Giorgio Perlasca nel ricordo di suo figlio

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Riprendo da www.gliscritti.it una articolo apparso sull’ Osservatore Romano

Giorgio Perlasca nel ricordo di suo figlio. Affinché i giovani diventino uomini, di Franco Perlasca

Ho saputo cosa mio padre aveva fatto tanti anni prima solo nel 1988, quando venne ritrovato da alcune donne ebree ungheresi e precisamente quando la signora Lang e il marito si presentarono a casa sua. Telefonarono qualche giorno prima per fissare un appuntamento; avevano studiato un po’ d’italiano apposta per il viaggio in Italia, ancora non semplice perché il muro di Berlino pur scricchiolante era ancora lì. Vennero in rappresentanza di decine di famiglie salvate a suo tempo da uno strano console spagnolo, Jorge Perlasca.

Raccontarono la loro storia umana e compresi che mio padre li aveva salvati; ma andarono avanti con il loro racconto e cominciai ad intravedere oltre a loro decine, centinaia, forse migliaia d’altre persone. E devo confessare che entrai in crisi chiedendomi se conoscevo realmente la persona con cui avevo vissuto per oltre trent’anni, la mia età di allora.

Ma un piccolo grande fatto mi aprì gli occhi, mi fece ragionare e pensare a quanto successo: la signora, assieme ad altri piccoli regali, portò tre pacchetti che aprì con grande attenzione ed emozione. All’interno un cucchiaino, una tazzina e un piccolo medaglione: gli unici oggetti, aggiunse, che la famiglia aveva salvato dal disastro della seconda guerra mondiale. Voleva darli a mio padre che però non li voleva prendere: “Signora, deve darli ai figli e poi i figli li daranno ai nipoti a ricordo della famiglia”.

La signora se ne uscì con una frase che ancora oggi mi emoziona: “Signor Perlasca, li deve tenere lei perché senza di lei non avremmo avuto né figli né nipoti”.

Quei tre piccoli oggetti, è inutile dirlo, li conserviamo ancor oggi con un amore particolare per la sofferenza, il dolore e il sangue che vi stanno dietro. Prima nulla aveva raccontato, né in famiglia né fuori, salvo qualche singolo episodio che non dava di certo l’idea della vicenda nella sua interezza. Al ritorno in Italia mai pensò di “vendere” la sua storia e ottenere qualcosa in cambio.

Non ebbe un dopoguerra semplice, aveva perso il lavoro e dovette ricominciare tutto daccapo.
Quando a inizio degli anni Ottanta andai da turista a Budapest, l’unico commento che fece si riferì al fatto che era una città che conosceva e in cui era vissuto. Quando la morte a causa di un ictus lo sfiorò ci indicò il suo memoriale affinché lo leggessimo, comprendendo che qualcosa di buono l’aveva fatto nel corso della vita.

Non ne avemmo il tempo o la voglia e quando si rimise in piedi una delle prime cose che fece fu di riprendersi quelle carte. La morale: pensava di morire e riteneva giusto che quantomeno i familiari sapessero. Comprendendo che l’appuntamento con la morte era rinviato a data da destinarsi, si riprese le carte nell’attesa d’eventi. Che arrivarono nel 1988. Il destino decise così.

Dopo non cambiò assolutamente; fu la stessa persona “semplice” di prima, nel senso più alto del termine, perché non riteneva d’aver fatto nulla di particolare ma solo il proprio dovere di uomo. Ai giornalisti che ripetutamente gli chiesero il perché del suo comportamento eroico rispondeva semplicemente: “Lei cosa avrebbe fatto al mio posto, vedendo donne, bambini e uomini massacrati e sterminati solo per un diverso credo religioso?”.

A un giornalista che voleva fargli dire, suggerendogli la risposta, che aveva fatto il tutto perché cattolico rispose semplicemente ma seccamente: “No, l’ho fatto perché sono un uomo”.

Il destino poi ha voluto che la storia di Giorgio Perlasca, nel dopoguerra, s’intrecciasse in maniera forte con la storia italiana stessa. Anni della completa dimenticanza anche se tante persone persino importanti sapevano chi era realmente Jorge Perlasca. Basta citare proprio dalle memorie di mio padre, ma è solo un esempio, il nunzio apostolico monsignor Angelo Rotta che tutto sapeva ma nulla mai disse. Da De Gasperi a Sanz Briz, il console spagnolo vero e tanti altri.

Quando fu riscoperto in Italia, senza due grandi giornalisti di allora e di oggi, Giovanni Minoli ed Enrico Deaglio, il silenzio sarebbe continuato. Lo stesso film ebbe una lunga e travagliata storia, oltre dieci anni d’incubazione, in quanto come ci riferirono alla fine del percorso all’interno della Rai, questa storia allora politicamente non corretta stentava a superare le barriere ideologiche del secolo scorso.

Ora le cose sono cambiate e la storia di Giorgio Perlasca ha accompagnato, favorito e stimolato questi cambiamenti. Giorgio Perlasca fu una persona assolutamente normale, uno di noi, un uomo con i suoi dubbi, le sue incertezze, i suoi difetti, ma fu soprattutto una persona che seppe mettere al primo posto la coscienza e la giustizia. Un Giusto nel senso più alto del termine.

La sua incredibile storia sta a dimostrare che chiunque tra noi può fare qualcosa se non rimane indifferente al dolore altrui, se vuol vedere quello che succede intorno e accetta di mettersi in gioco anche con rischi personali.

Cosa ha lasciato Giorgio Perlasca con questa sua incredibile storia ungherese e con i successivi 45 anni di silenzio? Un grande insegnamento, far del bene senza aspettarsi qualcosa in cambio. E un grande testamento spirituale, rappresentato dalle poche parole con cui rispose ad una domanda di Giovanni Minoli che nel corso della trasmissione Mixer del 1990 gli chiese: “Ma lei, signor Perlasca, perché vorrebbe che questa storia fosse ricordata?”.

Mio padre rispose in maniera semplice, diretta, senza giri di parole: “Vorrei che questa vicenda fosse ricordata dai giovani perché, sapendo quanto è successo, sappiano anche opporsi a violenze del genere, se mai dovessero ripetersi”. Un pensiero, una riflessione assolutamente attuale nella nostra società.

(©L’Osservatore Romano 25 maggio 2011)

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