Archive for settembre 2014

Preghiera della sera. A San Michele Arcangelo. Novena all’Angelo Custode (8° giorno)

30 settembre 2014

 

da qui

GRANDEZZA DI S. MICHELE NELLA POTENZA NEL GIUDIZIO FINALE

Considera come la grande carità di S. Michele Arcangelo verso i fedeli si eserciterà anche nel finale giudizio, quando presenterà i predestinati al Cielo. Al suono della tromba di Michele, si svelerà il mistero della glorificazione degli eletti e della dannazione dei reprobi. Allo squillo di questa tromba, ultima dopo le sette che avranno pronunziato il giudizio, tutti i morti risorgeranno. Oh che grande autorità! Che voce onnipotente, la quale risuonerà per tutti i quattro venti, e scenderà sino nel centro della terra ! I sepolcri spalancati vomiteranno le ceneri sparse e le anime riprenderanno il loro corpo.

Considera come allora da Gesù Cristo Giudice saranno solennemente approvate e confermate le sentenze di vita o di morte, già proferite nel giudizio particolare di ciascuno. Poi, qual capitano generale degli eserciti del Signore e Vessillifero, come Lo chiama la Chiesa, verrà Michele a segnare sulla fronte di tutti gli eletti il segno della eterna predestinazione. Infine, coadiuvato dagli Angeli, separerà i reprobi dagli eletti  farà collocare i cattivi alla sinistra, gli eletti alla destra, e darà loro le palme in mano in segno della compiuta vittoria.

Considera come nel giudizio universale spetterà al gloriosissimo S. Michele ricreare gli eletti con la favorevole sentenza dell’eterna gloria. Svelerà loro la sentenza del Divin Giudice: «Venite, o benedetti dal Padre mio, a possedere il regno preparato per voi fin dalla costruzione del mondo». Egli sarà – come dice Origene – il procuratore della vigna del Signore, cui spetta, terminata la vita umana, dare ai Santi la mercede per le loro buone opere. Consolati, o fedele, perchè S. Michele è speciale protettore ed avvocato dei predestinati; procura di servirLo, amarLo ed onorarLo, e un giorno verrà a porre sul tuo capo la corona della gloria.

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Novena A San Francesco

30 settembre 2014

LA NOVENA SESTO PENSIERO – San Francesco: “uomo fatto preghiera”

Dal Vangelo: «Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà!» (Mt 6,6;)

Nelle biografie viene affermato: «Il servo di Cristo,Francesco, vivendo nel corpo, si sentiva in esilio dal Signore. Si sforzava, pregando senza interruzione, di mantenere il suo spirito alla presenza di Dio, per non rimanere privo delle consolazioni del Diletto. La preghiera era la sua consolazione. Quando si dava alla contemplazione, quasi fosse ormai un concittadino degli Angeli, con desiderio ardente ricercava il Diletto, da cui lo separava soltanto il muro del corpo. La preghiera era anche la sua difesa, quando si dava all’azione. Mediante l’insistenza nella preghiera, rifuggiva, in tutto il suo agire, dal confidare nelle proprie capacità. […]. Camminando e sedendo, in casa e fuori, lavorando e riposando, restava talmente intento all’orazione da sembrare che le avesse dedicato ogni parte di se stesso: non solo il cuore e il corpo, ma anche l’attività e il tempo». (LM X, 1).

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La vita di Gesù (Terza parte) raccontata ai bambini

30 settembre 2014

Giovanni 18

Eccomi. Io, che sono il governatore della Giudea, mi faccio avanti senza orgoglio e senza presunzione per raccontarvi le ultime ore di Gesù. Mi chiamo Ponzio Pilato. Era la vigilia della Pasqua ebraica quando i capi dei sacerdoti con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio fecero condurre innanzi a me Gesù. Era loro intenzione che io lo giudicassi e condannassi, …a morte. Loro stessi l’avevano interrogato e accusato di essere un bestemmiatore. Tuttavia non avevano il potere di emettere delle condanne; questo potere spettava solo a me. Gesù mi stava davanti, legato, in atteggiamento non umile, ma rispettoso. Cominciai a interrogarlo. <<Mi dicono che tu vuoi essere il nuovo re dei Giudei. Sei tu il Re dei Giudei?>> gli chiesi. <<Questo è ciò che dite voi>> rispose. I capi dei sacerdoti si fecero avanti per accusarlo di molte altre colpe ma egli, come rassegnato, si chiuse in un ostinato silenzio. Io osservavo, ascoltavo. Non vedevo in lui alcuna colpa. Quando pensai che il processo potesse dirsi concluso, mi alzai per la sentenza. Non potevo e non volevo condannare a morte un uomo che sentivo innocente. Era usanza, per omaggiare gli Ebrei nel giorno della loro Pasqua, che il governatore romano liberasse un prigioniero. Pensai di mostrare la mia clemenza facendo scegliere al popolo se liberare Gesù o Barabba, un ribelle assassino ebreo, rinchiuso nelle nostre carceri. <<Chi volete che io liberi, Gesù o Barabba?>> chiesi ai Giudei. <<Barabba! Libera Barabba.>> risposero essi senza esitazione. Non riuscivo a credere alle mie orecchie. Non mi era dunque possibile salvare quel giusto? E va bene! Se volevano una condanna, l’avrebbero avuta, ma non una condanna a morte. Ordinai ai soldati che eseguissero su Gesù la flagellazione ed essi lo flagellarono. Poi, ebbri del sangue e della violenza compiuta, lo insultarono anche; gli misero in testa una corona fatta con ramoscelli pieni di spine e sulle spalle un manto rosso. Io lo feci portare fuori, affinché il popolo potesse vedere che l’avevo punito. <<Ecco l’uomo!>> esclamai indicando Gesù <<L’ho punito come desideravate.>> <<No, no! Crocifiggilo, crocifiggi l’uomo che si è proclamato re!>> gridava la folla inferocita. <<A morte Gesù!>> <<Crocifiggilo!>> “Perché non sono paghi? Perché insistono?” mi domandavo. “Perché devo essere io la causa della morte di quest’innocente?” Improvvisamente i miei occhi cercarono quelli di Gesù e in essi vi lessero l’inevitabile. Ma con l’inevitabile vi lessero anche il perdono. Poi proclamai:<< La morte di Gesù è nelle vostre mani.>>

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“Deposizione” di Safet Zec nella Chiesa del Gesù

30 settembre 2014

Is 53

3 Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
4 Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
5 Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

 

Questa grande pala su tela è stata collocata  all’interno della Chiesa del Gesù nella Cappella della Passione rimasta a lungo senza una Pala d’altare. La “Deposizione” è opera del bosniaco Safet Zec, è stata benedetta dal Papa sabato 27 settembre scorso in occasione del secondo centenario della ricostituzione della Compagnia di Gesù ad opera di Pio VII nel 1814.

Il corpo di Cristo morto sostenuto da tre confratelli di papa Francesco: san Giuseppe Pignatelli (1737-1811), che della restaurazione della Compagnia fu protagonista; il servo di Dio Jan Philip Roothaan (1785-1853), secondo generale della rinata Compagnia; Pedro Arrupe (1907-1991), generale e figura decisiva nell’aggiornamento della Compagnia dopo il Concilio.

Con la collocazione dell’opera di Zec la cappella della Passione, dove sono venerati i tre figli di Ignazio, recupera così l’integrità tematica del ciclo pittorico di Giuseppe Valeriani e Gaspare Celio, venuta meno per la scomparsa della pala cinquecentesca di Scipione Pulzone, asportata all’inizio del 1800 e ora esposta al MoMa di New York.

«Il percorso compiuto per la realizzazione della nuova pala è stato lungo e non facile – dice padre Daniele Libanori, rettore della chiesa del Gesù –. Si è trattato di superare le riserve riguardanti l’opportunità di collocare un’opera d’arte contemporanea in un contesto storicizzato e poi di individuare, attraverso un concorso internazionale, un artista che potesse e volesse accettare l’inevitabile sfida del confronto con l’antico e rispondesse ai rigorosi criteri degli uffici preposti alle autorizzazioni. L’opera non doveva rispondere a un obiettivo celebrativo, quanto esprimere lo spirito che anima la Compagnia di Gesù e la volontà di servizio che essa vuole attuare dovunque sia inviata a portare il Vangelo».

Ritta in piedi sotto la Croce, la Madre del Signore. A terra catino e asciugatoio, simboli del servizio, la veste bianca che il Re vittorioso indosserà risorgendo e la corona della Passione e della regalità.

Opera che raffigura e fonde il paradosso della bellezza cristiana:

3 Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo,
sulle tue labbra è diffusa la grazia,
perciò Dio ti ha benedetto per sempre. ( Sal 45)

al tempo stesso, l’Ecce homo,  “senza bellezza né apparenza”

Due volti di un unico amore, quello che dà la vita piena e salvezza.

 

 

Tweet del Papa

30 settembre 2014

La divisione in una comunità cristiana è un peccato gravissimo, è opera del diavolo.

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Audio di “Ascolta si fa sera” RAI, Radio 1. 15 settembre 2014. La santità

30 settembre 2014

 

RAI Radio 1
Ascolta si fa sera, 15 settembre 2014

Intervento di Enzo Bianchi

 

LA SANTITA’ 

Maratona: Kimetto scende per primo sotto il muro delle due ore e tre minuti

30 settembre 2014

http://www.raisport.rai.it/dl/raiSport/media/Maratona-di-Berlino-record-mondiale-per-Kimetto-00f4fd38-de7a-41ee-8194-6c01113ed906.html

Testo dell’ Omelia feriale quotidiana a s. Marta. Bibbia interconfessionale in lingua corrente: presentazione a papa Francesco. Discorso di P. Parolin alla 69^ sessione dell’ ONU

30 settembre 2014

LA PREGHIERA NELLA VERITA’

 

“….Giobbe maledice il giorno in cui è nato, la sua preghiera appare come una maledizione. Egli è stato messo alla prova  ha perso tutta la famiglia, ha perso tutti i beni, ha perso la salute e tutto il suo corpo è diventato una piaga, una piaga schifosa. In quel momento è finita la pazienza e lui dice queste cose. Sono brutte! Ma lui sempre era abituato a parlare con la verità e questa è la verità che lui sente in quel momento. Anche Geremia usa quasi le stesse parole: ‘Maledetto il giorno che nacqui!’”…. “Ma questo uomo bestemmia? Questa è la mia domanda quest’uomo che sta solo, così, in questo, bestemmia?”

Gesù, quando si lamenta – ‘Padre, perché mi ha abbandonato!’ – bestemmia? Il mistero è questo. Tante volte io ho sentito persone che stanno vivendo situazioni difficili, dolorose, che hanno perso tanto o si sentono sole e abbandonate e vengono a lamentarsi e fanno queste domande: perché? Perché? Si ribellano contro Dio. E io dico: ‘Continua a pregare così, perché anche questa è una preghiera’. Era una preghiera quando Gesù ha detto a suo Padre: ‘Perché mi ha abbandonato!’.

E’ una preghiera quella che fa Giobbe qui.

Perché pregare è diventare in verità davanti a Dio. E Giobbe non poteva pregare altrimenti.

Si prega con la realtà la vera preghiera viene dal cuore, dal momento che uno vive…. E’ la preghiera nei momenti del buio, nei momenti della vita dove non c’è speranza, non si vede l’orizzonte…E tanta gente, tanta oggi, è nella situazione di Giobbe. Tanta gente buona, come Giobbe, non capisce cosa le è accaduto, perché è così. Tanti fratelli e sorelle che non hanno speranza. Pensiamo alle tragedie, alle grandi tragedie, per esempio questi fratelli nostri che per essere cristiani sono cacciati via dalla loro casa e rimangono senza niente: ‘Ma, Signore, io ho creduto in te. Perché? Credere in Te è una maledizione, Signore?’.

Pensiamo agli anziani lasciati da parte  pensiamo agli ammalati, a tanta gente sola, negli ospedali.

Per tutta questa gente, e anche per noi quando andiamo nel cammino del buio la Chiesa prega. La Chiesa prega! E prende su di sé questo dolore e prega. E noi, senza malattie, senza fame, senza bisogni importanti quando abbiamo un po’ di buio nell’anima, ci crediamo di essere martiri e smettiamo di pregare. E c’è chi dice: “Mi sono arrabbiato con Dio, non vado più a Messa!”. …Ma perché?”Per una cosina piccolina”, è la risposta. …Santa Teresa di Gesù Bambino, negli ultimi mesi della sua vita, cercava di pensare al cielo, sentiva dentro di sé, come fosse una voce che diceva ‘Ma non essere sciocca, non farti fantasie. Sai cosa ti aspetta? Il niente!’.

Tante volte passiamo per questa situazione, viviamo questa situazione. E tanta gente che soltanto pensa di finire nel niente. E lei, Santa Teresa, pregava e chiedeva forza per andare avanti, nel buio. Questo si chiama entrare in pazienza. La nostra vita è troppo facile, le nostre lamentele sono lamentele da teatro. Davanti a queste, a questi lamenti di tanta gente, di tanti fratelli e sorelle che sono nel buio, che hanno perso quasi la memoria, quasi la speranza – che vivono quell’esilio da se stessi, sono esiliati, anche da se stessi – niente! E Gesù ha fatto questa strada: dalla sera al Monte degli Ulivi fino all’ultima parola dalla Croce: ‘Padre, perché mi hai abbandonato!’.

Due cose possono servire….Prima: prepararsi, per quando verrà il buio, che forse non sarà tanto duro come per Giobbe ma avremo un tempo di buio. Preparare il cuore per quel momento. E secondo: Pregare, come prega la Chiesa, con la Chiesa per tanti fratelli e sorelle che patiscono l’esilio da se stessi, nel buio e nella sofferenza, senza speranza alla mano. E’ la preghiera della Chiesa  per questi ‘Gesù sofferenti’, che ci sono dappertutto”.

 

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Sala del Concistoro
Lunedì, 29 settembre 2014

 

Cari fratelli in Cristo,

vi ringrazio per essere venuti qui a presentarmi la nuova versione italiana della “Bibbia Parola di Dio, traduzione interconfessionale in lingua corrente”, frutto della collaborazione tra l’Alleanza Biblica Universale – Società Biblica in Italia e la Casa Editrice ELLEDICI. Vi dirò qualcosa della mia esperienza. La traduzione preparata da evangelici e cattolici della Bibbia in lingua corrente argentina ha fatto tanto bene e fa tanto bene. È un’idea buona, perché la gente semplice può capirla, perché è un linguaggio vero, proprio, ma vicino alla gente. Nelle missioni che facevamo nelle parrocchie a Buenos Aires andavamo sempre alla Società Biblica a comprare queste traduzioni. Mi facevano un bello sconto! Consegnavamo la Bibbia alla gente, e la gente la capiva. Capiva! È stato uno sforzo bello, e mi piace che adesso sia disponibile in italiano, perché così la gente può capire racconti ed espressioni che, se tradotti letteralmente, non si possono capire.

La preparazione di una versione interconfessionale è uno sforzo particolarmente significativo, se si pensa a quanto i dibattiti attorno alla Scrittura abbiano influito sulle divisioni, specie in occidente. Questo progetto interconfessionale, che vi ha dato la possibilità di intraprendere un cammino comune per qualche decennio, vi ha permesso di affidare il cuore agli altri compagni di strada, superando sospetti e diffidenze, con la fiducia che scaturisce dall’amore comune per la Parola di Dio.

Il vostro è il frutto di un lavoro paziente, attento, fraterno, competente e, soprattutto, credente. Se non crederete, non comprenderete; “se non crederete, non resterete saldi”, dice Isaia (7,9). Mi auguro che questo testo, che si presenta con il beneplacito della CEI e della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, spinga tutti i cristiani di lingua italiana a meditare, vivere, testimoniare e celebrare il messaggio di Dio.

Vorrei tanto che tutti i cristiani potessero apprendere “la sublime scienza di Gesù Cristo” (cfr Fil 3,8) attraverso la lettura assidua della Parola di Dio, poiché il testo sacro è il nutrimento dell’anima e la sorgente pura e perenne della vita spirituale di tutti noi. Dobbiamo quindi compiere ogni sforzo affinché ogni fedele legga la Parola di Dio, poiché “l’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo”, come dice san Girolamo (Comm. in Is., Prol.: PL 24,17).

Vi ringrazio tutti di cuore, perché ciò che avete conseguito insieme è prezioso proprio per realizzare questo obiettivo e vi incoraggio a proseguire sul cammino intrapreso, per far conoscere sempre meglio e per far comprendere sempre più  profondamente la Parola del Dio vivente.

Vi accompagni anche la mia benedizione, che di cuore do a voi e vi invito a chiederla insieme, come fratelli, pregando il Padre Nostro.

Recita Padre Nostro

Grazie.

