A. Lonardo. Recensione a “La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa” di P.Gulisano e B.O’Neill. La festa cristiana dei santi: opposizione o continuità?

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Il nome Halloween è indiscutibilmente termine di origine cristiana; è parola composta da hallow, ‘santificare’, ed eve, abbreviazione di evening, ‘sera’. Halloween, insomma, deriva da All Hallow’s Eve e vuol dire semplicemente ‘Sera della festa dei Santi’, ‘Vigilia della festa dei santi’.
La chiesa cattolica fa memoria, infatti, l’1 novembre di tutti i santi e la sera del 31 ottobre è appunto la vigilia della festa.
Ma l’1 novembre era il giorno della festa celtica di Samhain ed alcune delle tradizioni dell’odierna Halloween vi rimandano.
Cosa è avvenuto? Perché questa coincidenza? Halloween è una festa pagana o cristiana? Siamo dinanzi ad una espropriazione cristiana o ad un camuffamento sincretista di riti magici? Cosa è bene fare in campo educativo? Incoraggiare o opporsi alla celebrazione di Halloween?

P.Gulisano e B.O’Neill tracciano con il loro libretto La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa (Ancora, Milano, 2006, pp.96, euro 7.00) la traiettoria storica che permette di rispondere a queste domande.

Il passaggio da Samahin ad Halloween manifesta un atteggiamento tipico del cristianesimo che non disprezza mai quanto gli preesiste storicamente, ma ne sa cogliere il valore per riproporlo alla luce della pienezza di vita che proviene dal vangelo[1]. I due Autori invitano così a raccontare alle nuove generazioni come avvenne che questa antica festa divenne cristiana[2]:

“Si trattò di qualcosa che poteva avvenire in quello straordinario crogiolo di popoli, culture, tradizioni che fu il Medioevo, dove il Cristianesimo agì come forza eccezionale per unire, salvare, selezionare, elaborare tutto ciò che proveniva da prima di sé, vagliando ogni cosa e trattenendo ciò che aveva valore. Fu un’opera colossale, con la quale, alla fine, la giovane Chiesa non edificò soltanto se stessa, ma l’intero edificio della civiltà europea, fatto di culture, lingue, usi, costumi e, naturalmente, celebrazioni. Per quanto possibile si cercò di ricondurre tutto ad un’unità, seppur rispettosa delle particolarità, delle specificità. Fu il caso delle feste, dove si giunse ad impiantare la liturgia cristiana sul terreno delle tradizioni precedenti, tenendo conto di quelle che erano i tre grandi elementi costitutivi del mondo europeo: la tradizione romana, quella celtica e quella germanica”.

La festa celtica di Samhain “era un momento di contemplazione gioiosa, in cui si faceva memoria della propria storia, della propria gente, dei propri cari, in cui si celebrava la speranza di non soccombere alle sventure, alle malattie, alla morte stessa, che non era l’ultima parola, se era vero che i propri cari, almeno una volta l’anno, potevano essere in qualche modo presenti. Nella magica notte di Samhain non erano le oscure forze del caos che riportavano nel mondo i morti, ma il ricordo e l’amore dei vivi che li celebravano gioiosamente[3].

L’annuncio del vangelo nel mondo celtico si misurò con questa tradizione che manifestava il desiderio che la morte non fosse l’ultima parola sulla vita umana e testimoniava, a suo modo, la speranza nell’immortalità delle anime. Il cristianesimo comprese che la propria convinzione della costante presenza ed intercessione della chiesa celeste, della comunione dei santi che già vivono in Dio, poteva rinnovare dall’interno l’attesa ed il desiderio che la tradizione di Samhain celebrava. La resurrezione di Cristo era l’annuncio che la presenza benedicente dei propri defunti non era pura illusione, ma certezza dal momento che noi, i viventi di questa terra, viviamo accompagnati dal Cristo e da tutti i suoi santi. Samhain divenne così Halloween.

P.Gulisano e B.O’Neill prendono per mano il lettore e gli fanno conoscere, innanzitutto, alcuni aspetti dell’antico modo celtico di scandire con le feste il tempo:

Samahin era “il capodanno celtico[4] posto all’inizio dell’inverno, anche se in realtà a metà strada tra l’equinozio d’autunno e il solstizio d’inverno; si differenziava nettamente da altre antiche culture europee, in particolare quelle delle civiltà mediterranee, per le quali l’inizio dell’anno era posto all’equinozio di primavera. Chiari echi di questa tradizione si sono conservati nel nome stesso di questa stagione (primum vere in latino significa ‘prima stagione’) o nel nome del mese di aprile, letteralmente il mese che apriva l’anno” [5].

