Archive for gennaio 2017

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 31 gennaio 2017

31 gennaio 2017

 

 

2017-01-31 L’Osservatore Romano

Gesù non guarda le «statistiche» ma ha attenzione per «ognuno di noi». Uno per uno. Lo «stupore dell’incontro con Gesù», quella meraviglia che coglie chi lo guarda e si rende conto che il Signore già aveva «fisso il suo sguardo» su di lui, è stata descritta da Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta martedì 31 gennaio.

È stato proprio lo «sguardo» il filo conduttore della meditazione che ha preso le mosse dal brano della lettera agli Ebrei (12, 1-4) nel quale l’autore, dopo aver sottolineato l’importanza del fare «memoria», invita tutti: «Corriamo con perseveranza, tenendo fisso lo sguardo su Gesù». Raccogliendo tale suggerimento, il Pontefice ha preso in esame il vangelo del giorno (Marco, 5 21-43) per vedere «cosa fa Gesù».

 

Il particolare più evidente è che «Gesù è sempre in mezzo alla folla». Nel brano evangelico proposto dalla liturgia «la parola “folla”» è ripetuta per ben tre volte. E non si tratta, ha sottolineato il Papa, di un ordinato «corteo di gente», con le guardie «che gli fanno la scorta, affinché la gente non lo toccasse»: piuttosto è una folla che avvolge Gesù, che «lo stringe». E lui «è rimasto lì». E, anzi, «ogni volta che Gesù usciva, c’era più folla». Forse, ha detto Francesco con una battuta, «gli specialisti delle statistiche avrebbero potuto pubblicare: “Cala la popolarità del Rabbi Gesù”». Ma «lui cercava un’altra cosa: cercava la gente. E la gente cercava lui: la gente aveva gli occhi fissi su di lui e lui aveva gli occhi fissi sulla gente».

Si potrebbe obbiettare: Gesù volgeva lo sguardo «sulla gente, sulla moltitudine». E invece no, ha precisato il Pontefice: «su ognuno». Perché proprio questa è «la peculiarità dello sguardo di Gesù. Gesù non massifica la gente: Gesù guarda ognuno». La prova si trova, a più riprese, nei racconti evangelici. Nel vangelo del giorno, per esempio, si legge che Gesù chiese: «Chi mi ha toccato?» quando «era in mezzo a quella gente, che lo stringeva». Sembra strano, tant’è che gli stessi discepoli «gli dicevano: “Ma tu vedi la folla che si stringe intorno a te!”». Sconcertati, ha detto il Papa provando a immaginare la loro reazione, hanno pensato: «Ma questo, forse, non ha dormito bene. Forse si sbaglia». E invece Gesù era sicuro: «Qualcuno mi ha toccato!». Infatti, «in mezzo a quella folla Gesù si accorse di quella vecchietta che lo aveva toccato. E la guarì». C’era «tanta gente», ma lui prestò attenzione proprio a lei, «una signora, una vecchietta».

Il racconto evangelico continua con l’episodio di Giàiro, al quale dicono che la figlia è morta. Gesù lo rassicura: «Non temere! Soltanto abbi fede!», così come in precedenza alla donna aveva detto: «La tua fede ti ha salvata!». Anche in questa situazione Gesù si ritrova in mezzo alla folla, con «tanta gente che piangeva, urlava nella veglia dei morti» — all’epoca, infatti, ha spiegato il Pontefice, era usanza «“affittare” donne perché piangessero e urlassero lì, nella veglia. Per sentire il dolore…» — e a loro Gesù dice: «Ma, state tranquilli. La bambina dorme». Anche i presenti, ha detto il Papa, forse «avranno pensato: “Ma questo non ha dormito bene!”», tant’è che «lo deridevano». Ma Gesù entra e «resuscita la bambina». La cosa che salta agli occhi, ha fatto notare Francesco, è che Gesù in quel trambusto, con «le donne che urlavano e piangevano», si preoccupa di dire «al papà e alla mamma “Datele da mangiare!”». È l’attenzione al «piccolo», è «lo sguardo di Gesù sul piccolo. Ma non aveva altre cose di cui preoccuparsi? No, di questo».

In barba alle «statistiche che avrebbero potuto dire: “Continua il calo della popolarità del Rabbi Gesù”», il Signore predicava per ore e «la gente lo ascoltava, lui parlava ad ognuno». E come «sappiamo che parlava ad ognuno?» si è chiesto il Pontefice. Perché si è accorto, ha osservato, che la bimba «aveva fame» e ha detto: «Datele da mangiare!».

Il Pontefice ha continuato negli esempi citando l’episodio di Naim. Anche lì «c’era la folla che lo seguiva». E Gesù «vede che esce un corteo funebre: un ragazzo, figlio unico di madre vedova». Ancora una volta il Signore si accorge del «piccolo». In mezzo a tanta gente «va, ferma il corteo, resuscita il ragazzo e lo consegna alla mamma».

E ancora, a Gerico. Quando Gesù entra nella città, c’è la gente che «grida: “Viva il Signore! Viva Gesù! Viva il Messia!”. C’è tanto chiasso… Anche un cieco si mette a gridare; e lui, Gesù, con tanto chiasso che c’era lì, sente il cieco». Il Signore, ha sottolineato il Papa, «si accorse del piccolo, del cieco».

Tutto questo per dire che «lo sguardo di Gesù va al grande e al piccolo». Egli, ha detto il Pontefice, «guarda a noi tutti, ma guarda ognuno di noi. Guarda i nostri grandi problemi, le nostre grandi gioie; e guarda anche le cose piccole di noi, perché è vicino. Così ci guarda Gesù».

Riprendendo a questo punto le fila della meditazione, il Papa ha ricordato come l’autore della lettera agli Ebrei suggerisca «di correre con perseveranza, tenendo fisso lo sguardo su Gesù». Ma, si è chiesto, «cosa ci succederà, a noi, se faremo questo; se avremo fisso lo sguardo su Gesù?». Ci accadrà, ha risposto, quanto è capitato alla gente dopo la resurrezione della bambina: «Essi furono presi da grande stupore». Accade infatti che «io vado, guardo Gesù, cammino davanti, fisso lo sguardo su Gesù e cosa trovo? Che lui ha fisso il suo sguardo su di me». E questo mi fa sentire «grande stupore. È lo stupore dell’incontro con Gesù». Per sperimentarlo, però, non bisogna avere paura, «come non ha avuto paura quella vecchietta di andare a toccare l’orlo del manto». Da qui l’esortazione finale del Papa: «Non abbiamo paura! Corriamo su questa strada, sempre fisso lo sguardo su Gesù. E avremo questa bella sorpresa: ci riempirà di stupore. Lo stesso Gesù ha fisso il suo sguardo su di me».

 

Annunci

Liturgia del giorno: Audio salmo 22(21)

31 gennaio 2017

Martedì, 31 _ Febbraio _2017


 

Ti loderanno, Signore, quelli che ti cercano.

[20] Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, accorri in mio aiuto.

[21] Scampami dalla spada,
dalle unghie del cane la mia vita.

[22] Salvami dalla bocca del leone
e dalle corna dei bufali.

[23] Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all’assemblea.

[24] Lodate il Signore, voi che lo temete,
gli dia gloria la stirpe di Giacobbe,
lo tema tutta la stirpe di Israele;

[25] perché egli non ha disprezzato
né sdegnato l’afflizione del misero,
non gli ha nascosto il suo volto,
ma, al suo grido d’aiuto, lo ha esaudito.

[26] Sei tu la mia lode nella grande assemblea,
scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli.

[27] I poveri mangeranno e saranno saziati,
loderanno il Signore quanti lo cercano:
“Viva il loro cuore per sempre”.

[28] Ricorderanno e torneranno al Signore
tutti i confini della terra,
si prostreranno davanti a lui
tutte le famiglie dei popoli.

[29] Poiché il regno è del Signore,
egli domina su tutte le nazioni.

[30] A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra,
davanti a lui si curveranno
quanti discendono nella polvere.
E io vivrò per lui,

[31] lo servirà la mia discendenza.
Si parlerà del Signore alla generazione che viene;

[32] annunzieranno la sua giustizia;
al popolo che nascerà diranno:
“Ecco l’opera del Signore!”.

Premere qui per ascoltare il salmo


 

Ritaglio del Vangelo odierno:

Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Mc 5,21-43


 

Risultati immagini per cristo salva

Cristo salvezza  

Primo Mazzolari

Le orecchie del mio cuore,
Signore, sono davanti a te.
Aprile e dì all’anima mia:
io sono la tua salvezza.

Rincorrerà questa voce
e così ti raggiungerà;
tu non nascondermi il tuo volto:
che io muoia,
per non morire e contemplarlo.
Dillo, che io lo senta.

Signore, sono io che ti faccio morire,
eppure oso guardarti.
Pietro ti guarda e si salva
il buon ladrone ti guarda e si salva
il centurione ti guarda e si salva.
I farisei non hanno guardato Gesù,
Giuda ha baciato Gesù senza guardarlo
Io ti faccio morire, ma ti guardo.

Voglio che tu mi apra la piaga del tuo cuore,
perché mi ci nasconda dentro,
che i tuoi angeli dischiodano le tue braccia,
perché esse mi sollevino sopra la mia polvere di peccato,
che essi distacchino i tuoi piedi benedetti,
perché mi conducano lontano
(da) in questo mondo che non vuol credere al tuo amore.

Vangelo (Mc 6,1-6) del giorno dalle letture della Messa (Mercoledì 1 Febbraio 2017) con commento comunitario

31 gennaio 2017

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 6,1-6)

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.

Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.

Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.

Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Questo è il Vangelo dell’1 Febbraio, quello del 31 Gennaio lo potete trovare qualche post più sotto.

Tweet del Papa

31 gennaio 2017

Niente è impossibile se ci rivolgiamo a Dio nella preghiera. Tutti possiamo essere artigiani di pace.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:45 – 30 gen 2017

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 30 gennaio 2017

30 gennaio 2017

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Se il martire non fa notizia

Lunedì, 30 gennaio 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Per «i martiri di oggi», per i cristiani perseguitati e in carcere, per le Chiese senza libertà, con un pensiero particolare a quelle più piccole: è questa l’intenzione con cui il Papa ha offerto la messa celebrata lunedì mattina, 30 gennaio, nella cappella della Casa Santa Marta. Nella consapevolezza che «una Chiesa senza martiri è una Chiesa senza Gesù», il Pontefice ha riaffermato che sono proprio i martiri a sostenere e portare avanti la Chiesa. E se anche «i media non lo dicono, perché non fa notizia», oggi «tanti cristiani nel mondo sono beati perché perseguitati, insultati, carcerati soltanto per portare una croce o per confessare Gesù Cristo». Dunque, quando noi ci lamentiamo «se ci manca qualcosa», dovremmo piuttosto pensare «a questi fratelli e sorelle che oggi, in numero più grande dei primi secoli, soffrono il martirio».

