Ravasi. La Bibbia secondo Borges

novembre 23, 2014 by

 

 

 

in “Avvenire” del 21 novembre 2014
Per Jorge Luis Borges le frontiere sono sempre mobili ed esili: non c’è mai una cortina di ferro tra verità e finzione, tra veglia e sogno, tra realtà e immaginazione, tra razionalità e sentimento, tra essenzialità e ramificazione, tra concreto e astratto, tra teologia e letteratura fantastica, tra icasticità anglosassone ed enfasi barocca… Le due parabole gemelle che chiudono il Discorso della Montagna di Gesù ( Matteo 7,24-27), ove di scena sono i due costruttori antitetici sulla roccia e sulla sabbia, vengono così ribaltate ma neanche smentite da Borges nel suo programma esistenziale e letterario globale: «Nulla si edifica sulla pietra, tutto sulla sabbia, ma dobbiamo edificare come se la sabbia fosse pietra». E alla fine fiorisce il paradosso supremo: «La vita è troppo povera per non essere anche immortale ». [...] Nelle sue letture un primato indiscusso fu quello assegnato alla Bibbia come lui stesso aveva confessato a María Esther Vázquez: «Devo ricordare mia nonna che conosceva a memoria la Bibbia, in modo che posso essere entrato nella letteratura attraverso la via dello Spirito Santo». La nonna paterna, Fanny Haslam Arnett, era infatti inglese e anglicana osservante ed era stata lei a iniziare il piccolo Jorge Luis alle Scritture e alla lingua inglese alta. In una conferenza tenuta a Harvard nel 1969, dedicata all’Arte di raccontare storie, Borges, esaltando l’epica come la forma più antica della poesia, riconduceva a un trittico le opere capitali per l’umanità: «l’Iliade, l’Odissea e un terzo “poema” che spicca notevolmente sugli altri: i quattro Vangeli… Le tre storie – quella di Troia, di Ulisse e di Gesù – sono bastate all’umanità… Ma nel
caso dei Vangeli c’è una differenza: credo che la storia di Cristo non possa essere narrata meglio».
I Vangeli, quindi, si rivelano come una sorta di canone supremo che non è passibile di altra ermeneutica se non quella della “ri-scrittura” letterale o al massimo del ricorso alla deriva dell’apocrifo o all’alterazione a caleidoscopio. Famosa in quest’ultimo senso è la metamorfosi operata nella poesia Cristo in croce ove Gesù diventa il “terzo crocifisso” e non più quello centrale:
«Cristo in croce. I piedi toccano terra. / Le tre croci sono di uguale altezza. / Cristo non sta nel mezzo. Cristo è il terzo…».
Inoltre per Borges il linguaggio poetico è analogo a quello sacro; è frutto di un’“ispirazione” trascendente, un po’ come aveva intuito già la Bibbia che usava la stessa radice verbale che definisce il profeta ( nb’) per designare l’arte musicale dei cantori del tempio ( 1Cronache 25,1).
Dichiarava Borges nella sua Professione di fede letteraria: «Del mio credo letterario posso affermare ciò che vale per quello religioso: è mio perché credo in esso, non perché inventato da me». A questo punto prima di esemplificare il suo contatto profondo con la Bibbia, oggetto per altro di un’ampia bibliografia, è legittimo interrogarci sulla “fede” di Borges, al di là della consueta etichetta di “agnostico” assegnatagli dalla vulgata critica. Quest’ultima, però, si trova costretta subito a una serie di precisazioni, anche perché – come sopra si diceva – l’eclettismo, la curiositas,
la fluidità ideale dello scrittore obbligano i suoi interpreti a continue rettifiche.
Significativa è la definizione applicatagli da un importante e simpatetico scrittore come Leonardo Sciascia: «È il più grande teologo del nostro tempo: un teologo ateo». Questo ossimoro era sviluppato da un altro suo ammiratore e collega, John Updike, così: «Se il cristianesimo non è morto in Borges, è però in lui sopito e sogna capricciosamente. Borges è un precristiano che il ricordo del cristianesimo riempie di premonizioni e di orrore». Certo è che una preoccupazione metafisica per il trascendente corre come un brivido per tutta l’opera borgesiana ed è qualcosa di più di quella ‘consolazione della filosofia’ alla Boezio che gli attribuiva Luis Harss. Infatti qui si conferma quell’oscillazione tra poli estremi che abbiamo già sottolineato. A differenza dell’abbé Cénabre dell’Imposture di Georges Bernanos che dall’assenza piombava nel nulla e nel vuoto della negazione pienamente atea, Borges costantemente oscilla tra assenza e presenza, tra sogno e verità. Scriveva infatti: «Nelle crepe Dio è celato e attende… Dio mio sognatore, continua a sognarmi».
[...]
In una delle Siete conversaciones con Borges Fernando Sorrentino (1996) citava questa dichiarazione dello scrittore: «Di tutti i libri della Bibbia quelli che mi hanno impressionato sono il libro di Giobbe, l’Ecclesiaste e, evidentemente, i Vangeli ». Il nostro percorso sarà solo evocativo procedendo per esemplificazioni, soprattutto riguardo ai Vangeli che hanno costituito un referente capitale per Borges. È indiscutibile, comunque, che la Bibbia abbia offerto a Borges una specie di lessico tematico, simbolico, metaforico, archetipico e persino stilistico-retorico.
