LETTERA APOSTOLICA DIES DOMINI DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II AL L’EPISCOPATO, AL CLERO E AI FEDELI SULLA SANTIFICAZIONE DELLA DOMENICA

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CAPITOLO TERZO

DIES ECCLESIAE

L’assemblea eucaristica cuore della domenica

La presenza del Risorto

  1. « Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28, 20). Questa promessa di Cristo continua a risuonare nella Chiesa, che in essa coglie il segreto fecondo della sua vita e la sorgente della sua speranza. Se la domenica è il giorno della risurrezione, essa non è solo la memoria di un evento passato: è celebrazione della viva presenza del Risorto in mezzo ai suoi.

Perché tale presenza sia annunciata e vissuta in modo adeguato, non basta che i discepoli di Cristo preghino individualmente e ricordino interiormente, nel segreto del cuore, la morte e la risurrezione di Cristo. Quanti infatti hanno ricevuto la grazia del battesimo, non sono stati salvati solo a titolo individuale, ma come membra del Corpo mistico, entrati a far parte del Popolo di Dio.(38) È importante perciò che si radunino, per esprimere pienamente l’identità stessa della Chiesa, la ekklesía, l’assemblea convocata dal Signore risorto, il quale ha offerto la sua vita « per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi » (Gv 11, 52). Essi sono diventati « uno » in Cristo (cfr Gal 3, 28), attraverso il dono dello Spirito. Questa unità si manifesta esteriormente quando i cristiani si riuniscono: prendono allora viva coscienza e testimoniano al mondo di essere il popolo dei redenti composto da « uomini di ogni tribù, lingua, popolo, nazione » (Ap 5, 9). Nell’assemblea dei discepoli di Cristo si perpetua nel tempo l’immagine della prima comunità cristiana disegnata con intento esemplare da Luca negli Atti degli Apostoli, quando riferisce che i primi battezzati « erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere » (2, 42).

L’assemblea eucaristica

  1. Questa realtà della vita ecclesiale ha nell’Eucaristia non solo una particolare intensità espressiva, ma in certo senso il suo luogo « sorgivo ».(39) L’Eucaristia nutre e plasma la Chiesa: « Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane » (1 Cor 10, 17). Per tale suo rapporto vitale con il sacramento del Corpo e del Sangue del Signore, il mistero della Chiesa è in modo supremo annunciato, gustato e vissuto nell’Eucaristia.(40)

L’intrinseca dimensione ecclesiale dell’Eucaristia si realizza ogni volta che essa viene celebrata. Ma a maggior ragione si esprime nel giorno in cui tutta la comunità è convocata per fare memoria della risurrezione del Signore. Significativamente il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che « la celebrazione domenicale del Giorno e dell’Eucaristia del Signore sta al centro della vita della Chiesa ».(41)

  1. È proprio nella Messa domenicale, infatti, che i cristiani rivivono in modo particolarmente intenso l’esperienza fatta dagli Apostoli la sera di Pasqua, quando il Risorto si manifestò ad essi riuniti insieme (cfr Gv 20, 19). In quel piccolo nucleo di discepoli, primizia della Chiesa, era in qualche modo presente il Popolo di Dio di tutti i tempi. Attraverso la loro testimonianza, rimbalza su ogni generazione di credenti il saluto di Cristo, ricco del dono messianico della pace, acquistata col suo sangue e offerta insieme col suo Spirito: « Pace a voi! ». Nel ritorno di Cristo tra loro « otto giorni dopo » (Gv 20, 26) può vedersi raffigurato in radice l’uso della comunità cristiana di riunirsi ogni ottavo giorno, nel « giorno del Signore » o domenica, a professare la fede nella sua risurrezione ed a raccogliere i frutti della beatitudine da lui promessa: « Beati quelli che pur non avendo visto crederanno! » (Gv 20, 29). Quest’intima connessione tra la manifestazione del Risorto e l’Eucaristia è adombrata dal Vangelo di Luca nella narrazione riguardante i due discepoli di Emmaus, ai quali Cristo stesso si accompagnò, guidandoli alla comprensione della Parola e sedendosi infine a mensa con loro. Essi lo riconobbero quando egli « prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro » (24, 30). I gesti di Gesù in questo racconto sono i medesimi da lui compiuti nell’Ultima Cena, con la chiara allusione alla « frazione del pane », come è denominata l’Eucaristia nella prima generazione cristiana.

