Archive for ottobre 2017

Lectio Divina: Grazia

31 ottobre 2017

Risultato immagine per maria, piena di grazia

Ti saluto, o piena di grazia (Lc 1,28)

11 febbraio 1858: presso Massabielle, un anfratto roccioso alla periferia di Lourdes, lungo il fiume Gave, Bemardetta Soubirous, umile ragazza di 14 anni, scorge una “bella Signora”: «Vidi attorno ad una grotta che i rami di un cespuglio si agitavano fortemente come per un forte vento, quando tutto all’intorno regnava la quiete. Contemporaneamente all’interno della cavità rocciosa uscì una nube d’oro luminosa e una bianca Signora, giovane e bella di cui non vidi l’eguale, venne a collocarsi sull’apertura, sopra il cespuglio. Mi guardò. Mi salutò con leggero inchino… Mi sorrideva con molta grazia e m’invitava più vicino. Io continuavo nella mia paura sebbene tanto diversa da quelle solite, tanto che sarei rimasta sempre lì ad ammirarla. Mentre pregavo l’osservavo più che potevo. Aveva l’aspetto di una giovanetta di sedici, diciassette anni. L’abito bianco fino ai piedi e stretto al collo. Il nastro azzurro dei fianchi le scendeva davanti, pure fino ai piedi. Un velo bianco le copriva il capo lasciando apparire pochi capelli e ricadeva dietro le spalle, lungo le braccia quasi fino all’estremità della veste…La Signora, viva e circondata di luce, finito il Rosario mi salutò sorridendo».

La incontrerà per ben 18 volte in quell’anno. Vivrà fino alla morte, che la coglierà a 35 anni, con la nostalgia di rivederne l’indimenticabile volto.
Il 25 marzo la Signora, «più bella che mai», svelerà in dialetto locale il suo nome alla veggente quasi analfabeta: « Io sono l’Immacolata Concezione».
Maria è la «donna vestita di sole» (Ap 12, 1) fulgente di bellezza, l’eccelsa figlia di Sion, l’arca dell’alleanza penetrata da Dio stesso, la «piena di grazia» (Lc 1, 28), lettera stupenda scritta del dito del Dio vivente e consegnata agli uomini (cf. 2 Cor 3,2-3).
«La lettera vivente di Dio che è Maria, comincia con una parola cosi vasta da racchiudere in sé, come un seme, tutta quanta la vita di lei. E la parola grazia. Entrando da lei, l’angelo disse: “Rallegrati piena di grazia”, e di nuovo: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia” (Lc 1,28.30).

L’angelo, nel salutarla, non chiama Maria per nome, ma la chiama semplicemente “piena di grazia” o “ricolmata di grazia” (kecharitomene); non dice: “Rallegrati, Maria”, ma dice: “Rallegrati, piena di grazia”.
Nella grazia è l’identità più profonda di Maria. Maria è colei che è “cara” a Dio (“caro”, come “carità” derivano dalla stessa radice di charis, che significa grazia!)… Maria è cosi la proclamazione vivente, concreta, che all’inizio di tutto, nei rapporti tra Dio e le creature, c’è la grazia. La grazia è il terreno ed il luogo in cui la creatura può incontrare il suo Creatore».(R. Cantalamessa,) La Chiesa chiama la Madonna “tota pulchra” con le parole del Cantico: «Come sei bella, amica mia, come sei bella.
Tutta bella tu sei, amica mia,
iin tè nessuna macchia» (Ct 4,1.7).

Maria è piena del favore divino, della presenza di Dio, il Signore è con lei più che in ogni altra creatura (cf. Lc 1, 28). Dio non le ha dato solo il suo favore, ma tutto se stesso nel proprio Figlio.
Ella risplende di quella bellezza che chiamiamo santità. Per la grazia divina, incontaminata che la ricolma, la santa Vergine si pone al di sopra di tutte le creature angeliche e terrestri. Dalla Chiesa latina è invocata col titolo di ” Immacolata”, da quella ortodossa col titolo di “Tutta santa” (Panaghia), per esprimere in lei l’assenza di ogni peccato anche di quello originale e in positivo per sottolineare nella sua persona la presenza di tutte le virtù in uno splendore straordinario.
Preservata da ogni macchia di peccato, rimane in eterno specchio terso della bellezza di Dio. Maria è«più giovane del peccato, più giovane della razza da cui è uscita» (G. Bemanos, Diario di un curato di campagna). Per questo la sua è una bellezza perenne, straordinaria, sconosciuta al mondo, assolutamente nuova.

Con la sua presenza di grazia si pone come immagine di novità, punto di riferimento e insieme segno di contraddizione per questi tempi confusi, pazzescamente assetati di bellezza e cosi stranamente contrassegnati dai risvolti negativi del peccato. La nostra epoca vuole bellezza, la persegue forsennatamente in tutte le maniere e… a ragione. L’uomo è fatto da Dio per la bellezza: si tratta di un’esigenza radicata nella sua natura. Ma per quale bellezza? Bellezza superficiale, apparente; o bellezza interiore, profonda? «Ai nostri giorni la cura del corpo non è più in vista di una fruizione estetica, come nell’antica Grecia, o di un piacere riservato a pochi, come nell’antica Roma. E diventato un fenomeno di massa.

Che cosa non si fa oggi per il benessere del corpo! Si può parlare addirittura di una sorta di ossessione per il corpo. Cammino per le strade e mi sento guardare da grandi manifesti e pubblicità mirate che mi promettono lo “star bene”; nelle farmacie, prodotti di ogni tipo per migliorare il tono, il rendimento, per ridare giovinezza; nelle edicole, riviste specializzate per la salute, la buona forma, la linea, lafitness. In continuo aumento il numero di palestre, di beauty center, sale e “oasi” per il relax e la meditazione profonda; nei negozi sportivi, accessori per jogging, tute ultimissime modello, costosi completi per i più diversi esercizi ginnici. Perché tutto ciò fa bene» (C. M. Martini).

Eppure, per paradosso, mai come nella nostra epoca che esalta fino al parossismo la corporeità, si è giunti ad una degradazione così umiliante del corpo stesso!
«Per quanto moltitudini di contemporanei si preoccupino ossessivamente della propria salute, finiscono per disprezzare di fatto la dignità ed il valore del corpo: tacitano le sue esigenze con meschini piaceri a pagamento ed eliminano le sue sofferenze attraverso calmanti e droghe disponibili su scala industriale. L’alternativa pare una sola: o ci si asservisce al corpo, sprofondando nell’ingordigia più grossolana, o lo si considera nemico al momento del dolore. La relazione dell’uomo con il suo corpo è andata via via disumanizzandosi, e la smania pianificatrice della nostra epoca sembra dare ragione alla boutade di Paul Valery: “Si direbbe che l’intelligenza sia la facoltà dell’anima meno capace di comprendere il corpo” » (G. Torello, Dalle mura di Gerico).

(more…)

Annunci

Vangelo (Mt 5,1-12a) del giorno dalle letture della Messa (Mercoledì 1 Novembre 2017) con commento comunitario

31 ottobre 2017

TUTTI I SANTI – SOLENNITA’

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,1-12a)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Questo è il Vangelo dell’1 Novembre, quello del 31 Ottobre lo potete trovare qualche post più sotto.

LETTERA ENCICLICA DEUS CARITAS EST DEL SOMMO PONTEFICE BENEDETTO XVI AI VESCOVI AI PRESBITERI E AI DIACONI ALLE PERSONE CONSACRATE E A TUTTI I FEDELI LAICI SULL’AMORE CRISTIANO

30 ottobre 2017

SECONDA PARTE
CARITAS
L’ESERCIZIO DELL’AMORE
DA PARTE DELLA CHIESA
QUALE « COMUNITÀ D’AMORE

La carità della Chiesa come manifestazione dell’amore trinitario

19. « Se vedi la carità, vedi la Trinità » scriveva sant’Agostino [11]. Nelle riflessioni che precedono, abbiamo potuto fissare il nostro sguardo sul Trafitto (cfr Gv 19, 37; Zc 12, 10), riconoscendo il disegno del Padre che, mosso dall’amore (cfr Gv 3, 16), ha inviato il Figlio unigenito nel mondo per redimere l’uomo. Morendo sulla croce, Gesù — come riferisce l’evangelista — « emise lo spirito » (cfr Gv 19, 30), preludio di quel dono dello Spirito Santo che Egli avrebbe realizzato dopo la risurrezione (cfr Gv 20, 22). Si sarebbe attuata così la promessa dei « fiumi di acqua viva » che, grazie all’effusione dello Spirito, sarebbero sgorgati dal cuore dei credenti (cfr Gv 7, 38-39). Lo Spirito, infatti, è quella potenza interiore che armonizza il loro cuore col cuore di Cristo e li muove ad amare i fratelli come li ha amati Lui, quando si è curvato a lavare i piedi dei discepoli (cfr Gv 13, 1-13) e soprattutto quando ha donato la sua vita per tutti (cfr Gv 13, 1; 15, 13).

