M.Veladiano, Parole (1)

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Di parole si può morire. Non solo di maleparole che strangolano insieme l’anima e il cuore. E tante sono le parole del giudizio: da qui non vien niente di buono, ma come si fa? neanche le bestie. Al quadrato ignoranti, altrettanto di uomini che di animali. Ci sono anche le parole in eccesso. Affogare di altrui dilagare. Di chi non sa la potenza del proprio parlare e non sa il suo svanire in questo fiume che va, senza ombra di solennità. E tutto è uguale a tutto il resto, sconti, morti, calure e sventure. Altre parole volteggiano come poiane sui tavolieri, alte e indifferenti, un partir da lontano, insidia che pare indolente e non si sta sull’attenti, poi calano, uncinate, e non c’è trincea all’esser afferrati. Poi ci sono le parole al contrario. Specchiate bugie. Limpide imposture in cui si crede per arrivare al giorno dopo, e poi a quello dopo, e poi ancora e ancora. Che la libertà è un consegnarsi all’ombra del potente, in cambio di niente, un’occhiuta sicurezza, più crudele di un’imboscata. Che la bellezza è la mascherata di un’eterna deforme giovinezza, vita sacrificata a sognare un tempo che non ritorna. Che la vita è questo normale affanno di coincidenza stavolta presa, di incrociarsi senza incontrarsi, di vita già finita. «Il cuore degli stolti sta sulla loro bocca» (Sir 21, 26).
pubblicato in Avvenire di oggi
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