L’Eucaristia domenicale

  1. Certo, l’Eucaristia domenicale non ha, in sé, uno statuto diverso da quella celebrata in ogni altro giorno, né è separabile dall’intera vita liturgica e sacramentale. Questa è per sua natura una epifania della Chiesa,(42) che trova il suo momento più significativo quando la comunità diocesana si raduna in preghiera col proprio Pastore: « La principale manifestazione della Chiesa si ha nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima Eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare cui presiede il Vescovo circondato dal suo presbiterio e dai ministri ».(43) Il rapporto col Vescovo e con l’intera comunità ecclesiale è insito in ogni celebrazione eucaristica, anche non presieduta dal Vescovo, in qualunque giorno della settimana essa venga celebrata. Ne è espressione la menzione del Vescovo nella preghiera eucaristica.

L’Eucaristia domenicale, tuttavia, con l’obbligo della presenza comunitaria e la speciale solennità che la contraddistinguono proprio perché celebrata « nel giorno in cui Cristo ha vinto la morte e ci ha resi partecipi della sua vita immortale »,(44) manifesta con un’ulteriore enfasi la propria dimensione ecclesiale, ponendosi come paradigmatica rispetto alle altre celebrazioni eucaristiche. Ogni comunità, radunando tutti i suoi membri per la « frazione del pane », si sperimenta quale luogo in cui il mistero della Chiesa concretamente si attua. Nella stessa celebrazione la comunità si apre alla comunione con la Chiesa universale,(45) implorando il Padre perché si ricordi « della Chiesa diffusa su tutta la terra », e la faccia crescere, nell’unità di tutti i fedeli col Papa e coi Pastori delle singole Chiese, fino alla perfezione dell’amore.

Il giorno della Chiesa

  1. Il dies Domini si rivela così anche dies Ecclesiae. Si comprende allora perché la dimensione comunitaria della celebrazione domenicale debba essere, sul piano pastorale, particolarmente sottolineata. Come ho avuto modo, in altra occasione, di ricordare, tra le numerose attività che una parrocchia svolge, « nessuna è tanto vitale o formativa della comunità quanto la celebrazione domenicale del giorno del Signore e della sua Eucaristia ».(46) In questo senso il Concilio Vaticano II ha richiamato la necessità di adoperarsi perché « il senso della comunità parrocchiale fiorisca soprattutto nella celebrazione comunitaria della Messa domenicale ».(47) Nella stessa linea si pongono i successivi orientamenti liturgici, chiedendo che, nella domenica e nei giorni festivi, le celebrazioni eucaristiche fatte normalmente in altre chiese ed oratori siano coordinate con la celebrazione della chiesa parrocchiale, e ciò proprio per « fomentare il senso della comunità ecclesiale, che è alimentato ed espresso in modo speciale nella celebrazione comunitaria della domenica, sia intorno al Vescovo, soprattutto nella cattedrale, sia nell’assemblea parrocchiale, il cui pastore fa le veci del Vescovo ».(48)
  2. L’assemblea domenicale è luogo privilegiato di unità: vi si celebra infatti il sacramentum unitatis che caratterizza profondamente la Chiesa, popolo adunato « dalla » e « nella » unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.(49) In essa le famiglie cristiane vivono una delle espressioni più qualificate della loro identità e del loro « ministero » di « chiese domestiche », quando i genitori partecipano con i loro figli all’unica mensa della Parola e del Pane di vita.(50) Va ricordato a tal proposito che spetta innanzitutto ai genitori educare i loro figli alla partecipazione alla Messa domenicale, aiutati in ciò dai catechisti, che devono preoccuparsi di inserire l’iniziazione alla Messa nel cammino formativo dei ragazzi loro affidati, illustrando il motivo profondo dell’obbligatorietà del precetto. A questo contribuirà anche, quando le circostanze lo consiglino, la celebrazione di Messe per fanciulli, secondo le varie modalità previste dalle norme liturgiche.(51)

Nelle Messe domenicali della parrocchia, in quanto « comunità eucaristica »,(52) è normale poi che si ritrovino i vari gruppi, movimenti, associazioni, le stesse piccole comunità religiose in essa presenti. Questo consente loro di fare esperienza di ciò che è ad essi più profondamente comune, al di là delle specifiche vie spirituali che legittimamente li caratterizzano, in obbedienza al discernimento dell’autorità ecclesiale.(53) È per questo che di domenica, giorno dell’assemblea, le Messe dei piccoli gruppi non sono da incoraggiare: non si tratta solo di evitare che le assemblee parrocchiali manchino del necessario ministero dei sacerdoti, ma anche di fare in modo che la vita e l’unità della comunità ecclesiale vengano pienamente salvaguardate e promosse.(54) Spetta all’oculato discernimento dei Pastori delle Chiese particolari autorizzare eventuali e ben circoscritte deroghe a questo orientamento, in considerazione di specifiche esigenze formative e pastorali, tenendo conto del bene di singoli o di gruppi, e specialmente dei frutti che possono derivarne all’intera comunità cristiana.