Lo Spirito è anche forza che trasforma il cuore della Comunità ecclesiale, affinché sia nel mondo testimone dell’amore del Padre, che vuole fare dell’umanità, nel suo Figlio, un’unica famiglia. Tutta l’attività della Chiesa è espressione di un amore che cerca il bene integrale dell’uomo: cerca la sua evangelizzazione mediante la Parola e i Sacramenti, impresa tante volte eroica nelle sue realizzazioni storiche; e cerca la sua promozione nei vari ambiti della vita e dell’attività umana. Amore è pertanto il servizio che la Chiesa svolge per venire costantemente incontro alle sofferenze e ai bisogni, anche materiali, degli uomini. È su questo aspetto, su questo servizio della carità, che desidero soffermarmi in questa seconda parte dell’Enciclica.

(more…)

IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

30 ottobre 2017

PARTE QUARTA
ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO


ELEVAZIONE 4
La Carità di Dio

“Radicati e fondati nella carità siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità…”

“Radicati e fondati nella carità siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità…”

La Carità di Dio, immensa, infinita, non poteva essere misurata dall’occhio umano, dallo sguardo dell’anima. Allora l’EssereAmore ha in qualche modo condensato questa Carità e, nel Cuore del Verbo Incarnato, l’ha resa visibile.

Gli esseri creati hanno potuto vedere in questo Cuore creato, ma degno d’adorazione e divino, l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’Amore Infinito.

Ampiezza: è Dio che abbraccia la moltitudine degli esseri. Non c’è una sola creatura che l’Amore Infinito non stringa fra le sue braccia; nessuna che egli non abbia voluta, guardata, amata; nessuna che non abbia dotata e provvista di tutto ciò che costituisce la sua forma e la sua esistenza.

Anzitutto l’angelo, creatura pura, spirito immateriale, fiamma di fuoco vivo. L’uomo, che unisce in sé l’anima immortale, intelligente, ragionevole, libera alla forma materiale di un corpo di carne; creatura ammirevole, che avvolge, con un velo passibile e mortale, un’anima spirituale, luce creata, vivificata dalla vita di Dio.

Poi l’animale, che cresce e si moltiplica sotto la benedizione di Dio ed è guidato con sicurezza dall’istinto verso il suo fine. L’albero delle foreste che avverte ad ogni primavera una linfa di vita salire nel suo tronco secolare, ed effondersi in verdi gemme; l’erba dei campi, che ondeggia sotto il vento, e fiorisce per la gloria del suo Creatore. Più in basso, i corpi inerti, che ricevono dal Principio divino la loro forma e il loro splendore.

Lunghezza: è la durata senza limite di questo Amore. Un giorno, le creature hanno iniziato a ricevere l’amore di Dio, e fu il giorno della creazione; ma, in Dio, l’amore per le creature non ha avuto inizio. Portava la loro idea in se stesso dall’eternità. Le amava, quindi, ben prima d’averle create. Le ha amate da quando le ha concepite nel suo pensiero. Ma le ha concepite un giorno? O non ha portato il loro ideale in se stesso fin da quando è stato Dio? E quando ha cominciato ad essere Dio?… Dall’eternità, senza inizio, l’Amore Infinito ha dunque avvolto le sue creature… Smetterà un giorno di amarle? Mai! L’amore in Dio è immutabile e senza vicissitudini. Ciò che ha amato una volta, lo ama sempre, e se qualche volta colpisce e sembra distruggere, è sempre l’amore che lo guida. Ha amato dall’eternità. Amerà fino all’eternità.

Lunghezza. Chi misurerà la lunghezza di questo Amore Infinito? Chi gli darà un inizio e un limite?… Lunghezza!… Ha sempre amato, amerà sempre, in eterno!

(more…)

AGOSTINO DI IPPONA Confessioni, Libro nono DA MILANO A OSTIA

30 ottobre 2017

A Ostia, durante il ritorno in Africa (Prima Parte)
Educazione di Monica

8. 17. Tu, che fai abitare in una casa i cuori unanimi, associasti alla nostra comitiva anche Evodio, un giovane nativo del nostro stesso municipio. Agente nell’amministrazione imperiale, si era rivolto a te prima di noi, aveva ricevuto il battesimo e quindi abbandonato il servizio del secolo per porsi al tuo. Stavamo sempre insieme e avevamo fatto il santo proposito di abitare insieme anche per l’avvenire. In cerca anzi di un luogo ove meglio operare servendoti, prendemmo congiuntamente la via del ritorno verso l’Africa. Senonché presso Ostia Tiberina mia madre morì. Tralascio molti avvenimenti per la molta fretta che mi pervade. Accogli la mia confessione e i miei ringraziamenti, Dio mio, per innumerevoli fatti, che pure taccio. Ma non tralascerò i pensieri che partorisce la mia anima al ricordo di quella tua serva, che mi partorì con la carne a questa vita temporale e col cuore alla vita eterna. Non discorrerò per questo di doni suoi, ma di doni tuoi a lei, che non si era fatta da sé sola, né da sé sola educata. Tu la creasti senza che neppure il padre e la madre sapessero quale figlia avrebbero avuto; e l’ammaestrò nel tuo timore la verga del tuo Cristo, ossia la disciplina del tuo Unigenito, in una casa di credenti, membro sano della tua Chiesa. Più che le premure della madre per la sua educazione, ella soleva esaltare quelle di una fantesca decrepita, che aveva portato suo padre in fasce sul dorso, ove le fanciulle appena grandicelle usano portare i piccini. Questo precedente, insieme all’età avanzata e alla condotta irreprensibile, le avevano guadagnato non poco rispetto da parte dei padroni in quella casa cristiana. Quindi le fu affidata l’educazione delle figliuole dei padroni, cui attendeva diligentemente, energica nel punire all’occorrenza con ben ispirata severità e piena di buon senso nell’ammaestrare. Ad esempio, fuori delle ore in cui pasteggiavano a tavola, molto parcamente, con i genitori, non le lasciava bere nemmeno l’acqua, anche se fossero riarse dalla sete. Mirava così a prevenire una brutta abitudine e aggiungeva con saggia parola: “Ora bevete acqua, perché non disponete di vino; ma una volta sposate e divenute padrone di dispense e cantine, l’acqua vi parrà insipida, ma il vezzo di bere s’imporrà”. Con questo genere di precetti e con autorità di comando teneva a freno l’ingordigia di un’età ancora tenera e uniformava la stessa sete delle fanciulle alla regola della modestia, fino a rendere per loro nemmeno gradevole ciò che non era onorevole.

Monica corretta dal vizio di bere
8. 18. Tuttavia si era insinuato in mia madre, secondo che a me, suo figlio, la tua serva raccontava, si era insinuato il gusto del vino. Quando i genitori, che la credevano una fanciulla sobria, la mandavano ad attingere il vino secondo l’usanza, essa, affondato il boccale dall’apertura superiore della tina, prima di versare il liquido puro nel fiaschetto, ne sorbiva un poco a fior di labbra. Di più non riusciva senza provarne disgusto, poiché non vi era spinta minimamente dalla golosità del vino, bensì da una smania indefinibile, propria dell’età esuberante, che esplode in qualche gherminella e che solo la mano pesante degli anziani reprime di solito negli animi dei fanciulli. Così, aggiungendo ogni giorno un piccolo sorso al primo, come è vero che a trascurare le piccole cose si finisce col cadere, sprofondò in quel vezzo al punto che ormai tracannava avidamente coppette quasi colme di vino puro. Dov’era finita la sagace vecchierella, con i suoi energici divieti? Ma quale rimedio poteva darsi contro una malattia occulta, se non la vigile presenza su di noi della tua medicina, Signore? Assenti il padre, la madre, le nutrici, tu eri presente, il Creatore, che ci chiami, che pure attraverso le gerarchie umane operi qualche bene per la salute delle anime. In quel caso come operasti, Dio mio? donde traesti il rimedio, donde la salute? Non ricavasti da un’altra anima un duro e acuminato insulto, che come ferro guaritore uscito dalle tue riserve occulte troncò la cancrena con un colpo solo? L’ancella che accompagnava abitualmente mia madre alla tina, durante il litigio, come avviene, a tu per tu con la piccola padrona, le rinfacciò il suo vizio, chiamandola con l’epiteto davvero offensivo di beona. Fu per la fanciulla una frustata. Riconobbe l’orrore della propria consuetudine, la riprovò sull’istante e se ne spogliò. Come gli amici corrompono con le adulazioni, così i nemici per lo più correggono con le offese, e tu non li ripaghi dell’opera che compi per mezzo loro, ma dell’intenzione che ebbero per conto loro. La fantesca nella sua ira desiderò esasperare la piccola padrona, non guarirla, e agì mentre erano sole perché si trovavano sole dove e quando scoppiò il litigio, oppure perché non voleva rischiare di scapitarne anch’essa per aver tardato tanto a rivelare il fatto. Ma tu, Signore, reggitore di ogni cosa in cielo e in terra, che volgi ai tuoi fini le acque profonde del torrente, il torbido ma ordinato flusso dei secoli, mediante l’insania stessa di un’anima ne risanasti un’altra. La considerazione di questo episodio induca chiunque a non attribuire al proprio potere il ravvedimento provocato dalle sue parole in un estraneo che vuole far ravvedere.

(more…)

Vangelo (Lc 13,18-21) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 31 Ottobre 2017) con commento comunitario

30 ottobre 2017

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 13,18-21)

In quel tempo, diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».

E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».