Per la sua meditazione il Pontefice ha anzitutto rilanciato i contenuti della lettera agli Ebrei. «Verso la fine — ha affermato — l’autore fa un appello alla memoria: “Chiamate alla memoria i vostri antenati, chiamate alla memoria i primi giorni della vostra vocazione, ricordatevi, chiamate alla memoria tutta la storia del popolo del Signore”». Tutto ciò «per aiutare a fare più salda la nostra speranza: ricordare meglio per sperare meglio; senza memoria non c’è speranza».

Proprio «la memoria delle cose che il Signore ha fatto fra di noi — ha spiegato Francesco — ci dà il fiato per andare avanti e anche la consistenza». Così «in questa fine della lettera agli Ebrei, nel capitolo 11, che è quello che la liturgia ci propone in questi giorni, c’è la memoria della docilità di tanta gente, incominciando dal nostro padre Abramo che uscì dalla sua terra senza sapere dove andava, docile: memoria di docilità».

«Poi, oggi, ci sono due memorie» ha fatto notare ancora il Pontefice citando espressamente il passo della lettera proposto dalla liturgia (11, 32-40). Anzitutto «la memoria delle grandi gesta del Signore, fatte da uomini e donne, e dice l’autore della lettera: “Mi mancherebbe il tempo se volessi narrare di…”». Tanto che «comincia a nominare Gedeone, Barak, Sansone, Iefte, Davide: tanta gente che ha fatto grandi gesta nella storia di Israele». Questa «è la memoria, possiamo dire, dei nostri eroi del popolo di Dio». E «il terzo gruppo» — il primo «era quello di coloro che sono stati docili alla chiamata del Signore», il secondo «di coloro che hanno fatto grandi cose» — richiama «la memoria di quelli che hanno sofferto e hanno dato la vita come Gesù».

Si legge infatti nella lettera: «Altri, infine, subirono insulti e flagelli, catene e prigionia. Furono lapidati, torturati, tagliati in due, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati — di loro il mondo non era degno! — vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra». In una parola è la «memoria dei martiri». E la Chiesa è proprio «questo popolo di Dio che è peccatore ma docile, che fa grandi cose e anche dà testimonianza di Gesù Cristo fino al martirio».

«I martiri — ha affermato a questo proposito il Papa — sono quelli che portano avanti la Chiesa; sono quelli che sostengono la Chiesa, che l’hanno sostenuta e la sostengono oggi. E oggi ce ne sono più dei primi secoli», anche se «i media non lo dicono perché non fa notizia: tanti cristiani nel mondo oggi sono beati perché perseguitati, insultati, carcerati». Oggi, ha insistito Francesco, «ce ne sono tanti in carcere, soltanto per portare una croce o per confessare Gesù Cristo: questa è la gloria della Chiesa e il nostro sostegno e anche la nostra umiliazione, noi che abbiamo tutto, tutto sembra facile per noi e se ci manca qualcosa ci lamentiamo». Ma «pensiamo a questi fratelli e sorelle che oggi, in numero più grande dei primi secoli, soffrono il martirio».

«Non posso dimenticare — ha confidato il Papa — la testimonianza di quel sacerdote e quella suora nella cattedrale di Tirana: anni e anni di carcere, lavori forzati, umiliazioni, i diritti umani non esistono per loro». Era il 21 settembre 2014 quando, durante i vespri nella cattedrale di San Paolo a Tirana, vennero presentate al Pontefice le toccanti testimonianze di due sopravvissuti alle persecuzioni del regime contro i cristiani: presero la parola suor Maria Kaleta e don Ernest Simoni, che poi Francesco ha voluto creare e pubblicare cardinale nel concistoro del 19 novembre scorso.

Anche noi, ha proseguito il Pontefice, è giusto che «siamo soddisfatti quando vediamo un atto ecclesiale grande, che ha avuto un gran successo, i cristiani che si manifestano». E questo può essere visto come una «forza». Ma «la più grande forza della Chiesa oggi è nelle piccole Chiese, piccoline, con poca gente, perseguitate, con i loro vescovi in carcere. Questa è la nostra gloria oggi e la nostra forza oggi». Anche perché, ha affermato, «una Chiesa senza martiri, oserei dire, è una Chiesa senza Gesù».

Così Francesco ha invitato a pregare «per i nostri martiri che soffrono tanto, per quelli che sono stati e che sono in carcere, per quelle Chiese che non sono libere di esprimersi: loro sono il nostro sostegno, loro sono la nostra speranza». Già «nei primi secoli della Chiesa un antico scrittore diceva: “Il sangue dei cristiani, il sangue dei martiri, è seme dei cristiani”». Essi «con il loro martirio, la loro testimonianza, con la loro sofferenza, anche dando la vita, offrendo la vita, seminano cristiani per il futuro e nelle altre Chiese». E per questa ragione, appunto, il Papa ha voluto offrire la «messa per i nostri martiri, per quelli che adesso soffrono, per le Chiese che soffrono, che non hanno libertà», ringraziando «il Signore di essere presenti con la fortezza del suo Spirito in questi fratelli e sorelle nostri che oggi danno te

Liturgia del giorno: Audio salmo 31(30)

30 gennaio 2017

Lunedì, 30 _ Gennaio _ 2016


 

Rendete saldo il vostro cuore, voi tutti che sperate nel Signore.

[1] Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.

[2] In te, Signore, mi sono rifugiato,
mai sarò deluso;
per la tua giustizia salvami.

[3] Porgi a me l’orecchio,
vieni presto a liberarmi.
Sii per me la rupe che mi accoglie,
la cinta di riparo che mi salva.

[4] Tu sei la mia roccia e il mio baluardo,
per il tuo nome dirigi i miei passi.

[5] Scioglimi dal laccio che mi hanno teso,
perché sei tu la mia difesa.

[6] Mi affido alle tue mani;
tu mi riscatti, Signore, Dio fedele.

[7] Tu detesti chi serve idoli falsi,
ma io ho fede nel Signore.

[8] Esulterò di gioia per la tua grazia,
perché hai guardato alla mia miseria,
hai conosciuto le mie angosce;

[9] non mi hai consegnato nelle mani del nemico,
hai guidato al largo i miei passi.

[10] Abbi pietà di me, Signore, sono nell’affanno;
per il pianto si struggono i miei occhi,
la mia anima e le mie viscere.

[11] Si consuma nel dolore la mia vita,
i miei anni passano nel gemito;
inaridisce per la pena il mio vigore,
si dissolvono tutte le mie ossa.

[12] Sono l’obbrobrio dei miei nemici,
il disgusto dei miei vicini,
l’orrore dei miei conoscenti;
chi mi vede per strada mi sfugge.

[13] Sono caduto in oblio come un morto,
sono divenuto un rifiuto.

[14] Se odo la calunnia di molti, il terrore mi circonda;
quando insieme contro di me congiurano,
tramano di togliermi la vita.

[15] Ma io confido in te, Signore;
dico: “Tu sei il mio Dio,

[16] nelle tue mani sono i miei giorni”.
Liberami dalla mano dei miei nemici,
dalla stretta dei miei persecutori:

[17] fà splendere il tuo volto sul tuo servo,
salvami per la tua misericordia.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

Ritaglio del Vangelo Odierno:

Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi e, urlando a gran voce, disse: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». Gli diceva infatti: «Esci, spirito impuro, da quest’uomo!». E gli domandò: «Qual è il tuo nome?». «Il mio nome è Legione – gli rispose – perché siamo in molti». E lo scongiurava con insistenza perché non li cacciasse fuori dal paese.

Mc 5,1-20


 

 

 

Risultati immagini per dio mio rifugio

Accoglimi, o Dio, in te mi rifugio  

Tonino Lasconi

Accoglimi, o Dio, in te mi rifugio.
Ho scelto la tua via voglio seguirti.
Ma faccio presto a stancarmi allora mi scoraggio.
In questi momenti, mi vien voglia di scegliere le strade più facili:
fare le cose tanto per farle,
disinteressarmi degli altri,
accontentarmi di un bel vestito
o di un bel paio dì scarpe,
gironzolare per ore
masticando gomme e leccando gelati.
Accoglimi, Dio, in te mi rifugio.
Non voglio vivere al lumicino
quando tu mi hai dato energie per essere un faro.
Accoglimi, Dio!
Come un bambino nel seno di sua madre,
mi rifugio in te.
In te, che sei mio padre e mia madre;
buono e forte; misericordioso e potente.
Accoglimi, o Dio, in te mi rifugio.

Preghiera del giorno: La mia anima è la tua casa/ Sant’Agostino

30 gennaio 2017

Risultato immagine per cuore

Angusta è la casa della mia anima perché tu possa entrarvi: allargala dunque; è in rovina: restaurala; alcune cose contiene, che possono offendere la tua vista, lo ammetto e ne sono consapevole; ma chi potrà purificarla, a chi griderò, se non a te: “purificami, Signore dalle mie brutture ignote a me stesso, risparmia al tuo servo le brutture degli altri”?

 

(more…)

Vangelo (Mc 5,21-43) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 31 Gennaio 2017) con commento comunitario

30 gennaio 2017

SAN GIOVANNI BOSCO, sacerdote – memoria

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 5,21-43)

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.

Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.

E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».

Stava ancora parlava, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.

Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Questo è il Vangelo del 31 Gennaio, quello del 30 Gennaio lo potete trovare qualche post più sotto.

Tweet del Papa

29 gennaio 2017

Signore, Dio di pace, ascolta la nostra supplica e donaci la pace in Terra Santa. Shalom, salaam, pace!

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:45 – 29 gen 2017

Il Regno di Dio è già in mezzo a noi come un seme nascosto. Chi ha gli occhi puri riesce a vederlo germogliare.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:45 – 28 gen 2017

Angelus, 29 gennaio 2017

29 gennaio 2017

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro

Domenica, 29 gennaio 2017

[Multimedia]

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La liturgia di questa domenica ci fa meditare sulle Beatitudini (cfr Mt 5,1-12a), che aprono il grande discorso detto “della montagna”, la “magna charta” del Nuovo Testamento. Gesù manifesta la volontà di Dio di condurre gli uomini alla felicità. Questo messaggio era già presente nella predicazione dei profeti: Dio è vicino ai poveri e agli oppressi e li libera da quanti li maltrattano. Ma in questa sua predicazione Gesù segue una strada particolare: comincia con il termine «beati», cioè felici; prosegue con l’indicazione della condizione per essere tali; e conclude facendo una promessa. Il motivo della beatitudine, cioè della felicità, non sta nella condizione richiesta – per esempio, «poveri in spirito», «afflitti», «affamati di giustizia», «perseguitati»… – ma nella successiva promessa, da accogliere con fede come dono di Dio. Si parte dalla condizione di disagio per aprirsi al dono di Dio e accedere al mondo nuovo, il «regno» annunciato da Gesù. Non è un meccanismo automatico, questo, ma un cammino di vita al seguito del Signore, per cui la realtà di disagio e di afflizione viene vista in una prospettiva nuova e sperimentata secondo la conversione che si attua. Non si è beati se non si è convertiti, in grado di apprezzare e vivere i doni di Dio.