 

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SINTESI  del discorso di Sua Eminenza il Cardinale Pietro Parolin Segretario di Stato di Sua Santità Papa Francesco alla 69a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (New York, Lunedi 29 Settembre 2014), 2014/09/30

“…La promozione di una cultura di pace impone un rinnovato impegno a favore del dialogo, valorizzazione culturale e la cooperazione, nel rispetto della varietà di sensibilità. Ciò che occorre è un approccio politico lungimirante che non rigidamente imporre a priori modelli politici che sottovalutano la sensibilità dei singoli popoli. In definitiva, ci deve essere una vera e propria volontà di applicare a fondo gli attuali meccanismi di diritto, mentre allo stesso tempo rimanendo aperti alle implicazioni di questo momento cruciale. Ciò garantirà un approccio multilaterale, che serva meglio la dignità umana, e proteggere e promuovere lo sviluppo umano integrale in tutto il mondo. Tale volontà, quando concretamente espressa in nuove formulazioni giuridiche, certamente porterà nuova vitalità alle Nazioni Unite. Essa aiuterà anche a risolvere gravi conflitti, siano essi attivi o inattivi, che colpiscono ancora alcune parti di Europa, Africa e Asia, e la cui ultima risoluzione richiede l’impegno di tutti…..In occasione del centenario dell’inizio del conflitto, Sua Santità Papa Francesco ha espresso il suo desiderio che “gli errori del passato non si ripetano, che le lezioni della storia sono riconosciuti, e che le cause per la pace possa prevalere sempre attraverso il dialogo paziente e coraggiosa “( Angelus , 27 luglio 2014). In quell’occasione, i pensieri di Sua Santità concentrati in particolare su tre aree di crisi: il Medio Oriente, Iraq e Ucraina. Egli ha esortato tutti i cristiani e le persone di fede per pregare il Signore di “concedere a questi popoli e ai Capi di quelle regioni la saggezza e la forza necessaria per andare avanti con determinazione sulla via verso la pace, per risolvere ogni controversia con la tenacia di dialogo e la negoziazione e con il potere della riconciliazione. Che il bene comune e il rispetto per ogni persona, piuttosto che gli interessi specifici, essere al centro di ogni decisione. Ricordiamoci che in guerra tutto è perduto e in pace nulla “( ibid )

TESTO COMPLETO

Liturgia del giorno: Audio salmo 88 (87)

30 settembre 2014

Giunga fino a te la mia preghiera, Signore.

[1] Canto. Salmo. Dei figli di Core.
Al maestro del coro. Su “Macalat”.
Per canto. Maskil. Di Eman l’Ezraita.

[2] Signore, Dio della mia salvezza,
davanti a te grido giorno e notte.

[3] Giunga fino a te la mia preghiera,
tendi l’orecchio al mio lamento.

[4] Io sono colmo di sventure,
la mia vita è vicina alla tomba.

[5] Sono annoverato tra quelli che scendono nella fossa,
sono come un morto ormai privo di forza.

[6] È tra i morti il mio giaciglio,
sono come gli uccisi stesi nel sepolcro,
dei quali tu non conservi il ricordo
e che la tua mano ha abbandonato.

[7] Mi hai gettato nella fossa profonda,
nelle tenebre e nell’ombra di morte.

[8] Pesa su di me il tuo sdegno
e con tutti i tuoi flutti mi sommergi.

premere qui segue ….

Tutto il giorno ti chiamo, Signore !!!!

 La lacrima di Dio

Mons. Antonio Riboldi

Deve essere stato per un’impazienza non più sopportabile che un giorno Dio Padre, fissando lo sguardo sugli uomini che si erano fatti curvi per la schiavitù, con dentro il cuore la siccità disperata del deserto, proprio come orfani destinati a non conoscere amore, disse dentro di Sé: “Basta!”.

Con braccio potente raccolse tutte le stelle piccole e grandi che sono nel firmamento e con esse scrisse queste parole agli uomini: “VI AMO!” a lettere così grandi che occuparono tutto il cielo e tutti gli uomini le potessero leggere: tutti, proprio tutti…

Per la grande pietà o per il grande amore che gli riempivano il cuore, nello scrivere “Vi amo” cadde dagli occhi di Dio una lacrima che scivolò sulle stelle bagnandole tutte e facendole splendere di più e dalle stelle la lacrima andò a posarsi su una mangiatoia a Betlemme e si chiamò quel giorno Natale di Gesù, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine.

Quella lacrima schizzò sugli occhi spenti degli uomini e questi finalmente guardarono in su e lessero: “VI AMO”. Scoppiò una gran gioia e si cantò pace nel cuore di tanti. Ancora oggi gli uomini sono stanchi, soli ed aridi fino ad uno smarrimento ed un’angoscia che avvolge tutta di una coltre di tristezza che nasconde tanto il cielo da disperare che esista ancora.

Ma a Natale, ogni Natale, le stelle obbedienti si allineano per riscrivere: “VI AMO”.

E torna a piovere sulla terra una lacrima di tenerezza del Padre: una lacrima che cerca ancora gli occhi spenti degli uomini per posarsi in loro come in “nuova mangiatoia di Gesù“, perché il mondo sia un irrefrenabile scroscio di sorrisi.

Io a Natale apro gli occhi in su perché voglio riempirmi gli occhi di quella lacrima e piangendo di gioia come Maria.

Prego: «Guarda, Signore, me e tutti i miei amici che sono la più grande cesta, la stupenda immensa cesta, che porto sulle spalle: esaudisci, Signore, ridònati a noi perché ne abbiamo bene: senza di Te, stiamo male, ma tanto male.
Insegnaci a cercarti e Tu mostrati quando Ti cerchiamo.

Che Ti cerchiamo, Signore, desiderandoti e Ti desideriamo cercandoti. Che Ti troviamo amandoti e Ti amiamo trovandoti

(S. Anselmo)».

Santi e Beati. Memoria di oggi: San Girolamo (o Gerolamo) Sacerdote e dottore della Chiesa

30 settembre 2014

Il “San Girolamo” di Caravaggio

SAN GIROLAMO (O GEROLAMO)

SACERDOTE E DOTTORE DELLA CHIESA

30 settembre – Memoria

 

Stridone (confine tra Dalmazia e Pannonia), ca. 347 – Betlemme, 420

Fece studi e enciclopedici ma, portato all’ascetismo, si ritirò nel deserto presso Antiochia, vivendo in penitenza. Divenuto sacerdote a patto di conservare la propria indipendenza come monaco, iniziò un’intensa attività letteraria. A Roma collaborò con papa Damaso, e, alla sua morte, tornò a Gerusalemme dove partecipò a numerose controversie per la fede, fondando poco lontano dalla Chiesa della Natività, il monastero in cui morì. Di carattere focoso, soprattutto nei suoi scritti, non fu un mistico e provocò consensi o polemiche, fustigando vizi e ipocrisie. Scrittore infaticabile, grande erudito e ottimo traduttore, a lui si deve la Volgata in latino della Bibbia, a cui aggiunse dei commenti, ancora oggi importanti come quelli sui libri dei Profeti.

Patronato: Archeologi, Bibliotecari, Studiosi

Etimologia: Girolamo = di nome sacro, dal greco

Emblema: Cappello da cardinale, Leone

Martirologio Romano: Memoria di san Girolamo, sacerdote e dottore della Chiesa: nato in Dalmazia, nell’odierna Croazia, uomo di grande cultura letteraria, compì a Roma tutti gli studi e qui fu battezzato; rapito poi dal fascino di una vita di contemplazione, abbracciò la vita ascetica e, recatosi in Oriente, fu ordinato sacerdote. Tornato a Roma, divenne segretario di papa Damaso e, stabilitosi poi a Betlemme di Giuda, si ritirò a vita monastica. Fu dottore insigne nel tradurre e spiegare le Sacre Scritture e fu partecipe in modo mirabile delle varie necessità della Chiesa. Giunto infine a un’età avanzata, riposò in pace.

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Preghiera del mattino: A Maria addolorata

30 settembre 2014

30 settembre: La sepoltura di Gesù.

Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, come ebbero tutto preparato per un’onorifica imbalsamazione, sindone, bende, pannilini, aromi secondo il costume dei Giudei, con delicata riverente devozione tolgono dal grembo di Maria la benedetta Salma di Gesù, la involtano con la sindone ed i pannilini fra una profusa copia di aromi, la fasciano con bende, ed improvvisata una barella, la sollevano e devotamente la portano poco più in là dal luogo della crocifissione, dentro l’orto appartenente a Giuseppe, ove era un sepolcro di recente scavato nella viva roccia. Se l’era fatto scavare per sè il nobile Decurione, e lui ancora superstite, non ci era stato sepellito alcuno. Il generoso discepolo cedè volentieri al Maestro quel suo sepolcro, tanto più che per l’imminente Sabato, non ci era tempo di trasportarlo più lontano. Ivi giunti, gli uomini soli entrarono, adagiarono la Salma divina nel loculo centrale, la coprirono con altri pannilini; ma chi poteva impedire alla devota amorosa curiosità delle Marie Galilee, di osservare coi propri occhi, dove, e come fosse stato curato il sepellimento del venerato e compianto Maestro? Nessuno pensò ad impedirlo, e sembra che quelle fervorose discepole non rimanessero contente di quanto si era fatto. Maggior copia di profumi si richiedeva a loro parere per conservarlo!

Ma nessuno contese all’Addolorata Madre l’entrata nella grotta, nè la licenza di coprire ella stessa con le sue mani il volto di Gesù, dopo impressovi con amore e dolore gli ultimi baci. Sembrava non potersi staccare di là, ma il tempo stringeva, e fu necessario che tutti uscissero, perchè i servi di Giuseppe già facevano scorrere la grossa pietra che doveva chiudere l’entrata al sepolcro.

Nel patetico racconto dei funerali del morto Gesù, dobbiamo ammirare la franca ed attiva devozione di Giuseppe e Nicodemo; l’indomito amore delle pie donne, che avevano seguito Gesù dalla Galilea, ed invece d’una lieta Pasqua si dovevano occupare di un mortorio. Ma c’è da notare che la face della vera fede non era più accesa che nell’anima di Maria Vergine. Ella soltanto comprendeva il mistero di quel sepellimento della Salma dell’Uomo-Dio, ella sola non vacillava punto nella speranza della prossima Resurrezione.

Ma dunque Maria non era la madre orbata dell’unico figlio! Non era la Desolata senza conforto umano! Non era la madre che ha visto morire di morte violenta con una straziante agonia il giovane figlio; non è la madre che l’ha dovuto lasciare freddo cadavere in una tomba! Sì Maria è tutto questo, ed ha sofferto e soffre nel momento della sepoltura quanto mai donna o madre soffrì in simili congiunture. La fede, la speranza e la carità stessa non diminuiscono il dolore umano, ma lo sublimano; rendendolo arcanamente più vivo ma più divinamente meritorio.

Considera pertanto Maria desolata che si ferma a baciare la fredda pietra del sepolcro già messa a posto; e studiati di esplorare gli interni suoi sentimenti. Anche lei è morta misticamente, anche la sua vita soprannaturale è sepolta con Cristo in Dio; soffre l’amarezza ineffabile del grande sacrificio che ha dovuto fare, e che tanto le costa; soffre per vivo desiderio che gli uomini corrano a sepellirsi insieme con Cristo; dopo essere morti totalmente al peccato: così possano risorgere insieme con Cristo alla nuova vita di grazia.

Oh quanto conforto posso io recare alla desolata Maria, se mi risolvo una buona volta ad uccidere in me il corpo del peccato, ed a sepellirmi con Gesù per risorgere con lui ad una vita. santa e perfetta!

Sì, Vergine santissima, Madre mia tenerissima, voglio darvi questa consolazione; e vi prego a soccorrermi col vostro patrocinio affinchè morto al peccato viva io sempre alla grazia di Dio.

Guarderò tutte le cose che mi circondano col lume della fede, disprezzando tutto ciò che è transitorio, stimando ed apprezzando solo quel che è eterno: questo è il mistico sepellimento con Gesù.

Fonte: http://www.preghiereagesuemaria.it

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Vangelo (Lc 9,57-62) del giorno dalle letture della Messa (Mercoledì 1 Ottobre 2014) con commento comunitario

30 settembre 2014

S. Teresa di Gesù Bambino, vergine e dottore della Chiesa

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,57-62) 

In quel tempo, mentre camminavano per la strada, un tale disse a Gesù: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».

A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».

Questo è il Vangelo del 1 Ottobre, quello del 30 Settembre lo potete trovare qualche post più sotto

 

Preghiera della sera. A San Michele Arcangelo. Novena all’Angelo Custode (7° giorno)

29 settembre 2014

da qui

GRANDEZZA DI S. MICHELE NELLA POTENZA CONTRO L’ANTICRISTO

Considera come la guerra che il demonio cominciò contro Dio nel cielo e che prosegue sulla terra, non terminerà che con la fine del mondo; allora, anzi, sarà più terribile, perchè il demonio, sapendo che gli resta poco tempo, susciterà una tribolazione così grave contro i fedeli – dice N. S. nel Vangelo – quale non fu mai da quando il mondo esiste. Allora verrà l’Anticristo, il quale cercherà con i prodigi fatti con l’aiuto dei demoni di indurre eventualmente in errore anche gli eletti. Avverranno diserzioni ed apostasie dappertutto: la fede già languida dei cristiani verrà meno per la persecuzione e rimarranno pochissimi costanti nella fede, i quali saranno martirizzati dall’Anticristo. Egli si farà adorare come Dio, e molti sedotti gli crederanno.

Considera come S. Michele, costituito da Dio qual principe della Chiesa, non potrà mancare di difenderla contra la fiera ed empia guerra dell’Anticristo che sarà strumento principale del demonio contro di essa. Potrà allora la Chiesa ripetere con Davide «nessun altro in questa fiera lotta mi aiuta, se non il Principe Michele». E come nella persona dell’Anticristo il demonio riunirà tutta la sua malizia, così allora S. Michele spiegherà tutto il suo zelo in difesa dell’onore di Dio, di Gesù Cristo e della Chiesa.

Considera, o cristiano, quanto è grande la potenza di S. Michele Arcangelo, e quanto sublimi sono i trionfi di questo celeste guerriero: corri pure a rifugiarti sotto le ali di sì potente capitano, e non cessare di pregarLo che ti liberi dalla seduzione di altri anticristi, che non mancano in questi tempi d’iniquità. Quanti tra i cristiani stessi spargono massime erronee contro la sana morale del Vangelo, contro la disciplina della Chiesa! Quanti seminano errori e seducono le anime incaute! Quanti con i loro cattivi esempi trascinano le anime alla perdizione! Ricorri al celeste guerriero e pregaLo che non cessi d’illuminare la tua mente perchè non cada mai in errore e di munire il tuo cuore perchè, nonostante tanta corruzione e malizia dei tempi, rimanga sempre puro e fervoroso nell’amore di Dio. PregaLo inoltre che renda gloriosa la Chiesa di Gesù Cristo col farla sempre riuscire vittoriosa sulle eresie che si spargono e sul malcostume che signoreggia.

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Novena a San Francesco

29 settembre 2014

 

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La vita di Gesù (seconda parte) raccontata ai bambini

29 settembre 2014

Luca 19

Eccomi, sono arrivato, tocca a me raccontare. Ehi! Non mi vedete? Sono qui, qui sopra, sull’albero, su questo sicomoro che cresce sulla via che porta alla città di Gerico.

Io mi chiamo Zaccheo e di mestiere faccio il pubblicano. Volete sapere cosa fa il pubblicano?…Ecco…io…un po’ mi vergogno a dirlo… Non perché fare il pubblicano sia un brutto lavoro, intendiamoci! I pubblicani sono come degli impiegati statali con il posto fisso, quindi… che c’è di meglio? I pubblicani sono quelli che si fanno dare dalla gente i soldi delle tasse chieste dai Romani. Ma il fatto è che queste tasse nessuno sa bene quante sono, e perciò capita spesso che i pubblicani chiedano molto più del dovuto e tengano per sé il denaro in eccedenza. In poche parole…dire pubblicano è come dire ladro. Un giorno Gesù passò di qui. Come al solito, era circondato da tantissima gente. I suoi discepoli gli stavano così vicini che io, che sono molto basso di statura, non riuscivo a vederlo. Mi spingeva a conoscerlo una curiosità fortissima; desideravo a tutti i costi osservare bene l’uomo che stava cambiando, con la sola forza delle parole, il mondo intero. E fu proprio per colpa di questa curiosità insaziabile che decisi di fare una cosa davvero ridicola: mi arrampicai su quest’albero. Dall’alto avrei veduto meglio il gruppo degli Apostoli e tra di loro avrei certamente riconosciuto Gesù. Quando il gruppo fu qui vicino, però, Gesù si fermò, alzò gli occhi e mi disse:<<Scendi dall’albero, Zaccheo. Vorrei venire a casa tua, oggi.>> Che figura! Diventai rosso dalla vergogna. Io, un impiegato della grande Roma, ero stato scoperto mentre mi davo tanto da fare per vedere quello che in molti consideravano un nemico dell’Impero! Ma, a dire il vero, l’imbarazzo durò poco. Tutta la gente intorno a Gesù, infatti, invece di scandalizzarsi perché io me ne stavo arrampicato come una scimmia, mormorava parole di disapprovazione verso Gesù, che aveva espresso il desiderio di essere mio ospite. Ecco! Fu questa cosa a farmi vergognare tantissimo, e non il fatto che sembravo un tacchino appollaiato. Mi vergognai perché mi resi conto di essere una persona indegna. E nonostante tutti, ma proprio tutti, sapessero che non ero degno di ospitare Gesù (vi ricordate che i pubblicani sono come dei ladri, vero?) egli aveva scelto comunque di venire da me. Rimase nella mia casa per tutta la giornata e io potei ascoltare e capire tutti i suoi insegnamenti. Imparai che dare è più bello che ricevere; che perdonare è più grandioso che serbare rancore; che soffrire è più virtuoso che gioire… Prima che andasse via, io dissi a Gesù:<<Maestro, ecco, io adesso darò ai poveri la metà dei miei beni; e se ho rubato a qualcuno, gli restituirò il quadruplo di quello che gli ho preso>>. Allora Gesù, parlando a quelli che lo avevano criticato perché era venuto a casa mia, disse:<<Il figlio di Dio è venuto per cercare le persone che hanno bisogno di lui e per salvarle>>.