Questo è il Vangelo del 31 Ottobre, quello del 30 Ottobre lo potete trovare qualche post più sotto.

Lectio Divina: Ha Creduto

29 ottobre 2017

Risultato immagine per beata colei che ha creduto

“Beata colei che ha creduto” (Lc 1,45)

II Trattato della vera devozione a Maria di San Luigi Maria di Montfort con le sue circa 300 edizioni in 30 lingue, va annoverato tra i libri più universalmente conosciuti e amati del cattolicesimo contemporaneo; ha plasmato nella fede e nell’amore a Cristo generazioni di cristiani, ha forgiato apostoli del regno di Cristo, tra cui Karol Woityla l’operaio polacco della fabbrica di Solvay famoso per aver sporcato di soda quel libretto a forza di rileggerlo e sfogliarlo.

L’illustre autore francese, riassumendo nella parte finale il contenuto dell’opera, ricorda che l’espressione della più vera devozione alla Madre di Dio consiste nel «compiere le proprie azioni “con Maria”. Bisogna cioè levare gli occhi a Maria come al modello di ogni virtù e perfezione, plasmato espressamente dallo Spirito Santo perché le nostre deboli forze potessero imitarlo. In ogni azione, dunque, occorre chiedersi quale sia stato o quale sarebbe l’atteggiamento di Maria nelle nostre stesse circostanze. A tal fine bisogna studiare e meditare le grandi virtù da lei esercitate nel corso della vita terrena.

Fra tutte queste virtù spicca in modo particolare la “fede viva” per cui credette senza esitare alla parola dell’Angelo e credette fedelmente e costantemente fino ai piedi della croce sul Calvario».
Maria di Nazareth è grande agli occhi di Dio e delle generazioni cristiane prima e sopra ogni altra cosa per la sua fede (cf. Lc 1,48).

La cugina Elisabetta risponde al saluto di Maria venuta a farle visita dopo l’annuncio dell’angelo, riconoscendo e proclamando per impulso dello Spirito Santo la verità su quell’umile vergine: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (Lc 1,45). Maria è entrata nel mistero di Cristo perché ha creduto, si è totalmente abbandonata alla volontà di Dio, si è fidata di Lui perdutamente: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38).
«Probabilmente sono le parole più belle della Scrittura. È certamente cosa temeraria pretendere di captare e portare alla luce la carica di profondità contenuta in esse.

“Sono la serva”. La serva non ha diritti. I diritti della serva sono posti nelle mani del suo Signore. Alla serva non tocca prendere iniziative, bensì accettare le decisioni del Signore. Sono una “povera di Dio”. Sono la creatura più povera della terra, e quindi la creatura più libera del mondo. Non ho una volontà mia. La volontà del mio Signore è la mia volontà e la volontà di tutti voi è la mia volontà; sono la serva di tutti: in che posso servirvi? Sono la Signora del mondo, perché sono la serva del mondo.

“Avvenga di me”: anche grammaticalmente, Maria usa la forma passiva. Con questa dichiarazione la Madre si offre in possesso libero e disponibile. E dimostra, in tale modo, una tremenda fiducia, un abbandono audace e temerario nelle mani del Padre, accettando tutti i rischi, sottomettendosi a tutti gli eventi e congiunture che il futuro potrà arrecare.

Nel fiat! è racchiuso molto… vi palpitano una consacrazione universale, un donarsi senza riserve e senza limiti, un accettare con le braccia levate in alto qualsiasi evento, anche inaspettato, voluto o permesso dal Padre».
Risposta generosa.
Abbandono audace.
Obbedienza della fede.

Ecco le qualità essenziali della «benedetta fra le donne» (Lc 1, 42), della «serva del Signore» (Lc 1,38) interamente soggetta alla divina volontà, «più felice di ricevere la fede di Cristo che di concepire la carne di Cristo» (San Agostino).
«A Dio che rivela è dovuta “l’obbedienza della fede” (Rm 16, 26; cf. Rm 1, 5; 2 Cor 10, 5-6), per la quale l’uomo si abbandona a Dio tutto intero liberamente”, come insegna il Concilio. Questa descrizione della fede trovò una perfetta attuazione in Maria. Il momento “decisivo” fu l’annunciazione, e le stesse parole di Elisabetta: “E beata colei che ha creduto” si riferiscono in primo luogo proprio a questo momento.

Nell’annunciazione, infatti, Maria si è abbandonata a Dio completamente, manifestando “l’obbedienza della fede” a colui che le parlava mediante il suo messaggero e prestando “il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà”. Ha risposto, dunque, con tutto il suo “io” umano, femminile, ed in tale risposta di fede erano contenute una perfetta cooperazione con “la grazia di Dio che previene e soccorre” e una perfetta disponibilità all’azione dello Spirito Santo, il quale “perfeziona continuamente la fede mediante i suoi doni”.

Questo fìat di Maria – “avvenga di me” – ha deciso dal lato umano il compimento del mistero divino. C’è una piena consonanza con le parole del Figlio, che secondo la Lettera agli Ebrei, entrando nel mondo, dice al Padre: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato… Ecco, io vengo… per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10, 5-7)» (Giovanni Paolo II, enc. Redemptoris Mater).

In Maria la fede non è rimasta una nozione, una cognizione superficiale, un’adesione di facciata; è divenuta invece obbedienza fattiva, estrema concretezza. La vergine di Nazareth si è giocata completamente per Dio, si è affidata perdutamente alla divina Parola, si è trasformata in offerta viva alla volontà del Padre. Dio le ha chiesto tutto, letteralmente tutto: mente, cuore, forze, intelligenza, volontà, vita; e la schiava del Signore nell’obbedienza della fede, nella disponibilità dell’abbandono, si è consegnata in pienezza al disegno dell’Altissimo, ha dato assolutamente tutto e senza possibilità di ritorno.

Fortunata Maria, la donna del sì incondizionato a Dio!
Ma pure «beati noi, perché lei ha creduto!» (K. Rahner) La vita, la luce, la grazia ci è venuta per la sua adesione fiduciosa alla volontà del Padre di ogni bene.
Felici noi se con Maria ci lasciamo coinvolgere nel vortice dell’obbedienza della fede!. Se non mettiamo limiti alle divine comunicazioni e non sottraiamo nulla alle esigenze di un amore puro, generoso, santo.

L’uomo è creato da Dio per amore proprio per entrare in intimo rapporto con Lui. La relazione con Dio non è qualcosa che si aggiunge dall’esterno all’essere-uomo, è invece la proprietà costitutiva della sua natura.
Ora, se la caratteristica essenziale dell’uomo sta nella sua relazione con Dio sul piano dell’essere, per realizzarsi pienamente egli deve vivere e sviluppare tale rapporto anche sul piano dell’esistere.

(more…)

Vangelo (Lc 13,10-17) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 30 Ottobre 2017) con commento comunitario

29 ottobre 2017

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 13,10-17)

In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta.
Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato».
Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?».

Questo è il Vangelo del 30 Ottobre, quello del 29 Ottobre lo potete trovare qualche post più sotto.

IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

28 ottobre 2017

PARTE QUARTA
ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO

Risultato immagine per Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

ELEVAZIONE 3
Duplice movimento dell’Amore Infinito

Dio è Amore. Questo Amore, che è la sua essenza, fa, nello stesso tempo, sia l’Unità della natura che la Trinità delle persone. Questo Amore Infinito, vivente e vivificante, vivente in sé e per se stesso e vivificante fuori di sé, non tende soltanto per natura propria alla comunicazione, ma è, per l’intensità della sua vita e della sua immortale fecondità, la comunicazione stessa.
L’Amore Infinito, poiché è vivente e fecondo, è un movimento. Questo movimento si compie in Dio stesso per la comunicazione delle tre persone. è come una circolazione ininterrotta che va dal Padre al Figlio e allo Spirito. E’ un unico movimento vitale, così rapido e intenso che al primo sguardo sembrerebbe immobilità. Questo movimento d’amore si compie anche fuori dell’intimità di Dio. L’opera più perfetta uscita da questo movimento d’amore è l’umanità di Gesù.

(more…)

AGOSTINO DI IPPONA Confessioni, Libro nono DA MILANO A OSTIA

28 ottobre 2017

Risultato immagine per Sant'agostino

A Cassiciaco, dopo la conversione (seconda parte)

Lettura dei salmi
4. 8. Quali grida, Dio mio, non lanciai verso di te leggendo i salmi di Davide, questi canti di fede, gemiti di pietà contrastanti con ogni sentimento d’orgoglio! Novizio ancora al tuo genuino amore, catecumeno ozioso in villa col catecumeno Alipio e la madre stretta al nostro fianco, muliebre nell’aspetto, virile nella fede, vegliarda nella pacatezza, materna nell’amore, cristiana nella pietà, quali grida non lanciavo verso di te leggendo quei salmi, quale fuoco d’amore per te non ne attingevo! Ardevo del desiderio di recitarli, se potessi, al mondo intero per abbattere l’orgoglio del genere umano. Ma lo sono, cantati nel mondo intero, e nessuno si sottrae al tuo calore. Come era violento e aspro di dolore il mio sdegno contro i manichei, che tosto si mutava in pietà per la loro ignoranza dei nostri misteri, dei nostri rimedi, per il loro pazzo furore contro un antidoto che avrebbe potuto salvarli! Avrei voluto averli vicini da qualche parte in quel momento, e che a mia insaputa osservassero il mio volto, udissero le mie grida mentre nella quiete di quelle giornate leggevo il salmo quarto, e percepissero l’effetto che producevano in me le sue parole: Ti invocai e mi esaudisti, Dio della mia giustizia; nell’angustia mi apristi un varco. Abbi pietà di me, Signore, esaudisci la mia preghiera; ma che udissero a mia insaputa, altrimenti avrebbero potuto intendere come dette per loro le parole che intercalavo a quelle del salmo. Invece davvero non le avrei dette, o le avrei dette diversamente, se avessi sentite su me le loro orecchie e i loro occhi; o, se dette, non le avrebbero intese quali le dicevo a me e fra me innanzi a te, espressione dell’intimo sentimento della mia anima.

