Archive for ottobre 2014

Liturgia del giorno: Audio salmo 19(18)

28 ottobre 2014

Per tutta la terra si diffonde il loro annuncio.

[1] Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.

[2] I cieli narrano la gloria di Dio,
e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento.
[3] Il giorno al giorno ne affida il messaggio
e la notte alla notte ne trasmette notizia.

[4] Non è linguaggio e non sono parole,
di cui non si oda il suono.

[5] Per tutta la terra si diffonde la loro voce
e ai confini del mondo la loro parola.

[6] Là pose una tenda per il sole
che esce come sposo dalla stanza nuziale,
esulta come prode che percorre la via.

[7] Egli sorge da un estremo del cielo
e la sua corsa raggiunge l’altro estremo:
nulla si sottrae al suo calore.

[8] La legge del Signore è perfetta,
rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è verace,
rende saggio il semplice.

 

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Foto: Buon Giorno a Tutti, Dio vi Benedica

 

Il Girasole

Bruno Ferrero, Tutte Storie, ed. Elledici

In un giardino ricco di fiori di ogni specie, cresceva, proprio nel centro, una pianta senza nome. Era robusta, ma sgraziata, con dei fiori stopposi e senza profumo. Per le altre piante nobili del giardino era né più né meno una erbaccia e non gli rivolgevano la parola.

Ma la pianta senza nome aveva un cuore pieno di bontà e di ideali.

Quando i primi raggi del sole, al mattino, arrivavano a fare il solletico alla terra e a giocherellare con le gocce di rugiada, per farle sembrare iridescenti diamanti sulle camelie, rubini e zaffiri sulle rose, le altre piante si stiracchiavano pigre.

La pianta senza nome, invece, non si perdeva un salo raggio di sole. Se li beveva tutti uno dopo l’altro. Trasformava tutta la luce del sole in forza vitale, in zuccheri, in linfa. Tanto che, dopo un po’, il suo fusto che prima era rachitico e debole, era diventato uno stupendo fusto robusto, diritto, alto più di due metri.

Le piante del giardino cominciarono a considerarlo con rispetto, e anche con un po’ d’invidia.

«Quello spilungone è un po’ matto», bisbigliavano dalie e margherite.

La pianta senza nome non ci badava. Aveva un progetto. Se il sole si muoveva nel cielo, lei l’avrebbe seguito per non abbandonarlo un istante.

Non poteva certo sradicarsi dalla terra, ma poteva costringere il suo fusto a girare all’unisono con il sole.

Così non si sarebbero lasciati mai.

Le prime ad accorgersene furono le ortensie che, come tutti sanno, sono pettegole e comari. «Si è innamorato del sole», cominciarono a propagare ai quattro venti.

«Lo spilungone è innamorato del sole», dicevano ridacchiando i tulipani. «Ooooh, com’è romantico!», sussurravano pudicamente le viole mammole.

La meraviglia toccò il culmine quando in cima al fusto della pianta senza nome sbocciò un magnifico fiore che assomigliava in modo straordinario proprio al sole. Era grande, tondo, con una raggiera di petali gialli, di un bel giallo dorato, caldo, bonario. E quel faccione, secondo la sua abitudine, continuava a seguire il sole, nella sua camminata per il cielo.
Così i garofani gli misero nome «girasole».

Glielo misero per prenderlo in giro, ma piacque a tutti, compreso il diretto interessato.

Da quel momento, quando qualcuno gli chiedeva il nome, rispondeva orgoglioso: «Mi chiamo Girasole».

Rose, ortensie e dalie non cessavano però di bisbigliare su quella che, secondo loro, era una stranezza che nascondeva troppo orgoglio o, peggio, qualche sentimento molto disordinato. Furono le bocche di leone, i fiori più Coraggiosi del giardino, a rivolgere direttamente la parola al girasole.

«Perché guardi sempre in aria? Perché non ci degni di Uno sguardo? Eppure siamo piante, come te», gridarono le bocche di leone per farsi sentire.

«Amici», rispose il girasole, «sono felice di vivere con voi, ma io amo il sole. Esso è la mia vita e non posso staccare gli occhi da lui. Lo seguo nel suo cammino. Lo amo tanto che sento già di assomigliargli un po’. Che ci volete fare? il sole è la mia vita e io vivo per lui…».

Come tutti i buoni, il girasole parlava forte e l’udirono tutti i fiori del giardino. E in fondo al loro piccolo, profumato cuore, sentirono una grande ammirazione per «l’innamorato del sole».

 

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Santi e Beati. Memoria di oggi: Santi Simone e Giuda Apostoli

28 ottobre 2014

SANTI SIMONA E GIUDA APOSTOLI

28 ottobre – Festa

 

I secolo dopo Cristo

Il 28 di ottobre la Chiesa commemora la festa liturgica degli Apostoli SIMONE  e GIUDA TADDEO

Il primo era soprannominato Cananeo o Zelota, e l’altro, chiamato anche Taddeo, figlio di Giacomo.

Nei vangeli i loro nomi figurano agli ultimi posti degli elenchi degli apostoli e le notizie che ci vengono date su di loro sono molto scarse. Di Simone sappiamo che era nato a Cana ed era soprannominato lo zelota, forse perché aveva militato nel gruppo antiromano degli zeloti. Secondo la tradizione, subì un martirio particolarmente cruento. Il suo corpo fu fatto a pezzi con una sega. Per questo è raffigurato con questo attrezzo ed è patrono dei boscaioli e taglialegna.

L’evangelista Luca presenta l’altro apostolo come Giuda di Giacomo. I biblisti sono oggi divisi sul significato di questa precisazione. Alcuni traducono con fratello, altri con figlio di Giacomo.

Matteo e Marco lo chiamano invece Taddeo, che non designa un personaggio diverso. È, invece, un soprannome che in aramaico significa magnanimo. Secondo san Giovanni, nell’ultima cena proprio Giuda Taddeo chiede a Gesù: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». Gesù non gli risponde direttamente, ma va al cuore della chiamata e della sequela apostolica: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». L’unica via per la quale Dio giunge all’uomo, anzi prende dimora presso di lui è l’amore. Non è una caso che la domanda venga da Giuda. Il suo cuore magnanimo aveva, probabilmente, intuito la risposta del Maestro. Come Simone, egli è venerato come martire, ma non conosciamo le circostanze della sua morte. Secondo gli Atti degli Apostoli, però, sappiamo che gli apostoli furono testimoni della resurrezione, e questa è la gloria maggiore dell’apostolo e di ogni discepolo di Gesù.

Martirologio Romano: Festa dei santi Simone e Giuda, Apostoli: il primo era soprannominato Cananeo o “Zelota”, e l’altro, chiamato anche Taddeo, figlio di Giacomo, nell’ultima Cena interrogò il Signore sulla sua manifestazione ed egli gli rispose: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui».

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Preghiera del mattino: Novena per le anime dei defunti

28 ottobre 2014

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

O Dio, vieni a salvarmi.

Signore, vieni presto in mio aiuto.

Gloria al Padre

Credo

QUINTO GIORNO Le anime del Purgatorio ignorano quando le loro sofferenze avranno fine. Sono certe, tuttavia, che un giorno ne verranno sollevate. Tuttavia l’incertezza stessa circa questo termine è per loro fonte di grande angustia. O Dio infinitamente buono, Ti amo sopra ogni cosa e mi dolgo e mi pento con tutto il cuore di averTi offeso. Propongo seriamente di darTi gioia. Fa’ che io riposi, o Dio, nella Tua pace! Eterno Padre, Dio Santo, Dio Santo e Forte, Dio Santo ed Immortale, abbi pietà di me ed abbi pietà dei nostri fratelli del Purgatorio. O Maria, concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a Te per protezione! Santa Maria, Vergine Immacolata e Madre di Dio, con la Tua potente intercessione vieni in nostro soccorso ed in soccorso dei nostri fratelli del Purgatorio!

Padre nostro, Ave Maria, L’eterno Riposo.

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Papa Francesco: Omelia feriale a s. Marta. Testo e videoregistrazione. Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari. Testo del Discorso

28 ottobre 2014

28 ottobre 2014

Ef 2,19-22   Sal 18   Lc 6,12-19

 

 

 

 

LA FORZA DELLA PREGHIERA DI GESU’

La Chiesa la fa Gesù, che non guarda al peccato dell’uomo ma al suo cuore, che cerca per guarirlo.

 I cristiani si sentano parte della Chiesa, senza fermarsi sulla soglia…. Gesù ha fatto il lavoro duemila anni fa, quando ha scelto dodici colonne per costruirvi su la Chiesa e mettendo se stesso come base e pietra d’angolo. Poi, di quella Chiesa ha spalancato le porte a chiunque, senza distinzioni, perché a Cristo interessa amare e guarire i cuori, non misurare i peccati.

La Chiesa è un edificio che cresce ben ordinato sulle sue fondamenta. …… 

Gesù prega, Gesù chiama, Gesù sceglie, Gesù invia i discepoli, Gesù guarisce la folla. Dentro a questo tempio, questo Gesù che è la pietra d’angolo fa tutto questo lavoro: è Lui che porta avanti al Chiesa così. Come diceva Paolo, questa Chiesa è edificata sul fondamento degli Apostoli. Questo che Lui ha scelto, qui: ne scelse dodici. Tutti peccatori, tutti. Giuda non era il più peccatore: non so chi fosse stato il più peccatore… Giuda, poveretto, è quello che si è chiuso all’amore e per questo diventò traditore. Ma tutti sono scappati nel momento difficile della Passione e hanno lasciato solo Gesù. Tutti sono peccatori. Ma Lui, scelse.

