Archive for marzo 2017

Tweet del Papa

31 marzo 2017


Digiunare col cuore orgoglioso fa più male che bene. Il primo digiuno è l’umiltà.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:45 – 31 mar 2017

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Vangelo (Gv 7,40-53) del giorno dalle letture della Messa (Sabato 1 Aprile 2017) con commento comunitario

31 marzo 2017

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 7,40-53)

In quel tempo, all’udire le parole di Gesù, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: “Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo”?». E tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui.

Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui. Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!». Ma i farisei replicarono loro: «Vi siete lasciati ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!».

Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!». E ciascuno tornò a casa sua.

Questo è il Vangelo dell’1 Aprile, quello del 31 Marzo lo potete trovare qualche post più sotto.

Liturgia del giorno: Audio salmo (105) 106

30 marzo 2017

Giovedì, 30 _ Marzo _ 2017


 

Ricòrdati di noi, Signore, per amore del tuo popolo.

[1] Alleluia.
Celebrate il Signore, perché è buono,
perché eterna è la sua misericordia.

[2] Chi può narrare i prodigi del Signore,
far risuonare tutta la sua lode?

[3] Beati coloro che agiscono con giustizia
e praticano il diritto in ogni tempo.

[4] Ricordati di noi, Signore, per amore del tuo popolo,
visitaci con la tua salvezza,

[5] perché vediamo la felicità dei tuoi eletti,
godiamo della gioia del tuo popolo,
ci gloriamo con la tua eredità.

[6] Abbiamo peccato come i nostri padri,
abbiamo fatto il male, siamo stati empi.

[7] I nostri padri in Egitto
non compresero i tuoi prodigi,
non ricordarono tanti tuoi benefici
e si ribellarono presso il mare, presso il mar Rosso.

[8] Ma Dio li salvò per il suo nome,
per manifestare la sua potenza.

[9] Minacciò il mar Rosso e fu disseccato,
li condusse tra i flutti come per un deserto;

[10] li salvò dalla mano di chi li odiava, li riscattò dalla mano del nemico.

[11] L’acqua sommerse i loro avversari;
nessuno di essi sopravvisse.

[12] Allora credettero alle sue parole
e cantarono la sua lode.

[13] Ma presto dimenticarono le sue opere,
non ebbero fiducia nel suo disegno,

[14] arsero di brame nel deserto,
e tentarono Dio nella steppa.

[15] Concesse loro quanto domandavano
e saziò la loro ingordigia.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

Ritaglio del Vangelo odierno:

Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato.
Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita.

Gv 5,31-47


 

 

Rendici sale, Signore,
per rendere gustoso il mondo.
Rendici luce, Signore,
per illuminare ogni angolo buio.
Basta poco sale per dare un buon sapore;
poca luce può bastare
per sciogliere le tenebre più oscure.

Insegnaci a credere, Signore,
che non serve essere i migliori o i più grandi.
Per far risplendere nel mondo il tuo amore
basta essere, in semplicità e povertà,
sale buono e luce intensa. Amen.

Omelia di Papa Francesco del 30 marzo 2017 – Il sogno e le delusioni di Dio

30 marzo 2017

 

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Il sogno e le delusioni di Dio

Giovedì, 30 marzo 2017

 

(da: www.osservatoreromano.va)

 

«Il sogno e le delusioni di Dio»: è stato proprio Papa Francesco a suggerire il titolo per la meditazione proposta nella messa celebrata giovedì mattina, 30 marzo, a Santa Marta. «Il passo del libro dell’Esodo che abbiamo sentito, che abbiamo ascoltato — ha detto all’inizio dell’omelia facendo riferimento alla prima lettura (32, 7-14) — possiamo chiamarlo, per dargli un titolo, “il sogno e le delusioni di Dio”». Perché, ha spiegato, «Dio ha sognato e alla fine resta deluso».

«Dio — ha spiegato il Pontefice — ha sognato un popolo e lo ha sognato dall’inizio, ha scelto un uomo, Abramo, lo ha fatto camminare per anni, e un giorno gli ha fatto vedere le stelle: “Guarda le stelle del cielo: così sarà il popolo, la tua discendenza, il mio popolo”». Ecco «il sogno di Dio: sognava perché amava». E «l’amore era tanto — è tanto anche oggi — che non poteva averlo per se stesso, era per darlo».

«Con tanta bontà» Dio «ha promesso questo popolo ad Abramo, già anziano, sposato con una donna sterile: “Tu avrai un figlio e questo figlio sarà la tua discendenza, numerosa come le stelle”. E così è successo». Poi, ha proseguito Francesco, «con gli anni, con i tempi, questo popolo divenne schiavo in Egitto e il Signore va e libera il popolo». E «lo libera e gli fa attraversare il mare come se fosse terra, perché amava e aveva questo desiderio per questo popolo». Insomma, «un padre che amava i suoi figli».

«Ma questo popolo era un popolo difficile» ha affermato il Papa. «In cammino verso la terra definitiva che lui voleva dargli, fece salire sul monte Mosè per dargli la Legge». E «Dio incomincia a sentire la delusione: “Scendi, va, scendi — dice a Mosè — perché il tuo popolo, e il mio popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto — che io ho fatto uscire con il tuo aiuto — si è pervertito”». Infatti, ha spiegato Francesco, «il popolo non ha avuto la pazienza di aspettare Dio, di aspettare quaranta giorni soltanto». Così ha finito addirittura per dire: “E questo Dio, ma… facciamocene un altro”». Allora, ha ricordato il Papa, «hanno fatto un vitello, lì: “E questo è dio, è per divertirsi, almeno per non annoiarsi”». E «si sono dimenticati di Dio che li ha salvati».

«Il profeta Baruc — ha fatto notare il Pontefice — ha una frase che dipinge bene questo popolo: “Vi siete dimenticati di chi vi ha allevato”». E proprio «dimenticare Dio che ci ha creato, che ci ha fatto crescere, che ci ha accompagnato nella vita: questa è la delusione di Dio».

«Tante volte nel Vangelo — ha affermato il Papa — Gesù nelle parabole parla di quell’uomo che fa una vigna e poi fallisce, perché gli operai vogliono prenderla per loro». Ma «nel cuore dell’uomo, sempre c’è questa inquietudine: non è soddisfatto di Dio, dell’amore fedele». E così «il cuore dell’uomo è sempre inclinato verso l’infedeltà: questa è la tentazione». Per questo, ha spiegato Francesco, «Dio, per mezzo di un profeta, rimprovera questo popolo così, che non ha costanza, non sa aspettare, si è pervertito, non ha tardato ad allontanarsi dalla via che “io avevo loro indicato”, si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo dio”». Invece «l’altro, l’hanno dimenticato».

Ecco che Dio, «tramite il profeta, dice al cuore di questo popolo: “Voi state sempre cercando un altro dio”». Perché «il Signore quando parla, parla forte, e ci dice delle cose forti».

Qui «c’è la delusione di Dio: l’infedeltà del popolo», ha detto il Papa. E «anche noi — ha proseguito — siamo popolo di Dio e conosciamo bene come è il nostro cuore; e ogni giorno dobbiamo riprendere il cammino per non scivolare lentamente verso gli idoli, verso le fantasie, verso la mondanità, verso l’infedeltà».

Proprio in questa prospettiva, Francesco ha suggerito «che oggi ci farà bene pensare al Signore deluso: “Dimmi Signore, tu sei deluso di me?”. In qualcosa sì, sicuro». Ma è opportuno «pensare e fare questa domanda». Con la certezza che «lui ha un cuore tenero, un cuore di padre; ricordiamo quando Gesù vide Gerusalemme e pianse su di lei: “Gerusalemme, Gerusalemme, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come la chioccia raduna i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto”». Ma queste parole, ha insistito il Papa, il Signore le «dice a me, a te, a te, a te, a te, a tutti noi». Bisogna chiedersi allora: «Dio piange per me? Dio è deluso di me? Mi sono allontanato dal Signore?” — “No! Io vado tutte le domeniche a messa, ma, tutti i giorni”». E ancora: «Quanti idoli ho che non sono capace di togliermi di dosso, che mi schiavizzano?». Così si può riconoscere «quell’idolatria che abbiamo dentro», a causa della quale «Dio piange per me».

Alla luce di questo esame di coscienza, ha detto ancora il Pontefice, «pensiamo oggi a questa delusione di Dio, che ci ha fatto per l’amore», mentre «noi andiamo a cercare amore, benessere, divertimento in altre parti e non l’amore di lui: ci allontaniamo da questo Dio che ci ha allevati». E «questo è un pensiero di Quaresima: ci farà bene». Ma, ha avvertito, è un esercizio da fare «tutti i giorni, un piccolo esame di coscienza: “Signore, tu che hai avuto tanti sogni su di me, io so che mi sono allontanato, ma dimmi dove, come, per tornare». E «la sorpresa —ha assicurato Francesco — sarà che lui sempre ci aspetta, come il padre del figliol prodigo che lo vide venire da lontano perché lo aspettava».

Il Papa ha concluso la sua meditazione proponendo una «preghiera» da recitare «oggi e domani, tutti i giorni: “Signore, che non mi allontani da te. Aiutami. Che io abbia paura degli idoli e così possa servirti ed essere felice”: perché Dio ci vuole a tutti noi felici».

Tweet del Papa

30 marzo 2017

La preghiera è potente, la preghiera vince il male, la preghiera porta la pace.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:30 – 30 mar 2017

Vangelo (Gv 7,1-2.10.25-30) del giorno dalle letture della Messa (Venerdì 31 Marzo 2017) con commento comunitario

30 marzo 2017

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 7,1-2.10.25-30)

In quel tempo, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo.

Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. Quando i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente, ma quasi  di nascosto.

Alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia».

Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato».

Cercarono allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora.

Questo è il Vangelo del 31 Marzo, quello del 30 Marzo lo potete trovare qualche post più sotto.

Tweet del Papa

30 marzo 2017

La pace che scaturisce dalla fede è un dono: è la grazia di sperimentare che Dio ci ama e che ci è sempre accanto.



Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:30 – 29 mar 2017

Liturgia del giorno: Audio salmo (144) 145

29 marzo 2017

Mercoledì, 29 _ Marzo _ 2017 


 

Misericordioso e pietoso è il Signore.

[1] Lodi. Di Davide.
O Dio, mio re, voglio esaltarti
e benedire il tuo nome
in eterno e per sempre.

[2] Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome
in eterno e per sempre.

[3] Grande è il Signore e degno di ogni lode,
la sua grandezza non si può misurare.

[4] Una generazione narra all’altra le tue opere,
annunzia le tue meraviglie.

[5] Proclamano lo splendore della tua gloria
e raccontano i tuoi prodigi.

[6] Dicono la stupenda tua potenza
e parlano della tua grandezza.

[7] Diffondono il ricordo della tua bontà immensa,
acclamano la tua giustizia.

[8] Paziente e misericordioso è il Signore,
lento all’ira e ricco di grazia.

[9] Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

[10] Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.

[11] Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza,

[12] per manifestare agli uomini i tuoi prodigi
e la splendida gloria del tuo regno.

[13] Il tuo regno è regno di tutti i secoli,
il tuo dominio si estende ad ogni generazione.

[14] Il Signore sostiene quelli che vacillano
e rialza chiunque è caduto.

[15] Gli occhi di tutti sono rivolti a te in attesa
e tu provvedi loro il cibo a suo tempo.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

Ritaglio del Vangelo odierno:

Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato.
Gv 5,17-30


 

 

Risultati immagini per Tu apri la tua mano e sazi la fame di ogni vivente.

Signore, liberami da me stesso!  

Michel Quoist

Signore, mi senti?
Soffro tremendamente. Asserragliato in me stesso,
prigioniero di me stesso. Non sento che la mia voce,
non vedo che me stesso, e dietro di me non v’è che sofferenza.

Signore, mi senti?
Liberami dal mio corpo, che è tutto brama,
e tutto quello che tocca con i suoi innumerevoli grandi occhi,
con le sue mille mani tese, è solo per coglierlo e cercare di calmare la sua insaziabile fame.

Signore, mi senti?
Liberami dal mio cuore, tutto gonfio di amore,
ma, mentre credo di amare pazzamente, intravvedo rabbioso che ancora amo me stesso nell’altro.

Signore, mi senti?
Liberami dal mio spirito, pieno di se stesso, delle sue idee,
dei suoi giudizi; non sa dialogare, perché non lo colpisce altra parola fuorché la sua.

Solo, mi annoio, mi detesto, mi disgusto,
e mi rigiro nella mia sudicia pelle come il malato nel suo letto bruciante da cui vorrebbe scappare.
Tutto mi sembra brutto, mostruoso, senza luce,
…perché non posso veder nulla se non attraverso me.
Mi sento disposto ad odiare gli uomini ed il mondo intero,
…per dispetto, perché non li posso amare.
Vorrei uscire,
Vorrei camminare, correre verso un altro paese.
So che esiste la gioia, l’ho vista raggiare sui volti.
So che brilla la luce, l’ho vista illuminare gli sguardi.
Ma Signore, non posso uscire,
insieme amo e odio la mia prigione,
perché la mia prigione sono io
ed io mi amo,
mi amo, o Signore, e mi faccio ribrezzo.

Signore, non trovo neppure più la porta di casa mia.
Mi trascino tastoni, accecato,
urto nelle mie stesse pareti, nei miei propri limiti,
mi ferisco.
Ho male, ho troppo male, e nessuno lo sa, perché nessuno è entrato in casa mia.
Sono solo, solo.

Signore, Signore, mi senti?
Signore, indicami la mia porta,
prendi la mia mano, apri,
indicami la Via,
la via della gioia, della luce.

…Ma…
Ma, o Signore, mi senti Tu?