Riflessioni sul Salmo quattro
4. 9. Rabbrividii di paura e insieme ribollii di speranza e giubilo nella tua misericordia, Padre; e tutti questi sentimenti si esprimevano attraverso i miei occhi e la mia voce alle parole che il tuo spirito buono dice rivolto a noi: “Figli degli uomini, fino a quando avrete i cuori gravati? Sì, perché amate la vanità e cercate la menzogna?”. Io avevo amato appunto la vanità e cercato la menzogna, mentre tu, Signore, avevi già esaltato il tuo Santo, risuscitandolo dai morti e collocandolo alla tua destra, affinché inviasse dal cielo chi aveva promesso, il Paracleto, spirito di verità. L’aveva già inviato, ma io lo ignoravo. L’aveva già inviato, per essere già stato esaltato risorgendo dai morti e ascendendo al cielo. Prima lo Spirito non era stato ancora dato, perché Gesù non era stato ancora glorificato. Grida il profeta: “Fino a quando avrete i cuori gravati? Sì, perché amate la vanità e cercate la menzogna? Sappiate che il Signore ha esaltato il suo Santo”; grida: “Fino a quando”, grida: “Sappiate”, e io per tanto tempo, ignaro, amai la vanità e recai la menzogna. Perciò un brivido mi corse tutto all’udirlo. Ricordavo di essere stato simile a coloro, cui sono rivolte queste parole; gli inganni che avevo preso per verità, erano vanità e menzogna. Perciò feci risuonare a lungo, profonde e forti, le mie grida nel dolore del ricordo. Oh, se le avessero udite coloro che amano tuttora la vanità e cercano la menzogna! Forse ne sarebbero rimasti turbati e l’avrebbero rigettata; tu li avresti esauditi, quando avessero levato il loro grido verso di te, poiché morì per noi della vera morte della carne Chi intercede per noi presso di te.
4. 10. Al leggere: “Adiratevi e non peccate”, quanto mi turbavo, Dio mio! Avevo ormai imparato ad adirarmi contro me stesso dei miei trascorsi per non peccare in avvenire, e con giusta ira, perché in me non peccava per mezzo mio una natura estranea, della razza delle tenebre, secondo le asserzioni di coloro che, non adirandosi contro se stessi, accumulano un patrimonio d’ira per il giorno dell’ira e della proclamazione del tuo giusto giudizio. Il mio bene non era più fuori di me, né lo cercavo più in questo sole con gli occhi della carne. Quanti pretendono di avere gioia fuori di sé, facilmente si disperdono, riversandosi sulle cose visibili e temporali e lambendo la loro apparenza con immaginazione famelica. Oh se, spossati dal digiuno, chiedessero: “Chi ci mostrerà il bene?”. Rispondiamo loro, e ci ascoltino: “In noi è impresso il lume del tuo volto, Signore”. Non siamo noi il lume che illumina ogni uomo, ma siamo illuminati da te per renderci, da tenebre che fummo un tempo, luce in te. Oh se vedessero nel loro interno l’eterno, che io, per averlo gustato, fremevo di non poter mostrare a loro; se mi portassero il cuore, che hanno negli occhi, quindi fuori di loro, lontano da te, e chiedessero: “Chi ci mostrerà il bene?”. Là infatti, ove avevo concepito l’ira contro me stesso, dentro, nella mia stanza segreta, ove ero stato punto dalla contrizione, ove avevo immolato in sacrificio la parte vecchia di me stesso e fidando in te avevo iniziato la meditazione del mio rinnovamento, là mi avevi fatto sentire dapprima la tua dolcezza e avevi messo la gioia nel mio cuore. Gridavo, leggendo esteriormente queste parole e comprendendole interiormente, né volevo moltiplicarmi nei beni terreni, divorando il tempo e divorato dal tempo, mentre avevo nell’eterna semplicità un diverso frumento e vino e olio.
4. 11. Il verso seguente strappava un alto grido dal mio cuore: Oh, nella pace, oh, nell’Essere stesso…: oh, quali parole:… mi addormenterò e prenderò sonno! Chi potrà mai resisterci, quando si attuerà la parola che fu scritta: La morte è stata assorbita nella vittoria? Tu sei veramente quell’Essere stesso, che non muti; in te è il riposo oblioso di tutti gli affanni, poiché nessun altro è con te né si devono cogliere le altre molteplici cose che non sono ciò che tu sei; ma tu, Signore, mi hai stabilito, unificandomi nella speranza. Leggevo e ardevo e non trovavo modo di agire con quei morti sordi, al cui novero ero appartenuto anch’io, pestifero, aspro e cieco nel latrare contro le tue Scritture dolci del dolce miele celeste, e del lume tuo luminose. Mi consumavo, pensando ai nemici di tanto scritto.

Improvvisa guarigione d’un male ai denti
4. 12. Quando ricorderò tutti gli avvenimenti di quei giorni di vacanza? Non li ho però dimenticati, né tacerò la durezza del tuo flagello e la mirabile prestezza della tua misericordia. Mi torturavi allora con un male ai denti. Quando si aggravò tanto che non riuscivo a parlare, mi sorse in cuore il pensiero d’invitare tutti i miei là presenti a scongiurarti per me, Dio d’ogni salvezza. Lo scrissi sopra una tavoletta di cera, che consegnai loro perché leggessero, e appena piegammo le ginocchia in una supplica ardente, il dolore scomparve. Ma quale dolore? o come scomparve? Ne fui spaventato, lo confesso, Signore mio e Dio mio, perché non mi era mai capitato nulla di simile da quando ero venuto al mondo. S’insinuarono così nel profondo del mio essere i tuoi ammonimenti, e giulivo nella fede lodai il tuo nome. Quella fede tuttavia non mi permetteva di essere tranquillo riguardo ai miei peccati anteriori, perché non mi erano stati ancora rimessi mediante il tuo battesimo.

Dimissioni dall’insegnamento
5. 13. Al termine delle vacanze vendemmiali avvertii i milanesi di provvedersi un altro spacciatore di parole per i loro studenti, poiché io avevo scelto di passare al tuo servizio e non ero più in grado di esercitare quella professione per la difficoltà di respirare e il male di petto. Con una lettera informai il tuo vescovo, il santo Ambrogio, dei miei errori passati e della mia intenzione presente, chiedendogli consiglio sui tuoi libri che più mi conveniva di leggere per meglio prepararmi e dispormi a ricevere tanta grazia. Mi prescrisse la lettura del profeta Isaia, credo perché fra tutti è quello che preannunzia più chiaramente il Vangelo e la chiamata dei gentili. Trovandolo però incomprensibile all’inizio e supponendo che fosse tutto così, ne rinviai la lettura, per riprenderla quando fossi addestrato meglio nel linguaggio del Signore.

(more…)

Vangelo (Mt 22,34-40) del giorno dalle letture della Messa (Domenica 29 Ottobre 2017) con commento comunitario

28 ottobre 2017

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22,34-40)

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Questo è il Vangelo del 29 Ottobre, quello del 28 Ottobre lo potete trovare qualche post più sotto.

Lectio Divina: Il Discepolo

27 ottobre 2017

Risultato immagine per staat mater

«Il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19,27)

«I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: “Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte”. E i soldati fecero proprio cosi. Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a Lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre! “. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: “Ho sete”. Vi era là un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: “Tutto è compiuto!”. E, chinato il capo, spirò» (Gv 19, 25-30).

L’evangelista prima di focalizzare l’attenzione sulla madre di Gesù e “il discepolo che egli amava” in una scena dagli accenti solenni e commoventi, descrive la divisione delle vesti di Cristo e il sorteggio della sua tunica da parte dei quattro soldati che l’avevano crocifisso. Una piccola particella greca (mén=mentre) posta alla fine del brano che vede per protagonisti i soldati (cf. Gv 19,24), di solito trascurata dai traduttori, fa capire che la scena della tunica e quella successiva della madre sono contemporanee.

Mentre la morte si avvicina, dall’alto della croce Gesù sta per pronunciare parole importanti, decisive, le ultime: come un testamento solenne per l’umanità, il tesoro più grande della sua vita. Il Figlio di Dio non è preoccupato per sé, non è concentrato sui suoi dolori; gli atroci tormenti della passione e crocifissione non lo rinchiudono in se stesso. Sta per offrirsi in sacrificio per tutti (cf. Lc 22, 19-20), non può non pensare alla moltitudine di coloro che sperano in Lui (cf. Mc 14, 24).

