Archive for febbraio 2016

Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

29 febbraio 2016

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29 – CON L’AURORA INCONTRO AL SOLE

« Quando arriverà questo tempo felice, quest’era di Maria, nella quale parecchie anime elette e che Ella avrà ottenute dall’Altissimo, immergendosi volontariamente nell’abisso del suo interno, diverranno copie viventi di Maria, per amare e glorificare Gesù Cristo? Questo tempo non arriverà se non quando sarà conosciuta e praticata la devozione che insegno» (Trattato delle V.D., n. 217). Molti conoscono (o per lo meno ne hanno sentito parlare), la Vera devozione a Maria, insegnata da S. Luigi Maria di Monfort. Non sono però molti quelli che la sanno praticare. Questa Devozione, appunto per essere «vera», si fonda sulla Maternità divina e mistica di Maria, Madre di Cristo e della Chiesa. Essa afferma: «Se Gesù Cristo, Capo degli uomini, nacque dalla Vergine Maria, i predestinati che sono i membri di questo Capo, debbono pure per necessaria conseguenza, nascere da Lei» (n. 32). Maria, avendo generato il Figlio di Dio nella carne (Gal 4,4), lo genera ancora in tutti gli altri suoi figli, dei quali Gesù è il fratello primogenito (Rm 8,29). È questa la sua Maternità mistica che ha il suo fondamento remoto nella Maternità divina e quello prossimo nella generazione spirituale e divina di Gesù in Se stessa. Ovviamente (e non ci sarebbe bisogno di ripeterlo tutte le volte), questa generazione nello spirito si compie per mezzo dello Spirito Santo, come già quella divina (Lc 1,35); anche se in modo diverso. È il Gesù, maternamente vissuto da Lei (nel suo spirito) in tutti i suoi misteri, che Ella fa vivere misticamente in noi, suoi figli spirituali. S. Luigi Maria di Montfort fa sua la dottrina di S. Agostino il quale afferma che «tutti i predestinati, per essere conformi all’immagine del Figlio di Dio, sono nascosti, mentre vivono quaggiù, nel seno di Maria Ss.ma, dove questa amorevole Madre li custodisce, nutre e fa crescere fino a che non li partorisce alla gloria, dopo la morte che è propriamente il giorno della loro nascita, come la Chiesa chiama la morte dei giusti ». Ed esclama con pena: « O mistero di grazia, sconosciuto ai reprobi e poco conosciuto dai predestinati! » (Trattato, n. 33). È chiaro che questa verità non va presa, come pensava erroneamente il sinedrista Nicodemo (Gv 3,4), in senso materiale. È il Gesù vivente nel suo spirito che la divina Madre deve e vuole formare in noi! E come può far questo? Continua il Santo di Montfort: « Maria è la bella forma, ove Gesù fu naturalmente e divinamente formato », perciò, «chi vuole riceverne in sè l’immagine, deve gettarsi e perdersi in Lei per divenire la copia fedele di Gesù Cristo» (Id. n. 220). Ancora una volta: si tratta di una forma spirituale che richiede un rapporto spirituale e filiale con Lei. Alla Vergine, per la sua Maternità divina, va inoltre riconosciuta una partecipazione al dominio di Cristo, su tutta la creazione (Mt 28,18), affinché, quale umile serva del Signore (Lc 1,48) possa amorosamente sottometterla a Dio.

Va anche notato che il regno di Dio è un regno d’amore, è dono. Perciò la sottomissione a Lui non è fine a se stessa, ma è in funzione della comunione di vita. Sottomettersi alla Madre della Grazia è lo stesso che sottomettersi a Cristo e a Dio (1 Cor 6,17). Ed è anche condizione per ricevere quella vita divina che Gesù ci ha portato dal Cielo (Gv 15,5) e che ci vuole comunicare per mezzo della sua umanità santa, umanità che ha ricevuta dalla Vergine con la quale conserva perciò un vincolo essenziale ed eterno. Per il tralcio, non è schiavitù la sua dipendenza ed unione alla vite: bensì condizione di vita e di prosperità. Così la natura che ci circonda, trova nell’atmosfera che l’avvolge il suo ambiente vitale. E come il sole si annuncia a noi nell’aurora e ci comunica la sua luce e il suo calore benefico per mezzo di essa, che si trasforma sotto l’azione dei suoi raggi nel bel firmamento azzurro, così il Sole di Giustizia, Cristo nostro Dio, ha voluto farsi precedere dall’Immacolata, sua mistica Aurora, e desidera nuovamente darsi a noi in Lei e per Lei che non solo lo contiene perfettamente, ma lo adatta maternamente alla nostra debolezza naturale. Come i fiori aprono istintivamente le loro corolle per assimilarsi l’energia solare, così apriamo noi le nostre anime, avvolte dalle pesanti tenebre e nebbie del peccato, all’Aurora della grazia che ci viene incontro, per renderci, con Lei e come Lei, luminosi dello splendore del Figlio (Eb 1,3). L’Autore della Vera Devozione ci insegna ancora che l’essenziale di questa devozione sta nell’entrare nel suo spirito che è di rendere l’anima interiormente dipendente – vera schiava d’amore – dalla Vergine Ss.ma e da Gesù, per mezzo di Lei » (Segreto, n. 44), e ci insegna pure come si giunge a tanto (Trattato, nn. 257-265). Per invogliarci a séguire la strada luminosa di Maria, egli ci fa conoscere qual è il primo, meraviglioso frutto che possiamo cogliere: «Fra le tante meraviglie di grazia che questa devozione opera nell’anima, la più gloriosa e sorprendente è quella di far vivere Maria in essa; così che non è più l’anima che vive, ma è la Vergine che vive in lei!

«Infatti, l’anima di Maria diviene per così dire, l’anima sua e, conseguentemente, potendo la divina Madre disporre da vera padrona per l’anima consacrata, opera in lei quelle meraviglie divine di cui Ella sola conosce il segreto, prima fra tutte far vivere incessantemente Gesù in quest’anima e quest’anima in Gesù». «Infatti, se Egli è veramente frutto di Maria per ogni anima che lo possiede, come lo è per tutte (nel mistero dell’Incarnazione), indubbiamente Egli è in modo specialissimo frutto e capolavoro di Maria nell’anima sua schiava, nella quale il suo amore materno trova piena libertà d’azione» (Segreto, nn. 55,56). Avere l’Aurora dunque, è avere il Sole che la illumina e riscalda. Che potremo fare di meglio in questo Avvento, tempo di Maria, che lasciarci rivestire di Lei, per ritrovarci rivestiti di Gesù Cristo? (Ef 4,24). Non ci può essere via migliore per andarGli incontro, di quella scelta da Lui per venire incontro a noi. Chi non cerca l’aurora, come potrà trovare il sole?…

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Vangelo ( Mt 18,21-35 ) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 1 Marzo 2016) con commento comunitario

29 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Matteo ( Mt 18,21-35 )

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.

Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”.  Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.

Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quel che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.

Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.

Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

Questo è il Vangelo dell’1 Marzo, quello del 29 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto.

Chi si gloria si glori nel Signore. Dalle «Omelie» di san Basilio Magno, vescovo

29 febbraio 2016

(Om. 20 sull’umiltà, c. 3; PG 31, 530-531)

Il sapiente non si glori della sua sapienza, né il forte della sua forza, né il ricco delle sue ricchezze (cfr. Ger 9, 22-23). Ma allora qual è la vera gloria, e in che cosa è grande l’uomo? Dice la Scrittura: In questo si glori colui che si gloria: se conosce e capisce che io sono il Signore.
La grandezza dell’uomo, la sua gloria e la sua maestà consistono nel conoscere ciò che è veramente grande, nell’attaccarsi ad esso e nel chiedere la gloria dal Signore della gloria. Dice infatti l’Apostolo: «Chi si vanta si vanti nel Signore» e lo dice nel seguente contesto: Cristo è stato costituito da Dio «per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, perché come sta scritto: Chi si vanta si vanti nel Signore» (1 Cor 1, 31). Il perfetto e pieno gloriarsi in Dio, si verifica quando uno non si esalta per la sua giustizia, ma sa di essere destituito della vera giustizia e comprende di essere stato giustificato nella sola fede in Cristo. E proprio in questo si gloria Paolo, il quale disprezza la propria giustizia, e cerca quella che viene da Dio per mezzo di Gesù Cristo cioè la giustizia nella fede. Conosce lui e la potenza della sua risurrezione, partecipa alle sue sofferenze, è reso conforme alla morte di lui per arrivare in quanto possibile alla risurrezione dai morti. (more…)

Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

28 febbraio 2016

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28 – MARIA NUOVA AURORA DI GRAZIA

«Ecco avvicinarsi un tempo santo, il tempo dell’Avvento di Gesù nel mondo. È la primavera dell’universo in cui fiorisce il fiore del fiore, Gesù di Nazaret, il quale nella Scrittura viene chiamato “Fiore dei campi e Giglio delle valli”. È il tempo più delizioso per le anime interiori legate a Gesù e a Maria, perché non porta che delizie nella nuova vita di Gesù e della Vergine. « Il tempo dell’Avvento loda ed onora la vita nascente di Gesù, il suo beato e delizioso riposo nella Vergine per nove mesi, e la vita nuova della Vergine in Gesù che era la sua vita» (de Bérulle). È questo il primo Avvento di Cristo, la sua venuta fra noi nella carne (Gv 1,14), compiutasi nel seno verginale di Maria (Lc 1,31) e che ha dato inizio alla sua vita umana. Vi è però un’altra vita di Gesù in Maria. È la vita mistica. « Essa, ci dice ancora de Bérulle, è poco considerata sulla terra, dove non è conosciuta quanto merita». Ed esclama: «Oh vita! Oh riposo! Oh dimora di Gesù in Maria! Vita immutabile. Riposo ineffabile! Oh residenza intima, segreta e penetrante, che riempie la Ss.ma Vergine non solo della grazia, ma dell’ Autore della grazia ed unisce il rivolo alla sorgente, il raggio al sole! ». In che cosa consiste questa vita? Continua il pio Autore: «Era proprio della Vergine Ss.ma vivere non solo in Gesù, ma per opera di Gesù: Gesù era la sua vita, anima della sua anima e occupava il fondo della sua essenza. Dobbiamo vedere e onorare Gesù nella Vergine, come formante parte di Lei stessa: «Dio è la mia sorte per sempre» (Sal 72,26). Anche in questo senso mistico, Gesù fa parte della Vergine e non va da Lei separato. È lo spirito di Gesù vivente in Maria; spirito che noi dobbiamo fare nostro perché è la vita della grazia. «Quanto dobbiamo desiderare che lo spirito di Gesù ci diriga, ci regga, ci possieda e disponga di noi, secondo il suo potere e la sua volontà! In questo mutuo possesso, che Gesù fa di noi, appropriandoci e assoggettandosi a Sé, e che noi facciamo di Gesù, dedicandoci e abbandonandoci a Lui, consiste l’esercizio della vita della grazia di cui dobbiamo vivere sulla terra. È questo lo spirito che Gesù è venuto a diffondere nel mondo, spirito che la Vergine ha ricevuto per prima ed ha fatto suo, alla perfezione» (ld). Gesù vivente misticamente in Maria! È la devozione che fa capo al Card. de Bérule ed è meravigliosamente espressa nella nota preghiera del Ven. Olier: « O Gesù vivente in Maria, vieni e vivi nei tuoi servi, nello spirito della tua santità, – nella pienezza della tua virtù, – nella perfezione delle tue vie, – nella comunione dei tuoi misteri, – domina in noi ogni nemico potere, nel tuo Spirito, – per la gloria del Padre. Amen ». Come si è stabilita questa vita mistica di Gesù in Maria? Senza dubbio, anche questa è dallo Spirito Santo (Mt 1,20) e la possiamo considerare in tre momenti. Prima dell’Incarnazione (Lc 1,28): è la vita di grazia di Maria. Dopo l’Incarnazione (Lc 1,35): è lo sviluppo della sua vita di grazia, associata alla Maternità divina, fino all’ingresso nel Cielo. Dopo l’ingresso nel Cielo: dove la Vergine Santa vive della vita gloriosa di Gesù, in tutta la sua perfezione. Maria è la Madre del Corpo mistico, e Gesù vive in Lei, non solo per santificarla, ma anche per santificare, per mezzo di Lei, tutti i suoi membri: risiede in Lei come sorgente di vita. Noi siamo soliti considerare la Maternità divina di Maria prevalentemente sotto l’aspetto dogmatico: è Madre di Dio. Si parla, è vero, anche di una Maternità spirituale, ma ci limitiamo quasi sempre a dirla tale, senza renderci conto di che cosa comporti. Ascoltiamo ora il Card. de Bérulle: « Dobbiamo considerare la Vergine come una sorgente della vita di Gesù. Ella lo genera a noi per virtù del Padre. Come altra volta lo ha generato in se medesima secondo la carne e insieme secondo lo spirito, corporalmente e spiritualmente, così continua a generarlo in noi spiritualmente». Questa Maternità mistica di Maria ha il suo fondamento nel mistero dell’Incarnazione: «Maria nell’Incarnazione riceve il Figlio di Dio; nella Natività lo dà al mondo e riceve il potere di darlo; però questo potere le rimane per sempre, né mai le viene tolto ». È perciò importante non separare la Maternità mistica dalla Maternità divina, se vogliamo che la nostra devozione mariana sia vera e solida. « Ogni devozione a Maria, osserva il Card. Suenens, che ignori o minimizzi questo mistero (della Maternità mistica), resterà una devozione puramente sentimentale, striminzita ed anemica. Tagliata dalle radici, sarà un fiore di serra calda, ma non un albero in piena terra. Sarà in balia della più lieve burrasca, invece di essere « quell’albero rigoglioso, piantato lungo i corsi d’acqua, che dà il suo frutto quand’è il suo tempo e il cui fogliame non appassisce mai» (Sal 1,3). E continua: «Noi siamo convinti che questo è l’appello dell’ora. Ma non si scoprirà Maria fin che si misconoscerà questa duplice ed unica maternità che concepisce (e perciò genera) il Capo e i membri, finchè non si unirà l’azione di Maria con l’azione dello Spirito Santo, al punto da non vedere che una sola azione: l’azione dello Spirito Santo per mezzo di Maria». Non ci deve essere difficile compiere questa unificazione, se consideriamo la vita mistica di Gesù in Maria e come essa si è stabilita: « Chi si unisce a Dio, forma con Lui un solo spirito» (1 Cor 6,17). Ci vogliamo preparare a celebrare il bimillenario della nascita di Gesù. Facciamolo non guardando solo a Betlemme, ma ancora (e vorrei dire di più) alla nostra anima, vivente presepio, dove la divina Madre della grazia vi genera costantemente, anche a nostra insaputa, il suo unico Figlio, a cui è inseparabilmente e divinamente unita. È questa la sua Maternità mistica, di cui ci vuole ancora essere mistica Aurora, affinché il Sole divino splenda finalmente nel mondo dello spirito, dov’è propriamente il suo regno (Lc 17,21).

