Archive for novembre 2018

La celebrazione liturgica dell’Eucaristia /La Messa lungo i secoli

14 novembre 2018

Fin dal secondo secolo, abbiamo la testimonianza di san Giustino martire riguardo alle linee fondamentali dello svolgimento della celebrazione eucaristica. Esse sono rimaste invariate fino ai nostri giorni in tutte le grandi famiglie liturgiche. Ecco ciò che egli scrive, verso il 155, per spiegare all’imperatore pagano Antonino Pio (138-161) ciò che fanno i cristiani:

[Nel giorno chiamato “del Sole” ci si raduna tutti insieme, abitanti delle città o delle campagne.
Si leggono le memorie degli Apostoli o gli scritti dei Profeti, finché il tempo consente.
Poi, quando il lettore ha terminato, il preposto con un discorso ci ammonisce ed esorta ad imitare questi buoni esempi.
Poi tutti insieme ci alziamo in piedi ed innalziamo preghiere] sia per noi stessi. . . sia per tutti gli altri, dovunque si trovino, affinché, appresa la verità, meritiamo di essere nei fatti buoni cittadini e fedeli custodi dei precetti, e di conseguire la salvezza eterna.

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«COME PREGARE SEMPRE» di P. Rodolphe Plus S.J./PARTE II – LA PRATICA:Capitolo terzo Seminare in tutto un po’ di preghiera

13 novembre 2018

Fare accuratamente l’orazione quotidiana; fare di tutta la propria vita un’orazione. Sono le condizioni richieste per giungere a una vera e profonda unione con Dio.
C’è ancora qualcosa da aggiungere: la preoccupazione di seminare durante la giornata il maggior numero possibile di aspirazioni verso Dio, cioè l’abitudine delle orazioni giaculatorie.
Spieghiamo meglio di cosa si tratta e i relativi vantaggi.
Pratica delle orazioni giaculatorie
È evidente che la maggior parte delle anime desiderose di giungere a una vera pietà, non domanda di meglio che pensare spesso a Dio. Come fare per arrivarci?
Abituiamoci innanzi tutto a pensare a Dio di tanto in tanto. Cominciamo con ciò che è più facile: un atto di offerta a Dio, per esempio, ogni volta che mutiamo occupazione. Santa Teresa d’Avila consiglia, qualora non si riesca a praticare costantemente l’esercizio della presenza di Dio, di ricordare il Signore almeno qualche volta: «Se può, lo ricordi spesso ogni giorno, o almeno di tanto in tanto; e, fattane l’abitudine, presto o tardi ne caverà profitto. Dopo aver ottenuto questa grazia, non vorrà cambiarla con alcun tesoro» (1).

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Vangelo (Lc 17,11-19) del giorno dalle letture della Messa (Mercoledì 14 Novembre 2018) con commento comunitario

13 novembre 2018

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 17,11-19)

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.

Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.

Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Questo è il Vangelo del 14 Novembre, quello del 13 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Genesi, Cap. 2

13 novembre 2018

1] Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere.

[2] Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro.

[3] Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto. [4a]Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.
[4b]Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, [5] nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata – perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo

[6] e faceva salire dalla terra l’acqua dei canali per irrigare tutto il suolo -;

[7] allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.

[8] Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato.

[9] Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male.

[10] Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi.

[11] Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre intorno a tutto il paese di Avìla, dove c’è l’oro

[12] e l’oro di quella terra è fine; qui c’è anche la resina odorosa e la pietra d’ònice.

[13] Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre intorno a tutto il paese d’Etiopia.

[14] Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre ad oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufràte.

[15] Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.

[16] Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino,

[17] ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti”.

[18] Poi il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”.

[19] Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.

[20] Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile.

[21] Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto.

[22] Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo.

[23] Allora l’uomo disse:
“Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
perché dall’uomo è stata tolta”.

[24] Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.

[25] Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna.

Spiegazione

Versi 1-3

Dopo sei giorni, Dio cessò tutta l’opera della creazione. Con miracoli Egli sconvolse la natura, ma non cambiò mai il suo corso stabilito o ha fatto aggiunte ad essa. Dio non riposò perché era stanco, ma come colui che è molto soddisfatto. Notate l’inizio del regno di grazia, la santificazione, la permanenza della santità nel giorno del sabato. L’osservanza solenne di un giorno tra sette quale giorno di santo riposo e santo servizio in onore di Dio è il dovere di tutti coloro a cui Dio ha fatto conoscere il suo sabato santo. Fino a questo momento non esisteva nessun altro della razza umana se non soltanto i nostri progenitori, ed il sabato fu fatto per loro e chiaramente anche per tutte le generazioni seguenti. Il sabato cristiano, che osserviamo, è un settimo giorno in cui celebriamo il riposo di Dio e il compimento dell’opera della nostra redenzione.
4 Versi 4-7

È dato qui un nome al Creatore, “Jehovah”. Laddove la parola “Signore” è stampata in lettere capitali nelle nostre Bibbie inglesi [l’autore si rifà alla Bibbia King James Version; nella Nuova Riveduta, a cui si rifà la presente traduzione, il nome porta solo la prima lettera maiuscola (nota del traduttore)], nell’originale è “Jehovah”. Jehovah è quel nome di Dio indicante che solo lui ha esistenza in sé e che dà esistenza a tutte le creature e le cose. Ulteriori notizie ci vengono date delle piante e delle erbe perché esse sono furono create e scelte per essere cibo per l’uomo. La terra non produsse i frutti da sé stessa: questo è stato fatto dalla potenza dell’Onnipotente. Così la grazia nell’anima cresce non da sé stessa secondo natura, ma è opera di Dio. La pioggia è anche un regalo di Dio: non è apparsa finché Dio il Signore non lo volle. Sebbene Dio usi degli strumenti, quando vuole Egli può fare qualsiasi cosa senza di essi e sebbene non dobbiamo tentare Dio trascurando quegli strumenti, dobbiamo tuttavia avere fede in Dio, sia nell’uso sia nell’esigenza di essi. In un modo o in un altro Dio annaffierà le piante del suo campo. La grazia divina scende come rugiada e annaffia la chiesa senza fare rumore. L’uomo è stato tratto dalla polvere, la stessa che ricopre la superficie della terra. L’anima, invece, non è stata tratta dalla terra come il corpo, eppure deve occuparsi e preoccuparsi delle cose terrene. A Dio dobbiamo daremo conto di come abbiamo impiegato le nostre anime: se le abbiamo perse, sebbene abbiamo guadagnato il mondo, abbiamo fallito per l’eternità! Gli sciocchi non riguardano alle proprie anime ma hanno massima cura dei loro corpi prima ancora che delle loro anime.

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Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte Seconda la Celebrazione del mistero Cristiano/ Sezione Prima L’Economia Sacramentale:Capitolo Secondo La Celbrazione Sacramentale del Mistero Pasquale(Articolo1Celebrare la Liturgia della Chiesa: II. Come Celebrare?)

12 novembre 2018

Segni e simboli

1145 Una celebrazione sacramentale è intessuta di segni e di simboli. Secondo la pedagogia divina della salvezza, il loro significato si radica nell’opera della creazione e nella cultura umana, si precisa negli eventi materiali dell’Antica Alleanza e si rivela pienamente nella persona e nell’opera di Cristo.

1146 Segni del mondo degli uomini. Nella vita umana segni e simboli occupano un posto importante. In quanto essere corporale e spirituale insieme, l’uomo esprime e percepisce le realtà spirituali attraverso segni e simboli materiali. In quanto essere sociale, l’uomo ha bisogno di segni e di simboli per comunicare con gli altri per mezzo del linguaggio, dei gesti, di azioni. La stessa cosa avviene nella sua relazione con Dio.

1147 Dio parla all’uomo attraverso la creazione visibile. L’universo materiale si presenta all’intelligenza dell’uomo perché vi legga le tracce del suo Creatore [Cf ⇒ Sap 13,1; ⇒ Rm 1,19-20; ⇒ At 14,17 ]. La luce e la notte, il vento e il fuoco, l’acqua e la terra,l’albero e i frutti parlano di Dio, simboleggiano ad un tempo la sua grandezza e la sua vicinanza.

1148 In quanto creature, queste realtà sensibili possono diventare il luogo in cui si manifesta l’azione di Dio che santifica gli uomini, e l’azione degli uomini che rendono a Dio il loro culto. Ugualmente avviene per i segni e i simboli della vita sociale degli uomini: lavare e ungere, spezzare il pane e condividere il calice possono esprimere la presenza santificante di Dio e la gratitudine dell’uomo verso il suo Creatore.

1149 Le grandi religioni dell’umanità testimoniano, spesso in modo impressionante, tale senso cosmico e simbolico dei riti religiosi. La Liturgia della Chiesa presuppone, integra e satifica elementi della creazione e della cultura umana conferendo loro la dignità di segni della grazia, della nuova creazione in Gesù Cristo.

1150 Segni dell’Alleanza. Il popolo eletto riceve da Dio segni e simboli distintivi che caratterizzano la sua vita liturgica: non sono più soltanto celebrazioni di cicli cosmici e di gesti sociali, ma segni dell’Alleanza, simboli delle grandi opere compiute da Dio per il suo popolo. Tra questi segni liturgici dell’Antica Alleanza si possono menzionare la circoncisione, l’unzione e la consacrazione dei re e dei sacerdoti, l’imposizione delle mani, i sacrifici, e soprattutto la Pasqua. In questi segni la Chiesa riconosce una prefigurazione dei sacramenti della Nuova Alleanza.

1151 Segni assunti da Cristo. Nella sua predicazione il Signore Gesù si serve spesso dei segni della creazione per far conoscere i misteri del Regno di Dio [Cf ⇒ Lc 8,10 ]. Compie le guarigioni o dà rilievo alla sua predicazione con segni o gesti simbolici[Cf ⇒ Gv 9,6; 1151 ⇒ Mc 7,33-35; ⇒ Mc 8,22-25 ]. Conferisce un nuovo significato ai fatti e ai segni dell’Antica Alleanza, specialmente all’Esodo e alla Pasqua, [Cf ⇒ Lc 9,31; 1151 ⇒ Lc 22,7-20 ] poiché egli stesso è il significato di tutti questi segni.

1152 Segni sacramentali. Dopo la Pentecoste, è mediante i segni sacramentali della sua Chiesa che lo Spirito Santo opera la santificazione. I sacramenti della Chiesa non aboliscono, ma purificano e integrano tutta la ricchezza dei segni e dei simboli del cosmo e della vita sociale. Inoltre essi danno compimento ai tipi e alle figure dell’Antica Alleanza, significano e attuano la salvezza operata da Cristo, prefigurano e anticipano la gloria del cielo.

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«COME PREGARE SEMPRE» di P. Rodolphe Plus S.J./PARTE II – LA PRATICA:Capitolo secondo Trasformare tutto in preghiera

12 novembre 2018

Abbiamo visto come non sia necessario trovarsi sempre nell’atto di preghiera per vivere continuamente nello stato di preghiera.
Ogni azione fatta per Dio sale a Lui come un omaggio: costituisce una «elevazione» del nostro essere verso la suprema maestà divina, il riconoscimento -non sempre esplicito, ma tuttavia reale- della sua sovranità, il gesto filiale della creatura che offre tutto al suo Creatore e Padre.
In pratica, cosa dovrà richiedere da se stesso chi vuole veramente «pregare sempre»? Dovrà dare a ogni sua intenzione il massimo per l’uomo di perfezione soprannaturale. In questo sarà molto avvantaggiato se si sforzerà di fornire a ogni sua azione il massimo per l’uomo di perfezione tecnica.

In altre parole, dovrà purificare l’intenzione dei suoi atti e fare in ogni circostanza «del proprio meglio».
La purezza dell’intenzione
Non si pensa abbastanza ad ammirare la bontà di Dio nei confronti del meccanismo delle intenzioni umane.
Dovremmo veramente preoccuparci, se ci soffermiamo a riflettere sulla povertà cosi ordinaria dei nostri atti abituali e sulla miseria dei nostri risultati effettivi. Durante la giornata la trama delle nostre ventiquattro ore è intessuta solamente di tanti gesti di una banalità sostanziale: otto ore e più nel dormire, una o due per mangiare… e le altre? Anche le opere di coloro che esercitano un’attività «nobile» -come artisti, poeti e scrittori- che valore hanno rispetto a quanto è dovuto a Dio? Tenendo poi presente che il loro tempo è in gran parte impiegato in necessita pratiche -correzioni di bozze, rapporti con editori e impegni simili- assai lontane dalle creazioni artistiche o dalle geniali composizioni. Come costruire cose eterne con opere cosi umili? Le pulizie della casa per una madre di famiglia; la cura della cucina per una domestica; la spiegazione, ripetuta dieci o venti volte, di un brano di Cesare o di Virgilio per un insegnante!
«Io ho i miei desideri!», ha osservato qualcuno. E noi ripetiamo ben volentieri: «Fortunatamente abbiamo le nostre intenzioni». Possiamo infondere un’«anima» nella materia più o meno raffinata o grezza delle nostre azioni quotidiane: e subito, come per l’aggiunta di lievito alla pasta, tutta la materia palpita e cresce, agitata da una fermentazione nascosta. Erano inezie e diventano lodi eloquenti, erano versi inanimati e diventano poesia vivente: più nulla resta vile e insignificante; ogni cosa, rime di poeti o salse di cucina, speculazioni di alta filosofia o travi accatastate nel deposito del carpentiere, tutto può essere penetrato di eterno. Chi ha fatto il miracolo? L’intenzione.
Saremmo veramente sfortunati se Dio giudicasse secondo i nostri atti considerati in se stessi; sarebbero privilegiati solo coloro a cui è concesso compiere grandi imprese.
Il tribunale divino giudicherà secondo i motivi del nostro agire: quale consolazione pensare che una vita semplice e nascosta, ma animata da sublimi intenzioni, sopravanzerà senza paragone una vita degna ed elevata agli occhi del mondo, che pero è accompagnata da intenzioni piccole e vili! Tutto l’uomo è in ciò che vuole: nei suoi pensieri e nel suo cuore, non nel pennello, nella scopa o nella penna che utilizza.
Felice paese l’aldilà, dove i veri valori saranno finalmente ristabiliti, dove balzerà agli occhi di tutti che certi personaggi dai gesti appariscenti non sono invece che palloni gonfiati, mentre l’umile donna indicata un giorno da san Francesco d’Assisi a frate Ginepro sorpasserà in dignità soprannaturale anche tanti mediocri religiosi.
Non basta ammirare la bellezza e l’importanza dell’intenzione; occorre segnalare la difficoltà di riuscire a mantenerla sempre rettamente orientata.
La gran parte dei motivi del nostro agire sono «mescolati». Senza neppur prendere in considerazione le persone in mala fede, esaminiamo il caso ordinario del buon cristiano, dell’anima fervorosa. Senza dubbio cerca Dio, ma non Dio solo: vi aggiunge anche un po’ del suo piccolo capriccio, una minuscola soddisfazione dell’amor proprio, il desiderio di benessere o di vanità.

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Vangelo (Lc 17,7-10) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 13 Novembre 2018) con commento comunitario

12 novembre 2018

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 17,7-10)

In quel tempo, Gesù disse:

«Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?

Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Questo è il Vangelo del 13 Novembre, quello del 12 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Genesi, Capitolo 1

11 novembre 2018

[1] In principio Dio creò il cielo e la terra.

[2] Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

[3] Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu.

[4] Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre

[5] e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.

[6] Dio disse: “Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque”.

[7] Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne.

[8] Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.

[9] Dio disse: “Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto”. E così avvenne.

[10] Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona.

[11] E Dio disse: “La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie”. E così avvenne:

[12] la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona.

[13] E fu sera e fu mattina: terzo giorno.

[14] Dio disse: “Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni

[15] e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra”. E così avvenne:

[16] Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle.

[17] Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra

[18] e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona.

[19] E fu sera e fu mattina: quarto giorno.

[20] Dio disse: “Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo”.

[21] Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona.

[22] Dio li benedisse: “Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra”.

[23] E fu sera e fu mattina: quinto giorno.

[24] Dio disse: “La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie”. E così avvenne:

[25] Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona.

[26] E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”.

[27] Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò.

