Papa Francesco: Omelia feriale a s. Marta. Testo e videoregistrazione.

ottobre 23, 2014 by

23 ottobre 2014

Ef 3,14-21   Sal 33   Lc 12,49-53

 

 

 

Il testo dell’Omelia sarà pubblicata appena disponibile

Preghiera della sera. Ottobre, mese del Santo Rosario

ottobre 22, 2014 by

Il Santo Rosario: dona forza a chi è stanco

Un episodio della vita del beato Giovanni XXIII ci fa ben comprendere come la preghiera del Santo Rosario sostiene e dona la forza di pregare anche a chi è stanco. Forse per noi è facile scoraggiarci se dobbiamo recitare il Santo Rosario quando siamo stanchi, e invece, a rifletterci anche solo per poco, capiremmo che basterebbe un po’ di coraggio e di determinazione per fare un’esperienza salutare e preziosa: l’esperienza che la preghiera del Santo Rosario sostiene e fa superare anche la stanchezza.

Al papa Giovanni XXIII, infatti, legatissimo alla recita quotidiana delle tre corone del Rosario, capitò che un giorno, per il carico delle udienze, dei discorsi e degli incontri, arrivò a sera senza aver potuto recitare le tre corone.

Subito dopo la cena, lungi dal pensare che la stanchezza poteva dispensarlo dalla recita delle tre corone del Rosario, chiamò le tre suore addette al suo servizio e chiese loro:

«Ve la sentireste di venire con me in Cappella a recitare il Santo Rosario?».

«Volentieri, Padre Santo».

Si andò subito in Cappella, e il Santo Padre annunciava il mistero, lo commentava brevemente e intonava la preghiera. Al termine della prima corona dei misteri gaudiosi, il Papa si voltò alle suore e chiese:

«Siete forse stanche?». «No no, Padre Santo».

«Potreste recitare con me anche i misteri dolorosi?».

«Sì sì, volentieri».

Il Papa intonò quindi il Rosario dei misteri dolorosi, sempre con un breve commento ad ogni mistero. Al termine del secondo Rosario, di nuovo il Papa si rivolse alle suore:

«Siete stanche ora?». «No no, Padre Santo».

«Potreste completare con me anche i misteri gloriosi?».

«Sì sì, volentieri».

E il Papa iniziò la terza corona dei misteri gloriosi, sempre con il breve commento per la meditazione. Terminata la recita anche della terza corona, il Papa diede alle suore la sua benedizione e il più bel sorriso di gratitudine.

Il Rosario è sollievo e riposo

Il Santo Rosario è così. È preghiera riposante, anche nella stanchezza, se si è ben disposti e si ama colloquiare con la Madonna. Il Rosario e la stanchezza, insieme, fanno preghiera e sacrificio, ossia fanno la preghiera più meritoria e preziosa per ottenere grazie e benedizioni dal Cuore della divina Madre. Ella stessa, durante le apparizioni a Fatima, non ha forse chiesto «preghiera e sacrificio»?

Se noi pensassimo seriamente a questa insistente richiesta della Madonna di Fatima, non solo non ci scoraggeremmo quando dobbiamo recitare il Rosario sentendoci stanchi, ma capiremmo che ogni volta, con la stanchezza abbiamo l’occasione santa per offrire alla Madonna una preghiera-sacrificio che sarà certamente più carica di frutti e di benedizioni. E questa consapevolezza di fede sostiene realmente la nostra stanchezza addolcendola lungo tutto il tempo della preghiera-sacrificio.

Sappiamo tutti che san Pio da Pietrelcina, nonostante il pesante carico quotidiano di lavoro per le confessioni e per gli incontri con le persone che venivano da ogni parte del mondo, recitava di giorno e di notte tante corone del Rosario da far pensare al miracolo di un dono mistico, di un dono straordinario ricevuto da Dio particolarmente per la preghiera del Santo Rosario. Una sera avvenne che, dopo una delle giornate ancora più faticose, un frate vide che Padre Pio era andato e stava già da lungo tempo in coro a pregare ininterrottamente con la corona del Rosario in mano. Il frate, allora, si avvicinò a Padre Pio e con premura gli disse:

«Ma, Padre, dopo tutte le fatiche di questa giornata non potreste pensare un po’ a riposarvi?».

