Archive for febbraio 2015

Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

28 febbraio 2015

Madonna di Lourdes

28 febbraio

I segreti di Bernardetta

 

Nostra Signora di Lourdes, prega per noi.

A questo punto torniamo un po’ indietro e ripensiamo ad una cosa. Bernardetta ha ricevuto durante le apparizioni tre segreti dalla Vergine. Non ne ha mai parlato con nessuno, dicendo che riguardavano soltanto lei. La curiosità così si è fermata davanti a questa semplice spiegazione.

Ma, come dice René Laurentin, Bernardetta è e rimane la più segreta delle sante non certo per i segreti che non ha rivelato. Rimane segreta soprattutto per le prove nascoste, intime, dolorose dei suoi ultimi anni, per l’immolazione e la passione che la resero conforme all’immagine del Crocifisso. Di questa sua passione noi sappiamo pochissimo perché lei non se ne è lasciata sfuggire che qualche parola. Hanno parlato e continuano a parlare i suoi silenzi. La sua vita, semplicissima e trasparente è un segreto di bellezza conosciuto solo dallo Sposo! Noi possiamo sentirne un po’ solo il profumo!

Bernardetta ha sopportato tutto, ma non ha mai rinunciato ad essere se stessa, dai tempi dell’apparizione fino alla sua vita religiosa a Nevers. Per riuscire in tutto questo il suo primo “segreto” è Maria: come lei ha fatto sì che le esigenze umane si accordassero ai richiami dello Spirito. È un segreto la sua pazienza, la sua sofferenza, il suo totale annullamento nell’amore di Dio. Bernardetta è stata davvero “nascosta con Cristo in Dio”. La sua è una santità spoglia di esteriorità e di opere, priva di grandi cose che colpiscono l’attenzione, ma ricca di amore di Dio vissuto con naturalezza e semplicità.

Il suo è un amore che offre e chiede tutto, un amore totale, senza riserve, vissuto nel silenzio. Come Maria, Bernardetta ha scelto Dio solo! E questo le è stato possibile perché ha amato moltissimo la Madonna: “Dopo averla vista – diceva – non si ama più la terra… È così bella che quando la si è vista una volta, si ha fretta di morire per rivederla”.

Anche la sua preghiera era semplice, priva di sentimentalismo e di troppe parole. Preferiva il Rosario con il quale si era intrattenuta con la Vergine Immacolata, fin dal primo incontro e poi durante tutte le altre apparizioni.

Raccomandava il Rosario a tutti: “Non lo direte mai invano! Addormentatevi recitandolo… come i bambini piccoli si addormentano dicendo “mamma”.

Un altro segreto di Bernardetta è stato la povertà. Non ha voluto mai ricevere denaro da alcuno. E soprattutto non si vergognava di essere povera. In questo modo voleva seguire Gesù. Spesso diceva: “Una sposa per bene deve seguire lo sposo ed entrare sempre di più nel suo cuore”.

E poi l’umiltà, l’obbedienza, la sopportazione di ingiustizie, di persecuzioni, di dolori fisici e morali. Quanti segreti di santità! Ma ne manca uno, forse il più nascosto: la grande confidenza e la tenera devozione per San Giuseppe.

Bernardetta, la figlia privilegiata di Maria, aveva scoperto la paternità di San Giuseppe! Una volta una suora la sorprende a fare una novena alla Vergine Maria davanti a una statua di San Giuseppe: “State sbagliando…” le dice. Ma Bernardetta subito risponde: “La Santa Vergine e San Giuseppe sono sempre perfettamente d’accordo e in Cielo non ci sono gelosie!”.

Ed è a San Giuseppe che con insistenza chiedeva ogni giorno “la grazia di amare Gesù e Maria così come vogliono essere amati”. Per Bernardetta San Giuseppe ha preso visibilmente il primo posto tra le amicizie celesti e nella devozione alla Sacra Famiglia egli assume per Bernardetta un’importanza di primo piano. “La Sacra Famiglia rappresenta così come l’Orto degli Ulivi, un luogo di “Amore puro”. Solo grazie alla morte in croce di Gesù possiamo sperare di gustare qualcosa della straordinaria Sacra Famiglia. Bernardetta ha capito che per Gesù il tragitto conduce dalla Trasfigurazione alla Croce, mentre, per quanto ci riguarda, è la Croce che ci permette di guardare alla Trasfigurazione.” (Doze).

A San Giuseppe diceva: “Fate crescere Gesù, fatelo crescere in me come a Nazareth”.

Sì, Bernardetta, come Teresa d’Avila, aveva trovato il suo maestro di preghiera: “Quando non si è capaci di pregare – diceva Bernardetta – ci si rivolge a San Giuseppe!”. Trascorrerà ore intere nel giardino, in una piccola cappella dedicata a San Giuseppe: “Lì si prega bene, ci entro ogni volta che posso”. Quella cappella le faceva ritrovare il silenzio e l’intimità della preghiera alla grotta mentre il suo cuore accoglieva tutti i segreti dello Sposo che si comunicavano a lei sua piccola sposa fedele.

E una cosa non vogliamo dimenticarla, un piccolo segno di predilezione di San Giuseppe: la prima tomba di Bernardetta fu proprio in quella cappella, nel mezzo del giardino di Casa Madre.

Impegno: Come Bernardetta, rivolgiamoci oggi a San Giuseppe, ricorriamo a lui come faceva Gesù a Nazaret, confidiamoci e appoggiamoci a lui come faceva Maria… e non tarderemo a sentire la sua presenza e la sua risposta!

Santa Bernardetta, prega per noi.

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Rugby, Sei Nazioni: Scozia-Italia 19-22. Secondo successo esterno azzurro

28 febbraio 2015

Parisse scappa e va. Fama

Sotto 10-0 gli azzurri di Brunel dominano: mete di Furno e Venditti, poi la meta tecnica all’ultimo assalto e primi due punti di questa edizione: nel 2007 l’altra vittoria dell’Italia a Murrayfield.

 

28 FEBBRAIO 2015 – EDIMBURGO (SCO)

SCOZIA-ITALIA 19-22 (16-15) SCOZIA: Hogg; Seymour, Bennett (Scott dal 27’ st), Dunbar, Lamont; Horne (Tonks dal 39’ st), Laidlaw (Hidalgo-Clyne dal 35’ st); Beattie (Watson dall’11 st), Cowan, Harley; Gray, Swinson (Toolis dal 30’ st); Murray (Cross dal 35’ st), Ford, Dickinson (Grant dal 27’ st), Allenatore: Cotter.

ITALIA: McLean; Visentin, Morisi, Bacchin, Venditti (Bisegni dal 30’ st); Haimona (Allan al 6’ st), Gori; Parisse, Favaro (Vunisa dal 22’ st), Minto; Furno, Biagi (Fuser dal 27’ st); Chistolini (Cittadini dal 17’ st), Ghiraldini (Ghiraldini dal 27’ st), Aguero (De Marchi dal 17’ st). Allenatore: Brunel.

ARBITRO: Clancy (Irlanda)

MARCATORI: primo tempo, 2’ cp Laidlaw, 8’ m. Bennett tr. Laidlaw, 10’ m. Furno, 16’ cp Laidlaw, 18’ cp Haimona, 27’ cp Laidlaw, 37’ m. Venditti tr. Haimona; secondo tempo, 27’ cp Laidlaw, 40’ meta tecnica Italia tr. Allan.

CALCI: Laidlaw 4/4; Haimona 2/4, Allan 1/2. GIALLI: Toolis al 39’ st. SPETTATORI: 62.188.

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I Venti Sabati del Santo Rosario, Misteri della Luce, Decimo Sabato

28 febbraio 2015

5° Mistero della Luce: Gesù dona il suo corpo e il suo sangue nell’Eucaristia

Prima di metterci in ascolto della Parola di Dio, invochiamo lo Spirito Santo e preghiamo con la fede della Chiesa.

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito San­to. Amen.

INVOCHIAMO LO SPIRITO SANTO

Noi ti adoriamo e ti amiamo con tutto il nostro cuore, o Spirito divino, Dio onnipotente, Amore del Padre e del Figlio. Vieni dunque, o Dio di bontà e di misericordia, a dare la grazia col tuo alito vivificatore al nostro cuore; vieni, o Fuoco divino e insegnaci a parlare il linguaggio dei Santi. Vieni e con la tua luce ineffabile illuminaci, col tuo fuoco purificaci, accendici il cuore e rendilo ardente della tua carità. Spirito di verità, senza di te siamo nell’errore; Spirito di amore, senza di te siamo aridi; Spirito di vita, senza di te siamo senza vita. Donaci, perciò, o Dio di bontà, i frutti del tuo Spirito. Amen.

(Dagli Scritti di Bartolo Longo)

PREGHIAMO CON LA CHIESA

Signore Gesù Cristo, che nel mirabile sacramento dell’Eucaristia ci hai lasciato il memoriale della tua Pa­squa, fa’ che adoriamo con viva fede il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue, per sentire sempre in noi i benefici della redenzione. Per Cristo nostro Signore. Amen. (Messale Romano, Colletta del SS. Corno e Sangue di Cristo)

ASCOLTIAMO LA PAROLA DI DIO

Per dare maggiore profondità alla nostra meditazione apria­mo il cuore al Signore che ci parla.

Dal vangelo di Luca (22,14-20)

Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse: “Ho desiderato ardentemente di man­giare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio”. E preso un calice, rese grazie e disse: “Prendetelo e distribuitelo tra voi, poiché vi di­co: da questo momento non berrò più del frutto della vi­te, finché non venga il regno di Dio”. Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il cali­ce dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi”.

MEDITIAMO

L’ascolto e la meditazione si nutrono di silenzio. Facciamo una breve pausa, poi, leggiamo e continuiamo a meditare.

Dall’Enciclica Ecclesia de Eucharistia di Giovanni Pao­lo 11, nn. 53-58

Se vogliamo riscoprire in tutta la sua ricchezza il rap­porto intimo che lega Chiesa ed Eucaristia, non possia­mo dimenticare Maria, Madre e modello della Chiesa. Nella Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae, ad­ditando la Vergine Santissima come Maestra nella con­templazione del volto di Cristo, ho inserito tra i misteri della luce anche l’istituzione dell’Eucaristia. In effetti, Maria ci può guidare verso questo Santissimo Sacra­mento, perché ha con esso una relazione profonda.

A prima vista, il Vangelo tace su questo tema. Nel racconto dell’istituzione, la sera del Giovedì Santo, non si parla di Maria. Si sa invece che Ella era presente tra gli Apostoli, “concordi nella preghiera” (At 1,14), nella prima comunità radunata dopo l’Ascensione in attesa della Pentecoste. Questa sua presenza non poté certo mancare nelle Celebrazioni eucaristiche tra i fedeli della prima generazione cristiana, assidui “nella frazione del pane” (At 2,42).

Ma al di là della sua partecipazione al Convito euca­ristico, il rapporto di Maria con l’Eucaristia si può indi­rettamente delineare a partire dal suo atteggiamento inte­riore. Maria è donna “eucaristica” con l’intera sua vi­ta. La Chiesa, guardando a Maria come a suo modello, è chiamata ad imitarla anche nel suo rapporto con que­sto Mistero santissimo. In certo senso, Maria ha eserci­tato la sua fede eucaristica prima ancora che l’Eucaristia fosse istituita, per il fatto stesso di aver offerto il suo grem­bo verginale per l’incarnazione del Verbo di Dio. L’Eu­caristia, mentre rinvia alla passione e alla risurrezione, si pone al tempo stesso in continuità con 1’Incamazione. Maria concepì nell’Annunciazione il Figlio divino nella verità anche fisica del corpo e del sangue, anticipando in sé ciò che in qualche misura si realizza sacramental­mente in ogni credente che riceve, nel segno del pane e del vino, il corpo e il sangue del Signore. C’è pertanto un’analogia profonda tra il fiat pronun­ciato da Maria alle parole dell’Angelo, e l’amen che o­gni fedele pronuncia quando riceve il corpo del Signore. A Maria fu chiesto di credere che colui che Ella conce­piva “per opera dello Spirito Santo” era il ‘Figlio di Dio” (cfr Lc 1,30-35). In continuità con la fede della Vergine, nel Mistero eucaristico ci viene chiesto di credere che quello stesso Gesù, Figlio di Dio e Figlio di Maria, si rende presente con l’intero suo essere umano-divino nei segni del pane e del vino.

Se Chiesa ed Eucaristia sono un binomio inscindibi­le, altrettanto occorre dire del binomio Maria ed Euca­ristia. Anche per questo il ricordo di Maria nella Cele­brazione eucaristica è unanime, sin dall’antichità, nelle Chiese dell’Oriente e dell’Occidente.

CONTEMPLIAMO IL MISTERO

Guidati da Maria fissiamo lo sguardo sul volto di Cristo per poi aprire il cuore alla lode trinitaria, traguardo di ogni con­templazione cristiana.

Mostraci il tuo volto, Signore, in te speriamo. Donaci il tuo sguardo Maria: con te crediamo, con te amiamo.

Padre nostro… Ave Maria… e benedetto il frutto del tuo seno Gesù, che ci ha donato il suo corpo e il suo sangue … Santa Maria… (10 volte). Gloria al Padre…

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Tweet del Papa

28 febbraio 2015

Gesù intercede per noi, ogni giorno. Preghiamo: Signore, abbi pietà di me; intercedi per me!

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), 28 febbraio 2015

Vangelo (Mt 5,43-48) del giorno dalle letture della Messa (Domenica 1 Marzo 2015) con commento comunitario

28 febbraio 2015

II DOMENICA DI QUARESIMA

Dal Vangelo secondo Marco (Mt 5,43-48)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Questo è il Vangelo dell’1 Marzo, quello del 28 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto

 

Liturgia del giorno: Audio Salmo 119(118)

28 febbraio 2015

Beato chi cammina nella legge del Signore.

[1] Alleluia.
Beato l’uomo di integra condotta,
che cammina nella legge del Signore.

[2] Beato chi è fedele ai suoi insegnamenti
e lo cerca con tutto il cuore.

[3] Non commette ingiustizie,
cammina per le sue vie.

[4] Tu hai dato i tuoi precetti
perché siano osservati fedelmente.

[5] Siano diritte le mie vie,
nel custodire i tuoi decreti.

[6] Allora non dovrò arrossire
se avrò obbedito ai tuoi comandi.

[7] Ti loderò con cuore sincero
quando avrò appreso le tue giuste sentenze.

[8] Voglio osservare i tuoi decreti:
non abbandonarmi mai.

[9] Come potrà un giovane tenere pura la sua via?
Custodendo le tue parole.

[10] Con tutto il cuore ti cerco:
non farmi deviare dai tuoi precetti.

[11] Conservo nel cuore le tue parole
per non offenderti con il peccato.

[12] Benedetto sei tu, Signore;
mostrami il tuo volere.

[13] Con le mie labbra ho enumerato
tutti i giudizi della tua bocca.

[14] Nel seguire i tuoi ordini è la mia gioia
più che in ogni altro bene.

[15] Voglio meditare i tuoi comandamenti,
considerare le tue vie.

[16] Nella tua volontà è la mia gioia;
mai dimenticherò la tua parola.

[17] Sii buono con il tuo servo e avrò vita,
custodirò la tua parola.

[18] Aprimi gli occhi perché io veda
le meraviglie della tua legge.

 

Premere qui segue …

 

 

 

 

Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino.

…. se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 

Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

 

 

 

 

 

« Io sono come una piccola matita nelle Sue mani, nient’altro.
È Lui che pensa. È Lui che scrive.
La matita non ha nulla a che fare con tutto questo.
La matita deve solo poter essere usata. »

 

 

 

Beato Daniele Alessio Brottier Sacerdote. Cerimonia di Beatificazione di Josè Manyatnet Y Vives, Daniel Brottier ed Elisabetta della Trinità. Omelia di San Giovanni Paolo II

28 febbraio 2015

Basilica Vaticana – Domenica, 25 novembre 1984

1 “Quelli che sono di Cristo” (1 Cor 15, 23).

Oggi, solennità di Cristo Re, la Chiesa mediante questa cerimonia di beatificazione pone davanti a noi tre grandi figure.

Abbiamo ascoltato i loro nomi. I vescovi, come pastori delle Chiese locali, hanno esposto la testimonianza circa la loro vita eroica:

 José Manyanet y Vives, sacerdote, fondatore della Congregazione dei figli della Sacra Famiglia e dell’Istituto delle figlie missionarie della Sacra Famiglia di Nazaret;

 Daniel Brottier, sacerdote della Congregazione dello Spirito Santo e del Cuore immacolato di Maria;

 Suor Elisabetta della Santissima Trinità, religiosa dell’Ordine delle Carmelitane scalze.

Ecco “quelli che sono di Cristo”.

Nell’ultima domenica dell’anno liturgico, la Chiesa desidera venerare Cristo come “re dei secoli”, accogliendo con gioia la testimonianza dei suoi figli e delle sue figlie, nei quali il segno di appartenenza a Cristo è stato messo particolarmente in evidenza.

Il Vangelo dell’odierna solennità ci permette di comprendere meglio in che modo ogni uomo è chiamato a dare testimonianza alla sua appartenenza a Cristo; in che modo egli deve diventare partecipe del suo regno.

Ecco, dinanzi all’assemblea di tutte le nazioni, alla fine del mondo, Cristo re e pastore pronunzia questo giudizio:

Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo.

Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi (Mt 25, 34-36).

I giusti chiedono: quando?. . . quando e dove abbiamo fatto tutto questo?

Cristo pastore e re risponde: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40).

Ecco in quale modo il segno dell’appartenenza a Cristo appare nell’uomo. Ecco in che modo l’uomo si prepara ad entrare nel regno di Cristo. Per ricevere in eredità il regno preparato . . . fin dalla fondazione del mondo” (Mt 25, 34). Il regno preparato dal Padre, il regno preparato in Gesù Cristo, crocifisso e risorto: in Gesù Cristo pastore delle anime e re dei secoli.

2 La prima figura che la Chiesa ci pone dinanzi questa mattina, per offrircela come esempio e modello di chi lavora per il regno di Dio in Cristo, è quella del beato José Manyanet y Vives, figlio illustre delle terre di Catalogna in Spagna.

Il motivo dell’esaltazione di questo sacerdote, fondatore di due congregazioni religiose, non è altro che la sua consegna eroica all’amore di Dio e alla causa di Cristo nel servizio al prossimo. Questo lo portò a impegnare tutte le sue forze – nonostante le limitazioni della malattia – per procurare, innanzitutto, “l’onore della Sacra Famiglia e il bene delle famiglie e dei bambini”. Questo è il carisma particolare che penetra tutta la sua vita, immersa nel mistero della vocazione evangelica appresa dagli esempi di Gesù, Maria e Giuseppe nel silenzio di Nazaret.

In un difficile momento storico, nel quale certe ideologie cercavano di penetrare nella società attraverso l’erosione della famiglia, il nuovo beato guarda con chiaroveggenza agli esempi di santità nazarena che la Sacra Famiglia presenta. Di qui nasce il suo impegno apostolico per cercare di portare questo messaggio al mondo e fare di ogni focolare una Nazaret. Come si darà da fare, poi, per invitare ogni famiglia – il gioiello più prezioso, come egli la chiamerà – a guardare a Nazaret e costruire un modello di vita secondo il piano di Dio, basato, nello stesso tempo, sugli autentici valori umani!

