IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

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Parte prima

IL SACERDOTE, CREAZIONE DELL’AMORE INFINITO

Risultato immagine per Madre Luisa Margherita Claret de la Touche

CAPITOLO IV

Gesù consola

Il dolore non è stato affatto creato per l’uomo; doveva essere l’eredità soltanto degli angeli ribelli e decaduti che, separandosi dall’Amore eterno con un atto libero e abusivo della loro volontà, si erano votati per sempre a un odio eterno.

Dopo il peccato dell’uomo, quando il progetto divino, realizzato dall’Amore Infinito per la felicità della sua creatura prediletta, fu sconvolto e distrutto, il dolore, infrangendo le sue dighe, si precipitò sull’umanità come un torrente in piena.

L’uomo cominciò allora a soffrire in ogni parte del suo essere. Soffrire nel corpo: il lavoro e le sue fatiche, le intemperie del clima, le molestie delle malattie, gli accidenti improvvisi si unirono per fargli sperimentare la sofferenza. La meravigliosa struttura del suo corpo, la raffinatezza dei suoi organi, la perfezione dei suoi sensi, che dovevano servire a moltiplicare le sue gioie, contribuirono soltanto più, dopo il peccato, a moltiplicare i suoi tormenti. Nessuna delle sue membra, neppure una fibra della sua persona può essere, presto o tardi, risparmiata dal dolore.

Soffri nel suo cuore. Questo strumento armonioso dell’amore, che non doveva risuonare se non sotto il tocco delicato della mano di Dio, si trovò ad essere tormentato dalle mani inesperte delle creature. Le sue corde fragili e melodiose si spezzarono l’una dopo l’altra sotto i colpi dell’ingratitudine, dell’odio, dell’abbandono per gli strappi causati dalla morte, per le tristi infedeltà e le disillusioni amare.

Soffri nella sua anima. Creata a immagine di Dio, era stata dotata di possibilità meravigliose, il cui esercizio pieno e perfetto doveva offrire gioie sublimi. Ma il peccato, gettandovi le sue ombre, paralizzando i suoi slanci, vi fece entrare il dolore. L’intelligenza dell’uomo soffrì la sua impotenza a conoscere, a penetrare i misteri appena intravisti. La sua memoria soffrì il ricordo dei dolori passati o delle gioie perdute. La sua volontà soffrì le proprie ribellioni, incertezze e instabilità. L’uomo soffrì nella sua immaginazione i timori per il futuro; soffrì infine in tutto il suo essere e in ogni tempo della sua vita.

Già nella culla, piangeva; lacrime senza dubbio incoscienti, ma reali. E vagiva con gemiti di pianto. La sua infanzia, la sua adolescenza, la sua maturità ebbero le loro preoccupazioni e i loro lutti. La sua vecchiaia ebbe la solitudine, le infermità e i rimpianti. Poi venne la morte, con l’agonia e l’angoscia e le ultime lacrime, versate già sull’orlo della tomba.

Attraverso i secoli, questo dolore umano salì come un grido disperato verso il cielo, chiamando un Consolatore, perché l’uomo, quando soffre, ha bisogno di essere consolato. è troppo debole per portare da solo il peso del dolore; ha bisogno di un aiuto, di un sostegno; ha bisogno di una mano per asciugare le sue lacrime e per fasciare le sue ferite; di un braccio per essere sorretto, di una voce che lo incoraggi e lo sollevi, di un cuore amico in cui possa rifugiarsi.

Dal seno dell’Amore Infinito un’eco rispose a questo appello, a questa supplica: l’incarnazione del Verbo. Gesù, l’Agnello di Dio, colmo di dolcezza e tenerezza, venne in mezzo alla nostra desolazione. Venne non solo per portare all’uomo ignorante la luce della verità e al peccatore il perdono delle colpe; all’uomo sofferente e solo portò il balsamo celeste della consolazione.

Nessuno meglio del Verbo incarnato poteva essere il consolatore. Abbraccia tutti i dolori e ha tanto amore da poterli alleviare. E’ Dio. Conosce, nella sua intelligenza infinita, ogni minima delicatezza delle sue creature, e sa bene i turbamenti che il peccato vi ha portato. Vede le lotte intime dell’uomo, i suoi dolori più segreti.