Popolo pellegrinante

  1. Nella prospettiva poi del cammino della Chiesa nel tempo, il riferimento alla risurrezione di Cristo e la scadenza settimanale di tale solenne memoria aiutano a ricordare il carattere pellegrinante e la dimensione escatologica del Popolo di Dio. Di domenica in domenica, infatti, la Chiesa procede verso l’ultimo « giorno del Signore », la domenica senza fine. In realtà, l’attesa della venuta di Cristo è inscritta nel mistero stesso della Chiesa (55) ed emerge in ogni celebrazione eucaristica. Ma il giorno del Signore, con la sua specifica memoria della gloria del Cristo risorto, richiama con maggior intensità anche la gloria futura del suo « ritorno ». Ciò fa della domenica il giorno in cui la Chiesa, manifestando più chiaramente il suo carattere « sponsale », anticipa in qualche modo la realtà escatologica della Gerusalemme celeste. Raccogliendo i suoi figli nell’assemblea eucaristica ed educandoli all’attesa dello « Sposo divino », essa fa come un « esercizio del desiderio »,(56) in cui pregusta la gioia dei cieli nuovi e della terra nuova, quando la città santa, la nuova Gerusalemme, scenderà dal cielo, da Dio, « pronta come una sposa adorna per il suo sposo » (Ap 21, 2).

Giorno della speranza

  1. Da questo angolo visuale, se la domenica è il giorno della fede, essa non è meno il giorno della speranza cristiana. La partecipazione alla « cena del Signore » è infatti anticipazione del banchetto escatologico per le « nozze dell’Agnello » (Ap 19, 9). Celebrando il memoriale di Cristo, risorto e asceso al cielo, la comunità cristiana si pone « nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo ».(57) Vissuta e alimentata con questo intenso ritmo settimanale, la speranza cristiana si fa lievito e luce della stessa speranza umana. Per questo, nella preghiera « universale », si raccolgono i bisogni non della sola comunità cristiana, ma dell’intera umanità; la Chiesa, radunata per la Celebrazione eucaristica, testimonia in questo modo al mondo di far sue « le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono ».(58) Coronando poi con l’offerta eucaristica domenicale la testimonianza che, in tutti i giorni della settimana, i suoi figli, immersi nel lavoro e nei vari impegni della vita, si sforzano di offrire con l’annuncio del Vangelo e la pratica della carità, la Chiesa manifesta in modo più evidente il suo essere « come sacramento, ossia segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano ».(59)

