Archive for dicembre 2015

Tweet del Papa

31 dicembre 2015

Ringraziamo Dio che è sempre presente, vicino e misericordioso (MV 6).

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 12:30 – 31 Dic  2015

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Te Deum, cos’è e chi ha scritto l’inno che si canta il 31 dicembre – Famiglia Cristiana

31 dicembre 2015

http://m.famigliacristiana.it/articolo/te-deum-cos-e-e-chi-ha-scritto-l-inno-che-si-canta-il-31-dicembre.htm

Vangelo (Lc 2,16-21) del giorno dalle letture della Messa (Venerdì 1 Gennaio 2016) con commento comunitario

31 dicembre 2015
MARIA SS. MADRE DI DIO
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 2,16-21) 
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Questo è il Vangelo dell’1 Gennaio, quello del 31 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto.

 

San Silvestro I. Angelus di San Giovanni Paolo II

31 dicembre 2015

GIOVANNI PAOLO II

ANGELUS

Domenica 31 dicembre 1978

 

Oggi è l’ultimo giorno dell’Anno del Signore 1978. Ci congediamo da questo anno ringraziando Dio per tutto il bene che abbiamo ricevuto durante i dodici mesi trascorsi. Lo salutiamo chiedendo a Dio perdono per tutto il male che nel corso di questi dodici mesi è stato iscritto nei cuori umani, nella storia dei popoli, nella storia dei continenti. Chiediamo perdono a Dio dei nostri peccati, delle nostre manchevolezze e negligenze. Preghiamo per aver la grazia e le forze necessarie per entrare nel nuovo periodo di tempo, nel nuovo anno, e, come dice l’Apostolo, per non lasciarci vincere dal male, ma per vincere con il bene il male (cf. Rm 12,21).

Nel periodo del Natale i nostri pensieri e i nostri cuori sono orientati, in modo particolare, ai bambini. Ed è giusto, perché per noi è nato a Betlemme il Bambino Gesù.

Oggi però vorrei che questi nostri pensieri, i nostri cuori e soprattutto le nostre preghiere orientate ai più piccoli e ai più giovani, vadano ai più anziani. Ho in mente non tanto coloro che sono di mezza età (nella pienezza delle forze fisiche), ma piuttosto quelli di età avanzata: nonni, nonne; le persone anziane.

Queste persone qualche volta sono abbandonate. Soffrono a causa della loro anzianità. Soffrono anche a causa dei diversi disturbi, che l’età avanzata porta con sé. Però, la loro più grande sofferenza è quando non trovano la dovuta comprensione e gratitudine da parte di quelli, dai quali hanno diritto di aspettarla.

Oggi, nella domenica dopo il Natale, dedicata alla venerazione della Famiglia di Nazaret, sappiamo ricordarci e meditare sul quarto comandamento divino: “Onora tuo padre e tua madre”. Questo comandamento ha un’importanza fondamentale per lo sviluppo dei rapporti tra le generazioni non solo nella famiglia, ma anche in tutta la società. Preghiamo Iddio affinché questi rapporti si sviluppino nello spirito del quarto comandamento!

Proprio ai più anziani dobbiamo guardare con rispetto (“onora!”); a loro devono le famiglie la propria esistenza, l’educazione, il mantenimento, che spesso sono stati pagati con duro lavoro e con molta sofferenza.

Non possono essere trattati come se fossero ormai inutili. Anche se qualche volta mancano ad essi le forze per poter svolgere le azioni più semplici, hanno però l’esperienza della vita e la saggezza, che molto spesso mancano ai giovani. Meditiamo le parole della Sacra Scrittura: “Come s’addice il giudicare ai capelli bianchi, e agli anziani intendersi di consigli! Come s’addice la sapienza ai vecchi, il discernimento e il consiglio alle persone eminenti! Corona dei vecchi è un’esperienza molteplice, loro vanto il timore del Signore” (Sir 25,4-6).

Perciò, oggi a voi, anziani, si rivolgono i pensieri e la preghiera del Papa. Spero che tutti i presenti ben volentieri siano pienamente in sintonia col Papa; spero che ben volentieri lo siano soprattutto i più giovani. I nipoti amano i loro nonni e le loro nonne, e meglio e degli altri stanno con loro.

Così, concludiamo quest’anno nello spirito di avvicinamento delle generazioni, nello spirito di reciproca comprensione e reciproco amore.

© Copyright 1978 – Libreria Editrice Vaticana

da qui

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Il Natale del Signore è il natale della pace. Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa

31 dicembre 2015

(Disc. 6 per il Natale 2-3,5, PL 54,213-216)

L’infanzia, che il Figlio di Dio non ha ritenuto indegna della sua maestà, si sviluppò con il crescere dell’età nella piena maturità dell’uomo. Certo, compiutosi il trionfo della passione e della risurrezione, appartiene al passato tutto l’abbassamento da lui accettato per noi: tuttavia la festa d’oggi rinnova per noi i sacri inizi di Gesù, nato dalla Vergine Maria. E mentre celebriamo in adorazione la nascita del nostro Salvatore, ci troviamo a celebrare il nostro inizio: la nascita di Cristo segna l’inizio del popolo cristiano; il natale del Capo è il natale del Corpo.
Sebbene tutti i figli della Chiesa ricevano la chiamata ciascuno nel suo momento e siano distribuiti nel corso del tempo, pure tutti insieme, nati dal fonte battesimale, sono generati con Cristo in questa natività, così come con Cristo sono stati crocifissi nella passione, risuscitati nella risurrezione, collocati alla destra del Padre nell’ascensione.
Ogni credente, che in qualsiasi parte del mondo viene rigenerato in Cristo, rompe i legami con la colpa d’origine e diventa uomo nuovo con una seconda nascita. Ormai non appartiene più alla discendenza del padre secondo la carne, ma alla generazione del Salvatore che si è fatto figlio dell’uomo perché noi potessimo divenire figli di Dio. Se egli non scendesse a noi in questo abbassamento della nascita, nessuno con i propri meriti potrebbe salire a lui.
La grandezza stessa del dono ricevuto esige da noi una stima degna del suo splendore. Il beato Apostolo ce l’insegna: Non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato (cfr. 1 Cor 2,12). La sola maniera di onorarlo degnamente è di offrirgli il dono stesso ricevuto da lui. (more…)

Tweet del Papa

30 dicembre 2015

Nessuno può porre un limite all’amore di Dio che è sempre pronto a perdonare (MV 3).

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 12:00 – 30 Dic 2015

Araldo del Divino Amore , Libro Terzo , Le Rivelazioni di Santa Geltrude ,Capitolo XXX

30 dicembre 2015

MERITO DELLA BUONA VOLONTA’ E DELL’OFFERTA DEL CUORE, CON ALTRE ISTRUZIONI DATE A GELTRUDE RIGUARDO ALLE PAROLE DELL’UFFICIO DIVINO

IX. Dio castiga per misericordia i suoi fedeli ed abbandona i perversi alla loro cattiveria.

Alla fine della Salve Regina, mentre si cantava quell’in­vocazione: « misericordis oculos », Geltrude desiderò rice­vere la salute del corpo. Il Signore le disse sorridendo: « Ma non sai che Dio ti guarda con maggior tenerezza quan­do sei oppressa dalla sofferenza fisica, o da angosce mo­rali? ».

Nella festa di più Martiri, quando il coro cantò quelle parole gloriosum Sanguinem, ella capì che il Sangue spar­so per Cristo è lodato nella S. Scrittura, quantunque natu­ralmente ispiri un certo orrore. Così comprese che nella vita religiosa certe trasgressioni alla Regola, volute dall’ob­bedienza e dalla carità, piacciono tanto a Dio, da poter essere degne di lode e chiamate gloriose. Altra volta comprese che, per un segreto giudizio, Dio permette ad uomini perversi d’interrogare un’anima eletta per carpirle qualche segreto ed averne poi risposte atte a fissarli nei loro errori. Dio lo permette per la condanna dei tristi e la perseveranza dei buoni. Perciò il Profeta Ezechiele si esprime in questi ter­mini: « Qui posuerit munditias suas in corde suo, et scan­dalum iniquitatis suae contro faciem suam, et venerit ad prophetam, interrogans cum pro me. Ego Dominus re­spondebo ci in multitudine immunditiarum suarum, ut capiatur in corde suo – Colui che ha chiuso le sue impurità in cuore, che ha messo lo scandalo delle sue iniquità da­vanti al suo volto, e che andrà poi a trovare il Profeta e l’interrogherà nel nome mio, io stesso gli risponderò se­condo la moltitudine delle sue infamie, perchè sia ingan­nato dal suo medesimo cuore» (Ezch. XIV, 4, 5).

