Araldo del Divino Amore, Libro Quarto Capitolo Secondo ( Della Dolce Vigilia del Santo Natale) Prima Parte

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Il giorno dopo, essendo Geltrude ancora sveglia per un certo tempo prima di Mattutino, si ricordò davanti a Dio, nell’amarezza del cuore, di una colpa d’impazienza che le era sfuggita per trascuratezza di chi la serviva. Sentendo però ben tosto il primo tocco di Mattutino, si levò con anima gioiosa, lodando Dio, perchè quella campana annunciava la prossima festa della soave Natività di Gesù.
Il Padre celeste allora le rivolse dolcemente la parola « Io mando all’anima tua quello stesso amore che ho inviato davanti al Volto dell’unico mio Figlio, per purificare il mondo dal peccato; Io te lo mando perchè, purificata da ogni colpa, liberata da qualsiasi traccia di negligenza, tu giunga alla festa della Natività degnamente adorna di virtù ».
Anche dopo aver ricevuto un dono così splendido, Geltrude meditava in cuore il triste ricordo della colpa commessa, dichiarandosi indegna delle grazie divine, per aver reagito con impazienza di fronte ad una leggera dimenticanza.
Allora la divina misericordia la illuminò con questo insegnamento: « Tutti i pensieri che l’uomo coltiva riguardo alle sue colpe, dopo la penitenza fatta, di cui la Scrittura ha detto: « In quacumque hora conversus fuerit peccator et ingemuerit, omnium peccatorum suorum non recordabor amplius – In qualsiasi ora il peccatore si convertirà e si pentirà, non mi ricorderò più dei suoi peccati », tutti quei pensieri, dico, non hanno altro fine che di renderlo più adatto a ricevere la divina grazia ».

