L’IMMACOLATA: MESSAGGIO DI DIO Cardinale Giuseppe Siri/LA VERA DEVOZIONE ALLA SANTA VERGINE

by

San Bartolo Longo , prega per noi

Il discorso sulla Vergine Immacolata non sempre lo si fa concreto, completo ed esatto.
Si parla sempre di Lei, sé ne magnificano le qualità, i privilegi, la grandezza.
Parliamo un po’ di noi; a Lei non dobbiamo insegna¬re nulla! Noi abbiamo bisogno di apprendere molto.
Il discorso dunque è per noi e di noi.
In che cosa consiste la vera devozione alla Vergine, Madre del Signore?
Anzi tutto consiste nel fare quello che Essa vuole: questo è il fondamento necessario nella devozione alla Madonna.
Che cosa vuole?
La osservanza della legge di Dio!
Vuole la cosa piú grande, piú dolce, e, per molti uomini, piú difficile che è la uniformità della volontà nostra alla volontà del Signore.
Essa vuole quello che vuole Gesú! E la vera devozio¬ne è anzitutto e sostanzialmente in questo: che si faccia quello che Dio vuole.
La devozione alla Madonna non costituisce un tema di extraterritorialità alla norma della legge di Dio, no! E’ tutto nella norma della legge di Dio.
Certo non è difficile capire che la cosa non è facile, ma questo non autorizza a tacerne; quanto piú una cosa è difficile, tanto piú bisogna parlarne; quanto piú una cosa è dimenticata tanto piú bisogna ricordarla.
Ma non è solo questo! La vera devozione alla Ma¬donna domanda un’altra cosa.
Gesú in croce affida la Vergine al suo discepolo piú fedele, Giovanni, l’unico che aveva avuto il coraggio di seguirlo fino alla croce – gli altri si erano tenuti piuttosto discosti! – In Giovanni è rappresentato ciascun uomo, pertanto la nostra devozione verso Maria dev’essere filiale. La vera devozione alla Madonna domanda questo: che si instauri tra l’anima nostra e la Vergine Madre del Signore il rapporto, il clima, il calore che unisce madre e figlio.
Quale calore?
Quello della ammirazione, della stima, dell’afflato – questa parola dice un mondo intero! – della fiducia, dell’abbandono tranquillo, sorridente, pacato.
I rapporti tra madre e figlio sono descritti in queste parole, ed è chiaro che queste parole contengono un insie¬me di sentimenti che non è esattamente quello che sta nel rapporto di amicizia, perché è molto di piú.
Questo deve essere instaurato nella vera devozione: l’intimità, il ricorso, l’appello, il colloquio, il senso di una presenza nella quale ci si sente perfettamente tranquilli. Mi direte: e come si fa?
Sono tutte cose piuttosto difficili.
Tali risposte cominiciano ad essere difficili anche tra le madri e i figli del nostro tempo, perché molte madri non meritano piú e molti figli meritano ancor meno, il che è uno degli aspetti di disfacimento che è la gloria della nostra cosiddetta civiltà.
E’ ora di aprire gli occhi su quello che il mondo è oggi.
Come si fa per prolungare, per creare questo calore, questa intimità, questa vicinanza, questa presenza affet¬tuosa, sorridente e tranquilla?
Ci sono le pratiche di pietà e l’orazione.
E’ con l’orazione che si stabiliscono i rapporti con il Cielo, con Dio, con Cristo, con la Vergine, con gli Angeli, con i Santi.
La strada è la stessa; è unica! E’ questione di per¬correrla con maggiore comprensione, con maggiore sacri¬ficio e maggiore saggezza, è questione di saper prendere e riprendere la rincorsa, ma la via è sempre l’orazione.
Guardiamo a Lei – già! – ma guardiamo un po’ anche a noi, perché i rapporti si hanno in due; è necessa¬ria una reciprocità con Dio, che rispetti la libertà umana, e questa reciprocità non manca mai; anzi la ha affidata a noi, a noi dico!
Vediamo come possiamo colloquiare con Maria, di quali strumenti possiamo servirci.
Naturalmente si può colloquiare con la Vergine, Madre del Signore, in ogni momento e per qualunque cosa e in tutte le forme e per qualunque causa: con la medita¬zione interiore; ma penso che questa possa essere difficile per molte anime. Bisogna cominciare con le cose piú facili e pertanto vengo a quelle.