Nella prima delle sue parole dà agli uomini la grande promessa del perdono (cf. Lc 23, 34), nella seconda spalanca le porte del regno dei cieli ad un malfattore appeso come Lui al patibolo (cf. Lc 23, 43), quasi a garantire che nessuno è escluso dall’abbraccio d’amore che sprigiona dalla potenza della sua croce.

Gesù non può spirare senza aver adempiuto fino in fondo la volontà del Padre, senza che prima «tutto» sia compiuto (Gv 19, 30). Deve ancora fare il regalo più bello all’umanità. Nudo sulla croce, staccato da tutto, appeso fra il cielo e la terra, non possiede più nulla se non una madre, sua madre Maria, e si appresta a donarcela come il bene più prezioso e caro. Preparata dall’eterna sapienza del Padre per donare al Figlio unigenito il corpo di carne per opera dello Spirito Santo, ora, secondo il disegno d’amore del Padre, Maria viene offerta a noi come madre sulla croce dal Figlio nello Spirito, per prolungare sull’umanità redenta la stessa materna e premurosa sollecitudine che riversava nella pienezza dei tempi sul frutto del suo grembo.

(more…)

Vangelo (Lc 6,12-19) del giorno dalle letture della Messa (Sabato 28 Ottobre 2017) con commento comunitario

27 ottobre 2017

SANTI SIMONE E GIUDA APOSTOLI, FESTA

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,12-19)

In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore. Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.

Questo è il Vangelo del 28 Ottobre, quello del 27 Ottobre lo potete trovare qualche post più sotto.

Vangelo (Lc 12,54-59) del giorno dalle letture della Messa (Venerdì 27 Ottobre 2017) con commento comunitario

26 ottobre 2017

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 12,54-59)

In quel tempo, Gesù diceva alle folle:

«Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?

Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo».

Questo è il Vangelo del 27 Ottobre, quello del 26 ottobre lo potete trovare qualche post più sotto.

Lectio Divina: Date loro

25 ottobre 2017

Risultato immagine per cibo eucaristico

«Date loro voi stessi da mangiare» (Mt 14,16)

Queste parole di Gesù ai suoi discepoli nell’imminenza del grande miracolo della moltiplicazione dei pani per la gente stanca e sfinita, possono essere considerate a ragione, come un annuncio profetico circa la loro futura missione. Saranno “loro” a saziare le folle affamate e assetate di Dio donando «il pane vivo, disceso dal cielo» (Gv 6, 51) per tutte le generazioni, sino alla fine dei tempi. La promessa diverrà realtà nel cenacolo di Gerusalemme, in quella sera carica di mistero nell’imminenza della passione: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22, 19). Lì, nel sacerdozio degli apostoli, è nato anche ognuno di noi quale sacerdote della nuova ed eterna Alleanza (cf. Sal 86, 6).

L’umanità non può far senza Gesù. Ha fame e sete ardente di Lui. Al sacerdote chiede Cristo e da lui ha diritto di attenderselo perché è stato costituito appunto per donarlo attraverso l’annuncio della Parola, ma soprattutto mediante la transustanziazione del pane e del vino.

«Il mistero eucaristico, nel quale è annunciata e celebrata la morte e risurrezione di Cristo in attesa della sua venuta, è il cuore della vita ecclesiale. Per noi esso ha, poi, un significato tutto speciale: sta infatti al centro del nostro ministero. Quest’ultimo non si limita certo alla celebrazione eucaristica, implicando un servizio che va dall’annuncio della Parola, alla santificazione degli uomini attraverso i Sacramenti, alla guida del popolo di Dio nella comunione e nel servizio. Ma l’Eucaristia è il punto da cui tutto si irradia e a cui tutto conduce. Il nostro sacerdozio è nato nel Cenacolo insieme con essa.

“Fate questo in memoria di me” (Lc 22. 19): le parole di Cristo, pur dirette a tutta la Chiesa, sono affidate come un compito specifico a coloro che continueranno il ministero dei primi apostoli. È ad essi che Gesù consegna l’atto appena compiuto di trasformare il pane nel suo Corpo e il vino nel suo Sangue, l’atto in cui egli si esprime come Sacerdote e Vittima. Cristo vuole che d’ora in poi questo suo atto diventi sacramentalmente anche atto della Chiesa per le mani dei sacerdoti. Dicendo “fate questo” indica non soltanto l’atto, ma anche il soggetto chiamato ad agire, istituisce cioè il sacerdozio ministeriale, che diviene cosi uno fra gli elementi costitutivi della Chiesa stessa.

Tale atto dovrà essere compiuto “in sua memoria”: l’indicazione è importante. L’atto eucaristico celebrato dai sacerdoti renderà presente in ogni generazione cristiana, in ogni angolo della terra, l’opera compiuta da Cristo.

Dovunque sarà celebrata l’Eucaristia, lì, in modo incruento, si renderà presente il sacrificio cruento del Calvario, li sarà presente Cristo stesso, Redentore del mondo. “Fate questo in memoria di me”… Non semplice ricordo, ma “memoriale” attualizzante; non richiamo simbolico al passato, ma presenza viva del Signore in mezzo ai suoi» (Giovanni Paolo II, Lettera ai sacerdoti, 23.III.2000, va.10-11.12). Quello che il sacerdote ha nei confronti del corpo eucaristico di Cristo, cuore pulsante della Chiesa, «è un misterioso, formidabile potere…

(more…)

Maria a Medjugorje, messaggio del 25 Ottobre 2017

25 ottobre 2017

“Cari figli! In questo tempo di grazia vi invito ad essere preghiera. Tutti avete problemi, tribolazioni, pene e inquietudini. I santi vi siano modello ed esortazione alla santità, Dio vi sarà vicino e voi sarete rinnovati con la ricerca e la conversione personale. La fede sarà per voi speranza e la gioia regnerà nei vostri cuori.Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

La Chiesa guarda con favore, ma non si è ancora espressa ufficialmente sui fatti di Medjugorje

LETTERA ENCICLICA DEUS CARITAS EST DEL SOMMO PONTEFICE BENEDETTO XVI AI VESCOVI AI PRESBITERI E AI DIACONI ALLE PERSONE CONSACRATE E A TUTTI I FEDELI LAICI SULL’AMORE CRISTIANO

25 ottobre 2017

INTRODUZIONE
1. « Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui » (1 Gv 4, 16). Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci offre per così dire una formula sintetica dell’esistenza cristiana: « Noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto ».
Abbiamo creduto all’amore di Dio — così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest’avvenimento con le seguenti parole: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui … abbia la vita eterna » (3, 16). Con la centralità dell’amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il nucleo della fede d’Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità e ampiezza. L’Israelita credente, infatti, prega ogni giorno con le parole del Libro del Deuteronomio, nelle quali egli sa che è racchiuso il centro della sua esistenza: « Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze » (6, 4-5). Gesù ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell’amore di Dio con quello dell’amore del prossimo, contenuto nel Libro del Levitico: « Amerai il tuo prossimo come te stesso » (19, 18; cfr Mc 12, 29-31). Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 10), l’amore adesso non è più solo un « comandamento », ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro.
In un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza, questo è un messaggio di grande attualità e di significato molto concreto. Per questo nella mia prima Enciclica desidero parlare dell’amore, del quale Dio ci ricolma e che da noi deve essere comunicato agli altri. Ecco così indicate le due grandi parti di questa Lettera, tra loro profondamente connesse. La prima avrà un’indole più speculativa, visto che in essa vorrei precisare — all’inizio del mio Pontificato — alcuni dati essenziali sull’amore che Dio, in modo misterioso e gratuito, offre all’uomo, insieme all’intrinseco legame di quell’Amore con la realtà dell’amore umano. La seconda parte avrà un carattere più concreto, poiché tratterà dell’esercizio ecclesiale del comandamento dell’amore per il prossimo. L’argomento si presenta assai vasto; una lunga trattazione, tuttavia, eccede lo scopo della presente Enciclica. È mio desiderio insistere su alcuni elementi fondamentali, così da suscitare nel mondo un rinnovato dinamismo di impegno nella risposta umana all’amore divino.

(more…)

Preghiera del giorno: A Maria del Papa Emerito Benedetto XVI, tratta dell’enciclica Deus Caritas Est

25 ottobre 2017

Risultato immagine per maria immacolata

Santa Maria, Madre di Dio,
tu hai donato al mondo la vera luce,
Gesù, tuo Figlio – Figlio di Dio.
Ti sei consegnata completamente
alla chiamata di Dio
e sei così diventata sorgente
della bontà che sgorga da Lui.
Mostraci Gesù. Guidaci a Lui.
Insegnaci a conoscerlo e ad amarlo,
perché possiamo anche noi
diventare capaci di vero amore
ed essere sorgenti di acqua viva
in mezzo a un mondo assetato.

(more…)

Vangelo (Lc 12,49-53) del giorno dalle letture della Messa (Giovedì 26 Ottobre 2017) con commento comunitario

25 ottobre 2017

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 12,49-53)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!

Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Questo è il Vangelo del 26 Ottobre, quello del 25 ottobre lo potete trovare qualche post più sotto.

Lectio Divina: Io Sono

24 ottobre 2017

«Io sono il pane della vita» (Gv 6,48)

II Concilio Vaticano II insegna che l’Eucaristia è «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (Lumen gentìum, n.11).