[28] Dio li benedisse e disse loro:
“Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra;
soggiogatela e dominate
sui pesci del mare
e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente,
che striscia sulla terra”.

[29] Poi Dio disse: “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo.

[30] A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde”. E così avvenne.

[31] Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.

Spiegazione 

Genesi è un nome di origine greca e significa “libro della generazione o creazione” ed è così chiamato poiché contiene un racconto sull’origine di tutte le cose. Non c’è nessun’altra storia così vecchia. Non c’è niente tra i libri più antichi esistenti che lo contraddice, anzi, molte cose riportate dagli scrittori pagani più antichi o rintracciate nelle usanze delle varie nazioni confermano che sono collegate al libro della Genesi.

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Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte Seconda la Celebrazione del Mistero Cristiano(Sezione Prima l’Economia Sacramentale) /Capitolo Secondo la Celebrazione Sacramentale e il Mistero Pasquale: Articolo 1 , Celebrare la Liturgia della Chiesa( Chi Celebra?)

11 novembre 2018

1135 La catechesi della Liturgia implica prima di tutto la comprensione dell’economia sacramentale (capitolo primo). A questa luce si rivela la novità della sua celebrazione. In questo capitolo si tratterà dunque della celebrazione dei sacramenti della Chiesa. Si esporrà ciò che, nella diversità delle tradizioni liturgiche, è comune alla celebrazione dei sette sacramenti; quanto invece è specifico di ciascuno di essi sarà presentato più avanti. Questa catechesi fondamentale delle celebrazioni sacramentali risponderà alle prime domande che i fedeli si pongono a proposito di questo argomento:
– chi celebra?
– come celebrare?
– quando celebrare?
– dove celebrare?

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Vangelo (Lc 17,1-6) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 12 Novembre 2018) con commento comunitario

11 novembre 2018

SAN GIOSAFAT, vescovo e martire – Memoria

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 17,1-6)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi!

Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai».
Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».

Questo è il Vangelo del 12 Novembre, quello dell’ 11 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

«COME PREGARE SEMPRE» di P. Rodolphe Plus S.J./PARTE II – LA PRATICA Capitolo primo Fare bene la propria preghiera

11 novembre 2018

È da sfatare il mito che sia difficile fare orazione.

Non vi è nulla di più semplice, ma bisogna sapere come fare.
Non si vogliono negare le difficoltà dell’orazione: difficoltà per le anime di vita spirituale ordinaria e per le anime che hanno raggiunto gradi di orazione più elevati.
A queste ultime non è indirizzato il nostro modesto lavoro; preferiamo rimandarle alla lettura delle drammatiche pagine di san Giovanni della Croce, dove i laboriosi distacchi delle successive purificazioni sono descritti con l’autorità di un santo, e di un santo che ha vissuto ciascuna di quelle tappe dove il Calvario è accanto al Tabor.

Restano le difficoltà per le anime di vita spirituale ordinaria. Nella maggior parte dei casi provengono: dal non seguire un metodo per prendere contatto con le realtà del mondo invisibile; dalla mancanza di coraggio per agire con energia nella preghiera; dalla mancanza di perseveranza per restare al cospetto di Dio nelle aridità e nelle desolazioni.
Tutta l’arte della preghiera consiste nella debita applicazione di tre formule:
– sapere preparare la propria orazione;
– sapere essere attivi nell’orazione;
– sapere perseverare nell’orazione.
Preparare la propria orazione
Nelle pagine precedenti abbiamo accuratamente distinto due casi: il raccoglimento che risulta da una particolare elargizione divina, e il raccoglimento che risulta dallo sforzo dell’uomo con l’aiuto ordinario di Dio.
È chiaro che, nel primo caso, siccome per definizione è Dio che fa tutto, la parte di intervento umano sarà ridotta al minimo.
Il buon senso richiederà semplicemente di tenere pronto un soggetto d’orazione qualora Dio cessasse di «intrattenersi» direttamente con l’anima. Volere interrompere con proprie riflessioni o disquisizioni le comunicazioni dello Spirito Santo, non può che intralciare e, in ogni caso, non sarebbe molto utile. Quando esiste gia il contatto con Dio, perché sforzarsi di provocarlo? Quando splende il sole, perché accendere la luce elettrica?
La regola è: restate tranquilli e ascoltate: e ciò non significa rimanere inattivi.
Ben diverso si presenta il secondo caso, quando il raccoglimento è frutto del nostro impegno. Dio è vicino, ma nascosto, come d’abitudine. Per manifestarsi attende che siamo noi stessi a squarciare i veli che lo nascondono.
Inginocchiarsi e aspettare, e basta, sarà spesso un’inutile attesa. Aiutati che il cielo ti aiuta! Ma in che modo?
Così.
Se la mente, per ipotesi, è vuota o distratta, dovremo introdurre nel suo «campo visivo» un tema evocatore di realtà invisibili. E ciò sarà:
o un’idea
o un fatto
o un testo.
Un’idea: la morte, per esempio. Ho una memoria, un intelletto, una volontà: esercito le tre facoltà intorno a questa idea. Memoria (e immaginazione): cerco di ricordarmi tutto quello che so sulla morte, le sue circostanze, la rapidità, l’arrivo imprevisto. Mi rappresento la scena nel suo insieme e in ogni particolare. Intelletto: si muore… dunque anch’io certamente morrò… Sono mortale, oppure no? Sì, lo sono; dovrò morire… Io, che mi sento ora così pieno di vita… ecc. Volontà: poiché devo morire, mi conviene vivere come chi sa di dovere morire, di doversi distaccare da tutto. Attualmente, ne sono distaccato? … ecc.
Abbiamo fatto questo esempio, ma ve ne sono mille altri; per tutti si procederà in eguale maniera. Però -sia ben chiaro- non in virtù di un certo procedimento fittizio, artificiale. Il procedimento, se c’è, è quello impiegato da ogni uomo ragionevole quando riflette: cerca di ricordarsi, collega fra loro, per induzione o deduzione, i dati forniti dalla memoria e decide, in conseguenza di ciò che la ragione comanda (1).
Gridare alla meccanizzazione è dimenticare che parlare è semplice, ma spiegare come pronunciare vocali e consonanti non lo è altrettanto.
La teoria dell’uso delle armi sembrerebbe complicata, la pratica invece, è molto semplice (2).
Questo sistema di fare orazione è detto meditazione; meditazione nel senso stretto del termine, perché la stessa espressione può essere impiegata in senso più lato per indicare tutti i modi di intrattenersi con Dio, come sinonimo di orazione. Fare meditazione non significherà, in questi casi, applicarsi esclusivamente all’«esercizio delle tre potenze», ma dedicarsi all’orazione mentale sotto qualsiasi forma.
Una di queste forme si chiamerà contemplazione, anche qui intesa nel senso stretto del termine, perché molti chiamano «contemplazione» l’orazione delle anime mistiche.
La contemplazione, secondo sant’Ignazio, consiste nell’applicazione della mente alla preghiera non più servendosi di un’idea, ma di un fatto.
Consideriamo, per esempio, l’Annunciazione o un qualsiasi altro episodio della vita di nostro Signore o della Madonna. Sarà bene, per procedere con ordine e non sovraccaricare la mente, suddividere il mistero: principio, parte centrale, fine; oppure: prima, durante, dopo. E in ciascun punto considerare, come in un quadro, persone, parole, azioni.
Annunciazione: principio (cioè, prima dell’apparizione dell’Angelo).
«Persone»: una sola, Maria Santissima. Osservo… Prima di tutto il suo aspetto esteriore, poi l’insieme… che raccoglimento! Poi comincio a considerare i particolari: il suo volto, gli occhi, le mani… Non è difficile! Meglio ancora se penetriamo nell’intimo dell’animo, dei pensieri, del cuore di Maria. Chi non è capace, con questo facile metodo, di penetrare nel profondo del mistero?
«Parole»: nessuna… ascolto il silenzio e mi ci immergo. Non in commotione Dominus. Dio non si comunica nel rumore. Non l’ho costatato tante volte io stesso?!
«Azioni»: nessuna…
Così continuo, secondo il bisogno della mia anima.
Secondo punto: la venuta dell’arcangelo Gabriele. Qui ci saranno le «parole». Le prendo e le soppeso, una per una… è difficile? Provate e vedrete; ma provate lealmente, senza fermarvi alla prima difficoltà. Vi garantisco che se vi preparerete così e avrete il coraggio di perseverare, l’orazione non vi sembrerà più difficile. Le difficoltà, che non mancano, non vengono da questa parte: contemplare non vuole dire altro che osservare. Sapete osservare? Aprite bene gli occhi: il mondo oscuro della fede è più luminoso di quanto pensate. Basta volere vedere.
Per giungere a Dio nell’orazione ci si può aiutare o con un fatto o con un’idea o con un testo; per esempio un salmo, una preghiera ordinaria di cui si voglia ravvivare il senso originario, un versetto dell’Imitazione di Cristo o, per chi volesse addentrarsi nel mistero di «Dio in noi», una formula estratta da Vivere con Dio (3).
È un metodo eccellente per i principianti e per chi è stanco; è un metodo valido per tutti, ma a patto di interrompere la lettura appena salgono dal cuore spunti di riflessione e affetti personali.
Molte persone che meditano, iniziano a pregare senza essersi preparate. Abbiamo gia spiegato che è un errore psicologico.
Ora aggiungiamo che è anche una indelicatezza (4). Sto per avere un colloquio con Dio. Con Dio, conviene sottolinearlo; con il Signore dell’universo. Supponete l’arrivo di un illustre personaggio in una città. Credete forse che l’incaricato a riceverlo dica: «è inutile fare preparativi, riuscirò ugualmente a cavarmela!»? Applicatelo, e a maggiore ragione al nostro caso.

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Vangelo (Mc 12,38-44) del giorno dalle letture della Messa (Domenica 11 Novembre 2018) con commento comunitario

10 novembre 2018

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 12,38-44)

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».

Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.

Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Questo è il Vangelo dell’ 11 Novembre, quello del 10 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Genesi, Commento Teologico Volume Unico ( l’autore è Mons. Costantino di Bruno),TERZO VOLUME Dalla benedizione di Giacobbe alla discesa di Giuseppe in Egitto

9 novembre 2018

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Isacco è come se passasse alla storia sotto silenzio e come se fosse solo figlio di Abramo e padre di Giacobbe ed Esaù.
Invece ha una sua particolare identità. È l’uomo dell’arrendevolezza, della mitezza, della pace.
È l’uomo che porta sulle sue spalle la benedizione data da Dio ad Abramo e da lui ricevuta.
È l’uomo protetto e benedetto da Dio, mai però sottoposto a particolari prove nella fede.
Per un inganno della moglie e del figlio Giacobbe, la benedizione non viene conferita al primogenito Esaù, viene data invece al secondogenito che è Giacobbe.
Giacobbe è l’uomo senza terra, senza paese, senza città, senza famiglia, senza fratelli, senza figli.
È l’uomo che possiede ogni cosa e tuttavia non ha nulla che possa dire veramente suo.
Solo Dio è veramente suo, perché solo Dio è il suo Pastore, la sua Guida, il suo Difensore, il suo Custode, la sua Roccia, la sua costante Protezione.

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Vangelo (Lc 16,9-15) del giorno dalle letture della Messa (Sabato 10 Novembre 2018) con commento comunitario

9 novembre 2018

SAN LEONE MAGNO, papa e dottore della Chiesa – Memoria

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 16,9-15)

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.

Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?

Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole».

Questo è il Vangelo del 19 Novembre, quello del 9 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte Seconda La Celebrazione del Mistero Cristiano: Sezione Prima L’Economia Sacramentale( Capitolo Primo il Mistero Pasquale nel Tempo della Chiesa, Articolo 2 il MisteroPasquale nei Sacramenti della Chiesa / V I Sacramenti della Vita Eterna)

9 novembre 2018

1130 La Chiesa celebra il Mistero del suo Signore “finché egli venga” e “Dio sia tutto in tutti” ( ⇒ 1Cor 11,26; ⇒ 1Cor 15,28 ). Dall’età apostolica la Liturgia è attirata verso il suo termine dal gemito dello Spirito nella Chiesa: “Marana tha!” ( ⇒ 1Cor 16,22 ). La Liturgia condivide così il desiderio di Gesù: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi. . . finché essa non si compia nel regno di Dio” ( ⇒ Lc 22,15-16 ). Nei sacramenti di Cristo la Chiesa già riceve la caparra della sua eredità, già partecipa alla vita eterna, pur “nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo” ( ⇒ Tt 2,13 ). “Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni!… Vieni, Signore Gesù!” ( ⇒ Ap 22,17; ⇒ Ap 22,20 ).
San Tommaso riassume così le diverse dimensioni del segno sacramentale: “Il sacramento è segno commemorativo del passato, ossia della passione del Signore; è segno dimostrativo del frutto prodotto in noi dalla sua passione, cioè della grazia; è segno profetico, che preannunzia la gloria futura” [San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, 60, 3].

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«COME PREGARE SEMPRE» di P. Rodolphe Plus S.J./Capitolo terzo Pensare spesso a Dio è utilissimo

9 novembre 2018

Non ci può essere stato di preghiera senza rinuncia abituale di sè

Finora siamo giunti a queste conclusioni: non si può pensare sempre a Dio, il che non è peraltro necessario. Si può essere costantemente uniti a Dio anche senza pensare costantemente a Lui: la sola unione veramente richiesta è quella della nostra volontà con la volontà di Dio.
Qual è allora l’utilità, così lodata da tutti i maestri di spiritualità, dell’esercizio della presenza di Dio?
È ciò che cercheremo di spiegare
Dicevamo che in tutte le nostre azioni dobbiamo avere una totale purezza d’intenzione e dare al nostro dovere di stato, generosamente osservato, il massimo orientamento soprannaturale. In tal modo la nostra vita, anche al di fuori dei momenti dedicati alla preghiera, sarà una vita d’orazione.
Si comprende che, per agire così in maniera costante e con un’assoluta purezza d’intenzione, per renderci sufficientemente liberi dal capriccio e dall’affanno nell’operare, per rimanere padroni di noi stessi -o piuttosto perché Dio sia l’unico padrone e le nostre azioni siano in tutto sotto l’influenza dello Spirito Santo- deve essere di grande aiuto l’abitudine di rivolgere uno sguardo a Dio prima di cominciare un’azione o di prendere una decisione.
Nel Vangelo vediamo sempre che nostro Signore, quando si accinge a compiere atti importanti, si arresta un attimo, alza gli occhi al Padre, e solo dopo qualche istante di raccoglimento intraprende l’opera voluta. Et elevatis oculis in caelum: è un’espressione che si ritrova con eloquente frequenza. E anche quando non manifesta il gesto all’esterno, nel suo animo è certamente presente.

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Genesi, Commento Teologico Volume Unico ( l’autore è Mons. Costantino di Bruno), SECONDO VOLUME Dalla vocazione di Abramo alla morte di Sara (cc. 1-26).

8 novembre 2018

 

Abramo e Sara

In questo Secondo Volume Dio si rivela il Signore, il Creatore, la Vita, la Benedizione, la Speranza, il Presente, il Futuro, la Salvezza, la Custodia, la Protezione, la Difesa di Abramo.
Dio è tutto questo per Abramo, ad una sola condizione: che lui obbedisca sempre alla voce del suo Signore.
Qual è la novità che emerge nella relazione di Dio con Abramo?
Essa è questa: non c’è una parola iniziale di Dio, un comando dato una volta per tutte, al quale Abramo deve obbedire perché Dio sia il perenne Creatore della sua vita, il perenne Liberatore dalla sua morte.
Abramo deve oggi giorno camminare alla presenza del suo Dio. Ogni giorno deve obbedire alla nuova parola che Dio gli rivolge.
Abramo è costantemente dalla Parola del suo Dio e Signore.
La vita di Abramo è dall’ascolto della Parola del suo Dio.
Dio parla ed Abramo ascolta. Dio dice e Abramo esegue. Dio comanda e Abramo obbedisce. Dio ordina ed Abramo realizza.
Il presente e il futuro di Abramo non sono da Abramo, sono perennemente da Dio. Sono in Dio.
Ma c’è un’altra verità che viene rivelata ed è questa: in Abramo non c’è solo la vita di Abramo, Dio ha posto la vita dell’intera umanità.