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Vangelo ( Lc 4,24-30 ) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 29 Febbraio 2016) con commento comunitario

28 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Luca ( Lc 4,24-30 )

In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret]: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo, ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costrita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Questo è il Vangelo del 29 Febbraio, quello del 28 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto.

Arrivò una donna di Samaria ad attingere acqua. Dai «Trattati su Giovanni» di sant’Agostino, vescovo

28 febbraio 2016

(Trattato 15, 10-12. 16-17; CCL 36, 154-156)

«E arrivò una donna» (Gv 4, 7): figura della Chiesa, non ancora giustificata, ma ormai sul punto di esserlo. È questo il tema della conversazione.
Viene senza sapere, trova Gesù che inizia il discorso con lei.
Vediamo su che cosa, vediamo perché «Venne una donna di Samaria ad attingere acqua». I samaritani non appartenevano al popolo giudeo: erano infatti degli stranieri. È significativo il fatto che questa donna, la quale era figura della Chiesa, provenisse da un popolo straniero. La Chiesa infatti sarebbe venuta dai pagani, che, per i giudei erano stranieri.
Riconosciamoci in lei, e in lei ringraziamo Dio per noi. Ella era una figura non la verità, perché anch’essa prima rappresentò la figura per diventare in seguito verità. Infatti credette in lui, che voleva fare di lei la nostra figura. «Venne, dunque, ad attingere acqua». Era semplicemente venuta ad attingere acqua, come sogliono fare uomini e donne.
«Gesù le disse: Dammi da bere. I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana? I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani» (Gv 4, 7-9).
Vedete come erano stranieri tra di loro: i giudei non usavano neppure i recipienti dei samaritani. E siccome la donna portava con sé la brocca con cui attingere l’acqua, si meravigliò che un giudeo le domandasse da bere, cosa che i giudei non solevano mai fare. Colui però che domandava da bere, aveva sete della fede della samaritana.
Ascolta ora appunto chi è colui che domanda da bere. «Gesù le rispose: Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 4, 10).
Domanda da bere e promette di dissetare. (more…)

Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

27 febbraio 2016

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27 – MARIA AURORA DI GRAZIA

« La notte è passata, il giorno si avvicina. Sì, fratelli miei, il giorno si avvicina; e quantunque il sole non compaia ancora, noi ne vediamo già un’espressione nella Natività di Maria» (Bossouet). «Quell’anima santa e divina (Maria Immacolata) è nella Chiesa ciò che l’aurora è nel firmamento: precede immediatamente il sole. «Ma è dappiù dell’aurora: non precede soltanto il sole, ma deve generarlo nel mondo, deve dare all’universo la salvezza e la luce, ed introdurvi un Sole Oriente, di cui il sole che rischiara il firmamento non è che l’ombra e la figura» (de Bérulle). Duemila anni sono passati, da quando la terra, avvolta dalle tenebre del peccato, ha avuto nell’Immacolata la sua Aurora di Grazia. La Chiesa che ama la Madre Santa del Suo Redentore, ne ha celebrato con l’amore più filiale la felice ricorrenza. Non solo. Giovanni Paolo II che di quella Madre si professa «TUTTO SUO» (i segni dei tempi!), ci ha invitati a fare di questi quindici anni che vanno dal bimillenario della Nascita della Madre a quello del suo Figlio divino, un prolungato Avvento, quasi una prolungata aurora, un tempo tutto di Maria, per andare, con Lei, incontro a Cristo Signore: «…è tanto bello che, come Maria aspettò con grande fede la venuta del Signore, così, anche in questa fine del secondo millennio, essa sia presente a illuminare la nostra fede, in tale prospettiva di Avvento». Se vogliamo anche noi essere attenti ai «segni dei tempi», potremo comprendere che questa prolungata Aurora di grazia, come due mila anni fa, è ancora annunziatrice di meravigliose realtà divine. Non si tratta di qualcosa di diverso da quanto già ci è stato rivelato, poichè: «sulla mia santità ho giurato una volta per sempre; certo non mentirò a Davide. In eterno durerà la sua discendenza, il suo trono davanti a me quanto il sole, sempre saldo come la luna, testimone fedele nel cielo »(Sal 98,36-38). L’alleanza tra Cielo e terra si è conclusa per sempre e il Sangue ne è stato versato» (Lc 22,30). Tutto, non vi è dubbio, è stato rivelato; molto però resta da scoprire (Gv 16,12-15) della stessa rivelazione. Ascoltiamo S. Luigi Maria di Montfort: «È per mezzo della Ss.ma Vergine Maria che Gesù Cristo è stato dato al mondo, ed è ancora per mezzo di Lei che Egli deve regnare nel mondo» (Trattato, n. 1). In quale modo regnerà? Prosegue l’Apostolo della Vera Devozione: « Se dunque, com’è certo, la conoscenza e il regno di Gesù Cristo devono effettuarsi nel mondo, ciò sarà una conseguenza necessaria della conoscenza e del regno della Ss.ma Vergine Maria, la quale lo diede alla luce la prima volta e lo farà risplendere la seconda» (Id. n. 13). Stando così le cose, non è della massima importanza, per chiunque abbia a cuore il regno di Cristo in sé e nel mondo, domandarsi: «Che cosa dobbiamo fare per promuovere la conoscenza e il regno di Maria nel mondo? ». Ma non dobbiamo neppure fermarci qui. Se veramente crediamo a quella vita divina che Gesù ci ha portato dal Cielo, importa ancora farci un’altra domanda: «In quale modo Ella ci genera a questa vita, poiché ne è la Madre? ». Solo rispondendo seriamente a queste domande, noi potremo avere, nei confronti della divina Madre della Grazia, quel giusto atteggiamento che Gesù ci chiedeva, lasciandocela dalla Croce (Gv 19,27). Come Madre di Gesù, noi sappiamo che Maria ha la fecondità di riprodurlo nelle anime. Riascoltiamo il grande maestro della Devozione mariana, il Venerabile Olier: «Un sabato, Maria si rese interiormente presente alla mia anima e mi ricordò che suo Figlio mi disse un giorno che Egli non sarebbe vissuto in me che in Lei e per mezzo di Lei e della vita di cui Egli viveva in Lei, come se Maria fosse un sacramento, per mezzo del quale Egli mi comunicherebbe la sua vita». Simili affermazioni, comuni alle anime mistiche che hanno avuto il compito di preparare la nostra era mariana, devono renderci attenti a considerare il problema della grazia, alla luce di Maria Immacolata. La conoscenza di quanto Ella è per noi, non solo favorirà la nostra vita divina (che ha sempre le sue grosse difficoltà…), ma aumenterà la nostra riconoscenza verso il Padre delle misericordie che ci ha chiamati dalle tenebre allo splendore della sua luce (1 Pt 2,9), riempiendoci il cuore di gioia e speranza, nel sapere quanto e come questa Madre divina sia interessata alla nostra vita di figli di Dio. Sarà l’argomento delle riflessioni che seguono.