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La Parola di Dio dalla Prima Lettura. Il Libro di Daniele. Cap. 7. La visione di Daniele

29 settembre 2014

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I Lettura Dn 7,9-10.13-14
Mille migliaia lo servivano.
Salmo (Sal 137)
Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria.
Vangelo Gv 1,47-51
Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo.

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Dn 7

9Io continuavo a guardare,
quand’ecco furono collocati troni
e un vegliardo si assise.
La sua veste era candida come la neve
e i capelli del suo capo erano candidi come la lana;
il suo trono era come vampe di fuoco
con le ruote come fuoco ardente.
10Un fiume di fuoco scorreva
e usciva dinanzi a lui,
mille migliaia lo servivano
e diecimila miriadi lo assistevano.
La corte sedette e i libri furono aperti.

13Guardando ancora nelle visioni notturne,
ecco venire con le nubi del cielo
uno simile a un figlio d’uomo;
giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui.
14Gli furono dati potere, gloria e regno;
tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano:
il suo potere è un potere eterno,
che non finirà mai,
e il suo regno non sarà mai distrutto.

Arcangelo San Michele (Museo bizantino di Atene)

Daniele è annoverato tra i cosiddetti “Profeti maggiori”.

L’esistenza storica di Daniele è ampiamente attestata dalle Sacre Scritture. Ezechiele, suo contemporaneo ed anche lui deportato – sebbene più tardi – a Babilonia, lo menziona due nel suo libro, al capitolo 14:14-20 e 28:3. Qualche commentatore, tuttavia, ritiene che il riferimento di  Ezechiele sia piuttosto ad una figura mitica ed “eroica”dell’antico oriente la cui memoria è stata oggi riportata alla luce negli scritti rinvenuti ad Ugarit.

Esistono fondamentalmente due opinioni circa la data di composizione del libro di Daniele. La prima, quella sostenuta dagli ebrei del tempo di Gesù e dai cristiani dei primi secoli,
fa risalire il libro al sesto secolo a.C., periodo in cui visse il profeta Daniele, che ne è considerato anche l’autore.
La seconda, vede nel libro di Daniele l’opera di un “pio” giudeo vissuto nel II secolo a.C., il quale avrebbe scritto per sostenere il popolo giudaico durante la persecuzione di Antioco IV Epifane.

Del libro di Daniele ci sono pervenuti:

  • i capitoli 1 e 8-12 in ebraico;
  • i capitoli da 2, 4 a 7, 28  in aramaico;
  • i capitoli 3, 24-90 e 13-14  giunti in greco. ( Queste parti sono considerate ”deuterocanoniche” ed escluse dal canone ebraico e protestante).

Il Libro di Daniele è diviso in due parti.
La prima, dal cap 1 al cap.6, è narrativa e prevale un ordine tematico, piuttosto che cronologico. Come accade in altri libri della Bibbia, secondo un habitus tipico di un ebreo vissuto a cavallo fra il VII ed il VI secolo a.C. . Come, per esempio, nel libro di Geremia, autore che si ritiene contemporaneo a Daniele.
Nella seconda parte del Libro, dal cap. 7 al cap. 12, si narrano alcune visioni attraverso le quali leggere la storia.

Sono sguardi ispirati, visioni sapienziali, messianiche che con uno stile e dei contenuti spesso oscuri,che  consentono al Profeta di annunciare  il segreto di Dio che si compirà nella storia dell’uomo e che è  contenuto in un “libro sigillato” che verrà aperto ( Dn 12,4) . Dio, nel suo disegno salvifico e misericordioso, in un tempo sconosciuto ma certo, farà scomparire il persecutore e instaurerà il regno dei santi, governato da un “Figlio di uomo” che regnerà in eterno.

C’è un evidente parallelismo tra questa visione di Daniele e i  capp. 4 e 5 del Libro dell’ Apocalisse di Giovanni. Entrambi i profeti hanno visto l’inizio del giudizio di Dio. Cristo, il “Figlio dell’uomo” al suo ritorno nella gloria, distruggerà l’anticristo.

Ecco, egli viene con le nuvole e ogni occhio lo vedrà; lo vedranno anche quelli che lo trafissero, e tutte le tribù della terra faranno lamenti per lui. Sì, amen.” (Ap 1:7)

Il ritorno del Figlio dell’uomo nella gloria corre lungo il Nuovo Testamento….

Allora sarà manifestato quell’empio che il Signore distruggerà col soffio della sua bocca e annienterà all’apparire della sua venuta”. (2 Ts, 2:8).

Allora apparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo; e allora tutte le tribù della terra faranno cordoglio e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole del cielo con gran potenza e gloria.” (Mt 24:30)

Dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo sottrasse ai loro sguardi. E come essi avevano gli occhi fissi al cielo, mentre egli se ne andava, due uomini in vesti bianche si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che vi è stato tolto, ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo” (At. 1:9-11).

Il Profeta Daniele è turbato, scosso ed impaurito da questa visione.

Risuona l’invito di Luca: “Vegliate dunque, pregando in ogni momento, affinché siate in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”. (Lc 21:36).

E come Giovanni nell’Apocalisse, Daniele chiede il senso della visione ad un angelo, che si ritiene Gabriele, che gli è vicino e gli donerà le spiegazioni che chiede. Dai vv 17 e segg.

Daniele mostra, in questo, che la profezia, il dono dello sguardo illuminato che legge oltre, come ogni dono straordinari concesso dal cielo, ogni carisma, chiede perseverante abbandono, umiltà e piccolezza, che chiede, prega l’aiuto e la vicinanza del Padre, dei suoi strumenti, dei suoi emissari, di ogni suo seme di grazia.

 

Angelo. Alda Merini

29 settembre 2014

Uomo-promosso-a-uomo

Uomo promosso a uomo (essere nella vita)Opera di Giuliano Nardi

 

 

Eterna natura paziente angelica,
pane vivo ad oltranza,
che hai dita sacre come la luce.

 

Pane di Dio in terra
che trasmuti le lacrime in vino dolce.
Comunione dei forti,
comunione dei deboli,
fonte di ispirazione per i poeti.

 

Sguardo che non ha parole
e induce alla parola amorosa.
Foglia di Dio e canzone di Maria.

 

Angelo, che hai annunziato la veste pura della misericordia
e la carne dell’uomo unigenito,
tu che hai vestito di carne il soffio unigenito dell’amore,
tu che hai visto spandere sulla croce
in forma di uomo suppliziato e debole
la grande misura del Dio vero,
del Dio infinito,
come spiegare il mistero di un Dio crocifisso
con poche parole
di fronte alle montagne vive del benessere e della beatitudine?

 

ALDA MERINI

(da Poema della Croce)

Vangelo (Lc 9,51-56) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 30 Settembre 2014) con commento comunitario

29 settembre 2014

San Girolamo, sacerdote e dottore della Chiesa

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,51-56) 

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.

Questo è il Vangelo del 30 Settembre, quello del 29 Settembre lo potete trovare qualche post più sotto

Liturgia del giorno: Audio salmo 138 (137)

29 settembre 2014

Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria.

[1] Di Davide.
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
A te voglio cantare davanti agli angeli,

[2] mi prostro verso il tuo tempio santo.
Rendo grazie al tuo nome
per la tua fedeltà e la tua misericordia:
hai reso la tua promessa più grande di ogni fama.

[3] Nel giorno in cui t’ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.

[4] Ti loderanno, Signore, tutti i re della terra
quando udranno le parole della tua bocca.

premere qui segue ….

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LA LEZIONE DELLA FARFALLA

Un giorno apparve un piccolo forellino in un bozzolo. Un uomo lo vide, si sedette e, per diverse ore, stette ad osservare la…..

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Non scoraggiarti

Elisabetta della Trinità, Pensieri, Il passero solitario

Non scoraggiarsi mai.

E’ più difficile liberarsi dallo scoraggiamento che dal peccato.

Non inquietarsi se non si constatano progressi

nello stato della propria anima.

Spesso Dio permette questo per evitare

un sentimento di orgoglio.

Egli sa vedere i nostri progressi e contare ogni nostro sforzo.

 Elisabetta della Trinità, Pensieri, Il passero solitario

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Santi e Beati. Memoria di oggi: Santi Michele, Gabriele e Raffaele Arcangeli

29 settembre 2014

Pala dei tre Arcangeli, di Marco d’Oggiono – 1516 circa – Pinacoteca di Brera, Milano

SANTI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE ARCANGELI

29 settembre – Festa

Il Martirologio commemora insieme i santi arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele. La Bibbia li ricorda con specifiche missioni: Michele avversario di Satana, Gabriele annunciatore e Raffaele soccorritore.

Prima della riforma del 1969 si ricordava in questo giorno solamente san Michele arcangelo in memoria della consacrazione del celebre santuario sul monte Gargano a lui dedicato.

Il titolo di arcangelo deriva dall’idea di una corte celeste in cui gli angeli sono presenti secondo gradi e dignità differenti.

Gli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele occupano le sfere più elevate delle gerarchie angeliche.

Queste hanno il compito di preservare la trascendenza e il mistero di Dio. Nello stesso tempo, rendono presente e percepibile la sua vicinanza salvifica.

Martirologio Romano: Festa dei santi Michele, Gabriele e Raffaele, arcangeli. Nel giorno della dedicazione della basilica intitolata a San Michele anticamente edificata a Roma al sesto miglio della via Salaria, si celebrano insieme i tre arcangeli, di cui la Sacra Scrittura rivela le particolari missioni: giorno e notte essi servono Dio e, contemplando il suo volto, lo glorificano incessantemente.

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Preghiera del mattino: A Maria Addolorata

29 settembre 2014

 

Michelangelo

29 settembre: La Pietà.

Gli esecutori del barbaro crurifragio se ne tornano via in fretta dal Calvario, così Maria la Vergine e le altre compagne restano un altro po’ di tempo sole, accanto al Crocifisso Gesù, in tempo che alcuni si affrettavano a toglier via gli altri due.

Mentre Maria era trepidante per quel che si sarebbe fatto della Salma del suo Gesù, vedo arrivare un gruppetto di gente sotto la guida di due nobili sinedristi, Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo. Smesso ogni prudenziale ritegno, i due occulti discepoli di Gesù, che avevano osato negare il voto nel Sinedrio per la condanna di lui, avevano chiesto a Pilato, che secondo la legge romana fosse loro consegnato il corpo del giustiziato Gesù. Pilato prese le opportune informazioni dal Centurione, concesse volentieri la domanda dei due nobili uomini, ed ora ecco che venivano con tutto l’occorrente per deporre dalla croce, ed imbalsamare e seppellire secondo l’uso dei nobili Giudei la Salava benedetta di Gesù. Aveva predetto Isaia che il Servo del Signore ubbidiente sino alla morte, sarebbe stato curato dopo morto da ricchi signori.

Ed ora consideriamo con qual sentimento Maria santissima riguardasse l’opera pietosa di quei devoti discepoli. Mentre Giovanni dà mano ai servi che depongono Gesù dalla ero. ce; mentre le devote Marie sostengono con le loro mani quelle membra morte, ma pur flessibili ancora; Maria la Vergine si stringe fra le braccia il tronco del Figlio suo, ed adagiatasi per meglio sostenerlo presso la croce, prega con lo sguardo lacrimoso, che le si lasci per un momento tutto. a lei quel caro Pegno, chè vuole sfogare con lui gli ardenti affetti di madre desolata!

Considera; anima mia la Madre di Dio, che sostiene in grembo la Vittima divina già immolata e dissanguata per la redenzione del mondo!

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Omelia feriale a s. Marta. Testo scritto e viedeoregistrazione.

29 settembre 2014

29 settembre 2014

Dn 7,9-10.13-14   Sal 137   Gv 1,47-51

 

 

SATANA CERCA SEMPRE DI DISTRUGGERE L’UOMO

“……. Satana sempre cerca di distruggere l’uomo: quell’uomo che Daniele vedeva lì, in gloria, e che Gesù diceva a Natanaèle che sarebbe venuto in gloria. Dall’inizio la Bibbia ci parla di questo: di questa seduzione per distruggere, di Satana. Magari per invidia. Noi leggiamo nel Salmo 8: ‘Tu hai fatto l’uomo superiore agli angeli’, e quell’intelligenza tanto grande dell’angelo non poteva portare sulle spalle questa umiliazione, che una creatura inferiore fosse fatta superiore; e cercava di distruggerlo”.

Satana cerca di distruggere l’umanità, tutti noi….Tanti progetti, tranne i peccati propri, ma tanti, tanti progetti di disumanizzazione dell’uomo, sono opera di lui, semplicemente perché odia l’uomo. E’ astuto: lo dice la prima pagina della Genesi; è astuto. Presenta le cose come se fossero buone. Ma la sua intenzione è la distruzione. E gli angeli ci difendono. Difendono l’uomo e difendono l’Uomo-Dio, l’Uomo superiore, Gesù Cristo che è la perfezione dell’umanità, il più perfetto. Per questo la Chiesa onora gli angeli, perché sono quelli che saranno nella gloria di Dio – sono nella gloria di Dio – perché difendono il gran mistero nascosto di Dio, cioè che il Verbo è venuto in carne.

Il compito del popolo di Dio è custodire in sé l’uomo: l’uomo Gesù purché è l’uomo che dà vita a tutti gli uomini. Invece, nei suoi progetti di distruzione, Satana inventa spiegazioni umanistiche che vanno propriamente contro l’uomo, contro l’umanità e contro Dio…La lotta è una realtà quotidiana, nella vita cristiana: nel nostro cuore, nella nostra vita, nella nostra famiglia, nel nostro popolo, nelle nostre chiese … Se non si lotta, saremo sconfitti. Ma il Signore ha dato questo mestiere principalmente agli angeli: di lottare e vincere. E il canto finale dell’Apocalisse, dopo questa lotta, è tanto bello: ‘Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il Regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, perché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte’…..

…Recitiamo  quella preghiera antica ma tanto bella, all’arcangelo Michele, perché continui a lottare per difendere il mistero più grande dell’umanità: che il Verbo si è fatto Uomo, è morto e è risorto. Questo è il nostro tesoro. Che lui continui a lottare per custodirlo”.

Preghiera della sera. A San Michele Arcangelo. Novena all’Angelo Custode (6° giorno)

28 settembre 2014

 

da qui

GRANDEZZA DI S. MICHELE NELL’AIUTARE LE ANIME PURGANTI

Considera come la carità grande di S. Michele Arcangelo verso i suoi devoti non termina con la vita su questa terra, ma si estende anche a loro sollievo quando vanno nel Purgatorio per soddisfare interamente la divina giustizia. Canta la Chiesa nell’Ufficio, che Dio consegna a S. Michele le anime sante per introdurle nella patria celeste. Egli deve farle uscire da quel carcere appena sono pienamente purificate e da quel luogo di tenebre introdurle nella luce santa. Durante il tempo che le anime benedette si trovano condannate a purificarsi in quel fuoco divoratore, S. Michele interpone i suoi cospicui meriti a loro vantaggio ed ottiene dal misericordioso Dio la facoltà di richiamare le anime dal luogo dei tormenti alla patria della felicità eterna.

Considera quanto è salutare per le anime purganti l’intercessione di S. Michele da ciò che avvenne al giovane Willelmo, come narrano alcuni autori. Apparve la sua anima, dopo morte, ad un monaco assai devoto, dicendogli che non avrebbe potuto vedere Dio, fino a quando non si fossero rivolte preghiere per lui a S. Michele. Pregò il monaco e invitò anche altri a pregare S. Michele: l’anima di Willelmo potè subito entrare in Paradiso.

Le anime devote di questo santo principe del Paradiso sono felici anche dopo la morte, cadute che siano nel Purgatorio: sanno difatti con certezza che Egli le aiuterà. Oh quanti titoli e motivi per amare e venerare sì eccelso principe!

Considera o cristiano, quanto è facile cadere nel Purgatorio. Ricorri al tuo celeste Benefattore, e pregaLo che dopo morto venga presto a consolarti e liberarti dalle pene del Purgatorio.

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Novena a San Francesco

28 settembre 2014

 

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Liturgia del giorno: Audio salmo 25 (24)

28 settembre 2014

Ricòrdati, Signore, della tua misericordia.

[1] Di Davide.
A te, Signore, elevo l’anima mia,

[2] Dio mio, in te confido: non sia confuso!
Non trionfino su di me i miei nemici!

