Archive for dicembre 2014

Buon anno!

31 dicembre 2014

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(…..)

«E perciò sono tutti soli?».
«Sono un pò soli ma sono anche un pò insieme. Sono sia l’uno sia l’altro».
«Ma com’è possibile?».
«Ecco, prendi te per esempio. Tu sei unico», spiegò la mamma, «e anch’io sono unica, ma se ti abbraccio non sei più solo e nemmeno io sono più sola».
«Allora abbracciami», disse Ben stringendosi alla mamma.
Lei lo tenne stretto a sé. Sentiva il cuore di Ben che batteva. Anche Ben sentiva il cuore della mamma e l’abbracciò forte forte.
«Adesso non sono solo», pensò mentre l’abbracciava, «adesso non sono solo. Adesso non sono solo».
«Vedi», gli sussurrò mamma, «proprio per questo hanno inventato l’abbraccio».

( David Grossman, da L’abbraccio)

IL RACCONTO COMPLETO

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VIII^ di Natale. Santa Messa nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio. 58^ Giornata Mondiale sulla pace: ” Non più schiavi ma fratelli”

31 dicembre 2014

Giovedì 1° gennaio 2015
SOLENNITÀ DI MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO

Cappella Papale

Basilica Vaticana, ore 10

LIBRETTO DELLA CELEBRAZIONE

Il Santo Padre Francesco celebrerà la Santa Messa della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio nell’ottava di Natale, ricorrendo la XLVIII Giornata Mondiale della Pace sul tema: «Non più schiavi, ma fratelli».

 

Basilica Vaticana
Giovedì
, 1° gennaio 2015

[Multimedia]


 

Tornano oggi alla mente le parole con le quali Elisabetta pronunciò la sua benedizione sulla Vergine Santa: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga a me?» (Lc 1,42-43).

Questa benedizione si pone in continuità con la benedizione sacerdotale che Dio aveva suggerito a Mosè perché la trasmettesse ad Aronne e a tutto il popolo: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,24-26). Celebrando la solennità di Maria Santissima, la Santa Madre di Dio, la Chiesa ci ricorda che Maria è la prima destinataria di questa benedizione. In Lei essa trova compimento: infatti, nessun’altra creatura ha visto brillare su di sé il volto di Dio come Maria, che ha dato un volto umano al Verbo eterno, così che tutti lo possiamo contemplare.

Oltre alla contemplazione del volto di Dio, noi possiamo anche lodarlo e glorificarlo come i pastori, che se ne tornarono da Betlemme con un canto di ringraziamento dopo aver visto il Bambino e la sua giovane mamma (cfr Lc 2,16). Erano insieme, come sono stati insieme al Calvario, perché Cristo e la sua Madre sono inseparabili: tra loro esiste un rapporto strettissimo, come tra ogni figlio e la sua madre. La carne di Cristo – che è cardine della nostra salvezza (Tertulliano) – è stata intessuta nel grembo di Maria (cfr Sal139,13). Tale inseparabilità è significata anche dal fatto che Maria, prescelta per essere Madre del Redentore, ne ha condiviso intimamente tutta la missione rimanendo accanto al Figlio fino alla fine sul calvario.

Maria è così unita a Gesù perché ha avuto di Lui la conoscenza del cuore, la conoscenza della fede, nutrita dall’esperienza materna e dal legame intimo con il suo Figlio. La Vergine Santa è la donna di fede, che ha fatto posto a Dio nel suo cuore, nei suoi progetti; è la credente capace di cogliere nel dono del Figlio l’avvento di quella «pienezza del tempo» (Gal 4,4) nella quale Dio, scegliendo l’umile via dell’esistenza umana, è entrato personalmente nel solco della storia della salvezza. Per questo non si può capire Gesù senza sua Madre.

Altrettanto inseparabili sono Cristo e la Chiesa, perché la Chiesa e Maria vanno sempre insieme e questo è proprio il mistero della donna nella comunità ecclesiale, e non si può capire la salvezza operata da Gesù senza considerare la maternità della Chiesa. Separare Gesù dalla Chiesa sarebbe voler introdurre una «dicotomia assurda», come scrisse il beato Paolo VI (cfr Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 16). Non è possibile «amare il Cristo, ma non la Chiesa, ascoltare il Cristo, ma non la Chiesa, appartenere al Cristo, ma al di fuori della Chiesa» (Ibid.) Infatti è proprio la Chiesa, la grande famiglia di Dio, che ci porta Cristo. La nostra fede non è una dottrina astratta o una filosofia, ma è la relazione vitale e piena con una persona: Gesù Cristo, il Figlio unigenito di Dio fattosi uomo, morto e risorto per salvarci e vivo in mezzo a noi. Dove lo possiamo incontrare? Lo incontriamo nella Chiesa, nella nostra Santa Madre Chiesa Gerarchica. È la Chiesa che dice oggi: “Ecco l’agnello di Dio”; è la Chiesa che lo annuncia; è nella Chiesa che Gesù continua a compiere i suoi gesti di grazia che sono i Sacramenti.

Questa azione e missione della Chiesa esprime la sua maternità. Infatti essa è come una madre che custodisce Gesù con tenerezza e lo dona a tutti con gioia e generosità. Nessuna manifestazione di Cristo, neanche la più mistica, può mai essere staccata dalla carne e dal sangue della Chiesa, dalla concretezza storica del Corpo di Cristo. Senza la Chiesa, Gesù Cristo finisce per ridursi a un’idea, a una morale, a un sentimento. Senza la Chiesa, il nostro rapporto con Cristo sarebbe in balia della nostra immaginazione, delle nostre interpretazioni, dei nostri umori.