«E stando qui a recitare Rosari non mi sto forse riposando?», rispose Padre Pio.

Queste sono le lezioni dei Santi. Beato chi sa impararle e metterle in pratica!

(fonte)

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STORIA DI UN’ANIMA di SANTA TERESA DI LISIEUX

ottobre 22, 2014 by

4.

PROGRESSO NELLO STUDIO E FERVORE RELIGIOSO (1883~1886)

Al parlatorio delle Carmelitane – Attrazione per le letture – Ritor­no ad Alencon – Primo incontro con Gesù Eucaristico – Cresima – Penosa vita di collegio – Malattia degli scrupoli – Uscita di collegio e lezioni private – Stanza di studio – Leonia – Maria entra nel Carmelo – Risposta celeste.

119 – Vedendo che Celina voleva bene ad una delle nostre maestre, volli imitarla, ma, non sapendo ingraziarmi le creature, non ci riuscii. Oh, felice ignoranza! Quanti mali mi ha evitati! Come ringrazio Gesù di avermi fatto trovare «soltanto amarezze nelle amicizie della terra»! Con un cuore come il mio, mi sarei lasciata prendere e tagliare le ali, allora in qual modo avrei potu­to «volare e riposarmi»? Un cuore abbandonato agli affetti del­le creature come può unirsi intimamente con Dio? Sento che questo non è possibile. Senz’aver bevuto alla coppa avvelenata dell’amore troppo ardente delle creature, sento che non posso ingannarmi; ho visto tante anime sedotte da quella falsa luce volare come povere farfalle e bruciarsi le ali, poi tornare verso la vera dolce luce dell’amore che dava ad esse ali nuove più bril­lanti e più leggere, affinché potessero volare a Gesù, Fuoco divi­no «che brucia senza consumare» Ah, lo sento, Gesù mi sapeva troppo debole per espormi alla tentazione. Forse mi sarei lasciata bruciare tutta dalla luce ingannatrice se l’avessi vista brillare ai miei occhi… Non è stato così, ho incontrato solamente amarezza là dove anime più forti incontrano la gioia e se ne distaccano per fedeltà. Io non ho dunque alcun merito per non essermi abbandonata all’amore delle creature, poiché da esso fui preservata per grande miseri­cordia del Signore! Riconosco che senza lui avrei potuto cade­re in basso quanto santa Maddalena, e la profonda parola di Nostro Signore a Simone mi echeggia nell’anima con grande dolcezza.

120 – Lo so, «colui al quale si rimette meno, ama meno» ma so anche che Gesù mi ha rimesso più che a santa Maddale­na perché mi ha rimesso in anticipo, impedendomi di cadere. Ah, come vorrei poter chiarire ciò che sento! Ecco un esempio che spiegherà il mio pensiero. Suppongo che il figlio d’un medico abile incontri sul suo cammino una pietra che lo faccia cadere; cadendo, egli si rompe un arto, e subito il padre corre a lui, lo rialza con amore, cura le ferite impegnando tutte le risorse della sua arte, e ben presto il figlio completamente gua­rito gli dimostra la propria riconoscenza. Certamente questo figlio ha ben ragione d’amare suo padre! Ma farò ancora un’altra ipotesi. Il padre, avendo saputo che sulla strada di suo figlio si trova una pietra, si affretta, va innanzi a lui, la rimuove senza che nessuno lo veda. Certamente questo figlio, oggetto della sua tenerezza previdente, non sapendo la sventura dalla quale è liberato per mezzo di suo padre, non testimonierà a lui la propria riconoscenza e l’amerà meno che se fosse stato gua­rito da lui. Ma se viene a conoscere il pericolo al quale è stato sottratto, non amerà di più suo padre? Ebbene, io sono quel figlio, oggetto dell’amore previdente di un Padre il quale non ha mandato il Verbo a riscattare i giusti bensì i peccatori. Vuole che io lo ami perché mi ha rimesso non già molto, bensì tutto. Non ha atteso che io lo amassi molto, come santa Mad­dalena, ma ha voluto che io sappia com’egli mi ha amata d’un amore d’ineffabile previdenza, affinché ora io ami lui alla follia! Ho inteso dire che non si è mai incontrata un’anima pura la quale ami più di un’anima penitente; ah! come vorrei smentire questa parola!

