Araldo del Divino Amore, Libro V / Capitolo IV

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FELICE MORTE DI S. MATILDE, CANTRICE DEL MONASTERO
Quando Matilde devotissima maestra di coro, ricca di buone opere e tutta piena di Dio fu mortalmente inferma, volle, circa un mese prima del suo trapasso, seguire secondo una sua pia abitudine, l’esercizio della morte, composto da Geltrude. Una domenica, dopo essersi comunicata, ella consegnò la sua ultima ora alla divina misericordia.
Geltrude pregò per lei e vide in spirito, che il Signore aveva attratto per sua divina virtù, l’anima di Matilde e l’aveva poi rimandata al suo corpo per prolungare ancora un po’ la sua santa vita. Geltrude chiese a Gesù: « Perché vuoi, amato Signore, ch’ella rimanga ancora in terra? ». Egli rispose: « Perchè voglio completare ciò che la mia divina Provvidenza ha stabilito di operare in essa. A tal fine ella mi servirà in tre maniere: mi offrirà cioè il riposo dell’umiltà, il banchetto della pazienza e il sollievo di diverse virtù. Per esempio in tutto quello che vedrà e sentirà del prossimo, ne farà motivo dil umiltà, ponendosi al di sotto di tutte, facendomi così gustare un riposo delizioso nel suo cuore e nell’anima sua. Ella inoltre si mostrerà serena nelle sofferenze e tribulazioni, le accoglierà con amore, sostenendo volentieri ogni pena: mi preparerà così un banchetto sontuosamente servito. Infine nella generosa pratica di altre virtù, Matilde mi offrirà un riposo che sarà la delizia della mia Divinità ».
Un’altra volta; dovendosi Matilde comunicare, Geltrude chiese al Signore che cosa avesse in essa operato. Egli rispose: « Mi riposo fra i suoi dolci amplessi, come su di un letto nuziale ». Geltrude comprese che la camera nuziale ove l’anima riposava in Dio e Dio nell’anima, era la disposizione costante che la portava, fra pene e dolori continui, a confidare nella bontà di Dio, a credere che la divina misericordia dirigeva tutto per suo bene, a ringraziare il Signore e ad abbandonarsi con fiducia nella sua paterna Provvidenza.
Siccome Matilde peggiorava rapidamente e verso sera soffriva assai di cuore, veniva compassionata dalle consorelle che s’avvicinavano, vedendola fra tanti dolori. Ma ella le consolò dicendo: « Non piangete e non attristatevi a mio riguardo, mie dilette, perchè compatisco talmente alla vostra desolazione che, se fosse la Volontà del nostro dolce Sposo, vorrei vivere sempre nonostante questi dolori, per potere continuare a consolarvi in tutto ».
Altra volta insistettero presso la malata, perchè prendesse una medicina che si credeva dovesse farle bene. Ella cedette nonostante la sua estrema ripugnanza, ma appena sorbito il farmaco, i suoi dolori. crebbero. Geltrude bramò sapere all’indomani come Gesù avrebbe ricompensato l’amabile accondiscendenza della malata. Il Salvatore rispose: « Col dolore che quella medicina le ha prodotto, ho composto un rimedio salutare per tutti i peccatori del mondo, per le anime del purgatorio ».


Nella domenica Si iniquitates, la penultima dopo Pentecoste, Matilde si comunicò per l’ultima volta. Geltrude pregava per lei, quando il Signore le ispirò di avvertirla, affinchè si preparasse a ricevere l’Estrema Unzione. L’incarica pure di dirle, da parte sua, che, dopo aver ricevuto quel Sacramento salutare, Lui stesso, custode diligentissimo di coloro che ama, l’avrebbe raccolta nel suo Cuore, per preservarla dalla minima macchia, proprio come un pittore vigila il quadro che ha terminato, mettendolo a riparo dalla polvere.
Geltrude avvisò la malata: ma siccome Matilde era sempre stata sottomessa ai suoi Superiori, così si rimise alla loro guida anche per l’Estrema Unzione, non volendo anticiparla di sua volontà, abbandonandosi completamente alla divina Provvidenza, che aiuta coloro che in essa pongono la loro fiducia.