Cari fratelli e sorelle! Gesù Cristo è la benedizione per ogni uomo e per l’intera umanità. La Chiesa, donandoci Gesù, ci offre la pienezza della benedizione del Signore. Proprio questa è la missione del popolo di Dio: irradiare su tutti popoli la benedizione di Dio incarnata in Gesù Cristo. E Maria, la prima e perfetta discepola di Gesù, la prima e perfetta credente, modello della Chiesa in cammino, è Colei che apre questa strada di maternità della Chiesa e ne sostiene sempre la missione materna rivolta a tutti gli uomini. La sua testimonianza discreta e materna cammina con la Chiesa fin dalle origini. Ella, Madre di Dio, è anche Madre della Chiesa e, per mezzo della Chiesa, è Madre di tutti gli uomini e di tutti i popoli.

Che questa Madre dolce e premurosa ci ottenga la benedizione del Signore per l’intera famiglia umana. In modo speciale oggi, Giornata Mondiale della Pace, invochiamo la sua intercessione perché il Signore doni pace a questi nostri giorni: pace nei cuori, pace nelle famiglie, pace tra le Nazioni. Quest’anno, in particolare, il messaggio per la Giornata della Pace è: «Non più schiavi, ma fratelli». Tutti siamo chiamati a essere liberi, tutti a essere figli e ciascuno secondo le proprie responsabilità, a lottare contro le moderne forme di schiavitù. Da ogni popolo, cultura e religione, uniamo le nostre forze. Ci guidi e ci sostenga Colui che, per renderci tutti fratelli, si è fatto nostro servo.

Guardiamo Maria, contempliamo la Santa Madre di Dio. E vorrei proporvi di salutarla insieme, come ha fatto quel coraggioso popolo di Efeso, che gridava davanti ai suoi pastori quando entravano in Chiesa: “Santa Madre di Dio!”. Che bel saluto per la nostra Madre… Dice una storia, non so se è vera, che alcuni, fra quella gente, avevano i bastoni in mano, forse per far capire ai Vescovi cosa sarebbe accaduto loro se non avessero avuto il coraggio di proclamare Maria “Madre di Dio”. Invito tutti voi, senza bastoni, ad alzarvi e per tre volte salutarla, in piedi, con questo saluto della primitiva Chiesa: “Santa Madre di Dio!”.

Preghiera della sera. Natale

31 dicembre 2014

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IL CELESTE BAMBINO

(Padre Pio)

 

O sapienza, o potenza di Dio, ci sentiamo di dover esclamare estasiati col tuo apostolo, quanto sono incomprensibili i tuoi giudizi e investigabili le tue vie!

Povertà, umiltà, abiezione, disprezzo, circondano il Verbo fatto carne; ma noi, dall’oscurità in cui questo Verbo fatto carne è avvolto, comprendiamo una cosa, udiamo una voce, intravediamo una sublime verità: tutto questo l’hai fatto per amore, e non c’inviti che all’amore, non ci dai che prove di amore.

Il celeste Bambino soffre e vagisce nel presepe per rendere a noi amabile, meritoria e ricercata la sofferenza: egli manca di tutto, perché noi apprendiamo da lui la rinunzia dei beni e degli agi terreni; egli si compiace di umili e poveri adoratori per invogliarci ad amare la povertà e preferire la compagnia dei piccoli e dei semplici a quella dei grandi del mondo.

Questo celeste Bambino tutto mansuetudine e dolcezza vuole infondere nei nostri cuori col suo esempio queste sublimi virtù, affinché nel mondo dilaniato e sconvolto sorga un’era di pace e di amore.

Egli fin dalla nascita addita la nostra missione, che è quella di disprezzare ciò che il mondo ama e cerca.

Oh!, prostriamoci innanzi al presepe e col grande san Girolamo, il santo infiammato di amore a Gesù Bambino, offriamogli tutto il nostro cuore senza riserva, e promettiamogli di seguire gli insegnamenti che giungono a noi dalla grotta di Betlemme, che ci predicano essere tutto quaggiù vanità delle vanità non altro che vanità.

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Video: Un altro video sulla storia di Bergoglio / Eric Clapton / Buon anno a tutti!

31 dicembre 2014

http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html?day=2014-12-30&ch=3&v=458601&vd=2014-12-30&vc=3#day=2014-12-30&ch=3&v=458601&vd=2014-12-30&vc=3

http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html?day=2014-12-30&ch=31&v=458320&vd=2014-12-30&vc=31#day=2014-12-30&ch=31&v=458320&vd=2014-12-30&vc=31

 

 

Tweet del Papa

31 dicembre 2014

Signore, grazie!

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Vangelo (Lc 2,16-21) del giorno dalle letture della Messa (Giovedì 1 Gennaio 2015) con commento comunitario

31 dicembre 2014

MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 2,16-21)

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Questo è il Vangelo dell’1 Gennaio, quello del 31 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto

Papa Francesco: Svela i 10 Segreti per la Felicità

31 dicembre 2014

Papa Francesco: ecco come essere felici

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Francesco rilasciò una bellissima intervista al settimanale argentino Viva (supplemento del quotidiano El Clarins)

All’interno di questa, egli suggerì al suo intervistatore quali sono i 10 consigli per una vita serena.