Era legata a questo periodo dell’anno l’immagazzinamento delle provviste che dovevano servire per i mesi invernali, che erano la garanzia della continuità della vita. L’uomo ripeteva così il ritmo della natura che sembrava morire con i suoi semi che scomparivano sotto la neve, ma che sarebbero tornati a dare nuova vita. Nei villaggi si accendeva nella notte il nuovo fuoco e la sua luce veniva poi portata in tutte le case. Ma i simboli della vita che si preparava nascostamente a rinascere toccavano anche i morti.

Infatti, “si credeva che le anime di coloro che erano venuti a mancare durante l’anno avessero il permesso di tornare sulla terra[6], nel giorno di Samhain.

“Il significato di Samhain per gli antichi Celti era dunque quello di un vero e proprio ‘passaggio’, il sostituirsi di un tempo e di un ordine all’altro.
Le feste dedicate ai defunti e agli antenati, quindi alla fecondità garantita da chi ha già affrontato il ciclo naturale della morte e della rinascita, sono comuni a molti sistemi etnoreligiosi. E, nelle ‘feste dei morti’, è abbastanza comune che essi rechino anche dei doni ai vivi: il morto appartiene all’immaginario dell’eterno ciclo naturale del nascere e dello spegnersi, del letargo e del rifiorire della natura. La grande festa autunno-invernale di Samhain era dunque anche dedicata ai morti e principalmente agli antenati”[7].

Il passaggio da questa antica tradizione a quella rinnovata di Halloween avvenne nell’VIII secolo, ad opera dei vescovi e dei monaci del regno dei Franchi ed, in particolare, per iniziativa di Alcuino di York:

“Se il culto dei singoli martiri e santi risale ai primissimi secoli, a partire dalla fine del IV secolo si sentì in Oriente l’esigenza di celebrare tutti i santi, conosciuti o ignoti, in un’unica festa: la Chiesa siriaca durante il tempo pasquale, la bizantina la domenica successiva alla Pentecoste… Ogni chiesa locale manteneva tuttavia il proprio calendario e venerava i propri santi. Nelle aree d’Europa di più forte tradizione celtica il ricordo di Samhain era ancora vivido e così si decise di coniugare il culto dei santi all’antica ricorrenza.
Così l’episcopato franco istituì nell’VIII secolo la festa di Ognissanti: il principale promotore di tale iniziativa fu Alcuino di York, monaco sassone di formazione irlandese, che era uno dei più autorevoli consiglieri di Carlo Magno. Egli, che ben conosceva le forme di religiosità precristiana delle isole britanniche, sapeva quanto fosse stata importante per le popolazioni dell’area celtica la festa di Samhain, e quanto fosse necessario cristianizzarla, sottolineando l’aspetto della santità e della comunione dei santi, legame tra le generazioni di cristiani, dei presenti e di coloro che ci hanno preceduti.
Questa felicissima intuizione teologica ebbe seguito: pochi anni dopo, l’imperatore Ludovico il Pio, su richiesta di papa Gregorio IV, ispirato a sua volta da consiglieri come il vescovo di Fiesole e il missionario irlandese Donagh (conosciuto in seguito come san Donato di Fiesole), estese tale festa a tutto il regno franco. Fu circa alla metà del IX secolo dopo Cristo che la ricorrenza diOgnissanti venne ufficialmente istituzionalizzata, collocata alla data del 1° novembre e quindi estesa a tutta la Chiesa, per opera del Papa Gregorio IV.
Ci vollero tuttavia ancora diversi secoli, perché la festività di Ognissanti fosse obbligatoria in tutta la Chiesa Universale, il che avvenne grazie al pontefice Sisto IV nel 1475[8].

P.Gulisano e B.O’Neill raccontano come ben presto si decise di legare alla festa dei Santi anche la commemorazione di tutti i Defunti, di coloro che non erano morti in piena santità di vita, perché si pregasse per loro e perché si coltivasse la speranza certa della loro salvezza e della loro intercessione per i loro cari in terra:

La stretta associazione con la commemorazione dei defunti, celebrata il giorno successivo, fu istituita solo nel 998 dopo Cristo, trovando slancio nell’ambiente monastico benedettino.
Fu infatti Odilone di Cluny a dare l’avvio a quella che sarà una nuova e longeva tradizione delle società occidentali. In quell’anno egli diede disposizione affinché i cenobi dipendenti dall’abbazia celebrassero il rito dei defunti a partire dal vespro del 1° novembre. Il giorno seguente era invece disposto che fosse commemorato con un’eucaristia offerta al Signore, pro requie omniumdefunctorum. Un’usanza che ben presto si diffuse in tutta l’Europa cristiana, per giungere a Roma più tardi”[9].

