Archive for febbraio 2016

Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

29 febbraio 2016

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29 – CON L’AURORA INCONTRO AL SOLE

« Quando arriverà questo tempo felice, quest’era di Maria, nella quale parecchie anime elette e che Ella avrà ottenute dall’Altissimo, immergendosi volontariamente nell’abisso del suo interno, diverranno copie viventi di Maria, per amare e glorificare Gesù Cristo? Questo tempo non arriverà se non quando sarà conosciuta e praticata la devozione che insegno» (Trattato delle V.D., n. 217). Molti conoscono (o per lo meno ne hanno sentito parlare), la Vera devozione a Maria, insegnata da S. Luigi Maria di Monfort. Non sono però molti quelli che la sanno praticare. Questa Devozione, appunto per essere «vera», si fonda sulla Maternità divina e mistica di Maria, Madre di Cristo e della Chiesa. Essa afferma: «Se Gesù Cristo, Capo degli uomini, nacque dalla Vergine Maria, i predestinati che sono i membri di questo Capo, debbono pure per necessaria conseguenza, nascere da Lei» (n. 32). Maria, avendo generato il Figlio di Dio nella carne (Gal 4,4), lo genera ancora in tutti gli altri suoi figli, dei quali Gesù è il fratello primogenito (Rm 8,29). È questa la sua Maternità mistica che ha il suo fondamento remoto nella Maternità divina e quello prossimo nella generazione spirituale e divina di Gesù in Se stessa. Ovviamente (e non ci sarebbe bisogno di ripeterlo tutte le volte), questa generazione nello spirito si compie per mezzo dello Spirito Santo, come già quella divina (Lc 1,35); anche se in modo diverso. È il Gesù, maternamente vissuto da Lei (nel suo spirito) in tutti i suoi misteri, che Ella fa vivere misticamente in noi, suoi figli spirituali. S. Luigi Maria di Montfort fa sua la dottrina di S. Agostino il quale afferma che «tutti i predestinati, per essere conformi all’immagine del Figlio di Dio, sono nascosti, mentre vivono quaggiù, nel seno di Maria Ss.ma, dove questa amorevole Madre li custodisce, nutre e fa crescere fino a che non li partorisce alla gloria, dopo la morte che è propriamente il giorno della loro nascita, come la Chiesa chiama la morte dei giusti ». Ed esclama con pena: « O mistero di grazia, sconosciuto ai reprobi e poco conosciuto dai predestinati! » (Trattato, n. 33). È chiaro che questa verità non va presa, come pensava erroneamente il sinedrista Nicodemo (Gv 3,4), in senso materiale. È il Gesù vivente nel suo spirito che la divina Madre deve e vuole formare in noi! E come può far questo? Continua il Santo di Montfort: « Maria è la bella forma, ove Gesù fu naturalmente e divinamente formato », perciò, «chi vuole riceverne in sè l’immagine, deve gettarsi e perdersi in Lei per divenire la copia fedele di Gesù Cristo» (Id. n. 220). Ancora una volta: si tratta di una forma spirituale che richiede un rapporto spirituale e filiale con Lei. Alla Vergine, per la sua Maternità divina, va inoltre riconosciuta una partecipazione al dominio di Cristo, su tutta la creazione (Mt 28,18), affinché, quale umile serva del Signore (Lc 1,48) possa amorosamente sottometterla a Dio.

Va anche notato che il regno di Dio è un regno d’amore, è dono. Perciò la sottomissione a Lui non è fine a se stessa, ma è in funzione della comunione di vita. Sottomettersi alla Madre della Grazia è lo stesso che sottomettersi a Cristo e a Dio (1 Cor 6,17). Ed è anche condizione per ricevere quella vita divina che Gesù ci ha portato dal Cielo (Gv 15,5) e che ci vuole comunicare per mezzo della sua umanità santa, umanità che ha ricevuta dalla Vergine con la quale conserva perciò un vincolo essenziale ed eterno. Per il tralcio, non è schiavitù la sua dipendenza ed unione alla vite: bensì condizione di vita e di prosperità. Così la natura che ci circonda, trova nell’atmosfera che l’avvolge il suo ambiente vitale. E come il sole si annuncia a noi nell’aurora e ci comunica la sua luce e il suo calore benefico per mezzo di essa, che si trasforma sotto l’azione dei suoi raggi nel bel firmamento azzurro, così il Sole di Giustizia, Cristo nostro Dio, ha voluto farsi precedere dall’Immacolata, sua mistica Aurora, e desidera nuovamente darsi a noi in Lei e per Lei che non solo lo contiene perfettamente, ma lo adatta maternamente alla nostra debolezza naturale. Come i fiori aprono istintivamente le loro corolle per assimilarsi l’energia solare, così apriamo noi le nostre anime, avvolte dalle pesanti tenebre e nebbie del peccato, all’Aurora della grazia che ci viene incontro, per renderci, con Lei e come Lei, luminosi dello splendore del Figlio (Eb 1,3). L’Autore della Vera Devozione ci insegna ancora che l’essenziale di questa devozione sta nell’entrare nel suo spirito che è di rendere l’anima interiormente dipendente – vera schiava d’amore – dalla Vergine Ss.ma e da Gesù, per mezzo di Lei » (Segreto, n. 44), e ci insegna pure come si giunge a tanto (Trattato, nn. 257-265). Per invogliarci a séguire la strada luminosa di Maria, egli ci fa conoscere qual è il primo, meraviglioso frutto che possiamo cogliere: «Fra le tante meraviglie di grazia che questa devozione opera nell’anima, la più gloriosa e sorprendente è quella di far vivere Maria in essa; così che non è più l’anima che vive, ma è la Vergine che vive in lei!

«Infatti, l’anima di Maria diviene per così dire, l’anima sua e, conseguentemente, potendo la divina Madre disporre da vera padrona per l’anima consacrata, opera in lei quelle meraviglie divine di cui Ella sola conosce il segreto, prima fra tutte far vivere incessantemente Gesù in quest’anima e quest’anima in Gesù». «Infatti, se Egli è veramente frutto di Maria per ogni anima che lo possiede, come lo è per tutte (nel mistero dell’Incarnazione), indubbiamente Egli è in modo specialissimo frutto e capolavoro di Maria nell’anima sua schiava, nella quale il suo amore materno trova piena libertà d’azione» (Segreto, nn. 55,56). Avere l’Aurora dunque, è avere il Sole che la illumina e riscalda. Che potremo fare di meglio in questo Avvento, tempo di Maria, che lasciarci rivestire di Lei, per ritrovarci rivestiti di Gesù Cristo? (Ef 4,24). Non ci può essere via migliore per andarGli incontro, di quella scelta da Lui per venire incontro a noi. Chi non cerca l’aurora, come potrà trovare il sole?…

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Vangelo ( Mt 18,21-35 ) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 1 Marzo 2016) con commento comunitario

29 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Matteo ( Mt 18,21-35 )

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.

Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”.  Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.

Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quel che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.

Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.

Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

Questo è il Vangelo dell’1 Marzo, quello del 29 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto.

Chi si gloria si glori nel Signore. Dalle «Omelie» di san Basilio Magno, vescovo

29 febbraio 2016

(Om. 20 sull’umiltà, c. 3; PG 31, 530-531)

Il sapiente non si glori della sua sapienza, né il forte della sua forza, né il ricco delle sue ricchezze (cfr. Ger 9, 22-23). Ma allora qual è la vera gloria, e in che cosa è grande l’uomo? Dice la Scrittura: In questo si glori colui che si gloria: se conosce e capisce che io sono il Signore.
La grandezza dell’uomo, la sua gloria e la sua maestà consistono nel conoscere ciò che è veramente grande, nell’attaccarsi ad esso e nel chiedere la gloria dal Signore della gloria. Dice infatti l’Apostolo: «Chi si vanta si vanti nel Signore» e lo dice nel seguente contesto: Cristo è stato costituito da Dio «per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, perché come sta scritto: Chi si vanta si vanti nel Signore» (1 Cor 1, 31). Il perfetto e pieno gloriarsi in Dio, si verifica quando uno non si esalta per la sua giustizia, ma sa di essere destituito della vera giustizia e comprende di essere stato giustificato nella sola fede in Cristo. E proprio in questo si gloria Paolo, il quale disprezza la propria giustizia, e cerca quella che viene da Dio per mezzo di Gesù Cristo cioè la giustizia nella fede. Conosce lui e la potenza della sua risurrezione, partecipa alle sue sofferenze, è reso conforme alla morte di lui per arrivare in quanto possibile alla risurrezione dai morti. (more…)

Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

28 febbraio 2016

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28 – MARIA NUOVA AURORA DI GRAZIA

«Ecco avvicinarsi un tempo santo, il tempo dell’Avvento di Gesù nel mondo. È la primavera dell’universo in cui fiorisce il fiore del fiore, Gesù di Nazaret, il quale nella Scrittura viene chiamato “Fiore dei campi e Giglio delle valli”. È il tempo più delizioso per le anime interiori legate a Gesù e a Maria, perché non porta che delizie nella nuova vita di Gesù e della Vergine. « Il tempo dell’Avvento loda ed onora la vita nascente di Gesù, il suo beato e delizioso riposo nella Vergine per nove mesi, e la vita nuova della Vergine in Gesù che era la sua vita» (de Bérulle). È questo il primo Avvento di Cristo, la sua venuta fra noi nella carne (Gv 1,14), compiutasi nel seno verginale di Maria (Lc 1,31) e che ha dato inizio alla sua vita umana. Vi è però un’altra vita di Gesù in Maria. È la vita mistica. « Essa, ci dice ancora de Bérulle, è poco considerata sulla terra, dove non è conosciuta quanto merita». Ed esclama: «Oh vita! Oh riposo! Oh dimora di Gesù in Maria! Vita immutabile. Riposo ineffabile! Oh residenza intima, segreta e penetrante, che riempie la Ss.ma Vergine non solo della grazia, ma dell’ Autore della grazia ed unisce il rivolo alla sorgente, il raggio al sole! ». In che cosa consiste questa vita? Continua il pio Autore: «Era proprio della Vergine Ss.ma vivere non solo in Gesù, ma per opera di Gesù: Gesù era la sua vita, anima della sua anima e occupava il fondo della sua essenza. Dobbiamo vedere e onorare Gesù nella Vergine, come formante parte di Lei stessa: «Dio è la mia sorte per sempre» (Sal 72,26). Anche in questo senso mistico, Gesù fa parte della Vergine e non va da Lei separato. È lo spirito di Gesù vivente in Maria; spirito che noi dobbiamo fare nostro perché è la vita della grazia. «Quanto dobbiamo desiderare che lo spirito di Gesù ci diriga, ci regga, ci possieda e disponga di noi, secondo il suo potere e la sua volontà! In questo mutuo possesso, che Gesù fa di noi, appropriandoci e assoggettandosi a Sé, e che noi facciamo di Gesù, dedicandoci e abbandonandoci a Lui, consiste l’esercizio della vita della grazia di cui dobbiamo vivere sulla terra. È questo lo spirito che Gesù è venuto a diffondere nel mondo, spirito che la Vergine ha ricevuto per prima ed ha fatto suo, alla perfezione» (ld). Gesù vivente misticamente in Maria! È la devozione che fa capo al Card. de Bérule ed è meravigliosamente espressa nella nota preghiera del Ven. Olier: « O Gesù vivente in Maria, vieni e vivi nei tuoi servi, nello spirito della tua santità, – nella pienezza della tua virtù, – nella perfezione delle tue vie, – nella comunione dei tuoi misteri, – domina in noi ogni nemico potere, nel tuo Spirito, – per la gloria del Padre. Amen ». Come si è stabilita questa vita mistica di Gesù in Maria? Senza dubbio, anche questa è dallo Spirito Santo (Mt 1,20) e la possiamo considerare in tre momenti. Prima dell’Incarnazione (Lc 1,28): è la vita di grazia di Maria. Dopo l’Incarnazione (Lc 1,35): è lo sviluppo della sua vita di grazia, associata alla Maternità divina, fino all’ingresso nel Cielo. Dopo l’ingresso nel Cielo: dove la Vergine Santa vive della vita gloriosa di Gesù, in tutta la sua perfezione. Maria è la Madre del Corpo mistico, e Gesù vive in Lei, non solo per santificarla, ma anche per santificare, per mezzo di Lei, tutti i suoi membri: risiede in Lei come sorgente di vita. Noi siamo soliti considerare la Maternità divina di Maria prevalentemente sotto l’aspetto dogmatico: è Madre di Dio. Si parla, è vero, anche di una Maternità spirituale, ma ci limitiamo quasi sempre a dirla tale, senza renderci conto di che cosa comporti. Ascoltiamo ora il Card. de Bérulle: « Dobbiamo considerare la Vergine come una sorgente della vita di Gesù. Ella lo genera a noi per virtù del Padre. Come altra volta lo ha generato in se medesima secondo la carne e insieme secondo lo spirito, corporalmente e spiritualmente, così continua a generarlo in noi spiritualmente». Questa Maternità mistica di Maria ha il suo fondamento nel mistero dell’Incarnazione: «Maria nell’Incarnazione riceve il Figlio di Dio; nella Natività lo dà al mondo e riceve il potere di darlo; però questo potere le rimane per sempre, né mai le viene tolto ». È perciò importante non separare la Maternità mistica dalla Maternità divina, se vogliamo che la nostra devozione mariana sia vera e solida. « Ogni devozione a Maria, osserva il Card. Suenens, che ignori o minimizzi questo mistero (della Maternità mistica), resterà una devozione puramente sentimentale, striminzita ed anemica. Tagliata dalle radici, sarà un fiore di serra calda, ma non un albero in piena terra. Sarà in balia della più lieve burrasca, invece di essere « quell’albero rigoglioso, piantato lungo i corsi d’acqua, che dà il suo frutto quand’è il suo tempo e il cui fogliame non appassisce mai» (Sal 1,3). E continua: «Noi siamo convinti che questo è l’appello dell’ora. Ma non si scoprirà Maria fin che si misconoscerà questa duplice ed unica maternità che concepisce (e perciò genera) il Capo e i membri, finchè non si unirà l’azione di Maria con l’azione dello Spirito Santo, al punto da non vedere che una sola azione: l’azione dello Spirito Santo per mezzo di Maria». Non ci deve essere difficile compiere questa unificazione, se consideriamo la vita mistica di Gesù in Maria e come essa si è stabilita: « Chi si unisce a Dio, forma con Lui un solo spirito» (1 Cor 6,17). Ci vogliamo preparare a celebrare il bimillenario della nascita di Gesù. Facciamolo non guardando solo a Betlemme, ma ancora (e vorrei dire di più) alla nostra anima, vivente presepio, dove la divina Madre della grazia vi genera costantemente, anche a nostra insaputa, il suo unico Figlio, a cui è inseparabilmente e divinamente unita. È questa la sua Maternità mistica, di cui ci vuole ancora essere mistica Aurora, affinché il Sole divino splenda finalmente nel mondo dello spirito, dov’è propriamente il suo regno (Lc 17,21).

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Vangelo ( Lc 4,24-30 ) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 29 Febbraio 2016) con commento comunitario

28 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Luca ( Lc 4,24-30 )

In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret]: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo, ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costrita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Questo è il Vangelo del 29 Febbraio, quello del 28 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto.