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Vangelo (Gv 2,13-22) del giorno dalle letture della Messa (Venerdì 9 Novembre 2018) con commento comunitario

8 novembre 2018

DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE – Festa

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 2,13-22)

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».

I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».

Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».
Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.

Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Questo è il Vangelo del 9 Novembre, quello dell’8 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte Seconda la Celebrazione del Mistero Cristiano/ Sezione Prima Economia Sacramentale : Capitolo Primo il Mistero Pasquale nel tempo della Chiesa; Articolo 2 il Mistero Pasquale nei Sacramenti della Chiesa (IV. I sacramenti della salvezza)

8 novembre 2018

1127 Degnamente celebrati nella fede, i sacramenti conferiscono la grazia che significano [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1605 e 1606]. Sono efficaci perché in essi agisce Cristo stesso: è lui che battezza, è lui che opera nei suoi sacramenti per comunicare la grazia che il sacramento significa. Il Padre esaudisce sempre la preghiera della Chiesa del suo Figlio, la quale, nell’Epiclesi di ciascun sacramento, esprime la propria fede nella potenza dello Spirito. Come il fuoco trasforma in sé tutto ciò che tocca, così lo Spirito Santo trasforma in vita divina ciò che è sottomesso alla sua potenza.

1128 E’ questo il significato dell’affermazione della Chiesa: [Cf ibid., 1608] i sacramenti agiscono ex opere operato (lett. “per il fatto stesso che l’azione viene compiuta”), cioè in virtù dell’opera salvifica di Cristo, compiuta una volta per tutte. Ne consegue che “il sacramento non è realizzato dalla giustizia dell’uomo che lo conferisce o lo riceve, ma dalla potenza di Dio” [San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, 68, 8]. Quando un sacramento viene celebrato in conformità all’intenzione della Chiesa, la potenza di Cristo e del suo Spirito agisce in esso e per mezzo di esso, indipendentemente dalla santità personale del ministro. Tuttavia i frutti dei sacramenti dipendono anche dalle disposizioni di colui che li riceve.
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COME PREGARE SEMPRE» di P. Rodolphe Plus S.J., Capitolo secondo Pensare sempre a Dio non è necessario

8 novembre 2018

Stato di preghiera e dovere di stato

In un eccellente opuscolo intitolato Regole per rassicurare nei loro dubbi le anime devote, il barnabita Quadrupani osserva: «Agire per Dio è meglio che pensare a Dio».
Bene intesa, questa proposizione è straordinariamente opportuna. Non si tratta ora di decidere se sia più perfetta la vita contemplativa o la vita attiva; la questione è da tempo risolta, e del resto esula completamente dal nostro studio.
Ecco, invece, il punto: in una vita qualsiasi – poco importa se contemplativa o no, se nel chiostro o nel mondo – oltre al tempo che dobbiamo consacrare agli esercizi di pietà, che cosa chiede Dio? Di pensare a Lui o piuttosto – e innanzi tutto – di agire per Lui? Dio esige la nostra mente o il nostro cuore? La nostra memoria o la nostra volontà?
Senza alcun dubbio la nostra volontà. Per prima cosa – a parte il tempo della preghiera in cui il nostro «agire per Dio» consiste nel «pensare a Lui» – Dio ci chiede in ogni occasione di agire per Lui, evitando anche, se necessario, di pensare a Lui qualora ciò recasse detrimento all’«agire per Lui». E il caso non è affatto ipotetico.
Un esempio per chiarire il concetto.

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MOVIMENTO APOSTOLICO CATECHESI GENESI Commento teologico Volume unico( l’autore è Mons. Costantino di Bruno), CATANZARO 2010PRIMO VOLUME Dalla creazione del cielo e della terra alla vocazione di Abramo (cc. 1-11)

7 novembre 2018

La Genesi inizia con Dio che è all’opera per la creazione del cielo e della terra e di quanto in essi è contenuto.
Niente è da se stesso. Niente è dal caso. Niente è dall’incontro fortuito di alcune particelle. Il niente è il niente e nulla potrà mai essere prodotto dal niente.
Ciò che non esiste mai potrà dare origine all’esistenza e ciò che non è, mai potrà generare ciò che è e diviene.
Tutto ciò che è, visibile ed invisibile, lontano o vicino, sulla terra e nel cielo, è dalla Parola creatrice di Dio.
Dio vuole. Dio dice. La sua Parola chiama le cose per nome ed essere sono create.
Non c’è generazione. Non c’è emanazione. Non c’è impasto di natura divina. Non c’è nulla di materia preesistente. Il nulla è assoluto.
C’è solo Dio. Esiste solo Lui. Solo Lui crea. Solo Lui chiama all’esistenza.
Dio non solo chiama ogni essere all’esistenza, gli conferisce anche la legge perenne della sua vita.
Ogni singolo essere esiste dalla sua Parola. Ogni singolo essere può dare esistenza ad altri esseri, ma solo se questo è scritto nella loro natura dalla divina Parola di Dio nell’atto della loro creazione.
Non esiste un evoluzionismo cieco. Esiste una “vita” che è da altra vita, perché così Dio ha predisposto e voluto, comandato e ordinato.
Sulla sua creazione Dio ha posto un custode, un guardiano, un governatore: l’uomo, creato da Dio maschio e femmina.

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Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte Seconda la Celebrazione del Mistero Cristiano/ Sezione Prima Economia Sacramentale : Capitolo Primo il Mistero Pasquale nel tempo della Chiesa; Articolo 2 il Mistero Pasquale nei Sacramenti della Chiesa(3 I Sacramenti della Fede)

7 novembre 2018

1122 Cristo ha inviato i suoi Apostoli perché “nel suo Nome”, siano “predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati” ( ⇒ Lc 24,47 ). “Ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” ( ⇒ Mt 28,19 ). La missione di battezzare, dunque la missione sacramentale, è implicita nella missione di evangelizzare, poiché il sacramento è preparato dalla Parola di Dio e dalla fede, la quale è consenso a questa Parola:

Il Popolo di Dio viene adunato innanzitutto per mezzo della Parola del Dio vivente. . . La predicazione della Parola è necessaria per lo stesso ministero dei sacramenti, trattandosi di sacramenti della fede, la quale nasce e si alimenta con la Parola [Conc. Ecum. Vat. II, Presbyterorum ordinis, 4].

1123 “I sacramenti sono ordinati alla santificazione degli uomini, all’edificazione del Corpo di Cristo, e, infine, a rendere culto a Dio; in quanto segni, hanno poi anche la funzione di istruire. Non solo suppongono la fede, ma con le parole e gli elementi rituali la nutrono, la irrobustiscono e la esprimono; perciò vengono chiamati sacramenti della fede ” [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 59].
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Vangelo (Lc 15,1-10) del giorno dalle letture della Messa (Giovedì 8 Novembre 2018) con commento comunitario

7 novembre 2018

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15,1-10)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Questo è il Vangelo dell’8 Novembre, quello del 7 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

COME PREGARE SEMPRE» di P. Rodolphe Plus S.J.Capitolo primo Pensare sempre a Dio è impossibile

7 novembre 2018

Pensare sempre a Dio è impossibile
Motivo di questa impossibilità
Si impone fino dall’inizio una distinzione da cui scaturirà una grande luce: non bisogna confondere gli atti di preghiera con lo stato di preghiera. Preciseremo più avanti in che cosa consista lo stato di preghiera.
Quanto agli atti di preghiera, nessuno si può confondere. Secondo che l’orazione sarà vocale o mentale, i nostri atti di preghiera saranno parole recitate con le labbra oppure intime aspirazioni – formulate o no – che partono dal cuore, oppure slanci o silenzi unitivi. In entrambi i casi il nostro pensiero è occupato o cerca di occuparsi di Dio.
I nostri atti di preghiera sono momenti di unione affettiva della nostra mente con Dio.
Questi momenti – ecco il problema – possono essere così frequenti da costituire una trama pressoché continua? O meglio. il mio pensiero può occuparsi incessantemente di Dio? Posso pensare solo a Dio?
No; e vi è una duplice impossibilità.
Anzitutto impossibilità pratica. Il nostro dovere di stato ci impone un grande numero di atti diversi dagli atti formali di preghiera: una lezione da preparare o da svolgere, un lavoro di casa o un’opera di carità, una occupazione intellettuale assorbente. E se a rigore è vero che, in mezzo alle occupazioni materiali, si può pensare ad altro senza compromettere l’azione in corso, è pur vero che un’occupazione anche solo esteriore, nella maggior parte dei casi e per la maggioranza delle persone, assorbe tutta l’attività intellettuale.
Così esige la nostra naturale debolezza. Più avanti tenteremo di dire come, con metodo e saggezza, si possa prendere qualche misura; ma il fatto rimane. Immersi nel sensibile, con l’invisibile abbiamo solo rapporti difficili e sempre frammentari. Composti, come siamo, di anima e di corpo, non ci si può chiedere – e nessuno lo può esigere – una vita da puro spirito.
A questa difficoltà pratica si aggiunge una difficoltà di ordine psicologico.
Anche se le occupazioni esteriori fossero ridotte al minimo, e se l’anima – come accade nelle vocazioni contemplative – fruisse di una buona parte del suo tempo per dedicarsi all’orazione, anche allora esercizi continui di preghiera sarebbero impossibili, pena il portare entro breve lasso di tempo al male di capo e all’impotenza radicale.
Non siamo serafini. Anche gli orari dei contemplativi sono interrotti da occupazioni diverse dalla contemplazione. Nessuno può aggiungere continuamente a esercizi di preghiera altri atti di preghiera.
È dunque, un’illusione il non voler perdere in nessun momento il pensiero e il ricordo di Dio. La nostra capacità mentale non è adatta a ciò.
Dio può indubbiamente dare a un’anima speciali favori e concederle di vivere continuamente, o quasi continuamente, con il ricordo o il senso della sua presenza.
Ma allora non ci troviamo più di fronte a una presenza di
Dio, risultato normale dei nostri sforzi. È Dio ad abbandonarsi al piacere di colmare la nostra imperfezione circondando l’anima con una «cappa» di raccoglimento (1) più o meno impenetrabile ai rumori dell’esterno. Questo stato può andare dal semplice «tocco mistico», temporaneo e spesso molto breve, all’unione continua. In quest’ultimo caso la «cappa» è permanente; l’anima non possiede la cara presenza a sprazzi, ma ne gioisce stabilmente. Questo può provocare in essa, all’inizio, momenti di assorbimento che la rendono più o meno inadatta a combinarsi con il suo ambiente ordinario: ciò che vede dentro è profondamente diverso dalle scene di cartapesta in cui scorre il mondo che la circonda !
All’ultimo stadio dell’unione (2) l’anima concilia benissimo la sua vita nella regione del sensibile con la sua vita nell’invisibile, e anche nelle occupazioni esteriori, vissute apparentemente come tutti, conserva nell’intimo il perpetuo contatto con il divino Maestro. Essa è legata ed è libera; ed è tanto più libera, quanto più è legata alla somma libertà da cui dipende nel modo più assoluto.
I maestri spirituali sono unanimi nel riconoscere che le anime favorite da quest’ultimo grado di unione con Dio sono rare. L’accordo è meno grande sul numero delle anime d’orazione dotate più o meno di periodi di raccoglimento «infuso». Tutti pensano che in ogni caso questo raccoglimento «infuso» superi il semplice potere umano, e che nessuno lo possa pretendere di diritto, neanche a prezzo dei più grandi sforzi. Ma gli uni pensano che se un’anima, psicologicamente capace e in condizioni che non la ostacoleranno in nulla, si dà alla vita perfetta, si mortifica in tutto e prega, giungerà di fatto – benché Dio non sia tenuto a concederglielo – al raccoglimento «infuso», almeno allo stato incipiente. Dio, dicono, desidera tanto donarsi che dove trova un’anima ben disposta e totalmente distaccata, le si comunicherà certamente. Certamente, sì, rispondono gli altri; ma siamo certi proprio in questo modo?
Siamo indubbiamente creati per la visione di Dio, ma al termine della nostra vita. Nel mondo della fede siamo «viatori». Dire che ogni anima mortificata è chiamata a lasciare questo mondo della fede per entrare già nel mondo del possesso diretto di Dio, non significa fare di queste anime dei «semi – viatori»? Inoltre, si obbietta ancora, non abbiamo forse esempi di persone assolutamente distaccate, che hanno vissuto a lungo, in apparenza atte a tale dono e che tuttavia non hanno mai avuto l’ombra di una grazia mistica?
Non è qui la sede per prendere posizione in questa discussione.
In ogni caso, il raccoglimento «infuso» – sia o non sia, di fatto, l’esito normale del raccoglimento «acquisito» – è sempre per sé stesso, e di diritto, indipendente dai nostri sforzi. Per questo non è possibile indicare una tecnica, e tanto meno una tecnica infallibile per disporsi a esso.