[3] Chiunque spera in te non resti deluso,
sia confuso chi tradisce per un nulla.

[4] Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.

[5] Guidami nella tua verità e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza,
in te ho sempre sperato.

[6] Ricordati, Signore, del tuo amore,
della tua fedeltà che è da sempre.

[7] Non ricordare i peccati della mia giovinezza:
ricordati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore.

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Papel de Parede - Caminho no Parque

Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri.

Quando l’ego domina la nostra vita

(Fulton J. Sheen)

Quando l’ego domina la nostra vita,

noi condanniamo i peccati veniali degli altri

e scusiamo i nostri peccati gravi:

vediamo il fuscello negli occhi del prossimo

e non la trave nei nostri.

Vangelo (Gv 1,47-51) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 29 Settembre 2014) con commento comunitario

28 settembre 2014

SANTI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,47-51)

In quel tempo, Gesù, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!». Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Questo è il Vangelo del 29 Settembre, quello del 28 Settembre lo potete trovare qualche post più sotto

“Gita al Faro” di Virginia Woolf. Audiolibro

28 settembre 2014

Opera di Virginia Woolf, pubblicata la prima volta nel 1927. È diviso in tre capitoli, ognuno dei quali marca il trascorrere del tempo: “La finestra”, “Il tempo passa”, “Il faro”. Voce di Rosario Tronnolone, per Radio Vaticana

 

1^ puntata

 

2^ puntata

Santi e Beati. Memoria di oggi: Santi Lorenzo Ruiz di Manila e 15 compagni

28 settembre 2014

SANTI LORENZO RUIZ DI MANILA E 15 COMPAGNI

28 settembre – Memoria Facoltativa

 

† Nagasaki, 1633-37

Nella prima metà del secolo XVII (1633-1637) sedici martiri, Lorenzo Ruiz e i suoi compagni, versarono il loro sangue per amore di Cristo nella città di Nagasaki in Giappone. Questa gloriosa schiera di appartenenti o associati all’Ordine di san Domenico, conta nove presbiteri, due religiosi fratelli, due vergini consacrate e tre laici fra cui il filippino Lorenzo Ruiz, padre di famiglia (m. 29 settembre 1637). Invitti missionari del Vangelo tutti quanti, pur di diversa età e condizione, contribuirono a diffondere la fede di Cristo nelle Isole Filippine, a Formosa e nell’Arcipelago Giapponese. Testimoniando mirabilmente la universalità della religione cristiana e confermando con la vita e con la morte l’annunzio del Vangelo, essi sparsero abbondantemente il seme della futura comunità ecclesiale. Giovanni Paolo II ha beatificato questi gloriosi martiri il 18 febbraio 1981 a Manila (Filippine) e li ha iscritti nel catalogo dei santi il 18 ottobre 1987.

Martirologio Romano: Santi Lorenzo da Manila Ruiz e quindici compagni, martiri, che, preti, religiosi e laici, dopo aver seminato la fede cristiana nelle isole Filippine, a Taiwan e nel Giappone, per ordine del comandante supremo Tokugawa Yemitsu subirono in giorni diversi a Nagasaki in Giappone il martirio per amore di Cristo, ma vengono oggi celebrati tutti in un’unica commemorazione.

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Preghiera del mattino: A Maria Addolorata

28 settembre 2014

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Incontro e Santa messa di papa Francesco con gli anziani e i nonni del mondo. Sintesi e Testo completo dei discorsi, dell’Omelia e dell’Angelus

28 settembre 2014

DISCORSO AGLI ANZIANI

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Vi ringrazio di essere venuti così numerosi! E grazie della festosa accoglienza: oggi è la vostra festa, la nostra festa! Ringrazio Mons. Paglia e tutti quelli che l’hanno preparata. Ringrazio specialmente il Papa Emerito Benedetto XVI per la sua la presenza. Io ho detto tante volte che mi piaceva tanto che lui abitasse qui in Vaticano, perché era come avere il nonno saggio a casa. Grazie!

Ho ascoltato le testimonianze di alcuni di voi, che presentano esperienze comuni a tanti anziani e nonni. Ma una era diversa: quella dei fratelli venuti da Qaraqosh, scappati da una violenta persecuzione. A loro tutti insieme diciamo un “grazie” speciale! E’ molto bello che siate venuti qui oggi: è un dono per la Chiesa. E noi vi offriamo la nostra vicinanza, la nostra preghiera e l’aiuto concreto. La violenza sugli anziani è disumana, come quella sui bambini. Ma Dio non vi abbandona, è con voi! Con il suo aiuto voi siete e continuerete ad essere memoria per il vostro popolo; e anche per noi, per la grande famiglia della Chiesa. Grazie!

Questi fratelli ci testimoniano che anche nelle prove più difficili, gli anziani che hanno fede sono come alberi che continuano a portare frutto. E questo vale anche nelle situazioni più ordinarie, dove però ci possono essere altre tentazioni, e altre forme di discriminazione. Ne abbiamo sentite alcune dalle altre testimonianze.

La vecchiaia, in modo particolare, è un tempo di grazia, nel quale il Signore ci rinnova la sua chiamata: ci chiama a custodire e trasmettere la fede, ci chiama a pregare, specialmente a intercedere; ci chiama ad essere vicino a chi ha bisogno… Gli anziani, i nonni hanno una capacità di capire le situazioni più difficili: una grande capacità! E quando pregano per queste situazioni, la loro preghiera è forte, è potente!

Ai nonni, che hanno ricevuto la benedizione di vedere i figli dei figli (cfr Sal 128,6), è affidato un compito grande: trasmettere l’esperienza della vita, la storia di una famiglia, di una comunità, di un popolo; condividere con semplicità una saggezza, e la stessa fede: l’eredità più preziosa! Beate quelle famiglie cha hanno i nonni vicini! Il nonno è padre due volte e la nonna è madre due volte. In quei Paesi dove la persecuzione religiosa è stata crudele, penso, per esempio, all’Albania, dove mi sono recato domenica scorsa, in quei Paesi sono stati i nonni a portare i bambini a essere battezzati di nascosto, a dare loro la fede. Bravi! Sono stati bravi nella persecuzione e hanno salvato la fede in quei Paesi!

Ma non sempre l’anziano, il nonno, la nonna, ha una famiglia che può accoglierlo. E allora ben vengano le case per gli anziani… purché siano veramente case, e non prigioni! E siano per gli anziani, e non per gli interessi di qualcuno altro! Non ci devono essere istituti dove gli anziani vivono dimenticati, come nascosti, trascurati. Mi sento vicino ai tanti anziani che vivono in questi Istituti, e penso con gratitudine a quanti li vanno a visitare e si prendono cura di loro. Le case per anziani dovrebbero essere dei “polmoni” di umanità in un paese, in un quartiere, in una parrocchia; dovrebbero essere dei “santuari” di umanità dove chi è vecchio e debole viene curato e custodito come un fratello o una sorella maggiore. Fa tanto bene andare a trovare un anziano! Guardate i nostri ragazzi: a volte li vediamo svogliati e tristi; vanno a trovare un anziano, e diventano gioiosi!

Però esiste anche la realtà dell’abbandono degli anziani: quante volte si scartano gli anziani con atteggiamenti di abbandono che sono una vera e propria eutanasia nascosta! E’ l’effetto di quella cultura dello scarto che fa molto male al nostro mondo. Si scartano i bambini, si scartano i giovani, perché non hanno lavoro, e si scartano gli anziani con la pretesa di mantenere un sistema economico “equilibrato”, al centro del quale non vi è la persona umana, ma il denaro. Siamo tutti chiamati a contrastare questa velenosa cultura dello scarto!

Noi cristiani, insieme a tutti gli uomini di buona volontà, siamo chiamati a costruire con pazienza una società diversa, più accogliente, più umana, più inclusiva, che non ha bisogno di scartare chi è debole nel corpo e nella mente, anzi, una società che misura il proprio “passo” proprio su queste persone.

Come cristiani e come cittadini, siamo chiamati a immaginare, con fantasia e sapienza, le strade per affrontare questa sfida. Un popolo che non custodisce i nonni e non li tratta bene è un popolo che non ha futuro! Perché non ha futuro? Perché perde la memoria, e si strappa dalle proprie radici. Ma attenzione: voi avete la responsabilità di tenere vive queste radici in voi stessi! Con la preghiera, la lettura del Vangelo, le opere di misericordia. Così rimaniamo come alberi vivi, che anche nella vecchiaia non smettono di portare frutto. Una delle cose più belle della vita di famiglia, della nostra vita umana di famiglia, è accarezzare un bambino e lasciarsi accarezzare da un nonno e da una nonna. Grazie!

 

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OMELIA

Piazza San Pietro

Domenica, 28 settembre 2014

Video

 

Il Vangelo che abbiamo ascoltato, oggi lo accogliamo come Vangelo dell’incontro tra i giovani e gli anziani: un incontro pieno di gioia, pieno di fede e pieno di speranza.

Maria è giovane, molto giovane. Elisabetta è anziana, ma in lei si è manifestata la misericordia di Dio e da sei mesi, con il marito Zaccaria, è in attesa di un figlio.

Maria, anche in questa circostanza, ci mostra la via: andare a incontrare l’anziana parente, stare con lei, certo per aiutarla, ma anche e soprattutto per imparare da lei, che è anziana, una saggezza di vita.

La prima Lettura, con una varietà di espressioni, riecheggia il quarto comandamento: “Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà” (Es 20,12). Non c’è futuro per il popolo senza questo incontro tra le generazioni, senza che i figli ricevano con riconoscenza il testimone della vita dalle mani dei genitori. E dentro questa riconoscenza per chi ti ha trasmesso la vita, c’è anche la riconoscenza per il Padre che è nei cieli.

Ci sono talvolta generazioni di giovani che, per complesse ragioni storiche e culturali, vivono in modo più forte il bisogno di rendersi autonomi dai genitori, quasi di “liberarsi” del retaggio della generazione precedente. E’ come un momento di adolescenza ribelle. Ma, se poi non viene recuperato l’incontro, se non si ritrova un equilibrio nuovo, fecondo tra le generazioni, quello che ne deriva è un grave impoverimento per il popolo, e la libertà che predomina nella società è una libertà falsa, che quasi sempre si trasforma in autoritarismo.

Lo stesso messaggio ci viene dall’esortazione dell’apostolo Paolo rivolta a Timoteo e, tramite lui, alla comunità cristiana. Gesù non ha abolito la legge della famiglia e del passaggio tra generazioni, ma l’ha portata a compimento. Il Signore ha formato una nuova famiglia, nella quale sui legami di sangue prevale la relazione con Lui e il fare la volontà di Dio Padre. Ma l’amore per Gesù e per il Padre porta a compimento l’amore per i genitori, per i fratelli, per i nonni, rinnova le relazioni familiari con la linfa del Vangelo e dello Spirito Santo. E così san Paolo raccomanda a Timoteo, che è Pastore e quindi padre della comunità, di avere rispetto per gli anziani e i familiari, ed esorta a farlo con atteggiamento filiale: l’anziano “come fosse tuo padre”, “le donne anziane come madri” (cfr 1Tm 5,1). Il capo della comunità non è dispensato da questa volontà di Dio, anzi, la carità di Cristo lo spinge a farlo con un amore più grande. Come la Vergine Maria, che pur essendo diventata la Madre del Messia, si sente spinta dall’amore di Dio, che in lei si sta incarnando, a correre dall’anziana parente.

E ritorniamo allora a questa “icona” piena di gioia e di speranza, piena di fede, piena di carità. Possiamo pensare che la Vergine Maria, stando a casa di Elisabetta, avrà sentito lei e il marito Zaccaria pregare con le parole del Salmo responsoriale di oggi: “Sei tu, mio Signore, la mia speranza, la mia fiducia, fin dalla mia giovinezza … Non gettarmi via nel tempo della vecchiaia, non abbandonarmi quando declinano le mie forze… Venuta la vecchiaia e i capelli bianchi, o Dio, non abbandonarmi, fino a che io annunci la tua potenza, a tutte le generazioni le tue imprese” (Sal 71,5.9.18). La giovane Maria ascoltava, e custodiva tutto nel suo cuore. La saggezza di Elisabetta e Zaccaria ha arricchito il suo giovane animo; non erano esperti di maternità e paternità, perché anche per loro era la prima gravidanza, ma erano esperti della fede, esperti di Dio, esperti di quella speranza che viene da Lui: è di questo che il mondo ha bisogno, in ogni tempo. Maria ha saputo ascoltare quei genitori anziani e pieni di stupore, ha fatto tesoro della loro saggezza, e questa è stata preziosa per lei, nel suo cammino di donna, di sposa, di mamma.

Così la Vergine Maria ci mostra la via: la via dell’incontro tra i giovani e gli anziani. Il futuro di un popolo suppone necessariamente questo incontro: i giovani danno la forza per far camminare il popolo e gli anziani irrobustiscono questa forza con la memoria e la saggezza popolare.

 

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TESTO DELL’ANGELUS

 

Piazza San Pietro
Domenica, 28 settembre 2014

Video

 

Prima di concludere questa celebrazione, desidero salutare tutti i pellegrini, specialmente voi anziani, venuti da tanti Paesi. Grazie di cuore!

Rivolgo un cordiale saluto ai partecipanti al convegno-pellegrinaggio “Cantare la fede”, promosso in occasione del trentesimo anniversario del coro della diocesi di Roma. Grazie per la vostra presenza, e grazie per avere animato con il canto questa celebrazione,  affiancandovi alla Cappella Sistina. Continuate a svolgere con gioia e generosità il servizio liturgico nelle vostre comunità!

Ieri, a Madrid, è stato proclamato Beato il Vescovo Álvaro del Portillo; la sua esemplare testimonianza cristiana e sacerdotale, possa suscitare in molti il desiderio di aderire sempre più a Cristo e al Vangelo.

Domenica prossima inizierà l’Assemblea Sinodale sul tema della famiglia. È qui presente il responsabile principale, il Cardinale Baldisseri: pregate per lui. Invito tutti, singoli e comunità, a pregare per questo importante evento e affido questa intenzione all’intercessione di Maria Salus Populi Romani.

Adesso preghiamo insieme l’Angelus. Con questa preghiera invochiamo la protezione di Maria per gli anziani del mondo intero, in modo particolare per quelli che vivono situazioni di maggiore difficoltà.

 

 

Discorso di papa Francesco ai partecipanti alla plenaria del Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali. Lettera di papa Francesco a s.e. mons. JAVIER ECHEVARRÍA, prelato dell’OPUS DEI, in occasione della beatificazione di Álvaro Del Portillo

28 settembre 2014

Sala Clementina

Sabato, 27 settembre 2014

 

 

Signori Cardinali,
Cari fratelli vescovi e sacerdoti,
fratelli e sorelle,

sono lieto di incontrarvi al termine dei lavori della vostra Assemblea; ringrazio Mons. Piero Marini per le cortesi parole che mi ha rivolto a nome di tutti all’inizio di questo incontro. Saluto i Delegati Nazionali designati dalle Conferenze Episcopali e, in modo speciale, la Delegazione del comitato filippino guidata da Mons. Jose Palma, Arcivescovo di Cebu, città nella quale avrà luogo il prossimo Congresso Eucaristico Internazionale, nel gennaio 2016.

In quei giorni, il mondo cattolico terrà fissi gli occhi del cuore sul sommo mistero dell’Eucaristia per trarne rinnovato slancio apostolico e missionario. Ecco perché è importante prepararsi bene e io vi ringrazio, cari fratelli e sorelle, per il lavoro che state svolgendo al fine di aiutare i fedeli di ogni continente a comprendere sempre più e sempre meglio il valore e l’importanza dell’Eucaristia nella nostra vita.

L’Eucaristia tiene il posto centrale nella Chiesa perché è essa a “fare la Chiesa”. Come afferma il Concilio Vaticano II, riportando le parole del grande Agostino, essa è “sacramentum pietatis, signum unitatis, vinculum caritatis” (Sacrosanctum Concilium, 47).

Il tema scelto per il prossimo Congresso Eucaristico Internazionale è quanto mai significativo: “Cristo in voi, speranza della gloria” (Col 1,27). Esso pone in piena luce il legame tra l’Eucaristia, la missione e la speranza cristiana. Oggi vi è una carenza di speranza nel mondo, per questo l’umanità ha bisogno di ascoltare il messaggio della nostra speranza in Gesù Cristo. La Chiesa proclama questo messaggio con ardore rinnovato, utilizzando nuovi metodi e nuove espressioni. Con lo spirito della “nuova evangelizzazione”, la Chiesa porta questo messaggio a tutti e, in modo speciale, a coloro che, pur essendo battezzati, si sono allontanati dalla Chiesa e vivono senza fare riferimento alla vita cristiana.

Il 51° Congresso Eucaristico Internazionale offre l’opportunità di sperimentare e comprendere l’Eucaristia come un incontro trasformante con il Signore nella sua parola e nel suo sacrificio d’amore, affinché tutti possano avere vita, e vita in abbondanza (cfr Gv 10,10). Esso è l’occasione propizia per riscoprire la fede come sorgente di Grazia che porta gioia e speranza nella vita personale, familiare e sociale.

