STORIA DI UN’ANIMA di SANTA TERESA DI LISIEUX

by

SCRITTO AUTOBIOGRAFICO C

 

diretto a madre Maria di Gonzaga

 

1.

 

APERTURA D’ANIMO CON LA NUOVA PRIORA (1897)

 

Dedica – Educazione forte di madre Maria di Gonzaga – Non vana compiacenza per le lodi – L’Ascensore divino – Missione presso le novizie – Annunzio della venuta dello Sposo – Prova della fede – Comprensione per i peccatori e tattica di vittoria – Indifferenza per una vita breve o lunga, accanto o lontana dalle sorelle dilette – Sicurezza e pace nell’obbedienza

 

J.M.JT. giugno 1897

284 – Da quando sono entrata nell’arca benedetta, ho sempre pensato che, se Gesù non mi portasse presto in Cielo, avrei la sorte della piccola colomba di Noè; che un giorno il Signore aprirebbe la finestra dell’arca e mi direbbe di volare lontano lontano verso rive infedeli, portando con me il ramo­scello di olivo. Madre mia, questo pensiero ha fatto crescere l’anima mia, mi ha fatto aleggiare più in alto, al disopra delle cose create. Ho capito che anche al Carmelo potevano esserci delle separazioni, che soltanto in Cielo l’unione sarà completa ed eterna; allora ho voluto che l’anima mia abiti nei Cieli, che guardi le cose della terra soltanto da lontano. Ho accettato non soltanto di esiliarmi in mezzo a un popolo sconosciuto, ma, cosa che mi era ben più amara, ho accettato l’esilio per le mie sorelle. Mai dimenticherò il 2 agosto 1896, il giorno in cui partirono i missionari: in quel giorno si parlò seriamente del­la partenza di madre Agnese di Gesù. Ah, non avrei voluto fare un gesto per impedirle di partire; sentivo tuttavia una grande tristezza, trovavo che l’anima sua tanto sensibile, così delicata, non era fatta per vivere in mezzo ad anime che non l’avrebbero capita; mille altri pensieri si affollavano nel mio spirito, e Gesù taceva, non comandava alla tempesta. Ed io gli dicevo: Dio mio, per amore vostro accetto tutto: se voi lo vole­te, voglio soffrire fino a morire di dolore. Gesù si contentò dell’accettazione, ma dopo qualche mese si parlò della parten­za di suor Genoveffa e di suor Maria della Trinità; allora fu un altro genere di patimento, molto intimo, profondo: mi raffigu­ravo tutte le prove, le delusioni che avrebbero sofferte, e il mio cielo era coperto di nubi… soltanto il fondo del cuore rimane­va nella calma, nella pace.

 

285 – Madre amata, la sua prudenza seppe scoprire la volontà di Dio, e da parte sua lei proibì alle sue novizie di pen­sare per ora a lasciare la culla della loro infanzia religiosa; ma le loro aspirazioni lei le capiva poiché lei stessa, Madre, aveva chiesto nella sua giovinezza di andare a Saigon; è così che spesso i desideri delle madri trovano viva eco nell’anima delle figlie. Ora il suo desiderio apostolico trova nell’anima mia, lei lo sa, una eco fedele; mi permetta di confidarle perché ho desiderato, e desidero ancora, se la Santa Vergine mi guarirà, lasciare per una terra straniera l’oasi deliziosa nella quale vivo felice sotto il suo sguardo materno. Occorre, Madre mia (me l’ha detto lei), per vivere nei Carmeli stranieri una vocazione particolare, molte anime si credono chiamate là senza esserlo; lei mi ha anche detto che io avevo questa vocazione, e che soltanto la mia salute era un ostacolo; so bene che quest’ostacolo scomparirebbe se il Signore mi chiamasse lontano, perciò vivo senza inquietudi­ne. Se dovessi un giorno abbandonare il mio caro Carmelo, ciò non accadrebbe senza ferite, Gesù non mi ha dato un cuore insensibile, e proprio perché sono capace di soffrire, desidero dare a Gesù tutto quello che posso dargli. Qui, Madre cara, vivo senz’alcun impaccio di preoccupazioni per la misera terra, ho soltanto da assolvere la dolce e facile mis­sione che lei mi ha affidata. Qui sono colmata dalle sue pre­mure materne, non sento la povertà perché non mi è mai mancato nulla ma, soprattutto, qui sono amata da lei e da tutte le sorelle, e quest’affetto mi è dolce. Ecco perché sogno un monastero ove sarei sconosciuta, e avrei da soffrire la povertà, la mancanza d’affetto, insomma, l’esilio del cuore.