Nell’Antico Testamento la predilezione va al libro di Giobbe a cui l’autore dedicò, tra l’altro, una conferenza all’ “Instituto de Intercambio Cultural Argentino-Israelí” di Buenos Aires, il cui testo
venne raccolto nel 1967 nelle sue Conferencias. D’altronde egli aveva scritto una prefazione alla Exposición del Libro de Job di Fray Luis de León , un classico spagnolo del “siglo de oro” a lui particolarmente caro. Si deve riconoscere che Borges coglie un nucleo ermeneutico significativo di quest’opera biblica. Essa è così proteiforme da meritarsi il giudizio acuto di san Girolamo: «Interpretare Giobbe è come cercare di afferrare un’anguilla o una piccola murena: più la stringi, più ti sfugge di mano». Una caratteristica cara ovviamente a un autore così sfuggente e refrattario a ogni classificazione come Borges.
Ebbene, egli centra la sua analisi sull’apice del libro biblico, cioè sui due discorsi finali divini dei  capitoli 38-39 e 40-41: in essi Dio prospetta a Giobbe, attraverso la tecnica dell’interrogazione e del mistero, l’esistenza di un ordine trascendente che riesce a comporre in unità la totalità del essere e dell’esistere attraverso una ’esah, un “progetto”. Si tratta, quindi, non di un’irrazionalità assurda e fatale che compone gli antipodi della realtà in modo casuale, bensì di una metarazionalità che è sostenuta, dunque, da una logica trascendente e inscrutabile. Per questo Giobbe ha ragione di protestare perché essa deborda dalla razionalità umana limitata, ma al tempo stesso ha il torto di applicare e di imporre ad essa la sua circoscritta capacità “visiva” un po’ come accade a chi – contemplando un capolavoro pittorico – si ferma solo all’analisi delle pennellate o dei riquadri di colore, senza rivolgere uno sguardo panoramico all’opera. Sarà, quindi, solo per rivelazione divina (che è appunto lo sguardo d’insieme) che Giobbe potrà comprendere la collocazione del suo dolore nell’infinito disegno della ’esah divina: «Io ti conoscevo per sentito dire, i miei occhi ora ti hanno visto», confesserà alla fine (42,5) il grande sofferente. Gli enigmi del cosmo e della storia si sciolgono solo in questa prospettiva trascendente, ove appunto si posiziona anche l’enigma tematico del libro, quello del male e del dolore. [...]
A suggello di questo itinerario molto semplificato e solo esemplificativo nel mondo biblico di Borges è suggestivo evocare il decimo e penultimo racconto de Il manoscritto di Brodie (1970) pubblicato in modo autonomo nel 1971 sotto il titolo El Evangelio según Marcos. Attraverso un percorso parabolico paradossale lo scrittore esalta la qualità fortemente performativa, quasi “sacramentale”, del testo sacro. Borges, ricalcando la tesi dell’opera Mimesis (1946) di Erich Auerbach, secondo la quale l’Odissea e la Bibbia sono gli archetipi simbolici dell’Occidente, era convinto che «gli uomini lungo i secoli hanno ripetuto sempre due storie: quella di un vascello sperduto che cerca nei mari mediterranei un’isola amata, e quella di un Dio che si fa crocifiggere sul Golgota». Da un lato, quindi, domina la “ripetizione” che non è però mera reiterazione ma ripresa e riattualizzatone, alla maniera del famoso scritto omonimo del filosofo Soeren Kierkegaard (1843).
D’altro lato, però, questa ritrascrizione non è né meccanica né letterale ma ha in sé un’energia costantemente trasformatrice così da rendere la storia sacra primigenia sempre nuova ed efficace.
Queste due componenti – ripetizione e performazione – sono stupendamente e terribilmente rappresentate appunto nell’Evangelio según Marcos di Borges.
Come è noto, la vicenda narrativa è ambientata in un piovoso marzo del 1928, nella fattoria La Colorada a Junín in Perú. Lo studente in medicina Baltasar Espinoza giunge in vacanza presso alcuni fattori dall’aria un po’ truce e primitiva, i Gutre, padre, figlio e «una ragazza di incerta paternità». Un’inondazione isola la fattoria e Baltasar scopre una Bibbia in inglese: per ingannare il tempo, inizia a leggere ogni sera, traducendolo, il Vangelo di Marco alla famiglia che lo ospita.
Costoro, nella loro semplicità, non ne restano solo affascinati ma anche completamente conquistati e si convincono a poco a poco che quegli eventi devono riprodursi nel loro presente. È così che i Gutre identificano proprio nel giovane studente il Messia presentato da Marco. E prima che egli parta, al ritirarsi delle acque, essi hanno già preparato il loro Golgota.
«Genuflessi sul pavimento di pietra gli chiesero la benedizione. Poi lo ma-le dissero, gli sputarono addosso e lo spinsero fino in fondo al cortile. La ragazza piangeva. Quando aprirono la porta, Baltasar vide il firmamento. Un uccello gridò; pensò: È un cardellino! Il capannone era senza il tetto; avevano staccato le travi per costruire la croce».