L’incontro con Gesù nell’Eucaristia sarà fonte di speranza per il mondo se, trasformati per la potenza dello Spirito Santo ad immagine di colui che incontriamo, accoglieremo la missione di trasformare il mondo donando la pienezza di vita che noi stessi abbiamo ricevuto e sperimentato, portando speranza, perdono, guarigione e amore a quanti ne hanno bisogno, in particolare i poveri, i diseredati e gli oppressi, condividendone la vita e le aspirazioni e camminando con loro alla ricerca di un’autentica vita umana in Cristo Gesù.

Cari fratelli e sorelle, affido fin d’ora il prossimo Congresso Eucaristico Internazionale alla Vergine Maria. La Madonna protegga e accompagni ognuno di voi, le vostre comunità, e renda fecondo il lavoro che state svolgendo in vista dell’importante evento ecclesiale di Cebu. Vi chiedo per favore di pregare per me e tutti di cuore vi benedico.

 

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Caro fratello:

La beatificazione del servo di Dio Álvaro del Portillo, collaboratore fedele e primo successore di san Josemaría Escrivá alla guida dell’Opus Dei, è un momento di gioia speciale per tutti i fedeli della Prelatura, come pure per te, che sei stato così a lungo testimone del suo amore a Dio e agli altri, della sua fedeltà alla Chiesa e alla propria vocazione. Desidero unirmi anch’io alla vostra gioia e rendere grazie a Dio che adorna il volto della Chiesa con la santità dei suoi figli.

La sua beatificazione avverrà a Madrid, la città in cui nacque e in cui trascorse l’infanzia e la giovinezza, con un’esistenza forgiata nella semplicità della vita famigliare, nell’amicizia e nel servizio agli altri, come quando si recava nei quartieri estremi per collaborare alla formazione umana e cristiana di tante persone bisognose. Lì, soprattutto, ebbe luogo l’evento che segnò definitivamente l’indirizzo della sua vita: l’incontro con san Josemaría Escrivá, dal quale imparò a innamorarsi di Cristo ogni giorno di più. Sì, innamorarsi di Cristo. Questo è il cammino di santità che deve percorrere ogni cristiano: lasciarsi amare dal Signore, aprire il cuore al suo amore e permettere che sia lui a guidare la nostra vita.

Mi piace ricordare la giaculatoria che il servo di Dio era solito ripetere, specialmente nelle feste e negli anniversari personali: «grazie, perdono, aiutami di più!». Sono parole che ci avvicinano alla realtà della sua vita interiore e del suo rapporto con il Signore e che possono, inoltre, aiutarci a dare nuovo slancio alla nostra vita cristiana.

Anzitutto, grazie. È la reazione immediata e spontanea che prova l’anima dinanzi alla bontà di Dio. Non può essere altrimenti. Egli ci precede sempre. Per quanto ci sforziamo, il suo amore giunge sempre prima, ci tocca e ci accarezza per primo, è primo sempre. Álvaro del Portillo era consapevole dei tanti doni che Dio gli aveva concesso e lo ringraziava per quella dimostrazione di amore paterno. Però, non si fermò lì; il riconoscimento dell’amore del Signore risvegliò nel suo cuore desideri di seguirlo con maggiore dedizione e generosità e di vivere una vita di umile servizio agli altri. Era notorio il suo amore per la Chiesa, sposa di Cristo, che servì con un cuore spoglio di interessi mondani, alieno alla discordia, accogliente con tutti e sempre alla ricerca del buono negli altri, di ciò che unisce, che edifica. Mai un lamento o una critica, nemmeno in momenti particolarmente difficili, piuttosto, come aveva imparato da san Josemaría, rispondeva sempre con la preghiera, il perdono, la comprensione, la carità sincera.

Perdono. Confessava spesso di vedersi davanti a Dio con le mani vuote, incapace di rispondere a tanta generosità. Peraltro, la confessione della povertà umana non è frutto della disperazione, ma di un fiducioso abbandono in Dio che è Padre. È aprirsi alla sua misericordia, al suo amore capace di rigenerare la nostra vita. Un amore che non umilia, non fa sprofondare nell’abisso della colpa, ma ci abbraccia, ci solleva dalla nostra prostrazione e ci fa camminare con più decisione e allegria. Il servo di Dio Álvaro conosceva bene il bisogno che abbiamo della misericordia divina e spese molte energie per incoraggiare le persone con cui entrava in contatto ad accostarsi al sacramento della confessione, sacramento della gioia. Com’è importante sentire la tenerezza dell’amore di Dio e scoprire che c’è ancora tempo per amare.

Aiutami di più. Sì, il Signore non ci abbandona mai, ci sta sempre accanto, cammina con noi e ogni giorno attende da noi un amore nuovo. La sua grazia non ci verrà a mancare e con il suo aiuto possiamo portare il suo nome in tutto il mondo. Nel cuore del nuovo beato pulsava l’anelito di portare la Buona Novella a tutti i cuori. Percorse così molti Paesi dando impulso a progetti di evangelizzazione, senza preoccuparsi delle difficoltà, spronato dal suo amore a Dio e ai fratelli. Chi è profondamente immerso in Dio sa stare molto vicino agli uomini. La prima condizione per annunciare loro Cristo è amarli, perché Cristo li ama già prima. Dobbiamo uscire dai nostri egoismi e dai nostri comodi e andare incontro ai nostri fratelli. Lì ci attende il Signore. Non possiamo tenere la fede per noi stessi, è un dono che abbiamo ricevuto per donarlo e condividerlo con gli altri.

Grazie, perdono, aiutami! In queste parole si esprime la tensione di una vita centrata in Dio. Di chi è stato toccato dall’Amore più grande e di quell’amore vive totalmente. Di chi, pur avendo l’esperienza delle debolezze e dei limiti umani, confida nella misericordia del Signore e vuole che tutti gli uomini, suoi fratelli, ne facciano anch’essi l’esperienza.

Caro fratello, il beato Álvaro del Portillo ci invia un messaggio molto chiaro, ci dice di fidarci del Signore, che egli è il nostro fratello, il nostro amico che non ci defrauda mai e che sta sempre al nostro fianco. Ci incoraggia a non temere di andare controcorrente e di soffrire per l’annuncio del Vangelo. Ci insegna infine che nella semplicità e nella quotidianità della nostra vita possiamo trovare un cammino sicuro di santità.

Chiedo, per favore, a tutti i fedeli della Prelatura, sacerdoti e laici, e a tutti i partecipanti alle vostre attività, di pregare per me, mentre impartisco la Benedizione Apostolica.

Gesù vi benedica e la Santa Vergine vi protegga.

Fraternamente,

 Francesco

Preghiera della sera. A San Michele Arcangelo. Novena all’Angelo Custode (5° giorno)

27 settembre 2014

 

da qui

GRANDEZZA DI S. MICHELE VERSO I MORIBONDI

Considera quanto sia grande la carità del celeste principe nell’aiutare i suoi devoti, specialmente in punto di morte. Dio gli ha dato potere su tutte le anime prossime a partire da questa vita. La Santa Chiesa due volte l’anno celebra la festività di S. Michele, 1’8 maggio, e il 29 settembre, cioè in primavera ed in autunno, a significare quasi – come spiega S. Bonaventura – che il S. Arcangelo protegge i suoi devoti in vita ed in morte.

Pantaleone Lo chiama visitatore degli infermi quando i parenti non possono aiutarci, gli amici ci abbandonano, le ricchezze a nulla valgono, allora viene San Michele a visitare, confortare, consolare, aiutare i suoi servi.

Considera quanto è terribile il punto della morte per la violenza con cui il Demonio viene ad assediare l’anima, che è sul punto di partire da questa terra. Viene con le più gagliarde tentazioni per dare l’ultimo colpo, ai suoi spaventi, raddoppia gli assalti, chiama i suoi compagni in aiuto, si impegna in una guerra crudele per far eternamente perdere quell’anima. Viene tentato il moribondo ora di diffidenza, ora di disperazione, ora di vanità, ora di superbia. Chi potrà capire che terribile momento sarà quello, se anche i più grandi Santi hanno tremato? Tremò un S. Ilarione che aveva fatto settanta annidi rigorosissima penitenza? Che sarà di te, o cristiano? Sia lode al misericordioso Iddio, che affidò a S. Michele l’incarico di aiutare i fedeli a superare i pericoli di quel tremendo combattimento! A Lui rivolgiti spesso e pregaLo che nel punto della morte venga in tua difesa.

Considera che la carità del principe degli Angeli verso i suoi fedeli è tanto grande che spesso, per render la loro morte santa e buona, li ha avvisati e preparati a ben morire. Stava gravemente infermo S. Vilfrido, gli apparve S. Michele, e dopo averlo miracolosamente: guarito, gli disse che sarebbe morto tra quattro anni. Si narra pure di S. Cuduallo che fu avvisato da S. Michele del punto della morte dieci anni prima. All’anacoreta Frontosio promise S. Michele di venire in sua difesa in punto di morte in compagnia di molti Angeli. Chi non amerà il S. Arcangelo, che tanti benefici dà in vita ai suoi servi, e tanti aiuti porge specialmente nel punto della morte? Procura di onorarLo con frequenti ossequi e con una vita intemerata affinchè, in punto di morte, quando anche i più cari parenti non ti potranno aiutare, Egli venga in tuo aiuto, ti difenda dai demoni, e porti l’anima tua al Cielo.

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Novena a San Francesco

27 settembre 2014

QUARTO GIORNO

San Francesco e santa Chiara ci ricorda­no che è necessario trovare il tempo per la preghiera, alimento spirituale della nostra anima. La castità perfetta non c’im­pone di evitare le creature di sesso diverso dal nostro, ma ci chiede di amarle solo di un amore che anticipa su questa terra quell’amore che potremo esprimere piena­mente in Cielo dove saremo “simili agli angeli” (Mc 12,25).

San Francesco e Santa Chiara, pregate per noi.   Padre, Ave, Gloria

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La vita di Gesù (seconda parte) raccontata ai bambini

27 settembre 2014

Giovanni 11

Conosco due fanciulle, due sorelle; esse si chiamano Marta e Maria. Insieme al fratello Lazzaro vivevano in una località chiamata Betania, che si trova non molto lontano da Gerusalemme. Esse avevano conosciuto Gesù il giorno in cui Marta, dopo averlo incontrato per strada, lo aveva invitato nella loro casa. Subito erano diventati amici. Maria era proprio incantata dalle sue parole: per dimostrargli la sua devozione, una sera gli unse i piedi con un profumo e glieli asciugò con i suoi capelli. Marta, invece, lo viziava sempre preparandogli dei pranzi squisiti! E io… io l’amavo come un fratello. Chi sono io? Io sono…no, no…è meglio che non ve lo dica adesso. Continuiamo invece con la storia. Un giorno Gesù, mentre si trovava fuori dalla Giudea con gli Apostoli e molti discepoli, ricevette un messaggio da Marta e Maria. Esse gli avevano mandato a dire che Lazzaro era molto malato e lo pregavano di andare da loro al più presto. Gesù voleva molto bene a Lazzaro, perciò i discepoli pensarono che egli si sarebbe affrettato a partire per Betania e questa cosa li preoccupava molto: in quei luoghi, infatti, si trovavano anche alcuni nemici di Gesù che volevano fargli del male. Egli, però, non si affrettò a partire; rimase ancora due giorni là dove si trovava. Trascorsi due giorni, Gesù si preparò per andare a Betania. I discepoli cercarono di fargli cambiare idea. <<Il nostro amico Lazzaro si è addormentato, e io devo andare a svegliarlo>> disse allora Gesù. ”Se Lazzaro dorme, sta bene”, pensavano i discepoli, “perché allora dobbiamo rischiare di andare a farci uccidere?” Tuttavia partirono insieme a Gesù. Appena arrivarono a Betania, Marta si precipitò fuori dalla sua casa. Andò incontro a Gesù e, piangendo, gli disse: <<Lazzaro è morto quattro giorni fa. Se tu fossi stato qui, non sarebbe morto!>>. <<Tuo fratello vivrà ancora perché io sono la resurrezione e la vita e chi crede in me non morirà mai.>> le disse Gesù. <<Tu credi in me?>> <<Sì, io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio>> rispose Marta. Poi corse a chiamare la sorella e insieme a Gesù, ai discepoli e a molti Giudei che si trovavano lì per consolare le due sorelle, si recarono nel luogo dove Lazzaro era stato sepolto. Giunti davanti al sepolcro Gesù chiese: <<Spostate la pietra!>> <<Ma Signore, Lazzaro è ormai morto da quattro giorni>> disse Marta, mentre alcuni uomini già si affrettavano ad aprire la tomba. Allora Gesù si mise a pregare:<<Oh Dio adorato, so che tu sei mio Padre e sempre mi ascolti. Esaudisci adesso anche questa mia preghiera, in modo che tutte le persone che sono qui vedano che io sono tuo figlio.>> Poi gridò:<<Lazzaro, alzati e vieni fuori!>> Immediatamente, Lazzaro uscì dalla tomba, ancora coperto dalle fasce e dal sudario. Lazzaro era risorto! Era vivo! Io ero risorto! Io ero vivo! Sì, io, perché Lazzaro sono proprio io, che ho deciso di raccontare a tutti questa storia affinché tutti possano credere che Gesù è colui che ha il potere di restituire la vita.

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Intervista a sr. Mary Melone

27 settembre 2014

 

È la prima rettore donna, e religiosa, di un ateneo pontificio in Italia. Ma il percorso accademico della francescana cinquantenne suor Mary Melone, dal giugno scorso alla guida della Pontificia università Antonianum per un triennio, annovera diverse tappe: prima donna professore stabile presso la facoltà di Teologia dello stesso ateneo romano, prima donna ad assumere l’incarico di decano. A sceglierla come leader, la Congregazione per l’educazione cattolica. Che l’apporto delle teologhe stia crescendo lo attesta anche la recente nomina nella Commissione teologica internazionale di altre cinque donne: a suor Sara Butler e Barbara Hallensleben si aggiungono suor Prudence Allen, suor Alenka Arko, Moira Mary Mc-Queen, Tracey Rowland e Marianne Schlosser.

 

 

Suor Mary, perché ha scelto di specializzarsi proprio in teologia dogmatica?
«La scelta di dedicarmi a questi studi, come sempre avviene nella vita consacrata, è stata condivisa con la famiglia religiosa a cui appartengo, le Francescane Angeline, e inserita in un più ampio progetto comunitario. All’interno del quale la specializzazione in teologia dogmatica, oltre che a rispondere ai miei interessi personali, è stata considerata anche come un’opportunità per contribuire all’ambito della formazione e agli studi legati al nostro carisma e alla nostra spiritualità».

 

 

La sua tesi di dottorato verte sul canonico agostiniano Riccardo di San Vittore, che esercitò un grande influsso su Bonaventura da Bagnoregio e i mistici francescani. Come mai questa scelta? Quale l’apporto del teologo mistico al francescanesimo di ieri e di oggi?
«Il mio interesse per Riccardo di San Vittore nasce da un interesse per la pneumatologia (teologia dello Spirito Santo); la ricerca mi ha portato allo studio del trattato trinitario di Riccardo, che propone un’interpretazione quanto mai originale della terza persona della Trinità, da lui definita ilCondilectus, colui che ha origine dallo scambio di amore tra il Padre e il Figlio. Sebbene Bonaventura, come tutta la sua epoca, apprezzi Riccardo soprattutto per i suoi scritti di mistica, subirà anche l’influsso di questa visione teologica profondamente relazionale e comunionale. Visione che costituisce indubbiamente un compito anche per il pensiero francescano contemporaneo, chiamato a contribuire alla costruzione di una società in cui l’uomo riconosca sempre più la propria chiamata a ‘vivere in comunione’».

 

 

A suo parere, la concezione della donna nella Chiesa sta evolvendo in prospettiva conciliare?
«Credo che la visione della Chiesa che il Concilio ha voluto rimettere in luce – visione in cui la distinzione all’interno della comunità ecclesiale va ricondotta alla diversità di carismi e ministeri – stia sempre più maturando e lo spazio riconosciuto alla donna lo dimostra con particolare evidenza. Parlo di ‘spazio riconosciuto alla donna’, perché sono convinta che la donna abbia sempre contribuito alla vita delle comunità ecclesiali in modo determinante, ma il suo contributo non sempre è stato considerato o riconosciuto, perlomeno a livello istituzionale».

 

 

Il pensiero femminile teologico, in ambito accademico, comincia a trovare spazi di riflessione e dibattito in Italia? E all’estero?
«Le donne che si dedicano allo studio e all’insegnamento della teologia sono sempre più numerose nelle istituzioni accademiche e la loro presenza è sempre più qualificata e significativa, tanto per la loro produzione scientifica, quanto per il ruolo che hanno nella vita accademica. Inoltre molte teologhe sono membri delle diverse associazioni teologiche specialistiche, sia in Italia che all’estero. In Italia, in particolare, esiste un’associazione autonoma di teologhe, il Coordinamento teologhe italiane, che pone tra le sue finalità anche quella di favorire la visibilità della donna nel panorama culturale ed ecclesiale».