121 – Mi accorgo di essere ben lontana dal mio sogget­to, e perciò mi affretto di tornare ad esso. L’anno che seguì la mia prima Comunione trascorse quasi tutto senza prove inti­me per l’anima mia, fu durante il mio ritiro per la seconda Comunione che mi vidi assalita dalla terribile malattia degli scrupoli. Bisogna essere passati attraverso questo martirio per capirlo bene: dire quanto ho sofferto per un anno e mezzo, mi sarebbe impossibile. Tutti i miei pensieri e le mie azioni più semplici divenivano per me oggetto di turbamento; non avevo riposo se non dicendoli a Maria, e ciò mi costava molto, perché mi credevo obbligata a dire i pensieri stravaganti che avevo riguardo a lei stessa. Appena deposto il fardello, gustavo un attimo di pace, ma questa pace passava come un lampo, e ben pre­sto il martirio ricommciava. Che pazienza è stata necessaria a Maria cara, per ascoltarmi e non darmai segni di noia! Appena tornavo dall’Abbazia, lei si metteva ad arricciarmi i capelli per il giorno dopo (perché tutti i giorni, per far piacere a Papà, la pic­cola regina aveva i capelli arricciati, con grande stupore delle compagne e soprattutto delle maestre le quali non vedevano bambine così curate dai loro genitori), durante la seduta non smettevo di piangere e di raccontare tutti i miei scrupoli. Alla fine dell’anno Celina, avendo finito i suoi studi, rien­trò a casa, e la povera Teresa, obbligata a tornare sola a scuola, non tardò ad ammalarsi: l’unica attrattiva che la tratteneva in collegio era vivere con la sua Celina inseparabile, senza lei la «figlioletta» non poté restarci.

122 – Uscii dunque dall’Abbazia all’età di tredici anni, e continuai la mia istruzione prendendo varie lezioni per settima­na da «Madame Papinau». Era un’ottima persona erudita, ma aveva un po’ il tono della zitella; viveva con sua madre, ed era incantevole vedere il ménage che facevano in tre (perché la gatta era di famiglia ed io avevo da tollerare che mi facesse le fusa sopra i quaderni, e mi toccava anche ammirare la sua eleganza). Avevo il vantaggio di vivere nell’intimità della famiglia; i Buis­sonnets essendo troppo lontani per le gambe un po’ invecchiate della mia docente, lei aveva chiesto che andassi a casa sua. Quando arrivavo, generalmente trovavo soltanto la vecchia signora Cochain la quale mi guardava «con i suoi grandi occhi chiari», e poi chiamava con voce calma e sentenziosa: «M.me Papinau… Ma.. .d’mòizelle Thè.. .rèse è qui». La figlia rispondeva prontamente con voce infantile: «Eccomi, Maman». E la lezione cominciava.

 

123 – Queste lezioni avevano in più il vantaggio (oltre all’istruzione che ricevevo) di farmi conoscere il mondo… Chi l’avrebbe creduto! In quella stanza arredata all’antica, ingom­bra di libri e quaderni, assistevo spesso a visite di ogni genere: preti, signore, giovanette, ecc. La signora Cochain faceva il più possibile le spese della conversazione per lasciare alla figlia il modo di darmi lezione, ma in quei giorni non imparavo molto; col naso nel libro udivo tutto ciò che dicevano, ed anche quel­lo che sarebbe stato meglio per me non udire; la vanità s’insi­nua tanto facilmente nel cuore! Una signora diceva che avevo bei capelli… un’altra, uscendo, e credendo di non essere inte­sa, domandava chi fosse quella giovanetta così carina; e così tali parole, tanto più lusinghiere quanto meno erano dette in presenza mia, mi lasciavano nell’anima una compiacenza dalla quale capivo facilmente di essere piena di amor proprio.