Esempi di Gesù Bambino di S. Alfonso Maria de Liguori

novembre 23, 2014 by

ESEMPIO II.

 

Riferisce il Padre Cagnolio (in Conc. Nativ.) appresso il P. Patrign. (Corona d’esempi ecc.) [2] che una religiosa dopo molti peccati giunse a questo eccesso: comunicatasi un giorno, si trasse dalla bocca la sacra particola, la pose in un fazzoletto e poi chiusasi in una cella buttò in terra il Sacramento e si pose a calpestarlo. Cala poi gli occhi e che vede?

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A. Spadaro: Le radici del papa. Dalle origini di Bergoglio la sua sfida: mettere in crisi la crisi dell’Occidente

novembre 23, 2014 by

in “Corriere della Sera” del 23 novembre 2014

 
Chi è Jorge Mario Bergoglio? Se lo sono chiesti e se lo chiedono in molti. La poliedricità semplice di papa Francesco attira non solamente la gente, «il popolo fedele di Dio», come lo chiama lui, ma anche analisti, intellettuali, saggisti. Nel cuore di ogni padre è importante, anzi fondamentale, per rispondere a questa domanda, perché contiene un concentrato di riflessione e di meditazione viva, rivelatore della radice ignaziana e gesuitica che anima il pensiero e l’azione di papa Francesco. Il volume è una raccolta di scritti, realizzata dallo stesso Bergoglio, divisa in tre parti: la prima  contiene riflessioni sulla Compagnia di Gesù, il suo modo di procedere, la sua formazione. La seconda e la terza riportano meditazioni per gli Esercizi spirituali.
L’ultima parte si rivolge specificamente ai superiori religiosi. Il volume esce nel 1982, quando Bergoglio ha quarantasei anni, e contiene scritti anteriori a quella data, a partire dal 1974. Si tratta di un tempo estremamente importante e delicato per lui. Il 31 luglio 1973, era stato nominato Provinciale dei gesuiti argentini. E rimase in carica, come è di prassi, per sei anni, e cioè fino al 1979.
Il suo Provincialato, lo sappiamo, coincise con un momento complicato per l’Argentina. Il Papa non ne ha mai fatto mistero. Nella mia intervista fu chiaro: «Il mio governo come gesuita all’inizio aveva molti difetti. Quello era un tempo difficile per la Compagnia: era scomparsa una intera generazione di gesuiti. Per questo mi son trovato Provinciale ancora molto giovane. Avevo trentasei anni: una pazzia. Bisognava affrontare situazioni difficili». E concluse: «Col tempo ho imparato molte cose. Il Signore ha permesso questa pedagogia di governo anche attraverso i miei difetti e i miei peccati». Proprio perché questi scritti fotografano una situazione non semplice, alla fine del suo Provincialato, contengono il nucleo del pensiero e dell’azione di Bergoglio. Si tratta di un nucleo caldo e ribollente, a tratti complesso, vivo a tal punto che questo volume mi è parso da subito essenziale, fondamentale. Fu lo stesso papa Francesco a citarlo, parlandomene durante quella mia intervista. L’unico a cui ha fatto riferimento tra quelli che aveva pubblicato in precedenza.
Fortunatamente la biblioteca della «Civiltà Cattolica» lo possedeva ed è stato sufficiente leggere solo alcune pagine di questa sorta di Summa ignaziana di Bergoglio per rendermi conto della sua importanza.
Nel pomeriggio del 19 agosto 2013 sono entrato per la prima volta nella camera di papa Francesco a
Santa Marta. Avevamo concordato quel giorno per l’intervista che poi apparve su «La Civiltà Cattolica» e altre riviste dei gesuiti, ed è stata pubblicata da Rizzoli con il titolo La mia porta è sempre aperta . L’impressione che mi è rimasta di quel primo incontro è di una accoglienza fluida e di un dialogo che non ammetteva un rapporto rigido tra intervistatore e intervistato. Ero lì per porgli domande, anche impegnative, e avere risposte. Avevo uno schema da seguire, eppure sin da subito non ci sono riuscito. La domanda iniziale, infatti, non era scritta nei miei appunti. Gli chiesi: «Chi è Jorge Mario Bergoglio?». Prima che lui aprisse bocca nella mia mente erano presenti due risposte:«Francesco è un gesuita» e «Francesco è un Papa latinoamericano».
Lui, ricordo, mi fissò in silenzio. Pensavo di aver fatto un passo falso. Poi mi fece un rapido cenno per farmi capire che avrebbe risposto e mi disse lentamente: «Non so quale possa essere la definizione più giusta… Io sono un peccatore. Questa è la definizione più giusta. E non è un modo di dire, un genere letterario. Sono un peccatore». Papa Francesco, continuando a riflettere, compreso, disse: «Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: “Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”».
