Agostino d’ Ippona Confessioni, Libro dodicesimo MEDITAZIONE SUL PRIMO VERSETTO DELLA GENESI: “…il cielo e la terra”

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Molteplici interpretazioni della Scrittura ( Terza Parte)

Parole fraterne
25. 35. Guarda, ottimo giudice, Dio, Verità persona, guar-da la mia risposta a questo contradittore, guarda. Parlo davanti a te e davanti ai miei fratelli che fanno un uso legittimo della legge secondo il suo fine, la carità. Guarda e vedi la mia risposta, se ti piace. A costui rivolgo queste parole fraterne e pacifiche: “Se entrambi vediamo la verità della tua asserzione ed entrambi vediamo la verità della mia, dove la vediamo, di grazia? Certo non io in te, né tu in me, ma entrambi proprio nella verità immutabile, che sta sopra le nostre intelligenze. Ora, se non disputiamo su questa luce del nostro Signore Dio, perché dovremmo disputare sul pensiero del nostro prossimo, che neppure possiamo vedere come la verità immutabile? Se Mosè ci fosse apparso di persona e ci avesse detto: “Questo fu il mio pensiero”, lo crederemmo senza vederlo. Perciò evitiamo di gonfiarci d’ira per l’uno contro l’altro a proposito di ciò che fu scritto. Amiamo il Signore Dio nostro con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la nostra mente, e il nostro prossimo come noi stessi. Non credendo che in nome di questi due precetti d’amore Mosè pensò tutto ciò che pensò mentre scriveva i suoi libri, renderemo il Signore menzognero, poiché attribuiremo al suo servo e nostro compagno una disposizione d’animo diversa dagli insegnamenti divini. Ora, considera quale sia la stoltezza di chi afferma avventatamente, fra tanta abbondanza di idee verissime ricavabili da quelle parole, che Mosè ne ebbe in mente una in particolare; e offende con dispute dannose la carità, che è il fine preciso per cui disse tutto ciò che disse colui, del quale ci sforziamo di spiegare il discorso”.

Propositi immaginari di Agostino
26. 36. E tuttavia, Dio mio, elevatezza della mia bassezza e riposo della mia fatica, che ascolti le mie confessioni e rimetti i miei peccati, per il precetto che mi dai, di amare il mio prossimo come me stesso, non posso credere che un Mosè, fedelissimo servitore tuo, abbia da te ricevuto un dono inferiore a quello che io avrei auspicato e desiderato per me, se fossi nato al suo tempo e tu mi avessi assegnato il suo posto per dispensare agli uomini con l’ausilio della mia mente e della mia lingua le Scritture, destinate a giovare dopo molto tempo a tutte le genti e a dominare nella terra intera, dal fastigio della loro autorità, le sentenze di tutte le dottrine false e superbe. Ebbene io avrei voluto, se fossi stato ai suoi tempi Mosè, visto che usciamo tutti dalla medesima massa; e cos’è l’uomo, se non che ti ricordi di lui?; dunque, se fossi stato lui ai suoi tempi, e tu mi avessi incaricato di scrivere il libro della Genesi, avrei voluto in dote una tale capacità di esprimermi e una tale maniera d’intessere il discorso, che quanti sono ancora incapaci di comprendere il modo in cui Dio crea, non respingessero le mie parole come superiori alle loro forze; e quanti ne sono ormai capaci, ritrovassero non trascurata, nelle poche parole del tuo servo, qualsiasi opinione vera avessero escogitato con la propria riflessione; e se altri altre ne avessero scorte alla luce della verità, nemmeno queste ultime mancassero, ma fossero riconoscibili nelle medesime parole.