«È il cuore e il culmine della vita della Chiesa» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1407). È chiamata il Santissimo Sacramento, il «Sacramento dei sacramenti» in quanto si pone come il fine specifico di tutti gli altri (San Tommaso d’Aquino, La somma teologica. III, 65, 3) e perché in essa «è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua» (Presbyterorum ordinis, N. 5).

Giovanni Paolo II fin dagli inizi del suo pontificato ha costantemente ribadito la verità della centralità dell’Eucaristia nella vita della Chiesa: «Non possiamo, neanche per un attimo, dimenticare che l’Eucaristia è un bene peculiare di tutta la Chiesa. È il dono più grande che, nell’ordine della grazia e del Sacramento, il divino Sposo abbia offerto e offra incessantemente alla sua Sposa. E proprio perché si tratta di un tale dono, dobbiamo tutti, in spirito di profonda fede, lasciarci guidare dal senso di una responsabilità veramente cristiana. Un dono ci obbliga sempre più profondamente perché ci parla non tanto con la forza di uno stretto diritto, quanto con la forza dell’affidamento personale, e così – senza obblighi legali – esige fiducia e gratitudine. L’Eucaristia è proprio tale dono, è tale bene. Dobbiamo rimanere fedeli nei particolari a ciò che essa esprime in sé e a ciò che a noi chiede, cioè il rendimento di grazie» (Lettera Dominicae Cenae).

Ringraziare significa mostrarsi felici del dono ricevuto, accorgersi che è espressione di un amore particolare, riconoscerne la grandezza, la bellezza, la preziosità. Il ringraziamento sgorga tanto più vivido, pieno e sincero quanto più in profondità si comprendono i motivi che hanno ispirato il regalo.

Dono, accoglimento, gratitudine, ri-conoscenza, appello alla consapevolezza. Non è scontato penetrare negli abissi del mistero. Perché allora l’Eucaristia? Perché Cristo si offre a noi come cibo e bevanda? Perché ha ingiunto agli apostoli di “fare l’Eucaristia in memoria di Lui”? È proprio così importante ripetere i suoi gesti e le sue parole, celebrare il “memoriale” della sua vita, morte, risurrezione e intercessione presso il Padre?
Non bastava il semplice ricordo di Lui e di ciò che ha fatto?
Perché la Chiesa fin dagli albori è sempre rimasta fedele al comando del Signore Gesù? Gli Atti degli Apostoli testificano che i membri della primitiva comunità di Gerusalemme «erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere… Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità dì cuore» (At 2,42.46).

«Soprattutto “il primo giorno della settimana”, cioè la domenica, il giorno della Risurrezione di Gesù, i cristiani si riunivano “per spezzare il pane” (At 20, 7). Da quei tempi la celebrazione dell’Eucaristia si è perpetuata fino ai nostri giorni, così che oggi la ritroviamo ovunque nella Chiesa, con la stessa struttura fondamentale. Essa rimane il centro della vita della Chiesa» (Catechismo della Chiesa Cattolica, IL 1343).

Perché tutto questo? Perché il dono del pane dal cielo? Semplicemente perché possiamo vivere: vivere spiritualmente, vivere dentro, vivere in grazia, vivere in santità. Lasciamo la parola al santo cappuccino di Pietrelcina che nel periodo di soggiorno a Venafro si cibò solo di Eucaristia. Egli diceva: «Come potrei vivere senza accostarmi a ricevere Gesù per una sola mattina? Ho talmente fame e sete prima di riceverlo, che quasi vengo a mancare».

Ad una figlia spirituale scriveva: «La santa Eucaristia è il massimo dei miracoli; è il segno ultimo e più grande dell’amore di Gesù per noi ed egli tutto questo l’ha operato per darci una vita piena, abbondante, perfetta. Questo è ciò che ci va dando ogni giorno più ancora nella santa Comunione. Conserviamo perciò con maggior gelosia il prezioso deposito della vera fede in questo sacramento, riconosciamo con senso di gratitudine sempre maggiore l’immenso beneficio della bontà di Dio, amiamo con maggiore trasporto questo Dio d’amore, compiamo con maggiore diligenza tutte le opere sante per piacere a questo Dio fatto uomo, per goderne il frutto qui in terra ed ottenerne più ricca la ricompensa nei cieli» (Padre Pio, Dolcissimo Iddio, 41 lettere inedite alla diletta figlia spirituale, pp, 89-90).

Spesso ripeteva: «è più facile che il mondo si regga senza sole che senza la Messa» (N. Castello – A. Negrisolo, il beato Padre Pio, Miracolo eucaristico, p. 28). L’Eucaristia non sempre è aspettata, vivamente desiderata, ben preparata, ringraziata, ricordata, assimilata, vissuta. Perciò non fruttifica in noi che parzialmente. Convinciamoci dunque dell’assoluta necessarietà di Cristo, il Pane di vita, per vivere una vita cristiana generosa e convinta, per assurgere alla perfezione della carità.

(more…)

IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

24 ottobre 2017

PARTE QUARTA

ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO

ELEVAZIONE 2
Amore di Dio per l’uomo e dell’uomo per Dio,  Dio è Amore.

Ama dall’eternità, e fino all’eternità.

Mentre l’Amore Infinito opera in se stesso, compiacendosi del meraviglioso flusso che va dal Padre al Figlio, e dal Padre e dal Figlio allo Spirito in questa ineffabile comunicazione che le tre persone divine si fanno del medesimo Amore, che è la loro essenza e il loro essere , questo stesso Amore agisce ancora fuori di sé; ed essendo l’azione propria dell’Amore amare, ama ogni creatura, ogni opera sorta dalla sua parola potente, tutto ciò che è stato, tutto ciò che è, tutto ciò che sarà.

Dio ama. è di questo che si occupa nel possesso sovrano del suo Essere, e nella pace serena della sua gloria immortale. Ama. la sua vita, la sua azione, il suo piacere, il suo alimento e il suo riposo infinitamente dolce. Ama. Vuole amare, e amare ancora. Il suo Amore è lui stesso, e se cessasse di amare, cesserebbe immediatamente di essere Dio.

Dio è Amore. Effonde amore senza misura. Lo versa con inesauribile abbondanza sull’intera creazione. Nulla sfugge a questo diluvio divino che vuole tutto inghiottire.

Dio ama. Ma vuol essere amato: l’Amore ha bisogno di reciprocità. Se nel seno stesso della divinità il Padre, il Verbo e lo Spirito si corrispondono così perfettamente che si amano del medesimo amore che è loro essere e loro essenza, allo stesso modo l’Amore Infinito vuole incontrare, fuori di sé, una reciprocità, certo relativa e proporzionata alle ‘debolezze della creatura, ma reale.

Dio effonde torrenti d’amore sulla creatura: a sua volta, la creatura deve amare. Dio ha posto in ciascuno, nella creazione, un principio d’amore, non tuttavia allo stesso grado e nella stessa forma.

Quindi, giustamente e necessariamente, ogni creatura ama secondo la sua natura e la volontà del suo Creatore. Ha ricevuto tutto da Dio, e deve rendergli tutto; ciò che essa è, è tutto merito di Dio, e deve impegnare tutta se stessa per Dio.

Questo primo amore, necessario alla creatura, conosce come due movimenti. Il primo, un moto di restituzione: la creatura offre qualcosa a Dio, gli restituisce. Il secondo è un moto di sottomissione: la creatura compie la volontà del suo Creatore.

(more…)

Vangelo (Lc 12,39-48) del giorno dalle letture della Messa (Mercoledì 25 Ottobre 2017) con commento comunitario

24 ottobre 2017

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 12,39-48)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».

Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.

Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.

Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.

A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

Questo è il Vangelo del 25 Ottobre, quello del 24 ottobre lo potete trovare qualche post più sotto.

Lectio Divina:Il cibo che perisce

23 ottobre 2017

Risultato immagine per eucaristia

«Procuratevi non il cibo che perisce» (Gv 6, 27)

Dopo essersene partito definitivamente dalla casa di suo padre e aver sperperato tutto quello che possedeva, il figlio più giovane della parabola evangelica, ripensando a tutta la sua vicenda, solo davanti alla propria coscienza confessava amaramente: «Io qui muoio di fame» (Lc 15, 17). Quante volte anche noi dopo aver cercato e gustato le tante e all’apparenza appaganti “delizie” che la terra offre ai suoi inquilini, ci siamo ritrovati delusi, insoddisfatti, vuoti, ancora affamati e assetati. Ma perché?

Ci sono in noi una fame e una sete molto profonde che niente e nessuno può saziare. La nostra è brama oltre la materia, al di là di tutte le cose terrene che possiamo vedere, toccare e possedere. è sete ardente di verità, di amore, di bene.

Finché non avremo raggiunto la plenitudine per la quale siamo fatti e a cui inevitabilmente tendiamo, ci sentiremo sempre mancanti, quindi non pienamente felici. Si ha fame quando al nostro stomaco, al nostro vivere, manca qualcosa. Ma sempre noi avremo dei vuoti, più o meno profondi e tormentosi, finché Dio non verrà a farci il pieno, come soltanto Lui può fare. «I ricchi impoveriscono e hanno fame, ma chi cerca il Signore non manca di nulla» (Sal 33, 11). Lo spirito dell’uomo è plasmato su dimensioni divine, infinite (cf. Gen 1, 26. 27). Solo l’Infinito, l’Eterno, l’Immenso lo può colmare. Il mistero dell’uomo reclama il mistero di Dio: «Un abisso chiama l’abisso» (Sal 42,8).

«Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù e la tua sapienza incalcolabile. E l’uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato che si porta attorno il suo destino mortale… Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per tè e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te» (San Agostino).

Anche i Salmi cantano questa verità: «O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua» (Sal 62,2). «Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a tè, o Dio. l’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente» (Sal 41,2-3). «Solo in Dio riposa l’anima mia, da Lui la mia speranza» (Sal 61,6).

Che lo sappiamo o meno, che ne abbiamo vivida coscienza o no, tutti abbiamo fame, fame di infinito, fame di Dio.

Perché mendicare un po’ ovunque briciole inconsistenti quando Dio stesso ci offre il suo pane nutriente, sostanzioso, abbondante? Lui l’ha provveduto, per noi. Senza questo cibo resteremo sempre affamati, vuoti, insignificanti, delusi dentro.

Palliativi alla fame profonda dell’uomo ce ne sono molti, “manne del deserto” offerte a buon mercato per la risoluzione di tutti i problemi, altrettanto. Ma non potranno mai soddisfare le esigenze del cuore, cambiare il corso della vita e annullare l’incedere della morte. «I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti» (Gv 6,49).

Il Padre celeste, il nostro creatore, colui che ci ha fatti e plasmati e conosce perfettamente le nostre brame, colui al quale totalmente apparteniamo ci «dà il pane dal cielo, quello vero» (Gv 6, 32), «perché chi ne mangia non muoia» (Gv 6, 50).

Ma cos’è questo pane di Dio preparato per noi, donato alla nostra fame? Non è una cosa, è una persona, è Persona divina, è l’unigenito Figlio di Dio, è il Signore Gesù: «II pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo» (Gv 6, 33).

Il mondo attende Gesù, aspetta Lui, nessun altro può dargli la vita (cf. Gv 1, 4.16).

Non potremmo cercarlo e incontrarlo se Lui stesso non si fosse fatto dono per noi, se Lui prima di ogni nostro movimento non si fosse messo sulle nostre tracce. L’Eucaristia è Cristo che si regala a noi; che si offre nel segno di un amore infinito venendo incontro alle nostre esigenze più profonde; che si fa piccolo e umile, nascondendo non solo la divinità ma pure la sua umanità, perché noi non prendiamo timore della sua grandezza; che si fa cibo per servirci e dirci la sua totale disponibilità ad essere assimilato e a trasformarci in ciò che Lui è. «II discepolo che Gesù amava apre il suo racconto dell’ultima Cena e della Passione con queste parole tanto commoventi: “Prima della festa di Pasqua, sapendo giunta l’ora sua di passare da questo mondo al Padre, poiché egli aveva amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (cf. Gv 13, 1). E da tali parole risulta immediatamente chiaro che il sacramento e il sacrificio dell’Eucaristia, istituiti da Gesù nell’ultima Cena, sono, al pari della sua Passione e della sua Risurrezione, che essi perpetuano sino alla fine dei tempi, l’incarnazione perfetta ed ineffabile del suo amore per noi. Dico “incarnazione” piuttosto che espressione, perché in questo Sacramento divino l’amore infinito di Dio continua ad essere incarnato, a dimorare tra noi nella sua sostanza corporea nascosta sotto le specie del pane e del vino.

Gesù ha manifestato spesso il suo desiderio di condividere con noi il mistero della sua vita divina. Ha detto di essere venuto perché avessimo la vita e l’avessimo più abbondantemente (cf. Gv 10, 10). È venuto a gettare quella sua vita di amore come un fuoco sulla terra, e bramava di vederlo acceso… La sua carità infinita, imprigionata nel suo sacro Cuore, anelava di erompere da quel suo carcere e comunicarsi a tutto il genere umano, perché, come Dio, Egli è bontà sostanziale, e natura specifica del bene è proprio quella di essere “diffiusivum sui”.

Ecco perché la Chiesa, nella sua liturgia, continua ad applicare a Cristo nella santissima Eucaristia le parole che Gesù disse agli afflitti del suo tempo (cf. Mt 11, 28). Perché nell’Eucaristia il Cristo dell’ultima Cena spezza ancora il pane con i suoi discepoli, lava ancora i loro piedi mostrando cosi che se egli non si umilia e non serve ad essi, non potranno aver parte con lui (cf. Gv 13, 8)» (T. Merton, Speme).

Se vogliamo vivere divinamente è di Cristo che ci dobbiamo nutrire. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me» (Gv 6, 56-57).

L’Eucaristia è il divino alimento per noi uomini poveri, indigenti, bisognosi, vuoti di tutto. Gesù dice ad ognuno: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi» (Mt 11, 28). Vuole tutti al suo banchetto «poveri, storpi, ciechi e zoppi» (Lc 14, 21) per guarire le loro piaghe, per sanare le loro febbri, per mondarli della sua vita divina e rinnovarli. «Prendete e mangiate… Bevetene tutti » (Mt 26, 26. 27).

Chi di noi non si sente povero, in certe circostanze terribilmente povero e solo, a dispetto di tutto quello che possiede e di tutte le persone che lo circondano?

Chi di noi non si ritrova confuso constatando la propria persistente precarietà, la fragilità dei suoi propositi di bene e l’insicurezza generata dalle ferite del peccato? Chi di noi non ha mai avvertito il vuoto della propria inettitudine, la sua cecità morale, l’incapacità ad uscire dal carcere delle proprie negative inclinazioni? Chi di noi non sente l’imperioso bisogno di pienezza, di bellezza, di felicità, di festa? Occorre volgersi al Signore per davvero, smettendo di correre dietro alle illusorie promesse del mondo.

(more…)

Agostino d’ Ippona, Confessioni: Libro Nono, da Milano a Ostia

23 ottobre 2017

 

A Cassiciaco, dopo la conversione
Ringraziamento a Dio salvatore
1. 1. O Signore, io sono servo tuo, io sono servo tuo e sono figlio dell’ancella tua. Poiché hai spezzato i miei lacci, ti offrirò in sacrificio di lode una vittima. Ti lodi il mio cuore, la mia lingua; tutte le mie ossa dicano: “Signore, chi simile a te?”. Così dicano, e tu rispondimi, di’ all’anima mia: “La salvezza tua io sono”. Io chi ero mai, com’ero? Quale malizia non ebbero i miei atti, o, se non gli atti, i miei detti, o, se non i detti, la mia volontà? Ma tu, Signore, sei buono e misericordioso; con la tua mano esplorando la profondità della mia morte, hai ripulito dal fondo l’abisso di corruzione del mio cuore. Ciò avvenne quando non volli più ciò che volevo io, ma volli ciò che volevi tu. Dov’era il mio libero arbitrio durante una serie così lunga di anni? da quale profonda e cupa segreta fu estratto all’istante, affinché io sottoponessi il collo al tuo giogo lieve e le spalle al tuo fardello leggero, o Cristo Gesù, mio soccorritore e mio redentore? Come a un tratto divenne dolce per me la privazione delle dolcezze frivole! Prima temevo di rimanerne privo, ora godevo di privarmene. Tu, vera, suprema dolcezza, le espellevi da me, e una volta espulse entravi al loro posto, più soave di ogni voluttà, ma non per la carne e il sangue; più chiaro di ogni luce, ma più riposto di ogni segreto; più elevato di ogni onore, ma non per chi cerca in sé la propria elevazione. Il mio animo era libero ormai dagli assilli mordaci dell’ambizione, del denaro, della sozzura e del prurito rognoso delle passioni, e parlavo, parlavo con te, mia gloria e ricchezza e salute, Signore Dio mio.

Attesa delle vacanze
2. 2. Decisi davanti ai tuoi occhi di non troncare clamorosamente, ma di ritirare pianamente l’attività della mia lingua dal mercato delle ciance. Non volevo che mai più i fanciulli cercassero, anziché la tua legge e la tua pace, i fallaci furori e gli scontri forensi comprando dalla mia bocca le armi alla loro ira. Per una fortunata coincidenza mancavano ormai pochissimi giorni alle vacanze vendemmiali. Perciò decisi di pazientare quel poco. Mi sarei poi congedato come sempre, ma, da te riscattato, non sarei ritornato più a vendermi. Questo il nostro piano, noto a te, ignoto invece agli uomini, eccetto gli amici intimi. Si era convenuto fra noi di non parlarne in giro ad alcuno, sebbene durante la nostra ascesa dalla valle del pianto, mentre cantavamo il cantico dei gradini, ci avessi dato frecce acuminate e carboni devastatori per difenderci dalle lingue perfide, che sotto veste di consigliere contraddicono e sotto veste d’amiche divorano, come si fa col cibo.
2. 3. Ci avevi bersagliato il cuore con le frecce del tuo amore, portavamo le tue parole conficcate nelle viscere, e gli esempi dei tuoi servi, che da oscuri avevi reso splendidi, da morti vivi, ammassati nel seno della nostra meditazione erano fuoco che divorava il profondo torpore, per impedirci di piegare verso il basso. Tanto ne eravamo infiammati, che tutti i soffi contrari delle lingue perfide avrebbero rinfocolato, non estinto l’incendio. Tuttavia nel tuo nome, che hai reso sacro su tutta la terra, qualcuno avrebbe anche esaltato comunque il nostro voto e il nostro proposito; quindi ci sembrava che la nostra sarebbe stata piuttosto un’ostentazione, se, invece di attendere l’epoca delle vacanze così prossime, ci fossimo ritirati in anticipo da una professione pubblica, posta sotto gli occhi di tutti. Avrei richiamato sul mio gesto lo sguardo dell’intera città, rifiutandomi di aspettare il giorno vicino delle vacanze, e molte sarebbero state le chiacchiere, quasi avessi cercato di riuscire importante. A che pro, dunque, suscitare congetture e discussioni sui miei sentimenti, oltraggi al nostro bene?

