Apocalisse 15/ 16

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15

[1] Poi vidi nel cielo un altro segno grande e meraviglioso: sette angeli che avevano sette flagelli; gli ultimi, poiché con essi si deve compiere l’ira di Dio.

[2] Vidi pure come un mare di cristallo misto a fuoco e coloro che avevano vinto la bestia e la sua immagine e il numero del suo nome, stavano ritti sul mare di cristallo. Accompagnando il canto con le arpe divine,

[3] cantavano il cantico di Mosè, servo di Dio, e il cantico dell’Agnello:
“Grandi e mirabili sono le tue opere,
o Signore Dio onnipotente;
giuste e veraci le tue vie,
o Re delle genti!

[4] Chi non temerà, o Signore,
e non glorificherà il tuo nome?
Poiché tu solo sei santo.
Tutte le genti verranno
e si prostreranno davanti a te,
perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati”.

[5] Dopo ciò vidi aprirsi nel cielo il tempio che contiene la Tenda della Testimonianza;

[6] dal tempio uscirono i sette angeli che avevano i sette flagelli, vestiti di lino puro, splendente, e cinti al petto di cinture d’oro.

[7] Uno dei quattro esseri viventi diede ai sette angeli sette coppe d’oro colme dell’ira di Dio che vive nei secoli dei secoli.

[8] Il tempio si riempì del fumo che usciva dalla gloria di Dio e dalla sua potenza: nessuno poteva entrare nel tempio finché non avessero termine i sette flagelli dei sette angeli.

16

[1] Udii poi una gran voce dal tempio che diceva ai sette angeli: “Andate e versate sulla terra le sette coppe dell’ira di Dio”.

[2] Partì il primo e versò la sua coppa sopra la terra; e scoppiò una piaga dolorosa e maligna sugli uomini che recavano il marchio della bestia e si prostravano davanti alla sua statua.

[3] Il secondo versò la sua coppa nel mare che diventò sangue come quello di un morto e perì ogni essere vivente che si trovava nel mare.

[4] Il terzo versò la sua coppa nei fiumi e nelle sorgenti delle acque, e diventarono sangue.

[5] Allora udii l’angelo delle acque che diceva:
“Sei giusto, tu che sei e che eri,
tu, il Santo,
poiché così hai giudicato.

[6] Essi hanno versato il sangue di santi e di profeti,
tu hai dato loro sangue da bere:
ne sono ben degni!”.

[7] Udii una voce che veniva dall’altare e diceva:
“Sì, Signore, Dio onnipotente;
veri e giusti sono i tuoi giudizi!”.

[8] Il quarto versò la sua coppa sul sole e gli fu concesso di bruciare gli uomini con il fuoco.

[9] E gli uomini bruciarono per il terribile calore e bestemmiarono il nome di Dio che ha in suo potere tali flagelli, invece di ravvedersi per rendergli omaggio.

[10] Il quinto versò la sua coppa sul trono della bestia e il suo regno fu avvolto dalle tenebre. Gli uomini si mordevano la lingua per il dolore e

[11] bestemmiarono il Dio del cielo a causa dei dolori e delle piaghe, invece di pentirsi delle loro azioni.

[12] Il sesto versò la sua coppa sopra il gran fiume Eufràte e le sue acque furono prosciugate per preparare il passaggio ai re dell’oriente.

[13] Poi dalla bocca del drago e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta vidi uscire tre spiriti immondi, simili a rane:

[14] sono infatti spiriti di demòni che operano prodigi e vanno a radunare tutti i re di tutta la terra per la guerra del gran giorno di Dio onnipotente.

[15] Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non andar nudo e lasciar vedere le sue vergogne.

[16] E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armaghedòn.

[17] Il settimo versò la sua coppa nell’aria e uscì dal tempio, dalla parte del trono, una voce potente che diceva: “È fatto!”.

[18] Ne seguirono folgori, clamori e tuoni, accompagnati da un grande terremoto, di cui non vi era mai stato l’uguale da quando gli uomini vivono sopra la terra.

[19] La grande città si squarciò in tre parti e crollarono le città delle nazioni. Dio si ricordò di Babilonia la grande, per darle da bere la coppa di vino della sua ira ardente.

[20] Ogni isola scomparve e i monti si dileguarono.

[21] E grandine enorme del peso di mezzo quintale scrosciò dal cielo sopra gli uomini, e gli uomini bestemmiarono Dio a causa del flagello della grandine, poiché era davvero un grande flagello.