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27 febbraio 2016

2016-02-27 Radio Vaticana

 

 

La “bussola” della vostra attività produttiva sia sempre il “bene comune”, cioè la creazione di lavoro e benessere secondo criteri di giustizia che rispettino la dignità umana, evitando i “facili compromessi”. È la sostanza del discorso che Papa Francesco ha rivolto ai partecipanti al Giubileo degli industriali in Aula Paolo VI. Per la prima volta in 106 anni di vita, la Confindustria italiana ha incontrato un Pontefice.

Vangelo ( Lc 13,1-9 ) del giorno dalle letture della Messa (Domenica 28 Febbraio 2016) con commento comunitario

27 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Luca ( Lc 13,1-9 )

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Questo è il Vangelo del 28 Febbraio, quello del 27 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto.

 

San Gabriele dell’Addolorata. Incontro di San Giovanni Paolo II con la Comunità dei Passionisti nel Santuario di San Gabriele

27 febbraio 2016

VISITA PASTORALE IN ABRUZZO

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON LA COMUNITÀ DEI PASSIONISTI
NEL SANTUARIO DI SAN GABRIELE 

Teramo – Domenica, 30 giugno 1985

 

Carissimi religiosi Passionisti!

1 Durante questa mia Visita al Tempio, in cui si venera il vostro Santo Confratello Gabriele dell’Addolorata, a cui accorrono ogni anno folle immense di pellegrini devoti, sono lieto di rivolgere a voi una mia parola, salutando il Superiore Generale e i suoi Collaboratori, i Padri responsabili di questo Santuario, e tutti voi, Sacerdoti e Fratelli. Il mio saluto beneaugurante si estende a tutti i Passionisti sparsi nel mondo, nonché alle Religiose Passioniste.

2 In questo luogo di fede e di preghiera dove, attorno alle spoglie mortali di San Gabriele dell’Addolorata, maggiormente rifulge la vostra tipica spiritualità e la vostra missione nella Chiesa, desidero ricordarvi due realtà che vi contraddistinguono e che devono esservi di stimolo per perseverare e per sempre più avanzare nel cammino della perfezione.

a) Siete i figli spirituali di San Paolo della Croce, che fu un grande mistico del secolo XVIII. Voi conoscete la sua vita, i suoi esempi, i suoi insegnamenti; voi soprattutto siete convinti che veramente egli ricevette da Dio una missione nella Chiesa e nella società, necessaria per i suoi tempi e valida per sempre. Egli fu un genio religioso, che, illuminato dall’Altissimo e sperimentato attraverso lunghe sofferenze interiori, annunziò e testimoniò il valore salvifico della passione di Cristo, a cui è unita la Passione della singola persona e dell’intera umanità. Egli predicò apertamente e dimostrò che la storia umana come ogni singola esistenza è un mistero di amore e di dolore, il cui autentico paradigma sta nel Cristo Crocifisso sul Calvario. “La vita è tempo di battaglia” diceva e voleva i suoi figli “querce e non canne”. Siate perciò scrupolosi imitatori dei suoi esempi per quanto è possibile; soprattutto accogliete fervidamente i suoi insegnamenti, realizzate la sua spiritualità, senza lasciarvi turbare da nuove opinioni e interpretazioni, che vanno contro l’insegnamento tradizionale della Chiesa e l’esempio concreto dei nostri grandi Santi.

“La nostra Congregazione – scriveva – è tutta fondata “in oratione et jejunio” e in vera solitudine, secondo i sacrosanti consigli del nostro divin Salvatore . . . Se si getta a terra questo, è totalmente rovinato l’edifizio” (San Gabriele dell’Addolorata, Lettera al Can. F. Pagliari, 13 febbraio 1858).

Egli scriveva ancora: “Nella Passione di Gesù c’è tutto; essa è il mezzo più efficace per farci santi!”. Ebbene, carissimi Fratelli Passionisti, sia questo anche il vostro programma, particolarmente nella predicazione delle Missioni e degli Esercizi Spirituali e nell’assiduo ministero del sacramento della Penitenza.

b) Siete confratelli di San Gabriele dell’Addolorata! Attorno alla figura di questo giovane santo, gloria del vostro Ordine, si constata come davvero chi agisce nella storia degli uomini e della stessa Chiesa è Dio, con la sua grazia divina e con i suoi doni imprevedibili e misteriosi. Chi avrebbe mai potuto immaginare che Francesco Possenti, entrato a diciotto anni, nel 1856, tra i Passionisti assumendo il nome di “Gabriele dell’Addolorata”, e morto pochi anni dopo, avendo ricevuto appena gli Ordini Minori, avrebbe avuto l’onore addirittura di due Templi a Isola del Gran Sasso, a motivo delle moltitudini che qui vengono per pregare, per cambiare vita e ritornare in grazia, per invocare il suo aiuto e la sua intercessione? Si legge nella biografia che egli era un giovane moderno, sensibile, innamorato della vita autonoma e mondana, sportivo, con un temperamento portato piuttosto ai rapporti di società . . . Inoltre, fino al 1882, in occasione della riesumazione della salma, la sua memoria rimase nascosta. E invece il Signore l’aveva chiamato con segni sicuri, l’aveva formato alla santità con l’alta e infallibile scuola della sua Passione, dietro le orme di San Paolo della Croce, e voleva proporlo come esempio e maestro dei giovani, di coloro che si preparano al Sacerdozio, delle famiglie cristiane, di coloro che tendono seriamente alla perfezione. Come non ricordare che egli fu Fratello spirituale di Santa Gemma Galgani? Giovanni XXIII, di venerata memoria, nel primo centenario della morte ricordò la grandezza e la missione di San Gabriele dell’Addolorata con la lettera apostolica Sanctitatis Altrix, che è una mirabile sintesi sua vita spirituale, tuttora valida per voi, suoi confratelli, e per ogni cristiano (cf. Discorsi, Messaggi, Colloqui del Santo Padre Giovanni XXIII, 27 febbraio 1962, IV [1962] 993-997).