Limiti e virtù dei semplici
27. 37. Come una sorgente nella sua piccola piaggia è più ricca e si estende con i molti rivi che alimenta in spazi più ampi di qualunque fra i rivi che, nati dalla medesima sorgente, in molte piagge si diffondono; così la narrazione del tuo dispensatore, cui avrebbero attinto molti futuri predicatori, riversa con modesta vena di parole fiumi di limpida verità. Di là ognuno, per quanto può in questo campo, deriva una sua propria e diversa verità, che poi estende in più lunghi meandri di parole. Infatti leggendo o udendo il passo in discussione alcuni pensano a Dio come a un uomo o a una potenza dotata di mole immensa, che con una decisione in qualche modo nuova e repentina produsse fuori di sé e quasi in luoghi distanti il cielo e la terra, due grandi corpi, sopra e sotto, ove sono contenute tutte le cose. Quando sentono: Disse Dio: “Sia fatto ciò”, e fu fatto ciò, pensano a parole che ebbero un inizio e una fine, risuonanti nel tempo e passeggere, tali che subito dopo il loro passaggio esistette l’oggetto di cui avevano comandato l’esistenza. Anche ogni altro loro concetto si sviluppa allo stesso modo dalle relazioni abituali con la carne. Costoro sono ancora bambini sensitivi. Mentre la loro gracilità si fa portare da questo stile umilissimo come da un seno materno, cresce sana la loro fede, per cui credono fermamente e per certo che Dio è il creatore di tutta la meravigliosa varietà degli esseri su cui si posano attorno i loro sensi. Ma se qualcuno di costoro, disprezzando come vili le parole, si spinge con la sua presuntuosa debolezza fuori dalla culla ov’è nutrito, ahimè, cadrà miseramente. Signore Dio, abbi pietà: il pulcino implume non sia calpestato dai passanti, manda il tuo angelo a riporlo nel nido, ove viva finché sappia volare.

Beata penetrazione dei dotti
28. 38. Vi sono però altri, per i quali queste parole non costituiscono ormai più un nido, ma un ombroso brolo, ove, scorgendo frutti nascosti, volteggiano festanti, e cinguettando li cercano e colgono. Scorgono infatti, alla lettura o all’ascolto di queste tue parole, o Dio eterno, come la tua permanente stabilità trascenda tutti i tempi, passati e futuri, eppure non esista creatura temporale che non sia opera tua; come la tua volontà, essendo una cosa sola con te, senza il minimo mutamento e senza il sorgere in lei di una decisione nuova, abbia creato tutte le cose, come tu non abbia tratto da te una tua immagine quale forma di tutte le cose, a te simile, ma dal nulla una informità dissimile, tale da poter ricevere una forma per la tua somiglianza ritornando in te, l’Uno, nella misura provvida e concessa a ogni cosa secondo la sua specie; e come quindi tutte le cose siano buone assai, tanto se rimangono vicine a te, quanto se, allontanandosi gradatamente nel tempo e nello spazio, operano o subiscono meravigliose vicende. Costoro scorgono tutto ciò e godono nella luce della tua verità per quel poco che possono quaggiù.

Altre interpretazioni di: in principio
28. 39. Altri invece, considerando le parole: In principio Dio creò, ricuperano quale principio la Sapienza, poiché anche, essa, ci parla; altri, pure considerando le medesime parole, vedono nel principio l’inizio della creazione e interpretano la frase: In principio creò come se vi si dicesse: “Dapprima creò”. Tra quanti intendono l’espressione in principio, nel senso che creasti nella Sapienza il cielo e la terra, l’uno crede che cielo e terra siano soltanto nomi dati alla materia creabile del cielo e della terra; altri che siano due entità già formate e distinte; altri che il nome cielo designi un’entità formata e per di più spirituale, il nome terra una materia informe e corporea. Ma neppure quanti riconoscono nei nomi di cielo e terra la materia ancora informe, da cui dovevano formarsi il cielo e la terra, l’intendono poi allo stesso modo. C’è chi pensa che da quella materia si sarebbe sviluppata la creatura intelligente e la sensibile, e chi pensa che se ne sarebbe sviluppata soltanto la massa sensibile e corporea, la quale comprende nel suo grande seno tutti gli enti visibili e percettibili. Così non sono concordi neppure quanti vedono designate in questo passo come cielo e terra le creature già ordinate e distribuite al loro luogo, gli uni pensando al mondo invisibile e visibile, altri invece al solo mondo visibile, dove osserviamo il cielo luminoso e la terra caliginosa, con le cose in essi esistenti.

