LETTERA APOSTOLICA DIES DOMINI DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II AL L’EPISCOPATO, AL CLERO E AI FEDELI SULLA SANTIFICAZIONE DELLA DOMENICA

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CAPITOLO QUARTO

DIES HOMINIS

Risultato immagine per giovanni paolo II

La domenica giorno di gioia,

riposo e solidarietà

La « gioia piena » di Cristo

55. « Sia benedetto Colui che ha elevato il grande giorno della domenica sopra tutti i giorni. Il cielo e la terra, gli angeli e gli uomini s’abbandonano alla gioia ».(99) Questi accenti della liturgia maronita ben rappresentano le intense acclamazioni di gaudio che da sempre, nella liturgia occidentale e in quella orientale, hanno caratterizzato la domenica. Del resto, storicamente, prima ancora che come giorno di riposo — oltre tutto allora non previsto dal calendario civile — i cristiani vissero il giorno settimanale del Signore risorto soprattutto come giorno di gioia. « Il primo giorno della settimana, siate tutti lieti » si legge nella Didascalia degli Apostoli. (100) E questo era ben sottolineato anche nella prassi liturgica, attraverso la scelta di gesti appropriati. (101) Sant’Agostino, facendosi interprete della diffusa coscienza ecclesiale, mette appunto in evidenza tale carattere della Pasqua settimanale: « Si tralasciano i digiuni e si prega stando in piedi come segno della risurrezione; per questo inoltre tutte le domeniche si canta l’alleluia ». (102)

56. Al di là delle singole espressioni rituali, che possono variare nel tempo secondo la disciplina ecclesiale, rimane il dato che la domenica, eco settimanale della prima esperienza del Risorto, non può non portare il segno della gioia con cui i discepoli accolsero il Maestro: « I discepoli gioirono al vedere il Signore » (Gv 20, 20). Si realizzava per loro, come poi si attuerà per tutte le generazioni cristiane, la parola detta da Gesù prima della passione: « Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia » (Gv 16, 20). Non aveva forse pregato egli stesso perché i discepoli avessero « la pienezza della sua gioia » (cfr Gv 17, 13)? Il carattere festoso dell’Eucaristia domenicale esprime la gioia che Cristo trasmette alla sua Chiesa attraverso il dono dello Spirito. La gioia è appunto uno dei frutti dello Spirito Santo (cfr Rm 14, 17; Gal 5, 22).

57. Per cogliere dunque in pienezza il senso della domenica, occorre riscoprire questa dimensione dell’esistenza credente. Certamente, essa deve caratterizzare tutta la vita, e non solo un giorno della settimana. Ma la domenica, in forza del suo significato di giorno del Signore risorto, nel quale si celebra l’opera divina della creazione e della « nuova creazione », è giorno di gioia a titolo speciale, anzi giorno propizio per educarsi alla gioia, riscoprendone i tratti autentici e le radici profonde. Essa non va infatti confusa con fatui sentimenti di appagamento e di piacere, che inebriano la sensibilità e l’affettività per un momento, lasciando poi il cuore nell’insoddisfazione e magari nell’amarezza. Cristianamente intesa, è qualcosa di molto più duraturo e consolante; sa resistere persino, come attestano i santi, (103) alla notte oscura del dolore, e, in certo senso, è una « virtù » da coltivare.