 

286 – Non con l’intenzione di rendere dei servizi al Car­melo che volesse ospitarmi, lascerei tutto ciò che mi è caro; senza dubbio farei tutto il possibile, ma conosco la mia inetti­tudine e so che, facendo del mio meglio, non arriverei a far bene, perché non ho, come dicevo or ora, conoscenza alcuna delle cose della terra. Unico mio scopo sarebbe dunque com­piere la volontà del buon Dio, sacrificarmi per lui nel modo che gli piacerà.Sento bene che non avrei alcuna delusione, perché, quan­do ci si dispone a una sofferenza schietta e senz’alcuna mitiga­zione, la minima gioia diventa una sorpresa insperata, e poi lei lo sa, Madre, la sofferenza di per sé diviene la gioia più grande allorché la si ricerca come il tesoro più prezioso. No! non partirei con l’intenzione di godere il frutto delle mie fatiche; se fosse questo il mio scopo, non proverei la pace dolce che m’inonda, e soffrirei invece per non potere concreta­re la mia vocazione verso le missioni lontane. Da gran tempo non appartengo più a me stessa, mi sono offerta totalmente a Gesù, egli è dunque libero di far di me ciò che preferisce. Mi ha dato l’attrattiva verso un esilio completo, mi ha fatto capire tutte le sofferenze che troverei in esso, chiedendomi se volevo bere questo calice fino alla feccia; subito ho voluto prendere la coppa che Gesù mi presentava, ma lui, ritirando la mano, mi ha fatto capire che l’accettazione gli bastava.

287 – Madre mia, da quali inquietudi ci liberiamo facen­do il voto di obbedienza! Come sono felici le semplici religio­se! La loro unica bussola è la volontà dei superiori, e sono sempre sicure di trovarsi sul retto sentiero, non hanno da temere d’ingannarsi nemmeno se a loro pare che i superiori certamente sbaglino. Ma quando non si guarda più la bussola infallibile, quando ci si allontana dalla via che essa ci indica, e si fa ciò col pretesto di far la volontà di Dio, come se egli non guidasse chiaramente coloro che pure tengono il suo posto, subito l’anima si smarrisce nei sentieri aridi ove l’acqua della grazia le viene a mancare Madre cara, lei è la bussola che Gesù mi ha dato per con­durmi sicuramente alla riva eterna. Quanto mi è dolce fissare su lei il mio sguardo, e compiere così la volontà del Signore! Dopo che egli mi ha permesso di soffrire le tentazioni contro la fede, egli stesso ha aumentato nel mio cuore lo spirito di fede, e questo mi fa vedere in lei non soltanto una Madre la quale mi ama e che io amo, ma soprattutto mi fa vedere Gesù vivo nell’anima sua, Gesù che mi comunica la propria volontà attraverso lei. So bene Madre mia, che ella mi tratta da anima debole, come bimba coccolata, così non duro fatica a portare il fardello dell’obbedienza, ma mi sembra, secondo ciò che sento nel profondo di me, che non cambierei condotta, e che il mio affetto verso lei non soffrirebbe diminuzione se mi trattas­se severamente, perché vedrei ancora la volontà di Gesù nel suo modo di agire, per il più gran bene della mia anima

 

288 – Quest’anno, cara Madre, il Signore mi ha concesso la grazia di capire che cosa è la carità; prima lo capivo, è vero, ma in un modo imperfetto, non avevo approfondito queste parole di Gesù: «Il secondo comandamento è simile al primo: amerai il prossimo tuo come te stesso». Mi dedicavo soprat­tutto ad amare Dio, e amandolo ho capito che l’amore deve tradursi non soltanto in parole, perché: «Non coloro che dico­no: Signore, Signore! entreranno ned regno dei Cieli, bensì coloro che fanno la volontà di Dio». Questa volontà Gesù l’ha fatta conoscere varie volte, dovrei dire quasi in ciascuna pagina del suo Vangelo; ma nell’ultima cena, quand’egli sa che il cuore dei suoi discepoli brucia ancor più di amore per lui che si è dato ad essi nell’effabile mistero della Eucaristia, questo dolce Salvatore vuole dare un comandamento nuovo. Dice loro con tenerezza inesprimibile: «Vi do un comandamento nuovo, di amarvi reciprocamente; come io ho amato voi, amatevi l’un l’altro. Il segno dal quale tutti conosceranno che siete miei discepoli sarà che vi amate scambievolmente» In qual modo Gesù ha amato i suoi discepoli, e perché li ha amati? Ah, non erano le loro qualità naturali che potevano attirarlo, c’era tra loro e lui una distanza infinita. Egli era la Scienza, la Sapienza eterna; essi erano dei poveri pescatori igno­ranti e pieni di pensieri terrestri. Tuttavia Gesù li chiama suoi amici, suoi fratelli. Vuole vederli regnare con lui nel regno di suo Padre, e per aprir loro questo regno vuole morire sopra una croce, perché ha detto: «Non c’è amore più grande che dare la vita per coloro che amiamo».

 

289 – Madre amata, meditando su queste parole di Gesù ho capito quanto l’amore mio per le mie sorelle era imperfetto, ho visto che non le amavo come le ama Dio. Capisco ora che la carità perfetta consiste nel sopportare i difetti degli altri, non stupirsi delle loro debolezze, edificarsi dei minimi atti di virtù che essi praticano, ma soprattutto ho capito che la carità non deve restare affatto chiusa nel fondo del cuore: «Nessuno – ha detto Gesù – accende una fiaccola per metterla sotto il mog­gio, ma la mette sul candeliere affinché rischiari tutti coloro che sono in casa». Mi pare che questa fiaccola rappresenti la carità la quale deve illuminare, rallegrare, non soltanto coloro che mi sono più cari, ma tutti coloro che sono nella casa, senza eccettuar nessuno.

Continua…

Fonte: http://www.preghiereagesuemaria.it/libri/storia%20di%20un’anima.htm

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