Una sorta di decalogo della felicità che anche noi vogliamo condividere.

Leggete cosa ha detto Papa Francesco:

 

1 – Vivi e lascia vivere

Ognuno, secondo il Santo Padre, dovrebbe non curarsi troppo del resto, e pensare innanzitutto a vivere bene.

2 – Donati al prossimo

Bisogna essere generosi, altruisti, che le persone che perché « si chiudono in loro stesse corrono il rischio di diventare egoiste. E l’acqua stagnante diventa putrida in fretta».

3 – Vai con calma

Papa Francesco racconta una sorta di metafora prendendo spunto da un romanzo di Ricardo Güiraldes: Don Segundo Sombra gaucho ad un certo punto dice: «In gioventù era un torrente pieno di pietre che si portava dietro tutto, da adulto era un fiume impetuoso, e in età avanzata si muoveva ancora, ma lentamente». Questa immagine è una delle preferite dal Pontefice, una pozza d’acqua, che rappresenta «la capacità di muoversi con gentilezza e umiltà, una calma nella vita». Gli anziani sono così, delle pozze d’acqua che si muovono lentamente, «sono la memoria del popolo»

4 – Preserva il tempo libero

 La letteratura, l’arte, persino giocare con i propri figli è un modo per vivere felici, spegnere la TV, mangiare senza, la televisione ci tiene aggiornati, ma anche il comunicare con gli altri: «Il consumismo ci ha portati all’ansia di perdere una sana cultura del tempo libero», dice il Pontefice.5 – Trascorri la domenica in famiglia

«L’altro giorno, a Campobasso, sono stato a un incontro tra il mondo dell’università e il mondo operaio: tutti chiedevano la domenica non lavorativa. La domenica è per la famiglia» racconta.

6 – Troviamo modi creativi per dare lavoro ai giovani

Il Pontefice riassume il suo pensiero sulla mancanza di lavoro: questa è la piaga che poi può far cadere i giovani nella droga. Bisogna essere creativi, non solo dar da mangiare ai giovani, ma anche inventarsi corsi per idraulico, sarto, elettricista. Portare il pane a casa significa avere dignità.

7 – Prendiamoci cura della natura

«Una delle più grandi sfide a cui siamo chiamati», dice il Papa è il degrado ambientale, bisogna agire per contrastare questo.

8 – Dimentica in fretta le cose negative

Chi dice cose negative sugli altri ha probabilmente poca stima di sé: così, anziché migliorare si tende a mostrare gli altri peggio di come sono. La cosa sana invece è dimenticare in fretta le cose negative.

9 – Rispetta il pensiero degli altri senza proselitismo

Dice il Papa: «Possiamo ispirare gli altri attraverso la testimonianza così che si cresca insieme, ma la cosa peggiore che ci possa essere è il proselitismo religioso, che paralizza: parlo con te per convincerti. No. Ogni persona dialoghi a partire dalla propria identità. La Chiesa si sviluppa per attrazione, non per proselitismo».

10 – Lavora per la pace

La pace deve essere cercata e voluta a gran voce, bisogna gridarla: «Viviamo in un tempo di molte guerre. La pace a volte dà l’impressione di essere qualche cosa di tranquillo, ma non è mai quiete: è sempre una pace attiva» conclude il Pontefice.

 

Fonte: El Clarins

Liturgia del giorno: Audio Salmo 96(95)

31 dicembre 2014

Gloria nei cieli e gioia sulla terra.

 

[1] Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore da tutta la terra.
[2] Cantate al Signore, benedite il suo nome,
annunziate di giorno in giorno la sua salvezza.

[3] In mezzo ai popoli raccontate la sua gloria,
a tutte le nazioni dite i suoi prodigi.

[4] Grande è il Signore e degno di ogni lode,
terribile sopra tutti gli dei.

[5] Tutti gli dei delle nazioni sono un nulla,
ma il Signore ha fatto i cieli.

[6] Maestà e bellezza sono davanti a lui,
potenza e splendore nel suo santuario.

[7] Date al Signore, o famiglie dei popoli,
date al Signore gloria e potenza,

[8] date al Signore la gloria del suo nome.
Portate offerte ed entrate nei suoi atri,

[9] prostratevi al Signore in sacri ornamenti.
Tremi davanti a lui tutta la terra.

[10] Dite tra i popoli: “Il Signore regna!”.
Sorregge il mondo, perché non vacilli;
giudica le nazioni con rettitudine.

 

Premere qui segue …

 

Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

 

 

Insegnami, Signore, a dire grazie

Jean-Pierre Dubois-Dumée

Grazie per il pane, il vento, la terra e l’acqua.
Grazie per la musica e per il silenzio.
Grazie per il miracolo di ogni nuovo giorno.
Grazie per i gesti e le parole di tenerezza.
Grazie per le risate e per i sorrisi.
Grazie per tutto ciò che mi aiuta a vivere, nonostante le sofferenze e lo sconforto.
Grazie a tutti quelli che amo e che mi amano.
E che questi mille ringraziamenti si trasformino in un’immensa azione di grazie quando mi rivolgo a te, fonte di ogni grazia e roccia della mia vita.
Grazie per il tuo amore senza confini.
Grazie per il pane dell’Eucarestia.
Grazie per la pace che viene da te.
Grazie per la libertà che tu ci dai.
Con i miei fratelli io proclamo la tua lode per la nostra vita che è nelle tue mani e per le nostre anime che ti sono affidate.
Per i favori di cui tu ci inondi e che non sempre sappiamo riconoscere.
Dio buono e misericordioso, che il tuo nome sia benedetto, sempre.