Era così compiuta la piena valorizzazione dell’antica tradizione celtica nella fede cristiana. Le due celebrazioni cristiane dei Santi e dei Defunti annunciavano ora che non era stato un errore credere che i morti potessero visitarci. Il Cristo era venuto a rinnovare questa fiducia su di una base molto più salda, dando agli uomini un dono che superava ogni loro desiderio, la comunione reale e continua della chiesa della terra e di quella del cielo.

È utile a questo punto soffermarsi a cogliere le conseguenze educative di questa ricostruzione storica: il binomio Samhain-Halloween può sempre di nuovo essere raccontato in primo luogo perché i bambini non abbiano paura dei santi e dei morti, ma imparino a confidare nell’assistenza di coloro che sono già in cielo, in secondo luogo perchè sappiano che esiste un modo per amare chi non è più su questa terra e che esso consiste nel pregare per loro, in terzo luogo perché i piccoli possano riflettere sui desideri profondi del cuore umano che non si rassegna a vedere scomparire nel nulla i propri cari e sulla bellezza del vangelo che mostra che questi desideri non restano inappagati, ma vengono realizzati dalla misericordia di Dio, in quarto luogo perchè possano comprendere la ricchezza della storia della chiesa e l’atteggiamento del discernimento che sempre la deve caratterizzare.

Una questione si impone, però, ancora, secondo le ricerche dei due Autori, e non può essere elusa: se questo è il percorso storico che ha portato alla nascita di Halloween, da dove viene, allora, l’aspetto macabro che caratterizza i modi celebrativi che il marketing economico sta imponendo alle nuove generazioni?

I due Autori, nel prosieguo della loro ricerca, mostrano come sia avvenuto che la festa sia stata svuotata sia della speranza che animava il mondo celtico pagano, sia del suo compimento che aveva caratterizzato la sua rilettura cristiana[10]:

Nella corrente letteratura esoterica ed occultistica si danno delle fantasiose e infondate versioni della festa di Samhain che sono poi quelle che fanno da riferimento alle moderne celebrazioni stregonesche e neopaganeggianti e che hanno creato agli occhi di molte persone l’immagine inquietante di Halloween.
Secondo queste versioni, Samhain sarebbe stato il nome di una oscura divinità, ‘Il Signore della morte’, ‘Il Principe delle Tenebre’, che in occasione della
sua celebrazione chiamava a sé gli spiriti dei morti, facendo sì che tutte le leggi dello spazio e del tempo fossero sospese per una notte, permettendo agli spiriti dei morti e anche ai mortali di passare liberamente da un mondo all’altro. Per questo Samhain viene considerato dai moderni e fantasiosi esoteristi come un momento dedicato alla divinazione, in cui cioè si può facilmente prevedere il futuro e predire la fortuna.
In realtà ciò che gli antichi Celti celebravano a Samhain era la sacra relazione della vita con la morte. Niente a che vedere dunque con il terrore di morti, in cerca di nuovi corpi da possedere, o di spiriti maligni e terribili divinità dell’oscurità venute a soggiornare sulla terra e ad imprigionare e uccidere il sole. Samhain era invece la festa della comunione, dell’unità tra i vivi e i morti, dei quali non si aveva paura, ai quali si portava rispetto. Si pensava che in questo giorno i morti potessero tornare nella terra dei vivi per festeggiare con la propria famiglia, tribù o clan. Samhain era l’occasione sacra in cui la barriera che separa il mondo dei vivi dal mondo dei morti poteva venir meno e a questi ultimi era concesso un fuggevole ritorno sulla terra… Si spiegano così alcuni gesti tradizionali, come far trovare le luci, perché i morti potessero ritrovare la via, far trovare cibo nelle tavole, perché gli antenati trovassero i loro cari ancora vivi felici e, non avendoli dimenticati, si preoccupavano ancora di far trovare loro cibo (da qui il trich-or-treat, scherzetto o dolcetto)”.