Figliuolo, Io ti ho sentito.
Mi fai compassione.
Da tanto tempo spio le tue imposte chiuse, aprile,
la Mia luce ti rischiarerà.
Da tanto tempo Io sono davanti al tuo uscio sprangato, aprilo,
mi troverai sulla soglia.
Io ti attendo, gli altri ti attendono,
ma bisogna aprire,
ma bisogna uscire da te.

 

Perché rimanere prigioniero di te stesso?
Sei libero.
Non ho chiuso Io la tua porta,
non posso riaprirla Io,
…perché sei tu dall’interno a tenerla solidamente sprangata.

PAPA FRANCESCO CATECHESI UDIENZA 29 MARZO 2017

29 marzo 2017

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 29 marzo 2017

[Multimedia]

 

La Speranza cristiana – 16. La speranza contro ogni speranza (cfr Rm 4,16-25)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il passo della Lettera di san Paolo ai Romani che abbiamo appena ascoltato ci fa un grande dono. Infatti, siamo abituati a riconoscere in Abramo il nostro padre nella fede; oggi l’Apostolo ci fa comprendere che Abramo è per noi padre nella speranza; non solo padre della fede, ma padre nella speranza. E questo perché nella sua vicenda possiamo già cogliere un annuncio della Risurrezione, della vita nuova che vince il male e la stessa morte.

Nel testo si dice che Abramo credette nel Dio «che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono» (Rm 4,17); e poi si precisa: «Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo e morto il seno di Sara» (Rm 4,19). Ecco, questa è l’esperienza che siamo chiamati a vivere anche noi. Il Dio che si rivela ad Abramo è il Dio che salva, il Dio che fa uscire dalla disperazione e dalla morte, il Dio che chiama alla vita. Nella vicenda di Abramo tutto diventa un inno al Dio che libera e rigenera, tutto diventa profezia. E lo diventa per noi, per noi che ora riconosciamo e celebriamo il compimento di tutto questo nel mistero della Pasqua. Dio infatti «ha risuscitato dai morti Gesù» (Rm 4,24), perché anche noi possiamo passare in Lui dalla morte alla vita. E davvero allora Abramo può ben dirsi «padre di molti popoli», in quanto risplende come annuncio di un’umanità nuova – noi! -, riscattata da Cristo dal peccato e dalla morte e introdotta una volta per sempre nell’abbraccio dell’amore di Dio.

A questo punto, Paolo ci aiuta a mettere a fuoco il legame strettissimo tra la fede e la speranza. Egli infatti afferma che Abramo «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza» (Rm 4,18). La nostra speranza non si regge su ragionamenti, previsioni e rassicurazioni umane; e si manifesta là dove non c’è più speranza, dove non c’è più niente in cui sperare, proprio come avvenne per Abramo, di fronte alla sua morte imminente e alla sterilità della moglie Sara. Si avvicinava la fine per loro, non potevano avere figli, e in quella situazione, Abramo credette e ha avuto speranza contro ogni speranza. E questo è grande! La grande speranza si radica nella fede, e proprio per questo è capace di andare oltre ogni speranza. Sì, perché non si fonda sulla nostra parola, ma sulla Parola di Dio. Anche in questo senso, allora, siamo chiamati a seguire l’esempio di Abramo, il quale, pur di fronte all’evidenza di una realtà che sembra votata alla morte, si fida di Dio, «pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento» (Rm 4,21). Mi piacerebbe farvi una domanda: noi, tutti noi, siamo convinti di questo? Siamo convinti che Dio ci vuole bene e che tutto quello che ci ha promesso è disposto a portarlo a compimento? Ma padre quanto dobbiamo pagare per questo? C’è un solo prezzo: “aprire il cuore”. Aprite i vostri cuori e questa forza di Dio vi porterà avanti, farà cose miracolose e vi insegnerà cosa sia la speranza. Questo è l’unico prezzo: aprire il cuore alla fede e Lui farà il resto.

Questo è il paradosso e nel contempo l’elemento più forte, più alto della nostra speranza! Una speranza fondata su una promessa che dal punto di vista umano sembra incerta e imprevedibile, ma che non viene meno neppure di fronte alla morte, quando a promettere è il Dio della Risurrezione e della vita. Questo non lo promette uno qualunque! Colui che promette è il Dio della Risurrezione e della vita.

Cari fratelli e sorelle, chiediamo oggi al Signore la grazia di rimanere fondati non tanto sulle nostre sicurezze, sulle nostre capacità, ma sulla speranza che scaturisce dalla promessa di Dio, come veri figli di Abramo. Quando Dio promette, porta a compimento quello che promette. Mai manca alla sua parola. E allora la nostra vita assumerà una luce nuova, nella consapevolezza che Colui che ha risuscitato il suo Figlio risusciterà anche noi e ci renderà davvero una cosa sola con Lui, insieme a tutti i nostri fratelli nella fede. Noi tutti crediamo. Oggi siamo tutti in piazza, lodiamo il Signore, canteremo il Padre Nostro, poi riceveremo la benedizione … Ma questo passa. Ma questa è anche una promessa di speranza. Se noi oggi abbiamo il cuore aperto, vi assicuro che tutti noi ci incontreremo nella piazza del Cielo che non passa mai per sempre. Questa è la promessa di Dio e questa è la nostra speranza, se noi apriamo i nostri cuori. Grazie.

Saluti:

Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier les jeunes venus de France ainsi que l’Association des Paralysés de France et la Communauté de la Source. Alors que nous nous préparons à célébrer la mort et la résurrection de Jésus, ayons toujours la ferme espérance de ressusciter un jour avec lui. Que cette espérance nous donne la force de persévérer sur le chemin de notre vie. Que Dieu vous bénisse.

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, in particolare i giovani venuti da Francia come pure l’Associazione dei Paralitici di Francia e la Comunità della Sorgente. Mentre ci prepariamo a celebrare la morte e la resurrezione di Gesù, abbiate sempre la speranza ferma di risuscitare un giorno con lui. Questa speranza ci dona la forza di perseverare sulla strada della nostra vita. Dio vi benedica.]

I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly the groups from England, Scotland, Finland, Norway, the Philippines and the United States of America. I offer a special welcome to the United Kingdom’s All-Party Parliamentary Group on the Holy See, with appreciation for their work. With prayerful good wishes that this Lent will be a time of grace and spiritual renewal for you and your families, I invoke upon all of you joy and peace in our Lord Jesus Christ. God bless you all!

[Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente quelli provenienti da Inghilterra, Scozia, Finlandia, Norvegia, Filippine e Stati Uniti d’America. Rivolgo un saluto particolare ai rappresentanti del gruppo parlamentare del Regno Unito per i rapporti con la Santa Sede, con apprezzamento per l’opera da loro svolta. Con fervidi auguri che questa Quaresima sia per voi e per le vostre famiglie un tempo di grazia e di rinnovamento spirituale, invoco su voi tutti la gioia e la pace del Signore Gesù. Dio vi benedica!]

Einen herzlichen Gruß richte ich an die Pilger und Besucher deutscher Sprache. Gebt eurer Hoffnung Nahrung durch den täglichen Kontakt mit Christus im Gebet, beim Lesen der Heiligen Schrift und in den Werken der Liebe. Nutzt gut diese Fastenzeit, um den Glauben an den Gott des Lebens zu erneuern. Der Herr beschütze euch und eure Familien.

[Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua tedesca. Alimentate la vostra speranza tramite il contatto quotidiano con Cristo, nella preghiera, nella lettura del Vangelo e nelle opere di carità. Approfittate bene di questo tempo di Quaresima per rinnovare la fede nel Dio della vita. Il Signore protegga voi e le vostre famiglie.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Pidamos a la Virgen María que en este tiempo de cuaresma nos ayude a intensificar nuestra preparación espiritual para que la celebración del misterio pascual de Cristo renueve nuestra fe y nuestra esperanza. Que el Señor los bendiga. Muchas gracias.

Com particular afeto, saúdo o grupo de «Amigos dos Museus de Portugal» e também os professores e os alunos do «Colégio Cedros», desejando a todos os peregrinos presentes de língua portuguesa e respetivas famílias uma renovada vitalidade espiritual na fiel e generosa adesão a Cristo e à Igreja. Olhai o futuro com esperança e não vos canseis de trabalhar na vinha do Senhor. Vele sobre o vosso caminho a Virgem Maria.

[Con particolare affetto saluto il gruppo di «Amigos dos Museus de Portugal» e anche i professori e gli alunni del «Colégio Cedros», augurando a tutti i pellegrini presenti di lingua portoghese e alle rispettive famiglie una rinnovata vitalità spirituale nella fedele e generosa adesione a Cristo e alla Chiesa. Guardate al futuro con speranza e non stancatevi di lavorare nella vigna del Signore. Vegli sul vostro cammino la Vergine Maria.]

أُرحّبُ بالحجّاجِ الناطقينَ باللغةِ العربية، وخاصةً بالوفد الذي يضمُّ ممثلين عن أديان مختلفة والقادم من العراق! أيها الإخوةُ والأخواتُ الأعزاء، بالإيمان قبِلت مريم كلمة الملاك وآمنت بالبشارة بأنها ستصبح أم الله وقبلت في نفسها أيضا ما لم تفهمه من عمل الله، إذ سمحت له بأن يفتح لها عقلها وقلبها. هكذا وعلى مثالها، قد دعينا نحن أيضًا لنعيش يعضدنا الإيمان وننظر برجاء إلى تحقيق مشيئة الله في حياتنا. ليُبارككُم الرب!

[Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dall’Iraq! Cari fratelli e sorelle, per fede Maria accolse la parola dell’Angelo e credette all’annuncio che sarebbe divenuta Madre di Dio e accolse in sé anche ciò che non comprende dell’agire di Dio, lasciando che sia Lui ad aprirle la mente e il cuore. Come Lei, anche noi siamo chiamati a vivere sostenuti dalla fede, e a guardare con speranza al compimento della volontà di Dio nella nostra vita. Il Signore vi benedica!]

Serdecznie pozdrawiam polskich pielgrzymów, a szczególnie grupę niewidomych z Wieliczki. Drodzy bracia i siostry, przygotowując się do sprawowania tajemnic śmierci i zmartwychwstania naszego Pana, uczmy się żyć nadzieją mocniejszą od śmierci i każdego zła, bo opartą na słowie Boga, który wskrzesił z martwych swojego Syna i również nas wskrzesi do nowego życia. Niech Jego błogosławieństwo stale wam towarzyszy. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus!

[Saluto cordialmente i pellegrini polacchi, e in modo particolare il gruppo di non vedenti da Wieliczka. Cari fratelli e sorelle, preparandoci a celebrare i misteri della morte e risurrezione del nostro Signore, impariamo a vivere la speranza che è più forte della morte e di ogni male, perché basata sulla Parola di Dio che ha risuscitato il suo Figlio e risusciterà anche noi alla vita nuova. La sua benedizione vi accompagni sempre. Sia lodato Gesù Cristo!]

APPELLO

Sono lieto di salutare la delegazione di sovraintendenze irachene composta da rappresentanti di diversi gruppi religiosi, accompagnata da Sua Eminenza il Cardinale Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. La ricchezza della cara nazione irachena sta proprio in questo mosaico che rappresenta l’unità nella diversità, la forza nell’unione, la prosperità nell’armonia. Cari fratelli, vi incoraggio ad andare avanti su questa strada e invito a pregare affinché l’Iraq trovi nella riconciliazione e nell’armonia tra le sue diverse componenti etniche e religiose, la pace, l’unità e la prosperità. Il mio pensiero va alle popolazioni civili intrappolate nei quartieri occidentali di Mosul e agli sfollati per causa della guerra, ai quali mi sento unito nella sofferenza, attraverso la preghiera e la vicinanza spirituale. Nell’esprimere profondo dolore per le vittime del sanguinoso conflitto, rinnovo a tutti l’appello ad impegnarsi con tutte le forze nella protezione dei civili, quale obbligo imperativo ed urgente.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Saluto i sacerdoti del Movimento dei focolari, l’associazione “Provida Italia” e il Comitato Pro Venerdì Santo di Cave. Saluto i fedeli di Cassino, che ricordano il settantesimo anniversario della consacrazione della Chiesa di Sant’Antonio di Padova; il Gruppo “Unasca Italia” e la squadra di Basket for ever di Gaeta. La visita alla Città Eterna accresca in ciascuno la comunione con la Chiesa Universale e con il Successore di Pietro.

Rivolgo infine un saluto speciale ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Cari giovani, il tempo quaresimale è prezioso per riscoprire l’importanza della fede nella vita quotidiana; cari ammalati, unite le vostre sofferenze alla croce di Cristo per la costruzione della civiltà dell’amore; e voi, cari sposi novelli, favorite la presenza di Dio nella vostra nuova famiglia.

Vangelo (Gv 5,31-47) del giorno dalle letture della Messa (Giovedì 30 Marzo 2017) con commento comunitario

29 marzo 2017

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 5,31-47)

In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera. C’è un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera. Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce. Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato. Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita. Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma vi conosco: non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio? Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?».

Questo è il Vangelo del 30 Marzo, quello del 29 Marzo lo potete trovare qualche post più sotto.

Celebrazioni Papali

28 marzo 2017


Pubblicata la Notificazione per le celebrazioni della Settimana Santa: 


https://t.co/FFTpqHuatB



@UCEPO 12:28 – 28 mar 17

Tweet del Papa

28 marzo 2017

Se impariamo a leggere ogni cosa con la luce dello Spirito Santo, ci accorgiamo che tutto è grazia!



Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:30 – 28 mar 2017

Liturgia del giorno: Audio salmo (45)46

28 marzo 2017

Martedì, 28 _ Marzo _ 2017


 

Dio è per noi rifugio e fortezza.

[1] Al maestro del coro. Dei figli di Core.
Su “Le vergini…”. Canto.

[2] Dio è per noi rifugio e forza,
aiuto sempre vicino nelle angosce.