I Superiori, da parte loro, avevano una grande venerazione per la malata, ed erano sicuri che Dio l’avrebbe avvisata di domandare lei stessa i Sacramenti, a tempo opportuno, Così vedendo che nulla diceva, attesero. Ma il Signore, per mostrare la verità della parola evangelica « Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno » (Matt. XXIV, 35), confermò quanto aveva detto alla sua Sposa prima del Mattutino della seconda feria, Matilde si sentì così male da essere ridotta agli estremi. Allora si chiamò in fretta il Sacerdote ed ella ricevette l’Estrema Unzione, se non quel giorno stesso, almeno prima dell’alba del giorno seguente.
Mentre Geltrude pregava per essa, durante l’unzione degli occhi, comprese che il Signore circondava l’agonizzante con tutta la tenerezza del suo divin Cuore: Egli dirigeva verso di lei i raggi del suo infinito splendore per comunicarle, in quella luce, tutti i meriti acquistati dai suoi santissimi occhi.
Da quel momento gli occhi della malata parvero stillare, sotto l’azione efficace della bontà divina, uni olio d’incomparabile dolcezza. Geltrude comprese che il Signore, per i meriti di Matilde, accorderebbe il soccorso delle sue consolazioni a tutti coloro che la pregherebbero e capì che Matilde aveva ottenuto quel favore, perché la carità l’aveva sempre animata a mostrarsi tenera e amabile verso tutti, durante la vita.
Quando il Sacerdote le fece le altre unzioni sui diversi sensi, il Signore le comunicò le opere perfette delle sue sacratissime membra. All’unzione delle labbra, quell’amante geloso delle anime, in uno slancio di tenerezza, depose su di esse un bacio più dolce del miele, comunicandole così tutto il frutto delle parole della sua sacra bocca.
Durante la recita delle Litanie alle parole: Omnes Sancti Seraphim et Cherubim, orate pro ea, Geltrude vide la falange di quegli spiriti celesti, aprire le loro file, con gioia rispettosa, per preparare un posto d’onore a quell’eletta di Dio. Conveniva ch’ella fosse posta nei ranghi superiori degli spiriti più vicini alla divina Maestà, perché con la sua verginale santità aveva condotta in terra vita angelica. Oltrepassando il coro degli Angeli aveva attinto coi Cherubini, alla sorgente dell’infinita Sapienza, i torrenti dell’intelligenza spirituale; coi Serafini ardenti ella aveva stretto fra le braccia della carità Colui che è fuoco consumatore: ignis consumens est (Deut IV, 24).
Man mano che nelle litanie s’invocava il nome dei Santi, ciascuno di essi si alzava con riverente gaudio e deponeva i suoi meriti, sotto forma di doni preziosi, nel seno del Signore, perchè li offrisse alla sua diletta, accrescendo così la sua gloria e beatitudine.
Dopo le sante unzioni il Signore la prese amorosamente fra le braccia custodendola per ben due giorni, con le labbra applicate alla ferita del divin Cuore, in modo ch’ella sembrava aspirarvi il soffio vitale; rimandandolo poi in quella sacra apertura.
S’avvicinava l’ora gioconda dei trapasso, l’ora nella quale il Salvatore avrebbe dato alla sua eletta il dolcissimo sonno dell’eterno riposo, dopo i dolori delle terrene fatiche. Era la terza feria, vigilia di S. Elisabetta, prima di Nona, quando Matilde entrò in agonia. La Comunità accorse devotamente per accompagnare, con le solite preghiere, la partenza di quell’anima tanto amata nei Cristo.
Geltrude, più fervente delle altre, vide l’anima della malata sotto forma di una bella giovinetta che stava ritta davanti al Signore, esalando nella ferita del divin Cuore, il soffio ché ivi aveva aspirato. L’adorabile Cuore parve allora non poter più contenere il torrente della sua bontà e della sua dolcezza: ogni volta che aspirava il soffio dell’agonizzante, Egli faceva piovere, con slancio d’amore, abbondante rugiada di grazie su tutta la Chiesa e specialmente sulle persone presenti.
Geltrude ebbe l’intelligenza di questa visione. In quel momento la Santa agonizzante, per grazia di Dio, allargava il desiderio di bene al mondo intero e a tutti i defunti. Gesù accordava grazie universali.
