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Preghiera del giorno: Vieni in me

17 novembre 2017

Gesù,
togli ogni mio ostacolo. Vieni ed entra in me. Inonda di luce il mio spirito, la mia anima, la mia mente, il mio cuore.
Liberami da ogni male. Guariscimi da ogni malattia. Risanami da ogni ferita. Donami la vera pace e la vera libertà. Donami un cuore nuovo e un amore nuovo. Donami i beni spirituali ed eterni. Mostrami il tuo volto e il tuo sorriso. Riempimi del tuo Spirito e della tua gioia. Grazie, per tutto quello che stai facendo in me e farai per il mio bene.

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LETTERA ENCICLICA DEUS CARITAS EST DEL SOMMO PONTEFICE BENEDETTO XVI AI VESCOVI AI PRESBITERI E AI DIACONI ALLE PERSONE CONSACRATE E A TUTTI I FEDELI LAICI SULL’AMORE CRISTIANO

17 novembre 2017

CONCLUSIONE
40. Guardiamo infine ai Santi, a coloro che hanno esercitato in modo esemplare la carità. Il pensiero va, in particolare, a Martino di Tours († 397), prima soldato poi monaco e vescovo: quasi come un’icona, egli mostra il valore insostituibile della testimonianza individuale della carità. Alle porte di Amiens, Martino fa a metà del suo mantello con un povero: Gesù stesso, nella notte, gli appare in sogno rivestito di quel mantello, a confermare la validità perenne della parola evangelica: « Ero nudo e mi avete vestito … Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me » (Mt 25, 36. 40) [36]. Ma nella storia della Chiesa, quante altre testimonianze di carità possono essere citate! In particolare tutto il movimento monastico, fin dai suoi inizi con sant’Antonio abate († 356), esprime un ingente servizio di carità verso il prossimo. Nel confronto « faccia a faccia » con quel Dio che è Amore, il monaco avverte l’esigenza impellente di trasformare in servizio del prossimo, oltre che di Dio, tutta la propria vita. Si spiegano così le grandi strutture di accoglienza, di ricovero e di cura sorte accanto ai monasteri. Si spiegano pure le ingenti iniziative di promozione umana e di formazione cristiana, destinate innanzitutto ai più poveri, di cui si sono fatti carico dapprima gli Ordini monastici e mendicanti e poi i vari Istituti religiosi maschili e femminili, lungo tutta la storia della Chiesa. Figure di Santi come Francesco d’Assisi, Ignazio di Loyola, Giovanni di Dio, Camillo de Lellis, Vincenzo de’ Paoli, Luisa de Marillac, Giuseppe B. Cottolengo, Giovanni Bosco, Luigi Orione, Teresa di Calcutta — per fare solo alcuni nomi — rimangono modelli insigni di carità sociale per tutti gli uomini di buona volontà. I santi sono i veri portatori di luce all’interno della storia, perché sono uomini e donne di fede, di speranza e di amore.

 

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Lectio Divina: Rifugio Sicuro

16 novembre 2017

IO SARÒ IL LORO SICURO RIFUGIO IN VITA E SPECIALMENTE IN MORTE

“Un giorno morirai” È la sentenza di Dio su ogni uomo: sentenza che troviamo nel libro della Genesi al capitolo II e vediamo che questa sentenza ha quotidianamente il suo corso: infatti, vediamo la morte scorazzare in tutti i campi del mondo mietendo ogni giorno vittime innumerevoli. Per comprendere bene tutta la portata della promessa di Gesù “sarò loro sicuro rifugio in vita e specialmente in morte” penso sia bene richiamare, il pensiero della morte, la quale è sempre stata considerata come un potentissimo aiuto per la vita spirituale; per cui è nostro dovere studiare un fatto così opposto al peccato, e di così grande aiuto per la santità… Del resto la morte è una verità di interesse sempre nuovo, della quale non ci si stanca mai, una verità piena di emozioni con la quale non si giunge mai a familiarizzare.