[3] Perciò non temiamo se trema la terra,
se crollano i monti nel fondo del mare.

[4] Fremano, si gonfino le sue acque,
tremino i monti per i suoi flutti.

[5] Un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio,
la santa dimora dell’Altissimo.

[6] Dio sta in essa: non potrà vacillare;
la soccorrerà Dio, prima del mattino.

[7] Fremettero le genti, i regni si scossero;
egli tuonò, si sgretolò la terra.

[8] Il Signore degli eserciti è con noi,
nostro rifugio è il Dio di Giacobbe.

[9] Venite, vedete le opere del Signore,
egli ha fatto portenti sulla terra.

[10] Farà cessare le guerre sino ai confini della terra,
romperà gli archi e spezzerà le lance,
brucerà con il fuoco gli scudi.

[11] Fermatevi e sappiate che io sono Dio,
eccelso tra le genti, eccelso sulla terra.

[12] Il Signore degli eserciti è con noi,
nostro rifugio è il Dio di Giacobbe.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

Ritaglio del Vangelo odierno:

Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina».

Gv 5,1-16


 

Immagine correlata

Dio di guarigione

Don Angelo Saporiti, Commento sulla salvezza di Dio

Quante volte, mio Dio,
la vita mi dissangua…
Quante volte,
le mie energie se ne vanno per mille rivoli…
Quante volte,
le delusioni e i fallimenti
hanno prosciugato la mia voglia di cambiare…
Quante volte, le mie scelte sbagliate,
il mio modo di comunicare,
di amare,
mi hanno gettato nell’isolamento.
In quei momenti, per non morire,
ho cercato di raggiungere una sicurezza,
ho voluto aggrapparmi a qualcuno che mi potesse aiutare,
ho tentato di evitare gli sguardi taglienti di chi mi giudicava.
In quei momenti, in cui mi ritenevo perduto
ho afferrato l’ultima spiaggia che potesse guarire il mio cuore:
Te, Signore!
Ho provato ad avere fede in te,
a fidarmi della tua forza.
Ho giocato il tutto e per tutto con te.
E ho provato a venirti dietro,
a seguirti.
Ho provato ad imitare il tuo stile di vita,
il tuo sguardo sul mondo e sulle cose,
il tuo saper donare e ricevere,
il tuo modo di toccare e di essere toccato.
E tu mi hai guarito!
Hai risvegliato in me quel fanciullo
che era morto, o solo addormentato.
Mi hai dato una nuova vita interiore.
Mi hai mostrato nuovi modi di vivere il contatto con gli altri.
Mi hai sollevato dalle amarezze, dalle stanchezze
e dalle immobilità che bloccavano la mia vita.
E mi hai detto: “Non avere paura. Continua solo ad avere fede”.
E questo è l’unico,
solo,
assoluto segreto della mia rinascita interiore:
la fede in te,
Dio di guarigione!

Omelia di Papa Francesco del 28 marzo 2017 – Come guarire dall’accidia

28 marzo 2017

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Radici secche

Martedì, 28 marzo 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

C’è un peccato che «paralizza» il cuore dell’uomo, lo fa «vivere nella tristezza» e gli fa «dimenticare la gioia». Si tratta dell’«accidia», quell’atteggiamento che porta le persone a essere come alberi dalle «radici secche» e a «non avere voglia di andare avanti». Per costoro la parola di Gesù è come una scossa: «alzati!», prendi in mano la tua vita e «vai avanti!». Sono le parole che il Papa ha ripetuto nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta nella mattina di martedì 28 marzo.

Tutta la meditazione del Pontefice, seguendo la liturgia del giorno, è stata accompagnata da uno dei simboli più importanti e ricorrenti nella Bibbia, quello dell’acqua. Nella prima lettura, infatti Ezechiele (47, 1-9.12) «ci parla dell’acqua, di un’acqua che usciva dal tempio di Dio, l’acqua di Dio, un’acqua benedetta». Si tratta, ha specificato il Papa, di «un torrente d’acqua, tanta acqua». Un’acqua «risanatrice». Il profeta descrive «tanti alberi verdi, belli» che crescevano «vicino a quell’acqua»: sono chiaramente un simbolo per significare «la grazia, l’amore, la benedizione di Dio». Questi alberi, infatti «erano verdi, belli, non erano secchi». E se si accostano queste parole a quelle del salmo 1 — «Beato il giusto perché sarà come un albero che cresce lungo i corsi d’acqua — si comprende immediatamente la simbologia applicata alla «persona giusta e buona».

Anche nel Vangelo di Giovanni (5, 1-16), ha fatto notare il Pontefice, si incontra l’acqua. È quella della piscina di Betzàta, una piscina «con cinque portici sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi, paralitici». La tradizione, ha spiegato Francesco, voleva che ogni tanto scendesse dal cielo un angelo a muovere le acque e che le prime persone che in quel momento si fossero gettate lì sarebbero state guarite. Quindi questa gente stava sempre ad aspettare, «chiedendo la guarigione».

Fra di loro c’era un paralitico che era lì da ben trentotto anni. E Gesù, «che conosceva il cuore di quell’uomo» e sapeva che da molto tempo era in quelle condizioni, «gli disse: “Vuoi guarire?”». Innanzitutto, ha osservato il Papa, occorre notare quanto sia «bello» che Gesù dica al paralitico e, attraverso di lui, anche agli uomini del nostro tempo: «Vuoi guarire? Vuoi essere felice? Vuoi migliorare la tua vita? Vuoi essere pieno dello Spirito Santo? Vuoi guarire?».

Di fronte a una domanda del genere, ha continuato Francesco, «tutti gli altri che erano lì, infermi, ciechi, zoppi, paralitici avrebbero detto: “Sì, Signore, sì!”». Invece costui sembra proprio «un uomo strano» e «rispose a Gesù: “Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita; mentre infatti sto per andarvi un altro scende prima di me”». La sua risposta, cioè, «è una lamentela: “Ma guarda, Signore, quanto brutta, quanto ingiusta è stata la vita con me. Tutti gli altri possono andare e guarire e io da 38 anni che cerco ma…”».

Ha spiegato il Pontefice: «Quest’uomo era come l’albero, era vicino all’acqua ma aveva le radici secche, aveva le radici secche e quelle radici non arrivavano all’acqua, non poteva prendere la salute dall’acqua». Una realtà che ben «si capisce dall’atteggiamento, dalle lamentele» e dal suo cercare sempre «di dare la colpa all’altro: “Ma sono gli altri che vanno prima di me, io sono un poveraccio qui da 38 anni…”».

Appare qui ben descritto «il peccato dell’accidia», un «brutto peccato». Quest’uomo, ha detto il Papa, «era malato non tanto dalla paralisi ma dall’accidia, che è peggio di avere il cuore tiepido, peggio ancora». L’accidia, ha continuato, è quel vivere tanto per vivere, è quel «non avere voglia di andare avanti, non avere voglia di fare qualcosa nella vita»: è l’«aver perso la memoria della gioia». Addirittura «quest’uomo neppure di nome conosceva la gioia, l’aveva persa».

Si tratta, ha ribadito il Pontefice, di una «malattia brutta», che porta a nascondersi dietro giustificazioni del tipo: «Ma sono comodo così, mi sono abituato… Ma la vita è stata ingiusta con me…». Così dietro le parole del paralitico, «si vede il risentimento, l’amarezza di quel cuore». Eppure «Gesù non lo rimprovera», lo guarda e gli dice: «Alzati, prendi la barella e vai via». E quell’uomo prende la barella e va via.

Il racconto evangelico continua, specificando che il fatto avvenne di sabato e che l’uomo incontrò i dottori della legge che gli obbiettarono: «Ma no, non ti è lecito, perché il codice dice che il sabato non si può fare questo… E chi ti ha guarito?». Riferendosi a Gesù continuavano: «No, quello no, perché va contro il codice, non è di Dio quell’uomo». Di fronte a questa scena il Papa ha tracciato un breve profilo di quell’uomo, una persona che «non sapeva come arrangiarsi nella vita» e che a Gesù «neppure aveva detto “grazie”». Neanche gli aveva chiesto il nome. L’uomo si è semplicemente «alzato con quell’accidia» che lo contraddistingueva e se ne è andato. Un distacco che fa ancora una volta apparire quanto l’accidia sia «un brutto peccato».

Questo peccato, ha spiegato il Papa, può coinvolgere ogni uomo: è «vivere perché è gratis l’ossigeno, l’aria», è «vivere sempre guardando gli altri che sono più felici di me, vivere nella tristezza, dimenticare la gioia». È, insomma, «un peccato che paralizza, ci fa paralitici. Non ci lascia camminare». E anche a noi Gesù oggi dice: «Alzati, prendi la tua vita come sia, bella, brutta come sia, prendila e vai avanti. Non avere paura, vai avanti con la tua barella — “Ma, Signore, non è l’ultimo modello…” — Ma vai avanti! Con quella barella brutta, forse, ma vai avanti! È la tua vita è la tua gioia».

La prima domanda che il Signore pone a tutti, oggi, è quindi: «Vuoi guarire?». E se la risposta è «Sì, Signore», Gesù esorta: «Alzati!». Perciò, ha concluso il Pontefice richiamando l’antifona della messa («“Voi che avete sete venite alle acque — sono acque gratis, non a pagamento — voi dissetatevi con gioia”»), se «noi diciamo al Signore: “Sì, voglio guarire. Sì, Signore, aiutami che voglio alzarmi”, sapremo com’è la gioia della salvezza».

Vangelo (Gv 5,17-30) del giorno dalle letture della Messa (Mercoledì 29 Marzo 2017) con commento comunitario

28 marzo 2017

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 5,17-30)

In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco». Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.

Gesù riprese a parlare e disse loro: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati.
Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato.

In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità io vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno.

Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna.

Da me, io non posso far nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato».

Questo è il Vangelo del 29 Marzo, quello del 28 Marzo lo potete trovare qualche post più sotto.

Tweet del Papa

27 marzo 2017


Custodire il sacro tesoro di ogni vita umana, dal concepimento sino alla fine, è la via migliore per prevenire ogni forma di violenza.



Papa Francesco su Twitter (Pontifex_it), ore 13:30 – 27 mar 2017

Liturgia del giorno: Audio salmo (29) 30

27 marzo 2017

Lunedì, 27 _ Marzo _ 2017


Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato.

[1] Salmo. Canto per la festa della dedicazione del tempio.
Di Davide.

[2] Ti esalterò, Signore, perché mi hai liberato
e su di me non hai lasciato esultare i nemici.

[3] Signore Dio mio,
a te ho gridato e mi hai guarito.

[4] Signore, mi hai fatto risalire dagli inferi,
mi hai dato vita perché non scendessi nella tomba.

[5] Cantate inni al Signore, o suoi fedeli,
rendete grazie al suo santo nome,

[6] perché la sua collera dura un istante,
la sua bontà per tutta la vita.
Alla sera sopraggiunge il pianto
e al mattino, ecco la gioia.

[7] Nella mia prosperità ho detto:
“Nulla mi farà vacillare!”.

[8] Nella tua bontà, o Signore,
mi hai posto su un monte sicuro;
ma quando hai nascosto il tuo volto,
io sono stato turbato.

[9] A te grido, Signore,
chiedo aiuto al mio Dio.

[10] Quale vantaggio dalla mia morte,
dalla mia discesa nella tomba?
Ti potrà forse lodare la polvere
e proclamare la tua fedeltà?

[11] Ascolta, Signore, abbi misericordia,
Signore, vieni in mio aiuto.

[12] Hai mutato il mio lamento in danza,
la mia veste di sacco in abito di gioia,

[13] perché io possa cantare senza posa.
Signore, mio Dio, ti loderò per sempre.
Premere qui per ascoltare il salmo.


 

 

Ritaglio del Vangelo odierno:

Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino.

Gv 4,43-54


 

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A Gesù Crocifisso

Angelo Comastri

O Gesù, mi fermo pensoso
ai piedi della Croce:
anch’io l’ho costruita con i miei peccati!
La tua bontà, che non si difende
e si lascia crocifiggere, è un mistero
che mi supera e mi commuove profondamente.
Signore, tu sei venuto nel mondo per me,
per cercarmi, per portarmi
l’abbraccio del Padre.
Tu sei il volto della bontà
e della misericordia:
per questo vuoi salvarmi!
Dentro di me ci sono le tenebre:
vieni con la tua limpida luce.
Dentro di me c’è tanto egoismo:
vieni con la tua sconfinata carità.
Dentro di me c’è rancore e malignità:
vieni con la tua mitezza e la tua umiltà.
Signore, il peccatore da salvare sono io:
il figlio prodigo che deve tornare, sono io!
Signore, concedimi il dono delle lacrime
per ritrovare la libertà e la vita,
la pace con te e la gioia in te.
Amen.

Liturgia del giorno: Audio salmo (22) 23

27 marzo 2017

Domenica, 26 _ Marzo _ 2017


 

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.

[1] Salmo. Di Davide.
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;

[2] su pascoli erbosi mi fa riposare
ad acque tranquille mi conduce.

[3] Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.

[4] Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

[5] Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.

[6] Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

Ritaglio del Vangelo odierno:

«Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla».

Gv 9,1-41


 

 

 

 

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Io credo, noi crediamo

Credo in Dio che ama ogni persona,
che per essa ha creato ogni cosa
e gli ha affidato la cura del mondo,
per il bene di tutti.

Credo che questo Dio, unico e buono,
desidera svelare a ciascuno
il senso e la gioia di vivere
confidando in tutti
per costruire un mondo migliore,

Credo in Gesù,
liberatore e salvatore di tutti,
morto per vincere il male
e risorto per dare inizio
a nuovi rapporti di fraternità e di giustizia.

Credo nello Spirito Santo,
donato da Gesù per farci crescere
nella fede e nella libertà,
nell’amore e nel servizio,
nel perdono e nell’impegno.