Durante l’antifona Salve Regina, alle parole Eja ergo advocata nostra, l’eletta da Dio, sul puntò di spirare, si rivolse con amore alla Vergine Maria e le raccomandò le consorelle che stava por lasciare, pregandola di circondarle, per amor suo, di speciali tenerezze. Ella le ricordò che durante tutta la vita era stata, fra le sorelle, un’avvocata benevola, premurosa, previdente e pregò la Madre di misericordia di difendere le loro cause intercedendo presso il suo Figlio per la comunità.
La Vergine accolse questa preghiera e, posando le sue mani benedette su quelle della morente, mostrò di accettare in eredità il Monastero che le veniva confidato. Mentre si recitava la breve preghiera: Ave Jesu Christe, alle parole via dulcis, Gesù, tenero Sposo di Matilde, appianò e addolcì la via con un’effusione della sua Divinità, per attrarre a sè la sua diletta con maggior tenerezza e minore sforzo.
Durante il giorno dell’agonia ella non disse che queste parole: Jesu borse, Jesu borse! mostrando in tale modo che Colui, il cui nome ritornava così spesso sulle sue labbra, fra gli amari dolori della morte, abitava veramente nelle profondità della sua anima. Le consorelle a una a una raccomandarono alle sue preghiere i bisogni particolari. Ella non poteva parlare, ma diceva tuttavia sommessamente: « volontieri! » oppure « sì! » per mostrare con quale tenerezza trasmetteva al Signore tutte quelle suppliche.
Geltrude comprese altresì che, da tutte le membra sofferenti della malata, esalava un vapore che penetrava l’anima sua purificandola mirabilmente da ogni macchia, santificandola e rendendola atta a gustare subito l’eterna beatitudine.
Geltrude, che ebbe la conoscenza di tali cose, si propose in un primo tempo, di tenersele celate in cuore per non tradire il segreto delle sue rivelazioni; ma poi vide chiaramente che quel progetto era contrario al volerei di Dio « cujus gloria est revelare sermonem – che è glorificato quando si rivela la sua parola » e che disse: « Quod in aure auditis, praedicate super tecta – Quello che avete udito, predicatelo sui tetti » (Matt. X, 27).
Durante i Vespri di S. Elisabetta si credette che Matilde stesse per spirare. La Comunità lasciò il coro in fretta per recitare al letto dell’agonizzante le preghiere di rito. Ma Geltrude, per quanto si sforzasse di applicare i suoi sensi interiori, nulla poteva percepire di quanto riguardava la morente. Allora, riconoscendo la sua colpa, promise al Signore di far conoscere, per la sua gloria e il bene del prossimo, tutto quanto si fosse degnato rivelarle.
Dopo Compieta la malata parve, per la terza volta, spirare. Geltrude, rapita in estasi, vide quell’anima sotto l’aspetto di una graziosa giovinetta, adorna di ricchi monili, che designavano le sue lunghe sofferenze. Ella si precipitò con slancio fra le braccia di Gesù Cristo e parve attingere dalle sue Piaghe, delizie speciali, come ape la quale raccolga dai fiori miele squisito.
Mentre si recitava il Responsorio « Ave Sponsa Virginum Regina, Rosa sine spina – Salve, Sposa, Regina delle vergini, rosa senza spine», la gloriosa Vergine si avanzò e dispose ancor meglio l’anima di Matilde a godere le delizie di una beatitudine immediata. Allora in virtù dei meriti di sua Madre, in virtù soprattutto della dignità che le ha meritato il titolo di Madre Vergine, il Signore Gesù, prese una collana, riccamente adorna di gemme preziose e la pose al collo della morente. Volle conferirle il privilegio di essere chiamata ella pure vergine madre, come la Regina del cielo, perchè aveva generato il Cristo nelle anime con uno zelo ardente d’amore.
Nella notte della festa di S. Elisabetta, appena iniziato il Mattutino, lo stato di Matilde si aggravò a tal punto che si credette imminente la morte: la Comunità lasciò il coro ed accorse secondo l’uso al capezzale dell’inferma.