124 – Oh, come ho compassione delle anime che si per­dono! E così facile smarrirsi nei sentieri fioriti di questo mon­do… senza dubbio per un’anima un poco elevata, la dolcezza che il mondo offre è mescolata con amarezza, e il vuoto immenso dei desideri non potrebbe essere colmato dalle lodi d’un istante… Ma se il mio cuore non fosse stato innalzato ver­so Dio fin dal primo risveglio, se il mondo mi avesse sorriso fin dal mio entrare nella vita, che sarei divenuta? Oh, Madre mia cara, con quanta riconoscenza canto le misericordie del Signo­re! Egli mi ha, come dice la Sapienza, «ritirata dal mondo pri­ma che il mio spirito fosse corrotto dalla sua malizia e che le sue apparenze ingannevoli avessero sedotta l’anima mia». La Ver­gine Santa vegliava anche lei sul suo fiore umile, e non voleva vederlo appassire al contatto delle cose terrene, perciò lo portò sopra il suo monte prima che esso sbocciasse. Aspettando quel momento felice la piccola Teresa cresceva in amore verso la sua Mamma del Cielo; per provarle questo amore ella fece un atto che le costò molto, e che io cercherò di raccontare breve­mente, nonostante la lunghezza di esso.

125 – Quasi subito dopo il mio ingresso nell’Abbazia, ero stata ricevuta nell’Associazione dei santi Angeli; mi piacevano molto le pratiche di devozione che essa imponeva, poiché pro­vavo un’attrattiva particolare a pregare gli spiriti beati del Cie­lo e soprattutto quello che il buon Dio mi ha dato come com­pagno nel mio esilio. Qualche tempo dopo la mia prima Comu­nione, il nastro d’aspirante alle Figlie di Maria sostituì quello dei santi Angeli, ma io lasciai l’Abbazia quando ancora non ero stata accolta nell’associazione della Santa Vergine. Essendo uscita prima di aver compiuto i miei studi, non avevo il permesso di entrare come ex-allieva; confesso che questo privile­gio non eccitava il mio desiderio, ma pensando che tutte le mie sorelle erano state «Figlie di Maria», temetti di essere meno di loro figlia della mia Madre dei Cieli, e andai molto umilmente (benché mi costasse), a chiedere di essere ricevuta nell’associa­zione della Santa Vergine all’Abbazia. La prima maestra non volle rifiutarmi, ma mise come condizione che io rientrassi due giorni per settimana nel pomeriggio per dimostrare se ero degna di essere ammessa. Ben lungi dal farmi piacere, questo permesso mi costò moltissimo; non avevo come le altre ex-allie­ve, una maestra amica con la quale passare varie ore; così mi contentavo di andare a salutare la maestra, poi lavoravo in silenzio per tutta la lezione di cucito o ricamo. Nessuno faceva attenzione a me, e così salivo alla tribuna della cappella, e rimanevo davanti al Santissimo fino al momento in cui Papà veniva a prendermi; era la sola consolazione: Gesù non era forse il mio unico amico? Non sapevo parlare che a lui, le con­versazioni con le creature, perfino le conversazioni pie, mi stancavano l’anima. Sentivo che è meglio parlare a Dio che di Dio, perché si mescola tanto amor proprio nelle conversazioni spirituali! Ah, proprio per la Santa Vergine soltanto venivo all’Abbazia… talvolta mi sentivo sola, molto sola, come nei giorni della mia vita di collegio quando passeggiavo triste e malata nel cortile grande, ripetevo le parole che mi facevano sempre rinascere nel cuore la pace e la forza: «La vita è la tua nave e non la tua dimora». Già da piccolissima ritrovavo coraggio in questo verso; ancora oggi, nonostante gli anni che cancellano tante impressioni di pietà infantile, l’immagine del­la nave affascina l’anima mia e l’aiuta a sopportare l’esilio. Anche la Sapienza dice che: «La vita è come la nave che rom­pe le acque agitate e non lascia dietro sé traccia del proprio passaggio». Quando penso a queste cose, l’anima mia s’immer­ge nell’infinito, mi sembra già di toccare la riva eterna. Mi pare di ricevere l’abbraccio di Gesù, di vedere la mia Madre del Cielo venirmi incontro con Papà… Mamma… i quattro angeli… Credo di godere finalmente e per sempre della vera, dell’eter­na vita in famiglia…

