IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

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PARTE SECONDA

LE VIRTU’ SACERDOTALI DEL CUORE DI CRISTO

Risultato immagine per Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

CAPITOLO III

Il dono di sé

Venendo nel mondo, il Verbo incarnato ha detto al Padre: « Non ti sono graditi olocausti e sacrifici, ma mi hai dato un corpo… ». Un corpo, un cuore, un’anima umana: eccoli, te li offro; li dono alla tua gloria; li dono per la salvezza dei miei fratelli.

L’intera vita di Gesù è stata un’ininterrotta donazione. Ha dimenticato totalmente se stesso e ha dato tutto, senza escludere nulla. Ha dato il suo lavoro e il suo riposo, il suo tempo e le sue forze. Ha fatto dono totale della sua vita, e prima d’offrirla sul Calvario, l’ha consumata a poco a poco in un dono continuo. Ha dato il suo cuore ai suoi fratelli: ecco il segreto. « Ha amato e si dato ». Gesù ha unito in sé il sacerdote e il sacrificatore alla vittima. Come Sacerdote, non ha offerto altre vittime, donandosi e votandosi totalmente, è stato sacrificato. Ma non è un altro sacerdote che lo ha immolato: si è sacrificato. Veramente Gesù è insieme Sacerdote e Vittima, Sacerdote eterno e Vittima eterna per un sacrificio senza fine.Cristo vuole in tutto simili a sé quelli che ha chiamato a seguirlo ai vertici del sacerdozio. Il sigillo con cui li segna li rende partecipi della sua condizione. Sono sacerdoti con Gesùsacerdote; con Gesùvittima, sono vittime. Sono chiamati, certo raramente, ad andare con Gesù fino al culmine del sacrificio, a mischiare davvero il loro sangue al suo. è un’immolazione mistica, come l’immolazione dell’Eucaristia, quella che è chiesta loro; ma è anche un’immolazione visibile: il dono di sé, la disponibilità.

Cristo ha dato il suo lavoro e il suo riposo. Fin dall’inizio della vita pubblica, lo vediamo che predica di città in città, di villaggio in villaggio, la buona novella; insegnando nelle sinagoghe, guarendo i malati, consolando quelli che soffrono. Le sue giornate non gli appartengono: sono a disposizione di tutti. Passa da un luogo all’altro, da una infermità all’altra, da un dolore all’altro, sempre pronto a consolare. Le sue notti non gli appartengono di più: quelle che non consacra all’adorazione del Padre o all’intercessione per i peccatori, le passa a conversare con dei discepoli segreti. Offre veramente tutto il suo tempo e tutte le sue forze. Senza riguardi per la debolezza del corpo, è sempre pronto al lavoro e al sacrificio. Molte notti passano senza riposo, molte volte mangia in fretta, molte giornate trascorrono senza un attimo di respiro. A volte sono marce faticose sotto il sole ardente, altre volte è la stanchezza in mezzo alla folla che preme da ogni parte. La sua disponibilità non arretra di fronte a nulla: calunnie, disonore, ingiurie, ingratitudine di quelli che colma di beni. Si dà, si esaurisce, annienta se stesso in una donazione totale.

Anche il prete di Cristo deve offrirsi ai suoi fratelli, e al Padre: non è prete per sé. Con l’ordinazione, diviene come Gesù e con Gesù il bene di tutti; diviene la vittima offerta al Padre per i peccati del popolo. Tutto ciò che è suo è di Dio, tutto ciò che è in lui è per gli uomini. Il suo lavoro, il suo riposo, il suo tempo, le sue forze, la sua stessa vita non sono suoi: tutto è dato, tutto è offerto.

L’aveva ben capito quel prete secondo il cuore di Dio che rispondeva così a quelli che lo rimproveravano per la sua disponibilità eccessiva: « A cosa serve un prete se non si consuma? ». A cosa serve il grappolo d’uva se rimane intero, con gli acini intatti? Se il succo non è spremuto, il vino non può riempire la coppa. A cosa serve il prete se non è interamente offerto? Se non è, in qualche misura, svuotato di se stesso, Dio non ha il suo calice, e gli uomini non sono dissetati.

Gesù ha lasciato tutto generosamente. Verbo di Dio, ha lasciato le altezze del cielo, il riposo nel seno del Padre, la pace della beatitudine senza fine. Ha lasciato tutto questo per prendere la forma del servo, per chiudersi nella debolezza e nell’infermità di un corpo mortale. Uomo, ha rinunciato alle gioie di una famiglia, alla tranquilla sicurezza di una vita laboriosa e nascosta. Ha abbandonato tutto per una vita di rinuncia e di sacrificio, piena di incertezze e di angosce, di sofferenze e privazioni. Non ha cercato la propria gloria; lasciando la gloria risalire verso il Padre, ha tenuto per sé soltanto la sofferenza e l’umiliazione.

Alla sequela di Gesù, gli apostoli, i suoi primi sacerdoti, hanno abbandonato tutto. Pietro poteva dire sinceramente a Gesù: « A noi che abbiamo lasciato tutto per seguirti, cosa succederà? ». Il prete deve lasciare tutto; non che sia obbligato a lasciare materialmente ogni cosa, ma il suo affetto non può essere legato a nulla di terreno. Non per questo deve spezzare i legami della famiglia e dell’amicizia: Gesù non ha amato meno Maria, sua madre, per la sua donazione totale; è stato amico di Marta e Maria e di Lazzaro. Ha permesso a Giovanni, che amava, di riposare sul suo cuore. Questi legami, che Gesù ha benedetto, non sono terreni.

Ciò che il prete deve spezzare, sono quei legami umani che lo trattengono nella disponibilità. Rinneghi se stesso, le sue ambizioni, le sue inclinazioni al riposo, i punti di vista personali, le soddisfazioni puramente umane; tutto ciò che è dell’uomo carnale e mondano e tutto ciò che è della terra; tutto ciò che rimpicciolisce e abbassa.

Faccia degli uomini la sua famiglia, e vi si consacri completamente. Apra il suo cuore, lo colmi dei sentimenti di Cristo. Si offra, rinunci a se stesso, si dimentichi di sé. Si sacrifichi con Gesù sacrificato. Sia il pane delle anime con Gesù Eucaristia.

Fonte:http://preghiereagesuemaria.it/libri/il%20sacro%20cuore%20e%20il%20sacerdozio.htm

 

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