Gesù  ci vuole dentro la Chiesa non come ospiti o stranieri, ma con il diritto di un cittadino. Nella Chiesa non siamo di passaggio, siamo radicati lì. La nostra vita è lì…Noi siamo cittadini, concittadini di questa Chiesa. Se noi non entriamo in questo tempio e facciamo parte di questa costruzione affinché lo Spirito Santo abiti in noi, noi non siamo nella Chiesa. Noi siamo alla porta e guardiamo: ‘Ma, che bello… sì, questo è bello…’. Cristiani che non vanno più avanti della reception della Chiesa: sono lì, alla porta… ‘Ma sì, sono cattolico, sì, ma troppo no… così….

A Gesù non importò il peccato di Pietro: cercava il cuore. Ma per trovare questo cuore e per guarirlo, pregò. Gesù che prega e Gesù che guarisce, anche per ognuno di noi. Noi non possiamo capire la Chiesa senza questo Gesù che prega e questo Gesù che guarisce. Che lo Spirito Santo ci faccia capire, a tutti noi, questa Chiesa che ha la forza nella preghiera di Gesù per noi e che è capace di guarirci, tutti noi”.

 

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TERRA, CASA, LAVORO

TESTO COMPLETO IN LINGUA SPAGNOLA

TESTO COMPLETO IN LINGUA ITALIANA

Video: top ten schiacciate Nba 2013-2014

28 ottobre 2014

http://sport.sky.it/sport/nba/2014/10/24/migliori_schiacciate_nba_2013_2014.html

Preghiera della sera. Ottobre, mese del Santo Rosario

27 ottobre 2014

 

Il Santo Rosario: la scala delle grazie

Nel primo libro della Sacra Scrittura, il Genesi, leggiamo l’episodio della visione che ebbe una notte Giacobbe, mentre era in fuga dalla casa paterna per sottrarsi alla persecuzione da parte del fratello Esaù che aveva perduto la primogenitura. Giacobbe «fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa» (Gn 28,12).

Nell’interpretazione dei Santi Padri e dei Santi, la Scala di Giacobbe simboleggia anche la Mediazione universale delle grazie di Maria Santissima, nel senso che per la Mediazione materna di Maria le nostre preghiere salgono fino a Dio, sorgente di ogni grazia, e per 1a Mediazione materna di Maria le grazie discendono dal Cuore di Dio attraverso le mani misericordiose di Maria che le distribuisce a tutti gli uomini bisognosi.

Anche il Santo Rosario viene chiamato, per questo, Scala di Giacobbe, e la corona benedetta del Rosario è paragonata alla Scala di Giacobbe per quei cinquanta grani dell’Ave Maria che somigliano ai gradini di una scala su cui salgono le nostre preghiere a Dio e discendono le grazie da Dio: e tutto avviene attraverso e per mezzo di Maria Santissima, la Madre e Mediatrice universale di tutte le grazie da dispensare agli uomini.

Il beato Annibale Di Francia, grande apostolo del secolo ventesimo, Fondatore dei «Rogazionisti», ha raccomandato le devozione al Santo Rosario con zelo ardente e ha voluto paragonare il Rosario proprio alla Scala di Giacobbe con queste parole: «Il Rosario è formato di Misteri, Pater, Ave e Gloria e questi sono i vari gradini di questa scala per la quale salgono le nostre preghiere, e discendono le grazie».

Possiamo anche pensare che i grani della corona del Rosario diventano gradini della Scala di Giacobbe insieme ai venti quadri evangelici dei misteri gaudiosi, luminosi, dolorosi e gloriosi, che il Rosario presenta alla nostra contemplazione scandita dal ritmo delle Ave Maria. I venti misteri e le cinquanta Ave Maria, infatti, di posta in posta sostengono l’anima nello sforzo della riflessione e della meditazione contemplativa contro le insidie delle distrazioni che tentano di turbare la preghiera deviando i nostri pensieri e la nostra attenzione di fede e di amore.

Il Rosario è la «Scala bianca»

L’immagine della scala di grazie ci aiuta a comprendere quanto importante ed efficace sia la preghiera del Rosario per ottenere grazie e benedizioni dalla Tesoriera di tutte le grazie. Se davvero animiamo la nostra fede e il nostro amore alla Madre e Dispensatrice di ogni grazia, nella recita dei nostri Rosari, non potremo non sperimentare anche noi la verità della fecondità di questa preghiera mariana prediletta dalla Madonna e voluta come scala di grazie proprio da Lei, che il papa Leone XIII chiama, appunto, «Inventrice» del Santo Rosario.

Ma è necessario, è indispensabile, intanto, che recitiamo il Santo Rosario, e che lo recitiamo soprattutto nelle cose più difficili, e che lo recitiamo bene, con attenzione, senza stancarci o scoraggiarci se la grazia o le grazie non arrivano subito. Si sa che tante volte è proprio dal numero dei Rosari e dalla perseveranza nel recitarli che dipende l’ottenimento di una sospirata grazia. Noi vorremmo tutto facile e a poco prezzo.

Ma ogni grazia è un tesoro di Dio!

Una volta san Massimiliano Maria Kolbe, trovandosi in Cina per un impegno importante, si trovò in mezzo a difficoltà impreviste e insuperabili. Ci sarebbe stato solo da scoraggiarsi. Ma il Santo aveva il suo segreto potente. Difatti, scrive lui stesso che cosa fece: «Allora ho recitato molti rosari», e poco dopo, infatti,… «tutte le difficoltà si sono dileguate in modo insperato una dopo l’altra. Gloria all’Immacolata!».

Possiamo pensare anche alla Scala bianca di cui parlano le Fonti Francescane, presentandoci un gruppo di frati impegnato a salire verso il cielo su una Scala rossa alla cui cima Gesù è in attesa dell’arrivo dei frati. Ma i frati non reggono alla salita, e cadono l’uno dopo l’altro, appena saliti pochi gradini della Scala rossa. Allora san Francesco esorta i frati a salire per la Scala bianca, alla cui cima si trova la Madonna. Su questa scala, infatti, i frati riescono a salire più agevolmente, raggiungendo tutti la cima per entrare in Paradiso.

Così è la corona del Santo Rosario: è una scala di grazie, e di tutte le grazie. Non c’è nulla, infatti, che non si possa chiedere, e non c’è nulla che non si possa ottenere con il Santo Rosario. Tocca a noi, però, adoperare questa santa corona senza pigrizie o indolenze, recitando il Rosario per far salire la nostra preghiera e far discendere le grazie dalle mani della Madre di ogni grazia.

(fonte)

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Guido Dotti. Le chiese cristiane a confronto

27 ottobre 2014

 

 

Discorso di Benedetto XVI° alla Pontificia Università Urbaniana. 21 ottobre 2014

27 ottobre 2014

 

Vorrei in primo luogo esprimere il mio più cordiale ringraziamento al Rettore Magnifico e alle autorità accademiche della Pontificia Università Urbaniana, agli Ufficiali Maggiori e ai Rappresentanti degli Studenti, per la loro proposta di intitolare al mio nome l’Aula Magna ristrutturata. Vorrei ringraziare in modo del tutto particolare il Gran Cancelliere dell’Università, il Cardinale Fernando Filoni, per avere accolto questa iniziativa. È motivo di grande gioia per me poter essere così sempre presente al lavoro della Pontificia Università Urbaniana. Nel corso delle diverse visite che ho potuto fare come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, sono rimasto sempre colpito dall’atmosfera di universalità che si respira in questa Università, nella quale giovani provenienti praticamente da tutti i Paesi della Terra si preparano per il servizio al Vangelo nel mondo di oggi. Anche oggi, vedo interiormente di fronte a me, in quest’aula, una comunità formata da tanti giovani, che ci fanno percepire in modo vivo la stupenda realtà della Chiesa cattolica. “Cattolica”: questa definizione della Chiesa, che appartiene alla professione di fede sin dai tempi più antichi, porta in sé qualcosa della Pentecoste. Ci ricorda che la Chiesa di Gesù Cristo non ha mai riguardato un solo popolo o una sola cultura, ma che sin dall’inizio era destinata all’umanità. Le ultime parole che Gesù disse ai suoi discepoli furono: “Fate miei discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19). E al momento della Pentecoste gli Apostoli parlarono in tutte le lingue, potendo così manifestare, per la forza dello Spirito Santo, tutta l’ampiezza della loro fede.