(more…)

Vangelo (Lc 12,35-38) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 24 Ottobre 2017) con commento comunitario

23 ottobre 2017

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 12,35-38)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.

Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.

E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!».

Questo è il Vangelo del 24 Ottobre, quello del 23 ottobre lo potete trovare qualche post più sotto.

Un pensiero nella notte al Signore

22 ottobre 2017

 

Ho cercato Dio

 

Ho cercato Dio con la mia lampada così brillante che tutti me la invidiavano.

Ho cercato Dio negli altri.

Ho cercato Dio nelle piccolissime tane dei topi.

Ho cercato Dio nelle biblioteche.

Ho cercato Dio nelle università.

Ho cercato Dio col telescopio e con microscopio.

Finchè mi accorsi che avevo dimenticato quello che cercavo.

Allora, spegnendo la mia lampada, gettai le chiavi, e mi misi a piangere…

e subito, la Sua Luce fu in me… 

 

Risultati immagini per ho cercato dio

Lectio Divina: La Parola

22 ottobre 2017

Risultato immagine per la bibbia

«Dunque la fede viene dall’ascolto e l’ascolto viene dalla parola di Cristo» (Rm 10,17). Se Dio è invisibile, l’uomo può udirne la parola e la rivelazione di Dio avviene mediante eventi e parole intimamente connessi. La fede nasce dall’ascolto in quanto l’ascolto è l’inizio di un cammino quotidiano in cui si interiorizza la Parola. Essa ha una sua carica intrinseca è salvifica e capace di risanare l’uomo. La parola è come il seme produce frutti differenti a seconda della qualità del terreno in cui cade. Quindi diventa importante come la si ascolta, per accoglierla e assimilarla, interiorizzarla, in modo che diventi la regola ispiratrice ed è questo il modo attraverso il quale Gesù cresce dentro di noi.

Il punto di partenza è quindi la lettura e la Bibbia è parola ispirata e non solo perché fu scritta nel passato sotto l’azione dello Spirito Santo, ma anche perché nel presente, si rivela come libro capace di comunicare e rivelare le verità nascoste. Scegliendola, si sceglie la vita.

La lectio divina consiste nella lettura riflessiva, colta e personale della sacra Scrittura in spirito di preghiera e di fede con cui si vuole assimilare la Parola di Dio. È una lettura fatta in prima persona che trascina il cuore nell’incontro con il Signore e dunque, non può essere una lettura svagata, ma bensì attenta, atta ad interpretare fedelmente il contenuto e non con una interpretazione accomodante, adatta ai nostri gusti. L’intento vero è scoprirne l’autentico contenuto spirituale, per cogliere il nutrimento della vita dell’anima.

La lectio divina va vista anche come un itinerario di formazione cristiana ed esistenziale in quanto si entra nelle profondità del Signore che, inevitabilmente, porta al coinvolgimento esistenziale da parte di coloro che si accostano alla Parola viva. In sintesi, nella lectio divina si tratta di stabilire un rapporto personale con la Parola di Dio quando, attraverso la preghiera, lo Spirito del Signore apre al vero significato della Scrittura.
La sacra Scrittura deve essere recepita come la lettera di Dio all’uomo in cui si realizza il dialogo tra creatore e creatura, per recepirne il contenuto è necessario l’ascolto del cuore, per poter discernere il percorso.
La lectio divina costituisce un cammino verso una forte esperienza di fede, di ascolto e di conversione nel costante dinamismo verso la contemplazione per poter scorgere le illuminazioni della Parola che si rivolge proprio a te, per la tua vita, per la società e per la tua salvezza.

(more…)

22 Ottobre – San Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła)

22 ottobre 2017

PREGHIERA DI RINGRAZIAMENTO A DIO

PER IL DONO DI GIOVANNI PAOLO II

Ti ringrazio, Dio Padre,
per il dono di Giovanni Paolo II.
Il suo “Non abbiate paura: spalancate le porte a Cristo”
ha aperto il cuore di tanti uomini e donne,
abbattendo il muro della superbia,
della stoltezza e della menzogna,
che imprigiona la dignità dell’uomo.
E, come un’aurora, il suo ministero ha fatto sorgere
sulle strade dell’umanità
il sole della Verità che rende liberi.
Ti ringrazio, o Maria,
per il tuo figlio Giovanni Paolo II.
La sua fortezza e il suo coraggio, traboccanti d’amore,
sono stati un’eco del tuo “eccomi”.
Egli, facendosi “tutto tuo”,
si è fatto tutto di Dio:
riflesso luminoso del volto misericordioso del Padre,
trasparenza viva dell’amicizia di Gesù.
Grazie, caro Santo Padre,
per la testimonianza d’innamorato di Dio che ci hai donato:
il tuo esempio ci strappa dalle strettoie delle cose umane
per elevarci alle vette della libertà di Dio.

Fr. Stefano Vita FFB

Liturgia del giorno: Audio salmo (95) 96

22 ottobre 2017

Domenica, 23 Ottobre 2017


Grande è il Signore e degno di ogni lode.

[1] Cantate al Signore un canto nuovo, 
cantate al Signore da tutta la terra. 
[2] Cantate al Signore, benedite il suo nome, 
annunziate di giorno in giorno la sua salvezza. 

[3] In mezzo ai popoli raccontate la sua gloria, 
a tutte le nazioni dite i suoi prodigi. 

[4] Grande è il Signore e degno di ogni lode, 
terribile sopra tutti gli dei. 

[5] Tutti gli dei delle nazioni sono un nulla, 
ma il Signore ha fatto i cieli. 

[6] Maestà e bellezza sono davanti a lui, 
potenza e splendore nel suo santuario. 

[7] Date al Signore, o famiglie dei popoli, 
date al Signore gloria e potenza, 

[8] date al Signore la gloria del suo nome. 
Portate offerte ed entrate nei suoi atri, 

[9] prostratevi al Signore in sacri ornamenti. 
Tremi davanti a lui tutta la terra. 

[10] Dite tra i popoli: “Il Signore regna!”. 
Sorregge il mondo, perché non vacilli; 
giudica le nazioni con rettitudine. 

[11] Gioiscano i cieli, esulti la terra, 
frema il mare e quanto racchiude; 

[12] esultino i campi e quanto contengono, 
si rallegrino gli alberi della foresta 

[13] davanti al Signore che viene, 
perché viene a giudicare la terra. 
Giudicherà il mondo con giustizia 
e con verità tutte le genti. 

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

 

Commento:

 

Riprendono i «canti al Signore re», creatore, salvatore e giudice con questo «cantico nuovo»: «nuovo» nel linguaggio della Bibbia significa «perfetto», «pieno», «definitivo». È quindi la celebrazione del progetto perfetto che Dio ha tracciato per la storia e per il cosmo. Nella storia egli governa e giudica secondo giustizia, rettitudine e verità (vv. 10.13). L ‘uomo deve rispondere obbedendo al comandamento principe, cioè con l’adesione all’unico Dio perché «gli dèi delle genti sono un nulla» e sono solo fonte di perversione e di disarmonia (vv. 4-6). Nel cosmo Dio effonde lo splendore della vita e delle meraviglie naturali che nei vv. 11-12 sono contemplate con tutto lo stupore di chi considera la materia un mirabile capolavoro del Creatore e non come un oggetto da spremere e devastare. È per questo che il creato intero canta e danza con I ‘uomo davanti al Signore che entra in questo tempio cosmico per ascoltare e’per benedire.

Mons. RAVASI

 

 

giudizio

Unirci al canto, poi lasciare che la stessa preghiera trabocchi nel silenzio.

 

Davvero, al mistero della sua presenza, a solo nominarlo,

dovrebbero fermarsi i mondi,

trattenere il respiro tutte le creature.

Vedere la luce infinita levarsi sul mondo.

E noi perderci, sparire nella luce.

Dopo tanto gemere, e attendere, e dubitare; e credere e non credere.

Sarà così quando sorgerà «la stella radiosa» dell’ultimo mattino del mondo?

Allora diciamo anche noi: «Maranathà», «vieni Signore», «vieni presto, Signore».

2017.10.22 – Angelus Domini

22 ottobre 2017

Viviamo riconoscendo sempre che apparteniamo a Dio.

Prima dell’Angelus, Papa Francesco ha ricordato che rispondendo ai farisei “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, Gesù sottolinea che siamo tutti a pieno titolo cittadini dello Stato ma siamo stati creati a immagine di Dio e apparteniamo anzitutto a Lui.