Queste sue parole hanno a che fare direttamente con questo libro. Ascoltandole, mi resi conto che il Papa mi aveva dato una risposta duplice: lui si percepisce come un peccatore salvato, ma, parlando a me, gesuita proprio come lui, ha voluto definirsi alla luce della sua spiritualità e della sua scelta di vita come gesuita. Nel 1974 padre Bergoglio aveva partecipato alla XXXII Congregazione Generale della Compagnia di Gesù. Il primo decreto emanato da quest’assemblea mondiale di rappresentanti dell’ordine inizia con la domanda: «Che cosa vuol dire essere gesuita?». La risposta fu: «Vuol direriconoscersi peccatore, ma chiamato da Dio a essere compagno di Gesù Cristo, come lo fu Ignazio».
Quel giorno, papa Francesco mi ha parlato di sé alla luce di un carisma che tocca profondamente la sua identità. Leggere Nel cuore di ogni padre è fondamentale per comprendere la radice profonda della sua spiritualità gesuitica, perché sono pagine impregnate di linguaggio tipico e proprio della Compagnia di Gesù.
E la radice latinoamericana? Credo che questo sia il luogo adatto per una riflessione in merito.
Molto si è scritto dell’origine latinoamericana del Pontefice. E questo è corretto perché il suo è un Pontificato che davvero viene «dalla fine del mondo» e vive di equilibri «geopolitici» peculiari. La
sua stessa visione è legata all’esperienza di pastore a Buenos Aires e alle dinamiche ricche e complesse vissute dall’episcopato latinoamericano riunitosi ad Aparecida nel 2007. Tuttavia sarebbe un errore interpretare l’ascesa al Pontificato di Francesco solo come una estrema semplificazione delle complesse e gigantesche impalcature problematiche intellettuali romane ed europee a favore degli atteggiamenti pastorali di «carità» e «misericordia» vissuti in una certa America Latina.
Questa posizione è in sé molto debole innanzitutto perché ignora che il dibattito culturale in Argentina, in particolare, è stato ed è tuttora profondamente innervato di temi che hanno avuto il loro inizio in Europa. La cultura teologica di quel Paese, specialmente quella condivisa in ambito gesuitico, ha vissuto un ponte privilegiato con la Mitteleuropa. Sono molti i professori che hanno studiato in Germania. La cultura francese e, ovviamente, quella italiana hanno avuto largo spazio.
Quella spagnola è espressa dalla medesima lingua. I «problemi» legati alla società e ai diritti della persona vedono Paesi come l’Uruguay in largo anticipo (e qui uso il termine con valenza esclusivamente cronologica) rispetto all’Europa. Invece ciò che lo stesso Bergoglio definisce come
«l’originalità della nostra situazione» consiste non nell’ignoranza delle grandi questioni che scuotono il «primo mondo» e i «Paesi del “centro”», ma il constatare che esse sono vissute con un’ermeneutica differente: « Desacralizzazione, morte di Dio , dialogo con ideologie che qui ci appaiono aliene… ed equivarrebbero più o meno a vedere uno struzzo accoppiarsi con un fagiano».
Bergoglio postula una vera ermeneutica popolare tutta da sviluppare, una maniera di vedere la realtà e una coscienza storica. Qui c’è il nucleo del discorso: ben consapevole della «crisi» del centro, dell’Occidente cioè, e delle sue radici, Bergoglio con le sue parole e i suoi gesti sta ponendo in atto un processo spirituale e culturale che destabilizza quella stessa crisi, liberando energie sopite. E tutto questo vivendo una estrema semplicità di stile e di contenuto. Ma in Bergoglio la semplicità non è mai ingenuità. Un suo amico una volta mi disse che Francesco è un «Papa Apple » perché, come i computer della Mela, a fronte di una estrema complessità interna di funzionamento, ha una interfaccia semplicissima. Il senso di terremoto, di scuotimento, persino di «confusione» che qualcuno avverte è il frutto di questa azione culturale e spirituale (e simbolica) di  disincagliamento..

Vangelo (Lc 21,1-4) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 24 Novembre 2014) con commento comunitario

novembre 23, 2014 by

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,1-4) 

In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi, vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio.
Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine, e disse: «In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere».

Questo è il Vangelo del 24 Novembre, quello del 23 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto

 

Santi e Beati. Memoria di oggi: Cristo Re dell’universo

novembre 23, 2014 by

CRISTO RE DELL’UNIVERSO

23 novembre (celebrazione mobile) – Festa

 

Martirologio Romano: Solennità di nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo: a Lui solo il potere, la gloria e la maestà negli infiniti secoli dei secoli.