Da allora la Chiesa è realmente cresciuta in tutti i Continenti. La vostra presenza, care studentesse e cari studenti, rispecchia il volto universale della Chiesa. Il profeta Zaccaria aveva annunciato un regno messianico che sarebbe andato da mare a mare e sarebbe stato un regno di pace (Zc 9,9s.). E infatti, dovunque viene celebrata l’Eucaristia e gli uomini, a partire dal Signore, diventano tra loro un solo corpo, è presente qualcosa di quella pace che Gesù Cristo aveva promesso di dare ai suoi discepoli. Voi, cari amici, siate cooperatori di questa pace che, in un mondo dilaniato e violento, diventa sempre più urgente edificare e custodire. Per questo è così importante il lavoro della vostra Università, nella quale volete imparare a conoscere più da vicino Gesù Cristo per poter diventare suoi testimoni. Il Signore Risorto incaricò i suoi Apostoli, e tramite loro i discepoli di tutti i tempi, di portare la sua parola sino ai confini della terra e di fare suoi discepoli gli uomini. Il Concilio Vaticano II, riprendendo, nel decreto “Ad gentes”, una tradizione costante, ha messo in luce le profonde ragioni di questo compito missionario e lo ha così assegnato con forza rinnovata alla Chiesa di oggi.

Ma vale davvero ancora? – si chiedono in molti, oggi, dentro e fuori la Chiesa – davvero la missione è ancora attuale? Non sarebbe più appropriato incontrarsi nel dialogo tra le religioni e servire insieme la causa della pace nel mondo? La contro-domanda è: il dialogo può sostituire la missione? Oggi in molti, in effetti, sono dell’idea che le religioni dovrebbero rispettarsi a vicenda e, nel dialogo tra loro, divenire una comune forza di pace. In questo modo di pensare, il più delle volte si dà per presupposto che le diverse religioni siano varianti di un’unica e medesima realtà; che “religione” sia il genere comune, che assume forme differenti a secondo delle differenti culture, ma esprime comunque una medesima realtà. La questione della verità, quella che in origine mosse i cristiani più di tutto il resto, qui viene messa tra parentesi. Si presuppone che l’autentica verità su Dio, in ultima analisi, sia irraggiungibile e che tutt’al più si possa rendere presente ciò che è ineffabile solo con una varietà di simboli. Questa rinuncia alla verità sembra realistica e utile alla pace fra le religioni nel mondo. E tuttavia essa è letale per la fede. Infatti, la fede perde il suo carattere vincolante e la sua serietà, se tutto si riduce a simboli in fondo interscambiabili, capaci di rimandare solo da lontano all’inaccessibile mistero del divino. Cari amici, vedete che la questione della missione ci pone non solo di fronte alle domande fondamentali della fede ma anche di fronte a quella di cosa sia l’uomo. Nell’ambito di un breve indirizzo di saluto, evidentemente non posso tentare di analizzare in modo esaustivo questa problematica che oggi riguarda profondamente tutti noi. Vorrei, comunque, almeno accennare alla direzione che dovrebbe imboccare il nostro pensiero. Lo faccio muovendo da due diversi punti di partenza.

I-1. L’opinione comune è che le religioni stiano per così dire una accanto all’altra, come i Continenti e i singoli Paesi sulla carta geografica. Tuttavia questo non è esatto. Le religioni sono in movimento a livello storico, così come sono in movimento i popoli e le culture. Esistono religioni in attesa. Le religioni tribali sono di questo tipo: hanno il loro momento storico e tuttavia sono in attesa di un incontro più grande che le porti alla pienezza. Noi, come cristiani, siamo convinti che, nel silenzio, esse attendano l’incontro con Gesù Cristo, la luce che viene da lui, che sola può condurle completamente alla loro verità. E Cristo attende loro. L’incontro con lui non è l’irruzione di un estraneo che distrugge la loro propria cultura e la loro propria storia. È, invece, l’ingresso in qualcosa di più grande, verso cui esse sono in cammino. Perciò quest’incontro è sempre, a un tempo, purificazione e maturazione. Peraltro, l’incontro è sempre reciproco. Cristo attende la loro storia, la loro saggezza, la loro visione delle cose. Oggi vediamo sempre più nitidamente anche un altro aspetto: mentre nei Paesi della sua grande storia il cristianesimo per tanti versi è divenuto stanco e alcuni rami del grande albero cresciuto dal granello di senape del Vangelo sono divenuti secchi e cadono a terra, dall’incontro con Cristo delle religioni in attesa scaturisce nuova vita. Dove prima c’era solo stanchezza, si manifestano e portano gioia nuove dimensioni della fede.

2. La religione in sé non è un fenomeno unitario. In essa vanno sempre distinte più dimensioni. Da un lato c’è la grandezza del protendersi, al di là del mondo, verso l’eterno Dio. Ma, dall’altro, si trovano in essa elementi scaturiti dalla storia degli uomini e dalla loro pratica della religione. In cui possono rivenirsi senz’altro cose belle e nobili, ma anche basse e distruttive, laddove l’egoismo dell’uomo si è impossessato della religione e, invece che in un’apertura, l’ha trasformata in una chiusura nel proprio spazio. Per questo, la religione non è mai semplicemente un fenomeno solo positivo o solo negativo: in essa l’uno e l’altro aspetto sono mescolati. Ai suoi inizi, la missione cristiana percepì in modo molto forte soprattutto gli elementi negativi delle religioni pagane nelle quali s’imbatté. Per questa ragione, l’annuncio cristiano fu in un primo momento estremamente critico della religione. Solo superando le loro tradizioni che in parte considerava pure demoniache, la fede poté sviluppare la sua forza rinnovatrice. Sulla base di elementi di questo genere, il teologo evangelico Karl Barth mise in contrapposizione religione e fede, giudicando la prima in modo assolutamente negativo quale comportamento arbitrario dell’uomo che tenta, a partire da se stesso, di afferrare Dio. Dietrich Bonhoeffer ha ripreso questa impostazione pronunciandosi a favore di un cristianesimo “senza religione”. Si tratta senza dubbio di una visione unilaterale che non può essere accettata. E tuttavia è corretto affermare che ogni religione, per rimanere nel giusto, al tempo stesso deve anche essere sempre critica della religione. Chiaramente questo vale, sin dalle sue origini e in base alla sua natura, per la fede cristiana, che, da un lato, guarda con grande rispetto alla profonda attesa e alla profonda ricchezza delle religioni, ma, dall’altro, vede in modo critico anche ciò che è negativo. Va da sé che la fede cristiana deve sempre di nuovo sviluppare tale forza critica anche rispetto alla propria storia religiosa. Per noi cristiani Gesù Cristo è il Logos di Dio, la luce che ci aiuta a distinguere tra la natura della religione e la sua distorsione.

3. Nel nostro tempo diviene sempre più forte la voce di coloro che vogliono convincerci che la religione come tale è superata. Solo la ragione critica dovrebbe orientare l’agire dell’uomo. Dietro simili concezioni sta la convinzione che con il pensiero positivistico la ragione in tutta la sua purezza abbia definitivamente acquisito il dominio. In realtà, anche questo modo di pensare e di vivere è storicamente condizionato e legato a determinate culture storiche. Considerarlo come il solo valido sminuirebbe l’uomo, sottraendogli dimensioni essenziali della sua esistenza. L’uomo diventa più piccolo, non più grande, quando non c’è più spazio per un ethos che, in base alla sua autentica natura, rinvia oltre il pragmatismo, quando non c’è più spazio per lo sguardo rivolto a Dio. Il luogo proprio della ragione positivista è nei grandi campi d’azione della tecnica e dell’economia, e tuttavia essa non esaurisce tutto l’umano. Così, spetta a noi che crediamo spalancare sempre di nuovo le porte che, oltre la mera tecnica e il puro pragmatismo, conducono a tutta la grandezza della nostra esistenza, all’incontro con il Dio vivente.

II- 1. Queste riflessioni, forse un po’ difficili, dovrebbero mostrare che anche oggi, in un mondo profondamente mutato, rimane ragionevole il compito di comunicare agli altri il Vangelo di Gesù Cristo. E tuttavia c’è anche un secondo modo, più semplice, per giustificare oggi questo compito. La gioia esige di essere comunicata. L’amore esige di essere comunicato. La verità esige di essere comunicata. Chi ha ricevuto una grande gioia, non può tenerla semplicemente per sé, deve trasmetterla. Lo stesso vale per il dono dell’amore, per il dono del riconoscimento della verità che si manifesta. Quando Andrea incontrò Cristo, non poté far altro che dire a suo fratello: “Abbiamo trovato il Messia” (Gv 1,41). E Filippo, al quale era stato donato lo stesso incontro, non poté far altro che dire a Natanaele che aveva trovato colui del quale avevano scritto Mosè e i profeti (Gv 1,45). Annunciamo Gesù Cristo non per procurare alla nostra comunità quanti più membri possibile; e tanto meno per il potere. Parliamo di Lui perché sentiamo di dover trasmettere quella gioia che ci è stata donata. Saremo annunciatori credibili di Gesù Cristo quando l’avremo veramente incontrato nel profondo della nostra esistenza, quando, tramite l’incontro con Lui, ci sarà stata donata la grande esperienza della verità, dell’amore e della gioia.

2. Fa parte della natura della religione la profonda tensione fra l’offerta mistica a Dio, in cui ci si consegna totalmente a lui, e la responsabilità per il prossimo e per il mondo da lui creato. Marta e Maria sono sempre inscindibili, anche se, di volta in volta, l’accento può cadere sull’una o sull’altra. Il punto d’incontro tra i due poli è l’amore nel quale tocchiamo al contempo Dio e le sue creature. “Abbiamo conosciuto e creduto l’amore” (1 Gv 4,16): questa frase esprime l’autentica natura del cristianesimo. L’amore, che si realizza e si rispecchia in modo multiforme nei santi di tutti i tempi, è l’autentica prova della verità del cristianesi

Vangelo (Lc 6,12-19) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 28 Ottobre 2014) con commento comunitario

27 ottobre 2014

SANTI SIMONE E GIUDA

 Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,12-19)

In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore. Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.