L’esempio del caro giovane Passionista, che raggiunse in breve tempo la santità ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa – fu canonizzato da Benedetto XV il 13 maggio 1920 – insegna che è necessario abbandonarsi con estrema umiltà e spirito di obbedienza alla “grazia” di Dio: Egli vuole il nostro amore!

3 Carissimi! Nel suo “Testamento spirituale”, San Paolo della Croce, prima di concludere i suoi pensieri e le sue direttive, rivolge una preghiera a Maria Santissima: “E voi, o Vergine Immacolata, Regina dei martiri, ancor voi per quei dolori che provaste nella Passione e Morte del vostro amabilissimo Figlio, date ancor voi a tutti la vostra materna benedizione, mentre io tutti li ripongo e li lascio sotto il manto della vostra protezione!”. Le sue parole e il suo esempio, come quello dei vostri Santi, vi possano continuamente stimolare a porre ogni vostra fiducia in Maria Santissima, invocando il suo materno aiuto, confidando nella sua amorevole presenza!

In pegno della mia costante benevolenza, vi imparto di gran cuore la Benedizione Apostolica, che estendo all’intera Congregazione.

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Aderiamo a Dio, unico vero bene. Dal trattato «Sulla fuga dal mondo» di sant’Ambrogio, vescovo

27 febbraio 2016

(Cap. 6, 36; 7, 44; 8, 45; 9, 52; CSEL 32, 192. 198-199. 204)

Dov’è il cuore dell’uomo ivi è anche il suo tesoro. Infatti il Signore non suole negare il buon dono a quanti lo pregano.
Pertanto, poiché il Signore è buono e lo è soprattutto per quelli che lo aspettano pazientemente, aderiamo a lui, stiamo con lui con tutta la nostra anima, con tutto il cuore, con tutta la forza, per restare nella sua luce, vedere la sua gloria e godere della grazia della felicità suprema. Eleviamo dunque l’anima a quel Bene, restiamo in esso, aderiamo ad esso; a quel Bene, che è al di sopra di ogni nostro pensiero e di ogni considerazione e che elargisce pace e tranquillità senza fine, una pace che supera ogni nostra comprensione e sentimento.
Questo è il Bene che pervade tutto, e tutti viviamo in esso e da esso dipendiamo, mentre esso non ha nulla al di sopra di sé, ma è divino. Nessuno infatti è buono se non Dio solo: perciò tutto quello che è buono è divino e tutto quello che è divino è buono, per cui è detto: «Tu apri la mano, si saziano di beni» (Sal 103, 28); a ragione, infatti, per la bontà di Dio ci vengono date tutte le cose buone perché a esse non è mischiato alcun male.
Questi beni la Scrittura li promette ai fedeli dicendo: «Mangerete i frutti della terra» (Is 1, 19).
Siamo morti con Cristo; portiamo sempre e in ogni luogo nel nostro corpo la morte di Cristo perché anche la vita di Cristo si manifesti in noi. Dunque, ormai non viviamo più la nostra vita, ma la vita di Cristo, vita di castità, di semplicità e di tutte le virtù. Siamo risorti con Cristo, viviamo dunque in lui, ascendiamo in lui perché il serpente non possa trovare sulla terra il nostro calcagno da mordere.
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Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

26 febbraio 2016

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26 – MARIA IN CIELO CON GESÙ