Spiegazione Corso biblico sull’Apocalisse (don Roberto Pandolfi).doc

Capitolo 15

vv. 1-4 – lettura
“…un altro segno grande e meraviglioso: sette angeli che avevano sette flagelli…” (i primi due segni apparsi erano la donna e il drago). La parola “segno” indica il momento finale della lotta.

In questi primi versetti notiamo diversi elementi interessanti. Ritorna il numero sette (gli angeli e i flagelli) nel v. 1, e al v. 2 troviamo un’immagine che anticipa la vittoria: “…coloro che avevano vinto la bestia…stavano ritti sul mare di cristallo.” Costoro pertecipano già alla sorte dell’Agnello risorto e glorioso.

Al v. 3 si accenna al “cantico di Mosè”.
In proposito leggiamo Esodo 15, 1-21, “Canto di vittoria” innalzato subito dopo il miracoloso passaggio del Mare dei Giunchi. E’ interessante la domanda: “Chi è come te tra gli dei, Signore?” posta nel v. 11. Molti interpreti ritengono che gli ebrei siano arrivati gradualmente al monoteismo e che inizialmente credessero in varie divinità, la più importante delle quali era Jahwe. Si passò poi alla consapevolezza che esistesse un unico Dio, Jahwe, e che gli altri dei fossero un’invenzione dell’uomo.

Lettura di Deuteronomio 32, “Canto di Mosè dopo la liberazione dal nemico”.
Mentre il “Canto di Mosè” in Es. 15 canta la liberazione dagli egiziani, qui si narrano le meraviglie compiute da Jahwe durante l’esodo, cioè durante il tragitto compiuto nel deserto.
Dio non si è limitato a liberare il popolo dalla schiavitù ma ha continuato a seguirlo amorevolmente con la sua Provvidenza.
Entrambi i cantici sono da tenere sullo sfondo per poter comprendere il cap. 15 dell’Apocalisse.

Capitolo 15 (continuazione) e Capitolo 16

Il breve cap. 15 ci dice che l’Agnello, cioè Gesù, è il vero Mosè e che la Pasqua dell’Agnello è il vero Esodo.
Nel brano della trasfigurazione, letto nella Messa della scorsa domenica, Luca (9,28-36) racconta che Gesù parlava con Mosè ed Elia della sua “dipartita” verso Gerusalemme.
Nel testo greco il termine usato è escodos, l’esodo, (e non “dipartita”, quindi) perché la Pasqua viene colta con la sua precisa valenza di esodo, di passaggio, di cammino dal peccato alla grazia. Ricordiamo anche che in Gv 6,32 Gesù afferma: “…non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero…” e prosegue dicendo: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno…” (v. 51). Questo significa che Gesù realizza pienamente le promesse dall’Antico Testamento. Direbbero i Padri della Chiesa: ciò che lì era in figura, adesso è realizzato, diventa realtà.
La manna che aveva nutrito il popolo d’Israele era semplicemente un segno che andava compreso ben milleduecento-millequattrocento anni dopo. Era il segno del pane vero disceso dal cielo che “…è la mia carne per la vita del mondo.” (Gv 6,51). Nell’opera giovannea torna spesso il paragone fra il Nuovo Testamento e l’Antico, soprattutto con personaggi cardine come Mosè, Abramo e Giacobbe.
Teniamo presente, allora, che l’Agnello, Gesù, porta a compimento quanto l’Antico Testamento aveva presentato in modo figurato.
Ci accorgeremo, adesso e in seguito, che il protagonista della vicenda è Dio con una conseguenza che la nostra sensibilità fatica ad accettare: vengono da Lui anche i flagelli che conosceremo leggendo i prossimi versetti.

Lettura cap. 15,5-8 e cap. 16.
La “Tenda della testimonianza” (15,5) ci riporta chiaramente all’esodo.
Notiamo che quanto scritto nei versetti 5-6-7 è presente a stralci nella Liturgia delle ore, soprattutto negli inni dei vespri.

Con il capitolo 16 inizia il terzo settenario, quello delle sette coppe, dopo gli altri già incontrati (i sette sigilli e le sette trombe).

Vediamo che al v. 15 il settenario viene interrotto in modo anomalo: “Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante…”. Si tratta nella terza beatitudine contenuta nell’Apocalisse.

All’inizio abbiamo notato che dalla prima coppa vengono colpiti solo coloro “…che recavano il marchio della bestia e si prostravano davanti alla sua statua.” (v. 2). Però già con la seconda coppa si parla della morte di “ogni essere vivente che si trovava nel mare.”.(v. 3). Con le successive coppe il coinvolgimento degli esseri viventi è apparentemente totale. Non si distingue più tra buoni e malvagi.