 

 

Primi Vespri e Te Deum per la Solennità di Maria Santissima Madre di Dio 2014. Libretto della celebrazione

31 dicembre 2014

Mercoledì 31 dicembre 2014
SOLENNITÀ DI MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO

Basilica Vaticana, ore 17

Il Santo Padre Francesco celebrerà i Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, cui faranno seguito l’esposizione del Santissimo Sacramento, il tradizionale canto dell’inno «Te Deum», a conclusione dell’anno civile, e la Benedizione Eucaristica.

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LIBRETTO DELLA CELEBRAZIONE

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Omelia del Santo Padre

La Parola di Dio ci introduce oggi, in modo speciale, nel significato del tempo, nel capire che il tempo non è una realtà estranea a Dio, semplicemente perché Egli ha voluto rivelarsi e salvarci nella storia, nel tempo. Il significato del tempo, la temporalità, è l’atmosfera dell’epifania di Dio, ossia della manifestazione del mistero di Dio e del Suo amore concreto. Infatti, il tempo è il messaggero di Dio, come diceva San Pietro Favre.

La liturgia di oggi ci ricorda la frase dell’apostolo Giovanni: «Figlioli, è giunta l’ultima ora» (1 Gv 2,18), e quella di San Paolo che ci parla della «pienezza del tempo» (Gal 4,4). Dunque, il giorno di oggi ci manifesta come il tempo che è stato – per così dire – “toccato” da Cristo, il Figlio di Dio e di Maria, e da Lui ha ricevuto significati nuovi e sorprendenti: è diventato il “tempo salvifico”, cioè il tempo definitivo di salvezza e di grazia.

E tutto questo ci induce a pensare alla fine del cammino della vita, alla fine del nostro cammino. Ci fu un inizio e ci sarà un termine, «un tempo per nascere e un tempo per morire» (Qo 3,2). Con questa verità, alquanto semplice e fondamentale e alquanto trascurata e dimenticata, la santa madre Chiesa ci insegna a concludere l’anno e anche le nostre giornate con un esame di coscienza, attraverso il quale ripercorriamo quello che è accaduto; ringraziamo il Signore per ogni bene che abbiamo ricevuto e che abbiamo potuto compiere e, in pari tempo, ripensiamo alle nostre mancanze e ai nostri peccati. Ringraziare e chiedere perdono.

È quello che facciamo anche oggi al termine di un anno. Lodiamo il Signore con l’inno Te Deum e nello stesso tempo Gli chiediamo perdono. L’atteggiamento del ringraziare ci dispone all’umiltà, a riconoscere e accogliere i doni del Signore.

L’apostolo Paolo riassume, nella Lettura di questi Primi Vespri, il motivo fondamentale del nostro rendere grazie a Dio: Egli ci ha fatti suoi figli, ci ha adottati come figli. Questo dono immeritato ci riempie di una gratitudine colma di stupore! Qualcuno potrebbe dire: “Ma non siamo già tutti suoi figli, per il fatto stesso di essere uomini?“. Certamente perché Dio è Padre di ogni persona che viene al mondo. Ma senza dimenticare che siamo da Lui allontanati a causa del peccato originale che ci ha separati dal nostro Padre: la nostra relazione filiale è profondamente ferita. Per questo Dio ha mandato suo Figlio a riscattarci a prezzo del Suo sangue. E se c’è un riscatto, è perché c’è una schiavitù. Noi eravamo figli, ma siamo diventati schiavi, seguendo la voce del Maligno. Nessun altro ci riscatta da quella schiavitù sostanziale se non Gesù, che ha assunto la nostra carne dalla Vergine Maria ed è morto sulla croce per liberarci, liberarci dalla schiavitù del peccato e restituirci la perduta condizione filiale.

La liturgia di oggi ricorda anche che, “nel principio (prima del tempo) c’era il Verbo … e il Verbo si è fatto uomo” e per questo afferma Sant’Ireneo: «Questo è il motivo per cui il Verbo si è fatto uomo, e il Figlio di Dio, Figlio dell’uomo: perché l’uomo, entrando in comunione con il Verbo e ricevendo così la filiazione divina, diventasse figlio di Dio» (Adversus haereses, 3,19,1: PG 7,939; cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 460).

Contemporaneamente il dono stesso per cui ringraziamo è anche motivo di esame di coscienza, di revisione della vita personale e comunitaria, del domandarci: com’è il nostro modo di vivere? Viviamo da figli o viviamo da schiavi? Viviamo da persone battezzate in Cristo, unte dallo Spirito, riscattate, libere? Oppure viviamo secondo la logica mondana, corrotta, facendo quello che il diavolo ci fa credere sia il nostro interesse? Esiste sempre nel nostro cammino esistenziale una tendenza a resistere alla liberazione; abbiamo paura della libertà e, paradossalmente, preferiamo più o meno inconsapevolmente la schiavitù. La libertà ci spaventa perché ci pone davanti al tempo e di fronte alla nostra responsabilità di viverlo bene. La schiavitù, invece, riduce il tempo a “momento” e così ci sentiamo più sicuri, e cioè ci fa vivere momenti slegati dal loro passato e dal nostro futuro. In altre parole, la schiavitù ci impedisce di vivere pienamente e realmente il presente, perché lo svuota del passato e lo chiude di fronte al futuro, di fronte all’eternità. La schiavitù ci fa credere che non possiamo sognare, volare, sperare.