Credo nella Chiesa,
la famiglia di Dio,
segno del suo progetto
di riunire attorno a Gesù tutti i popoli
superando ogni differenza.

Credo che la vita è bella
e ho fiducia nel domani,
perché so di non essere solo,
ma di avere al mio fianco
il Padre, Cristo, lo Spirito Santo
e la Chiesa.
Amen.

Vangelo (Gv 5,1-16) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 28 Marzo 2017) con commento comunitario

27 marzo 2017

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 5,1-16)

Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici.

Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.

Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina”». Gli domandarono allora: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi e cammina?”». Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo.

Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato.

Questo è il Vangelo del 28 Marzo, quello del 27 Marzo lo potete trovare qualche post più sotto.

Maria a Medjugorje, messaggio del 25 marzo 2017

27 marzo 2017

 

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Cari figli! In questo tempo di grazia vi invito tutti ad aprire i vostri cuori alla misericordia di Dio affinché attraverso la preghiera, la penitenza e la decisione per la santità iniziate una vita nuova. Questo tempo primaverile vi esorta, nei vostri pensieri e nei vostri cuori, alla vita nuova, al rinnovamento. Perciò, figlioli, io sono con voi per aiutarvi affinché nella determinazione diciate SÌ a Dio e ai comandamenti di Dio. Non siete soli, io sono con voi per mezzo della grazia che l’Altissimo mi dona per voi e per i vostri discendenti. Grazie per aver risposto alla mia chiamata“.

La chiesa sembra guardare con favore, ma non si è ancora espressa ufficialmente sui fatti di Medjugorje

 

 

 

 

Cercare la via del concreto discernere del Gesù dei vangeli

27 marzo 2017

http://www.lastampa.it/2017/03/27/vaticaninsider/ita/commenti/n-buonismo-n-astratto-razionalismo-mK7ioAwLTFndgFzI9jjW1I/pagina.html

In diversi interventi precedenti ho mostrato come Cristo sta forse venendo ancora una volta a rinnovare profondamente la spiritualità, la cultura, sciogliendo germinalmente nodi in ogni campo. Razionalismo, spiritualismo, in varia misura riducono, astraggono, distorcono, i discernimenti mentre sulla via del cuore nella luce (di Cristo) serena, a misura, può maturare un discernimento sempre più vivo, equilibrato, appunto a misura. Un discernimento non di un’astratta ragione, di un’anima variamente disincarnata, ma della sempre più profonda ed equilibrata consapevolezza della coscienza spirituale e psicofisica in Cristo. Un discernimento che più viene più guarisce, dà vita, spiritualmente, umanamente. Per questo, per esempio, la guida che entra, per grazia, sempre più in questa via può incontrare più facilmente le persone, cominciare a trovare soluzioni nuove, più semplici, equilibrate e profonde a tutto campo. Discernimenti che possono gradualmente scavare orientamenti rinnovati, vivificanti, nella vita personale, comunitaria, sociale… Quando qualcuno apre in più occasioni luci nuove una evenienza talora magari non infrequente potrebbe essere quella che chi si accorge dello spunto lo prenda per come può senza pensare ad altro. Comunque se, non di rado così chiusi nei loro mondi, in qualche misura si avvedono dell’innovazione e pongono una qualche attenzione all’autore, il razionalismo potrebbe tutt’al più ritenere che si tratta di una persona intelligente, lo spiritualismo potrebbe tendere a riconoscere un carisma particolare. Ma si può ancora una volta, significativamente, trattare di visuali riduttive, anche magari in varia misura distorcenti. Meno pronte a cogliere cosa vi può essere sotto. (more…)

Un libro di grandissimo aiuto: Consigli di un papa amico. Le parole di papa Francesco che ci aiutano a vivere meglio

26 marzo 2017

Consigli di un Papa amico

Andrea Tornielli , Domenico jr Agasso

Consigli di un Papa amico

Le parole di papa Francesco che ci aiutano a vivere meglio

1ª edizione marzo 2017
Collana I PAPI DEL TERZO MILLENNIO
Formato 13,5 x 21 cm

Numero pagine 168

Edizioni San Paolo

Papa Francesco ha colpito, in questi primi quattro anni di Pontificato, per l’immediatezza del suo linguaggio che va al cuore della gente più semplice. È, come dice il titolo stesso, un “Papa amico”, che accompagna – tra l’altro – con le sue meditazioni da Casa Santa Marta i fedeli quasi ogni giorno. Da questa intuizione è nato il libro presente, che raccoglie, in una sorta di vademecum, grandi e piccoli consigli per la vita cristiana di ciascuno. Tornielli e Agasso jr accompagnano il lettore all’interno di questi consigli, aiutandone la comprensione e collegandoli tra loro in una sorta di affresco della vita semplice, quella che ciascuno di noi è chiamato a seguire da credente; ma anche quella che i non credenti possono considerare una sorta di mappa per la loro ricerca quotidiana.

n libro

Papa a Milano Incontro con i Ragazzi cresimandi e cresimati

26 marzo 2017

 

 

Bellissima cerimonia e dialogo con bambini e genitori

 

Papa Francesco risponde:

Un Bambini domanda a Papa Francesco,  cosa ti ha aiutato a crescere la amicizia con Gesù?

Risponde Papa Francesco tre cose mi hanno aiutato: i nonni, gli amici e la parrocchia con il oratorio.

 

Una coppia di genitori,  chiede al papa come trasmettere la fede?

Papa Francesco risponde:

Invito ai genitori, e poi a tutti, di riflettere su chi ci ha aiutato a credere.

Ha tenuto a precisare “i bambini ci guardano”, per dirci che il nostro esempio è fondamentale.

Poi aggiunge,

Educare alla solidarietà, cioè alle opere di misericordia. Trasmettere la fede nella solidarietà, non c’è festa senza solidarietà, perchè è gioioso.

 

Una catechista chiede a Papa Francesco un consiglio sull’ apertura a un dialogo e confronto con tutti gli educatori.

Papa Francesco risponde:

Educare all’armonia dei tre linguaggi: pensare, sentire e fare, cioè intelletto, cuore e mani.

Contenuti, idee e valori.

 

Francesco ai ragazzi: promettete, mai bullismo e mai permetterlo

PAPA FRANCESCO ANGELUS 26 MARZO 2017

26 marzo 2017

 

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

ANGELUS

Piazza San Pietro
IV Domenica di Quaresima (Laetare), 26 marzo 2017

[Multimedia]

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Al centro del Vangelo di questa quarta domenica di Quaresima si trovano Gesù e un uomo cieco dalla nascita (cfr Gv 9,1-41). Cristo gli restituisce la vista e opera questo miracolo con una specie di rito simbolico: prima mescola la terra alla saliva e la spalma sugli occhi del cieco; poi gli ordina di andare a lavarsi nella piscina di Siloe. Quell’uomo va, si lava, e riacquista la vista. Era un cieco dalla nascita. Con questo miracolo Gesù si manifesta e si manifesta a noi come luce del mondo; e il cieco dalla nascita rappresenta ognuno di noi, che siamo stati creati per conoscere Dio, ma a causa del peccato siamo come ciechi, abbiamo bisogno di una luce nuova; tutti abbiamo bisogno di una luce nuova: quella della fede, che Gesù ci ha donato. Infatti quel cieco del Vangelo riacquistando la vista si apre al mistero di Cristo. Gesù gli domanda: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?» (v. 35). «E chi è, Signore, perché io creda in lui?», risponde il cieco guarito (v. 36). «Lo hai visto: è colui che parla con te» (v. 37). «Credo, Signore!» e si prostra dinanzi a Gesù.

Questo episodio ci induce a riflettere sulla nostra fede, la nostra fede in Cristo, il Figlio di Dio, e al tempo stesso si riferisce anche al Battesimo, che è il primo Sacramento della fede: il Sacramento che ci fa “venire alla luce”, mediante la rinascita dall’acqua e dallo Spirito Santo; così come avvenne al cieco nato, al quale si aprirono gli occhi dopo essersi lavato nell’acqua della piscina di Siloe. Il cieco nato e guarito ci rappresenta quando non ci accorgiamo che Gesù è la luce, è «la luce del mondo», quando guardiamo altrove, quando preferiamo affidarci a piccole luci, quando brancoliamo nel buio. Il fatto che quel cieco non abbia un nome ci aiuta a rispecchiarci con il nostro volto e il nostro nome nella sua storia. Anche noi siamo stati “illuminati” da Cristo nel Battesimo, e quindi siamo chiamati a comportarci come figli della luce. E comportarsi come figli della luce esige un cambiamento radicale di mentalità, una capacità di giudicare uomini e cose secondo un’altra scala di valori, che viene da Dio. Il sacramento del Battesimo, infatti, esige la scelta di vivere come figli della luce e camminare nella luce. Se adesso vi chiedessi: “Credete che Gesù è il Figlio di Dio? Credete che può cambiarvi il cuore? Credete che può far vedere la realtà come la vede Lui, non come la vediamo noi? Credete che Lui è luce, ci dà la vera luce?” Cosa rispondereste? Ognuno risponda nel suo cuore.

Che cosa significa avere la vera luce, camminare nella luce? Significa innanzitutto abbandonare le luci false: la luce fredda e fatua del pregiudizio contro gli altri, perché il pregiudizio distorce la realtà e ci carica di avversione contro coloro che giudichiamo senza misericordia e condanniamo senza appello. Questo è pane tutti i giorni! Quando si chiacchiera degli altri, non si cammina nella luce, si cammina nelle ombre.  Un’altra luce falsa, perché seducente e ambigua, è quella dell’interesse personale: se valutiamo uomini e cose in base al criterio del nostro utile, del nostro piacere, del nostro prestigio, non facciamo la verità nelle relazioni e nelle situazioni. Se andiamo su questa strada del cercare solo l’interesse personale, camminiamo nelle ombre.

La Vergine Santa, che per prima accolse Gesù, luce del mondo, ci ottenga la grazia di accogliere nuovamente in questa Quaresima la luce della fede, riscoprendo il dono inestimabile del Battesimo, che tutti noi abbiamo ricevuto. E questa nuova illuminazione ci trasformi negli atteggiamenti e nelle azioni, per essere anche noi, a partire dalla nostra povertà, dalle nostre pochezze, portatori di un raggio della luce di Cristo.

Dopo l’Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

ieri ad Almería (Spagna) sono stati proclamati beati José álvarez-Benavides y de la Torre e centoquattordici compagni martiri. Questi sacerdoti, religiosi e laici sono stati testimoni eroici di Cristo e del suo Vangelo di pace e di riconciliazione fraterna. Il loro esempio e la loro intercessione sostengano l’impegno della Chiesa nell’edificare la civiltà dell’amore.

Saluto tutti voi, provenienti da Roma, dall’Italia e da diversi Paesi, in particolare i pellegrini di Córdoba (Spagna), i giovani del collegio Saint-Jean de Passy di Parigi, i fedeli di Loreto, i fedeli di Quartu Sant’Elena, Rende, Maiori, Poggiomarino e gli adolescenti del decanato “Romana-Vittoria” di Milano. E a proposito di Milano vorrei ringraziare il Cardinale Arcivescovo e tutto il popolo milanese per la calorosa accoglienza di ieri. Veramente mi sono sentito a casa, e questo con tutti, credenti e non credenti. Vi ringrazio tanto, cari milanesi, e vi dirò una cosa: ho constatato che è vero quello si dice: “A Milan si riceve col coeur in man!”.

Auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Vangelo (Gv 4,43-54) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 27 Marzo 2017) con commento comunitario

26 marzo 2017

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 4,43-54)

In quel tempo, Gesù partì [dalla Samarìa] per la Galilea. Gesù stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa.

Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire.

Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino.

Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia.

Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.

Questo è il Vangelo del 27 Marzo, quello del 26 Marzo lo potete trovare qualche post più sotto.

Vangelo (Gv 9,1-41) del giorno dalle letture della Messa (Domenica 26 Marzo 2017) con commento comunitario

25 marzo 2017

IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 9,1-41)

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: Va’ a Sìloe e làvati!. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane».

Questo è il Vangelo del 26 Marzo, quello del 25 Marzo lo potete trovare qualche post più sotto.

Vangelo (Lc 1,26-38) del giorno dalle letture della Messa (Sabato 25 Marzo 2017) con commento comunitario

24 marzo 2017

ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE – Solennità

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1,26-38)

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Questo è il Vangelo del 25 Marzo, quello del 24 Marzo lo potete trovare qualche post più sotto.

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 23 marzo 2017

23 marzo 2017

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Una giornata per ascoltare

Giovedì, 23 marzo 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Fra le tante giornate speciali che si celebrano per i più svariati motivi, sarebbe utile dedicare una «giornata per ascoltare». Immersi come siamo nella «confusione», nelle parole, nella fretta, nel nostro egoismo, nella «mondanità», rischiamo infatti di rimanere «sordi alla parola di Dio», di far «indurire» il nostro cuore, e di «perdere la fedeltà» al Signore. Occorre «fermarsi» e «ascoltare».

Lo ha suggerito Papa Francesco celebrando la messa a Santa Marta giovedì 23 marzo. All’omelia, riprendendo i testi della liturgia del giorno, ha subito fatto notare: «Proprio a metà del tempo di quaresima, in questo cammino verso la Pasqua, il messaggio della Chiesa oggi è molto semplice: “Fermatevi. Fermatevi un attimo”». Ma «perché — si è chiesto — dobbiamo fermarci?». La risposta è giunta dal ritornello del salmo responsoriale (94): «Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore». Quindi: «Fermatevi per ascoltare».

