Archive for marzo 2015

Preghiera della sera. Marzo, mese di San Giuseppe

31 marzo 2015

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31 marzo: GIUSEPPE PATRONO

È invero l’aiuto e il protettore nostro. Ps- 27, 7.

1 Giuseppe è patrono delle anime.

Esse da lui hanno tutto da guadagnare. Hanno da imparare la pratica del bene, in tutte le forme, verso tutti, con delicatezza, con amore. Tutto da guadagnare hanno: perché, facendo com’egli ha fatto, si arriva al Cielo e si possiede Dio.

E Giuseppe che, per il suo delicatissimo ufficio, è stato messo a parte in maniera intima del mistero della redenzione, ora che è glorioso in Cielo, con quanto interesse guarderà alle anime nostre, così provate, e così distratte, per indurle a seguir le sue vie, ad entrare con risoluto cuore nel cammino della perfezione, che è cammino di salvezza.

2 Giuseppe è patrono delle famiglie.

La famiglia di Giuseppe è l’esemplare delle nuove famiglie, nate dal sacrificio del divin figliuolo di Maria.

Egli ha tanto amato la sua famiglia; amerà tanto tutte le altre famiglie che da quella s’ispirano e che dal suo Gesù aspettano ogni vera fecondità.

Sarà dunque Lui in Cielo la loro vivente Protezione; le veglierà sul nascere, le sosterrà passo passo, le difenderà dai pericoli che le minacciano. Vi farà spuntare le virtù che rendevano cara a Dio la famiglia di Nazaret, vi spanderà la forza che quella famiglia faceva serena nella prova, ma soprattutto ne rinvigorirà la pratica della fede, pegno sicuro di tutte le grazie.

3 Giuseppe è patrono della Chiesa.

La Chiesa è il fiore ed il frutto del Cuore divino di Cristo. Giuseppe la guarda con lo stesso amore con cui nel Cielo fissa beato gli occhi nel suo Gesù. Non è forse la Chiesa la diletta immacolata sposa di Lui? Non è essa nata dal suo petto, dal suo Cuore squarciato sulla croce?

Come la contempla e come l’ama!

E come parla al Cuore di Dio di lei e per lei e di tutti i suoi figliuoli sparsi ai quattro venti! Che essa più si diffonda sotto tutti i cieli, e i cuori le si aprano come si schiudono i fiori alla rugiada del mattino, e tutti essa raggiunga con il suo cuore materno e tutti salvi con le grazie del divino suo Sposo, Gesù.

O Giuseppe, celeste nostro Patrono, veglia dal cielo sulla Chiesa, sulle famiglie, sulle anime. Son tue perché son di Cristo. Egli ha su di loro tutti i diritti: che Egli abbia da loro tutti i conforti, la gloria, l’onore. Tu puoi ottenere fecondità alla Chiesa, prosperità e armonia alle famiglie, santità alle anime.

Al termine di questo mese, che presso i tuoi altari mi ha ridestato in cuore la soavità dei tuoi esempi, io mi consacro filialmente a te, perché mi aiuti paterno a salvare questa povera anima mia, redenta col sangue di un Dio crocifisso. Così sia.

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Orazione di Santa Teresa D’Avila

31 marzo 2015

«Appena vi comunicate chiudete gli occhi del corpo e aprite quelli dell’anima per fissarli in fondo al vostro cuore, dove il Signore è disceso»

santa-tereza-avila[1]

Immagini devote e libri di meditazione

«Buon mezzo per mantenervi alla presenza di Dio è di procurarvi una sua immagine o pittura che vi faccia devozione, non già per portarla sul petto senza mai guardarla, ma per servirvene e intrattenervi spesso con Lui; ed Egli vi suggerirà quello che gli dovete dire» (Cam. 26, 9).

«Quando il Signore è assente ce lo dà a vedere con le aridità. Allora sì che ci è utile di contemplare le immagini di colui che amiamo. Per conto mio vorrei incontrarmi con il suo sembiante in qualunque parte mi rivolgessi, non essendovi nulla di più bello e di più giocondo che impiegare i nostri sguardi nell’affissarsi in Colui che tanto ci ama e che in sé racchiude ogni bene » (Cam. 34, 11).

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Liturgia del giorno: Audio Salmo 71 (70)

31 marzo 2015

 

La mia bocca, Signore, racconterà la tua salvezza.

 

[1] In te mi rifugio, Signore,
ch’io non resti confuso in eterno.

[2] Liberami, difendimi per la tua giustizia,
porgimi ascolto e salvami.

[3] Sii per me rupe di difesa,
baluardo inaccessibile,
poiché tu sei mio rifugio e mia fortezza.

[4] Mio Dio, salvami dalle mani dell’empio,
dalle mani dell’iniquo e dell’oppressore.

[5] Sei tu, Signore, la mia speranza,
la mia fiducia fin dalla mia giovinezza.

[6] Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno,
dal seno di mia madre tu sei il mio sostegno;
a te la mia lode senza fine.

[7] Sono parso a molti quasi un prodigio:
eri tu il mio rifugio sicuro.

[8] Della tua lode è piena la mia bocca,
della tua gloria, tutto il giorno.

[9] Non mi respingere nel tempo della vecchiaia,
non abbandonarmi quando declinano le mie forze.

[10] Contro di me parlano i miei nemici,
coloro che mi spiano congiurano insieme:

[11] “Dio lo ha abbandonato,
inseguitelo, prendetelo,
perché non ha chi lo liberi”.

[12] O Dio, non stare lontano:
Dio mio, vieni presto ad aiutarmi.

 

Premere qui segue ….

 

 

Mi hai fatto provare molte angosce e sventure:
mi darai ancora vita,
mi farai risalire dagli abissi della terra,

accrescerai la mia grandezza
e tornerai a consolarmi.

 

Uno di voi mi tradirà…

Non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte.

 

 

SUPPLICA A DIO

O Dio,
il nostro cuore è nel buio profondo,
ciò nonostante è legato al tuo cuore..
Il nostro cuore si dibatte tra Te e satana;
non permettere che sia cosÏ.

E tutte le volte che il cuore
è diviso tra il bene e il male
che venga illuminato dalla tua luce e si unifichi.
Non permetter mai che dentro di noi
ci possano essere due amori,
che mai possano coesistere due fedi
che mai possano coabitare tra di noi:
la bugia e la sincerità, l’amore e l’odio,
l’onestà e la disonestà, l’umiltà e la superbia.

Aiutaci affinché in nostro cuore
si innalzi a te come quello di un bimbo,
fà che il nostro cuore venga rapito dalla pace
e che continui ad averne sempre nostalgia.

Fà che la tua santa volontà ed il tuo amore
trovino dimora in noi e che desideriamo davvero
essere figli tuoi.
E quando, Signore,
non desideriamo essere figli tuoi,
ricordati dei nostri passati desideri
e aiutaci a riceverti di nuovo.

Ti apriamo i cuori
affinché in essi dimori il tuo santo amore.
Ti apriamo le nostre anime
affinché vengano toccate dalla tua
Santa Misericordia
che ci aiuterà a vedere chiaramente tutti i nostri peccati
e ci farà capire che ciò che ci rende impuri è il peccato.
Dio, noi desideriamo essere tuoi figli,
umili e devoti a tal punto da diventare figli sinceri e cari,
così come solo il Padre potrebbe desiderare che siamo.

Aiutaci Gesù, nostro fratello, ad ottenere il perdono del Padre
ed aiutaci ad essere buoni verso di Lui

Aiutaci o Gesù, a comprendere bene ciò che Dio ci da
perché a volte noi rinunciamo a compiere un’azione buona ritenendola un male.

Tweet del Papa

31 marzo 2015

La Confessione è il sacramento della tenerezza di Dio, il suo modo di abbracciarci.

 

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), 31 marzo 2015

Donna eccezionale

31 marzo 2015

· Francesco per il quinto centenario di santa Teresa di Gesù ·

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Unica è la morte al mondo e unica la risurrezione dei morti. Dal libro «Su lo Spirito Santo» di san Basilio Magno, vescovo

31 marzo 2015

(15, 35; PG 32, 127-130)

L’economia di salvezza di Dio, nostro salvatore consiste nel rialzare l’uomo dalle sue cadute e nel farlo ritornare alla intimità divina, liberandolo dall’alienazione a cui l’aveva portato la disobbedienza. La venuta di Cristo nella carne, gli esempi di vita evangelica, le sofferenze, la croce, la sepoltura, la risurrezione sono per la salvezza dell’uomo perché abbia di nuovo, mediante l’imitazione di Cristo, l’adozione a figlio di cui era dotato all’inizio.

Per l’autenticità della vita cristiana è dunque necessario imitare non solo i suoi esempi di dolcezza, di umiltà e di pazienza manifestati durante la vita, ma anche la sua stessa morte. Lo dice san Paolo, imitatore di Cristo: «Divenuto conforme a lui nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Fil 3, 11).

Ma come possiamo renderci conformi alla morte di lui? Facendoci conseppellire con lui per mezzo del battesimo. Qual è allora il modo della sepoltura e quale il frutto della sua imitazione? Prima di tutto è necessario interrompere il modo di vivere di prima. Ma nessuno può arrivare a tanto se non rinasce di nuovo, secondo le parole del Signore. La rigenerazione infatti, come emerge dalla parola stessa, è l’inizio di una seconda vita. Perciò prima di iniziare una seconda vita, bisogna por fine alla prima. A coloro che sono arrivati alla fine del giro nello stadio, si dà un po’ di sosta e di riposo prima di far loro iniziare un altro giro. Così anche nel mutamento di vita appare necessario che la morte si interponga tra la prima e la seconda vita, e che questa morte costituisca la fine della condizione precedente e l’inizio di quella futura.

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Pensiero del giorno: Dalla Lettura Breve, 1 Tm 2, 4-6, Dell’Ora Terza, Ora Media

31 marzo 2015

Dio nostro salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti.
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Liturgia del giorno: Audio Salmo 22 (21)

30 marzo 2015

 

Il Signore è mia luce e mia salvezza.

 

[1] Di Davide.
Il Signore è mia luce e mia salvezza,
di chi avrò paura?
Il Signore è difesa della mia vita,
di chi avrò timore?

[2] Quando mi assalgono i malvagi
per straziarmi la carne,
sono essi, avversari e nemici,
a inciampare e cadere.

[3] Se contro di me si accampa un esercito,
il mio cuore non teme;
se contro di me divampa la battaglia,
anche allora ho fiducia.

[4] Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per gustare la dolcezza del Signore
ed ammirare il suo santuario.

[5] Egli mi offre un luogo di rifugio
nel giorno della sventura.
Mi nasconde nel segreto della sua dimora,
mi solleva sulla rupe.

[6] E ora rialzo la testa
sui nemici che mi circondano;
immolerò nella sua casa sacrifici d’esultanza,
inni di gioia canterò al Signore.

[7] Ascolta, Signore, la mia voce.
Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi.

[8] Di te ha detto il mio cuore: “Cercate il suo volto”;
il tuo volto, Signore, io cerco.

[9] Non nascondermi il tuo volto,
non respingere con ira il tuo servo.
Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi,
non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.

[10] Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato,
ma il Signore mi ha raccolto.

[11] Mostrami, Signore, la tua via,
guidami sul retto cammino,
a causa dei miei nemici.

[12] Non espormi alla brama dei miei avversari;
contro di me sono insorti falsi testimoni
che spirano violenza.

[13] Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.

[14] Spera nel Signore, sii forte,
si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore.

 

Premere qui per ascoltare il salmo.

 

 

Spalancate le porte a Cristo.

Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la Sua potestà! Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera! Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! Alla Sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo Lui lo sa! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo Lui ha parole di vita, sì! di vita eterna.

Papa Giovanni Paolo II

 

Preghiera della sera. Marzo, mese di San Giuseppe

30 marzo 2015

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30 marzo: GIUSEPPE ESEMPLARE

 

Guarda e fa secondo l’esempio. Ex., 25, 40.