Diceva qualche giorno fa un grande artista italiano che per il Signore fu più facile togliere gli israeliti dall’Egitto che togliere l’Egitto dal cuore degli israeliti. Erano stati, “sì”, liberati “materialmente” dalla schiavitù, ma durante la marcia nel deserto con le varie difficoltà e con la fame cominciarono allora a provare nostalgia per l’Egitto e ricordavano quando “mangiavano … cipolle e aglio” (cfr Nm 11,5); ma si dimenticavano però che ne mangiavano al tavolo della schiavitù. Nel nostro cuore si annida la nostalgia della schiavitù, perché apparentemente più rassicurante, più della libertà, che è molto più rischiosa. Come ci piace essere ingabbiati da tanti fuochi d’artificio, apparentemente belli ma che in realtà durano solo pochi istanti! E questo è il regno, questo è il fascino del momento!

Da questo esame di coscienza dipende anche, per noi cristiani, la qualità del nostro operare, del nostro vivere, della nostra presenza nella città, del nostro servizio al bene comune, della nostra partecipazione alle istituzioni pubbliche ed ecclesiali.

Per tale motivo, ed essendo Vescovo di Roma, vorrei soffermarmi sul nostro vivere a Roma che rappresenta un grande dono, perché significa abitare nella città eterna, significa per un cristiano soprattutto far parte della Chiesa fondata sulla testimonianza e sul martirio dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. E pertanto anche di questo ringraziamo il Signore. Ma al tempo stesso rappresenta una grande responsabilità. E Gesù ha detto: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto» (Lc 12, 48). Dunque domandiamoci: in questa città, in questa Comunità ecclesiale, siamo liberi o siamo schiavi, siamo sale e luce? Siamo lievito? Oppure siamo spenti, insipidi, ostili, sfiduciati, irrilevanti e stanchi?

Senz’altro le gravi vicende di corruzione, emerse di recente, richiedono una seria e consapevole conversione dei cuori per una rinascita spirituale e morale, come pure per un rinnovato impegno per costruire una città più giusta e solidale, dove i poveri, i deboli e gli emarginati siano al centro delle nostre preoccupazioni e del nostro agire quotidiano. È necessario un grande e quotidiano atteggiamento di libertà cristiana per avere il coraggio di proclamare, nella nostra Città, che occorre difendere i poveri, e non difendersi dai poveri, che occorre servire i deboli e non servirsi dei deboli!

L’insegnamento di un semplice diacono romano ci può aiutare. Quando chiesero a San Lorenzo di portare e mostrare i tesori della Chiesa, portò semplicemente alcuni poveri. Quando in una città i poveri e i deboli sono curati, soccorsi e aiutati a promuoversi nella società, essi si rivelano il tesoro della Chiesa e un tesoro nella società. Invece, quando una società ignora i poveri, li perseguita, li criminalizza, li costringe a “mafiarsi“, quella società si impoverisce fino alla miseria, perde la libertà e preferisce “l’aglio e le cipolle” della schiavitù, della schiavitù del suo egoismo, della schiavitù della sua pusillanimità e quella società cessa di essere cristiana.

Cari fratelli e sorelle, concludere l’anno è tornare ad affermare che esiste un'”ultima ora” e che esiste la “pienezza del tempo”. Nel concludere questo anno, nel ringraziare e nel chiedere perdono, ci farà bene domandare la grazia di poter camminare in libertà per poter così riparare i tanti danni fatti e poter difenderci dalla nostalgia della schiavitù, difenderci dal non “nostalgiare” la schiavitù.

La Vergine Santa, la Santa Madre di Dio che è proprio al cuore del tempio di Dio, quando il Verbo – che era nel principio – si è fatto uno di noi nel tempo; Ella che ha dato al mondo il Salvatore, ci aiuti ad accoglierLo con cuore aperto, per essere e vivere veramente liberi, come figli di Dio. Così sia.

Santi e Beati. Memoria di oggi: San Silvestro I Papa. Santa Caterina Laboure’ Vergine. Te Deum

31 dicembre 2014

SAN SILVESTRO I PAPA

31 dicembre – Memoria Facoltativa

 

  1. 335

(Papa dal 31/01/314 al 31/12/335)

Silvestro è il primo Papa di una Chiesa non più minacciata dalle terribili persecuzioni dei primi secoli. Nell’anno 313, infatti, gli imperatori Costantino e Licinio hanno dato piena libertà di culto ai cristiani, essendo papa l’africano Milziade, che è morto l’anno dopo. Gli succede il prete romano Silvestro. A lui Costantino dona come residenza il palazzo del Laterano, affiancato più tardi dalla basilica di San Giovanni, e costruisce la prima basilica di San Pietro. Il lungo pontificato di Silvestro (21 anni) è però lacerato dalle controversie disciplinari e teologiche, e l’autorità della Chiesa di Roma su tutte le altre Chiese, diffuse ormai intorno all’intero Mediterraneo, non è ancora affermata. Nel Concilio di Arles (314) e di Nicea (325) papa Silvestro non ha alcun modo di intervenire: gli vengono solo comunicate, con solennità e rispetto, le decisioni prese. Fu il primo a ricevere il titolo di «Confessore della fede».