Difficoltà di pensare ininterrottamente a Dio, anche solo per un certo tempo
Non così per il raccoglimento detto «acquisito». Questo dipende completamente da noi, con la grazia di Dio, s’intende, ma una grazia che resta nel campo delle grazie ordinarie.
Tuttavia, è importante precisare l’estensione e i limiti di questa azione dell’uomo sulla sua immaginazione, sulla sua sensibilità, sul suo pensiero.
Sul suo pensiero l’uomo ha un dominio diretto: possiamo pensare a ciò che vogliamo. Non è lo stesso quanto all’immaginazione e alla sensibilità, sulle quali abbiamo solamente un potere indiretto: immagini e reazioni sensibili si introducono e operano in noi senza di noi, anzi, troppo spesso, contro di noi! Il nostro potere consiste unicamente nel porci in condizioni di calma, nel renderci l’ambiente favorevole. Non posso impedire a un’immagine di attraversarmi la mente, ma posso impedire a me stesso di facilitare l’entrata a certe immagini. Nonostante tutto esse forse vi entreranno, ma almeno non le avrò aiutate.
L’immaginazione e la sensibilità sono le due pazze di casa; posso limitarne le scorrerie e circoscrivere il campo delle loro evoluzioni, ma tenerle completamente a freno è impossibile. Anzi, nei momenti in cui più si desidera un po’ di pace, per esempio nella preghiera o un lavoro impegnativo, eccole insinuarsi e cominciare la loro sarabanda, a volte persino la loro ossessione.
Da queste constatazioni psicologiche elementari risulta evidente che le nostre possibilità di raccoglimento sono a un tempo grandissime e piccolissime.
Piccolissime, perché memoria e immaginazione cercano incessantemente e nostro malgrado di distrarci, e Dio solo sa come! San Gerolamo, nella solitudine del deserto, era perseguitato dal pensiero delle feste romane; sant’Antonio abate da fantasmagorie, che artisti e pittori hanno rappresentato in modo tanto suggestivo.
Grandissime, perché siamo sempre padroni, in ogni momento, di riportare virilmente la nostra mente al suo soggetto; padroni, soprattutto, di allontanare da noi in una misura molto vasta le cause preventive di distrazione.
Tutti i maestri insistono su questo punto quando parlano della preparazione remota all’orazione.
Chi si getta a corpo morto nel mondo, nelle frivolezze, nei piaceri anche innocenti, non ha ragione di lamentarsi se poi rimane a lungo senza riuscire ad occuparsi di Dio, o se si trova arido e senza pensieri al momento della preghiera. Il contrario sarebbe sorprendente.
Ho un bel provare a pregare, si dice talora, non giungo a nulla. Basta che mi metta in ginocchio perché subito, come uno stormo di passeri su delle briciole, le distrazioni si abbattano ne a mia mente e la becchino senza lasciarmi un attimo di riposo.
Non avete seminato voi stessi le briciole accogliendo tutte le distrazioni possibili, le conversazioni inutili, le letture frivole, le curiosità vane e il resto? Appena vi fermate, l’immaginazione si dà alla pazza gioia. Non vi sembra naturale?
C’è tutta un’arte di conservare limpido il pensiero, di purificare la mente, di decantare le immagini e di setacciare le impressioni. Se ogni fantasia può entrare in noi come in un mulino e gettare sotto la macina ciò che le piace, presto, invece della farina di grano puro, quanta paglia inutile si troverà! Di chi sarà la colpa?
Poiché si distrugge realmente soltanto ciò che si sostituisce, il problema non sarà tanto nell’allontanare dall’immaginazione e dalla sensibilità immagini e impressioni inutili, quanto nel suggerire alle due facoltà materia proficua; ci si dovrà dunque sforzare di vivere abitualmente con una riserva di immagini e impressioni sante e feconde.
Da ciò una sorta di circolo vizioso interessante.
Per custodire il raccoglimento abituale, il mezzo migliore sarà la fedeltà all’orazione.
Per pregare bene, la condizione migliore sarà il raccoglimento abituale.
Non senza ragione sant’Ignazio raccomanda, a chi vuole pregare con profitto, di preparare l’argomento della meditazione fin dalla sera precedente, per «occupare» la memoria. Poi addormentarsi pensando all’argomento scelto e, appena alzati, intrattenervisi tranquillamente per tutto il tempo della levata. È un consiglio da maestro di ascetica, ma anche da maestro di psicologia. Inoltre, al momento della preghiera, se si è soli, raccomanda di non mettersi subito in ginocchio, ma di restare in piedi a qualche passo dal luogo della meditazione e riflettere alcuni istanti sulla presenza di Dio, poi, baciare la terra per umiliare il corpo e associarlo all’atteggiamento religioso dell’anima.
È la preparazione prossima, che così completa l’opera della preparazione remota. Si è tentati di ritenere tutto questo minuzia, ma chi ha seriamente cercato di pregare, non ignora che bisogna invece chiamarlo saggezza e accorto buon senso (3) .
Passare alla preghiera, come fanno alcuni, appena usciti da un’occupazione impegnativa senza alcuna transizione e poi sperare che, appena in ginocchio, si produca il silenzio interiore e abbondino i pensieri divini, è un errore. L’uomo è tutto di un pezzo. Non vi sono in lui compartimenti stagni, ma entra con tutto se stesso in ogni fase della sua attività. Necessitano prodigi di abilità per lasciare alla porta quanto non si vuole inginocchiare. Talora si ha un bel da fare: con tutta la buona volontà non si riesce a restare padroni di sé durante la preghiera. A maggior ragione non si riuscirà se una volontà previdente non ne ha preservato la soglia.
In senso inverso, la pratica dell’orazione servirà da miglior preparazione alla vita di raccoglimento.
Si tratta di introdurre in noi un deposito di immagini e di impressioni utili per la preghiera. Niente ci aiuterà meglio dell’abitudine quotidiana di una volontaria presa di contatto con Dio. Giustamente la fondatrice delle Oblate del Sacro Cuore, Louise Thérèse de Montaignac, diceva: «Abituarsi ad amare ad ore determinate attira la felice abitudine di rientrare in Dio ad ogni momento».
Sperare di vivere raccolti senza darsi alla preghiera è un calcolo errato e una pesante illusione (4). Pregare quando si deve e si può, e nel migliore dei modi, è il mezzo più idoneo per imparare a pregare sempre. Ritorneremo sull’argomento.
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1
Gli autori definiscono questo genere di raccoglimento, raccoglimento infuso; lo distinguono cosi da quello che è frutto dei nostri sforzi, che denominano raccoglimento acquisito (ma che meglio si direbbe conquistato).
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2
«Unione trasformante o matrimonio spirituale».
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3
La Chiesa, con le pratiche dell’acqua benedetta, della genuflessione e del segno della croce non vuole dare altro che il senso della vicinanza divina all’anima che entra nel luogo santo.

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«Si rimane alzati sedici ore. Non si troverà 1/16 della propria giornata? Macché! Vi sono proprio sedici cose più importanti tutti i giorni?» (P. BOUILLON S.I., Dernières pensées, Librairie du S.C., Lione, p. 72). Ciò per la meditazione di un’ora; se è solo di mezz’ora o di un quarto d’ora il tempo si riduce a 1/32 o 1/64.

Continua….

Tweet del Papa @Pontifex_it

7 novembre 2018

Gesù ci chiama a fare festa con Lui, ad essere vicino a Lui, a cambiare vita. #SantaMarta

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MOVIMENTO APOSTOLICO CATECHESI GENESI Commento teologico Volume unico( l’autore è Mons. Costantino di Bruno), CATANZARO 2010

6 novembre 2018

PRESENTAZIONE

“Abbiamo bisogno di una parola teologica chiara sull’Antico Testamento. Perché non ci offri una lettura commentata anche di questa prima parte della nostra Rivelazione?”.
Avevo sempre rifiutato un tale invito. L’Antico Testamento è vasto. È una lunghissima storia. I Libri sono tanti.
Non nego che aveva come una specie di timore sacro nell’avvicinarmi a questa prima parte del Testo Sacro.
Quest’anno, dopo aver finito il commento teologico alla Lettera ai Romani, ecco che con più insistenza mi fu rivolto ancora una volta lo stesso invito: “Perché non ci leggi teologicamente anche l’Antico Testamento? Se non vuoi farlo tutto, almeno il Pentateuco. Conosciamo poco di quel mondo. Qualche chiarezza teologica ci farebbe assai bene per la nostra pastorale”.
Questa volta riconobbi che era venuto il tempo di addentrarmi in questa immensa foresta divina che è l’Antico Testamento.
Dovevo farlo però in una maniera semplice, non complessa, chiara, immediata.
Dovevo avvicinarmi a questo immenso oceano di verità con mente libera da ogni sovrastruttura e con cuore attratto solo dalla verità che Dio ha voluto che fosse contenuta in questa storia, alla luce della quale, ogni altra storia deve essere letta, compresa, condotta nella sua verità.
Era subito dopo la Santa Pasqua. Avevo in cantiere un altro lavoro: “Il Vangelo del giorno”. È un commento di una sola pagina per ogni giorno, un breve pensiero che serva come luce perché la giornata del cristiano venga vissuta seguendo gli insegnamenti di Gesù Maestro. È un aiuto concreto, immediato a chiunque voglia nutrirsi quotidianamente della verità che scaturisce dalla Parola di Gesù.
Così mi sono messo all’opera per completare il lavoro che va da Maggio a Novembre. In attesa che fossero pronti gli strumenti pratici perché si possa offrire una pagina per ogni giorno di tutto l’anno liturgico del 2011.
Finita questa opera, che in verità non ha richiesto un tempo così vasto, ho subito iniziato con la Genesi.
Come è mia abitudine, la lettura teologica è versetto per versetto. In ogni parola della Scrittura Dio ha nascosto la sua verità di salvezza. In ogni parola essa va cercata, trovata, messa in luce, offerta all’uomo perché se ne nutra per portare la sua anima, il suo spirito, il suo stesso corpo, nella volontà del suo Signore e Dio.
Non vengono elaborate teorie, non vengono forniti sistemi teologici, non vengono offerte strutture nuove di pensiero. La verità di Dio la si estrae fuori man mano che il Signore la pone nei fatti e nelle parole del Testo Sacro, man mano che la storia progredisce e le persone vengono illuminate sul bene e sul male, sul giusto e sull’ingiusto, su ciò che è vero e su ciò che è falso.
Non vi è una storia senza l’uomo. Vi sono uomini che vivono ognuno una loro particolare storia, un loro momento specifico, una molteplicità di relazioni concrete, vicende personali irripetibili da altri, la cui verità però diviene patrimonio dell’umanità, eredità universale, perché è in questa verità che solamente può essere vissuta la vita umana.
Chi lega cielo e terra, eventi ed avvenimenti, fatti e parole, circostanze del passato, del presente e del futuro è però uno solo: Dio.
Possiamo dire che Dio è l’Attore principale di tutta la Scrittura, è anche il grande Regista, l’Ideatore dell’opera, il suo Realizzatore, lo Scenarista, il Compositore.
La sua volontà regna sovrana sopra ogni cosa ed ogni persona. La sua verità è la luce che illumina ogni scena, il suo disegno di salvezza appare in ogni singola parte della storia, divenendo sempre più chiaro, nitido, luminoso. I suoi tratti assumono i caratteri della piena verità e tuttavia questa verità nell’Antico Testamento è tutta velata.
Il suo svelamento pieno sarà dato tutto nel Nuovo, quando il piano di Dio non solo si sarà manifestato nella sua rivelazione, ma anche nella sua attuazione e realizzazione storica.
Così l’Antico Testamento rivale il progetto di Dio. Il Nuovo lo attua e lo realizza. Una cosa che mai deve essere pensata è questa: che il Nuovo Testamento sia finito con il suo ultimo Libro che è l’Apocalisse di Giovanni Apostolo.
L’Apocalisse è l’ultimo Libro della Rivelazione scritta. Essa però è il primo Libro della rivelazione che cammina verso la sua piena realizzazione a attuazione.
Il Nuovo Testamento è la formazione di Cristo in ogni uomo, in ogni persona, fino alla consumazione dei secoli. Fino a che quest’opera non si sarà compiuta e mai si compirà finché ci sarà un solo uomo sulla terra, il Nuovo Testamento mai potrà dirsi chiuso, finito.
Anche perché Esso è insieme l’opera di Cristo Gesù, dello Spirito Santo e della Chiesa. Esso è l’opera dello Spirito del Signore e degli Apostoli. È l’opera dello Spirito Santo, degli Apostoli e di ogni altro discepolo di Gesù Signore.
Alla Vergine Maria, Madre della Redenzione, la Donna cui è stata fatta la promessa che la sua stirpe avrebbe un giorno schiacciato la testa al serpente ingannatore, ci prenda per mano e ci conduca parola per parola affinché scopriamo in esse Dio che ci manifesta il suo amore di creazione, redenzione, salvezza, giustificazione, vita eterna.
Agli Angeli, che sono i mediatori attraverso i quali il Signore si serve per manifestare ai suoi servi la sua volontà, ci sostengano in questo cammino. Vogliamo attingere la luce vera di Dio che illumina, riscalda, conforta, sana e rigenera i nostri cuori.

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Vangelo (Lc 14,25-33) del giorno dalle letture della Messa (Mercoledì 7 Novembre 2018) con commento comunitario

6 novembre 2018

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 14,25-33)

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:

«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.

Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.

Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Questo è il Vangelo del 7 Novembre, quello del 6 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte seconda la celebrazione del Mistero Cristiano:Sezione Prima l’ Economia Sacramentale, Capitolo Primo il Mistero Pasquale nel Tempo della Chiesa /Articolo 2 il mistero Pasquale nei sacramenti della Chiesa: 2, I Sacramenti della Chiesa

6 novembre 2018

1117 Per mezzo dello Spirito che la guida “alla verità tutta intera” ( ⇒ Gv 16,13 ), la Chiesa ha riconosciuto a poco a poco questo tesoro ricevuto da Cristo e ne ha precisato la “dispensazione”, come ha fatto per il canone delle divine Scritture e la dottrina della fede, quale fedele amministratrice dei misteri di Dio [Cf ⇒ Mt 13,52; ⇒ 1Cor 4,1 ]. Così la Chiesa, nel corso dei secoli, è stata in grado di discernere che, tra le sue celebrazioni liturgiche, ve ne sono sette le quali costituiscono, nel senso proprio del termine, sacramenti istituiti dal Signore.

1118 I sacramenti sono “della Chiesa” in un duplice significato: sono “da essa” e “per essa”. Sono “dalla Chiesa” per il fatto che questa è il sacramento dell’azione di Cristo che opera in lei grazie alla missione dello Spirito Santo. E sono “per la Chiesa”, sono cioè quei “sacramenti che fanno la Chiesa”, [Sant’Agostino, De civitate Dei, 22, 17; cf San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, 64, 2, ad 3] in quanto manifestano e comunicano agli uomini, soprattutto nell’Eucaristia, il Mistero della comunione del Dio Amore, Uno in tre Persone.

1119 Poiché con il Cristo-Capo forma “quasi un’unica persona mistica”, [Pio XII, Lett. enc. Mystici Corporis] la Chiesa agisce nei sacramenti come “comunità sacerdotale”, “organicamente strutturata” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 11]. Mediante il Battesimo e la Confermazione, il popolo sacerdotale è reso idoneo a celebrare la Liturgia; d’altra parte alcuni fedeli, “insigniti dell’Ordine sacro, sono posti in nome di Cristo a pascere la Chiesa con la parola e la grazia di Dio” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 11].

1120 Il ministero ordinato o sacerdozio ministeriale [Cf ibid., 10] è al servizio del sacerdozio battesimale. Esso garantisce che, nei sacramenti, è proprio il Cristo che agisce per mezzo dello Spirito Santo a favore della Chiesa. La missione di salvezza affidata dal Padre al proprio Figlio incarnato è affidata agli Apostoli e da essi ai loro successori; questi ricevono lo Spirito di Gesù per operare in suo nome e in persona di lui [Cf ⇒ Gv 20,21-23; ⇒ Lc 24,47; ⇒ Mt 28,18-20 ]. Il ministro ordinato è dunque il legame sacramentale che collega l’azione liturgica a ciò che hanno detto e fatto gli Apostoli, e, tramite loro, a ciò che ha detto e operato Cristo, sorgente e fondamento dei sacramenti.

1121 I tre sacramenti del Battesimo, della Confermazione e dell’Ordine conferiscono, oltre la grazia, un carattere sacramentale o “sigillo” in forza del quale il cristiano partecipa al sacerdozio di Cristo e fa parte della Chiesa secondo stati e funzioni diverse. Questa configurazione a Cristo e alla Chiesa, realizzata dallo Spirito, è indelebile; [Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1609] essa rimane per sempre nel cristiano come disposizione positiva alla grazia, come promessa e garanzia della protezione divina e come vocazione al culto divino e al servizio della Chiesa. Tali sacramenti non possono dunque mai essere ripetuti.

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A. Tornielli, G. Valente: Il giorno del giudizio

6 novembre 2018

https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/caso-mccarrick-le-verita-taciute-dal-dossier-vigano

https://www.lastampa.it/2018/11/06/vaticaninsider/il-papa-vigan-e-la-guerra-dei-dossier-i-retroscena-in-un-libro-q57Qd7J0Qo18KzQTBjDbhP/pagina.html

https://ilsismografo.blogspot.com/2018/11/italia-il-tentato-golpe-contro.html?m=1

https://www.lastampa.it/2018/11/06/vaticaninsider/il-giorno-del-giudizio-cos-mccarrick-fu-nominato-a-washington-iDSS2LyawMN4JGNCpJjqGK/pagina.html

«COME PREGARE SEMPRE» di P. Rodolphe Plus S.J. Introduzione

6 novembre 2018

Dio vive in noi. Ogni anima in grazia è portatrice dell’Altissimo, portatrice di presenza reale.
È un fatto. una realtà, una certezza.
Di fronte a questo fatto, o scoperto da poco oppure da tempo meditato, alcuni potrebbero essere tentati – e lo sono certamente – di dire: «Poiché Dio si degna di abitare continuamente in me, io non voglio avere che un desiderio: abitare continuamente con Lui nell’intimo del mio cuore. Il mio ideale sarà, ormai, non smettere un solo istante di pensare a Dio. Nostro Signore non ha forse detto che bisogna pregare sempre? Voglio dunque trasformare la mia vita in una continua preghiera. Cominciando oggi stesso».

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Apocalisse, 21/22

5 novembre 2018

21

[1] Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più.

[2] Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.

[3] Udii allora una voce potente che usciva dal trono:
“Ecco la dimora di Dio con gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro
ed essi saranno suo popolo
ed egli sarà il “Dio-con-loro”.

[4] E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;
non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno,
perché le cose di prima sono passate”.

[5] E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”; e soggiunse: “Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.

[6] Ecco sono compiute! Io sono l’Alfa e l’Omega,
il Principio e la Fine.
A colui che ha sete darò gratuitamente
acqua della fonte della vita.

[7] Chi sarà vittorioso erediterà questi beni;
io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio.

[8] Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte”.

[9] Poi venne uno dei sette angeli che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: “Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello”.

[10] L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio.

[11] Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino.

[12] La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele.

[13] A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte.

[14] Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.

[15] Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura.

[16] La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono eguali.

[17] Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo.

[18] Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo.
[19] Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo,

[20] il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista.

[21] E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.

[22] Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio.

[23] La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.

[24] Le nazioni cammineranno alla sua luce
e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza.