1 Giuseppe è modello nella conoscenza di Dio.

S’è votato a Dio e ha vissuto di Dio. Quando ha visto, trasalendo, nascere il Signore, accanto a lui nella misera stalla e seguirlo poi da per tutto, proprio come un bambina, egli non sapeva più trattenere le lacrime. A mano a mano la sua mente si arricchiva di celesti chiarezze: vedeva Gesù, vedeva Dio. Lo studiava con la passione dell’amore. La contemplazione per lui era forma della preghiera. S’era aperto il Cielo, e la gloria di Dio lo inebriava.

2 Giuseppe è modello nell’amore di Dio.

Quel che è bello è oggetto d’amore. Nulla può essere più irresistibilmente oggetto d’amore che l’infinita divina Bellezza. Giuseppe non sa più moderare i battiti del suo cuore: sente che il cuore non gli appartiene più. Gesù se l’è rubato tutto, e da buon Figliuolo ne fa parte a Maria, la sua Mamma. È una tenerezza nella casa santa che chiama dal Cielo gli Angeli, i quali non sanno ormai che cosa scegliere tra il Cielo e quella squallida casa. Come sparisce la materia e quanto grandeggia lo spirito! Poiché trionfa l’amore.

3 Giuseppe è modello nel servizio di Dio.

Che dolce cosa servire chi si ama! Sembra, il servizio, quasi la concretezza dell’amore. L’amore quaggiù non è pacifico come nel paradiso: è insofferente, è irrequieto. Vorrebbe fare l’impossibile.

Giuseppe, che sente il martirio dell’amore per il divin Figliuolo a lui affidato, si studia d’indovinare i desideri, i pensieri, per prevenirli, per contentarli. Nulla lo arresta, lo scoraggia, lo stanca. E poi, servire Gesù, non è forse regnare?

Più Giuseppe si umilia e più giganteggia. È lo stile di Dio.

Giuseppe santo, esemplare di tutte le virtù, che ti dànno il nome comprensivo di giusto, guarda a me che sono invece così povero di bene e così ricco di male! Conosco tante cose e non conosco che poco e male il Signore; amo tante cose e non so amare l’Amore; son servitore di tanti idoli e mi ribello all’unico Dio. Misericordia, mio dolce Patrono! Prega tu per me il Signore; digli che mi apra la mente, che mi riscaldi il cuore, che mi purifichi e fortifichi la volontà. Io voglio imitarti, per seguirti nella ricchezza del premio! 

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Tweet del Papa

30 marzo 2015

La Settimana Santa è il tempo che più ci chiama a stare vicino a Gesù: l’amicizia si vede nella prova.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), 30 marzo 2015

Anche noi custodi

30 marzo 2015

· Le meditazioni per la Via crucis presieduta dal Papa la sera di Venerdì santo ·

27 marzo 2015

«La croce, vertice luminoso dell’amore di Dio che ci custodisce. Chiamati a essere anche noi custodi per amore» è il titolo delle meditazioni delle quattordici stazioni della Via crucis che sarà presieduta da Papa Francesco al Colosseo la sera di Venerdì santo, 3 aprile.

L’autore è monsignor Renato Corti, vescovo emerito di Novara, che nella nota introduttiva sottolinea come la costante di questa Via crucis 2015 sia il riferimento “al dono di essere custoditi dall’amore di Dio, in particolare da Gesù crocifisso, e al compito di essere, a nostra volta, custodi per amore dell’intera creazione, di ogni persona, specie della più povera, di noi stessi e delle nostre famiglie, per far risplendere la stella della speranza”.

“Vogliamo partecipare a questa Via crucis in profonda intimità con Gesù – scrive il presule –. Attenti a quanto sta scritto nei Vangeli, verranno colti con discrezione alcuni sentimenti e pensieri che hanno potuto abitare nella mente e nel cuore di Gesù in quelle ore di prova. Nello stesso tempo ci lasceremo interpellare da alcune situazioni di vita che caratterizzano — nel bene e nel male — i nostri giorni. Esprimeremo così una risonanza che dica il nostro desiderio di compiere qualche passo di imitazione del Nostro Signore Gesù Cristo nella sua passione”.

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Vangelo (Gv 13,21-33.36-38) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 31 Marzo 2015) con commento comunitario

30 marzo 2015

 Martedì della Settimana Santa

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 13,21-33.36-38)

In quel tempo, [mentre era a mensa con i suoi discepoli,] Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariòta. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto». Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte. Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire». Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte».

Questo è il Vangelo del 31 Marzo, quello del 30 Marzo lo potete trovare qualche post più sotto

 

Gloriamoci anche noi nella Croce del Signore. Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo

30 marzo 2015

(Disc. Guelf. 3; PLS 2, 545-546)

La passione del Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo è pegno sicuro di gloria e insieme ammaestramento di pazienza.

Che cosa mai non devono aspettarsi dalla grazia di Dio i cuori dei fedeli! Infatti al Figlio unigenito di Dio, coeterno al Padre, sembrando troppo poco nascere uomo dagli uomini, volle spingersi fino al punto di morire quale uomo e proprio per mano di quegli uomini che aveva creato lui stesso.

Gran cosa è ciò che ci viene promesso dal Signore per il futuro, ma è molto più grande quello che celebriamo ricordando quanto è già stato compiuto per noi. Dove erano e che cosa erano gli uomini, quando Cristo morì per i peccatori? Come si può dubitare che egli darà ai suoi fedeli la sua vita, quando per essi, egli non ha esitato a dare anche la sua morte? Perché gli uomini stentano a credere che un giorno vivranno con Dio, quando già si è verificato un fatto molto più incredibile, quello di un Dio morto per gli uomini?

Chi è infatti Cristo? È colui del quale si dice: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio»? (Gv 1, 1). Ebbene questo Verbo di Dio «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14). Egli non aveva nulla in se stesso per cui potesse morire per noi, se non avesse preso da noi una carne mortale. In tal modo egli immortale poté morire, volendo dare la vita per i mortali. Rese partecipi della sua vita quelli di cui aveva condiviso la morte. Noi infatti non avevamo di nostro nulla da cui aver la vita, come lui nulla aveva da cui ricevere la morte. Donde lo stupefacente scambio: fece sua la nostra morte e nostra la sua vita. Dunque non vergogna, ma fiducia sconfinata e vanto immenso nella morte del Cristo.

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Pensiero del giorno: Dalla Lettura Breve, Ger 11, 19,Lodi

30 marzo 2015

Ero come un agnello mansueto che viene portato al macello, non sapevo che essi tramavano contro di me, dicendo: «Abbattiamo l’albero nel suo rigoglio, strappiamolo dalla terra dei viventi; il suo nome non sia più ricordato».
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Preghiera della sera. Marzo, mese di San Giuseppe

29 marzo 2015

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29 marzo: GIUSEPPE TRIONFANTE

Una corona d’oro cinge il suo capo. Eccli. 45, 14.

1 Giuseppe trionfa nel Cielo.

Il Cielo è il luogo dei veri trionfi, dove tutto è schietto, bello, vero, santo. Soprattutto quando chi arriva lassù è passato sulla terra ignorato, disprezzato quasi, sudando il pane quotidiano, e facendo costantemente il bene. Giuseppe, che aveva un suo compito, tanto alto, da fare invidia agli Angeli, non ha ricevuto tra gli uomini che indifferenza… Di lui non parlan le storie… È uno dei molti Santi che passano tra gli uomini come non fossero mai stati. Perfino nella Chiesa, Giuseppe è rimasto per molti secoli quasi nascosto, circondato ancora dal suo così caro silenzio. Ma in Cielo! Che festa!

E ora Egli è in Cielo con Gesù e con Maria. La santa Famiglia!

2 Giuseppe trionfa nel Purgatorio.

Giuseppe, che ci ha salvato Gesù per la croce e per l’altare, a Betleem – la casa del pane – e a Nazaret – la casa del fiore, – è uno dei grandi benefattori degli uomini. È interessato più di tutti dopo Maria, alla redenzione operata da Gesù. La redenzione nel Purgatorio è in atto: non è ancora raggiunto l’ultimo stadio. Giuseppe non può disinteressarsi di quelle care povere anime. Lo sanno, e pregano e sperano nella sua intercessione. Egli è l’amico del Purgatorio. E un grande consolatore.

3 Giuseppe trionfa sulla terra.

Ci son voluti i Santi per destare nel cuore dei fratelli il culto di San Giuseppe. San Bernardo e santa Teresa tra tutti. Ora la sua gloria s’è levata nel cielo della Chiesa, ed egli è, come dev’essere, una stella di prima grandezza.

Si direbbe che dal Cielo continui a fare in terra il suo benedetto ufficio. Proteggere, custodire, difendere, soccorrere… Ne ha tanto bisogno la terra!

E ora, in Cielo, il Signore lo lascia fare. Fa ancora così bene, come sempre!

O mite trionfatore, Giuseppe santo, che nel Cielo sei ripagato della tua devozione a Gesù e a Maria, sei ricompensato delle tue nascoste sofferenze, della tua generosa rinunzia, provvedi alle nostre necessità, rimedia ai nostri travagli. Nelle nostre case, nelle anime, nella mia anima, v’è tanto bisogno d’un occhio buono che vegli, d’una mano amica che ordini, d’un cuore caldo che inspiri. Prendine possesso tu, in nome del tuo divino Protetto.

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Umiltà è la via di Dio: Francesco nella Domenica delle Palme

29 marzo 2015

 

 

2015-03-29 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non esiste umiltà senza umiliazione. Papa Francesco, nella Domenica delle Palme che apre alla Settimana Santa, ricorda che “Dio si umilia per camminare con il suo popolo” e sottolinea “l’umiliazione di quanti, per il loro comportamento fedele al Vangelo sono discriminati”. Questa – dice – è la via per seguire Gesù e per vivere la Settimana Santa. Il servizio di Fausta Speranza:

 

 

“Umiliarsi è prima di tutto lo stile di Dio”, chiarisce Papa Francesco. E ammette:

“Uno stile che non finirà mai di sorprenderci e di metterci in crisi: a un Dio umile non ci si abitua mai!”.

Francesco afferma: con la celebrazione delle Palme che “appare festosa” si apre la Settimana della Passione di Gesù. Sulla “via dolorosa e sotto la croce, – ci ricorda – sentiremo gli insulti della gente e dei capi”. Lo vedremo, disprezzato, deriso, tradito, abbandonato, schernito. Solo se anche noi “andremo su questa strada dell’umiliazione di Gesù – ci chiarisce il Papa – vivremo una Settimana davvero Santa. Francesco ribadisce:

“Questa è la via di Dio, la via dell’umiltà. E’ la strada di Gesù, non ce n’è un’altra. E non esiste umiltà senza umiliazione”.

“Dio si umilia per camminare con il suo popolo, – dice – per sopportare le sue infedeltà”. Cita il Libro dell’Esodo, le lamentele del popolo che il Padre aveva fatto “uscire dalla condizione di schiavitù e guidava nel cammino attraverso il deserto fino alla terra della libertà”.

“Umiltà – spiega Francesco – vuol dire servizio, vuol dire lasciare spazio a Dio spogliandosi di sé stessi, “svuotandosi”, come dice la Scrittura. “Questa – avverte il Papa – è l’umiliazione più grande”.

E il Papa parla della strada contraria a quella di Cristo con una definizione precisa:  “mondanità”. E con caratteristiche precise:

“La mondanità ci offre la via della vanità, dell’orgoglio, del successo… E’ l’altra via. Il maligno l’ha proposta anche a Gesù, durante i quaranta giorni nel deserto. Ma Gesù l’ha respinta senza esitazione. E con Lui, con la sua grazia soltanto, col suo aiuto, anche noi possiamo vincere questa tentazione della vanità, della mondanità, non solo nelle grandi occasioni, ma nelle comuni circostanze della vita”.