La mensa della Parola

  1. Nell’assemblea domenicale, come del resto in ogni Celebrazione eucaristica, l’incontro col Risorto avviene mediante la partecipazione alla duplice mensa della Parola e del Pane di vita. La prima continua a dare quell’intelligenza della storia della salvezza e, in particolare, del mistero pasquale che lo stesso Gesù risorto procurò ai discepoli: è lui che parla, presente com’è nella sua parola « quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura ».(60) Nella seconda si attua la reale, sostanziale e duratura presenza del Signore risorto attraverso il memoriale della sua passione e della sua risurrezione, e viene offerto quel pane di vita che è pegno della gloria futura. Il Concilio Vaticano II ha ricordato che « la liturgia della parola e la liturgia eucaristica sono congiunte tra di loro così strettamente da formare un solo atto di culto ».(61) Lo stesso Concilio ha anche stabilito che « la mensa della parola di Dio sia preparata ai fedeli con maggiore abbondanza, aprendo più largamente i tesori della Bibbia ».(62) Ha poi ordinato che nelle Messe della domenica, come in quelle delle feste di precetto, l’omelia non sia omessa se non per grave causa.(63) Queste felici disposizioni hanno trovato fedele espressione nella riforma liturgica, a proposito della quale Paolo VI, commentando la più abbondante offerta di letture bibliche nelle domeniche e nei giorni festivi, scriveva: « Tutto ciò è stato ordinato in modo da far aumentare sempre più nei fedeli “quella fame di ascoltare la parola del Signore” (Am 8, 11) che, sotto la guida dello Spirito Santo, spinga il popolo della nuova alleanza alla perfetta unità della Chiesa ».(64)
  2. A distanza di oltre trent’anni dal Concilio, mentre riflettiamo sull’Eucaristia domenicale, è necessario verificare come la Parola di Dio venga proclamata, nonché l’effettiva crescita, nel Popolo di Dio, della conoscenza e dell’amore della Sacra Scrittura.(65) L’uno e l’altro aspetto, quello della celebrazione e quello dell’esperienza vissuta, stanno in intima relazione. Da una parte, la possibilità offerta dal Concilio di proclamare la Parola di Dio nella lingua propria della comunità partecipante deve portarci a sentire una « nuova responsabilità » verso di essa, facendo risplendere, « fin dal modo stesso di leggere o di cantare, il carattere peculiare del testo sacro ».(66) Dall’altra, occorre che l’ascolto della Parola di Dio proclamata sia ben preparato nell’animo dei fedeli da una conoscenza appropriata della Scrittura e, ove pastoralmente possibile, da specifiche iniziative di approfondimento dei brani biblici, specie di quelli delle Messe festive. Se infatti la lettura del testo sacro, compiuta in spirito di preghiera e in docilità all’interpretazione ecclesiale,(67) non anima abitualmente la vita dei singoli e delle famiglie cristiane, è difficile che la sola proclamazione liturgica della Parola di Dio possa portare i frutti sperati. Sono dunque molto lodevoli quelle iniziative con cui le comunità parrocchiali, attraverso il coinvolgimento di quanti partecipano all’Eucaristia — sacerdote, ministri e fedeli — (68) preparano la liturgia domenicale già nel corso della settimana, riflettendo in anticipo sulla Parola di Dio che sarà proclamata. L’obiettivo a cui tendere è che tutta la celebrazione, in quanto preghiera, ascolto, canto, e non solo l’omelia, esprima in qualche modo il messaggio della liturgia domenicale, così che esso possa incidere più efficacemente su quanti vi prendono parte. Ovviamente molto è affidato alla responsabilità di coloro che esercitano il ministero della Parola. Ad essi incombe il dovere di preparare con particolare cura, nello studio del testo sacro e nella preghiera, il commento alla parola del Signore, esprimendone fedelmente i contenuti e attualizzandoli in rapporto agli interrogativi e alla vita degli uomini del nostro tempo.
  3. Occorre peraltro non dimenticare che la proclamazione liturgica della Parola di Dio, soprattutto nel contesto dell’assemblea eucaristica, non è tanto un momento di meditazione e di catechesi, ma è il dialogo di Dio col suo popolo, dialogo in cui vengono proclamate le meraviglie della salvezza e continuamente riproposte le esigenze dell’Alleanza. Da parte sua, il Popolo di Dio si sente chiamato a rispondere a questo dialogo di amore ringraziando e lodando, ma al tempo stesso verificando la propria fedeltà nello sforzo di una continua « conversione ». L’assemblea domenicale si impegna così all’interiore rinnovamento delle promesse battesimali, che sono in qualche modo implicite nella recita del Credo, e che la liturgia espressamente prevede nella celebrazione della veglia pasquale o quando viene amministrato il battesimo durante la Messa. In questo quadro, la proclamazione della Parola nella Celebrazione eucaristica della domenica acquista il tono solenne che già l’Antico Testamento prevedeva per i momenti di rinnovamento dell’Alleanza, quando veniva proclamata la Legge e la comunità di Israele era chiamata, come il popolo del deserto ai piedi del Sinai (cfr Es 19, 7-8; 24, 3.7), a ribadire il suo « sì », rinnovando la scelta di fedeltà a Dio e di adesione ai suoi precetti. Dio infatti, nel comunicare la sua Parola, attende la nostra risposta: risposta che Cristo ha già dato per noi con il suo « Amen » (cfr 2 Cor 1, 20-22), e che lo Spirito Santo fa risuonare in noi in modo che ciò che si è udito coinvolga profondamente la nostra vita.(69)

La mensa del Corpo di Cristo

  1. La mensa della Parola sfocia naturalmente nella mensa del Pane eucaristico e prepara la comunità a viverne le molteplici dimensioni, che assumono nell’Eucaristia domenicale un carattere particolarmente solenne. Nel tono festoso del convenire di tutta la comunità nel « giorno del Signore », l’Eucaristia si propone in modo più visibile che negli altri giorni come la grande « azione di grazie », con cui la Chiesa, colma dello Spirito, si rivolge al Padre, unendosi a Cristo e facendosi voce dell’intera umanità. La scansione settimanale suggerisce di raccogliere in grata memoria gli eventi dei giorni appena trascorsi, per rileggerli alla luce di Dio, e rendergli grazie per i suoi innumerevoli doni, glorificandolo « per Cristo, con Cristo e in Cristo, nell’unità dello Spirito Santo ». La comunità cristiana prende così rinnovata coscienza del fatto che tutte le cose sono state create per mezzo di Cristo (cfr Col 1, 16; Gv 1, 3) e in lui, venuto in forma di servo a condividere e redimere la nostra condizione umana, esse sono state ricapitolate (cfr Ef 1, 10), per essere offerte a Dio Padre, dal quale ogni cosa prende origine e vita. Aderendo infine con il suo « Amen » alla dossologia eucaristica, il Popolo di Dio si proietta nella fede e nella speranza verso il traguardo escatologico, quando Cristo « consegnerà il regno a Dio Padre […] perché Dio sia tutto in tutti » (1 Cor 15, 24.28).
  2. Questo movimento « ascendente » è insito in ogni celebrazione eucaristica e ne fa un evento gioioso, intriso di riconoscenza e di speranza, ma è particolarmente sottolineato, nella Messa domenicale, dalla sua speciale connessione con la memoria della risurrezione. D’altra parte, la gioia « eucaristica » che porta « in alto i nostri cuori » è frutto del « movimento discendente » che Dio ha operato verso di noi, e che resta perennemente inscritto nell’essenza sacrificale dell’Eucaristia, suprema espressione e celebrazione del mistero della kénosis, ossia dell’abbassamento mediante il quale Cristo « umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce » (Fil 2, 8).