[25] Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno,
poiché non vi sarà più notte.

[26] E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni.

[27] Non entrerà in essa nulla d’impuro,
né chi commette abominio o falsità,
ma solo quelli che sono scritti
nel libro della vita dell’Agnello.

 

22

[1] Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello.

[2] In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni.

[3] E non vi sarà più maledizione.
Il trono di Dio e dell’Agnello
sarà in mezzo a lei e i suoi servi lo adoreranno;

[4] vedranno la sua faccia
e porteranno il suo nome sulla fronte.

[5] Non vi sarà più notte
e non avranno più bisogno di luce di lampada,
né di luce di sole,
perché il Signore Dio li illuminerà
e regneranno nei secoli dei secoli.

[6] Poi mi disse: “Queste parole sono certe e veraci. Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi ciò che deve accadere tra breve.

[7] Ecco, io verrò presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro”.

[8] Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste cose. Udite e vedute che le ebbi, mi prostrai in adorazione ai piedi dell’angelo che me le aveva mostrate.

[9] Ma egli mi disse: “Guardati dal farlo! Io sono un servo di Dio come te e i tuoi fratelli, i profeti, e come coloro che custodiscono le parole di questo libro. È Dio che devi adorare”.

[10] Poi aggiunse: “Non mettere sotto sigillo le parole profetiche di questo libro, perché il tempo è vicino.

[11] Il perverso continui pure a essere perverso, l’impuro continui ad essere impuro e il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora.

[12] Ecco, io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere.
[13] Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine.

[14] Beati coloro che lavano le loro vesti: avranno parte all’albero della vita e potranno entrare per le porte nella città.

[15] Fuori i cani, i fattucchieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolàtri e chiunque ama e pratica la menzogna!

[16] Io, Gesù, ho mandato il mio angelo, per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino”.

[17] Lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni!”. E chi ascolta ripeta: “Vieni!”. Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita.

[18] Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro: a chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro;

[19] e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro.

[20] Colui che attesta queste cose dice: “Sì, verrò presto!”. Amen. Vieni, Signore Gesù.

[21] La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi. Amen!

Spiegazione Corso biblico sull’Apocalisse (don Roberto Pandolfi).doc

Lettura dell’intero cap. 21 e dei vv. 1-5 del cap. 22.

Siamo di fronte a tre quadri, distinti fra loro, la cui descrizione va letta in modo consecutivo:
I quadro 21, 1-8
II quadro 21, 9-27
III quadro 22, 1-5

Il primo quadro ci presenta la nuova Gerusalemme, tutta oro e pietre preziose, ben diversa dalla città di Babilonia, la prostituta, rivestita di ornamenti ma madre di tutte le prostituzioni.
“Ecco la dimora di Dio con gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro
ed essi saranno il suo popolo…”
Questo versetto 3 ci richiama il prologo di Giovanni:
“E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi…”(v. 14)
Ricordiamo ancora una volta che la traduzione esatta dei verbi “abitare” e “dimorare” è “porre la tenda”. Di conseguenza, diremo:
“Ecco la tenda di Dio con gli uomini!
Egli porrà la tenda tra di loro…” (Apoc. 21,3)
e “…e pose la sua tenda in mezzo a noi…” (Gv 1,14)

La tenda racchiude in sé almeno due immagini: quella del cammino (è un Dio che cammina con il suo popolo) e quella del pastore nomade (Dio pasce il suo gregge camminando con le sue pecore).
Ecco la tenda di Dio in mezzo a noi!
Notiamo che fin dall’inizio il primo quadro sviluppa il tema della novità: la Gerusalemme nuova è inserita in un contesto nuovo. “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra…” (21,1).
Soffermiamoci un attimo sul v. 5: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose…” in cui “faccio” è la traduzione di un termine tecnico della creazione (il verbo greco poieo) che significa, appunto, “creo”. Il Signore sta facendo una nuova creazione, che non è futura perché il verbo viene espresso al tempo presente.
Quindi, la nuova creazione è già in atto; Dio non attenderà la fine dei tempi per donarci la gioia, per toglierci il lutto, la morte, il lamento e l’affanno. Il Signore già oggi crea cose nuove, che porterà evidentemente a compimento nella loro pienezza alla fine dei tempi, quando lo incontreremo.
Credo sia fondamentale riflettere su questi concetti perché siamo di fronte a una situazione non solo di consolazione, ma d’impegno. Adesso Io, Dio, e tu, uomo, facciamo qualche cosa di nuovo.
La prospettiva cambia diametralmente: i semi del regno (il granello di senape, ad es.) sono già piantati e stanno crescendo.
E’ bello sentirsi parte di questa novità perché con il battesimo noi siamo entrati nella nuova creazione, primizia della comunione piena con Dio alla fine dei tempi. Il nostro Signore è il Dio dell’Alleanza che non rinnega mai il suo popolo e il patto che ha stabilito con lui.

Lettura di Isaia 25, v. 6 e seguenti.
In Apocalisse 21, come in questo brano profetico, si possono distinguere due momenti: il primo con una visione di speranza, di apertura (“A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita” – v. 6) e un secondo momento di condanna (“Ma per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali e i fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo.” v. 8).
Appare chiaro il richiamo profetico alla possibilità di entrare nella categoria dei codardi, di quanti – cioè – non hanno avuto il coraggio di testimoniare.

In proposito sappiamo che successivamente agli anni 90 d.C. sorse nella Chiesa il grande problema dei “lapsi”, cioè di coloro che nella persecuzione non erano stati coerenti, avevano abiurato e sacrificato agli idoli e che poi, con il ritorno alla normalità, avevano chiesto di essere riammessi nella comunità ecclesiale. Coloro che erano stati perseguitati si opposero, però, a questa riammissione pretendendo che fosse subordinata ad un nuovo battesimo, perché ritenevano che rinnegando Cristo i “lapsi” avessero addirittura cancellato il loro battesimo.
Sulla questione avvenne un grande dibattito nella Chiesa, con il rischio di scismi, fino a quando non prevalse l’opinione di Cornelio, vescovo di Roma, e di Cipriano, vescovo di Cartagine, secondo la quale il battesimo non poteva in ogni caso essere cancellato, nemmeno dal peccato più grave. Quindi i “lapsi” sarebbero dovuti essere riammessi nella comunità ecclesiale, magari attraverso un percorso penitenziale, ma senza essere ribattezzati.

Concludiamo le considerazioni sul primo quadro dicendo che Cristo oggi si incontra nella Chiesa, nuova Gerusalemme e centro della nuova creazione. Di conseguenza dobbiamo adoperarci per migliorare la nostra comunità ecclesiale in modo che “…i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolatri…” (21,8) e i mentitori diminuiscano e aumentino, invece, gli iscritti nel libro della vita.
La Chiesa è fondamentale per poter vivere fino in fondo l’esperienza di Cristo.

Il secondo quadro ci raffigura la nuova Gerusalemme, la città santa, ben differente da Babilonia, ricca di esteriorità e destinata a perire. Gerusalemme, ricca ma per essenza, dotata di ricchezze interiori, non rappresenta una città vera e propria, ma la comunità ideale in generale. Nel v. 16 è descritta a forma di cubo con ogni faccia, ogni fronte, uguale all’altra.
La città santa non è travestita (come Babilonia) in quanto racchiude in sé il Signore,tanto da non aver bisogno del tempio perché il contatto con Dio è immediato.
Ripenso a tante descrizioni dei Padri che paragonano la Chiesa, per esempio, a una corona regale d’oro, adornata di pietre preziose, oppure a un giardino con molteplici varietà di pianti e di fiori. Le pietre preziose, i fiori e le piante simboleggiano le varie membra della Chiesa, che è una comunità con in sé una preziosità che le deriva da Dio. In questa luce, allora, riscopriamo la vocazione di ciascuno di noi secondo la propria differente condizione (laico, sposo, sacerdote…). Noi siamo come pietre preziose incastonate nell’edificio di Dio, nella Gerusalemme santa.
Si potrebbe vedere un parallelo di quest’immagine in Ezechiele 48.
La nuova Gerusalemme finalmente si rivela come la sposa dell’Agnello.
Siamo di fronte a una nuova creazione. Non ci saranno più le maledizioni post-edeniche (Genesi 3) perché ormai cancellate dal sangue dell’Agnello. Consideriamo anche che le nostre sofferenze, i nostri sacrifici sono salvifici perché ricolmati di significato dal sangue dell’Agnello. La passione e la morte di Cristo ci insegnano pur qualcosa.
Questo significa far parte della nuova città santa nella quale confluiscono tutte le genti
(“Le sue porte non si chiuderanno mai…” (v. 25)
e nella quale “Non entrerà…nulla d’impuro,
né chi commette abominio o falsità
ma solo quelli che sono scritti
nel libro della vita dell’Agnello” (v. 27))

Leggere:
Michea 4, 1-5 “Il regno futuro del Signore a Sion”;
Gioele 4, 20-21 “Era paradisiaca della restaurazione di Israele”;
Isaia 2, 2-5 “La pace perpetua”.

La nuova città fondata sugli apostoli (v. 14) è perfettamente simmetrica; è una costruzione spirituale.
Potremmo tenere come sottofondo a questo brano dell’Apocalisse il cap. 4 del Vangelo di Giovanni (“Gesù dai Samaritani”): “…i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità…” (v. 23).
Non ci sarà più bisogno del tempio di Gerusalemme né di quello del monte Garizim: basterà mettersi nell’ottica di Dio adorandolo “in spirito e verità”. (v. 24).

Il terzo quadro: la nuova Gerusalemme, giardino di vita. Siamo anche qui nel clima dell’Eden.
L’ultimo episodio della Bibbia (Apocalisse 22, 1-5) richiama l’inizio della stessa Bibbia (Genesi) con la creazione e la caduta dell’uomo. Ora si parla della nuova creazione (e non più della caduta) e della gioia di essere perennemente con il Signore. Ecco la grande speranza che infonde la Bibbia!
In Genesi si parla dell’albero della vita che viene sottratto subito all’uomo, mentre in Apocalisse 22 troviamo “…un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni” (v. 2). Qui la vita viene distribuita in pienezza.
Nuovamente rieccheggia il cap. 4 di Giovanni nel quale si parla del pozzo di Giacobbe e dell’acqua viva (che va letta simbolicamente). Siamo davvero alla comunione piena con Dio e alla luce piena, al giorno senza fine (Ap.22,5): “Non vi sarà più notte…”.
Dobbiamo allora cominciare a gustare tutto questo ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, nella quale incontriamo il Signore. Dopo la comunione noi siamo come delle arche sante che portano Gesù per il mondo, siamo come dei “Cristofori”.
Sono convinto che sia molto bella la visione terminale dell’Apocalisse in parallelo con l’episodio iniziale della Bibbia.

Stiamo vivendo una primavera della Chiesa: oggi lo Spirito soffia e ci provoca con le sfide del nostro tempo. L’incontro con le altre religioni, ad esempio, è impegnativo ma ci deve entusiasmare.

Concludiamo dicendo che il nostro capitolo è aperto alla speranza, ma contiene anche un invito alla conversione. Speranza e conversione vanno di pari passo e guai se non fosse così: la speranza diventerebbe fatalismo e la pigrizia prenderebbe il sopravvento (e con essa il nostro egoismo).

Un’ultima considerazione sui mentitori (21,8 e 27) che non sono soltanto coloro che dicono il falso, ma anche quelli che vivono nella falsità continua, che adorano i falsi dei, che vivono una vita di menzogna inseguendo ciò che è falso.

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Vangelo (Lc 14,15-24) del giorno dalle letture della Messa (Martedì 6 Novembre 2018) con commento comunitario

5 novembre 2018

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 14,15-24)

In quel tempo, uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».

Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”.

Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».

Questo è il Vangelo del 6 Novembre, quello del 5 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

L’IMMACOLATA: MESSAGGIO DI DIO Cardinale Giuseppe Siri/L’IMMACOLATA DAVANTI ALLA STORIA DEL MONDO