58. Non c’è tuttavia alcuna opposizione tra la gioia cristiana e le vere gioie umane. Queste anzi vengono esaltate e trovano il loro fondamento ultimo proprio nella gioia di Cristo glorificato (cfr At 2, 24-31), immagine perfetta e rivelazione dell’uomo secondo il disegno di Dio. Come scrisse nell’Esortazione sulla gioia cristiana il mio venerato predecessore Paolo VI, « per essenza, la gioia cristiana è partecipazione alla gioia insondabile, insieme divina e umana, che è nel cuore di Gesù Cristo glorificato ». (104) E lo stesso Pontefice concludeva la sua Esortazione chiedendo che, nel giorno del Signore, la Chiesa testimoniasse fortemente la gioia provata dagli Apostoli nel vedere il Signore la sera di Pasqua. Invitava pertanto i Pastori ad insistere « sulla fedeltà dei battezzati a celebrare nella gioia l’Eucaristia domenicale. Come potrebbero essi trascurare questo incontro, questo banchetto che Cristo ci prepara nel suo amore? Che la partecipazione ad esso sia insieme degnissima e gioiosa! È il Cristo, crocifisso e glorificato, che passa in mezzo ai suoi discepoli, per trascinarli insieme nel rinnovamento della sua risurrezione. È il culmine, quaggiù, dell’alleanza d’amore tra Dio e il suo popolo: segno e sorgente di gioia cristiana, tappa per la festa eterna ». (105) In questa prospettiva di fede, la domenica cristiana è un autentico « far festa », un giorno da Dio donato all’uomo per la sua piena crescita umana e spirituale.

Il compimento del sabato

59. Questo aspetto della domenica cristiana ne evidenzia in modo speciale la dimensione di compimento del sabato veterotestamentario. Nel giorno del Signore, che l’Antico Testamento, come s’è detto, lega all’opera della creazione (cfr Gn 2, 1-3; Es 20, 8-11) e dell’Esodo (cfr Dt 5, 12-15), il cristiano è chiamato ad annunciare la nuova creazione e la nuova alleanza compiute nel mistero pasquale di Cristo. La celebrazione della creazione, lungi dall’essere annullata, è approfondita in prospettiva cristocentrica, ossia alla luce del disegno divino « di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra » (Ef 1, 10). A sua volta, è dato senso pieno anche al memoriale della liberazione compiuta nell’Esodo, che diventa memoriale dell’universale redenzione compiuta da Cristo morto e risorto. La domenica, pertanto, più che una « sostituzione » del sabato, è la sua realizzazione compiuta, e in certo senso la sua espansione e la sua piena espressione, in ordine al cammino della storia della salvezza, che ha il suo culmine in Cristo.

60. In quest’ottica la teologia biblica dello « shabbat », senza recare pregiudizio al carattere cristiano della domenica, può essere pienamente recuperata. Essa ci riconduce sempre nuovamente e con stupore mai attenuato a quel misterioso inizio, in cui l’eterna Parola di Dio, con libera decisione d’amore, trasse dal nulla il mondo. Sigillo dell’opera creatrice fu la benedizione e consacrazione del giorno in cui Dio cessò « da ogni lavoro che egli creando aveva fatto » (Gn 2, 3). Da questo giorno del riposo di Dio prende senso il tempo, assumendo, nella successione delle settimane, non soltanto un ritmo cronologico, ma, per così dire, un respiro teologico. Il costante ritorno dello « shabbat » sottrae infatti il tempo al rischio del ripiegamento su di sé, perché resti aperto all’orizzonte dell’eterno, attraverso l’accoglienza di Dio e dei suoi kairoì, ossia dei tempi della sua grazia e dei suoi interventi di salvezza.