In questa stessa linea, egli si dedica con entusiasmo ad offrire ai bambini e ai giovani la pedagogia del Vangelo di Nazaret, con grande amore e rispetto per la vocazione di ciascuno e in vista di un’educazione armonica. Quanto può insegnare il nuovo beato alla nostra attuale società!

3 E ora una parola in lingua catalana per i concittadini del nuovo beato: cercate di essere fedeli all’esempio di vita e al messaggio del vostro concittadino. Portate il modello della Sacra Famiglia alle vostre famiglie. Fate di ogni famiglia una Nazaret, secondo l’anelito apostolico del beato José Manyanet.

4 Tra “coloro che sono in Cristo”, distinguiamo Daniel Brottier. Egli ha abbracciato la congregazione dei Padri dello Spirito Santo per rispondere nel modo più ardente alla vocazione missionaria. Recatosi in Africa, si è dedicato generosamente al servizio della comunità cristiana di Saint-Louis del Senegal, particolarmente dei giovani. ll suo zelo apostolico lo porta a prendere senza posa nuove iniziative perché la Chiesa sia viva e perché la buona novella sia ascoltata. Anche quando sarà lontano da questo campo d’azione, egli continuerà a contribuire alla costruzione della Chiesa in Senegal.

Discepolo di Cristo, lo è anche per la prova della sofferenza: il dolore fisico non lo abbandona. Volontario sul fronte, egli si prende cura dei feriti e li conforta con la sua presenza coraggiosa. Ai soldati morenti, porta il soccorso di Dio. A guerra conclusa, si adopera per dar seguito a quella fraternità nata tra questi uomini nella privazione e nel dono eroico di sé.

Quando riceve l’incarico di assistere gli orfani di Auteuil, è al loro servizio che dispiega con forza l’attività più febbrile, che lo farà conoscere ben oltre Parigi. Niente arresta la sua carità, quando si tratta di accogliere, nutrire, vestire dei bambini abbandonati e straziati dalla vita. Innumerevoli sono coloro che si uniscono a lui in quest’opera profondamente evangelica. Poiché bisogna trovare un alloggio a questi giovani e introdurli in un clima di calore umano, aiutarli a imparare un mestiere e a costruire il loro avvenire, padre Brottier moltiplica gli appelli e costituisce una catena sempre viva di solidarietà attiva.

Sacerdoti, religiosi, la sua grande attività “deriva dal suo grande amore verso Dio”, come ha detto un testimone. Umile e nello stesso tempo vero, attivo fino ai limiti del possibile, servitore disinteressato, Daniel Brottier andava avanti con audacia e semplicità perché lavorava “come se tutto dipendesse da lui, ma anche sapendo che tutto dipende da Dio”. Aveva affidato i bambini d’Auteuil a santa Teresa del Bambin Gesù che egli chiamava familiarmente in aiuto, certo del suo sostegno efficace a tutti coloro per i quali ella aveva offerto la sua vita.

Il beato Daniel Brottier ha terminato la sua opera sulla terra con un “fiat” coraggioso. Oggi noi lo sappiamo caritatevole con i poveri che l’invocano, perché comunica con l’amore del Signore che ha animato tutto il suo servizio sacerdotale.

5 Quasi contemporanea di Teresa del Bambin Gesù, Elisabetta della Trinità fece una profonda esperienza della presenza di Dio, che ella maturò, in modo impressionante, negli anni di vita al Carmelo. Noi salutiamo in lei un essere ricco di doni naturali; ella era intelligente e sensibile, pianista perfetta, apprezzata dai suoi amici, delicata nell’affezione ai suoi. Ecco che ella s’illumina nel silenzio della contemplazione, raggio della felicità di un totale oblio di sé; senza riserva, accoglie il dono di Dio, la grazia del Battesimo e della Riconciliazione; riceve ammirevolmente la presenza eucaristica di Cristo. In grado eccezionale, ella prende coscienza della comunione offerta ad ogni creatura dal Signore.

Noi osiamo oggi presentare al mondo questa religiosa claustrale che condusse una “vita nascosta con Cristo in Dio” (Col 3, 3) perché è una testimone luminosa della gioia d’essere radicati e fondati nell’amore (cf. Ef 3, 17). Ella celebra lo splendore di Dio, perché si sa abitata nell’intimo dalla presenza del Padre, del Figlio e dello Spirito nella quale ella riconosce la realtà dell’amore infinitamente vivo.

Anche Elisabetta ha conosciuto la sofferenza fisica e morale. Unita a Cristo crocifisso, ella s’è totalmente offerta, compiendo nella sua carne la passione del Signore (cf. Col 1, 24), sempre certa d’essere amata e di poter amare. Ella compie nella pace il dono della sua vita beata.

Alla nostra umanità disorientata che non sa più trovare Dio o che lo sfigura, che cerca una parola sulla quale fondare la sua speranza, Elisabetta dà la testimonianza di una disponibilità perfetta alla parola di Dio che ella ha assimilato al punto da nutrire realmente di essa la sua riflessione e la sua preghiera, al punto da trovare in essa tutte le ragioni per vivere e consacrarsi alla lode della sua gloria.

Questa contemplativa, lungi dall’isolarsi, ha saputo comunicare alle sue sorelle e al suo prossimo la ricchezza della sua esperienza mistica. Il suo messaggio si diffonde oggi con una forza profetica. Noi la invochiamo: discepola di Teresa di Gesù e di Giovanni della Croce, che ella ispiri e sostenga tutta la famiglia del Carmelo; che aiuti molti uomini e donne, nella vita laicale o nella vita consacrata, a ricevere e ad essere partecipi dei “fiotti di carità infinita” che ella raccoglieva “alla fonte della vita”.

6 Rivolgendo il suo sguardo su queste tre alte figure, la Chiesa desidera oggi professare la fede apostolica nel regno di Cristo, desidera affermare di credere che egli regna realmente.

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Preghiera del Mattino: Novena alla Madonna dei Miracoli

28 febbraio 2015

1– O Madonna di Miracoli e Madre mia Maria, Ti sei mostrata tanto buona da onorare con la tua presenza questo luogo che Tu stessa hai così destinato a centro di devoti pellegrinaggi e sorgente di grazie e di benedizione. Fa’ che anch’io possa godere dei tuoi meravigliosi benefici e ottenga in particolare quella grazia per la quale oggi Ti prego con tutto il mio fervore.

2 – O Madonna dei Miracoli e Madre mia Maria, Tu hai eletto esecutore della tua volontà un uomo semplice e onesto e m’hai così insegnato che l’umiltà è necessaria per ottenere le tue grazie e i tuoi favori. Fa’ che io possa rendere semplice ed umile il mio cuore ed ottenere così da Te quella grazia per la quale particolarmente Ti prego.

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Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

27 febbraio 2015

Madonna di Lourdes

27 febbraio

 La glorificazione

 

Nostra Signora di Lourdes, prega per noi.

La notizia della morte di Bernardetta di sparse in un baleno per tutta la Francia. Gli abitanti di Nevers furono ammessi nella Cappella il giorno dopo e quattro suore furono incaricate, per tre giorni, di far toccare al suo corpo un’infinità di oggetti, fra i più diversi: medaglie, corone, crocifissi, immagini, strumenti di lavoro, ditali, forbici ecc.

Così cominciava ad essere esaltata e glorificata l’umile confidente della Regina del Cielo.

I funerali ebbero luogo il 19 aprile presenti il Vescovo di Nevers e ottanta sacerdoti, fra i quali anche l’Abate Pomian, confessore di Bernardetta a Lourdes, colui che l’aveva preparata alla Prima Comunione e aveva ricevuto le sue prime confidenze riguardo all’apparizione. Il Corpo viene sepolto nella Cappella di San Giuseppe, al centro del giardino del Convento. Quel luogo diventò presto meta di fedeli e sorgente di miracoli che continuano a ripetersi fino ad oggi.

Passarono intanto ventinove anni. Il 20 agosto 1908 il Vescovo di Nevers costituiva un tribunale ecclesiastico incaricato di raccogliere le testimonianze sulla vita, le virtù e la santità di Suor Marie Bernard. Si tennero centotrentatrè sedute e poi il processo fu inviato a Roma, alla Sacra Congregazione dei Riti.

Cinque anni dopo, nel 1913, Sua Santità Pio X dichiarava Bernardetta Venerabile. Sua Santità Pio XI diede luogo alla Beatificazione di Bemardetta nel 1925, chiamandola “eroina di virtù, esempio magnifico di santità”. Trent’anni dopo la sepoltura, alla riesumazione, si poté constatare che il suo corpo era secco, ma perfettamente intero e senza traccia di corruzione.

Finalmente 1’8 dicembre 1933 lo stesso Pontefice Pio XI innalzò la piccola Bernardetta al più alto grado al quale possa giungere una creatura, dichiarandola Santa. È Dio stesso che glorifica i suoi santi concedendo per loro intercessione molti miracoli. Uno dei miracoli attribuiti a Bernardetta fu la guarigione di Suor Melania, delle Suore della Provvidenza di Ribeauville. Affetta da una profonda ulcera allo stomaco, non poteva più mangiare e frequenti e copiose erano le emorragie. Le cure non riuscivano ad ottenere alcun miglioramento. I dolori si estesero anche all’intestino e si era ormai certi che la morte fosse vicina. Vincendo le difficoltà del viaggio Suor Melania fu portata a Nevers, presso la tomba di Bernardetta. Là rimase a lungo da sola chiedendo la grazia della guarigione. All’improvviso si sentì tornare le forze, sparirono i dolori, ebbe fame e chiese di mangiare senza sentirne alcun disturbo. Chi l’accompagnava e conosceva la sua storia capì subito che si trattava di una guarigione istantanea e completa. Questo fu confermato dai medici e suor Melania rientrando in comunità tornò a svolgere fino alla fine il suo lavoro di infermiera, senza ammalarsi più. Questo fu uno dei miracoli documentati che servì per la Santificazione di Bernardetta.

Impegno: Rivolgiamoci a Bernardetta e chiediamole di intercedere per noi presso la Vergine Maria e presso Gesù per tutti i bisogni spirituali e materiali della nostra famiglia.

Santa Bernardetta, prega per noi.

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Santa Teresa d’Avila- Il Castello Interiore, Settima Mansione, Capitolo 1

27 febbraio 2015

Grazie sublimi di cui Dio favorisce le anime che sono entrate nelle settime mansioni – Differenza fra anima e spirito, benché siano un tutt’uno – Si tratta di cose che meritano attenzione

santa-tereza-avila[1]

1 – Dopo quello che si è detto di questo cammino spirituale, vi parrà, sorelle, che non vi sia più nulla d’aggiungere. Ma è stoltezza pensarlo, perché se le grandezze di Dio non hanno limiti, non ne hanno neppure le sue opere. Chi può finire di raccontare le sue misericordie e le sue magnificenze?

Nessuno certamente. Perciò, non solo non dovete meravigliarvi di ciò che si è detto, ma neppure di quanto si dirà, non essendo infine che un punto rispetto al molto che di Dio si può dire.

È già una sua grande misericordia l’aver comunicato queste cose a persone da cui possiamo saperle, perché così, conoscendo meglio le sue comunicazioni con le creature, meglio lodiamo la sua grandezza, e ci sforziamo di tenere in gran conto le anime con le quali Egli tanto si diletta.

Anche noi abbiamo un’anima, fatta ad immagine e a similitudine di Dio, ma non sappiamo apprezzarla come si merita, per cui non conosciamo i grandi segreti che sono in essa. Piaccia a Dio – se ciò gli è di gloria – di muovere la mia penna e d’insegnarmi il modo di farvi intendere qualche cosa del molto che vi è ancora da dire, e che Dio disvela alle anime da Lui introdotte in questa mansione.

A questo scopo io ho già molto pregato. Mio intento, come Dio sa, è di mettere in luce le sue misericordie, affinché il suo nome sia maggiormente lodato e benedetto. E spero che Egli mi esaudisca, non pe me, ma per voi, affinché intendiate quanto importi che non sia per vostra colpa che lo Sposo lasci di celebrare con voi questo matrimonio spirituale, fonte d’immensi vantaggi.

2 – Gran Dio! Misera come sono, mi vien da tremare nel parlare di un soggetto che merito così poco d’intendere. Mi sento tutta confondere, e penso se non sia meglio trattare di questa mansione in poche parole. Mi sembra che si debba supporre che io me ne intenda per esperienza, e ciò, conoscendomi chi sono, mi è d’indicibile vergogna e terrore.

D’altra parte mi sembra che non farlo sia tentazione e debolezza. E così mi arrendo, nonostante i giudizi che ne possiate fare. Purché il mio Dio sia lodato e conosciuto un po’ di più, mi gridi pur dietro tutto il mondo! … Senza poi dire che quando questo scritto verrà alla luce, può essere che io sia morta.

Sia benedetto Colui che vive e vivrà per tutti i secoli! Amen.

3 – Quando nostro Signore si degna d’aver pietà di quanto patisce ed ha patito per il desiderio di Lui quest’anima che Egli spiritualmente ha già accettato in sua sposa, la introduce, prima che il matrimonio spirituale si consumi, nella sua stessa mansione, che è questa settima di cui parliamo.

In quella guisa che Dio ha la sua dimora nel cielo, così deve averla nell’anima, per abitarvi da solo come in un secondo cielo.

Importa molto, sorelle, che ci guardiamo dal credere che la nostra anima sia un qualche cosa di oscuro. Ordinariamente, siccome non vediamo altra luce fuor di quella che colpisce i nostri occhi, ci figuriamo che nel nostro interno non ve ne sia alcuna e che nella nostra anima regni una specie di oscurità.

Così è per le anime che non sono in grazia; ma ciò, non per difetto del Sole di Giustizia che é ancora in loro come datore dell’essere, ma perché esse non sono capaci di ricevere la sua luce, come mi pare di aver detto nella prima mansione, riferendomi a ciò che ne aveva inteso una certa persona.

Queste anime sventurate si trovano come in una oscura prigione, con le mani e i piedi legati, incapaci di qualsiasi azione che sia loro di merito, cieche e mute.

Compiangiamole ché ne abbiamo ragione, pensando che anche noi ci siam forse trovate nelle medesime condizioni, e che Dio può aver misericordia anche di loro.

4 – Abbiamone gran cura e non trascuriamo mai di supplicarne il Signore. Pregare per coloro che sono in peccato mortale è una grandissima elemosina, maggiore di quella che si possa fare nella supposizione seguente.

Ecco un cristiano che ha le mani legate dietro le spalle con una grossa catena, e stretto a un palo. Sta languendo di fame, non già perché gli manchino gli alimenti, ché anzi ne ha vicini di squisitissimi, ma perché non può prenderli né portarli alla bocca.

Anzi, ne ha una nausea profonda, e sta ormai per morire, non di morte temporale, ma eterna. Ora, non sarebbe una crudeltà fermarsi a guardarlo senza mettergli in bocca alcun cibo?

Che dire invece se per le vostre preghiere gli venissero tolte le catene? Ma già voi mi capite… Perciò vi scongiuro per amor di Dio di non mai dimenticarvi nelle vostre preghiere di queste povere anime!…

5 – Ma non è di loro che intendiamo parlare, bensì di quelle che per misericordia di Dio han fatto penitenza dei peccati commessi, e ora sono in grazia.

Possiamo considerare ognuna di queste anime non già come una cosa stretta e limitata, ma come un mondo interiore, suddiviso in tante e meravigliose mansioni. Ed è giusto che sia così, perché in esse ha sua stanza il Signore.

Ora, quando Sua Maestà si compiace di accordare a un’anima la grazia di questo divino matrimonio, comincia con introdurla nella sua stessa mansione, ma non come le altre volte quando la favoriva di rapimenti.

Benché Dio unisca l’anima a sé anche con i rapimenti e con quell’orazione che abbiamo detto di unione, tuttavia queste cose non sembra che invitino l’anima ad entrare nel suo centro, come avviene in questa mansione, ma soltanto a salire nella sua parte superiore. Comunque, il modo poco importa.

Quello che vale è che il Signore unisce l’anima a sé, rendendola cieca e muta, come S. Paolo al momento della conversione, e impedendole di conoscere la grazia che gode e come la gode.

La gran gioia che allora l’anima sperimenta è solo in quanto si vede vicina a Dio, mentre quando Egli la unisce a sé, non intende nulla perché le potenze si perdono.

6 – Ma qui la cosa è diversa. Il nostro buon Dio vuol levarle le squame dagli occhi, affinché veda ed intenda qualche cosa della grazia che sta per farle, e ciò in un modo assai strano.

Una volta introdotta in questa mansione, le si scoprono, in visione intellettuale, le tre Persone della santissima Trinità, come in una rappresentazione della verità, in mezzo a un incendio, simile a una nube risplendentissima che viene al suo spirito. Le tre Persone si vedono distintamente, e l’anima, per una nozione ammirabile di cui viene favorita, conosce con certezza assoluta che tutte e tre sono una sola sostanza, una sola potenza, una sola sapienza, un solo Dio.

Ciò che crediamo per fede, ella lo conosce quasi per vista, benché non con gli occhi del corpo né con quelli dell’anima, non essendo visione immaginaria.

Qui le tre Persone si comunicano con lei, le parlano e le fanno intendere le parole con cui il Signore disse nel Vangelo che Egli col Padre e con lo Spirito Santo scende ad abitare nell’anima che lo ama ed osserva i suoi comandamenti.

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Liturgia del giorno: Audio Salmo 129(130)

27 febbraio 2015

Se consideri le colpe, Signore, chi ti può resistere?

 

[1] Canto delle ascensioni.
Dal profondo a te grido, o Signore;

[2] Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia preghiera.

[3] Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi potrà sussistere?

[4] Ma presso di te è il perdono:
e avremo il tuo timore.

[5] Io spero nel Signore,
l’anima mia spera nella sua parola.

[6] L’anima mia attende il Signore
più che le sentinelle l’aurora.

[7] Israele attenda il Signore,
perché presso il Signore è la misericordia
e grande presso di lui la redenzione.

[8] Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe.

 

Premere qui per ascoltarlo.

 

Dal profondo a te grido, o Signore

 

Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.

 

 

 

 

Non eluderò la croce

 

 

 

Cristo Signore,

hai molti che amano il tuo regno,
ma pochi che si preoccupano
di portare la tua croce.

Molti desiderano la tua gioia,
ma pochi le tue sofferenze.

Molti si siedono a tavola con te:
tutti bramano di godere,
pochi vogliono patire qualcosa per te.

Molti ti seguono fino alla frazione del pane,
ma pochi sino a bere il calice della passione.

Molti ammirano i tuoi miracoli,
pochi ti seguono nell’ignominia della croce.

Molti ti amano,
quando non sono toccati dalle sventure.

Molti ti lodano e ti benedicono
finché ricevono consolazioni da te.
Ma se ti nascondi
e per un istante si trovano soli,
eccoli in pianto
e in un profondo scoraggiamento.

Cristo Signore,
non eluderò la tua croce!