Anche i mondani talvolta avvertono che il pensiero della morte è necessario, non solo per dare un senso, un ordine alla vita, ma anche per infonderla di una luce serena”.

Pascal diceva “La vita senza il pensiero della morte, senza cioè la religione, senza quel che ci distingue dalle bestie, è un delirio, o intermittente, o continuo, o tragico”
Appunto perché la nostra vita non riesca un tragico delirio, ci raccogliamo a meditare la morte. Non faremo il solito esercizio della buona morte, contempleremo questa solenne realtà in alcuni suoi aspetti che ci daranno una conferma quasi sensibile della realtà delle meditazioni di principio e di fondamento.

È chiara la verità della nostra fede “È un castigo”. Castigo universale: nessuno può illudersi di sfuggire alla sua mano rapace. Castigo spaventoso fra quanti se ne possono immaginare sulla faccia della terra. Castigo amaro e terribile:

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

14 novembre 2017

PARTE QUARTA
ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO


ELEVAZIONE 8
II Cuore mistico di Cristo

Il cuore di Cristo si svela a noi, questa volta, non come cuore di carne, umile e dolce, che batte nel petto umano di Gesù; non come simbolo sensibile del suo amore ardente, in cui si elabora il sangue redentore e che il colpo di lancia aprì sul Calvario; ma come Cuore mistico.
Cristo ha avuto, oltre il corpo di carne di cui si è rivestito per meglio unirsi alla nostra natura, anche un corpo mistico che ha formato con amore e di cui è il Capo; un corpo, come ogni corpo vivente, formato da membra, e da un cuore. La Chiesa è il Corpo mistico di Cristo, i fedeli sono le sue membra, il sacerdozio è il suo cuore.’ Il sacerdozio è il cuore di quel corpo vivente di cui Cristo è il Capo.
Un corpo muore se la testa o il cuore sono feriti a morte, perché è dalla testa e dal cuore che la vita si irradia nel corpo intero; ma può, senza che la sorgente della vita si inaridisca in lui, veder perire molte sue membra. Così la Chiesa può vedere talvolta e con dolore morire qualcuno dei suoi membri senza che la vita venga meno, perché il suo Capo, CristoAmore, è immortale, e il suo cuore, il sacerdozio santo innestato su Cristo Sacerdote eterno, non potrebbe morire.

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AGOSTINO DI IPPONA Confessioni, Libro Decimo: Dopo la ricerca e l’incontro con Dio

13 novembre 2017

Nuove confessioni e loro scopo
Dio unica speranza
1. 1. Ti comprenderò, o tu che mi comprendi; ti comprenderò come sono anche compreso da te. Virtù dell’anima mia, entra in essa e adeguala a te, per tenerla e possederla senza macchia né ruga. Questa è la mia speranza, per questo parlo, da questa speranza ho gioia ogni qual volta la mia gioia è sana. Gli altri beni di questa vita meritano tanto meno le nostre lacrime, quanto più ne versiamo per essi, e tanto più ne meritano, quanto meno ne versiamo. Ecco, tu amasti la verità, poiché chi l’attua viene alla luce. Voglio dunque attuarla dentro al mio cuore: davanti a te nella mia confessione, e nel mio scritto davanti a molti testimoni.

La confessione a Dio
2. 2. A te, Signore, se ai tuoi occhi è svelato l’abisso della conoscenza umana, potrebbe essere occultato qualcosa in me, quand’anche evitassi di confessartelo? Nasconderei te a me, anziché me a te. Ora però i miei gemiti attestano il disgusto che provo di me stesso, e perciò tu splendi e piaci e sei oggetto d’amore e di desiderio, cosicché arrossisco di me e mi respingo per abbracciarti, e non voglio piacere né a te né a me, se non per quanto ho di te. Dunque, Signore, io ti sono noto con tutte le mie qualità. A quale scopo tuttavia mi confessi a te, già l’ho detto. È una confessione fatta non con parole e grida del corpo, ma con parole dell’anima e grida della mente, che il tuo orecchio conosce. Nella cattiveria è confessione il disgusto che provo di me stesso; nella bontà è confessione il negarmene il merito, poiché tu, Signore, benedici il giusto, ma prima lo giustifichi quando è empio. Quindi la mia confessione davanti ai tuoi occhi, Dio mio, è insieme tacita e non tacita. Tace la voce, grida il cuore, poiché nulla di vero dico agli uomini, se prima tu non l’hai udito da me; e tu da me non odi nulla, se prima non l’hai detto tu stesso.

La confessione agli uomini
3. 3. Ma cos’ho da spartire con gli uomini, per cui dovrebbero ascoltare le mie confessioni? La guarigione di tutte le mie debolezze non verrà certo da questa gente curiosa di conoscere la vita altrui, ma infingarda nel correggere la propria. Perché chiedono di udire da me chi sono io, ed evitano di udire da te chi sono essi? Come poi sapranno, udendo me stesso parlare di me stesso, se dico il vero, quando nessuno fra gli uomini conosce quanto avviene in un uomo, se non lo spirito dell’uomo che è in lui?. Udendoti parlare di se stessi, non potrebbero dire: “Il Signore mente”; poiché udirti parlare di se stessi che altro è, se non conoscere se stessi? e chi conosce e dice: “È falso” senza mentire a se stesso? Ma poiché la carità crede tutto, in coloro almeno che unifica legandoli a se stessa, anch’io, Signore, pure così mi confesso a te per farmi udire dagli uomini. Prove della veridicità della mia confessione non posso fornire loro; ma quelli, cui la carità apre le orecchie alla mia voce, mi credono.

Confessioni del passato e del presente
3. 4. Tu però, medico della mia intimità, spiegami chiaramente i frutti della mia opera. Le confessioni dei miei errori passati, da te rimessi e velati per farmi godere la tua beatitudine dopo la trasformazione della mia anima mediante la tua fede e il tuo sacramento, spronano il cuore del lettore e dell’ascoltatore a non assopirsi nella disperazione, a non dire: “Non posso”; a vegliare invece nell’amore della tua misericordia, nella dolcezza della tua grazia, forza di tutti i deboli divenuti per essa consapevoli della propria debolezza. I buoni, poi, godono all’udire i mali passati di chi ormai se ne è liberato; godono non già per i mali, ma perché sono passati e non sono più. Con quale frutto dunque, Signore mio, cui si confessa ogni giorno la mia coscienza, fiduciosa più della speranza nella tua misericordia, che della propria innocenza, con quale frutto, di grazia, confesso anche agli uomini innanzi a te, attraverso queste pagine, il mio stato presente, non più il passato? Il frutto di quelle confessioni l’ho capito e ricordato; ma il mio stato presente, del tempo stesso in cui scrivo queste confessioni, sono molti a desiderare di conoscerlo, coloro che mi conoscono come coloro che non mi conoscono, ma mi hanno sentito parlare di me senza avere il loro orecchio sul mio cuore, ove io sono comunque sono. Dunque desiderano udire da me la confessione del mio intimo, ove né il loro occhio, né il loro orecchio, né la loro mente possono penetrare; desiderano udirmi, disposti a credere, ma come sicuri di conoscere? Glielo dice la carità, per cui sono buoni, che non mento nella mia confessione di me stesso. È la carità in loro a credermi.

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LA MADONNA DEL PERPETUO SOCCORSO

13 novembre 2017

Risultato immagine per preghiera a maria del mutuo soccorso

Intorno al 1496, si venerava in una chiesa dell’isola di Creta un miraco-loso quadro della Vergine Maria. Se-condo un’antica tradizione, era stato dipinto alla fine del secolo XIII da un artista sconosciuto, che si era ispirato ad una pittura attribuita a San Luca.
Per noi, la storia del venerabile qua-dro comincia quell’anno, con un crimi-ne gravissimo: nella speranza di ven-derlo ad un buon prezzo, un mercan-te lo rubò prendendo la via del mare e nascondendolo tra le sue mercanzie. L’anno seguente, giunto a Roma, subito si ammalò gravemente e fu accolto co-me ospite in casa di un amico, anch’egli mercante. Nell’imminenza della morte, gli raccontò del vergognoso furto e gli chiese di portare il quadro in una chie-sa ove potesse ricevere un culto ade-guato. L’amico romano gli promise che avrebbe fatto come lui voleva.
Di lì a poco, il mercante morì. L’amico si stava preparando a com-piere quanto promesso, quando sua moglie lo persuase a trattenere in casa il quadro. Gli apparve allora la Vergine Maria che gli disse di portar-lo in una chiesa. Egli non obbedì. La Madre di Dio tornò altre due volte e lo minacciò di morte se avesse conti-nuato a disobbedire. Sua moglie pe-rò si oppose di nuovo ed egli si rive-lò più sottomesso a lei che alla Regi-na degli Angeli. In una quarta appa-rizione, la Verginli comunicò:
– Ti ho avvisato, ti ho minacciato, non hai voluto obbedire. Adesso usci-rai tu da questa casa, poi uscirò lo al-la ricerca di un luogo più onorevole.
Subito dopo l’apparizione, infatti, uscì per primo il recalcitrante uomo, dentro la bara, verso la sepoltura. La Santissima Vergine apparve allora a sua figlia di sei anni dicendole:
– Avverti tua madre e tuo zio che Santa Maria del Perpetuo Soccorso vuole che la togliate da questa casa, se non volete morire tutti sul colpo.
La vedova prese sul serio l’avviso, perché aveva avuto una visione ugua-le a quella della bambina. Una sua vi-cina, tuttavia, la convinse a continua-re a tenersi il quadro a casa sua. Que-sta’ultima fu colpita subito dopo da una terribile infermità, però subito si pentì della sua cattiva azione, ricorse alla misericordia della Madonna e fu guarita dopo aver toccato il miracolo-so quadro. La Santissima Vergine ap-parve ancora una volta alla bambina e le comunicò che il quadro doveva essere portato alla chiesa di San Mat-teo, situato nella via Merulana, tra le basiliche di Santa Maria Maggiore e San Giovanni in Laterano.
Una delle chiese più visitate di Roma
La vedova, la figlia e la vicina si af-frettarono a comunicare questi prodi-giosi fatti ai Padri Agostiniani, incari-cati della suddetta chiesa. In un bat-tibaleno, la notizia si sparse per tut-ta la città. Così, nel momento in cui si doveva trasportare là il quadro, il 27 marzo 1499, si formò una grandio-sa processione seguita da innumere-voli membri del clero e una moltitu-dine di fedeli.
Per tre secoli l’immagine sacra fu venerata nella Chiesa di San Matteo. Lì accorrevano da ogni dove i fede-li in un numero così grande che, in poco tempo, essa divenne una delle chiese più visitate di Roma, per la fa-ma dei miracoli operati per interces-sione della Vergine del Perpetuo Soc-corso.

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Preghiera della sera:a Maria SS. per le Anime del Purgatorio più dimenticate

13 novembre 2017

O Maria, pietà di quelle povere Anime che, chiuse nelle prigioni tenebrose del luogo di espiazione, non hanno alcuno sulla terra che pensi a loro. Degnatevi, o buona Madre, abbassare su quelle ab-bandonate uno sguardo di pietà; ispirate a molti cristiani caritatevoli il pensiero di pregare per esse, e cercate nel Vostro Cuore di Madre i modi di venire pietosa-mente in loro aiuto.
O Madre del perpetuo soccorso, abbia-te pietà delle Anime più abbandonate del Purgatorio. Misericordioso Gesù, date loro il riposo eterno.

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

9 novembre 2017

PARTE QUARTA
ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO

ELEVAZIONE 7
Il sacerdote, un altro Gesù Cristo

C’è, nel seno di Dio, una pienezza traboccante d’amore, che è la sua essenza, la sua vita, il suo movimento, la sua fecondità. Questa pienezza ha un continuo bisogno di espandersi, di effondersi. Va verso la creazione, verso l’uomo in particolare, per un’inclinazione naturale. $ un bisogno dell’Amore riempire il vuoto della creatura, e vivificare ogni cosa.
L’Amore Infinito è qualche volta avvertito dal cuore dell’uomo, ma è meno sovente conosciuto dalla sua intelligenza. Questo perché molte ombre rimangono nell’intelligenza umana, soprattutto per ciò che concerne la conoscenza di Dio, dei suoi misteri e delle verità che oltrepassano la natura.
L’amore non deve essere per l’uomo solo un sentimento, che egli prova unicamente attraverso la sensibilità. Deve essere conoscenza acquisita con le proprie facoltà intellettuali. In tanto in quanto un uomo concepirà l’Amore Infinito nel suo spirito e nel suo cuore, concepirà e gusterà anche la conoscenza delle verità eterne e di ogni mistero di Dio. L’Amore Infinito, come fuoco, è calore per il cuore dell’uomo e luce per la sua intelligenza. Se l’uomo si allontana dal focolare dell’amore, il suo cuore diviene freddo, e il suo spirito si oscura.

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Lectio Divina:Seguire Gesù

9 novembre 2017

ENTRARE IN UN MONDO ALLA ROVESCIA

Se accettiamo di seguire Gesù, saremo obbligati a contestare ogni giorno il mondo nel quale viviamo, non perché questo mondo sia cattivo, anzi è il luogo della presenza di Dio, e l’ambiente nel quale si realizza la salvezza; ma è anche il luogo della presenza di Satana, il Principe di questo mondo. Il mondo che dobbiamo contestare è quello nel quale regnano dei padroni dispotici quali il denaro, la potenza e l’impurità, dove i piccoli ed i deboli sono oppressi, dove la corsa al guadagno fa imputridire i cuori. Ma facciamo attenzione! La nostra contestazione al mondo sarà sincera e vera se accettiamo di contestare noi stessi ogni giorno, perché noi siamo profondamente solidali con il peccato del mondo. Come dice crudamente Claudel: “il tuo alito cattivo appesta l’universo”.

In mezzo a questa generazione, dobbiamo apparire come il povero di Dio che vive in pieno lo spirito delle Beatitudini. È la sola via che conduce alla santità. Alla luce di questo spirito, si potrà giudicare l’eccellenza della nostra vita cristiana, ed anche della nostra influenza apostolica. Saremo in grado di evangelizzare nella misura in cui la luce delle Beatitudini illumina il nostro volto. Per vivere dovremo agire in modo contrario alla mentalità dell’ambiente, accettare di essere poveri, umili e puri. Dalla ormai frequente lettura dei libri e delle lettere apostoliche sappiamo e comprendiamo che Dio non ha scelto dei sapienti secondo la carne, né dei potenti, ma tutto quello che vi è di debole secondo il mondo, per confondere i forti. È sempre per mezzo della debolezza che Dio dimostra la sua forza, in breve: “Il vero cristiano vive in un mondo alla rovescia”.

Portare la nostra croce vuoi dire entrare in questa sapienza misteriosa che è incomprensibile ai potenti ed alle persone per bene. È l’atteggiamento realizzato da Gesù, il povero di Jahvè per eccellenza. Atteggiamento che Dio è solo in chi ne possiede lo spirito che lo può vivere. Gesù, che lo ha vissuto per primo in pieno, è anche il solo che può darcelo, o meglio ancora, è il solo che può viverlo e realizzarlo in noi.

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Preghiera della sera: Per il rinnovamento della chiesa

9 novembre 2017

Signore Gesù Cristo, Tu ci hai chiamati per mezzo del Tuo Vicario sulla terra al rinnovamento degli spiriti.
“Il rinnovamento degli uomini però e la riconciliazione con Dio” sono, secondo le parole del Tuo Vicario, “un fatto che si compie soprattutto nel profondo, nel santuario interiore dell’uomo”.

