccola Teresa aveva ritrovato la forza d’animo che aveva perduta a quattro anni e mezzo, e da ora in poi l’avrebbe conservata per sempre!

134 – In quella notte di luce cominciò il terzo periodo del­la mia vita, più bello degli altri, più colmo di grazie del Cielo. In un istante l’opera che non avevo potuto compiere in dieci anni, Gesù la fece contentandosi della mia buona volontà che non mi mancò mai. Come i suoi apostoli avrei potuto dirgli: «Signore, ho pescato tutta la notte senza prender nulla»; più misericordioso ancora per me che non per i suoi discepoli, Gesù prese egli stesso la rete, la gettò e la tirò su piena di pesci. Fece di me un pescatore di uomini, io sentii un desiderio grande di lavorare alla conversione dei peccatori, un desiderio che mai avevo provato così vivamente… Sentii che la carità mi entrava nel cuore, col bisogno di dimenticare me stessa per far piacere agli altri, e da allora fui felice! Una domenica, guardan­do una immagine di Nostro Signore in Croce, fui colpita dal sangue che cadeva da una mano sua divina, provai un dolore grande pensando che quel sangue cadeva a terra senza che alcuno si desse premura di raccoglierlo; e risolsi di tenermi in ispirito a piè della Croce per ricevere la divina rugiada, com­prendendo che avrei dovuto, in seguito, spargerla sulle ani­me… Un grido di Gesù sulla Croce mi echeggiava continuamen­te nel cuore: «Ho sete!». Queste parole accendevano in me un ardore sconosciuto e vivissimo… Volli dare da bere all’Ama­to, e mi sentii io stessa divorata dalla sete delle anime. Non era­no ancora le anime dei sacerdoti che mi attraevano, ma quelle dei grandi peccatori, bruciavo dal desiderio di strapparli alle fiamme eterne…

135 – Per eccitare il mio zelo, Dio mi mostrò che i miei desideri gli piacevano. Intesi parlare d’un grande criminale, che era stato condannato a morte per dei delitti orribili, tutto face­va prevedere ch’egli morisse nell’impenitenza. Volli a qualunque costo impedirgli di cadere nell’inferno, e per arrivarci usai tutti i mezzi immaginabili; consapevole che da me stessa non potevo nulla, offersi al buon Dio tutti i meriti infiniti di Nostro Signore, i tesori della santa Chiesa, finalmente pregai Celina di far dire una Messa secondo la mia intenzione, non osando chiederla io stessa per timore d’essere costretta a confessare ch’era per Pran­zini, il grande criminale. Non volevo dirlo nemmeno a Celina, ma lei mi fece domande così tenere e pressanti, che le confidai il mio segreto; ben lungi dal prendermi in giro, mi chiese di aiu­tarmi a convertire il mio peccatore; accettai con riconoscenza, perché avrei voluto che tutte le creature si unissero con me per implorare la grazia a favore del colpevole. Sentivo in fondo al cuore la certezza che i desideri nostri sarebbero stati appagati; ma, per darmi coraggio e continuare a pregare per i peccatori, dissi al buon Dio che ero sicura del suo perdono per lo sciagura­to Pranzini: e che avrei creduto ciò anche se quegli non si fosse confessato e non avesse dato segno di pentimento, tanta fiducia avevo nella misericordia infinita di Gesù, ma che gli chiedevo solamente «un segno» di pentimento per mia semplice consola­zione… La mia preghiera fu esaudita alla lettera! Nonostante la proibizione che Papà ci aveva posta di leggere giornali, non cre­detti disobbedire leggendo le notizie su Pranzini. il giorno seguente alla sua esecuzione capitale mi trovo in mano il giorna­le: «La Croix». L’apro con ansia, e che vedo? Ali, le mie lacrime tradirono la mia emozione, e fui costretta a nascondermi. Pran­zini non si era confessato, era salito sul patibolo e stava per pas­sare la testa nel lugubre foro, quando a un tratto, preso da una ispirazione subitanea, si volta, afferra un Crocifisso che il sacer­dote gli presentava, e bacia per tre volte le piaghe divine! Poi l’anima sua va a ricevere la sentenza misericordiosa di Colui che dice: «Ci sarà più gioia in Cielo per un solo peccatore il quale faccia penitenza che per novantanove giusti i quali non ne han­nobisogno…».