Mi soffermo sulla prima beatitudine: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (v. 4). Il povero in spirito è colui che ha assunto i sentimenti e l’atteggiamento di quei poveri che nella loro condizione non si ribellano, ma sanno essere umili, docili, disponibili alla grazia di Dio. La felicità dei poveri – dei poveri in spirito – ha una duplice dimensione: nei confronti dei beni e nei confronti di Dio. Riguardo ai beni, ai beni materiali, questa povertà in spirito è sobrietà: non necessariamente rinuncia, ma capacità di gustare l’essenziale, di condivisione; capacità di rinnovare ogni giorno lo stupore per la bontà delle cose, senza appesantirsi nell’opacità della consumazione vorace. Più ho, più voglio; più ho, più voglio: questa è la consumazione vorace. E questo uccide l’anima. E l’uomo o la donna che fanno questo, che hanno questo atteggiamento “più ho, più voglio”, non sono felici e non arriveranno alla felicità. Nei confronti di Dio è lode e riconoscimento che il mondo è benedizione e che alla sua origine sta l’amore creatore del Padre. Ma è anche apertura a Lui, docilità alla sua signoria: è Lui, il Signore, è Lui il Grande, non io sono grande perché ho tante cose! E’ Lui: Lui che ha voluto il mondo per tutti gli uomini e l’ha voluto perché gli uomini fossero felici.

Il povero in spirito è il cristiano che non fa affidamento su se stesso, sulle ricchezze materiali, non si ostina sulle proprie opinioni, ma ascolta con rispetto e si rimette volentieri alle decisioni altrui. Se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche! L’umiltà, come la carità, è una virtù essenziale per la convivenza nelle comunità cristiane. I poveri, in questo senso evangelico, appaiono come coloro che tengono desta la meta del Regno dei cieli, facendo intravedere che esso viene anticipato in germe nella comunità fraterna, che privilegia la condivisione al possesso. Questo vorrei sottolinearlo: privilegiare la condivisione al possesso. Sempre avere il cuore e le mani aperte (fa il gesto), non chiuse (fa il gesto). Quando il cuore è chiuso (fa il gesto), è un cuore ristretto: neppure sa come amare. Quando il cuore è aperto (fa il gesto), va sulla strada dell’amore.

La Vergine Maria, modello e primizia dei poveri in spirito perché totalmente docile alla volontà del Signore, ci aiuti ad abbandonarci a Dio, ricco in misericordia, affinché ci ricolmi dei suoi doni, specialmente dell’abbondanza del suo perdono.

Dopo l’Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

come vedete, sono arrivati gli invasori … sono qui! Si celebra oggi la Giornata mondiale dei malati di lebbra. Questa malattia, pur essendo in regresso, è ancora tra le più temute e colpisce i più poveri ed emarginati. È importante lottare contro questo morbo, ma anche contro le discriminazioni che esso genera. Incoraggio quanti sono impegnati nel soccorso e nel reinserimento sociale di persone colpite dal male di Hansen, per le quali assicuriamo la nostra preghiera.

Saluto con affetto tutti voi, venuti da diverse parrocchie d’Italia e di altri Paesi, come pure le associazioni e i gruppi. In particolare, saluto gli studenti di Murcia e Badajoz, i giovani di Bilbao e i fedeli di Castellón. Saluto i pellegrini di Reggio Calabria, Castelliri, e il gruppo siciliano dell’Associazione Nazionale Genitori. Vorrei anche rinnovare la mia vicinanza alle popolazioni dell’Italia Centrale che ancora soffrono le conseguenze del terremoto e delle difficili condizioni atmosferiche. Non manchi a questi nostri fratelli e sorelle il costante sostegno delle istituzioni e la comune solidarietà. E per favore, che qualsiasi tipo di burocrazia non li faccia aspettare e ulteriormente soffrire!

Mi rivolgo ora a voi, ragazzi e ragazze dell’Azione Cattolica, delle parrocchie e delle scuole cattoliche di Roma. Quest’anno, accompagnati dal Cardinale Vicario, siete venuti al termine della “Carovana della Pace”, il cui slogan è Circondati di Pace: bello, lo slogan. Grazie per la vostra presenza e per il vostro generoso impegno nel costruire una società di pace.  Adesso, tutti ascoltiamo il messaggio che i vostri amici, qui accanto a me, ci leggeranno.

[lettura del messaggio]

Ed ora vengono lanciati i palloncini, simbolo di pace. Simbolo di pace …

A tutti auguro buona domenica, auguro pace, umiltà, condivisione nelle vostre famiglie. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arriveder

Liturgia del giorno: Audio salmo 146(145)

29 gennaio 2017

Domenica, 29 _ Gennaio_ 2017


 

Beati i poveri in spirito.

[1] Alleluia.
Loda il Signore, anima mia:

[2] loderò il Signore per tutta la mia vita,
finché vivo canterò inni al mio Dio.

[3] Non confidate nei potenti,
in un uomo che non può salvare.

[4] Esala lo spirito e ritorna alla terra;
in quel giorno svaniscono tutti i suoi disegni.

[5] Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe,
chi spera nel Signore suo Dio,

[6] creatore del cielo e della terra,
del mare e di quanto contiene.
Egli è fedele per sempre,

[7] rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri,

[8] il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,

[9] il Signore protegge lo straniero,
egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie degli empi.

[10] Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, per ogni generazione.
Premere qui per ascoltare il salmo.


 

Ritaglio del Vangelo odierno:

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Mt 5,1-12


 

 

L'immagine può contenere: sMS

 

Vivere le beatitudini

Beata te che, povera in spirito,
non ti affanni per le cose di questa terra.
Dio sarà la tua ricchezza

Beata te che, soffrendo per il male che c’è nel mondo,
ti lasci raggiungere dal dolore degli altri.
Dio ti darà la sua consolazione.

Beata te che, avendo un cuore mite,
al male rispondi con il bene.
Dio ti darà la comunione con lui.

Beata te che, avendo fame e sete di santità,
non ti senti mai sazia di Dio.
Dio ti darà la pienezza della vita.

Beata te che sei misericordiosa
pronta a perdonare e a fare il primo passo.
Dio sarà generoso nel perdonarti.

Beata te che hai un cuore sincero e trasparente
incapace di doppiezza.
Dio ti farà dono della sua presenza.

Beata te che diffondi la pace
e costruisci un ambiente fraterno
Dio ti considererà a pieno titolo sua figlia.

Beata te che consideri la sofferenza come normale compagna di viaggio
e non ti meravigli delle calunnie, fraintesi e persecuzioni.
Dio è con te, ti protegge e difende.

Le beatitudini oggi

29 gennaio 2017

Alle porte del regno

Tonino Bello

Ce l’hanno spiegata con mille sfumature, e vien quasi da pensare che ogni biblista abbia un suo modo di leggere questa pagina delle beatitudini: l’unica che vorremmo salvare, se di tutti i libri della terra si dovesse sottrarre all’incendio solo il Vangelo e di tutto il Vangelo si dovesse preservare dalle fiamme soltanto una sequenza di venti righe.

Si intuisce subito che queste parole pronunciate da Gesù nascondono promesse ultraterrene.

Alludono a quegli appagamenti di gioia completa che andiamo inseguendo da tutta una vita, senza essere riusciti mai ad afferrare per intero. Fanno riferimento a quel senso di benessere pieno di gioia totalizzante che esiste solo nei nostri sogni. Traducono, come nessun altro frasario umano, le nostre nostalgie di futuro, e ci proiettano verso quei cieli nuovi e terre nuove in cui la settimana si accorcia a tal punto da conoscere solo il sabato eterno.

Imprigionano il “non ancora” – sempre abbozzato e mai esploso pienamente – di quel “risus paschalis” che ora sperimentiamo solo nella smorfia delle nostre troppo rapide convulsioni di letizia per cedere subito il posto all’amarezza del pianto.

Non ci vuol molto a capire, insomma, che sotto queste sentenze veloci del discorso della montagna c’è qualcosa di grande. E che, di quel misterioso “regno dei cieli”, la cosa più ovvia che si possa dire è che rappresenta il vertice della felicità. Sì, Gesù vuol dare una risposta all’istanza primordiale che ci assedia l’anima da sempre. Noi siamo fatti per essere felici. La gioia è la nostra vocazione. E’ l’unico progetto, dai nettissimi contorni, che Dio ha disegnato per l’uomo. Una gioia raggiungibile, vera, non frutto di fabulazioni fantastiche, e neppure proiezione utopica del nostro decadentismo spirituale.

Beati: provocazione all’impegno

Che cosa significhi il termine “beati” è difficile spiegarlo.

C’è chi ha voluto specularci sopra, capovolgendo addirittura il senso delle parole del Signore per utilizzarle a scopi di imbonimento sociale. Quasi Gesù avesse inteso dire: state buoni, poveri, perché la misura della vostra felicità futura sarà inversamente proporzionale alla misura della vostra felicità presente. Anzi, quante più sofferenze potete collezionare in questa vita, tanto più vi garantite il successo nell’altra.

E’ questo un modo blasfemo di leggere le beatitudini, perché spinge i poveri all’inerzia, narcotizza i diseredati della terra con le lusinghe dei beni del cielo, contribuisce a mantenere in vigore un ordine sociale ingiusto e, in un certo senso, legittima la violenza di chi provoca il pianto degli oppressi dal momento che a costoro, proprio per mezzo delle lacrime, viene offerto il prezzo per potersi pagare, in contanti, il regno di Dio. C’è invece, chi ha visto nella formulazione delle beatitudini un incoraggiamento rivolto ai poveri, agli afflitti, agli umili, ai piangenti, ai perseguitati… per sostenerli con la speranza dei beni del cielo. Quasi Gesù avesse inteso dire: se a un certo punto vi sentite sfiniti per le ingiustizie che patite, tirate avanti lo stesso e consolatevi con le promesse della felicità futura. Guardate a quel che vi toccherà un giorno, e questo miraggio di beatitudine vi spronerà a camminare, così come il desiderio del riposo accelera e sostiene i passi di chi, stanchissimo, sta tornando verso casa.