La priorità della materia
29. 40. Ma chi interpreta: In principio creò, semplicemente come un modo per dire: “Dapprima creò”, non ha altra possibilità d’intendere con rigore cielo e terra, se non intendendo la materia del cielo e della terra, ossia dell’universo creato, intelligente e corporeo. Se infatti volesse vedervi un universo già provveduto di forma, si potrebbe a ragione chiedergli: “Se Dio fece dapprima un tale universo, cosa fece in seguito?”. Oltre l’universalità delle cose non troverà nulla; quindi si sentirà dire, suo malgrado: “Come vi sarebbe un prima senza nulla dopo?”. Se invece dice che prima ci fu la materia informe, poi la formata, non dice un’assurdità, purché riesca a discernere quale ente è primo per l’eternità, quale per il tempo, quale per il valore, quale per l’origine. Per l’eternità, ad esempio, Dio precede le cose; per il tempo il fiore precede il frutto; per il valore il frutto precede il fiore; per l’origine il suono precede il canto. Fra le quattro citate precedenze, la prima e l’ultima sono difficilissime da capire, la seconda e la terza facilissime. Rara e molto ardua, Signore, è la visione contemplativa della tua eternità, creatrice immutabile di esseri mutabili, da cui deriva la sua priorità. Quale acume d’intelligenza non si richiede poi per distinguere senza troppa fatica la priorità del suono rispetto al canto, essendo il canto un suono provvisto di forma, e potendo certamente esistere una cosa priva di forma, ma non ricevere forma una cosa inesistente? Così la materia precede ciò che se ne crea, ma non precede perché creatrice, mentre piuttosto è creata, né precede per un intervallo di tempo. Non è vero infatti che noi emettiamo primamente alcuni suoni informi senza canto e posteriormente li colleghiamo o modelliamo in forma di canzone, come lavorando il legno per fabbricare una cassa, o l’argento per un vaso. Qui si hanno materie che precedono anche per il tempo la forma degli oggetti che se ne fanno; nel canto invece è diverso. Quando si canta, si ode il suono del canto. Non esiste prima un suono informe, poi la sua formazione in un canto. Un suono qualsiasi, dopo essere risuonato, svanisce senza lasciare nulla che si possa riprendere per comporlo con arte. Perciò il canto si svolge nel suo suono, e il suo suono è la sua materia. Il suono, appunto, riceve una forma per essere canto, e quindi, come dicevo, la materia del suono precede la forma del canto: non per una capacità creativa, poiché il suono non è l’artefice del canto ma viene posto dal corpo a servizio dell’anima del cantore, che ne faccia un canto; e neppure per una precedenza di tempo, poiché il suono viene emesso contemporaneamente al canto; né per una precedenza di valore, poiché il suono non è meglio del canto, essendo il canto non solo un suono, ma per di più un bel suono; bensì per una precedenza di origine, poiché non il canto riceve forma per essere suono, ma il suono riceve forma per essere canto. Da questo esempio comprenda chi può come la materia dell’universo fu creata dapprima, e chiamata cielo e terra, perché ne furono tratti il cielo e la terra. Non fu creata dapprima nel tempo, poiché sono le cose formate a esprimere il tempo, mentre la materia era informe e si presenta nel tempo ormai insieme al tempo. Tuttavia non se ne può predicare nulla, oltre ad attribuirle una certa priorità nel tempo, sebbene sia considerata l’infimo degli esseri, perché le cose dotate di una forma sono ovviamente più perfette delle informi; e sia preceduta dall’eternità del creatore, se doveva derivare dal nulla la sostanza dalla quale doveva nascere qualcosa.
Conclusioni
Amore concorde della verità
30. 41. In tale disparità di opinioni vere la verità sola dovrà portare la concordia. Il Dio nostro abbia pietà di noi, per volgerci all’uso legittimo della legge secondo il fine del precetto, la pura carità. Se perciò qualcuno mi domanda quale fu tra queste l’intenzione di Mosè, tuo grande servitore, non posso rispondere con le mie confessioni. Non te lo confesso, perché lo ignoro, pur sapendo che sono tutte opinioni vere, ad eccezione di quelle materialistiche, su cui ho parlato quanto ritenni necessario. Ma i fanciulli di buona speranza, che queste parole del tuo libro sublimi nella loro umiltà e copiose nella loro scarsezza non atterriscono; ma quanti riconosco interpreti ed espositori veritieri di quelle parole, amiamoci l’un l’altro e amiamo allo stesso modo te, Dio nostro, fonte di verità, se di verità e non di vane fantasie siamo assetati. E onoriamo anche il tuo servitore, dispensatore di tale scrittura, traboccante del tuo spirito; crediamo che nello scrivere queste parole per tua rivelazione mirò a quanto in esse brilla maggiormente per luce di verità e messe di vantaggi.