136 – Avevo ottenuto «il segno» richiesto, e quel segno era la riproduzione fedele delle grazie che Gesù mi aveva fatte per attirarmi a pregare in favore dei peccatori. Non era davan­ti alle piaghe di Gesù, vedendo cadere il suo Sangue divino, che la sete delle anime mi era entrata nel cuore? Volevo dar loro da bere quel Sangue immacolato che avrebbe purificato le loro macchie, e le labbra del «mio primo figlio» andarono a posarsi sulle piaghe sante!!! Quale risposta dolcissima! Ah, dopo quella grazia unica, il mio desiderio di salvare anime crebbe giorno per giorno; mi pareva udire Gesù che mi dicesse, come alla Samaritana: «Dammi da bere». Era un vero scambio di amore; alle anime davo il Sangue di Gesù, a Gesù offrivo quel­le anime stesse rinfrescate dalla rugiada divina; mi pareva così di dissetano, e più gli davo da bere più la sete della mia povera anima cresceva, ed era quella sete ardente che egli mi dava come la bevanda più deliziosa del suo amore.

137 – In poco tempo il Signore aveva saputo trarmi fuori dal circolo angusto entro il quale mi dibattevo senza sapere come uscirne. Vedendo il cammino che mi fece percorrere, la mia riconoscenza e grande, ma bisogna bene che ne convenga, se il passo più importante era fatto, mi restavano ancora molte cose da lasciare. Liberato dagli scrupoli, dalla sensibilità ecces­siva, lo spirito mio si sviluppò. Avevo amato sempre il grande, il bello, ma a quel tempo fui presa da un desiderio estremo di sapere. Senza contentarmi delle lezioni e dei compiti che mi dava la mia maestra, mi dedicavo da sola a studi speciali di sto­ria e di scienze. Gli altri studi mi lasciavano indifferente, ma questi due rami attraevano tutta la mia attenzione; così, in pochi mesi, acquistai più nozioni che durante anni di studi. Ah, ciò non era che vanità e afflizione di spirito. Il capitolo della Imitazione che parla di scienze mi tornava spesso alla mente, ma io trovavo il modo per continuare ugualmente, e dicevo a me stessa che, essendo in età di studiare, non c’era male nel farlo. Credo di non avere offeso il buon Dio (nono­stante che riconosca di aver speso in queste cose un tempo inutile), perché impegnavo nello studio soltanto un limitato numero di ore, e per mortificare il mio desiderio troppo vivo di sapere, volevo non superare questo limite. Ero nell’età più pericolosa per le giovanette, ma il Signore ha fatto per me ciò che racconta Ezechiele nelle sue profezie: «Passandomi vicino, Gesù ha visto che il tempo era venuto per me di essere amata, ha fatto alleanza con me, e sono divenuta sua. Ha spiegato sopra di me il suo manto, mi ha lavata in profumi preziosi, mi ha ricoperta di vesti ricamate, abbigliandomi di collane e orna­menti inestimabili… Mi ha nutrita della farina più pura, di mie­le e d’olio in abbondanza… allora sono divenuta bella agli occhi di lui, ed egli ha fatto di me una regina potente!…».

138 – Si, Gesù ha fatto per me tutto questo, potrei ripren­dere ciascuna parola che ho scritto, e provare che si è avverata in mio favore, ma le grazie che ho raccontato poco fa offrono una prova sufficiente; parlerò soltanto del nutrimento che mi è stato prodigato «in abbondanza». Da lungo tempo mi nutrivo della «pura farina» contenuta nella Imitazione, era l’unico libro che mi facesse del bene, perché non avevo ancora trovato i tesori nascosti nel Vangelo. Sapevo a memoria quasi tutti i capitoli della mia cara Imitazione, questo libretto non mi abbandonava mai; d’estate lo portavo in tasca, d’inverno nel manicotto, in tal modo era divenuto tradizionale; in casa della zia si divertivano molto aprendolo a caso, e facendomi recitare il capitolo che si trovava davanti agli occhi. A quattordici anni, dato il mio desiderio di scienza, il buon Dio giudicò necessario unire alla «pura farina», «miele ed olio in abbondanza». Quel miele e quell’olio me li fece trovare nelle conferenze del reve­rendo Don Arminjon sulla fine del mondo presente e i misteri della vita futura. Questo libro l’avevano prestato a Papà le mie care Carmelitane, e così, contrariamente alle mie abitudini (perché non leggevo i libri di Papà), chiesi di leggerlo. Quella lettura fu anch’essa una delle grazie più grandi della mia vita, la feci accanto alla finestra della mia stanza da studio, e l’impressione che ancora ne risento è troppo intima e dolce perché io possa esprimerla. Tutte le grandi verità della religione, i misteri dell’eternità, immergevano l’anima mia in una felicità che non era di questa terra… Presentivo ciò che Dio riserva a coloro che l’amano (non già con l’occhio dell’uomo, bensì con quello del cuore), e vedendo che le ricompense eterne non hanno proporzione alcu­na con i leggeri sacrifici della vita, volevo amare, amare Gesù con passione, dargli mille prove d’amore finché lo potevo anco­ra. Copiai vari passi sul perfetto amore e sull’accoglienza che il buon Dio farà ai suoi eletti nel momento in cui egli stesso diverrà la loro grande, eterna ricompensa; ripetevo continuamente le parole d’amore che mi avevano incendiato il cuore.