“Mettiamoci anche noi decisamente su questa strada, – incoraggia Francesco – con tanto amore per Lui, il nostro Signore e Salvatore”. Inoltre – ci dice Francesco – “ci aiuta e ci conforta in questo l’esempio di tanti uomini e donne che, nel silenzio e nel nascondimento, ogni giorno rinunciano a sé stessi per servire gli altri: un parente malato, un anziano solo, una persona disabile…”. E poi il pensiero a “quanti per il loro comportamento fedele al Vangelo sono discriminati e pagano di persona”. E ai cristiani perseguitati:

“E pensiamo ai nostri fratelli e sorelle perseguitati perché cristiani, i martiri di oggi: ce ne sono tanti! Non rinnegano Gesù e sopportano con dignità insulti e oltraggi. Lo seguono sulla sua via. Possiamo parlare in verità di “un nugolo di testimoni”: i martiri di oggi ”.

Francesco non ha dubbi: sulla via dell’umiltà di Dio, “sarà l’amore a guidarci e a darci forza”.

(Da Radio Vaticana)

 

 

Alcune poesie di Venanzio Lucernoni

29 marzo 2015

Er giudizio de Dio

Quanno s’è presentata da San Pietro,

l’anima de Venanzio, sola sola,

“….me dispiace, te devo manna indietro

– je fa San Pietro -…pe’ corpa de la gola.

E’ un peccato da poco, c’è speranza

che dopo un par de lustri in Purgatorio

a scontà li peccati de la panza,

te trovamo un ber posto ar refettorio,

a cucinà, frammezzo all’angioletti,

patate, abbacchio, cotiche e spaghetti”.

Venanzio ce rimase tanto male.

“Io – disse – vorrei esse’ giudicato

su la base de quanto ho cucinato

più che su quello che me so’ magnato”.

“No – fece er santo – questo qui nun vale…

…nun è peccato sta’ vicino ar gasse…

er peccato de gola è strafogasse”.

Venanzio prese allora ‘na padella,

mise l’ojo extra vergine d’oliva,

cipolla, rosmarino e coratella

e…in paradiso se sentì un’evviva!

Salì un profumo talmente sopraffino

che invase tutto quanto er firmamento,

je s’accostò perfino un cherubino

che passava pe’ caso in quer momento

e je chiese co’ la faccia stralunata

si poteva assaggià ‘na forchettata.

“Nun c’è problema” disse e ner girasse

vide ‘na fila de santi lì vicino

e prima che la fila terminasse

ce stava già chi se portava er vino

(pare che fosse un certo San Martino).

San Pietro, ner vedè tanto successo,

je prese er dubbio d’essese sbajato

e chiese un supplemento der processo

che ar Purgatorio l’aveva condannato.

E l’udienza se tenne in Paradiso

ar cospetto de Padre Onnipotente,

che vide tutti i santi cor soriso,

a chiedeje de esse’ più clemente,

“…uno che fa’ così la coratella

cià l’anima più nobbile e più bella…”.

E er Padreterno sentenziò solenne:

“Venanzio sta co’ noi, qui ner Nirvana,

e …visto che rimani, fa du’ penne,

come le sai fa tu…all’amatriciana!”.

E da quer giorno er Paradiso intero

è diventato tutto un ristorante,

e de specialità ce ne so’ tante

che ar Padreterno nun je pare vero:

coda a la vaccinara, bucatini,

abbacchio a scottadito, puntarelle,

pajata, cacciatora, lumachelle

e un trionfo d’arrosti e spezzatini.

Carciofi, trippa ar sugo brodettata,

e quarsiasi tipo d’insalata…

la cicoria de campo ripassata…

e er venerdì, un ber fritto de paranza!

Pure li santi mo cianno la panza.

***************

Preghiera per la pace

Se t’è rimasto Cristo, un occhio solo,

come fai a nun vedè tanto macello?

Io manco cor pregà, me ce consolo,

a vede un omo assassinà er fratello.

Ritorna in Palestina, Gesù Santo,

rinasci un’antra vorta, per favore,

viè a vedè quanto sangue, quanto pianto

ce stà dove nascesti Tu, Signore.

Ma ce stà ancora chi Te stà a sentì?

…Tu predicasti amore e fratellanza

e, guarda caso, nascesti proprio lì,

dove ammazzeno pure la speranza…

…dove l’odio prevale sull’amore

e la vendetta genera dolore.

Se T’è rimasto, Cristo, un’occhio solo,

anticipa er Natale a ‘sta mattina,

ritorna per un giorno in Palestina

e fa scoppia la Pace. E no er tritolo.

Orazione di Santa Teresa D’Avila

29 marzo 2015

 

«Appena vi comunicate chiudete gli occhi del corpo e aprite quelli dell’anima per fissarli in fondo al vostro cuore, dove il Signore è disceso»

santa-tereza-avila[1]

L’orazione insegnata da Gesù: il Pater

«Non voglio parlarvi di certe preghiere assai lunghe, perché le anime incapaci di fissarsi in Dio può darsi che si stanchino anche di quelle; ma soltanto delle preghiere che come cristiani dobbiamo necessariamente recitare: il Pater Noster e l’Ave Maria».

«Non bisogna che si dica di noi che parliamo senza sapere quello che diciamo (…). Quando dico il Pater Noster, mi sembra che l’amore debba esigere che io intenda chi sia questo Padre e chi il Maestro che ci ha insegnata tal preghiera. (…) Come dimenticarci del Maestro che ci ha insegnata questa preghiera, e ce l’ha insegnata con tanto amore e con un così vivo desiderio che ci sia utile?».

«In primo luogo – come sapete bene anche voi Sua Maestà ci insegna a pregare in solitudine. Così anch’Egli faceva, benché non ne avesse bisogno, ma solo a nostro insegnamento».

«È chiaro, del resto, che non si può parlare con Dio nel medesimo tempo che con il mondo, come fanno coloro che mentre recitano preghiere, ascoltano ciò che si dice d’intorno, o si fermano a quanto viene loro nella mente, senza cura di raccogliersi».

«E’ bene inoltre considerare che il Signore ha insegnato e continua ad insegnare questa sua preghiera a ciascuno in particolare. Il Maestro non è così lontano dal discepolo d’aver bisogno di alzare la voce… Anzi, gli è molto vicino, ed io vorrei che per bene recitare il Pater Noster, foste intimamente persuase di non dovervi mai allontanare da Chi ve lo ha insegnato».

«Direte che questo è meditare, mentre voi non potete né volete fare altro che pregare vocalmente.

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Vangelo (Gv 12,1-11) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 30 Marzo 2015) con commento comunitario

29 marzo 2015

Lunedì della Settimana Santa

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 12,1-11)

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Làzzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Làzzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Làzzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.

Questo è il Vangelo del 30 Marzo, quello del 29 Marzo lo potete trovare qualche post più sotto

Seconda Lettura, della Domenica delle Palme

29 marzo 2015

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési

Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.

Parola di Dio

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Celebrazione della Domenica delle Palme e della Passione del Signore 2006. Omelia di Sua Santità Benedetto XVI

29 marzo 2015

Piazza San Pietro

XXI Giornata Mondiale della Gioventù

 

Domenica, 9 aprile 2006

 

Benedetto XVI ha introdotto la Celebrazione con queste parole:

Fratelli e sorelle amatissimi, giovani qui presenti e giovani del mondo intero, con questa assemblea liturgica noi entriamo nella santa settimana per vivere la passione, morte e risurrezione del Signore Gesù Cristo. Come i discepoli hanno acclamato Gesù quale Messia, colui che viene nel Nome del Signore, anche noi cantiamo a lui con gioia, e confessiamo la nostra fede: è lui la Parola unica e definitiva di Dio Padre, è lui la Parola fatta carne, è lui che ha raccontato a noi il Dio invisibile. Amatissimi giovani, soltanto mediante l’assiduità alla Parola di Dio imparerete ad amare Gesù Cristo, soltanto in lui conoscerete la verità e la libertà, soltanto partecipando alla sua Pasqua darete senso e speranza alla vostra vita. Fratelli e sorelle, mettiamoci alla sequela di Gesù: i rami di ulivo, segno della pace messianica, e i rami di palma, segno del martirio, dono della vita a Dio e ai fratelli, con cui ora acclameremo il Messia Gesù, testimonino la nostra ferma adesione al mistero pasquale che celebriamo.

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Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele. Dai «Discorsi» di sant’Andrea di Creta, vescovo

29 marzo 2015

 (Disc. 9 sulle Palme; PG 97, 990-994)

Venite, e saliamo insieme sul monte degli Ulivi, e andiamo incontro a Cristo che oggi ritorna da Betània e si avvicina spontaneamente alla venerabile e beata passione, per compiere il mistero della nostra salvezza.

Viene di sua spontanea volontà verso Gerusalemme. È disceso dal cielo, per farci salire con sé lassù «al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare» (Ef 1, 21). Venne non per conquistare la gloria, non nello sfarzo e nella spettacolarità, «Non contenderà», dice, «né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce» (Mt 12, 19). Sarà mansueto e umile, ed entrerà con un vestito dimesso e in condizione di povertà.

Corriamo anche noi insieme a colui che si affretta verso la passione, e imitiamo coloro che gli andarono incontro. Non però per stendere davanti a lui lungo il suo cammino rami d’olivo o di palme, tappeti o altre cose del genere, ma come per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai suoi piedi le nostre persone. Accogliamo così il Verbo di Dio che si avanza e riceviamo in noi stessi quel Dio che nessun luogo può contenere. Egli, che è la mansuetudine stessa, gode di venire a noi mansueto. Sale, per così dire, sopra il crepuscolo del nostro orgoglio, o meglio entra nell’ombra della nostra infinita bassezza, si fa nostro intimo, diventa uno di noi per sollevarci e ricondurci a sé.

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Preghiera del mattino: A Gesù che entra in Gerusalemme

29 marzo 2015

Veramente mio amato Gesù, 

Voi fate l’ingresso in un’altra Gerusalemme, 

mentre entrate nell’anima mia.

Gerusalemme non si mutò avendovi ricevuto, 

anzi divenne più barbara, perchè vi crocifisse.
Ah, non permettete mai tale sciagura, 

che io vi riceva e, rimanendo in me tutte le passioni 

e le mali abitudini contratte, divenga peggiore! 

Ma vi prego col più intimo del cuore, 

che vi degniate annientarle e distruggerle totalmente, 

mutandomi il cuore, la mente e la volontà,

 che siano sempre rivolti ad amarvi, 

servirvi e glorificarvi in questa vita, 

per poi goderne nell’altra eternamente.

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Liturgia del giorno: Audio Salmo 22 (21)

28 marzo 2015

 

Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?

 

[1] Al maestro del coro. Sull’aria: “Cerva dell’aurora”.
Salmo. Di Davide.

[2] “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Tu sei lontano dalla mia salvezza”:
sono le parole del mio lamento.

[3] Dio mio, invoco di giorno e non rispondi,
grido di notte e non trovo riposo.

[4] Eppure tu abiti la santa dimora,
tu, lode di Israele.

[5] In te hanno sperato i nostri padri,
hanno sperato e tu li hai liberati;

[6] a te gridarono e furono salvati,
sperando in te non rimasero delusi.

[7] Ma io sono verme, non uomo,
infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.

[8] Mi scherniscono quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:

[9] “Si è affidato al Signore, lui lo scampi;
lo liberi, se è suo amico”.

[10] Sei tu che mi hai tratto dal grembo,
mi hai fatto riposare sul petto di mia madre.

[11] Al mio nascere tu mi hai raccolto,
dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.

[12] Da me non stare lontano,
poiché l’angoscia è vicina
e nessuno mi aiuta.

[13] Mi circondano tori numerosi,
mi assediano tori di Basan.