La Messa infatti è viva ripresentazione del sacrificio della Croce. Sotto le specie del pane e del vino, su cui è stata invocata l’effusione dello Spirito, operante con efficacia del tutto singolare nelle parole della consacrazione, Cristo si offre al Padre nel medesimo gesto di immolazione con cui si offrì sulla croce. « In questo divino sacrificio che si compie nella Messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo, che si offrì una sola volta in modo cruento sull’altare della croce ».(70) Al suo sacrificio Cristo unisce quello della Chiesa: « Nell’Eucaristia il sacrificio di Cristo diviene pure il sacrificio delle membra del suo corpo. La vita dei fedeli, la loro lode, la loro sofferenza, la loro preghiera, il loro lavoro, sono uniti a quelli di Cristo e alla sua offerta totale, e in questo modo acquistano un valore nuovo ».(71) Questa partecipazione dell’intera comunità assume una particolare evidenza nel convenire domenicale, che consente di portare all’altare la settimana trascorsa con l’intero carico umano che l’ha segnata.

Convito pasquale e incontro fraterno

  1. Questa coralità s’esprime poi specialmente nel carattere di convito pasquale che è proprio dell’Eucaristia, nella quale Cristo stesso si fa nutrimento. Infatti « a questo scopo Cristo affidò alla Chiesa questo sacrificio: perché i fedeli partecipassero ad esso, sia spiritualmente, con la fede e la carità, sia sacramentalmente, con il banchetto della santa comunione. La partecipazione alla cena del Signore è sempre comunione con il Cristo, che si offre per noi in sacrificio al Padre ».(72) Per questo la Chiesa raccomanda ai fedeli di fare la comunione quando partecipano all’Eucaristia, purché siano nelle debite disposizioni e, se consapevoli di peccati gravi, abbiano ricevuto il perdono di Dio nel sacramento della Riconciliazione,(73) nello spirito di quanto san Paolo ricordava alla comunità di Corinto (cfr 1 Cor 11, 27-32). L’invito alla comunione eucaristica si fa particolarmente insistente, com’è ovvio, in occasione della Messa in giorno di domenica e negli altri giorni festivi.

È importante inoltre che si prenda coscienza viva di quanto la comunione con Cristo sia profondamente legata alla comunione con i fratelli. L’assemblea eucaristica domenicale è un evento di fraternità, che la celebrazione deve mettere bene in evidenza, pur nel rispetto dello stile proprio dell’azione liturgica. A ciò contribuiscono il servizio dell’accoglienza e il tono della preghiera, attenta ai bisogni dell’intera comunità. Lo scambio del segno della pace, significativamente posto nel Rito romano prima della comunione eucaristica, è un gesto particolarmente espressivo, che i fedeli sono invitati a fare come manifestazione del consenso dato dal popolo di Dio a tutto ciò che si è compiuto nella celebrazione (74) e dell’impegno di vicendevole amore che si assume partecipando all’unico pane, nel ricordo dell’esigente parola di Cristo: « Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono » (Mt 5, 23-24).

Dalla Messa alla « missione »

  1. Ricevendo il Pane di vita, i discepoli di Cristo si dispongono ad affrontare, con la forza del Risorto e del suo Spirito, i compiti che li attendono nella loro vita ordinaria. In effetti, per il fedele che ha compreso il senso di ciò che ha compiuto, la celebrazione eucaristica non può esaurirsi all’interno del tempio. Come i primi testimoni della risurrezione, i cristiani convocati ogni domenica per vivere e confessare la presenza del Risorto sono chiamati a farsi nella loro vita quotidiana evangelizzatori e testimoni. L’orazione dopo la comunione e il rito di conclusione — benedizione e congedo — vanno, sotto questo profilo, riscoperti e meglio valorizzati, perché quanti hanno partecipato all’Eucaristia sentano più profondamente la responsabilità ad essi affidata. Dopo lo scioglimento dell’assemblea, il discepolo di Cristo torna nel suo ambiente abituale con l’impegno di fare di tutta la sua vita un dono, un sacrificio spirituale gradito a Dio (cfr Rm 12, 1). Egli si sente debitore verso i fratelli di ciò che nella celebrazione ha ricevuto, non diversamente dai discepoli di Emmaus i quali, dopo aver riconosciuto « alla frazione del pane » il Cristo risuscitato (cfr Lc 24, 30-32), avvertirono l’esigenza di andare subito a condividere con i loro fratelli la gioia dell’incontro con il Signore (cfr Lc 24, 33-35).