Cap. 15 – vv. 5-8.
Innanzi tutto appare la centralità di Dio con la sottolineatura di vari luoghi sacri (“…il tempio che contiene la Tenda della Testimonianza…”, denominata in Esodo “Tenda del convegno”).
“…dal tempio uscirono i sette angeli che avevano i sette flagelli…”(v. 6): ciò significa che i flagelli vengono direttamente da Dio. Potremmo dire in proposito che la mentalità antica non attribuiva molta importanza alle cause secondarie in quanto faceva riferimento alla causa ultima che era il Signore.I sette angeli escono dal tempio e ricevono da uno dei quattro esseri viventi le sette coppe d’oro “colme dell’ira di Dio…”. Il Signore ha perso la pazienza e sta entrando nel combattimento con tutta la sua potenza.

” Il tempio si riempì del fumo…” (v. 8a): è la classica immagine della teofania.
Appare significativa l’espressione “…nessuno poteva entrare nel tempio finché non avessero termine i sette flagelli dei sette angeli.” (v. 8b).
Siamo ormai alla conclusione. Poi si potrà nuovamente accedere al tempio e arrivare alla piena comunione con il Signore.

Con i flagelli delle sette coppe sono riprese sostanzialmente alcune delle piaghe d’Egitto.
La prima coppa produce un effetto parziale in quanto la piaga “dolorosa e maligna” (che può essere una pestilenza) colpisce solo gli adoratori della bestia.
Anche la seconda coppa è indirizzata in particolare contro la bestia, perché ne colpisce il regno, il mare. Infatti, la bestia era uscita proprio dal mare. La potenza di Roma, che si identifica con la bestia, si fondava proprio sul dominio dei mari, conquistato dopo aver sconfitto Cartagine. Anche ai nostri giorni chi domina il mare ha la supremazia sulle altre nazioni e la vittoria.
La terza coppa venne versata nei fiumi e nelle sorgenti delle acque che diventarono sangue. Questo castigo ci richiama la piaga del Nilo e di tutte le altre acque d’Egitto trasformate in sangue.

Chi è l’angelo delle acque? (v. 5)
Al tempo della stesura dell’Apocalisse era diffusa l’opinione che gli angeli presiedessero ai vari elementi (come l’acqua, il fuoco, la terra, eccetera).

In questo brano (vv. 5-6 del cap. 16) l’angelo delle acque proclama l’inno alla giustizia divina. Ci troviamo così di fronte per la terza volta alla descrizione del giudizio di Dio (i sette sigilli, le sette trombe e le sette coppe), che è ternario. Questa continua ripresa dello stesso tema richiama le encicliche di Papa Giovanni Paolo II, che sono strutturate secondo il tipico modo ciclico di ragionare dei teologi orientali. E anche qui avviene la stessa cosa con la descrizione del giudizio

Nel v. 6 Dio ci viene presentato come il Dio del taglione:
“Essi hanno versato il sangue di santi e di profeti,
tu hai dato loro sangue da bere…”
Hanno versato il sangue; il loro sangue sarà versato. Questa è la giustizia retributiva in senso stretto, in base alla quale la pena viene commisurata al reato commesso. Tale giustizia è lodata dalla voce che viene dall’altare:
“Sì, Signore, Dio Onnipotente;
veri e giusti sono i tuoi giudizi!” (v. 7)
Dio ci provoca alla conversione, ad avere consapevolezza del male commesso e, di conseguenza, a pentirci e a convertirci.
Credo che da questo punto di vista l’Apocalisse abbia ragione: il nostro è un Dio che ad ogni costo vuole portarci in paradiso. Purtroppo gli uomini di cui si parla nel nostro brano, anziché convertirsi, bestemmiano il nome del Signore. Anche alcune persone che noi conosciamo si ribellano e muoiono disperate perché non riescono a trovare un senso alla loro sofferenza. Dio ci perseguita con la sua grazia. Queste brevi considerazioni non esauriscono certamente il discorso sulla sofferenza, che è complicato ed ha molte sfumature. Perciò vi rimando a uno stupendo documento del Papa, la Salvifici doloris, in cui veramente troviamo tutte le possibili risposte al problema della sofferenza.

v. 8 – rilettura
Entra in scena il quarto angelo (quarta coppa).
Il sole, che è una delle creature bellissime di Dio, appare quasi come una potenza malefica perché “…gli fu concesso il potere di bruciare gli uomini con il fuoco.”. Il sole inverte il suo ruolo e da benefico diventa malefico. E’ quasi un ribaltamento della creazione. Ci troviamo di fronte, anche nel v. 9, al tema della conversione: gli uomini, invece di ravvedersi per rendergli omaggio, bestemmiano Dio perché manda il flagello. In sostanza questa è gente che non guarda le cose con gli occhi della fede e non si chiede il motivo del flagello e neppure se non debba cambiare la propria vita. Si tratta di uomini sempre sicuri di sè, disposti persino a contraddire se stessi pur di non dare ragione agli altri. (In realtà sono persone insicure).