 

Dall’«Imitazione di Cristo»

 

 

Vangelo (Mt 5,43-48) del giorno dalle letture della Messa (Sabato 28 Febbraio 2015) con commento comunitario

27 febbraio 2015

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,43-48)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Questo è il Vangelo del 28 Febbraio, quello del 27 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto

San Gabriele dell’Addolorata. Messaggio di San Giovanni Paolo II ai giovani dinanzi al Santuario di San Gabriele

27 febbraio 2015

 VISITA PASTORALE IN ABBRUZZO

 Teramo – Domenica, 30 giugno 1985

 

Carissimi giovani d’Abruzzo e Molise!

1 Sono veramente lieto di incontrarmi con voi presso questo suggestivo Santuario di San Gabriele dell’Addolorata, ai piedi del Gran Sasso d’Italia, che con la sua ardita impennata invita non solo a compiere escursioni turistiche, ma anche ascensioni spirituali. Già il 30 agosto del 1980 ebbi modo di ammirare il versante aquilano di questo stupendo massiccio dell’Appennino, in occasione del mio incontro con i lavoratori addetti alla monumentale opera del traforo. Ho appreso con piacere che essa oggi è una felice realtà, destinata ad unire sempre di più le genti d’Abruzzo e Molise e a favorire reciproca conoscenza e utili scambi culturali, sociali ed economici.

Esprimo il mio cordiale saluto a tutti voi, cari giovani, ragazzi e ragazze, e vi ringrazio per la vostra presenza così numerosa ed entusiastica. Saluto in particolare il Vescovo diocesano, Monsignor Abele Conigli; il Preposito Generale dei Passionisti, Padre Paul Boyle; e il Commissario Prefettizio di Isola del Gran Sasso: ad essi va la mia più viva gratitudine per il gentile invito rivoltomi e per la calorosa accoglienza, ben degna del senso di ospitalità proprio del popolo abruzzese.

Le ricorrenze del primo centenario della venuta di San Gabriele in Abruzzo e del 25° della sua proclamazione a Patrono principale dell’Abruzzo e del Molise hanno offerto, cari giovani, a voi e a me l’occasione propizia per visitare questo santuario e per venerare le sacre spoglie del “Santo del sorriso”. Questo pellegrinaggio vi ha raccolti da ogni parte delle due Regioni, in rappresentanza dei movimenti ecclesiali giovanili, appartenenti all’Azione cattolica, Comunione e Liberazione, Agesci, Neo-catecumenato, Gen, Cursillos e altri gruppi. Sono venuto per voi; per vedervi, per parlarvi, per guardarvi negli occhi, come faceva Gesù (cf. Mc 10, 20); sono venuto per affidarvi una parola particolare, in questo Anno Internazionale della Gioventù, che vi sia di stimolo a vivere sempre più profondamente le esigenze del Vangelo, nella splendida luce dell’esempio di un giovane, più o meno della vostra età, San Gabriele dell’Addolorata.

2 Il primo sentimento che nasce nel mio cuore è quello della gioia, come ho già accennato. La gioia cristiana fu la nota caratteristica di San Gabriele, il quale, pur nella continua meditazione della Passione di Nostro Signore e della Beata Vergine Addolorata, ne visse in profondità ogni interiore risonanza, e ne fece oggetto di conversione e di corrispondenza epistolare. Le fonti storico-biografiche affermano che: “Aveva sortito da natura un carattere molto vivace, soave, gioviale, insinuante, insieme risoluto e generoso, e aveva un cuore sensibilissimo e pieno d’affetto . . . di parola pronta, propria, arguta, facile e piena di grazia, che colpiva e metteva in attenzione” (Fonti storico-biografiche, pp. 24-25). Scriveva ai familiari: “La contentezza e la gioia che io provo entro queste sacre mura è quasi indicibile”; “piena di contenuto è la mia vita”; “la mia vita è un continuo godere”; e ancora: “vivo contento d’essermi ritirato in questa santa religione” (Scritti, p. 185, 192, 206, 322).

A questo livello si innalza la gioia cristiana, ogniqualvolta si intraprende un effettivo cammino di fede, di speranza e di carità autenticamente evangeliche. Anche voi, cari giovani abruzzesi e molisani, sulla scia di così luminoso esempio che incessantemente si irradia da questo Santuario, siete invitati a riscoprire le radici profonde della gioia, cioè della buona novella recata sulla terra dalla venuta di Gesù: “Non temete, ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo” (Lc 2, 10). Abbiate sempre più chiara coscienza di questa realtà interiore che contraddistingue ogni seguace di Cristo, chiamato a viverla intensamente e a proclamarla come espressione della nuova alleanza, suggellata dal sangue dell’Agnello e come segno pasquale della risurrezione e dell’Alleluia.

Diffondetela negli ambienti dove vivete o svolgete le vostre attività: nella famiglia, nella scuola, nei posti di lavoro, di gioco e di divertimento; comunicatela soprattutto alle persone sole, anziane, ammalate o emarginate dalla società; a quelle assorbite dalla routine del tran-tran quotidiano; a quelle che invano la cercano dove essa non è: nei micidiali surrogati della droga e dell’alcool; o nel fatale e vuoto ricorso al consumismo e al disimpegno; e soprattutto a quelle che dovessero lasciarsi suggestionare dalle deplorevoli iniziative ispirate in qualunque modo alla violenza o alla mancanza di rispetto per la persona altrui. A tutti questi fratelli e sorelle, che, in un modo o nell’altro, consapevolmente o inconsapevolmente, attendono una vostra parola, un vostro sorriso e la vostra amicizia, non fate mancare la vostra presenza, non rifiutate di mostrare la vostra gioia, le ragioni della vostra speranza.

3 Certamente conoscerete la vita di San Gabriele: nato ad Assisi nel 1838 nell’illustre famiglia del Governatore dello Stato Pontificio, Sante Possenti, ricevette nel Battesimo il nome di Francesco. A 18 anni entrò a far parte della famiglia Passionista, compiendo il noviziato a Morrovalle. Nel luglio del 1859 giunse con i suoi confratelli ad Isola del Gran Sasso, ultima tappa del suo peregrinare: qui infatti morì il 27 febbraio del 1862, all’età di 24 anni. Come vedete, non ci fu niente di eccezionale esternamente, ma quanta ricchezza interiore vibrò nel suo animo sensibile e generoso, e quale totale dono di sé egli seppe fare a Dio e alla Vergine, nell’assoluta fedeltà alla Regola e allo spirito di orazione e di penitenza!

In conformità al carisma proprio della Congregazione della Passione di Gesù Cristo, egli trovò il segreto della sua perfezione nella meditazione del Cristo crocifisso e della madre sua Addolorata ai piedi della Croce. Alla scuola di Gesù e di Maria, egli seppe raggiungere nel breve spazio di pochi anni le vette più alte della perfezione con slancio davvero mirabile: “ad Iesum per Mariam!”.

Egli si pose come grano, destinato a morire per portare frutto (Gv 24, 12), nel solco fecondo della Croce di Cristo per recare il suo contributo all’azione salvifica che ivi si attua ogni giorno fino alla fine del mondo. Nella Croce egli percepì l’incontro salvifico della colpa con l’innocenza, della cattiveria con la bontà, dell’odio con l’amore, della morte con la vita; nella croce seppe ravvisare la composizione della giustizia con la misericordia, del dolore con la speranza, della gioia col sacrificio. A Colei che egli contemplava ai piedi della croce, non cessava di ripetere: “Il mio paradiso sono i tuoi dolori, o Madre mia” (Fonti storico-biografiche, p. 136).

4 Carissimi giovani, San Gabriele, vostro coetaneo, oggi vi ricorda che, se volete essere veramente cristiani, non potete rifiutarvi di partecipare alla Passione del Signore e di portare dietro a lui la vostra croce: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà” (Lc 9, 23-24).

È questa la legge dell’ascetica cristiana, ribadita, peraltro, anche dalla sapienza umana: “Per crucem ad lucem”; “per angusta ad augusta”. E lo stesso sommo poeta Dante Alighieri significativamente ammoniva: “. . . seggendo in piuma / In fama non si vien, né sotto coltre” (Dante Alighieri, La Divina Commedia, “Inferno”, XXIV, 47-48).

Se la vita viene svuotata della croce non ha più senso, sapore e valore. Chi tentasse di chiudere le pagine del Vangelo che documentano il tragico epilogo della vita terrena di Gesù, vagheggiando un Vangelo più facile, più comodo, più conforme ad un modo accomodante della vita, ridurrebbe il Vangelo di Gesù a un documento del passato, a una parola inerte, a un racconto senza vita e senza capacità di salvezza. Il Signore ha salvato il mondo con la Croce: ha ridato all’umanità la speranza e il diritto alla vita con la sua morte. Non si può onorare Cristo, se non lo si riconosce come Salvatore, se non si riconosce il mistero della sua santa croce. È tutto qui il nucleo del messaggio vissuto da San Gabriele dell’Addolorata e raccomandato ai giovani.

5 Carissimi, ricordatevi sempre che anche voi collaborerete alla redenzione del mondo, se saprete trasformare in energia morale le immancabili difficoltà inerenti alle vostre specifiche situazioni esistenziali; se saprete portare la croce, se saprete cioè affrontare la vita con coraggio, senza mollezze e senza viltà; se saprete comprendere il dolore altrui ed essere dei buoni samaritani verso i fratelli che incontrerete lungo la via della vostra vicenda umana; se saprete finalmente stabilire col Cristo una profonda comunione affettiva ed effettiva.

Accogliete con generosità questa consegna che ogni viene deposta nelle vostre mani e traducetela in pratica con quell’entusiasmo di cui voi siete capaci. In questo modo riuscirete a fugare le incertezze e i timori che non mancano di affacciarsi sull’orizzonte, e sarete davvero i portatori di una nuova civiltà, nella quale si realizzino la giustizia, la verità, la solidarietà e l’amore.

A vent’anni dalla fine del Concilio Vaticano II vi ripeto con gli stessi caldi accenti di quella grande assise ecumenica: “La Chiesa vi guarda con fiducia e amore . . . Anche voi guardatela, e ritroverete in essa il volto di Cristo, il vero eroe, umile e saggio, il profeta della verità e dell’amore, il compagno e amico dei giovani” (Padri Conciliari, Nuntius quibusdam hominibus ordinibus, Oecumenicae Synodi tempore exeunte, missus: “Ad iuvenes”, 8 dicembre 1965: AAS 58 [1966] 18).

6 Un’ultima esortazione desidero rivolgervi. La riassumo in una sola parola: coerenza. Siate coerenti con la vostra vocazione e con la fede cristiana.

La fede è un dono da custodire, ma non in maniera intimistica e individualistica. La fede pervade le profondità del cuore, lo riempie in misura esuberante, e perciò si effonde nelle azioni. All’essere cristiani deve conseguentemente far riscontro il vivere da cristiani.

Siate fieri di professarvi apertamente per quel che siete. Siate lieti di testimoniare con la condotta i valori morali contenuti nella Legge di Dio, specialmente quelli che una mentalità corrente tende ad offuscare, quali, per esempio, la purezza, l’onestà del costume, la santità del matrimonio e della famiglia. Ricordate la parola del Signore: “Chi mi riconoscerà davanti agli uomini anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Mt 10, 32).

Ogni battezzato deve essere un apostolo, cioè un inviato a trasmettere ovunque la luce del Vangelo, a portare in ogni dimensione della vita l’animazione del fermento cristiano.

Miei giovani amici! Il mondo dei vostri coetanei, il campo della cultura e dell’arte, il settore della vita civica e la politica, come ogni ambiente dell’attività umana, non possono essere estranei al vostro impegno di apostolato. Dico dell’apostolato individuale e di quello associativo. Ricordatelo sempre: dal vostro impegno dipende in gran parte il progresso della civiltà e della cultura dell’amore, di cui ha immenso bisogno la vostra epoca.

A ciò vi sia di sostegno e di conforto la mia speciale Benedizione Apostolica che ora, invocando l’intercessione di San Gabriele, imparto di cuore a voi tutti e ai vostri amici.

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Pensiero del giorno: Dalla Lettura Breve, Sir 1, 23-29, Lodi

27 febbraio 2015

Se desideri la sapienza, osserva i comandamenti; allora il Signore te la concederà. Il timore del Signore è sapienza e istruzione, si compiace della fiducia e della mansuetudine. Non essere disobbediente al timore del Signore e non avvicinarti ad esso con doppiezza di cuore. Non essere finto davanti agli uomini e controlla le tue parole. Non esaltarti per non cadere e per non attirarti il disonore; il Signore svelerà i tuoi segreti e ti umilierà davanti all’assemblea, perché non hai ricercato il timore del Signore e il tuo cuore è pieno di inganno.

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Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

26 febbraio 2015

Madonna di Lourdes

26 febbraio

La Pasqua di Bernardetta

 

Nostra Signora di Lourdes, prega per noi.

Per ogni cristiano la Pasqua è il passaggio dalla schiavitù del peccato alla libertà della vita.

E la Pasqua più significativa e solenne è il passaggio dalla morte alla vita, dalla terra al Cielo. Ormai si avvicinava questo passaggio anche per Bernardetta.

Durante la settimana santa del 1879 si aggrava. I dolori non sono più controllabili, non riesce più né a dormire né a mangiare. Notte e giorno è un gemito continuo. Chiede perdono a tutti, con un filo di voce. L’asma le squassa il petto e sempre più frequenti e copiosi si fanno gli sbocchi di sangue. Con delicatezza, per darle qualche sollievo, le infermiere la portano dal letto alla poltrona, ma anche questo costituisce una grande sofferenza acutizzata dal più piccolo movimento. Bernardetta vorrebbe nascondere il dolore, come ha fatto sempre, ma ormai non ci riesce più. Spesso sussurra: “Dio mio, datemi la pazienza…”. Il lunedì di Pasqua entra in agonia e diventano più forti anche le tentazioni visto che ogni tanto dice con dolore: “Và via, Satana!”.

Il martedì riceve ancora la comunione ed ha una forte crisi respiratoria. La suora che l’assiste le suggerisce di fare il sacrificio della sua vita a Dio. Bernardetta con un soffio risponde subito, sorridendo: “Quale sacrificio! Non è un sacrificio abbandonare finalmente una povera vita nella quale si incontrano tante tribolazioni, per appartenere a Dio!”. Non ce la fa più e aggiunge: “Ha davvero ragione l’Imitazione di Cristo: non bisogna aspettare l’ultimo momento per servire Dio: si è capaci di fare così poco!”.

Dopo aver passato una notte di intensa sofferenza, il mattino dopo, verso le 11 e mezzo, chiede di essere sollevata. Dal letto la portano sulla poltrona vicino al fuoco, di fronte al suo Crocifisso, mentre, solo con le labbra, invoca il nome di Gesù.

Poi desidera poter stringere a sé il Crocifisso e mormora: “Gesù mio, quanto vi amo!”. Infine si rasserena, alza lo sguardo e i suoi occhi cominciano a brillare. Con una rinnovata forza ripete: “Dio mio, vi amo con tutto il cuore, con tutta la mia anima, con tutte le mie forze”. Bacia poi, lentamente, le piaghe di Gesù e aggiunge: “Santa Maria, Madre di Dio, pregate per me, povera peccatrice, povera peccatrice…”. Fa allora un segno di croce, lento, calmo, ampio come l’Immacolata le aveva insegnato e poi, inclinando la testa, muore. Erano le 15 e un quarto del 16 aprile 1879. Bernardetta aveva trentacinque anni.

Impegno: Offriamo il Rosario di oggi per tutti gli agonizzanti perché possano sentire vicino a loro la presenza confortatrice di Gesù e di Maria.

Santa Bernardetta, prega per noi.

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Liturgia del giorno: Audio Salmo 138(137)

26 febbraio 2015

Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto.

 

[1] Di Davide.
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
A te voglio cantare davanti agli angeli,

[2] mi prostro verso il tuo tempio santo.
Rendo grazie al tuo nome
per la tua fedeltà e la tua misericordia:
hai reso la tua promessa più grande di ogni fama.

[3] Nel giorno in cui t’ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.

[4] Ti loderanno, Signore, tutti i re della terra
quando udranno le parole della tua bocca.

[5] Canteranno le vie del Signore,
perché grande è la gloria del Signore;

[6] eccelso è il Signore e guarda verso l’umile
ma al superbo volge lo sguardo da lontano.

[7] Se cammino in mezzo alla sventura
tu mi ridoni vita;
contro l’ira dei miei nemici stendi la mano
e la tua destra mi salva.

[8] Il Signore completerà per me l’opera sua.
Signore, la tua bontà dura per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani.

 

Premere qui per ascoltarlo.

 

 

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: hai ascoltato le parole della mia bocca. A te voglio cantare davanti agli angeli, mi prostro verso il tuo tempio santo.

 

 

«Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto.

 

 

 

Dio Mi parla

Tu parli in me
nel linguaggio semplice e sereno
della mia profonda esistenza.

Ma
mi rifiuto di ascoltarTi.

Perché
non usi il linguaggio dei miei poveri desideri,
delle mie tristi soddisfazioni,
della felicità che spero?

Tu Ti ostini a interpellarmi
traverso gli avvenimenti della mia vita,
attraverso disagi e fallimenti e soprattutto
attraverso tutti i miei poveri tentativi
di fare a meno di Te.

Non è che in fondo alla mia miseria,
isolato nella mia sofferenza,
annientato dall’impotenza,
che mi abituo alla Tua voce.

A poco a poco essa mi penetra,
si infiltra, mi lavora.

Allora la vita
ricomincia a circolare in me.
Io so di nuovo chi sono
e non mi arrischio più
a chiederTi chi sei

perché
so bene che Tu sei
IL MIO SIGNORE.

Anonimo

 

Vangelo (Mt 5,20-26) del giorno dalle letture della Messa (Venerdì 27 Febbraio 2015) con commento comunitario

26 febbraio 2015

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,20-26)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: Stupido, dovrà essere sottoposto al sinèdrio; e chi gli dice: Pazzo, sarà destinato al fuoco della Geènna. Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!».

Questo è il Vangelo del 27 Febbraio, quello del 26 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto

Santa Paola di S. Giuseppe di Calasanzio (Paola Montal y Fornes). Omelia di Sua Santità Giovanni Paolo II

26 febbraio 2015

CAPPELLA PAPALE PER LA CANONIZZAZIONE DEI BEATI

Domenica, 25 novembre 2001

 

 

1 “C’era una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei” (Lc 23,38).

Quella scritta, che Pilato aveva fatto porre sulla croce (cfr Gv 19,19), contiene al tempo stesso il motivo della condanna e la verità sulla persona di Cristo. Gesù è re – Lui stesso lo ha affermato -, ma il suo regno non è di questo mondo (cfr Gv 18,36-37). Davanti a Lui, l’umanità si divide: chi lo disprezza per il suo apparente fallimento, e chi lo riconosce come il Cristo, “immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura” (Col 1,15), secondo l’espressione dell’apostolo Paolo nella Lettera ai Colossesi, che abbiamo ascoltato.

Dinanzi alla croce di Cristo si spalanca, in un certo senso, la grande scena del mondo e si compie il dramma della storia personale e collettiva. Sotto lo sguardo di Dio, che nel Figlio Unigenito immolato per noi si è fatto misura di ogni persona, di ogni istituzione, di ogni civiltà, ciascuno è chiamato a decidersi.