Apparve allora Gesù, come uno Sposo raggiante d’onore, di gloria, adorno di tutto lo splendore della Divinità. Egli si rivolse alla morente con bontà: « Presto, mia diletta, ti esalterò allo sguardo delle persone a te più vicine, cioè alla presenza di questa Comunità che prediligo ».
Poi in un modo ineffabile ed incomprensibile, salutò quella beata anima, attraverso le ferite del suo sacratissimo Corpo, in guisa che ciascuna aveva quattro modi dolcissimi e pieni di grazia per chiamare l’anima che stava per lasefare la terra. Era un suono melodioso, un sapore pieno di virtù, un’abbondante rugiada, una luce ineffabile. Il suono melodioso che superava tutte le armonie simboleggiava le parole che la Sposa di Cristo aveva detto durante la vita, sotto l’influenza del divino amore, o spinta dalla brama di procurare la salvezza del prossimo: esse erano fruttificate al centuplo, e attraverso alle sacmtissime Piaghe di Gesù, ritornavano a lei per arricchirla. Il meraviglioso vapore significava i desideri ch’ella aveva avuto di lodare Dio, glorificandolo con la salvezza del mondo intero. Anche questi desideri ricevevano ricompensa dalle dolci ferite del Salvatore Gesù. L’abbondante rugiada esprimeva l’ardente amore ch’ella aveva sempre avuto per Dio e per il prossimo in vista di Dio, amore che le comunicava delizie ineffabili attraverso le Piaghe, adorabili di Gesù. Infine la luce brillante era il simbolo dei diversi dolori di anima e di corpo, che aveva sopportato in vita: tali sofferenze, nobilitate in modo stupendo per l’unione alla Passione di Cristo, santificavano l’anima sua, trasfigurandolai in un divino splendore.
La morente riposava in mezzo a queste celesti consolazioni, e invece di sciogliersi dai legami terreni aspirava a beni superiori, preparati dal suo Diletto. Su tutte le persone presenti il Signore riversava l’abbondante rugiada della sua divina benedizione, dicendo: « La mia bontà si compiace di mostrare ai membri di questa Comunità che mi è così cara, la trasfigurazione che compio nella mia Sposa. Questa grazia le varrà in cielo, davanti a tutti i Santi, l’onore di cui godono i miei apostoli prediletti Pietro, Giacomo, Giovanni, scelti come testimoni della mia trasfigurazione sul Tabor ».
Geltrude chiese allora: « Quale vantaggio procura questa benedizione e l’effusione delle tue grazie a delle anime che non vedendo tali cose, non ne gustano il sapore?». Rispose Gesù: « Quando un uomo riceve dal suo signore il dono di un ricco frutteto, non può conoscere il gusto dei frutti che produrrà: aspetta la stagione della maturanza. Così quando io diffondo la mia grazia su di un’anima, essa ne gusta la dolcezza soltanto se, con la pratica generosa della virtù, spezza la scorza delle voluttà terrestri e si nutre con la mandorla delle consolazioni interiori ». Il Signore benedisse in seguito la Comunità che ritornò in coro per terminare il Mattutino.
Mentre si cantava il XII responsorio: « O Lmpas » l’anima di Matilde apparve ritta, davanti alla Trinità suprema, in atto di pregarla con fervore per la Chiesa. Dio Padre la salutò con le stesse parole, cantando anche la dolce melodia: « Ti saluto, o mia eletta perchè, per gli esempi della tua santa vita, puoi essere chiamata « la lampada della Chiesa dalla quale scorrono ruscelli di olio: Lampas Ecclestae, rivos fúndens olet »; cioè i rivoli benedetti delle tue preghiere che si diffondono su tutta la Chiesa ».
Il Figlio di Dio disse a sua volta: « Rallegrati, o mia sposa: tu sei chiamata, a buon diritto « medicina gratiae – rimedio della grazia », perchè con le tue suppliche molti riceveranno grazie più abbondanti. In seguito lo Spirito Santo cantò: « Salve, o mia immacolata, tu sarai chiamata, con giustizia « nutrimentum fidei – alimento della fede » perché la virtù della fede sarà rinvigorita e temprata nei cuori di coloro che crederanno piamente a quanto si opera in te, non corporalmente, ma spiritualmente.