Il precetto domenicale

  1. Essendo l’Eucaristia il vero cuore della domenica, si comprende perché, fin dai primi secoli, i Pastori non abbiano cessato di ricordare ai loro fedeli la necessità di partecipare all’assemblea liturgica. « Lasciate tutto nel giorno del Signore — dichiara per esempio il trattato del III° secolo intitolato Didascalia degli Apostoli — e correte con diligenza alla vostra assemblea, perché è la vostra lode verso Dio. Altrimenti, quale scusa avranno presso Dio quelli che non si riuniscono nel giorno del Signore per ascoltare la parola di vita e nutrirsi dell’alimento divino che rimane eterno? ».(75) L’appello dei Pastori ha generalmente incontrato nell’anima dei fedeli un’adesione convinta e, se non sono mancati tempi e situazioni in cui è calata la tensione ideale nell’adempimento di questo dovere, non si può però non ricordare l’autentico eroismo con cui sacerdoti e fedeli hanno ottemperato a quest’obbligo in tante situazioni di pericolo e di restrizione della libertà religiosa, come è possibile costatare dai primi secoli della Chiesa fino al nostro tempo.

San Giustino, nella sua prima Apologia indirizzata all’imperatore Antonino e al Senato, poteva descrivere con fierezza la prassi cristiana dell’assemblea domenicale, che riuniva insieme nello stesso luogo i cristiani delle città e quelli delle campagne.(76) Quando, durante la persecuzione di Diocleziano, le loro assemblee furono interdette con la più grande severità, furono molti i coraggiosi che sfidarono l’editto imperiale e accettarono la morte pur di non mancare alla Eucaristia domenicale. E il caso di quei martiri di Abitine, in Africa proconsolare, che risposero ai loro accusatori: « È senza alcun timore che abbiamo celebrato la cena del Signore, perché non la si può tralasciare; è la nostra legge »; « Noi non possiamo stare senza la cena del Signore ». E una delle martiri confessò: « Sì, sono andata all’assemblea e ho celebrato la cena del Signore con i miei fratelli, perché sono cristiana ».(77)

  1. Quest’obbligo di coscienza, fondato in una esigenza interiore che i cristiani dei primi secoli sentivano con tanta forza, la Chiesa non ha cessato di affermarlo, anche se dapprima non ha ritenuto necessario prescriverlo. Solo più tardi, davanti alla tiepidezza o alla negligenza di alcuni, ha dovuto esplicitare il dovere di partecipare alla Messa domenicale: il più delle volte lo ha fatto sotto forma di esortazioni, ma talvolta ha dovuto ricorrere anche a precise disposizioni canoniche. È quanto ha fatto in diversi Concili particolari a partire dal IV secolo (così nel Concilio di Elvira del 300, che non parla di obbligo ma di conseguenze penali dopo tre assenze) (78) e soprattutto dal VI secolo in poi (come è avvenuto nel Concilio di Agde del 506).(79) Questi decreti di Concili particolari sono sfociati in una consuetudine universale di carattere obbligante, come cosa del tutto ovvia.(80)

Il Codice di Diritto Canonico del 1917 per la prima volta raccoglieva la tradizione in una legge universale.(81) L’attuale Codice la ribadisce, dicendo che « la domenica e le altre feste di precetto, i fedeli sono tenuti all’obbligo di partecipare alla Messa ».(82) Una tale legge è stata normalmente intesa come implicante un obbligo grave: è quanto insegna anche il Catechismo della Chiesa Cattolica,(83) e ben se ne comprende il motivo, se si considera la rilevanza che la domenica ha per la vita cristiana.