Da qui è partita la riflessione del Pontefice, che ha preso poi in esame la lettura del profeta Geremia (7, 23-28) nella quale si racconta, tramite le parole di Dio stesso, «il dramma di quel popolo che non ha voluto, non ha saputo ascoltare. “Ascoltate la mia voce, e io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo”». L’invito del Signore è chiaro: «Camminate sempre sulla strada che vi prescriverò, perché siate felici». Cioè, ha spiegato il Papa, è come se il Signore avesse detto al suo popolo: «Le cose che io vi dirò sono per la vostra felicità. Non siate sciocchi. Credete a questo. Fermatevi: ascoltate». Un invito, però, caduto nel vuoto. Tanto che «poi il Signore un po’ si lamenta; è il lamento di un papà addolorato: “Ma essi non ascoltarono, né prestarono orecchio alla mia parola, anzi, procedettero ostinatamente secondo il loro cuore malvagio. Invece di rivolgersi verso di me, mi hanno voltato le spalle”».

Subito Francesco ha riportato il racconto biblico alla situazione dell’uomo di oggi: «Quando noi non ci fermiamo per ascoltare la voce del Signore finiamo per allontanarci, ci allontaniamo da lui, voltiamo le spalle». Un atteggiamento, ha aggiunto, che porta delle conseguenze: «se non si ascolta la voce del Signore, si ascoltano altre voci. E di tanto chiuderci le orecchie, diventiamo sordi: sordi alla parola di Dio». Nessuno può chiamarsi fuori da questa situazione, come ha evidenziato il Papa rivolgendosi ai fedeli presenti: «Tutti noi, se oggi ci fermiamo un po’ e guardiamo il nostro cuore, vedremo quante volte — quante volte! — abbiamo chiuso le orecchie e quante volte siamo diventati sordi».

Cosa comporta tale sordità? «Quando un popolo, una comunità, ma diciamo anche una comunità cristiana, una parrocchia, una diocesi — ha spiegato il Pontefice — chiude le orecchie e diventa sorda alla parola del Signore, cerca altre voci, altri signori e va a finire con gli idoli, gli idoli che il mondo, la mondanità, la società gli offrono». Ci si allontana, cioè, «dal Dio vivo».

Ma non è questa l’unica conseguenza. Il Papa ha infatti fatto notare che «voltare le spalle fa che il nostro cuore si indurisca. E quando non si ascolta, il cuore diviene più duro, più chiuso in se stesso, ma duro e incapace di ricevere qualcosa». Quindi: «non solo chiusura», ma anche «durezza di cuore». In questa situazione l’uomo, «vive in quel mondo, in quell’atmosfera che non gli fa bene», in una realtà che «lo allontana ogni giorno di più da Dio».

È un processo negativo che conduce dal «non ascoltare la parola di Dio» all’allontanarsi, quindi al «cuore indurito, chiuso in se stesso», fino a perdere «il senso della fedeltà». Infatti, sempre nel brano di Geremia, si legge il lamento del Signore: «La fedeltà è sparita». Anche qui, immediato, da parte del Papa, il riferimento alla contemporaneità: è allora, ha detto, che «diventiamo cattolici “infedeli”, cattolici “pagani” o, più brutto ancora, cattolici “atei”, perché non abbiamo un riferimento di amore al Dio vivente». Quel «non ascoltare e voltare le spalle» che «ci fa indurire il cuore», porta quindi l’uomo «su quella strada della infedeltà».

E non finisce qui. C’è «di più». Il vuoto interiore che creiamo con la nostra infedeltà, infatti, «come si riempie?». Si riempie, ha risposto il Pontefice, «in un modo di confusione» in cui «non si sa dove è Dio, dove non è», e «si confonde Dio con il diavolo». È proprio la situazione descritta nel vangelo di Luca (11, 14-23), nel quale si narra l’episodio in cui «a Gesù, che fa dei miracoli, che fa tante cose per la salvezza e la gente è contenta, è felice», alcuni dicono: «E questo lo fa perché è un figlio del diavolo. Fa il potere di Belzebù». Questa, ha spiegato Francesco, «è la bestemmia. La bestemmia è la parola finale di questo percorso che incomincia con il non ascoltare, che indurisce il cuore, ti porta alla confusione, ti fa dimenticare la fedeltà e, alla fine, bestemmi». Ha commentato il Papa: «Guai al popolo che si dimentica di quello stupore, di quello stupore del primo incontro con Gesù». È lo stupore descritto anche nel Vangelo — «le folle furono prese da stupore» — che «apre le porte alla parola di Dio».

Perciò, ha concluso il Pontefice invitando tutti a un serio esame di coscienza, «ognuno di noi oggi può chiedersi: “Mi fermo per ascoltare la parola di Dio, prendo la Bibbia in mano, e mi sta parlando?»; e ancora: «Il mio cuore si è indurito? Mi sono allontanato dal Signore? Ho perso la fedeltà al Signore e vivo con gli idoli che mi offre la mondanità di ogni giorno? Ho perso la gioia dello stupore del primo incontro con Gesù?».

Di qui l’invito: «Oggi è una giornata per ascoltare. “Ascoltate, oggi, la voce del Signore”, abbiamo pregato. “Non indurite il vostro cuore”». E il suggerimento per la preghiera personale: «Chiediamo questa grazia: la grazia di ascoltare perché il nostro cuore non si indurisca».

Liturgia del giorno: Audio salmo (95)94

23 marzo 2017

Giovedì, 23 _ Marzo_ 2017


 

Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore.

 

[1] Venite, applaudiamo al Signore,
acclamiamo alla roccia della nostra salvezza.
[2] Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.

[3] Poiché grande Dio è il Signore,
grande re sopra tutti gli dei.

[4] Nella sua mano sono gli abissi della terra,
sono sue le vette dei monti.

[5] Suo è il mare, egli l’ha fatto,
le sue mani hanno plasmato la terra.

[6] Venite, prostràti adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati.

[7] Egli è il nostro Dio,
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.

[8] Ascoltate oggi la sua voce:
“Non indurite il cuore,
come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto,

[9] dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere.

[10] Per quarant’anni mi disgustai di quella generazione
e dissi: Sono un popolo dal cuore traviato,
non conoscono le mie vie;

[11] perciò ho giurato nel mio sdegno:
Non entreranno nel luogo del mio riposo”.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

Ritaglio del Vangelo odierno:

 

Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde.

Lc 11,14-23


 

 

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Disegna il tuo cuore nel mio cuore, Signore 

Don Angelo Saporiti

Signore,
disegna il tuo cuore nel nostro cuore,
perché sappiamo affrontare con amore
ogni prova della vita.
Disegna il tuo cuore nella nostra storia,
perché i nostri gesti siano coerenti alle nostre parole.
Disegna il tuo cuore nelle nostre azioni,
perché non siano segnate dal tornaconto.
Disegna il tuo cuore nella nostra comunità,
perché sia spazio accogliente per ciascuno.
Disegna il tuo cuore nelle nostre famiglie,
perché siano oasi della tua presenza.
Disegna il tuo cuore in ogni nostra decisione,
perché possiamo essere segno del tuo amore appassionato.
Rendici pieni di stupore e vuoti di egoismo,
ricchi di comprensione e privi di cattiveria,
solidali con gli esclusi e cercatori della vita eterna.
Amen.

Vangelo (Mc 12,28b-34) del giorno dalle letture della Messa (Venerdì 24 Marzo 2017) con commento comunitario

23 marzo 2017

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 12,28b-34)

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».

Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».

Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocàusti e i sacrifici».

Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Questo è il Vangelo del 24 Marzo, quello del 23 Marzo lo potete trovare qualche post più sotto.

Vangelo (Lc 11,14-23) del giorno dalle letture della Messa (Giovedì 23 Marzo 2017) con commento comunitario

22 marzo 2017

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 11,14-23)

In quel tempo, Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle furono prese da stupore. Ma alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo.

Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.

Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino.

Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde».

Questo è il Vangelo del 23 Marzo, quello del 22 Marzo lo potete trovare qualche post più sotto.

Liturgia del giorno: Audio salmo (25)24

21 marzo 2017

Martedì, 21 _ Marzo _ 2017


 

Ricòrdati, Signore, della tua misericordia.

[1] Di Davide.
A te, Signore, elevo l’anima mia,

[2] Dio mio, in te confido: non sia confuso!
Non trionfino su di me i miei nemici!

[3] Chiunque spera in te non resti deluso,
sia confuso chi tradisce per un nulla.

[4] Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.

[5] Guidami nella tua verità e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza,
in te ho sempre sperato.

[6] Ricordati, Signore, del tuo amore,
della tua fedeltà che è da sempre.

[7] Non ricordare i peccati della mia giovinezza:
ricordati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore.

[8] Buono e retto è il Signore,
la via giusta addita ai peccatori;

[9] guida gli umili secondo giustizia,
insegna ai poveri le sue vie.

[10] Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia
per chi osserva il suo patto e i suoi precetti.

[11] Per il tuo nome, Signore,
perdona il mio peccato anche se grande.

[12] Chi è l’uomo che teme Dio?
Gli indica il cammino da seguire.

[13] Egli vivrà nella ricchezza,
la sua discendenza possederà la terra.

[14] Il Signore si rivela a chi lo teme,
gli fa conoscere la sua alleanza.

[15] Tengo i miei occhi rivolti al Signore,
perché libera dal laccio il mio piede.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

 

Ritaglio del Vangelo odierno:

“Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.

Mt 18,21-35


 

 

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 Scusami.. 

Cristina Carmagnola

Per le parole che non ho detto e per quelle che purtroppo ho detto.
Per la mano che non ho teso.
Per quel grido che ho ignorato.
Per tutte le volte che ho chiuso gli occhi, quando era più facile.
Per quel dito che ho puntato.
Per tutti i sorrisi falsi che ho esibito.
Per quando ho bevuto tutta la poca acqua che c’era.
Per tutte le volte in cui ho voluto vedere solo le nubi,
senza cercare il sole che splendeva dietro.
Per tutti i doni che avrei potuto condividere
e che invece ho tenuto gelosamente nascosti.
Per tutte le volte in cui ho dato ascolto all’urlo della vendetta,
e ho ignorato il sussurro della speranza.
Perché non avevo capito che dare fa coppia con ricevere.
Perché la mia ipocrisia non ha limiti.
Perché al canto del gallo anch’io dovrò rispondere dei miei “non lo conosco”.
E, infine, perché do sempre per scontato il tuo perdono.

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 21 marzo 2017

21 marzo 2017

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

La grazia della vergogna

Martedì, 21 marzo 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.67, 22/03/2017)

Bisogna chiedere a Dio «la grazia della vergogna», perché «è una grande grazia vergognarsi dei propri peccati e così ricevere il perdono e la generosità di darlo agli altri». È l’invito rivolto da Papa Francesco ai partecipanti alla messa celebrata stamane, martedì 21 marzo, a Santa Marta.

Commentando come di consueto le letture del giorno, il Pontefice si è dapprima soffermato sul brano tratto dal vangelo di Matteo (18, 21-35). Gesù, ha spiegato, parla «ai suoi discepoli sulla correzione fraterna, sulla pecora smarrita, della misericordia del pastore. E Pietro pensa di aver capito tutto e coraggioso com’era lui, anche generoso, dice: “Ma, adesso quante volte io devo perdonare, con questo che tu hai detto della correzione fraterna e della pecora smarrita? Sette volte va bene?”. E Gesù dice: “Sempre”, con quella forma “settanta volte sette”». In realtà, ha fatto notare il Papa, «è difficile capire il mistero del perdono, perché è un mistero: perché devo perdonare — si è chiesto — se la giustizia mi permette di andare avanti e chiedere che quella giustizia faccia quello che deve fare?».

La risposta, ha suggerito il Papa, la offre la Chiesa, che «oggi ci fa entrare in questo mistero del perdono, che è la grande opera di misericordia di Dio». E lo fa anzitutto con la prima lettura, tratta dal libro del profeta Daniele (3, 25.34-43), attraverso la quale «ci porta alla preghiera di Azaria, momento molto triste della storia del popolo di Dio. Sono spogliati di tutto, hanno perso tutto e hanno la tentazione di credere che Dio li ha abbandonati». Descritta la scena, Francesco ha ripetuto le loro parole: «Potessimo essere accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato. Potessimo trovare misericordia, tale sia oggi il cuore contrito, lo spirito umiliato e il nostro sacrificio davanti a te. Signore, non coprirci di vergogna, fa’ con noi secondo la tua clemenza, la tua grande misericordia. Salvaci con i tuoi prodigi».

In particolare il Pontefice ha ribadito: «Signore non coprirci di vergogna». Essi, ha commentato, «sentivano la vergogna dentro perché sono rimasti così, come dice prima: “a causa dei nostri peccati”». Insomma «Azaria ha capito bene che quella situazione del popolo di Dio è per i peccati. E si vergogna. E dalla vergogna chiede perdono». Ecco dunque il “primo passo” da compiere: «la grazia della vergogna. Per entrare nel mistero del perdono dobbiamo vergognarci». Ma, ha precisato il Papa, «non possiamo da soli, la vergogna è una grazia: “Signore, che io abbia vergogna di quello che ho fatto”. E così la Chiesa si mette davanti a questo mistero del peccato e ci fa vedere l’uscita, la preghiera, il pentimento e la vergogna».

Successivamente, ha proseguito Francesco, «la Chiesa riprende il passo del Vangelo e spiega cosa significa quel “settanta volte sette”». Vuol dire, ha chiarito, «che sempre dobbiamo perdonare. E Gesù racconta questa parabola dei due servi: il primo è andato a regolare i conti col padrone e il padrone vuole fare giustizia e lui lo supplicava: “Abbi pazienza”, chiese perdono e poi il padrone ebbe compassione e lo perdonò». Ma poi, uscito, trovò l’altro, il cui debito «era molto piccolo, gli doveva cento denari, spiccioli». E invece di perdonarlo, «lo prende al collo e: “Pagami, pagami!”». Allora «il padrone, quando sa questo, si sdegna e chiama agli aguzzini e lo fa andare in carcere: “Così anche il padre mio celeste farà con voi, se non perdonerete di cuore ciascuno al proprio fratello”».