Al secondo tocca della campana, mentre Geltrude si disponeva a lodare il Signore, Dio Padre le disse: « Io mando nuovamente all’anima tua quell’amore che ho inviato davanti al Volto del Figlio mio, per riscattare tutti i difetti della fragile natura umana; tale amore correggerà, in pari tempo, in te le imperfezioni che non possono recarti vantaggio alcuno. Infatti certi difetti possono essere utili perchè coltivano l’umiltà e la compunzione, facendo progredire l’anima nella via della salvezza. Queste imperfezioni le lascio sussistere perfino nelle anime più care, per esercitarle nella virtù. Vi sono però altri difetti che si biasimano quando si scorgono in sè, ma che talvolta si difendono come si difenderebbe la giustizia, e dei quali non si vuole correggersi; essi mettono talora l’uomo in pericolo di dannazione; di tali colpe tu sei ora assolutamente purificata ».
Al terzo suono della campana la Santa si sforzava di lodare fervorosamente il Signore. Allora il Padre Celeste le diede tutte le virtù che aveva deposto, prima della nascita di Gesù, nel cuore degli antichi patriarchi, dei profeti e di tutti i servi fedeli che avevano tanto desiderato il Messia. Tali virtù erano: l’umiltà, il desiderio, la conoscenza, l’amore, la speranza ed altre ancora: era appunto in forza di tali virtù che Geltrude poteva prepararsi degnamente al S. Natale. Il Signore ne compose una specie di tunica, con ornamenti simili a fulgide stelle, poi, mostrandogliela, le chiese: « Che scegli, figlia mia? Vuoi tu essere servita da me, o servirmi? ». Infatti la Santa godeva del suo Dio in due differenti modi. Col primo era così completamente trasportata in Dio con l’estasi, da non poter occuparsi a far del bene al prossimo, col secondo, penetrava il senso profondo delle S. Scritture: l’intelligenza, da Dio illuminata, trovava gusti sorprendenti e deliziosi; pareva quasi che, faccia a faccia con Dio, si divertisse come un amico che si siede con l’amico per giocare, nell’intimità più serena, una partita a scacchi. Allora le era dato partecipare alle anime i tesori ricevuti. Appunto perciò il Signore le aveva chiesto se volesse essere servita, oppure servire. Ma Geltrude, disprezzando il suo vantaggio per cercare quello di Gesù, scelse di servirlo laboriosamente per la sua gloria, invece di gustare passivamente quanto Egli sia dolce nella più eletta sodisfazione dello spirito. La sua scelta piacque singolarmente al Salvatore.
All’inizio del Mattutino ella col « Deus in adjutorium » implorò il divino aiuto. Al Domine labia mea aperies tre volte ripetuto, salutò l’incommensurabile potenza del Padre, l’inesauribile sapienza del Figlio, la bontà infinitamente dolce dello Spirito Santo e adorò con tutto il cuore, con tutta l’anima e tutte le forze, Dio, uno nella Trinità e Trino nell’Unità.
Ai cinque primi versetti del salmo « Domine, quid multiplicati sunt » (Sal III) s’avvicinò alle Piaghe vermiglie di Gesù e le baciò amorosamente.
Al sesto versetto del medesimo salmo, prostrata ai piedi del Signore, l’adorò e Gli offerse fervidi ringraziamenti per la piena remissione de’ suoi peccati.
Durante il settimo versetto, rivolgendosi alle Mani del Signore, lo ringraziò per tutti i benefìci ricevuti dalla sua gratuita bontà; all’ottavo versetto salutò la Piaga d’amore del Suo Costato; durante il Gloria s’inchinò profondamente per lodare, in unione con tutte le creature, la radiosa sempre tranquilla Trinità; infine al Sicut erat, avvicinandosi al Cuore di Gesù lo salutò con profonda tenerezza e lo glorificò perchè conteneva in se stesso tutti i misteri incomprensibili della Divinità.
Continuando in questo senso, Geltrude si prostrò al primo versetto del Salmo Venite exultemus, davanti alla Piaga del piede sinistro e implorò completa remissione di tutti i suoi peccati di pensieri e di parole. Alla piaga del piede destro ottenne, col secondo versetto, il supplemento di tutte le sue imperfezioni di pensieri e di parole. Alla Piaga della mano destra, col terzo versetto, ebbe la remissione di tutte le sue opere colpevoli; a quella della mano sinistra, col quarto versetto, ebbe il supplemento a tutte le omissioni di buone opere.
Infine durante il quinto versetto, s’avvicinò alla sacratissima Piaga del Cuore del suo dolcissimo Amante, (che abbonda e sovrabbonda d’ogni bene), la baciò con divozione, purificandosi di ogni macchia nell’acqua e nel Sangue, che il fiero Longino fece scaturire col colpo di lancia. Divenuta candida quale neve, fu adornata di ogni virtù per mezzo di quel prezioso lavacro, e infine, trasportata dai profumati vapori che sfuggono da quella Piaga, fino alla sorgente di ogni bene. Perciò cantò il Gloria Patri in onore e gloria della SS. Trinità e concluse col Sicut erat, dicendolo col Cuore di Gesù, ricettacolo delle divine influenze.
Con l’invitatorio Hodie scietis, che si canta cinque volte durante il Venite, e si ripete due volte dopo il salmo, ricevette da Dio Padre la purificazione delle sette potenze affettive, le quali, mediante l’unione alle santissime affezioni di Gesù Cristo, furono meravigliosamente nobilitate. Durante i salmi che seguirono, Geltrude si tenne davanti a Dio nel suo vestimento adorno di splendide stelle, poi innalzò ferventi brame per ottenere che a gloria della dolce Natività di Gesù, tutti i suoi esercizi spirituali e corporali fossero una lode degna per l’adorabile Trinità.
Durante il suono delle campane che annunciavano le Laudi, il Signore le disse: « Come il suono delle campane annuncia la festa della mia nascita, così io ti accordo che tutte le tue opere, in questa solennità, canti, letture, preghiere, meditazioni, e persino gli atti corporali, come il lavoro, i pasti, il sonno, tutto infine risuoni a gloria della SS. Trinità, in unione ai miei desideri e all’amore mio che mai dissonarono dalla Volontà di Dio Padre». Quando si accesero i sette ceri, il Signore ornò l’anima sua dei sette doni dello Spirito Santo.
Geltrude chiese poi al Signore, in nome dell’accondiscendenza che lo fece nascere in una stalla, la grazia di essere preparata secondo i suoi desideri alla prossima festa.. Il clementissimo Signore gradì assai quella divota brama e mise nel suo cuore, a guisa di muri e di tetto, la sua Onnipotenza, Sapienza e Bontà. La Santa si rallegrava nell’intimo dell’anima, come se fosse stata nella stalla benedetta, perchè sorgeva, sotto forma di leggiadri campanelli sospesi sul tetto e sui muri, le opere compiute da tutte le creature umane con l’aiuto della Potenza, della Sapienza, della Bontà divina e tali opere le erano concesse per aiutarla a celebrare la imminente solennità nel modo a Dio più gradito.
Fra queste dolci gioie che le davano un pregusto di Paradiso, Gesù le apparve per aggiungere doni novelli, poi pose il colmo alla sua amabile accondiscendenza, stabilendosi Lui stesso in quel luogo, con i suoi servi, i principi celesti.
Geltrude recitò allora, in onore di tutte le membra del Sacro Corpo di Gesù, duecento venticinque volte la preghiera: « Laudo, adoro etc. » e le parve che ciascuna di quelle preghierine fosse presentata a Dio, come omaggio di eletta fragranza. Dopo di che il Signore, con un divino abbraccio, purificò tutti i suoi sensi interni ed esterni, rinnovandoli e fortificandoli efficacemente con l’unione a tutte le sue sacratissime membra.
Al suono della campana per il Capitolo, Geltrude rinnovò ferventi lodi a Dio, ringraziandolo perchè volesse degnarsi di presiedere Lui stesso quella riunione, come aveva
rivelato a S. Matilde, di felice memoria. (Libro della Grazia speciale L. I. cap. VII).
Ella comprese inoltre che la grande divozione con cui la maggior parte della Comunità si recava ai capitolo, conoscendo la rivelazione fatta a S. Matilde, era per Gesù una specie di soave provocazione, tanto ch’egli aspettava le Religiose con gioia immensa.
Il Salvatore stava già seduto al posto della Madre Abbadessa e pareva regnare al di sopra della medesima, nella gloria della sua divina Maestà, circondato da una moltitudine di spiriti celesti, appartenenti a diversi ordini, e sorretto su di un seggio reale per mezzo dei troni.
Quando la comunità ebbe preso posto in Capitolo, il Signore incapace per così. dire, di trattenere più a lungo la sua gioia, esclamò: « Eccovi infine, o mie carissime anime ». Indi la più giovane cantrice intonò: « Jube Domne benedicere » e l’Abbadessa rispose: « In via mandatorum tuorum etc. ». Allora il Salvatore, stendendo la sua venerabile Mano benedisse il convento con queste parole: « Con l’Onnipotenza di Dio Padre, dò il mio assenso a quanto diceste ». La stessa cantrice continuò: « Jesus Christus, Filius Dei vivi in Bethleem Judae nascitur: Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, nacque in Betlem di Giuda». Tosto i cori angelici, sentendo proclamare la dolce nascita del loro Re, furono riempiti d’ineffabile gaudio e con somma riverenza, si prostrarono a terra per adorarlo.

CONTINUA….

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