Agostino d’Ippona , Confessioni: Libro Terzo

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La compassione

2. 3. Dunque amiamo anche la sofferenza. Indubbiamente qualsiasi uomo vuole godere, e misero non piace esserlo a nessuno, però ci piace di essere pietosi: forse perché, non essendovi misericordia senza sofferenza, per ciò solo amiamo di soffrire? Anche questo è un rivo che sgorga dall’amicizia, ma dove diretto? dove corre? perché sfocia in un fiume di pece bollente, in gorghi immani di oscuri piaceri, ove si muta e trasforma per proprio impeto, deviando e decadendo dalla sua limpidezza celeste? Bisogna dunque ripudiare la misericordia? Niente affatto. Amiamo talvolta la sofferenza, ma, anima mia, guàrdati dall’impurità tenendoti sotto la protezione del Dio mio, il Dio dei padri nostri, degno di lode ed esaltato per tutti i secoli. Guardati dall’impurità. Ancora oggi infatti provo misericordia; ma allora, nei teatri, partecipavo alla gioia degli amanti allorché si godevano l’un l’altro immondamente, anche se ciò avveniva soltanto nell’illusione del gioco scenico, e viceversa, quasi misericordioso, mi contristavo allorché si lasciavano, in entrambi i casi provando diletto tuttavia. Oggi invece provo maggior compassione di chi gode nell’immondezza, che non di chi si crede sventurato per la privazione di un piacere dannoso o la perdita di una triste felicità. Qui si ha certamente una misericordia più vera; ma la sua sofferenza non produce diletto. Se si loda chi soffre della miseria altrui perché compie un dovere di carità, tuttavia una misericordia genuina preferirebbe che mancassero i motivi di sofferenza. Soltanto se esistesse una bontà maligna, che non può esistere, potrebbe anche, chi prova una misericordia vera e sincera, desiderare l’esistenza dei miseri per provarne misericordia. Si può dunque approvare il dolore in alcune circostanze, mai amarlo. Tu, Signore Dio, che ami le anime, ne provi una misericordia infinitamente più pura e incorruttibile della nostra, perché nessun dolore ti ferisce. Ma chi è capace di tanto?.

Ricerca di sensazioni

2. 4. Io allora, misero, amavo soffrire e cercavo occasioni di sofferenza. Nelle afflizioni altrui, e sia pure le afflizioni fittizie di un mimo, il gesto del commediante mi piaceva e attraeva tanto più violentemente, quante più lacrime mi strappava. E che c’è di strano, se, pecora infelice, errabonda lontano dal tuo gregge e insofferente della tua sorveglianza, un’orrenda scabbia mi deturpava? Di qui il mio amore per il dolore, non già tale da incidere troppo profondamente nel mio animo, perché non amavo patire le pene che amavo contemplare; ma da graffiarmi, per così dire, la pelle in superficie all’ascolto e alla vista di una finzione. Senonché, come avviene al grattare delle unghie, ne seguivano gonfiori brucianti, e infezioni e un orrendo marciume. Ma quella vita era vita, Dio mio?

Misericordia di Dio

3. 5. Pure, la tua misericordia mi aleggiava intorno fedele, di lontano. In quante iniquità non mi sono corrotto fino alla putredine! Ti lasciai per seguire una curiosità sacrilega, che doveva precipitarmi nell’abisso infido e nel culto ingannevole dei demòni, cui immolavo in sacrificio i miei misfatti. E tu frattanto non cessavi di flagellarmi. Non osai persino, nelle affollate cerimonie delle tue festività, fra le pareti della tua chiesa concepire voglie impure e brigare per cogliere frutti mortali? Perciò mi hai fustigato duramente. Ma i tuoi castighi erano nulla rispetto alla mia colpa, o sconfinata misericordia mia, Dio mio, rifugio mio dai terribili pericoli fra cui vagai presuntuoso, a testa alta, staccandomi sempre più da te, invaghito delle mie, non delle tue strade, invaghito della mia libertà di evaso.

Intemperanze dei compagni di scuola

3. 6. Anche gli studi nobili, com’erano chiamati, avevano il loro sbocco nel foro litigioso, cioè miravano a rendermi eccellente ove tanto più si è lodati, quanto più si è frodatori. La cecità degli uomini è così grande, che persino della propria cecità si gloriano. Ormai ero il primo alla scuola di retorica e ne provavo una gioia altera, mi gonfiavo di vento, sebbene fossi molto più quieto, Signore, tu lo sai, e rimanessi affatto estraneo ai disordini provocati dai “perturbatori dell’ordine”, epiteto sinistro e diabolico che pure equivale a un’insegna di buona educazione, fra i quali vivevo. Nella mia impudenza serbavo dunque un certo pudore, se non ero come loro. Mi trovavo con loro, mi piaceva talvolta la loro compagnia, ma le loro imprese mi ripugnavano sempre, i disordini in cui perseguitavano spavaldamente la timidezza dei novellini e li atterrivano con le loro burle non ad altro intese, che a pascere la loro maligna festevolezza. Nessun’altra è più somigliante alla condotta dei demòni, perciò non potevano ricevere appellativo più giustificato che quello di perturbatori dell’ordine, perturbati com’erano essi per primi e disturbati da spiriti beffardi, che occultamente li deridevano e seducevano proprio nell’atto di godere delle derisioni e delle beffe altrui.

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