Dio Padre allora le fece parte della sua onnipotenza, affinchè l’offrisse come una protezione assicurata – (tutelam) – a tutti coloro che temendo – (paventibus) – della fragilità della loro natura, non hanno ancora un’assoluta confidenza nella bontà divina. Lo Spirito Santo le conferì il dono di riscaldare le anime tiepide – (calorem minus fervidis) – col fervore della sua carità. Infine il Figlio di Dio le concesse in unione con la sua santissima Passione e morte, di guarire – (medelam) – tutti i languenti nel peccato – (languidis). Allora la moltitudine degli Angeli e dei Santi, si mise a esaltarla davanti al Signore, dicendo: « Tu Dei saturitas, oliva fructifera, cujus lucet purttas et resplendent opera – In te Dio si sazia, oliva feconda, la cui purezza brilla e le opere risplendono ». A quelle parole: « cujus lucet puritas » i Santi onorarono il dolce riposo che il Signore si era degnato prendere in quell’anima: alle parole et resplendent opera, esaltarono la purezza d’intenione che aveva avuto in ogni atto. Infine tutti i Santi intonarono ad alta voce l’antifona: Deus palam omnibus revelans justitiam, salutarem gentibus per hanc infudit gratiam – Dio, che ha rivelato la sua giustizia a tutti, ha diffuso, per mezzo di quest’anima, la sua grazia sulle nazioni ».
Durante il prefazio della S. Messa in canto, Gesù, lo Sposo raggiante di gioventù e di bellezza, apparve come rivestito di una nuova gloria e si pose in modo che il suo Volto adorabile era in linea retta davanti a quello della Morente, tanto da poterne attrarre il respiro. Egli fissò i suoi divini occhi in quelli della sua Sposa per illuminarla, santificandola con maggiore abbondanza onde prepararla all’eterna beatitudine.
L’ora desideratissima si avvicinava, nella quale la sposa di Cristo, perfettamente adorna secondo il gusto del Diletto, doveva entrare nella camera nuziale. Allora il Dio di maestà, inondato Lui stesso di delizie, l’investi con la luce della sua Divinità e intonò questo dolce invito: « Vieni, o benedetta dal Padre mio, ricevi il regno che ti è stato preparato. Levati, af frettatt, amica mia». Le ricordò anche il preziosissimo dono del suo Cuore (I) che le era stato accordato alcuni anni prima, come pegno del suo amore, pronunciando le stesse parole, e le consolazioni che da quel giorno le aveva sempre prodigate. Salutandola teneramente, le chiese: « Ov’è il mio pegno? ». A queste parole ella aperse il suo cuore con le mani e lo pose davanti al suo diletto Signore. Egli applicò il suo adorabile Cuore a quello della sua Sposa, l’assorbì in se stesso per la virtù della sua divinità e l’unì felicemente alla sua gloria.
Possa ella nella sua felicità immensa, ricordarsi delle anime care e ottenerci la grazia del divino amore!
Mentre si faceva la raccomandazione dell’anima, secondo l’uso, il Signore apparve assiso nella maestà della celeste gloria, accarezzando teneramente l’anima che riposava sul suo seno.
Quando si recitò: c Subvenite, Sancti Dei: occurrite, Angeli Domini, suscipientes animam ejus – Soccorretela, Santi di Dio: Angeli di Dio, venitele incontro. Ricevete la sua anima », gli Angeli, vedendola accolta con tanto onore dal Signore, vennero a incontrarla, piegando il ginocchio come vassalli che ricevono un feudo dalle mani del sovrano; essi constatarono che i meriti che avevano offerto alla diletta Sposa di Cristo al momento dell’Estrema Unzione, erano raddoppiati e nobilitati. I Santi fecero ciascuno come gli Angeli, quando nelle Litanie venne invocato in particolare il loro nome.
Geltrude si senti ispirata a chiedere a Matilde di pregare per la conversione delle persone ch’ella aveva particolarmente amato. Ella rispose: « Vedo in piena luce di verità come l’affetto che ebbi per le anime in terra, paragonato all’amore che loroi porta il divin Cuore, è come una goccia di rugiada di frontq all’oceano. Capisco pure le mire di Dia permettendo che abbiano certi difetti; è per farle crescere in umiltà, o per dare loro il merito di una lotta perseverante. Non posso dunque, neppure per un attimo, volere altra cosa di quello che il mio Signore ha ordinato nella sua sapienza, così mi prodigo in continui ringraziamenti per i decreti ammirabili della divina Bontà ».