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L’Imitazione di Cristo, Libro IV, , IL Sacramento dell’Altare, Capitolo Sesto

30 dicembre 2015

INVOCAZIONE PER PREPARARSI ALLA COMUNIONE

sacro cuore di Gesù

PAROLE DEL DISCEPOLO Quando io considero, o Signore, la tua grandezza e la mia miseria, tremo tutto e mi confondo dentro di me stesso. Se, infatti, non m’accosto al Sacramento, fuggo la vita eterna; e se mi vi accosto indegnamente, Ti reco offesa. Che cosa devo fare, dunque, Dio mio, mio aiuto e mio consigliere nelle difficoltà? lnsegnami Tu la via diritta, suggeriscimi qualche breve pratica opportuna per la santa Comunione. Mi è utile, infatti, conoscere in qual modo, cioè con quale devozione e con quale riverenza, io debba predisporre per Te il mio cuore a ricevere con frutto il tuo Sacramento, ovvero a celebrare un così grande e divino Sacrificio.

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Vangelo (Gv 1, 1-18) del giorno dalle letture della Messa (Giovedì 31 Dicembre 2015) con commento comunitario

30 dicembre 2015

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 1-18)

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Questo è il Vangelo del 31 Dicembre, quello del 30 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Libretto della Celebrazione: Primi Vespri e Te Deum in ringraziamento per l’anno trascorso [Maria Santissima Madre di Dio, 31 dicembre 2015]

30 dicembre 2015

Celebrazioni Papali

MARIA SANTISSIMA

MADRE DI DIO

SOLENNITA’

PRIMI VESPRI

TE DEUM

ADORAZIONE E BENEDIZIONE

EUCARISTICA

PRESIEDUTI DAL SANTO PADRE

FRANCESCO

giubilemisericordia1

BASILICA VATICANA, 31 DICEMBRE 2015
Chiusura dell’Anno civile

 

Libretto della Celebrazione: libretto-maria-madre-di-dio_pvespri

 

Il Verbo che s’è fatto carne ci rende simili a Dio. Dal trattato «La confutazione di tutte le eresie» di sant’Ippolito, sacerdote

30 dicembre 2015

(Cap. 10,33-34; PG 16,3452-3453)
Noi crediamo al Verbo di Dio. Non ci appoggiamo su parole senza senso, né ci lasciamo trasportare da improvvise e disordinate emozioni o sedurre dal fascino di discorsi ben congegnati, ma invece prestiamo fede alle parole della potenza di Dio.
Queste cose Dio le ordinava al suo Verbo. Il Verbo le diceva in parole per distogliere con esse l’uomo dalla sua disobbedienza. Non lo dominava come fa un padrone con i suoi schiavi, ma lo invitava a una decisione libera e responsabile.
Il Padre mandò sulla terra questa sua Parola nel tempo ultimo poiché non voleva più che parlasse per mezzo dei profeti, né che fosse annunziata, in forma oscura e solo intravvista attraverso vaghi riflessi, ma desiderava che apparisse visibilmente in persona. Così il mondo contemplandola avrebbe potuto avere la salvezza. Il mondo avendola sotto il suo sguardo non avrebbe più sentito il disagio e il timore come quando si trovava di fronte a un’immagine divina riflessa dai profeti, né avrebbe provato lo smarrimento come quando essa veniva resa presente e manifestata mediante le potenze angeliche. Ormai avrebbe constatato di trovarsi alla presenza medesima di Dio che parla.
Noi sappiamo che il Verbo ha preso un corpo mortale dalla Vergine, e ha trasformato l’uomo vecchio nella novità di una creazione nuova. Noi sappiamo che egli si è fatto della nostra stessa sostanza. Se infatti non fosse della nostra stessa natura, inutilmente ci avrebbe dato come legge di essere imitatori suoi quale maestro. Se egli come uomo è di natura diversa perché comanda a me nato nella debolezza la somiglianza con lui? E come può essere costui buono e giusto?
In verità, per non esser giudicato diverso da noi, egli ha tollerato la fatica, ha voluto la fame, non ha rifiutato la sete, ha accettato di dormire per riposare, non si è ribellato alla sofferenza, si è assoggettato alla morte, e si è svelato nella risurrezione. Ha offerto come primizia, in tutti questi modi, la sua stessa natura d’uomo, perché non ti perda d’animo nella sofferenza, ma riconoscendoti uomo, aspetti anche per te ciò che il Padre ha offerto a lui. (more…)

Ufficio delle Letture, Prima Lettura: Dalla lettera ai Colossesi di san Paolo, apostolo 1, 15 – 2, 3

30 dicembre 2015

Cristo, Capo della chiesa e Paolo suo servo

Fratelli, Cristo Gesù è immagine del Dio invisibile,
generato prima di ogni creatura;
poiché per mezzo di lui
sono state create tutte le cose,
quelle nei cieli e quelle sulla terra,
quelle visibili e quelle invisibili:
Troni, Dominazioni,
Principati e Potestà.
Tutte le cose sono state create
per mezzo di lui e in vista di lui.
Egli è prima di tutte le cose
e tutte sussistono in lui.
Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa;
il principio, il primogenito di coloro
che risuscitano dai morti,
per ottenere il primato su tutte le cose.
Perché piacque a Dio
di fare abitare in lui ogni pienezza
e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose,
rappacificando con il sangue della sua croce,
cioè per mezzo di lui,
le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli.

E anche voi un tempo eravate stranieri e nemici con la mente intenta alle opere cattive che facevate, ma ora egli vi ha riconciliati per mezzo della morte del suo corpo di carne, per presentarvi santi, immacolati e irreprensibili al suo cospetto: purché restiate fondati e fermi nella fede e non vi lasciate allontanare dalla speranza promessa nel vangelo che avete ascoltato, il quale è stato annunziato ad ogni creatura sotto il cielo e di cui io, Paolo, sono diventato ministro.
Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa. Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio presso di voi di realizzare la sua parola, cioè il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi, ai quali Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo ai pagani, cioè Cristo in voi, speranza della gloria. E’ lui infatti che noi annunziamo, ammonendo e istruendo ogni uomo con ogni sapienza, per rendere ciascuno perfetto in Cristo. Per questo mi affatico e lotto, con la forza che viene da lui e che agisce in me con potenza.
Voglio infatti che sappiate quale dura lotta io devo sostenere per voi, per quelli di Laodicèa e per tutti coloro che non mi hanno mai visto di persona, perché i loro cuori vengano consolati e così, strettamente congiunti nell’amore, essi acquistino in tutta la sua ricchezza la piena intelligenza, e giungano a penetrare nella perfetta conoscenza del mistero di Dio, cioè Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza.

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LO SPIRITO SANTO E L’IMMACOLATA NELLA TUA VITA , di Maria Chiara Carulli

30 dicembre 2015

LO SPIRITO SANTO, L’IMMACOLATA E LA CHIESA

  1. Lo Spirito Santo e l’Immacolata, Madre della Chiesa

 

Preghiera allo Spirito Santo (Montfort)

O Spirito Santo! pianta, innaffia e coltiva nell’anima mia, l’amabile Maria, vero Albero di vita, perché cresca, fiorisca e porti frutti di vita in abbondanza. O Spirito Santo! donami una grande devozione e un filia­le amore a Maria, tua divina Sposa; un totale abbandono al suo Cuore materno e un continuo ricorso alla sua misericordia; affinché in Lei, vivente in me, Tu possa formare nell’anima mia Gesù Cristo, vivo e vero, nella sua grandezza e potenza, fino alla pienezza della sua perfezione. Amen.