61. Lo « shabbat », il giorno settimo benedetto e consacrato da Dio, mentre chiude l’intera opera della creazione, si lega immediatamente all’opera del sesto giorno, in cui Dio fece l’uomo « a sua immagine e somiglianza » (cfr Gn 1, 26). Questa relazione più immediata tra il « giorno di Dio » e il « giorno dell’uomo » non sfuggì ai Padri nella loro meditazione sul racconto biblico della creazione. Dice a tal proposito Ambrogio: « Grazie dunque al Signore Dio nostro che fece un’opera ove egli potesse trovare riposo. Fece il cielo, ma non leggo che ivi abbia riposato; fece le stelle, la luna, il sole, e neppure qui leggo che abbia in essi riposato. Leggo invece che fece l’uomo e che allora si riposò, avendo in lui uno al quale poteva perdonare i peccati ». (106) Il « giorno di Dio » avrà così per sempre un collegamento diretto con il « giorno dell’uomo ». Quando il comandamento di Dio recita: « Ricordati del giorno di sabato per santificarlo » (Es 20, 8), la sosta comandata per onorare il giorno a lui dedicato non è affatto, per l’uomo, un’imposizione onerosa, ma piuttosto un aiuto perché egli avverta la sua vitale e liberante dipendenza dal Creatore, e insieme la vocazione a collaborare alla sua opera e ad accogliere la sua grazia. Onorando il « riposo » di Dio, l’uomo ritrova pienamente se stesso, e così il giorno del Signore si manifesta profondamente segnato dalla benedizione divina (cfr Gn 2, 3) e si direbbe dotato, in forza di essa, al pari degli animali e degli uomini (cfr Gn 1, 22.28), di una sorta di « fecondità ». Essa si esprime soprattutto nel ravvivare e, in certo senso, « moltiplicare » il tempo stesso, accrescendo nell’uomo, col ricordo del Dio vivente, la gioia di vivere e il desiderio di promuovere e donare la vita.

62. Il cristiano dovrà allora ricordare che, se per lui sono cadute le modalità del sabato giudaico, superate dal « compimento » domenicale, restano validi i motivi di fondo che impongono la santificazione del « giorno del Signore », fissati nella solennità del Decalogo, ma da rileggere alla luce della teologia e della spiritualità della domenica: « Osserva il giorno di sabato per santificarlo, come il Signore Dio tuo ti ha comandato. Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, ma il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero, che sta entro le tue porte, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te. Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato » (Dt 5, 12-15). L’osservanza del sabato appare qui intimamente legata all’opera di liberazione compiuta da Dio per il suo popolo.

63. Cristo è venuto a realizzare un nuovo « esodo », a rendere la libertà agli oppressi. Egli ha operato molte guarigioni il giorno di sabato (cfr Mt 12, 9-14 e paralleli), non certo per violare il giorno del Signore, ma per realizzarne il pieno significato: « Il sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato » (Mc 2, 27). Opponendosi all’interpretazione troppo legalistica di alcuni suoi contemporanei, e sviluppando l’autentico senso del sabato biblico, Gesù, « Signore del sabato » (Mc 2, 28), riconduce l’osservanza di questo giorno al suo carattere liberante, posto insieme a salvaguardia dei diritti di Dio e dei diritti dell’uomo. Si comprende così perché i cristiani, annunciatori della liberazione compiuta nel sangue di Cristo, si sentissero autorizzati a trasporre il senso del sabato nel giorno della risurrezione. La Pasqua di Cristo ha infatti liberato l’uomo da una schiavitù ben più radicale di quella gravante su un popolo oppresso: la schiavitù del peccato, che allontana l’uomo da Dio, lo allontana anche da se stesso e dagli altri, ponendo nella storia sempre nuovi germi di cattiveria e di violenza.

Il giorno del riposo

64. Per alcuni secoli i cristiani vissero la domenica solo come giorno del culto, senza potervi annettere anche il significato specifico del riposo sabbatico. Solo nel IV secolo, la legge civile dell’Impero Romano riconobbe il ritmo settimanale, facendo in modo che nel « giorno del sole » i giudici, le popolazioni delle città e le corporazioni dei vari mestieri cessassero di lavorare. (107) I cristiani si rallegrarono di veder così tolti gli ostacoli che fino ad allora avevano reso talvolta eroica l’osservanza del giorno del Signore. Essi potevano ormai dedicarsi alla preghiera comune senza impedimenti. (108)

Sarebbe quindi un errore vedere nella legislazione rispettosa del ritmo settimanale una semplice circostanza storica senza valore per la Chiesa e che essa potrebbe abbandonare. I Concili non hanno cessato di conservare, anche dopo la fine dell’Impero, le disposizioni relative al riposo festivo. Nei Paesi poi dove i cristiani sono in piccolo numero e dove i giorni festivi del calendario non corrispondono alla domenica, quest’ultima rimane pur sempre il giorno del Signore, il giorno in cui i fedeli si riuniscono per l’assemblea eucaristica. Ciò però avviene a prezzo di non piccoli sacrifici. Per i cristiani non è normale che la domenica, giorno di festa e di gioia, non sia anche giorno di riposo e resta comunque per essi difficile « santificare » la domenica, non disponendo di un tempo libero sufficiente.

