Archive for novembre 2016

Tweet del Papa

30 novembre 2016

Oggi è la festa dell’apostolo Andrea: con affetto fraterno sono vicino al Patriarca Bartolomeo e prego per lui e la Chiesa a lui affidata.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:00 – 30 nov 2016

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Liturgia del giorno: Audio salmo 19(18)

30 novembre 2016

Mercoledì, 30 _ Novembre _2016


 

Per tutta la terra si diffonde il loro annuncio.

[1] Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.

[2] I cieli narrano la gloria di Dio,
e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento.
[3] Il giorno al giorno ne affida il messaggio
e la notte alla notte ne trasmette notizia.

[4] Non è linguaggio e non sono parole,
di cui non si oda il suono.

[5] Per tutta la terra si diffonde la loro voce
e ai confini del mondo la loro parola.

[6] Là pose una tenda per il sole
che esce come sposo dalla stanza nuziale,
esulta come prode che percorre la via.

[7] Egli sorge da un estremo del cielo
e la sua corsa raggiunge l’altro estremo:
nulla si sottrae al suo calore.

[8] La legge del Signore è perfetta,
rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è verace,
rende saggio il semplice.

[9] Gli ordini del Signore sono giusti,
fanno gioire il cuore;
i comandi del Signore sono limpidi,
danno luce agli occhi.

[10] Il timore del Signore è puro, dura sempre;
i giudizi del Signore sono tutti fedeli e giusti,

[11] più preziosi dell’oro, di molto oro fino,
più dolci del miele e di un favo stillante.

[12] Anche il tuo servo in essi è istruito,
per chi li osserva è grande il profitto.

[13] Le inavvertenze chi le discerne?
Assolvimi dalle colpe che non vedo.

[14] Anche dall’orgoglio salva il tuo servo
perché su di me non abbia potere;
allora sarò irreprensibile,
sarò puro dal grande peccato.

[15] Ti siano gradite le parole della mia bocca,
davanti a te i pensieri del mio cuore.
Signore, mia rupe e mio redentore.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

 

Ritaglio del Vangelo Odierno:

Gesù vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono.

Mt 4,18-22


 

 

CREDERE SENZA VEDERE – come fece anche Maria.

Un imperatore disse al rabbino Yeoshua Ben Hanania: «Vorrei tanto vedere il vostro Dio». «è impossibile», rispose il rabbino. «Impossibile? Allora come posso affidare la mia vita a qualcuno che non posso vedere?». «Mostratemi la tasca dove avete riposto l’amore per vostra moglie. E lasciate che io lo pesi, per vedere se è grande». «Non siate sciocco. Nessuno può serbare l’amore in una tasca», rispose l’imperatore. «Il sole è soltanto una delle opere che il Signore ha messo nell’universo, eppure non potete vederlo bene. Tanto meno potete vedere l’amore, ma sapete di essere capace di innamorarvi di una donna e di affidarle la vostra vita. Non vi sembra evidente che esistono alcune cose nelle quali confidiamo anche senza vederle?».

 

Quella di vedere e giudicare è un’esperienza che facciamo quotidianamente nei confronti delle situazioni che viviamo, difficile è quando siamo di fronte a qualcosa che ci supera, che non è immediato e richiede lo sforzo di andare oltre e credere che è veramente così anche senza la conferma totale della ragione. Illuminanti a questo proposito sono le parole del Santo Vescovo Agostino, che in uno dei suoi scritti dice: non aspettare di capire per credere, ma credi per capire.

Anche noi, spesso, non siamo disposti a fare questo salto di qualità che mette la ragione dietro e la fede davanti, che non è altro che un modo di percepire la vita aspettando un poco prima di rinchiudere il giudizio in una logica senza scampo e senza margine di errore. Eppure ci sono tante cose nella nostra vita cui ci affidiamo senza l’ausilio della ragione, cose anche molto importanti come l’amore.

Vedere

Tutti vogliono o vorrebbero vedere. Vederci sempre e soprattutto chiaro, dare spiegazioni a tutto e prendersela con Dio quando queste risposte non ci sono. Si sa, una cosa è un fatto visto, un’altra è un fatto raccontato. Ma non si può vedere tutto, così come non si può sapere tutto, ci sono volte in cui bisogna fidarsi. Sono quei momenti importanti in cui si capisce che ci sono altri occhi capaci di vedere, ma che ben poco hanno a che fare con la razionalità. C’è differenza, infatti, tra veder crescere un figlio e capirlo, tra vedere una ragazza e capire che sarà la donna perfetta per me, vedere lì un Crocifisso e capire quanto è grande l’amore.

Non sempre vedere e capire sono in perfetta armonia, ma è questo il momento propizio per mettere in gioco la fede, la confidenza e cercare in un altro modo le risposte tanto importanti per la nostra vita. Un po’ come ha fatto la Madonna nel dire il suo Sì: non ha capito tutto, non ha capito subito, ha creduto e basta. Proviamo a pensare a tutte quelle volte in cui, anche nella nostra vita, ci sono stati richiesti dei “Si” difficili, in cui veramente la fede ha rischiato di vacillare eppure è stata la sola forza in grado di sostenerci.