Continua…

Fonte: http://www.preghiereagesuemaria.it/libri/storia%20di%20un’anima.htm

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San Giovanni della Croce, Cantico spirituale

ottobre 23, 2014 by

(Che senso ha perdere tempo altrove e non correre, potendo per grazia, incontro al Dio che viene? NdR) Leggi il seguito di questo post »

Favole di Esopo: Le due bisacce

ottobre 23, 2014 by

Ciascun uomo porta due bisacce, una davanti, l’altra dietro, e ciascuna delle due è piena di difetti, ma quella davanti è piena dei difetti altrui, quella dietro dei difetti dello stesso che la porta.

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Tweet del Papa

ottobre 23, 2014 by

La famiglia è il luogo in cui noi ci formiamo come persone. Ogni famiglia è un mattone che costruisce la società.

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Enzo Bianchi. Il Cristiano e la polis

ottobre 23, 2014 by

 

Vangelo (Lc 12,54-59) del giorno dalle letture della Messa (Venerdì 24 Ottobre 2014) con commento comunitario

ottobre 23, 2014 by

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 12,54-59)

In quel tempo, Gesù diceva alle folle:

«Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?
Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo».

Questo è il Vangelo del 24 Ottobre, quello del 23 Ottobre lo potete trovare qualche post più sotto

La Parola di Dio dalla Prima Lettura. La Lettera degli Efesini. Cap. 3,14-21. Fede, Carità, Verità

ottobre 23, 2014 by
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I Lettura Ef 3,14-21
Radicati e fondati nella carità, siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio.
Salmo (Sal 33)
Dell’amore del Signore è piena la terra.
Vangelo Lc 12,49-53
Non sono venuto a portare pace sulla terra, ma divisione.
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Ef. 3,14-21
Radicati e fondati nella carità

14Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre, 15dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, 16perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito. 17Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità,18siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, 19e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio.
20A colui che in tutto ha potere di fare
molto più di quanto possiamo domandare o pensare,
secondo la potenza che opera in noi,
21a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù
per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen.

 

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« Ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno » (Lc 22,32)

La preghiera dell’Apostolo Paolo affida al Padre, Signore Supremo, quella fede che inabita nel cuore di ciascuno, e solo attraverso la quale l’uomo si radica e si fonda nella carità, può avvicinarsi a comprendere l’immensità non  misurabile e non conoscibile  dell’amore di Cristo.

Nella fede, dono di Dio, virtù soprannaturale da Lui infusa, riconosciamo che un grande Amore ci è stato offerto, che una Parola buona ci è stata rivolta e che, accogliendo questa Parola, che è Gesù Cristo, Parola incarnata, lo Spirito Santo ci trasforma, illumina il cammino del futuro, e fa crescere in noi le ali della speranza per percorrerlo con gioia. Fede, speranza e carità costituiscono, in un mirabile intreccio, il dinamismo dell’esistenza cristiana verso la comunione piena con Dio” ( Papa Francesco, Lumen fidei, 7).

 

Luce della fede, l’amore di Cristo, la verità…..