Questo è il Vangelo del 28 Ottobre, quello del 27 Ottobre lo potete trovare qualche post più sotto

Santi e Beati. Memoria di oggi: Sant’ Evaristo Papa e martire

27 ottobre 2014

 

SANT’EVARISTO PAPA E MARTIRE

27 ottobre

 

Betlemme, primo secolo dopo Cristo – Roma, anno 105

(Papa dal 97 al 105)

Mentre del suo predecessore Clemente conosciamo la celebre lettera ai cristiani di Corinto, di Evaristo nulla è giunto. Tutto ciò che si sa è nel Liber Pontificalis e negli scritti di Ireneo ed Eusebio: sembra sia stato un greco di Antiochia nato a Betlemme e divenuto il quarto o forse il quinto successore di Pietro intorno all’anno 100. Governò per 9 anni. Leggendarie sono considerate la notizie che sia morto martire, che sia sepolto presso San Pietro e che abbia suddiviso Roma in 25 parrocchie e istituito 7 diaconi per assisterlo nella liturgia, come testimoni della sua ortodossia e come «stenografi» delle sue prediche. I resoconti, in ogni caso, non ci sono giunti.

Etimologia: Evaristo = colui che è gradito

Emblema: Palma

Martirologio Romano: A Roma, sant’Evaristo, papa, che resse la Chiesa di Roma per quarto dopo il beato Pietro, sotto l’imperatore Traiano.

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Liturgia del giorno: Audio salmo 1

27 ottobre 2014

Facciamoci imitatori di Dio, quali figli carissimi.

 

[1] Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi,
non indugia nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli stolti;

[2] ma si compiace della legge del Signore,
la sua legge medita giorno e notte.

[3] Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua,
che darà frutto a suo tempo
e le sue foglie non cadranno mai;
riusciranno tutte le sue opere.

[4] Non così, non così gli empi:
ma come pula che il vento disperde;

[5] perciò non reggeranno gli empi nel giudizio,
né i peccatori nell’assemblea dei giusti.

[6] Il Signore veglia sul cammino dei giusti,
ma la via degli empi andrà in rovina.

 

premere qui per ascoltare il salmo

 

 

 

 

Tu ci sei necessario o Cristo

Paolo VI, Lettera pastorale alla Diocesi di Milano, 1955

O Cristo, nostro unico mediatore, Tu ci sei necessario:
per vivere in Comunione con Dio Padre;

per diventare con te, che sei Figlio unico e Signore nostro, suoi figli adottivi;

per essere rigenerati nello Spirito Santo.

Tu ci sei necessario,

o solo vero maestro delle verità recondite e indispensabili della vita,

per conoscere il nostro essere e il nostro destino, la via per conseguirlo.

Tu ci sei necessario, o Redentore nostro,
per scoprire la nostra miseria e per guarirla;

per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità;

per deplorare i nostri peccati e per averne il perdono.

Tu ci sei necessario, o fratello primogenito del genere umano,

per ritrovare le ragioni vere della fraternità fra gli uomini,

i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo della pace.

Tu ci sei necessario, o grande paziente dei nostri dolori,
per conoscere il senso della sofferenza

e per dare ad essa un valore di espiazione e di redenzione.

Tu ci sei necessario, o vincitore della morte,
per liberarci dalla disperazione e dalla negazione,

e per avere certezze che non tradiscono in eterno.

Tu ci sei necessario, o Cristo, o Signore, o Dio-con-noi,

per imparare l’amore vero e camminare nella gioia e nella forza della tua carità,
lungo il cammino della nostra vita faticosa,
fino all’incontro finale con Te amato, con Te atteso,
con Te benedetto nei secoli.

 

 

Preghiera del mattino: Novena per le anime dei defunti

27 ottobre 2014

 

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

O Dio, vieni a salvarmi.

Signore, vieni presto in mio aiuto.

Gloria al Padre

Credo

QUARTO GIORNO Già da questo momento dobbiamo profondamente affliggerci per aver offeso Dio, Eterno Amore, cosi frequentemente. I nostri fratelli del Purgatorio riconoscono molto più chiaramente di noi l’infinita bontà di Dio e quindi Lo amano con tutte le loro forze. Perciò soffrono pene indescrivibili al solo pensiero di aver offeso un Dio così grande nell’amore; queste pene sono più severe di quelle sofferte sulla terra. O Dio Onnipotente ed Eterno, io Ti amo sopra ogni cosa poiché sei Bontà Infinita e mi pento e mi dolgo con tutto il cuore di averTi offeso. Propongo di non offenderti mai più. Aiutami a perseverare in ciò da questo momento. Abbi pietà di me ed abbi pietà dei nostri fratelli del Purgatorio. O Maria, Madre di Dio, piena di grazia, vieni in aiuto alle anime del Purgatorio con la Tua potente intercessione! Per mezzo di essa possa Gesù Cristo, il Tuo amatissimo Figlio e nostro Signore, concedere loro di partecipare alla sua gloria ed alla sua beatitudine.

Padre nostro, Ave Maria, L’eterno Riposo.


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Papa Francesco: Omelia feriale a s. Marta. Testo e videoregistrazione. Discorso di papa Francesco all’Accademia della Scienze

27 ottobre 2014

27 ottobre 2014

Ef 4,32-5,8   Sal 1   Lc 13,10-17

 

 

 

 

CRISTIANI DELLA LUCE, DELLE TENEBRE, DEL GRIGIO

 

“….Gli uomini si riconoscono dalle loro parole.

San Paolo  invitando i cristiani a comportarsi come figli della luce e non come figli delle tenebre, fa una catechesi sulla parola.

Ci sono quattro parole per capire se siamo figli delle tenebre….

E’ parola ipocrita? Un po’ di qua, un po’ di là, per stare bene con tutti? E’ una parola vacua, senza sostanza, piena di vacuità? E’ una parola volgare, triviale, cioè mondana? Una parola sporca, oscena? Queste quattro parole non sono dei figli della luce, non vengono dallo Spirito Santo, non vengono da Gesù, non sono parole evangeliche … questo modo di parlare, sempre parlare di cose sporche o di mondanità o di vacuità o parlare ipocritamente.

Qual è, dunque, la parola dei Santi, cioè dei figli della luce?

Lo dice Paolo: ‘Fatevi imitatori di Dio: camminate nella carità; camminate nella bontà; camminate nella mitezza’. Chi cammina così … ‘Siate misericordiosi – dice Paolo – perdonandovi a vicenda, come Dio ha perdonato voi in Cristo. Fatevi, dunque, imitatori di Dio e camminate nella carità’, cioè camminate nella misericordia, nel perdono, nella carità. E questa è la parola di un figlio della luce.

…Ci sono cristiani luminosi, pieni di luce  che cercano di servire il Signore con questa luce e ci sono cristiani tenebrosi che conducono una vita di peccato, una vita lontana dal Signore e usano quelle quattro parole che sono del maligno.

Ma c’è un terzo gruppo di cristiani, che non sono né luminosi né bui…

Sono i cristiani del grigio. E questi cristiani del grigio una volta stanno da questa parte, un’altra da quella. La gente di questi dice: ‘Ma questa persona sta bene con Dio o col diavolo?’ Eh? Sempre nel grigio. Sono i tiepidi. Non sono né luminosi né oscuri. E questi Dio non li ama. Nell’Apocalisse, il Signore, a questi cristiani del grigio, dice: ‘Ma no, tu non sei né caldo né freddo. Magari fossi caldo o freddo. Ma perché sei tiepido – così del grigio – sto per vomitarti dalla mia bocca’. Il Signore è forte con i cristiani del grigio. ‘Ma io sono cristiano, ma senza esagerare!’ dicono, e fanno tanto male, perché la loro testimonianza cristiana è una testimonianza che alla fine semina confusione, semina una testimonianza negativa.

Non lasciamoci ingannare dalle parole vuote  ne sentiamo tante, alcune belle, ben dette, ma vuote, senza niente dentro

. Comportiamoci invece come figli della luce…..Ci farà bene oggi pensare al nostro linguaggio  e domandiamoci: “Sono cristiano della luce? Sono cristiano del buio? Sono cristiano del grigio? E così possiamo fare un passo avanti per incontrare il Signore”.

 

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
IN OCCASIONE DELL’INAUGURAZIONE DI
UN BUSTO IN ONORE DI PAPA BENEDETTO XVI

Casina Pio IV
Lunedì, 27 ottobre 2014

 

Signori Cardinali,
Cari Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
Illustri Signore e Signori!