Ecco allora la necessità di chiedersi: «perché è successo questo? Quest’uomo che era stato perdonato ma di tanti soldi, al punto che doveva essere venduto come schiavo lui, la moglie, i figli e venduto tutto quello che aveva», poi esce «ed è incapace di perdonare piccole cose». Insomma, «non ha capito il mistero del perdono».

Ricorrendo a una sorta di dialogo immaginario con i presenti il Papa ha quindi chiesto: «Se io domando: “Ma tutti voi siete peccatori?” — “Sì, padre, tutti” — “E per avere il perdono dei peccati?” — “Ci confessiamo” — “E come vai a confessarti?” — “Ma, io vado, dico i miei peccati, il prete mi perdona, mi dà tre Avemaria da pregare e poi torno in pace”». In questo caso, ha ammonito il Pontefice, «tu non hai capito. Tu soltanto sei andato al confessionale a fare un’operazione bancaria, a fare una pratica di ufficio. Tu non sei andato vergognato lì di quello che hai fatto. Hai visto alcune macchie nella tua coscienza e hai sbagliato perché hai creduto che il confessionale fosse una tintoria» in grado soltanto di togliere «le macchie. Sei stato incapace di vergognarti dei tuoi peccati. Sì, sei perdonato, perché Dio è grande, ma non è entrato nella tua coscienza, tu non sei stato cosciente di quello che ha fatto Dio, della meraviglia che ha fatto nel tuo cuore; e per questo esci, trovi un amico, un’amica e incominci a sparlare di un altro, dell’altra e continui a peccare».

L’esperienza concreta di ogni giorno lo insegna: «il mistero del perdono è tanto difficile» da capire. Perciò, ha fatto notare Francesco, «oggi la Chiesa è saggia quando ci fa riflettere su questi due passi». Infatti, «io posso perdonare» solamente «se mi sento perdonato. Se tu non hai coscienza di essere perdonato mai potrai perdonare, mai». In fondo, in ogni persona «sempre c’è quell’atteggiamento di voler fare i conti con gli altri». Mentre «il perdono è totale. Ma soltanto si può fare quando io sento il mio peccato, mi vergogno, ho vergogna e chiedo il perdono a Dio e mi sento perdonato dal Padre. E così posso perdonare. Se no, non si può perdonare, ne siamo incapaci. Per questo il perdono è un mistero».

Ecco l’insegnamento della parabola del servo, «al quale sono state perdonate tante, tante, tante cose», ma che tuttavia «non ha capito nulla: è uscito felice, si è tolto un peso di dosso, ma non ha capito la generosità di quel padrone. È uscito dicendo nel suo cuore: “Me la sono cavata bene, sono stato furbo!” o altre cose». E attualizzando la riflessione, il Pontefice ha ammonito: «uscendo dal confessionale, quante volte noi non diciamo ma sentiamo che ce la siamo cavata». Però, ha aggiunto, «questo non è ricevere il perdono: questa è l’ipocrisia di rubare un perdono, un perdono finto. E così, siccome io non ho l’esperienza di essere perdonato, non posso perdonare gli altri, non ho capacità, come quest’ipocrita che è stato incapace di perdonare il suo compagno».

Da qui la consegna conclusiva del Papa: «Chiediamo oggi al Signore la grazia di capire questo “settanta volte sette”. Del resto se il Signore mi ha perdonato tanto, chi sono io per non perdonare?».

Videomessaggio XXXII Giornata mondiale della gioventù 21.03.2017

21 marzo 2017

 

 

 

VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI GIOVANI DI TUTTO IL MONDO IN OCCASIONE DELLE PROSSIME GIORNATE MONDIALI DELLA GIOVENTÙ

Cari giovani,

con il ricordo pieno di vita del nostro incontro alla Giornata Mondiale della Gioventù del 2016 a Cracovia, ci siamo messi in cammino verso la prossima meta che, se Dio vorrà, sarà Panama nel 2019. Per me sono molto importanti questi momenti di incontro e dialogo con voi, e ho voluto che questo itinerario si facesse in sintonia con la preparazione del prossimo Sinodo dei Vescovi, che è dedicato a voi giovani.

In questo cammino ci accompagna nostra Madre, la Vergine Maria, e ci anima con la sua fede, la stessa fede che lei esprime nel suo canto di lode. Maria dice: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,49). Lei sa rendere grazie a Dio, che ha guardato la sua piccolezza, e riconosce le grandi cose che Egli realizza nella sua vita; e si mette in viaggio per incontrare sua cugina Elisabetta, anziana e bisognosa della sua vicinanza. Non resta chiusa a casa, perché non è una giovane-divano che cerca di starsene comoda e al sicuro senza che nessuno le dia fastidio. È mossa dalla fede, perché la fede è il cuore di tutta la storia di nostra Madre.

Cari giovani, anche Dio vi guarda e vi chiama, e quando lo fa vede tutto l’amore che siete capaci di offrire. Come la giovane di Nazareth, potete migliorare il mondo, per lasciare un’impronta che segni la storia, quella vostra e di molti altri. La Chiesa e la società hanno bisogno di voi. Con il vostro approccio, con il coraggio che avete, con i vostri sogni e ideali, cadono i muri dell’immobilismo e si aprono strade che ci portano a un mondo migliore, più giusto, meno crudele e più umano.

Durante questo cammino, vi incoraggio a coltivare una relazione di familiarità e amicizia con la Vergine santa. È nostra Madre. Parlatele come a una Madre. Con lei, rendete grazie per il dono prezioso della fede che avete ricevuto dai vostri antenati, e affidate a lei tutta la vostra vita. Come una buona Madre vi ascolta, vi abbraccia, vi vuole bene, cammina con voi. Vi assicuro che se lo farete non ve ne pentirete.

Buon pellegrinaggio verso la Giornata Mondiale della Gioventù del 2019. Che Dio vi benedica.

Vangelo (Mt 5,17-19) del giorno dalle letture della Messa (Mercoledì 22 Marzo 2017) con commento comunitario

21 marzo 2017

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,17-19)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.

Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».

Questo è il Vangelo del 22 Marzo, quello del 21 Marzo lo potete trovare qualche post più sotto.

Liturgia del giorno: Audio salmo (88)89

20 marzo 2017

Lunedì, 20 _ Marzo _ 2017


 

In eterno durerà la sua discendenza.

[1] Maskil. Di Etan l’Ezraita.

[2] Canterò senza fine le grazie del Signore,
con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei secoli,

[3] perché hai detto: “La mia grazia rimane per sempre”;
la tua fedeltà è fondata nei cieli.

[4] “Ho stretto un’alleanza con il mio eletto,
ho giurato a Davide mio servo:

[5] stabilirò per sempre la tua discendenza,
ti darò un trono che duri nei secoli”.

[6] I cieli cantano le tue meraviglie, Signore,
la tua fedeltà nell’assemblea dei santi.

[7] Chi sulle nubi è uguale al Signore,
chi è simile al Signore tra gli angeli di Dio?

[8] Dio è tremendo nell’assemblea dei santi,
grande e terribile tra quanti lo circondano.

[9] Chi è uguale a te, Signore, Dio degli eserciti?
Sei potente, Signore, e la tua fedeltà ti fa corona.

[10] Tu domini l’orgoglio del mare,
tu plachi il tumulto dei suoi flutti.

[11] Tu hai calpestato Raab come un vinto,
con braccio potente hai disperso i tuoi nemici.

[12] Tuoi sono i cieli, tua è la terra,
tu hai fondato il mondo e quanto contiene;

[13] il settentrione e il mezzogiorno tu li hai creati,
il Tabor e l’Ermon cantano il tuo nome.

[14] È potente il tuo braccio,
forte la tua mano, alta la tua destra.

[15] Giustizia e diritto sono la base del tuo trono,
grazia e fedeltà precedono il tuo volto.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

 

Ritaglio del Vangelo odierno:

«Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Mt 1,16.18-21.24


 

 

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Mi fido di te

Don Angelo Saporiti, Commento sulla fede in Dio

Mi chiedi solo di credere,
di fidarmi di te,
di non avere paura delle tempeste della vita.
Mi dici che tu ci sei.
E io lo so. Lo sento che ci sei…
Fidarmi di te però non è facile,
non è per niente scontato.
Ma tu insisti e mi dici che se non mi fido di te
non ti amerò mai.
Lo sai bene, Signore,
quanto mi costa il salto della fede,
abbandonarmi a te,
totalmente,
ad occhi chiusi.
Lo sai bene, Signore,
e per questo mi sussurri:
“Figlio mio, fidati di me!
Io ci sono e ti salverò.
Non avere paura.
Anche se la tua barchetta non dovesse reggere alla tempesta,
se tu dovessi andare a fondo,
colare a picco sommerso dalle onde della vita,
io sarò con te,
sempre.
Non ti lascerò mai.
Io sono lì:
sul fondo più profondo del tuo mare,
nell’abisso più oscuro delle tue paure,
alla fine di ogni tua disperazione più devastante,
io sono proprio lì.
Sono la tua spiaggia bianca al tramonto,
sono il tuo orizzonte illimitato,
sono la tua domenica,
sono il tuo pane.
Fidati di me.
E mi potrai amare per sempre”.

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 20 marzo 2017

20 marzo 2017

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giuseppe il sognatore

Lunedì, 20 marzo 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Nella solennità liturgica di san Giuseppe — quest’anno posticipata di un giorno per la concomitanza con la terza domenica di Quaresima — Papa Francesco ha celebrato la messa a Santa Marta, lunedì 20 marzo, soffermandosi proprio sulla figura del santo patrono della Chiesa universale. In lui il Pontefice ha indicato il modello di «uomo giusto», di «uomo capace di sognare», di «custodire» e «portare avanti» il «sogno di Dio» sull’uomo. Per questo lo ha proposto come esempio per tutti e in particolar modo per i giovani, ai quali Giuseppe insegna a non perdere mai «la capacità di sognare, di rischiare» e di assumersi «compiti difficili».

E tanti sogni per il loro futuro avevano sicuramente le tredici studentesse che proprio un anno fa morirono in un incidente stradale in Catalogna mentre partecipavano al programma di studi Erasmus. Per loro il Pontefice ha voluto espressamente offrire la celebrazione eucaristica, alla quale hanno partecipato anche i familiari delle sette ragazze italiane morte nello schianto del bus.

La meditazione di Francesco ha preso spunto dalla liturgia della parola che parla di «discendenza, eredità, paternità, filiazione, stabilità»: tutte espressioni, ha fatto notare, «che sono un promessa ma poi si concentrano in un uomo, in un uomo che non parla, non dice una sola parola, un uomo del quale si dice che era giusto, soltanto. E poi un uomo che noi vediamo che agisce come un uomo obbediente». Giuseppe, appunto.

Un uomo, ha proseguito il Papa, «del quale non sappiamo neppure l’età» e che «porta sulle sue spalle tutte queste promesse di discendenza, di eredità, di paternità, di filiazione, di stabilità del popolo». Una grande responsabilità che però, come si legge nel vangelo di Matteo (1, 16.18-21.24), si ritrova tutta concentrata «in un sogno». Apparentemente, ha detto il Pontefice, tutto ciò sembra «troppo sottile», troppo labile. Eppure proprio questo «è lo stile di Dio» nel quale Giuseppe si ritrova appieno: lui, un «sognatore» è capace «di accettare questo compito, questo compito gravoso e che ha tanto da dirci a noi in questo tempo di forte senso di orfanezza». Così egli accoglie «la promessa di Dio e la porta avanti in silenzio con fortezza, la porta avanti perché quello che Dio vuole sia compiuto».

Ecco quindi delineata «la figura di Giuseppe: l’uomo nascosto, l’uomo del silenzio, l’uomo che fa da padre adottivo ; l’uomo che ha la più grande autorità in quel momento senza farla vedere». Un uomo, ha aggiunto il Papa, che potrebbe «dirci tante cose», eppure «non parla», che potrebbe «comandare», giacché comanda sul Figlio di Dio, eppure «obbedisce». A lui, al suo cuore, Dio confida «cose deboli»: infatti «una promessa è debole», così come è debole «un bambino», ma anche «una ragazza della quale lui ha avuto un sospetto». Debolezze che poi continuano anche negli eventi successivi: «pensiamo alla nascita del bambino, alla fuga in Egitto…».

«Tutte queste debolezze», ha spiegato il Pontefice, Giuseppe «le prende in mano, le prende nel cuore e le porta avanti come si portano avanti le debolezze, con tenerezza, con tanta tenerezza, con la tenerezza con la quale si prende in braccio un bambino». La liturgia, perciò, offre l’esempio dell’«uomo che non parla ma obbedisce, l’uomo della tenerezza, l’uomo capace di portare avanti le promesse perché divengano salde, sicure; l’uomo che garantisce la stabilità del regno di Dio, la paternità di Dio, la nostra filiazione come figlio di Dio». Ecco perché, ha rivelato il Papa, «Giuseppe mi piace pensarlo come il custode delle debolezze», anche «delle nostre debolezze». Infatti egli «è capace di far nascere tante cose belle dalle nostre debolezze, dai nostri peccati». Egli «è custode delle debolezze perché divengano salde nella fede».

Un compito fondamentale che Giuseppe «ha ricevuto in sogno», perché lui era «un uomo capace di sognare». Quindi egli non solo «è custode delle nostre debolezze, ma anche possiamo dire che è il custode del sogno di Dio: il sogno di nostro Padre, il sogno di Dio, della redenzione, di salvarci tutti, di questa ricreazione, è confidato a lui».