65. D’altra parte, il legame tra il giorno del Signore e il giorno del riposo nella società civile ha una importanza e un significato che vanno al di là della prospettiva propriamente cristiana. L’alternanza infatti tra lavoro e riposo, inscritta nella natura umana, è voluta da Dio stesso, come si rileva dal brano della creazione nel Libro della Genesi (cfr 2, 2-3; Es 20, 8-11): il riposo è cosa « sacra », essendo per l’uomo la condizione per sottrarsi al ciclo, talvolta eccessivamente assorbente, degli impegni terreni e riprendere coscienza che tutto è opera di Dio. Il potere prodigioso che Dio dà all’uomo sulla creazione rischierebbe di fargli dimenticare che Dio è il Creatore, dal quale tutto dipende. Tanto più urgente è questo riconoscimento nella nostra epoca, nella quale la scienza e la tecnica hanno incredibilmente esteso il potere che l’uomo esercita attraverso il suo lavoro.

66. Infine, non bisogna perdere di vista che, anche nel nostro tempo, per molti il lavoro è una dura servitù, sia in ragione delle miserevoli condizioni in cui si svolge e degli orari che impone, specie nelle regioni più povere del mondo, sia perché sussistono, nelle stesse società economicamente più evolute, troppi casi di ingiustizia e di sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. Quando la Chiesa nel corso dei secoli ha legiferato sul riposo domenicale, (109) ha considerato soprattutto il lavoro dei servi e degli operai, non certo perché esso fosse un lavoro meno dignitoso rispetto alle esigenze spirituali della pratica domenicale, ma piuttosto perché più bisognoso di una regolamentazione che ne alleggerisse il peso, e consentisse a tutti di santificare il giorno del Signore. In questa chiave il mio predecessore Leone XIII nell’Enciclica Rerum novarum additava il riposo festivo come un diritto del lavoratore che lo Stato deve garantire. (110)

Resta anche nel nostro contesto storico l’obbligo di adoperarsi perché tutti possano conoscere la libertà, il riposo e la distensione che sono necessari alla loro dignità di uomini, con le connesse esigenze religiose, familiari, culturali, interpersonali, che difficilmente possono essere soddisfatte, se non viene salvaguardato almeno un giorno settimanale in cui godere insieme della possibilità di riposare e di far festa. Ovviamente, questo diritto del lavoratore al riposo presuppone il suo diritto al lavoro e, mentre riflettiamo su questa problematica connessa con la concezione cristiana della domenica, non possiamo non ricordare con intima partecipazione il disagio di tanti uomini e donne che, per la mancanza di posti di lavoro, sono costretti anche nei giorni lavorativi all’inattività.