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Favole di Esopo

ottobre 22, 2014 by

La cicala e le formiche

In inverno, essendosi bagnati i chicchi di grano, le formiche li esposero all’aria; una cicala invece che aveva fame chiedeva loro del cibo.

E le formiche le dissero:

“Perché durante l’estate non hai raccolto del cibo?”.

E quella disse:

“Non sono stata in ozio, ma ho cantato armoniosamente”.

E quelle mettendosi a ridere dissero: “Ebbene, se nelle giornate d’estate hai cantato, d’inverno balla”.

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Benoit Standaert. Lo spazio Gesù

ottobre 22, 2014 by

La Parola di Dio dalla Prima Lettura. La Lettera agli Efesini. Cap. 3. L’annuncio missionario della salvezza a tutte le genti

ottobre 22, 2014 by

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I Lettura Ef 3,2-12
Il mistero di Cristo è stato manifestato: le genti sono chiamate a condividere la stessa eredità.
Salmo (Is 12)
Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza.
Vangelo Lc 12,39-48
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto.

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Ef 3

Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero, di cui vi ho già scritto brevemente. Leggendo ciò che ho scritto, potete rendervi conto della comprensione che io ho del mistero di Cristo.
Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo, del quale io sono divenuto ministro secondo il dono della grazia di Dio, che mi è stata concessa secondo l’efficacia della sua potenza.
A me, che sono l’ultimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia: annunciare alle genti le impenetrabili ricchezze di Cristo e illuminare tutti sulla attuazione del mistero nascosto da secoli in Dio, creatore dell’universo, affinché, per mezzo della Chiesa, sia ora manifestata ai Principati e alle Potenze dei cieli la multiforme sapienza di Dio, secondo il progetto eterno che egli ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore, nel quale abbiamo la libertà di accedere a Dio in piena fiducia mediante la fede in lui.

 

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Nell’Epistola agli Efesini, alla preghiera di benedizione iniziale,  una delle preghiere più usate della liturgia cattolica, soprattutto come Inno nella preghiera serale del Vespro, segue la prima parte della lettera (1,15-3,21) dove si descrive la rivelazione del mistero di Dio in Cristo e della Chiesa sua presenza concreta nella storia, sacramento di unità, luogo di unione tra giudei e pagani, ma anche dell’intera umanità (1,15-3,21).

Gesù è definito ‘nostra pace(2,14), è colui che “colui che di due ha fatto una cosa sola”  non perché abbia eliminato guerre e soprusi, divisioni e contrasti, ma per il frutto della relazione con Lui che distrugge l’inimicizia, riconcilia e riporta in unità i lontani,  i nemici. “Concittadini dei santi e familiari di Dio” ( 2,19)

Più che una lettera indirizzata a una comunità concreta, la lettera agli Efesini è una sorta di Epistola ‘circolare’ o ‘lettera enciclica’, inviata – come dice il testo – a tutti i credenti, “tutti quelli che amano il Signore nostro Gesù Cristo con amore incorruttibile” ( 6,24).

Dio è presentato “Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (4,6),  non solo misericordioso, ma “ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato” (2,4). I verbi, tutti al tempo indicativo, indicano azioni di meravigliata contemplazione, di stupore e di certezza dinanzi alla salvezza che si realizza in Cristo.