La Chiesa ha definito verità di fede l’Assunzione al Cielo della Vergine Immacolata, con tutto il suo essere, anima e corpo. Gesù dalla Croce l’aveva data in dono a Giovanni, il discepolo che Egli amava. Maria visse pertanto con lui fino al pieno compimento della sua missione terrena, alimentando con il suo amore di Madre la Chiesa che Gesù le aveva affidato. Già tanto unita a Gesù, la divina Madre intensificava sempre più la sua unione con Lui, soprattutto nella S. Comunione. Pensiamo ai suoi trasporti eucaristici durante le celebrazioni dell’Apostolo… Tutti i misteri della nostra vita cristiana sono stati da Lei vissuti, perché tutti li potesse far vivere maternamente in noi suoi figli. Morì la Santa Vergine? Definendo il dogma della sua Assunzione, il Papa Pio XII si limitò a dire: « Terminato il corso della sua vita terrena, Ella fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo ». 1 mistici sostengono che il suo passaggio dalla terra al Cielo fu un’estasi prolungata, durante la quale il suo spirito totalmente rapito in Dio provocò l’assopimento dei sensi (quasi una dormizione), mantenendo tuttavia con il suo corpo santo un legame sufficiente ad impedire che « conoscesse la corruzione del sepolcro Colei che aveva generato il Signore della vita » (Liturgia, Festa dell’Assunta). Oh, la gioia degli Angeli, onorati di portare nella gloria di Dio la sua Madre Immacolata, la loro Regina tanto amata fin da quando era divenuta la conferma e la sicurezza della loro felicità! Dio infatti aveva loro manifestato il mistero dell’Incarnazione (cfr Eb 1,6), annunziando che l’avrebbe innalzata alla dignità di sua Madre e che sarebbe stata pure la loro Regina (cfr P. Kolbe, Materiale, 1940). Quale gioia per loro poterne per sempre contemplare la suprema bellezza e poterla amorosamente servire! Dalla potenza dello Spirito Santo, a imitazione del Figlio suo (Rm 8,11), mentre ascende alla patria dei Beati, Ella viene trasformata in creatura gloriosa! E, come rapita dall’amore, vola incontro al Figlio suo, per essere in eterno con Lui nella Trinità divina, in compagnia del popolo dei santi e dei Cori degli Angeli, a cantare il suo eterno « Magnificat ». Come Gesù, Ella ha così vissuto tutti i misteri della grazia che l’hanno perfettamente conformata e unita in eterno a Lui, nel pieno possesso di Dio, per continuare quella missione di salvezza (Eb 7,25), incominciata con l’Incarnazione: « II Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria,… Io fece sedere alla sua destra nei cieli al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente, ma anche in quello futuro. Tutto infatti ha sottomesso sotto i suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose» (Ef 1,20-23). Quale l’unione con la Trinità divina di Colei che ne fu sulla terra l’immagine sublime, fino a riprodurne in se stessa la vita e le operazioni personali? Dopo tanto dolore e tanta umiltà di povera serva del Signore, Ella è ora assisa, quale Sposa unita per sempre nell’amore allo Spirito Santo, tra il padre e il Figlio, vera Madre e Regina della Chiesa, per continuarne la crescita, finché non sia compiuto il numero degli eletti: la sua maternità infatti «nell’economia della salvezza perdura senza soste e con la sua materna carità Ella si prende cura dei fratelli del Figlio suo, ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni fino a che non siano condotti nella patria beata» (LG. n. 62). Infatti, ci insegna Luigi Maria di Montfort: « La condotta che le tre Persone della Ss.ma Trinità tennero nell’Incarnazione e nel primo avvento di Gesù Cristo, la tengono ogni giorno in modo invisibile nella santa Chiesa, e la terranno fino alla consumazione dei secoli, nell’ultimo avvento di Gesù Cristo » (Trattato, n. 22). Spiega il de Bérulle: «Maria nell’Incarnazione riceve il Figlio di Dio; nella Natività lo dà al mondo e riceve il potere di darlo, e questo potere le rimane sempre, né mai le viene tolto». «Dio non ha creato Maria solo per l’Incarnazione, ma anche per produrre per mezzo di Lei e in lei tutti i membri di Cristo. Avendola fatta depositaria di tutta la sua fecondità originaria, risiede per sempre in Maria, la quale costituisce così Madre di tutte le anime sante… Dando suo Figlio al mondo, Maria non ha perso nulla della vita divina di Lui che prima conteneva in sè. Gesù non è meno vivente in Lei per mezzo del suo spirito di quanto lo sia stato per mezzo della sua nascita» (Olier). Facciamo una breve riflessione. Sappiamo che la grazia è la partecipazione alla vita divina (2 Pt 1,4), portata a noi dal Figlio di Dio, mediante l’Incarnazione (Rm 6,23). È dunque la vita della Trinità Ss.ma, umanizzata da Gesù e maternizzata da Maria, perché Ella la potesse vitalmente comunicare a noi e farci figli di Dio e, insieme, suoi figli. Altrimenti il titolo di Madre sarebbe solo una finzione e non una realtà. « Come Madre di Gesù, dice chiaramente l’Olier, Maria ha la fecondità di riprodurlo nelle anime ». Quanto insegna, egli l’ha sperimentato in se stesso: «Un sabato, scrive, Maria si rese interiormente presente alla mia anima e mi ricordò che suo Figlio mi aveva detto un giorno che Egli non sarebbe vissuto in me che in Essa e per mezzo di Essa e della vita di cui viveva in Essa, come se Maria fosse un sacramento per mezzo del quale Egli mi comunicherebbe la sua vita». La conoscenza di quello che l’Immacolata fa per noi in Cielo, unita a Gesù, nostro Redentore divino, oltre a favorire la nostra vita di Grazia, aumenterà la nostra riconoscenza verso il Padre delle misericordie che ci ha chiamati dalle tenebre allo splendore della sua luce e ci riempirà il cuore di gioia e di fiducia nel sapere quanto e come la nostra divina Madre è interessata alla nostra vita di figli di Dio, ancora penosamente pellegrinanti su questa terra d’esilio.

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Vangelo ( Lc 15,1-3.11-32 ) del giorno dalle letture della Messa (Sabato 27 Febbraio 2016) con commento comunitario

26 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Luca ( Lc 15,1-3.11-32 )

In quel tempo, si avvicinarono a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola:

«Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a nettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbidito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Questo è il Vangelo del 27 Febbraio, quello del 26 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto.

Il patto del Signore. Dal Trattato «Contro le eresie» di sant’Ireneo, vescovo

26 febbraio 2016

(Lib. IV, 16, 2-5; SC 100, 564-572)
Mosè nel Deuteronomio dice al popolo: «Il Signore nostro Dio ha stabilito con noi un’alleanza sull’Oreb. Il Signore non ha stabilito quest’alleanza con i nostri padri, ma con noi che siamo qui oggi tutti in vita» (Dt 5, 2-3).
Perché dunque non fece il patto con i loro padri? Proprio perché «la legge non è fatta per il giusto» (1 Tm 1, 9). Ora i loro padri erano giusti, essi che avevano scritto nei loro cuori e nelle loro anime la virtù del decalogo, perché amavano Dio che li aveva creati e si astenevano da ogni ingiustizia contro il prossimo; perciò non fu necessario ammonirli con leggi correttive, dal momento che portavano in se stessi la giustizia della legge.
Ma quando questa giustizia e amore verso Dio caddero in dimenticanza anzi si estinsero del tutto in Egitto, Dio per la sua grande misericordia verso gli uomini manifestò se stesso facendo sentire la sua voce. Con la sua potenza condusse fuori dall’Egitto il popolo perché l’uomo ridiventasse discepolo e seguace di Dio. Castigò i disobbedienti perché non disprezzassero colui che li aveva creati.
Sfamò, poi, il popolo con la manna, perché ricevesse un cibo spirituale come aveva detto Mosè nel Deuteronomio: «Ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che neppure i tuoi padri avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma di quanto esce dalla bocca del Signore» (Dt 8, 3). (more…)

Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

25 febbraio 2016

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25 – MARIA NEL CENACOLO

«Dopo la sua risurrezione, Gesù si mostrò vivo ai suoi discepoli con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando loro del regno di Dio» (At 1,3). Con la sua auto-risurrezione, ripetutamente preannunziata ai suoi discepoli, Gesù dà la prova suprema ed evidente di essere Dio. Egli stesso si era riservata questa dimostrazione definitiva. Infatti, quando dai Giudei gli fu chiesto un segno della sua pretesa autorità divina, rispose: « Distruggete questo tempio ed in tre giorni lo lo farò risorgere ». Nota l’evangelista Giovanni che « Egli parlava del tempio del suo corpo » e aggiunge: « Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù » (Gv 2,19-21). L’avvenimento fu determinante per la fede degli Apostoli. Essi ne fecero l’argomento di credibilità al loro annuncio cristiano: «Noi l’abbiamo visto risorto e abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione» (At 10,41). Sappiamo dal Vangelo che il Corpo risorto di Gesù aveva le proprietà dello spirito glorioso. Con la sua onnipotenza divina, Gesù poteva tuttavia rendersi sensibile, mangiare con gli Apostoli, farsi palpare le mani e il costato trafitto, al fine di convincere i dubbiosi e rendere gli increduli credenti. Normalmente però Gesù viveva la vita propria dello spirito, rendendosi visibile a suo piacimento, come richiedeva la sua missione. Ma facciamoci una domanda: « Quale la sua unione con la Vergine Madre? ». Certamente un’unione singolarissima, fondata sull’Incarnazione e senza soste accresciutasi attraverso tutti i misteri della loro vita. Gesù, ci dicono i Santi, viveva spiritualmente nella sua Madre, più che non Lei vivesse in se stessa. Se un Apostolo del Signore poté dire di sé: « Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20), che dobbiamo dire della Piena di grazia che l’ha generato? Come Gesù, dopo la sua risurrezione, non era più disgiunto con tutto il suo essere dal Padre, così non era più diviso dalla Madre, «per formare con Lei un principio di generazione divina per tutto il Corpo della Chiesa» (Olier). Ed è in questa intima unione con la Trinità SS.ma per mezzo del Figlio, che noi troviamo Maria nel Cenacolo, in attesa dello Spirito Santo, promesso dal Salvatore. Sono ancora gli Atti degli Apostoli a dirci che Gesù risorto «mentre si trovava a tavola con i discepoli, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre, quella, disse, che voi avete udita da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni» (At 1,4-5). Fedeli a questo comando del Signore, il giorno stesso della sua Ascensione, essi ritornarono a Gerusalemme dal monte degli Ulivi. Entrati in città, salirono al piano superiore del Cenacolo (la casa che aveva ospitato Gesù per l’ultima Cena) ed «erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la Madre di Gesù e con i fratelli di lui » (At 1,14). Vi restarono dieci giorni, fino alla festa di Pentecoste, il mattino della quale «venne all’improvviso dal Cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo» (At 2,3-4). Con la festa di Pentecoste, nasce ufficialmente la Chiesa di Gesù Cristo, divinamente vivificata dal suo Spirito. Nasce, come già il suo Capo, per opera dello Spirito Santo, nella e dalla Vergine Maria. Infatti, «una medesima madre non genera il capo senza le membra, altrimenti si avrebbe un mostro di natura» (Trattato della vera devozione, n. 32). La maternità spirituale di Maria è logica e gioiosa conseguenza della sua maternità divina, per la quale «Ella coopera con lo Spirito di Cristo, alla rigenerazione e formazione dei fedeli, fratelli di Gesù» (LG., n. 63). Ascoltiamo su questo affascinante argomento due teologi santi. «Dobbiamo considerare la Vergine come una sorgente della vita di Gesù. Ella lo genera a noi per la virtù del Padre e congiuntamente con Lui lo fa vivere in noi, operando in noi per la virtù dell’Altissimo, la quale è la virtù del Padre,virtù che Ella possiede in modo indiviso (in comune) col Padre. « E come altra volta lo ha generato in se medesima secondo la carne e insieme secondo lo spirito, corporalmente e spiritualmente, così continua a generarlo in noi spiritualmente. «Rivolgiamoci a Lei ed assoggettiamoci al suo potere, supplicandola che per compassione Ella compia per noi questa misericordia» (de Bérulle). «L’unione tra l’Immacolata e lo Spirito Santo è così inesprimibile e perfetta che lo Spirito Santo agisce unicamente attraverso l’Immacolata, la sua Sposa. Di conseguenza, Ella è la Mediatrice di tutte le grazie dello Spirito Santo. Dato che ogni grazia è un dono di Dio Padre attraverso il Figlio e lo Spirito Santo, perciò non esiste grazia che non appartenga all’Immacolata, offerta a Lei, a sua libera disposizione» (P. Kolbe). Poiché nulla ci deve stare tanto a cuore quanto la vita di grazia, sia nostro impegno, diligente e amoroso, conoscerne la Madre. Non era forse questo il desiderio di Gesù quando ce l’affidava dalla Croce (Gv 19,27)?

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Vangelo (Mt 21,33-43.45 ) del giorno dalle letture della Messa (Venerdì 26 Febbraio 2016) con commento comunitario

25 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,33-43.45 )

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:

«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.

Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori della vigna e lo uccisero.

Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».

Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca frutti».

Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.

Questo è il Vangelo del 26 Febbraio, quello del 25 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto.

Il vero timore del Signore. Dai «Trattati sui salmi» di Sant’Ilario, vescovo

25 febbraio 2016

(Sal 127, 1-3; CSEL 22, 628-630)

«Beato l’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie» (Sal 127, 1).
Ogni volta che nella Scrittura si parla del timore del Signore, bisogna tener presente che non si trova mai da solo, come se per noi bastasse alla completezza della fede, ma gli vengono aggiunti o anteposti molti altri valori.
Da questi si comprende l’essenza e la perfezione del timor di Dio come sappiamo da quanto è detto nei Proverbi di Salomone: «Se appunto invocherai l’intelligenza e chiamerai la saggezza, se la ricercherai come l’argento e per essa scaverai come per i tesori, allora comprenderai il timore del Signore» (Pro 2, 3-5).
Vediamo da ciò per quanti gradi si arriva al timore di Dio.
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Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