Anche questo è un modo stravolto di leggere le beatitudini. Meno delittuoso del primo, ma pur sempre alienante e banale. Perché punta sull’idea della compensazione. Perché con la lusinga della meta, non spinge la gente a mutare le condizioni della strada. Perché se non proprio a rassegnarsi, induce a relativizzare la lotta, ad arrendersi senza troppa resistenza, a vedere i segni della ineluttabilità perfino dove sono evidenti le prove della cattiveria umana e a leggere i soprusi dell’uomo come causa di forza maggiore.

E c’è finalmente, il modo legittimo di leggere le beatitudini. Che consiste, essenzialmente, nel felicitarsi con i senzatetto e i senza pane, come per dire: complimenti, c’è una buona notizia! Se tutti si son dimenticati di voi, Dio ha scritto il vostro nome sulla palma della sua mano, tant’è che i primi assegnatari delle case del regno siete voi che dormite sui marciapiedi, e i primi a cui verrà distribuito il pane caldo di forno siete voi che ora avete fame.

Felicitazioni a voi che, a causa della vostra mitezza, vi vedete sistematicamente scavalcati dai più forti o dai più furbi: il Signore non solo non vi scavalca nelle sue graduatorie ma vi assicura i primi posti nella classifica generale dei meriti.

Auguri a tutti voi che state sperimentando l’amarezza del pianto e la solitudine dei giorni neri: c’è qualcuno che non rimane insensibile al gemito nascosto degli afflitti, prende le vostre difese, parteggia decisamente per voi, e addirittura si costituisce parte lesa ogni volta che siete perseguitati a causa della giustizia.

Rallegratevi voi che, in un mondo sporco di doppi sensi e sovraccarico di ambiguità camminate con cuore incontaminato, seguendo una logica che appare spesso in ribasso nella borsa valori della vita terrena ma che sarà un giorno la logica vincente.

Su con la vita voi che, sfidando le logiche della prudenza carnale, vi battete con vigore per dare alla pace un domicilio stabile anche sulla terra: non lasciatevi scoraggiare dal sorriso dei benpensanti, perché Dio stesso avalla la vostra testardaggine.

Gioia a voi che prendete batoste da tutte le parti a causa della giustizia: le vostre cicatrici splenderanno un giorno come le stimmate del Risorto!

Perché di essi sarà…

Il significato preciso della parola “beati”, comunque, lasciamolo spiegare agli studiosi. Così pure lasciamo agli studiosi la fatica di spiegarci il significato dei destinatari delle beatitudini.

Se i miti, i misericordiosi, i puri di cuore, gli oppressi, gli operatori di pace… siano categorie distinte di persone o variabili dell’unica categoria dei “poveri”, ci interessa fino a un certo punto.

E neppure ci interessa molto sapere se i poveri “in spirito” siano una sottospecie aristocratica di miserabili o coincidano con quei poveri banalissimi che ci troviamo ogni giorno tra i piedi.
Tre cose, comunque, ci sembra di poter dire con sicurezza.

Anzitutto, che il discorso delle beatitudini ha a che fare col discorso della felicità. Non solo perché sembra quasi che ci presenti le uniche porte attraverso le quali è possibile accedere nello stadio del regno.

Sicché chi vuole entrare nella “gioia” per realizzare l’anelito più profondo che ha sepolto nel cuore, deve necessariamente passare per una di quelle nove porte: non ci sono altri ingressi consentiti nella dimora della felicità Ma anche perché la croce, la sofferenza umana, la sconfitta… vengono presentate come partecipazione all’esperienza pasquale di Cristo che, attraverso la morte, è entrato nella gloria.

E allora; se il primo titolare delle beatitudini è lui, se è il Cristo l’archetipo sul quale si modellano tutti i suoi seguaci, è chiaro che il dolore dei discepoli, come quello del maestro, è già contagiato di gaudio, il limite racchiude in germe i sapori della pienezza, e la morte profuma di risurrezione!

La seconda cosa che ci sembra di poter affermare è che, in fondo, queste porte, pur differenti per forma, sono strutturate sul medesimo telaio architettonico, che è il telaio della povertà biblica. A coloro che fanno affidamento nel Signore, e investono sulla sua volontà tutte le “chances” della loro realizzazione umana, viene garantita la felicità da una cerniera espressiva che non lascia dubbi interpretativi: “…perché di essi sarà…”

Quel “…perché di essi sarà…” rappresenta il titolo giuridico di possesso incontestabile, che garantisce tutti i poveri nel diritto nativo di avere non solo la “legittima” ma l’intero asse patrimoniale del regno. E’ un passaggio indicatore di una disposizione testamentaria così chiara che nessuno può avere il coraggio di impugnare. E’, insomma, il timbro a secco che autentica in modo indiscutibile il contenuto di uno straordinario rogito notarile.

La terza cosa che possiamo dire è che, se vogliamo avere parte all’eredità del regno, o dobbiamo diventare poveri, o, almeno, i poveri dobbiamo tenerceli buoni, perché un giorno si ricordino di noi.

Insomma, o ci meritiamo l’appellativo di “beati” facendoci poveri, o ci conquistiamo sul campo quello di “benedetti”, amando e servendo i poveri.

Ce lo suggerisce il capitolo venticinque di Matteo, con quel “Venite, benedetti dal Padre mio: ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo”.

E’ la scena del giudizio finale, pilastro simmetrico a quello delle beatitudini, che sorregge quell’arcata di impegno che ha la chiave di volta nell’opzione dei poveri.

Beati o benedetti

Veniamo a sapere, dunque, che, come titolo valido per l’usufrutto del regno, esiste un’alternativa al titolo di “povertà”: quello della “solidarietà” con i poveri. Diventare, cioè, così solidali con loro da esserne il prolungamento. Fare tutt’uno con loro, così da esserne considerati quasi la protesi.

Se si vuole entrare nel regno della felicità perciò occorre vistare il passaporto o col titolo di “beati” o col titolo di “benedetti”.

E’ splendida l’esortazione che al termine della messa nuziale viene pronunciata sugli sposi: “Sappiate riconoscere Dio nei poveri e nei sofferenti, perché essi vi accolgano un giorno nella casa del Padre”.
“Beati… perché di essi sarà…”.
“Venite, benedetti, nel regno preparato per voi…”

Non potrà mai dimenticare lo stupore di Mons. Gasparini, vescovo missionario nel Sidamo, quando un giorno, indicandomi un gruppo di bambini etiopi, dagli occhi sgranati per fame, dalle gambe filiformi, devastati dalle mosche sul corpo scheletrito, mi disse quasi sottovoce: “Vedi: che questi bambini siano figli di Dio non mi sorprende più di tanto. E neppure che siano fratelli di Gesù Cristo. Ma ciò che mi sconcerta e mi esalta è che questi poveri siano eredi del paradiso! Sembra un assurdo. Ma è proprio per annunciare quest’assurdo, che sono felice di aver speso tutta la mia vita in mezzo a questa gente”. “Beati… perché di essi…”
“Venite, benedetti, nel regno preparato per voi…”.

Il Signore ci conceda che, nel mazzo delle carte d’identità racchiuse da quei due pronomi personali, un giorno, col visto d’ingresso, poco importa se con la sigla “beati” o con la sigla “benedetti”, egli possa trovare anche la nostra.
E ci riconosca. Alle porte del regno.

Vangelo (Mc 5,1-20) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 30 Gennaio 2017) con commento comunitario

29 gennaio 2017

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 5,1-20)

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. Sceso dalla barca, subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro.

Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre.

Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi e, urlando a gran voce, disse: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». Gli diceva infatti: «Esci, spirito impuro, da quest’uomo!». E gli domandò: «Qual è il tuo nome?». «Il mio nome è Legione –  gli rispose –  perché siamo in molti». E lo scongiurava con insistenza perché non li cacciasse fuori dal paese.

C’era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al pascolo. E lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». Glielo permise. E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare.

I loro mandriani allora fuggirono, portarono la notizia nella città e nelle campagne e la gente venne a vedere che cosa fosse accaduto. Giunsero da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio.

Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati.

Questo è il Vangelo del 30 Gennaio, quello del 29 Gennaio lo potete trovare qualche post più sotto.

Liturgia del giorno: Audio salmo Luca cap.1 vers. 68_75

28 gennaio 2017

Sabato, 28 _ Gennaio _2017


 

Benedetto il Signore, Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo.

 

[68] “Benedetto il Signore, Dio d’Israele,
perché ha visitato e redento il suo popolo,

[69] e ha suscitato per noi un Salvatore potente
nella casa di Davide, suo servo,

[70] come aveva detto
per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo:

[71] salvezza dai nostri nemici,
e dalle mani di quanti ci odiano.

[72] Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri
e si è ricordato della sua santa alleanza,

[73] del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre,
di concederci,
[74] liberati dalle mani dei nemici,
di servirlo senza timore,
[75] in santità e giustizia
al suo cospetto, per tutti i nostri giorni.

[76] E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo
perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade,

[77] per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza
nella remissione dei suoi peccati.

[78] Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio,
ci visiterà un sole che sorge dall’alto,

[79] per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre
e nell’ombra di morte,
e dirigere i nostri passi
sulla via della pace”.

Premere qui per ascoltare il capitolo di Luca


 

 

Ritaglio del Vangelo odierno:

«Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Mc 4,35-41


 

 

 

 

Risultati immagini per Guardare la vita con gli occhi di Dio    Michel Quoist

Guardare la vita con gli occhi di Dio

Michel Quoist

Se sapessimo guardare la vita con gli occhi di Dio, vedremmo che nulla è profano nel mondo, ma che, al contrario, tutto ha parte nella costruzione del suo Regno. Così, avere fede non è solamente alzare gli occhi per contemplare Dio, ma è guardare la terra con gli occhi di Cristo.

Se avessimo permesso allo Spirito di penetrare il nostro essere, se avessimo a sufficienza, purificato il nostro sguardo, il mondo non sarebbe più per noi un ostacolo, ma un invito costante a lavorare per il Padre, perché in Gesù venga il suo Regno sulla terra come nel cielo.

Aumenta la nostra fede per guardare e “vedere” la vita. Apri i nostri occhi Signore! Amen.

Vangelo (Mt 5,1-12a) del giorno dalle letture della Messa (Domenica 29 Gennaio 2017) con commento comunitario

28 gennaio 2017

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,1-12a)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Questo è il Vangelo del 29 Gennaio, quello del 28 Gennaio lo potete trovare qualche post più sotto.