 

Nella sua maternità Maria è figura, cioè modello perfetto della Chiesa. Gli antichi Padri dicevano che la Chiesa genera Cristo nei cristiani: “Ogni anima che crede concepisce e genera il Verbo di Dio” (Sant’Ambrogio), questo in virtù dello Spirito Santo e mediante i sacramenti, la predicazione e la testimo­nianza della carità. Maria è Madre della Chiesa non solo per­ché ha generato Gesù, ma perché ha creduto alla Parola del Signore: “Ha concepito Cristo prima nel cuore che nel grem­bo” (Sant’Agostino). “La Beata Vergine, per il dono e per l’ufficio della divina maternità che la unisce al Figlio redentore, e per le sue sin­golari grazie e funzioni, è pure intimamente congiunta con la Chiesa: la Madre di Dio è figura della Chiesa nell’ordine del­la fede, della carità e della perfetta unione con Cristo… La Chiesa, che contempla la santità di lei, ne imita la carità e adempie fedelmente la volontà del Padre, per mezzo della Parola di Dio accolta con fedeltà, diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il battesimo genera a vita nuo­va e immortale i figli concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio. Essa pure è vergine che custodisce integra e pura la fede data allo Sposo e, ad imitazione della Madre del suo Signore, con la virtù dello Spirito Santo, conserva verginalmente inte­gra la fede, solida la speranza e sincera la carità” (LG, 63-64). “Maria è Madre della Chiesa perché, in virtù dell’ineffa­bile elezione dello stesso eterno Padre e sotto la particolare azione dello Spirito Santo, ella ha dato la vita umana al Figlio di Dio. Il suo proprio Figlio ha voluto estendere esplicitamente la maternità di sua Madre ed estenderla in modo facil­mente accessibile a tutte le anime a ai cuori, additandole dal­l’alto della croce il suo discepolo prediletto come figlio… “Lo Spirito Santo scenderà su dite, su dite stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo”. Alla luce di queste paro­le la Madre di Dio non appare forse il modello e la figura del­la Chiesa? Infatti pure la Chiesa è nata nella storia dell’uma­nità mediante la venuta dello Spirito Santo! È nata il giorno di Pentecoste, quando lo Spirito Santo scese sugli apostoli riuniti nel Cenacolo insieme a Maria. La Chiesa è nata quando “la potenza dell’Altissimo” si e stesa sugli apostoli per proteggerli dalla loro debolezza… Alla fine del secondo millennio dopo Cristo, la Chiesa desidera ar­dentemente una cosa sola: essere la stessa Chiesa che è nata dallo Spirito Santo, quando gli apostoli erano assidui nella preghiera insieme a Maria, nel Cenacolo di Gerusalemme. Infatti, fin dall’inizio, essi hanno avuto al centro della lo­ro comunità colei che è l’Immacolata Concezione e la guar­davano come proprio modello e figura. Alla fine del secondo millennio la Chiesa desidera vivamente essere “la Chiesa del mondo contemporaneo”, desidera con tutte le forze servire in modo che la vita umana sulla terra sia sempre più degna del­l’uomo. Tuttavia essa, nello stesso tempo, è consapevole, for­se come non mai, che può compiere questo ministero sola­mente nella misura in cui è, in Cristo, sacramento dell’inti­ma unione con Dio, e per questo fatto anche sacramento del­l’unità di tutto il genere umano (cfr LG n. 1) in Gesù Cristo per opera dello Spirito di verità.” (Giovanni Paolo Il). Aiutare le anime è vivere la maternità di grazia di Maria. Preghiamo perché, per intercessione di Maria, Madre della Chiesa, il mondo contemporaneo incontri Gesù e il suo mes­saggio di vita e di vera libertà.

 

Preghiera all’Immacolata, Sposa dello Spirito Santo

O Maria Immacolata, Madre di Gesù e Madre mia, Sposa e Tempio dello Spirito Santo, io mi offro a te perché, unita al tuo Sposo divino, tu possa far vivere in me Gesù. Dammi un cuore simile al suo, aperto ai bisogni del mondo e alle esigenze di Dio, dammi un cuore umile, generoso, semplice e fedele come il tuo, perché lo Spirito Santo, vedendoti in me, possa riempirmi dei suoi santi doni. Rendimi felice di essere tuo, di essere consacrato a te, rendimi attento ad ogni tuo desiderio perché io possa vivere pienamente, in ogni momento, nella Volontà di Dio che tu traduci per me. E dammi l’amore, il fuoco dell’amore che mi mette le ali e mi rende capace di arrivare dove tu vuoi farmi andare per essere nel mondo testimone della tenerezza di Dio che in te si china su ogni creatura. Amen.

 

I PAPI E LA CONSACRAZIONE A MARIA

 

PIO XII

(Radiomessaggio ai pellegrini di Fatima, 31.10.1942)

 

“Regina del Santissimo Rosario, ausilio dei cristiani, rifu­gio del genere umano, vincitrice di tutte le battaglie di Dio!.. – A Voi, al vostro Cuore Immacolato, Noi quale Padre comune della grande famiglia cristiana, come Vicario di Colui al quale “fu dato ogni potere in Cielo e in terra e dal quale ricevemmo la cura di quante anime redente col suo sangue popolano l’universo mondo, a Voi, al Vostro Immacolato Cuore, in quest’ora tragica della storia uma­na, affidiamo, rimettiamo, consacriamo, non solo la santa Chiesa, Corpo Mistico del vostro Gesù, …ma anche tutto il mondo straziato da feroci discordie, riarso in un incen­dio di odio, vittima delle proprie iniquità”.

 

GIOVANNI XXIII

(Radiomessaggio del 13.9.1959)

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Tweet del Papa

29 dicembre 2015

La misericordia di Dio sarà sempre più grande di ogni peccato (MV 3).

 

Papa Francesco su Twitter (‏@Pontifex_it), ore 12:00 – 29 dic 2015

Vangelo (Lc 2, 36-40) del giorno dalle letture della Messa (Mercoledì 30 Dicembre 2015) con commento comunitario

29 dicembre 2015

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 2, 36-40) 

[Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore.] C’era una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Questo è il Vangelo del 30 Dicembre, quello del 29 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto.

San Tommaso Becket. Udienza Generale di San Giovanni Paolo II

29 dicembre 2015

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 29 dicembre 1993

 

1 Domenica scorsa, nella Festa liturgica della Santa Famiglia, la Chiesa ha dato avvio all’Anno della Famiglia, in sintonia con l’iniziativa promossa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. L’inaugurazione ecclesiale di tale Anno è avvenuta con l’Eucaristia celebrata dal Legato Pontificio a Nazaret. L’Annodella Famiglia, infatti, deve essere soprattutto un anno di preghiera, per implorare dal Signore grazia e benedizione per tutte le famiglie del mondo.

Ma l’aiuto che chiediamo al Signore, come sempre, suppone il nostro impegno ed esige la nostra corrispondenza. Dobbiamo dunque metterci in ascolto della Parola di Dio, valorizzando questo anno come occasione privilegiata per una catechesi sulla famiglia, compiuta sistematicamente in tutte le Chiese locali sparse nel mondo, per offrire alle famiglie cristiane l’opportunità di una riflessione che le aiuti a crescere nella consapevolezza della loro vocazione. Nell’odierna catechesi, desidero pertanto offrire degli spunti di meditazione, tratti da alcuni brani della Sacra Scrittura.

2 Un primo tema ci viene proposto dal Vangelo di Matteo (Mt2, 13-23), e riguarda la minaccia subita dalla Santa Famiglia quasi subito dopo la nascita di Gesù. La violenza gratuita che insidia la sua vita si abbatte anche su tante altre famiglie, provocando la morte dei Santi Innocenti, dei quali ieri abbiamo fatto memoria.

Ricordando questa terribile prova vissuta dal Figlio di Dio e dai suoi coetanei, la Chiesa si sente invitata a pregare per tutte lefamiglie minacciate dall’interno o dall’esterno. Essa prega in particolare per i genitori, dei quali specialmente il Vangelo di Luca evidenzia la grande responsabilità. Dio infatti affida il suo Figlio a Maria, ed entrambi a Giuseppe. Occorre insistentemente pregare per tutte le madri e per tutti i padri, perché siano fedeli alla loro vocazione e si mostrino degni della fiducia che Dio ripone in loro, con l’affidamento dei figli alle loro cure.