24 febbraio 2016

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24 – MARIA E GESÙ RISORTO

Non pensiamo che il dolore della Vergine Madre possa aver avuto sollievo con la morte di Gesù… È vero, non lo vedeva più soffrire: ma lo sapeva morto… Credeva pure fermamente che sarebbe risorto: ma ora Ella non aveva più Figlio!… L’Anima divina di Gesù, separata dal suo Corpo santissimo, era discesa al Limbo, dove si trovavano le anime dei giusti morti prima della Redenzione. Era andata a dire loro che il tempo della separazione da Dio era finito e che potevano, guidate da Lui, Vincitore degli inferi, ascendere alla visione beatificante della Trinità divina, in compagnia degli Angeli santi. Durante i tre giorni della sua morte, prima della sua risurrezione, Gesù non poté godere con la pienezza di tutto il suo essere la felicità divina: ciò è avvenuto solo alla sua risurrezione. Gesù ha finito di soffrire. Per la Madre invece continua il martirio. Quei tre giorni di separazione dal Figlio furono i più dolorosi della sua esistenza terrena. Senza Gesù che era tutta la sua vita, il suo povero essere era riarso come un fiore senz’acqua, dardeggiato dai ricordi della passione che le aveva spremuto le vene col pianto. Povera Santa Mamma, quanto hai dovuto soffrire per la nostra salvezza! Sapere Gesù morto, non poter più avere con Lui quell’unione piena, vivificante, che l’aveva sorretta durante tutta l’esistenza del Figlio anche nei momenti più dolorosi, creava in Lei un vuoto d’angoscia inesprimibile, profondo come la pienezza divina d’unione con Lui… La nostra divina Corredentrice scontava in tal modo, insieme con Gesù, ogni nostro peccaminoso abbandono di Dio e ci otteneva quelle grazie necessarie a santificare le situazioni più dolorose della nostra provata esistenza terrena. Pensiamo perciò a Lei nelle angosciose separazioni che ci affliggono; negli abbandoni dello spirito, quando il Cielo pare chiuso su di noi e sembra impotente ogni nostro grido per averne sollievo. Ci sarà data la sua grazia materna per proseguire il nostro cammino di dolorosa conquista del Divino. Il Vangelo non ci parla dell’apparizione di Gesù risorto alla sua Madre Santa. Come pure lascia nell’ombra tutto ciò che potrebbe esaltarne la sublime grandezza. S. Luigi Maria di Montfort spiega questo silenzio con l’umiltà profonda della Vergine per la quale «Ella non ebbe in terra più potente attrattiva e più continua che di nascondersi a se stessa e ad ogni creatura, per essere conosciuta unicamente da Dio» (Trattato, n. 2). E questo perché «gli uomini, ancora poco istruiti ed illuminati sulla Persona del Figlio suo, non avessero ad attaccarsi troppo sensibilmente e grossolanamente a Lei» (n. 49). I mistici e i Santi hanno conosciuto e ci hanno rivelato verità stupende sull’amore del Verbo Incarnato per la Vergine sua Madre; verità molto utili alla nostra vera devozione che deve essere una imitazione illuminata e fedele della devozione filiale di Gesù. Essi ci dicono appunto che come Maria con le sue ardenti preghiere aveva anticipato l’Incarnazione del Verbo, così ancora ne anticipò la risurrezione. Dio ascolta le preghiere dei suoi figli, soprattutto nel dolore, e quanto più essi gli sono cari per il loro amore. Non avrebbe dunque dovuto farlo per Colei che cara Gli era sopra ogni altro e che prolungava nel suo Cuore straziato la passione del Figlio?… Pensiamo perciò con fede gioiosa all’incontro di Gesù risorto con la sua Madre Addolorata, all’alba del giorno di Pasqua, per dare a Lei, per prima, la gioia della sua risurrezione, in premio d’averlo concepito, allevato, aiutato in vita e in morte. Pensiamo alla gioia tutta divina dell’Immacolata nel riavere pienamente, ed ora più di prima, Colui che era tutta la sua vita; nel saperlo finalmente libero dalla malvagità degli uomini, libero da ogni sofferenza, trionfatore del peccato e della morte e nel pieno possesso della sua divina felicità!… Era il « suo » Gesù ed era il « suo » Dio. Anche se a Lei era stato dato di conoscere fin dall’Incarnazione la bellezza della sua anima di Figlio di Dio, poteva ora ammirarne lo splendore anche nel corpo, più luminoso, e per sempre, che nella trasfigurazione del Tabor… Ascoltiamo quanto un grande mistico ci dice su questo argomento: «Dio Padre, volendo esaltare il suo diletto Figlio dalle umiliazioni della passione, ha deliberato di restituirgli con infinita larghezza la sua gloria nel giorno della Risurrezione e in quello dell’Ascensione; e, allo stesso modo, per esaltare, dalla umiliazione patita la Santissima Vergine, vuole che dopo essere comparsa come Madre del Figlio dell’Uomo, compaia ora come Madre del Dio della gloria. «Nel momento della sua Risurrezione, Gesù Cristo, pienamente investito dalla Divinità, luminoso della chiarezza e dello splendore del Padre suo, per lo stesso suo amore verso la divina Madre, si unisce a Lei nel suo divino splendore e si porta a Lei come alla Persona più degna che, dopo Dio, mai vi è stata. « Egli dimora in Lei e Lei in Lui; e, poiché nella sua Risurrezione viene rivestito dal Padre dei più sublimi titoli di onore, in premio delle sue umiliazioni e della sua morte, Gesù, attratto dalle divine bellezze e perfezioni che rifulgono nella sua Madre, riconoscente per l’amore che Ella Gli ha manifestato nella sua passione, vuole farla partecipe del suo trionfo e della sua gloria. « Come Padre del futuro secolo, si unisce a Lei, per divenire con Lei un principio di divina generazione per tutto il corpo della Chiesa. « Per questo, avendo ricevuto dal Padre nella sua risurrezione il potere di avere in se stesso la vita per darla agli uomini e santificarli, prende la Santissima Vergine, come nuova Eva, per suo aiuto. « Durante i quaranta giorni che seguirono la sua risurrezione, nostro Signore faceva la sua benedetta Madre partecipe delle sue divine disposizioni e del proprio piano di salvezza; le manifestava particolarmente i desideri ardenti che lo spingevano a salire al Cielo, per riunirsi a Dio suo Padre al fine di lodarlo e glorificarlo. « Da parte sua, Maria provava una brama ardente di seguire il Figlio al Padre per rendergli con Lui tutta la gloria: questo sarebbe avvenuto se Gesù non avesse voluto che Lei restasse sulla terra ad aiutare la Chiesa nascente. L’opera della Madre non era ancora completa. Per mezzo di Lei, Dio aveva dato la vita al Capo: ancora per mezzo suo voleva procurare la formazione di tutto il Corpo mistico. « La vuole Madre di tutta la sua famiglia, cioè di Cristo e dei suoi figli adottivi. Lo zelo per la gloria divina e la carità verso di noi muovevano Maria ad accettare con gioia la missione che il Figlio le affidava di lavorare e far onorare il Padre dagli uomini, restando sulla terra finché la Chiesa non fosse ben costituita. «Era la Serva del Signore. E per questo ne era divenuta la Madre».

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NUVOLE

24 febbraio 2016

Quando i Monti Pallidi non erano ancora pallidi, la nuvola scese sul principe che giaceva sul prato prigioniero del suo sogno: visitare la Luna, che lo aveva stregato facendosi desiderare fino a stringere il suo cuore e non mollarlo più. Il principe salì sulla nuvola gentile che lo trasportò sulla Luna, dove si innamorò della principessa che lo seguì sulla Terra ma qui, lontana dalle sue cime argentate, cominciò a morire di nostalgia e… Il finale dovete scovarlo da soli. Vi basti sapere che da allora i Monti Pallidi divennero pallidi. Molte nuvole scendono apposta per noi, quando ci vedono afflitti da cupi pensieri, preoccupazioni o sogni che riteniamo irrealizzabili. Ma noi non crediamo alle fiabe e quindi commettiamo lo sciocco errore di non salirci sopra. Altrimenti verremmo condotti là dove ci attendono il conforto o la soluzione. Allora la nuvola va a giocare con i bambini, che la prendono sul serio e in lei vedono tutti gli animali che conoscono, e principi e dame, e draghi e cavalieri. E giocano, facendosi portare ovunque lo desiderino. Se le nuvole si arrabbiano e ci scaricano addosso cascate d’acqua, o ce la negano troppo a lungo, vanno comprese. A forza di scrutare nel cuore negli uomini per assecondarne i desideri, hanno imparato a essere volubili e irose. Ad assomigliarci, purtroppo.

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Vangelo (Lc 16,19-31) del giorno dalle letture della Messa (Giovedì 25 Febbraio 2016) con commento comunitario

24 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 16,19-31)

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:

«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.

Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.

Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.

E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Questo è il Vangelo del 25 Febbraio, quello del 24 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto.