Araldo del Divino Amore , Libro V Capitoli XIII e XIV

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SI PARLA DELL’ANIMA DEL FRATELLO GIOVANNI RICOMPENSATO PER I SUOI LAVORI ASSIDUI
Benchè sia giusto che le anime, all’uscire dal corpo, abbiano ad espiare le colpe commesse in vita, per ricevere poi la ricompensa delle loro opere buone, pure la misericordia di Dio rivelò, in occasione della morte del fratello Giovanni, a S. Geltrude l’eccesso della sua divina bontà.
Appena spirato quel fratello, che con grandi fatiche, aveva per lunghi anni servito il Monastero, Geltrude vide tutte le sue opere buone simboleggiate in una scala.
L’anima uscita dal corpo; doveva purificarsi ancora di alcune negligenze, salendo gradino per gradino, quella scala. Le sue pene diminuivano man mano che – saliva. Siccome pera è difficile evitare ogni negligenza, quando abbondano le preoccupazioni, ed essendo sempre vero che ogni minima trascuratezza deve essere espiata, così quell’anima, non del tutto limpida, dopo di aver salito qualche gradino, cominciò a tremare come se lo scalino, scosso dal peso, stesse per rompersi.
Geltrude comprese che il piolo vacillante rappresentava una certa imperfezione negli atti, e si accorse che quello spavento aveva purificata l’anima: Quando un membro della Comunità rivolgeva a Dio una preghiera pere quell’anima, era come se le avesse teso la mano per salire più in alto. La Santa apprese ancora che il Signore, nella sua bontà, aveva conferito al Monastero un privilegio; tutti coloro che avrebbero lavorato al bene della Comunità., sarebbero stati grandemente consolati nel loro trapasso, anche se avessero dovuto soffrire le pene del Purgatorio – Quel privilegio sarebbe durato irrevocabilmente, fino a quando il. convento fosse stato fedelmente osservante della S. Regola.
CAPITOLO XIV
SI PARLA DEL FRATELLO CHE THE’ CHE FU TANTO RICONOSCENTE PER I BENEFICI RICEVUTI


Geltrude era obbligata a letto per malattia, quando le venne partecipata la notizia della morte del fratello Thé, fedele servitore del Monastero da parecchi anni. Subito si rivolse al Signore, pregando con fervore per lui.
Vide allora l’anima di quel fratello tutta nera, macchiata e spasimante per cocenti rimorsi. Profondamente commossa da tali sofferenze, volle sollevare il defunto, recitando cinque Pater, in onore delle Piaghe di Gesù; che baciò con amore. Dopo il quinto Pater, ella baciò la Piaga del sacratissimo Costato di Gesù e vide un certo vapore sfuggire dal Sangue e dall’acqua sgorganti dalla benedetta ferita. Comprese che l’anima per la quale pregava, aveva provato un grande sollievo interiore a contatto di quell’emanazione vivificante, ma le fu noto che essa soffriva ancora assai per certe ferite esterne, quantunque le virtù di quel Sangue e di quell’acqua l’avessero trasportata in un giardino, dove le varie piante, rappresentavano le opere che aveva compiuto nel secolo.
Il Signore, per le preghiere di Geltrude e di tutta la Comunità, parve dare alla vegetazione di quel giardino una tale virtù, che tutte le piante servirono come erbe mediciriali per far frizioni e chiudere le ferite di quell’anima, La Santa comprese ch’esse sarebbero, col tempo, guarite del tutto, e che più la Comunità avrebbe pregato con fervore, e più pronta sarebbe stata la guarigione. Comprese pure che, quando si offriva per il defunto un’azione imperfetta, egli invece di essere sollevato, soffriva di più. Dopo i funerali si cantò, secondo l’abitudine, la bella antifona composta dal B. Notker: « Media vita in morte sumus: quem quaerimus, nisi te, Domine? qui pro peccatis nostris fuste trasceris. In te speraverunt patres nostri, speraverunt et liberasti eos, Sancte Deus ! Ad te clamaverunt patres nostri, clamaverunt et non sunt confusi. Sancte fortisl Ne despicias nos in tempore senectutts cum defecerit virtus nostra ne derelinquas nos. Sancte et misericors Salvator, amarae morti ne tradas nos ». « Quantunque in vita, siamo morti per il peccato: a chi ci rivolgeremo noi, per soccorso, se non a Te, così giustamente irritato per le nostre colpe? In te sperarono i nostri padri e non furono confusi. O tu che sei la stessa santità! Non distogliere da noi i tuoi occhi nei nostri ultimi giorni e non abbandonarci nell’estrema battaglia. O Santo e misericordioso Redentore, non perrreettere che moriamo senza speranza! »
Alle parole Sancte Deus, Sancte fortis, Sancte et misericors, la Comunità si prostrò fino a terra; il defunto parve allora levare occhi e mani al cielo con riconoscenza, poi inginocchiarsi, con la Comunità, per cantare le lodi di Dio che l’aveva chiamato a quel Monastero, ove la ricompensa del suo lavoro, aveva ottenuto un sì grande sollievo, per i meriti e le preghiere di coloro che aveva fedelmente servito. Se fosse vissuto in altro ambiente si sarebbe certo guadagnato il pane materiale, ma non il profitto spirituale che ora otteneva dalle ferventi suppliche della Comunità.

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