Mentre cadeva il velo dal busto, che gli Accademici hanno voluto nella sede della Pontificia Accademia delle Scienze in segno di riconoscimento e gratitudine, un’emozione gioiosa si è fatta viva nella mia anima. Questo busto di Benedetto XVI rievoca agli occhi di tutti la persona e il volto del caro Papa Ratzinger. Rievoca anche il suo spirito: quello dei suoi insegnamenti, dei suoi esempi, delle sue opere, della sua devozione alla Chiesa, della sua attuale vita “monastica”. Questo spirito, lungi dallo sgretolarsi con l’andare del tempo, apparirà di generazione in generazione sempre più grande e potente. Benedetto XVI: un grande Papa. Grande per la forza e penetrazione della sua intelligenza, grande per il suo rilevante contributo alla teologia, grande per il suo amore nei confronti della Chiesa e degli esseri umani, grande per la sua virtù e la sua religiosità. Come voi ben sapete, il suo amore per la verità non si limita alla teologia e alla filosofia, ma si apre alle scienze. Il suo amore per la scienza si riversa nella sollecitudine per gli scienziati, senza distinzione di razza, nazionalità, civiltà, religione; sollecitudine per l’Accademia, da quando san Giovanni Paolo IIlo nominò membro. Egli ha saputo onorare l’Accademia con la sua presenza e con la sua parola, e ha nominato molti dei suoi membri, compreso l’attuale Presidente Werner Arber. Benedetto XVI invitò, per la prima volta, un Presidente di questa Accademia a partecipare al Sinodo sulla nuova evangelizzazione, consapevole dell’importanza della scienza nella cultura moderna. Certo di lui non si potrà mai dire che lo studio e la scienza abbiano inaridito la sua persona e il suo amore nei confronti di Dio e del prossimo, ma al contrario, che la scienza, la saggezza e la preghiera hanno dilatato il suo cuore e il suo spirito. Ringraziamo Dio per il dono che ha fatto alla Chiesa e al mondo con l’esistenza e il pontificato di Papa Benedetto. Ringrazio tutti coloro che, generosamente, hanno reso possibile quest’opera e questo atto, in modo particolare l’autore del busto, lo scultore Fernando Delia, la famiglia Tua, e tutti gli Accademici. Desidero ringraziare tutti voi che siete qui presenti ad onorare questo grande Papa.

Alla conclusione della vostra Sessione plenaria, cari Accademici, sono felice di esprimere la mia profonda stima e il mio caloroso incoraggiamento a portare avanti il progresso scientifico e il miglioramento delle condizioni di vita della gente, specialmente dei più poveri.

State affrontando il tema altamente complesso dell’evoluzione del concetto di natura. Non entrerò affatto, lo capite bene, nella complessità scientifica di questa importante e decisiva questione. Voglio solo sottolineare che Dio e Cristo camminano con noi e sono presenti anche nella natura, come ha affermato l’apostolo Paolo nel discorso all’Areopago: «In Dio infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28). Quando leggiamo nella Genesi il racconto della Creazione rischiamo di immaginare che Dio sia stato un mago, con tanto di bacchetta magica in grado di fare tutte le cose. Ma non è così. Egli ha creato gli esseri e li ha lasciati sviluppare secondo le leggi interne che Lui ha dato ad ognuno, perché si sviluppassero, perché arrivassero alla propria pienezza. Egli ha dato l’autonomia agli esseri dell’universo al tempo stesso in cui ha assicurato loro la sua presenza continua, dando l’essere ad ogni realtà. E così la creazione è andata avanti per secoli e secoli, millenni e millenni finché è diventata quella che conosciamo oggi, proprio perché Dio non è un demiurgo o un mago, ma il Creatore che dà l’essere a tutti gli enti. L’inizio del mondo non è opera del caos che deve a un altro la sua origine, ma deriva direttamente da un Principio supremo che crea per amore. Il Big-Bang, che oggi si pone all’origine del mondo, non contraddice l’intervento creatore divino ma lo esige. L’evoluzione nella natura non contrasta con la nozione di Creazione, perché l’evoluzione presuppone la creazione degli esseri che si evolvono.

Per quanto riguarda l’uomo, invece, vi è un cambiamento e una novità. Quando, al sesto giorno del racconto della Genesi, arriva la creazione dell’uomo, Dio dà all’essere umano un’altra autonomia, un’autonomia diversa da quella della natura, che è la libertà. E dice all’uomo di dare il nome a tutte le cose e di andare avanti nel corso della storia. Lo rende responsabile della creazione, anche perché domini il Creato, perché lo sviluppi e così fino alla fine dei tempi. Quindi allo scienziato, e soprattutto allo scienziato cristiano, corrisponde l’atteggiamento di interrogarsi sull’avvenire dell’umanità e della terra, e, da essere libero e responsabile, di concorrere a prepararlo, a preservarlo, a eliminarne i rischi dell’ambiente sia naturale che umano. Ma, allo stesso tempo, lo scienziato dev’essere mosso dalla fiducia che la natura nasconda, nei suoi meccanismi evolutivi, delle potenzialità che spetta all’intelligenza e alla libertà scoprire e attuare per arrivare allo sviluppo che è nel disegno del Creatore. Allora, per quanto limitata, l’azione dell’uomo partecipa della potenza di Dio ed è in grado di costruire un mondo adatto alla sua duplice vita corporea e spirituale; costruire un mondo umano per tutti gli esseri umani e non per un gruppo o una classe di privilegiati. Questa speranza e fiducia in Dio, Autore della natura, e nella capacità dello spirito umano sono in grado di dare al ricercatore un’energia nuova e una serenità profonda. Ma è anche vero che l’azione dell’uomo, quando la sua libertà diventa autonomia – che non è libertà, ma autonomia – distrugge il creato e l’uomo prende il posto del Creatore. E questo è il grave peccato contro Dio Creatore.

Vi incoraggio a continuare i vostri lavori e a realizzare le felici iniziative teoriche e pratiche a favore degli esseri umani che vi fanno onore. Consegno ora con gioia il collare, che mons. Sánchez Sorondo darà ai nuovi membri. Grazie.

 

Messaggio a Marija, 25 ottobre 2014

26 ottobre 2014

“Cari figli! Pregate in questo tempo di grazia e chiedete l’intercessione di Tutti i Santi che sono già nella luce. Loro vi siano d’esempio e d’esortazione di giorno in giorno, sul cammino della vostra conversione. Figlioli, siate coscienti che la vostra vita è breve e passeggera. Perciò anelate all’eternità e preparate i vostri cuori nella preghiera. Io sono con voi e intercedo presso il mio Figlio per ciascuno di voi, soprattutto per coloro che si sono consacrati a Me ed a mio Figlio. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

Preghiera della sera. Ottobre, mese del Santo Rosario

26 ottobre 2014

 

Il Santo Rosario: la semina delle grazie (2)

Un episodio edificante si legge nella vita di san Giuseppe Cafasso. Nella città di Torino, un lunedì mattina, molto presto, il Santo, camminando per la strada, incontra una donnetta che percorre lentamente la strada con una coroncina del Rosario in mano. Il Santo, salutandola, non si trattenne dal chiederle come mai andasse girando a quell’ora insolita per le strade, e la donnetta con molta semplicità e modestia gli rispose: «Cammino per le strade di Torino e recito il Rosario seminando le Ave Maria per purificare la città da tutti i peccati della domenica… la Madonna sola può purificare la città dalle immondizie dei peccati commessi…». Il Santo rimase ammirato della donnetta e fece tesoro di questo esempio parlandone con frequenza nelle sue prediche e nelle esortazioni al popolo.

Un episodio simile si legge anche nella vita di Don Giovanni Rossi, il Fondatore della Pro Civitate Christiana, ad Assisi, come leggiamo in una cronaca:

«Una mattina, sulle primissime ore, Don Giovanni Rossi, l’apostolo della Cittadella di Assisi, incontrò per una via di Milano una giovane operaia che lo salutò rispettosamente.

È così raro il caso di ricevere in una città come Milano simili cortesie, che il buon sacerdote si fermò. “Buon giorno, figliuola” – le disse. “Dove vai?”. “Alla fabbrica di…”.

“Fin là? Mi pare un po’ distante”. “Eh, abbastanza, padre”. “Quanto c’impieghi?”.

“Circa un’ora”.

“E perché non prendi il tram?”. “Preferisco andarvi a piedi”.

“Non sai che il tempo è oro? Ti par poco un’ora di cammino? Quando arrivi alla fabbrica sei già stanca”. “Ha ragione, padre; ma vado sempre a piedi, tutti i giorni.

“Economia sbagliata, figliuola. Risparmi lire e ci rimetti di scarpe, di salute, di tempo”.

“Ma io non lo faccio per economia”. “E perché allora?”.

“Perché… Vuole proprio che glielo dica?”. E con un leggero rossore l’operaia soggiunse: “Per le vie della città, ancora immersa nel sonno, non faccio che dire il Rosario, ripetendo le Ave Maria. Le semino a centinaia le mie povere Ave Maria, a destra e a sinistra. Spero che la Madonna metta il buon seme in qualche cuore che ne ha bisogno e che non sa pregare”.

Don Giovanni rimase ammirato e commosso. “Se questo è il motivo – disse dopo una pausa – credo che valga la spesa di consumare un più di tempo e di scarpe. Fa’ pure così, figliuola. Dio ti benedica. Spargi ogni mattina il buon grano delle tue Ave Maria; qualche cosa spunterà. Il seme non cade sempre sulla polvere della via o sul marciapiede o sulle spine…”».

Impariamo dai Santi

Questi sono due piccoli episodi edificanti e istruttivi per tutti. Con il Rosario, con le Ave Maria noi possiamo operare il bene senza che nessuno ci veda o se ne accorga. Ogni Ave Maria è grazia che purifica, che illumina, che sostiene, che conforta. Quanto tempo non perdiamo noi per le strade? sui pullman? nelle file di attesa alle poste o al negozio?… Che cosa costerebbe sgranare la coroncina e dire un po’ di Ave Maria?