  1. Oggi, come nei tempi eroici degli inizi, in molte regioni del mondo si ripropongono situazioni difficili per tanti che intendono vivere con coerenza la propria fede. L’ambiente è a volte dichiaratamente ostile, altre volte — e più spesso — indifferente e refrattario al messaggio evangelico. Il credente, se non vuole essere sopraffatto, deve poter contare sul sostegno della comunità cristiana. È perciò necessario che egli si convinca dell’importanza decisiva che per la sua vita di fede ha il riunirsi la domenica con gli altri fratelli per celebrare la Pasqua del Signore nel sacramento della Nuova Alleanza. Spetta, poi, in modo particolare ai Vescovi di adoperarsi « per far sì che la domenica venga da tutti i fedeli riconosciuta, santificata e celebrata come vero “giorno del Signore”, nel quale la Chiesa si raduna per rinnovare la memoria del suo mistero pasquale con l’ascolto della parola di Dio, con l’offerta del sacrificio del Signore, con la santificazione del giorno mediante la preghiera, le opere di carità e l’astensione dal lavoro ».(84)
  2. E dal momento che per i fedeli partecipare alla Messa è un obbligo, a meno che non abbiano un impedimento grave, ai Pastori s’impone il corrispettivo dovere di offrire a tutti l’effettiva possibilità di soddisfare al precetto. In questa linea si muovono le disposizioni del diritto ecclesiastico, quali per esempio la facoltà per il sacerdote, previa autorizzazione del Vescovo diocesano, di celebrare più di una Messa di domenica e nei giorni festivi,(85) l’istituzione delle Messe vespertine (86) ed infine l’indicazione secondo cui il tempo utile per l’adempimento dell’obbligo comincia già il sabato sera, in coincidenza con i primi Vespri della domenica.(87) Dal punto di vista liturgico, infatti, il giorno festivo ha inizio con tali Vespri.(88) Conseguentemente la liturgia della Messa detta talvolta « prefestiva », ma che in realtà è a tutti gli effetti « festiva », è quella della domenica, con l’impegno per il celebrante di tenere l’omelia e di recitare con i fedeli la preghiera universale.

I pastori inoltre ricorderanno ai fedeli che, in caso di assenza dalla loro residenza abituale in giorno di domenica, essi devono preoccuparsi di partecipare alla Messa là dove si trovano, arricchendo così la comunità del luogo con la loro testimonianza personale. Allo stesso tempo, bisognerà che queste comunità esprimano un caldo senso di accoglienza per i fratelli venuti da fuori, particolarmente nei luoghi che attirano numerosi turisti e pellegrini, per i quali sarà spesso necessario prevedere iniziative particolari di assistenza religiosa.(89)

Celebrazione gioiosa e canora

  1. Dato il carattere proprio della Messa domenicale e l’importanza che essa riveste per la vita dei fedeli, è necessario prepararla con speciale cura. Nelle forme suggerite dalla saggezza pastorale e dagli usi locali in armonia con le norme liturgiche, bisogna assicurare alla celebrazione quel carattere festoso che s’addice al giorno commemorativo della Risurrezione del Signore. A tale scopo è importante dedicare attenzione al canto dell’assemblea, poiché esso è particolarmente adatto ad esprimere la gioia del cuore, sottolinea la solennità e favorisce la condivisione dell’unica fede e del medesimo amore. Ci si preoccupi pertanto della sua qualità, sia per quanto riguarda i testi che le melodie, affinché quanto si propone oggi di nuovo e creativo sia conforme alle disposizioni liturgiche e degno di quella tradizione ecclesiale che vanta, in materia di musica sacra, un patrimonio di inestimabile valore.

Celebrazione coinvolgente e partecipata

  1. È necessario inoltre fare ogni sforzo perché tutti i presenti — ragazzi e adulti — si sentano interessati, favorendo il loro coinvolgimento in quelle espressioni di partecipazione che la liturgia suggerisce e raccomanda.(90) Certo, spetta soltanto a quelli che esercitano il sacerdozio ministeriale a servizio dei loro fratelli di compiere il Sacrificio eucaristico e di offrirlo a Dio a nome dell’intero popolo.(91) Ha qui il suo fondamento la distinzione, che è ben più che disciplinare, tra il compito proprio del celebrante e quello che è attribuito ai diaconi e ai fedeli non ordinati.(92) I fedeli tuttavia devono essere consapevoli che, in virtù del sacerdozio comune ricevuto nel battesimo, « concorrono ad offrire l’Eucaristia ».(93) Pur nella distinzione dei ruoli, essi « offrono a Dio la vittima divina e se stessi con essa. Offrendo il sacrificio e ricevendo la santa comunione, prendono parte attivamente all’azione liturgica »,(94) attingendovi luce e forza per vivere il loro sacerdozio battesimale con la testimonianza di una vita santa.