La quinta coppa arriva addirittura a colpire, con la piaga delle tenebre, la sede della bestia, il cui trono è in concorrenza con quello di Dio. Ma, anche qui, gli uomini che “…si mordevano la lingua per il dolore…” continuano a bestemmiare il Signore anziché pentirsi delle loro azioni.

Il sesto angelo, versando la coppa (sesta coppa) sul fiume Eufrate, lo prosciuga.
L’Eufrate costituiva il confine naturale dell’impero romano verso oriente ed impediva alle orde barbariche di sconfinare. Il prosciugamento delle sue acque sarebbe servito “…per preparare il passaggio ai re dell’oriente.” (v. 12).
Comincia ora a delinearsi il grande scontro finale. Per la prima volta compaiono insieme il drago, la bestia e il falso profeta (v. 13). Adesso il potere delle tre forze malefiche (cioè del male e dei suoi due derivati) si riunisce.
Con l’immagine delle rane viene richiamata una delle piaghe d’Egitto. Teniamo presente che era allora diffusa la convinzione che le rane avessero una particolare predisposizione ad incarnare gli spiriti immondi.

Al v. 15 appare chiaramente un’interruzione (“Ecco, io vengo come un ladro…”) che ci rimanda sia al Cap. 3 dell’Apocalisse sia a un brano di Luca (12,35 e 39-40) che si legge frequentemente nelle liturgie funebri: “Siate pronti con le cinture ai fianchi e le lucerne accese…” e “…se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate.” Il v. 15 ci vuole proprio invitare alla vigilanza: “Beato chi è vigilante…”.
L’autore di queste parole non è né Giovanni né un angelo e neppure uno dei quattro vegliardi, ma Gesù stesso. Ed era dal Cap. 14 che il Cristo non parlava più. Ciò significa che dobbiamo prestare attenzione alle cose importanti, a ciò che “sta dietro” e non alle apparenze.
La vigilanza à tipica di colui che è sempre pronto all’incontro con Dio realtà eterna. Chi non vigila si fa attirare dalle realtà contingenti e dimentica spesso la realtà suprema (Dio) e la sua azione.

Proseguiamo la lettura del v. 15: “Beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non andare nudo e lasciar vedere le sue vergogne.”.
In una precedente lezione avevamo parlato delle vesti candide lavate nel sangue dell’Agnello. Coloro che indossavano quelle vesti erano associati alla vittoria di Cristo. La veste simboleggiava proprio la fedeltà estrema, fino alla morte. Chi è vigilante è sempre fedele e non accetta compromessi con la realtà del mondo.
In una parabola del Vangelo di Matteo (22, 1-14) si insiste moltissimo sulla veste degli invitati al banchetto. Colui che è privo della veste nuziale viene gettato “…fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.”. Indossare la veste significa esse pronti per la grande festa del regno dei cieli.

v. 16
Armaghedòn. Si tratta, per la verità, di una parola composta che non esiste nella lingua ebraica. Tra l’altro, è il secondo termine ebraico citato nell’Apocalisse (il primo si trova al Cap. 9,11: “Perdizione”).
Scomponiamo Armaghedòn in due parti. “Ar” significa “monte” mentre “maghedòn” potrebbe essere una forma diversa o dialettale di “Megghido”. Secondo questa ipotesi, il significato del termine sarebbe: “monte di Megghido”.
Megghido era una città che dava il nome a una pianura, era situata al centro delle vie di comunicazione del territorio cananeo e aveva perciò grande importanza strategica. Di conseguenza era contesa dai vari re e veniva considerata la città della guerra per eccellenza. In particolare, Megghido era nota per un famoso episodio della storia d’Israele: la sconfitta e la morte di Giosia, un re giusto e pio, autore della riforma deuteronomica. Costui venne sconfitto perché commise l’errore di cercare di fermare il faraone Necao che si recava con il suo esercito a combattere contro i babilonesi.
Dopo quell’episodio, Megghido divenne il luogo simbolo dell’oppressione di Israele, ma anche dei tentativi di questo popolo di affrancarsi; luogo di scontro tra le forze demoniache che animavano gli egiziani e le forze del bene che sostenevano gli israeliti e che nella battaglia citata vennero sconfitte.