Molteplicità di significati
31. 42. Così, quando uno dice: “La sua idea fu la mia”, e un altro: “No, bensì la mia”; io rispondo con spirito, credo, più religioso: “Perché non piuttosto ambedue, se ambedue sono vere? E se altri scorgesse nelle stesse parole una terza, una quarta, e ogni altra verità, perché non dovremmo credere che quegli le vide tutte, se l’unico Dio se ne servì per adeguare gli scritti sacri a molte intelligenze, che vi dovevano vedere sensi diversi e veri?”. Io, lo dichiaro intrepidamente dal fondo del mio cuore, se giungessi al vertice dell’autorità e dovessi scrivere qualcosa, vorrei senza dubbio scrivere in modo che nelle mie parole echeggiassero tutte le verità che ognuno potesse cogliere in quella materia, anziché collocarvi con discreta chiarezza un solo pensiero a esclusione di tutti gli altri, che pure non mi urtassero con la loro falsità. Non voglio quindi essere così temerario, Dio mio, da credere che un tale uomo non abbia meritato da te questo privilegio. Egli vide certamente in queste parole e pensò, all’atto di scriverle, tutte le verità che potemmo trovarvi, ed anche le altre, che noi non potemmo, o non potemmo ancora, ma si può trovarvi.

Cognizione del vero
32. 43. Infine, o Signore, che sei Dio, e non carne e sangue, se l’uomo non vide tutto, al tuo Spirito buono, che mi condurrà nella terra giusta, invece poté mai rimanere occulta alcuna delle cose che in quelle parole tue per tuo conto ti proponevi di rivelare ai futuri lettori, quand’anche il loro banditore non abbia concepito che uno dei molti sensi veri? In tal caso il senso concepito da lui sarebbe certamente il più elevato di tutti. A noi, Signore, rivela quello stesso o qualunque altro ti piaccia, purché vero. Ma, sia che nell’incontro delle medesime parole ce ne mostri il senso che già mostrasti a quel grande, sia che un altro ce ne mostri, nùtrici tu, non c’illuda l’errore. Ecco qui, Signore Dio mio, quante cose ho scritto per poche parole, quante cose davvero! Di questo passo, come basteranno le mie forze, come il tempo per tutti i tuoi libri? Permetti dunque che per loro mezzo io ti faccia la mia confessione piuttosto in breve, scegliendone un unico senso, ispiratomi da te come vero, sicuro e buono, sebbene molti si presentino dove molti potranno presentarsi. E la mia confessione sia tanto schietta, da esporla, se esporrò l’intenzione del tuo ministro, con la dovuta esattezza. A ciò devo tendere con tutte le mie forze; e se non riuscirò a tanto, possa riuscire almeno a esporre ciò che la tua verità volle comunicarmi con le parole di lui, al quale pure comunicò ciò che volle.

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