Etimologia: Silvestro = abitatore delle selve, uomo dei boschi, selvaggio, dal latino

Martirologio Romano: San Silvestro I, papa, che per molti anni resse con saggezza la Chiesa, nel tempo in cui l’imperatore Costantino costruì le venerande basiliche e il Concilio di Nicea acclamò Cristo Figlio di Dio. In questo giorno il suo corpo fu deposto a Roma nel cimitero di Priscilla.

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Preghiera del Mattino: Preghiera di lode e di ringraziamento per la fine dell’anno

31 dicembre 2014

Ai tuoi occhi, Signore, mille anni
Sono come il giorno che è passato,
come un turno di veglia nella notte.
Ancora informi ci hanno visto i tuoi occhi
e tutto era scritto nel tuo libro;
i nostri giorni erano fissati,
quando ancora non ne esisteva uno.
Gli anni della nostra vita sono settanta,
ottanta per i più robusti,
passano presto e noi ci dileguiamo.
Si dissolvono in fumo i nostri giorni,
sono come ombra che declina
e come l’erba inaridiscono.
Ma tu, Signore, rimani in eterno,
il tuo ricordo per ogni generazione.

Tua, Signore, è la grandezza, la potenza,
la gloria, la maestà e lo splendore,
perché tutto, nei cieli e sulla terra, è tuo…
Ti t’innalzi sovrano su ogni cosa…
Tu domini tutto;
nella tua mano c’è forza e potenza.
Prima che nascessero i monti
E la terra e il mondo fossero generati,
da sempre e per sempre tu sei, Dio…

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Ricordi di un prete

30 dicembre 2014

I poveri palazzi di periferia
non mi hanno mai messo tristezza,
ciò che fa male sono gli agglomerati
indifferenti, pare, al passo del vicino.
Lì dove la città digradava in campagna
le case si facevano basse, vedevo prati
di pecore, di mucche, di cavalli… come
un miracolo proprio sperato tutto
davvero era piu semplice e buono.
La domenica dopo la siesta il prete
anziano s’incamminava forse da un amico
alle case della quercia, sul colle.
E tornava al tramonto col suo basco nero
calcato sulla fronte e la tonaca tonda,
ormai lo sapevo, che odorava di vino.
La gente scendeva al paese a folate
di famiglie, di amici, così modesta, essenziale,
da consolare il cuore nella sua povertà.
Ed io dal terrazzino vedevo nel campo cavalli
pezzati come fosse il Minnesota d’inverno
al tempo dei cheyenne e recitavo,
spiazzato dalla prima missione,
sereno il salmo della sera.

Preghiera della sera. Natale

30 dicembre 2014

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BUON NATALE, AMICO MIO

(don Tonino Bello)

 

Buon Natale, amico mio: non avere paura.

La speranza è stata seminata in te.

Un giorno fiorirà. Anzi, uno stelo è già fiorito.

E se ti guardi attorno, puoi vedere che anche nel cuore del tuo fratello, gelido come il tuo, è spuntato un ramoscello turgido di attese.

E in tutto il mondo, sopra la coltre di ghiaccio, si sono rizzati arboscelli carichi di gemme.

E una foresta di speranze che sfida i venti densi di tempeste, e, pur incurvandosi ancora, resiste sotto le bufere portatrici di morte.

Non avere paura, amico mio.

Il Natale ti porta un lieto annunzio: Dio è sceso su questo mondo disperato.

E sai che nome ha preso? Emmanuele, che vuol dire: Dio con noi.

Coraggio, verrà un giorno in cui le tue nevi si scioglieranno, le tue bufere si placheranno, e una primavera senza tramonto regnerà nel tuo giardino, dove Dio, nel pomeriggio, verrà a passeggiare con te.

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Criteri che ispirano questo sito

30 dicembre 2014

E’ un sito di spiritualità: l’ amore di Dio è senza condizioni, infinito, tenero verso ogni sua creatura.Dio accompagna con amore il cammino di ciascuno.Chi in quel momento ha bisogno di una sosta o di un passo più graduale, chi ora può correre  incontro a Cristo… Ognuno dunque può prendere gli spunti che lo possono aiutare… Ma come sapere qual’è la mia via, la mia tappa, il mio passo, etc., in questo momento? Tale domanda può già essere un segno dello Spirito perché è una domanda umile: infatti è nella vita concreta che il Signore mi può mostrare sempre più profondamente le sue vie per me.

Tweet del Papa

30 dicembre 2014

Oggi si soffre per indigenza, ma anche per mancanza di amore.

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Liturgia del giorno: Audio Salmo 96(95)

30 dicembre 2014

Gloria nei cieli e gioia sulla terra.

 

[1] Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore da tutta la terra.
[2] Cantate al Signore, benedite il suo nome,
annunziate di giorno in giorno la sua salvezza.

[3] In mezzo ai popoli raccontate la sua gloria,
a tutte le nazioni dite i suoi prodigi.

[4] Grande è il Signore e degno di ogni lode,
terribile sopra tutti gli dei.