2 Dinanzi al divin Re crocifisso si sono presentati anche coloro che poc’anzi sono stati proclamati Santi:Giuseppe Marello,Paula Montal Fornés de San José de CalasanzLéonie Françoise de Sales Aviat e Maria Crescentia Höss. Ognuno di loro si è affidato alla sua misteriosa regalità, proclamando con tutta la propria vita: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (Lc 23,42). E, in modo assolutamente personale, ciascuno di loro ha ricevuto dal Re immortale la risposta: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23,43).

Oggi! Quell'”oggi” appartiene al tempo di Dio, al disegno di salvezza, di cui parla san Paolo nella Lettera ai Romani: “Quelli che [Dio] da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati… chiamati…giustificati…glorificati”(Rm 8,29-30). Quell'”oggi” contiene anche il momento storico dell’odierna canonizzazione, in cui questi quattro esemplari testimoni di vita evangelica sono elevati alla gloria degli altari.

3 “Piacque a Dio di fare abitare in [Cristo]ogni pienezza” (Col1,19). Di tale pienezza fu reso partecipe san Giuseppe Marello, come sacerdote del clero di Asti e come vescovo della diocesi di Acqui. Pienezza di grazia, fomentata in lui dall’intensa devozione a Maria santissima; pienezza del sacerdozio, che Dio gli conferì come dono ed impegno; pienezza di santità, che egli attinse conformandosi a Cristo, Buon Pastore. Mons. Marello si formò nel periodo aureo della santità piemontese, quando, in mezzo a molteplici forme di ostilità contro la Chiesa e la fede cattolica, fiorirono campioni dello spirito e della carità, quali il Cottolengo, il Cafasso, Don Bosco, il Murialdo e l’Allamano. Giovane buono e intelligente, appassionato della cultura e dell’impegno civile, il nostro Santo trovò solo in Cristo la sintesi di ogni ideale e a Lui si consacrò nel Sacerdozio. “Fare gli interessi di Gesù” fu il motto della sua vita, e per questo si rispecchiò totalmente in san Giuseppe, lo sposo di Maria, il “custode del Redentore”. Di san Giuseppe lo attrasse fortemente il servizio nascosto, nutrito di profonda interiorità. Questo stile egli seppe trasfondere negli Oblati di San Giuseppe, la Congregazione religiosa da lui fondata. Ad essi amava ripetere: “Siate straordinari nelle cose ordinarie” e aggiungeva: “Siate certosini in casa e apostoli fuori casa”. Della sua robusta personalità, il Signore volle servirsi per la sua Chiesa, chiamandolo all’Episcopato nella Diocesi di Acqui, dove, in pochi anni, spese per il gregge tutte le sue energie, lasciando un’impronta che il tempo non ha cancellato.

4 “In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso”(Lc 23, 43). Nel paradiso, nella pienezza del Regno di Dio, fu accolta Santa Paula Montal Fornés de San José de Calasanz, fondatrice dell’Istituto delle Figlie di Maria, Religiose Scolopie, dopo una vita di santità. Prima nella sua città natale, Arenys del Mar, impegnata in diverse attività apostoliche e addentrandosi, con la preghiere e la pietà sincera, nei misteri di Dio; poi, come fondatrice di una famiglia religiosa, ispirandosi al motto “pietà e lettere”, si dedicò alla promozione della donna e della famiglia con il suo ideale di “Salvare la famiglia, educando le bambine nel santo timore di Dio”; alla fine diede prova dell’autenticità, del coraggio e della tenerezza del suo spirito, uno spirito modellato da Dio, durante i trent’anni di vita ritirata a Olesa de Montserrat.

La nuova Santa appartiene a quel gruppo di fondatori di istituti religiosi che nel XIX secolo andarono incontro alle molte necessità che allora si presentavano e alle quali la Chiesa, nella prospettiva del Vangelo e secondo i suggerimenti dello Spirito, doveva rispondere per il bene della società. Il messaggio di Santa Paula continua a essere attuale e il suo carisma educativo è fonte di ispirazione per la formazione delle generazioni dl terzo millennio cristiano.

5 Il disegno benevolo del Padre che “ci fa entrare nel regno del suo Figlio prediletto”, trova in San Françoise-de-Sales Aviat una splendida realizzazione:  ella ha vissuto fino alla fine il dono di se stessa. Al centro del suo impegno e del suo apostolato, suor Françoise-de-Sales mise la preghiera e l’unione con Dio, dove trovò luce e forza per superare le prove e le difficoltà, e fino alla fine della sua esistenza perseverò in quella vita di fede, desiderando lasciarsi guidare dal Signore:  “O mio Dio, che la mia felicità sia di sacrificarti tutte le mie volontà, tutti i miei desideri!”. La risoluzione che caratterizzò bene Madre Aviat, “Dimenticarmi completamente” è anche per noi un invito ad andare contro corrente rispetto all’egoismo e ai piaceri facili, e ad aprirci alle necessità sociali e spirituali del nostro tempo. Care Sorelle Oblate di San Francesco di Sales, sull’esempio della vostra fondatrice, in comunione profonda con la Chiesa, laddove Dio vi ha poste siate ben determinate a ricevere le grazie presenti e ad approfittarne, poiché è in Dio che si trovano la luce e l’aiuto necessari in ogni circostanza! Confidando nella potente intercessione della nuova Santa, accogliete nella gioia l’invito a vivere, in una fedeltà rinnovata, le intuizioni che lei ha così perfettamente vissuto.

6 Rendere onore a Cristo, il Re:  questo desiderio ha animato santa Maria Crescentia Hössfin dall’infanzia. Al suo servizio mise le sue capacità. Dio le aveva donato una bella voce. Già da ragazza poté cantare nel coro come solista non per far bella mostra di sé, ma per cantare e suonare per Cristo Re.

Mise anche le sue conoscenze a servizio del Signore. Questa francescana fu una consigliera molto richiesta. Le persone si accalcavano davanti alle porte del convento:  oltre a uomini e donne semplici, c’erano principi e imperatrici, sacerdoti e religiosi, abati e Vescovi. Divenne così una specie di “levatrice” che tentava di far partorire la verità nel cuore di chiedeva consiglio.

Tuttavia, neanche a lei fu risparmiato il dolore. Il “Mobbing” esisteva già a quel tempo. Sopportò gli intriganti presenti nella sua comunità senza mai mettere in dubbio la propria vocazione.

L’ampio respiro della passione fece maturare in lei la virtù della pazienza. Riuscì a divenire Superiora: dirigere spiritualmente per lei significava servire. Aveva un atteggiamento generoso verso i poveri, materno verso le consorelle e sensibile verso quanti avevano bisogno di una parola buona. Santa Crescentia ha amato il significato del Regno di Cristo:  “Ogni volta che avete fatto queste cosa a uno dei miei fratelli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40)

7 “Ringraziamo con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce” (Col1,12). Mai come in questi momenti trovano eco in noi queste parole di san Paolo! Veramente la comunione dei santi ci fa pregustare il Regno celeste e, al tempo stesso, ci spinge, sul loro esempio, a costruirlo nel mondo e nella storia.

Oportet illum regnare“, “Bisogna che egli regni” (1 Cor 15,25), scriveva l’Apostolo, riferendosi a Cristo.

Oportet illum regnare” ci ripetete, con la vostra testimonianza, voi, san Giuseppe Marello, santa Paula Montal Fornès de San Josè de Calasanz, santa Lèonie de Sales Aviat e santa Maria Crescentia Hoss! Il vostro esempio ci stimoli a una più viva contemplazione di Cristo Re, crocifisso e risorto. Il vostro sostegno ci aiuti a camminare fedelmente sulle orme del Redentore, per condividere un giorno, insieme a voi, insieme a Maria e a tutti i santi, l’eterna sua gloria in paradiso. Amen!

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Preghiera del mattino: Quando è Gesù a chiamare

26 febbraio 2015

Tu mi hai chiamato per nome , Signore ,

e mi hai liberato dalle catene che

mi opprimevano il cuore ,

mi hai condotto a svolgere

una missione per me e per gli altri

e perciò ti ringrazio,

poichè Tu non guardi le mie colpe e i miei difetti ,

ma vai  oltre ,

Tu scruti la purezza del mio cuore ,

mi leggi nell’intimo ,

mi conosci già da quando

ero nel grembo di mia madre e

non ero ancora formato.

Io non posso sapere

quale sia il tuo progetto su di me

ma lo posso intuire ,

Tu mi sei sempre dinanzi e

mi accompagni non in ogni momento della mia giornata,

ma per tutto il corso della mia vita.

Grazie Signore Gesù

(Ritiro21/2/ 15)

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Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

25 febbraio 2015

Madonna di Lourdes

25 febbraio

 Affinamento spirituale nel dolore

 

Nostra Signora di Lourdes, prega per noi.

La sofferenza di Bernardetta, però, non era solo fisica. Non era mai stata solo così. Lei stessa diceva, infatti, che tutte le sofferenze fisiche erano “uno scherzo” se paragonate a quelle intime, dello spirito e del cuore. La sua salute, intanto, peggiora sempre di più e il 3 giugno del 1873 riceve per la terza volta l’Unzione degli infermi. Sollevata da ogni incarico, sente che questo diventa una croce in più: “Non vogliono più saperne di me”, dice. Comincia a soffrire la solitudine del cuore, l’abbandono. A poco a poco, però, sembra diventare come “indifferente” ad ogni occupazione, ad ogni osservazione, anche ai rimproveri che non le mancano mai. Ella cerca di vedere sempre e comunque solo la Volontà di Dio in tutto e in tutti.

Scriverà: “Più il povero ti ripugna e più bisogna amarlo. Bisogna accettare la malattia come una carezza. Non lasciarsi mai andare allo scoraggiamento”.

Ma si sente sempre più inutile, sempre più “di peso” alla comunità. Spesso dice: “Io qui svolgo solo il compito di malata”. E nelle sue lettere riconosce di essere ormai diventata “una vecchia carcassa”. È costretta a mettersi definitivamente a letto e il letto diventa la sua “bianca cappella”. “Mi unisco a tutte le Messe, soprattutto durante le notti che talvolta passo insonni. Non posso che pregare e soffrire: l’orazione è la mia sola arma. Anche in Cielo pregherò, e la mia preghiera sarà più forte che mai!”. Il tumore del ginocchio gonfio non le dà tregua. Spesso non basta un’ora per trovarle una posizione che le dia sollievo. L’asma le dilania il petto e ascessi si formano anche nel canale uditivo fino procurarle un sordità parziale. Lei si sente come sconfitta dal male. Ma, ancora più terribili, tra questi tormenti fisici, si insinuano i dubbi… Una profonda notte interiore trasforma i suoi ultimi giorni in un supplizio: “Dove sei, Signore? Come mi sembra lontana la fine di questo tunnel!”. Quante prove intime! Ad una consorella confessa: “È molto doloroso non poter respirare. Ma è molto più terribile essere torturati dalle sofferenze interiori… È terribile!”.

Bernardetta sperimenta l’agonia di Gesù nell’orto del Getsemani: l’ora più dura della Passione! Ma l’amore porta al sacrificio: “Non più la mia volontà, Madre mia, – scrive Bernardetta nelle sue note intime – non più la mia volontà, ma la vostra che è sempre quella di Gesù. O Maria, mia dolce Madre, ecco qui la vostra figlia affranta. Voi conoscete i miei bisogni, soprattutto quelli spirituali. Abbiate pietà di me e fate che io sia un giorno con voi in Cielo: là è la mia patria! Là troverò voi, mia buona Madre, in tutto lo splendore della gloria e con voi godrò in perfetta sicurezza la felicità di Gesù stesso! Durante le pene fisiche e morali una sposa di Cristo non deve proferire che queste parole: “Sì, Dio mio, sì, senza se e senza ma!”. Alle novizie andate a trovarla diceva mostrando l’immagine di un piccolo ostensorio attaccato alle cortine del letto: “Ecco… quando più penosa mi sembra la mia solitudine e più acuto è il mio dolore, io lo guardo e, guardandolo, sento più vivi in me il desiderio e la forza di immolarmi. Il Cuore di Gesù con tutti i suoi tesori è l’unico mio bene. In Lui vivrò e morrò in pace, pur in mezzo alle sofferenze”. E negli ultimi giorni, togliendo ogni immagine dal suo letto, lasciò soltanto il Crocifisso dicendo: “Questo mi basta!” e lo fissava e gli sorrideva, sentendo che il Cielo stava scendendo fino a lei.

Impegno: Amiamo la Volontà di Dio che è sempre buona e vuole solo il bene per noi. Amiamola anche quando non riusciamo a capirla e chiediamo a Maria di tradurcela lei, come solo una mamma sa fare.

Santa Bernardetta, prega per noi.

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Santa Teresa d’Avila- Il Castello Interiore, Seste Mansioni, Capitolo 11

25 febbraio 2015

Tratta di certi desideri di godere Iddio, dati all’anima da Dio stesso, così grandi e impetuosi da mettere in pericolo la stessa vita. Vantaggi che l’anima ne ricava

santa-tereza-avila[1]1 – Bastano forse queste grazie perché la colombella o farfalletta – non crediate che me ne sia scordata – si senta soddisfatta e si riposi dove dovrà morire? No, certamente. Anzi, il suo stato si fa molto più grave, geme e va continuamente fra le lacrime. Benché riceva queste grazie da molti anni, tuttavia, ognuna di esse accresce il suo tormento, perché meglio vi conosce le grandezze del suo Dio. Ed ella, vedendosi da lui separata e così lontana dal possederlo, sente aumentare i suoi desideri, in proporzione dell’amore che va pur esso aumentando, a misura che più scopre quanto meriti di essere amato quel suo gran Dio e Signore. E con l’andare degli anni quei desideri vanno a poco a poco aumentando fino a produrre la gran pena di cui ora dirò. Ho detto anni per conformarmi al modo con cui si sono svolti nella persona accennata, ma so bene che a Dio non si metton limiti. Egli può fare quel che vuole, per noi desidera di far molto, e può in un istante elevare l’anima al più alto grado che qui si dirà.

2 – Accenno, dunque, a quelle ansie, lacrime, sospiri e grandi impeti, di cui ho parlato: cose che sembrano derivare dal nostro amore quando sia molto sentito. Tuttavia, sono come un fuoco che dà fumo, si possono sempre sopportare, sia pure con pena, e non sono neppure da paragonarsi con quello che ora voglio dire. Mentre l’anima va così ardendo in se stessa, ecco che in seguito a un minimo pensiero o a una parola che senta sulla lentezza della morte, le viene – non si sa da che parte, né in che modo – come un colpo o una saetta di fuoco. Non dico già che sia una saetta: checché sia, si vede chiaramente che non viene da noi.
Dico colpo, ma non lo è; e tuttavia ferisce profondamente. Mi pare che si faccia sentire, non in quella parte dove si sperimentano i dolori della terra, ma nel più intimo e più profondo dell’anima, dove questo fugacissimo raggio riduce in polvere tutto ciò che trova di questa nostra bassa natura, tanto da esserci impossibile, finché esso continua, di ricordarci ancora di noi. Immediatamente le potenze si sentono così impacciate da non essere più capaci di nulla, eccetto di quelle cose che possono aumentare il tormento.

3 – Non vorrei che mi credeste esagerata. Anzi, sono assai moderata, perché si tratta di cose che non si sanno esprimere. I sensi e le potenze vengono rapiti a tutto ciò che non contribuisce a far crescere quello spasimo.
E se l’intelletto conserva la sua attività, è solo per comprendere con quanta ragione l’anima debba affliggersi per essere lontana da Dio. Vi concorre pure il Signore col dare una così viva cognizione di sé da portare la pena a un alta grado d’intensità, per cui la persona che ne soffre finisce col prorompere in alte grida, senza potersi contenere, neppure se molto paziente e abituata a grandi sofferenze, perché i tormenti di cui parlo non si sentono nel corpo ma nel profondo dell’anima. Allora quella persona comprende quanto più grandi delle pene del corpo siano quelle dell’anima, e pensa che di questa natura debbano pur essere quelle del purgatorio, dove l’assenza del corpo non impedisce all’anima di soffrire assai di più che non qui sulla terra in compagnia del corpo.

4 – Io ho visto una persona in questo stato e ho creduto veramente che fosse per morire.
Nessuna meraviglia del resto, perché qui si è appunto in gran pericolo di morte. Per quanto questo fenomeno sia breve, lascia il corpo completamente slogato e con i polsi così deboli come se l’anima stia per rendersi a Dio. Cessa anche il calore naturale, e l’anima brucia di tal maniera che, con un po’ di più, Dio compirebbe le sue brame. Al momento il corpo non sente nulla, né poco né molto. Però le membra si slogano, e per due o tre giorni si hanno grandi dolori, senza neppur la forza di scrivere: credo che il corpo rimanga più debole di prima. Se al momento il corpo non soffre, dev’essere per l’intensità dello spasimo interiore che impedisce all’anima di far, conto di lui. È come avere un dolore molto acuto in un membro: anche se ne abbiamo vari altri, questi non si sentono tanto. È un fatto che io ho sperimentato assai bene. Ma nel caso nostro non si sente né poco né molto, né credo che si senta dolore neppure se ci mettano in brani.

5 – Mi direte che ciò è imperfezione, perché quell’anima non si uniforma al volere di Dio, a cui si è tante volte assoggettata. Fin qui lo poteva fare, e con ciò sopportava la vita. Ma ora non lo può più, perché il suo intelletto non è padrone di sé, né può ad altro pensare fuorché alla ragione che ella ha di ben dolersi. Perché ancora vivere separata dal suo Bene? Si sente come in una strana solitudine, e non varrebbero a tenerle compagnia, non solo tutte le creature della terra, ma neppure, credo, gli stessi abitanti del ella ama: anzi, le sarebbero di tormento. Si vede come per aria, senza appoggi sulla terra e senza mezzi per salire al cielo.
Arde di sete e non può giungere all’acqua: sete intollerabile, salita ormai a tali estremi da non poter essere saziata che con l’acqua di cui il Signore parlò alla Samaritana.
Altra ella non ne vuole, e questa intanto non le viene concessa! …

6 – Oh, Signore!… In quali angustie stringete mai chi vi ama! Eppure tutto è poco di fronte al molto con cui poi lo favorite. Del resto è giusto che il molto costi molto, massimamente quando serve a purificare l’anima per poi introdurla nella settima mansione, come il purgatorio purifica quelle che devono entrare nel cielo, tanto più che innanzi alla grandezza dello scopo, quel tormento si fa piccolo, come goccia di acqua di fronte al mare, nonostante che in sé sia di un’afflizione così angosciosa da superare, a mio parere, tutte le pene della terra. Quanto a queste, le teneva da nulla, in paragone, anche la persona di cui parlo, malgrado ne avesse sofferte moltissime, sia corporali che spirituali. Eppure l’anima tiene quella pena in sì gran pregio dal riconoscersene del tutto indegna, e la soffre di gran voglia, disposta pure, se così piace al Signore, di sopportarla per tutta la vita. Però questo suo sentimento non è tale da esserle di sollievo, per cui in quel caso non morrebbe una volta sola, ma sarebbe in continua agonia: veramente così.

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il Cammino di Fede

25 febbraio 2015

Il cammino di fede è un cammino verso noi stessi che ci riporta Dio.