“….Il Signore, Dio, non fa nulla senza rivelare il suo segreto ai suoi servi, i profeti” (Am 3:7)

La storia della salvezza, sin dalle parole dell’Antico Testamento,  passa attraverso un disvelamento progressivo, condotto per mano dal Signore, attraverso i suoi Profeti: fin dalla chiamata di Abramo, Dio aveva promesso di benedire tutte la famiglie della terra per mezzo della sua discendenza (Ge 12:1-3). Con Isaia, Dio disse al suo Servo: “voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra” (Is 49:6). Geremia aveva profetizzato su una nuova alleanza, un patto non ancora rivelato agli uomini (Gr 31:31-34; Lu 22:20), una nuova umanità, che si sarebbe realizzata in Cristo.

La chiamata di Paolo, la fedeltà alla Parola, lo aveva reso inviso agli occhi dei suoi compatrioti che lo consideravano un traditore della fede dei suoi padri (At 21:27-36; 26:12-21). Per questo era stato arrestato, tenuto prigioniero per molti anni, nonostante le molte accuse fossero false (At 26:30-32). Paolo, tuttavia, si presenta nell’Epistola si, come prigioniero, ma di Cristo (3,1; 4,1), in conseguenza della sua scelta radicale per Gesù che l’ha conquistato e inviato ad annunziarlo a tutti (Fil 3,12).

 Nel cap. 3 dell’Epistola agli Efesini, Paolo apre una  lunga parentesi in cui  approfondisce “il mistero” secondo cui, nei disegni eterni di Dio, era prevista la benedizione dei Gentili che credevano in Cristo insieme con i Giudei.

Paolo, che definisce se stesso “ l’ultimo fra tutti i santi”, egli, l’antico persecutore  prima della visione concessagli sulla Via di Damasco, (At 9), ma  con la “la grazia” conferitagli “di annunciare alle genti le impenetrabili ricchezze di Cristo e illuminare tutti sulla attuazione del mistero nascosto da secoli in Dio (v. 8).

Come apostolo delle Genti, Paolo aveva il compito di annunciare il Vangelo di Dio al Giudeo prima e poi al greco “per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti” (Rm 1,1-17) e  di “istruire gli stranieri nella fede e nella verità” (1 Ti 2,5-7).

Scrivendo agli Efesini, Paolo si rese conto che Dio stava allargando questo secondo aspetto: avrebbe dovuto istruire tutti riguardo al mistero affidatogli (v. 9): allo stesso modo in cui sia i Giudei sia i Gentili avevano bisogno del Vangelo, così era necessario che tanto i Gentili quanto i Giudei venissero istruiti riguardo al mistero che vedeva i Gentili diventare “concittadini dei santi”.

 Tutti membri, a pieno titolo, della nuova umanità che prende origine dal Messia promessa ad Israele a cui partecipano tutte le genti, sia i Giudei sia i Gentili, in virtù di un  “disegno eterno” rimasto un mistero, celato dalle più remote età. Una umanità intera che potesse vivere e godere della comunione con “il Creatore di tutte le cose”, nonostante la distanza che si era creata fra l’uomo e Dio a motivo del peccato (vv. 9,11-12).

Vangelo (Lc 12,49-53) del giorno dalle letture della Messa (Giovedì 23 Ottobre 2014) con commento comunitario

ottobre 22, 2014 by

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 12,49-53)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!

Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Questo è il Vangelo del 23 Ottobre, quello del 22 Ottobre lo potete trovare qualche post più sotto

Liturgia del giorno: Audio Isaia 12

ottobre 22, 2014 by

Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza.

[1] Tu dirai in quel giorno:
“Ti ringrazio, Signore; tu eri in collera con me,
ma la tua collera si è calmata e tu mi hai consolato.

[2] Ecco, Dio è la mia salvezza;
io confiderò, non temerò mai,
perché mia forza e mio canto è il Signore;
egli è stato la mia salvezza.