[5] Tutti gli dei delle nazioni sono un nulla,
ma il Signore ha fatto i cieli.

[6] Maestà e bellezza sono davanti a lui,
potenza e splendore nel suo santuario.

 

 

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Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

 

Vorrei nel mio volto

Ragazzi della Piccola Fraternità di S. Zenetto

Vorrei nel mio volto…
uno sguardo limpido e dolce
che trasmetta serenità e pace,
gioia di incontrare i fratelli
con sentimenti di tenerezza,
…il volto di Dio;
un bel sorriso umano
che esprima gioia di vivere,
enorme allegria,
amore verso tutti,
…il volto di Gesù;
la mitezza del suo essere
espressa con gesti generosi,
cantare e ballare insieme a lui
perché mi sento amato.
Il tuo volto, Gesù,
vorrei fosse il mio.

 

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA XXIII GIORNATA MONDIALE DEL MALATO 2015

30 dicembre 2014

Sapientia cordis.
«Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo»
(Gb 29,15)

 

Cari fratelli e sorelle,

in occasione della XXIII Giornata Mondiale del Malato, istituita da san Giovanni Paolo II, mi rivolgo a tutti voi che portate il peso della malattia e siete in diversi modi uniti alla carne di Cristo sofferente; come pure a voi, professionisti e volontari nell’ambito sanitario.

Il tema di quest’anno ci invita a meditare un’espressione del Libro di Giobbe: «Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo» (29,15). Vorrei farlo nella prospettiva della “sapientia cordis”, la sapienza del cuore.

1. Questa sapienza non è una conoscenza teorica, astratta, frutto di ragionamenti. Essa piuttosto, come la descrive san Giacomo nella sua Lettera, è «pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera» (3,17). È dunque unatteggiamento infuso dallo Spirito Santo nella mente e nel cuore di chi sa aprirsi alla sofferenza dei fratelli e riconosce in essi l’immagine di Dio. Facciamo nostra, pertanto, l’invocazione del Salmo: «Insegnaci a contare i nostri giorni / e acquisteremo un cuore saggio» (Sal 90,12). In questa sapientia cordis, che è dono di Dio, possiamo riassumere i frutti della Giornata Mondiale del Malato.

2. Sapienza del cuore è servire il fratello. Nel discorso di Giobbe che contiene le parole «io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo», si evidenzia la dimensione di servizio ai bisognosi da parte di quest’uomo giusto, che gode di una certa autorità e ha un posto di riguardo tra gli anziani della città. La sua statura morale si manifesta nel servizio al povero che chiede aiuto, come pure nel prendersi cura dell’orfano e della vedova (vv.12-13).

Quanti cristiani anche oggi testimoniano, non con le parole, ma con la loro vita radicata in una fede genuina, di essere “occhi per il cieco” e “piedi per lo zoppo”! Persone che stanno vicino ai malati che hanno bisogno di un’assistenza continua, di un aiuto per lavarsi, per vestirsi, per nutrirsi. Questo servizio, specialmente quando si prolunga nel tempo, può diventare faticoso e pesante. È relativamente facile servire per qualche giorno, ma è difficile accudire una persona per mesi o addirittura per anni, anche quando essa non è più in grado di ringraziare. E tuttavia, che grande cammino di santificazione è questo! In quei momenti si può contare in modo particolare sulla vicinanza del Signore, e si è anche di speciale sostegno alla missione della Chiesa.

3. Sapienza del cuore è stare con il fratello. Il tempo passato accanto al malato è un tempo santo. È lode a Dio, che ci conforma all’immagine di suo Figlio, il quale «non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt20,28). Gesù stesso ha detto: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27).

Chiediamo con viva fede allo Spirito Santo che ci doni la grazia di comprendere il valore dell’accompagnamento, tante volte silenzioso, che ci porta a dedicare tempo a queste sorelle e a questi fratelli, i quali, grazie alla nostra vicinanza e al nostro affetto, si sentono più amati e confortati. Quale grande menzogna invece si nasconde dietro certe espressioni che insistono tanto sulla “qualità della vita”, per indurre a credere che le vite gravemente affette da malattia non sarebbero degne di essere vissute!

4. Sapienza del cuore è uscire da sé verso il fratello. Il nostro mondo dimentica a volte il valore speciale del tempo speso accanto al letto del malato, perché si è assillati dalla fretta, dalla frenesia del fare, del produrre, e si dimentica la dimensione della gratuità, del prendersi cura, del farsi carico dell’altro. In fondo, dietro questo atteggiamento c’è spesso una fede tiepida, che ha dimenticato quella parola del Signore che dice: «L’avete fatto a me» (Mt 25,40).

Per questo, vorrei ricordare ancora una volta «l’assoluta priorità dell’“uscita da sé verso il fratello” come uno dei due comandamenti principali che fondano ogni norma morale e come il segno più chiaro per fare discernimento sul cammino di crescita spirituale in risposta alla donazione assolutamente gratuita di Dio» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 179). Dalla stessa natura missionaria della Chiesa sgorgano «la carità effettiva per il prossimo, la compassione che comprende, assiste e promuove» (ibid.).