Arrivò una donna di Samaria ad attingere acqua. Dai «Trattati su Giovanni» di sant’Agostino, vescovo

28 febbraio 2016

(Trattato 15, 10-12. 16-17; CCL 36, 154-156)

«E arrivò una donna» (Gv 4, 7): figura della Chiesa, non ancora giustificata, ma ormai sul punto di esserlo. È questo il tema della conversazione.
Viene senza sapere, trova Gesù che inizia il discorso con lei.
Vediamo su che cosa, vediamo perché «Venne una donna di Samaria ad attingere acqua». I samaritani non appartenevano al popolo giudeo: erano infatti degli stranieri. È significativo il fatto che questa donna, la quale era figura della Chiesa, provenisse da un popolo straniero. La Chiesa infatti sarebbe venuta dai pagani, che, per i giudei erano stranieri.
Riconosciamoci in lei, e in lei ringraziamo Dio per noi. Ella era una figura non la verità, perché anch’essa prima rappresentò la figura per diventare in seguito verità. Infatti credette in lui, che voleva fare di lei la nostra figura. «Venne, dunque, ad attingere acqua». Era semplicemente venuta ad attingere acqua, come sogliono fare uomini e donne.
«Gesù le disse: Dammi da bere. I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana? I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani» (Gv 4, 7-9).
Vedete come erano stranieri tra di loro: i giudei non usavano neppure i recipienti dei samaritani. E siccome la donna portava con sé la brocca con cui attingere l’acqua, si meravigliò che un giudeo le domandasse da bere, cosa che i giudei non solevano mai fare. Colui però che domandava da bere, aveva sete della fede della samaritana.
Ascolta ora appunto chi è colui che domanda da bere. «Gesù le rispose: Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 4, 10).
Domanda da bere e promette di dissetare. (more…)

Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

27 febbraio 2016

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27 – MARIA AURORA DI GRAZIA

« La notte è passata, il giorno si avvicina. Sì, fratelli miei, il giorno si avvicina; e quantunque il sole non compaia ancora, noi ne vediamo già un’espressione nella Natività di Maria» (Bossouet). «Quell’anima santa e divina (Maria Immacolata) è nella Chiesa ciò che l’aurora è nel firmamento: precede immediatamente il sole. «Ma è dappiù dell’aurora: non precede soltanto il sole, ma deve generarlo nel mondo, deve dare all’universo la salvezza e la luce, ed introdurvi un Sole Oriente, di cui il sole che rischiara il firmamento non è che l’ombra e la figura» (de Bérulle). Duemila anni sono passati, da quando la terra, avvolta dalle tenebre del peccato, ha avuto nell’Immacolata la sua Aurora di Grazia. La Chiesa che ama la Madre Santa del Suo Redentore, ne ha celebrato con l’amore più filiale la felice ricorrenza. Non solo. Giovanni Paolo II che di quella Madre si professa «TUTTO SUO» (i segni dei tempi!), ci ha invitati a fare di questi quindici anni che vanno dal bimillenario della Nascita della Madre a quello del suo Figlio divino, un prolungato Avvento, quasi una prolungata aurora, un tempo tutto di Maria, per andare, con Lei, incontro a Cristo Signore: «…è tanto bello che, come Maria aspettò con grande fede la venuta del Signore, così, anche in questa fine del secondo millennio, essa sia presente a illuminare la nostra fede, in tale prospettiva di Avvento». Se vogliamo anche noi essere attenti ai «segni dei tempi», potremo comprendere che questa prolungata Aurora di grazia, come due mila anni fa, è ancora annunziatrice di meravigliose realtà divine. Non si tratta di qualcosa di diverso da quanto già ci è stato rivelato, poichè: «sulla mia santità ho giurato una volta per sempre; certo non mentirò a Davide. In eterno durerà la sua discendenza, il suo trono davanti a me quanto il sole, sempre saldo come la luna, testimone fedele nel cielo »(Sal 98,36-38). L’alleanza tra Cielo e terra si è conclusa per sempre e il Sangue ne è stato versato» (Lc 22,30). Tutto, non vi è dubbio, è stato rivelato; molto però resta da scoprire (Gv 16,12-15) della stessa rivelazione. Ascoltiamo S. Luigi Maria di Montfort: «È per mezzo della Ss.ma Vergine Maria che Gesù Cristo è stato dato al mondo, ed è ancora per mezzo di Lei che Egli deve regnare nel mondo» (Trattato, n. 1). In quale modo regnerà? Prosegue l’Apostolo della Vera Devozione: « Se dunque, com’è certo, la conoscenza e il regno di Gesù Cristo devono effettuarsi nel mondo, ciò sarà una conseguenza necessaria della conoscenza e del regno della Ss.ma Vergine Maria, la quale lo diede alla luce la prima volta e lo farà risplendere la seconda» (Id. n. 13). Stando così le cose, non è della massima importanza, per chiunque abbia a cuore il regno di Cristo in sé e nel mondo, domandarsi: «Che cosa dobbiamo fare per promuovere la conoscenza e il regno di Maria nel mondo? ». Ma non dobbiamo neppure fermarci qui. Se veramente crediamo a quella vita divina che Gesù ci ha portato dal Cielo, importa ancora farci un’altra domanda: «In quale modo Ella ci genera a questa vita, poiché ne è la Madre? ». Solo rispondendo seriamente a queste domande, noi potremo avere, nei confronti della divina Madre della Grazia, quel giusto atteggiamento che Gesù ci chiedeva, lasciandocela dalla Croce (Gv 19,27). Come Madre di Gesù, noi sappiamo che Maria ha la fecondità di riprodurlo nelle anime. Riascoltiamo il grande maestro della Devozione mariana, il Venerabile Olier: «Un sabato, Maria si rese interiormente presente alla mia anima e mi ricordò che suo Figlio mi disse un giorno che Egli non sarebbe vissuto in me che in Lei e per mezzo di Lei e della vita di cui Egli viveva in Lei, come se Maria fosse un sacramento, per mezzo del quale Egli mi comunicherebbe la sua vita». Simili affermazioni, comuni alle anime mistiche che hanno avuto il compito di preparare la nostra era mariana, devono renderci attenti a considerare il problema della grazia, alla luce di Maria Immacolata. La conoscenza di quanto Ella è per noi, non solo favorirà la nostra vita divina (che ha sempre le sue grosse difficoltà…), ma aumenterà la nostra riconoscenza verso il Padre delle misericordie che ci ha chiamati dalle tenebre allo splendore della sua luce (1 Pt 2,9), riempiendoci il cuore di gioia e speranza, nel sapere quanto e come questa Madre divina sia interessata alla nostra vita di figli di Dio. Sarà l’argomento delle riflessioni che seguono.

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27 febbraio 2016

2016-02-27 Radio Vaticana

 

 

La “bussola” della vostra attività produttiva sia sempre il “bene comune”, cioè la creazione di lavoro e benessere secondo criteri di giustizia che rispettino la dignità umana, evitando i “facili compromessi”. È la sostanza del discorso che Papa Francesco ha rivolto ai partecipanti al Giubileo degli industriali in Aula Paolo VI. Per la prima volta in 106 anni di vita, la Confindustria italiana ha incontrato un Pontefice.

Vangelo ( Lc 13,1-9 ) del giorno dalle letture della Messa (Domenica 28 Febbraio 2016) con commento comunitario

27 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Luca ( Lc 13,1-9 )

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Questo è il Vangelo del 28 Febbraio, quello del 27 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto.

 

San Gabriele dell’Addolorata. Incontro di San Giovanni Paolo II con la Comunità dei Passionisti nel Santuario di San Gabriele

27 febbraio 2016

VISITA PASTORALE IN ABRUZZO

INCONTRO DI GIOVANNI PAOLO II
CON LA COMUNITÀ DEI PASSIONISTI
NEL SANTUARIO DI SAN GABRIELE 

Teramo – Domenica, 30 giugno 1985

 

Carissimi religiosi Passionisti!

1 Durante questa mia Visita al Tempio, in cui si venera il vostro Santo Confratello Gabriele dell’Addolorata, a cui accorrono ogni anno folle immense di pellegrini devoti, sono lieto di rivolgere a voi una mia parola, salutando il Superiore Generale e i suoi Collaboratori, i Padri responsabili di questo Santuario, e tutti voi, Sacerdoti e Fratelli. Il mio saluto beneaugurante si estende a tutti i Passionisti sparsi nel mondo, nonché alle Religiose Passioniste.

2 In questo luogo di fede e di preghiera dove, attorno alle spoglie mortali di San Gabriele dell’Addolorata, maggiormente rifulge la vostra tipica spiritualità e la vostra missione nella Chiesa, desidero ricordarvi due realtà che vi contraddistinguono e che devono esservi di stimolo per perseverare e per sempre più avanzare nel cammino della perfezione.

a) Siete i figli spirituali di San Paolo della Croce, che fu un grande mistico del secolo XVIII. Voi conoscete la sua vita, i suoi esempi, i suoi insegnamenti; voi soprattutto siete convinti che veramente egli ricevette da Dio una missione nella Chiesa e nella società, necessaria per i suoi tempi e valida per sempre. Egli fu un genio religioso, che, illuminato dall’Altissimo e sperimentato attraverso lunghe sofferenze interiori, annunziò e testimoniò il valore salvifico della passione di Cristo, a cui è unita la Passione della singola persona e dell’intera umanità. Egli predicò apertamente e dimostrò che la storia umana come ogni singola esistenza è un mistero di amore e di dolore, il cui autentico paradigma sta nel Cristo Crocifisso sul Calvario. “La vita è tempo di battaglia” diceva e voleva i suoi figli “querce e non canne”. Siate perciò scrupolosi imitatori dei suoi esempi per quanto è possibile; soprattutto accogliete fervidamente i suoi insegnamenti, realizzate la sua spiritualità, senza lasciarvi turbare da nuove opinioni e interpretazioni, che vanno contro l’insegnamento tradizionale della Chiesa e l’esempio concreto dei nostri grandi Santi.

“La nostra Congregazione – scriveva – è tutta fondata “in oratione et jejunio” e in vera solitudine, secondo i sacrosanti consigli del nostro divin Salvatore . . . Se si getta a terra questo, è totalmente rovinato l’edifizio” (San Gabriele dell’Addolorata, Lettera al Can. F. Pagliari, 13 febbraio 1858).

Egli scriveva ancora: “Nella Passione di Gesù c’è tutto; essa è il mezzo più efficace per farci santi!”. Ebbene, carissimi Fratelli Passionisti, sia questo anche il vostro programma, particolarmente nella predicazione delle Missioni e degli Esercizi Spirituali e nell’assiduo ministero del sacramento della Penitenza.

b) Siete confratelli di San Gabriele dell’Addolorata! Attorno alla figura di questo giovane santo, gloria del vostro Ordine, si constata come davvero chi agisce nella storia degli uomini e della stessa Chiesa è Dio, con la sua grazia divina e con i suoi doni imprevedibili e misteriosi. Chi avrebbe mai potuto immaginare che Francesco Possenti, entrato a diciotto anni, nel 1856, tra i Passionisti assumendo il nome di “Gabriele dell’Addolorata”, e morto pochi anni dopo, avendo ricevuto appena gli Ordini Minori, avrebbe avuto l’onore addirittura di due Templi a Isola del Gran Sasso, a motivo delle moltitudini che qui vengono per pregare, per cambiare vita e ritornare in grazia, per invocare il suo aiuto e la sua intercessione? Si legge nella biografia che egli era un giovane moderno, sensibile, innamorato della vita autonoma e mondana, sportivo, con un temperamento portato piuttosto ai rapporti di società . . . Inoltre, fino al 1882, in occasione della riesumazione della salma, la sua memoria rimase nascosta. E invece il Signore l’aveva chiamato con segni sicuri, l’aveva formato alla santità con l’alta e infallibile scuola della sua Passione, dietro le orme di San Paolo della Croce, e voleva proporlo come esempio e maestro dei giovani, di coloro che si preparano al Sacerdozio, delle famiglie cristiane, di coloro che tendono seriamente alla perfezione. Come non ricordare che egli fu Fratello spirituale di Santa Gemma Galgani? Giovanni XXIII, di venerata memoria, nel primo centenario della morte ricordò la grandezza e la missione di San Gabriele dell’Addolorata con la lettera apostolica Sanctitatis Altrix, che è una mirabile sintesi sua vita spirituale, tuttora valida per voi, suoi confratelli, e per ogni cristiano (cf. Discorsi, Messaggi, Colloqui del Santo Padre Giovanni XXIII, 27 febbraio 1962, IV [1962] 993-997).

L’esempio del caro giovane Passionista, che raggiunse in breve tempo la santità ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa – fu canonizzato da Benedetto XV il 13 maggio 1920 – insegna che è necessario abbandonarsi con estrema umiltà e spirito di obbedienza alla “grazia” di Dio: Egli vuole il nostro amore!

3 Carissimi! Nel suo “Testamento spirituale”, San Paolo della Croce, prima di concludere i suoi pensieri e le sue direttive, rivolge una preghiera a Maria Santissima: “E voi, o Vergine Immacolata, Regina dei martiri, ancor voi per quei dolori che provaste nella Passione e Morte del vostro amabilissimo Figlio, date ancor voi a tutti la vostra materna benedizione, mentre io tutti li ripongo e li lascio sotto il manto della vostra protezione!”. Le sue parole e il suo esempio, come quello dei vostri Santi, vi possano continuamente stimolare a porre ogni vostra fiducia in Maria Santissima, invocando il suo materno aiuto, confidando nella sua amorevole presenza!

In pegno della mia costante benevolenza, vi imparto di gran cuore la Benedizione Apostolica, che estendo all’intera Congregazione.

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Aderiamo a Dio, unico vero bene. Dal trattato «Sulla fuga dal mondo» di sant’Ambrogio, vescovo

27 febbraio 2016

(Cap. 6, 36; 7, 44; 8, 45; 9, 52; CSEL 32, 192. 198-199. 204)

Dov’è il cuore dell’uomo ivi è anche il suo tesoro. Infatti il Signore non suole negare il buon dono a quanti lo pregano.
Pertanto, poiché il Signore è buono e lo è soprattutto per quelli che lo aspettano pazientemente, aderiamo a lui, stiamo con lui con tutta la nostra anima, con tutto il cuore, con tutta la forza, per restare nella sua luce, vedere la sua gloria e godere della grazia della felicità suprema. Eleviamo dunque l’anima a quel Bene, restiamo in esso, aderiamo ad esso; a quel Bene, che è al di sopra di ogni nostro pensiero e di ogni considerazione e che elargisce pace e tranquillità senza fine, una pace che supera ogni nostra comprensione e sentimento.
Questo è il Bene che pervade tutto, e tutti viviamo in esso e da esso dipendiamo, mentre esso non ha nulla al di sopra di sé, ma è divino. Nessuno infatti è buono se non Dio solo: perciò tutto quello che è buono è divino e tutto quello che è divino è buono, per cui è detto: «Tu apri la mano, si saziano di beni» (Sal 103, 28); a ragione, infatti, per la bontà di Dio ci vengono date tutte le cose buone perché a esse non è mischiato alcun male.
Questi beni la Scrittura li promette ai fedeli dicendo: «Mangerete i frutti della terra» (Is 1, 19).
Siamo morti con Cristo; portiamo sempre e in ogni luogo nel nostro corpo la morte di Cristo perché anche la vita di Cristo si manifesti in noi. Dunque, ormai non viviamo più la nostra vita, ma la vita di Cristo, vita di castità, di semplicità e di tutte le virtù. Siamo risorti con Cristo, viviamo dunque in lui, ascendiamo in lui perché il serpente non possa trovare sulla terra il nostro calcagno da mordere.
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Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

26 febbraio 2016

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26 – MARIA IN CIELO CON GESÙ

La Chiesa ha definito verità di fede l’Assunzione al Cielo della Vergine Immacolata, con tutto il suo essere, anima e corpo. Gesù dalla Croce l’aveva data in dono a Giovanni, il discepolo che Egli amava. Maria visse pertanto con lui fino al pieno compimento della sua missione terrena, alimentando con il suo amore di Madre la Chiesa che Gesù le aveva affidato. Già tanto unita a Gesù, la divina Madre intensificava sempre più la sua unione con Lui, soprattutto nella S. Comunione. Pensiamo ai suoi trasporti eucaristici durante le celebrazioni dell’Apostolo… Tutti i misteri della nostra vita cristiana sono stati da Lei vissuti, perché tutti li potesse far vivere maternamente in noi suoi figli. Morì la Santa Vergine? Definendo il dogma della sua Assunzione, il Papa Pio XII si limitò a dire: « Terminato il corso della sua vita terrena, Ella fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo ». 1 mistici sostengono che il suo passaggio dalla terra al Cielo fu un’estasi prolungata, durante la quale il suo spirito totalmente rapito in Dio provocò l’assopimento dei sensi (quasi una dormizione), mantenendo tuttavia con il suo corpo santo un legame sufficiente ad impedire che « conoscesse la corruzione del sepolcro Colei che aveva generato il Signore della vita » (Liturgia, Festa dell’Assunta). Oh, la gioia degli Angeli, onorati di portare nella gloria di Dio la sua Madre Immacolata, la loro Regina tanto amata fin da quando era divenuta la conferma e la sicurezza della loro felicità! Dio infatti aveva loro manifestato il mistero dell’Incarnazione (cfr Eb 1,6), annunziando che l’avrebbe innalzata alla dignità di sua Madre e che sarebbe stata pure la loro Regina (cfr P. Kolbe, Materiale, 1940). Quale gioia per loro poterne per sempre contemplare la suprema bellezza e poterla amorosamente servire! Dalla potenza dello Spirito Santo, a imitazione del Figlio suo (Rm 8,11), mentre ascende alla patria dei Beati, Ella viene trasformata in creatura gloriosa! E, come rapita dall’amore, vola incontro al Figlio suo, per essere in eterno con Lui nella Trinità divina, in compagnia del popolo dei santi e dei Cori degli Angeli, a cantare il suo eterno « Magnificat ». Come Gesù, Ella ha così vissuto tutti i misteri della grazia che l’hanno perfettamente conformata e unita in eterno a Lui, nel pieno possesso di Dio, per continuare quella missione di salvezza (Eb 7,25), incominciata con l’Incarnazione: « II Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria,… Io fece sedere alla sua destra nei cieli al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente, ma anche in quello futuro. Tutto infatti ha sottomesso sotto i suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose» (Ef 1,20-23). Quale l’unione con la Trinità divina di Colei che ne fu sulla terra l’immagine sublime, fino a riprodurne in se stessa la vita e le operazioni personali? Dopo tanto dolore e tanta umiltà di povera serva del Signore, Ella è ora assisa, quale Sposa unita per sempre nell’amore allo Spirito Santo, tra il padre e il Figlio, vera Madre e Regina della Chiesa, per continuarne la crescita, finché non sia compiuto il numero degli eletti: la sua maternità infatti «nell’economia della salvezza perdura senza soste e con la sua materna carità Ella si prende cura dei fratelli del Figlio suo, ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni fino a che non siano condotti nella patria beata» (LG. n. 62). Infatti, ci insegna Luigi Maria di Montfort: « La condotta che le tre Persone della Ss.ma Trinità tennero nell’Incarnazione e nel primo avvento di Gesù Cristo, la tengono ogni giorno in modo invisibile nella santa Chiesa, e la terranno fino alla consumazione dei secoli, nell’ultimo avvento di Gesù Cristo » (Trattato, n. 22). Spiega il de Bérulle: «Maria nell’Incarnazione riceve il Figlio di Dio; nella Natività lo dà al mondo e riceve il potere di darlo, e questo potere le rimane sempre, né mai le viene tolto». «Dio non ha creato Maria solo per l’Incarnazione, ma anche per produrre per mezzo di Lei e in lei tutti i membri di Cristo. Avendola fatta depositaria di tutta la sua fecondità originaria, risiede per sempre in Maria, la quale costituisce così Madre di tutte le anime sante… Dando suo Figlio al mondo, Maria non ha perso nulla della vita divina di Lui che prima conteneva in sè. Gesù non è meno vivente in Lei per mezzo del suo spirito di quanto lo sia stato per mezzo della sua nascita» (Olier). Facciamo una breve riflessione. Sappiamo che la grazia è la partecipazione alla vita divina (2 Pt 1,4), portata a noi dal Figlio di Dio, mediante l’Incarnazione (Rm 6,23). È dunque la vita della Trinità Ss.ma, umanizzata da Gesù e maternizzata da Maria, perché Ella la potesse vitalmente comunicare a noi e farci figli di Dio e, insieme, suoi figli. Altrimenti il titolo di Madre sarebbe solo una finzione e non una realtà. « Come Madre di Gesù, dice chiaramente l’Olier, Maria ha la fecondità di riprodurlo nelle anime ». Quanto insegna, egli l’ha sperimentato in se stesso: «Un sabato, scrive, Maria si rese interiormente presente alla mia anima e mi ricordò che suo Figlio mi aveva detto un giorno che Egli non sarebbe vissuto in me che in Essa e per mezzo di Essa e della vita di cui viveva in Essa, come se Maria fosse un sacramento per mezzo del quale Egli mi comunicherebbe la sua vita». La conoscenza di quello che l’Immacolata fa per noi in Cielo, unita a Gesù, nostro Redentore divino, oltre a favorire la nostra vita di Grazia, aumenterà la nostra riconoscenza verso il Padre delle misericordie che ci ha chiamati dalle tenebre allo splendore della sua luce e ci riempirà il cuore di gioia e di fiducia nel sapere quanto e come la nostra divina Madre è interessata alla nostra vita di figli di Dio, ancora penosamente pellegrinanti su questa terra d’esilio.

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Vangelo ( Lc 15,1-3.11-32 ) del giorno dalle letture della Messa (Sabato 27 Febbraio 2016) con commento comunitario

26 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Luca ( Lc 15,1-3.11-32 )

In quel tempo, si avvicinarono a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola:

«Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a nettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbidito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Questo è il Vangelo del 27 Febbraio, quello del 26 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto.

Il patto del Signore. Dal Trattato «Contro le eresie» di sant’Ireneo, vescovo

26 febbraio 2016

(Lib. IV, 16, 2-5; SC 100, 564-572)
Mosè nel Deuteronomio dice al popolo: «Il Signore nostro Dio ha stabilito con noi un’alleanza sull’Oreb. Il Signore non ha stabilito quest’alleanza con i nostri padri, ma con noi che siamo qui oggi tutti in vita» (Dt 5, 2-3).
Perché dunque non fece il patto con i loro padri? Proprio perché «la legge non è fatta per il giusto» (1 Tm 1, 9). Ora i loro padri erano giusti, essi che avevano scritto nei loro cuori e nelle loro anime la virtù del decalogo, perché amavano Dio che li aveva creati e si astenevano da ogni ingiustizia contro il prossimo; perciò non fu necessario ammonirli con leggi correttive, dal momento che portavano in se stessi la giustizia della legge.
Ma quando questa giustizia e amore verso Dio caddero in dimenticanza anzi si estinsero del tutto in Egitto, Dio per la sua grande misericordia verso gli uomini manifestò se stesso facendo sentire la sua voce. Con la sua potenza condusse fuori dall’Egitto il popolo perché l’uomo ridiventasse discepolo e seguace di Dio. Castigò i disobbedienti perché non disprezzassero colui che li aveva creati.
Sfamò, poi, il popolo con la manna, perché ricevesse un cibo spirituale come aveva detto Mosè nel Deuteronomio: «Ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che neppure i tuoi padri avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma di quanto esce dalla bocca del Signore» (Dt 8, 3). (more…)

Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

25 febbraio 2016

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25 – MARIA NEL CENACOLO

«Dopo la sua risurrezione, Gesù si mostrò vivo ai suoi discepoli con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando loro del regno di Dio» (At 1,3). Con la sua auto-risurrezione, ripetutamente preannunziata ai suoi discepoli, Gesù dà la prova suprema ed evidente di essere Dio. Egli stesso si era riservata questa dimostrazione definitiva. Infatti, quando dai Giudei gli fu chiesto un segno della sua pretesa autorità divina, rispose: « Distruggete questo tempio ed in tre giorni lo lo farò risorgere ». Nota l’evangelista Giovanni che « Egli parlava del tempio del suo corpo » e aggiunge: « Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù » (Gv 2,19-21). L’avvenimento fu determinante per la fede degli Apostoli. Essi ne fecero l’argomento di credibilità al loro annuncio cristiano: «Noi l’abbiamo visto risorto e abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione» (At 10,41). Sappiamo dal Vangelo che il Corpo risorto di Gesù aveva le proprietà dello spirito glorioso. Con la sua onnipotenza divina, Gesù poteva tuttavia rendersi sensibile, mangiare con gli Apostoli, farsi palpare le mani e il costato trafitto, al fine di convincere i dubbiosi e rendere gli increduli credenti. Normalmente però Gesù viveva la vita propria dello spirito, rendendosi visibile a suo piacimento, come richiedeva la sua missione. Ma facciamoci una domanda: « Quale la sua unione con la Vergine Madre? ». Certamente un’unione singolarissima, fondata sull’Incarnazione e senza soste accresciutasi attraverso tutti i misteri della loro vita. Gesù, ci dicono i Santi, viveva spiritualmente nella sua Madre, più che non Lei vivesse in se stessa. Se un Apostolo del Signore poté dire di sé: « Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20), che dobbiamo dire della Piena di grazia che l’ha generato? Come Gesù, dopo la sua risurrezione, non era più disgiunto con tutto il suo essere dal Padre, così non era più diviso dalla Madre, «per formare con Lei un principio di generazione divina per tutto il Corpo della Chiesa» (Olier). Ed è in questa intima unione con la Trinità SS.ma per mezzo del Figlio, che noi troviamo Maria nel Cenacolo, in attesa dello Spirito Santo, promesso dal Salvatore. Sono ancora gli Atti degli Apostoli a dirci che Gesù risorto «mentre si trovava a tavola con i discepoli, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre, quella, disse, che voi avete udita da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni» (At 1,4-5). Fedeli a questo comando del Signore, il giorno stesso della sua Ascensione, essi ritornarono a Gerusalemme dal monte degli Ulivi. Entrati in città, salirono al piano superiore del Cenacolo (la casa che aveva ospitato Gesù per l’ultima Cena) ed «erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la Madre di Gesù e con i fratelli di lui » (At 1,14). Vi restarono dieci giorni, fino alla festa di Pentecoste, il mattino della quale «venne all’improvviso dal Cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo» (At 2,3-4). Con la festa di Pentecoste, nasce ufficialmente la Chiesa di Gesù Cristo, divinamente vivificata dal suo Spirito. Nasce, come già il suo Capo, per opera dello Spirito Santo, nella e dalla Vergine Maria. Infatti, «una medesima madre non genera il capo senza le membra, altrimenti si avrebbe un mostro di natura» (Trattato della vera devozione, n. 32). La maternità spirituale di Maria è logica e gioiosa conseguenza della sua maternità divina, per la quale «Ella coopera con lo Spirito di Cristo, alla rigenerazione e formazione dei fedeli, fratelli di Gesù» (LG., n. 63). Ascoltiamo su questo affascinante argomento due teologi santi. «Dobbiamo considerare la Vergine come una sorgente della vita di Gesù. Ella lo genera a noi per la virtù del Padre e congiuntamente con Lui lo fa vivere in noi, operando in noi per la virtù dell’Altissimo, la quale è la virtù del Padre,virtù che Ella possiede in modo indiviso (in comune) col Padre. « E come altra volta lo ha generato in se medesima secondo la carne e insieme secondo lo spirito, corporalmente e spiritualmente, così continua a generarlo in noi spiritualmente. «Rivolgiamoci a Lei ed assoggettiamoci al suo potere, supplicandola che per compassione Ella compia per noi questa misericordia» (de Bérulle). «L’unione tra l’Immacolata e lo Spirito Santo è così inesprimibile e perfetta che lo Spirito Santo agisce unicamente attraverso l’Immacolata, la sua Sposa. Di conseguenza, Ella è la Mediatrice di tutte le grazie dello Spirito Santo. Dato che ogni grazia è un dono di Dio Padre attraverso il Figlio e lo Spirito Santo, perciò non esiste grazia che non appartenga all’Immacolata, offerta a Lei, a sua libera disposizione» (P. Kolbe). Poiché nulla ci deve stare tanto a cuore quanto la vita di grazia, sia nostro impegno, diligente e amoroso, conoscerne la Madre. Non era forse questo il desiderio di Gesù quando ce l’affidava dalla Croce (Gv 19,27)?

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Vangelo (Mt 21,33-43.45 ) del giorno dalle letture della Messa (Venerdì 26 Febbraio 2016) con commento comunitario

25 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,33-43.45 )

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:

«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.

Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori della vigna e lo uccisero.

Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».

Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca frutti».

Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.

Questo è il Vangelo del 26 Febbraio, quello del 25 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto.

Il vero timore del Signore. Dai «Trattati sui salmi» di Sant’Ilario, vescovo

25 febbraio 2016

(Sal 127, 1-3; CSEL 22, 628-630)

«Beato l’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie» (Sal 127, 1).
Ogni volta che nella Scrittura si parla del timore del Signore, bisogna tener presente che non si trova mai da solo, come se per noi bastasse alla completezza della fede, ma gli vengono aggiunti o anteposti molti altri valori.
Da questi si comprende l’essenza e la perfezione del timor di Dio come sappiamo da quanto è detto nei Proverbi di Salomone: «Se appunto invocherai l’intelligenza e chiamerai la saggezza, se la ricercherai come l’argento e per essa scaverai come per i tesori, allora comprenderai il timore del Signore» (Pro 2, 3-5).
Vediamo da ciò per quanti gradi si arriva al timore di Dio.
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Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

24 febbraio 2016

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24 – MARIA E GESÙ RISORTO

Non pensiamo che il dolore della Vergine Madre possa aver avuto sollievo con la morte di Gesù… È vero, non lo vedeva più soffrire: ma lo sapeva morto… Credeva pure fermamente che sarebbe risorto: ma ora Ella non aveva più Figlio!… L’Anima divina di Gesù, separata dal suo Corpo santissimo, era discesa al Limbo, dove si trovavano le anime dei giusti morti prima della Redenzione. Era andata a dire loro che il tempo della separazione da Dio era finito e che potevano, guidate da Lui, Vincitore degli inferi, ascendere alla visione beatificante della Trinità divina, in compagnia degli Angeli santi. Durante i tre giorni della sua morte, prima della sua risurrezione, Gesù non poté godere con la pienezza di tutto il suo essere la felicità divina: ciò è avvenuto solo alla sua risurrezione. Gesù ha finito di soffrire. Per la Madre invece continua il martirio. Quei tre giorni di separazione dal Figlio furono i più dolorosi della sua esistenza terrena. Senza Gesù che era tutta la sua vita, il suo povero essere era riarso come un fiore senz’acqua, dardeggiato dai ricordi della passione che le aveva spremuto le vene col pianto. Povera Santa Mamma, quanto hai dovuto soffrire per la nostra salvezza! Sapere Gesù morto, non poter più avere con Lui quell’unione piena, vivificante, che l’aveva sorretta durante tutta l’esistenza del Figlio anche nei momenti più dolorosi, creava in Lei un vuoto d’angoscia inesprimibile, profondo come la pienezza divina d’unione con Lui… La nostra divina Corredentrice scontava in tal modo, insieme con Gesù, ogni nostro peccaminoso abbandono di Dio e ci otteneva quelle grazie necessarie a santificare le situazioni più dolorose della nostra provata esistenza terrena. Pensiamo perciò a Lei nelle angosciose separazioni che ci affliggono; negli abbandoni dello spirito, quando il Cielo pare chiuso su di noi e sembra impotente ogni nostro grido per averne sollievo. Ci sarà data la sua grazia materna per proseguire il nostro cammino di dolorosa conquista del Divino. Il Vangelo non ci parla dell’apparizione di Gesù risorto alla sua Madre Santa. Come pure lascia nell’ombra tutto ciò che potrebbe esaltarne la sublime grandezza. S. Luigi Maria di Montfort spiega questo silenzio con l’umiltà profonda della Vergine per la quale «Ella non ebbe in terra più potente attrattiva e più continua che di nascondersi a se stessa e ad ogni creatura, per essere conosciuta unicamente da Dio» (Trattato, n. 2). E questo perché «gli uomini, ancora poco istruiti ed illuminati sulla Persona del Figlio suo, non avessero ad attaccarsi troppo sensibilmente e grossolanamente a Lei» (n. 49). I mistici e i Santi hanno conosciuto e ci hanno rivelato verità stupende sull’amore del Verbo Incarnato per la Vergine sua Madre; verità molto utili alla nostra vera devozione che deve essere una imitazione illuminata e fedele della devozione filiale di Gesù. Essi ci dicono appunto che come Maria con le sue ardenti preghiere aveva anticipato l’Incarnazione del Verbo, così ancora ne anticipò la risurrezione. Dio ascolta le preghiere dei suoi figli, soprattutto nel dolore, e quanto più essi gli sono cari per il loro amore. Non avrebbe dunque dovuto farlo per Colei che cara Gli era sopra ogni altro e che prolungava nel suo Cuore straziato la passione del Figlio?… Pensiamo perciò con fede gioiosa all’incontro di Gesù risorto con la sua Madre Addolorata, all’alba del giorno di Pasqua, per dare a Lei, per prima, la gioia della sua risurrezione, in premio d’averlo concepito, allevato, aiutato in vita e in morte. Pensiamo alla gioia tutta divina dell’Immacolata nel riavere pienamente, ed ora più di prima, Colui che era tutta la sua vita; nel saperlo finalmente libero dalla malvagità degli uomini, libero da ogni sofferenza, trionfatore del peccato e della morte e nel pieno possesso della sua divina felicità!… Era il « suo » Gesù ed era il « suo » Dio. Anche se a Lei era stato dato di conoscere fin dall’Incarnazione la bellezza della sua anima di Figlio di Dio, poteva ora ammirarne lo splendore anche nel corpo, più luminoso, e per sempre, che nella trasfigurazione del Tabor… Ascoltiamo quanto un grande mistico ci dice su questo argomento: «Dio Padre, volendo esaltare il suo diletto Figlio dalle umiliazioni della passione, ha deliberato di restituirgli con infinita larghezza la sua gloria nel giorno della Risurrezione e in quello dell’Ascensione; e, allo stesso modo, per esaltare, dalla umiliazione patita la Santissima Vergine, vuole che dopo essere comparsa come Madre del Figlio dell’Uomo, compaia ora come Madre del Dio della gloria. «Nel momento della sua Risurrezione, Gesù Cristo, pienamente investito dalla Divinità, luminoso della chiarezza e dello splendore del Padre suo, per lo stesso suo amore verso la divina Madre, si unisce a Lei nel suo divino splendore e si porta a Lei come alla Persona più degna che, dopo Dio, mai vi è stata. « Egli dimora in Lei e Lei in Lui; e, poiché nella sua Risurrezione viene rivestito dal Padre dei più sublimi titoli di onore, in premio delle sue umiliazioni e della sua morte, Gesù, attratto dalle divine bellezze e perfezioni che rifulgono nella sua Madre, riconoscente per l’amore che Ella Gli ha manifestato nella sua passione, vuole farla partecipe del suo trionfo e della sua gloria. « Come Padre del futuro secolo, si unisce a Lei, per divenire con Lei un principio di divina generazione per tutto il corpo della Chiesa. « Per questo, avendo ricevuto dal Padre nella sua risurrezione il potere di avere in se stesso la vita per darla agli uomini e santificarli, prende la Santissima Vergine, come nuova Eva, per suo aiuto. « Durante i quaranta giorni che seguirono la sua risurrezione, nostro Signore faceva la sua benedetta Madre partecipe delle sue divine disposizioni e del proprio piano di salvezza; le manifestava particolarmente i desideri ardenti che lo spingevano a salire al Cielo, per riunirsi a Dio suo Padre al fine di lodarlo e glorificarlo. « Da parte sua, Maria provava una brama ardente di seguire il Figlio al Padre per rendergli con Lui tutta la gloria: questo sarebbe avvenuto se Gesù non avesse voluto che Lei restasse sulla terra ad aiutare la Chiesa nascente. L’opera della Madre non era ancora completa. Per mezzo di Lei, Dio aveva dato la vita al Capo: ancora per mezzo suo voleva procurare la formazione di tutto il Corpo mistico. « La vuole Madre di tutta la sua famiglia, cioè di Cristo e dei suoi figli adottivi. Lo zelo per la gloria divina e la carità verso di noi muovevano Maria ad accettare con gioia la missione che il Figlio le affidava di lavorare e far onorare il Padre dagli uomini, restando sulla terra finché la Chiesa non fosse ben costituita. «Era la Serva del Signore. E per questo ne era divenuta la Madre».

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NUVOLE

24 febbraio 2016

Quando i Monti Pallidi non erano ancora pallidi, la nuvola scese sul principe che giaceva sul prato prigioniero del suo sogno: visitare la Luna, che lo aveva stregato facendosi desiderare fino a stringere il suo cuore e non mollarlo più. Il principe salì sulla nuvola gentile che lo trasportò sulla Luna, dove si innamorò della principessa che lo seguì sulla Terra ma qui, lontana dalle sue cime argentate, cominciò a morire di nostalgia e… Il finale dovete scovarlo da soli. Vi basti sapere che da allora i Monti Pallidi divennero pallidi. Molte nuvole scendono apposta per noi, quando ci vedono afflitti da cupi pensieri, preoccupazioni o sogni che riteniamo irrealizzabili. Ma noi non crediamo alle fiabe e quindi commettiamo lo sciocco errore di non salirci sopra. Altrimenti verremmo condotti là dove ci attendono il conforto o la soluzione. Allora la nuvola va a giocare con i bambini, che la prendono sul serio e in lei vedono tutti gli animali che conoscono, e principi e dame, e draghi e cavalieri. E giocano, facendosi portare ovunque lo desiderino. Se le nuvole si arrabbiano e ci scaricano addosso cascate d’acqua, o ce la negano troppo a lungo, vanno comprese. A forza di scrutare nel cuore negli uomini per assecondarne i desideri, hanno imparato a essere volubili e irose. Ad assomigliarci, purtroppo.

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Vangelo (Lc 16,19-31) del giorno dalle letture della Messa (Giovedì 25 Febbraio 2016) con commento comunitario

24 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 16,19-31)

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:

«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.

Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.

Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.

E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Questo è il Vangelo del 25 Febbraio, quello del 24 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto.

Per mezzo di figure Israele imparava a temere Dio e a perseverare nel suo servizio. Dal trattato «Contro le eresie» di sant’Ireneo, vescovo

24 febbraio 2016

(Lib. IV, 14, 2-3; 15, 1; SC 100, 542. 548)
Dio creò l’uomo fin dal principio allo scopo di colmarlo dei suoi doni, scelse i patriarchi per dar loro la salvezza, si preparò per tempo un popolo per insegnare a servire Dio a coloro che lo ignoravano, predispose il ministero dei profeti per educare gli uomini a portare in sé lo Spirito e a godere della comunione con Dio. Egli, che non ha bisogno di nessuno, concesse la comunione con sé a coloro che avevano bisogno di lui. Per coloro che gli erano graditi disegnò l’edificio della salvezza, come farebbe un architetto. Fece egli stesso da guida a coloro che non conoscevano la strada in Egitto. A coloro che andavano errando nel deserto diede una legge quanto mai adatta. Concesse a quelli che entrarono nella terra promessa una degna eredità. Infine in favore di coloro che si convertono al Padre, uccise il vitello grasso e donò loro la veste più bella. Così, in varie maniere, dispose il genere umano in vista della grande «sinfonia» della salvezza.
San Giovanni nell’Apocalisse dice: E la sua «voce era simile al fragore di grandi acque» (Ap 1, 15). E veramente sono molte le acque dello Spirito di Dio, perché il Padre è ricco di infinite risorse. Il Verbo, passando attraverso queste acque offrì con liberalità la sua assistenza a coloro che gli erano sottomessi, prescrivendo a ogni creatura una legge adatta e appropriata. Così diede al popolo le leggi per costruire il tabernacolo, edificare il tempio, eleggere i leviti, come pure per i sacrifici, le offerte e le purificazioni e ogni altra cosa per il servizio del culto. (more…)

Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

23 febbraio 2016

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23 – MADRE NOSTRA NEL DOLORE

Morendo sulla croce, Gesù ci dona Maria per Madre. Madre di grazia: Madre di vita divina. Egli si è incarnato per unire divinamente in Sé il Cielo e la terra; il Creatore e la creatura che si è alienata da Dio con il peccato e «aspetta di essere liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà dei figli di Dio» (Rm 8,21). Si è incarnato per poter comunicare a noi i tesori infiniti della sua ricchezza divina. In Lui tutto ci è donato dal Padre: non abbiamo che da volerlo far nostro… Non ci sfugga l’importanza d’impossessarci del divino, finché c’è dato il tempo sulla terra. Non c’è dubbio: è una conquista dolorosa; ma il possesso sarà eterno… Poiché l’unione fra Dio e l’uomo si è compiuta per tutti in Maria (Lc 1,31-33), allo stesso modo si compie per ciascuno di noi. L’Immacolata è la Creatura vertice, voluta da Dio per questa sublime unione che si compie solo in Lei. Ed è anche vero che, essendosi il Figlio di Dio unito alla nostra umanità peccatrice, si è addossate tutte le conseguenze funeste del peccato, dolore e morte compresi: «Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di tutti. Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori» (Is 53,4). Per mezzo della sofferenza, Gesù Redentore e la sua Madre Santa giungono alla trasformazione divina e alla unione gloriosa con la Trinità. Questo si verificherà pienamente alla loro risurrezione e ascensione al Cielo: «Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza» Is 53,11). Il dolore entra perciò nella vita di Gesù e della Madre sua come mezzo di redenzione e di comunione divina. Ciò vale anche per noi: i frutti della sua passione si raccolgono con la partecipazione alla sua sofferenza: «Partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare alla sua gloria » (Rm 8,17). Poiché la sofferenza è per sua natura contraria alle nostre aspirazioni di figli di Dio, essa è il rimedio più efficace, se accettata con amore, contro l’egoismo che è la ricerca di se stessi nel peccato. Gesù ha sofferto nel corpo e più ancora nel suo spirito: nulla Gli è stato risparmiato per la nostra totale redenzione; Egli ha dovuto bere fino al fondo il calice del dolore (Mt 26,39). Avendo la sofferenza una funzione necessaria nella nostra ricerca di comunione con Dio, è di somma importanza saperci educare al patire: « Se infatti saremo completamente uniti a Cristo con una morte simile alla sua, lo saremo anche nella sua risurrezione» (Rm 6,5). Il dolore è il terreno fertile della grazia divina. La nostra esistenza terrena non è che un soffio fugacissimo al confronto dell’eterno che ci attende. Scopo della nostra esistenza: la configurazione a Cristo. Sarà la misura della nostra partecipazione alla vita della Trinità. Chi vuole comprendere (chi ne ha il dono), sa che non ha del tempo da perdere. E nulla giova allo scopo quanto il dolore accettato con amore. Se noi crediamo che Dio ci ama e vuole perciò il nostro bene eterno, dobbiamo anche credere che Egli non dispone a caso le nostre sofferenze terrene, ma le subordina tutte, dalle minime alle più grandi, alla nostra trasformazione in Cristo, per la nostra gloria eterna. Fu questa la fede che spronò i Santi di tutti i tempi: «Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio » (Eb 12,1-2). Gesù ci ha lasciato la Madre sua dalla croce. Il suo compito materno verso il Figlio sofferente era terminato. Aveva inizio quello verso i peccatori, divenuti a loro volta figli, con il sacrificio della croce. Egli, come aveva voluto avere una madre per la sua vita e il suo dolore, così voleva donarla, nel suo infinito amore, anche a noi. Maria, Madre di grazia, Madre di vita divina. Madre per aiutare l’umano e soprattutto il dolore a trasformarsi in divino. L’ha fatto per Gesù (Lc 2,52). Continua a farlo con noi. Pensiamo a Lei vicina al nostro Dio, fattosi piccolo Bambino, nelle sofferenze della sua divina infanzia. Pensiamola ancora vicino a Lui ai piedi della croce. E poi pensiamola vicina a ciascuno di noi. Meglio, vivente in noi, ora che fusa in unità, con il suo Figlio divino (Gv 17,23), nella Trinità Santissima (Gv 14,10), può, a tutto suo agio, compiere nella nostra vita quelle funzioni materne per le quali ci è stata data da Gesù morente in croce. Non c’è sofferenza umana che Ella non abbia conosciuta e, conoscendola, non abbia trasformata in grazia, cioè in Cristo Gesù, facendolo vivere in Se stessa. Non c’è sofferenza per noi che Ella non possa e non voglia trasformare in vita divina, rigenerando in noi spiritualmente Gesù, fino alla perfezione del totale sacrificio e alla pienezza dell’amore (Gv 15,13). L’anima che a Lei si affida con filiale abbandono, a imitazione del Figlio di Dio, non solo non si arresterà di fronte al dolore, ma saprà fare di esso il mezzo più efficace della sua trasformazione in Cristo. Ci è stata data Madre per questo.

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Vangelo (Mt 20,17-28) del giorno dalle letture della Messa (Mercoledì 24 Febbraio 2016) con commento comunitario

23 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 20,17-28)

In quel tempo, mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».

Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno».
Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».

Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Questo è il Vangelo del 24 Febbraio, quello del 23 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto.

La Passione di tutto il Corpo di Cristo. Dai «Commenti sui salmi» di sant’Agostino, vescovo

23 febbraio 2016

(Salmo 140, 4-6; CCL 40, 2028-2029)

Signore, a te ho gridato, accorri in mio aiuto (cfr. Sal 140, 1). Questo lo possiamo dire tutti. Non lo dico io, bensì il Cristo totale. Ma fu detto da Cristo più specialmente in persona del corpo, perché mentre era quaggiù, pregò portando la nostra umanità, pregò il Padre in persona del corpo. Mentre infatti pregava, da tutto il suo corpo stillavano gocce di sangue, secondo quanto troviamo nel vangelo: «Gesù pregò più intensamente, e sudò sangue» (Lc 22, 44). Che cosa significa questa effusione di sangue da tutto il corpo, se non la passione che tutta la Chiesa continua a sopportare nei suoi martiri?
Signore, a te ho gridato, accorri in mio aiuto; ascolta la mia voce quando ti invoco (cfr. Sal 140, 1). Credevi che fosse già terminata la pena del gridare, quando dicevi: «Ho gridato a te». Hai gridato, sì, ma non crederti ormai al sicuro. Se fosse passata definitivamente la tribolazione, non occorrerebbe più gridare; ma, se la tribolazione della Chiesa, cioè del corpo di Cristo, continua sino alla fine del mondo, non dire soltanto: «Ho gridato a te, accorri in mio aiuto», ma aggiungi: «ascolta la mia voce, quando ti invoco».
«Come incenso salga a te la mia preghiera, le mie mani alzate come sacrificio della sera» (Sal 140, 2).
Ogni cristiano sa che questa espressione viene attribuita al capo stesso. Infatti sul finire della sera il Signore esalò in croce il suo spirito, che poi di nuovo avrebbe ripreso. Non lo esalò infatti contro la sua volontà. Però siamo stati raffigurati anche in questo caso.
Qual parte di lui, infatti, pendeva dalla croce, se non ciò che aveva assunto da noi? Ed allora, come potrebbe avvenire che in un dato momento il Padre lasci e abbandoni l’unico suo Figlio, che è con lui un solo Dio? Tuttavia Cristo, crocifiggendo la nostra debolezza sulla croce, in cui, come dice l’Apostolo: «Il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con Lui» (Rm 6, 6), gridò con la voce della nostra stessa umanità: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Sal 21, 1). (more…)

Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

22 febbraio 2016

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22 – «ECCO LA TUA MADRE!»

«Stavano presso la croce di Gesù sua Madre, la sorella di sua Madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la Madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava; disse alla Madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua Madre!”. E da quel momento il discepolo la prese per sé» (Gv 19,25-27). Maria è vicina alla croce sulla quale muore Gesù. Seguendo il Vangelo, noi l’abbiamo trovata nei momenti chiave della vita del Salvatore; momenti rivelanti la sua funzione materna, divina e spirituale: due maternità strettamente collegate, come la luce alla sua sorgente luminosa. Ricordiamole brevemente. 1°. L’Incarnazione a Nazaret. Con tutto il suo essere umano e divino, l’Immacolata, elevata alla partecipazione della potenza del Padre, dà inizio alla vita del Salvatore, Capo di quel Corpo mistico di cui noi siamo le membra: formati cioè, come dice S. Paolo, della sua carne e delle sue ossa (cf Ef 5,30). «Nel casto seno della Vergine, dove Gesù ha preso carne mortale, si è aggiunto un corpo spirituale, formato da tutti quelli che avrebbero creduto in Lui: e si può dire che Maria, portando Gesù nel suo seno, vi portava pure tutti quelli la cui vita sarebbe stata racchiusa nella vita del Salvatore. Noi tutti dunque dobbiamo dirci generati dal seno della Vergine, donde uscimmo un giorno come un corpo congiuto al capo» (S. Pio X, Ad diem illum, 2 febbraio 1904). 2°. Il Natale a Betlemme. «La generazione di Cristo, dice S. Leone Magno, è l’origine del popolo cristiano e la nascita del Capo è pure la nascita del corpo». «Se Gesù Cristo, Capo degli uomini, nacque da Lei, insegna S. Luigi Maria di Montfort, i predestinati, che sono i membri di questo Capo, debbono pure per necessaria conseguenza, nascere da Lei» (Trattato, n. 32). 3°. La Visitazione di Maria alla cugina Elisabetta. Gesù, presente nel seno della Madre, opera il suo primo miracolo di grazia: santifica Giovanni Battista, suo precursore. È l’alba della mediazione di grazia di Maria; nasce il suo primo figlio spirituale. Gesù, dalla cui pienezza noi tutti abbiamo ricevuto (cf Gv 1,16), mentre ancora vive in Maria, incomincia a effondere la sua vita divina sui redenti. 4°. II Calvario. Troviamo ora la Madre di Gesù unita al Figlio nel sacrificio redentore, dal quale è venuta la vita al mondo: «Il giusto mio servo giustificherà molti. Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza. Io gli darò in premio le moltitudini perché ha consegnato se stesso alla morte» (Is 53). Gesù ha versato il suo Sangue, prezzo del nostro riscatto. Sangue che Egli ha ricevuto da quella Madre che ora, unita a Lui nel dolore, sta generando quei medesimi figli che devono formare la grande famiglia del Padre dei cieli e dei quali Gesù è il primogenito. Battezzato finalmente da quel Sangue, Egli può accendere il fuoco che ha portato dal cielo, quel fuoco d’amore che insieme all’Immacolata sua Madre, l’ha consumato in un unico sacrificio di salvezza. Egli, come ha promesso, lo manderà dal cielo nella Pentecoste. Gesù muore tra spasimi atroci, per darci la vita divina. Ma è legge del peccato che la vita richieda il dolore di una madre (Gen 3,16). La stessa spada di dolore, come Simeone aveva predetto, trapassa l’anima della Madre: «Non fu forse per te, più che una spada quella parola che davvero trapassò l’anima ed arrivò fino a dividere anima e spirito? Ti fu detto infatti: “Donna, ecco il tuo figlio!”» (S. Bernardo). Fu questo il testamento di Gesù. La Madre comprese… Quale cambio doloroso! AI posto del Figlio innocente, gli assassini crudeli… L’anima trafitta della Vergine Madre era divinamente, e più che mai, unita a quella del Figlio crocifisso: unita da quell’unico Amore che aveva unito fin dall’Incarnazione e aveva preparato a questo sacrificio supremo generatore di vita l’Adamo celeste e la nuova Eva, Progenitori dell’umanità redenta. Al di là del dolore che martoriava Madre e Figlio, c’era la gioia, quella di cui il Dio della vita non priva mai i suoi figli, nei momenti anche più tristi. «E da quel momento il discepolo la prese per ogni suo bene». «Il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 6,23): dato a noi dall’amore del Padre (Gv 3,16) e generato nella Vergine Maria (Mt 1,21). Poiché l’uomo non è stato capace di conservare la vita divina affidatagli da Dio nella creazione (Gen 1,26), Dio con infinita bontà e misericordia gliela ridiede con l’Incarnazione del Figlio suo. È dunque da Gesù, Verbo Incarnato, che noi riceviamo la vita divina umanizzata, cioè già umanamente vissuta da Lui (Gv 16,15) e resa perciò più facile a noi peccatori. Consideriamo anche che questa umanizzazione del Divino si è fatta in Maria, la Madre di Gesù (Gal 4,4); è dunque Lei la Madre di questa vita divina, fattasi umana per noi. II rapporto di Madre a Figlio, iniziatosi con l’Incarnazione, resta eterno; per cui, ogni figlio di Dio che riceve dalla pienezza di Gesù, non può non essere il frutto benedetto del seno materno di Maria, Madre di Gesù, unita per sempre dallo Spirito Santo alla potenza del Padre. «Ecco la tua Madre!». Con quanto dolore ci ha generati! Amiamola. E apprezziamo questa vita divina che maternamente Ella ci comunica con tanto amore, per farci figli di Dio.

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Le Rivelazioni Celesti di Santa Brigida di Svezia

22 febbraio 2016

Parole della Regina del cielo alla carissima figlia, che l’informano come debba amare e lodare il Figlio con la Madre.

Capitolo Ottavo

 

Io sono la Regina del Cielo. Tu ti preoccupi come debba lodarmi. Abbi per certo che ogni lode fatta al Figlio mio è una lode per me. Chi disonora Lui, disonora me; perché tanto fervidamente io l’ho amato ed Egli ha amato me, che fummo quasi un cuor solo. Ed Egli ha amato me, vaso di terra e mi ha tanto onorata da esaltarmi al di sopra degli Angeli. Così dunque devi tu lodarmi.
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Vangelo ( Mt 23,1-12) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 23 Febbraio 2016) con commento comunitario

22 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Matteo ( Mt 23,1-12)

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:

«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.

Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.

Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Questo è il Vangelo del 23 Febbraio, quello del 22 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto.

 

Cattedra di San Pietro Apostolo. Angelus di Benedetto XVI

22 febbraio 2016

Angelus, 22 febbraio 2009, Festa della Cattedra di San Pietro | Benedetto XVI

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/angelus/2009/documents/hf_ben-xvi_ang_20090222.html

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La Chiesa di Cristo s’innalza sulla salda fede di Pietro. Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa

22 febbraio 2016

(Disc. 4 sul suo anniversario di elezione, 2-3; PL 54,149-151)

Tra tutti gli uomini solo Pietro viene scelto per essere il primo a chiamare tutte le genti alla salvezza e per essere il capo di tutti gli apostoli e di tutti i Padri della Chiesa. Nel popolo di Dio sono molti i sacerdoti e i pastori, ma la vera guida di tutti è Pietro, sotto la scorta suprema di Cristo. Carissimi, Dio si è degnato di rendere quest’uomo partecipe del suo potere in misura grande e mirabile. E se ha voluto che anche gli altri prìncipi della Chiesa avessero qualche cosa in comune con lui, è sempre per mezzo di lui che trasmette quanto agli altri non ha negato.
A tutti gli apostoli il Signore domanda che cosa gli uomini pensino di lui e tutti danno la stessa risposta fino a che essa continua ad essere l’espressione ambigua della comune ignoranza umana. Ma quando gli apostoli sono interpellati sulla loro opinione personale, allora il primo a professare la fede nel Signore è colui che è primo anche nella dignità apostolica.
Egli dice: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»; e Gesù gli risponde: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mt 16,16-17). Ciò significa: tu sei beato perché il Padre mio ti ha ammaestrato, e non ti sei lasciato ingannare da opinioni umane, ma sei stato istruito da un’ispirazione celeste. La mia identità non te l’ha rivelata la carne e il sangue, ma colui del quale io sono il Figlio unigenito. Gesù continua: «E io ti dico»: cioè come il Padre mio ti ha rivelato la mia divinità, così io ti manifesto la tua dignità. «Tu sei Pietro». Ciò significa che se io sono la pietra inviolabile, la pietra angolare che ha fatto dei due un popolo solo (cfr. Ef 2,14. 20), il fondamento che nessuno può sostituire, anche tu sei pietra, perché la mia forza ti rende saldo. Così la mia prerogativa personale è comunicata anche a te per partecipazione. «E su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (Mt 16,18). Cioè, su questa solida base voglio costruire il mio tempio eterno. La mia Chiesa, destinata a innalzarsi fino al cielo, dovrà poggiare sulla solidità di questa fede.
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preghiera nel periodo di Quaresima e meditazione, Lunedì seconda settimana

22 febbraio 2016

 

La tua parola Signore è lama affilata ed io voglio ascoltarla

Quando la parola di Dio scende nel profondo dell’animo agisce come lama a doppio taglio. Ed è un bene. Guai se dovesse lasciare il marcio dove sta senza estirparne perfino le radici. Il primo taglio, molto incisivo, che Gesù ci rivolge è: “Se il tuo occhio ti è di scandalo, cavatelo. E’ meglio entrare nel regno dei cieli con un solo occhio piuttosto che con tutti e due essere condannati nel fuoco della Geenna”. Duro e perentorio sembra, a prima vista, il comando del Signore. In effetti, è giusto e salutare. A che serve una integrità materiale o corporea se poi manca una integrità morale? Per giungere alla integrità morale è bene sottoporsi a qualsiasi rinuncia o privazione. Il bene è sempre qualcosa di molto costoso. Deve essere rapportato alla grandezza. Costa poco ciò che vale poco! Cavarsi un occhio significa togliere dalla propria mente e dal proprio cuore ogni motivo di scandalo o di defezione. C’è bisogno di purezza e di profondità di sguardo. C’è bisogno di udito attento e docile per ascoltare e seguire il cammino di “conformità”. La posta in gioco è molto preziosa. Non si può barattare come non si possono addurre scuse ed attenuanti. Ci vuole grande forza e grande coraggio per attuare l’esortazione divina. Nello stesso tempo, quando qualcuno mette in pratica la parola di Dio, dimostra di amare veramente se stesso. Svendere la propria dignità è sempre meschino ed ignobile. Ascoltare Dio è fonte di saggezza e garanzia di bontà.

 

Dimmi, Signore, dove posso attingere acqua pura per lavarmi

e collirio prezioso per ridare alla mia vista capacità di vedere Te e seguirti senza indugio.

 

 (brano tratto dal libretto Quaresima – Il cammino di conformità a Cristo Gesù – di N.Giordano)

PREGHIERA PER LA QUARESIMA

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Ufficio delle letture, Prima Lettura: Dagli Atti degli Apostoli 11, 1-18

22 febbraio 2016

Pietro racconta la conversione dei pagani

In quei giorni, gli apostoli e i fratelli che stavano nella Giudea vennero a sapere che anche i pagani avevano accolto la parola di Dio. E quando Pietro salì a Gerusalemme, i circoncisi lo rimproveravano dicendo: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!».
Allora Pietro raccontò per ordine come erano andate le cose, dicendo: «Io mi trovavo in preghiera nella città di Giaffa e vidi in estasi una visione: un oggetto, simile a una grande tovaglia, scendeva come calato dal cielo per i quattro capi e giunse fino a me. Fissandolo con attenzione, vidi in esso quadrupedi, fiere e rettili della terra e uccelli del cielo. E sentii una voce che mi diceva: Pietro, àlzati, uccidi e mangia! Risposi: Non sia mai, Signore, poiché nulla di profano e di immondo è entrato mai nella mia bocca. Ribattè nuovamente la voce dal cielo: Quello che Dio ha purificato, tu non considerarlo profano. Questo avvenne per tre volte e poi tutto fu risollevato di nuovo nel cielo. Ed ecco, in quell’istante, tre uomini giunsero alla casa dove eravamo, mandati da Cesarèa a cercarmi. Lo Spirito mi disse di andare con loro senza esitare. Vennero con me anche questi sei fratelli ed entrammo in casa di quell’uomo. Egli ci raccontò che aveva visto un angelo presentarsi in casa sua e dirgli: Manda a Giaffa e fa’ venire Simone detto anche Pietro; egli ti dirà parole per mezzo delle quali sarai salvato tu e tutta la tua famiglia. Avevo appena cominciato a parlare quando lo Spirito Santo scese su di loro, come in principio era sceso su di noi. Mi ricordai allora di quella parola del Signore che diceva: Giovanni battezzò con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo. Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?».
All’udir questo si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!».

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Miracoli Eucaristici: Il Miracolo di Bordeaux, Francia 1822

22 febbraio 2016

Nel Miracolo Eucaristico di Bordeaux, nell’Ostia esposta per la pubblica adorazione, per oltre venti minuti, apparve Gesù benedicente. Ancora oggi è possibile visitare la Cappella del Miracolo e venerare la preziosa Reliquia dell’Ostensorio dell’apparizione che si conserva a Martillac, in Francia, presso la chiesa della comunità contemplativa «La Solitude».

http://www.reginamundi.info/MiracoliEucaristici/Francia/bordeaux.pdf

Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

21 febbraio 2016

VirgendeLourdes

21 – MARIA NELLA PASSIONE DI GESÙ

La Mamma «sapeva» che Gesù, il Figlio suo, Salvatore del mondo, era «l’Agnello di Dio, la Vittima che doveva togliere il peccato del mondo» (cf Gv 1,29). Per luce divina Ella penetrava il senso profondo di quanto lo Spirito Santo aveva detto per bocca dei profeti, Lei, la Piena di grazia, dei profeti Regina e Sposa Immacolata dello Spirito Santo. Salmi e profezie avevano descritto fin nei particolari la sorte dolorosa del Messia: «Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire. Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori. Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come un agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai tosatori. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte» (1s53). Tutto questo la Mamma sapeva, prima che Dio si facesse suo Figlio e sapeva come «quella» Mamma poteva e doveva sapere: Lei che era chiamata a condividere e a corredimere, per amore dell’umanità. «Chi si affligge per la sua sorte?», aveva detto il profeta. Non ci voleva almeno «una» creatura che per tutte comprendesse la santità e l’amore di un Dio-Incarnato e ne condividesse in modo degno le pene?… Il Vangelo ci fa trovare la Madre di Gesù sul Calvario, ai piedi della croce. Ella si trovava già a Gerusalemme per la Pasqua, per «quella» Pasqua. Prima di incomincaire la sua Passione, Gesù le diede l’addio. Nessuno quanto -Lei ne era interessato; nessuno quanto Lei poteva e voleva condividerla… Egli che chiese, implorando, preghiera e conforto ai suoi tre apostoli più amati: «la mia anima è triste fino alla morte; restate qui e pregate con me» (Mt 26,38) (aiuto che i tre apostoli non sppero dare), come non può aver chiesto con infinita riconoscenza la preghiera e il conforto della sua Madre?… Non facciamo un Gesù disumano, per la paura di farlo meno Dio! La nostra umanità, così povera, ha tante cose ancora da imparare dalla sua, tutta divina… «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Sal 22,2). Così diceva il salmo che Gesù ripete sulla croce. E continuava: «Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo; a te gridarono i nostri padri e furono salvati… Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo» (vv. 7.7). E il Salmo del dolore ricordava anche l’affetto della Madre: «mi hai fatto riposare sul petto di mia madre: da me non stare lontano, poiché l’angoscia è vicina e nessuno mi aiuta» (v. 12). La Madre ben conosceva «l’ora» per la quale il Figlio era venuto e, quanto più l’abbandono del Cielo si faceva doloroso, tanto più Egli doveva sentire la sua presenza confortante. Ella è vicina alla croce di Gesù. La tradizione la fa già incontrare con Lui all’inizio della via che conduce al Calvario, come ci ricorda la quarta Stazione della Via Crucis. E non v’è dubbio che l’Addolorata abbia vissuto, momento per momento,. tutta la passione del Figlio Redentore: «Sono stato crocifisso con Cristo, ci dice S. Paolo, e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Molti mistici dopo di lui hanno partecipato in modo impressionante alla vita dolorosa del Salvatore, nel corpo e nello spirito: pensiamo a Padre Pio, Alessandrina da Costa, Teresa Musco e tanti altri dei giorni nostri. Che cosa ha unito queste anime elette a Gesù sofferente se non l’amore? L’Amore che unifica le Persone divine nella Trinità, unifica e trasforma ancora le anime in Cristo. La grandezza dell’amore è la misura di questa unione e identificazione. Che dire, allora, dell’Addolorata il cui amore supera immensamente quello di tutte le creature insieme, santi e angeli compresi? La Liturgia dà al suo dolore l’ampiezza del mare (Liturgia dell’Addolorata). Meditiamo questo dolore materno che ha fatto dei figli di Eva i veri figli della Madre di Gesù! (cf Gv 19,26-27). Non separiamo Maria da Gesù, nella contemplazione dei misteri evangelici: crediamo che non vi può essere sguardo più amoroso per Gesù dello sguardo di sua Madre e facciamo nostro questo sguardo d’amore. Contempliamo Gesù con gli occhi e il cuore dell’Addolorata e capiremo ben presto quanto Egli vive in lei e quanto Ella desidera farlo vivere in noi. Gesù vive nella sua Santa Madre e vuole vivere in tutti i redenti per mezzo di Lei. Contempliamolo nella sua passione, uniti alla Madre Addolorata: ci farà sentire quanto ha partecipato alla sua agonia; guardandolo con Lei flagellato comprenderemo quanto le sue carni materne ne abbiano sofferto; come la sua fronte sia stata penetrata e trafitta dalle spine. Con Lei, incontrandolo sulla via del Calvario, proveremo il peso di quella croce, nella estenuante fatica del salire e nello strazio della crocifissione. La Mamma ci farà prima capire e poi vivere come Lei ha vissuto quei misteri, inebriandoci di essi. Non solo: la partecipazione al suo patire di Madre che era, come il patire di Gesù, detestazione del peccato e purificazione da esso, opererà in noi quegli stessi sentimenti, dandoci la grazia di volerci emendare dal male, con l’amore al patire. Questo desidera la Madre divina da noi e per noi. Ella è Madre di quella grazia (vita di Gesù) che Lei stessa ha vissuto in unione al nostro Salvatore. Grazia che ora la fa felice con Lui nel cielo. E per sempre farà felici anche noi.

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Addio a Umberto Eco e Harper Lee, il cordoglio di Mattarella – Radio Vaticana

21 febbraio 2016

 

20/02/2016
Il mondo della cultura piange Umberto Eco e la scrittrice Harper Lee che si sono spenti ieri all’età, rispettivamente, di 84 e 89 anni. A livello internazionale, la fama di Umberto Eco – scrittore, filosofo e semiologo – è legata, in particolare, al romanzo ‘Il nome della rosa’; mentre la scrittrice statunitense è nota in tutto il mondo per ‘Il buio oltre la siepe’, capolavoro sulla segregazione razziale negli Stati Uniti. Il servizio di Marco Guerra:

Umberto Eco è stato un vero è proprio intellettuale enciclopedico, forse l’ultimo. Il suo eclettismo lo portò a combinare filosofia e cultura di massa. È stato autore di numerosi saggi di semiotica, filosofia del linguaggio, testi di linguistica e sui processi di comunicazione. Grande la passione per la cultura Medioevale che coltivò fin da giovane con una tesi sull’estetica di San Tommaso d’Aquino. E’ stato anche autore televisivo in Rai negli anni ‘50. Scrisse la “fenomenologia di Mike Bongiorno“. Lunga la sua carriera universitaria: tenne corsi in diversi atenei italiani e di tutto il mondo. È stato direttore dell’Istituto di Comunicazione e spettacolo del Dams a Bologna e  diede impulso anche alla nascita del  Corso di Laurea in Scienze della comunicazione. Nel 1980 il suo debutto letterario con ‘Il nome della rosa’ con cui raggiunse la fama mondiale. L’apice del successo arriva nel 1988 con la pubblicazione del ‘Pendolo di Foucault’. Ha maneggiato con intelligenza e ironia tutta l’eredita culturale occidentale.
Per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Umberto Eco era “un uomo libero, dotato di un profondo spirito critico e di grande passione civile”, un “protagonista del dibattito intellettuale italiano e internazionale”. “Osservatore acuto, disincantato, scrittore finissimo, anticipatore e sperimentatore di fenomeni e tendenze” – prosegue Mattarella – “si è sempre proiettato nella dimensione internazionale, lontano da ogni chiusura dogmatica o provinciale”. Per il presidente del Consiglio Renzi, Umberto Eco è un “esempio straordinario di intellettuale europeo, univa una intelligenza unica del passato a una inesauribile capacità di anticipare il futuro”.
Il poeta bolognese Davide Rondoni afferma, da parte sua, che “Umberto Eco è uno che ha provato a fare l’intellettuale enciclopedico, forse fuori tempo massimo, assomigliando all’avventura illuministica, cioè all’idea del luogo enciclopedico. Lascia sicuramente l’idea dell’ecclettismo, di un intellettuale che può parlare da Paperino a San Tommaso e con una certa facilità, una certa arguzia e una certa ironia. Forse lascia, purtroppo – dice – un’idea anche relativista del sapere e della cultura”. Sul rapporto di Eco con la fede, Rondoni aggiunge: “Come tutti quelli che dicono di aver abbandonato la fede, alla fine Dio rimane loro nel petto e negli occhi come grande problema, come grande questione… Nella seconda parte, la parte più nota della sua carriera, Umberto Eco, dopo aver abiurato la fede giovanile, ha cercato in tutti i modi di far fuori questo Dio scomodo, arrivando ad accusarlo – fino alla fine – di essere il responsabile delle peggiori efferatezze della storia. Di fatto, anche qui c’è lo strano paradosso di una classe intellettuale che ha costruito la sua carriera sulla negazione della verità, sulla possibilità della verità e la negazione di Dio e alla fine, probabilmente, ha interessato la gente proprio perché parlava di Dio”.
Nello stesso giorno della svcomparsa di Eco, si è spenta, all’età di 89 anni, anche la scrittrice statunitese Harper Lee. La Lee è stata resa celebre dal suo romanzo “Il buio oltre la siepe”, storia di ingiustizia e razzismo ambientata negli anni ’30 in una cittadina dell’Alabama, durante il periodo della segregazione razziale nel Sud degli Stati Uniti. Negli Usa, ma anche in altri Paesi, il testo costituisce lettura obbligatoria nelle scuole.

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Vangelo ( Mt 16,13-19 ) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 22 Febbraio 2016) con commento comunitario

21 febbraio 2016

CATTEDRA DI SAN PIETRO APOSTOLO – Festa

Dal Vangelo secondo Matteo ( Mt 16,13-19 ) 

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».

Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

Parola del Signore
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Questo è il Vangelo del 22 Febbraio, quello del 21 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto.

San Pier Damiani. Udienza Generale di Benedetto XVI

21 febbraio 2016

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 9 settembre 2009

 

San Pier Damiani

Cari fratelli e sorelle,

durante le catechesi di questi mercoledì sto trattando di alcune grandi figure della vita della Chiesa fin dalle sue origini. Oggi vorrei soffermarmi su una delle più significative personalità del secolo XI, san Pier Damiani, monaco, amante della solitudine e, insieme, intrepido uomo di Chiesa, impegnato in prima persona nell’opera di riforma avviata dai Papi del tempo. Nacque a Ravenna nel 1007 da famiglia nobile, ma disagiata. Rimasto orfano di ambedue i genitori, visse un’infanzia non priva di stenti e di sofferenze, anche se la sorella Roselinda si impegnò a fargli da mamma e il fratello maggiore Damiano lo adottò come figlio. Proprio per questo sarà poi chiamato Piero di Damiano, Pier Damiani. La formazione gli venne impartita prima a Faenza e poi a Parma, dove, già all’età di 25 anni, lo troviamo impegnato nell’insegnamento. Accanto ad una buona competenza nel campo del diritto, acquisì una raffinata perizia nell’arte del comporre – l’ars scribendi – e, grazie alla sua conoscenza dei grandi classici latini, diventò “uno dei migliori latinisti del suo tempo, uno dei più grandi scrittori del medioevo latino” (J. Leclercq, Pierre Damien, ermite et homme d’Église, Roma 1960, p. 172).

Si distinse nei generi letterari più diversi: dalle lettere ai sermoni, dalle agiografie alle preghiere, dai poemi agli epigrammi. La sua sensibilità per la bellezza lo portava alla contemplazione poetica del mondo. Pier Damiani concepiva l’universo come una inesauribile “parabola” e una distesa di simboli, da cui partire per interpretare la vita interiore e la realtà divina e soprannaturale. In questa prospettiva, intorno all’anno 1034, la contemplazione dell’assoluto di Dio lo spinse a staccarsi progressivamente dal mondo e dalle sue realtà effimere, per ritirarsi nel monastero di Fonte Avellana, fondato solo qualche decennio prima, ma già famoso per la sua austerità. Ad edificazione dei monaci egli scrisse la Vita del fondatore, san Romualdo di Ravenna, e s’impegnò al tempo stesso ad approfondirne la spiritualità, esponendo il suo ideale del monachesimo eremitico.

Un particolare va subito sottolineato: l’eremo di Fonte Avellana era dedicato alla Santa Croce, e la Croce sarà il mistero cristiano che più di tutti gli altri affascinerà Pier Damiani. “Non ama Cristo, chi non ama la croce di Cristo”, afferma (Sermo XVIII, 11, p. 117) e si qualifica come: “Petrus crucis Christi servorum famulus – Pietro servitore dei servitori della croce di Cristo” (Ep, 9, 1). Alla Croce Pier Damiani rivolge bellissime orazioni, nelle quali rivela una visione di questo mistero che ha dimensioni cosmiche, perché abbraccia l’intera storia della salvezza: “O beata Croce – egli esclama – ti venerano, ti predicano e ti onorano la fede dei patriarchi, i vaticini dei profeti, il senato giudicante degli apostoli, l’esercito vittorioso dei martiri e le schiere di tutti i santi” (Sermo XLVIII, 14, p. 304). Cari fratelli e sorelle, l’esempio di san Pier Damiani spinga anche noi a guardare sempre alla Croce come al supremo atto di amore di Dio nei confronti dell’uomo, che ci ha donato la salvezza.

Per lo svolgimento della vita eremitica, questo grande monaco redige una Regola in cui sottolinea fortemente il “rigore dell’eremo”: nel silenzio del chiostro, il monaco è chiamato a trascorrere una vita di preghiera, diurna e notturna, con prolungati ed austeri digiuni; deve esercitarsi in una generosa carità fraterna e in un’obbedienza al priore sempre pronta e disponibile. Nello studio e nella meditazione quotidiana della Sacra Scrittura, Pier Damiani scopre i mistici significati della parola di Dio, trovando in essa nutrimento per la sua vita spirituale. In questo senso egli qualifica la cella dell’eremo come “parlatorio dove Dio conversa con gli uomini”. La vita eremitica è per lui il vertice della vita cristiana, è “al culmine degli stati di vita”, perché il monaco, ormai libero dai legami del mondo e del proprio io, riceve “la caparra dello Spirito Santo e la sua anima si unisce felice allo Sposo celeste” (Ep 18, 17; cfr Ep 28, 43 ss.). Questo risulta importante oggi pure per noi, anche se non siamo monaci: saper fare silenzio in noi per ascoltare la voce di Dio, cercare, per così dire un “parlatorio” dove Dio parla con noi: Apprendere la Parola di Dio nella preghiera e nella meditazione è la strada della vita.

San Pier Damiani, che sostanzialmente fu un uomo di preghiera, di meditazione, di contemplazione, fu anche un fine teologo: la sua riflessione sui diversi temi dottrinali lo porta a conclusioni importanti per la vita. Così, ad esempio, espone con chiarezza e vivacità la dottrina trinitaria utilizzando già, sulla scorta dei testi biblici e patristici, i tre termini fondamentali, che sono poi divenuti determinanti anche per la filosofia dell’Occidente, processio, relatio e persona (cfr Opusc. XXXVIII: PL CXLV, 633-642; e Opusc. II eIII: ibid., 41ss e 58ss). Tuttavia, poiché l’analisi teologica del mistero lo conduce a contemplare la vita intima di Dio e il dialogo d’amore ineffabile tra le tre divine Persone, egli ne trae conclusioni ascetiche per la vita in comunità e per gli stessi rapporti tra cristiani latini e greci, divisi su questo tema. Pure la meditazione sulla figura di Cristo ha riflessi pratici significativi, essendo tutta la Scrittura centrata su di Lui. Lo stesso “popolo dei giudei, – annota san Pier Damiani – attraverso le pagine della Sacra Scrittura, ha come portato Cristo sulle spalle” (Sermo XLVI, 15). Cristo pertanto, egli aggiunge, deve essere al centro della vita del monaco: “Cristo sia udito nella nostra lingua, Cristo sia veduto nella nostra vita, sia percepito nel nostro cuore” (Sermo VIII, 5). L’intima unione con Cristo impegna non solo i monaci, ma tutti i battezzati. Troviamo qui un forte richiamo anche per noi a non lasciarci assorbire totalmente dalle attività, dai problemi e dalle preoccupazioni di ogni giorno, dimenticandoci che Gesù deve essere veramente al centro della nostra vita.

La comunione con Cristo crea unità d’amore tra i cristiani. Nella lettera 28, che è un geniale trattato di ecclesiologia, Pier Damiani sviluppa una profonda teologia della Chiesa come comunione. “La Chiesa di Cristo – egli scrive – è unita dal vincolo della carità a tal punto che, come è una in più membri, così è tutta intera misticamente nel singolo membro; cosicché l’intera Chiesa universale si denomina giustamente unica Sposa di Cristo al singolare, e ciascuna anima eletta, per il mistero sacramentale, viene considerata pienamente Chiesa”. E’ importante questo: non solo che l’intera Chiesa universale sia unita, ma in ognuno di noi dovrebbe essere presente la Chiesa nella sua totalità. Così il servizio del singolo diventa “espressione dell’universalità” (Ep 28, 9-23). Tuttavia l’immagine ideale della “santa Chiesa” illustrata da Pier Damiani non corrisponde lo sapeva bene – alla realtà del suo tempo. Per questo non teme di denunziare lo stato di corruzione esistente nei monasteri e tra il clero, a motivo, soprattutto, della prassi del conferimento, da parte delle Autorità laiche, dell’investitura degli uffici ecclesiastici: diversi vescovi e abati si comportavano da governatori dei propri sudditi più che da pastori d’anime. Non di rado la loro vita morale lasciava molto a desiderare. Per questo, con grande dolore e tristezza, nel 1057 Pier Damiani lascia il monastero e accetta, pur con difficoltà, la nomina a Cardinale Vescovo di Ostia, entrando così pienamente in collaborazione con i Papi nella non facile impresa della riforma della Chiesa. Ha visto che non era sufficiente contemplare e ha dovuto rinunciare alla bellezza della contemplazione per portare il proprio aiuto nell’opera di rinnovamento della Chiesa. Ha rinunciato così alla bellezza dell’eremo e con coraggio ha intrapreso numerosi viaggi e missioni.

Per il suo amore alla vita monastica, dieci anni dopo, nel 1067, ottiene il permesso di tornare a Fonte Avellana, rinunciando alla diocesi di Ostia. Ma la sospirata quiete dura poco: già due anni dopo viene inviato a Francoforte nel tentativo di evitare il divorzio di Enrico IV dalla moglie Berta; e di nuovo due anni dopo, nel 1071, va a Montecassino per la consacrazione della chiesa abbaziale e agli inizi del 1072 si reca a Ravenna per ristabilire la pace con l’Arcivescovo locale, che aveva appoggiato l’antipapa provocando l’interdetto sulla città. Durante il viaggio di ritorno al suo eremo, un’improvvisa malattia lo costringe a fermarsi a Faenza nel monastero benedettino di Santa Maria Vecchia fuori porta, e lì muore nella notte tra il 22 e il 23 febbraio del 1072.

Cari fratelli e sorelle, è una grande grazia che nella vita della Chiesa il Signore abbia suscitato una personalità così esuberante, ricca e complessa, come quella di san Pier Damiani e non è comune trovare opere di teologia e di spiritualità così acute e vive come quelle dell’eremita di Fonte Avellana. Fu monaco fino in fondo, con forme di austerità, che oggi potrebbero sembrarci persino eccessive. In tal modo, però, egli ha fatto della vita monastica una testimonianza eloquente del primato di Dio e un richiamo per tutti a camminare verso la santità, liberi da ogni compromesso col male. Egli si consumò, con lucida coerenza e grande severità, per la riforma della Chiesa del suo tempo. Donò tutte le sue energie spirituali e fisiche a Cristo e alla Chiesa, restando però sempre, come amava definirsi, Petrus ultimus monachorum servus, Pietro, ultimo servo dei monaci.

© Copyright 2009 – Libreria Editrice Vaticana

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La legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa

21 febbraio 2016

(Disc. 51, 3-4. 8; PL 54, 310-311. 313)

Il Signore manifesta la sua gloria alla presenza di molti testimoni e fa risplendere quel corpo, che gli è comune con tutti gli uomini, di tanto splendore, che la sua faccia diventa simile al fulgore del sole e le sue vesti uguagliano il candore della neve.
Questa trasfigurazione, senza dubbio, mirava soprattutto a rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce, perché l’umiliazione della Passione, volontariamente accettata, non scuotesse la loro fede, dal momento che era stata rivelata loro la grandezza sublime della dignità nascosta del Cristo.
Ma, secondo un disegno non meno previdente, egli dava un fondamento solido alla speranza della santa Chiesa, perché tutto il Corpo di Cristo prendesse coscienza di quale trasformazione sarebbe stato oggetto, e perché anche le membra si ripromettessero la partecipazione a quella gloria, che era brillata nel Capo.
Di questa gloria lo stesso Signore, parlando della maestà della sua seconda venuta, aveva detto: «Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13, 43). La stessa cosa affermava anche l’apostolo Paolo dicendo: «Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rm 8, 18). In un altro passo dice ancora: «Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria» (Col 3, 3. 4). (more…)

preghiera nel periodo di Quaresima e meditazione, Domenica Seconda Settimana

21 febbraio 2016

Insegnami, Signore, le tue vie e custodirò i tuoi precetti.

Le grandi arti s’imparano alle grandi scuole. Nel campo dello spirito non c’è posto per gli autodidatti né per gli egoisti presuntuosi. Gesù è il vero Maestro. Le sue parole sono parole di vita. I suoi contemporanei che, spesse volte, cercavano di metterlo in difficoltà, riconoscevano che nessuno mai aveva parlato come Lui. Gesù si presenta anche come il nuovo e grande profeta mandato da Dio. Nel momento finale della sua vita, prima di morire, mentre lavava i piedi agli apostoli, disse: “Voi mi chiamate Maestro e fate bene, perché lo sono”. Così lo chiamavano tutti; anche la folla che accorreva per ascoltarlo trascurando le personali necessità. Per giungere alla “conformità” è indispensabile porsi alla scuola dell’unico vero Maestro. Sant’Atanasio, quando parla della “restaurazione dell’uomo”, afferma che soltanto Colui che era la vera Immagine poteva restaurare le altre immagini. Soltanto colui che ha in sé la natura divina può insegnare all’uomo come entrare e stabilirsi nella natura divina. Il processo di divinizzazione lo conosce soltanto Gesù. Quando egli ripete “io vi dico” è chiaro che lo fa con autorità somma che è certezza di verità. Lo stesso Gesù mette in guardia tutti dai falsi cristi e dai falsi profeti. Quando egli mise alla prova i suoi discepoli dicendo “volete andarvene anche voi”, giustamente Pietro gli rispose: “Dove possiamo andare noi, Signore! Tu solo hai parole di vita eterna”. Il pericolo degli altri maestri è molto diffuso. Troppe verità circolano nella mente degli uomini. Tutti credono di essere maestri e giudici e non vogliono sottostare alla vera dottrina insegnata da Gesù. Tutti, però, abbiamo il dovere di stare e di crescere alla sua scuola.

Parlami, Signore: tu solo hai parole di vita eterna

ed io non voglio ascoltare altri se non te, sommo ed unico bene.

PREGHIERA PER LA QUARESIMA

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Liturgia del giorno: Audio salmo 27(26)

20 febbraio 2016

Domenica, 21_ Febbraio_2016


Il Signore è mia luce e mia salvezza.

[1] Di Davide.
Il Signore è mia luce e mia salvezza,
di chi avrò paura?
Il Signore è difesa della mia vita,
di chi avrò timore?

[2] Quando mi assalgono i malvagi
per straziarmi la carne,
sono essi, avversari e nemici,
a inciampare e cadere.

[3] Se contro di me si accampa un esercito,
il mio cuore non teme;
se contro di me divampa la battaglia,
anche allora ho fiducia.

[4] Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per gustare la dolcezza del Signore
ed ammirare il suo santuario.

[5] Egli mi offre un luogo di rifugio
nel giorno della sventura.
Mi nasconde nel segreto della sua dimora,
mi solleva sulla rupe.

[6] E ora rialzo la testa
sui nemici che mi circondano;
immolerò nella sua casa sacrifici d’esultanza,
inni di gioia canterò al Signore.

[7] Ascolta, Signore, la mia voce.
Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi.

[8] Di te ha detto il mio cuore: “Cercate il suo volto”;
il tuo volto, Signore, io cerco.

[9] Non nascondermi il tuo volto,
non respingere con ira il tuo servo.
Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi,
non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.

[10] Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato,
ma il Signore mi ha raccolto.

[11] Mostrami, Signore, la tua via,
guidami sul retto cammino,
a causa dei miei nemici.

[12] Non espormi alla brama dei miei avversari;
contro di me sono insorti falsi testimoni
che spirano violenza.

[13] Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.

[14] Spera nel Signore, sii forte,
si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore.     

http://www.reginamundi.info/Bibbia-mp3/Salmi/salmo-27.asp

«Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».

Lc 9,28-36

 

 

Gesù, pensaci Tu

 

Perché vi confondete agitandovi? Lasciate a Me la cura delle vostre cose e tutto si calmerà. Vi dico, in verità che ogni atto di vero, cieco completo abbandono in me produce l’effetto che desiderate e risolve le situazioni più spinose. Abbandonarsi a Me non significa arrovellarsi, sconvolgersi e disperarsi, volgendo poi a Me una preghiera agitata perché Io segua voi e cambiare così l’agitazione in preghiera.

 

Abbandonarsi, significa chiudere placidamente gli occhi dell’anima, stornare il pensiero della tribolazione e rimettersi a Me, perché lo solo vi faccia trovare, come bimbi addormentati nelle braccia materne, all’altra riva.

 

Quello che vi sconvolge e vi fa un male immenso è il vostro ragionamento, il vostro pensiero, il vostro assillo e il volere ad ogni costo provvedere voi a ciò che vi affligge. Quante cose Io opero quando l’anima, nelle sue necessità spirituali e in quelle materiali, si volge a Me, mi guarda e, dicendomi “PENSACI TU” chiude gli occhi e riposa!

 

Avete poche Grazie quando vi assillate per produrle; ne avete moltissime quando in preghiera è un affidamento pieno a Me. Voi nel dolore pregate perché lo tolga, ma perché lo tolga come voi credete… Vi rivolgete a Me, ma volete che Io mi adatti alle vostre idee; non siete infermi che domandano al medico la cura, ma che gliela suggeriscono.

 

Non fate così ma come vi ho insegnato nel Pater: “SIA SANTIFICATO IL TUO NOME”, cioè sii glorificato in questa mia necessità: “VENGA IL TUO REGNO”, ossia, tutto concorra al tuo Regno in noi e nel mondo, “SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ”, PENSACI TU.

http://www.parrocchie.it/calenzano/santamariadellegrazie/GESU%20PENSACI%20TU.htm

Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

20 febbraio 2016

VirgendeLourdes

 

20 – MARIA E LA PASSIONE DI GESÙ

«Sono venuto a portare il fuoco sulla terra: e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato finché non sia compiuto!» (Lc 12,49.50). Quale fuoco, quale battesimo? L’Incarnazione, la grande auto-rivelazione di Dio all’uomo, ci ha fatto conoscere l’amore immenso del Creatore per la sua creazione. Dio era liberissimo di creare o no: Egli è l’Essere infinito, perfettissimo, cui nulla manca per essere felice. Creando per amore, doveva logicamente amare la sua creazione con un amore pari al suo Essere, cioè infinito, e farle ancora il dono totale di Sé: «l’amore più grande è donare la vita» (cf Gv 15,13). Questo ha fatto con l’Incarnazione. Quanto ci resta da scoprire di questo amore!… Che l’ha spinto ad incarnarsi per una umanità peccatrice, per ridonare cioè la vita divina all’uomo che ne aveva fatto getto con un orgoglio stolto. La logica dell’amore esigeva la morte di Dio-incarnato. Dio è Dono di Sé, totale e infinito, nella sua vita divina, trinitaria: non può perciò non essere dono totale anche nelle sue opere: prima fra tutte l’Incarnazione redentrice. Questo amore che faceva divinamente battere il Cuore di Gesù, lo spingeva di conseguenza al dono totale di sé «mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Gesù stesso ci ha fatto conoscere questa dinamica irresistibile d’amore che lo spingeva con ansia al suo battesimo di sangue. A più riprese, nel suo Vangelo, Egli ha annunciato ai suoi discepoli la conclusione dolorosa della sua vita. Un discorso non facile ad intendersi. Per questo l’ha proposto solo dopo averli formati alla sua scuola d’amore e di sacrificio. «Da allora, e cioè da quando l’ebbero riconosciuto per il Figlio di Dio, Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno» (Mt 16,21). La reazione fu immediata, energica e proprio da parte di Pietro il quale aveva appena professato la divina missione di Gesù ed era stato da Lui proclamato “pietra-fondamento” della sua futura Chiesa» (cf Mt 16,16-20). Il Maestro richiama con fermezza il discepolo, per formarlo alla mentalità della redenzione. La lezione resterà tuttavia difficile: nell’ora della prova Pietro giungerà a rinnegare Gesù, imprecando e giurando di non conoscerlo (cf Mc 14,71). «Mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù ritorna sull’argomento: “Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà”» (Mt 17,23.23). Questo secondo annuncio della passione segue immediatamente la trasfigurazione di cui Pietro era stato testimone entusiasta (Mt 17,1-13). E siamo ormai prossimi alla passione. Addirittura sulla via che porta a Gerusalemme per l’ultima Pasqua. Gesù prende in disparte i suoi dodici: «Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi, che lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché sia schernito e flagellato e crocifisso; ma il terzo giorno risusciterà» (Mt 20,17-19). Quale la risposta dei discepoli?… La richiesta di una distinzione d’onore, fatta dalla madre di Giacomo e Giovanni: «Di’ che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno» (Mt 20,21). Gesù paziente richiama ancora una volta alla realtà della redenzione: si giunge alla gloria, bevendo il calice (cf Mt 20,22). Quale contrasto! Gesù, innocente, ama il sacrificio e gli va incontro come ad una festa lungamente, da sempre, attesa. È l’ora per la quale Egli è venuto; l’ora che dà il senso alla sua vita: la «sua» ora; perché può dare la prova definitiva del suo amore più grande (Gv 15,13). E noi, peccatori, rifuggiamo dal sacrificio, triste conseguenza dei nostri peccati. Ama veramente Dio chi ne comprende l’amore; chi lo fa suo, nella accettazione del sacrificio. In questa luce vediamo Maria, la Madre di Gesù. L’Immacolata Concezione: la creatura tutta innocenza, pura capacità d’amore e perciò, come il Figlio, totale capacità di dono, di offerta di sé. Gesù ama la sua passione: perché ama il Padre e gli uomini, prima fra tutti la Madre sua, per la redenzione della quale anela al sacrificio. Anche l’Immacolata la ama, perché ama il Padre ed ama il Figlio suo: lo ama più di se stessa. Per questo vorrebbe fare sue tutte le pene di Lui, pur di non vederlo soffrire, o almeno per mitigargliele. L’abbiamo visto: Ella aderì con tutta l’intensità della sua grazia alla sorte di vittima di Gesù, fin dal momento della sua incarnazione, offrendosi con Lui al Padre per procurargli la gloria della redenzione. Unita all’offerta del Figlio; divinamente accesa da quel medesimo fuoco che Egli era venuto a portare alla terra; fu questa la fiamma che alimentò il dono totale di sé, consumandolo sul Calvario insieme con Lui. Unico l’amore, unico il sacrificio. Di diverso l’indicibile pena che tutte le altre di gran lunga superava: per Gesù, vedere soffrire sua Madre; per l’Immacolata, vedere soffrire suo Figlio-Dio. Divina la sete di patire che li condusse uniti, giorno per giorno, fino al Calvario, in un totale abbandono di fiducia e di amore al Padre dei Cieli, per la sua gloria e per la salvezza di tutti noi, figli peccatori.

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Chiese dedicate a Maria Immacolata: Chiesa di Santa Maria Immacolata (Alassio)

20 febbraio 2016

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La chiesa di Santa Maria Immacolata – già chiesa dei Cappuccini – è un luogo di culto cattolico di Alassio, in provincia di Savona, situato in piazza San Francesco

Cenni storici e descrizione

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Vangelo ( Lc 9,28b-36 ) del giorno dalle letture della Messa (Domenica 21 Febbraio 2016) con commento comunitario

20 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Luca ( Lc 9,28b-36 )

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.

Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.

Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.

Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».

Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Questo è il Vangelo del 21 Febbraio, quello del 20 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto.

Gli interrogativi più profondi dell’uomo. Dalla Costituzione pastorale «Gaudium et spes» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo

20 febbraio 2016

(Nn. 9-10)
Il mondo si presenta oggi potente a un tempo e debole, capace di operare il meglio e il peggio, mentre gli si apre dinanzi la strada della libertà o della schiavitù, del progresso o del regresso, della fraternità o dell’odio. Inoltre l’uomo si rende conto che dipende da lui orientare bene le forze da lui stesso suscitate e che possono schiacciarlo o servirgli. Per questo si pone degli interrogativi.
In verità gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo. È proprio all’interno dell’uomo che molti elementi si contrastano a vicenda. Da una parte, infatti, come creatura, esperimenta in mille modi i suoi limiti; dall’altra parte si accorge di essere senza confini nelle sue aspirazioni e chiamato a una vita superiore. Sollecitato da molte attrattive, è costretto sempre a sceglierne qualcuna e a rinunziare alle altre. Inoltre, debole e peccatore, non di rado fa quello che non vorrebbe e non fa quello che vorrebbe (cfr. Rm 7, 14 segg.). Per cui soffre in se stesso una divisione, dalla quale provengono anche tante e così gravi discordie nella società. Certamente moltissimi che vivono in un materialismo pratico, sono lungi dall’avere la chiara percezione di questo dramma, o per lo meno, se sono oppressi dalla miseria, non hanno modo di rifletterci. Molti credono di trovare pace in una interpretazione della realtà proposta in assai differenti maniere. Alcuni poi dai soli sforzi umani attendono una vera e piena liberazione della umanità, e sono persuasi che il futuro regno dell’uomo sulla terra appagherà tutti i desideri del loro cuore. Né manca chi, disperando di dare uno scopo alla vita, loda l’audacia di quanti, stimando vuota di ogni senso proprio l’esistenza umana, si sforzano di darne una spiegazione completa solo col proprio ingegno. (more…)

preghiera nel periodo di Quaresima e meditazione, Sabato Prima Settimana

20 febbraio 2016

Donami un cuore semplice e degli occhi puri, o Signore!

Quando una persona si chiude in se stessa e si nega agli altri dimostra di essere avara, invidiosa, gelosa e soprattutto piena di concupiscenza. Questo vizio è pari all’ingordigia propria di chi non è mai sazio del piacere, della comodità, del proprio benessere. La Sacra Scrittura ci mette in guardia da questo vizio quando ci fa riflettere sul particolare che Gesù non ci sottrae al mondo ma dice di guardarsi dai vizi della superbia degli occhi, della vanità della mente e della concupiscenza della carne. Per tendere alla conformità a Cristo Gesù bisogna opporsi alla “concupiscenza” della carne. La carne è impastata di materialità e facilmente si inchina verso tutti i piaceri ignorando l’esortazione paolina che invita ogni uomo a “ricercare e a gustare le cose di lassù non le cose di quaggiù”. L’uomo, sulla terra, è un pellegrino o un esule e non ha una stabile dimora. La sua patria è altra, quella dei cieli dove ci sarà la totale trasformazione dell’umano in divino perché, come dice l’apostolo Giovanni, “noi vedremo Dio così come egli è”. Mentre si è sulla terra bisognerebbe educarsi al distacco dalle cose materiali perché è da stolti attaccare il proprio cuore a tutto ciò che è relativo e passeggero. Nessuno può condannare il proprio corpo o la materia. Tutto quello che Dio ci ha dato è bello, buono ed amabile ma tutto deve occupare il suo posto e assolvere la missione stabilita dal Signore Dio, Creatore e Signore di ogni bontà. La concupiscenza, invece, sovverte l’ordine armonioso delle cose e snatura il loro stesso fine.