3 Un altro tema è quello della famiglia come luogo in cui matura la vocazione. Possiamo cogliere questo aspetto nella risposta data da Gesù a Maria e Giuseppe, che lo cercavano angosciati mentre egli si intratteneva coi dottori nel tempio di Gerusalemme: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc2, 49). Nella Lettera che ho indirizzato ai giovani di tutto il mondo nel 1985, in occasione della Giornata della Gioventù, ho cercato di evidenziare come è prezioso questo progetto di vitache proprio durante l’età giovanile ciascun giovane deve sforzarsi di elaborare. Come Gesù dodicenne era tutto dedito alle cose del Padre, così ciascuno è chiamato a porsi la domanda: quali sono queste “cose del Padre”, in cui devo impegnarmi per tutta la vita?

4 Altri aspetti inerenti alla vocazione della famiglia ci vengono illustrati dalla parenesi apostolica, quale ad esempio si trova nelle Lettere agli Efesini e ai Colossesi. Per gli Apostoli, così come più tardi per i Padri della Chiesa, la famiglia è la “chiesa domestica”. A questa grande tradizione rimane fedele il Papa Paolo VInella sua meravigliosa omelia su Nazaret e sull’esempio che ci viene dalla Santa Famiglia: “Nazaret ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile…” (Insegnamenti di Paolo VI, II, 1964, p. 25).

5 Così dunque, fin dall’inizio, la Chiesa scrive la sua Lettera alle famiglie, e io stesso intendo muovermi in questo solco, preparando una Lettera per l’Anno della Famiglia: essa sarà resa pubblica tra non molto. La Santa Famiglia di Nazaret è per noi una sfidapermanente, che ci obbliga ad approfondire il mistero della “chiesa domestica” e di ogni famiglia umana. Essa ci è di stimolo apregare per le famigliee con le famiglie e a condividere tutto ciò che per loro costituisce gioia e speranza, ma anche preoccupazione e inquietudine.

6 L’esperienza familiare, infatti, è chiamata a diventare, nella vita cristiana, il contenuto di un offertorioquotidiano, come un’offertasanta, un sacrificio a Dio gradito (cf. 1 Pt2, 5; Rm 12, 1). Ce lo suggerisce anche il Vangelo della presentazione di Gesù al tempio. Gesù, che è “la luce del mondo” (Gv 8, 12), ma anche “segno di contraddizione” (Lc 2, 34), desidera accogliere questo offertorio di ogni famiglia come accoglie il pane e il vino nell’Eucaristia. Queste umane gioie e speranze, ma anche le inevitabili sofferenze e preoccupazioni, proprie di ogni vita di famiglia, egli vuole unire al pane e al vino destinato alla transustanziazione, assumendole così in certo modo nel mistero del suo Corpo e del suo Sangue. Questo Corpo e questo Sangue egli poi dona nella comunione come fonte di energia spirituale, non soltanto per ogni singola persona ma anche per ogni famiglia.

7 La Santa Famiglia di Nazaret voglia introdurci ad una comprensione sempre più profonda della vocazione di ogni famiglia, che trova in Cristo la fonte della sua dignità e della sua santità. Nel Natale Dio ha incontrato l’uomo e lo ha unito indissolubilmente a sé: questo “admirabile consortium” include anche il “familiare consortium”. Contemplando questa realtà, la Chiesa piega le ginocchia come di fronte a un “grande mistero” (cf. Ef 5, 32): essa vede nell’esperienza di comunione a cui è chiamata la famiglia un riflesso nel tempo della comunione trinitaria e sa bene che il matrimonio cristiano non è soltanto una realtà naturale, ma anche il sacramento dell’unità sponsale di Cristo con la sua Chiesa. È questa sublime dignità della famiglia e del matrimonio che il Concilio Vaticano II ci ha invitato a promuovere. Benedette le famiglie, che sapranno cogliere e realizzare questo originario e meraviglioso progetto di Dio, camminando per le vie indicate da Cristo.

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Nella pienezza dei tempi è venuta anche la pienezza della divinità. Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate

29 dicembre 2015

(Disc. 1 per l’Epifania, 1-2; PL 133,141-143)
Si sono manifestate la bontà e l’umanità di Dio Salvatore nostro (cfr. Tt 2,11). Ringraziamo Dio che ci fa godere di una consolazione così grande in questo nostro pellegrinaggio di esuli, in questa nostra miseria. Prima che apparisse l’umanità, la bontà era nascosta: eppure c’era anche prima, perché la misericordia di Dio è dall’eternità. Ma come si poteva sapere che è così grande? Era promessa, ma non si faceva sentire, e quindi da molti non era creduta. Molte volte e in diversi modi il Signore parlava nei profeti (cfr. Eb 1,1). Io – diceva – nutro pensieri di pace, non di afflizione (cfr. Ger 29,11). Ma che cosa rispondeva l’uomo, sentendo l’afflizione e non conoscendo la pace? Fino a quando dite: Pace, pace, e pace non c’è? Per questo gli annunziatori di pace piangevano amaramente (cfr. Is 33,7) dicendo: Signore, chi ha creduto al nostro annunzio? (cfr. Is 53,1).
Ma ora almeno gli uomini credono dopo che hanno visto, perché la testimonianza di Dio è diventata pienamente credibile (cfr. Sal 92,5). Per non restare nascosto neppure all’occhio torbido, Egli ha posto nel sole il suo tabernacolo (cfr. Sal 18,6).
Ecco la pace: non promessa, ma inviata; non differita, ma donata; non profetata, ma presente. Dio Padre ha inviato sulla terra un sacco, per così dire, pieno della sua misericordia; un sacco che fu strappato a pezzi durante la passione perché ne uscisse il prezzo che chiudeva in sé il nostro riscatto; un sacco certo piccolo, ma pieno, se ci è stato dato un Piccolo (cfr. Is 9,5) in cui però «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9). Quando venne la pienezza dei tempi, venne anche la pienezza della divinità. (more…)

Liturgia del giorno: Audio salmo 96(95)

28 dicembre 2015

Martedì, 29_ Dicembre_  2015


 

Gloria nei cieli e gioia sulla terra.

 

[1] Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore da tutta la terra.
[2] Cantate al Signore, benedite il suo nome,
annunziate di giorno in giorno la sua salvezza.

[3] In mezzo ai popoli raccontate la sua gloria,
a tutte le nazioni dite i suoi prodigi.

[4] Grande è il Signore e degno di ogni lode,
terribile sopra tutti gli dei.

[5] Tutti gli dei delle nazioni sono un nulla,
ma il Signore ha fatto i cieli.

[6] Maestà e bellezza sono davanti a lui,
potenza e splendore nel suo santuario.

[7] Date al Signore, o famiglie dei popoli,
date al Signore gloria e potenza,

[8] date al Signore la gloria del suo nome.
Portate offerte ed entrate nei suoi atri,

[9] prostratevi al Signore in sacri ornamenti.
Tremi davanti a lui tutta la terra.

[10] Dite tra i popoli: “Il Signore regna!”.
Sorregge il mondo, perché non vacilli;
giudica le nazioni con rettitudine.

[11] Gioiscano i cieli, esulti la terra,
frema il mare e quanto racchiude;

[12] esultino i campi e quanto contengono,
si rallegrino gli alberi della foresta

[13] davanti al Signore che viene,
perché viene a giudicare la terra.
Giudicherà il mondo con giustizia
e con verità tutte le genti.
Premere qui per ascoltare il salmo.

 

 

«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

Lc 2,22-35

 

Signore della conversione

Pierre Griolet

O Cristo,
Signore della conversione,
apri il mio cuore al tuo giorno:
sia per me giorno di perdono
e di tenerezza.
Se guardo i miei peccati,
chi può resistere davanti a te?
Purificami, salvami;
strappami dalle forze del male,
liberami dalle divisioni,
unifica il mio essere
e la mia vita.
Donami la forza e la grazia,
perché contemplando le tue meraviglie,
avanzi verso la tua gioia.
Mi hai dato il pane di vita
come provvista per il cammino
e annuncio del tuo ritorno:
fa’ che mi trovi
nell’azione di grazie,
trasfigurato dalla luce
del tuo perdono
e dalla gioia di ritrovarti.