Al termine dell’Anno liturgico si celebra la 34a domenica del cosiddetto «Tempo ordinario». La solennità, che cade di norma negli ultimi dieci giorni di novembre, è dedicata a Gesù Cristo Re dell’universo. In tal modo si vuole sottolineare che Cristo redentore è il Signore della storia, l’inizio e la fine del tempo.

L’istituzione della festa fu decisa da papa Pio XI, l’11 dicembre 1925, a conclusione del Giubileo che si celebrava in quell’anno. Come ha scritto lo studioso padre Francesco Maria Avidano, la relativa devozione si pone in riparazione del grido blasfemo contro Gesù, riportato dai Vangeli: «Non abbiamo altro re che Cesare».

Nei tre giorni precedenti la solennità di Cristo Re i devoti recitano uno specifico Triduo. Le invocazioni domandano in particolare che il Cuore di Gesù trionfi su tutti gli ostacoli al regno del suo amore. Mediante l’intervento della Madonna, poi, si auspica che tutti i popoli – disuniti dalla ferita del peccato – si sottomettano all’amore di Cristo.

Papa Leone XIII, l’11 giugno 1899, consacrò la Chiesa, il mondo e tutto il genere umano a Cristo. La formula dell’orazione, se viene recitata pubblicamente nella solennità di Gesù Cristo Re dell’universo, fa acquisire l’indulgenza plenaria.

L’atto di consacrazione è ricco di richiami all’amore di Cristo per l’intera umanità. Un amore che si è reso visibile proprio nella totale donazione di se stesso sulla croce. La preghiera è anche una richiesta di perdono collettivo e recita fra l’altro: «Molti, purtroppo, non ti conobbero mai; molti, disprezzando i tuoi comandamenti, ti ripudiarono. O benignissimo Gesù, abbi misericordia e degli uni e degli altri e tutti quanti attira al tuo sacratissimo Cuore. O Signore, sii il re non solo dei fedeli che non si allontanarono mai da te, ma anche di quei figli prodighi che ti abbandonarono».

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Liturgia del giorno: Audio salmo 23(22)

novembre 23, 2014 by

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.

 

Il buon pastore

[1] Salmo. Di Davide.
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;

[2] su pascoli erbosi mi fa riposare
ad acque tranquille mi conduce.

[3] Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.

[4] Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

[5] Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.

[6] Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.

 

Premere qui per ascoltare il salmo

 

 

 

Un Dio innamorato

Papa Francesco, Meditazione mattutina, 27 giugno 2014

**

Abbiamo un Dio innamorato di noi,

che ci accarezza teneramente e

ci canta la ninna nanna

proprio come fa un papà con il suo bambino.

Non solo: lui ci cerca per primo,

ci aspetta e ci insegna a essere «piccoli»,

perché l’amore è più nel dare che nel ricevere

ed è più nelle opere che nelle parole.

Preghiera del mattino: Novena a Santa Caterina Labouré

novembre 23, 2014 by

Quinto giorno

1.O Vergine Immacolata, che prediligendo gli umili hai voluto essere la Madre della piccola Zoé Labouré versando su di lei fin dall’infanzia le più preziose grazie, ottieni anche a noi lo spirito di semplicità e di pietà di cui era animata quella tua figlia predestinata.

Gloria al Padre.

 Santa Caterina, fortunata veggente della Medaglia Miracolosa, prega per noi

2.O Vergine Immacolata, che scegliesti la piccola Zoé per farne lo strumento delle tue meraviglie, l’allontanasti dal mondo e per vie misteriose la conducesti in quel tuo giardino vincenziano che è la Compagnia delle Figlie della Carità, concedi a noi di staccarci dal mondo almeno con l’affetto e di seguire docilmente i disegni materni che hai su di noi.

Gloria al Padre.

 Santa Caterina, fortunata veggente della Medaglia Miracolosa, prega per noi

3.O Vergine Immacolata, che facesti di santa Caterina Labouré un modello di esattezza nell’osservanza delle regole, di docilità nell’obbedienza ai superiori, di condiscendenza verso le sue compagne, di abnegazione nel servizio dei poveri e specialmente un prodigio di umiltà nel nascondere i doni straordinari del Cielo, fa’ che imitando le sue virtù cerchiamo la via sicura della santità con perfetta osservanza dei doveri del nostro stato.

Gloria al Padre.

 Santa Caterina, fortunata veggente della Medaglia Miracolosa, prega per noi

4.O Vergine Immacolata, che fosti larga di favori celesti verso santa Caterina Labouré quali l’apparizione del Cuore di san Vincenzo e la familiarità col suo Angelo Custode, fa’ che guidati dai nostri Santi Protettori e dal nostro Angelo Custode sappiamo come lei venire a cercare ai tuoi piedi luce e conforto nelle incertezze e nelle tribolazioni.

Gloria al Padre.