« Con il cuore si crede », ricorda l’Apostolo nella Lettera ai Romani (Rm 10,10). E da questa affermazione partono alcune considerazioni di papa Francesco nella sua prima Enciclica Lumen Fidei ( da n.26 a n. 28), che conducono a custodire nel cuore questo legame tra fede, amore, verità:

 

“Il cuore, nella Bibbia, è il centro dell’uomo, dove s’intrecciano tutte le sue dimensioni: il corpo e lo spirito; l’interiorità della persona e la sua apertura al mondo e agli altri; l’intelletto, il volere, l’affettività. Ebbene, se il cuore è capace di tenere insieme queste dimensioni, è perché esso è il luogo dove ci apriamo alla verità e all’amore e lasciamo che ci tocchino e ci trasformino nel profondo. La fede trasforma la persona intera, appunto in quanto essa si apre all’amore. È in questo intreccio della fede con l’amore che si comprende la forma di conoscenza propria della fede, la sua forza di convinzione, la sua capacità di illuminare i nostri passi. La fede conosce in quanto è legata all’amore, in quanto l’amore stesso porta una luce. La comprensione della fede è quella che nasce quando riceviamo il grande amore di Dio che ci trasforma interiormente e ci dona occhi nuovi per vedere la realtà.

Un legame, quello tra fede e amore,  che lascia domande ad ogni razionalità.

…. All’uomo moderno sembra che la questione dell’amore non abbia a che fare con il vero. L’amore risulta oggi un’esperienza legata al mondo dei sentimenti incostanti e non più alla verità.

Davvero questa è una descrizione adeguata dell’amore? In realtà, l’amore non si può ridurre a un sentimento che va e viene. Esso tocca, sì, la nostra affettività, ma per aprirla alla persona amata e iniziare così un cammino, che è un uscire dalla chiusura nel proprio io e andare verso l’altra persona, per edificare un rapporto duraturo; l’amore mira all’unione con la persona amata. Si rivela allora in che senso l’amore ha bisogno di verità. Solo in quanto è fondato sulla verità l’amore può perdurare nel tempo, superare l’istante effimero e rimanere saldo per sostenere un cammino comune. Se l’amore non ha rapporto con la verità, è soggetto al mutare dei sentimenti e non supera la prova del tempo. L’amore vero invece unifica tutti gli elementi della nostra persona e diventa una luce nuova verso una vita grande e piena. Senza verità l’amore non può offrire un vincolo solido, non riesce a portare l’”io” al di là del suo isolamento, né a liberarlo dall’istante fugace per edificare la vita e portare frutto”.

Difficile relazione tra amore e verità. Ma legame indissolubile, imprescindibile:

“Se l’amore ha bisogno della verità, anche la verità ha bisogno dell’amore.

Amore e verità non si possono separare.

Senza amore, la verità diventa fredda, impersonale, oppressiva per la vita concreta della persona. La verità che cerchiamo, quella che offre significato ai nostri passi, ci illumina quando siamo toccati dall’amore. Chi ama capisce che l’amore è esperienza di verità, che esso stesso apre i nostri occhi per vedere tutta la realtà in modo nuovo, in unione con la persona amata. In questo senso, san Gregorio Magno ha scritto che « amor ipse notitia est », l’amore stesso è una conoscenza, porta con sé una logica nuova.Si tratta di un modo relazionale di guardare il mondo, che diventa conoscenza condivisa, visione nella visione dell’altro e visione comune su tutte le cose. Guglielmo di Saint Thierry, nel Medioevo, segue questa tradizione quando commenta un versetto del Cantico dei Cantici in cui l’amato dice all’amata: I tuoi occhi sono occhi di colomba (cfr Ct 1,15). Questi due occhi, spiega Guglielmo, sono la ragione credente e l’amore, che diventano un solo occhio per giungere a contemplare Dio, quando l’intelletto si fa « intelletto di un amore illuminato »”.

 

“Chi crede, vede; vede con una luce che illumina tutto il percorso della strada, perché viene a noi da Cristo risorto, stella mattutina che non tramonta” (n.1)

 

Dal “dulce de leche” al mate, i preferiti di Bergoglio

ottobre 23, 2014 by

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22/10/2014  Una giovane guardia svizzera, David Geisser, cuoco professionista, ha raccolto in un libro le ricette più amate in Vaticano, partendo dal “dulce de leche”, il dessert argentino preferito da papa Francesco insieme alle “empanadas” ai peperoni e la “colita de quadri”

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La copertina del libro

Che il Papa vada matto per il mate, il tradizionale infuso argentino, lo abbiamo visto tante volte quando qualche suo connazionale glielo offre in mezzo alla folla di fedeli e lui si sporge volentieri dalla jeep bianca per sorseggiarne un po’ con la cannuccia.  E sapevamo pure della sua predilezione per il “dulce de leche”, la crema di latte e zucchero inventata un secolo fa in Argentina, sembra per l’errore di una domestica che dimenticò sul fuoco il pentolino con il latte zuccherato, che da un anno e mezzo è sbarcato anche a Santa Marta tra i dessert preferiti di Bergoglio.