 

Vangelo (Lc 2, 22-35) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 29 Dicembre 2015) con commento comunitario

28 dicembre 2015

Dal vangelo secondo Luca (Lc 2, 22-35)

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

Questo è il Vangelo del 29 Dicembre, quello del 28 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Santi Innocenti Martiri. “Gesù Cristo, il volto dell’Innocente negli orrori delle guerre” di Igor Man

28 dicembre 2015

GESU’ CRISTO

Il volto dell’innocente negli orrori delle guerre

Igor Man

Convinto, come sono, che nessuna guerra sia “giusta” anche se qualcuna è imprescindibile, più volte anch’io mi sono posto l’interrogativo che con dolorosa civiltà ha postulato Norberto Bobbio: «Ma avranno le previsioni sulla pace la stessa credibilità delle previsioni sulla guerra?». Porsi un simile interrogativo significa garantirsi molti tormenti ancora ma, forse, chi genuinamente “pretende” la pace, e subito e per sempre, non vuole più soffrire. (Penso ai palestinesi: arabi ed ebrei; penso agli uomini disperati del Rwanda, del Burundi, dello Zaire e del Sudan e della Bosnia, eccetera). Anche chi combatte vuole la pace. La pace e basta. Verosimilmente perché la cultura della guerra è morta col Vietnam.

Una volta la società accettava la guerra “perché la guerra risolve”. A quelli della mia generazione insegnavano che la guerra era un “male necessario”. Oggi è diverso. Mi dice un Cardinale-Pastore, oggi tutti hanno capito che la guerra non risolve nulla, dà solamente la medesima illusione dell’intervento chirurgico su un organismo mitragliato dalle metastasi d’un tumore cattivo. «La pace, invece, fermando la corsa della morte, salva la vita, dona la speranza della giustizia».

Forse è veramente così. (“E’ vero davvero”). Non lo so. Io sono soltanto un vecchio cronista che ha scarpinato per il mondo inciampando di continuo nella guerra: anche se tutte le volte che l’ho attraversata, ho incontrato una immensa domanda di pace. Ho fatto (da cronista, armato solo di taccuino e di biro) tutte le guerre mediorientali; ho raccontato la lunga guerra civile che ha trasformato il Libano da produttore di benessere in produttore di cadaveri; ho testimoniato dell’orrore del Vietnam e delle infinite guerre di guerriglia che hanno sferruzzato il mondo negli ultimi cinquant’anni e posso dire che “ovunque e comunque” ho visto invocare la pace. Soprattutto da chi combatteva o era costretto a farlo.

Secondo stime attendibili, esistono nel mondo, duecentocinquantamila soldati-bambini (cfr.“L’esercito invisibile” di R. Casadei – “Mondo e Missione”, dic. ’96). Ma cosa costringe un fanciullo a imbracciare il kalashnikov ? Per molti adolescenti la guerra è “normale condizione di vita”, poiché non hanno conosciuto la pace. Per molti altri è un modo efficace di sottrarsi alla fame, un po’ tutti gli impuberi soldati, prendono il fucile mossi dal cosiddetto “bisogno d’adulto” che provano perché “fisicamente o emotivamente separati dai loro genitori naturali”. Una testimonianza dal Salvador spiega che pressoché tutti i più giovanimuchachos del Frente Farabundo Martí “erano bambini che avevano visto i propri genitori catturati e/o torturati, persino assassinati dai soldati dell’esercito, le loro case bruciate. In cerca di protezione erano entrati nella guerriglia”.

Nella lunga storia senza misericordia della guerra, è sempre il filo rosso della violenza, della fame, a cucire passato e presente. E il filo va e viene attraverso la cruna degli innocenti. Quanti bambini disperati, quanti vecchi folli di paura non ha visto il vecchio cronista dal Vietnam al Libano, dal Salvador all’Iraq, eccetera. Quanti racconti di orrore non ha raccolto nell’immenso spazio di solitudine dei fanciulli scampati a questo o a quel massacro.

Tra il 1945 e il 1996, 160 conflitti hanno fatto più 24 milioni di morti. In massima parte civili, in stragrande maggioranza bambini. L’Unicef denuncia un “universo di efferatezze”: soltanto negli ultimi quindici anni, oltre due milioni di corpicini dilaniati dalle bombe; circa dieci milioni di invalidi precoci; quasi due milioni di orfani. Guerre “ufficiali”, guerre “marginali”: dal Vietnam all’Algeria, dal Medio Oriente all’America Latina, Erode non è mai morto, la crocifissione di Gesù si rinnova. Dolorosamente. Inesorabilmente. Giorno dopo giorno.

Molte volte il vecchio cronista, di fronte all’ennesima “strage degli innocenti” è stato tentato di chiedersi: Dio ma dov’eri, dove sei? Lo stesso interrogativo di Elie Wiesel ad Auschwitz, assistendo all’agonia interminabile d’un bambino ebreo impiccato lentamente per farlo soffrire di più. “Dio dove sei?”. La risposta la dà -definitivamente- quel prete polacco che si sacrificherà per gli altri, proprio ad Auschwitz: “Dio è qui, sul patibolo. Dio è nel suo figliuolo in croce”. (Risposta ormai storica che, a ben vedere , è la parafrasi dell’invocazione di Santa Caterina da Siena: “Dov’eri tu, o mio Signore, quando io soffrivo, dov’eri quando il mio cuore era nel fango?”; “Io ero lì, nel fango”).

Ora al vecchio cronista chiedono di dire chi è Cristo per lui. Cristo è l’innocente inchiodato alla croce del martirio dal più infame delitto dell’uomo: la guerra. E l’innocenza non è solo dei bimbi o delle madri; è anche degli adulti, anche dei peccatori. Gesù era giovine quando salì sul Golgota ma era già antico quanto il Mistero della sua pietà: assolse il ladrone promettendogli il Paradiso. In questo modo gli restituiva l’innocenza.

L’invito a una esperienza di unione con Dio, (adhaerere a Lui), “in Cristo e per Cristo”, è nel Vangelo e in San Paolo. E dunque soltanto l’esperienza spirituale può ricolmare il cristiano e, al tempo stesso, crocefiggerlo: dal momento che “la Croce è la via maestra che conduce alla unione d’amore”. Tutto ciò ce lo ha ricordato, recentemente, col sacrificio della sua vita chiara, un nuovo martire: Monsignor Pierre Claverie, Vescovo di Orano. Dopo il massacro dei sette monaci trappisti nel maggio scorso, lo pregarono di lasciare l’Algeria, era nel mirino dei terroristi. Rispose: “Ci chiedono di lasciare il paese poiché la nostra vita è in pericolo ma proprio quello è il momento di suggellare ciò che abbiamo vissuto mediante il dono della nostra vita, come ha fatto Cristo Gesù”. La sera del 1 agosto 1996 lo uccisero con il suo autista.

Anche Don Juan, giovanissimo padre salesiano, catapultato come vice parroco in una frazione di Las Palmas, durante la guerra prologada del Salvador, si rifiutava di abbandonare il grumo di case dove i suoi fedeli erano donne, bambini e vecchi. Quella frazione di Las Palmas contava cinque ettari di terra disgraziata, poiché passava continuamente di mano: dall’esercito ai muchachos e da costoro (i guerriglieri) ai governativi. Don Juan faceva da maestro, celebrava la Messa, zappava la terra, fungeva anche da ostetrico. Ogni volta che i governativi lo “invitavano” a lasciare quella marca di frontiera, Don Juan rispondeva: “Il pastore non può abbandonare il suo gregge”. (I santi non hanno paura di scadere nella retorica). Proprio come si legge nel Vangelo “sacerdotale”: “Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me ed io conosco il Padre; sicché offro la vita per le mie pecore (Giovanni X, 11-18)”. Un brutto giorno alle cinque del mattino, irruppe nella mia stanza al Camino Real di San Salvador, Peter Arnett. “Hanno ammazzato il prete”, disse. Prima di abbandonare per la ventesima volta quella frazione (disgraziata) di Las Palmas, i governativi avevano ingiunto a Don Juan di sgomberare con loro ma: “io non posso lasciare il mio gregge” aveva nuovamente risposto il piccolo salesiano e quelli lo uccisero. Inchiodandolo all’uscio della sua baracca di legno; e lui morì crocifisso, vegliato da poche donne terrorizzate, dal pianto dei bambini, dalla immobile pietà dei vecchi. (Ancora oggi, nel Sudan integralista dello Sceicco El Tourabi, i cristiani sudanesi sospettati di leggere il Vangelo li uccidono. Mediante crocifissione).