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Preghiera della sera: Preghiera per i missionari

8 novembre 2017

Signore Gesù Cristo, Tu hai preparato gli apostoli, con meravigliosa pazienza, alla loro alta missione e li hai inviati come i tuoi più cari amici, noi ti preghiamo per i messaggeri del Vangelo, sacerdoti e fratelli, uomini e donne, che oggi prestano la loro opera al tuo servizio presso popoli lontani e che per te lavorano e soffrono.

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LETTERA ENCICLICA DEUS CARITAS EST DEL SOMMO PONTEFICE BENEDETTO XVI AI VESCOVI AI PRESBITERI E AI DIACONI ALLE PERSONE CONSACRATE E A TUTTI I FEDELI LAICI SULL’AMORE CRISTIANO

7 novembre 2017

SECONDA PARTE
CARITAS
L’ESERCIZIO DELL’AMORE
DA PARTE DELLA CHIESA
QUALE « COMUNITÀ D’AMORE »

Le molteplici strutture di servizio caritativo nell’odierno contesto sociale

30. Prima di tentare una definizione del profilo specifico delle attività ecclesiali a servizio dell’uomo, vorrei ora considerare la situazione generale dell’impegno per la giustizia e per l’amore nel mondo odierno.
a) I mezzi di comunicazione di massa hanno oggi reso il nostro pianeta più piccolo, avvicinando velocemente uomini e culture profondamente diversi. Se questo « stare insieme » a volte suscita incomprensioni e tensioni, tuttavia, il fatto di venire, ora, in modo molto più immediato a conoscenza delle necessità degli uomini costituisce soprattutto un appello a condividerne la situazione e le difficoltà. Ogni giorno siamo resi coscienti di quanto si soffra nel mondo, nonostante i grandi progressi in campo scientifico e tecnico, a causa di una multiforme miseria, sia materiale che spirituale. Questo nostro tempo richiede, dunque, una nuova disponibilità a soccorrere il prossimo bisognoso. Già il Concilio Vaticano II lo ha sottolineato con parole molto chiare: « Oggi che i mezzi di comunicazione sono divenuti più rapidi e le distanze fra gli uomini quasi eliminate […], l’azione caritativa può e deve abbracciare tutti assolutamente gli uomini e tutte quante le necessità » [24].
D’altro canto — ed è questo un aspetto provocatorio e al contempo incoraggiante del processo di globalizzazione — il presente mette a nostra disposizione innumerevoli strumenti per prestare aiuto umanitario ai fratelli bisognosi, non ultimi i moderni sistemi per la distribuzione di cibo e di vestiario, come anche per l’offerta di alloggio e di accoglienza. Superando i confini delle comunità nazionali, la sollecitudine per il prossimo tende così ad allargare i suoi orizzonti al mondo intero. Il Concilio Vaticano II ha giustamente rilevato: « Tra i segni del nostro tempo è degno di speciale menzione il crescente e inarrestabile senso di solidarietà di tutti i popoli » [25]. Gli enti dello Stato e le associazioni umanitarie assecondano iniziative volte a questo scopo, per lo più attraverso sussidi o sgravi fiscali, gli uni, rendendo disponibili considerevoli risorse, le altre. In tal modo la solidarietà espressa dalla società civile supera significativamente quella dei singoli.