[14] Spalancano contro di me la loro bocca
come leone che sbrana e ruggisce.

[15] Come acqua sono versato,
sono slogate tutte le mie ossa.
Il mio cuore è come cera,
si fonde in mezzo alle mie viscere.

[16] È arido come un coccio il mio palato,
la mia lingua si è incollata alla gola,
su polvere di morte mi hai deposto.

[17] Un branco di cani mi circonda,
mi assedia una banda di malvagi;
hanno forato le mie mani e i miei piedi,

[18] posso contare tutte le mie ossa.
Essi mi guardano, mi osservano:

[19] si dividono le mie vesti,
sul mio vestito gettano la sorte.

 

Premere qui segue …

 

 

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Tu sei lontano dalla mia salvezza”:
sono le parole del mio lamento.

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VITA DELLA MIA VITA

 

Vita della mia vita,
sempre cercherò di conservare
puro il mio corpo,
sapendo che la tua carezza vivente
mi sfiora tutte le membra.

Sempre cercherò di allontanare
ogni falsità dai miei pensieri,
sapendo che tu sei la verità
che nella mente
mi ha accesa la luce della ragione.

Sempre cercherò di scacciare
ogni malvagità dal mio cuore,
e di farvi fiorire l’amore,
sapendo che ha la tua dimora
nel più profondo del cuore.

E sempre cercherò nelle mie azioni
di rivelare te,
sapendo che è il tuo potere
che mi dà la forza di agire.

 

 

RABINDRANATH TAGORE

 

 

 

Preghiera della sera. Marzo, mese di San Giuseppe

28 marzo 2015

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28 marzo: GIUSEPPE MORENTE

Ecco come muore il giusto.

1 Quando morì Giuseppe.

Gesù non ha ancora lasciato la pia e laboriosa casa nazarena, quando Giuseppe s’ammala. Il servo buono e fedele, colui che ha imperniato in sé, nel suo sacrificio, nel suo lavoro, il governo della famiglia modello, è stanco ormai: non nello spirito, ma nel corpo.

Gli avrà già detto, il giovane Gesù, che Egli si sta preparando per uscire tra gli uomini a predicare, a morire? Non avrebbe diritto lui, Giuseppe, di assistere al trionfo tra gli umili di questo suo figlio putativo?

Giuseppe di una cosa sola s’è preoccupato, di compiere fedelmente l’opera di Dio. Ora non c’è più bisogno di lui: può dunque chiudere gli occhi in pace.

2 Dove morì Giuseppe.

Nella casa di Gesù. Si può ben chiamare così la casa di Nazaret. Muore, Giuseppe, tra le umili cose che hanno visto venir su come vigoroso bellissimo virgulto il Figlio di Dio fatto uomo, che hanno contemplato la delicata purissima tenerezza della Madre per eccellenza. Non c’è nulla che lo turbi d’intorno. Ogni cosa non ricorda che bene, ogni cosa gli è stata d’aiuto nel suo compito. A lui vien voglia di benedirle tutte… È un cantico di riconoscenza che gli sale dal cuore, tranquillo, puro, sereno. È l’ora, l’ora di Dio. Se questa è la casa terrena del Figlio dell’Altissimo e gli basta già tanto, che cosa sarà mai la casa del Cielo?

3 Come morì Giuseppe?

Tra Gesù e Maria. Ecco, sì, la sua spina… Lasciare Gesù e Maria. Sarà per poco, ma la separazione gli punge il cuore, sino a farglielo sanguinare. Ma è un attimo: è la natura che si risente. La grazia vince. Una parola di Gesù, uno sguardo di Maria: egli s’abbandona tutto in un’onda di soavità, che non è terrena.

Si pensi che neppure Maria avrà questa sorte beata: essere così, nel supremo passaggio, assistita visibilmente dal cuore di Gesù.

Sul cuore di Gesù, Giuseppe s’addormenta in pace, sotto la carezza di Maria.

C’è, intorno, tutto un brusio d’ali.

Giuseppe purissimo, mi sento tutto intenerire al pensiero della tua morte beata: mi pare che sarà per me più facile morire, ora che ti ho contemplato morire… Gesù e Maria ci sono anche oggi, e ci sei tu; e mi assisterete tutti, invisibili, nell’ultima ora. Di che temerò? Ma io, o Santo, non ho dato come te tutto al Signore, e tanto l’ho fatto soffrire. Ho troppo amato la vita del corpo, ho tanto tradito la vita dell’anima. Confuso e pentito, voglio oggi vivere secondo il tuo esempio: ottienimi il perdono e la santa perseveranza.

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I Venti Sabati del Santo Rosario , Misteri del Dolore, Quindicesimo Sabato

28 marzo 2015

 

5° Mistero del Dolore: Gesù muore in croce

Prima di metterci in ascolto della Parola di Dio, invochiamo lo Spirito Santo e preghiamo con la fede della Chiesa.

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito San­to. Amen.

INVOCHIAMO LO SPIRITO SANTO

Noi ti adoriamo e ti amiamo con tutto il nostro cuore, o Spirito divino, Dio onnipotente, Amore del Padre e del Figlio. Vieni dunque, o Dio di bontà e di misericordia, a dare la grazia col tuo alito vivificatore al nostro cuore; vieni, o Fuoco divino e insegnaci a parlare il linguaggio dei Santi. Vieni e con la tua luce ineffabile illuminaci, col tuo fuoco purificaci, accendici il cuore e rendilo ardente della tua carità. Spirito di verità, senza di te siamo nell’errore; Spirito di amore, senza di te siamo aridi; Spirito di vita, senza di te siamo senza vita. Donaci, perciò, o Dio di bontà, i frutti del tuo Spirito. Amen.

(Dagli Scritti di Bartolo Longo)

PREGHIAMO CON LA CHIESA

O Padre, che accanto al tuo Figlio, innalzato sulla croce, hai voluto presente la sua Madre Addolorata: fa’ che la santa Chiesa, associata con lei alla passione del Cristo, partecipi alla gloria della risurrezione. Per Cristo nostro Signore. Amen.

(Messale Romano, Colletta della Beata Vergine Maria Addolorata)

ASCOLTIAMO LA PAROLA DI DIO

Per dare maggiore profóndità alla nostra meditazione apria­mo il cuore al Signore che ci parla.

Dal vangelo di Luca (23,39-48)

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!”. Ma l’altro lo rimproverava: “Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male”. E aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose: “In ve­rità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”.

Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo spirò. Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: “Veramente quest’uomo e­ra giusto”. Anche tutte le folle che erano accorse a que­sto spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto.

MEDITIAMO

L’ascolto e la meditazione si nutrono di silenzio. Facciamo u­na breve pausa, poi, leggiamo e continuiamo a meditare.

Dalle Conferenze di san Tommaso d’Aquino

Fu necessario che il Figlio di Dio soffrisse per noi? Molto, e possiamo parlare di una duplice necessità: co­me rimedio contro il peccato e come esempio nell’agi­re.

Fu anzitutto un rimedio, perché è nella passione di Cristo che troviamo rimedio contro tutti i mali in cui possiamo incorrere per i nostri peccati. Ma non minore è l’utilità che ci viene dal suo esempio. La passione di Cristo infatti è sufficiente per orientare tutta la nostra vita. Chiunque vuol vivere in perfezione non faccia altro che disprezzare quello che Cristo disprezzò sulla croce, e desiderare quello che egli desiderò. Nessun esempio di virtù infatti è assente dalla croce. Se cerchi un esempio di carità, ricorda: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).

Questo ha fatto Cristo sulla croce. E quindi, se egli ha dato la sua vita per noi, non ci deve essere pesante sostenere qualsiasi male per lui. Se cerchi un esempio di pazienza, ne trovi uno quanto mai eccellente sulla croce. La pazienza infatti si giudica grande in due circostanze: o quando uno sopporta pazientemente grandi avversità, o quando si sostengono avversità che si potrebbero evi­tare, ma non si evitano.

Ora Cristo ci ha dato sulla croce l’esempio dell’una e dell’altra cosa. Infatti “quando soffriva non minacciava” (1 Pt 2,23) e come un agnello fu condotto alla morte e non aprì la sua bocca (cfr At 8,32). Grande è dunque la pazienza di Cristo sulla croce: “Corriamo con perseve­ranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, auto­re e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprez­zando l’ignominia” (Eb 12,2). Se cerchi un esempio di umiltà, guarda il crocifisso: Dio, infatti, volle essere giu­dicato sotto Ponzio Pilato e morire.

Se cerchi un esempio di obbedienza, segui colui che si fece obbediente al Padre fino alla morte: “Come per la disobbedienza di uno solo, cioè di Adamo, tutti sono sta­ti costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Rm 5,19).

Se cerchi un esempio di disprezzo delle cose terrene, segui colui che è il re dei re ed il Signore dei signori, “nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col 2,3). Egli è nudo sulla croce, schernito, spu­tacchiato, percosso, coronato di spine, abbeverato con a­ceto e fiele. Non legare dunque il tuo cuore alle vesti ed alle ricchezze, perché “si son divise tra loro le mie vesti” (Gi, 19,24); non agli onori, perché ho provato gli oltrag­gi e le battiture (cfr Is 53,4); non alle dignità, perché intrecciata una corona di spine, la misero sul mio capo (cfr Mc 15,17) non ai piaceri, perché “quando avevo sete, mi han dato da bere aceto” (Sal 68,22).

CONTEMPLIAMO IL MISTERO

Guidati da Maria fissiamo lo sguardo sul volto di Cristo per poi aprire il cuore alla lode trinitaria, traguardo di ogni con­templazione cristiana.

Mostraci il tuo volto, Signore, in te speriamo. Donaci il tuo sguardo Maria: con te crediamo, con te amiamo.

Padre nostro… Ave Maria… e benedetto il frutto del tuo seno Gesù, che è morto in croce per noi … Santa Maria… (10 volte). Gloria al Padre…

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Francesco: Teresa di Gesù, donna dell’audacia missionaria

28 marzo 2015

 

2015-03-28 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una “donna eccezionale” e una “maestra di preghiera”, che servì la Chiesa del 16.mo secolo con “audacia missionaria” e che ai religiosi di oggi insegna a essere, sulla sua scia, comunicatori instancabili del Vangelo. È il ritratto che Papa Francesco fa di S. Teresa d’Avila in una lettera al preposito generale dei Carmelitani Scalzi, scritta per celebrare i 500 anni della nascita della grande mistica spagnola. Il servizio di Alessandro De Carolis:

 

 

Care consorelle, non perdete tempo a trattare con Dio “interessi di poca importanza” mentre “il mondo è in fiamme”. Basterebbe una frase come questa a dare conto della statura umana e del carisma spirituale di Teresa d’Avila. E in effetti, negli anni in cui la monaca carmelitana percorre la Spagna a dorso di mulo per fondare chiostri su chiostri, dopo aver combattuto il lassismo del suo Ordine riformandolo con una nuova regola dall’interno, la Chiesa è lacerata dallo scisma di Lutero, le corone europee si danno battaglia senza fine e l’Impero ottomano allunga la sua ombra sul Vecchio continente.

Preghiera comunque
Teresa, scrive il Papa, non si limita a essere “una spettatrice” della realtà circostante, ma diventa una “comunicatrice instancabile del Vangelo”, nonostante la salute malferma, e una “maestra di preghiera” per tutte. “Quella di Teresa – scrive in proposito Francesco – non è stata una preghiera riservata unicamente ad uno spazio o ad un momento della giornata; sorgeva spontanea nelle occasioni più diverse”. “Convinta del valore della preghiera continua, benché non sempre perfetta”, la Santa, osserva il Papa, “ci chiede di essere perseveranti, fedeli, anche in mezzo all’aridità, alle difficoltà personali o alle necessità pressanti che ci chiamano”.