Il Buon Pastore offre la vita per le sue pecore: nell’Enciclica Ut Unum Sint, Giovanni Paolo II ha previsto che il servizio dell’umanità “può esigere allo stesso ministero del Papa di offrire la propria vita”.

I bambini, gli innocenti: Vietnam, 1965. I 377 vietcong che contai tutt’intorno al perimetro di Camp Kannack, erano morti di guerra. Durante tre giorni, dal 7 al 10 di marzo, erano venuti all’attacco di quel campo di Berretti Verdi. Coi lunghi, esili tronchi di bambù adoperati come aste, saltavano i reticolati americani, e poiché intorno al collo avevano ghirlande di bombe a mano disinnescate, una volta a terra eplodevano: saltando in aria aprivano varchi nella difesa del campo. La radio s’era rotta, i vietcong si inerpicavano già alla conquista dell’ultimo girone del campo. Poi la radio s’aggiustò , chiamarono l’aviazione e in venti minuti esatti bombe a mezza altezza che colpivano alle tempie a mo’ di dischi lanciati da un discobolo possente, uccisero i vietcong. Ne contai 377: sparsi sulla mota verde, i lunghi capelli neri, i volti color della giada aureolati da un sorriso infinito. Morti poveri, col tascapane di foglie di bambù intrecciate, ai piedi cioce fatte coi copertoni (vecchi) Made in Urss. Li caricarono su di un camion, vennero spogliati in un centro di raccolta-cadaveri e quindi gettati nudi in una fossa comune. Precipitando, due di loro assunsero geometria di danza. 377 ragazzi bruciati verdi, mandati da cinici apprendisti stregoni a morire sull’altopiano delle tribù Meo.

Gli asceti russi si dicevano convinti che il volto di un uomo “in buona fede” risplende di una luce tutta sua che tuttavia solo il credente può percepire. “Mi piace il tuo volto”, dice uno dei fratelli Karamazov ad Alioscia, “il diavolo ha avuto paura di te, mio puro cherubino”. E’ dunque un volto, non una dialettica, che Dostoievski oppone all’ateismo. Un “volto”: l’icona vivente di Cristo Gesù.

Il Che aveva il volto irregolare d’un soriano bello, ironico. Avevamo parlato lunghissime ore, pressoché tutta la notte. Scorreva all’Avana il gennaio tiepido del 1961. Dio, dissi al Che che mi dedicava con una vecchia stilografica il suo libro sulla guerriglia popolare. Dio: ci crede, ci ha mai creduto? Lasciò raffreddare la domanda, poi: “Non mi sono mai posto il problema di Dio: e tuttavia, ecco, siccome sono un argentino provinciale, mezzo spagnuolo e mia madre mi portava a Messa da piccolo, ecco se Dio esiste come mi ha sempre ripetuto mia madre, se Dio esiste, dico, mi piacerebbe pensare che nel suo grande cuore ci sia un posto, piccolo, per il comandante Ernesto Che Guevara”. Quando morì per mano di un sergente boliviano ubriaco che aveva schiaffeggiato, il Che (forse) avrà saputo in quel preciso momento che quel posto, per lui, c’era.

“Esiste una misura comune fra Dio e l’uomo e solo codesta misura rende possibile la rivelazione di Dio a l’uomo”. “E tale miracolo misterioso può accadere in qualsiasi momento, chiunque sia l’uomo, non importa cosa abbia fatto sino alla Rivelazione” (cfr. V. Soloviev:Leçons sur la divino-humanité, Parigi 1991).

Ancora un ricordo: Port Said, 1956, Crisi di Suez. Un gruppo di giornalisti noleggiammo una barca per raggiungere via mare Port Said occupata dai Parà britannici del generale Stockwell. All’imbocco del porto ci spararono addosso. Un proiettile centrò la fronte di una donna egiziana alla quale avevamo dato un passaggio. Era con la sua bambina, voleva raggiungere il resto della famiglia. Il proiettile la colpì in fronte facendo spicciare il sangue come da una botte. Teneva per mano la sua bambina. Ci accorgemmo subito che per la donna era finita. Ma la bambina sembrava dormisse. Quando la toccammo capimmo, però, che era morta. Anche lei. Non so come. Forse il suo piccolo cuore spaventato, aveva ceduto, così come a volte cede il cuore dei gattini. Dovemmo faticare per sciogliere l’intreccio delle mani. Olivastre quelle della giovine madre, bianche come la cera quelle della bambina.

Ho appena scritto: Come cede il cuore dei gattini, Bogotà, 1959. Esco dall’albergoTequendama, come oggi il più in della Colombia, nella controra dell’altopiano. Mentre il portiere in livrea s’ affannava a fischiare per un taxi, m’accorsi di un fagotto di stracci sull’erba chic dell’ingresso. Era un bambino-randagio. Dormiva. Tornai al tramonto, il bambino era sempre lì. Che fa, dissi al portiere, dorme ancora? Quello s’avvicinò al bambino-randagio: con la punta del piede, delicato, lo mosse. Proprio come si fa coi gattini. “No, concluse, non dorme. E’ morto”. Morto? “Esactamente señor: de hambre” (le ultime statistiche del FMI ci dicono che, nel mondo, ogni otto secondi muore un bambino. Per fame).

Vecchio e stanco nel fisico, non nella mente, non Giobbe bensì Giovanni, il Papa viaggiatore quanto e più di Paolo, ci ha abituati a discorsi dove spesso il messaggio evangelico si intreccia col pronunciamento politico. Il 13 di novembre del 1996, alla conferenza della FAO, in Roma, dopo aver osservato come l’emblema della FAO sia Fiat Panis, frase ch’ è il cuore della preghiera “più cara”, il Padrenostro: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, il Papa ha detto che il problema della fame non si risolve con “restrizioni demografiche”. Pur negando “che essere numerosi significa condannarsi ad esser poveri”, ha ammesso che “la crescita demografica non può esser illimitata”. “Con i suoi interventi l’uomo può modificare le situazioni e rispondere ai bisogni crescenti delle popolazioni”. Spesso vittime, per altro, “di embarghi imposti senza discernimento sufficiente”, ha scandito chiaramente riferendosi a Cuba, all’Iraq.

Già, l’Iraq. 15 di febbraio del 1991: alla Tv di Amman lo speaker piange. Passano sul video le immagini della strage nel bunker “non intelligente” centrato da una implacabile “bomba intelligente”. “E’ un crimine contro l’umanità, hanno colpito un rifugio con centinaia di donne e di bambini. Fermate il genocidio”, singhiozza il conduttore. E’ il telegiornale delle ore 19, il più seguito al di qua e al di là del Giordano. La guerra pressoché senza immagini ha ora un’immagine antica: la morte degli innocenti. Da New York Furio Colombo, col quale parlo a lungo, mi dice che la “bomba intelligente”, guidata dal laser, ha attraversato due strati spessi di cemento e di acciaio ed è giunta “con tragica esattezza” al punto prestabilito, trovato inopinatamente “pieno di donne e bambini”. A Baghdad quell’ordigno diabolicamente perfetto ha ucciso degli innocenti, in America ha sfranto “lo spumeggiare un po’ fatuo del linguaggio di guerra” che definisce CD (collateral damage, vale a dire vittime civili) la strage nel bunker.

In Italia non compariranno le sequenze più atroci di questo film dell’orrore umano. Il tronco di un ragazzo pietrificato dalla morte subitanea: il capo riverso, la bocca spalancata dal grido dello spasimo definitivo (una volta ancora, come in ogni guerra, ritorna L’Urlo di Munch a far da logo), le mani a cercare le gambe incenerite. E due mani di donna, due mani soltanto, a galleggiare, incrociate, sul grembo sostituito da un grumo di carbone. (“Tu predatore del lutto, uomo”, così Elias Canetti diceva dell’orrore del 900, il nostro secolo alla deriva ultima, miserabile, a dispetto del software, dell’internet).

Era la Guerra del Golfo: do you remember Desert storm?