E’ Uomo. Ha sperimentato in se stesso tutte le sofferenze dell’umanità. Nella sua Passione, la sua carne, bagnata dal sangue dell’agonia, straziata dalla flagellazione, ferita dalle spine e dai chiodi, ha sofferto il martirio più doloroso. Il suo cuore così ricco di amore è stato spezzato da ingratitudini e gelosie, dall’odio e dall’abbandono. La sua anima ha conosciuto la tristezza e il terrore, torture indicibili e angosce mortali.

Conosce i nostri dolori. E questo illumina le sue parole: « Venite a me, voi tutti che soffrite e che siete oppressi, io vi consolerò ». Cristo chiama i sofferenti di questo mondo, gli addolorati, i disperati; tutti coloro che portano, nel corpo, nel cuore o nell’anima, una ferita sanguinante che deve essere guarita.

Sembra impossibile che possiamo essere consolati: le nostre sofferenze sono troppo numerose, i nostri dolori troppo profondi, fino a sembrare qualche volta senza rimedio. Cristo ci consola con il suo Cuore, in cui l’Amore Infinito si è stabilito, da cui si spandono su di noi le ondate della consolazione di Dio.

Durante la sua vita, abbiamo visto Gesù, tenero come una madre, chinarsi sull’umanità sofferente e versarvi il balsamo che allevia il dolore e guarisce la malattia. E dopo il suo ritorno trionfale nella gloria, quando non può più continuare la sua missione di consolatore in forma umana, non abbandona i suoi; invia lo Spirito Santo, lo Spirito di amore che procede dal Padre e dal Figlio. Cristo stesso consolerà gli uomini attraverso la conoscenza delle verità eterne, attraverso la consacrazione soprannaturale dell’Amore Infinito.

Ma questa azione di consolatore si manifesterà soprattutto attraverso la Chiesa, e nella Chiesa attraverso il prete. La Chiesa e il sacerdozio sono i grandi doni che Cristo consolatore ha fatto al suo popolo. La Chiesa, autenticamente madre, sempre pronta ad asciugare le lacrime; sempre pronta ad accogliere nelle sue braccia, a cullare sul suo cuore i figli che soffrono. Il sacerdote, rappresentante di Gesù, colmo della grazia dello Spirito Santo, che si china, come Gesù, su ogni dolore umano, e su ogni sofferenza versa la consolazione…

Gesù consola la sua gente

Con l’aiuto del Vangelo seguiamo ora Gesù nella sua missione di consolatore. Durante i tre anni della vita pubblica non si accontenta di insegnare e di perdonare i peccatori. Passa, dolcissimo consolatore, in mezzo alle miserie degli uomini, guarendo i corpi sofferenfi, medicando le ferite dei cuori piagati, diffondendo la sua pace, quella pace che supera ogni sentimento e placa ogni dolore.

All’inizio del suo ministero, comincia col trasformare le nostre opinioni sul dolore. Prima di lui, la sofferenza era un’umiliazione e il dolore una vergogna; un corpo ammalato era oggetto di orrore, il gemito dei cuori spezzati non trovava alcun’eco. Ma quando sulla montagna proruppe in questo grido: « Beati i poveri… Beati quelli che piangono… Beati quelli che soffrono… » l’uomo conobbe il valore del dolore. Scoprire questo valore inestimabile; sapere ciò che esso espia, ciò che ottiene, ciò che merita. Qualche giorno di sofferenza sulla terra, confrontato con il peso immenso di gloria che sarà eternamente nostro, è una consolazione. Ci aiuta a guardare in alto: fortifica la nostra volontà, naturalmente debole di fronte alla sofferenza; moltiplica il nostro coraggio con la prospettiva di ricompense immortali.

Per farci vedere fino a che punto il dolore è degno della nostra stima, Gesù lo prende come sua parte d’eredità. Lo sceglie preferendolo ad ogni gioia. Si sottomette, come abbiamo visto, a ogni sofferenza che travaglia la nostra debole umanità. Si fa povero per consolare i poveri; vuol essere respinto e calunniato per incoraggiare quelli che il mondo respinge e perseguita. Soffre volentieri in tutta la sua persona, perché noi lo incontriamo al nostro fianco in ogni nostro dolore. La sua pietà verso i malati è profonda. Non può ascoltare il loro pianto senza esserne commosso, e lo vediamo affrettarsi per rialzarli e guarirli. è per loro che usa la sua potenza di Figlio di Dio. Non allontana nessuno, per quanto umile, miserabile, ripugnante sia. « Tutti coloro che avevano dei malati, afflitti da malattie diverse, li portavano à Gesù. E Gesù, imponendo loro le mani, li guariva ». Si sposta infaticabile da un luogo all’altro, verso chi ha bisogno del suo aiuto. Usa parole piene di dolcezza, trova con delicatezza la parola giusta da dire al malato che si presenta a lui…