«Grande questo falegname!» ha esclamato il Pontefice, sottolineando ancora una volta come egli, «zitto, lavora, custodisce, porta avanti le debolezze, è capace di sognare». E a lui, ha detto Francesco, «io oggi vorrei chiedere: ci dia a tutti noi la capacità di sognare perché quando sogniamo le cose grandi, le cose belle, ci avviciniamo al sogno di Dio, le cose che Dio sogna su di noi». In conclusione, una particolare intercessione: «Che ai giovani dia — perché lui era giovane — la capacità di sognare, di rischiare e prendere i compiti difficili che hanno visto nei sogni». E a tutti i cristiani, infine, doni «la fedeltà che generalmente cresce in un atteggiamento giusto, cresce nel silenzio e cresce nella tenerezza che è capace di custodire le proprie debolezze e quelle degli altri».

Vangelo (Mt 18,21-35) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 21 Marzo 2017) con commento comunitario

20 marzo 2017

Dal Vangelo secondo Matteo  (Mt 18,21-35)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.

Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”.  Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.

Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quel che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.

Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.

Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

Questo è il Vangelo del 21 Marzo, quello del 20 Marzo lo potete trovare qualche post più sotto.

Il discernimento di Samuele

20 marzo 2017

Il profeta Samuele, come riportano le Scritture, “acquistò autorità poiché il Signore era con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole” (1 Sam 3, 19). Ma anche i profeti sono uomini in cammino. Saul “fu presentato al popolo: egli sopravanzava dalla spalla in su tutto il popolo. Samuele disse a tutta la folla: “Vedete dunque che l’ha proprio eletto il Signore, perché non c’è nessuno in tutto il popolo come lui” (1 Sam 10, 23-24). Samuele cerca di discernere in Dio ma è ancora, inconsapevolmente, influenzato da criteri terreni. Il cammino appunto, anche, in ciò, l’esperienza della riprovazione di Saul da parte di Dio, lo fanno maturare. E mica così facilmente. Il nostro ancora insiste su certe valutazioni di corto respiro, il cambiamento è in un più profondo, attento, ascolto di Dio, del cuore, degli altri, in Lui, che lo aiuta a superare le visuali della mentalità corrente. “Samuele vide Eliàb e disse: “Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!”  Il Signore rispose a Samuele: “Non guardare al suo aspetto né all’imponenza della sua statura. Io l’ho scartato, perché io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore” (1 Sam 16, 6-7). “Iesse presentò a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripetè a Iesse: “Il Signore non ha scelto nessuno di questi”. Samuele chiese a Iesse: “Sono qui tutti i giovani?”. Rispose Iesse: “Rimane ancora il più piccolo che ora sta a pascolare il gregge”. Samuele ordinò a Iesse: “Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui”. Quegli mandò a chiamarlo e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e gentile di aspetto. Disse il Signore: “Alzati e ungilo: è lui!” (1 Sam 16, 10-12).

Angelus 19.03.2017

19 marzo 2017

 

Liturgia del giorno: Audio salmo (95)94

19 marzo 2017

Domenica, 19 _ Marzo _ 2017


 

Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore.

[1] Venite, applaudiamo al Signore,
acclamiamo alla roccia della nostra salvezza.
[2] Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.

[3] Poiché grande Dio è il Signore,
grande re sopra tutti gli dei.

[4] Nella sua mano sono gli abissi della terra,
sono sue le vette dei monti.

[5] Suo è il mare, egli l’ha fatto,
le sue mani hanno plasmato la terra.

[6] Venite, prostràti adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati.

[7] Egli è il nostro Dio,
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.

[8] Ascoltate oggi la sua voce:
“Non indurite il cuore,
come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto,

[9] dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere.

[10] Per quarant’anni mi disgustai di quella generazione
e dissi: Sono un popolo dal cuore traviato,
non conoscono le mie vie;

[11] perciò ho giurato nel mio sdegno:
Non entreranno nel luogo del mio riposo”.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

Ritaglio del Vangelo odierno:

«Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua».

Gv 4,5-42


 

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Coraggio, non temete! 

Valentino Salvoldi

Hai seminato in me,
Spirito di consiglio e di fortezza,
parole di vita e verità eterne.
Hai aperto la mia mente al Mistero
che illumina il cammino verso di te.
Mi hai chiamato alla tua presenza
con tutto il carico della mia miseria,
ma anche con il desiderio
di rinnovare continuamente la mia vita,
con la mente, le labbra e il cuore
da te illuminati, purificati, vivificati.
Attento alla voce del Padre
e illuminato dal messaggio di Cristo,
invoco te, Spirito di Sapienza,
perché continui a parlarmi, a stupirmi
e a rinnovarmi con nuovi incontri damore.
E di fronte al dubbio e alla paura,
sorreggi i vacillanti miei passi
ripetendo, instancabile, le parole di Gesù:
“Coraggio, non temere. Sono io!”.

 

Vangelo (Mt 1,16.18-21.24) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 20 Marzo 2017) con commento comunitario

19 marzo 2017

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 1,16.18-21.24)

Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore.

Questo è il Vangelo del 20 Marzo, quello del 19 Marzo lo potete trovare qualche post più sotto.

PAPA FRANCESCO CELEBRAZIONE PENITENZIALE.2017

18 marzo 2017

Venerdì, 17 _ Marzo _ 2017

 

 

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL XXVIII CORSO SUL FORO INTERNO ORGANIZZATO DALLA PENITENZIERIA APOSTOLICA

Aula Paolo VI
Venerdì, 17 marzo 2017

[Multimedia]

Cari fratelli,

sono lieto di incontrarvi, in questa prima udienza con voi dopo il Giubileo della Misericordia, in occasione dell’annuale Corso sul Foro Interno. Rivolgo un cordiale saluto al Cardinale Penitenziere Maggiore, e lo ringrazio per le sue cortesi espressioni. Saluto il Reggente, i Prelati, gli Officiali e il Personale della Penitenzieria, i Collegi dei penitenzieri ordinari e straordinari delle Basiliche Papali in Urbe, e tutti voi partecipanti a questo corso.

In realtà, ve lo confesso, questo della Penitenzieria è il tipo di Tribunale che mi piace davvero! Perché è un “tribunale della misericordia”, al quale ci si rivolge per ottenere quell’indispensabile medicina per la nostra anima che è la Misericordia divina!

Il vostro corso sul foro interno, che contribuisce alla formazione di buoni confessori, è quanto mai utile e direi perfino necessario ai nostri giorni. Certo, non si diventa buoni confessori grazie ad un corso, no: quella del confessionale è una “lunga scuola”, che dura tutta la vita. Ma chi è il “buon confessore”? Come si diventa buon confessore?

Vorrei indicare, al riguardo, tre aspetti.

1. Il “buon confessore” è, innanzitutto, un vero amico di Gesù Buon Pastore. Senza questa amicizia, sarà ben difficile maturare quella paternità, così necessaria nel ministero della Riconciliazione. Essere amici di Gesù significa innanzitutto coltivare la preghiera. Sia una preghiera personale con il Signore, chiedendo incessantemente il dono della carità pastorale; sia una preghiera specifica per l’esercizio del compito di confessori e per i fedeli, fratelli e sorelle che si avvicinano a noi alla ricerca della misericordia di Dio.

Un ministero della Riconciliazione “fasciato di preghiera” sarà riflesso credibile della misericordia di Dio ed eviterà quelle asprezze e incomprensioni che, talvolta, si potrebbero generare anche nell’incontro sacramentale. Un confessore che prega sa bene di essere lui stesso il primo peccatore e il primo perdonato. Non si può perdonare nel Sacramento senza la consapevolezza di essere stato perdonato prima. E dunque la preghiera è la prima garanzia per evitare ogni atteggiamento di durezza, che inutilmente giudica il peccatore e non il peccato.

Nella preghiera è necessario implorare il dono di un cuore ferito, capace di comprendere le ferite altrui e di sanarle con l’olio della misericordia, quello che il buon samaritano versò sulle piaghe di quel malcapitato, per il quale nessuno aveva avuto pietà (cfr Lc 10,34).

Nella preghiera dobbiamo domandare il prezioso dono dell’umiltà, perché appaia sempre chiaramente che il perdono è dono gratuito e soprannaturale di Dio, del quale noi siamo semplici, seppur necessari, amministratori, per volontà stessa di Gesù; ed Egli si compiacerà certamente se faremo largo uso della sua misericordia.

Nella preghiera, poi, invochiamo sempre lo Spirito Santo, che è Spirito di discernimento e di compassione. Lo Spirito permette di immedesimarci con le sofferenze delle sorelle e dei fratelli che si avvicinano al confessionale e di accompagnarli con prudente e maturo discernimento e con vera compassione delle loro sofferenze, causate dalla povertà del peccato.

2. Il buon confessore è, in secondo luogo, un uomo dello Spirito, un uomo del discernimento. Quanto male viene alla Chiesa dalla mancanza di discernimento! Quanto male viene alle anime da un agire che non affonda le proprie radici nell’ascolto umile dello Spirito Santo e della volontà di Dio. Il confessore non fa la propria volontà e non insegna una dottrina propria. Egli è chiamato a fare sempre e solo la volontà di Dio, in piena comunione con la Chiesa, della quale è ministro, cioè servo.

Il discernimento permette di distinguere sempre, per non confondere, e per non fare mai “di tutta l’erba un fascio”. Il discernimento educa lo sguardo e il cuore, permettendo quella delicatezza d’animo tanto necessaria di fronte a chi ci apre il sacrario della propria coscienza per riceverne luce, pace e misericordia.

Il discernimento è necessario anche perché, chi si avvicina al confessionale, può provenire dalle più disparate situazioni; potrebbe avere anche disturbi spirituali, la cui natura deve essere sottoposta ad attento discernimento, tenendo conto di tutte le circostanze esistenziali, ecclesiali, naturali e soprannaturali. Laddove il confessore si rendesse conto della presenza di veri e propri disturbi spirituali – che possono anche essere in larga parte psichici, e ciò deve essere verificato attraverso una sana collaborazione con le scienze umane –, non dovrà esitare a fare riferimento a coloro che, nella diocesi, sono incaricati di questo delicato e necessario ministero, vale a dire gli esorcisti. Ma questi devono essere scelti con molta cura e molta prudenza.

3. Infine, il confessionale è anche un vero e proprio luogo di evangelizzazione. Non c’è, infatti, evangelizzazione più autentica che l’incontro con il Dio della misericordia, con il Dio che è Misericordia. Incontrare la misericordia significa incontrare il vero volto di Dio, così come il Signore Gesù ce lo ha rivelato.

Il confessionale è allora luogo di evangelizzazione e quindi di formazione. Nel pur breve dialogo che intesse con il penitente, il confessore è chiamato a discernere che cosa sia più utile e che cosa sia addirittura necessario al cammino spirituale di quel fratello o di quella sorella; talvolta si renderà necessario ri-annunciare le più elementari verità di fede, il nucleo incandescente, il kerigma, senza il quale la stessa esperienza dell’amore di Dio e della sua misericordia rimarrebbe come muta; talvolta si tratterà di indicare i fondamenti della vita morale, sempre in rapporto alla verità, al bene e alla volontà del Signore. Si tratta di un’opera di pronto e intelligente discernimento, che può fare molto bene ai fedeli.

Il confessore, infatti, è chiamato quotidianamente e recarsi nelle “periferie del male e del peccato” – questa è una brutta periferia! – e la sua opera rappresenta un’autentica priorità pastorale. Confessare è priorità pastorale. Per favore, che non ci siano quei cartelli: “Si confessa soltanto lunedì, mercoledì dalla tal ora alla tal ora”. Si confessa ogni volta che te lo chiedono. E se tu stai lì [nel confessionale] pregando, stai con il confessionale aperto, che è il cuore di Dio aperto.

Cari fratelli, vi benedico e vi auguro di essere buoni confessori: immersi nel rapporto con Cristo, capaci di discernimento nello Spirito Santo e pronti a cogliere l’occasione di evangelizzare.

Pregate sempre per i fratelli e le sorelle che si accostano al Sacramento del perdono. E, per favore, pregate anche per me.

E non vorrei finire senza una cosa che mi è venuta in mente quando il Cardinale Prefetto ha parlato. Lui ha parlato delle chiavi e della Madonna, e mi è piaciuto, e dirò una cosa… due cose. A me ha fatto tanto bene quando, da giovane, leggevo il libro di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori sulla Madonna: Le glorie di Maria. Sempre, alla fine di ogni capitolo, c’era un miracolo della Madonna, con cui lei entrava nel mezzo della vita e sistemava le cose. E la seconda cosa. Sulla Madonna c’è una leggenda, una tradizione che mi hanno raccontato esiste nel Sud d’Italia: la Madonna dei mandarini. E’ una terra dove ci sono tanti mandarini, non è vero? E dicono che sia la patrona dei ladri. [ride, ridono] Dicono che i ladri vanno a pregare là. E la leggenda – così raccontano – è che i ladri che pregano la Madonna dei mandarini, quando muoiono, c’è la fila davanti a Pietro che ha le chiavi, e apre e lascia passare uno, poi apre e lascia passare un altro; e la Madonna, quando vede uno di questi, gli fa segno di nascondersi; e poi, quando sono passati tutti, Pietro chiude e viene la notte e la Madonna dalla finestra lo chiama e lo fa entrare dalla finestra. E’ un racconto popolare, ma è tanto bello: perdonare con la Mamma accanto; perdonare con la Madre. Perché questa donna, quest’uomo che viene al confessionale, ha una Madre in Cielo che gli aprirà la porta e lo aiuterà al momento di entrare in Cielo. Sempre la Madonna, perché la Madonna aiuta anche noi nell’esercizio della misericordia. Ringrazio il Cardinale di questi due segni: le chiavi e la Madonna. Grazie tante.