Ma come si prepara? Come dosare gli ingredienti giusti? Una giovane guardia svizzera, David Geisser, cuoco professionista, ha messo nero su bianco le ricette più amate in Vaticano.
Buon appetito è il titolo del libro, che però non vuole essere solo uno dei tanti ricettari ma anche un modo per far “entrare” la gente nei Sacri Palazzi, partendo dai piaceri della tavola.
Papa Francesco, del resto, quand’era a Buenos Aires si cucinava da solo. Tra i piatti che gli vengono meglio la paella ma anche, come ha rivelato la sorella Maria Elena, i calamari ripieni.
Nel collegio Massimo de San Josè, dove Bergoglio studiò teologia e filosofia e poi divenne rettore, era abituato a preparare il pranzo per i suoi studenti, quando non c’era la cuoca. In un’occasione disse: «Non ho mai ammazzato nessuno con il mio cibo».

Il giovane Bergoglio mentre cucina

Il giovane Bergoglio mentre cucina

Nel libro realizzato dalla guardia pontificia svizzera c’è addirittura un menù completo dedicato a Bergoglio. Prima del dolce, si possono preparare le “empanadas” ai peperoni e la “colita de quadri”. E si potrà così immaginare di essere a tavola col Papa. C’è anche un menù bavarese (con i wurstel alla Ratisbona), dedicato al Papa emerito Benedetto XVI, e uno polacco per ricordare Wojtyla. Sulla tavola di San Giovanni Paolo II, la guardia svizzera immagina un bel piatto di “pierogi”, i ravioli polacchi ai quali Cracovia dedica addirittura un festival. E proprio anche i menù a base di tortellini, ricordano le cronache dell’epoca, lo aiutarono nel 1981 a recuperare dopo il terribile attentato del 13 maggio.

Nel libro ci sono poi le ricette preferite del Segretario di Stato Vaticano, il cardinale Pietro Parolin, del prefetto della Casa Pontificia, monsignor George Gainswein, e del cardinale svizzero Kurt Koch. Gnocchi per il Segretario di Stato ma rigorosamente “al Vaticano”. Saltimbocca alla romana per il segretario di Ratzinger mentre il porporato svizzero opta per una semplice “wiener schnitzel”, quella che nei menù italiani è segnata come “cotoletta alla milanese”.

In Buon appetito ci sono anche i sapori che ricordano i santi patroni delle guardie svizzere e le preghiere che i soldati del Papa recitano prima di mangiare. Il libro è uscito mercoledì in tedesco, per la versione italiana bisognerà invece aspettare gennaio dell’anno prossimo. Oltre al cuoco Geisser, firmano l’opera il sergente Erwin Niederberger (per gli altri testi) e la fotografa polacca Katarzyna Artzmiak.
«Un soldato sa lottare e fare la guerra quando ha mangiato abbastanza e bene»: ha detto mercoledì sorridendo il comandante Daniel Rudolf Anrig, nella conferenza stampa convocata per lanciare il libro. Soddisfatto di questa opera, che è anche un modo per raccontare la guardia pontificia, il capo dell’esercito più piccolo del mondo ammette: «La cucina migliore del mondo è in Italia».

Tratto  da: Famiglia Cristiana

Santi e Beati. Memoria di oggi: San Giovanni da Capestrano Sacerdote

ottobre 23, 2014 by

SAN GIOVANNI DA CAPESTRANO SACERDOTE

23 ottobre – Memoria Facoltativa

 

Capestrano, L’Aquila, 1386 – Ilok, Croazia, 23 ottobre 1456

San Giovanni da Capestrano, al secolo Giantudesco (Capestrano, 24 giugno 1386; † Ilok, 23 ottobre 1456) è stato un religioso italiano.