 

 

Come valorizzare il ruolo delle donne, laiche e religiose, nel mondo accademico pontificio?
«Credo che nel mondo accademico e pontificio il ruolo delle donne, laiche e religiose, di fatto sia sempre più valorizzato. Tuttavia, per promuoverlo ancora di più, a mio avviso sarebbe necessario che i criteri di genere – in virtù dei quali alcuni ruoli di responsabilità sono stati tradizionalmente solo maschili – oggi debbano essere sostituiti, laddove possibile, da criteri di competenza e di preparazione che sono più corrispondenti alla specificità delle istituzioni universitarie e che, di conseguenza, aprono all’apporto tanto degli uomini quanto delle donne. Bisogna ricordare che le donne hanno potuto accedere al dottorato in teologia solo dopo il Concilio. E che possono diventare rettori solo i professori stabili, gli ordinari e i titolari delle cattedre; non sempre le donne – che hanno un approccio specifico, legato alla loro sensibilità femminile – possono accedere a questo tipo di carriera accademica».

 

 

A partire da questo anno accademico la facoltà di Teologia della sua Università offre la possibilità di intraprendere la licenza in teologia dogmatica con un indirizzo sul pensiero teologico francescano. E parte un corso sulla vita consacrata femminile…
«La scelta di attivare questo indirizzo di alta specializzazione nasce, da una parte, dalla specificità della nostra Università, che è espressione del mondo francescano e, dall’altra, dalla convinzione che questo pensiero sia quanto mai attuale per il mondo di oggi. La Pontificia università Antonianum, promuovendo in modo particolare l’approccio alla grande eredità di Francesco e di maestri come Bonaventura e Scoto, ha sempre cercato di valorizzare le sue esigenze più profonde, che rappresentano altrettante frontiere per la teologia francescana. Inoltre in questo anno accademico inizia all’Istituto superiore di scienze religiose il corso di specializzazione sulla vita consacrata francescana femminile, per approfondire le esperienze fiorite tra il XIX e il XX secolo».

 

pubblicato su Avvenire del 25 settembre 2014

Vita nello Spirito

27 settembre 2014

L’Arcangelo Michele

 

Michele non è un angelo leggiadro, ma un angelo dotato di grande forza. E Dio manda questa forza a ogni uomo affinché non sia vinto dalla forza di questo mondo. È un messaggio consolante. 

Accanto a noi c’è una angelo che combatte per noi. 

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Tweet del Papa

27 settembre 2014

C’è la tendenza a mettere al centro noi stessi e le nostre ambizioni personali. Questo è molto umano, ma non è cristiano.

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Vangelo (Mt 21,28-32) del giorno dalle letture della Messa (Domenica 28 Settembre 2014) con commento comunitario

27 settembre 2014

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,28-32) 

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Non ne ho voglia. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: Sì, signore. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Questo è il Vangelo del 28 Settembre, quello del 27 Settembre lo potete trovare qualche post più sotto

Liturgia del giorno: Audio salmo 90 (89)

27 settembre 2014

Signore, tu sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.

[1] Preghiera. Di Mosè, uomo di Dio.
Signore, tu sei stato per noi un rifugio
di generazione in generazione.

[2] Prima che nascessero i monti
e la terra e il mondo fossero generati,
da sempre e per sempre tu sei, Dio.
[3] Tu fai ritornare l’uomo in polvere
e dici: “Ritornate, figli dell’uomo”.

[4] Ai tuoi occhi, mille anni
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

[5] Li annienti: li sommergi nel sonno;
sono come l’erba che germoglia al mattino:

[6] al mattino fiorisce, germoglia,
alla sera è falciata e dissecca.

[7] Perché siamo distrutti dalla tua ira,
siamo atterriti dal tuo furore.

premere qui segue ….

 

All’alba ti cercherò

Carlo Maria Martini, All’alba ti cercherò, 131

Signore, provoca anche noi!
Passa in mezzo a noi, dovunque siamo,
sia che ci troviamo tra la folla,
sia che ci troviamo nel luogo della preghiera,
sia che ci troviamo nelle realtà della vita quotidiana!
Fa’ che non ci sia differenza tra l’una e l’altra,
che non abbiamo a rinnegare nella vita quotidiana
colui che sul monte vogliamo conoscere.

Fa’ che ci sia unità tra i diversi momenti della nostra esistenza!

Signore, attraverso la contemplazione di te che risvegliandoti dal sonno e risorto dalla morte mi dai fiducia,

sciogli, ti prego, i miei timori, le mie paure, le mie indecisioni,

i miei blocchi nelle scelte importanti, nelle amicizie, nel perdono, nei rapporti con gli altri,
negli atti di coraggio per manifestare la mia fede.
Sciogli i miei blocchi, Signore!

Santi e Beati. Memoria di oggi: San Vincenzo de’ Paoli Sacerdote e fondatore

27 settembre 2014

SAN VINCENZO DE’ PAOLI

SACERDOTE E FONDATORE

27 settembre – Memoria

 

Pouy, Guascogna, Francia, 1581 – Parigi, Francia, 27 settembre 1660

Nato a Pouy in Guascogna il 24 aprile 1581, fino a quindici anni fece il guardiano di porci per poter pagarsi gli studi. Ordinato sacerdote a 19 anni, nel 1605 mentre viaggiava da Marsiglia a Narbona fu fatto prigioniero dai pirati turchi e venduto come schiavo a Tunisi. Venne liberato dal suo stesso «padrone», che convertì. Da questa esperienza nacque in lui il desiderio di recare sollievo materiale e spirituale ai galeotti. Nel 1612 diventò parroco nei pressi di Parigi. Alla sua scuola si formarono sacerdoti, religiosi e laici che furono gli animatori della Chiesa di Francia, e la sua voce si rese interprete dei diritti degli umili presso i potenti. Promosse una forma semplice e popolare di evangelizzazione. Fondò i Preti della Missione (Lazzaristi) e insieme a santa Luisa de Marillac, le Figlie della Carità (1633). Diceva ai sacerdoti di S. Lazzaro: «Amiamo Dio, fratelli miei, ma amiamolo a nostre spese, con la fatica delle nostre braccia, col sudore del nostro volto». Per lui la regina di Francia inventò il Ministero della Carità. E da insolito «ministro» organizzò gli aiuti ai poveri su scala nazionale. Morì a Parigi il 27 settembre 1660 e fu canonizzato nel 1737. (Avvenire)

Patronato: Società caritatevoli

Etimologia: Vincenzo = vittorioso, dal latino

Martirologio Romano: Memoria di san Vincenzo de’ Paoli, sacerdote, che, pieno di spirito sacerdotale, a Parigi si dedicò alla cura dei poveri, riconoscendo nel volto di ogni sofferente quello del suo Signore e fondò la Congregazione della Missione, nonché, con la collaborazione di santa Luisa de Marillac, la Congregazione delle Figlie della Carità, per provvedere al ripristino dello stile di vita proprio della Chiesa delle origini, per formare santamente il clero e per assistere i poveri.

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Torino spiritualità 2014. Lectio di Enzo Bianchi. “Le domande di Dio”

27 settembre 2014
Pubblichiamo una parte della «Lectio magistralis» che il priore di Bose ha tenuto ieri al teatro Carignano nell’ambito di «Torino Spiritualità 2014».
Gesù e il sommo sacerdote, olio su tela di Gerrit van Honthorst (1590-1656). Londra, National Gallery.
 Gesù e il sommo sacerdote, olio su tela di Gerrit van Honthorst (1590-1656). Londra, National Gallery
In noi, umani, abitano molte domande, cioè sentiamo una pulsione a conoscere, a sapere, a comunicare, che ci spinge a porre domande. È significativo che i bambini, non più infanti, pongano continuamente domande, per conoscere il mondo in cui sono giunti. I genitori lo sanno bene: più domande che affermazioni… L’umano è un essere che interroga e si interroga, quindi cerca una risposta.

Ma le domande sono molto più decisive delle possibili risposte, che non sempre emergono per soddisfarle. Se Platone faceva dire a Socrate che «il più grande bene dell’uomo è interrogarsi su se stesso, e indegna di essere vissuta è una vita senza tale attività (Apologia di Socrate 38A), potremmo estendere questa considerazione a tutte le domande fondamentali che riguardano la condizione umana.
Rainer Maria Rilke, non ancora trentenne, scriveva il 6 luglio 1903 in una splendida lettera al giovane poeta Franz Kappus:
Caro signore, Lei è così giovane, e si trova così al di qua di ogni inizio, e io vorrei, meglio che posso, caro amico, pregarLa di avere pazienza con tutto ciò che è irrisolto nel suo cuore, e di tentare di amare le domande stesse, come se fossero delle stanze chiuse a chiare, o dei libri scritti in una lingua straniera. Non ricerchi ora le risposte che non possono esserLe date, perché non sarebbe in grado di viverle… Ora viva le domande. Forse, così, un giorno lontano, a poco a poco,senza accorgersene, si troverà a vivere la risposta… Il nostro compito è difficile, ma quasi tutto ciò che è serio è difficile, e tutto è serio.
Rilke dà come consiglio al giovane di amare le domande – oserei specificare – più che le risposte, perché a volte le risposte non ci sono o non sappiamo trovarle, ma le domande sorgono, ci abitano, ci muovono, ci fanno cercare. E ci sono domande che ci vengono rivolte dagli altri, dall’Altro, che noi possiamo ascoltare o, al contrario, uomo o donna, che ci porge il suo volto. Il volto, che nella specie umana è unico, è distintivo della persona, e che i nostri occhi vedono, incontrano, leggono, conoscono o riconoscono, è una domanda, come sapeva sottolineare con maestria Emmanuel Lévinas.
Permettetemi qui di ricordarvi anche un altro grande autore, per me un vero maestro: Edmond Jabès, che non a caso ha scritto Le Livre des Questions (1963), Il libro delle domande, nel quale questo intellettuale ebreo pone domande e cerca di rispondervi, ma solo attraverso frasi brevi, sintetiche, quasi degli aforismi, in modo che la domanda resti aperta, risuoni ancora e ancora…
Sì, il nostro cuore umano è abitato da domande: da dove vengo? Dove vado? Chi sono io? Ciò che mi circonda è reale? E tra tutte le domande, la più grave: perché la morte mi attende? E’ dal profondo, dall’intimo di noi stessi, da quell’organo immaginario e simbolico che chiamiamo «cuore», senza ben sapere dove collocarlo, che emergono pensieri buoni e pensieri malvagi, da cui procedono i desideri, il volere, l’operare. C’è un’affermazione del profeta Geremia che mi ha sempre intrigato: «Il cuore dell’uomo è complicato e malato; chi lo può conoscere?» (Ger 17,9). La fonte delle nostre domande è complicata e malata, perché veniamo al mondo da un uomo e da una donna che già hanno conosciuto complicazione e malattia, e nessuno di noi nasce «senza bagagli»… La nostra esistenza è tributaria verso la nostra radice, verso chi ci ha preceduto e ci ha generato, ed è plasmata anche dalla nostra storia, dal nostro vivere in un tempo e in un luogo precisi.
Le domande, dunque, generano un humus complesso e diverso per ciascuno di noi, ed è in questo terreno che la nostra personale volontà può decidere il bene e il male, può discernere le domande e scegliere se impegnarsi in una risposta o lasciarle cadere. Il nostro cammino di umanizzazione dipende innanzitutto da questo personale discernimento, dal nostro impegno nel vivere in una logicadi bene comune e di resistenza alla philautía, all’amore di sé, all’egoismo di chi vive senza gli altri o addirittura contro gli altri.
Le domande che abitano in noi determinano dunque la qualità della nostra vita e della nostra convivenza. Ricordavo prima le domande che ogni essere umano degno di questo nome si pone, ben espresse dallo «gnostico» Teodoro alla metà del II sec. d.C.: «Chi sono io? Da dove vengo? Dove vado? A chi appartengo? Da cosa posso essere salvato?» (cf. Clemente Alessandrino, Estratti da Teodoto 78; PG 9,696).
Anche nella Bibbia sono testimoniate domande, sia rivolte a Dio dall’uomo sia all’uomo da Dio. In questo dialogo tra l’uomo e l’Altro – che chiamiamo Dio –, in questa relazione che dall’inizio dell’umanità continua nella storia, vi sono molte domande. Va riconosciuto che le domande dell’uomo si riducono, pur nelle loro diverse espressioni, a una sola: «Ci darai la salvezza, ci libererai dalla morte, o Dio?». Le domande che Dio fa all’uomo, invece, sono diverse. La prima è quella testimoniata nel libro della Genesi, dove Dio cerca l’uomo che si è allontanato da lui, e lo chiama: «Adamo, dove sei? Terrestre, umano, adam tratto dalla adamah, dove sei?» (Gen 2,9). Domanda che interpella l’uomo in tutti i tempi e in tutte le generazioni: dove sei? Che significa: a che punto del cammino di umanizzazione ti trovi? Sei un uomo che ogni giorno vince l’animalità che ti abita, oppure sei su un cammino di barbarie, di disumanizzazione, di bestialità? O ancora, citando il commento di Martin Buber in quel vero e proprio gioiello che è Il cammino dell’uomo: «Dove sei nel tuo mondo? Dei giorni e degli anni a te assegnati ne sono già trascorsi…: nel frattempo tu fin dove sei arrivato nel tuo mondo?» (Qiqajon, Magnano 1990, p. 18).
Creando l’uomo, Dio aveva detto: «Facciamo l’uomo» (Gen 1,26), dove il «noi» – dicono i rabbini – significa che Dio e l’uomo insieme devono fare l’uomo, perché l’uomo si fa più uomo solo con l’aiuto dell’altro, e dell’Altro con la «a» maiuscola, Dio. Qui mi preme in modo bruciante dire una parola franca e necessaria.
Quando, a proposito di Auschwitz, di Dachau, dei gulag, o del massacro delle minoranze etniche e religiose in Iraq o in Siria da parte degli jihadisti, sentiamo porre la domanda: «Dov’era, dov’è Dio?», dovremmo provare vergogna e chiederci invece: «Dov’era, dov’è l’uomo? Dov’era, dov’è la nostra umanità?», senza imputare a Dio ciò che Dio stesso aborrisce! Un’altra domanda posta da Dio – attenzione, non all’inizio cronologico della storia, ma all’inizio di ogni vita umana responsabile – è: «Dov’è Abele, tuo fratello?» (Gen 4,9). Dopo la domanda al tu che riguarda ogni umano, dunque ognuno di noi, se stesso, vi è la domanda che concerne l’altro, gli altri, quelli legati a ciascuno di noi dal vincolo della fraternità. «Dov’è Abele, tuo fratello?», significa: «Che rapporto hai con l’altro uomo? Che responsabilità senti verso di lui? Che cura ne hai? Oppure lo neghi, dunque lo misconosci, lo uccidi?». Anche questa è una domanda inesauribile, che ogni giorno si rinnova per ciascuno di noi.

Liturgia di ringraziamento: Vespri e Te Deum presieduti da Papa Francesco in occasione del 200° anniversario della ricostituzione della Compagnia di Gesù

27 settembre 2014

 

Chiesa del Gesù
Sabato, 27 settembre 2014

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Cari fratelli e amici nel Signore,

la Compagnia insignita del nome di Gesù ha vissuto tempi difficili, di persecuzione. Durante il generalato del p. Lorenzo Ricci «i nemici della Chiesa giunsero ad ottenere la soppressione della Compagnia» (Giovanni Paolo II, Messaggio a p. Kolvenbach, 31 luglio 1990) da parte del mio predecessore Clemente XIV. Oggi, ricordando la sua ricostituzione, siamo chiamati a recuperare la nostra memoria, a fare memoria, richiamando alla mente i benefici ricevuti e i doni particolari (cfr Esercizi Spirituali, 234). E oggi voglio farlo qui con voi.

In tempi di tribolazione e di turbamento si solleva sempre un polverone di dubbi e di sofferenze, e non è facile andare avanti, proseguire il cammino. Soprattutto nei tempi difficili e di crisi vengono tante tentazioni: fermarsi a discutere di idee, lasciarsi trasportare dalla desolazione, concentrarsi sul fatto di essere perseguitati e non vedere altro. Leggendo le lettere del p. Ricci una cosa mi ha molto colpito: la sua capacità di non farsi imbrigliare da queste tentazioni e di proporre ai gesuiti, in tempo di tribolazione, una visione delle cose che li radicava ancora di più nella spiritualità della Compagnia.

Il p. Generale Ricci, che scriveva ai gesuiti di allora vedendo le nubi addensarsi all’orizzonte, li fortificava nella loro appartenenza al corpo della Compagnia e alla sua missione. Ecco: in un tempo di confusione e di turbamento ha fatto discernimento. Non ha perso tempo a discutere di idee e a lamentarsi, ma si è fatto carico della vocazione della Compagnia. Lui doveva custodirla, e si è fatto carico.