Così facevano i Santi, nostri modelli. Pensiamo, ad esempio, al venerabile Carlo De Foucauld che recitava il Rosario fra le dune del deserto; a santa Bernardetta Soubirous, che riempiva l’infermeria, dove era ricoverata, con la recita ininterrotta di Rosari; a san Massimiliano Maria Kolbe che pregava con il Rosario sui treni e sulle navi, nei viaggi e stando ricoverato in sanatorio; a san Pio da Pietrelcina che sgranava la corona del Rosario anche nei viali dell’orto del convento, salendo e scendendo le scale. Erano davvero instancabili, i Santi, nel seminare grazie sui loro passi con la corona del Santo Rosario!

Se ci impegniamo, possiamo anche noi diventare seminatori di Ave Maria sui nostri passi ovunque ci troviamo, sgranando la coroncina del Rosario. E sarebbe una piccola semina di grazie dappertutto, per le strade, sui pullman, alle poste e al negozio… Semina silenziosa e santa, semina di grazie e di benedizioni per noi e per gli altri… Impariamo dai Santi e mettiamo in pratica.

(fonte)

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Amerai il Signore tuo Dio, e il tuo prossimo come te stesso.

26 ottobre 2014

Signore come desidero vederti

Tonino Lasconi

Signore Dio come desidero vederti!
Ma non voglio amare il collega antipatico e arrivista,
l’amico petulante e possessivo, il vicino chiassoso.
Voglio vederti,
ma non amo i lavavetri e i “vu’cumprà?”,
non sopporto gli zingari,

e ce l’ho con gli extracomunitari che vengono a rubarci il lavoro.
Voglio vederti,
ma non mi va giù il parroco perché è un “faccio tutto io”;
non mi va giù il vescovo che non sa decidere;
non mi va giù il papa che fa troppi viaggi.
Signore Dio, io amo te.
Tu non sei invadente, né possessivo;
non sei petulante né chiassoso;
non sei arrogante, né fastidioso.
Tu sei perfetto. Tu non mi dai nessun fastidio.
Signore Dio, davvero per vederti,
devo amare anche la gente fastidiosa.
Non potresti farti vedere nell’alba e nel tramonto,
nei mari e nelle vette dei monti,
o almeno nei volti dei belli e dei simpatici?
No. Ti posso vedere soltanto amando anche la gente noiosa.
Signore Dio, come sei strano!

Goffredo Boselli. La liturgia trasmissione della fede. “Educati dalla Liturgia, educare alla Liturgia”.

26 ottobre 2014

 

Vangelo (Lc 13,10-17) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 27 Ottobre 2014) con commento comunitario

26 ottobre 2014

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 13,10-17)

In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta.

Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.

Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato».

Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?».

Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

Questo è il Vangelo del 27 Ottobre, quello del 26 Ottobre lo potete trovare qualche post più sotto

Liturgia del giorno: Audio salmo 18 (17)

26 ottobre 2014

Ti amo, Signore, mia forza.

 

[1] Al maestro del coro. Di Davide, servo del Signore, che rivolse al Signore le parole di questo canto, quando il Signore lo liberò dal potere di tutti i suoi nemici,

[2] e dalla mano di Saul. Disse dunque:
Ti amo, Signore, mia forza,

[3] Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore;
mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo;
mio scudo e baluardo, mia potente salvezza.

[4] Invoco il Signore, degno di lode,
e sarò salvato dai miei nemici.

[5] Mi circondavano flutti di morte,
mi travolgevano torrenti impetuosi;

[6] gia mi avvolgevano i lacci degli inferi,
gia mi stringevano agguati mortali.

[7] Nel mio affanno invocai il Signore,
nell’angoscia gridai al mio Dio:
dal suo tempio ascoltò la mia voce,
al suo orecchio pervenne il mio grido.

[8] La terra tremò e si scosse;
vacillarono le fondamenta dei monti,
si scossero perché egli era sdegnato.

 

premere qui segue …

 

 

 

 

La sete

Agenda Missionaria

Un giovane si presentò a un sacerdote e gli disse: “Cerco Dio”.

Il reverendo gli propinò un sermone.

Concluso il sermone, il giovane se ne andò triste in cerca del vescovo.

“Cerco Dio”.

Monsignore gli lesse una sua lettera pastorale.

Terminata la lettura, il giovane, sempre più triste, si recò dal papa.

“Cerco Dio”.

Sua santità cominciò a riassumergli la sua ultima enciclica, ma il giovane scoppiò in singhiozzi.

“Perché piangi?”, gli chiese il papa del tutto sconcertato.

“Cerco Dio e mi offrono parole.”

Quella notte il sacerdote, il vescovo e il papa fecero un medesimo sogno.

Sognarono che morivano di sete e che qualcuno cercava di dar loro sollievo con un lungo discorso sull’acqua.

 

Santi e Beati. Memoria di oggi: San Folco Scotti di Piacenza e Pavia Vescovo

26 ottobre 2014

 

SAN FOLCO SCOTTI DI PIACENZA E PAVIA VESCOVO

26 ottobre

 

1165 circa – 16 dicembre 1229

I resti di questo santo di origine irlandese sono custoditi nella cattedrale di Pavia, città della quale fu vescovo nel XIII secolo. Folco (o Fulco) nasce intorno al 1165 a Piacenza da una celebre famiglia, quella degli Scotti, originari dell’Irlanda, che viene identificata secondo la denominazione dell’epoca come patria degli «Scoti», scozzesi. Folco a 20 anni entra tra i canonici regolari di Sant’Eufemia. Viene inviato a Parigi a compiere gli studi di teologia a Parigi e al rientro viene eletto priore di Sant’Eufemia, poi canonico, poi arciprete della cattedrale. Infine viene consacrato vescovo di Piacenza. Sei anni più tardi, rimasta vacante la sede pavese, viene designato vescovo anche di questa città. Piacentino e vescovo di Pavia, Folco fu il grande paciere delle due città, allora divise da un’aspra rivalità. Dopo aver lavorato per la pacificazione interna delle città e delle contese tra i due centri muore nel 1229.

Emblema: Bastone pastorale

Martirologio Romano: A Pavia, san Folco Scotti, vescovo, uomo di pace, colmo di zelo e di carità.

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Preghiera del mattino: Novena per le anime dei defunti

26 ottobre 2014

 

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

O Dio, vieni a salvarmi.

Signore, vieni presto in mio aiuto.

Gloria al Padre

Credo

 

TERZO GIORNO Grande è l’afflizione delle anime del Purgatorio alla vista spaventosa dei propri peccati che dovranno espiare con sommo dolore in questo luogo di purificazione. Da vivi, infatti, non erano sufficientemente consapevoli dell’entità delle loro colpe che in Purgatorio emergono molto chiare. O Eterno Padre, Dio Santo ed Onnipotente, Dio Santo ed Immortale, io Ti amo e Ti adoro sopra ogni cosa poiché Tu sei Misericordia Infinita e mi dolgo con tutto il cuore di averTi offeso. D’ora in poi intendo adoperarmi in tutti i modi per non allontanarmi più da Te. Donami nuovamente, o mio Dio, la Tua grazia. Abbi pietà di me ed abbi pietà dei nostri fratelli del Purgatorio. O Maria, Madre di Dio, piena di grazia, vieni in aiuto alle anime del Purgatorio con la Tua potente intercessione. Per mezzo di essa, possa Gesù Cristo, il Tuo amatissimo Figlio e nostro Signore, concedere loro di partecipare alla Sua gloria ed alla Sua beatitudine.

Padre nostro, Ave Maria, L’eterno Riposo

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Papa Francesco. Angelus Domini. Diretta e testo della meditazione

26 ottobre 2014

 

 

Piazza San Pietro
Domenica, 26 ottobre 2014

Video

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di oggi ci ricorda che tutta la Legge divina si riassume nell’amore per Dio e per il prossimo. L’Evangelista Matteo racconta che alcuni farisei si accordarono per mettere alla prova Gesù (cfr 22,34-35). Uno di questi, un dottore della legge, gli rivolge questa domanda: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?» (v. 36). Gesù, citando il Libro del Deuteronomio, risponde: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento» (vv. 37-38). E avrebbe potuto fermarsi qui. Invece Gesù aggiunge qualcosa che non era stato richiesto dal dottore della legge. Dice infatti: «Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso» (v. 39). Anche questo secondo comandamento Gesù non lo inventa, ma lo riprende dal Libro del Levitico. La sua novità consiste proprio nel mettere insieme questi due comandamenti – l’amore per Dio e l’amore per il prossimo – rivelando che essi sono inseparabili e complementari, sono le due facce di una stessa medaglia. Non si può amare Dio senza amare il prossimo e non si può amare il prossimo senza amare Dio. Papa Benedetto ci ha lasciato un bellissimo commento a questo proposito nella sua prima Enciclica Deus caritas est, (nn. 16-18).

In effetti, il segno visibile che il cristiano può mostrare per testimoniare al mondo e agli altri, alla sua famiglia l’amore di Dio è l’amore dei fratelli. Il comandamento dell’amore a Dio e al prossimo è il primo non perché sta in cima all’elenco dei comandamenti. Gesù non lo mette al vertice, ma al centro, perché è il cuore da cui tutto deve partire e a cui tutto deve ritornare e fare riferimento.