67. Attraverso il riposo domenicale, le preoccupazioni e i compiti quotidiani possono ritrovare la loro giusta dimensione: le cose materiali per le quali ci agitiamo lasciano posto ai valori dello spirito; le persone con le quali viviamo riprendono, nell’incontro e nel dialogo più pacato, il loro vero volto. Le stesse bellezze della natura — troppe volte sciupate da una logica di dominio che si ritorce contro l’uomo — possono essere riscoperte e profondamente gustate. Giorno di pace dell’uomo con Dio, con se stesso e con i propri simili, la domenica diviene così anche momento in cui l’uomo è invitato a gettare uno sguardo rigenerato sulle meraviglie della natura, lasciandosi coinvolgere in quella stupenda e misteriosa armonia che, al dire di sant’Ambrogio, per una « legge inviolabile di concordia e di amore », unisce i diversi elementi del cosmo in un « vincolo di unione e di pace ». (111) L’uomo si fa allora più consapevole, secondo le parole dell’Apostolo, che « tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie, perché esso viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera » (1 Tm 4, 4-5). Se dunque, dopo sei giorni di lavoro — ridotti in verità già per molti a cinque — l’uomo cerca un tempo di distensione e di migliore cura di altri aspetti della propria vita, ciò risponde ad un bisogno autentico, in piena armonia con la prospettiva del messaggio evangelico. Il credente è chiamato perciò a soddisfare questa esigenza, armonizzandola con le espressioni della sua fede personale e comunitaria, manifestata nella celebrazione e santificazione del giorno del Signore.

Per questo è naturale che i cristiani si adoperino perché, anche nelle circostanze speciali del nostro tempo, la legislazione civile tenga conto del loro dovere di santificare la domenica. È comunque un loro obbligo di coscienza quello di organizzare il riposo domenicale in modo che sia loro possibile partecipare all’Eucaristia, astenendosi dai lavori ed affari incompatibili con la santificazione del giorno del Signore, con la sua tipica gioia e con il necessario riposo dello spirito e del corpo. (112)

68. Dato poi che il riposo stesso, per non risolversi in vacuità o divenire fonte di noia, deve portare arricchimento spirituale, più grande libertà, possibilità di contemplazione e di comunione fraterna, i fedeli sceglieranno, tra i mezzi della cultura e i divertimenti che la società offre, quelli che si accordano meglio con una vita conforme ai precetti del Vangelo. In questa prospettiva, il riposo domenicale e festivo acquista una dimensione « profetica », affermando non solo il primato assoluto di Dio, ma anche il primato e la dignità della persona rispetto alle esigenze della vita sociale ed economica, e anticipando in certo modo i « cieli nuovi » e la « terra nuova », dove la liberazione dalla schiavitù dei bisogni sarà definitiva e totale. In breve, il giorno del Signore diventa così, nel modo più autentico, anche il giorno dell’uomo.

Giorno di solidarietà

69. La domenica deve anche dare ai fedeli l’occasione di dedicarsi alle attività di misericordia, di carità e di apostolato. La partecipazione interiore alla gioia di Cristo risorto implica la condivisione piena dell’amore che pulsa nel suo cuore: non c’è gioia senza amore! Gesù stesso lo spiega, ponendo in rapporto il « comandamento nuovo » con il dono della gioia: « Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia con voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati » (Gv 15, 10-12).

L’Eucaristia domenicale, dunque, non solo non distoglie dai doveri di carità, ma al contrario impegna maggiormente i fedeli « a tutte le opere di carità, di pietà, di apostolato, attraverso le quali divenga manifesto che i fedeli di Cristo non sono di questo mondo e tuttavia sono luce del mondo e rendono gloria al Padre dinanzi agli uomini ». (113)

70. Di fatto, fin dai tempi apostolici, la riunione domenicale è stata per i cristiani un momento di condivisione fraterna nei confronti dei più poveri. « Ogni primo giorno della settimana ciascuno metta da parte ciò che gli è riuscito di risparmiare » (1 Cor 16, 2). Qui si tratta della colletta organizzata da Paolo per le Chiese povere della Giudea: nell’Eucaristia domenicale il cuore credente si allarga alle dimensioni della Chiesa. Ma occorre cogliere in profondità l’invito dell’Apostolo, che lungi dal promuovere un’angusta mentalità dell’« obolo », fa piuttosto appello a una esigente cultura della condivisione, attuata sia tra i membri stessi della comunità che in rapporto all’intera società. (114) Sono più che mai da riascoltare i severi moniti che egli rivolge alla comunità di Corinto, colpevole di aver umiliato i poveri nell’agape fraterna che accompagnava la « cena del Signore »: « Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla Chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente? » (1 Cor 11, 20-22). Altrettanto vigorosa è la parola di Giacomo: « Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito splendidamente, e entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: “Tu siediti qui comodamente” e al povero dite: “Tu mettiti in piedi lì”, oppure “Siediti qui ai piedi del mio sgabello”, non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi? » (2, 2-4).