Altri momenti della domenica cristiana

  1. Se la partecipazione all’Eucaristia è il cuore della domenica, sarebbe tuttavia limitativo ridurre solo ad essa il dovere di « santificarla ». Il giorno del Signore è infatti vissuto bene, se è tutto segnato dalla memoria grata ed operosa dei gesti salvifici di Dio. Questo impegna ciascuno dei discepoli di Cristo a dare anche agli altri momenti della giornata, vissuti al di fuori del contesto liturgico — vita di famiglia, relazioni sociali, occasioni di svago — uno stile che aiuti a far emergere la pace e la gioia del Risorto nel tessuto ordinario della vita. Il più tranquillo ritrovarsi dei genitori e dei figli può essere, ad esempio, occasione non solo per aprirsi all’ascolto reciproco, ma anche per vivere insieme qualche momento formativo e di maggior raccoglimento. E perché poi non mettere in programma, anche nella vita laicale, quando è possibile, speciali iniziative di preghiera — quali, in particolare, la celebrazione solenne dei Vespri —, come pure eventuali momenti di catechesi, che nella vigilia della domenica o nel pomeriggio di essa preparino e completino nell’animo cristiano il dono proprio dell’Eucaristia?

Questa forma abbastanza tradizionale di « santificazione della domenica » è diventata forse, in molti ambienti, più difficile; ma la Chiesa manifesta la sua fede nella forza del Risorto e nella potenza dello Spirito Santo mostrando, oggi più che mai, di non accontentarsi di proposte minimali o mediocri sul piano della fede, e aiutando i cristiani a compiere quanto è più perfetto e gradito al Signore. Del resto, accanto alle difficoltà, non mancano segnali positivi ed incoraggianti. Grazie al dono dello Spirito, in molti ambienti ecclesiali si avverte una nuova esigenza di preghiera nella molteplicità delle sue forme. Vengono riscoperte anche espressioni antiche della religiosità, come il pellegrinaggio, e spesso i fedeli approfittano del riposo domenicale per recarsi in Santuari dove vivere, magari con l’intera famiglia, qualche ora di più intensa esperienza di fede. Sono momenti di grazia che occorre nutrire con una adeguata evangelizzazione ed orientare con vera sapienza pastorale.

Assemblee domenicali in assenza del sacerdote

  1. Resta il problema delle parrocchie per le quali non è possibile godere del ministero di un sacerdote che celebri l’Eucaristia domenicale. Ciò avviene spesso nelle giovani Chiese, dove un solo sacerdote ha la responsabilità pastorale di fedeli dispersi su un vasto territorio. Situazioni di emergenza possono verificarsi anche nei Paesi di secolare tradizione cristiana, quando la rarefazione del clero impedisce di assicurare la presenza del sacerdote in ogni comunità parrocchiale. La Chiesa, considerando il caso di impossibilità della celebrazione eucaristica, raccomanda la convocazione di assemblee domenicali in assenza del sacerdote,(95) secondo le indicazioni e le direttive date dalla Santa Sede e affidate, per la loro applicazione, alle Conferenze Episcopali.(96) Tuttavia, l’obiettivo deve rimanere la celebrazione del sacrificio della Messa, sola vera attuazione della Pasqua del Signore, sola realizzazione completa dell’assemblea eucaristica che il sacerdote presiede in persona Christi, spezzando il pane della Parola e quello dell’Eucaristia. Si prenderanno dunque, a livello pastorale, tutte le misure necessarie perché i fedeli che ne sono abitualmente privi possano beneficiarne il più spesso possibile, sia favorendo la periodica presenza di un sacerdote, sia valorizzando tutte le opportunità per organizzare il raduno in un luogo centrale, accessibile a diversi gruppi lontani.

Trasmissioni radiofoniche e televisive

  1. Infine, i fedeli che, a causa di malattia, infermità o per qualche altra grave ragione, ne sono impediti, avranno a cuore di unirsi da lontano nel modo migliore alla celebrazione della Messa domenicale, preferibilmente con le letture e preghiere previste dal Messale per quel giorno, come pure attraverso il desiderio dell’Eucaristia.(97) In molti Paesi, la televisione e la radio offrono la possibilità di unirsi ad una Celebrazione eucaristica nel momento in cui essa si svolge in un luogo sacro.(98) Ovviamente questo genere di trasmissioni non permette in sé di soddisfare al precetto domenicale, che esige la partecipazione all’assemblea dei fratelli mediante la riunione in un medesimo luogo e la conseguente possibilità della comunione eucaristica. Ma per coloro che sono impediti dal partecipare all’Eucaristia e sono perciò scusati dall’adempiere il precetto, la trasmissione televisiva o radiofonica costituisce un aiuto prezioso, soprattutto se integrato dal generoso servizio dei ministri straordinari che portano l’Eucaristia ai malati, recando ad essi il saluto e la solidarietà dell’intera comunità. In tal modo, anche per questi cristiani, la Messa domenicale produce abbondanti frutti ed essi possono vivere la domenica come vero « giorno del Signore » e « giorno della Chiesa ».

 

 

 

 

 

 

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