Già nell’Antico Testamento l’esigenza di essere santi, ad immagine di Dio che è santo, comprendeva anche il dovere di prendersi cura delle persone più deboli come lo straniero, l’orfano, la vedova (cfr Es 22,20-26). Gesù porta a compimento questa legge di alleanza, Lui che unisce in sé stesso, nella sua carne, la divinità e l’umanità, in un unico mistero d’amore.

Ormai, alla luce di questa parola di Gesù, l’amore è la misura della fede, e la fede è l’anima dell’amore. Non possiamo più separare la vita religiosa, la vita di pietà dal servizio ai fratelli, a quei fratelli concreti che incontriamo. Non possiamo più dividere la preghiera, l’incontro con Dio nei Sacramenti, dall’ascolto dell’altro, dalla prossimità alla sua vita, specialmente alle sue ferite. Ricordatevi questo: l’amore è la misura della fede. Quanto ami, tu? E ognuno si dà la risposta. Com’è la tua fede? La mia fede è come io amo. E la fede è l’anima dell’amore.

In mezzo alla fitta selva di precetti e prescrizioni – ai legalismi di ieri e di oggi – Gesù opera uno squarcio che permette di scorgere due volti: il volto del Padre e quello del fratello. Non ci consegna due formule o due precetti: non sono precetti e formule; ci consegna due volti, anzi un solo volto, quello di Dio che si riflette in tanti volti, perché nel volto di ogni fratello, specialmente il più piccolo, fragile, indifeso e bisognoso, è presente l’immagine stessa di Dio. E dovremmo domandarci, quando incontriamo uno di questi fratelli, se siamo in grado di riconoscere in lui il volto di Dio: siamo capaci di questo?

In questo modo Gesù offre ad ogni uomo il criterio fondamentale su cui impostare la propria vita. Ma soprattutto Egli ci ha donato lo Spirito Santo, che ci permette di amare Dio e il prossimo come Lui, con cuore libero e generoso. Per intercessione di Maria, nostra Madre, apriamoci ad accogliere questo dono dell’amore, per camminare sempre in questa legge dei due volti, che sono un volto solo: la legge dell’amore.


Dopo l’Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

ieri, a San Paolo del Brasile, è stata proclamata Beata madre Assunta Marchetti, nata in Italia, cofondatrice della Suore Missionarie di S. Carlo Borromeo – Scalabriniane. Era una suora esemplare nel servizio agli orfani degli emigranti italiani; lei vedeva Gesù presente nei poveri, negli orfani, negli ammalati, nei migranti. Rendiamo grazie al Signore per questa donna, modello di instancabile missionarietà e di coraggiosa dedizione nel servizio della carità. E questo è un richiamo e soprattutto una conferma di ciò che abbiamo detto prima, riguardo al cercare il volto di Dio nel fratello e nella sorella bisognosi.

Saluto con affetto tutti i pellegrini provenienti dall’Italia e da vari Paesi, incominciando dai devoti della Madonna del Mare, di Bova Marina. Accolgo con gioia i fedeli di Lugana in Sirmione, Usini, Portobuffolé, Arteselle, Latina e Guidonia; come pure quelli di Losanna (Svizzera), e Marsiglia (Francia). Un pensiero speciale rivolgo alla comunità peruviana di Roma, qui presente con la sacra Immagine – che vedo – del Señor de los Milagros.

Saluto anche i pellegrini di Schönstatt: sto guardando da qui l’icona della Madre.

Tutti ringrazio e saluto con affetto.

Per favore, pregate per me, non dimenticatevi. Vi auguro buona domenica e buon pranzo. Arrivederci!

 

 

Trascrizione del messaggio di Maria

25 ottobre 2014
Cari figli! Pregate in questo tempo di grazia e chiedete l’intercessione di Tutti i Santi che sono già nella luce. Loro vi siano d’ esempio e d’ esortazione di   giorno in giorno, sul cammino della vostra conversione. Figlioli, siate coscienti che la vostra vita è breve e passeggera. Perciò anelate all’eternità e preparate i vostri cuori nella preghiera. Io sono con voi ed intercedo presso il mio Figlio per ciascuno di voi, soprattutto per coloro che si sono consacrati a Me ed a mio Figlio. Grazie per aver risposto alla mia chiamata. 

Preghiera della sera. Ottobre, mese del Santo Rosario

25 ottobre 2014

 

Il Santo Rosario: la semina delle grazie (1)

Noi sappiamo che la Madonna può salvarci non soltanto dalla morte spirituale, ma anche dalla morte fisica; non sappiamo, però, quante volte di fatto, e in che modo, Ella ci abbia salvato e ci salva. Sappiamo con certezza, però, che, per salvarci, Ella si serve anche di un mezzo così semplice come la corona del Rosario. È avvenuto molte volte. Gli episodi sono davvero sorprendenti. Eccone uno che serve a farci comprendere anche l’utilità di avere e di portare con noi, addosso o nella borsetta, in tasca o nell’automobile, la corona del Santo Rosario. È un consiglio, questo, che costa poco, ma può fruttificare molto, anche la stessa salvezza della vita fisica, come insegna il seguente episodio.

Negli anni della seconda Guerra mondiale, in Francia, in una città del Nord, occupata dai nazisti, i quali perseguitavano gli ebrei per sterminarli, viveva una giovane ebrea, da poco convertita al Cattolicesimo. La conversione era avvenuta grazie soprattutto alla Madonna, come ella stessa diceva. Ed ella aveva, per riconoscenza, una devozione intensissima alla Madonna, nutrendo anche un culto di amore speciale per il Santo Rosario. La sua mamma, però, dispiaciuta della conversione della figlia, restava ebrea ed era decisa a restare tale. Su un punto solo aveva aderito ad un desiderio insistente della figlia, ossia al desiderio di portare sempre nella sua borsetta la corona del Santo Rosario.

Successe, frattanto, che, nella città dove abitavano la mamma e la figlia, i nazisti intensificarono la persecuzione contro gli ebrei. Per timore di essere scoperti, la mamma e la figlia decisero di cambiare sia il nome che la città dove abitare. Trasferitesi altrove, di fatto, per un buon periodo non subirono alcun fastidio o pericolo, avendo anche eliminato ogni cosa e oggetto che potesse tradire la loro appartenenza al popolo ebreo.

Ma arrivò, invece, il giorno in cui due soldati della Gestapo si presentarono alla loro casa perché, sulla base di qualche sospetto, dovevano fare una severa perquisizione. Mamma e figlia si sentirono angosciate, mentre le guardie naziste iniziarono a mettere le mani su ogni cosa, decisi a rovistare dappertutto per trovare qualche segno o qualche indizio che tradisse l’origine ebrea delle due donne. Tra l’altro, uno dei due soldati vide la borsetta della mamma, l’aprì e rovesciò fuori tutto il contenuto. Venne fuori anche la corona del Rosario con il Crocifisso, e alla vista di quella corona del Rosario, il soldato rimase di stucco, rifletté per qualche istante, poi prese in mano la corona, si rivolse al compagno e gli disse: «Non perdiamo più tempo, in questa casa. Abbiamo sbagliato a venire. Se portano questa corona nella borsetta, certamente non sono ebrei…».

Salutarono, quindi, chiedendo anche scusa del disturbo, e andarono via.

Mamma e figlia si guardarono non meno stupite. La corona del Santo Rosario aveva salvato loro la vita! Un segno della presenza della Madonna era bastato a preservarle da un pericolo imminente, da una morte tremenda. Quale non fu la loro riconoscenza verso la Madonna?

Portiamola sempre con noi

L’insegnamento che ci viene da questo drammatico episodio è semplice e luminoso: la corona del Santo Rosario è un segno di grazia, è un segno di richiamo al nostro Battesimo, alla nostra vita cristiana, è un segno eloquente della nostra fede, e della nostra fede più pura e autentica, ossia la fede nei misteri divini dell’Incarnazione (misteri gaudiosi), della Redenzione (misteri dolorosi), della Vita eterna (misteri gloriosi), e oggi abbiamo avuto anche il dono dei misteri della Rivelazione di Cristo (misteri luminosi).

Tocca a noi capire il valore di questa corona del Rosario, di comprenderne la preziosità di grazia per la nostra anima e anche per il nostro corpo. Portarla al collo, portarla in tasca, portarla nella borsetta: è sempre un segno che può valere una testimonianza di fede e di amore alla Madonna, e può valere grazie e benedizioni di ogni genere, come può valere anche la stessa salvezza dalla morte fisica.

Quante volte e quanto spesso noi – specialmente se giovani – non portiamo addosso o con noi gingilli e oggettini, amuleti e portafortuna, che sanno soltanto di vanità e di superstizione? Tutte cose che per un cristiano diventano soltanto un segno di attaccamento alle vanità terrene, distogliendo dalle cose che valgono agli occhi di Dio.

La corona del Rosario è realmente una «catena dolce» che ci lega a Dio, come dice il beato Bartolo Longo, che ci tiene uniti alla Madonna; e se la portiamo con fede, possiamo essere certi che non sarà mai senza qualche grazia o benedizione particolare, non sarà mai senza la speranza, anzitutto della salvezza dell’anima, e magari anche del corpo.