Tweet del Papa

28 gennaio 2017

Oggi desidero fare memoria nel cuore di tutte le vittime dell’olocausto. Le loro sofferenze, le loro lacrime non siano mai dimenticate.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:45 – 27 gen 2017

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 27 gennaio 2017

27 gennaio 2017

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Anime ristrette

Venerdì, 27 gennaio 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Il vestito del cristiano deve essere cucito con «memoria, coraggio, pazienza e speranza» per resistere anche alle piogge più intense senza cedere e restringersi. È proprio dal «peccato della pusillanimità» — ossia «avere paura di tutto» e diventare «anime ristrette per conservarsi» — che il Papa ha messo in guardia nella messa celebrata venerdì mattina 27 gennaio, nella cappella della Casa Santa Marta, ricordando come Gesù stesso abbia ammonito che «chi vuol conservare la propria vita, senza rischiare e appellandosi sempre alla prudenza, la perderà».

Per la sua meditazione Francesco ha preso le mosse dalle prima lettura del giorno che, ha subito fatto notare, è un passo della lettera agli Ebrei (10, 32-39): «Un’esortazione a vivere la vita cristiana, un’esortazione con tre punti di riferimento, tre punti temporali, diciamo così: il passato, il presente e il futuro». L’autore della lettera «incomincia con il passato e ci esorta a fare memoria: “Fratelli, richiamate alla memoria quei primi giorni”». Sono — ha spiegato il Papa — «i giorni dell’entusiasmo, di andare avanti nella fede, quando si incominciò a vivere la fede, le prove sofferte». Infatti «non si capisce la vita cristiana, anche la vita spirituale di ogni giorno, senza memoria». E «non solo non si capisce: non si può vivere cristianamente senza memoria».

Si tratta, ha affermato Francesco, della «memoria della salvezza di Dio nella mia vita», della «memoria dei miei guai nella mia vita: come il Signore mi ha salvato da questi guai?». Per questo «la memoria è una grazia, una grazia da chiedere: “Signore, che io non dimentichi il tuo passo nella mia vita, che io non dimentichi i buoni momenti, anche i brutti; le gioie e le croci”».

Dunque, ha spiegato il Pontefice, «il cristiano è un uomo di memoria». Tanto che «quando noi prendiamo la Bibbia, vediamo che i profeti sempre ci fanno guardare indietro: pensate questo che Dio ha fatto con voi, come vi ha liberato dalla schiavitù». Perché «la vita cristiana non incomincia oggi, continua oggi». E «fare memoria è saggezza: ricordare tutto, il buono, il non tanto buono, il brutto; tante grazie, tanti peccati, la famiglia, la storia personale di ognuno». Così «io vado davanti a Dio ma con la mia storia, non devo coprirla, nasconderla: no, è la mia storia, davanti alla mia anima, davanti a te». Ecco che «l’esortazione per vivere bene una vita cristiana incomincia con questo punto di riferimento: la memoria».

Poi, ha proseguito il Papa, l’autore della lettera agli Ebrei «ci fa capire che siamo in cammino, e siamo in cammino in attesa di qualcosa, in attesa di arrivare o di incontrare». Vuol dire «arrivare a un punto: un incontro; incontrare il Signore». Si legge infatti nella lettera: «Ancora un poco, infatti, un poco appena, e colui che deve venire, verrà e non tarderà». E subito «ci esorta a vivere per fede: “Il mio giusto per fede vivrà”». Qui entra in gioco «la speranza: guardare al futuro».

Difatti, ha spiegato Francesco, «così come non si può vivere una vita cristiana senza la memoria dei passi fatti, non si può vivere una vita cristiana senza guardare il futuro con la speranza dell’incontro con il Signore». L’autore della lettera agli Ebrei scrive «una frase bella: “Ancora un poco…”». Sappiamo bene, ha ricordato il Papa, che «la vita è un soffio, passa: quando uno è giovane, pensa che ha tanto tempo davanti, ma poi la vita ci insegna quella parola, che diciamo tutti: “ma come passa il tempo, questo l’ho conosciuto da bambino, adesso si sposa, come passa il tempo!”». Dunque «la speranza di incontrarlo è una vita in tensione, tra la memoria e la speranza, il passato e il futuro».

Il terzo punto «è nel mezzo: è oggi, cioè il presente», ha affermato il Pontefice. Si tratta di «un oggi fra il passato e il futuro». E «il consiglio per vivere l’oggi è continuare con questo atteggiamento, che descrive i primi cristiani, di coraggio, di pazienza, di andare avanti, di non avere paura». Perché «il cristiano vive il presente — tante volte doloroso e triste — coraggiosamente o con pazienza». Ci sono «due parole che a Paolo, e al suo discepolo che ha scritto questa lettera, piacevano tanto: coraggio e pazienza». Ed «è curioso», ha notato il Papa, che l’autore del testo per dire «pazienza, usa una parola in greco che vuol dire “sopportare”; e coraggio è franchezza, dice qui, dire chiaramente le cose, andare avanti con la faccia avanti». Sono «le due parole — ha proseguito — che lui usa tanto, tanto: la parresìa e la hypomoné, il coraggio e la pazienza». E «la vita cristiana è così». È vero, ha riconosciuto Francesco, che tutti siamo peccatori, «chi prima e chi dopo», e «se volete dopo possiamo fare la lista, ma andiamo avanti con coraggio e con pazienza; non restiamo lì, fermi, perché questo non ci farà crescere».

Così dunque, ha spiegato il Pontefice, «è la nostra vita cristiana, così oggi la liturgia ci esorta a viverla: con grande memoria del cammino vissuto, con grande speranza di quel bell’incontro che sarà una bella sorpresa». Certo, ha insistito, «non sappiamo quando: può essere domani, può essere tra quindici anni, non si sa, ma è sempre domani, è presto, perché il tempo passa». In ogni caso ci deve sempre essere «la speranza dell’incontro». E anche l’atteggiamento di «sopportare, con pazienza; portare qui, pazienza, e coraggio, franchezza», con «la faccia avanti, senza vergogna». Proprio «così si porta la vita cristiana avanti».

«C’è una piccola cosa, per finire — ha evidenziato il Papa — sulla quale l’autore» della lettera agli Ebrei «attira l’attenzione della comunità a cui sta parlando: un peccato». È un peccato «che non le fa avere speranza, coraggio, pazienza e memoria: il peccato è la pusillanimità». Si tratta, ha spiegato Francesco, di «un peccato che non lascia essere cristiano, è un peccato che non ti lascia andare avanti per paura». Per questa ragione «tante volte Gesù diceva: “Non abbiate paura”»: proprio per mettere in guardia dalla «pusillanimità» e così fare in modo di non cedere, di non andare «sempre indietro», custodendo «troppo se stessi» per «la paura di tutto», per «non rischiare» appellandosi alla «prudenza».

Tanto che, ha affermato il Papa, uno può anche dire di seguire «tutti i comandamenti, sì, è vero; ma questo ti paralizza, ti fa dimenticare tante grazie ricevute, ti toglie la memoria, ti toglie la speranza perché non ti lascia andare». E «il presente di un cristiano, di una cristiana, è così come quando uno va per la strada e viene una pioggia inaspettata e il vestito non è tanto buono e si restringe la stoffa: anime ristrette». Proprio questa immagine esprime bene cos’è «la pusillanimità: il peccato contro la memoria, il coraggio, la pazienza e la speranza».

Prima di riprendere la celebrazione eucaristica, Francesco ha invitato a chiedere nella preghiera al Signore che «ci faccia crescere nella memoria, ci faccia crescere nella speranza, ci dia ogni giorno coraggio e pazienza e ci liberi da quella cosa che è la pusillanimità», cioè dall’atteggiamento di quelli che hanno «paura di tutto» e finiscono per essere «anime ristrette per conservarsi». Invece Gesù ci fa presente che «chi vuole conservare la propria vita, la perde».

Liturgia del giorno: Audio salmo 37(36)

27 gennaio 2017

Venerdì, 27 _ Gennaio _ 2017


 

La salvezza dei giusti viene dal Signore.

[1] Di Davide.
Non adirarti contro gli empi
non invidiare i malfattori.

[2] Come fieno presto appassiranno,
cadranno come erba del prato.

[3] Confida nel Signore e fà il bene;
abita la terra e vivi con fede.

[4] Cerca la gioia del Signore,
esaudirà i desideri del tuo cuore.

[5] Manifesta al Signore la tua via,
confida in lui: compirà la sua opera;

[6] farà brillare come luce la tua giustizia,
come il meriggio il tuo diritto.

[7] Stà in silenzio davanti al Signore e spera in lui;
non irritarti per chi ha successo,
per l’uomo che trama insidie.

[8] Desisti dall’ira e deponi lo sdegno,
non irritarti: faresti del male,

[9] poiché i malvagi saranno sterminati,
ma chi spera nel Signore possederà la terra.

[10] Ancora un poco e l’empio scompare,
cerchi il suo posto e più non lo trovi.

[11] I miti invece possederanno la terra
e godranno di una grande pace.

[12] L’empio trama contro il giusto,
contro di lui digrigna i denti.

[13] Ma il Signore ride dell’empio,
perché vede arrivare il suo giorno.

[14] Gli empi sfoderano la spada
e tendono l’arco
per abbattere il misero e l’indigente,
per uccidere chi cammina sulla retta via.

[15] La loro spada raggiungerà il loro cuore
e i loro archi si spezzeranno.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

Ritagli del Vangelo odierno:

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

Mc 4,26-34


 

 

Risultati immagini per dio mio rifugio

 

Accoglimi, o Dio, in te mi rifugio  

Tonino Lasconi

Accoglimi, o Dio, in te mi rifugio.
Ho scelto la tua via voglio seguirti.
Ma faccio presto a stancarmi allora mi scoraggio.
In questi momenti, mi vien voglia di scegliere le strade più facili:
fare le cose tanto per farle,
disinteressarmi degli altri,
accontentarmi di un bel vestito
o di un bel paio dì scarpe,
gironzolare per ore
masticando gomme e leccando gelati.
Accoglimi, Dio, in te mi rifugio.
Non voglio vivere al lumicino
quando tu mi hai dato energie per essere un faro.
Accoglimi, Dio!
Come un bambino nel seno di sua madre,
mi rifugio in te.
In te, che sei mio padre e mia madre;
buono e forte; misericordioso e potente.
Accoglimi, o Dio, in te mi rifugio.

Vangelo (Mc 4,35-41) del giorno dalle letture della Messa (Sabato 28 Gennaio 2017) con commento comunitario

27 gennaio 2017

SAN TOMMASO D’AQUINO, sacerdote e dottore della Chiesa – memoria

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 4,35-41)

In quel medesimo giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Questo è il Vangelo del 28 Gennaio, quello del 27 Gennaio lo potete trovare qualche post più sotto.