Ciascuno ha fatto almeno una volta l’esperienza del salto nel buio, della traversata nel mare in tempesta, per arrivare alla comprensione delle cose in maniera diversa, come se finalmente si potesse vedere con altri occhi e si scoprisse una svolta nuova nel modo di vedere Dio.

Credere

Credere nell’amore è la scommessa più importante della nostra vita. Sapere di essere amati ancora prima di cominciare ad amare produce una sorta di stabilità nella vita che difficilmente vacilla. Pensiamo ai bambini che semplicemente guardando la mamma o il papà sanno di poter costruire la loro vita sul fondamento che è l’amore, anche senza vederlo.

Ci sono tante cose in cui confidiamo anche senza vederle, eppure ci sono situazioni che ci fanno avere la sensazione di annegare in pochi centimetri d’acqua. Come se il grido di Gesù risorto non fosse storia nella nostra vita: «Io ho vinto il mondo!», nelle nostre continue e a volte estenuanti battaglie contro mali visibili e non, la sua voce deve poter risuonare forte nel cuore e confermarci nell’amore. Dimostriamo, infatti, più amore combattendo mille piccole battaglie, che non vincendo un’intera guerra. Questo non sempre lo vediamo, sentiamo solo il peso della lotta e ci chiediamo il senso che ha, senza però preoccuparci di far crescere dentro di essa la fede e l’amore.

Confidare senza vedere è proprio di quei cuori innamorati che guardano le situazioni e le trasformano in occasioni per far vedere che l’amore c’è, al di là di una logica razionale che non collega il filo della mente e del cuore.

Fidarsi

O Gesù, sole che sorge dall’alto, risorgi nella nostra vita e dissipa le tenebre che circondano il nostro cuore. Noi vogliamo vedere le meraviglie che compi misteriosamente nella nostra vita. Vogliamo dare spazio alla tua vittoria e donarti lo spazio della fede, perché siamo certi che Tu hai vinto tutte le nostre battaglie e ci chiedi di credere senza vedere in questo Amore così grande che ci sovrasta, ci avvolge e ci abbraccia teneramente.

Udienza Generale

30 novembre 2016

 

 

Vangelo (Mt 7,21.24-27) del giorno dalle letture della Messa (Giovedì 1 Dicembre 2016) con commento comunitario

30 novembre 2016

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 7,21.24-27)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».

Questo è il Vangelo dell’1 Dicembre, quello del 30 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Casa Santa Marta, Santa Messa, 29-11-2016

29 novembre 2016

L’umiltà cristiana è la virtù dei piccoli, non di chi fa teatro

Papa Francesco, nell’omelia della messa del mattino a Casa Santa Marta, ha ricordato che il Signore rivela il mistero della salvezza ai piccoli, che hanno la virtù dell’umiltà, non ai dotti e ai sapienti.

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

La forza dei piccoli

Martedì, 29 novembre 2016

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.275, 30/11/2016)

Per incontrare il Signore «che viene e verrà», bisogna avere «cuori grandi ma atteggiamento da piccoli», andando avanti con la «gioia degli umili» che sono consapevoli di essere continuamente sotto lo sguardo del Signore. È questo lo stile di vita richiesto a ogni cristiano. Ne ha parlato Papa Francesco all’omelia della messa celebrata a Santa Marta martedì 29 novembre, nella quale ha proposto una riflessione sul tema dell’«umiltà».

Riprendendo il filo della meditazione del giorno precedente — in cui si metteva in evidenza come il «cammino» del periodo d’avvento debba essere caratterizzato da «tre atteggiamenti»: essere «vigilanti nella preghiera, operosi nella carità ed esultanti nella lode» — il Pontefice si è soffermato davanti all’immagine evangelica (Luca, 10, 21-24) di Gesù che «esultò di gioia nella lode al Padre». Qual è la ragione della gioia di Gesù? «Perché il Signore ai piccoli rivela i misteri della salvezza, il mistero di se stesso» ha sottolineato Francesco, rimarcando: «Ai piccoli, non ai sapienti e i dotti: ai piccoli». Il Signore infatti «preferisce i piccoli, per seminare nel cuore dei piccoli il mistero di salvezza», perché «i piccoli sanno capire come è questo mistero».

Lo conferma anche la prima lettura proposta dalla liturgia del giorno e tratta dal libro del profeta Isaia (11, 1-10), nella quale, ha fatto notare il Papa, si ritrovano tante «piccole cose», tanti «piccoli dettagli che ci fanno vedere come la promessa di pace di Dio al suo popolo, di redenzione, la promessa di salvarlo sempre va su questa strada». Così si legge che «in quel giorno, un germoglio spunterà dal trono di Iesse»: il profeta «non dice: “Verrà un esercito e ti darà la liberazione”», ma fa riferimento a «un piccolo germoglio, cosa piccola». E, ha aggiunto il Pontefice, «a Natale vedremo questa piccolezza, questa cosa piccola: un bambino, una stalla, una mamma, un papà…». È l’importanza di avere «cuori grandi ma atteggiamento di piccoli».

Così, «su questo germoglio si poserà lo Spirito del Signore, lo Spirito Santo». E questo germoglio, ha spiegato Francesco, avrà «quella virtù» che è propria dei piccoli, cioè «il timore del Signore». Egli «camminerà nel timore del Signore». Ma attenzione, ha subito specificato: timore del Signore non significa «paura». Vuol dire, invece, portare nella propria vita «il comandamento che Dio ha dato al nostro padre Abramo: “Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile”». E tutto questo significa «umiltà. Il timore del Signore è l’umiltà». Ecco perché «soltanto i piccoli sono capaci di capire pienamente il senso dell’umiltà, il senso del timore del Signore, perché camminano davanti al Signore, sempre»: essi, infatti, «si sentono guardati dal Signore, custoditi dal Signore; sentono che il Signore è con loro, che dà loro la forza per andare avanti».

I piccoli, ha continuato il Papa, capiscono di essere «un piccolo germoglio di un tronco molto grande», un germoglio sul quale «viene lo Spirito Santo». Incarnano così l’«umiltà cristiana» che li porta a riconoscere: «Tu sei Dio, io sono una persona, io vado avanti così, con le piccole cose della vita, ma camminando nella tua presenza e cercando di essere irreprensibile».

È questa «la vera umiltà», non certo «l’umiltà un po’ di teatro», non quella ostentata da colui «che diceva: “Io sono umile, ma orgoglioso di esserlo”». L’umiltà del piccolo, ha tenuto a precisare il Papa, è quella di chi «cammina alla presenza del Signore, non sparla degli altri, guarda soltanto il servizio, si sente il più piccolo… È lì, la forza». Un esempio chiaro, ha aggiunto, ci può venire se pensiamo a Nazaret: «Dio, per inviare il suo Figlio, guarda una ragazza umile, molto umile, che subito dopo va, fa un viaggio per aiutare una cugina che aveva bisogno e non dice nulla di quello che era accaduto». L’umiltà è così: «è camminare nella presenza del Signore, felice, gioioso perché questa è la gioia degli umili: essere guardati dal Signore». Perciò, per fare nostro quell’atteggiamento di esultanza nella lode di cui parla il Vangelo riferendosi a Gesù, «è necessario avere tanta umiltà» e ricordare sempre che «l’umiltà è un dono, un dono dello Spirito Santo». È quello che chiamiamo «il dono del timore di Dio». Un dono, ha concluso il Pontefice, che va chiesto al Signore: «Guardando Gesù che esulta nella gioia perché Dio rivela il suo mistero agli umili, possiamo chiedere per tutti noi la grazia dell’umiltà, la grazia del timore di Dio, del camminare nella sua presenza cercando di essere irreprensibili». Un dono che ci aiuterà a «essere vigilanti nella preghiera, operosi nella carità fraterna ed esultanti di gioia nella lode».

 

 

Liturgia del giorno: Audio salmo 72(71)

29 novembre 2016

Martedì, 29 _ Novembre _ 2016


 

Nei suoi giorni fioriranno giustizia e pace.

[1] Di Salomone.
Dio, dà al re il tuo giudizio,
al figlio del re la tua giustizia;

[2] regga con giustizia il tuo popolo
e i tuoi poveri con rettitudine.

[3] Le montagne portino pace al popolo
e le colline giustizia.

[4] Ai miseri del suo popolo renderà giustizia,
salverà i figli dei poveri
e abbatterà l’oppressore.

[5] Il suo regno durerà quanto il sole,
quanto la luna, per tutti i secoli.

[6] Scenderà come pioggia sull’erba,
come acqua che irrora la terra.

[7] Nei suoi giorni fiorirà la giustizia
e abbonderà la pace,
finché non si spenga la luna.

[8] E dominerà da mare a mare,
dal fiume sino ai confini della terra.
[9] A lui si piegheranno gli abitanti del deserto,
lambiranno la polvere i suoi nemici.

[10] Il re di Tarsis e delle isole porteranno offerte,
i re degli Arabi e di Saba offriranno tributi.

[11] A lui tutti i re si prostreranno,
lo serviranno tutte le nazioni.

[12] Egli libererà il povero che grida
e il misero che non trova aiuto,

[13] avrà pietà del debole e del povero
e salverà la vita dei suoi miseri.

[14] Li riscatterà dalla violenza e dal sopruso,
sarà prezioso ai suoi occhi il loro sangue.

[15] Vivrà e gli sarà dato oro di Arabia;
si pregherà per lui ogni giorno,
sarà benedetto per sempre.
[16] Abbonderà il frumento nel paese,
ondeggerà sulle cime dei monti;
il suo frutto fiorirà come il Libano,
la sua messe come l’erba della terra.

[17] Il suo nome duri in eterno,
davanti al sole persista il suo nome.
In lui saranno benedette
tutte le stirpi della terra
e tutti i popoli lo diranno beato.

[18] Benedetto il Signore, Dio di Israele,
egli solo compie prodigi.

[19] E benedetto il suo nome glorioso per sempre,
della sua gloria sia piena tutta la terra.
Amen, amen.


Ritaglio del Vangelo Odierno:
«Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

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Credere senza vedere  

Un imperatore disse al rabbino Yeoshua Ben Hanania: “Vorrei tanto vedere il vostro Dio”.
“È impossibile”, rispose il rabbino.
“Impossibile? Allora, come posso affidare la mia vita a qualcuno che non posso vedere?”.
“Mostratemi la tasca dove avete riposto l’amore per vostra moglie. E lasciate che io lo pesi, per vedere se è grande”.
“Non siate sciocco. Nessuno può serbare l’amore in una tasca”, rispose l’imperatore.
“Il sole è soltanto una delle opere che il Signore ha messo nell’universo,

eppure non potete vederlo bene.

Tanto meno potete vedere l’amore,

ma sapete di essere capace di innamorarvi di una donna e di affidarle la vostra vita.

Non vi sembra evidente che esistono alcune cose nelle quali confidiamo anche senza vederle?”.

Tweet del Papa

29 novembre 2016

Gesù ci chiama ad essere portatori di gioia e di consolazione, come suoi testimoni misericordiosi.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:30 – 29 nov 2016

I Novissimi : Il Purgatorio, I primi cristiani e il Purgatorio

29 novembre 2016

Cosa pensavano i primi cristiani

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La risposta va cercata nelle tracce che la storia ci ha lasciato. Il primo esempio è tratto dal diario di una grande martire cristiana, di nome Perpetua, che fu uccisa a Cartagine, in Africa, il 7 marzo dell’anno 203 insieme ad altri cinque cristiani: Felicita, Revocato, Saturnino, Secundolo e il loro catechista Saturo. Siamo nell’anno 203, all’inizio del terzo secolo dopo Cristo.

Perpetua e i suoi compagni, fratelli nella fede, furono prima feriti gravemente da belve feroci e poi finiti con un colpo di grazia, passati a fil di spada.

Perpetua, mentre è in prigione, ha una duplice visione. Nella prima visione vede suo fratello Dinocrate, “morto a sette anni per un cancro che gli aveva devastato la faccia” al punto che, scrive Perpetua “la sua morte aveva fatto inorridire tutti”. Nella prima visione, Perpetua vede suo fratellino uscire “da un luogo tenebroso dove vi era molta altra gente; era accaldato e assetato, sudicio e pallido. Il volto era sfigurato dalla piaga che l’aveva ucciso”. E ancora, in questa prima visione, Perpetua vede suo fratello che tenta senza riuscirci di abbeverarsi ad una piscina e capisce che Dinocrate sta soffrendo. Non riesce ad abbeverarsi e questo era per lui motivo di grande sofferenza.

Perpetua prega per l’anima di suo fratello defunto. Il Signore ascolta le sue preghiere e in una seconda visione, Perpetua vede Dinocrate perfettamente guarito, in grado di abbeverarsi, capace di giocare come fanno tutti i bambini. Interpretando questa seconda visione, Perpetua scrive nel suo diario: “Mi svegliai e compresi che la pena (del Purgatorio) gli era stata rimessa”.

Nel terzo secolo dopo Cristo i cristiani credevano pacificatamene all’esistenza del Purgatorio, come dimostra il diario della martire Perpetua.

Basta questo documento per smantellare l’accusa che il Purgatorio sarebbe stato inventato dalla Chiesa cattolica nel Medioevo.

Nella documentazione storica si colloca il notissimo epitaffio di Abercio. In questo epitaffio leggiamo: “Queste cose dettai direttamente io, Abercio, quando avevo precisamente settantadue anni di età. Vedendole e comprendendole, preghi per Abercio.” Abercio era un cristiano, probabilmente vescovo di Ierapoli, in Asia Minore il quale, prima di morire, compose di propria mano il suo epitaffio, vale a dire l’iscrizione per la sua tomba. Si può facilmente comprendere come la Chiesa primitiva, la Chiesa dei primi secoli, credeva al Purgatorio e alla necessità di pregare per le anime dei defunti.

Un’altra preziosa testimonianza ci giunge da Tertulliano (ca 155 – ca 222).

Nel suo De Corona, Tertulliano scrive: “Nel giorno anniversario facciamo preghiere per i defunti”. Nel suo De monogamia, scrive: “La moglie sopravvissuta al marito offre preghiere per la gioia di suo marito nei giorni anniversari della sua morte”, dove si intende bene che la moglie prega perché l’anima del defunto giunga presto alla gioia del Paradiso.

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Preghiera del giorno: Preghiera di Riparazione : L’Angelo ai veggenti di Fatima

29 novembre 2016

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“Mio Dio, io credo adoro
e spero e Ti amo.
Ti chiedo perdono
per coloro che non credono,
che non adorano , non sperano
e non Ti amano”.

(more…)

Vangelo (Mt 4,18-22) del giorno dalle letture della Messa (Mercoledì 30 Novembre 2016) con commento comunitario

29 novembre 2016

SANT’ANDREA, apostolo – Festa

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 4,18-22)

In quel tempo, mentre camminava lungo il mare di Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono.

Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedèo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.

Questo è il Vangelo del 30 Novembre, quello del 29 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Casa Santa Marta, Santa Messa, 28-11-2016

28 novembre 2016

 

 

 

2016-11-28 L’Osservatore Romano

Comincia l’anno liturgico e con esso l’itinerario dell’Avvento, cammino liturgico e cammino di vita per ogni cristiano, chiamato all’«incontro» con Gesù. È proprio questa — “incontro” — la parola chiave che ha caratterizzato l’omelia di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta lunedì 28 novembre.

Nella liturgia della prima domenica di Avvento — ha innanzitutto ricordato il Pontefice — la Chiesa «ha pregato così: “O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene, perché egli ci chiami accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli”». È la richiesta «al Padre di suscitare in noi la volontà di andare incontro a Gesù, incontro a suo Figlio». Ed è infatti questa «la grazia che noi vogliamo nell’Avvento, e la chiediamo: avere voglia di incontrare Gesù» e dunque di «camminare e andare all’incontro» con lui.

 

Un periodo questo, ha sottolineato il Papa, segnato da «tanti incontri»: quello «di Gesù con sua madre nel grembo», quello «con san Giovanni Battista nel grembo» e poi «con i pastori» e «con i Magi», fino alla conclusione — non «liturgicamente» ma «simbolicamente» — «con il grande incontro di Gesù con il suo popolo, il 2 febbraio, quando Gesù, a quaranta giorni, è portato al tempio». E «noi speriamo di incontrarlo» ha aggiunto Francesco, ricordando che «ieri, già, nella piazza c’era l’albero. Un segno. Ma, un segno che ci dice: “Stai attento: tu devi incontrare il Signore!”». E infatti dopo la prima lettura, il canto al Vangelo recita: «Andiamo con gioia all’incontro del Signore».

Quindi, ha sintetizzato il Pontefice, l’invito per tutti è ancora quello di chiedere «la grazia di andare incontro» a Cristo. Questo, ha aggiunto, è «un tempo per non stare fermo. Il nostro cuore deve domandarsi: “Ma come posso andare all’incontro del Signore? Quali sono gli atteggiamenti che io devo avere per incontrare il Signore? Come devo preparare il mio cuore per incontrare il Signore?”».

Sempre nella liturgia del giorno si trova una risposta a queste domande: la colletta, infatti, «segnala tre atteggiamenti: vigilanti nella preghiera, operosi nella carità ed esultanti nella lode». Cioè, ha spiegato il Papa, «devo pregare, con vigilanza; devo essere operoso nella carità» e avere «la gioia di lodare il Signore».

Riguardo alla carità, Francesco si è soffermato a chiarire che si parla di «carità fraterna»: quindi «non solo dare un’elemosina; anche tollerare la gente che mi dà fastidio, tollerare a casa i bambini quando fanno troppo rumore, o il marito o la moglie quando ci sono difficoltà, o la suocera». Insomma una «carità operosa». E ha concluso: «Così dobbiamo vivere questo cammino, questa volontà di incontrare il Signore. Per incontrarlo bene. Non stare fermi. E incontreremo il Signore».

Ma nel momento dell’incontro, ha proseguito il Pontefice, «ci sarà una sorpresa, perché lui è il Signore delle sorprese». Ricordando la preghiera liturgica che fa cenno «al tuo Figlio che viene», il Papa ha infatti notato che «anche lui non sta fermo: lui viene. Io sono in cammino per incontrarlo e lui è in cammino per incontrarmi, e quando ci incontriamo vediamo che la grande sorpresa è che lui mi sta cercando, prima che io incominci a cercarlo». È questa «la grande sorpresa dell’incontro con il Signore. Lui ci ha cercato prima». È vero che «il nostro cammino è importante», ma «lui sempre è primo. Lui fa il suo cammino per trovarci.

Del resto, «è la sorpresa che ha avuto il centurione». Francesco ne ha ricordato sinteticamente la vicenda: «Non era un ebreo, e quando ha detto ai suoi che sarebbe andato da questo profeta, da questo guaritore per chiedere la grazia, qualcuno gli ha detto: “Ma, non immischiarti con gli ebrei, tu non sai, avrai problemi con i tuoi superiori…”, ma quante cose avrà sentito!». Nonostante ciò il centurione «ha preso coraggio» ed è andato incontro al Signore. E «la grande sorpresa era che il Signore voleva andare da lui: “Io verrò, a guarirlo”». Questo ci fa capire che «sempre il Signore va oltre, va prima. Noi facciamo un passo e lui ne fa dieci. Sempre».

È l’esperienza dell’«abbondanza della sua grazia, del suo amore, della sua tenerezza che non si stanca di cercarci». Un’esperienza, ha spiegato il Papa, che facciamo «anche, alle volte, con cose piccole: noi pensiamo che incontrare il Signore sia una cosa magnifica», e facciamo come Naaman il Siro nel racconto biblico: «anche lui ha avuto una sorpresa grande del modo di agire di Dio».

«Il nostro — ha detto Francesco — è il Dio delle sorprese, il Dio che ci sta cercando, ci sta aspettando, e soltanto chiede da noi il piccolo passo della buona volontà». Per questo preghiamo: «O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare», perché al Signore «basta» questa volontà. Ciò vale per ogni aspetto della «vita nostra». Qualcuno, infatti, potrebbe dire: «Oh, io ho questo peccato da anni, questo peccato che mi tortura, ho una vita così, mai ho raccontato questo della mia vita, è una piaga che ho dentro, ma come vorrei…»; ma già quel «come vorrei» al Signore «basta». Egli infatti «dà la grazia che io arrivi al momento di chiedere il perdono». Ma «la volontà è il primo passo». E l’aiuto di Dio «ci accompagnerà durante la nostra vita». Infatti, ha spiegato il Pontefice, il Signore «tante volte ci vedrà allontanarci da lui», e ci aspetterà «come il Padre del figliol prodigo». Tante volte «vedrà che vogliamo avvicinarci» e lui uscirà «al nostro incontro».

Fondamentale, quindi, è l’«incontro». A tale riguardo Francesco ha aggiunto: «A me sempre ha colpito quello che Papa Benedetto aveva detto, che la fede non è una teoria, una filosofia, un’idea: è un incontro. Un incontro con Gesù». Cioé: «tu puoi recitare il Credo a memoria, ma non avere fede, se non hai incontrato Gesù, se non hai incontrato la sua misericordia». Infatti «i dottori della legge sapevano tutto, tutto della dogmatica di quel tempo, tutto della morale di quel tempo, tutto», ma «non avevano fede, perché il loro cuore si era allontanato da Dio». Tutto si gioca su questa dinamica: «Allontanarsi o avere la volontà di andare incontro». Ed è proprio questa, ha concluso il Papa, «la grazia che noi oggi chiediamo. “O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro al tuo Cristo”, con «la vigilanza nella preghiera, l’operosità nella carità ed esultanti nella lode». Facendo così «incontreremo il Signore e avremo una bellissima sorpresa».

Liturgia del giorno: Audio salmo 122(121)

28 novembre 2016

Lunedì, 28 _Novembre _ 2016


 

Andiamo con gioia incontro al Signore.

[1] Canto delle ascensioni. Di Davide.
Quale gioia, quando mi dissero:
“Andremo alla casa del Signore”.

[2] E ora i nostri piedi si fermano
alle tue porte, Gerusalemme!

[3] Gerusalemme è costruita
come città salda e compatta.

[4] Là salgono insieme le tribù,
le tribù del Signore,
secondo la legge di Israele,
per lodare il nome del Signore.

[5] Là sono posti i seggi del giudizio,
i seggi della casa di Davide.

[6] Domandate pace per Gerusalemme:
sia pace a coloro che ti amano,

[7] sia pace sulle tue mura,
sicurezza nei tuoi baluardi.

[8] Per i miei fratelli e i miei amici
io dirò: “Su di te sia pace!”.

[9] Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

Ritaglio del Vangelo Odierno:

Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli».

Mt 8,5-11


 

 

 

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Un cuore indurito non riesce a comprendere neanche i miracoli più grandi. Ma «come un cuore si indurisce?». Se lo è chiesto Papa Francesco

 

I discepoli, non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito». Eppure, ha spiegato Francesco, «erano gli apostoli, i più intimi di Gesù. Ma non capivano». E pur avendo assistito al miracolo, pur avendo «visto che quella gente — più di cinquemila — aveva mangiato con cinque pani» non avevano compreso. «Perché? Perché il loro cuore era indurito».

Tante volte Gesù «parla della durezza del cuore nel Vangelo», rimprovera il «popolo dalla cervice dura», piange su Gerusalemme «che non ha capito chi sia lui». Il Signore si confronta con questa durezza: «Tanto lavoro ha Gesù — ha sottolineato il Papa — per rendere questo cuore più docile, per renderlo senza durezze, per renderlo amorevole». Un «lavoro» che continua dopo la risurrezione, con i discepoli di Emmaus e tanti altri.

«Ma — si è domandato il Pontefice — come un cuore si indurisce? Come è possibile che questa gente, che era con Gesù sempre, tutti i giorni, che lo sentiva, lo vedeva… e il loro cuore era indurito. Ma come un cuore può divenire così?». E ha raccontato: «Ieri ho chiesto al mio segretario: Dimmi, come si indurisce un cuore? Lui mi ha aiutato a pensare un po’ a questa cosa». Da qui l’indicazione di una serie di circostanze con le quali ciascuno può confrontare la propria esperienza personale.

Innanzitutto, ha detto Francesco, il cuore «si indurisce per esperienze dolorose, per esperienze dure». È la situazione di quanti «hanno vissuto un’esperienza molto dolorosa e non vogliono entrare in un’altra avventura». È proprio quello che è successo dopo la risurrezione ai discepoli di Emmaus, dei quali il Pontefice ha immaginato le considerazioni: «“C’è troppo, troppo chiasso, ma andiamocene un po’ lontano, perché…” —Perché, che? — “Eh, noi speravamo che questo fosse il Messia, non c’è stato, io non voglio illudermi un’altra volta, non voglio farmi illusioni!”».

Ecco il cuore indurito da una «esperienza di dolore». Lo stesso capita a Tommaso: «No, no, io non ci credo. Se non metto il dito lì, non ci credo!». Il cuore dei discepoli era duro «perché avevano sofferto». E al riguardo Francesco ha ricordato un detto popolare argentino: «Se una persona viene bruciata dal latte, quando vede la mucca piange». Ossia, ha spiegato, «è quell’esperienza dolorosa che ci trattiene dall’aprire il cuore».

Un altro motivo che indurisce il cuore è poi «la chiusura in se stesso: fare un mondo in se stesso». Accade quando l’uomo è «chiuso in se stesso, nella sua comunità o nella sua parrocchia». Si tratta di una chiusura che «può girare intorno a tante cose»: all’«orgoglio, alla sufficienza, al pensare che io sono meglio degli altri» o anche «alla vanità». Ha precisato il Papa: «Ci sono l’uomo e la donna “specchio”, che sono chiusi in se stessi per guardare se stessi, continuamente»: si potrebbero definire «narcisisti religiosi». Questi «hanno il cuore duro, perché sono chiusi, non sono aperti. E cercano di difendersi con questi muri che fanno intorno a sé».

C’è inoltre un ulteriore motivo che indurisce il cuore: l’insicurezza. È ciò che sperimenta colui che pensa: «Io non mi sento sicuro e cerco dove aggrapparmi per essere sicuro». Questo atteggiamento è tipico della gente «che è tanto attaccata alla lettera della legge». Accadeva, ha spiegato il Pontefice, «con i Farisei, con i Sadducei, con i dottori della legge del tempo di Gesù». I quali obiettavano: «Ma la legge dice questo, ma dice questo fino a qui…», e così «facevano un altro comandamento»; alla fine, «poverini, si addossavano 300-400 comandamenti e si sentivano sicuri».

In realtà, ha fatto notare Francesco, tutti questi «sono persone sicure, ma come è sicuro un uomo o una donna nella cella di un carcere dietro la grata: è una sicurezza senza libertà». Mentre è proprio la libertà ciò che «è venuto a portarci Gesù». San Paolo, ad esempio, rimprovera Giacomo e anche Pietro «perché non accettano la libertà che Gesù ci ha portato».

Ecco allora la risposta alla domanda iniziale: «Come un cuore si indurisce?». Il cuore infatti, «quando si indurisce, non è libero e se non è libero è perché non ama». Un concetto espresso dalla prima lettura della liturgia del giorno (1 Giovanni, 4, 11-18), dove l’apostolo parla dell’«amore perfetto» che «scaccia il timore». Infatti «nell’amore non c’è timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore. Non è libero. Sempre ha il timore che succeda qualcosa di doloroso, di triste», che ci faccia «andare male nella vita o rischiare la salvezza eterna». In realtà, sono solo «immaginazioni», perché semplicemente quel cuore «non ama». Il cuore dei discepoli, ha spiegato il Papa, «era indurito perché ancora non avevano imparato ad amare».

Ci si può allora chiedere: «Chi ci insegna ad amare? Chi ci libera da questa durezza?» Può farlo «soltanto lo Spirito Santo», ha chiarito Francesco precisando: «Tu puoi fare mille corsi di catechesi, mille corsi di spiritualità, mille corsi di yoga, zen e tutte queste cose. Ma tutto questo non sarà mai capace di darti la libertà di figlio». Solo lo Spirito Santo «muove il tuo cuore per dire “padre”»; solo lui «è capace di scacciare, di rompere questa durezza del cuore» e di renderlo «docile al Signore. Docile alla libertà dell’amore». Non a caso il cuore dei discepoli è rimasto «indurito fino al giorno dell’Ascensione», quando hanno detto al Signore: «Adesso si farà la rivoluzione e viene il regno!». In realtà «non capivano niente». E «soltanto quando è venuto lo Spirito Santo, le cose sono cambiate».

Perciò, ha concluso il Pontefice «chiediamo al Signore la grazia di avere un cuore docile: che lui ci salvi dalla schiavitù del cuore indurito» e «ci porti avanti in quella bella libertà dell’amore perfetto, la libertà dei figli di Dio, quella che soltanto può dare lo Spirito Santo».

Papa Francesco

da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLV, n.006, Sab. 10/01/2015

Tweet del Papa

28 novembre 2016

La misericordia non è una parentesi nella vita della Chiesa, ma costituisce la sua stessa esistenza, e rende tangibile il Vangelo.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:30 – 28 nov 2016

Vangelo (Lc 10,21-24) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 29 Novembre 2016) con commento comunitario

28 novembre 2016

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 10,21-24)

In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

Questo è il Vangelo del 29 Novembre, quello del 28 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

INTERVISTA A PAPA FRANCESCO

27 novembre 2016

 

LEZIONE MAGISTRALE DI VITA CRISTIANA!!!

LA CARDIOSCLEROSI , LA INCAPACITA’ DI SENTIRE TENEREZZA, E’ LA MALATTIA DI QUESTO MONDO.

LA MEDICINA E’ LA MISERICORDIA!!!!

 

 

Preghiera dell’umorismo

di Tommaso Moro

Signore, donami una buona digestione

E anche qualcosa da digerire.

Dammi, Signore,

un’anima che abbia occhi per la bellezza e la purezza,

che non si lasci impaurire dal peccato

e che sappia raddrizzare le situazioni.

Dammi un’anima che non conosca noie,

fastidi, mormorazioni, sospiri, lamenti.

Non permettere che mi preoccupi eccessivamente

di quella cosa invadente che chiamo “io”.

Dammi il dono di saper ridere di uno scherzo,

di saper cavare qualche gioia dalla vita

e anche di farne partecipi gli altri.

Signore, dammi il dono dell’umorismo

Tweet del Papa

27 novembre 2016

Con l’Avvento ci mettiamo tutti in cammino, attraverso il tempo, verso Gesù, verso il suo Regno di giustizia e di pace.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 9:30 – 27 nov 2016

Papa Francesco Angelus 27 Novembre 2016

27 novembre 2016

 

 

 

 

Liturgia del giorno: Audio salmo 122(121)

27 novembre 2016

Domenica, 27_ Novembre _2016


 

Andiamo con gioia incontro al Signore.

[1] Canto delle ascensioni. Di Davide.
Quale gioia, quando mi dissero:
“Andremo alla casa del Signore”.

[2] E ora i nostri piedi si fermano
alle tue porte, Gerusalemme!

[3] Gerusalemme è costruita
come città salda e compatta.

[4] Là salgono insieme le tribù,
le tribù del Signore,
secondo la legge di Israele,
per lodare il nome del Signore.

[5] Là sono posti i seggi del giudizio,
i seggi della casa di Davide.

[6] Domandate pace per Gerusalemme:
sia pace a coloro che ti amano,

[7] sia pace sulle tue mura,
sicurezza nei tuoi baluardi.

[8] Per i miei fratelli e i miei amici
io dirò: “Su di te sia pace!”.

[9] Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

Ritaglio del Vangelo Odierno:

Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Mt 24,37-44


 

 

 

Risultati immagini per vegliare per l'arrivo del signore

 

Vegliare

John Henry Newman

E’ necessario studiare da vicino la parola “vegliare“; bisogna studiarla perché il suo significato non è così evidente come si potrebbe credere a prima vista e perché la Scrittura la adopera con insistenza. Dobbiamo non soltanto credere, ma vegliare; non soltanto amare, ma vegliare; non soltanto obbedire, ma vegliare.

Vegliare perché? Per questo grande evento: la venuta di Cristo.

Cos’è dunque vegliare? Credo lo si possa spiegare così. Voi sapete cosa significa attendere un amico, attendere che arrivi e vederlo tardare? Sapete cosa significa essere in compagnia di gente che trovate sgradevole e desiderare che il tempo passi e scocchi l’ora in cui potrete riprendere la vostra libertà? Sapete cosa significa essere nell’ansia per una cosa che potrebbe accadere e non accade; o di essere nell’attesa di qualche evento importante che vi fa battere il cuore quando ve lo ricordano e al quale pensate fin dal momento in cui aprite gli occhi?

Sapete cosa significa avere un amico lontano, attendere sue notizie e domandarvi giorno dopo giorno cosa stia facendo in quel momento e se stia bene?

Sapete cosa significa vivere per qualcuno che è vicino a voi a tal punto che i vostri occhi seguono i suoi, che leggete nella sua anima, che vedete tutti i mutamenti della sua fisionomia, che prevedete i suoi desideri, che sorridete del suo sorriso e vi rattristate della sua tristezza, che siete abbattuti quando egli è preoccupato e che vi rallegrate per i suoi successi?

Vegliare nell’attesa di Cristo è un sentimento di rassomiglianza a questo, per quel tanto che i sentimenti di questo mondo sono in grado di raffigurare quelli dell’altro mondo.

Veglia con Cristo chi non perde di vista il passato mentre sta guardando all’avvenire, e completando ciò che il suo Salvatore gli ha acquistato, non dimentica ciò che egli ha sofferto per lui.

Veglia con Cristo chi fa memoria e rinnova ancora nella sua persona la croce e l’agonia di Cristo, e riveste con gioia questo mantello di afflizione che il Cristo ha portato quaggiù e ha lasciato dietro a sé quando è salito al cielo.

Vangelo (Mt 8,5-11) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 28 Novembre 2016) con commento comunitario

27 novembre 2016

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 8,5-11)

In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò».

Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa».

Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli».

Questo è il Vangelo del 28 Novembre, quello del 27 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Tweet del Papa

26 novembre 2016

Dopo il Giubileo, è tempo di guardare avanti continuando a vivere, con fedeltà, gioia ed entusiasmo, la ricchezza della misericordia divina.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:30 – 26 nov 2016