Studiò a Perugia dove si laureò in utroque iure. Divenuto uno stimato giurista, fu nominato governatore della città. Fu imprigionato quando la città fu occupata dai Malatesta.

In carcere ebbe luogo la sua conversione. Una volta libero, fece annullare il suo matrimonio e prese i voti nel convento francescano di Assisi. Da sacerdote condusse la sua attività apostolica in tutta l’Europa settentrionale ed orientale, in particolare in Ungheria orientale cioè in Transilvania, dove era consigliere del governatore Giovanni Hunyadi nel Castello di Hunyad. La sua predicazione era volta al rinnovamento dei costumi cristiani e a combattere l’eresia e l’usura praticata da ebrei. Estremamente zelante nei suoi tentativi di convertire eretici (in particolare fraticelli ed hussiti) ed ebrei[1][2] e ortodossi greco orientali in Transilvania

Nel 1456 fu incaricato dal Papa, insieme ad alcuni altri frati, di predicare la Crociata contro l’Impero Ottomano che aveva invaso la penisola balcanica. Percorrendo l’Europa orientale, il Capestrano riuscì a raccogliere decine di migliaia di volontari, alla cui testa partecipò all’assedio di Belgrado nel luglio di quell’anno. Egli incitò i suoi uomini all’assalto decisivo con le parole di san Paolo:

«Colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento».

L’esercito turco fu messo in fuga e lo stesso sultano Maometto II venne ferito.

Patronato: Giuristi

Etimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall’ebraico

Martirologio Romano: San Giovanni da Capestrano, sacerdote dell’Ordine dei Minori, che difese l’osservanza della regola e svolse il suo ministero per quasi tutta l’Europa a sostegno della fede e della morale cattolica. Con il fervore delle sue esortazioni e delle sue preghiere incoraggiò il popolo dei fedeli e si impegnò nella difesa della libertà dei cristiani. Morì presso Ujlak sulla riva del Danubio nel regno di Ungheria.

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Liturgia del giorno: Audio salmo 33

ottobre 23, 2014 by

Dell’amore del Signore è piena la terra.

[1] Esultate, o giusti, nel Signore;
per gli uomini retti è bella la lode.

[2] Lodate il Signore con la cetra,
con l’arpa a dieci corde a lui cantate.

[3] Cantate al Signore un canto nuovo,
con arte suonate la cetra e acclamate,

[4] perché retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.

[5] Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra.

[6] Dalla parola del Signore furono fatti i cieli,
dal soffio della sua bocca ogni loro schiera.

[7] Come in un otre raccoglie le acque del mare,
chiude in riserve gli abissi.

[8] Tema il Signore tutta la terra,
tremino davanti a lui gli abitanti del mondo,

premere qui segue …

****
Søren Kierkegaard, Discorsi edificanti, pp. 81-82

Cos’è che rende un uomo grande, ammirato dal creato, gradevole agli occhi di Dio?

Cos’è che rende un uomo forte, più forte del mondo intero; cos’è che lo rende debole, più debole di un bambino?

Cos’è che rende un uomo saldo, più saldo della roccia; cos’è che lo rende molle, più molle della cera?

È l’amore!

Cos’è che è più vecchio di tutto? È l’amore.
Cos’è che sopravvive a tutto? È l’amore.

Cos’è che non può essere tolto, ma toglie lui stesso tutto? È l’amore.

Cos’è che non può essere dato, ma dà lui stesso tutto? È l’amore.
Cos’è che sussiste, quando tutto frana? È l’amore.

Cos’è che consola, quando ogni consolazione viene meno? È l’amore.

Cos’è che dura, quando tutto subisce una trasformazione? È l’amore.

Cos’è che rimane, quando viene abolito l’imperfetto? È l’amore.
Cos’è che testimonia, quando tace la profezia? È l’amore.
Cos’è che non scompare, quando cessa la visione? È l’amore.

Cos’è che chiarisce, quando ha fine il discorso oscuro? È l’amore.
Cos’è che dà benedizione all’abbondanza del dono? È l’amore.
Cos’è che dà energia al discorso degli angeli? È l’amore.
Cos’è che fa abbondante l’offerta della vedova? È l’amore.
Cos’è che rende saggio il discorso del semplice? È l’amore.

Cos’è che non muta mai, anche se tutto muta?

È l’amore, e amore è solo quello che mai si muta in qualcos’altro.


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