Vi invito – è l’ora – a pregare l’Angelus insieme: “Angelus Domini…”

[Benedizione]

Non dite che i ladri vanno in Cielo! Non dite questo [ride, ridono]

Liturgia del giorno: Audio salmo (102) 103

18 marzo 2017

Sabato, 18 _ Marzo _ 2017


 

Misericordioso e pietoso è il Signore.

[1] Di Davide.
Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.

[2] Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tanti suoi benefici.

[3] Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue malattie;

[4] salva dalla fossa la tua vita,
ti corona di grazia e di misericordia;

[5] egli sazia di beni i tuoi giorni
e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza.

[6] Il Signore agisce con giustizia
e con diritto verso tutti gli oppressi.

[7] Ha rivelato a Mosè le sue vie,
ai figli d’Israele le sue opere.

[8] Buono e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.

[9] Egli non continua a contestare
e non conserva per sempre il suo sdegno.

[10] Non ci tratta secondo i nostri peccati,
non ci ripaga secondo le nostre colpe.

[11] Come il cielo è alto sulla terra,
così è grande la sua misericordia su quanti lo temono;

[12] come dista l’oriente dall’occidente,
così allontana da noi le nostre colpe.

[13] Come un padre ha pietà dei suoi figli,
così il Signore ha pietà di quanti lo temono.

[14] Perché egli sa di che siamo plasmati,
ricorda che noi siamo polvere.

[15] Come l’erba sono i giorni dell’uomo,
come il fiore del campo, così egli fiorisce.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

 

Ritaglio del Vangelo odierno:

“Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Lc 15,1-3.11-32


 

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Signore, riconciliami con me stesso  

Signore, riconciliami con me stesso.
Come potrei incontrare e amare gli altri
se non mi incontro e non mi amo più?

Signore, tu che mi ami cosi come sono
e non come mi sogno,
aiutami ad accettare la mia condizione di uomo,
limitato ma chiamato a superarsi.

Insegnami a vivere con le mie ombre e le mie luci,
con le mie dolcezze e le mie collere,
i miei sorrisi e le mie lacrime,
il mio, passato e il mio presente.

Fa’ che mi accolga come tu m’accogli,
che mi ami come tu mi ami.
Liberami dalla perfezione che mi voglio dare,
aprimi alla santità che vuoi accordarmi.

Risparmiami i rimorsi di chi
rientra in se stesso per non uscirne più,
spaventato e disperato di fronte al peccato.

Accordami il pentimento
che incontra il silenzio del tuo sguardo
pieno di tenerezza e di pietà.

E se devo piangere,
non sia su me stesso
ma sull’amore offeso.

La tua tenerezza
mi faccia esistere ai miei stessi occhi!
Spalanca la porta della mia prigione
che io stesso chiudo a chiave!

Dammi il coraggio di uscire da me stesso.
Dimmi che tutto è possibile per chi crede.
Dimmi che posso ancora guarire,
nella luce del tuo sguardo e della tua parola.

 

Tweet del Papa

18 marzo 2017

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Vi invito a non creare muri ma ponti, a vincere il male con il bene, l’offesa con il perdono, a vivere in pace con tutti.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:30 – 18 mar 2017

Digiuno non è solo rinunciare al cibo, ma ad ogni attaccamento morboso, e soprattutto al peccato.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:30 – 17 mar 2017

Vangelo (Gv 4,5-42) del giorno dalle letture della Messa (Domenica 19 Marzo 2017) con commento comunitario

18 marzo 2017

III DOMENICA DI QUARESIMA

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 4,5-42)

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe.
Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?».
I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna -, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua».
Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: Io non ho marito. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».
Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa».
Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?».
Uscirono dalla città e andavano da lui. Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?».
Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Questo è il Vangelo del 19 Marzo, quello del 18 Marzo lo potete trovare qualche post più sotto.

Vangelo (Lc 15,1-3.11-32) del giorno dalle letture della Messa (Sabato 18 Marzo 2017) con commento comunitario

17 marzo 2017

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15,1-3.11-32)

In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Questo è il Vangelo del 18 Marzo, quello del 17 Marzo lo potete trovare qualche post più sotto.

Tweet del Papa

17 marzo 2017

La Chiesa vuole essere vicina ad ogni persona con l’amore, la compassione, il conforto che vengono da Cristo.

Papa Francesco su Twitter (@Pontifex_it), ore 13:30 – 16 mar 2017

Liturgia del giorno: Audio salmo 1

16 marzo 2017

Giovedì, 16 _ Marzo _ 2017


 

Beato l’uomo che confida nel Signore.

[1] Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi,
non indugia nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli stolti;

[2] ma si compiace della legge del Signore,
la sua legge medita giorno e notte.

[3] Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua,
che darà frutto a suo tempo
e le sue foglie non cadranno mai;
riusciranno tutte le sue opere.

[4] Non così, non così gli empi:
ma come pula che il vento disperde;

[5] perciò non reggeranno gli empi nel giudizio,
né i peccatori nell’assemblea dei giusti.

[6] Il Signore veglia sul cammino dei giusti,
ma la via degli empi andrà in rovina.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

 

Ritaglio del Vangelo odierno:

“Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.

 Lc 16,19-31


 

 

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 Anche tu 

Anche tu sei una voce, un riflesso;
anche tu sei il “precursore”
di Colui che viene.
Egli vuole raggiungere ogni uomo
anche attraverso la tua vita,
vuole seguire le tracce
e vuole cogliere le occasioni
che tu sei disposto ad offrirgli.
Lasciati sedurre da Lui,
restagli accanto,
esci allo scoperto e permetti
alla luce di avvolgerti
e di entrare fin nelle fibre
più nascoste del tuo cuore.
Allora tutto parlerà in te
e Gesù ne sarà felice.
Te ne accorgerai
perché sarai felice anche tu!

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 16 marzo 2017

16 marzo 2017

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Come se niente fosse

Giovedì, 16 marzo 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.63, 17/03/2017)

I senzatetto, i nuovi poveri senza soldi per l’affitto, i disoccupati e i bambini che chiedono l’elemosina — guardati male perché appartengono a «quell’etnia che ruba» — sembrano ormai far parte del «panorama della città». Proprio «come una statua, la fermata del bus, l’ufficio della posta». E vengono trattati con la stessa indifferenza, come se non esistessero, come se la loro situazione fosse persino «normale» e non arrivi a toccare il cuore. Ma così si scivola «dal peccato alla corruzione» a cui non c’è rimedio, ha messo in guardia Papa Francesco nella messa celebrata a Santa Marta giovedì mattina, 16 marzo. Insomma, ha insistito il Pontefice, è come quando pensiamo di cavarcela con «un’Avemaria e un Padrenostro», continuando poi «a vivere come se niente fosse», vedendo in tv e sui giornali bambini uccisi da una bomba sganciata su un ospedale o una scuola.

«Nell’antifona d’inizio», ha fatto subito notare il Papa nella sua omelia citando il salmo 139 (23-24), «abbiamo pregato: “Scruta, Dio, il mio cuore; vedi se percorro la via di menzogna, e guidami sulla via della vita”». Perché, ha spiegato, «possiamo percorrere una vita di menzogna, di apparenze: appare una cosa e la realtà è un’altra». Proprio «per questo chiediamo al Signore che lui scruti la verità della nostra vita: e se io percorro una vita di menzogna, che mi porti sulla via della vita, della vera vita».

«Questa preghiera — ha spiegato Francesco — è in armonia con quello che il profeta Geremia ci dice nella prima lettura» (17, 5-10) presentando «queste due opzioni che sono pilastri di vita: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo; benedetto l’uomo che confida nel Signore”». Dunque, «maledetto e benedetto». Da una parte c’è «l’uomo che confida nell’uomo, pone nella carne il suo sostegno, cioè nelle cose che lui può gestire, nella vanità, nell’orgoglio, nelle ricchezze, in se stesso» e «si sente come se fosse un dio, allontana il suo cuore dal Signore». Proprio «questo allontanamento dal Signore “non vedrà venire il bene”» scrive il profeta Geremia. E l’uomo «sarà come un tamerisco nella steppa», cioè «senza frutto, non sarà fecondo: tutto finisce con lui, non lascerà vita, si chiude quella vita con la propria morte, perché la sua fiducia era in se stesso».

«Invece “benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia”» ha affermato il Pontefice, ripetendo sempre le parole di Geremia. Quell’uomo infatti «si fida del Signore, si aggrappa al Signore, si lascia condurre dal Signore». Colui che confida nel Signore sarà, scrive Geremia, «come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo». In una parola, «sarà fecondo». Mentre colui che confida in se stesso «sarà “come un tamerisco nella steppa”, sterile».

Ecco dunque, ha spiegato il Papa, che «questa opzione, tra questi due modi di vita che divengono poi pilastri di vita, viene dal cuore: la fecondità dell’uomo che confida nel Signore e la sterilità dell’uomo che confida in se stesso, nelle sue cose, nel suo mondo, nelle sue fantasie o anche nelle sue ricchezze, nel suo potere». Geremia non manca di metterci in guardia: «Stai attento, non fidarti del tuo cuore: “niente è più infido del cuore e difficilmente guarisce!”». Dunque, ha insistito Francesco, «il nostro cuore ci tradisce se noi non stiamo attenti, se non siamo in continua vigilanza, se siamo pigri, se viviamo con leggerezza, un po’ così, guardando soltanto le cose». E «questa strada è una strada pericolosa, è una strada scivolosa, quando mi fido soltanto del mio cuore: perché lui è infido, è pericoloso».

Proprio «questo — ha proseguito il Papa facendo riferimento al passo di Luca (16, 19-31) — è accaduto a questo signore ricco del Vangelo: quando una persona vive nel suo ambiente chiuso, respira quell’aria dei suoi beni, della sua soddisfazione, della vanità, di sentirsi sicuro e si fida soltanto di se stesso, perde l’orientamento, perde la bussola e non sa dove sono i limiti». Il suo problema è che «vive soltanto lì: non esce fuori di sé».

È la storia, appunto, dell’uomo ricco di cui parla Gesù ai farisei nel racconto di Luca: «Viveva bene, non gli mancava nulla, aveva tanti amici», perché «quando ci sono i soldi ci sono gli amici e quando non ci sono i soldi non ci sono le feste, gli amici volano via, se ne vanno». Dunque quell’uomo «era sempre con amici, alle feste», però alla sua «porta c’era quel povero». Ma «lui sapeva chi era quel povero — lo sapeva! — perché poi, quando parla con il padre Abramo, dice: “inviami Lazzaro!”». Perciò «sapeva anche come si chiamava ma non gli importava». E allora «era un uomo peccatore? Sì. Ma dal peccato si può andare indietro, si chiede perdono e il Signore perdona».

Quanto a quell’uomo ricco, invece, «il cuore lo ha portato su una strada di morte, a tal punto che non si può tornare indietro: c’è un punto, c’è un momento, c’è un limite dal quale difficilmente si torna indietro». Ed «è quando il peccato si trasforma in corruzione».

Perciò, ha spiegato il Papa, quell’uomo ricco «non era un peccatore, era un corrotto perché sapeva delle tante miserie, ma lui era felice lì e non gli importava niente». Ecco che tornano con forza le parole di Geremia: «Maledetto l’uomo che confida in se stesso, che confida nel suo cuore: “niente è più infido del cuore, e difficilmente guarisce” e quando tu sei in quella strada di malattia, difficilmente guarirai».

A questo punto Francesco ha voluto proporre un esame di coscienza: «Io oggi farò una domanda a tutti noi: cosa sentiamo nel cuore quando andiamo per strada e vediamo i senzatetto, vediamo i bambini da soli che chiedono l’elemosina?». Magari pensiamo che «sono di quella etnia che ruba». Ma «cosa sento io» quando vedo «i senzatetto, i poveri, quelli abbandonati, anche i senzatetto ben vestiti, perché non hanno soldi per pagare l’affitto, perché non hanno lavoro?». E tutto «questo — ha affermato il Papa — è parte del panorama, del paesaggio di una città, come una statua, la fermata del bus, l’ufficio della posta: e anche i senzatetto sono parte della città? È normale questo? State attenti, stiamo attenti! Quando queste cose nel nostro cuore risuonano come normali — “ma sì, la vita è così, io mangio, bevo, ma per togliermi un po’ di senso di colpa do un’offerta e vado avanti” — la strada non va bene».

Se facciamo questi pensieri vuol dire che «siamo, in quel momento, su quella strada scivolosa», che porta «dal peccato alla corruzione». Per questo, ha proseguito il Pontefice, è opportuno domandarci: «Cosa sento io quando al telegiornale, sui giornali, vedo che è caduta una bomba là, su un ospedale, e sono morti tanti bambini, su una scuola, povera gente?». Magari «dico un’Avemaria, un Padrenostro per loro e continuo a vivere come se niente fosse». Invece è bene chiederci se il dramma di tanta gente «entra nel mio cuore» oppure se sono proprio «come quel ricco» di cui parla il Vangelo, a cui «non entrò mai nel cuore Lazzaro», del quale «avevano più pietà i cani». E «se io fossi così come quel ricco, sarei in cammino dal peccato alla corruzione».

«Per questo — ha concluso Francesco riferendosi alle parole del salmo 139 proclamate nell’antifona d’ingresso — chiediamo al Signore: “Scruta, o Signore, il mio cuore; vedi se la mia strada è sbagliata, se io sono su quella strada scivolosa dal peccato alla corruzione, dalla quale non si può tornare indietro”». Perché, ha ribadito, «abitualmente il peccatore, se si pente, torna indietro; il corrotto difficilmente, perché è chiuso in se stesso». Perciò «oggi la preghiera» da fare è proprio: «Scruta, Signore, il mio cuore e fammi capire in quale strada sono, su quale strada sto andando».

Al termine della celebrazione, il Papa ha rivolto un particolare saluto ai cardinali Angelo Comastri e Crescenzio Sepe che hanno concelebrato con lui per i cinquant’anni della loro ordinazione sacerdotale.