Umiltà non è timidezza
E maestra, Teresa di Gesù lo fu anche della vita comunitaria, che sentì il bisogno di modificare per ridare slancio al Carmelo. Perciò, nota Francesco, “il fondamento che pose nei suoi monasteri fu la fraternità”, stando “molto attenta ad ammonire le sue religiose circa il pericolo dell’autoreferenzialità nella vita fraterna”. L’antidoto la futura Santa lo individua nell’umiltà, considerata in modo tutt’altro che generico. “Non è – afferma il Papa – trascuratezza esteriore né timidezza interiore dell’anima, bensì conoscere ciascuno le proprie possibilità e ciò che Dio può fare in noi”, evitando quel “falso punto d’onore”, come lo chiama, che è “fonte di pettegolezzi, di gelosie e di critiche”. L’umiltà teresiana, sintetizza Francesco, “è fatta di accettazione di sé, di coscienza della propria dignità, di audacia missionaria, di riconoscenza e di abbandono in Dio”.

Appello alla “grande impresa”
A cinque secoli dalla nascita, Teresa di Gesù resta per il Papa una “guida sicura e un modello attraente di donazione totale a Dio”. È una “grazia provvidenziale”, riconosce, che l’anniversario cada nell’Anno della Vita Consacrata. Se l’esempio della Santa è per le “comunità teresiane” uno sprone a essere “case di comunione” e segno della “maternità della Chiesa” nel “mondo lacerato dalle divisioni e dalle guerre”, a tutti Teresa di Gesù, conclude Francesco, “apre nuovi orizzonti”: “Ci convoca per una grande impresa, per guardare il mondo con gli occhi di Cristo, per cercare ciò che Lui cerca e amare ciò che Lui ama”.

(Da Radio Vaticana)

Liturgia del giorno: Audio Geremia cap.31 vers.10_13

28 marzo 2015

 

Il Signore ci custodisce come un pastore il suo gregge.

 

[10] Ascoltate la parola del Signore, popoli,
annunziatela alle isole lontane e dite:
“Chi ha disperso Israele lo raduna
e lo custodisce come fa un pastore con il gregge”,

[11] perchè il Signore ha redento Giacobbe,
lo ha riscattato dalle mani del più forte di lui.

[12] Verranno e canteranno inni sull’altura di Sion,
affluiranno verso i beni del Signore,
verso il grano, il mosto e l’olio,
verso i nati dei greggi e degli armenti.
Essi saranno come un giardino irrigato,
non languiranno più.

[13] Allora si allieterà la vergine della danza;
i giovani e i vecchi gioiranno.
Io cambierò il loro lutto in gioia,
li consolerò e li renderò felici, senza afflizioni.

 

 

Premere qui per ascoltare tutto il capitolo

 

 

Dice il Signore:
“Trattieni la voce dal pianto,
i tuoi occhi dal versare lacrime,
perché c’è un compenso per le tue pene;
essi torneranno dal paese nemico.

Tutto è possibile per il Signore

 

 

 

[47]Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Quest’uomo compie molti segni. [48]Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». [49]Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla [50]e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera»

 

GESU PENSACI TU

 

Gesù, pensaci tu.

Perché vi confondete agitandovi? Lasciate a me la cura delle vostre cose e tutto si calmerà. Vi dico in verità che ogni atto di vero, ricco e completo abbandono in me, produce l’effetto che desiderate e risolve le situazioni spinose.

Gesù, pensaci tu.
Abbandonarsi a me non significa arrovellarsi, sconvolgersi e disperarsi, volgendo poi a me una preghiera agitata perché io segua voi; è invece cambiare l’agitazione in preghiera. Abbandonarsi significa chiudere placidamente gli occhi dell’anima, stornare il pensiero dalla tribolazione e rimettersi a me perché io solo operi, dicendomi: pensaci tu. La preoccupazione, l’agitazione e il voler pensare alle conseguenze di un fatto è contro l’abbandono.

Gesù, pensaci tu.
Chiudete gli occhi e lasciatevi portare dalla corrente della mia grazia, chiudete gli occhi e lasciatemi lavorare, chiudete gli occhi e pensate al momento presente, stornando il pensiero dal futuro come da una tentazione.

Gesù, pensaci tu.
Riposate in me credendo alla mia bontà e vi giuro per il mio amore che, dicendomi, con queste disposizioni  pensaci tu, io ci penso in pieno, vi consolo, vi libero, vi conduco.

Gesù, pensaci tu.
E quando debbo portarvi in una via diversa da quel che vedete voi, io vi addestro, vi porto nelle mie braccia, vi faccio trovare, come bimbi addormentati nelle braccia materne, dall’altra riva. Quello che vi sconvolge e vi fa male immenso è il vostro ragionamento, il vostro pensiero, il vostro assillo ed il volere ad ogni costo provvedere voi a ciò che vi affligge.

Gesù, pensaci tu.
Quante cose io opero quando l’anima, tanto nelle sue necessità spirituali quanto in quelle materiali, si volge a me dicendomi pensaci tu, chiude gli occhi e riposa!

Gesù, pensaci tu.
Voi nel dolore pregate, perché io operi, ma in realtà voi pregate perché io operi come voi credete… Non vi rivolgete a me, ma volete che io mi adatti alle vostre idee, non siete infermi che domandano al medico la cura, ma gliela suggeriscono.

Gesù, pensaci tu.
Non fate così, ma pregate come vi ho insegnato nel Pater. Sia santificato il tuo nome, cioè sia glorificato in questa mia necessità, venga il tuo regno, cioè tutto quello che mi sta succedendo concorra al tuo regno in noi e nel mondo; sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra, cioè disponi tu in questa necessità come meglio ti pare per la vita nostra eterna e temporale.

Gesù, pensaci tu.
Se mi dite davvero: sia fatta la tua volontà, che è lo stesso che dire: pensaci tu io intervengo con tutta la mia onnipotenza e risolvo le situazioni più chiuse.

Gesù, pensaci tu.
Ti accorgi che il malanno incalza invece di decadere? non ti agitare, chiudi gli occhi e dimmi con fiducia: Sia fatta la tua volontà, pensaci tu. Ti dico che io ci penso e che intervengo come medico e compio anche un miracolo quando occorre.

Gesù, pensaci tu.
Vedi che la situazione peggiora? Non ti sconvolgere; chiudi gli occhi e dì: Pensaci tu! Ti dico che io ci penso, e che non c’è medicina più potente di un mio intervento d’amore. Ci penso solo quando chiudete gli occhi.

Gesù, pensaci tu.
Quando vedi che le cose si complicano, di con gli occhi dell’anima chiusi: Gesù, pensaci tu! Fa’ così per tutte le necessità. Fate così tutti e vedrete grandi, continui e silenziosi miracoli.

 

 
 

Libretto della celebrazione della Domenica delle Palme e della Passione del Signore 2015 celebrata da Papa Francesco in Piazza San Pietro

28 marzo 2015

CAPPELLA PAPALE

DOMENICA DELLE PALME

E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE

SANTA MESSA

CELEBRATA DAL SANTO PADRE

FRANCESCO

Piazza San Pietro, 29 marzo 2015

XXX Giornata Mondiale della Gioventù

(more…)

Tweet del Papa

28 marzo 2015

In quanto discepoli di Cristo, non possiamo non interessarci al bene dei più deboli.

 

Papa Francesco su Twitter (‏@Pontifex_it), 28 marzo 2015

Vangelo (Mc 14,1 – 15,47) del giorno dalle letture della Messa (Domenica 29 Marzo 2015) con commento comunitario

28 marzo 2015

DOMENICA DELLE PALME 

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Marco (Mc 14,1 – 15,47)

Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Àzzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturare Gesù con un inganno per farlo morire. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo».

Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei.
Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto».

Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno.

Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.

Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici. Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?». Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!».

E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».

Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto:
“Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”.
Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri.

Giunsero a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».

E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò. Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. Allora Gesù disse loro: «Come se fossi un brigante siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!». Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo.

Condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi. Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui, dicendo: «Lo abbiamo udito mentre diceva: “Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo”». Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde. Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi a? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma egli taceva e non rispondeva a. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». Gesù rispose: «Io lo sono!
E vedrete il Figlio dell’uomo
seduto alla destra della Potenza
e venire con le nubi del cielo».
Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte. Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: «Fa’ il profeta!». E i servi lo schiaffeggiavano.
Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». Ma egli negò, dicendo: «Non so e non capisco che cosa dici». Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò. E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è uno di loro». Ma egli di nuovo negava. Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: «È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo». Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quest’uomo di cui parlate». E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». E scoppiò in pianto.

E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei? ». Ed egli rispose: «Tu lo dici». I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi a? Vedi di quante cose ti accusano!». Ma Gesù non rispose più a, tanto che Pilato rimase stupito. A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. Pilato rispose loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.

Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo. Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese.

Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra.

Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.

Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.

Qui ci si genuflette e si fa una breve pausa.

Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».
Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto.

Questo è il Vangelo del 29 Marzo, quello del 28 Marzo lo potete trovare qualche post più sotto

Saremo partecipi del mistero pasquale. Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo

28 marzo 2015

 (Disc. 45, 23-24; PG 36, 654-655)

Saremo partecipi della Pasqua, presentemente ancora in figura (certo già più chiara di quella dell’antica legge, immagine più oscura della realtà figurata), ma fra non molto ne godremo di una più trasparente e più vera, quando il Verbo festeggerà con noi la nuova Pasqua nel regno del Padre. Allora ci manifesterà e insegnerà quelle realtà che non ci mostra ora se non di riflesso.

Infatti quali siano la bevanda e il cibo del nuovo banchetto pasquale, il nostro compito è solo di apprenderlo. Spetta al Verbo di insegnarcelo e comunicarcene il significato. L’insegnamento effettivamente è come un cibo, il cui possessore è colui che lo distribuisce. Entriamo, dunque, nella sfera della legge, delle istituzioni e della Pasqua antica in modo nuovo per poter arrivare alle realtà nuove simboleggiate dalle figure antiche.

Diveniamo partecipi della legge in maniera non puramente materiale, ma evangelica, in modo completo e non limitato e imperfetto, in forma duratura e non precaria e temporanea. Facciamo nostra capitale adottiva non la Gerusalemme terrena, ma la metropoli celeste, non quella che viene calpestata dagli eserciti, ma quella acclamata dagli angeli.

Sacrifichiamo non giovenchi, né agnelli, con corna e unghie, che appartengono più alla morte che alla vita, mancando d’intelligenza. Offriamo a Dio un sacrificio di lode sull’altare celeste insieme ai cori degli angeli. Superiamo il primo velo del tempio, accostiamoci al secondo e penetriamo nel «Santo dei santi». E più ancora, offriamo ogni giorno a Dio noi stessi e tutte le nostre attività. Facciamo come le parole stesse ci suggeriscono. Con le nostre sofferenze imitiamo le sofferenze, cioè la passione di Cristo. Con il nostro sangue onoriamo il sangue di Cristo. Saliamo anche noi di buon animo sulla sua croce. Dolci sono infatti i suoi chiodi, benché duri.

Siamo pronti a patire con Cristo e per Cristo, piuttosto che desiderare le allegre compagnie mondane.

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Pensiero del giorno: Dalla Lettura Breve, Is 65, 1b-3a, Lodi

28 marzo 2015

Dissi: «Eccomi, eccomi» a gente che non invocava il mio nome. Ho teso la mano ogni giorno a un popolo ribelle; essi andavano per una strada non buona, seguendo i loro capricci, un popolo che mi provocava sempre, con sfacciataggine.

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Preghiera della sera. Marzo, mese di San Giuseppe

27 marzo 2015

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27 marzo: GIUSEPPE SAPIENTE

L’uomo sapiente è forte. Prue, 24, s.

1 Giuseppe è sapiente.

Non della sapienza del mondo, che è stoltezza, ma della sapienza che il Signore ispira nei cuori fedeli.

La verace sapienza è fondata sull’umiltà e sbocca nella pietà.