E questo atteggiamento ha portato i gesuiti a fare l’esperienza della morte e risurrezione del Signore. Davanti alla perdita di tutto, perfino della loro identità pubblica, non hanno fatto resistenza alla volontà di Dio, non hanno resistito al conflitto cercando di salvare sé stessi. La Compagnia – e questo è bello – ha vissuto il conflitto fino in fondo, senza ridurlo: ha vissuto l’umiliazione con Cristo umiliato, ha ubbidito. Non ci si salva mai dal conflitto con la furbizia e con gli stratagemmi per resistere. Nella confusione e davanti all’umiliazione la Compagnia ha preferito vivere il discernimento della volontà di Dio, senza cercare un modo per uscire dal conflitto in modo apparentemente tranquillo. O almeno elegante: non lo ha fatto.

Non è mai l’apparente tranquillità ad appagare il nostro cuore, ma la vera pace che è dono di Dio. Non si deve mai cercare il «compromesso» facile né si devono praticare facili «irenismi». Solo il discernimento ci salva dal vero sradicamento, dalla vera «soppressione» del cuore, che è l’egoismo, la mondanità, la perdita del nostro orizzonte, della nostra speranza, che è Gesù, che è solo Gesù. E così il p. Ricci e la Compagnia in fase di soppressione ha privilegiato la storia rispetto a una possibile «storiella» grigia, sapendo che è l’amore a giudicare la storia, e che la speranza – anche nel buio – è più grande delle nostre attese.

Il discernimento deve essere fatto con intenzione retta, con occhio semplice. Per questo il p. Ricci giunge, proprio in questa occasione di confusione e di smarrimento, a parlare dei peccati dei gesuiti. Sembra fare pubblicità al contrario! Non si difende sentendosi vittima della storia, ma si riconosce peccatore. Guardare a se stessi riconoscendosi peccatori evita di porsi nella condizione di considerarsi vittime davanti a un carnefice. Riconoscersi peccatori, riconoscersi davvero peccatori, significa mettersi nell’atteggiamento giusto per ricevere la consolazione.

Possiamo ripercorrere brevemente questo cammino di discernimento e di servizio che il padre Generale indicò alla Compagnia. Quando nel 1759 i decreti di Pombal distrussero le province portoghesi della Compagnia, il p. Ricci visse il conflitto non lamentandosi e lasciandosi andare alla desolazione, ma invitando alla preghiera per chiedere lo spirito buono, il vero spirito soprannaturale della vocazione, la perfetta docilità alla grazia di Dio. Quando nel 1761 la tempesta avanzava in Francia, il padre Generale chiese di porre tutta la fiducia in Dio. Voleva che si approfittasse delle prove subite per una maggiore purificazione interiore: esse ci conducono a Dio e possono servire per la sua maggior gloria; poi raccomanda la preghiera, la santità della vita, l’umiltà e lo spirito di obbedienza. Nel 1767, dopo l’espulsione dei gesuiti spagnoli, ancora continua a invitare alla preghiera. E infine, il 21 febbraio 1773, appena sei mesi prima della firma del Breve Dominus ac Redemptor, davanti alla totale mancanza di aiuti umani, vede la mano della misericordia di Dio che invita coloro che sottopone alla prova a non confidare in altri che non sia solamente Lui. La fiducia deve crescere proprio quando le circostanze ci buttano a terra. L’importante per il padre Ricci è che la Compagnia fino all’ultimo sia fedele allo spirito della sua vocazione, che è la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime.

La Compagnia, anche davanti alla sua stessa fine, è rimasta fedele al fine per il quale è stata fondata. Per questo Ricci conclude con una esortazione a mantenere vivo lo spirito di carità, di unione, di obbedienza, di pazienza, di semplicità evangelica, di vera amicizia con Dio. Tutto il resto è mondanità. La fiamma della maggior gloria di Dio anche oggi ci attraversi, bruciando ogni compiacimento e avvolgendoci in una fiamma che abbiamo dentro, che ci concentra e ci espande, c’ingrandisce e ci rimpicciolisce.

Così la Compagnia ha vissuto la prova suprema del sacrificio che ingiustamente le veniva chiesto facendo propria la preghiera di Tobi, che con l’animo affranto dal dolore sospira, piange e poi prega: «Tu sei giusto, Signore, e giuste sono tutte le tue opere. Ogni tua via è misericordia e verità. Tu sei il giudice del mondo. Ora, Signore, ricordati di me e guardami. Non punirmi per i miei peccati e per gli errori miei e dei miei padri. Violando i tuoi comandi, abbiamo peccato davanti a te. Ci hai consegnato al saccheggio; ci hai abbandonato alla prigionia, alla morte e ad essere la favola, lo scherno, il disprezzo di tutte le genti, tra le quali ci hai dispersi». E conclude con la richiesta più importante: «Signore, non distogliere da me il tuo volto» (Tb 3,1-4.6d).

E il Signore rispose mandando Raffaele a togliere le macchie bianche dagli occhi di Tobi, perché tornasse a vedere la luce di Dio. Dio è misericordioso, Dio corona di misericordia. Dio ci vuol bene e ci salva. A volte il cammino che conduce alla vita è stretto e angusto, ma la tribolazione, se vissuta alla luce della misericordia, ci purifica come il fuoco, ci dà tanta consolazione e infiamma il nostro cuore affezionandolo alla preghiera. I nostri fratelli gesuiti nella soppressione furono ferventi nello spirito e nel servizio del Signore, lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera (cfr Rm 12,13). E questo ha dato onore alla Compagnia, non certamente gli encomi dei suoi meriti. Così sarà sempre.

Ricordiamoci la nostra storia: alla Compagnia «è stata data la grazia non solo di credere nel Signore, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1,29). Ci fa bene ricordare questo.

La nave della Compagnia è stata sballottata dalle onde e non c’è da meravigliarsi di questo. Anche la barca di Pietro lo può essere oggi. La notte e il potere delle tenebre sono sempre vicini. Costa fatica remare. I gesuiti devono essere «rematori esperti e valorosi» (Pio VII, Sollecitudo omnium ecclesiarum): remate dunque! Remate, siate forti, anche col vento contrario! Remiamo a servizio della Chiesa. Remiamo insieme! Ma mentre remiamo – tutti remiamo, anche il Papa rema nella barca di Pietro – dobbiamo pregare tanto: «Signore, salvaci!», «Signore salva il tuo popolo!». Il Signore, anche se siamo uomini di poca fede e peccatori ci salverà. Speriamo nel Signore! Speriamo sempre nel Signore!

La Compagnia ricostituita dal mio predecessore Pio VII era fatta di uomini coraggiosi e umili nella loro testimonianza di speranza, di amore e di creatività apostolica, quella dello Spirito. Pio VII scrisse di voler ricostituire la Compagnia per «sovvenire in maniera adeguata alle necessità spirituali del mondo cristiano senza differenza di popoli e di nazioni» (ibid). Per questo egli diede l’autorizzazione ai gesuiti che ancora qua e là esistevano grazie a un sovrano luterano e a una sovrana ortodossa, a «restare uniti in un solo corpo». Che la Compagnia resti unita in un solo corpo!

E la Compagnia è stata subito missionaria e si è messa a disposizione della Sede Apostolica, impegnandosi generosamente «sotto il vessillo della croce per il Signore e il suo vicario in terra» (Formula Instituti, 1). La Compagnia riprese la sua attività apostolica con la predicazione e l’insegnamento, i ministeri spirituali, la ricerca scientifica e l’azione sociale, le missioni e la cura dei poveri, dei sofferenti e degli emarginati.

Oggi la Compagnia affronta con intelligenza e operosità anche il tragico problema dei rifugiati e dei profughi; e si sforza con discernimento di integrare il servizio della fede e la promozione della giustizia, in conformità al Vangelo. Confermo oggi quanto ci disse Paolo VI alla nostra trentaduesima Congregazione generale e che io stesso ho ascoltato con le mie orecchie: «Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i gesuiti» (Insegnamenti XII (1974), 1181). Sono parole profetiche del futuro beato Paolo VI.

Nel 1814, al momento della ricostituzione, i gesuiti erano un piccolo gregge, una «minima Compagnia», che però si sapeva investito, dopo la prova della croce, della grande missione di portare la luce del Vangelo fino ai confini della terra. Così dobbiamo sentirci noi oggi, dunque: in uscita, in missione. L’identità del gesuita è quella di un uomo che adora Dio solo e ama e serve i suoi fratelli, mostrando attraverso l’esempio non solo in che cosa crede, ma anche in che cosa spera e chi è Colui nel quale ha posto la sua fiducia (cfr 2 Tm 1,12). Il gesuita vuole essere un compagno di Gesù, uno che ha gli stessi sentimenti di Gesù.

La bolla di Pio VII che ricostituiva la Compagnia fu firmata il 7 agosto 1814 presso la Basilica di Santa Maria Maggiore, dove il nostro santo padre Ignazio celebrò la sua prima Eucaristia nella notte di Natale del 1538. Maria, nostra Signora, Madre della Compagnia, sarà commossa dai nostri sforzi per essere al servizio del suo Figlio. Lei ci custodisca e ci protegga sempre.

Preghiera del mattino: A Maria Addolorata

27 settembre 2014

27 settembre: Maria nella morte di Gesù.

La Vittima divina già quasi dissanguata è in preda al parossismo della febbre traumatica che la crucia d’insopportabile dolore, e la stringe per istrapparne l’anima dalle viscere. Maria, che è sempre là in piedi, spettatrice dell’orribile agonia dell’amatissimo figlio, si sente anima e cuore stretta con l’anima e col Cuore di Gesù in un’amplesso, di dolore e d’amore tale, che la morte ormai vicina minaccia di fare due vittime. Appena si accorge che al grido di Gesù: Ho, sete! qualcuno è accorso con una spugna inzuppata nell’aceto e raccomandata ad una canna, .a porgergli alle labbra quell’acre bevanda! Gesù ne succhia alquanto. Indi pronunzia a voce più alta l’ultima parola della dolorosa insieme e trionfale preghiera: Dio a compiuto l’opera sua: Consummatum est. L’opera massima di Dio, la Redenzione del genere umano è compiuta con  anelito della Vittima divina. Maria lo comprende e con un atto di sovrumano amore a Dio ed agli uomini tutti, fa la suprema offerta del Figlio suo e di tutta se stessa: e quest’atto ispiratole dalla carità più perfetta che pura creatura abbia avuto mai, le conferisce con ragione il titolo di Corredentrice degli uomini.

Ma oh quanto le costa quest’offerta, di quanto strappo alle fibre del suo tenerissimo cuore è questo sacrificio! Ella è là in piedi come statua impietrita dal dolore: prega con Gesù pregante, soffre con Gesù paziente: vorrebbe porgere qualche soccorso al Figliolo privo di ogni conforto ed abbandonato; ma deve soffrire l’amarezza della sua impotenza a giovargli in alcun modo. Oh se le fosse concesso di refrigerare quelle labbra riarse; astergere quel volto intriso di sangue e di sudore: aprir ,quelle palpebre quasi strette dal sangue raggrumato! Nulla può fare l’amantissima Madre, che la croce è troppo alta, e troppo ben guardata dai soldati. Almeno potesse sostenere quelle membra irrigidite, stirate, illividite! « Allenta la rigidità dei rami tuoi, o albero duro della croce! Concedi un po’ di riposo a codeste sante membra stirate a tua misura: dimentica per un poco la tua naturale insensibile durezza! ».

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Preghiera della sera. A San Michele Arcangelo. Novena all’Angelo Custode (4° giorno)

26 settembre 2014

da qui

GRANDEZZA  DI S. MICHELE NELL’OTTENERE AI FEDELI LA SALVEZZA

Considera come S. Michele Arcangelo ama talmente i suoi devoti che ottiene loro la salvezza. La Chiesa lo chiama Signifero di salute: – Michael, salutis Signifer – non solamente perchè porta la Croce, segno della nostra Redenzione e salvezza, ma anche perchè Egli suggella in maniera invisibile le anime elette, perchè non siano colpite dalla dannazione. Tale lo descrive S. Giovanni nell’Apocalisse, quando lo vide scendere dall’Oriente col sigillo di Dio in mano, e gridare ai quattro Angeli che dovevan far danno alla terra ed al mare, di non far alcun male fino a quando non avesse segnato i servi di Dio in fronte. Egli segna gli eletti col sigillo della salvezza. Come l’Anticristo segna i suoi seguaci, così l’Arcangelo Michele segna i predestinati. Prega il S. Arcangelo che imprima anche sulla tua fronte il segno della predestinazione.

Considera come S. Michele, essendo più vicino al trono di Dio, riceve dalla Santissima Trinità le grazie che deve comunicare alle anime elette per conseguire l’eterna salvezza. Come spiega San Bonaventura, ci mette ostacoli nel male, oppure resistenze ai nostri nemici, ne respinge gli sforzi, ci illumina ed eccita alla penitenza, prega ed ottiene le grazie, rinforza, conferma e conforta nell’esercizio delle virtù, rivela i misteri del cielo, infiamma i cuori di celesti desideri, porta le nostre buone opere e meriti nel cospetto di Dio, ed introduce gli eletti nel cielo. A S. Michele non manca la potenza di farci vincere il mondo, la carne, il demonio, che sono i tre nemici della nostra anima. Al suo comando ubbidisce tutto il creato, come già in cielo Dio volle trionfare su Lucifero per suo mezzo. Se la Chiesa dice che la preghiera di S. Michele conduce gli eletti al Cielo, chi mai l’ha invocato e non si è salvato?

Considera, o cristiano, che San Michele Arcangelo è l’aiuto delle anime elette. Se dunque tu brami l’eterna salvezza, ama e venera con speciale affetto il celeste Serafino, procura di onorarLo con la santità di costumi: sforzati di venerarLo con la imitazione delle virtù, dell’umiltà, mansuetudine, ubbidienza, purezza ed amore verso Dio ed il prossimo. Prometti di non far passar giorno senza riverirLo, invocarLo, ed onorarLo; Egli ti aiuterà nel difficile viaggio di questo mondo, e poi introdurrà l’anima tua nel Paradiso.

APPARIZIONE DI S. MICHELE A S. GALGANO EREMITA IN SIENA

Al tempo dell’Imperatore Federico nacque in Siena un certo di nome Galgano, il quale era dedito alle dissolutezze. A lui apparve due volte S. Michele in sogno avvisandolo che cambiasse vita, e si facesse soldato di Cristo. Ripeté il S. Arcangelo la terza volta l’avviso; ma la madre ed i parenti tentarono di distoglierlo da questo intento, offrendogli per accasarsi una moglie molta bella e facoltosa. Persuaso da’ suoi, cavalcò per andare a vedere la sua sposa; ma il cavallo ad un certo punto si arrestò e non volle più fare un passo avanti. Mentre Galgano premeva fortemente lo sprone affinché il cavallo proseguisse il cammino venne a conoscenza che un Angelo gli tratteneva il passo. A questo prodigio il cavaliere cambiò proposito e ritirandosi in una solitudine ivi condusse una vita celeste, in continui digiuni, austerità ed orazioni. E dopo un anno di vita rigorosa, fu chiamato alla gloria del cielo con udire queste dolci parole: «Basta oramai quello che hai faticato; tempo è già che tu godi il frutto di quel che hai seminato». Ed allora subito spirò all’età di 33 anni nel 1181. La sua santità risplendette di molti miracoli in vita, ed in morte.

 

PREGHIERA

O potentissimo principe, amabile S. Michele, Vi lodo e Vi benedico per tanta potenza, di cui Dio Vi ha arricchito, e Vi prego di annoverarmi tra i vostri servi.

Ottenetemi dal misericordioso Iddio la grazia di servirLo sempre fedelmente: assistetemi con la vostra protezione e fatemi forte specialmente contro le tentazioni dell’inferno, in modo che un giorno venga con Voi a godere per sempre Dio nel Paradiso.

Io Vi saluto, o S. Michele; imprimete nell’anima mia il segno dalla Predestinazione.

NOVENA ALL’ANGELO CUSTODE

4° giorno

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Gloria al Padre…

Credo…

Angelo, mio custode, amorevole guida che con miti rimproveri e con continue ammonizioni mi inviti a riscattarmi dalla colpa, ogni qualvolta per mia disgrazia vi sono caduto, ti saluto e ti ringrazio, insieme al coro delle Potestà destinate a frenare il demonio.

Ti prego di svegliare l’anima mia dal letargo della tiepidezza in cui vive tuttora per resistere e trionfare su tutti quanti i nemici.

 Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste. Amen.