Esso inizia fin da bambini ,solo che  all’inizio non ne siamo consapevoli , la consapevolezza la raggiungiamo  nel tempo con l’aiuto dei Sacramenti, del Padre Spirituale (= che ci conduce continuamente a Dio) e nel fare la volontà di Dio con cuore sincero.

Il Signore, molto spesso, ci parla  attraverso una voce di sottile silenzio e ci  dice:- Io sono con te .

A volte però non è soltanto Lui a parlare,  a volte ci parla e ci chiama per nome  la dolce mamma del cielo: Maria,  che con voce soave ci dice nel cuore “ Figlia mia , non temere , io sono con te!”

Queste parole non rappresentano un punto di arrivo del cammino  , ma un punto di partenza per la profondità del cuore dove è nascosto l’Amore infinito di Dio.

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Liturgia del giorno: Audio Salmo 51(50)

25 febbraio 2015

Tu non disprezzi, o Dio, un cuore contrito e affranto.

 

[1] Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.

[2] Quando venne da lui il profeta Natan dopo che aveva peccato con Betsabea.

[3] Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia;
nella tua grande bontà cancella il mio peccato.

[4] Lavami da tutte le mie colpe,
mondami dal mio peccato.

[5] Riconosco la mia colpa,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.

[6] Contro di te, contro te solo ho peccato,
quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto;
perciò sei giusto quando parli,
retto nel tuo giudizio.

[7] Ecco, nella colpa sono stato generato,
nel peccato mi ha concepito mia madre.

[8] Ma tu vuoi la sincerità del cuore
e nell’intimo m’insegni la sapienza.

[9] Purificami con issopo e sarò mondo;
lavami e sarò più bianco della neve.

[10] Fammi sentire gioia e letizia,
esulteranno le ossa che hai spezzato.

 

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Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non respingermi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito.

 

 

 

«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.

 

 

 

Ho bisogno di stare con te

Signore,
ho urgente bisogno
della tua misericordia,
per poter sopportare
di nuovo me stesso.
Ho urgente bisogno di stare con te,
per rappacificarmi
con gli altri e con me stesso.
Di me nulla conosco
finché non conosco te.
E nulla mi piaceva del mio intimo
prima di scoprirvi la tua grazia,
il tuo compiacimento
e la tua immagine.
Davanti a te la vita
cambia completamente la sua essenza;
il tempo non viene contaminato
da febbrili inquietudini,
e oppresso dall’inutilità.
Esso scorre denso,
si svolge potentemente
e niente resiste al suo valore.
La sua densità fa male.
E tuttavia,
non appena interrompo
la mia preghiera, mi sento costretto
a riprendere questa preghiera.

LOUIS EVELY

Vangelo (Mt 7,7-12) del giorno dalle letture della Messa (Giovedì 26 Febbraio 2015) con commento comunitario

25 febbraio 2015

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 7,7-12) 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono! Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti».

Questo è il Vangelo del 26 Febbraio, quello del 25 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto

Preghiera del mattino: Preghiera per il nome di Maria

25 febbraio 2015

immacolata%20concezione[1]

San Bernardo di Chiaravalle

Chiunque tu sia,
che nel flusso di questo tempo ti accorgi che,
più che camminare sulla terra,
stai come ondeggiando tra burrasche e tempeste,
non distogliere gli occhi dallo splendore di questa stella,
se non vuoi essere sopraffatto dalla burrasca!
Se sei sbattuto dalle onde della superbia,
dell’ambizione, della calunnia, della gelosia,
guarda la stella, invoca Maria.
Se l’ira o l’avarizia, o le lusinghe della carne
hanno scosso la navicella del tuo animo, guarda Maria.
Se turbato dalla enormità dei peccati,
se confuso per l’indegnità della coscienza,
cominci ad essere inghiottito dal baratro della tristezza
e dall’abisso della disperazione, pensa a Maria.
Non si allontani dalla tua bocca e dal tuo cuore,
e per ottenere l’aiuto della sua preghiera,
non dimenticare l’esempio della sua vita.
Seguendo lei non puoi smarrirti,
pregando lei non puoi disperare.
Se lei ti sorregge non cadi,
se lei ti protegge non cedi alla paura,
se lei ti è propizia raggiungi la mèta.

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Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

24 febbraio 2015

Madonna di Lourdes

24 febbraio

Incarichi e vita di Comunità

 

Nostra Signora di Lourdes, prega noi.

In infermeria Bernardetta ci mette tutto l’impegno: studia e prende appunti per essere capace di svolgere al meglio il suo compito delicato. Impara bene il rapporto fra le misure farmaceutiche e quelle decimali. Restano ancora oggi i suoi quaderni ordinati, precisi. La sua competenza aumenta di giorno in giorno. Inoltre, sa sempre trovare il modo di rasserenare, rassicurare, sollevare non solo il corpo, ma anche lo spirito delle malate affidate alle sue cure. Scherza, veglia, cura, consiglia e così, quando l’infermiera capo si ammala e muore, rimane lei a dirigere l’infermeria, di fatto, ma senza nessun incarico ufficiale. Si dedica a chi ha bisogno a tempo pieno. E le suore lo sanno. Corrono in infermeria non solo quando stanno male, ma pure quando hanno bisogno di un incoraggiamento, di un po’ di entusiasmo e di forza, quando hanno bisogno di un sorriso e di una parola affettuosa e sincera. Bernardetta sa ascoltare, sa comprendere, intuire, consolare e quando occorre sa pure rimproverare e comandare. Anche da suora ha l’abitudine di canticchiare camminando, facendo le pulizie, ricamando o disegnando. Nel disegno riesce molto bene e pure da malata colora immagini del Sacro Cuore e di Gesù Bambino. Le piacciono le figure, le immagini e durante l’ultima malattia ne attacca molte alle tendine del letto. Legge pure, specialmente i tratti del Nuovo Testamento che parlano della Passione. “Quando leggo la Passione – diceva – mi commuovo di più di quando me la spiegano. Se si scrivono le cose con semplicità è sempre meglio”. Sa scherzare anche sulle sue malattie: “Sono capace soltanto di essere malata! Ma resisto al dolore come i gatti! Sarebbe un vero peccato soffrire e sprecarne il frutto… Io sono felice di soffrire… Sono più felice io col crocifisso sul letto della mia sofferenza che una regina sul suo trono”. Ricordando poi le parole della visione: “Non le prometto di farla felice in questo mondo ma nell’altro”, certa di questa verità, diceva: “La Santa Vergine non ha mentito! La prima parte si sta verificando a fondo. Tra poco… speriamo nella seconda! Sì, non credevo che si facesse tanta fatica a morire!”. Bernardetta stava proprio male. La tisi la divorava anche con manifestazioni di peritonite bacillare e frequenti erano gli sbocchi di sangue. La tubercolosi polmonare divenne poi tisi ossea con tumore, suppurazione al ginocchio e dolori lancinanti. L’infermiera non può più fare l’infermiera, ma continua a svolgere il compito, ben più prezioso, della preghiera e della sofferenza offerta per amore per i peccatori, secondo i desideri dell’Immacolata.

Impegno: il Rosario di oggi offriamolo per i malati, per chi soffre da solo, per chi è assistito ma non compreso, per chi non riesce ad accettare e ad offrire la sofferenza e per questo soffre ancora di più!

Santa Bernardetta, prega per noi.

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Liturgia del giorno: Audio Salmo 34(33)

24 febbraio 2015

Il Signore libera i giusti da tutte le loro angosce.

 

[1]
[Alef 2] Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.

[Bet 3] Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.

[Ghimel 4] Magnificate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.

[Dalet 5] Ho cercato il Signore: mi ha risposto
e da ogni mia paura mi ha liberato.

[He 6] Guardate a lui e sarete raggianti,
i vostri volti non dovranno arrossire.

[Zain 7] Questo povero grida e il Signore lo ascolta,
lo salva da tutte le sue angosce.

[Het 8] L’angelo del Signore si accampa
attorno a quelli che lo temono, e li libera.

[Tet 9] Gustate e vedete com’è buono il Signore;
beato l’uomo che in lui si rifugia.

[Iod 10] Temete il Signore, suoi santi:
nulla manca a coloro che lo temono.

[Caf 11] I leoni sono miseri e affamati,
ma a chi cerca il Signore non manca alcun bene.

[Lamed 12] Venite, figli, ascoltatemi:
vi insegnerò il timore del Signore.

 

Premere qui segue …

 

 

 

Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti. Molti sono i mali del giusto, ma da tutti lo libera il Signore. Custodisce tutte le sue ossa: neppure uno sarà spezzato.

 

Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.

 

 

 

Preghiera per combattere l’ansia

Signore,

è pesante non conoscere mai

un momento di serenità.

Non poter intraprendere mai nulla,

senza che l’inquietudine

non ne faccia un supplizio.

Signore, in mancanza di meglio,

ti offro i miei timori e i miei tormenti…

Fa’che si dileguino tutti i cattivi pensieri.

E’ questa la mia speranza,

questa la mia unica consolazione:

rifugiarmi presso di Te in ogni tribolazione.

Preservami da queste ombre,

cento volte più inquietanti

di un vero pericolo.

Non allontanarti da me,

accorri in mio aiuto,

ho bisogno di coraggio.

Per resistere a questo bisogno insidioso…

Ho bisogno del tuo aiuto, Signore.

Per conquistare giorno per giorno

la mia libertà. Per strappare

piccole vittorie

al dominio dei miei incubi.

Signore, nelle mie tenebre,

ho bisogno di sentirti dire:

“ Sono qui io…non temere.

 

IL CALICE

24 febbraio 2015

Sangue+Gesù2[1]

Ci sono due modi di seguire il Signore:

Il primo è basato solo sulle nostre forze e quindi illusorio , poichè con esse ci vogliamo appropriare della grazia come se fosse nostra , in questa circostanza esiste un freno la mancanza di coraggio di attraversare la porta stretta ed il calice che vorremmo bere ha un sapore completamente amaro.

Il Secondo è quello di ricevere la grazia lasciandoci portare da Dio , è Lui che ci propone la giusta difficoltà nella crescita spirituale con la giusta gradualità ….il calice che  ci viene offerto è sempre lo stesso , ma non assume il sapore amaro che aveva prima, al contrario esso ora è dolce poichè in esso è contenuto tutta l’essenza della vita nuova ed il passaggio per la porta stretta non è più cosi difficile , perchè Lui, il Cristo , ci conduce per mano.

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Vangelo (Lc 11,29-32) del giorno dalle letture della Messa (Mercoledì 25 Febbraio 2015) con commento comunitario

24 febbraio 2015

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 11,29-32)

In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone.
Nel giorno del  giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».

Questo è il Vangelo del 25 Febbraio, quello del 24 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto

Beata Vergine Maria della Mercede. Discorso di S. Giovanni Paolo II ai Membri del Capitolo Generale dell’Ordine

24 febbraio 2015

23 maggio 1980

 

Cari fratelli dell’Ordine della Beata Vergine Maria della Mercede,

Con profonda gioia comparto con voi questi momenti d’intimità, in un incontro familiare che confido serva per rendere ancora più stretti i legami di comunione affettuosa tra il vostro Istituto e il Papa.

So che vi siete radunati a Roma a motivo del Capitolo Generale, verso il quale guardano con tanta speranza tutti i religiosi dell’Ordine impegnati apostolicamente in 19 paesi di diversi continenti.

Vi ringrazio per la vostra visita, la quale esprime i vostri sentimenti di fedele adesione al Magistero della Chiesa. In questa opportunità voglio confermare la profonda stima che nutro verso il vostro antico e benemerito Ordine, che da più di sette secoli e mezzo si prodiga in favore dei membri più afflitti e bisognosi del corpo mistico del Cristo.

La missione che il vostro fondatore San Pedro Nolasco vi affidò, nell’opera diretta di redenzione e aiuto ai prigionieri, e che impregnò tutta la sua attuazione apostolica in parrocchie ed ospedali per i poveri, nell’insegnamento e nelle missioni, oggi si ritrova prolungata in un carisma di servizio alla fede, per proiettare un raggio di speranza ed offrire l’assistenza della carità di Cristo a coloro che si trovano sottomessi a nuove forme di prigionia nella nostra società; nei centri penitenziari, nei quartieri di periferia dove c’è la povertà e la fame, negli ambienti della droga, nelle zone di materialismo in cui si perseguitano i credenti o si riduce la Chiesa al silenzio, etc.

Si tratta di un campo vasto nel quale si deve riversare senza riserve il vostro spirito religioso e la disponibilità totale, frutto dell’esperienza generosa dei consigli evangelici e della professione del vostro quarto voto. Questa sarà la maniera di essere fedeli oggi al vostro carisma, nella scia tracciata da San Pedro Nolasco e raccolta già nelle prime costituzioni del 1272.

Non c’è dubbio che la vostra vocazione vi invita a un esigente impegno ecclesiale. Per mantenere viva questa consegna, c’è bisogno che siate persone di profonda vita interiore e che rinnoviate le vostre forze nel contatto col Modello di ogni perfezione: Cristo Gesù, Buon Pastore e Salvatore. Per questo vi ripeto: “Le vostre case devono essere soprattutto centri di preghiera, di raccoglimento, di dialogo – personale e comunitario – con Colui che è e deve essere il primo e principale interlocutore nella successione laboriosa delle ore di ogni vostra giornata” (Giovanni Paolo II, Allocutio ad Superiores generales religiosos habita, 4, die 24 nov. 1978: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, I [1978] 205).

A questa sublime scuola il religioso sazierà la sete di Dio che deve essere una caratteristica nella sua vita (cf. Sal 63,1-2) e si riempirà di quel grande amore che dona senso nuovo alla propria esistenza (Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, 10).

Rivolgendomi ai Religiosi il cui fondatore si è tanto impegnato nella devozione alla Madre di Dio e Madre nostra, non posso fare a meno di esortarvi a mantenere ed approfondire quel grande amore mariano che è la caratteristica peculiare del vostro Ordine. Prendete dalla “Madre della misericordia” e dalla “Consolatrice degli afflitti” l’esempio e l’ispirazione di ogni istante. Ella vi guiderà verso il suo Figlio e vi insegnerà il valore di ogni anima, alla quale prodigherete zelantemente la cura del vostro ministero.

Incoraggiandovi nei vostri propositi, vi assicuro la mia fiducia, prego per voi e impartisco a ciascuno dei membri del vostro Ordine la mia speciale benedizione.

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Preghiera del mattino: Io credo, noi crediamo

24 febbraio 2015

 

  

Credo in Dio che ama ogni persona,
che per essa ha creato ogni cosa
e gli ha affidato la cura del mondo,
per il bene di tutti.

Credo che questo Dio, unico e buono,
desidera svelare a ciascuno
il senso e la gioia di vivere
confidando in tutti
per costruire un mondo migliore,

Credo in Gesù,
liberatore e salvatore di tutti,
morto per vincere il male
e risorto per dare inizio
a nuovi rapporti di fraternità e di giustizia.

Credo nello Spirito Santo,
donato da Gesù per farci crescere
nella fede e nella libertà,
nell’amore e nel servizio,
nel perdono e nell’impegno.

Credo nella Chiesa,
la famiglia di Dio,
segno del suo progetto
di riunire attorno a Gesù tutti i popoli
superando ogni differenza.

Credo che la vita è bella
e ho fiducia nel domani,
perché so di non essere solo,
ma di avere al mio fianco
il Padre, Cristo, lo Spirito Santo
e la Chiesa.
Amen.

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Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes. Novena alla Fiamma d’Amore del Cuore Immacolato di Maria (9° giorno)

23 febbraio 2015

Madonna di Lourdes

23 febbraio

A Nevers: “Sono venuta per nascondermi”

 

Nostra Signora di Lourdes, prega per noi.

È triste la cena di addio alla famiglia, il 3 luglio 1866. La mamma è già malata e morirà presto senza che Bernardetta possa rivederla. Per la partenza accetta di indossare un vestito azzurro che non le piace e quel poco che ha lo porta in una sacca a strisce di tela robusta. Parte per Nevers, accompagnata dalla Superiora e dopo due giorni, dopo il primo e ultimo viaggio fatto in treno, arriva in Casa Madre.

Tutto era stato preparato per accogliere nel modo meno speciale quella postulante speciale! Domenica 8 luglio, la Madre Generale le comanda di parlare delle apparizioni davanti a tutte le suore della casa e degli altri Istituti di Nevers. Nella grande sala sono raccolte anche le postulanti, le novizie e la loro Maestra. Bernardetta, davanti a circa trecento religiose, dovrà parlare di ciò che ha visto. Lo fa con la semplicità di sempre, contenta che questa sarà l’ultima volta. Per disposizione della Madre Generale, infatti d’ora in poi non dovrà più parlarne con nessuna religiosa e nessuna religiosa potrà farle più domande in merito. Ma i colloqui con gli altri continueranno e più volte fu vista piangere prima di entrare in parlatorio dove l’aspettavano visitatori di ogni tipo.

Bernardetta, in segno di distacco, lascia subito il suo capulet e veste con gioia l’abito e la cuffia delle postulanti. È venuta in convento proprio per nascondersi e non vuole far altro che la vita comune. Ma soffre molto per la lontananza da Lourdes e dai suoi cari, dalle amiche, dalle sue montagne, dalla grotta! Pensa con nostalgia, guardando i pioppi che dalla cucina si vedono nel prato, ai pioppi del Gave che amava tanto! Quanto ha pianto in quei giorni! E questa sofferenza le ha permesso di capire anche le altre sue compagne, che di nascosto piangevano per la lontananza dalla mamma. Ad una giovane novizia dirà: “Piangete la mamma? Su, piangete pure, così date da bere ai sorrisi”.

In Casa Madre Bernardetta viene affidata ad “un angelo custode”, cioè ad una suora che la introduce nelle abitudini del convento, agli orari, alle usanze e ai piccoli servizi come alle penitenze in uso a quel tempo. Tre settimane dopo il suo arrivo entra in noviziato, per l’anno di preparazione alla professione dei voti. Ma riprendono le crisi d’asma e nel luglio del 1866 Bernardetta farà la professione in articulo mortis, perché si era certi che sarebbe morta. Il vescovo stesso accorre e lei solo con un filo di voce può pronunciare qualche parola. Ma poi si riprende e questo le costa una sgridata da parte dalle Madri Superiore perché ha scomodato inutilmente tanta gente.

Ogni occasione è buona per “provare la sua virtù”. Bernardetta sopporta tutto con pazienza, ma soffre terribilmente, proprio per il suo animo sensibile e delicato. Alla Madre Maestra che le promette di torchiarla per renderla pronta alla professione, Bernardetta risponde con un sorriso: “Ma lo faccia con dolcezza…”. Certo, questo suo desiderio non è stato recepito! Non l’abbiamo ancora detto, ma Bernardetta ormai ha cambiato nome: in convento, per tutte, è solo Suor Marie Bernard.