(fonte)

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E. Bianchi. Il libro dei salmi nella liturgia della chiesa

25 ottobre 2014
Eremo di Lecceto, 8 settembre 2014
Il libro dei Salmi possiede una sua grazia meritevole di particolare attenzione: … riporta impressi e scritti i moti di ciascuna anima e il modo con il quale essa cambia e si corregge, affinché chi è inesperto, se vuole, possa trovare e vedere come un’immagine di tutto questo nel Salterio e plasmare se stesso come là è scritto (1).
Nella liturgia e con la liturgia, l’intelligenza dei Salmi cresce in un progresso senza fine. La celebrazione stessa consente lo sviluppo della loro grandiosità, polivalenza, profondità e vitalità (2).

Introduzione
Ringrazio il cardinale Giuseppe Betori per l’invito rivoltomi a tenere una meditazione nell’ambito dell’assemblea del Clero diocesano di Firenze, all’inizio dell’anno pastorale. Sono lieto di essere in mezzo a voi per trattare un tema che mi sta particolarmente a cuore, visto il mio amore per il Salterio e l’incessante ricerca che ho condotto su questo libro lungo tutta la mia vita. Affrontare il tema «Il libro dei Salmi nella liturgia della chiesa» richiede innanzitutto di assumere una semplice ma decisiva consapevolezza. Alludo al fatto che per la fede ebraico-cristiana il rapporto tra la Scrittura contenente la Parola di Dio (cf. Dei Verbum 24) e la liturgia è, per così dire, «fontale». Scriveva quasi settant’anni fa il teologo Louis Bouyer con parole che oggi, abituati come siamo alla specializzazione dei vari ambiti di ricerca, probabilmente ci stupiscono:
Se si vuole comprendere la liturgia occorre comprendere la Bibbia. Che lo si voglia o no, in effetti, studiare la liturgia è studiare la Bibbia, perché la liturgia è ancora la Bibbia … Non si gusta né si comprende più la liturgia perché non si gusta e non si comprende più la Bibbia. Ma a sua volta la Bibbia non è più gustata né compresa perché l’esegesi spirituale è misconosciuta e, più ancora, sconosciuta (3).
Questa intuizione sintetica si basa su una verità che non bisognerebbe mai dimenticare (4): Bibbia e liturgia sono legate nella loro stessa genesi, che è l’azione salvifica di Dio nella storia;la Scrittura ne è l’interpretazione, la liturgia ne è la celebrazione-proclamazione. Che ne sarebbe dell’evento se, pure interpretato, cioè diventato parola, non fosse celebrato dal popolo in una liturgia, diventando così un memoriale dell’azione di salvezza compiuta da Dio? LaParola di Dio tende di per se stessa verso l’azione liturgica e la liturgia procedente dalla Parola è l’atto in cui si rivela la presenza divina, è il luogo in cui Dio si manifesta al suo popolo e stringe alleanza con lui. Sì, «la Parola di Dio si fa celebrazione e la celebrazione null’altro è che la Parola di Dio attualizzata nel massimo dei modi» (5).
Se da questa ottica generale ci avviciniamo al Salterio, «il libro in cui la Parola di Dio diventa preghiera dell’uomo» (6), emerge un’istanza fondamentale, che sta davanti a noi come un cammino ancora in larga parte inesplorato: quello dell’esegesi liturgica dei Salmi (7). C’è infatti un modo privilegiato di intendere il Salterio che si radica nell’uso che di esso fa la liturgia. Ciò non esclude la possibilità dell’interpretazione storica, letteraria, simbolica, antropologica, ecc. del Salterio, vie molto battute, e con buoni risultati, nell’ultimo secolo. Si tratta però di cogliere con l’intelligenza illuminata dalla fede la centralità, per una lettura credente dei Salmi, della loro esegesi liturgica. E questo a partire da domande molto semplici: come un determinato Salmo va interpretato all’interno di una particolare celebrazione liturgica? Quali significati riveste, volta per volta, nei diversi tempi liturgici in cui è utilizzato? Senza dimenticare che questo approccio risponde anche a un’onesta adesione alla realtà: la maggior parte dei cristiani, infatti, si avvicina ai Salmi solo in occasione della liturgia, in particolare della liturgia eucaristica (8), e in tale contesto deve dunque trovare in essi alimento per nutrire la propria fede.
Tenendo presente questa cornice di fondo, articolerò la mia meditazione come segue:
  • Il senso dell’uso dei Salmi nella liturgia cristiana.
  • I Salmi nella liturgia delle ore.
  • Il Salmo responsoriale nella liturgia eucaristica.
  • Conclusione: abbozzo di esegesi liturgica di un Salmo.
1.   Il senso dell’uso dei Salmi nella liturgia cristiana
Va innanzitutto precisato che nell’esperienza di preghiera di Israele i Salmi sono sorti proprio in ambito liturgico:

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Liturgia del giorno: Audio salmo 122 (121)

25 ottobre 2014

Andremo con gioia alla casa del Signore.

[1] Canto delle ascensioni. Di Davide.
Quale gioia, quando mi dissero:
“Andremo alla casa del Signore”.

[2] E ora i nostri piedi si fermano
alle tue porte, Gerusalemme!

[3] Gerusalemme è costruita
come città salda e compatta.

[4] Là salgono insieme le tribù,
le tribù del Signore,
secondo la legge di Israele,
per lodare il nome del Signore.

[5] Là sono posti i seggi del giudizio,
i seggi della casa di Davide.

[6] Domandate pace per Gerusalemme:
sia pace a coloro che ti amano,

 

premere qui segue …

 

 

 

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Dacci il tuo futuro

Jurgen Moltmann

Tu ci hai dato la vita per vivere insieme
e noi tutto lo trasformiamo in morte, guerra,
competizione e indifferenza.

Tu ci hai dato alberi e boschi

e noi li stiamo abbattendo.

Tu hai dato la primavera agli uccelli e i fiumi ai pesci,
e noi li stiamo contaminando

con i residui delle nostre industrie.

Tu ci hai dato l’equilibrio della creazione
e noi l’abbiamo sconvolto

e ci avviamo alla distruzione.

Il nostro tempo va passando, Signore.

Dacci il tuo tempo perché possiamo vivere.

Dacci la capacità di servire la vita e non la morte.

Dacci il tuo futuro, a noi e ai nostri figli. Amen.

Tweet del Papa

25 ottobre 2014

La Croce di Gesù dimostra tutta la forza del male ma anche tutta l’onnipotenza della misericordia di Dio.

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Vangelo (Mt 22,34-40) del giorno dalle letture della Messa (Domenica 26 Ottobre 2014) con commento comunitario

25 ottobre 2014

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22,34-40)

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Questo è il Vangelo del 26 Ottobre, quello del 25 Ottobre lo potete trovare qualche post più sotto

Santi e Beati. Memoria di oggi: San Miniato di Firenze Martire

25 ottobre 2014

SAN MINIATO DI FIRENZE MARTIRE

25 ottobre

Sec. III

Nel mosaico dell’abside della celeberrima chiesa fiorentina che porta il suo nome, il protomartire Miniato è raffigurato come re, mentre la tradizione lo ritiene un soldato. Una leggenda lo identifica, infatti, con una testa coronata armena di passaggio in città intorno al 250, durante la persecuzione di Decio. Si rifiutò di venerare gli dèi pagani e venne messo a morte. Dopo molti supplizi, la narrazione vuole che prendesse in mano la testa mozzata e si recasse sul «mons florentinus». Ciò forse per giustificare l’edificazione del tempio su una collina fuori città, mentre il martirio sarebbe avvenuto nell’anfiteatro. Oggi si ritiene fosse un fiorentino, forse di umili origini, ucciso nei pressi di un’ansa dell’Arno, detta «gorgo», dove i fiorentini hanno a lungo venerato una Croce del gorgo.

Emblema: Palma

Martirologio Romano: A Firenze, san Miniato, martire.

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Preghiera del mattino: Novena per le anime dei defunti

25 ottobre 2014

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

O Dio, vieni a salvarmi.

Signore, vieni presto in mio aiuto.

Gloria al Padre

Credo

SECONDO GIORNO Le anime del Purgatorio soffrono pensando al tempo perso in vita e che avrebbero potuto impiegare per guadagnarsi meriti per accedere al Paradiso; non è più possibile, infatti, dopo la morte, acquisire ulteriori meriti. O Dio Onnipotente ed Eterno! Cosa ho mai fatto nella mia vita per meritarmi il Premio Eterno? Le cose di questo mondo hanno quasi sempre assorbito i miei sensi ed i miei pensieri. Ti ringrazio perché mi concedi altro tempo per riparare al male compiuto e per guadagnarmi meriti per il Paradiso. Mi dolgo con tutto il cuore per essermi allontanato da Te, o Dio di somma Bontà. O Gesù, Tu hai promesso di abitare con noi per sempre: fa’ che nulla conti tanto quanto l’amarTi ed il servirTi. Abbi pietà di me e dei nostri fratelli del Purgatorio. O Maria, Madre di Dio, piena di grazia, vieni in aiuto alle anime del Purgatorio con la Tua potente intercessione! Per mezzo di essa, possa Gesù Cristo, il Tuo amatissimo Figlio e nostro Signore, concedere loro il partecipare alla Sua gloria e alla Sua beatitudine.

Padre nostro, Ave Maria, L’eterno Riposo.

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