5 novembre 2018

Non sarebbe esatto considerare in modo avulso dalla persona il Concepimento Immacolato, perché nella realtà esiste solo la Vergine concepita senza il peccato originale e questo credo lo capiscano tutti. Ma c’è un’altra cosa, non si può considerare, nell’ambiente della nostra fede, la Vergine Immacolata come detto ora, avulsa dalla storia del mondo, meglio dalla storia dell’umanità, perché que¬sta storia dell’umanità è una comparsa vera, obiettiva, che ha avuto un principio in modo del tutto ragionevole e che avrà un fine con un giudizio sì ragionevole, ma soprattut¬to pieno di misericordia.
Bisogna dunque considerarLa questa Vergine Imma¬colata, davanti a tutta la storia del mondo, perché il suo posto è là.
Che cosa è che influisce sulla storia del mondo, cioè sulla storia dell’umanità?
Il mondo va avanti senza di noi e non ha affatto bisogno della nostra scoperta per vivere. Il mondo è stato creato prima di noi e continuerà dopo di noi. Non possia¬mo credere che di fronte alla infinità di Dio noi riempiamo tutte le possibilità. Abbiamo l’illusione di essere gran cosa quando non consideriamo il Cielo e tutto ciò che il Cielo racchiude, ma davanti all’infinità di Dio siamo una piccola cosa. La Vergine Immacolata, invece, non è picco¬la cosa.
Ripeto la domanda, che cosa è che influisce sulla storia degli uomini?
Prima di tutto la creazione di Dio e il fine che Dio ha dato alla creazione, cioè la sua gloria. Tutto è stato creato da Lui e, se tutto è partito da Lui, tutto deve ritornare a Lui. Niente da osservare! E sarebbe irragione¬vole fare su questo delle osservazioni. Ma, attenti bene, che cosa vuol dire questo? La storia dell’umanità anzitut¬to è fatta da questo cosmo nel quale noi viviamo, e dalle sue leggi.
Le leggi non obbediscono a noi, noi possiamo usarle perché Dio ha dato alla Sua creazione quella mobilità per cui, avendo intatta la definizione della legge che opera sempre e sempre allo stesso modo, nelle stesse condizioni, noi possiamo usare delle leggi, ma le usiamo secondo il corso che ha stabilito il Creatore, non lo stabiliamo noi. Sfruttiamo quel cosmo che non dipende da noi e, a quan¬to pare, il cosmo ci condiziona, perché, se oggi piove, vorrei vedere se si potesse in qualche parlamento fare una legge per cui l’otto di dicembre non può piovere, ci si provino!
Siamo in mezzo a leggi che obbediscono solo a Dio e fingiamo di non accorgercene!
C’è un secondo punto che influisce sulla storia degli uomini ed è la libertà umana. E’ il piú grande mistero che portiamo con noi perché fin’ora non siamo ancora riusciti a spiegare bene come mai, non so se i nostri successori ci riusciranno, come mai Dio, che è libero per essenza, abbia potuto creare degli altri esseri liberi perfettamente. E na¬turalmente la libertà degli uomini entra nel realizzarsi del¬la storia, ma gli uomini liberi, specialmente quelli che credono di fare la storia, si ricordino che c’è un bel giuo-co al quale debbono stare attenti, perchè, quando gli uo¬mini fanno il male e credono con questo di essere grandi perché si ribellano, perché sono capaci di fare una rivolu-zione, ossia un disordine irrazionale e stupido, tutto quel¬lo che fanno di male serve al disegno di Dio. E’ veramente giocondo osservare la storia da questo punto di vista e vedere questi grandi uomini che passano, che vanno a briglia sciolta dall’oriente all’occidente, dal Nord al Sud, non lo sanno, poveretti, se lo sapessero chi sa come rimar¬rebbero male, in realtà senza merito servono Dio; senza merito, ma fanno tutti il giuoco di Dio e dopo aver fatto quanto ad essi comoda, non resta loro niente. Così, senza aver alcun merito e alcuna pretesa per l’eternità, quello che hanno fatto servirà al disegno di Dio e anche il male, tutto il male sarà costretto a servire a tutto il bene.
La storia si fa in questo modo, perché al di sotto della libertà umana ci sono infinite altre cose, quelle che collegano noi, causa che agisce alla Causa Prima.
Ho ricordato tutto questo perché ora debbo invitarvi a guardare Colei che perché esentata dal peccato originale sta, in questo senso, al di fuori della storia umana, la guarda e la condiziona. Perché la guarda e la condiziona? Se io apro il libro dell’Apocalisse, che è di una incantevo¬le poesia e di una incredibile realtà su tutta la storia umana, al capitolo dodicesimo della visione che Giovanni l’Evangelista ha a Patmos i protagonisti sono due; in modo diverso, ma sono due: il Figlio, che nasce dalla Vergine, e la Vergine. Questo perché tutta la vicenda della libertà umana usata male da Adamo fino a noi è tutta quanta dominata e conclusa dalla venuta del nostro Signore Gesù Cristo. E ormai tutta la storia è guidata da lì: il prima, quello che fu il contemporaneo, e il poi e quello che verrà fino alla chiusura escatologica, al momento in cui il Giu¬dizio chiuderà la vicenda umana.
Ma perché c’è la deuterogonista, la Vergine? Perché il Figlio di Dio potesse riparare per gli uomini e meritare tutto e portare la misericordia prevalente sulla giustizia, era necessario che appartenesse al genere umano. Perchè di là doveva sorgere la riparazione donde era sorta la col¬pa. E che cosa Lo ha fatto membro del genere umano? Una cosa sola: il corpo avuto da Sua madre, la vita accesa dalla stessa fiammella di Adamo, che Lo renderà parente di tutti, consanguineo di tutti gli uomini: e allora in tale veste doveva rappresentarli, sostituirli e così redimerli.
La Vergine Santissima ha dato non l’anima, ma il corpo a Cristo e, pertanto, rimane con Cristo protagonista della storia del mondo. Molti futurologi cercano di preve¬dere cosa sarà il duemila, che è vicino, ma non lo sanno, perché non saranno i calcoli politici ed economici che stabiliranno il corso del duemila; sarà quello che converrà al Regno di Dio in terra, deciso da Cristo che ha redento e, accanto a Lui, da Sua Madre.
Ecco la posizione! E Maria ha potuto avere questa posizione perché Immacolata: infatti l’ombra caduta an¬che per un istante solo sulla Madre si sarebbe riversata sul Figlio e questo era impossibile, perché il Figlio aveva una anima e un corpo come noi, ma questi appartenevano al Verbo di Dio. Le ombre si trasmettono e in questo caso nessuna ombra poteva essere trasmessa.
Ecco da una parte la storia dal mondo, dall’altra Lei, una Madre che è Madre di Dio perché Immacolata.
Vorrei farvi osservare una cosa, il ritmo che Dio mantiene in tutte le verità, in tutto l’ordine creato e in tutto l’ordine soprannaturale: Dio è coerente in quello che fa. Il Creatore attraverso il diritto naturale ha stabili¬to la famiglia; dal punto di vista giuridico, il capo della famiglia è l’uomo. La pochezza umana del nostro tempo non si è accorta che l’uomo ha caratteristiche per cui sta al sommo della famiglia; ma la donna ha altre caratteri¬stiche per cui in un altro modo, non inferiore, sta anch’es¬sa al sommo della famiglia. La donna ha un’altra sovra¬nità: quella della femminilità, cioè del sentimento del pu¬dore, della dolcezza.
Spesso si dimentica che Dio può fare infinitamente piú di quello che possono fare gli uomini. Egli ha creato due sovranità, con questa meraviglia: che tutte e due sono come se fossero una monarchia, il diverso piano le rende coesistenti e non diminuisce affatto né la monarchia dell’ uno, né la monarchia dell’altro.
Guardate bene, questo avviene nell’ordine naturale. Nell’ordine soprannaturale della redenzione si verifi¬ca la stessa cosa: Cristo è il re, che ha fondato il regno e che conduce le cose di questo mondo verso il fine al quale Iddio ha indirizzato la creazione; ma davanti a questo mondo ci ha messo una Madre, una sovranità di amore!
Del resto tutte le volte che c’è bisogno di qualche cosa in questo mondo, è sempre Lei che viene. La storia dei san¬tuari, che noi possiamo fare benissimo dal mille in poi, lo dimostra con chiarezza. L’anima di tali santuari documen¬tati, intendiamoci, è Lei, sempre Lei, sempre Lei. Si ha un solo caso di un fatto miracoloso accaduto e tenuto celato, perché laddove è accaduto è tutto celato quindi anche questo non è del tutto noto, dove è comparso anche Cri¬sto, ma è Sua Madre che viene a chinarsi sugli uomini.
Lo stesso ritmo nel diritto naturale della famiglia umana e nell’ordine soprannaturale della redenzione.
Ora capite perché questa Vergine sta di fronte al mondo e di fronte al mondo è meglio che ci stia una Madre piuttosto che starci un qualche potentato iniquo, spaventoso e terrificante come molti uomini ci vorrebbe¬ro regalare.

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Catechismo della Chiesa Cattolica, Sezione Prima L’Economia Sacramentale/Capitolo Primo il Mistero Pasquale nel della Chiesa, Artico2 IL MISTERO PASQUALE NEI SACRAMENTI DELLA CHIESAo 2,

5 novembre 2018

1113 Tutta la vita liturgica della Chiesa gravita attorno al Sacrificio eucaristico e ai sacramenti [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 6]. Nella Chiesa vi sono sette sacramenti: il Battesimo, la Confermazione o Crismazione, l’Eucaristia, la Penitenza, l’Unzione degli infermi, l’Ordine, il Matrimonio [Cf Concilio di Lione II: Denz. -Schönm., 860; Concilio di Firenze: ibid., 1310; Concilio di Trento: ibid., 1601]. In questo articolo viene trattato ciò che è comune ai sette sacramenti della Chiesa, dal punto di vista dottrinale. Quanto è loro comune riguardo alla celebrazione sarà esposto nel capitolo secondo, mentre ciò che è proprio a ciascuno di essi costituirà l’oggetto della sezione seconda.

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Vangelo (Lc 14,12-14) del giorno dalle letture della Messa (Lunedì 5 Novembre 2018) con commento comunitario

4 novembre 2018

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 14,12-14)

In quel tempo, Gesù disse poi al capo dei farisei che l’aveva invitato:
«Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Questo è il Vangelo del 5 Novembre, quello del 4 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Apocalisse, 20

3 novembre 2018

20

[1] Vidi poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell’Abisso e una gran catena in mano.

[2] Afferrò il dragone, il serpente antico – cioè il diavolo, satana – e lo incatenò per mille anni;

[3] lo gettò nell’Abisso, ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni. Dopo questi dovrà essere sciolto per un pò di tempo.

[4] Poi vidi alcuni troni e a quelli che vi si sedettero fu dato il potere di giudicare. Vidi anche le anime dei decapitati a causa della testimonanza di Gesù e della parola di Dio, e quanti non avevano adorato la bestia e la sua statua e non ne avevano ricevuto il marchio sulla fronte e sulla mano. Essi ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni;

[5] gli altri morti invece non tornarono in vita fino al compimento dei mille anni. Questa è la prima risurrezione.

[6] Beati e santi coloro che prendon parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per mille anni.

[7] Quando i mille anni saranno compiuti, satana verrà liberato dal suo carcere

[8] e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magòg, per adunarli per la guerra: il loro numero sarà come la sabbia del mare.

[9] Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d’assedio l’accampamento dei santi e la città diletta. Ma un fuoco scese dal cielo e li divorò.

[10] E il diavolo, che li aveva sedotti, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta: saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli.

[11] Vidi poi un grande trono bianco e Colui che sedeva su di esso. Dalla sua presenza erano scomparsi la terra e il cielo senza lasciar traccia di sé.

[12] Poi vidi i morti, grandi e piccoli, ritti davanti al trono. Furono aperti dei libri. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere.

[13] Il mare restituì i morti che esso custodiva e la morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere.

[14] Poi la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco.

[15] E chi non era scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco.

Spiegazione Corso biblico sull’Apocalisse (don Roberto Pandolfi).doc

vv. 1-15 – lettura
Si tratta di un capitolo difficile e contorto ed è uno di quelli che più hanno avuto successo anche in senso negativo.
Il simbolismo dei mille anni risulta di difficile spiegazione. Nel corso dei secoli sono state date essenzialmente due interpretazioni: una letterale e l’altra simbolica.
Interpretazione letterale è, ad esempio, quella dei Testimoni di Geova secondo i quali avverrà una prima resurrezione (v. 5); in seguito ci sarà una seconda possibilità. Chi non diverrà Testimone di Geova prima della seconda resurrezione morirà in eterno.
Per l’interpretazione letterale sono evidenti le difficoltà circa la decorrenza dei mille anni: il conteggio inizia dalla nascita o dalla morte di Cristo, oppure dalla data dei fatti che vengono descritti nell’Apocalisse?

Una spiegazione simbolica, ma in senso terreno, venne fornita da S.Agostino, per il quale i mille anni costituivano il tempo di durata della Chiesa sulla terra dalla risurrezione di Gesù al suo ritorno finale.
Secondo altre interpretazioni simboliche, ma in senso totalmente celeste, i mille anni indicherebbero un tempo di massima, un modo per dire che il regno di Cristo si realizzerà certamente nell’escatologia e non sulla terra. Di conseguenza noi regneremo con Lui nell’eternità.

Questo capitolo ci offre una serie di visioni introdotte da “vidi” (vv. 1 e 4, ad esempio). All’inizio ci viene presentato un angelo più potente dei precedenti il quale “afferrò il dragone, il serpente antico – cioè il diavolo, satana – e lo incatenò per mille anni; lo gettò nell’abisso…”.(v. 2).
Rieccheggia qui il cap. 12 del Vangelo di Giovanni in cui si parla della glorificazione di Gesù attraverso la morte (vv. 20-33). Ora, nell’Apocalisse, si realizza la grande vittoria con la cacciata del principe di questo mondo. Allora il cap. 20 non può essere che un brano che tiene sullo sfondo il trionfo di Cristo.
Un dato è certo: Gesù Cristo vince il dragone e l’ultimo nemico a venire gettato “nello stagno di fuoco” (v. 14) è la morte. Quindi la vittoria divina è totale. In ogni caso il dragone soggiace alla volontà e al progetto del Signore.

“Dopo questi dovrà essere sciolto per un po’ di tempo.” (v. 3b).
Al riguardo ricordiamo quanto detto commentando il Vangelo di Luca: “dovrà”, “deve” sono forme verbali (da greco dein) che indicano il progetto divino. Quel “dovrà” significa che proprio Dio ha stabilito che il dragone verrà “sciolto per un po’ di tempo”. Di conseguenza non meravigliamoci quando sembra che il male sia all’opera nel mondo. Si tratta del diavolo libero di operare per qualche tempo.

Accenniamo ora ad una interpretazione tolta dall’Apocalittica giudaica (e poi ripresa, ad esempio, dai gruppi avventisti di matrice protestante) la quale, partendo dalla Genesi – in cui è scritto che il Signore ha creato il mondo in sei giorni e il settimo giorno si è riposato – e da un salmo che recita “un giorno per te è come mille anni”, sostiene che un giorno di Dio varrebbe mille anni dei nostri.
Di conseguenza i sei giorni della creazione sarebbero durati seimila anni e il settimo millennio (che corrisponde al settimo giorno) costituirebbe i mille anni del Regno di Dio.
Si tratta evidentemente di calcoli assurdi.
Anche nella chiesa cattolica, soprattutto ad opera di cristiani bollati poi come eretici, è sempre stata presente la tendenza al millenarismo (ricordiamo, ad esempio, nel medioevo, Gioachino da Fiore).

v. 4 – Qui si parla del regno dei giusti, cioè dei martiri e di coloro che non si sono fatti segnare con il marchio della bestia. Costoro sono associati alla risurrezione di Cristo. Ciò vuol dire che la vittoria sul male operata da Gesù coinvolge tutti i giusti e che anche le nostre opere buone contribuiscono, nel loro piccolo, ad eliminare il male nel mondo. Quando nella Messa proclamiamo: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco Colui che toglie i peccati del mondo…”, anziché “i peccati” sarebbe forse meglio dire “il peccato” perché Cristo ha sconfitto il Peccato. Sta a noi, invece, eliminare ogni giorno i peccati piccoli e grandi che commettiamo. In tal modo entriamo nella dinamica delle resurrezione.
Satana, anche se liberato, contribuisce alla sconfitta finale di tutti i nemici di Dio, perché li raduna facilitando, di conseguenza, il compito divino.
E nei vv. 9 e 10 si parla proprio della vittoria del Signore.

Concludo con una bella immagine di Teresa d’Avila, vissuta all’epoca della Riforma protestante. La santa sosteneva che la Chiesa fosse assediata dai nemici e che i monasteri delle suore di clausura costituivano delle piccole fortezze nelle quali venivano addestrati i soldati di Cristo. Ovviamente l’addestramento consisteva nella preghiera costante, assidua, totale, per la Chiesa che non potrà mai essere vinta.

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Catechismo della Chiesa Cattolica, Sezione Prima L’Economia Sacramentale/Capitolo Primo il Mistero Pasquale nel della Chiesa, Articolo 1 Sintesi

3 novembre 2018

1110 Nella Liturgia della Chiesa Dio Padre è benedetto e adorato come la sorgente di tutte le benedizioni della creazione e della salvezza, con le quali ci ha benedetti nel suo Figlio, per donarci lo Spirito dell’adozione filiale.

1111 L’opera di Cristo nella Liturgia è sacramentale perché il suo Mistero di salvezza vi è reso presente mediante la potenza del suo Santo Spirito; perché il suo Corpo, che è la Chiesa, è come il sacramento (segno e strumento) nel quale lo Spirito Santo dispensa il Mistero della salvezza; perché, attraverso le sue azioni liturgiche, la Chiesa pellegrina nel tempo partecipa già, pregustandola, alla Liturgia celeste.

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L’IMMACOLATA: MESSAGGIO DI DIO Cardinale Giuseppe Siri/LA VERA DEVOZIONE ALLA SANTA VERGINE

3 novembre 2018

San Bartolo Longo , prega per noi

Il discorso sulla Vergine Immacolata non sempre lo si fa concreto, completo ed esatto.
Si parla sempre di Lei, sé ne magnificano le qualità, i privilegi, la grandezza.
Parliamo un po’ di noi; a Lei non dobbiamo insegna¬re nulla! Noi abbiamo bisogno di apprendere molto.
Il discorso dunque è per noi e di noi.
In che cosa consiste la vera devozione alla Vergine, Madre del Signore?
Anzi tutto consiste nel fare quello che Essa vuole: questo è il fondamento necessario nella devozione alla Madonna.
Che cosa vuole?
La osservanza della legge di Dio!
Vuole la cosa piú grande, piú dolce, e, per molti uomini, piú difficile che è la uniformità della volontà nostra alla volontà del Signore.
Essa vuole quello che vuole Gesú! E la vera devozio¬ne è anzitutto e sostanzialmente in questo: che si faccia quello che Dio vuole.
La devozione alla Madonna non costituisce un tema di extraterritorialità alla norma della legge di Dio, no! E’ tutto nella norma della legge di Dio.
Certo non è difficile capire che la cosa non è facile, ma questo non autorizza a tacerne; quanto piú una cosa è difficile, tanto piú bisogna parlarne; quanto piú una cosa è dimenticata tanto piú bisogna ricordarla.
Ma non è solo questo! La vera devozione alla Ma¬donna domanda un’altra cosa.
Gesú in croce affida la Vergine al suo discepolo piú fedele, Giovanni, l’unico che aveva avuto il coraggio di seguirlo fino alla croce – gli altri si erano tenuti piuttosto discosti! – In Giovanni è rappresentato ciascun uomo, pertanto la nostra devozione verso Maria dev’essere filiale. La vera devozione alla Madonna domanda questo: che si instauri tra l’anima nostra e la Vergine Madre del Signore il rapporto, il clima, il calore che unisce madre e figlio.
Quale calore?
Quello della ammirazione, della stima, dell’afflato – questa parola dice un mondo intero! – della fiducia, dell’abbandono tranquillo, sorridente, pacato.
I rapporti tra madre e figlio sono descritti in queste parole, ed è chiaro che queste parole contengono un insie¬me di sentimenti che non è esattamente quello che sta nel rapporto di amicizia, perché è molto di piú.
Questo deve essere instaurato nella vera devozione: l’intimità, il ricorso, l’appello, il colloquio, il senso di una presenza nella quale ci si sente perfettamente tranquilli. Mi direte: e come si fa?
Sono tutte cose piuttosto difficili.
Tali risposte cominiciano ad essere difficili anche tra le madri e i figli del nostro tempo, perché molte madri non meritano piú e molti figli meritano ancor meno, il che è uno degli aspetti di disfacimento che è la gloria della nostra cosiddetta civiltà.
E’ ora di aprire gli occhi su quello che il mondo è oggi.
Come si fa per prolungare, per creare questo calore, questa intimità, questa vicinanza, questa presenza affet¬tuosa, sorridente e tranquilla?
Ci sono le pratiche di pietà e l’orazione.
E’ con l’orazione che si stabiliscono i rapporti con il Cielo, con Dio, con Cristo, con la Vergine, con gli Angeli, con i Santi.
La strada è la stessa; è unica! E’ questione di per¬correrla con maggiore comprensione, con maggiore sacri¬ficio e maggiore saggezza, è questione di saper prendere e riprendere la rincorsa, ma la via è sempre l’orazione.
Guardiamo a Lei – già! – ma guardiamo un po’ anche a noi, perché i rapporti si hanno in due; è necessa¬ria una reciprocità con Dio, che rispetti la libertà umana, e questa reciprocità non manca mai; anzi la ha affidata a noi, a noi dico!
Vediamo come possiamo colloquiare con Maria, di quali strumenti possiamo servirci.
Naturalmente si può colloquiare con la Vergine, Madre del Signore, in ogni momento e per qualunque cosa e in tutte le forme e per qualunque causa: con la medita¬zione interiore; ma penso che questa possa essere difficile per molte anime. Bisogna cominciare con le cose piú facili e pertanto vengo a quelle.