Ti offrirò, Signore, le mie mani innocenti ed il mio cuore puro

 per poterti seguire dovunque tu vorrai condurmi.

(brano tratto dal libretto Quaresima – Il cammino di conformità a Cristo Gesù – di N.Giordano)

PREGHIERA PER LA QUARESIMA

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Liturgia del giorno: Audio salmo 119(118)

19 febbraio 2016

Venerdì, 20 _ Febbraio_2016


Beato chi cammina nella legge del Signore.

[1] Al maestro del coro. Di Davide. Salmo.
Dio della mia lode, non tacere,

[2] poiché contro di me si sono aperte
la bocca dell’empio e dell’uomo di frode;
parlano di me con lingua di menzogna.

[3] Mi investono con parole di odio,
mi combattono senza motivo.

[4] In cambio del mio amore mi muovono accuse,
mentre io sono in preghiera.

[5] Mi rendono male per bene
e odio in cambio di amore.

[6] Suscita un empio contro di lui
e un accusatore stia alla sua destra.

[7] Citato in giudizio, risulti colpevole
e il suo appello si risolva in condanna.

[8] Pochi siano i suoi giorni
e il suo posto l’occupi un altro.

[9] I suoi figli rimangano orfani
e vedova sua moglie.

[10] Vadano raminghi i suoi figli, mendicando,
siano espulsi dalle loro case in rovina.

[11] L’usuraio divori tutti i suoi averi
e gli estranei faccian preda del suo lavoro.

[12] Nessuno gli usi misericordia,
nessuno abbia pietà dei suoi orfani.

[13] La sua discendenza sia votata allo sterminio,
nella generazione che segue sia cancellato il suo nome.

[14] L’iniquità dei suoi padri sia ricordata al Signore,
il peccato di sua madre non sia mai cancellato.

[15] Siano davanti al Signore sempre
ed egli disperda dalla terra il loro ricordo.

http://www.reginamundi.info/Bibbia-mp3/Salmi/salmo-109.asp

 

 

 

 

 

Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Mt 5,43-48

 

Credo anche se  

Credo che c’è il sole
anche se adesso è nuvoloso.
Credo che c’è l’amore
anche se adesso non lo sento.
Credo che c’è Dio
anche se adesso dubito.

 

 

 

 

Cantalamessa: grazie allo Spirito Gesù è presenza non memoria

19 febbraio 2016

 

2016-02-19 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La liturgia riscopra il dinamismo proprio dello Spirito Santo, il cui ruolo vitale nella vita della fede cristiana resta talvolta ancora in ombra. Lo ha detto il predicatore pontificio, padre Raniero Cantalamessa, nella prima predica di Quaresima tenuta al Papa  e alla Curia Romana nella Cappella “Redemtoris Mater” del Palazzo apostolico. Il servizio di Alessandro De Carolis:

Riscoperto, ma non del tutto, neanche dalla liturgia. Se lo Spirito Santo oggi “non è più ‘lo sconosciuto’ della Trinità, questo lo si deve al Concilio Vaticano II, che ha permesso alla Chiesa di prendere “una più chiara coscienza della sua presenza e della sua azione”.

Il protagonista che manca
Tuttavia, padre Raniero Cantalamessa parte da questa premessa per riflettere sul fatto di come questo indubbio “risveglio” non abbia portato a un giusto risalto del ruolo dello Spirito Santo, rimasto ancora un po’ in ombra rispetto alle altre Persone della Trinità. Un problema, sostiene il predicatore pontificio, rilevabile già nel testo conciliare sul rinnovamento liturgico, la Sacrosanctum concilium, di cui cita e commenta un passo:

“Ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado’. È nei soggetti, o negli ‘attori’, della liturgia che oggi siamo in grado di notare una lacuna in questa descrizione. I protagonisti qui messi in luce sono due: Cristo e la Chiesa. Manca ogni accenno al posto dello Spirito Santo. Anche nel resto della costituzione, lo Spirito Santo non è mai oggetto di un discorso diretto, solo nominato qua e là, e sempre ‘in obliquo’”.

L’Anello essenziale
Non si tratta, osserva padre Cantalamessa, “di fare, per così dire, il tifo per l’una o l’altra delle tre Persone della Trinità, ma di salvaguardare il dinamismo trinitario della liturgia”. Un dinamismo, ricorda, ben espresso da San Basilio quando dice che “Come le cose divine discendono a noi dal Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo, così le cose umane ascendono al Padre attraverso il Figlio, nello Spirito Santo”. Dunque, afferma il religioso francescano…

“…Non basta perciò ricordare ogni tanto che c’è anche lo Spirito Santo; bisogna riconoscergli il ruolo di anello essenziale, sia nel cammino di uscita delle creature da  Dio che in quello di ritorno delle creature a Dio. Il fossato esistente tra noi e il Gesù della storia è colmato dallo Spirito Santo. Senza di lui, tutto nella liturgia è soltanto memoria; con lui, tutto è anche presenza”.

“Non fa cose nuove, ma fa nuove le cose”
E una liturgia resa viva dallo Spirito assolve, assicura padre Cantalamessa, a uno dei suoi “compiti primari che è la santificazione delle anime”:

“Lo Spirito Santo non autorizza a inventare nuove e arbitrarie forme di liturgia o a modificare di propria iniziativa quelle esistenti (compito questo che spetta alla gerarchia). Egli è l’unico però che rinnova e da la vita a tutte le espressioni della liturgia. In altre parole, lo Spirito Santo non fa cose nuove, ma fa nuove le cose”.

Spirito e preghiera di adorazione
Così, prosegue padre Cantalamessa, “lo Spirito Santo vivifica in modo particolare la preghiera di adorazione che è il cuore di ogni preghiera liturgica”:

“La sua peculiarità deriva dal fatto che è l’unico sentimento che possiamo nutrire solo ed esclusivamente verso le persone divine (…) Noi veneriamo la Madonna, non la adoriamo, contrariamente a quanto alcuni pensano dei cattolici”.

Spirito e preghiera di intercessione
Inoltre, conclude il predicatore pontificio, “lo Spirito Santo intercede per noi e ci insegna a intercedere, a nostra volta, per gli altri”. L’intercessione, rimarca, è “una componente essenziale della preghiera liturgica”, come dimostra la Chiesa che “non fa che intercedere: per se stessa e per il mondo, per i giusti e per i peccatori, per i vivi e per i morti”. Ed è ben accetta a Dio perché non pensa a sé ma agli altri:

“La preghiera di intercessione è così accetta a Dio, perché è la più libera da egoismo, riflette più da vicino la gratuità divina e si accorda con la volontà di Dio, la quale vuole ‘che tutti gli uomini siano salvi’. Dio è come un padre pietoso che ha il dovere di punire, ma che cerca tutte le possibili attenuanti per non doverlo fare ed è felice, in cuor suo, quando i fratelli del colpevole lo trattengono dal farlo.

(Da Radio Vaticana)

Preghiera della sera. Febbraio, mese dedicato alla Madonna di Lourdes

19 febbraio 2016

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20 – MARIA E LA PASSIONE DI GESÙ

«Sono venuto a portare il fuoco sulla terra: e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato finché non sia compiuto!» (Lc 12,49.50). Quale fuoco, quale battesimo? L’Incarnazione, la grande auto-rivelazione di Dio all’uomo, ci ha fatto conoscere l’amore immenso del Creatore per la sua creazione. Dio era liberissimo di creare o no: Egli è l’Essere infinito, perfettissimo, cui nulla manca per essere felice. Creando per amore, doveva logicamente amare la sua creazione con un amore pari al suo Essere, cioè infinito, e farle ancora il dono totale di Sé: «l’amore più grande è donare la vita» (cf Gv 15,13). Questo ha fatto con l’Incarnazione. Quanto ci resta da scoprire di questo amore!… Che l’ha spinto ad incarnarsi per una umanità peccatrice, per ridonare cioè la vita divina all’uomo che ne aveva fatto getto con un orgoglio stolto. La logica dell’amore esigeva la morte di Dio-incarnato. Dio è Dono di Sé, totale e infinito, nella sua vita divina, trinitaria: non può perciò non essere dono totale anche nelle sue opere: prima fra tutte l’Incarnazione redentrice. Questo amore che faceva divinamente battere il Cuore di Gesù, lo spingeva di conseguenza al dono totale di sé «mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Gesù stesso ci ha fatto conoscere questa dinamica irresistibile d’amore che lo spingeva con ansia al suo battesimo di sangue. A più riprese, nel suo Vangelo, Egli ha annunciato ai suoi discepoli la conclusione dolorosa della sua vita. Un discorso non facile ad intendersi. Per questo l’ha proposto solo dopo averli formati alla sua scuola d’amore e di sacrificio. «Da allora, e cioè da quando l’ebbero riconosciuto per il Figlio di Dio, Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno» (Mt 16,21). La reazione fu immediata, energica e proprio da parte di Pietro il quale aveva appena professato la divina missione di Gesù ed era stato da Lui proclamato “pietra-fondamento” della sua futura Chiesa» (cf Mt 16,16-20). Il Maestro richiama con fermezza il discepolo, per formarlo alla mentalità della redenzione. La lezione resterà tuttavia difficile: nell’ora della prova Pietro giungerà a rinnegare Gesù, imprecando e giurando di non conoscerlo (cf Mc 14,71). «Mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù ritorna sull’argomento: “Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà”» (Mt 17,23.23). Questo secondo annuncio della passione segue immediatamente la trasfigurazione di cui Pietro era stato testimone entusiasta (Mt 17,1-13). E siamo ormai prossimi alla passione. Addirittura sulla via che porta a Gerusalemme per l’ultima Pasqua. Gesù prende in disparte i suoi dodici: «Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi, che lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché sia schernito e flagellato e crocifisso; ma il terzo giorno risusciterà» (Mt 20,17-19). Quale la risposta dei discepoli?… La richiesta di una distinzione d’onore, fatta dalla madre di Giacomo e Giovanni: «Di’ che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno» (Mt 20,21). Gesù paziente richiama ancora una volta alla realtà della redenzione: si giunge alla gloria, bevendo il calice (cf Mt 20,22). Quale contrasto! Gesù, innocente, ama il sacrificio e gli va incontro come ad una festa lungamente, da sempre, attesa. È l’ora per la quale Egli è venuto; l’ora che dà il senso alla sua vita: la «sua» ora; perché può dare la prova definitiva del suo amore più grande (Gv 15,13). E noi, peccatori, rifuggiamo dal sacrificio, triste conseguenza dei nostri peccati. Ama veramente Dio chi ne comprende l’amore; chi lo fa suo, nella accettazione del sacrificio. In questa luce vediamo Maria, la Madre di Gesù. L’Immacolata Concezione: la creatura tutta innocenza, pura capacità d’amore e perciò, come il Figlio, totale capacità di dono, di offerta di sé. Gesù ama la sua passione: perché ama il Padre e gli uomini, prima fra tutti la Madre sua, per la redenzione della quale anela al sacrificio. Anche l’Immacolata la ama, perché ama il Padre ed ama il Figlio suo: lo ama più di se stessa. Per questo vorrebbe fare sue tutte le pene di Lui, pur di non vederlo soffrire, o almeno per mitigargliele. L’abbiamo visto: Ella aderì con tutta l’intensità della sua grazia alla sorte di vittima di Gesù, fin dal momento della sua incarnazione, offrendosi con Lui al Padre per procurargli la gloria della redenzione. Unita all’offerta del Figlio; divinamente accesa da quel medesimo fuoco che Egli era venuto a portare alla terra; fu questa la fiamma che alimentò il dono totale di sé, consumandolo sul Calvario insieme con Lui. Unico l’amore, unico il sacrificio. Di diverso l’indicibile pena che tutte le altre di gran lunga superava: per Gesù, vedere soffrire sua Madre; per l’Immacolata, vedere soffrire suo Figlio-Dio. Divina la sete di patire che li condusse uniti, giorno per giorno, fino al Calvario, in un totale abbandono di fiducia e di amore al Padre dei Cieli, per la sua gloria e per la salvezza di tutti noi, figli peccatori.

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Tweet del Papa del 18 febbraio

19 febbraio 2016

Non dimenticate che la misericordia di Dio è nostro scudo e nostra fortezza contro l’ingiustizia, il degrado e l’oppressione.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 01:00 – 18 feb 2016

 

Sono le lacrime che possono generare una rottura capace di aprirci alla conversione.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 02:00 – 18 feb 2016

 

Mi sono sentito accolto, ricevuto con affetto e speranza dai fratelli messicani: grazie per aver aperto le porte della vostra vita.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 03:30 – 18 feb 2016

 

Grazie al Messico e a tutti i messicani. Il Signore e la Vergine di Guadalupe ci accompagnino sempre.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 05:00 – 18 feb 2016

preghiera nel periodo di Quaresima e meditazione, Venerdì Prima Settimana

19 febbraio 2016

Uscirò dalla mia terra per venire dove tu vorrai condurmi.

L’esortazione ad uscire dalla propria terra e ad incamminarsi verso una terra nuova, quella che il Signore indicherà, si ritrova spesse volte nella Sacra Scrittura. Anche nell’Antico Testamento. L’esortazione è pari a quella espressa con altre parole e che richiama la necessità di uscire da se stessi, di spogliarsi dei propri panni per mettersi alla sequela di Gesù o per tendere alla “conformità” a Lui. L’attaccamento alla propria terra può indicare anche il vizio della asocialità in cui facilmente si può cadere tutte le volte che nel nostro cuore si determina un attaccamento particolare a luoghi, persone, cose, mentalità. È il vizio del non sapere dialogare e del non sapersi aprire agli altri. L’etica cristiana invita ad uscire da se stessi e ad aprirsi all’altro. “Ciò che vuoi sia fatto a te, fallo tu agli altri”. legge divina. Su questa legge si fonda tutto il cammino ecclesiale perché tutti i redenti sono un “popolo in cammino”. Non ci possono essere singole individualità ma tutti devono essere un solo corpo ed un solo spirito. L’esempio delle primitive comunità, di cui si parla negli Atti degli Apostoli (2, 42), dovrebbe diventare un metodo ed una traccia di vita per ogni singola persona e per tutte le comunità. L’esempio più bello dato da Gesù fu quello della piena condivisione con tutti. Egli diceva: “La mia gioia si compie nello stare con i figli dell’uomo”. Un uomo gretto, meschino, misantropo, egoista, asociale, non ha nulla di cristiano nella sua vita.

Voglio uscire dal mio egoismo, Signore,

 ed entrare nella tua unità di vita col Padre e col mondo intero.

(brano tratto dal libretto Quaresima – Il cammino di conformità a Cristo Gesù – di N.Giordano)

PREGHIERA PER LA QUARESIMA

 

O Dio e Signore di tutte le cose,
che hai potere su ogni vita e su ogni anima,
tu solo puoi guarirmi:
ascolta dunque la preghiera di me infelice.
Per intervento del tuo divino Spirito
fa’ morire e scomparire
il serpente che si nasconde in me…
Concedi, Signore,
l’umiltà di cuore e pensieri convenienti
a un peccatore deciso di ritornare a te.
Non abbandonare per sempre un’anima
che una volta si è sottomessa a te,
ti ha confessato, ti ha scelto e onorato
al di sopra del mondo intero.
Tu, o Signore, sai che voglio essere salvato,
anche se il mio malvagio tenore di vita
mi è di ostacolo;
ma a te, Signore, è possibile
tutto ciò che è impossibile ai mortali.

 

(San Simeone il Nuovo Teologo)

 

PREGHIERA PER IL VENERDI’

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Vangelo (Mt 5,43-48 ) del giorno dalle letture della Messa (Sabato 20 Febbraio 2016) con commento comunitario

19 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,43-48 )

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Questo è il Vangelo del 20 Febbraio, quello del 19 Febbraio lo potete trovare qualche post più sotto.