Giuseppe, umile e pio, racchiude in sé i tesori della celeste sapienza, tesori che egli sparse intorno a sé ne’ suoi anni mortali e ancora fa piover dal Cielo su coloro che lo pregano.

La sacra Famiglia, per quanto tutta raccolta nella sua aria di paradiso, aveva di certo cordiali gentilezze per le famiglie vicine. Non tardarono esse a scorgere allora in Giuseppe le armonie e i frutti d’una sapienza non menzognera.

2 Giuseppe diffonde la sapienza.

Molte anime a Betleem, in Egitto, a Nazaret, attinsero senza dubbio largamente al cuore dell’umile falegname, che aveva luci e conforti per tutti e per tutte le circostanze. Nessuno dev’essere avaro con gli altri dei doni di Dio. Se Dio guarda alle anime, ad ogni anima, non è detto ch’egli non guardi alle famiglie, alla società, alle nazioni. Ognuno ha l’obbligo di far parte ai fratelli di quelle che son per lui null’altro che larghezze dell’unico Padre.

Com’è lieto Giuseppe di veder brillare nella vita dei suoi vicini la pietà e la fiducia verso il Signore!

Per lui questo significa preparar la via al Redentore vaticinato.

3 Diffidiamo della sapienza del mondo.

Giuseppe c’insegna a giudicare uomini e cose secondo i principi delle divine parole. I mondani si smarriscono con tanta facilità e passano tra le più contrastanti disposizioni di spirito. Manca ad essi quell’aureo equilibrio che è condizione di serenità, di giudizio e di fecondità d’azione. Sballottati come nubi dal vento nel cielo d’estate, ignorano la pace, ignorano l’ordine.

Giuseppe vivendo nella sapienza di Dio viveva in pace, dava la pace.

O san Giuseppe, che avevi a te vicina la sapienza incarnata, e da essa avidamente bevevi l’onda luminosa delle celesti cose, e sapevi umiliarti, contemplare, ringraziare, e approfittare, per diffondere a te d’intorno la speranza, la fiducia, l’abbandono nel Signore, fammi devoto discepolo della divina dottrina. Che cosa mi gioverà la conoscenza di tutto lo scibile umano se non ho la scienza di Dio? Rendimi umile, come tu fosti sapientemente alla scuola dell’Eterno.

LETTURA

Bossuet, in ammirazione dinanzi alle maraviglie che Dio ha compiuto in san Giuseppe, osserva: «La mano che forma in particolare tutti i cuori degli uomini, forma un cuore di padre in Giuseppe e un cuore di figlio in Gesù. E però Gesù obbedisce e Giuseppe non teme di comandare a Gesù. E donde viene a lui questo ardimento di comandare al suo Creatore? E che il padre vero di Gesù Cristo, quel Dio che lo genera nell’eternità, avendo scelto il pio Giuseppe per servir da padre nella pienezza dei tempi al suo unico Figliuolo, ha fatto in qualche modo scorrere nel suo seno qualche raggio o qualche scintilla di quell’amore infinito che Egli ha per il suo Figliuolo: è ciò che gli cambia il cuore e gli dà un amore di padre; così bene che il giusto Giuseppe che sente in sé un cuore paterno, formato d’improvviso dalle mani di Dio, sente anche che Dio gli ordina d’usare dell’autorità paterna; ed egli ora comanda a colui che egli conosce per suo padrone».

FIORETTO. Accetterò con riconoscenza le contrarietà che mi ricordano la fragilità della mia esistenza.

GIACULATORIA. Tu sei diventato il mio aiuto.

La luce santa ciel Verbo eterno nel cuor ti canta d’amor superno.

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La carezza del Papa ai 150 senzatetto incontrati in Sistina

27 marzo 2015

 

2015-03-27 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Una piccola carezza”: così Papa Francesco ha definito la visita ai Musei Vaticani, offerta dall’Elemosineria Apostolica a 150 senzatetto che poi ha incontrato a sorpresa nella Cappella Sistina. Un momento di grande commozione per i poveri che al termine della giornata hanno cenato nel punto di ristoro dei musei. C’era per noi Benedetta Capelli:

 

 

“Benvenuti”. Papa Francesco accoglie così, in Cappella Sistina, i 150 senzatetto che per la prima volta hanno visitato i Musei Vaticani. E’ un incontro inatteso, personale, senza immagini ufficiali, bagnato anche dalle lacrime di commozione dei poveri che davvero non pensavano di poter ricevere la “carezza” del Papa. E’ lo stesso Francesco a definire così l’abbraccio caloroso con i suoi ospiti sotto le volte della Sistina, “la casa di tutti, la vostra casa – continua – dove le porte sono sempre aperte per tutti”. E ringrazia per “la testimonianza di pazienza” che è la loro vita. Un pensiero lo rivolge pure all’Elemosiniere, mons. Konrad Krajewski: “vi ama tanto”, dice il Papa, e i poveri seduti sulle sedie rosse, usate per le cerimonie ufficiali, rispondono che lo sanno e lo sentono. “Ho bisogno di preghiere di persone come voi” è la sua richiesta alla quale segue la benedizione. “Il Signore vi custodisca, vi aiuti nel cammino della vita, vi faccia sentire il suo amore e la tenerezza di Padre”. L’incontro si chiude con il saluto personale del Papa ad ogni povero, la carezza si fa gesto concreto, vicinanza, senso di prossimità. Il Padre Nostro recitato tutti insieme è l’ultimo atto di ringraziamento per il dono ricevuto: un pomeriggio passato tra il Museo delle Carrozze, il Cortile della Pigna, la Galleria degli Arazzi e delle carte geografiche; una parentesi di bellezza tra le difficoltà di una vita che però fa scoprire il valore della solidarietà e dell’affetto per gli altri. E’ la storia di Massimo, di Sergio, di Motiur e di tanti senza nome:

Massimo
R. – È come andare in paradiso… siamo sempre lì no? C’è il paradiso, c’è la fede che poi non pesa, perché non è una valigia che devi portarti dietro! Trilussa diceva: “Nun è che te costringe nessuno; nun te devi domandà né li perché, né li chissà e né li come”. Ecco, detto alla romana…

D. – Lei che storia ha?

R. – Ho fatto più danni io a me stesso, che solo Lui lo sa! La separazione, i figli…  Lasciamo perdere, lasciamo perdere! A settant’anni sto qui a Sant’Egidio… Si vede che è un percorso che dovevo fare. Io poi non ho titoli, non ho studiato: io ho il dizionario della vita… quello ho e basta!

D. – Oggi è contento?

R. – Felice no, sereno. La serenità, non la felicità: la serenità! La serenità ti porta equilibrio, ti fa affrontare un sacco di cose tranquillamente, anche i problemi più difficili… Li chiamano difficili… Ma se tu li affronti con serenità, invece di andarti ad ubriacare o a drogare o a fare altri danni, perché il discorso è che non li riesci ad affrontare… E basta! Sereno, sereno!  Papa Francesco dà la serenità, fa passare pure la depressione questo Papa: chi ha la depressione gliela fa passare! Lo capiscono tutti, dalla A alla Z, tutti! Il Papa è formidabile!

Nelly
D. – Quanti anni hai?

R. – 18. Sono tanto felice di vedere cose che non ho mai visto. Noi siamo nel Convento di Ripa, dei frati francescani. Siamo venuti tutti qua con la comunità. Mi trovo bene là, è un posto familiare… Stiamo bene, c’è amore come tra fratelli e sorelle. Non avevo un posto dove stare e l’assistente sociale mi ha portato là. Due o tre giorni fa sono venuta a dare i libricini del Vangelo e a vedere Papa Francesco. Penso che sia un uomo buono.

Motiur
R. – Mi chiamo Motiur, ho 21 anni. Sono arrivato in Italia da quasi due anni.

D. – Da quale Paese sei arrivato?

R. – Dal Bangladesh. Sono venuto qui per studiare. Ora vivo con i frati francescani.

D. – Non hai nessuno qui? Sei venuto da solo?

R. – Non ho nessuno qui. Volevo cambiare, volevo studiare e trovare lavoro.

D. – Che cosa ti aspetti dall’Italia?

R. – Quando sono arrivato in Italia ho cominciato a studiare. Dopo lo terza media volevo lavorare ma ancora non ho trovato lavoro. Prima di arrivare qui sono andato in un centro di accoglienza dove sono rimasto per quasi un anno.

D. – Qual è il tuo sogno? Dove vuoi arrivare?

R. – Voglio trovare un lavoro.

D. – Papa Francesco ti ha portato nei Musei Vaticani. Cosa ne pensi?

R. – Ci ha invitato a visitare i musei. Questa è una cosa bella. Mi piace tanto. Non conoscevo la storia di Roma prima di arrivare qui. Ora la conosco un po’.

Sergio
R. – Sono a Roma dal 1999. Faccio la vita del pensionato; sono un anziano e ogni tanto mi fa piacere dare una mano, aiutare gli altri attraverso la Comunità di Sant’Egidio. Quando posso lo faccio volentieri. Avevo un caratteraccio e mi sono detto: “Così non può andare avanti. Come si fa?”. Allora per cercare di migliorarlo, mi sono messo a fare questo servizio a contatto con la gente, con centomila problematiche. Piano piano sono migliorato.

D. – Secondo lei che significato ha per le persone di Sant’Egidio, per i ragazzi che voi accogliete, fare un giro all’interno dei Musei Vaticani?

R. – Innanzitutto è un giorno che ci riconcilia con noi stessi, perché quando si viene qui e si respira quest’aria succede qualcosa di indescrivibile, non ci sono parole. Si respira un’aria di pace, di tranquillità. Quindi sono particolarmente felice. Se fosse possibile vorrei che questa iniziativa fosse riproposta in altre occasioni perché la gente pensa che siamo tutti sbandati … Invece c’è gente che apprezza molto queste cose e le viene a vedere con molto interesse e si vede dalle domande che fanno.

Rodolfo
R. – Non sono mai riuscito a vedere il Papa da vicino, neanche quando facevamo servizio qui a San Pietro. Questa volta, invece, sono veramente riuscito a vederlo “a tu per tu”. Sono emozionatissimo, anche perché è un Papa davvero… Pregherò per lui e per tutte le persone che sono qua, perché ne hanno proprio bisogno.

D. – Qual è la tua esperienza di volontario?

R. – Io ho cominciato stando negli scout e poi da lì sono passato alla Protezione Civile, avendo visto che avevano bisogno di persone. Mi sono buttato, pensando sempre di fare qualcosa di buono. E così sono riuscito. Mi piace, infatti, aiutare la gente, soprattutto da quando ho perso mia moglie. Anche lei era nella Protezione Civile. Ora sono tre anni che l’ho perduta, banalmente, e mi sento davvero perso. Se non fossi entrato da loro, penso che avrei fatto una brutta fine. Invece, visto che a lei piaceva aiutare gli altri, ora sto facendo quello che lei voleva.

La gioia e la felicità la si vede anche negli occhi di mons. Konrad Krajewski e del capo ufficio dell’Elemosineria, mons. Diego Ravelli:

R. – Vedere la gioia di queste persone. Adesso che siamo qui a conclusione della giornata, è veramente bello vedere il sorriso e quell’amore che hanno ricevuto durante l’incontro con il Papa. Escono davvero con il cuore pieno di gioia. Questa per noi è la cosa più bella; gli occhi aperti verso qualcosa di meraviglioso che forse non avrebbero mai potuto vedere se non proprio in questa occasione, con questa possibilità che gli è stata data. Per loro era davvero bello. Come dicevo, la gioia negli occhi e la bellezza di tante cose che sono anche loro: sono di tutti.

Toccante la testimonianza di Carla. Il dolore della vita che si scioglie nell’essere la madre di tanti giovani provati dalle esperienze più dure:

R. – Sono in convento, perché ho avuto un problema: tre anni fa, mi è scoppiata una bombola e tutta mia la famiglia è morta. Dopo questo incidente ho comprato una casa, che adesso è pericolante… Sto per strada. Sono stata accolta al convento dei francescani a Valmontone.

D. – In che modo è cambiata la sua vita oggi, anche circondata da tutti questi ragazzi?

R. – Loro mi chiamano tutti “mamma”, perché io sono la più anziana. C’è chi viene dal Libano, chi dalla Tunisia… Questo mi fa piacere. Mi chiamano tutti “mamma Carla”. Tanti dolori, tante sofferenze…

D. – Però il fatto di avere così tanti ragazzi intorno a lei l’ha aiutata?

R. – Mi hanno aiutato tanto, non sono caduta in depressione, sempre grazie al fatto che mi chiamano tutti “mamma Carla” e poi al convento sto bene. Ringraziamo Dio, sono contenta per tutti.

D. – Come ha accolto questa idea di Papa Francesco di farvi visitare i Musei Vaticani?

R. – Bellissima! È stata una cosa bella, perché non avevo mai visto una cosa del genere. Adesso ho avuto l’occasione di vederli. Mi sono piaciuti molto e sono molto contenta!

D. – Che pensa di questo Papa?

R. – Che è bravo, è umile, ci sa fare con i poveri: c’è tanta gente che li scansa…tanta!

D. – Come si vede tra qualche anno: in una sua casa o continuerà a vivere lì?

R. – Non lo so, però so che un domani, se dovessi riavere casa, quando muoio, la donerò al convento.

 

(Da Radio Vaticano)

Il Papa: non la dottrina fredda, ma la fede in Gesù dà gioia

27 marzo 2015

 

2015-03-27 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non è la dottrina fredda che dà gioia, ma la fede e la speranza di incontrare Gesù. E’ triste un credente che non sa gioire: è quanto ha detto il Papa nell’omelia pronunciata nella Messa del mattino a Santa Marta. Ce ne parla Sergio Centofanti:

 

 

La gioia di Abramo che esulta nella speranza di diventare padre, come promesso da Dio, ha guidato la riflessione del Papa nel commento alle letture del giorno. Abramo è vecchio, così come la moglie Sara, ma lui crede, apre “il cuore alla speranza” ed è “pieno di consolazione”. Gesù ricorda ai dottori della legge che Abramo “esultò nella speranza” di vedere il suo giorno “e fu pieno di gioia”:

“E questo è quello che non capivano questi dottori della legge. Non capivano la gioia della promessa; non capivano la gioia della speranza; non capivano la gioia dell’alleanza. Non capivano! Non sapevano gioire, perché avevano perso il senso della gioia, che soltanto viene dalla fede. Il nostro padre Abramo è stato capace di gioire perché aveva fede: è stato fatto giusto nella fede. Questi avevano perso la fede. Erano dottori della legge, ma senza fede! Ma di più: avevano perso la legge! Perché il centro della legge è l’amore, l’amore per Dio e per il prossimo”.

Il Papa quindi prosegue:

“Soltanto avevano un sistema di dottrine precise e che precisavano ogni giorno in più che nessuno le toccasse. Uomini senza fede, senza legge, attaccati a dottrine che anche diventano un atteggiamento casistico: si può pagare la tassa a Cesare, non si può? Questa donna, che è stata sposata sette volte, quando andrà in Cielo sarà sposa di quei sette? Questa casistica… Questo era il loro mondo, un mondo astratto, un mondo senza amore, un mondo senza fede, un mondo senza speranza, un mondo senza fiducia, un mondo senza Dio. E per questo non potevano gioire!”.

Forse, i dottori della legge – osserva con ironia il Papa – potevano anche divertirsi, “ma senza gioia”, anzi “con paura”. “Questa è la vita senza fede in Dio, senza fiducia in Dio, senza speranza in Dio”. E “il loro cuore era pietrificato”. “E’ triste – sottolinea Francesco – essere credente senza gioia e la gioia non c’è quando non c’è la fede, quando non c’è la speranza, quando non c’è la legge, ma soltanto le prescrizioni, la dottrina fredda”:

“La gioia della fede, la gioia del Vangelo è la pietra di paragone della fede di una persona. Senza gioia quella persona non è un vero credente. Torniamo a casa, ma prima facciamo la celebrazione qui con queste parole di Gesù: ‘Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno. Lo vide e fu pieno di gioia’. E chiedere al Signore la grazia di essere esultanti nella speranza, la grazia di poter vedere il giorno di Gesù quando ci troveremo con Lui e la grazia della gioia”.

(Da Radio Vaticana)

Liturgia del giorno: Audio Salmo 19 (18)

27 marzo 2015

 

Nell’angoscia t’invoco: salvami, Signore.

 

[1] Al maestro del coro. Di Davide, servo del Signore, che rivolse al Signore le parole di questo canto, quando il Signore lo liberò dal potere di tutti i suoi nemici,

[2] e dalla mano di Saul. Disse dunque:
Ti amo, Signore, mia forza,

[3] Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore;
mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo;
mio scudo e baluardo, mia potente salvezza.

[4] Invoco il Signore, degno di lode,
e sarò salvato dai miei nemici.

[5] Mi circondavano flutti di morte,
mi travolgevano torrenti impetuosi;

[6] gia mi avvolgevano i lacci degli inferi,
gia mi stringevano agguati mortali.

[7] Nel mio affanno invocai il Signore,
nell’angoscia gridai al mio Dio:
dal suo tempio ascoltò la mia voce,
al suo orecchio pervenne il mio grido.

[8] La terra tremò e si scosse;
vacillarono le fondamenta dei monti,
si scossero perché egli era sdegnato.

[9] Dalle sue narici saliva fumo,
dalla sua bocca un fuoco divorante;
da lui sprizzavano carboni ardenti.

[10] Abbassò i cieli e discese,
fosca caligine sotto i suoi piedi.

[11] Cavalcava un cherubino e volava,
si librava sulle ali del vento.

[12] Si avvolgeva di tenebre come di velo,
acque oscure e dense nubi lo coprivano.

[13] Davanti al suo fulgore si dissipavano le nubi
con grandine e carboni ardenti.

[14] Il Signore tuonò dal cielo,
l’Altissimo fece udire la sua voce:
grandine e carboni ardenti.

[15] Scagliò saette e li disperse,
fulminò con folgori e li sconfisse.

[16] Allora apparve il fondo del mare,
si scoprirono le fondamenta del mondo,
per la tua minaccia, Signore,
per lo spirare del tuo furore.

[17] Stese la mano dall’alto e mi prese,
mi sollevò dalle grandi acque,

[18] mi liberò da nemici potenti,
da coloro che mi odiavano
ed eran più forti di me.

[19] Mi assalirono nel giorno di sventura,
ma il Signore fu mio sostegno;

[20] mi portò al largo,
mi liberò perché mi vuol bene.

 

Premere qui segue …

 

Tu mi hai dato il tuo scudo di salvezza, la tua destra mi ha sostenuto, la tua bontà mi ha fatto crescere.

 

 

… voi dite: “Tu bestemmi”, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio”? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre».

 

 

 

Orazione di Santa Teresa D’Avila

27 marzo 2015

«Appena vi comunicate chiudete gli occhi del corpo e aprite quelli dell’anima per fissarli in fondo al vostro cuore, dove il Signore è disceso»

santa-tereza-avila[1]

Lo Sposo dell’anima

«Si, o bontà infinita del mio Dio, (…) come sopportate chi vi permette di stargli vicino! Che buon amico dimostrate di essergli, Signore! Come lo favorite, e con quanta pazienza sopportate la sua condizione aspettando che si conformi alla vostra! Tenete in conto ogni istante che egli trascorre in amarvi e per un attimo di pentimento dimenticate le offese che vi ha fatte. Questo io so per esperienza, e non capisco, o mio Creatore, perché il mondo non corra tutto ai vostri piedi per intrecciare con Voi questa particolare amicizia. Se vi avvicinassero, diverrebbero buoni anche i cattivi, quelli cioè che non sono della vostra condizione, purché vi permettessero di star con loro un due ore al giorno, nonostante che il loro spirito andasse agitato da mille sollecitudini e pensieri di mondo come il mio» (Vit. 8,6; cfr. 22,14).

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Tweet del Papa

27 marzo 2015

La vita è un tesoro prezioso, ma lo scopriamo solo se la doniamo agli altri.

 

Papa Francesco su Twitter (‏@Pontifex_it), 27 marzo 2015

Vangelo (Gv 11,45-56) del giorno dalle letture della Messa (Sabato 28 Marzo 2015) con commento comunitario

27 marzo 2015

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 11,45-56)

In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto.
Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione».
Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.
Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli.
Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».

Questo è il Vangelo del 28 Marzo, quello del 27 Marzo lo potete trovare qualche post più sotto

Egli offrì se stesso per noi. Dal trattato «Sulla fede: a Pietro» di san Fulgenzio di Ruspe, vescovo

27 marzo 2015

(Cap. 22, 62; CCL 91a, 726. 750-751)

Nei sacrifici delle vittime materiali, che la stessa santissima Trinità, solo vero Dio del Nuovo e Vecchio Testamento, comandava venissero offerti dai nostri padri, veniva prefigurato il graditissimo dono di quel sacrificio con cui l’unico Figlio di Dio avrebbe offerto misericordiosamente se stesso per noi.

Egli, infatti, secondo l’insegnamento dell’Apostolo «ha dato se stesso per noi offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef 5, 2). Egli è vero Dio e vero pontefice, che è entrato per noi nel santuario non con il sangue di tori e di capri ma con il suo sangue. E questo stava a significare allora quel pontefice che ogni anno entrava nel Santo dei santi con il sangue delle vittime.

Questi è dunque colui che in sé solo offrì tutto quello che sapeva essere necessario per il compimento della nostra redenzione, egli che è al tempo stesso sacerdote, sacrificio, Dio e tempio: sacerdote, per mezzo del quale siamo riconciliati, sacrificio che ci riconcilia, Dio a cui siamo riconciliati, tempio in cui siamo riconciliati. Tuttavia come sacerdote, sacrificio e tempio era uomo e solo, perché Dio operava queste cose in quanto uomo. Invece come Dio non era una Persona sola perché il Verbo realizzava le medesime cose con il Padre e lo Spirito Santo. Credi dunque con fede saldissima e non dubitare affatto che lo stesso Unigenito Dio, Verbo fatto uomo, si è offerto per noi in sacrificio e vittima a Dio in odore di soavità; a lui, insieme al Padre e allo Spirito Santo, al tempo dell’Antico Testamento venivano sacrificati animali dai patriarchi, dai profeti e dai sacerdoti; e a lui, ora, cioè al tempo del Nuovo Testamento, con il Padre e lo Spirito Santo con i quali è un solo Dio, la santa Chiesa cattolica non cessa di offrire in ogni parte della terra il sacrificio del pane e del vino nella fede e nell’amore.

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Pensiero del giorno: Dalla Lettura Breve, Is 52, 13-15, Lodi

27 marzo 2015

Ecco, il mio servo avrà successo, sarà innalzato, onorato, esaltato grandemente. Come molti si stupirono di lui, tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo, così si meraviglieranno di lui molte genti, i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito

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Preghiera della sera. Marzo, mese di San Giuseppe

26 marzo 2015

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26 marzo: GIUSEPPE FORTE

 

Il Signore è la mia forza. Salmo 27 

1 Ammiriamo la fortezza di san Giuseppe.

Non è la forza quella che gli uomini magnificano e che fa commettere nel mondo abusi, soprusi e violenze. No: la forza di Giuseppe è tutta mitezza e pace, pur superando tutte le forze del mondo. È la forza che si attinge da Dio e dalla propria coscienza: da quell’insieme di energie che formano il carattere. Il carattere è prima di tutto fedeltà ai propri convincimenti. E Giuseppe è consapevole a pieno della sua missione. Sposo di Maria, custode di Gesù, egli dovrà per loro molto sostenere, senza cedere mai, senza mai tradire l’attesa di Dio. Giuseppe è degno della fiducia dell’Altissimo.