Lì cominciammo a perdere il cuore, noi dell’Europa illustre, blasfema. Oggi l’ultimo battito di vergogna si chiama Africa dei Grandi Laghi. Mancano mille giorni al 2000, l’anno del Giubileo. Senza più anima, immemore, cattivo, il mondo aspetta stretto fra la paura del castigo e la speranza del perdono. Ma poiché Dio è buono e il suo Figliolo è misericordioso, lo Spirito Santo (forse) ci restituirà la luce e ascolteremo, infine, “un’esile voce di silenzio” (I Re XIX, 11-13) e più non vorticherà nell’aria il polline dell’odio e prenderemo, finalmente, per mano i bambini. Anziché accompagnarli al cimitero, li porteremo ai giardinetti. A prendere un gelato.

(CENNI BIOGRAFICI – Igor Man, uno dei più noti giornalisti e scrittori italiani, è nato a Catania, ma è vissuto a Roma dove si è affermato professionalmente. Giovanissimo è entrato al Tempo e nel 1963 è passato a La Stampa dove lavora tuttora come editorialista e inviato speciale)

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Non parlano ancora e già confessano Cristo. Dai «Discorsi» di san Quodvultdeus, vescovo

28 dicembre 2015

Disc. 2 sul Simbolo; PL 40,655)

Il grande Re nasce piccolo bambino. I magi vengono da lontano, guidati dalla stella e giungono a Betlemme, per adorare colui che giace ancora nel presepio, ma regna in cielo e sulla terra. Quando i magi annunziano ad Erode che è nato il Re, egli si turba, e per non perdere il regno, cerca di ucciderlo, mentre, credendo in lui, sarebbe stato sicuro in questa vita e avrebbe regnato eternamente nell’altra.
Che cosa temi, o Erode, ora che hai sentito che è nato il Re? Cristo non è venuto per detronizzarti, ma per vincere il demonio. Tu, questo non lo comprendi, perciò ti turbi e infierisci; anzi, per togliere di mezzo quel solo che cerchi, diventi crudele facendo morire tanti bambini.
Le madri che piangono non ti fanno tornare sui tuoi passi, non ti commuove il lamento dei padri per l’uccisione dei loro figli, non ti arresta il gemito straziante dei bambini. La paura che ti serra il cuore ti spinge ad uccidere i bambini e, mentre cerchi di uccidere la Vita stessa, pensi di poter vivere a lungo, se riuscirai a condurre a termine ciò che brami. Ma egli, fonte della grazia, piccolo e grande nello stesso tempo, pur giacendo nel presepio, fa tremare il tuo trono; si serve di te che non conosci i suoi disegni e libera le anime dalla schiavitù del demonio. Ha accolto i figli dei nemici e li ha fatti suoi figli adottivi. (more…)

Liturgia del giorno: Audio salmo 124(123)

27 dicembre 2015

Lunedì, 28_ Dicembre_2015


 

Chi dona la sua vita risorge nel Signore.

[1] Canto delle ascensioni. Di Davide.
Se il Signore non fosse stato con noi,
– lo dica Israele –

[2] se il Signore non fosse stato con noi,
quando uomini ci assalirono,

[3] ci avrebbero inghiottiti vivi,
nel furore della loro ira.

[4] Le acque ci avrebbero travolti;
un torrente ci avrebbe sommersi,

[5] ci avrebbero travolti
acque impetuose.

[6] Sia benedetto il Signore,
che non ci ha lasciati,
in preda ai loro denti.

[7] Noi siamo stati liberati come un uccello
dal laccio dei cacciatori:
il laccio si è spezzato
e noi siamo scampati.

[8] Il nostro aiuto è nel nome del Signore
che ha fatto cielo e terra.     

Premere qui per ascoltare il salmo.

 

«Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».

Mt 2,13-18

 

 

Preghiera salmica di p. David M. Turoldo

O Padre, che in Gesù Cristo, tuo Figlio, hai spezzato per sempre il laccio di morte,

manda ancora il tuo Spirito di vita e guida il tuo popolo, libero e sereno,

nel cammino verso la terra promessa, verso il Regno che viene sempre. Amen.

 

 

 

Attualizzazioni:

 

AGOSTINO mette questo Salmo sulla bocca dei Martiri e di coloro che hanno superato la prova: “Cosa cantano queste membra di Cristo? Se il Signore non fosse stato in mezzo a noi…! Si sono volte indietro, verso i tormenti sofferti: ormai giunte in cielo, nel luogo della beatitudine e della pace, hanno osservato il cammino percorso e la meta a cui sono giunte. Vedendo com’è difficile essere salvati, se la mano del Signore non interviene, hanno gridato di gioia: Se il Signore non fosse stato in mezzo a noi…! Quando era necessario che fosse con noi? Quando gli uomini insorgevano contro di noi. Eccoli vinti. Erano uomini mentre il Signore stesso era con noi. Uomini avrebbero ben potuto schiacciare altri uomini, se dalla parte di coloro che non fu possibile annientare non ci fosse stato il Signore”.

 

Il Padre David M. TUROLDO, lo rende attuale con quest’interrogativo profetico: “Sarà ancora Israele in grado di pregare secondo questo salmo? Intanto lo dicano tutti i piccoli popoli oppressi! E siano liberati un giorno come lo fu Israele, quando ieri Israele era davvero l’immagine di JHWH. Poveri del mondo, ci sarà sempre <un buco nella rete>: anche nella rete del più potente e feroce uccellatore”.

 

Il Salmo 124 (123) è un inno di ringraziamento, inserito nella raccolta dei “Cantici delle ascensioni”; quasi a voler trasformare il faticoso cammino verso il Tempio, in un memoriale dell’Esodo e di tutti gli altri momenti storici nei quali Israele ha camminato con il suo Dio, sperimentandone la potenza salvifica.

 

L’inizio del Salmo, con la ripetuta affermazione: “Se il Signore non fosse stato con noi…”, meglio tradotto con: “Se il Signore non fosse stato per noi…” (v. 1b e 2a), fa pensare al racconto di un “miracolato” che è uscito illeso, dall’automobile distrutta in un incidente e riconosce l’intervento provvidenziale di qualche Santo.

 

Jhwh è stato sperimentato, in questi frangenti terribili, come “il Dio per noi”, preoccupato, del suo Popolo e d’ogni fedele, pronto a liberarlo da ogni nemico e da tutti i pericoli (cf. Ne 4,14).

 

 

I pericoli sono descritti come realtà che portano a morte certa:

 

nemici che divorano (v. 2-3);

 

acque che travolgono (v. 4-5);

 

laccio letale (v. 7).

 

 

Ma da tutto ciò ci ha liberato Dio, “Benedetto sia il suo nome” (v. 6).

 

Alla fine del Salmo, il ringraziamento si trasforma in una professione di fede, entrata nel nostro benedizionale: “Il nostro aiuto è nel nome del Signore che ha fatto cielo e terra” (v. 8).

Papa Francesco Angelus 27 dicembre 2015

27 dicembre 2015

All’Angelus – davanti ad oltre 50 mila persone e nel giorno in cui si celebra la festa della Santa Famiglia – il pensiero di Papa Francesco è andato al grande incontro di Filadelfia, alle tante famiglie incontrate nei viaggi apostolici e a quelle di tutto il mondo. Salutandole con affetto, il Pontefice ha espresso la sua riconoscenza, soprattutto in questo tempo – ha detto – in cui la famiglia “è soggetta a incomprensioni e difficoltà”. Poi, dopo l’Angelus, il Santo Padre ha ricordato il dramma di molti migranti cubani.

 

 

Tweet del Papa

27 dicembre 2015

Preghiamo per i cristiani che sono perseguitati, spesso con il silenzio vergognoso di tanti.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 11:00 – 26 Dic 2015

Vangelo (Mt 2,13-18) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 28 Dicembre 2015) con commento comunitario

27 dicembre 2015

SANTI INNOCENTI, martiri – Festa

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 2,13-18)

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
«Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi.
Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremìa:
«Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata,
perché non sono più».