 

Maria a Medjugorje; Messaggio del 25 Gennaio 2017

26 gennaio 2017

Risultato immagine per maria a medjugorje

Cari figli! Oggi vi invito a pregare per la pace. Pace nei cuori umani, pace nelle famiglie e pace nel mondo. Satana è forte e vuole farvi rivoltare tutti contro Dio, riportarvi su tutto ciò che è umano e distruggere nei cuori tutti i sentimenti verso Dio e le cose di Dio. Voi, figlioli, pregate e lottate contro il materialismo, il modernismo e l’egoismo che il mondo vi offre. Figlioli, decidetevi per la santità ed io, con mio Figlio Gesù, intercedo per voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.

La chiesa sembra guardare con favore, ma non si è ancora espressa ufficialmente sui fatti di Medjugorje

Liturgia del giorno: Audio salmo 96(95)

26 gennaio 2017

Giovedì, 26 _ Gennaio _ 2017


 

Annunciate a tutti i popoli le meraviglie del Signore.

[1] Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore da tutta la terra.
[2] Cantate al Signore, benedite il suo nome,
annunziate di giorno in giorno la sua salvezza.

[3] In mezzo ai popoli raccontate la sua gloria,
a tutte le nazioni dite i suoi prodigi.

[4] Grande è il Signore e degno di ogni lode,
terribile sopra tutti gli dei.

[5] Tutti gli dei delle nazioni sono un nulla,
ma il Signore ha fatto i cieli.

[6] Maestà e bellezza sono davanti a lui,
potenza e splendore nel suo santuario.

[7] Date al Signore, o famiglie dei popoli,
date al Signore gloria e potenza,

[8] date al Signore la gloria del suo nome.
Portate offerte ed entrate nei suoi atri,

[9] prostratevi al Signore in sacri ornamenti.
Tremi davanti a lui tutta la terra.

[10] Dite tra i popoli: “Il Signore regna!”.
Sorregge il mondo, perché non vacilli;
giudica le nazioni con rettitudine.

[11] Gioiscano i cieli, esulti la terra,
frema il mare e quanto racchiude;

[12] esultino i campi e quanto contengono,
si rallegrino gli alberi della foresta

[13] davanti al Signore che viene,
perché viene a giudicare la terra.
Giudicherà il mondo con giustizia
e con verità tutte le genti.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

Ritaglio del Vangelo odierno:

«La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”.

Lc 10,1-9


 

Immagine correlata

Nel deserto  

Dio, tu mi conduci nel deserto,
dove la vita è difficile,
dove domina il dubbio,
dove regna l’oscurità, dove manchi Tu.
Il deserto è un passaggio per chi Ti ha scelto,
un passaggio per chi Ti ama,
un passaggio necessario alla vita,
un passaggio che mette alla prova.
Tu mi dai la prova
ma anche la forza di superarla,
mi dai il deserto
ma anche la forza di proseguire.
Ho paura del deserto,
ho paura di mancare,
ho paura di abbandonarti.
E’ facile sentirti nella gioia,
è semplice scoprirti nella natura,
è difficile amarti nel deserto.
Nella notte del dolore,
nell’oscurità del dubbio,
nel deserto della vita non farmi dubitare di Te.
Non Ti chiedo di liberarmi dal deserto,
ma aiutami a comunicare con Te,
non Ti prego di togliermi il deserto,
ma fammi camminare verso di Te.

Vangelo (Mc 4,26-34) del giorno dalle letture della Messa (Venerdì 27 Gennaio 2017) con commento comunitario

26 gennaio 2017

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 4,26-34)

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».

Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

Questo è il Vangelo del 27 Gennaio, quello del 26 Gennaio lo potete trovare qualche post più sotto.

2017.01.25 Solennità della conversione di San Paolo

25 gennaio 2017

 

 

CELEBRAZIONE DEI VESPRI NELLA SOLENNITÀ
DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di San Paolo fuori le Mura
Mercoledì, 25 gennaio 2017

[Multimedia]

L’incontro con Gesù sulla strada verso Damasco trasforma radicalmente la vita di Paolo. Da quel momento in poi, per lui il significato dell’esistenza non sta più nell’affidarsi alle proprie forze per osservare scrupolosamente la Legge, ma nell’aderire con tutto sé stesso all’amore gratuito e immeritato di Dio, a Gesù Cristo crocifisso e risorto. Così egli conosce l’irrompere di una nuova vita, la vita secondo lo Spirito, nella quale, per la potenza del Signore Risorto, sperimenta perdono, confidenza e conforto. E Paolo non può tenere per sé questa novità: è spinto dalla grazia a proclamare la lieta notizia dell’amore e della riconciliazione che Dio offre pienamente in Cristo all’umanità.

Per l’Apostolo delle genti la riconciliazione dell’uomo con Dio, di cui egli è divenuto ambasciatore (cfr 2 Cor 5,20), è un dono che viene da Cristo. Ciò appare con chiarezza nel testo della Seconda Lettera ai Corinzi, dal quale è tratto quest’anno il tema della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani: “L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione” (cfr 2 Cor 5,14-20). “L’amore di Cristo”: non si tratta del nostro amore per Cristo, ma dell’amore che Cristo ha per noi. Allo stesso modo, la riconciliazione verso cui siamo spinti non è semplicemente nostra iniziativa: è in primo luogo la riconciliazione che Dio ci offre in Cristo. Prima di essere uno sforzo umano di credenti che cercano di superare le loro divisioni, è un dono gratuito di Dio. Come effetto di questo dono la persona, perdonata e amata, è chiamata a sua volta a proclamare il vangelo della riconciliazione in parole e opere, a vivere e testimoniare un’esistenza riconciliata.

In questa prospettiva, possiamo oggi chiederci: come proclamare questo vangelo di riconciliazione dopo secoli di divisioni? E’ lo stesso Paolo ad aiutarci a trovare la via. Egli sottolinea che la riconciliazione in Cristo non può avvenire senza sacrificio. Gesù ha dato la sua vita, morendo per tutti. Similmente, gli ambasciatori di riconciliazione sono chiamati, nel suo nome, a dare la vita, a non vivere più per sé stessi, ma per Colui che è morto e risorto per loro (cfr 2 Cor 5,14-15). Come Gesù insegna, è solo quando perdiamo la vita per amore suo che la guadagniamo davvero (cfr Lc 9,24). È la rivoluzione che Paolo ha vissuto, ma è la rivoluzione cristiana di sempre: non vivere più per noi stessi, per i nostri interessi e ritorni di immagine, ma ad immagine di Cristo, per Lui e secondo Lui, col suo amore e nel suo amore.

Per la Chiesa, per ogni confessione cristiana è un invito a non basarsi sui programmi, sui calcoli e sui vantaggi, a non affidarsi alle opportunità e alle mode del momento, ma a cercare la via guardando sempre alla croce del Signore: sta lì il nostro programma di vita. È un invito anche ad uscire da ogni isolamento, a superare la tentazione dell’autoreferenzialità, che impedisce di cogliere ciò che lo Spirito Santo opera al di fuori dei propri spazi. Un’autentica riconciliazione tra i cristiani potrà realizzarsi quando sapremo riconoscere i doni gli uni degli altri e saremo capaci, con umiltà e docilità, di imparare gli uni dagli altri – imparare gli uni dagli altri -, senza attendere che siano gli altri a imparare prima da noi.

Se viviamo questo morire a noi stessi per Gesù, il nostro vecchio stile di vita viene relegato al passato e, come è accaduto a san Paolo, entriamo in una nuova forma di esistenza e di comunione. Con Paolo potremo dire: «Le cose vecchie sono passate» (2 Cor 5,17). Guardare indietro è d’aiuto e quanto mai necessario per purificare la memoria, ma fissarsi sul passato, attardandosi a ricordare i torti subiti e fatti e giudicando con parametri solo umani, può paralizzare e impedire di vivere il presente. La Parola di Dio ci incoraggia a trarre forza dalla memoria, a ricordare il bene ricevuto dal Signore; ma ci chiede anche di lasciarci alle spalle il passato per seguire Gesù nell’oggi e vivere una vita nuova in Lui. Permettiamo a Colui che fa nuove tutte le cose (cfr Ap 21,5) di orientarci a un avvenire nuovo, aperto alla speranza che non delude, un avvenire in cui le divisioni si potranno superare e i credenti, rinnovati nell’amore, saranno pienamente e visibilmente uniti.

Mentre camminiamo sulla via dell’unità, quest’anno ricordiamo in modo particolare il quinto centenario della Riforma protestante. Il fatto che oggi cattolici e luterani possano ricordare insieme un evento che ha diviso i cristiani, e lo facciano con speranza, ponendo l’accento su Gesù e sulla sua opera di riconciliazione, è un traguardo notevole, raggiunto grazie a Dio e alla preghiera, attraverso cinquant’anni di conoscenza reciproca e di dialogo ecumenico.

Nell’invocare da Dio il dono della riconciliazione con Lui e tra di noi, rivolgo i miei cordiali e fraterni saluti a Sua Eminenza il Metropolita Gennadios, rappresentante del Patriarcato ecumenico, a Sua Grazia David Moxon, rappresentante personale a Roma dell’Arcivescovo di Canterbury, e a tutti i rappresentanti delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali qui convenuti. Mi è particolarmente gradito salutare i membri della Commissione mista per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse orientali, ai quali auguro un fruttuoso lavoro per la sessione plenaria che si sta svolgendo in questi giorni. Saluto anche gli studenti dell’Ecumenical Institute of Bossey – tanto gioiosi, li ho visti questa mattina -, in visita a Roma per approfondire la loro conoscenza della Chiesa cattolica, e i giovani ortodossi e ortodossi orientali che studiano a Roma grazie alle borse di studio del Comitato di Collaborazione Culturale con le Chiese ortodosse, che opera presso il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Ai Superiori e a tutti i Collaboratori di questo Dicastero esprimo la mia stima e la mia gratitudine.

Cari fratelli e sorelle, la nostra preghiera per l’unità dei cristiani è partecipazione alla preghiera che Gesù ha rivolto al Padre prima della passione «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Non stanchiamoci mai di chiedere a Dio questo dono. Nella paziente e fiduciosa attesa che il Padre conceda a tutti i credenti il bene della piena comunione visibile, andiamo avanti nel nostro cammino di riconciliazione e di dialogo, incoraggiati dalla testimonianza eroica di tanti fratelli e sorelle, uniti ieri e oggi nel soffrire per il nome di Gesù. Approfittiamo di ogni occasione che la Provvidenza ci offre per pregare insieme, per annunciare insieme, per amare e servire insieme, soprattutto chi è più povero e trascu

Catechesi di Papa Francesco nell’Udienza Generale del 18 gennaio 2017

25 gennaio 2017

 

 

 

 

 

 

 

Vangelo (Lc 10,1-9) del giorno dalle letture della Messa (Giovedì 26 Gennaio 2017) con commento comunitario

25 gennaio 2017

SANTI TIMOTEO e TITO, vescovi – memoria

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 10,1-9)

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.

Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.

In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.

Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

Questo è il Vangelo del 26 Gennaio, quello del 25 Gennaio lo potete trovare qualche post più sotto.

Liturgia del giorno: Audio salmo 117(116)

25 gennaio 2017

Mercoledì, 25 _ Gennaio _ 2017


 

Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo.

[1] Alleluia.
Lodate il Signore, popoli tutti, voi tutte, nazioni, dategli gloria;

[2] perché forte è il suo amore per noi
e la fedeltà del Signore dura in eterno.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

Ritaglio del Vangelo odierno:

«Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato.

Mc 16,15-18


 

 

 

Risultati immagini per dio dell'impossibile

Il mio Dio è sconcertante

Il mio Dio è sconcertante:
è intimo ed è trascendente,
è dolce e violento,
è eterno e nasce sempre.

Ci crea per la felicità ma conosciamo il dolore.
Benedice ciò che tanti temono
ama quello che tanti disprezzano,
chiede ciò che sembra impossibile.

È venuto a portare la guerra ed è pacifico.
È Dio e uomo.
Maledice le ingiustizie e sopporta gli ingiusti.

È Padre Onnipotente e il dolore continua a torturare la terra.
Esige che conquistiamo il mondo, immergendoci in esso,
che amiamo tutto quanto è umano e ci vuole proiettati nell’Aldilà.

Chiede la santità per tutti e sceglie a capo della sua Chiesa l’apostolo che lo rinnegò.

Predilige i deboli e i poveri
e sono quelli che continuano a soffrire di più.
Imprime la sua legge in ogni circostanza
e fonda una Chiesa che viene a conflitto a volte con questo grido interiore della coscienza.

È sempre presente e nessuno può vedere il suo volto.
Chi ama l’uomo, ama lui, eppure continua a esser l’Unico.

È tutta la nostra vita e non ha nome.
Quanto più ti avvicini a lui, quanto più lo ami, meno lo capisci razionalmente.

È libertà ed è venuto a obbedire.
È amore, ma esiste l’inferno.

È il cuore della storia:
non cade un capello senza la sua complicità,
eppure milioni di uomini sentono la terra vuota di lui e lo
considerano superfluo.

È allegria e dolore insieme.
È il santo e amico dei peccatori,
è il vergine e permise che le prostitute lo amassero,
andò contro i ricchi ma mangiava con loro.

È difficile il mio Dio sconcertante per l’uomo che vuole misurarlo in tutto, per quanti vorrebbero imporgli una logica.
Ma il mio Dio sfugge a tutte le logiche e alle nostre misure.

Il mio Dio è così:
meraviglioso e ineffabile, unico e sconcertante.
È l’Essere ed è movimento, è ciò che era e quello che sarà.
E tutto e niente esiste senza di lui.
Il mio Dio è sconcertante:
è colui in cui si crede senza vederlo,
che si ama senza toccarlo,
in cui si spera senza sentirlo,
si possiede senza meritarlo.

Liturgia del giorno: Audio salmo 40(39)

24 gennaio 2017

Martedì, 24 _ Gennaio _ 2017


 

Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.

[1] Al maestro del coro. Di Davide. Salmo.

[2] Ho sperato: ho sperato nel Signore
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.

[3] Mi ha tratto dalla fossa della morte,
dal fango della palude;
i miei piedi ha stabilito sulla roccia,
ha reso sicuri i miei passi.

[4] Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
lode al nostro Dio.
Molti vedranno e avranno timore
e confideranno nel Signore.

[5] Beato l’uomo che spera nel Signore
e non si mette dalla parte dei superbi,
né si volge a chi segue la menzogna.

[6] Quanti prodigi tu hai fatto, Signore Dio mio,
quali disegni in nostro favore:
nessuno a te si può paragonare.
Se li voglio annunziare e proclamare
sono troppi per essere contati.

[7] Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto.
Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa.

[8] Allora ho detto: “Ecco, io vengo.
Sul rotolo del libro di me è scritto,

[9] che io faccia il tuo volere.
Mio Dio, questo io desidero,
la tua legge è nel profondo del mio cuore”.

[10] Ho annunziato la tua giustizia nella grande assemblea;
vedi, non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai.

[11] Non ho nascosto la tua giustizia in fondo al cuore,
la tua fedeltà e la tua salvezza ho proclamato.
Non ho nascosto la tua grazia
e la tua fedeltà alla grande assemblea.

[12] Non rifiutarmi, Signore, la tua misericordia,
la tua fedeltà e la tua grazia
mi proteggano sempre,

[13] poiché mi circondano mali senza numero,
le mie colpe mi opprimono
e non posso più vedere.
Sono più dei capelli del mio capo,
il mio cuore viene meno.

[14] Degnati, Signore, di liberarmi;
accorri, Signore, in mio aiuto.

[15] Vergogna e confusione
per quanti cercano di togliermi la vita.
Retrocedano coperti d’infamia
quelli che godono della mia sventura.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

Ritaglio del vangelo odierno:

«Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

Mc 3,31-35


 

Risultati immagini per mio dio eccomi

Mio Dio eccomi  

Mio Dio eccomi.

Signore, quanto vorrei poterti dire così, quanto vorrei potermi fidare di te al punto da presentarmi davanti a te così come sono, senza preparare le parole, senza pensare a come sono vestita, senza timore di non essere accettata.

Come vorrei, Signore, buttarmi nelle tue braccia con gli occhi chiusi, fare il grande salto, superare le acque che sotto si muovono e rumoreggiano ostili, incurante dell’abisso che ci separa, senza paura di essere risucchiata dai gorghi di morte, senza ali che mi sollevino in alto.

Come vorrei Signore potermi affidare completamente a te al punto da dimenticare la distanza e il vuoto che si apre davanti ai miei occhi.

Sono, Signore, ancora tutta impastata di paura, di pregiudizi, di dubbi, sono ancora troppo preoccupata di me e di ciò che tu potresti dire, fare o pensare.

Signore mio Dio, eccomi davanti a te, questa mattina: i miei vestiti li vedi, sono quelli di cui non ancora riesco a fare a meno, il mio cuore non ancora si apre stabilmente al tuo amore, le braccia sono contratte, incapaci ti tendersi verso di te, la mente non riesce ancora a farsi da parte perché il desiderio di studiarti, capirti possederti è troppo grande.

Signore mio Dio eccomi con tutte le imperfezioni di cui sono piena, eccomi con tutte le contraddizioni che mi porto addosso, mio Dio eccomi con la mia incapacità di vivere la fede in modo semplice e sereno, mio Dio eccomi anche se non riesco a ritornare bambina, non riesco a ridiventare piccola come quelli a cui hai promesso il regno dei cieli..

Mio Dio eccomi ancora tanto attaccata alla terra, a questa sponda del mare, così tanto timorosa di prendere il largo, abbandonando le reti a terra, le mie sicurezze, lasciando la barca con cui sono abituata ad andare a pescare da sola, a prendere pesci destinati ad imbandire una mensa alla quale spesso dimentico d’invitarti.

Mio Dio eccomi, con lo sguardo perso nel vuoto, rivolto al mare che tu mi inviti ad attraversare, a solcare con la tua barca, incominciando il cammino a piedi nudi, camminando sull’acqua, che pure si muove e mi ricorda l’insidia che si cela sotto di essa.

Mio Dio eccomi, con la paura a procedere ferma e salda sulla strada che tu mi indichi.

Ti vedo allargare le braccia, ti vedo guardarmi negli occhi, con amore, con autorevolezza.

Mio Dio eccomi: Dio di amore, di misericordia, di giustizia, Dio padre e madre, Dio di tenerezza, Dio di compassione, Dio buono, Dio che mi stai aspettando, perché smetta di piangere e di avere paura.
Mio Dio eccomi

Papa Francesco _ Messa Santa Marta 24-01-2017

24 gennaio 2017

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA

DOMUS SANCTAE MARTHAE

Uno dopo l’altro

Martedì, 24 gennaio 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Anelli di una lunga catena di «eccomi» che parte da Abramo e arriva a oggi, passando per quello decisivo di Gesù al Padre: questo, secondo Papa Francesco, sono i cristiani, chiamati ogni giorno a «fare la volontà del Signore» inserendosi nel disegno provvidenziale della storia della salvezza. Una realtà approfondita grazie alla meditazione sulle letture della messa celebrata a Santa Marta martedì 24 gennaio. La liturgia, in continuità con quella del giorno precedente, ha spinto il Pontefice a riflettere «sul sacerdozio di Gesù, il sacerdozio definitivo, unico». Punto di partenza, ancora una volta, è stata la prima lettura tratta dalla lettera agli Ebrei (10, 1-10) nella quale è affrontato il tema del sacrificio.

«I sacerdoti — ha spiegato Francesco — a quei tempi, offrivano sacrifici ma dovevano offrirli continuamente, anno dopo anno, perché non erano definitivi, non erano una volta per sempre». Il cambiamento decisivo c’è stato con «il sacerdozio di Gesù, che fa l’unico sacrificio di una volta per sempre». Una differenza sostanziale: «in quei sacrifici si rinnova di anno in anno il ricordo dei peccati, si chiede perdono di anno in anno»; invece Cristo dice: «Tu non hai voluto né sacrifici né offerta; un corpo, invece, mi hai preparato. Allora ho detto: “Ecco, io vengo, per fare — o Dio — la tua volontà”».

È stato proprio questo, ha suggerito il Papa, «il primo passo», di Gesù nel mondo: «io vengo per fare la tua volontà». E la volontà del Padre era che «con questo sacrificio si abolissero tutti i sacrifici e questo fosse l’unico». Perciò si legge nella Scrittura: «Tu non hai voluto, non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato. Ecco, io vengo a fare la tua volontà».

Proprio questa parola di Gesù, ha detto il Pontefice, chiude una storia «di “eccomi” concatenati — la storia della salvezza è questo: una storia di “eccomi” concatenati». Tutto cominciò con Adamo, che «si nascose perché aveva paura del Signore»: da allora il Signore cominciò «a chiamare e a sentire la risposta di quegli uomini e donne che dicono: “Eccomi. Sono disposto. Sono disposta”». Fino ad arrivare «all’ultimo “eccomi”, quello di Gesù: “Per fare la tua volontà”». Il Papa ha ripercorso brevemente questa storia, richiamando Abramo, Mosè, i profeti Isaia e Geremia. E ancora: il piccolo Samuele, che sente la voce del Signore e risponde: «Eccomi, Signore». Fino a giungere «all’ultimo “eccomi”, grande, di Maria: “Si faccia la volontà di Dio. Io sono la serva. Eccomi».