2 Da chi attinge Giuseppe la sua forza?

Dalla sua fede, prima, da Gesù poi. Se si pensa bene, non sono due sorgenti di forza, queste, bensì una sola sorgente. La sua fede in Dio è resa palpabile dalla presenza del Cristo di Dio.

Chi ha fede nel Signore ed è convinto che la vita di ciascuno è protetta e vegliata dall’immenso occhio di Lui, onnipotente, chi, se è fedele, potrà dubitare che gli manchino le forze al compito assegnatogli?

La fede, che è generatrice d’amore ed è sostenuta dall’amore, è la forza stessa di Dio. Chi potrà mai vincerla?

3 Noi siamo gente di poca fede.

Talvolta noi ci domandiamo il perché della nostra sconcertante debolezza; non è difficile trovarlo nella nostra mancanza o imperfezione di fede. Abituati a toccar tutto con mano e a fare affidamento sulle nostre umane possibilità, non abbiamo più familiarità alcuna con le promesse di Dio, che son più sicure e più reali di quel che ci circonda. Cristiani sfiduciati, cristiani indeboliti. Se imparassimo da Giuseppe!

O san Giuseppe, che nella tua fede rinnovi ed accresci giorno per giorno quella forza che tifa sereno nelle prove, coraggioso nei pericoli, paziente nell’attesa, siimi modello sempre, ma soprattutto quando vedi che troppo umanamente ragiono, che troppo mi attacco ai soccorsi degli uomini, trascurando gli aiuti divini, non sforzandomi neppure di stringer la mano onnipotente che il Signore mi tende. Ho tanta fiducia nella tua protezione, che dissiperà le mie stolte incertezze.

LETTURA

San Bernardino da Siena scrive efficacemente così: «Se tu mi paragoni Giuseppe a tutta la Chiesa di Cristo, non è egli quell’uomo eletto e speciale, per il quale e sotto il quale Cristo fu ordinatamente introdotto nel mondo? Se tutta la Chiesa è debitrice alla Vergine Madre, perché per mezzo di lei essa fu fatta degna di ricevere Cristo, dopo di essa, a Giuseppe deve grazia e riverenza singolare. Egli è infatti la chiave dell’antico Testamento, nella quale la dignità patriarcale e profetica consegue il frutto promesso. Egli è il solo che di fatto possedette ciò che la degnazione divina loro promise. Giustamente egli è simboleggiato nel Patriarca Giuseppe, il quale serbò il grano al popolo. Ma questo lo sopravanzò, poiché non solo serbò per gli Egiziani il pane della vita corporale, ma per tutti gli eletti nutrì con molta solerzia il Pane del cielo, che dà la vita celeste».

FIORETTO. Nella debolezza mi dia forza il pensiero di far piacere al Signore.

GIACULATORIA. Giuseppe fortissimo, prega per noi.

Contro l’offesa di Dio, !’amore t’è per il cuore salda difesa.

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Tweet del Papa

26 marzo 2015

I fedeli laici sono chiamati a diventare fermento di vita cristiana in tutta la società.

 

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), 26 marzo 2015

Vangelo (Gv 10,31-42) del giorno dalle letture della Messa (Venerdì 27 Marzo 2015) con commento comunitario

26 marzo 2015

Dal Vangelo secondo Giovanni  (Gv 10,31-42)

In quel tempo, i Giudei raccolsero delle pietre per lapidare Gesù. Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre; per quale di esse volete lapidarmi?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio».
Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: “Io ho detto: voi siete dèi”? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio – e la Scrittura non può essere annullata -, a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: “Tu bestemmi”, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio”? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre». Allora cercarono nuovamente di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani.
Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». E in quel luogo molti credettero in lui.

Questo è il Vangelo del 27 Marzo, quello del 26 Marzo lo potete trovare qualche post più sotto

Celebrazioni Liturgiche della Settimana Santa 2015 presiedute dal Santo Padre Francesco

26 marzo 2015

UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE 
DEL SOMMO PONTEFICE

NOTIFICAZIONE

CELEBRAZIONI DELLA SETTIMANA SANTA 2015
PRESIEDUTE DAL SANTO PADRE
FRANCESCO

29 marzo 2015

DOMENICA DELLE PALME 
E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE

XXX Giornata Mondiale della Gioventù sul tema: 
«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5, 8)

Cappella Papale
Piazza San Pietro: ore 9.30

Il Santo Padre benedirà le palme e gli ulivi e, al termine della processione, celebrerà la Santa Messa della Passione del Signore.

* * *

Potranno concelebrare con il Santo Padre tutti i Cardinali e i Vescovi che lo desiderano. Gli Em.mi Signori Cardinali e i Patriarchi si recheranno, alle ore 8.45, nella Cappella di San Sebastiano in Basilica e gli Ecc.mi Arcivescovi e Vescovi, alle ore 8.30, all’Altare della Presentazione in Basilica, dove troveranno le vesti sacre. Porteranno: gli Em.mi Signori Cardinali e i Patriarchi, la mitra bianca damascata; gli Ecc.mi Arcivescovi e Vescovi, la mitra bianca.

* * *

I Cardinali, i Patriarchi, gli Arcivescovi e i Vescovi e tutti coloro che, in conformità al Motu Proprio «Pontificalis Domus», compongono la Cappella Pontificia e, muniti della Notificazione, desiderano partecipare alla celebrazione liturgica senza concelebrare, indossando l’abito corale loro proprio, sono pregati di trovarsi alle ore 9 nel Braccio di Costantino.

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La Chiesa, sacramento visibile di unità. Dalla Costituzione dogmatica «Lumen gentium» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa

26 marzo 2015

Beato Paolo VI, 262º papa della Chiesa cattolica

(N. 9)

«Ecco verranno giorni, dice il Signore, nei quali io stringerò con Israele e con Giuda un patto nuovo … Porrò la mia legge nelle loro viscere e nei loro cuori l’imprimerò: essi mi avranno per Dio e io li avrò per mio popolo … Tutti essi, piccoli e grandi, mi riconosceranno, dice il Signore» (Ger 31, 31-34). Cristo istituì questo nuovo patto, cioè la nuova alleanza nel suo sangue (cfr. 1 Cor 11, 23), chiamando gente dai giudei e dalle nazioni, perché si fondesse in unità non secondo la carne, ma nello Spirito, e costituisse il nuovo popolo di Dio. Infatti i credenti in Cristo, essendo stati rigenerati non di seme corruttibile, ma di uno incorruttibile, per la parola di Dio vivo (cfr. 1 Pt 1, 23), non dalla carne ma dall’acqua e dallo Spirito Santo (cfr. Gv 3, 5-6), costituiscono «una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo tratto in salvo … quello che un tempo non era neppure popolo, ora invece è il popolo di Dio» (1 Pt 2, 9-10).

Questo popolo messianico ha per capo Cristo «che è stato dato a morte per i nostri peccati, ed è risuscitato per la nostra giustificazione» (Rm 4, 25), e che ora, dopo essersi acquistato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, regna glorioso in cielo. Questo popolo ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito santo come nel suo tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr. Gv 13, 34). E, finalmente, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento, quando comparirà Cristo, vita nostra (cfr. Col 3, 4) e «anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio» (cfr. Rm 8, 21). Perciò il popolo messianico, pur non comprendendo di fatto tutti gli uomini, e apparendo talora come il piccolo gregge, costituisce per tutta l’umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo in una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui preso per essere strumento della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cfr. Mt 5, 12-16), è inviato a tutto il mondo.

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Pensiero del giorno: Dalla Lettura Breve, Eb 2, 9b-10, Lodi

26 marzo 2015

Vediamo Gesù coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli sperimentasse la morte a vantaggio di tutti.
Ed era ben giusto che colui, per il quale e del quale sono tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria, rendesse perfetto mediante la sofferenza il capo che li guida alla salvezza.
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Preghiera della sera. Marzo, mese di San Giuseppe

25 marzo 2015

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25 marzo: GIUSEPPE RASSEGNATO

Non cerco la mia volontà. Ciov.. 5. 80.

1 Giuseppe fu rassegnato.

La rassegnazione è virtù cristiana, a patto che sia intesa a dovere. Non è rassegnazione lasciarsi andare pigramente e passivamente ai nostri difetti o al capriccio delle circostanze e neppure delle persone; rassegnazione è la forza serena che ci fa accettare, come dalle mani di Dio, tutto quel che di laborioso e di doloroso troviamo nel corso della vita, sia frutto della malizia altrui o anche nostra, sia portato degli avvenimenti ai quali dobbiamo sottostare.

È rassegnazione riconoscere volentieri e con sottomissione la volontà di Dio partecipata a noi da quelle cose o persone che ne sono in qualche modo i messaggeri.

San Giuseppe fu rassegnato così.

2 Accettò la sua vita come voluta da Dio.

Non avrebbe potuto lagnarsi col Signore per le prove a cui fu subito sottoposto non appena il Verbo si fece carne? Non poteva domandare un ordine di cose meno amaro e meno rischioso? E sì che per il Signore era cosa della massima semplicità, anche senza bisogno di cambiar nulla ai suoi piani… Giuseppe non vi pensò neppure. Dio fa bene quello che fa.

Non ci son che gli stolti e i malvagi che si permettono di criticare i disegni di Dio. E con quali frutti? Se riflettessero meglio!

3 La rassegnazione è sapienza.

Precisamente perché essa è regolata dall’amore. Se si pensa che Dio dispone le cose con peso e misura e soprattutto con infinita bontà come si potrà soltanto esitare dinanzi alla volontà del Signore? Lasciamolo fare. Quando, nel giorno dei giorni, nella luce senza macchia, potremo riandare la nostra piccola esistenza terrena, dovremo sorridere delle nostre incertezze e dei nostri scarti. Quanto siamo piccini! E quanto grande Giuseppe, nella sua semplicità!

O santo Custode del Signore, padre e compagno suo nell’amarezza della sua vita, quant’è soave la tua dolcezza di accettazione e come sapiente! E però quanta pace serena nel tuo cuore generoso, quanto conforto nella quotidiana fatica, quanta delizia nell’approvazione del tuo divino Protetto!

Accetto fin d’ora con cuore riconoscente quel che il Signore permetterà a mio riguardo: so che egli non vuole che il bene dell’anima mia.

LETTURA

Il celebre padre Gioacchino Ventura, in uno dei suoi panegirici di san Giuseppe, scrive: «La Madre del Messia doveva avere uno sposo; ma uno sposo che, consentendo ad unirsi a Maria in nodo di santo e legittimo matrimonio, fosse deciso ad osservarvi la continenza: uno sposo vergine, che di sposo avesse la realtà senza esercitarne il diritto. Ma dove trovarlo uno sposo sì fatto, non dico già in tutto il mondo idolatra, ma nella stessa nazione giudaica, sola adoratrice del Dio vero: presso la quale però, per la speranza onde ognuno lusingavasi di cooperare alla nascita temporale del Messia, era riputato come maledetto da Dio, e disonorato in faccia agli uomini, colui che non aveva figliuoli? Ora questo sposo raro, unico, singolare, quest’uomo tanto al di sopra dell’umanità, di una virtù nuova e fino allora ignota affatto nel mondo, di una virtù prodigiosa e prodigio di tutte le virtù, Dio lo ha trovato in san Giuseppe, che perciò il Vangelo chiama giusto per eccellenza: quanto dire, come spiega Gersone: «l’uomo che possedeva tutte le virtù in tutta la pienezza, in tutta la perfezione».

FIORETTO. Vedrò volentieri nelle piccole prove della giornata la volontà di Dio.

GIACULATORIA. Si faccia di me secondo la tua parola.

Siccome fulgida gemma, ti sta nel cuor la limpida sua volontà.

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