Il passaggio a questa visione non più religiosa della festa avvenne in età molto recente, nascondendo a bella posta l’antica tradizione celtica[11]:

In epoca vittoriana furono gli strati più elevati della società ad impadronirsi della festa: era di moda, in America, organizzare feste, soprattutto a scopo benefico, la notte del 31 ottobre. Era necessario tuttavia, perché Halloween fosse bene accetta in società, eliminare ogni riferimento di tipo religioso, in particolare la visione della morte, amplificando i giochi e la parte scherzosa e ludica della festa.
Poi, contrariamente alla tradizione macabro-romantica del gusto e della letteratura, la ‘festa dei morti’ di ancestrale tradizione celtica, perduta la sua giustificazione cristiana, si trasformò in una specie di celebrazione dell’oscurità, della magia, con contorno di streghe e demoni.
La solidarietà tra le generazioni, tra i morti e i vivi, aveva lasciato posto ad un terrore cupo e gotico della morte.
Halloween subì un processo di ‘de-cattolicizzazione’, e anche di ‘de-celtizzazione’. Gli antichi miti celtici di rigenerazione erano stati spazzati via dalla nuova visione orrorifica, estremamente moderna nel suo essere allo stesso tempo scientista, positivista e affascinata dall’elemento magico-occultistico”.

Qui è necessario il discernimento educativo. I due Autori non propongono, al termine della loro analisi, una scelta educativa di opposizione alla festa. Essa può essere, invece, occasione per una riscoperta degli antichi motivi che hanno dato origine a questa tradizione, “liberandola dalla dimensione puramente consumistica e commerciale e soprattutto estirpando la patina di occultismo cupo dal quale è stata rivestita. Si faccia festa, dunque, una festa a lungo attesa, e si spieghi chiaramente che si festeggiano i morti e i santi, l’avvicinarsi dell’inverno, il tempo di una nuova stagione e di una nuova vita. Si festeggi san Martino, si mangino zucche, fave e dolci. Oratori, scuole e famiglie si impegnino in modo positivo e perfino simpatico affinché i bambini vengano educati a considerare la morte come evento umano, naturale, di cui non si debba aver paura.
Tutto ciò, magari anche sotto la forma del gioco, può essere frutto di profonda riflessione e, perché no, di conversione. In fondo, non c’è nessuno che di fronte alla morte non si senta mettere in questione il proprio stile di vita, fosse pure per una volta all’anno… all’inizio di novembre”[12].


Note

[1] La datazione della festa del Natale al 25 dicembre venne determinata con un atteggiamento che è simile a quello che qui si descriverà. Vedi su questo l’articolo La scelta del 25 dicembre per celebrare il Natale cristiano: dal dies natalis del Sol invictus, espressione del culto solare di Emesa (e del dio Mitra), alla celebrazione del Cristo, “sole che sorge”, di Andrea Lonardo on-line su questo stesso sito http://www.gliscritti.it.

[2] P.Gulisano – B.O’Neill, La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa, Ancora, Milano, 2006, p.41.

[3] P.Gulisano – B.O’Neill, La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa, Ancora, Milano, 2006, p.29.

[4] “I Celti dividevano l’anno in quattro parti: Samhain, che cadeva il 1° novembre, inizio dell’inverno; Imbolc, il 1° febbraio, che segnava il momento in cui la morsa della stagione fredda andava allentandosi, con l’allungarsi delle giornate e la nascita degli agnelli, segno di vita e speranza; Beltane, il 1° maggio, festa del ritorno definitivo della bella stagione, del sole fonte di vita; infine Lughnasa o Lugnasa, il 1° agosto, l’apogeo del­l’estate, il tempo del raccolto, ma anche il momento in cui, dopo il solstizio di giugno, le giornate cominciano ad accorciarsi e l’autunno inizia a profilarsi. Tra queste quattro feste Samhain rivestiva un ruolo particolare. La parola probabilmente deriva dal gaelico samh­-raidhreadh (fine dell’estate). Ancora oggi in Irlanda Oiche Shamhna indica la notte di Halloween, la Vigilia di Ognissanti”, P.Gulisano – B.O’Neill, La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa, Ancora, Milano, 2006, p.22.

[5] P.Gulisano – B.O’Neill, La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa, Ancora, Milano, 2006, p.22.

[6] P.Gulisano – B.O’Neill, La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa, Ancora, Milano, 2006, p.25.

[7] P.Gulisano – B.O’Neill, La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa, Ancora, Milano, 2006, p.26.

[8] P.Gulisano – B.O’Neill, La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa, Ancora, Milano, 2006, p.54.

[9] P.Gulisano – B.O’Neill, La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa, Ancora, Milano, 2006, p.54.

[10] P.Gulisano – B.O’Neill, La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa, Ancora, Milano, 2006, p.27.

[11] P.Gulisano – B.O’Neill, La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa, Ancora, Milano, 2006, p.70.

[12] P.Gulisano – B.O’Neill, La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa, Ancora, Milano, 2006, p.93.

tratto da http://www.gliscritti.it/approf/2007/saggi/lonardo140907.htm

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