 Santa Caterina, fortunata veggente della Medaglia Miracolosa, prega per noi

 5.O Vergine Immacolata, che ottenesti a santa Caterina Labouré la grazia di vedere chiaramente Gesù nell’Eucarestia e le insegnasti ad andare a cercare ai piedi dell’altare consolazione nelle pene, assicurandola che là “le grazie sarebbero state versate in abbondanza su tutti quelli che le avessero chieste con confidenza e fervore”, concedi a noi viva fede in quest’augusto Sacramento, affinché da Te disposti ed accompagnati ai piedi del Tabernacolo, possiamo essere partecipi delle grazie promesse.

Gloria al Padre.

 Santa Caterina, fortunata veggente della Medaglia Miracolosa, prega per noi

6.O Vergine Immacolata, per quella materna condiscendenza che ti spinse ad appagare l’ardente desiderio della tua prediletta figlia, mostrandoti a lei, anzi permettendole di appoggiare le sue mani sulle tue ginocchia e facendoti sua Guida e Maestra, concedi a noi di essere sempre tuoi figli e docili discepoli, per contemplarti nella gloria del Cielo.

Gloria al Padre.

 Santa Caterina, fortunata veggente della Medaglia Miracolosa, prega per noi

7.O Vergine Immacolata, per quell’amore che ti spinse a scegliere santa Caterina Labouré quale strumento delle tue misericordie verso gli uomini, affidandole il prezioso tesoro della Medaglia Miracolosa, concedici per sua intercessione di apprezzare il tuo dono e di domandare le grazie che hai promesso di concedere per mezzo della tua Medaglia a chi le avesse chieste con fiducia.

Gloria al Padre.

 Santa Caterina, fortunata veggente della Medaglia Miracolosa, prega per noi

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Santa Messa per le canonizzazioni di G. Antoni Farina, Kuriakose Elias Chavara della Sacra Famiglia, Ludovico da Casoria, Nicola da Longobardi, Eufrasia Eluvathingal del Sacro Cuore, Amato Ronconi. Diretta. Sintesi e testo dell’Omelia di papa Francesco. Angelus Domini.

novembre 22, 2014 by

LIBRETTO DELLA CELEBRAZIONE 

 

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo
Piazza San Pietro

Domenica, 23 novembre 2014

[Multimedia]


 

La liturgia oggi ci invita a fissare lo sguardo su Gesù come Re dell’Universo. La bella preghiera del Prefazio ci ricorda che il suo regno è «regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace». Le Letture che abbiamo ascoltato ci mostrano come Gesù ha realizzato il suo regno; come lo realizza nel divenire della storia; e che cosa chiede a noi.

Anzitutto, come Gesù ha realizzato il regno: lo ha fatto con la vicinanza e la tenerezza verso di noi. Egli è il Pastore, di cui ci ha parlato il profeta Ezechiele nella prima Lettura (cfr 34,11-12.15-17). Tutto questo brano è intessuto di verbi che indicano la premura e l’amore del Pastore verso il suo gregge: cercare, passare in rassegna, radunare dalla dispersione, condurre al pascolo, far riposare, cercare la pecora perduta, ricondurre quella smarrita, fasciare la ferita, curare la malata, avere cura, pascere. Tutti questi atteggiamenti sono diventati realtà in Gesù Cristo: Lui è davvero il “Pastore grande delle pecore e custode delle nostre anime” (cfr Eb 13,20; 1Pt 2,25).

E quanti nella Chiesa siamo chiamati ad essere pastori, non possiamo discostarci da questo modello, se non vogliamo diventare dei mercenari. A questo riguardo, il popolo di Dio possiede un fiuto infallibile nel riconoscere i buoni pastori e distinguerli dai mercenari.

Dopo la sua vittoria, cioè dopo la sua Risurrezione, come Gesù porta avanti il suo regno? L’apostolo Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, dice: «E’ necessario che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi» (15,25). E’ il Padre che a poco a poco sottomette tutto al Figlio, e al tempo stesso il Figlio sottomette tutto al Padre. Gesù non è un re alla maniera di questo mondo: per Lui regnare non è comandare, ma obbedire al Padre, consegnarsi a Lui, perché si compia il suo disegno d’amore e di salvezza. Così c’è piena reciprocità tra il Padre e il Figlio. Dunque il tempo del regno di Cristo è il lungo tempo della sottomissione di tutto al Figlio e della consegna di tutto al Padre. «L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte» (1 Cor 15,26). E alla fine, quando tutto sarà stato posto sotto la regalità di Gesù, e tutto, anche Gesù stesso, sarà stato sottomesso al Padre, Dio sarà tutto in tutti (cfr 1 Cor 15, 28).

Il Vangelo ci dice che cosa il regno di Gesù chiede a noi: ci ricorda che la vicinanza e la tenerezza sono la regola di vita anche per noi, e su questo saremo giudicati. E’ la grande parabola del giudizio finale di Matteo 25. Il Re dice: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (25,34-36). I giusti domanderanno: quando mai abbiamo fatto tutto questo? Ed Egli risponderà: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).