Il 30 ottobre 1867 ripete la professione. La mamma era già morta, poi morirà il padre e anche il parroco Peyramale: la sofferenza diventa sempre più profonda. Alla professione, diversamente da tutte le altre suore, non riceve “l’obbedienza” cioè l’incarico da svolgere in qualche casa della Congregazione. La Madre Generale disse che l’avrebbero tenuta in Casa Madre per carità, perché era una buona a nulla. Ma il Vescovo, presente, ha un’intuizione delicata e, rivolgendosi a Bernardetta, le dice: “Il suo compito è la preghiera” . Ma ecco che c’è uno spiraglio di luce: viene messa ad aiutare l’infermiera. E lei, che conosce bene il soffrire, svolgerà questo compito bene come nessun’altra.

Impegno: Nelle sconfitte, nelle sofferenze, offriamo tutto per i peccatori, per la nostra e per la loro salvezza e non tiriamoci mai indietro se il Signore ci chiede qualcosa che ci costa.

Santa Bernardetta, prega per noi.

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Santa Teresa d’Avila- Il Castello Interiore, Seste Mansioni, Capitolo 10

23 febbraio 2015

Altre grazie e diversa maniera con cui Dio le concede. Gran profitto che se ne ricava

santa-tereza-avila[1]

1 – Il Signore si comunica con queste apparizioni in varie circostanze: alle volte quando l’anima è afflitta, altre volte quando le ha da venire qualche grave travaglio, ed altre quando Sua Maestà vuole deliziarsi con lei e favorirla. Ma non è il caso di discendere a tanti particolari, perché mio scopo è di far conoscere, per quanto io me ne intenda, le diverse grazie che su questo cammino si ricevono, affinché sappiate in che consistono, e quali gli effetti che lasciano, senza ingannarci col pensare che ogni immaginazione sia una visione.Con ciò, inoltre, non vi turberete né cadrete in angustia qualora ne siate favorite, vedendo che, dopo tutto, si tratta di cose possibili. Il demonio guadagna molto e prende molto piacere nel vedere un’anima afflitta ed inquieta, perché sa che tale stato le impedisce d’impiegarsi nell’amare e nel dar lodi al Signore. Sua Maestà si comunica ancora in altri modi; molto più sublimi e meno pericolosi, nei quali le contraffazioni del demonio non credo siano possibili. Ma siccome si tratta di cose molto occulte, non è troppo facile parlarne, a differenza delle visioni immaginarie che si possono spiegare più facilmente.

2 – Ecco ciò che accade quando Dio lo vuole. L’anima, mentre è in orazione e profondamente in essa assorbita, si sente improvvisamente sospesa, e il Signore le fa intendere grandi segreti, che ella crede di vedere nello stesso Dio. Ho detto vedere, ma in realtà non vede nulla, perché non si tratta di una visione della sacratissima Umanità e neppure di una visione immaginaria, ma di una molto intellettuale, nella quale s’intende in che modo si vedano in Dio le cose e come Egli le contenga in sé. Benché sia una grazia fugacissima, tuttavia s’imprime nell’anima profondamente, e grandi sono gli effetti che ne vengono. Anzitutto ci copre di confusione, facendoci meglio vedere la malizia dei nostri peccati, in quanto li commettiamo mentre siamo in Dio: si, dentro di Lui. Per farmi intendere, voglio vedere se riesco a servirmi di una similitudine. Benché sia così e si tratti di una verità che sentiamo molte volte, tuttavia, o non vi pensiamo o non vogliamo capirla: se la comprendessimo bene, pare che tanta temerità non ci sarebbe possibile.

3 – Supponiamo che Dio sia come una stanza o un palazzo molto grande e bello. Il palazzo, ripeto, è lo stesso Dio. Ora, il peccatore per commettere le sue iniquità può forse uscire dal palazzo? No. Tutte le abominazioni, le scelleraggini, le disonestà che noi peccatori commettiamo, si consumano tutte in quel palazzo, vale a dire nello stesso Dio. Oh, verità spaventevole e degna di somma riflessione! Quanto utile per noi che siamo poco istruite e non finiamo mai di persuadercene! Oh, sarebbe affatto impossibile avere ancora una così insensata temerità! Consideriamo, sorelle, la grande misericordia e la pazienza di Dio che non ci sprofonda sull’istante. Ringraziamolo sentitamente e vergognamoci di essere così sensibili a ciò che dicono o fanno contro di noi. Non è forse un’inconcepibile nequizia risentirci di una paroletta, detta alle volte in nostra assenza e forse senza cattiva intenzione, mentre vediamo Dio nostro Creatore sopportare che le sue creature gli facciano tante offese fin dentro di Lui?

4 – Oh, miseria umana! Quando, figliuole, imiteremo un poco questo nostro gran Dio? No, non ci avvenga mai di credere che facciamo pur noi qualche cosa perché sopportiamo un’ingiuria! Soffriamo tutto di buona voglia, e amiamo coloro che ci offendono, giacché anche questo gran Dio non ha mai lasciato di amarci, nonostante i nostri molti peccati. Sì, ha ragione di volere che tutti perdonino, qualunque sia l’offesa ricevuta. Benché questa visione sia tanto rapida, pure vi dico che è un’insigne grazia di Dio, purché l’anima sappia giovarsene, riportandola spesso alla memoria.

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Esercizi spirituali. Mons. Zanella: dal Papa esempio valido per tutti

23 febbraio 2015

 

 

 

2015-02-23 Radio Vaticana

 

 

“Cammini di autenticità”. E’ questo il tema di oggi, seconda giornata di Esercizi Spirituali del Papa con la Curia Romana, nella Casa Divin Maestro di Ariccia. Le meditazioni proposte da padre Bruno Secondin, dell’Ordine dei Carmelitani, hanno come filo conduttore: “Servitori e profeti del Dio vivente”, una lettura pastorale del profeta Elia. Gli Esercizi si concluderanno venerdì mattina. Sull’importanza degli Esercizi spirituali per tutti i cristiani, proprio a partire dall’esempio di Papa Francesco, Alessandro Gisotti ha intervistato mons. Danilo Zanella, segretario nazionale della Fies, la Federazione Italiana Esercizi Spirituali:

 

 

R. – Certamente il Papa e i suoi collaboratori danno un grande esempio: il fatto di cercare – nella frenesia, anche pastorale – un silenzio abitato dallo Spirito Santo e trovare momenti di contemplazione per poi essere più efficaci nell’azione.

D. – Ricevendo proprio la Federazione Italiana Esercizi Spirituali nel marzo scorso, Francesco sottolineava che gli uomini e le donne di oggi hanno bisogno di incontrare Dio e gli esercizi spirituali sono un’occasione molto importante. Però ci si chiede come possa una famiglia, con tanti impegni, partecipare, vivere gli esercizi?

R. – Noi abbiamo recentemente svolto il corso sui “weekend dello Spirito”, vale a dire dal venerdì alla domenica. Noi sappiamo che molti amano fare la cosiddetta “uscita fuori porta” ma che sanno anche muoversi per riprendersi su un piano psicologico e fisico e quindi ecco che le 700 case che ci sono in Italia – compresi gli eremi, i monasteri e le case di accoglienza, etc. – possono essere proprio luoghi che fanno bene sia sul piano fisiologico, psicologico e anche spirituale. Quindi è da augurarsi che si riprenda questa tradizione!

D. – Papa Francesco è un gesuita, come gesuita ha proprio nel Dna della sua vocazione Sant’Ignazio e dunque gli esercizi spirituali. Pensa che anche questo potrà aiutare a fare avvicinare sempre più persone alla pratica, ai corsi di esercizi spirituali?

R. – Sì, il Santo Padre, non ha fatto un esplicito discorso a tutta la Chiesa sugli esercizi ma da tutto il suo Magistero, i suoi interventi, si sente l’impostazione gesuitica del grande Sant’Ignazio. Mi auguro davvero che anche nelle diocesi, nelle parrocchie, nel “menu spirituale”, si ritorni a riprogrammare, almeno una volta l’anno, per i sacerdoti – per i seminaristi lo sappiamo -, le famiglie, i giovani, gli animatori, questo fermarsi, questo riflettere, questo ricapitolare anche quello che si celebra e si vive. C’è sempre il rischio anche per noi preti, del “teatrino”: cioè dell’apparire, del fare le cose bene, però senza interiorità.

D. – Che cosa le torna come frutti delle persone, in particolare i laici che partecipano ai corsi, agli esercizi spirituali?

R. – Recentemente ho guidato un corso con un gruppo di sacerdoti di una diocesi del Sud ed è stato un momento molto bello, fraterno, di grazia, ma anche in genere, gli esercizi spirituali sono veramente un kairos: a volte c’è chi si riprende nella fede, chi risolve problemi vocazionali, chi riprende la voglia anche di vivere perché trova nella fede quella gioia di cui il Papa ha parlato nella sua Enciclica, un Vangelo di gioia! Quindi, immaginiamo, in una casa o in un monastero, nella tranquillità, nel silenzio, un Signore che senti vicino, che ti dà carica per affrontare le difficoltà di questa società definita “liquida”, di questo relativismo morale, per annunciare la Buona Notizia del Vangelo, non c’è “clinica” migliore di una casa di spiritualità!

 

 

(Da Radio Vaticana)

 

radiovaticana

http://www.radiovaticana.va/

Al via gli Esercizi spirituali del Papa e della Curia Romana

23 febbraio 2015

 

 

 

Papa Francesco e i membri della Curia Romana si sono recati ad Ariccia per la settimana di Esercizi spirituali.

 

 

Liturgia del giorno: Audio Salmo 19(18)

23 febbraio 2015

 

 

 

Le tue parole, Signore, sono spirito e vita.

 

[1] Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.

[2] I cieli narrano la gloria di Dio,
e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento.
[3] Il giorno al giorno ne affida il messaggio
e la notte alla notte ne trasmette notizia.

[4] Non è linguaggio e non sono parole,
di cui non si oda il suono.

[5] Per tutta la terra si diffonde la loro voce
e ai confini del mondo la loro parola.

[6] Là pose una tenda per il sole
che esce come sposo dalla stanza nuziale,
esulta come prode che percorre la via.

[7] Egli sorge da un estremo del cielo
e la sua corsa raggiunge l’altro estremo:
nulla si sottrae al suo calore.

[8] La legge del Signore è perfetta,
rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è verace,
rende saggio il semplice.

 

Anche dall’orgoglio salva il tuo servo perché su di me non abbia potere; allora sarò irreprensibile, sarò puro dal grande peccato.

 

 

“In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

 

 

SILENZIO

Ciò che deve accadere,
deve accadere,
il silenzio è saggio,
e non si oppone
ma cerca la sua strada
nell’esperienza e nei segni delle circostanze.
La realtà è quella che è,
e che forse deve essere,
il silenzio tace, non lotta,
poiché confida nella volontà più alta,
il silenzio non invade
ciò che non comprende.
Alle parole inutili e vuote
di discussioni senza fine
il silenzio risponde coi fatti
e in se stesso trova ogni soluzione;
il silenzio è mite,
a nulla si oppone,
il silenzio sopporta,
alle offese non risponde,
poiché conosce la verità
e non si abbassa alla menzogna.
Il silenzio si fa sentire
assai più di una voce imponente,
il silenzio è tagliente,
nulla pretende,
ma molto sottende,
il silenzio è d’oro.
Il silenzio è sereno,
e sicuro di sé,
è attento al mondo circostante
di cui ammira lo splendore,
il silenzio contempla,
parla con Dio,
il silenzio a Lui si affida,
teme e non giudica,
non ferisce e non uccide,
perché l’arma della lingua non usa.
Il silenzio prega,
ama e adora Dio,
il silenzio vive.
Perciò, silenzio.

(Aldo Li Volsi)

 

Vangelo (Mt 6,7-15) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 24 Febbraio 2015) con commento comunitario

23 febbraio 2015

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 6,7-15)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:

Padre nostro che sei nei cieli,

sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,

come in cielo così in terra.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano,

e rimetti a noi i nostri debiti

come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,

e non abbandonarci alla tentazione,

ma liberaci dal male.

Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».

Questo è il Vangelo del 24 Febbraio, quello del 23 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto

Il tascabile donato ai fedeli racconti in piazza san Pietro per l’Angelus- Custodire il cuore

23 febbraio 2015

2015-02-22 L’Osservatore Romano

«Noi dobbiamo diventare cristiani coraggiosi». Ecco il programma tracciato dal Papa Francesco sulla prima pagina del tascabile donato ai fedeli raccolti in piazza san Pietro per l’Angelus Domini nella I domenica di Quaresima,

Sì, ma come si diventa coraggiosi? Partendo dal cuore. Infatti l’etimologia insegna che coraggio viene dal latino cor, il cuore appunto. E’ dunque un’azione del cuore il coraggio. Non a caso le trenta pagine del tascabile hanno per titolo «Custodisci il cuore».

Con questa calda e diretta esortazione, Francesco vuole invitare ciascuno di noi, dandoci del tu, a diventare cristiani coraggiosi nel praticare ciò che crediamo. Il suo consiglio è di dedicarci alla formazione del cuore, per renderlo simile a quello di Gesù, il Buon Pastore, richiamato dall’illustrazione in copertina di un affresco delle Catacombe di San Callisto che lo raffigura con una pecorella in spalla ed altre due che rivolgono il capo verso di lui.

La Quaresima, del resto, fa risuonare ogni anno l’appello a convertire la vita partendo dal cuore, lì dove si gioca la partita delle scelte concrete, quotidiane, tra bene e male, tra mondanità e Vangelo, tra indifferenza e condivisione, tra chiusura egoistica e generosa apertura a Dio e al prossimo. Lo ricordava il Papa nel Messaggio di quest’anno: «desidero pregare con voi Cristo in questa Quaresima: “Fac cor nostrum secundum cor tuum”: “Rendi il nostro cuore simile al tuo” (Supplica dalle Litanie al Sacro Cuore di Gesù). Allora avremo un cuore forte e misericordioso, vigile e generoso, che non si lascia chiudere in se stesso e non cade nella vertigine della globalizzazione dell’indifferenza».

In questa luce, il tascabile presenta anzitutto alcuni accenti dell’insegnamento di Gesù ai discepoli, tratti dai capitoli 5-7 del Vangelo di Matteo (le beatitudini, siate perfetti, perdonate, accumulate tesori in cielo, non giudicate, la regola d’oro, fate la volontà del Padre), riassunto nel comandamento nuovo: «come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli» (Gv 13,34-35).

Vengono quindi riferite le formule essenziali della fede professata, celebrata e praticata: il Credo (Simbolo degli Apostoli) e i misteri principali della fede; le tre virtù teologali (fede, speranza, carità); i sette sacramenti; i sette doni e i dodici frutti dello Spirito Santo; i dieci comandamenti e i cinque precetti; le opere di misericordia corporale e spirituale; le quattro virtù cardinali e i sette vizi capitali. La fonte a cui si attinge per brevi spiegazioni è il Catechismo della Chiesa Cattolica.

Sono poi proposte due pratiche spirituali, ereditate dalla tradizione e di immutata attualità: sono la lectio divina, ossia un modo per ascoltare e assimilare quanto esce dalla bocca di Dio, e l’esame di coscienza serale. Queste due pratiche concrete sono descritte in modo semplice e chiaro dal Papa stesso, la prima con testi tratti dalla Evangelii gaudium (nn. 152-153) e la seconda da una meditazione a Santa Marta dove invita a esercitarsi nel“custodire il cuore”, affinché non diventi una piazza dove tutti vanno e vengono, eccetto il Signore. E’ assai utile risvegliare queste due pratiche spirituali nel tempo della Quaresima, per imparare a coltivarle tutti i giorni dell’anno.

L’ascolto della Parola di Dio come la celebrazione dei sacramenti, specie dell’Eucaristia domenicale, trovano compimento nella nostra esistenza. Ma purtroppo dobbiamo fare i conti con le nostre chiusure, malattie, peccati. Rendersi conto della distanza che corre tra il Vangelo e la mia vita – ciò che penso, dico, faccio – è il primo moto che accende in me il desiderio di un cuore nuovo. Poiché qui trova posto il sacramento della confessione per il perdono dei peccati, le ultime pagine del tascabile sono un aiuto in tal senso. Dopo aver brevemente sostato su perché confessarsi, come confessarsi, cosa confessare, attraverso trentaquattro interrogativi sul male commesso e il bene omesso nei confronti di Dio, del prossimo e di se stessi, viene offerto un esame di coscienza, coronato dall’atto di dolore.

Custodisci bene il tuo cuore! «Avere un cuore misericordioso non significa avere un cuore debole. Chi vuole essere misericordioso ha bisogno di un cuore forte, saldo, chiuso al tentatore, ma aperto a Dio. Un cuore che si lasci compenetrare dallo Spirito e portare sulle strade dell’amore che conducono ai fratelli e alle sorelle. In fondo, un cuore povero, che conosce cioè le proprie povertà e si spende per l’altro» (Messaggio del Papa per la Quaresima 2015).

di Corrado Maggioni

San Policarpo. Discorso del Santo Padre Giovanni Paolo II in occasione della visita alla parrocchia di San Policarpo all’Acquedotto Claudio  

23 febbraio 2015

 

Domenica, 11 marzo 1990

 

Alla popolazione del quartiere

È il parroco, don Guerino Di Tora, ad accogliere il Santo Padre appena giunto nella parrocchia di San Policarpo all’Acquedotto Claudio. Nel piazzale antistante la chiesa, il parroco rivolge al Papa un breve indirizzo d’omaggio. Rispondendo al saluto del parroco, Giovanni Paolo II pronuncia il seguente discorso. 

Con queste parole, in nome di Cristo, saluto tutti i presenti, tutti gli appartenenti alla parrocchia di San Policarpo. Saluto voi e tutti gli abitanti di queste case, di questi appartamenti, tutta la cittadinanza del quartiere. Saluto tutti i parrocchiani della parrocchia che conta trenta anni, durante i quali è molto cresciuta. Ringraziamo il Signore per questa bella giornata che ci ha offerto oggi un bel pomeriggio per incontrarci liberamente anche fuori dalla chiesa per pregare insieme, per partecipare insieme alla santissima Eucaristia.

Vi saluto nel nome di Gesù e anche nel nome di questo suo testimone intrepido che è il patrono della vostra parrocchia. San Policarpo è una grande figura che emerge dai tempi post-apostolici, nel II secolo. Quando ricorre il giorno della sua memoria, leggendo nel breviario la descrizione del suo martirio, non si può non rimanere senza una profonda commozione per come ha dato testimonianza a Dio, vivo e vero, a Gesù Cristo, questo vescovo e martire dell’Asia Minore. Il vostro patrono è un testimone e la sua testimonianza chiede anche a noi di essere testimoni. Un testimone eroico chiede a noi, interpella noi, alla fine del XX secolo, di essere testimoni nella misura dei nostri tempi, delle nostre circostanze, di questa epoca, molto moderna, molto differente dalla sua epoca. Quasi 18 sono i secoli che ci separano dalla sua vita e dalla sua morte. Ma nonostante questa distanza Gesù Cristo rimane lo stesso, ieri, oggi e per sempre. Questo ci unisce con la sua epoca, con l’epoca degli apostoli, con tutte le generazioni umane che hanno vissuto sulla terra, perché Gesù è salvatore del mondo, Gesù è redentore di tutti gli uomini, anche di quelli che non lo sanno e che non lo sapranno. Ma nella dimensione del mistero divino, lui è il nostro redentore e di tutta l’umanità. Lui è l’unico mediatore tra Dio e l’umanità. Lui ci porta con la sua croce e con la sua risurrezione verso il Padre. Essere testimone di Cristo vuol dire accettare, accogliere in fede il suo mistero e seguire questo mistero come una luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo.