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Vangelo (Mc 12,28b-34) del giorno dalle letture della Messa (Domenica 4 Novembre 2018) con commento comunitario

3 novembre 2018

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 12,28b-34)

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».

Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».

Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Questo è il Vangelo del 4 Novembre, quello del 3 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

Apocalisse 19

2 novembre 2018

19

[1] Dopo ciò, udii come una voce potente di una folla immensa nel cielo che diceva:
“Alleluia! Salvezza, gloria e potenza
sono del nostro Dio;

[2] perché veri e giusti sono i suoi giudizi,
egli ha condannato la grande meretrice
che corrompeva la terra con la sua prostituzione,
vendicando su di lei
il sangue dei suoi servi!”.

[3] E per la seconda volta dissero:
“Alleluia!
Il suo fumo sale nei secoli dei secoli!”.

[4] Allora i ventiquattro vegliardi e i quattro esseri viventi si prostrarono e adorarono Dio, seduto sul trono, dicendo:
“Amen, alleluia”.

[5] Partì dal trono una voce che diceva:
“Lodate il nostro Dio,
voi tutti, suoi servi,
voi che lo temete,
piccoli e grandi!”.

[6] Udii poi come una voce di una immensa folla simile a fragore di grandi acque e a rombo di tuoni possenti, che gridavano:
“Alleluia.
Ha preso possesso del suo regno il Signore,
il nostro Dio, l’Onnipotente.

[7] Rallegriamoci ed esultiamo,
rendiamo a lui gloria,
perché son giunte le nozze dell’Agnello;
la sua sposa è pronta,

[8] le hanno dato una veste
di lino puro splendente”.
La veste di lino sono le opere giuste dei santi.

[9] Allora l’angelo mi disse: “Scrivi: Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!”. Poi aggiunse: “Queste sono parole veraci di Dio”.

[10] Allora mi prostrai ai suoi piedi per adorarlo, ma egli mi disse: “Non farlo! Io sono servo come te e i tuoi fratelli, che custodiscono la testimonianza di Gesù. È Dio che devi adorare”. La testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia.

[11] Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava “Fedele” e “Verace”: egli giudica e combatte con giustizia.

[12] I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco, ha sul suo capo molti diademi; porta scritto un nome che nessuno conosce all’infuori di lui.

[13] È avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è Verbo di Dio.

[14] Gli eserciti del cielo lo seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino bianco e puro.

[15] Dalla bocca gli esce una spada affilata per colpire con essa le genti. Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente.

[16] Un nome porta scritto sul mantello e sul femore: Re dei re e Signore dei signori.

[17] Vidi poi un angelo, ritto sul sole, che gridava a gran voce a tutti gli uccelli che volano in mezzo al cielo:

[18] “Venite, radunatevi al grande banchetto di Dio. Mangiate le carni dei re, le carni dei capitani, le carni degli eroi, le carni dei cavalli e dei cavalieri e le carni di tutti gli uomini, liberi e schiavi, piccoli e grandi”.

[19] Vidi allora la bestia e i re della terra con i loro eserciti radunati per muover guerra contro colui che era seduto sul cavallo e contro il suo esercito.

[20] Ma la bestia fu catturata e con essa il falso profeta che alla sua presenza aveva operato quei portenti con i quali aveva sedotto quanti avevan ricevuto il marchio della bestia e ne avevano adorato la statua. Ambedue furono gettati vivi nello stagno di fuoco, ardente di zolfo.

[21] Tutti gli altri furono uccisi dalla spada che usciva di bocca al Cavaliere; e tutti gli uccelli si saziarono delle loro carni.

Spiegazione Corso biblico sull’Apocalisse (don Roberto Pandolfi).doc

vv. 1-10 – lettura
I capitoli 17 e 18 trattano della caduta di Babilonia; i capitoli 19 e 20 riguardano la vittoria totale di Cristo e i capitoli 21 e 22 l’esaltazione di Gerusalemme.
L’inno iniziale del nostro capitolo viene ripreso in parte dalla “Liturgia delle Ore”, nei vespri della domenica sera. E’ bello ricordare la salvezza che ci aspetta!
Il cap.19 è l’unico brano del Nuovo Testamento in cui compare la parola “alleluia”, che viene tratta dall’ultima sezione dei Salmi. Precisamente nei salmi dal 107 al 150 è diffuso il termine “alleluia” che significa “Lodate Jahwe”. E’ qui evidente, comunque, uno sfondo vetero-testamentario perché Giovanni utilizza la lode tipica dell’ebraismo (salmi alleluiatici) applicandola alla vittoria di Cristo.

Questa lode viene affidata a tre voci diverse.
La prima voce è quella di una “folla immensa nel cielo” (che ha due aspetti in quanto prima dice una cosa e poi un’altra); la seconda è quella dei ventiquattro vegliardi e dei quattro esseri viventi i quali semplicemente pongono un sigillo (“Amen, Alleluia”); infine la terza è la voce che esce dal trono. Quindi, abbiamo tre momenti e tre protagonisti diversi della nostre lode. Potremmo affermare che qui appare un insieme di celeste e di terreno:
“Lodate il nostro Dio,
voi tutti, suoi servi,
voi che lo temete,
piccoli e grandi!” (v. 5).
Concludiamo la lezione osservando che è presente in questo brano la “comunione dei Santi”, ossia sono presenti la Chiesa militante e la Chiesta trionfante, che sono due facce della stessa medaglia, potremmo dire due momenti della medesima esistenza: la vita terrena e la vita dell’aldilà.

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Maria a Medjugorje, messaggio del 2 Novembre 2018 a Mirjana

2 novembre 2018

“Cari figli, il mio Cuore materno soffre mentre guardo i miei figli che non amano la verità, che la nascondono; mentre guardo i miei figli che non pregano con i sentimenti e le opere. Sono addolorata mentre dico a mio Figlio che molti miei figli non hanno più fede, che non conoscono lui, mio Figlio. Perciò vi invito, apostoli del mio amore: voi cercate di guardare fino in fondo nei cuori degli uomini, e là sicuramente troverete un piccolo tesoro nascosto. Guardare in questo modo è misericordia del Padre Celeste. Cercare il bene perfino là dove c’è il male più grande, cercare di comprendervi gli uni gli altri e di non giudicare: questo è ciò che mio Figlio vi chiede. Ed io, come Madre, vi invito ad ascoltarlo. Figli miei, lo spirito è più potente della carne e, portato dall’amore e dalle opere, supera tutti gli ostacoli. Non dimenticate: mio Figlio vi ha amato e vi ama. Il suo amore è con voi ed in voi, quando siete una cosa sola con lui. Egli è la luce del mondo, e nessuno e nulla potrà fermarlo nella gloria finale. Perciò, apostoli del mio amore, non abbiate paura di testimoniare la verità! Testimoniatela con entusiasmo, con le opere, con amore, con il vostro sacrificio, ma soprattutto con umiltà. Testimoniate la verità a tutti quelli che non hanno conosciuto mio Figlio. Io sarò accanto a voi, io vi incoraggerò. Testimoniate l’amore che non finisce mai, perché viene dal Padre Celeste che è eterno ed offre l’eternità a tutti i miei figli. Lo Spirito di mio Figlio sarà accanto a voi. Vi invito di nuovo, figli miei: pregate per i vostri pastori, pregate che l’amore di mio Figlio possa guidarli. Vi ringrazio! ”

La Chiesa guarda con favore, ma non si è ancora espressa ufficialmente sui fatti di Medjugorje

Vangelo (Lc 14,1.7-11) del giorno dalle letture della Messa (Sabato 3 Novembre 2018) con commento comunitario

2 novembre 2018

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 14,1.7-11)

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.

Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Questo è il Vangelo del 3 Novembre, quello del 2 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

L’IMMACOLATA: MESSAGGIO DI DIO Cardinale Giuseppe Siri/L’IMMACOLATA: VITTORIA DEL BENE SUL PECCATO

2 novembre 2018

 

L’Immacolato Concepimento della Vergine costitui¬sce un’indicazione divina.
Questo è il tema sul quale vi invito a riflettere. Tutto costituisce un’indicazione divina di quello che ha fatto Dio, perché Dio non parla – è l’unico – soltanto con le parole, Dio parla anche con la creazione, coi fatti.
Tutto è un’indicazione divina, questo sarebbe un di¬scorso da continuare assai a lungo e, se gli uomini capisse¬ro che tutto quello che è creato costituisce una indicazio¬ne divina, in questo mondo si starebbe molto meno male e probabilmente sarebbero eliminati molti dei suoi guai. Limitiamoci al dogma dell’Immacolato Concepimen¬to della Madonna e vediamo quale indicazione contiene. Non pretendo di esaurire l’argomento, non ne sarei capa¬ce, ma qualche cosa posso dire.
L’Immacolato Concepimento consiste nel fatto che Dio in previsione di Gesú Cristo, del quale Essa sarebbe stata Madre, e per i meriti di Gesú Cristo suo Figlio, ha esentato la Vergine Maria dal peccato originale e da tutto quello che consegue dal peccato originale.
E’ chiaro che non si tratta soltanto di un mistero che ci porta a vedere un punto originale della storia umana della vita della Vergine Maria, ma si tratta di tutta una lunga logica che sviluppa quel punto.
Orbene, ecco le indicazioni divine. La prima – ripe¬to, non pretendo di dirle tutte, ma quanto basta per una meditazione – la prima indicazione è questa: la separazio¬ne tra il bene e il male.
Dio l’ha fatta nettamente; dobbiamo cercare di leg¬gere questa pagina del dogma dell’Immacolato Concepi¬mento di Maria, l’indicazione che il male sta su di una riva, il bene sta sull’altra.
L’indicazione che gli eventi del bene stanno su una riva e gli eventi del male stanno sull’altra. Cerchiamo di scendere ai particolari.

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Catechismo della Chiesa Cattolica , Sezione Prima L’Economia Sacramentale/Articolo 1 III. Lo Spirito Santo e la Chiesa nella Liturgia

2 novembre 2018

1091 Nella Liturgia lo Spirito Santo è il pedagogo della fede del Popolo di Dio, l’artefice di quei “capolavori di Dio” che sono i sacramenti della Nuova Alleanza. Il desiderio e l’opera dello Spirito nel cuore della Chiesa è che noi viviamo della vita del Cristo risorto. Quando egli incontra in noi la risposta di fede da lui suscitata, si realizza una vera cooperazione. Grazie ad essa, la Liturgia diventa l’opera comune dello Spirito Santo e della Chiesa.

1092 In questa comunicazione sacramentale del Mistero di Cristo, lo Spirito Santo agisce allo stesso modo che negli altri tempi dell’Economia della salvezza: egli prepara la Chiesa ad incontrare il suo Signore; ricorda e manifesta Cristo alla fede dell’assemblea; rende presente e attualizza il Mistero di Cristo per mezzo della sua potenza trasformatrice; infine, lo Spirito di comunione unisce la Chiesa alla vita e alla missione di Cristo.

Lo Spirito Santo prepara ad accogliere Cristo

1093 Nell’Economia sacramentale lo Spirito Santo dà compimento alle figure dell’ Antica Alleanza. Poiché la Chiesa di Cristo era “mirabilmente preparata nella storia del popolo d’Israele e nell’Antica Alleanza”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 2] la Liturgia della Chiesa conserva come parte integrante e insostituibile, facendoli propri, alcuni elementi del culto dell’Antica Alleanza:
– in modo particolare la lettura dell’Antico Testamento;
– la preghiera dei Salmi;
– e, soprattutto, il memoriale degli eventi salvifici e delle realtà prefigurative che hanno trovato il loro compimento nel Mistero di Cristo (la Promessa e l’Alleanza, l’Esodo e la Pasqua, il Regno ed il Tempio, l’Esilio ed il Ritorno).

1094 Proprio su questa armonia dei due Testamenti [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 14-16] si articola la catechesi pasquale del Signore [Cf ⇒ Lc 24,13-49 ] e in seguito quella degli Apostoli e dei Padri della Chiesa. Tale catechesi svela ciò che rimaneva nascosto sotto la lettera dell’Antico Testamento: il Mistero di Cristo. Essa è chiamata “tipologica” in quanto rivela la novità di Cristo a partire dalle “figure” (tipi) che lo annunziavano nei fatti, nelle parole e nei simboli della prima Alleanza. Attraverso questa rilettura nello Spirito di Verità a partire da Cristo, le figure vengono svelate [Cf ⇒ 2Cor 3,14-16 ]. Così, il diluvio e l’arca di Noè prefiguravano la salvezza per mezzo del Battesimo, [Cf ⇒ 1Pt 3,21 ] come pure la Nube e la traversata del Mar Rosso; l’acqua dalla roccia era figura dei doni spirituali di Cristo; [Cf ⇒ 1Cor 10,1-6 ] la manna nel deserto prefigurava l’Eucaristia, “il vero Pane dal cielo” [Cf ⇒ Gv 6,32 ].

1095 Per questo la Chiesa, specialmente nei tempi di Avvento, di Quaresima e soprattutto nella notte di Pasqua, rilegge e rivive tutti questi grandi eventi della storia della salvezza nell’“oggi” della sua Liturgia. Ma questo esige pure che la catechesi aiuti i fedeli ad aprirsi a tale intelligenza “spirituale” dell’Economia della salvezza, come la Liturgia della Chiesa la manifesta e ce la fa vivere.

1096 Liturgia ebraica e Liturgia cristiana. Una migliore conoscenza della fede e della vita religiosa del popolo ebraico, quali sono professate e vissute ancora al presente, può aiutare a comprendere meglio certi aspetti della Liturgia cristiana. Per gli ebrei e per i cristiani la Sacra Scrittura è una parte essenziale delle loro liturgie: per la proclamazione della Parola di Dio, la risposta a questa Parola, la preghiera di lode e di intercessione per i vivi e per i morti, il ricorso alla misericordia divina. La Liturgia della Parola, nella sua specifica struttura, ha la sua origine nella preghiera ebraica. La preghiera delle Ore e altri testi e formulari liturgici hanno in essa i loro corrispettivi, come pure le stesse formule delle nostre preghiere più degne di venerazione, tra le quali il “Pater” [Padre nostro]. Anche le preghiere eucaristiche si ispirano a modelli della tradizione ebraica. Il rapporto tra la Liturgia ebraica e quella cristiana, ma anche le differenze tra i loro contenuti, sono particolarmente visibili nelle grandi feste dell’anno liturgico, come la Pasqua. Cristiani ed ebrei celebrano la Pasqua: Pasqua della storia, tesa verso il futuro, presso gli ebrei; presso i cristiani, Pasqua compiuta nella morte e nella Risurrezione di Cristo, anche se ancora in attesa della definitiva consumazione.