Prima di tutto il Santo Rosario!
Il Santo Rosario: non sappiamo esattamente che ori¬gine abbia come fatto storico; attribuito a San Domenico, anzi ad una visione avuta da Lui: ma questa non può essere provata! Si comincia a parlarne con documenti un secolo dopo la morte di San Domenico.
Comunque sia, il Rosario è quello che è!
Anzitutto e soprattutto è la meditazione su tutti i misteri della Redenzione e della nostra salvezza.
Il Rosario obbliga a percorrere tutto l’itinerario che fu di Cristo e dalla Incarnazione alla gloria del Cielo e tutto l’itinerario di quello che in Lui dobbiamo cogliere per riprodurlo in noi.
Questo è il Rosario!
Molti non vedono in esso altro che una ripetizione! Stiano attenti! La ripetizione è in funzione di una attività interiore, meditativa di quello che ho detto, del riassunto di tutto quello che interessa all’uomo sapere… e conoscere per salvarsi!
Ma anche se il mezzo di questa meditazione è una ripetizione – ripeto: attenti! – ci sono delle parole che si ripeterebbero all’infinito e non perdono mai la ragione di essere ripetute: la parola mamma, per quelli che l’han¬no avuta e l’hanno non è una noia ripeterla.
Io ricordo, molti anni or sono assistevo un parroco della nostra Diocesi, ultranovantenne, e ad un certo mo¬mento l’ho sentito – aveva 92 anni! – chiamare mamma, e chiedere alla sorella vicina al letto: “Sorellina, quando arriva la mamma? ” Ci sono delle cose che si possono ripetere all’infinito; ne ho detta una, la piú semplice. Per¬tanto lasciamo stare le obiezioni con il Santo Rosario, ma ricordiamoci che il Rosario è il Breviario della povera gente e siccome povera gente siamo tutti, è il Breviario di tutti!
Non disprezziamo quello che ci mette davanti intere ragioni per cui crediamo, per cui speriamo, per cui atten¬diamo la felicità di entrare nella gloria.
E uno!
Ora vengo a rispolverare un’altra preghiera: l’Ange¬lus!
Le campane, dove ancora suonano, suonano al mat¬tino, a mezzogiorno e alla sera.
E’ il suono dell’Angelus; perché si chiama così? Perché è il suono che richiama a salutare la nostra Madre del Cielo; ma attenti bene! in questo saluto si ricorda la Sua obbedienza, si ricorda la Incarnazione del Verbo; in questo saluto si termina, come devono termina¬re tutte le cose, con il Gloria Patri, che si tende ad elimi¬nare, con meraviglia di coloro che hanno una fede sincera e consapevole.
Ricordiamoci bene che il Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo è in terra la sintesi del nostro canto eterno in Cielo; come sarà non lo sappiamo, ma sappiamo che questa è una anticipazione ed una sintesi.
Quando San Beda il Venerabile stava morendo e do¬veva terminare la traduzione in lingua sassone del Vangelo latino di Giovanni, – era arrivato al terz’ultimo versetto – l’assisteva il giovane amanuense padre Atanasio. Egli tradusse il terz’ultimo versetto e poi pronunciò, Gloria, al Padre al Figlio e allo Spirito Santo. Subito dopo parve cadere; l’amanuense lo scosse dicendo: l’ultimo versetto da tradurre.
Lo tradusse e così terminò l’opera sua, il grande dottore, il piú grande dottore del secolo VIII della Chiesa. Finì con le parole: Gloria al Padre, al Figlìo e allo Spirito Santo e spirò!
Aveva cantato l’antifona al suo cantico eterno.
Così anche la nostra vita trovi la sua unità, la sua pace, la sua sicurezza, la sua gioia nel conformarsi tanto alla lode del Signore da far risuonare sopra ogni altra voce il cantico, che l’eternità tradurrà un giorno in termini divini: “Gloria al Padre, al Figliuolo ed allo Spirito Santo, come era nel principio, ora e sempre e per tutti i secoli! ” Ogni cosa passa, solo l’eterno cantico dura!
E’ forse troppo per noi ricordarci di questo tre volte al giorno, per noi sommersi dalla infelicità della esperien¬za terrena?
E due!
Il terzo! Ci sono le giaculatorie che; facendo l’anali¬si lessicale della parola, rivelano: piccole saette gettate verso il cielo!
Qualcheduno ride delle giaculatoríe: è segno che è stupido! Ma la cosa diventa strana, perché la giaculatoria è adatta al nostro tempo.
Siamo tutti nella fretta, corriamo; per correre di piú ci facciamo sostituire; abbiamo spinto fino alla follia la creazione di macchine che ci sostituiscano, perché abbia¬mo fretta.
La giaculatoria è la preghiera piú congeniale al no¬stro tempo!
Perché lasciarla stare?
Questa piccola puntura d’amore verso Dio, di intesa con gli Angeli e con i Santi, questa espressione, fatta di qualche parola soltanto, che può essere detta, pensata in qualunque momento, per qualunque ragione, con chiun¬que si stia parlando, qualunque cosa si stia facendo, ma che ci dà il potere di aprire lo spiraglio alle cose sopranna-turali verso di noia
E’ la preghiera piú intonata alla fretta del ventesimo secolo e diventerà ancora piú intonata per il ventunesimo. Ecco, io ho finito: ho voluto rispolverare solo queste pratiche di pietà che talvolta sembrano dimenticate.
Ci sono, certo, le orazioni liturgiche, quelle sono ufficiali, quelle sono l’alternanza del canto tra noi e il Cielo, perché in realtà chi risponde al versetto dell’Ufficio divino è la Gerusalemme Celeste; lo so!
Ma siamo poveretti!
Non possiamo mangiare sempre come nel giorno di Natale; per i giorni feriali occorrono cibi umili; perché disprezziamo quel modo di congiungerci con le cose cele-sti che non solo sono adatte alla fretta del nostro tempo, ma adatte alla nostra miseria e alla nostra povertà?
Ecco, forse è bene ricordarci di questo!
Ed io raccomando a Madonna Povertà di continuare il discorso!

Continua….

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