[3] Attingerete acqua con gioia
alle sorgenti della salvezza”.

[4] In quel giorno direte:
“Lodate il Signore, invocate il suo nome;
manifestate tra i popoli le sue meraviglie,
proclamate che il suo nome è sublime.

premere qui segue ….

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*****

Preferisco essere un sognatore

Kahlil Gibran

Preferisco essere un sognatore fra i più umili,

immaginando quel che avverrà,

piuttosto che essere signore

fra coloro che non hanno sogni e desideri.

Santi e Beati. Memoria di oggi: San Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla) Papa

ottobre 22, 2014 by

 

SAN GIOVANNI PAOLO II (KAROL WOJTYLA) PAPA

22 ottobre – Memoria Facoltativa

 

“Carissimi fratelli e sorelle, siamo ancora tutti addolorati dopo la morte del nostro amatissimo Papa Giovanni Paolo I. Ed ecco che gli Eminentissimi Cardinali hanno chiamato un nuovo vescovo di Roma. Lo hanno chiamato da un paese lontano… lontano, ma sempre così vicino per la comunione nella fede e nella tradizione cristiana. Ho avuto paura nel ricevere questa nomina, ma l’ho fatto nello spirito dell’ubbidienza verso Nostro Signore e nella fiducia totale alla sua Madre, Madonna Santissima.

Non so se posso bene spiegarmi nella vostra… nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi corrigerete.

E così mi presento a voi tutti, per confessare la nostra fede comune, la nostra speranza, la nostra fiducia nella Madre di Cristo e della Chiesa, e anche per incominciare di nuovo su questa strada della storia e della Chiesa, con l’aiuto di Dio e con l’aiuto degli uomini.”

16 ottobre 1978 – Elezione di Papa Giovanni Paolo II

 

Wadowice, Cracovia, 18 maggio 1920 – Vaticano, 2 aprile 2005

(Papa dal 22/10/1978 al 02/04/2005 ).

Nato a Wadovice, in Polonia, è il primo papa slavo e il primo Papa non italiano dai tempi di Adriano VI. Nel suo discorso di apertura del pontificato ha ribadito di voler portare avanti l’eredità del Concilio Vaticano II. Il 13 maggio 1981, in Piazza San Pietro, anniversario della prima apparizione della Madonna di Fatima, fu ferito gravemente con un colpo di pistola dal turco Alì Agca. Al centro del suo annuncio il Vangelo, senza sconti. Molto importanti sono le sue encicliche, tra le quali sono da ricordare la “Redemptor hominis”, la “Dives in misericordia”, la “Laborem exercens”, la “Veritatis splendor” e l’ “Evangelium vitae”. Dialogo interreligioso ed ecumenico, difesa della pace, e della dignità dell’uomo sono impegni quotidiani del suo ministero apostolico e pastorale. Dai suoi numerosi viaggi nei cinque continenti emerge la sua passione per il Vangelo e per la libertà dei popoli. Ovunque messaggi, liturgie imponenti, gesti indimenticabili: dall’incontro di Assisi con i leader religiosi di tutto il mondo alla preghiere al Muro del pianto di Gerusalemme. Così Karol Wojtyla traghetta l’umanità nel terzo millennio. Papa Benedetto XVI lo proclama beato il 1° maggio 2011 e viene canonizzato il 27 aprile 2014 da Papa Francesco.

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Preghiera del mattino:Atto di speciale affidamento a Maria.

ottobre 22, 2014 by

Maria, Madre di Gesù E Madre mia, in questo giorno io, piccolo figlio tuo, mi consacro totalmente a te, per vivere una vita santa, per essere tuo piccolo servo, perché tu, dolce Madre, possa contare sempre su di me, e possa aiutarti a portare a compimento in me il disegno d’amore che il Padre ha su ognuno di noi. Donami, o Madre di Gesù e Madre mia, la grazia di essere sempre fedele alla Chiesa e al santo Padre, e, unito a te, amare e adorare il Signore Gesù. Amen.

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