71. Le indicazioni degli Apostoli trovarono pronta eco fin dai primi secoli e suscitarono vibrati accenti nella predicazione dei Padri della Chiesa. Parole di fuoco rivolgeva sant’Ambrogio ai ricchi che presumevano di assolvere ai loro obblighi religiosi frequentando la chiesa senza condividere i loro beni con i poveri e magari opprimendoli: « Ascolti, o ricco, cosa dice il Signore? E tu vieni in chiesa non per dare qualcosa a chi è povero ma per prendere ». (115) Non meno esigente san Giovanni Crisostomo: « Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con stoffe di seta, per poi trascurarlo fuori, dove patisce freddo e nudità. Colui che ha detto: “Questo è il mio corpo”, è il medesimo che ha detto: “Voi mi avete visto affamato e non mi avete nutrito”, e “Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me” […]. A che serve che la tavola eucaristica sia sovraccarica di calici d’oro, quando lui muore di fame? Comincia a saziare lui affamato, poi con quello che resterà potrai ornare anche l’altare ». (116)

Sono parole che ricordano efficacemente alla comunità cristiana il dovere di fare dell’Eucaristia il luogo dove la fraternità diventi concreta solidarietà, dove gli ultimi siano i primi nella considerazione e nell’affetto dei fratelli, dove Cristo stesso, attraverso il dono generoso fatto dai ricchi ai più poveri, possa in qualche modo continuare nel tempo il miracolo della moltiplicazione dei pani. (117)

72. L’Eucaristia è evento e progetto di fraternità. Dalla Messa domenicale parte un’onda di carità, destinata ad espandersi in tutta la vita dei fedeli, iniziando ad animare il modo stesso di vivere il resto della domenica. Se essa è giorno di gioia, occorre che il cristiano dica con i suoi concreti atteggiamenti che non si può essere felici « da soli ». Egli si guarda attorno, per individuare le persone che possono aver bisogno della sua solidarietà. Può accadere che nel suo vicinato o nel suo raggio di conoscenze vi siano ammalati, anziani, bambini, immigrati che proprio di domenica avvertono in modo ancora più cocente la loro solitudine, le loro necessità, la loro condizione di sofferenza. Certamente l’impegno per loro non può limitarsi ad una sporadica iniziativa domenicale. Ma posto un atteggiamento di impegno più globale, perché non dare al giorno del Signore un maggior tono di condivisione, attivando tutta l’inventiva di cui è capace la carità cristiana? Invitare a tavola con sé qualche persona sola, fare visita a degli ammalati, procurare da mangiare a qualche famiglia bisognosa, dedicare qualche ora a specifiche iniziative di volontariato e di solidarietà, sarebbe certamente un modo per portare nella vita la carità di Cristo attinta alla Mensa eucaristica.

73. Vissuta così, non solo l’Eucaristia domenicale, ma l’intera domenica diventa una grande scuola di carità, di giustizia e di pace. La presenza del Risorto in mezzo ai suoi si fa progetto di solidarietà, urgenza di rinnovamento interiore, spinta a cambiare le strutture di peccato in cui i singoli, le comunità, talvolta i popoli interi sono irretiti. Lungi dall’essere evasione, la domenica cristiana è piuttosto « profezia » inscritta nel tempo, profezia che obbliga i credenti a seguire le orme di Colui che è venuto « per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore » (Lc 4, 18-19). Mettendosi alla sua scuola, nella memoria domenicale della Pasqua, e ricordando la sua promessa: « Vi lascio la pace, vi dò la mia pace » (Gv 14, 27), il credente diventa a sua volta operatore di pace.

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