Capitolo 16 (continuazione)

Suggerisco di rileggere, ovviamente in chiave sapienziale, le descrizioni delle piaghe d’Egitto e degli avvenimenti più importanti dell’esodo in Sapienza, 15-16-17-18-19.
Lettura, come saggio, di Sap. 18, 5-19. Vi troviamo una rilettura dell’episodio della morte degli innocenti.
Teniamo presente che il libro della Sapienza è il più recente dell’Antico Testamento essendo stato scritto pochi decenni prima della venuta di Gesù (e non accettato dal Canone ebraico perché scritto in greco) ed è quello in cui chiaramente appare l’idea della resurrezione. Per questo motivo alcune letture della liturgia dei funerali sono tratte proprio dalla Sapienza.

Sono particolarmente importanti i vv. 14 e 15 del brano appena letto per capire il perché della celebrazione a mezzanotte della Messa di Natale:
“Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose,
e la notte era a metà del suo corso,
la tua parola onnipotente dal cielo,
dal tuo trono regale, guerriero implacabile,
si lanciò in mezzo a quella terra di sterminio…”.
Nel Prologo di Giovanni leggiamo che il logos,””il Verbo si fece carne”. Il momento dell’incarnazione di Gesù dalla liturgia è stato stabilito in base al nostro v. 15. Allora, c’è un tempo preciso in cui la Parola diventa carne, si manifesta visibilmente? Sì, quando “la notte era alla metà del suo corso” (anticamente la notte iniziava alle sei di sera e terminava alle ore sei del mattino: quindi la mezzanotte ne era il momento centrale).
Ecco perché a Natale si celebra la Messa di Mezzanotte che, peraltro, è meno importante della veglia pasquale che rappresenta la “celebrazione madre” di tutte le celebrazioni dell’anno liturgico.
Comprendiamo, allora, che i capitoli citati del libro della Sapienza consentono una rilettura storica, cioè applicata ai fatti odierni, delle difficoltà, delle vicende di quei tempi. Rileggiamo, dunque, il passato per cogliere il significato dell’oggi.

Armaghedon – Al riguardo leggiamo:
a) 2 Re 9, 22-26 “Assassinio di Joram”
b) 2 Re 9, 27-28 “Assassinio di Acazia”
Come sappiamo, un re riceveva l’investitura in quanto inviato di Dio. Il Signore conferiva il potere e poteva toglierlo quando il sovrano si fosse dimostrato peccatore e, perciò, indegno. E non sempre Dio aspettava la morte di un re per ungerne un altro (vedasi il caso di Davide, unto da Samuele quando era ancora ragazzo, prima della morte del re Saul).
Nel secondo brano abbiamo notizia della morte di Acazia, re di Giuda, a Meghiddo.
c) Leggiamo ora: 2 Re 23, 29-30 “Fine del regno di Giosia”. Vi si descrive la morte di Giosia che per una valutazione politica errata attaccò il faraone Necao a Meghiddo, dove venne ucciso in combattimento.
d) Altri riferimenti a Meghiddo in:
Giudici 5
Zaccaria 12.

Abbiamo già visto che Ar-Maghedon significherebbe “morte a Meghiddo”. Ma Meghiddo è una località situata in pianura e nodo stradale di importanza strategica. Probabilmente Giovanni vuole mettere in relazione questo monte con il monte Sion dove si erano radunati i centoquarantaquattromila. In seguito vedremo la contrapposizione fra due città: Roma, la prostituta, e Gerusalemme, la città santa.
E gli ultimi capitoli dell’Apocalisse sono costruiti proprio sulla contrapposizione fra una realtà malefica e una benefica.
Allora Meghiddo, luogo dello scontro in cui le potenze infernali daranno il meglio di sè, diventa come un contraltare al monte Sion dove invece sono radunate le potenze dei vittoriosi (i centoquarantaquattromila).

Ap. 16, 17-21 – lettura (la settima coppa)
In questi versetti vengono ripresi diversi elementi della visione inaugurale descritta nel cap. 4. Innanzi tutto notiamo che quanto annunciato nel cap. 4 ora è compiuto.
La teofania (manifestazione di Dio) è sostanzialmente uguale nei nostri due capitoli.

In questo brano Giovanni annuncia qualche cosa che è già avvenuto (“E’ fatto!” v. 17) e che descriverà nei capitoli successivi. Per ora l’autore crea un’atmosfera di attesa: “Dio si ricordò di Babilonia la grande per darle da bere la coppa di vino della sua ira ardente” (v. 19b). Notiamo che il flagello terribile è proporzionato alla città: Babilonia la grande merita un grande flagello.

Continua….

 

 

 

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