La salvezza non comincia dalla confessione della regalità di Cristo, ma dall’imitazione delle opere di misericordia mediante le quali Lui ha realizzato il Regno. Chi le compie dimostra di avere accolto la regalità di Gesù, perché ha fatto spazio nel suo cuore alla carità di Dio. Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore, sulla prossimità e sulla tenerezza verso i fratelli. Da questo dipenderà il nostro ingresso o meno nel regno di Dio, la nostra collocazione dall’una o dall’altra parte. Gesù, con la sua vittoria, ci ha aperto il suo regno, ma sta a ciascuno di noi entrarvi, già a partire da questa vita, facendoci concretamente prossimo al fratello che chiede pane, vestito, accoglienza, solidarietà. E se veramente ameremo quel fratello o quella sorella, saremo spinti a condividere con lui o con lei ciò che abbiamo di più prezioso, cioè Gesù stesso e il suo Vangelo!

Oggi la Chiesa ci pone dinanzi come modelli i nuovi Santi che, proprio mediante le opere di una generosa dedizione a Dio e ai fratelli, hanno servito, ognuno nel proprio ambito, il regno di Dio e ne sono diventati eredi. Ciascuno di essi ha risposto con straordinaria creatività al comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Si sono dedicati senza risparmio al servizio degli ultimi, assistendo indigenti, ammalati, anziani, pellegrini. La loro predilezione per i piccoli e i poveri era il riflesso e la misura dell’amore incondizionato a Dio. Infatti, hanno cercato e scoperto la carità nella relazione forte e personale con Dio, dalla quale si sprigiona il vero amore per il prossimo. Perciò, nell’ora del giudizio, hanno udito questo dolce invito: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo» (Mt 25,34).

Con il rito di canonizzazione, ancora una volta abbiamo confessato il mistero del regno di Dio e onorato Cristo Re, Pastore pieno d’amore per il suo gregge. Che i nuovi Santi, col loro esempio e la loro intercessione, facciano crescere in noi la gioia di camminare nella via del Vangelo, la decisione di assumerlo come la bussola della nostra vita. Seguiamo le loro orme, imitiamo la loro fede e la loro carità, perché anche la nostra speranza si rivesta di immortalità. Non lasciamoci distrarre da altri interessi terreni e passeggeri. E ci guidi nel cammino verso il regno dei Cieli la Madre, Maria, Regina di tutti i Santi. Amen.

 

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ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 23 novembre 2014

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Cari fratelli e sorelle,

al termine di questa celebrazione, desidero salutare tutti voi che siete venuti a rendere omaggio ai nuovi Santi, in modo particolare le Delegazioni ufficiali dell’Italia e dell’India.

L’esempio dei quattro Santi italiani, nati nelle Provincie di Vicenza, Napoli, Cosenza e Rimini, aiuti il caro popolo italiano a ravvivare lo spirito di collaborazione e di concordia per il bene comune e a guardare con speranza al futuro, in unità, confidando nella vicinanza di Dio che mai abbandona, anche nei momenti difficili.

Per l’intercessione dei due Santi indiani, provenienti dal Kerala, grande terra di fede e di vocazioni sacerdotali e religiose, il Signore conceda un nuovo impulso missionario alla Chiesa che è in India – che è tanto brava! – affinché, ispirandosi al loro esempio di concordia e di riconciliazione, i cristiani dell’India proseguano nel cammino della solidarietà e della convivenza fraterna.

Saluto con affetto i Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti, come pure le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni e le scuole presenti. Con amore filiale ci rivolgiamo ora alla Vergine Maria, madre della Chiesa, regina dei Santi e modello di tutti i cristiani.

Vi auguro una buona domenica, in pace, con la gioia di questi nuovi Santi. Vi prego, per favore, di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

 

 

Preghiera della sera. Per le anime dei defunti

novembre 22, 2014 by

COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI

ANCHE LA CARITA’ CI OBBLIGA

«Tutto ciò che si offre per carità, si cambia in merito per noi e dopo la morte ne ritroveremo il centuplo» (S. Ambrogio).

Per dovere di giustizia siamo tenuti a soccorrere le anime a noi più vicine e più care; ma per la legge della carità cristiana siamo tenuti a suffragare tutte le anime del purgatorio.

Ce lo comanda Gesù, che è venuto ad insegnarci l’amore per tutti. «Amatevi!» ecco il comandamento di Gesù. Amare tutti i nostri fratelli senza distinzione alcuna perché figli dello stesso Padre.

Se un membro di una famiglia soffre, gli altri sono tenuti ad aiutarlo. Se una parte del nostro corpo soffre subito ci preoccupiamo per lenire questo dolore. Se un popolo chiede il nostro aiuto ognuno deve sentirsi solidale e responsabile nell’ambito delle proprie capacità.

