4 anni con Francesco, Spadaro: un pontificato che semina

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2017-03-13 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal 13 marzo 2013 a oggi la Chiesa è diventata meno autoreferenziale e più accogliente. Tra i gesti più simbolici, e più complessi, compiuti da Papa Francesco in questi quattro anni c’è il viaggio a Lesbo  dell’aprile 2016 in visita ai rifugiati accompagnato dal Patriarca ecumenico Bartolomeo. “Il tempo è superiore allo spazio” è il motto dell’Evangelii Gaudium che incarna tutto il senso di un pontificato che, oltre produrre frutti, punta soprattutto a seminare per il futuro. Ma tutta l’Esortazione apostolica del 2013 resta il testo riassuntivo del magistero di Papa Bergoglio. Sul piano politico, invece, è stato il viaggio negli Usa del settembre 2015 a mostrare nettamente a un mondo spaventato la leadership spirituale di Francesco, basata sul Vangelo. Sono alcune riflessioni di p. Antonio Spadaro sj, direttore de La Civiltà Cattolica, nel giorno in cui ricorre il quarto anniversario dell’inizio del pontificato di Papa Francesco. Gli abbiamo chiesto, innanzitutto, com’è cambiata per lui la Chiesa in questi quattro anni…

 

R. – La Chiesa cambia in continuazione perché fa riferimento alla storia e alle sue dinamiche. Quello che possiamo vedere in questi quattro anni è che la Chiesa è diventata più estroflessa, più aperta alla realtà, forse meno attenta a dinamiche troppo interne, istituzionali, forse quindi più agile, accogliente. Penso che il messaggio di misericordia e di discernimento che il Papa sta portando all’interno della Chiesa stia avendo un effetto di apertura, apertura missionaria anche, come diceva già nell’Evangelii gaudium.

D. – Quale gesto del Papa considera più rappresentativo di questi quattro anni?

R. – In realtà questo non è un Papa dai gesti isolati, quindi è difficile scegliere un fotogramma che sintetizzi in maniera coerente e corretta questo pontificato. Certamente, tra i tanti, quello che mi ha colpito in modo particolare è stato l’incontro di Lesbo (aprile 2016 ndr) con i migranti realizzato insieme al patriarca Bartolomeo, per un motivo: perché ha fatto capire con chiarezza che la questione dell’ecumenismo non è una questione esclusivamente interna di dinamiche di dialogo teologico, ma risponde a un bisogno del mondo. Cioè il mondo e le esigenze della realtà politica di questo momento chiedono ai cristiani di intervenire e di essere insieme. Quindi, questo gesto ha messo insieme ecumenismo e attenzione alle dinamiche del mondo: un gesto complesso.

D. – Papa Francesco è anche il Papa che vive ed esercita il suo magistero nel mondo digitale, nel mondo della velocità, della brevità, che non corrisponde per forza alla superficialità. In questo senso quale frase del Papa sceglierebbe per condensare in poche parole il senso del suo pontificato?

R. – Sì, con Francesco anche la parola breve può avere una grande densità di significato e anche qui, però, il Papa non è un Papa di parole isolate o isolabili o di frasi ad effetto. Dovendo proprio scegliere una frase io rimango colpito da una sua espressione che in realtà ripete da molto tempo, da prima della sua elezione, cioè che “il tempo è superiore allo spazio”, che è un’espressione estremamente breve ma che dice il significato del suo pontificato perché il pontificato di Francesco non è un pontificato di soli frutti. I frutti verranno, stanno arrivando, stanno crescendo e maturando, ma è un pontificato di semi. Il Papa sta seminando e bisogna quindi maturare la qualità del seme che viene messa. Allora, dire che “il tempo è superiore allo spazio” significa che bisogna lasciare il tempo a processi; che i processi vadano avanti e che poi siano questi a determinare i grandi cambiamenti nella vita della Chiesa, anche alla luce delle esigenze del mondo.

D. – Venendo invece ai documenti firmati da Papa Francesco, quale testo, quale documento firmato dal Papa in questi quattro anni considera in qualche modo il più notevole, il più rappresentativo?