Il giorno dopo alla prima S. Messa che era Requiem aeternam, l’eletta di Dio parve porre delle cannule d’oro che andavano dal Cuore di Gesù verso tutti coloro che avevano per essa una divozione particolare. Così quelle cannule, dovevano attingere nel Cuore divino, tutto quello che desideravano. A ciascuna di esse si adattava un filo d’oro coi quale attraevano quanto bramavano, dicendo queste parole o altre consimili: « Per l’amore che ti ha spinto, o Gesù, a colmare di beni la tua eletta Matilde, o altro eletto, come tutte le anime privilegiate che non hanno messo ostacolo alle tue grazie, per l’amore altresì che ti ha portato a diffondere i tuoi beni in terra e in cielo, esaudiscimi, o Gesù, in nome di Matilde e dei tuoi Santi ». Tali parole, dette con fiducia, piegheranno facilmente la divina clemenza a esaudire qualsiasi preghiera.
All’Elevazione della sacratissima Ostia, Matilde parve desiderare di essere offerta al Padre con l’Ostia Santa per la sua gloria e la salvezza del mondo. Perciò il Figlio di Dio, che non lascia insoddisfatto nessun desiderio dei suoi eletti, l’attrasse a sè e la presentò al Padre con l’Ostia Santa: indi procurò di diffondere i salutari effetti del Sacrificio, raddoppiato in un certo senso da quell’unione, irradiando nuovi tesori in cielo, in terra, nel purgatorio.
Un’altra volta Geltrude vide nuovamente la beata Matilde nella gloria, e le chiese che cosa aveva guadagnato per la recita che le sue amiche avevano fatto a suo onore dell’antifona: « Ex quo omnia, per quem omnia, in quo omnia, ipsi gloria in saecula – Tutto da Lui, tutto per mezzo di Lui, tutto è in Lui: a Lui sia gloria in eterno » ripetuta tante volte quanti giorni essa era vissuta in terra, come delle SS. Messe in onore della SS; Trinità che avevano fatto celebrare in numero uguale agli anni della sua vita. Tali preghiere e SS. Messe avevano per scopo di rendere a Dio gloria e ringraziamenti per i benefici accordati a quell’anima. Rispose Matilde: « Il Signore mi ha ornata di magnifici fiori in numero corrispondente alle volte ch’esse hanno recitato l’antifona: « Ex quo omnia; per tali fiori, a me attraggo, dal dolcissimo Cuore di Gesù, un sapore che vivifica. Per le SS. Messe Egli mi dà, in ricambio delle lodi che gl’indirizzo, un certo aroma che ricrea, in modo delizioso ed ammirabile, tutti i sensi dell’anima mia».
In altra occasione Geltrude, baciando le Piaghe del Signore, recitò cinque Pater e li offerse a Dio, per supplire alle preghiere che la sua estrema debolezza le aveva impedito di recitare per Matilde,, durante la malattia e dopo la sua morte. Parvero allora uscire dalle Piaghe del Signore cinque fiori di meravigliosa freschezza chè stillavano, in virtù di quelle sacre ferite, un balsamo profumato di perfetta purezza e vigore stupendo. Geltrude salutò teneramente Matilde, dicendo: « O eletta Sposa di Cristo, gradisci benevolmente questi fiori, che sono germogliati dalla sovrabbondanza della divina bontà, ricevili come un primo acconto del debito che non posso ancora pienamente sodisfare; adornati di essi per accrescere i tuoi meriti e prega lo Sposo divino per me che sono così miserabile ».
Matilde rispose: « Quello che mi procura maggiori delizie si è di ammirare questi fiori, nobilitati dal contatto delle dolci Piaghe del Salvatore, perchè quando le toccherò col mio desiderio per spremerne il profumo, subito, in virtù di queste benedette ferite,, stilleranno in abbondanza un salutare liquore che recherà il perdono si peccatori e la consolazione ai giusti ».

CONTINUA……

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