Vorrei concludere, carissimi presenti, con una benedizione insieme al cardinale e al vescovo del vostro settore, una benedizione a tutti i presenti e a tutti i parrocchiani di San Policarpo.

 

Ai bambini

Volevo dirvi che è una grande gioia per me essere qui, essere oggi tra voi, perché sento che qui Gesù Cristo è conosciuto, annunciato, catechizzato, ricevuto sacramentalmente e vissuto. È questo che ci unisce e ci fa Chiesa. Voi, la parrocchia di San Policarpo, una parrocchia e la Chiesa di Roma, Chiesa apostolica. Ci unisce, ci fa conoscere, amare e vivere Gesù Cristo. Vivere il suo Vangelo, vivere il suo ministero imperscrutabile. Questo è per noi una grande gioia e vorrei dire a questo lontano San Policarpo, dopo 18 secoli, vorrei dirgli che la sua testimonianza, il suo martirio per la fede porta frutto in questa parte della Chiesa di Roma, nella vostra parrocchia che porta il suo nome.

Vorrei nello stesso tempo ringraziare tutti quanti contribuiscono alla conoscenza di Gesù Cristo, alla conoscenza della fede, alla vita sacramentale, al Battesimo, alla prima Comunione, alla Confessione, alla Penitenza, alla Cresima. Sono certamente i vostri sacerdoti, a cominciare dal vostro parroco, e sono queste suore, sorelle religiose, che lavorano nella catechesi. Ma accanto ai sacerdoti e alle suore ci sono tanti catechisti, catechiste, laici, i vostri genitori, i vostri vicini della parrocchia, gli anziani, adulti, giovani. Tutti loro sono profondamente uniti in un comune impegno: quello di far conoscere, di far vivere Gesù Cristo agli altri, specialmente ai giovani, ai bambini, cominciando dai più piccoli. Far conoscere, far vivere Gesù Cristo, perché lui è la Via, lui è la Verità, lui è la Vita. Questo è il motivo della gioia che condivido con voi, essendo tra voi nella parrocchia di San Policarpo. Come segno di riconoscimento, come segno di comunione, vorrei offrire a tutti, insieme al cardinale vicario e al vescovo della vostra zona, una benedizione.

 

Al Consiglio pastorale

Dopo la celebrazione della Santa Messa, il Papa incontra il Consiglio pastorale. La segretaria dell’organismo rivolge un breve saluto al Santo Padre al quale Giovanni Paolo II risponde con le seguenti parole. 

Grazie per questa relazione. Mi ha toccato soprattutto la parola “anima”, perché il Consiglio pastorale è l’anima della parrocchia. È una parola ambiziosa perché essere anima è più che essere consiglio. Il consiglio è un pensiero, una cosa intellettuale, uno scambio di vedute, un dialogo. Tutto questo è molto importante per l’animazione, deve essere animazione. Questa distinzione a me sembra molto opportuna. Il Consiglio deve animare, deve costituire nella parrocchia quella che è l’anima del corpo. Si diceva una volta, forse ai tempi di san Policarpo, o forse un po’ più tardi, che ciò che anima il corpo sono i cristiani. Certamente, la parrocchia è anche un mondo, un mondo neanche tanto piccolo, 40.000 abitanti in questo quartiere di Roma, case, palazzi, delle realtà umane o delle realtà mondane.

Io penso che i cristiani devono essere l’anima della parrocchia e che la parrocchia costituisce in una misura abbastanza significativa l’anima di questa comunità umana. Passando dalla parrocchia al Consiglio parrocchiale, io auguro a questo Consiglio di essere anima di questa animazione dei cristiani nel mondo, in questo mondo che si chiama parrocchia di San Policarpo. Vedendo tante persone impegnate nella problematica amministrativa, posso dire che anche loro fanno parte di questa animazione, ma, come ha ben detto uno dei membri, a loro spetta di regolare bene i conti. Vi auguro anche questo perché per una buona animazione bisogna anche saper regolare bene i conti. A tutti auguro la benedizione del Signore, a voi e alle persone che vi sono care e per cui portate la responsabilità.

 

Ai gruppi parrocchiali

I diversi gruppi di laici impegnati nella parrocchia di San Policarpo sono presentati al Papa da un giovane adulto, che si occupa della preparazione delle coppie che si avviano al matrimonio. Queste le parole pronunciate da Giovanni Paolo II. 

Vi ringrazio per questa presentazione e vi ringrazio per questa presenza. Mi è venuto in mente che da parecchi anni, concretamente dagli anni del Concilio Vaticano II, si sono trovate nuove categorie e nuove parole con cui noi cristiani, ecclesiastici, laici tutti, cerchiamo di definire la nostra fede e la nostra appartenenza alla Chiesa. Io mi ricordo ancora, essendo allora sacerdote e vescovo giovane, che si parlava soprattutto di due categorie: una sono i credenti e praticanti e gli altri i credenti non praticanti. Questa divisione sembrava raccogliere tutta la realtà della parrocchia e della Chiesa diocesana. Oggi, naturalmente, queste due categorie non perdono la loro importanza e la loro identità. La fede rimane punto di partenza, la base dell’essere cristiani, dell’essere nella Chiesa. Ultimamente sono state però introdotte altre categorie, altre parole che corrispondono a una nuova consapevolezza. Si parla naturalmente dei praticanti, ma si parla molto di più dell’impegno, anzi dei ministeri, dei servizi. Devo dire che questo linguaggio corrisponde più perfettamente al linguaggio biblico, della Chiesa primitiva, della Chiesa apostolica e post-apostolica, che il linguaggio un po’ statistico e statico dei credenti non praticanti e dei credenti praticanti.

Nella Chiesa, secondo la visione paolina e degli altri documenti apostolici della Sacra Scrittura, vi sono i diversi impegni, i diversi ministeri, i diversi carismi. Oggi si parla molto di carismi, carismi dei credenti, dei battezzati, non solamente dei religiosi e delle religiose, ma anche, e direi soprattutto, dei laici. Ecco la nostra visione della Chiesa. Il modo in cui noi parliamo della Chiesa, di noi stessi, della nostra comunità e della nostra personalità cristiana è diventato più originale, più vicino al linguaggio della Sacra Scrittura, degli apostoli, della tradizione cristiana. Questo esprime ovviamente una nuova consapevolezza e esprime un nuovo dinamismo della Chiesa. Coloro che sono credenti praticanti sono capaci di vedersi, di autodefinirsi come apostoli, partecipi dell’apostolato. La Chiesa è tutta apostolica. Ciò vuol dire che è tutta inviata come Cristo, primo inviato del Padre, messaggero del Padre. Gli apostoli sono inviati di Cristo, come tutti noi, come tutta la Chiesa, composta da quelli che si sentono apostoli, inviati, che hanno da trasmettere un messaggio, che hanno da compiere un compito specificamente cristiano in se stessi, nel loro ambiente più vicino, nella famiglia, nella loro parrocchia, nel mondo.

È un’osservazione che forse potrebbe servire per ulteriori sviluppi dei vostri impegni, dei vostri gruppi, gruppi di studio, gruppi di preghiera, gruppi di apostolato, caritativi, catechistici, liturgici. Vi auguro un ulteriore approfondimento dell’ecclesiologia del Vaticano II, non solamente nei libri, nei testi, ma in voi stessi. Mi congratulo con la vostra parrocchia, e anche con tutte le altre parrocchie, con la Chiesa di Roma, vedendo come cresce questa consapevolezza cristiana, post-conciliare, ma, nello stesso tempo, originaria, vicina alla Chiesa primitiva, degli inizi.

 

Ai giovani

L’ultimo momento della visita pastorale alla parrocchia di San Policarpo è dedicato all’incontro con la nutrita ed attiva realtà giovanile, che è illustrata al Papa dagli interventi di due giovani che presentano alcuni doni. Rispondendo ad essi il Santo Padre pronuncia il seguente discorso. 

Grazie per questi doni ma soprattutto per il dono della vostra presenza qui. Secondo le parole che riguardavano la comunità giovanile della parrocchia di San Policarpo ci sono molte ricchezze dalle quali sono nati questi doni: voi giovani, suore e novizie ospedaliere della Misericordia. Si poteva pensare alla parrocchia con tante vocazioni di religiose ma poi si vede che vengono soprattutto dalle Filippine. Anche altre hanno scelto questa parrocchia e fanno tesoro di questa parrocchia. Da quanto ho sentito mi viene in mente una parola di Gesù. Questa parola è “seguimi”. Penso che sia una parola chiave del Vangelo, ma anche di questa interpretazione che la vostra comunità giovanile vuol dare alla gente. Cristo lo dice ai giovani, ma non solamente, lo dice anche ai pescatori che poi diventano apostoli. “Seguimi”: questa parola implica che la vostra fede, il vostro essere cristiani è un cammino. Oggi si parla molto, si ripete molto spesso la parola “cammino”. La Chiesa è un cammino, Cristo è un cammino. “Io sono la Via”: Cristo è un cammino, è un grande camminatore. Ha percorso diverse strade della sua Patria, la Galilea, ha traversato anche la Samaria e la Palestina. Ma questo suo camminare durante i pochi anni della sua missione messianica è solamente una parte visibile. Rimane poi l’altra parte, immensa, incommensurabile, invisibile. Noi percorriamo – ha detto il vostro collega Paolo – un cammino dopo la Cresima e un cammino prima della Cresima. Noi diciamo così ed è vero. È un cammino vostro. Ma questo cammino, della prima Comunione, dopo la Comunione, della Cresima, dopo la Cresima, del Matrimonio, dopo il Matrimonio nella vita della famiglia, della vocazione religiosa, della vita sacerdotale, questo cammino è sempre una risposta al “seguimi” di Cristo. È anche il suo cammino nel mio o il mio cammino nel suo. Il suo cammino, il cammino di Cristo attraverso le generazioni, attraverso la storia, delle anime e anche delle comunità, delle parrocchie, delle diocesi, dei popoli, questo cammino è continuo. Sempre si ripete la parola “seguimi” e comincia un cammino che è mio, è tuo, è suo. Vi auguro di guardare sempre verso questo primo camminatore, verso colui che si mette in cammino. Gesù lo ha fatto personalmente durante la sua vita in Palestina, nella sua missione messianica. Oggi lo fa personalmente con la sua persona divina. La sua persona vive nella comunione trinitaria e oggi il “seguimi” di Gesù passa sempre attraverso lo Spirito Santo. Anche attraverso altre persone, attraverso i nostri genitori, attraverso i nostri educatori, attraverso i nostri pastori, ma per essere incisiva, efficace, questa parola di Gesù, “seguimi”, deve essere portata sempre dallo Spirito Santo.

Ecco una piccola riflessione complementare a quella che hanno fatto i vostri due oratori per esprimere lo stile di vita della comunità giovanile della parrocchia di San Policarpo. Vi auguro di continuare questo impegno, questo lavoro, perché è un lavoro, un lavoro spirituale, un lavoro apostolico. È un lavoro potente con la vita intensa, con la volontà, il cuore. Con tutto questo Dio interroga ciascuno di noi. Vi auguro di continuare, di continuare nel segno della parola “seguimi” che viene da Cristo, perciò nella vostra ricerca. Come cristiani siamo chiamati. Già il nostro Battesimo è il primo “seguimi” di Cristo nella vita di ciascuno di noi. Poi sulla base di questa prima chiamata battesimale, vengono altre chiamate attraverso i sacramenti ma anche attraverso i carismi, o attraverso gli indirizzi, le vocazioni, chiamate diverse (ci sono un sacerdote e un diacono nella vostra parrocchia, ci sono poi queste suore) ma anche attraverso chiamate alla vita cristiana che è caratterizzata da tanti diversi compiti soprattutto familiari o professionali. Si deve trovare in tutto questo un impegno cristiano, una risposta alla parola di Cristo.

Per concludere, auguro a voi tutti, giovani di questa parrocchia, auguro a voi tutti e a ciascuno di voi di cercare di capire la vostra vita personale e cristiana nella chiave di questa unica parola di Cristo, “seguimi”. Certamente anche san Policarpo ha accettato questa parola, ha compiuto la sua missione in modo esemplare. La memoria del suo martirio, della sua testimonianza, del suo sacrificio per Cristo è rimasta nella Chiesa universale, per le genti, anche a Roma e in questa parrocchia. Carissimi, vi ringrazio per questo incontro, grazie per i vostri canti, canti passati, presenti e futuri. A voi tutti voglio offrire una benedizione.

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Preghiera del mattino: Ti ho cercato , di Anselmo d’Aosta

23 febbraio 2015

Ti ho cercato, o Signore della vita,
e tu mi hai fatto il dono di trovarti:
te io voglio amare, mio Dio.

Perde la vita, chi non ama te:
chi non vive per te, Signore,
è niente e vive per il nulla.

Accresci in me, ti prego,
il desiderio di conoscerti
e di amarti, Dio mio:
dammi, Signore, ciò che ti domando;

anche se tu mi dessi il mondo intero,
ma non mi donassi te stesso,
non saprei cosa farmene, Signore.

Dammi te stesso, Dio mio!
Ecco, ti amo, Signore:
aiutami ad amarti di più.

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Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes. Novena alla Fiamma d’Amore del Cuore Immacolato di Maria (8° giorno)

22 febbraio 2015

Madonna di Lourdes

22 febbraio

Bernardetta nell’Ospizio di Lourdes

 

Nostra Signora di Lourdes, prega per noi.

All’inizio del 1860 la vita di Bernardetta è sempre la stessa: lavoro, studio, casa, visitatori. A studiare l’aiuta anche una maestra privata. A casa svolge il suo ruolo di primogenita contribuendo all’educazione dei fratelli, guidando le preghiere della mattina e della sera e poi non manca di ricevere i pellegrini, sempre più numerosi.

Prove, adulazioni, angherie, zelo indiscreto! Certo non si può continuare così! E allora, su interessamento del parroco, Bernardetta viene accolta come alunna e malata indigente, nell’Ospizio di Lourdes tenuto dalle Suore di Nevers. Qui, affidata alle suore, nessuno può incontrarla se non col permesso del parroco e della Superiora.

I genitori di Bernardetta e Bernardetta stessa erano contrari alla separazione, ma accettano quando viene loro assicurato che potranno vedersi senza permessi ogni volta che lo vorranno. Bernardetta, accompagnata da una suora, potrà andare a casa sua ogni volta che lo desidererà. Tutto è fatto per il suo bene, ma Bernardetta ne soffre, tanto, e capisce che il suo Calvario sta cominciando a diventare ancora più ripido. In compenso può studiare con più regolarità, ma, a diciassette anni, non riesce ancora a scrivere neppure un breve biglietto d’auguri senza fare tanti errori! Solo nel maggio del 1861 sarà capace di scrivere per la prima volta il racconto delle apparizioni, unendo comunque sempre il francese a molte espressioni dialettali.

Diventa brava nel cucito e nel ricamo, gioca, ride, scherza con tutti, ma le crisi d’asma non la lasciano. Una notte vengono chiamati i genitori perché si pensa che non la supererà. Riceve pure l’Unzione degli Infermi. Ma poi, improvvisamente, si riprende e testimonia davanti al Vescovo di Tarbes le meraviglie di cui è stata testimone. Così, il 18 gennaio 1862 il Vescovo firma una lettera pastorale nella quale afferma che “L’Immacolata Maria, Madre di Dio, è realmente apparsa a Bernardetta”.

Intanto l’afflusso dei visitatori, seppure più regolato, continua. Bernardetta confessa che qualche volta è stanca di ripetere sempre le stesse cose e che avrebbe voglia di scomparire. Si incontra anche con lo scultore Fabish che sta preparando la statua dell’Immacolata da mettere a Massabielle. Gli dà tutte le informazioni necessarie, ma egli ne tiene conto solo in parte e così, di quella statua che ancora oggi è nella grotta, Bernardetta dice decisa: “No, non è lei!”.

Per obbedienza risponde alle lettere dei pellegrini, per obbedienza riceve chi vogliono farle ricevere, per obbedienza non va all’inaugurazione della statua, per obbedienza lascia che facciano di lei quello che vogliono. Intanto, dopo aver molto pregato e riflettuto, accoglie con gioia la notizia che è stata accolta la sua richiesta di entrare fra le Suore di Nevers. È convinta di essere buona a nulla e di essere accolta solo per pietà. Senza dote, vista la sua povertà, la sua entrata nell’Istituto la considera un gesto di carità. Ancora un altro distacco, questa volta definitivo. Bernardetta lo sente forte, ma ancora una volta dice di sì.

Impegno: Chiediamo a Maria la grazia di saper dire di sì a quel che il Signore ci chiede, a quel che ci chiede anche attraverso gli altri e di vivere intimamente la gioia del sì anche quando questo ci costa.

Santa Bernardetta, prega per noi.

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Liturgia del giorno: Audio Salmo 25(24)

22 febbraio 2015

Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà.

 

[1] Di Davide.
A te, Signore, elevo l’anima mia,

[2] Dio mio, in te confido: non sia confuso!
Non trionfino su di me i miei nemici!

[3] Chiunque spera in te non resti deluso,
sia confuso chi tradisce per un nulla.

[4] Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.

[5] Guidami nella tua verità e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza,
in te ho sempre sperato.

[6] Ricordati, Signore, del tuo amore,
della tua fedeltà che è da sempre.

[7] Non ricordare i peccati della mia giovinezza:
ricordati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore.

[8] Buono e retto è il Signore,
la via giusta addita ai peccatori;

[9] guida gli umili secondo giustizia,
insegna ai poveri le sue vie.

[10] Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia
per chi osserva il suo patto e i suoi precetti.

[11] Per il tuo nome, Signore,
perdona il mio peccato anche se grande.

 

Premere qui segue …

 

Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua verità e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza, in te ho sempre sperato.

 

«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

 

SIGNORE, LIBERAMI

DA ME STESSO!

Signore, mi senti?

Soffro tremendamente.

Asseragliato in me stesso,

Prigioniero di me stesso.

Non sento che la mia voce,

Non vedo che me stesso,

E dietro di me non v’è che sofferenza.

 

Signore, mi senti?

Liberami dal mio corpo, che è tutto brama, e tutto quello che tocca con i suoi innumerevoli grandi occhi, con le sue mille mani tese, è solo per coglierlo e cercare di calmare la sua insaziabile fame.

 

Signore, mi senti?

Liberami dal mio cuore, tutto gonfio di amore, ma, mentre credo di amare pazzamente, intravvedo rabbioso che ancora amo me stesso nell’altro.

 

Signore, mi senti?

Liberami dal mio spirito, pieno di se stesso, delle sue idee, dei suoi giudizi; non sa dialogare, perchè non lo colpisce altra parola fuorchè la sua.

 

Solo, mi annoio, mi detesto, mi disgusto,

E mi rigiro nella mia sudicia pelle come il malato nel suo letto bruciante da cui vorrebbe scappare.

Tutto mi sembra brutto, mostruoso, senza luce,

… perchè non posso veder nulla se non attraverso me.

Mi sento disposto ad odiare gli uomini ed il mondo intero,

… per dispetto, perchè non li posso amare.