1097 Nella Liturgia della Nuova Alleanza, ogni azione liturgica, specialmente la celebrazione dell’Eucaristia e dei sacramenti, è un incontro tra Cristo e la Chiesa. L’assemblea liturgica riceve la propria unità dalla “comunione dello Spirito Santo” che riunisce i figli di Dio nell’unico Corpo di Cristo. Essa supera le affinità umane, razziali, culturali e sociali.

1098 L’assemblea deve prepararsi ad incontrare il suo Signore, essere “un popolo ben disposto”. Questa preparazione dei cuori è l’opera comune dello Spirito Santo e dell’assemblea, in particolare dei suoi ministri. La grazia dello Spirito Santo cerca di risvegliare la fede, la conversione del cuore e l’adesione alla volontà del Padre. Queste disposizioni sono il presupposto per l’accoglienza delle altre grazie offerte nella celebrazione stessa e per i frutti di vita nuova che essa è destinata a produrre in seguito.

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Pensiero del giorno: Cosa vuole sentire Gesù da noi

2 novembre 2018

Quando sono davanti al Santissimo, mi viene di bombardarlo di richieste e di domande, ma poi mi rendo conto che Gesù vuole da noi una cosa sola: sentirsi dire che lo amiamo, non come vorremo noi,ché in quel caso non lo ameremo mai , ma come vuole Lui e cioè cosi come siamo.
Queste tre semplici parole: Gesù ti Amo. Fanno sì che Gesù ci guarda con benevolenza e ci inonda di tutte le grazie di cui abbiamo bisogno, anche di quelle che non gli abbiamo chiesto; con queste semplici parole Gesù ti fa capire che ti ama anche Lui e per questo non ti abbandona mai.
Vuole solo sentirsi dire Ti Amo, per donarti l’Amore che Lui ha per te fino dalla notte dei tempi, prima che tu nascessi.

Non aspettare che il tuo cuore venga trafitto dal suo amore, tu amalo e lui molto delicatamente verrà da te per farti capire questo suo piccolo, grande segreto: Non temere io ti amo di più!
Firmato Raffaella

Liturgia della Commemorazione di tutti i fedeli defunti

2 novembre 2018

2 NOVEMBRE
COMMEMORAZIONE DI
TUTTI I FEDELI DEFUNTI

MISSALE ROMANUM VETUS ORDO

LETTURE: Sap 3,1-9; Sal 41; Ap 21,15a.6b-7, Mt 5,1-12a

La commemorazione dei fedeli defunti al 2 novembre ebbe origine net sec. X nel monastero benedettino di Cluny. Papa Benedetto XV, al tempo della prima guerra mondiale, giunse a concedere a ogni sacerdote la facoltà di celebrare «tre messe» in questo giorno.
«La liturgia cristiana dei funerali è una celebrazione del mistero pasquale di Cristo Signore. Nelle esequie la Chiesa prega che i suoi figli, incorporati per il battesimo a Cristo morto e risorto, passino con lui dalla morte alta vita e, debitamente purificati nell’anima, vengano accolti con i santi e gli eletti nel cielo, mentre il corpo aspetta la beata speranza della venuta di Cristo e la risurrezione dei morti».
Nella nostra vita noi pensiamo di non avere mai abbastanza: viviamo protesi verso un continuo «domani», dal quale ci attendiamo sempre «di più»: più amore, più felicità, più benessere. Viviamo sospinti dalla speranza. Ma in fondo a tutto il nostro stordirci di vita e di speranza si annida, sempre in agguato, il pensiero della morte: un pensiero a cui è molto difficile abituarci, che si vorrebbe spesso scacciare. Eppure la morte è la compagna di tutta la nostra esistenza: addii e malattie, dolori e delusioni ne sono come i segni premonitori.

La morte: un mistero
La morte resta per l’uomo un mistero profondo. Un mistero che anche i non credenti circondano di rispetto.
Essere cristiani cambia qualcosa nel modo di considerare la morte e di affrontarla? Qual è l’atteggiamento del cristiano di fronte alla domanda, che la morte pone continuamente, sul senso ultimo dell’esistenza umana?
La risposta si trova nella profondità della nostra fede. La morte per il cristiano non è il risultato di un gioco tragico e ineluttabile da affrontare con freddezza e cinismo. La morte del cristiano si colloca nel solco della morte di Cristo: è un calice amaro da bere fino in fondo perché frutto del peccato; ma è pure volontà amorosa del Padre, che ci aspetta al di là della soglia a braccia aperte: una morte che è una vittoria vestita di sconfitta; una morte che è essenzialmente non-morte: vita, gloria, risurrezione.
Come tutto questo avvenga di preciso non lo possiamo sapere. Non è dell’uomo misurare l’immensità delle promesse e del dono di Dio. Il commiato dei fedeli è accompagnato dalla celebrazione eucaristica che è ricordo della morte di Gesù in croce e pegno della sua risurrezione. Uno dei prefazi rivela un accento di umana soavità e di divina certezza: «In Cristo rifulge a noi la speranza delta beata risurrezione, e se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la promessa dell’immortalità futura. Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo».

A faccia a faccia con Cristo
La morte del cristiano non è un momento al termine del suo cammino terreno, un punto avulso dal resto detta vita. La vita terrena è preparazione a quella celeste, stiamo in essa come bambini nel seno materno: la nostra vita terrena è un periodo di formazione, di lotte, di prime scelte. Con la morte l’uomo si trova di fronte a tutto ciò che costituisce l’oggetto delle sue aspirazioni più profonde: si troverà di fronte a Cristo e sarà la scelta definitiva, costruita con tutte le scelte parziali di questa vita.
Cristo ci attende con le braccia aperte: l’uomo che sceglie di porsi contro Cristo, sarà tormentato in eterno dal ricordo di quello stesso amore che ha rifiutato. L’uomo che si decide per Cristo troverà in quell’amore la gioia piena e definitiva.

«L’eterno riposo dona loro, o Signore»
Possiamo fare qualcosa per i defunti?
Essi non sono lontani da noi: appartengono tutti alla comunità degli uomini e alla Chiesa, sia quelli che sono morti nell’abbraccio di Dio, come pure tutti coloro dei quali solo il Signore ha conosciuto la fede.
La preghiera per i defunti è una tradizione della Chiesa. In ogni persona infatti, anche se morta in Stato di grazia, può sussistere tanta imperfezione, tanto da purificare dell’antico egoismo! Tutto questo avviene nella morte. Morire significa morire al male. E’ il battesimo di morte con Cristo, nel quale trova compimento il battesimo d’acqua. Questa morte vista dall’altro lato — così crede la Chiesa — può essere una purificazione, il definitivo e totale ritorno alla luce di Dio.
Quanto tempo durerà? Non siamo in grado di determinare né tempo né luogo né come. Ma, partendo dal nostro punto di vista umano, c’è un tempo durante il quale noi consideriamo qualcuno come «trapassato» e lo aiutiamo con la nostra preghiera.

Moriamo insieme a Cristo, per vivere con lui
Dal libro «Sulla morte del fratello Satiro» di sant’Ambrogio, vescovo
(Lib. 2, 40.41.46.47.132.133; CSEL 73, 270-274, 323-324)
Dobbiamo riconoscere che anche la morte può essere un guadagno e la vita un castigo. Perciò anche san Paolo dice: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1, 21). E come ci si può trasformare completamente nel Cristo, che è spirito di vita, se non dopo la morte corporale?
Esercitiamoci, perciò, quotidianamente a morire e alimentiamo in noi una sincera disponibilità alla morte. Sarà per l’anima un utile allenamento alla liberazione dalle cupidigie sensuali, sarà un librarsi verso posizioni inaccessibili alle basse voglie animalesche, che tendono sempre a invischiare lo spirito. Così, accettando di esprimere già ora nella nostra vita il simbolo della morte, non subiremo poi la morte quale castigo. Infatti la legge della carne lotta contro la legge dello spirito e consegna l’anima stessa alla legge del peccato. Ma quale sarà il rimedio? Lo domandava già san Paolo, dandone anche la risposta: «Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7, 24). La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore (cfr. Rm 7, 25 ss.).
Abbiamo il medico, accettiamo la medicina. La nostra medicina è la grazia di Cristo, e il corpo mortale è il corpo nostro. Dunque andiamo esuli dal corpo per non andare esuli dal Cristo. Anche se siamo nel corpo cerchiamo di non seguire le voglie del corpo.
Non dobbiamo, è vero, rinnegare i legittimi diritti della natura, ma dobbiamo però dar sempre la preferenza ai doni della grazia.
Il mondo è stato redento con la morte di uno solo. Se Cristo non avesse voluto morire, poteva farlo. Invece egli non ritenne di dover fuggire la morte quasi fosse una debolezza, né ci avrebbe salvati meglio che con la morte. Pertanto la sua morte è la vita di tutti. Noi portiamo il sigillo della sua morte; quando preghiamo la annunziamo; offrendo il sacrificio la proclamiamo; la sua morte è vittoria, la sua morte è sacramento, la sua morte è l’annuale solennità del mondo.
E che cosa dire ancora della sua morte, mentre possiamo dimostrare con l’esempio divino che la morte sola ha conseguito l’immortalità e che la morte stessa si è redenta da sé? La morte allora, causa di salvezza universale, non è da piangere. La morte che il Figlio di Dio non disdegnò e non fuggì, non è da schivare.
A dire il vero, la morte non era insita nella natura, ma divenne connaturale solo dopo. Dio infatti non ha stabilito la morte da principio, ma la diede come rimedio. Fu per la condanna del primo peccato che cominciò la condizione miseranda del genere umano nella fatica continua, fra dolori e avversità. Ma si doveva porre fine a questi mali perché la morte restituisce quello che la vita aveva perduto, altrimenti, senza la grazia, l’immortalità sarebbe stata più di peso che di vantaggio.
L’anima nostra dovrà uscire dalle strettezze di questa vita, liberarsi delle pesantezze della materia e muovere verso le assemblee eterne.
Arrivarvi è proprio dei santi. Là canteremo a Dio quella lode che, come ci dice la lettura profetica, cantano i celesti sonatori d’arpa: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti. Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno dinanzi a te» (Ap 15, 3-4).
L’anima dovrà uscire anche per contemplare le tue nozze, o Gesù, nelle quali, al canto gioioso di tutti, la sposa è accompagnata dalla terra al cielo, non più soggetta al mondo, ma unita allo spirito: «A te viene ogni mortale» (Sal 64, 3).
Davide santo sospirò, più di ogni altro, di contemplare e vedere questo giorno. Infatti disse: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26, 4).

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Vangelo (Gv 6,37-40) del giorno dalle letture della Messa (Venerdì 2 Novembre 2018) con commento comunitario

1 novembre 2018

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI (Messa 1)      

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,37-40)

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Questo è il Vangelo del 2 Novembre, quello dell’ 1 Novembre lo potete trovare qualche post più sotto.

7 insegnamenti di 7 grandi santi che vi cambieranno la vita

1 novembre 2018

SANTI

7 insegnamenti di 7 grandi santi che vi cambieranno la vita

Liturgia di Tutti i Santi (festa)

1 novembre 2018

1 NOVEMBRE
TUTTI I SANTI
Solennità

MISSALE ROMANUM VETUS ORDO

LETTURE: Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1 Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a

Da principio, la Bibbia riservò a Iahvè il titolo di «Santo», parola che aveva allora un significato molto vicino a quello di «sacro»: Dio è l’ «Altro», così trascendente e così lontano che l’uomo non può pensare di partecipare alla sua vita. Davanti alla sua santità (cf Gn 28,10-19; 1 Sam 6,13-21; 2 Sam 6,1-10) l’uomo non può provare che rispetto e timore (cf Es 3,1-6; Gn 15,12).
In una religione di salvezza come quella d’Israele, Dio doveva comunicare la sua santità al popolo (cf Is 12,6; 29,19-23; 30,11-15; 31,1-3), il quale diviene esso pure «altro», manifestando nella sua vita quotidiana, e soprattutto nel suo culto, un comportamento diverso da quello di altri popoli (Lv 19,1-37; 21,1-23; Ap 4,1-11).
Ma per attuare questa santità alla quale Dio lo chiamava, il popolo eletto non aveva altro che mezzi legali e pratiche di purificazione esteriore. Gli uomini più impegnati presero ben presto coscienza della insufficienza di tali mezzi, e cercarono la «purezza di cuore» capace di farli partecipi della vita di Dio (cf Is 6,1-7; Sal 14; Ez 36,17’-32; 1 Pt 1,14-16). Essi posero la loro speranza in una santità che sarebbe stata comunicata direttamente da Dio (Ez 36,23-28). Questo anelito si realizza nel Cristo; egli irradia la santità di Dio; su di lui riposa «lo Spirito di santità»; egli rivendica il titolo di «santo» (cf Gv 3,1-15; 1 Cor 3,16-17; Gal 5,16-25; Rm 8,9-14). Viene infatti a santificare tutta l’umanità.
Gesù Cristo, divenuto «Signore», trasmette la sua santità alla Chiesa per mezzo dei sacramenti che portano all’uomo la vita di Dio (cf Mt 13,24-30; 25,2; Col 1,22; 2 Cor 1,12). Questa dottrina era così viva nei primi secoli, che i membri della Chiesa non esitarono a chiamarsi «i santi» (cf 2 Cor 11,12; Rm 15,26-31; Ef 3,5-8; 4,12) e la Chiesa stessa era chiamata «comunione dei santi». Questa espressione, che troviamo ancora nel Credo, trae la sua origine dall’assemblea eucaristica, durante la quale «i santi» partecipano alle «cose sante». La santità cristiana appare, dunque, come una partecipazione alla vita di Dio, che si attua con i mezzi che la Chiesa ci offre, in particolare con i sacramenti.
La santità non è il frutto dello sforzo umano che tenta di raggiungere Dio con le sue forze; essa è dono dell’amore di Dio e risposta dell’uomo all’iniziativa divina.

Affrettiamoci verso i fratelli che ci aspettano
Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate (Disc. 2; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 364-368)
A che serve dunque la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perché ad essi gli onori di questa stessa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. E’ chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro.
Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri.
Il primo desiderio, che la memoria dei santi o suscita o stimola maggiormente in noi, è quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all’assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi.
Ci attende la primitiva comunità dei cristiani, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano di averci con loro e noi e ce ne mostreremo indifferenti? I giusti ci aspettano, e noi non ce ne prenderemo cura? No, fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipano con i voti dell’anima la condizione di coloro che ci attendono. Non soltanto dobbiamo desiderare la compagnia dei santi, ma anche di possederne la felicità. Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l’aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Questa bramosia non è certo disdicevole, perché una tale fame di gloria è tutt’altro che pericolosa.
Vi è un secondo desiderio che viene suscitato in noi dalla commemorazione dei santi, ed è quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come è ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra. Lo vediamo quindi non coronato di gloria, ma circondato dalle spine dei nostri peccati.
Si vergogni perciò ogni membro di far sfoggio di ricercatezza sotto un capo coronato di spine. Comprenda che le sue eleganze non gli fanno onore, ma lo espongono al ridicolo.
Giungerà il momento della venuta di Cristo, quando non si annunzierà più la sua morte. Allora sapremo che anche noi siamo morti e che la nostra vita è nascosta con lui in Dio.
Allora Cristo apparirà come capo glorioso e con lui brilleranno le membra glorificate. Allora trasformerà il nostri corpo umiliato, rendendolo simile alla gloria del capo, che è lui stesso.
Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto. Ma perché la speranza di una felicità così incomparabile abbia a diventare realtà, ci è necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente. Così, per loro intercessione, arriveremo là dove da soli non potremmo mai pensare di giungere.

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Tweet del Papa @Pontifex_it

1 novembre 2018

Abbiamo bisogno di cristiani del sorriso, non perché prendono le cose alla leggera, ma perché sono ricchi della gioia di Dio, perché credono nell’amore e vivono per servire.

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