Così in terra altrettanto con le anime del purgatorio. La carità che facciamo ricade su di noi come una pioggia di grazie e di benedizioni. Il Signore non si fa vincere in carità dalle sue creature.

Se noi avremo recato del bene a tutte quelle anime desiderose delle nostre preghiere, il Signore ci aiuterà in vita con le sue grazie e in punto di morte ci farà sperimentare le sue divine misericordie, ricambiandoci la carità che avremo usato ai defunti col richiamarci al premio eterno.

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STORIA DI UN’ANIMA di SANTA TERESA DI LISIEUX

novembre 22, 2014 by

SCRITTO AUTOBIOGRAFICO B

diretto a suor Maria del Sacro Cuore sorella Maria)

 

B.

 

LA PICCOLA DOTTRINA DI TERESA

 

Un sogno dolcissimo – Desideri immensi e contrastanti – Scoperta della propria vocazione nella Chiesa: l’Amore – Esso racchiude tutte le vocazioni ed è eterno – Vittima volontaria all’amore – Spargere fiori cantan­do – Come debole uccellino in fiduciosa attesa dell’Aquila adorata – Sup­plica per le «piccole» anime

 

J.M.J.T. 8 settembre 1896 13

 

ALLA MIA CARA SORELLA MARIA DEL SACRO CUORE

252 – Il martirio, questo è il sogno della mia giovinezza, questo sogno è cresciuto con me nel chiostro del Carmelo. Ma anche qui, sento che il mio sogno è una follia, perché non saprei limitarmi a desiderare un solo martirio. Per soddisfarmi li vorrei tutti… Come te, Sposo mio adorato, vorrei essere fla­gellata e crocifissa, vorrei morire scorticata come san Barto­lomeo, come san Giovanni vorrei essere immersa nell’olio bollente, vorrei subire tutti i supplizi inflitti ai martiri. Con sant’Agnese e santa Cecilia, vorrei presentare il collo alla spa­da, come Giovanna d’Arco, la mia cara sorella, vorrei mormo­rare sul rogo il tuo nome, Gesù… Pensando ai tormenti che verranno inflitti ai cristiani nel tempo dell’anticristo, trasalisco, e vorrei per me quei tormenti… Gesù, Gesù, se volessi scrivere tutti i miei desideri, dovrei prendere il tuo libro di vita, lì sono narrate le azioni di tutti i Santi, e quelle azioni vorrei averle compiute per te. Gesù mio, che cosa risponderai a tutte le mie follie? Esi­ste un’anima più piccola, più incapace della mia? Eppure, proprio per la mia debolezza, ti sei compiaciuto, Signore, di colmare i miei piccoli desideri infantili, e vuoi oggi colmare altri desideri più grandi che l’universo…

 

253 – Durante l’orazione, i miei desideri mi facevano soffrire un vero martirio: aprii le epistole di san Paolo per cercare una risposta. I capitoli XII e XIII della prima epistola ai Corinzi mi caddero sotto gli occhi. Lessi, nel primo, che tutti non possono essere apostoli, profeti, dottori, ecc.; che la Chie­sa è composta di diverse membra, e che l’occhio non potrebbe essere al tempo stesso anche la mano. La risposta era chiara, ma non colmava il mio desiderio, non mi dava la pace. Come Maddalena chinandosi sempre sulla tomba vuota finì per tro­vare ciò che cercava, così, abbassandomi fino alle profondità del mio nulla, m’innalzai tanto in alto che riuscii a raggiungere il mio scopo. Senza scoraggiarmi, continuai la lettura, e trovai sollievo in questa frase: «Cercate con ardore i doni più perfetti, ma vi mostrerò una via ancor più perfetta». E l’Apostolo spiega come i doni più perfetti sono nulla senza l’Amore. La Carità è la via per eccellenza che conduce sicuramente a Dio.

 

254 – Finalmente avevo trovato il riposo. Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi ero riconosciuta in alcuno dei membri descritti da san Paolo, o piuttosto volevo ricono­scermi in tutti. La Carità mi dette la chiave della mia vocazio­ne. Capii che, se la Chiesa ha un corpo composto da diverse membra, l’organo più necessario, più nobile di tutti non le manca, capii che la Chiesa ha un cuore, e che questo cuore arde d’amore. Capii che l’amore solo fa agire le membra della Chiesa, che, se l’amore si spegnesse, gli apostoli non annunce­rebbero più il Vangelo, i martiri rifiuterebbero di versare il loro sangue… Capii che l’amore racchiude tutte le vocazioni, che l’amore è tutto, che abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi, in una parola che è eterno. Allora, nell’eccesso della mia gioia delirante, esclamai: Gesù, Amore mio, la mia vocazione l’ho trovata finalmente, la mia vocazione è l’amore! Sì, ho trovato il mio posto nella Chiesa, e questo posto, Dio mio, me l’avete dato voi! Nel cuore della Chiesa mia Madre, io sarò l’amore. Così, sarò tutto… e il mio sogno sara attuato!

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