Questo è il Vangelo del 28 Dicembre, quello del 27 Dicembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe – Diretta Santa Messa per le Famiglie

27 dicembre 2015

Basilica Vaticana
ore 10.00

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L’esempio di Nazareth. Dai «Discorsi» di Paolo VI, papa

27 dicembre 2015

(Discorso tenuto a Nazareth, 5 gennaio 1964)

La casa di Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare.
Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo. Qui scopriamo il bisogno di osservare il quadro del suo soggiorno in mezzo a noi: cioè i luoghi, i tempi, i costumi, il linguaggio, i sacri riti, tutto insomma ciò di cui Gesù si servì per manifestarsi al mondo.
Qui tutto ha una voce, tutto ha un significato. Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo. Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazareth! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine! Ma noi non siamo che di passaggio e ci è necessario deporre il desiderio di continuare a conoscere, in questa casa, la mai compiuta formazione all’intelligenza del Vangelo. Tuttavia non lasceremo questo luogo senza aver raccolto, quasi furtivamente, alcuni brevi ammonimenti dalla casa di Nazareth.
In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto. (more…)

Preghiera della sera. Meditazioni per il tempo di Natale e Avvento

26 dicembre 2015

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Gesù

Lc 2, 49 Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?

Cercare Gesù. Un’impresa talvolta angosciosa. Sembra di non vederlo più, di non sentirlo, di averlo perduto per sempre. Ti sembra che la Sua presenza, così dolce, così bella e soddisfacente, che ti dava gioia di vivere, sia nell’esser solo che nello star con tutti, sia scomparsa. Ed è come fosse scomparsa la vita. Tutto diviene buio, tutto rimane vuoto, sembra d’esser stati ingannati. Perché? Mi pare d’averlo intuito e lo voglio dire a molti. Difatti trovo molte persone, anziane e meno anziane, che mi confidano d’aver perduto la fede. Sono disperati – o quasi – perché ritengono di non poter più vedere Gesù, né di amarlo, né di gustarne la presenza. Qualcuno continua con sofferenza a cercare Gesù, il Gesù dell’infanzia, della propria infanzia spirituale, quel Gesù « tutto per me », quel Gesù « bambino » che ti lascia l’idea e la soddisfazione di poter dire di vivere per Lui. Ad essi generalmente io dico: finalmente! finalmente hai perduto Gesù! finalmente Gesù è morto in te! ecco l’ora nuova, l’ora vera della tua vita!

Maria e Giuseppe cercavano il loro fanciullo. Lo cercavano « angosciati ». Lo cercavano tra parenti e conoscenti, tra gli uomini. Lo cercavano giorno e notte. Perduto lui è perduto tutto. La vita, destinata da Dio a far crescere e custodire il Suo figlio, è del tutto fallita. Non c’è più quel figlio per cui vivono, per cui soffrono, per cui sono stati scelti fra tutti. La loro angoscia è più che comprensibile, più che normale. Dodici anni prima quel figlio lo avevano portato al tempio, e offerto al Signore. Poi, coi riscatto di due colombe, lo avevano riavuto. Il figlio di Dio era loro figlio. Avevano il segreto onore di vivere per Lui e con Lui. Ora devono tornare al tempio, non più a portarlo, ma a prenderlo. Egli è là. Salendo la gradinata Maria e Giuseppe devono aver ricordato che molti secoli, prima, su quello stesso monte, ove poi era stato costruito il tempio, era salito Abramo per consegnare a Dio, tramite coltello e fuoco, il proprio unico figlio Isacco: un figlio avuto come dono di Dio. Essi erano proprio in quel luogo. Quale presagio, quali presentimenti si rincorrevano nel loro cuore! Dare a Dio, il proprio figlio, quello ricevuto in consegna da Lui! No, non è facile, non è comprensibile, non ci riescono. Dopo dodici anni di fatiche, di fede messa a dura prova, di dono totale di sé, non è possibile. Essi non riescono a consegnarlo per sempre a Dio: ma ecco, è Lui stesso che, con dolce violenza, separa la propria vita dalla foro, proprio come se il coltello di Abramo arrivasse fin qui a penetrare nel cuore… non del figlio, ma dei genitori: « Perché mi cercavate? non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Il sospiro di sollievo per averlo trovato si trasforma in silenzio profondo. Hanno trovato il fanciullo, ma non è più quello di prima, non è quello che cercavano. Cercavano il figlio che apparteneva loro e trovano un figlio che a loro non appartiene più. Cercavano un Gesù che doveva ubbidire loro, dar loro gioia e soddisfazione, che doveva dar loro certezza d’essere amati da Dio ed essere a posto, e trovano un Gesù che ubbidisce a qualcun altro, che propone anche ad essi un’ubbidienza nuova. Se Egli ubbidisce al Padre, essi non possono più comandargli, anzi, dovranno sottomettersi, rimanere in ascolto del Padre, lasciare libero il Figlio di obbedirgli, obbedire essi stessi all’obbedienza del Figlio. Cercavano un figlio riconoscente per le loro fatiche affrontate per lui e trovano un figlio che chiede nuove fatiche senza ricompense. Il Gesù « tutto per loro» è morto, il Gesù che dà soddisfazione e li lascia contenti di possederlo è morto per sempre. Non lo avranno più. Potranno solo vivere con un Gesù che vive per il Padre, che cerca di far contento Lui solo. Non potranno più comandargli, potranno solo osservarlo e ubbidirlo e donargli la propria vita sapendo che non dirà grazie, ma che la presenterà al Padre insieme con la Sua.
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Liturgia del giorno: Audio salmo 84(83)

26 dicembre 2015

Domenica, 27_ Dicembre _ 2015


Beato chi abita nella tua casa, Signore.

 

[1] Al maestro del coro. Su “I torchi…”.
Dei figli di Core. Salmo.

[2] Quanto sono amabili le tue dimore,
Signore degli eserciti!

[3] L’anima mia languisce
e brama gli atri del Signore.
Il mio cuore e la mia carne
esultano nel Dio vivente.

[4] Anche il passero trova la casa,
la rondine il nido,
dove porre i suoi piccoli,
presso i tuoi altari,
Signore degli eserciti, mio re e mio Dio.

[5] Beato chi abita la tua casa:
sempre canta le tue lodi!

[6] Beato chi trova in te la sua forza
e decide nel suo cuore il santo viaggio.

[7] Passando per la valle del pianto
la cambia in una sorgente,
anche la prima pioggia
l’ammanta di benedizioni.

[8] Cresce lungo il cammino il suo vigore,
finché compare davanti a Dio in Sion.

[9] Signore, Dio degli eserciti, ascolta la mia preghiera,
porgi l’orecchio, Dio di Giacobbe.

[10] Vedi, Dio, nostro scudo,
guarda il volto del tuo consacrato.

[11] Per me un giorno nei tuoi atri è più che mille altrove,
stare sulla soglia della casa del mio Dio
è meglio che abitare nelle tende degli empi.

[12] Poiché sole e scudo è il Signore Dio;
il Signore concede grazia e gloria,
non rifiuta il bene
a chi cammina con rettitudine.

[13] Signore degli eserciti,
beato l’uomo che in te confida.

Premere qui per ascoltare il salmo.

 

Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.

Lc 2,41-52

 

 

 

 

Mentre il silenzio fasciava la terra  

David Maria Turoldo

Mentre il silenzio fasciava la terra
e la notte era a metà del suo corso,
tu sei disceso, o Verbo di Dio,
in solitudine e più alto silenzio.

La creazione ti grida in silenzio,
la profezia da sempre ti annuncia,
ma il mistero ha ora una voce,
al tuo vagito il silenzio è più fondo.

E pure noi facciamo silenzio,
più che parole il silenzio lo canti,
il cuore ascolti quest’unico Verbo
che ora parla con voce di uomo.

A te, Gesù, meraviglia del mondo,
Dio che vivi nel cuore dell’uomo,
Dio nascosto in carne mortale,
a te l’amore che canta in silenzio.

 

Papa Francesco Angelus 26 dicembre 2015

26 dicembre 2015

26 dicembre 2015, Festa di Santo Stefano Protomartire

 

 

 

C’è un aspetto particolare, nell’odierno racconto degli Atti degli Apostoli, che avvicina santo Stefano al Signore. È il suo perdono prima di morire lapidato. Inchiodato sulla croce, Gesù aveva detto: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34); in modo simile Stefano «piegò le ginocchia e gridò a gran voce: “Signore, non imputare loro questo peccato”» (At 7,60). Stefano è dunque martire, che significa testimone, perché fa come Gesù; è infatti vero testimone chi si comporta come Lui: chi prega, chi ama, chi dona, ma soprattutto chi perdona, perché il perdono, come dice la parola stessa, è l’espressione più alta del dono.