Ricco di compassione, ascolta l’umile preghiera dell’ufficiale di Cafarnao, che osa appena sollecitare il Maestro per la guarigione del suo bambino ammalato. Gesù lo vede prostrato dal dolore; gli dice soltanto: « Va’, tuo figlio vive ».

Al paralitico che lo supplica di essere guarito, e che insieme sente il dolore di un passato di peccatore: « Coraggio, figlio mio, i tuoi peccati ti sono perdonati ». La guarigione del corpo non basta a consolare chi soffre anche del ricordo dei suoi errori: bisogna anzitutto rasserenare questa tristezza con il dono del perdono. Un giorno, in mezzo alla folla, Gesù è colpito da una grande tristezza. Una donna si sforza di avvicinarsi a lui, perché pensa: « Se soltanto tocco l’orlo della sua veste, sarò guarita ». Gesù ha compassione; lascia sfuggire da sé qualcosa della sua potenza, ed ecco che l’ammalata si sente esaudita. Turbata da quanto ha osato fare, e ancor più per gli sguardi che la circondano, resta lì immobile e confusa. Ma Gesù trova una parola di consolazione: « Coraggio, figlia mia, la tua fede ti ha salvata ». è stata la fede a portare questa donna in mezzo alla folla. Cristo, che legge nei cuori, lo sa, e con queste sole parole « La tua fede ti ha salvata » la consola delle faticose ricerche che ha dovuto fare per avvicinarsi a lui, delle lunghe attese che ha sopportato nella speranza di incontrare il suo Salvatore.

Un’altra volta, Gesù visita la piscina delle pecore. Numerosi malati sono in attesa del miracoloso movimento delle acque. Fra loro, Cristo ha notato un ammalato con il volto triste e abbattuto. Quest’uomo non chiede nulla. Non supplica dal Maestro né la guarigione né l’elemosina; non sa che il Cristo ha il potere di rendergli la salute. Gesù è spinto dal suo amore verso questo dolore muto, e si rivolge al paralitico: « Vuoi guarire? ». Gesù si china verso questo emarginato; verso colui che nessuno veniva a soccorrere e aiutare. Consolatore, porta la guarigione e la gioia. E quando Cristo incontra persone straziate per la morte di qualche persona cara, condivide quel dolore, si affretta a fare uso della sua onnipotenza per ridare la vita a chi tanto amano.

Giaìro è caduto nella disperazione. La sua unica figlia sta morendo, anzi è già morta. Il suo abbattimento è così profondo, che appena può credere che Gesù nella sua potenza possa rendergli la sua bambina. Lo chiama, tuttavia, e Gesù accorre, ansioso di consolare questo padre addolorato. « Non temere gli dice dolcemente soltanto credi, ed ella sarà salvata ». E la bambina, risuscitata, è resa ai suoi genitori smarriti.

Ma non è ancora abbastanza per l’amore di Gesù. Vuole che essi abbiano la gioia non solo di vedere la propria figlia viva, ma anche in piena salute e in forze. « E ordinò che le fosse portato da mangiare. Così dice il Vangelo furono pieni di ammirazione e di gioia ».

Durante i suoi viaggi, entrando nel villaggio di Naim, Gesù vede una madre in lutto. Segue il funerale del suo unico figlio. Cristo è commosso da questo dolore di una madre, vuole consolarla. Si avvicina alla donna in lacrime: « Non piangere più », le dice, e il giovane, risuscitato dalla parola onnipotente del Maestro, è restituito a sua madre.