Vorrei uscire,

Vorrei camminare, correre verso un altro paese.

So che esiste la GIOIA, l’ho vista raggiare sui volti.

So che brilla la LUCE, l’ho vista illuminare gli sguardi.

Ma Signore, non posso uscire, insieme amo e odio la mia prigione,

Perchè la mia prigione sono io

Ed io mi amo,

Mi amo, o Signore, e mi faccio ribrezzo.

 

Signore, non trovo neppure più la porta di casa mia.

Mi trascino tastoni, accecato,

Urto nelle mie stesse pareti, nei miei propri limiti,

Mi ferisco

Ho male

Ho troppo male, e nessuno lo sa, perchè nessuno è entrato in casa mia.

Sono solo, solo.

 

Signore, Signore, mi senti?

Signore, indicami la mia porta,

prendi la mia mano,

Apri

Indicami la Via,

La via della GIOIA, della LUCE.

 

… Ma …

Ma, o Signore, mi senti Tu?

 

Figliuolo, Io ti ho sentito.

Mi fai compassione.

Da tanto tempo spio le tue imposte chiuse, aprile,

la Mia luce ti rischiarerà.

Da tanto tempo Io sono davanti al tuo uscio sprangato, aprilo,

Mi troverai sulla soglia.

Io ti attendo, gli altri ti attendono,

Ma bisogna aprire,

Ma bisogna uscire da te.

 

Perchè rimanere prigioniero di te stesso?

Sei libero.

Non ho chiuso Io la tua porta,

Non posso riaprirla Io,

… perchè sei tu dall’interno a tenerla solidamente sprangata.

Michel Quoist

 

 

Vangelo (Mt 25,31-46) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 23 Febbraio 2015) con commento comunitario

22 febbraio 2015

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 25,31-46)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.

Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.

Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.

Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.

E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Questo è il Vangelo del 23 Febbraio, quello del 22 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto

Festa della Cattedra di San Pietro. Angelus del Santo Padre Giovanni Paolo II

22 febbraio 2015

 

Domenica, 22 febbraio 2004

1 Ricorre oggi, 22 febbraio, la festa liturgica della Cattedra di San Pietro, che pone in luce il singolare ministero, affidato dal Signore al Capo degli Apostoli, di confermare e guidare la Chiesa nell’unità della fede. Consiste in questo il ministerium petrinum, quel servizio peculiare che il Vescovo di Roma è chiamato a rendere all’intero popolo cristiano. Missione indispensabile, che non poggia su prerogative umane, ma su Cristo stesso quale pietra angolare della Comunità ecclesiale.

Preghiamo affinché la Chiesa, nella varietà delle culture, delle lingue e delle tradizioni, sia unanime nel credere e nel professare le verità di fede e di morale trasmesse dagli Apostoli.

2  Per prendere coscienza della Chiesa come mistero di unità, carissimi Fratelli e Sorelle, dobbiamo fissare lo sguardo su Cristo. E la Quaresima, che mercoledì prossimo inizieremo con l’austero e significativo rito dell’imposizione delle ceneri, costituisce un tempo privilegiato per intensificare questo impegno di conversione a Cristo. L’itinerario quaresimale diverrà così un’occasione propizia per esaminare con sincerità e verità se stessi, per rimettere ordine nella propria vita e nelle relazioni con gli altri e con Dio. “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15). E’ questo l’invito della liturgia che ci accompagnerà durante le prossime settimane sino alle celebrazioni pasquali.

3 In questo esigente cammino spirituale ci sostenga la Vergine Madre di Dio. Sia Lei a renderci docili all’ascolto della parola di Dio, che ci spinge alla conversione personale e alla fraterna riconciliazione. Sia Maria a guidarci all’incontro con Cristo nel Mistero pasquale della sua morte e risurrezione.

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Preghiera del mattino: Una reliquia della Passione

22 febbraio 2015

 

Se dovessi scegliere

una reliquia della tua Passione,

prenderei proprio quel catino

colmo d’acqua sporca.

Girare il mondo con quel recipiente

e ad ogni piede

cingermi dell’asciugatoio

e curvarmi giù in basso,

non alzando mai la testa oltre il polpaccio

per non distinguere

i nemici dagli amici,

e lavare i piedi del vagabondo,

dell’ateo, del drogato,

del carcerato, dell’omicida,

di chi non mi saluta più,

di quel compagno per cui non prego mai,

in silenzio

finché tutti abbiano capito nel mio

il tuo amore.

Fonte: http://www.parrocchiaterranegra.it/index.php?option=com_content&view=article&id=87&Itemid=109

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Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes. Novena alla Fiamma d’Amore del Cuore Immacolato di Maria (7° giorno)

21 febbraio 2015

Madonna di Lourdes

21 febbraio

Vicende quotidiane

 

Nostra Signora di Lourdes, prega per noi.

“Dalla metà di settembre 1858 i Soubirous hanno lasciato il Cachot. Ora la gente non chiude più loro la porta in faccia e hanno trovato una stanza in affitto. Là ricevono, a dicembre, la visita di Marie Moreau, di Tartas, una delle sette miracolate riconosciute dalla commissione vescovile.

La giovane veniva per ringraziare di aver ritrovato la vista. Ella fu, a quanto ci risulta, l’unica visitatrice che sia riuscita a lasciare un regalo a Bernardetta. Aveva fatto, in onore della Vergine, il voto di vestire per un anno solo di blu. Così lasciò la sua vecchia sottana su un letto di casa Soubirous. Siccome non si sapeva a chi darla, Bernardetta stessa se ne servì.

Nel primo trimestre del 1859 c’è un nuovo cambio di residenza. Francesco Soubirous ha potuto prendere in affitto il mulino Gras, sul Lapaca. Ora che lo tengono in considerazione, invece di voltargli le spalle, può giocare le sue carte come un uomo normale e la fatalità, che la miseria porta con sé, sembra scongiurata, almeno per un po’.

Un po’ più tardi, infatti, tornerà ad essere bracciante e a ricevere una paga molto al di sotto del giusto.

È in questo periodo che Bernardetta decide di digiunare, per la quaresima. Vuole fare un po’ di penitenza, come la Vergine le aveva chiesto. Forse pensava anche di esercitarsi, nella prospettiva di entrare nell’Ordine del Carmelo. La mamma, però, le proibisce questo digiuno e così Bernardetta si limita a fare la penitenza dell’obbedienza.

In estate le insistenti visite la stancano ancora e riprendono le crisi d’asma; così, in autunno, viene mandata a Cauterets per riposarsi e per curarsi. Ma pure qui le visite non mancano e viene invitata continuamente da varie famiglie. Bernardetta è sempre più stanca. Ecco perché alcuni visitatori notano in lei, almeno al suo primo apparire, un’espressione un po’ triste. Se non era forzata ad andare a casa dell’uno o dell’altro, rimaneva con la zia senza uscire mai e non parlava dell’apparizione a meno che non la si interrogasse. Piacere innocente, durante le ricreazioni, era quello di giocare con un bambino della casa, di due o tre anni. A Cauterets la videro andare a Messa ogni mattina e restare in chiesa dopo la Messa fino a quando la zia non la chiamava per andare via. (Laurentin).

Tornata a casa, riprende l’andirivieni di visitatori di ogni specie, favorevoli e contrari, che non vogliono lasciare Lourdes senza “aver visto gli occhi che hanno visto la Santa Vergine”. Non si sa come sottrarla a questa fatica che non ha tregua. Ma il parroco Peyramale ha già un’idea. È lui che dice: “A disposizione di tutti, ha edificato gli uni e meravigliato e confuso gli altri”. L’Abate Pomian, confessore di Bernardetta, aggiunge: “La prova migliore dell’apparizione è Bernardetta stessa”.

Impegno: Quando gli imprevisti ci irritano, i cambiamenti di programma ci infastidiscono e ci sembra di non aver mai tempo per noi, ringraziamo Dio che si serve di noi e ci permette di fare qualcosa di più per gli altri. Per questo, ogni volta, diciamo un’Ave Maria.

Santa Bernardetta, prega per noi.

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Santa Teresa d’Avila- Il Castello interiore ,Seste Mansioni, Capitolo 9

21 febbraio 2015

In che modo Iddio si comunichi all’anima nella visione immaginaria. Raccomanda istantemente di non desiderare questa via, e ne dice le ragioni. Capitolo assai utile

santa-tereza-avila[1]

1 – Veniamo ora alle visioni immaginarie, nelle quali dicono – e dev’essere vero – che il demonio può intromettersi più facilmente che non nelle precedenti. Ma se vengono da Dio, credo che ci siano più utili, perché più conformi alla nostra natura: eccetto quelle che Dio accorda nell’ultima mansione, alle quali non ve n’è una che possa essere somigliante.

2 – Ecco come nostro Signore si presenta nella visione descritta nel capitolo precedente. Supponiamo di tener chiusa in un astuccio d’oro una pietra preziosa di grandissimo valore e di ammirabili qualità. Non l’abbiamo mai vista, ma siamo sicuri di averla, e portandola con noi non lasciamo di sperimentarne gli effetti e d’apprezzarne il valore, avendoci essa guariti da certe infermità per le quali è appropriata. Tuttavia non osiamo guardarla, né aprirne l’astuccio.Anzi, non lo possiamo neppure, perché il modo di aprirlo è noto solo al suo padrone, il quale ce l’ha imprestata perché ce ne gioviamo, ma se ne è tenuta la chiave. Quando vorrà mostrarci la pietra, aprirà l’astuccio, come sua cosa propria; e quando gli piacerà, se la porterà via, così come suol fare.

3 – Supponiamo ora che di tanto in tanto apra improvvisamente l’astuccio in beneficio di colui a cui l’ha imprestata. Questi ne avrà un ricordo più vivo, e non potrà pensare all’ammirabile splendore di quella pietra senza provarne una gioia particolare. Così qui. Quando il Signore si compiace di favorire alcuno con maggior affetto, gli mostra svelatamente la sua sacratissima Umanità sotto la forma che vuole, o come era quando viveva sulla terra o come dopo la sua resurrezione, sia pure con tanta rapidità da fare pensare a un lampo. Tuttavia la sua immagine s’imprime nella mente così al vivo da non poter essere cancellata fino al giorno in cui lo si godrà senza fine.

4 – Ho detto immagine, ma non già nel senso che debba parere una pittura, bensì come un Essere veramente vivo, che alle volte parla con l’anima e le svela dei sublimi segreti. Tuttavia, anche se l’apparizione si protrae per qualche tempo non si può in essa fermare lo sguardo più di quello che lo si possa nel sole, per cui la sua vista ne è sempre rapidissima, nonostante che il suo splendore non offenda gli occhi dell’anima, come lo splendore del sole quelli del corpo. Parlo degli occhi dell’anima, perché, qui non si percepisce che con essi. Quanto a vedere con gli occhi del corpo non ne so nulla perché la persona suddetta, da cui ho appreso tanti particolari, non ne fu mai favorita: e parlare con esattezza di ciò che non si conosce per esperienza, è assai difficile. Lo splendore di quell’immagine è come una luce infusa, simile a quella che avrebbe il sole se lo si coprisse di una cosa trasparente, come il diamante; e le sue vesti sembrano di tela d’Olanda. Ma quando il Signore accorda questa grazia l’anima entra quasi sempre nel rapimento, perché uno spettacolo così tremendo dall’umana debolezza non può essere sopportato.

5 – Dico tremendo, in quanto è di una maestà così grande che l’anima ne va piena di spavento, benché sia il più bello e il più dilettevole spettacolo che una persona sappia immaginare, la quale non riuscirebbe a rappresentarselo così, neppure se vi lavorasse intorno mille anni di vita, perché superiore di gran lunga alla capacità della nostra immaginazione e del nostro intelletto. Qui non vi è bisogno di chiedere come si conosca chi Egli sia. Non occorre che alcuno ce lo dica, perché si dà a conoscere da sé molto bene come Signore del cielo e della terra: contrariamente ai re di questo mondo, i quali, se non sono accompagnati dalla loro corte, o non si dice chi siano, passano spesso inosservati.

6 – Oh, Signore! …. Come vi conoscono poco i cristiani! Che sarà quando verrete a giudicarci, se qui, mentre venite con tanta affabilità per trattare con la vostra sposa, si prova un così vivo terrore a guardarvi? Ah, figliuole! Che sarà mai quando con voce terribile pronunzierà le parole: Via, maledetti dal Padre mio?

7 – Sia questo il pensiero che lasci ora nella nostra mente la grazia di cui parlo, e ci sarà di non poco profitto. S. Girolamo, benché santo, l’aveva sempre presente. E con esso ci sembrerà poco quello che dovremo soffrire per il rigore della Regola abbracciata. Anche se le sue austerità durassero a lungo, paragonate a quelle dell’eternità non sarebbero che di un istante. Quanto a me, vi assicuro, benché tanto miserabile, di non aver mai avuto così paura dei tormenti dell’inferno da stimarli anche solo qualche cosa di fronte al terrore dei dannati nel vedere pieni d’ira gli occhi tanto belli, dolci e misericordiosi del Signore. Mi pare che il mio cuore non li potrebbe sopportare. E tale è sempre stato il mio pensiero. Ah, quanto dovrà più temere chi ha ricevuto questa grazia, se l’emozione che in essa si prova basta da sola per far uscire dai sensi! Questo dev’essere il motivo per cui l’anima rimane allora sospesa. Ma il Signore soccorre alla debolezza di lei, acciocché si unisca alla sua grandezza in questa divina e tanto sublime comunicazione.

8 – Se l’anima può indugiarsi a lungo nella contemplazione del Signore, credo che non si tratti di visione, ma di una qualche figura formatasi nell’immaginazione in seguito a una considerazione molto intensa: figura che, paragonata a quella di cui parlo, sarà come una cosa morta.

9 – Ecco quanto avviene ad alcune persone. So che è vero perché ne han trattato con me, e non tre o quattro, ma molte. Costoro, in seguito alla debolezza della loro fantasia o all’attività del loro intelletto o non so per quale altro motivo, s’immergono in tal modo nelle loro immaginazioni da essere sicurissime di vedere tutto quello che pensano. Ma esse comprenderebbero tosto il loro errore, se avessero avuto una qualche vera visione, perché, non solo non ne risentono alcun effetto, ma siccome sono loro stesse a fabbricare quel che vedono con l’immaginazione, rimangono molto più fredde che se vedessero un’immagine devota. Perciò non se ne deve far caso. Del resto esce pure di mente molto più presto di un sogno.

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Udienza diocesi Cassano allo Jonio 21.02.2015

21 febbraio 2015

Opponetevi alla cultura della morte e testimoniate il Vangelo

 

2015-02-21 L’Osservatore Romano

 

«A quanti hanno scelto la via del male e sono affiliati a organizzazioni malavitose rinnovo il pressante invito alla conversione». Incontrando i fedeli della diocesi calabrese di Cassano all’Jonio — ricevuti in udienza nella mattina di sabato 21 febbraio, nell’Aula Paolo VI — il Papa ha lanciato un nuovo appello a coloro che «con la cattiveria e l’arroganza tipica dei malavitosi fanno dell’illegalità il loro stile di vita».

 

La scelta, ha detto chiaramente, è: «o Gesù o il male». Non ci si può dire cristiani — ha incalzato — e «violare la dignità delle persone» o «programmare e consumare gesti di violenza contro gli altri e contro l’ambiente». Gli stessi «gesti esteriori di religiosità», se non sono accompagnati «da vera e pubblica conversione», non bastano «per considerarsi in comunione con Cristo e con la sua Chiesa».

«Aprite il vostro cuore al Signore!» ha ripetuto il Pontefice rivolgendosi direttamente ai malavitosi. E ha assicurato: «Il Signore vi aspetta e la Chiesa vi accoglie se, come pubblica è stata la vostra scelta di servire il male, chiara e pubblica sarà anche la vostra volontà di servire il bene».

Nel discorso ai pellegrini della diocesi — con i quali erano anche i rappresentanti della comunità Emmanuel, impegnata nel recupero umano e sociale dei giovani — Francesco ha richiamato «la bellezza» della terra calabra, ricordando che «è un dono di Dio e un patrimonio da conservare e tramandare in tutto il suo splendore alle future generazioni». Per questo ha invocato «l’impegno coraggioso di tutti, a iniziare dalle istituzioni, affinché essa non sia sfregiata in maniera irreparabile da interessi meschini».

Alle comunità cristiane, in particolare, il Papa ha chiesto di «essere protagoniste di solidarietà» e le ha esortate «a non fermarsi di fronte a chi, per mero interesse personale, semina egoismo, violenza e ingiustizia» tra la gente. «Opponetevi — ha detto — alla cultura della morte e siate testimoni del Vangelo della vita! La luce della Parola di Dio e il sostegno dello Spirito Santo vi aiutino a guardare con occhi nuovi e disponibili alle tante nuove forme di povertà che gettano nella disperazione tanti giovani e tante famiglie».

Il testo del discorso del Papa 

 

ossrvatore

http://www.osservatoreromano.va/

 

Lotta a povertà al centro del colloquio tra il Papa e Angela Merkel

21 febbraio 2015

2015-02-21 Radio Vaticana

 

Papa Francesco ha ricevuto stamane in Vaticano Angela Merkel: il colloquio è durato circa 40 minuti. Il cancelliere tedesco ha poi incontrato il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin e mons. Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati. Il servizio di Sergio Centofanti:

 

 

 

Al centro dei “cordiali colloqui” – riferisce la Sala Stampa vaticana – la lotta contro la povertà e la fame, soprattutto in vista del prossimo Vertice del G7, che si terrà in Baviera. Si è parlato di come contrastare lo sfruttamento degli esseri umani e promuovere i diritti della donna; quindi delle sfide della salute globale e della custodia del creato. Affrontati anche i temi dei diritti umani e della libertà religiosa in alcune parti del mondo e si è accennato all’importanza dei valori spirituali per la coesione sociale.

Infine, ci si è soffermati sulla situazione in Europa, e si è sottolineato, in particolare, l’impegno per giungere ad una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina.

La Merkel ha fatto una donazione per i bambini rifugiati e ha regalato al Papa dei cd del compositore tedesco Johann Sebastian Bach. Il Pontefice, da parte sua, ha donato il medaglione di San Martino che cede il suo mantello ad un povero e l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium nella versione tedesca.

(Da Radio Vaticana)

 

radiovaticana

http://www.radiovaticana.va/

 

 

Preghiera per il padre spirituale

21 febbraio 2015

 

 

O Signore, che mi ami al di là di ogni mia piccolezza,

vorrei pregarti per il padre spirituale che mi hai donato.

Egli mi guida a comprendere la tua volontà,

a capire cosa vuoi che io faccia,

per rimanerti, ogni giorno, fedele.

Mi corregge nelle mie mancanze;

anche nelle cose non strettamente spirituali,

anzi nelle più naturali, mi dà suggerimenti e consigli.

Donami, Signore, la capacità di essere sincero,

leale e aperto con il mio padre spirituale.

E tu, Gesù, sii sempre vicino al mio padre spirituale,

rendilo uno strumento fedele nelle tue mani

e un instancabile dispensatore del tuo amore che salva.

Amen.

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Essere figli di Dio e fratelli tra noi: questo è il cuore dell’esperienza cristiana.
-Papa Francesco