Si tratta di «una storia di “eccomi”», ma, ha sottolineato Francesco, di “eccomi” «non automatici». In ognuno dei racconti biblici evocati si nota infatti che «il Signore dialoga con quelli che invita». Abramo ha «anche negoziato» con lui per «non distruggere quelle due città». Allo stesso modo Isaia che obiettava: «Ma, sono peccatori, non posso…», o Geremia: «Ma sono un bambino, non so parlare…» e il Signore lo tranquillizza: «Io ti farò parlare!». Per Elia che lamentava: «Io ho paura, voglio morire, no, no, ho paura, non voglio», la risposta fu: «Alzati: mangia, bevi e vai avanti!».

«Il Signore — ha detto il Papa raccogliendo in un’unica considerazione tutte queste citazioni — dialoga sempre con quelli che invita a fare questa strada e a dire l’“eccomi”. Ha tanta pazienza, tanta pazienza». E ha aggiunto un ulteriore esempio ricordando «i ragionamenti di Giobbe, che non capisce», e le risposte del Signore che «lo corregge» finché arriva il suo “eccomi”: «Signore, tu hai ragione: io soltanto ti conoscevo per sentito dire; adesso i miei occhi ti hanno visto». Ed è qui che il Pontefice ha innestato un insegnamento valido per ogni uomo: «La vita cristiana è questo: un “eccomi”, un “eccomi” continuo».

«Uno dietro l’altro» si ritrovano nella Bibbia tutti gli «eccomi» pronunciati. Ed «è bello», ha detto il Papa , «leggere la Scrittura» andando proprio a cercare «le risposte delle persone al Signore», tutte le volte che qualcuno ha detto: «Eccomi, io sono per fare la tua volontà». Bello e coinvolgente, perché, ha spiegato Francesco, «questa liturgia della parola di oggi ci invita a riflettere: “Ma come va il mio “eccomi” al Signore? E l’“eccomi” della mia vita, come va?». Proprio ripercorrendo le Scritture ci si rende conto che la risposta non è per nulla scontata: «Vado a nascondermi, come Adamo, per non rispondere? O, quando il Signore mi chiama, invece di dire “eccomi” o “cosa vuoi da me?”, fuggo, come Giona che non voleva fare quello che il Signore gli chiedeva?». O ancora: «faccio finta di fare la volontà del Signore, ma soltanto esternamente, come i dottori della legge che Gesù condanna duramente» perché «facevano finta» e dicevano: «Tutto bene…, niente domande: io faccio questo e niente di più»?. Tra le risposte possibili ci potrebbe essere anche quella di chi guarda «da un’altra parte come hanno fatto il levita e il sacerdote davanti a quel pover’uomo ferito, picchiato dai briganti, lasciato mezzo morto».

E allora, giacché il Signore chiama «ognuno di noi» e «tutti i giorni», c’è da chiedersi: «Come è la mia risposta al Signore?». È la risposta dell’“eccomi”, ha incalzato il Pontefice, «o mi nascondo? O fuggo? O faccio finta? O guardo da un’altra parte?».

Qualcuno potrebbe anche avere un dubbio: «Si può discutere» con il Signore? «Sì — ha risposto Francesco — a lui piace. A lui piace discutere con noi». Per questo, ha raccontato, quando «qualcuno mi dice: “Ma, padre, io tante volte quando vado a pregare, mi arrabbio con il Signore…”», la risposta è: «Anche questo è preghiera! A lui piace, quando tu ti arrabbi e gli dici in faccia quello che senti, perché è padre! Ma questo è anche un “eccomi”».

Vangelo (Mc 16,15-18) del giorno dalle letture della Messa (Mercoledì 25 Gennaio 2017) con commento comunitario

24 gennaio 2017

CONVERSIONE DI SAN PAOLO, Apostolo – Festa

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 16,15-18) 

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro:
«Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato.
Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

Questo è il Vangelo del 25 Gennaio, quello del 24 Gennaio lo potete trovare qualche post più sotto.

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 23 gennaio 2017

23 gennaio 2017

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Tre meraviglie

Lunedì, 23 gennaio 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Sono tre «le grandi meraviglie del sacerdozio di Gesù: ha offerto la vita per noi una volta per tutte; continua anche adesso a pregare per ciascuno di noi; tornerà per portarci con lui». All’uomo è chiesto di «non chiudere il cuore» per «lasciarsi perdonare dal Padre». E proprio la messa fa comprendere in pienezza questa bellissima verità, ha fatto presente Papa Francesco durante la celebrazione di lunedì mattina, 23 gennaio, nella cappella della Casa Santa Marta.

«Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie»: con le parole del salmo responsoriale il Pontefice ha aperto la sua meditazione, ripetendo che «il Signore ha fatto meraviglie». E con le parole del salmo 97 ha proseguito: «Grandi cose ha fatto il Signore, grandi meraviglie». Ma, ha aggiunto, «la grande meraviglia, la più grande, è suo Figlio, il Figlio sacerdote». Nella prima lettura, ha spiegato il Papa, «l’autore della lettera agli Ebrei (9, 15.24-28) ci presenta Cristo, sacerdote, mediatore di questa alleanza che Dio fa con gli uomini: Gesù è il sommo sacerdote». E «il sacerdozio di Cristo — possiamo dire, secondo quanto si vede qui — si svolge in tre momenti, in tre tappe».

La prima tappa, ha affermato il Papa, «è nella redenzione: Cristo offrì se stesso, una volta per sempre, per il perdono dei peccati». Egli «fa il paragone con i sacerdoti dell’antica alleanza che, ogni anno, dovevano offrire sacrifici». Ecco la novità: con Cristo è «una volta per sempre, e questa è una meraviglia; e con questa meraviglia lui ci ha fatto figli, ci ha portato al Padre, ci ha perdonato i peccati, ha ri-creato l’armonia della creazione con la sua vita».

«La seconda meraviglia, che ha un certo rapporto con il peccato, è quella che il Signore fa adesso» ha proseguito il Pontefice. Infatti «il Signore adesso intercede, prega per noi: in questo momento, sì, mentre noi preghiamo qui lui prega per noi, sicuramente per tutti, per ognuno di noi». È, appunto, «l’intercessione, il sacerdote che intercede: prima ha offerto la vita in riscatto; adesso, vivo, davanti al Padre, intercede». Nell’ultima cena, ha ricordato Francesco, il Signore «ha detto: “Io pregherò per voi, perché la vostra fede non venga meno”». Dunque, Gesù «prega per noi e questa è un sicurezza: Cristo, il nostro sacerdote, prega per noi». Del resto, ha fatto notare, «quante volte noi diciamo al sacerdote: “Padre, preghi per me, per mio figlio, per la mia famiglia, abbiamo questo problema…”». Lo facciamo «perché sappiamo che la preghiera del sacerdote ha una certa forza, proprio nel sacrificio della messa». E «Gesù prega per noi in questo momento, per ognuno di noi, e questa è una meraviglia, una seconda meraviglia».

«La terza meraviglia sarà la fine, quando tornerà» ha affermato ancora il Pontefice. Egli «tornerà come sacerdote, sì, senza rapporto con il peccato: la prima volta ha dato la sua vita per il perdono dei peccati; la seconda volta — adesso — prega per noi, perché noi siamo peccatori e andiamo avanti nella vita cristiana; ma quando verrà la terza volta non sarà in rapporto col peccato, sarà per fare il regno definitivo». E la «parola più bella di quel giorno» sarà: «Venite, benedetti, venite, venite, venite da me!». Così «ci porterà tutti col Padre: questo è il sacerdozio di Cristo del quale parla la prima lettura e questa è la grande meraviglia, che ci fa cantare un canto nuovo».

Francesco ha indicato anche «due punti contrastanti nella liturgia di oggi». Da una parte, infatti, «c’è questa grande meraviglia, questo sacerdozio di Gesù in tre tappe — quella in cui perdona i peccati, una volta, per sempre; quella in cui intercede adesso per noi; e quella che succederà quando lui tornerà — ma c’è anche il contrario, “l’imperdonabile bestemmia”», come si legge nel passo del vangelo di Marco (3, 22-30). Ed «è duro — ha commentato il Pontefice — sentire Gesù dire queste cose: ma lui lo dice e se lui lo dice è vero».

Scrive infatti Marco, riportando le parole del Signore: «In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini — e noi sappiamo che il Signore perdona tutto se noi apriamo un po’ il cuore, tutto! — i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno — anche le bestemmie saranno perdonate! —; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». E così questa persona, «quando tornerà il Signore, sentirà quella parola: “Vattene da me!”». E questo perché, ha spiegato il Papa, «la grande unzione sacerdotale di Gesù l’ha fatta lo Spirito Santo nel grembo di Maria: i sacerdoti, nella cerimonia di ordinazione, sono unti con l’olio; e si parla sempre dell’unzione sacerdotale». Anche «Gesù, come sommo sacerdote, ha ricevuto questa unzione». E «la prima unzione» è stata «la carne di Maria con l’opera dello Spirito Santo». Così chi «bestemmia su questo, bestemmia sul fondamento dell’amore di Dio, che è la redenzione, la ri-creazione; bestemmia sul sacerdozio di Cristo».

«Il Signore perdona tutto — ha spiegato Francesco —ma chi dice queste cose è chiuso al perdono, non vuole essere perdonato, non si lascia perdonare». Proprio «questo è il brutto della bestemmia contro lo Spirito Santo: non lasciarsi perdonare, perché rinnega l’unzione sacerdotale di Gesù che ha fatto lo Spirito Santo».

E così, ha proseguito il Pontefice, «oggi abbiamo sentito, in questa liturgia della parola, le grandi meraviglie del sacerdozio di Cristo che offre se stesso per il perdono dei peccati, che continua a pregare per noi adesso e che tornerà per portarci con lui». È davvero una «grande meraviglia». Però, ha aggiunto, «abbiamo anche sentito che c’è una “imperdonabile bestemmia” e non perché il Signore non voglia perdonare tutto, ma perché questo è tanto chiuso che non si lascia perdonare: la bestemmia contro questa grande meraviglia di Gesù».

In conclusione, Francesco ha suggerito che «oggi ci farà bene, durante la messa, pensare che qui sull’altare si fa la memoria viva, perché lui sarà presente lì, del primo sacerdozio di Gesù, quando offre la sua vita per noi; c’è anche la memoria viva del secondo sacerdozio, perché lui pregherà qui; ma anche, in questa messa — lo diremo, dopo il Padre nostro — c’è quel terzo sacerdozio di Gesù, quando lui tornerà e la speranza nostra della gloria». Dunque, ha insistito il Papa, «in questa messa pensiamo a queste cose belle e chiediamo la grazia al Signore che il nostro cuore non si chiuda mai — non si chiuda mai! — a questa meraviglia, a questa grande gratuità».