Lazzaro è appena morto. Gesù, che lo amava come un amico fedele, è triste. Si addolora, forse, ancor più per Marta e per Maria, che sa abbattute sotto il peso del dolore. Si sente spinto ad andare a consolarle e si incammina alla volta della Giudea, malgrado gli avvertimenti prudenti che lo sconsigliavano di ritornarci. Arrivato a Betania, incontra Marta, e si sforza di risollevare il suo abbattimento ricordandole la vita eterna e l’eterno incontro. Maria, a sua volta, riceve consolazioni soprannaturali; ma la peccatrice convertita, dal cuore così capace di amare, è in quella disperazione di spirito che rifiuta ogni conforto.

Gesù è turbato di fronte a così profondi dolori; piange anche lui, insieme alle sorelle inconsolabili di Lazzaro. Si avvicina al sepolcro, si rivolge al Padre dei cieli, lo prega di esaudirlo ancora: « Padre mio, ti ringrazio di avermi esaudito. Lo sapevo, che mi ascolti sempre. Ma ho parlato così per la gente che mi sta attorno, perché credano che mi hai mandato ». Dopo aver detto questo, grida: « Lazzaro, vieni fuori! ». E subito, quest’uomo, che era morto, esce, i piedi e le mani avvolti dalle bende e il volto coperto dal sudario. « Slegatelo e lasciatelo andare », dice il Salvatore.

Il prete, ambasciatore di Gesù, è chiamato spesso, come lui, a consolare coloro che soffrono per l’infermità e la malattia, a risollevare i cuori abbattuti da dolorose separazioni. Se non può, come Cristo, guarire e risuscitare i corpi, può, con la grazia di Cristo che parla attraverso di lui, consolare molti dolori e asciugare molte lacrime.

La visita dei malati: è una parte magnifica e consolante del ministero del prete. Egli deve farne il suo più dolce sollievo, e andare verso queste immagini viventi del Crocifisso, con tutta la tenerezza del suo cuore. Può diminuire l’intensità delle loro sofferenze, mostrandone il pregio, orientando le speranze dei malati verso i beni eterni. Il prete usi perciò la massima prudenza e la più grande carità per elevare gli uomini a Dio, per far loro comprendere la nullità dei beni di questo mondo e l’illusione delle amicizie vane. Quando il corpo soffre, l’anima è più facilmente vicina a Dio.

Ma nelle consolazioni che distribuisce, il prete sia sempre soprannaturale, e le sue parole, come quelle di Gesù, siano tutte di confidenza e di fede. La fede nelle promesse di Dio, la confidenza nell’amore infinito e misericordioso di Cristo: ecco cosa il prete deve offrire come la migliore, la più solida delle consolazioni, a chi è costretto dalla malattia su un letto di dolore, a chi piange accanto alla salma dei propri cari.

Gesù consola i suoi

è soprattutto con i suoi discepoli, con i suoi apostoli, che Gesù si mostra consolatore.

Un giorno, li vede contristati per il loro piccolo numero e per la loro povertà, inquieti di fronte all’incerto avvenire che si apre davanti a loro. Vuole rassicurarli, e li incoraggia: « Piccolo gregge, non temere, perché il Padre ha voluto darti il suo regno ».

Alle folle, il Maestro predica la verità in tutto il suo rigore; annuncia loro la venuta del Figlio dell’uomo nell’ultimo giorno, e i segni terribili che lo accompagneranno. Ma per i suoi discepoli, ha delle parole di conforto; non vuole lasciarli in preda a una così penosa impressione: « Quando queste cose inizieranno ad accadere, alzate la testa e guardate, perché la vostra liberazione è vicina ».

E quando i tre anni di apostolato di Gesù si avvicinano al loro termine, quando sta per lasciare il mondo per ritornare al Padre, ha compassione dei suoi discepoli, agitati e addolorati per la sua prossima partenza. Cerca di consolarli con le parole più dolci: « Il vostro cuore non si turbi. Voi credete in Dio, credete anche in me ». E « Non vi lascerò orfani: tornerò con voi ». E Gesù inizia ad annunciare loro un aiuto nuovo. Fedele a quelli che si è scelto, continuerà a vivere in loro attraverso la sua grazia, a vivere con loro nell’Eucaristia; ancora, lo Spirito Santo verrà in essi, li riempirà di luce e di forza e continuerà ad istruirli. « Lo Spirito Santo, il Consolatore, che il Padre mio invierà in mio nome, vi insegnerà ogni cosa, e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto ». « Il vostro cuore non si turbi, non abbia paura ». « Se voi rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete al Padre mio e ve lo concederà ». « Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi ». « Quando verrà il Consolatore che vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, vi renderà testimonianza di me » « In verità, vi dico, è conveniente per voi che me ne vada, perché se non me ne vado il Consolatore non verrà a voi; ma se me ne vado, ve lo manderò ».