 

Il Signore ci conceda una notte serena e un riposo tranquillo. Amen

Omelia XXVI domenica, anno A

26 settembre 2014

Quando il bimbo ha appena qualche anno è per lui un’esperienza importante dire dei no: è una scoperta, un gioco fantastico, accorgersi, sperimentare, di poter dire di no.Vieni qua! No! Come ti chiami? No! Ah, che godimento per lui, accorgersi ora di una certa possibile autonomia che, essendo alle prime armi, può diventare in certi momenti un no anche a cose a lui utili, pur di dire no.Vuoi un gelato? No.Talora qualcuno si può preoccupare che il bimbo stia prendendo una brutta piega e si domanda cosa fare per correggerla ma il punto è invece capire la fase della sua crescita, guardare ad essa con attenzione, serenità e fiducia lasciando che lo sviluppo del fanciullo faccia il suo corso naturale.Il vangelo di oggi ci parla di un padre che comprende i suoi figli: al primo, che dice di non averne voglia, il padre non risponde con borbottamenti, rimbrotti o sanzioni varie perchè capisce che il figlio ha bisogno di superare il primo impatto di quella richiesta, che non è per lui in quel momento piacevole.Magari era in vacanza, si stava facendo una bella dormita nella quiete dell’estate ed il padre gli chiede un pur necessario piacere.Non ho voglia! Gli esce dal cuore.E’ bello poi il verbo usato dal testo originale che non dice “ma poi pentitosi ci andò” ma dice “ma poi andato oltre la propria voglia vi si recò”.Forse proprio quel sentirsi compreso, non giudicato, amato, dal padre che gli chiede una cosa buona, necessaria, per tutti, per lui per primo ma non la pretende, ecco tutto ciò lo porta a rientrare in sé stesso, a vedere che andare era la cosa più valida, anche se faticosa.L’amore che mi lascia libero di decidere talora mi fa prendere una decisione più matura, serena, può far uscire il meglio di me stesso, mentre ci si può sentire schiavizzati, oppressi, talora, da imperativi, da ricatti affettivi vari.E’ noto che l’anoressia nasce spesso da questo ricatto affettivo inconsapevole: io genitore faccio tanto per te e tu mi fai questo.A quel figlio passa anche la voglia di mangiare, perchè non si sente libero ma fa tutto per mettere a tacere il senso di colpa.L’amore non può essere una scelta fatta per doveri vari, io credo che la parola dovere sparirà dal lessico cristiano.Il dovere per il dovere ci può rendere giudici amareggiati di noi stessi e degli altri, sempre scontenti e sfiduciati, appesantiti, rischiando di complicare anche i rapporti più belli che viviamo: in questo senso vediamo che anche i più grandi profeti e santi hanno sperimentato una caduta da cavallo, un vedere che senza la grazia di Dio l’uomo non ce la fa ad essere coerente fino in fondo, uno sperimentare la comprensione e la misericordia di Dio.Un grande psicologo, Carl Gustav Jung, ha osservato che un bravo psicologo deve aver fatto i conti prima con la sua fragilità, la sua debolezza: un bravo psicologo, lui afferma, è un guaritore ferito.Elia, il grande profeta, nella dura prova ad un certo punto dice al Signore: non sono migliore dei miei padri.Sto parlando di scelte profonde nella vita, non delle cose spicciole dove un padre deve saper guidare il proprio figlio anche con polso fermo talora.Il bambino piccolo dice tanti no finchè, finalmente soddisfatto e libero, amato lo stesso, impara un nuovo equilibrio più capace di ascoltare, dove non ascolta meccanicamente ma liberamente, per scelta propria: impara ad interagire e anche a fidarsi, a lasciarsi portare ma liberamente.Non è così anche nella coppia? Nella coppia si può essere dipendenti o autarchici, cioè ognuno per conto proprio oppure autonomi, cioè gradualmente capaci di stare insieme, di costruire insieme, cercando di comprendere la giusta libertà dell’altro, scoprendo che l’amore autentico, tanto più quello di Dio, è una risorsa che mi equilibra, perchè mi rende capace di accettare le difficoltà del rapporto senza crollare o senza chiudermi, cercando invece le vie autentiche, serene, per superare l’ostacolo: talora ciò che complica è l’accumularsi di tante piccole chiusure, tante piccole pretese, un non farsi aiutare a cercare le risposte adeguate.Circa il secondo figlio della parabola odierna, poi, posso raccontare una storia nella quale recito la parte del colpevole.Da ragazzi, una volta all’ultimo momento un nostro compagno di squadra disdisse l’impegno per in un’importante partita di un torneo di calcio.Allora andammo in due a chiamare verso le venti e trenta un altro ragazzo per sostituirlo.Ci aprì la porta di casa proprio lui, vestito di tutto punto per andare ad una festa con la fidanzata e dicendo che perciò non poteva venire.Ma noi avevamo visto un lampo nei suoi occhi e, incuranti della fidanzata, gli dicemmo solo di sbrigarsi, che la partita cominciava alle ventuno.E’ un cammino imparare a mantenere la parola data ma proprio per questo si può intanto diventare prudenti nel darla, perchè questo ci insegna che la nostra parola ha un peso, è bello che la nostra parola sia gradualmente affidabile, fa bene a noi per primi imparare a non parlare a vuoto, cercare di stabilire relazioni affidabili.Il vuoto svuota, deprime, lascia soli… Il figlio che dice sempre sì per paura di essere giudicato, per condizionamento affettivo e non per libertà che va maturando può anche prendersi tanti complimenti da un occhio inesperto ma dal padre della parabola viene anche lui compreso nel suo cammino, il padre non fa alcun commento, lascia che il figlio maturi il suo bisogno di imparare che può non andare nella vigna perchè sarà amato lo stesso, per poi dire, se vorrà, un sì libero.

Novena a San Francesco

26 settembre 2014

LA NOVENA TERZO PENSIERO – San Francesco: una vita animata dalla carità

Dal Vangelo: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici, e pregate per quelli che vi perseguitano affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli». (Mt 5,43-45)

Dagli scritti di san Francesco: «Se un frate cadrà ammalato, ovunque si trovi, gli altri frati lo servano come vorrebbero essere serviti essi stessi. E tutti i frati si guardino dal calunniare alcuno. E non litighino tra loro, né con gli altri, ma procurino di rispondere con umiltà, dicendo: sono servo inutile. E mostrino con le opere l’amore che hanno fra di loro, come dice l’apostolo: “Non amiamo a parole né con la lingua, ma con le opere e in verità”. E non oltraggino nessuno; non mormorino, non calunnino gli altri, e siano modesti, mostrando ogni mansuetudine verso tutti gli uomini. Non giudichino, non condannino; e come dice il Signore, non guardino ai piccoli peccati degli altri, ma pensino piuttosto ai loro». (Rnb, FF 34.37)

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La vita di Gesù (seconda parte) raccontata ai bambini

26 settembre 2014

Marco 5

Scusatemi, io sono molto timida… non sono mai stata brava a parlare davanti agli estranei e perciò non sono sicura che riuscirò a raccontare bene la mia storia… Mi chiamo Debora e ho quaranta anni. Dodici anni fa fui colpita da una malattia che nessun medico era riuscito a curare e questa malattia mi dava grande sofferenza. Un giorno, a Cafarnao, vidi Gesù con i suoi discepoli e cominciai a seguirlo per ascoltare i suoi insegnamenti. Mi tenevo sempre in mezzo alla folla, nascosta, lontana da lui. Spesso ero così lontana che non riuscivo neppure a sentire le sue parole, le quali mi giungevano solo perché gli altri, quelli più vicini, le ripetevano a quelli più lontani in modo che tutti le ascoltassero. Imparai così, giorno dopo giorno, passo dopo passo, che la vera felicità è di chi sa perdonare, che la beatitudine è di chi sa essere umile, che la consolazione è di chi sa consolare, che la forza è di chi aiuta i poveri e i deboli, che la bontà è di chi crede nella pace, che l’amore è di chi sa amare senza chiedere nulla in cambio, e la forza è di chi crede. E fu proprio armata di quella fede inestinguibile di cui Gesù parlava che una volta decisi di farmi coraggio e cercai di avvicinarmi di più a lui. Sentivo che, se fossi riuscita a toccargli anche solo la veste, sarei guarita. La gente era così tanta che era quasi impossibile camminare…venivo trascinata come in un fiume in piena. Però non volevo arrendermi; mi inginocchiai a terra e, pur rischiando di essere calpestata, mi insinuai tra le gambe delle persone. Riuscii così ad avvicinarmi quel tanto che bastava a toccargli la veste. Subito, un calore intenso mi attraversò il corpo e mi sentii bene…mi sentii guarita. Gesù allora si voltò. <<Chi mi ha toccato la tonaca?>> chiese a quelli che gli stavano vicino. Tutti negarono. Pietro, che gli era accanto, gli fece notare che la folla era così ammassata che tutti potevano, anche involontariamente, averlo toccato. <<Ho sentito una grande forza uscire da me. Chi mi ha toccato?>> insistette lui. Allora capii che non potevo restarmene nascosta. Mi alzai e, timorosamente, mi feci avanti. Gli dissi che ero stata io a toccargli la veste e gli spiegai il perché. Mi guardò col suo dolce sorriso e mi disse: <<È stata la tua fede a farti guarire. Adesso va in pace.>>

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Intervista a mons. Enrico del Covolo su papa Montini, Paolo VI°

26 settembre 2014

Il 19 ottobre prossimo Paolo VI diventerà beato. In questa intervista Mons. Enrico dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense ricorda Papa Montini, “teologo della testimonianza”. Il vescovo salesiano (in quanto postulatore) fa anche il punto sulla causa di beatificazione di Papa Luciani.

Eccellenza come ha conosciuto Paolo VI?
L’ho conosciuto quando era Arcivescovo di Milano. La mia famiglia si era trasferita dal Veneto nell’ottobre del 1958. Il mio papà era magistrato, e noi seguivamo i suoi spostamenti d’ufficio. Io sono l’ultimo di dieci fratelli, cinque maschi e cinque femmine per la “par condicio” in famiglia. Tutti noi maschi fummo iscritti al Leone XIII dei Gesuiti. La parrocchia era invece quella dei Carmelitani, del Corpus Domini. Ricordo molto bene sia la visita di Montini alla parrocchia, sia la le sue frequenti visite al Leone XIII, perché lì c’era anche un suo vecchio professore gesuita, che gli aveva insegnato scienze a Brescia. Naturalmente una famiglia di dieci figli, come la nostra, non poteva passare inosservata all’occhio sensibile e attento di un pastore come lui. Io ero ancora piccolino (avevo appena otto anni), ma la sua predicazione era così intensa ed efficace che affascinava tutti, grandi e piccoli. Ricordo anche quel giorno in cui andai a salutarlo, prima che partisse per il Conclave del 1963. Mi vide, nel passaggio dal Duomo all’Arcivescovado. Mi fermò, e mi chiese: “Ma tu… come ti chiami?”. E io gli risposi: “Enrico… Enrico Paolo, Eminenza”. “Paolo?”, chiese lui, quasi incredulo. “Sì, è il mio secondo nome”, gli dissi. Ed era vero. Rimase pensieroso.

La prima enciclica di Papa Montini fu “Ecclesiam Suam”, lettera ancora oggi di grandissima attualità, soprattutto per quanto riguarda il dialogo ecumenico. Pensa che Papa Francesco su questo tema si ispiri anche a Paolo VI?
L’”Ecclesiam Suam” è la chiave ermeneutica del Concilio Vaticano II. E’ l’Enciclica del dialogo, all’interno e all’esterno della Chiesa. Vi vengono tracciati i vari cerchi del dialogo (ovviamente, Gesù Cristo rimane al centro di tutti). E’ interessante notare che i viaggi di Paolo VI – che, nella loro novità, assumevano un profondo valore simbolico – non facevano altro che rimarcare questi medesimi cerchi del dialogo interreligioso e interculturale: dalla Terra Santa all’India, dalla Turchia alle Nazioni Unite, da Ginevra all’Africa, all’Asia Orientale, all’Oceania e all’Australia… E’ evidente che l’azione pastorale di Papa Francesco si ispira anche a Paolo VI, che è citato esplicitamente quindici volte nell’”Evangelii Gaudium”.

Secondo Lei Montini è un “Papa dimenticato”, come lo hanno definito tanti in questi anni?
Non direi proprio. Ho partecipato – per la benevolenza di papa Benedetto – al Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione. Si può dire che l’Esortazione Apostolica “Evangelii Nuntiandi” di Paolo VI era come la “magna charta”, il punto di riferimento di ogni riflessione! Proprio a partire da Paolo VI si è sviluppata nella Chiesa una vera e propria “teologia della testimonianza”. Quasi tutti conoscono una frase, giustamente famosa, di papa Montini. Dice più o meno così: “Gli uomini e le donne di oggi ascoltano più volentieri i testimoni dei maestri, o – se ascoltano i maestri – lo fanno perché sono dei testimoni”. Ma sono pochi a sapere quando questa frase venne pronunciata per la prima vota. Paolo VI la pronunciò sull’onda di una forte emozione, Era venuto a trovarlo il rappresentante del Laos, Paese esposto in quegli anni a molte attenzioni interessate da parte delle superpotenze. Il rappresentante era un monaco buddista. Il bonzo si presentò con la testa tutta rasata, avvolto nel saio tradizionale. Narrò al papa la situazione del suo paese. “Santità”, gli disse, “vengono da noi gli americani, e ci propongono le tecnologie più avanzate; vengono i russi, e ci promettono le armi; vengono i tedeschi, e ci propongono i soldi… Ma se voi, Santità, ci mandaste un Francesco d’Assisi, noi ci convertiremmo tutti!”. Paolo VI rimase profondamente scosso da questa testimonianza – così mi ha raccontato il segretario particolare, mons. Pasquale Macchi -; e uscendo dall’udienza mormorò quella frase famosa. Certo, un Francesco d’Assisi converte tutti. Ma ancor oggi la testimonianza di santità di Paolo VI, per nulla dimenticata, edifica la Chiesa e il mondo.

Quale fu il rapporto di Montini con l’Università Lateranense, di cui Lei oggi è Rettore?
Fu un rapporto molto stretto, a cominciare dal fatto – e mi fermo solo su questo –  che egli fu studente, e poi professore, del Laterano nell’antica sua sede dell’Apollinare. Il 3 luglio 1924, a 27 anni, Montini vi coronò il suo prestigioso “curriculum studiorum” con una terza laurea, quella in Diritto Civile, conseguita presso l’Istituto Giuridico Lateranense. Tra i Professori della Commissione Esaminatrice troviamo nomi illustri, come quelli dei futuri cardinali Larraona e Ottaviani. Più tardi, fra il 1930 e il 1937, egli fu professore di Storia della Diplomazia Pontificia nell’Institutum Utriusque Iuris. Svolse tale incarico con competenza e con un seguito entusiastico da parte degli studenti. Era Rettore Magnifico lo storico mons. Pio Paschini, a cui Montini rimase legato da stretti vincoli di amicizia.

Paolo VI lo ricordiamo anche nei giorni del rapimento di Aldo Moro. Con tutte le sue forze lanciò appelli per la liberazione e tentò una mediazione. Molti di parlano di “fallimento”, di “schiaffo a Paolo VI”. Pensa che le cose sarebbero potute andare diversamente?
Non sono in grado di giudicare. Posso dire che Montini era uomo di amicizie intense, profonde, sincere, e quella con Aldo Moro fu certamente un’amicizia privilegiata. Lo attesta nel modo più chiaro la commovente preghiera del 13 maggio 1978, scandita da quello straziante: “Signore, ascoltaci!”. Del resto, contrariamente a ciò che molti affermano, nella valutazione delle realtà politiche Paolo VI ha sempre conservato un inguaribile ottimismo, alimentato dalla fede. Nell’ottantesimo anniversario della “Rerum Novarum”, Montini si interrogava così, nella sua “Octogesima Adveniens”: “La nascita di una civiltà urbana non è un vera sfida alla saggezza dell’uomo, alla sua capacità organizzativa, alla sua immaginazione rispetto al futuro?”. Ebbene, proseguiva Paolo VI, ” che i cristiani, coscienti di queste nuove responsabilità, non perdano coraggio davanti all’immensità della città senza volto, ma si ricordino del profeta Giona, il quale percorse in lungo e in largo Ninive, la grande città, per annunciarvi la buona novella della misericordia divina. Nella Bibbia la città è sovente il luogo del peccato e dell’orgoglio…, ma città è anche Gerusalemme, la città santa, il luogo dell’incontro con Dio, la promessa della città che scende dall’alto”.

A proposito di beatificazioni, Lei è il postulatore della causa di Papa Luciani. A che punto è il processo?
E’ stato raccolto ormai tutto il materiale per la definitiva consegna della “Positio” al Relatore generale della Congregazione delle Cause dei Santi, padre Vincenzo Criscuolo. Siamo dunque agli sgoccioli… Verranno stampati due grossi volumi, rilegati in tela rossa, che documenteranno al meglio l’eroicità della vita e delle virtù di Giovanni Paolo I, Albino Luciani.

Ha avuto modo di parlarne di recente con Papa Francesco?
Non ancora. Mi riservo di farlo alla prima occasione.

 

intervista a cura di //stanzevaticane.tgcom24.it/

Dall’Udienza di papa Francesco ai partecipanti all’Assemblea generale del Movimento dei Focolari, 26.09.2014

26 settembre 2014

Occorre formare, come esige il Vangelo, uomini e donne nuovi e a tal fine è necessaria una scuola di umanità sulla misura dell’umanità di Gesù. È Lui, infatti, l’Uomo nuovo a cui in ogni tempo i giovani possono guardare, di cui possono innamorarsi, la cui via possono seguire per far fronte alle sfide che ci stanno di fronte. Senza una adeguata opera di formazione delle nuove generazioni, è illusorio pensare di poter realizzare un progetto serio e duraturo a servizio di una nuova umanità.

Video finale mondiali pallavolo 2014: Polonia- Brasile

26 settembre 2014

http://www.raisport.rai.it/dl/raiSport/media/volley-finale-f8cc0461-2ef3-4db0-ad86-42c5e4cce4d3.html