R. – Il documento a cui personalmente sono forse più affezionato è Evangelii gaudium perché è il primo grande documento di Francesco, molto ampio, in cui troviamo veramente tutto. E’ un testo in cui vediamo in prospettiva i punti fondamentali del pontificato perché è il frutto anche dell’esperienza passata, quindi non solo di una  riflessione teorica e astratta ma dell’esperienza vissuta da Bergoglio. Però, vorrei precisare una cosa. Nel caso di questo pontificato non c’è un rispetto rigido delle forme del discorso papale: cioè, a volte troviamo un’omelia di Santa Marta che è fondamentale, esplosiva, perché poi genera altro pensiero e anche altri documenti importanti; e magari documenti più ufficiali sono magari importanti, sì, ma non così come quell’omelia. Quindi i generi si mescolano e dipende molto dal tempo e dal momento in cui i documenti sono scritti e redatti o le parole e le omelie pronunciate.

D. – Come direttore de “La Civiltà Cattolica” lei ha seguito i viaggi di Papa Francesco in questi anni. Ce n’è uno che le è rimasto più impresso? Perché?

R. – Avendoli seguiti praticamente tutti, faccio molta fatica a citarne uno in particolare, perché ciascuno ha avuto una sua caratteristica unica. Dovendo indicarne uno molto significativo, direi quello negli Stati Uniti (settembre 2015 ndr), perché in quel viaggio il mondo si è reso conto, forse è più che in altri, del ruolo politiche che ha il Papa; il Papa esprime una sorta di soft power dalle radici spirituali di un’importanza straordinaria, specialmente in questo momento. In un momento in cui si costruiscono barriere e non ponti, in cui il mondo sembra dominato e addirittura governato dal sentimento della paura, quel viaggio lì ha fatto capire che il Papa conta e che la visione nel Vangelo esprime una visione della realtà e del mondo che oggi sta diventando un punto di riferimento fondamentale. Insomma, il Papa è un grande leader, forse “il” grande leader morale del mondo.

D. – Padre Spadaro, com’è cambiata secondo lei la percezione del Papa da parte dell’opinione pubblica in questi quattro anni? All’inizio, c’è stato che lo ha accusato addirittura di piacere troppo, ma oggi non gli vengono risparmiate critiche dagli ambiente cattolici…

R. – Direi che le opposizioni ci sono ma fanno parte del processo. Se non ci fossero significherebbe che non c’è un processo in atto. Quindi direi che le opposizioni ci sono, fanno parte del processo stesso, non crescono, ma forse diventano un po’ più rabbiose, cioè si fanno sentire, urlano di più, perché si rendono conto che Francesco sta facendo sul serio. D’altra parte bisogna anche dire che il fatto che ci siano all’interno della Chiesa delle libere espressioni di pensiero, anche divergenti rispetto alla linea del Pontificato, conferma la svolta di Francesco. Per cui è plausibile che ci sia un’opinione pubblica differenziata all’interno della Chiesa.

D. – Potremmo dire che avviare processi significa anche questo, cioè avviare dei dibattiti, più o meno costruttivi …

R. – Sì, senza alcun dubbio. Avviare dei processi significa mettere in moto energie che possono essere positive e negative, ma quando qualcosa si muove si libera un’energia che va accolta per quello che è. Quindi anche le opposizioni hanno un compito importante all’interno di questo processo in corso.

D. – Anche recentemente il Papa ha ricordato che recita ogni giorno la Preghiera del buonumore di San Tommaso Moro. Perché secondo lei gli piace così tanto?

R. – Devo dire che il Papa è sempre di buonumore. Una volta mi ha detto, che da quando è stato eletto non ha mai perso la pace, la consolazione. Ma questa pace e consolazione a volte si trasformano in vero e proprio umorismo; il Papa è in grado di scherzare sulla realtà e su stesso ed essere anche autoironico. Il motivo, forse, è che l’umorismo di fatto fa vedere la realtà da una altro punto di vista. Al Papa piace molto vedere la complessità del reale. L‘umorismo è un modo molto affilato, se vogliamo, di alleggerire le tensioni e far veder la realtà in maniera differente.

(Da Radio Vaticana)

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