Durante quest’ultima sera, Cristo riversa le consolazioni più alte e più dolci nel cuore dei suoi discepoli. Mai prima d’ora si è mostrato così tenero, così confidenziale, così familiare. è perché li vede soffrire… Sente i loro cuori, turbati da terrificanti prospettive, sanguinare già ora per questa separazione, la cui ora si avvicina e che sarà preceduta da avvenimenti così dolorosi. Gesù sa bene che la sofferenza è buona per coloro che gli sono cari; ma, come una madre che ama, vuole, con la delicatezza del suo amore, addolcire la tristezza dei suoi discepoli prediletti.

La Passione inizia. Gesù sta per bere il calice dell’amarezza. Lungi dal ripiegarsi su di sé, dimentica se stesso per consolare i suoi. Piegato sotto il peso della croce, trova ancora la forza di incoraggiare le donne che lo seguono da vicino. Appeso al patibolo infame, preda dei dolori più atroci, cerca ancora di consolare quelli che lo circondano con la morte nel cuore. Al ladro pentito, si affretta ad annunciare la gioia che gli ha riservato: « Fatti coraggio sembra che dica la tua sofferenza non sarà lunga; oggi stesso tu sarai con me in Paradiso ».

Vuole consolare la Vergine, sua madre, e Giovanni, il suo discepolo fedele. Li vede immersi in un dolore profondo, agonizzare con lui con lo strazio del pensiero della separazione. Maria dovrà abitare da sola, come una derelitta, senza sposo e senza figlio, senza difesa e senza sostegno? Questo abbandono sarebbe duro, questa solitudine amara. E Giovanni, Giovanni che ha sacrificato a Cristo tutti gli affetti della terra, che ha lasciato tutto per unirsi a lui, dovrà restare senza guida e senza amore? Dovrà privare la sua giovinezza di ogni tenerezza umana? No. Gesù trova per ciascuna di queste due persone che ama un mezzo di addolcire la sofferenza. Le dona l’una all’altra. Maria incontrerà un altro figlio in Giovanni. Giovanni potrà portare su Maria quell’affetto filiale e puro che aveva per Gesù. Tutti e due saranno uno nell’amore di Cristo; tutti e due si consoleranno nel suo ricordo gioioso, lavorando a diffondere la sua dottrina, a farlo conoscere e amare.

Gesù, scomparendo al nostro sguardo, non ci ha lasciati orfani. Ha inviato alla Chiesa lo Spirito Santo e ha formato, per continuare sulla terra la sua missione di Consolatore, il prete, quest’altro se stesso, nel cuore del quale ha fatto passare il suo Cuore.

è magnifica questa missione del sacerdote. è dolce, ma è difficile e delicata. Per compierla degnamente, bisogna che egli conosca le sofferenze dei suoi fratelli; che si sforzi di comprendere i dolori più profondi, quelli che dopo il peccato hanno invaso l’umanità, e che sono sovente tanto più penosi quanto più sono intimi e segreti. L’anima e il cuore dell’uomo sono due strumenti pieni d’armonia; ma fragili e delicati. La mano che li suona deve essere leggera, eppure sicura e senza maldestre esitazioni. Sia che si tratti dei tormenti del cuore, o delle torture dell’anima, è necessario al prete che consola un discernimento perfetto. Le anime sono molto diverse: la stessa prova, lo stesso dolore non produce, in ciascuna di loro, lo stesso tipo di sofferenza; ad ogni anima, ad ogni ferita è necessaria una consolazione differente.

La conoscenza dei dolori umani attraverso l’intelligenza non è sempre sufficiente al prete per essere un consolatore efficace. La consolazione deve giungere al cuore sofferente; e deve partire da un cuore che sa compatire. Il prete deve formare il suo cuore sul modello di quello di Gesù. Deve far parte con lui di tutti i suoi sentimenti di compassione e di dedizione a Dio.