5. Sapienza del cuore è essere solidali col fratello senza giudicarlo. La carità ha bisogno di tempo. Tempo per curare i malati e tempo per visitarli. Tempo per stare accanto a loro come fecero gli amici di Giobbe: «Poi sedettero accanto a lui in  terra, per sette giorni e sette notti. Nessuno gli rivolgeva una parola, perché vedevano che molto grande era il suo dolore» (Gb 2,13). Ma gli amici di Giobbe nascondevano dentro di sé un giudizio negativo su di lui: pensavano che la sua sventura fosse la punizione di Dio per una sua colpa. Invece la vera carità è condivisione che non giudica, che non pretende di convertire l’altro; è libera da quella falsa umiltà che sotto sotto cerca approvazione e si compiace del bene fatto.

L’esperienza di Giobbe trova la sua autentica risposta solo nella Croce di Gesù, atto supremo di solidarietà di Dio con noi, totalmente gratuito, totalmente misericordioso. E questa risposta d’amore al dramma del dolore umano, specialmente del dolore innocente, rimane per sempre impressa nel corpo di Cristo risorto, in quelle sue piaghe gloriose, che sono scandalo per la fede ma sono anche verifica della fede (cfr Omelia per la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, 27 aprile 2014).

Anche quando la malattia, la solitudine e l’inabilità hanno il sopravvento sulla nostra vita di donazione, l’esperienza del dolore può diventare luogo privilegiato della trasmissione della grazia e fonte per acquisire e rafforzare la sapientia cordis. Si comprende perciò come Giobbe, alla fine della sua esperienza, rivolgendosi a Dio possa affermare: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5). Anche le persone immerse nel mistero della sofferenza e del dolore, accolto nella fede, possono diventare testimoni viventi di una fede che permette di abitare la stessa sofferenza, benché l’uomo con la propria intelligenza non sia capace di comprenderla fino in fondo.

6. Affido questa Giornata Mondiale del Malato alla protezione materna di Maria, che ha accolto nel grembo e generato la Sapienza incarnata, Gesù Cristo, nostro Signore.

O Maria, Sede della Sapienza, intercedi quale nostra Madre per tutti i malati e per coloro che se ne prendono cura. Fa’ che, nel servizio al prossimo sofferente e attraverso la stessa esperienza del dolore, possiamo accogliere e far crescere in noi la vera sapienza del cuore.

Accompagno questa supplica per tutti voi con la mia Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 3 dicembre 2014

Memoria di San Francesco Saverio

Francesco

 

Video: W. Sawallisch, P. Domingo, con la regia di F. Zeffirelli: Missa solemnis di L. v. Beethoven, in San Pietro alla presenza di papa Paolo VI

30 dicembre 2014

http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#v=458304&vd=2014-12-29&vc=31

Cedere le redini

30 dicembre 2014

Per giungere a gustare il tutto, non cercare il gusto in niente.

Per giungere al possesso del tutto, non voler possedere niente.

Per giungere ad essere tutto, non voler essere niente.

Per giungere alla conoscenza del tutto, non cercare di sapere qualche cosa in niente.

Per venire a ciò che ora non godi, devi passare per dove non godi.

Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai.

Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai.

Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora non sei. (San Giovanni della Croce).

Si vede qui che non si tratta di disumanizzarsi ma di lasciarsi portare dalla grazia nell’autentica umanità, nei veri gusti, nella vera conoscenza, etc.: qui c’e’ materia per una rivoluzione culturale perché la stessa Chiesa impara e scopre per grazia sempre più a non riservare ambiti all’uomo da solo, ad es nel campo della conoscenza che non si può ridurre in nessun campo ad intellettualismo.Solo in Dio l’uomo ritrova tutto se stesso.Aiutaci Signore a fidarci del tuo amore infinito e sapiente.Dunque accetto di essere piccolo, portato gradualmente da Dio in questo cammino, ho gusti, me li godo ma credo che Cristo mi porta oltre in una vita più bella, gioiosa, pacificata, semplice, nella quale tutto ciò che è autenticamente umano è conservato e vivificato… Persino di Cristo possiamo farci un idolo sul quale scarichiamo la nostra umanità non ancora spogliata di sé stessa… per questo talora Dio ci mostra che dobbiamo staccarci da qualcosa di lui per attaccarci a lui…

Santi e Beati. Memoria di oggi: San Ruggero di Canne Vescovo

30 dicembre 2014

SAN RUGGERO DI CANNE VESCOVO

30 dicembre

 

Canne, Barletta, seconda metà dell’XI secolo – Canne, 30 dicembre 1129

Mentre l’antica città pugliese di Canne, già risorta altre volte dalle rovine, stava vivendo un’ulteriore disfatta causata dal normanno Roberto il Guiscardo, il vescovo Ruggero (sec XI) si trovò a reggere le sorti della sua città natale, restando unico riferimento per la sua gente prostrata dalla miseria e dalla fame. Il suo episcopio restò sempre aperto, divenendo la casa degli ultimi e degli indifesi. Un’antica sua fonte biografica riporta: “Andava scalzo con lo piede nudo per quelle campagne cercanno le limosine per li poveri”. Ruggero fu tenuto in grande stima anche dai pontefici Pasquale II e Gelasio II, i quali più volte gli affidarono incarichi delicati, quale messaggero di pace. Morì il 30 dicembre 1129; aveva circa 60 anni.

Patronato: Barletta, Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie

Etimologia: Ruggero = lancia gloriosa, dal tedesco

Emblema: Bastone pastorale, Aquila

Martirologio Romano: A Canne in Puglia, san Ruggero, vescovo.

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