Il prete che consola deve essere, come Gesù, colmo di bontà, di pazienza, di dolcezza. L’altezza, la purezza dei suoi sentimenti gli fanno cogliere, con tatto squisito, tutti i dolori che gli sono confidati. Come Cristo, ama chinarsi su di loro. La sua missione è di asciugare le lacrime, di riportare la pace nelle anime turbate, di offrire la gioia di Dio a chi è triste e abbattuto.

Abbiamo detto « la gioia di Dio », perché bisogna che il prete si guardi bene dall’offrire consolazioni soltanto umane. Le verità che predica vengono da Dio; la parola che rivolge agli uomini è la stessa parola di Dio; le consolazioni che offre devono essere quelle che nascono dall’amore di Gesù. Amore infinitamente buono e pronto alla compassione, ma anche sovranamente forte e ancorato in Dio.

Il prete deve stare attento soprattutto a questo: innalzare gli uomini, farli salire nel momento della prova, impedire loro di ripiegarsi su se stessi. Il dolore è un bagno salutare e fortificante che tempra gli uomini e li purifica; ma non bisogna che consolazioni soltanto umane o parole sdolcinate vengano a distruggere la sua azione benefica.

Cristo, nella parabola del Buon Samaritano, sembra indicarci l’aiuto pieno di carità, dolce e forte al tempo stesso, che il prete deve offrire a chi, ferito nel profondo di sé, incontra sulla sua strada. Sulla strada che va da Gerusalemme a Gerico, un uomo è steso a terra, nudo e ferito, privo di forze e di soccorso. I viaggiatori che gli passano accanto e lo vedono in questo stato pietoso, restano indifferenti, e si allontanano senza neppure uno sguardo di pietà, una parola di conforto. Un Samaritano, a sua volta, arriva; si commuove, ha compassione. Subito si avvicina al ferito, fascia con cura le sue ferite e vi versa del balsamo e del vino. Poi, sollevandolo fra le sue braccia, con precauzione, delicatamente, lo carica sulla sua cavalcatura e lo accompagna alla più vicina locanda. Là, gli prodiga le sue cure e, costretto a partire l’indomani, lo affida a persone caritatevoli e provvede alle sue necessità.

Il prete, questo degno continuatore dell’opera di Cristo, quando incontra il dolore sulla sua strada non gira l’angolo. è troppo buono, troppo simile al suo Maestro per non essere colpito dalle disgrazie dei suoi fratelli. Si avvicina, si piega su quest’uomo spogliato di ogni affetto, su quest’anima ferita dalle lotte della vita. Lega con le fasce della più tenera carità queste ferite sanguinanti; versa su di loro balsamo e vino: la dolcezza della sua compassione e la forza potente della fede. Rialza con l’ardore della sua disponibilità quest’uomo indebolito e, dolcemente, lo accompagna verso Dio. Lo fa entrare a poco a poco nelle dimore della Carità del Padre dove il medico del cielo penserà lui, con il balsamo del suo amore infinito, a curare le ferite della sua creatura più amata.

E’ questa la missione del prete che consola, missione di misericordia e di amore. In lui, è Cristo che continua a passare per le strade facendo del bene, versando i tesori dell’amore di Dio, la sovrabbondanza della sua anima penetrata dall’amore infinito, su tutto ciò che geme e soffre. L’unione profonda all’amore di Cristo, la dipendenza assoluta dalle mozioni dello Spirito Santo, faranno del prete quel perfetto consolatore che l’umanità sofferente invoca, e di cui essa ha bisogno per continuare senza indebolirsi il cammino della vita.

Spirito Santo, divino consolatore, inviato da Cristo alla nostra desolazione, riempi il cuore della tua Chiesa, il sacerdozio, del fuoco della tua carità. Gli uomini gemono sotto il peso delle sofferenze; hanno bisogno, per continuare il cammino verso l’eternità attraverso le ombre del dolore, di essere guidati, sostenuti, consolati.

Spirito, Amore sostanziale del Padre e del Figlio, effondi sui sacerdoti l’abbondanza dei tuoi doni. Versa nei loro cuori i sentimenti della compassione, della tenerezza che riempiva il cuore di Gesù, perché, illuminati da te, penetrati dalla carità del Cristo, possano offrire al mondo, attraverso un rinnovamento di fede e di amore, la consolazione a ogni sofferenza, e calmare ogni dolore. Amen.

Fonte: http://preghiereagesuemaria.it/libri/il%20sacro%20cuore%20e%20il%20sacerdozio.htm

 

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