) In questa situazione sono nate e cresciute, tra le istanze statali ed ecclesiali, numerose forme di collaborazione che si sono rivelate fruttuose. Le istanze ecclesiali, con la trasparenza del loro operare e la fedeltà al dovere di testimoniare l’amore, potranno animare cristianamente anche le istanze civili, favorendo un coordinamento vicendevole che non mancherà di giovare all’efficacia del servizio caritativo [26]. Si sono pure formate, in questo contesto, molteplici organizzazioni con scopi caritativi o filantropici, che si impegnano per raggiungere, nei confronti dei problemi sociali e politici esistenti, soluzioni soddisfacenti sotto l’aspetto umanitario. Un fenomeno importante del nostro tempo è il sorgere e il diffondersi di diverse forme di volontariato, che si fanno carico di una molteplicità di servizi [27]. Vorrei qui indirizzare una particolare parola di apprezzamento e di ringraziamento a tutti coloro che partecipano in vario modo a queste attività. Tale impegno diffuso costituisce per i giovani una scuola di vita che educa alla solidarietà e alla disponibilità a dare non semplicemente qualcosa, ma se stessi. All’anti-cultura della morte, che si esprime per esempio nella droga, si contrappone così l’amore che non cerca se stesso, ma che, proprio nella disponibilità a « perdere se stesso » per l’altro (cfr Lc 17, 33 e par.), si rivela come cultura della vita.
Anche nella Chiesa cattolica e in altre Chiese e Comunità ecclesiali sono sorte nuove forme di attività caritativa, e ne sono riapparse di antiche con slancio rinnovato. Sono forme nelle quali si riesce spesso a costituire un felice legame tra evangelizzazione e opere di carità. Desidero qui confermare esplicitamente quello che il mio grande Predecessore Giovanni Paolo II ha scritto nella sua Enciclica Sollicitudo rei socialis [28], quando ha dichiarato la disponibilità della Chiesa cattolica a collaborare con le Organizzazioni caritative di queste Chiese e Comunità, poiché noi tutti siamo mossi dalla medesima motivazione fondamentale e abbiamo davanti agli occhi il medesimo scopo: un vero umanesimo, che riconosce nell’uomo l’immagine di Dio e vuole aiutarlo a realizzare una vita conforme a questa dignità. L’Enciclica Ut unum sint ha poi ancora una volta sottolineato che, per uno sviluppo del mondo verso il meglio, è necessaria la voce comune dei cristiani, il loro impegno « per il rispetto dei diritti e dei bisogni di tutti, specie dei poveri, degli umiliati e degli indifesi » [29]. Vorrei qui esprimere la mia gioia per il fatto che questo desiderio abbia trovato in tutto il mondo una larga eco in numerose iniziative.

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Lectio Divina: Amare Gesù

7 novembre 2017

Dio ha sete di essere assetato! Sono riconoscente a Gesù perché mi chiede di amarlo… Spesso ascolto le parole di Gesù rivolte all’apostolo Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi ami tu…?” come fossero rivolte direttamente a me. E ancora: “È proprio vero che mi ami?” E rispondere come fece l’Apostolo Simon Pietro: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”. (Gv 21;15)

Giovanni si definiva come il discepolo cui Gesù insegnava, e stesso se lo desidero posso diventare un discepolo per assomigliare a Giovanni e permettere a Gesù di svelarsi.

Come sarebbe incantevole ripetere la preghiera di San Bonaventura: “Trapassa, o mio dolcissimo Signore Gesù, con una dolce ferita il mio cuore, perché languisca e palpiti solo per Te, e null’altro io desideri che dissolvermi ed essere con Te”. E sentire nel cuore quell’ardore che esalta l’anima, con un amore che è in rapporto diretto con la conoscenza e con la bontà della vita.

Bisogna tener presente che Gesù è un abisso nel quale bisogna scendere per scrutare e vedere nei molteplici aspetti le prodigiose meraviglie. Un colpo d’occhio rapido e distratto su nostro Signore riuscirà ad una riproduzione superficiale.

Gesù è amore, perché Dio è amore. E l’amore è un grande bene, anzi, il più importante dei beni perché rende leggero ogni peso e rende dolce e gradita ogni amarezza. L’amore è un moto che ascende e non essere trattenuto dalle meschinità della vita e librarsi nel cielo di Dio.
L’amore per Gesù sprona ad operare grandi cose e spinge a desiderare le virtù. Nulla, del resto, è più dolce dell’amore, più forte, più sublime, più espansivo e più ricco. Chi ama, vola, corre, esulta ed in ogni cosa trova ritrova il Tutto.

Spesso l’amore non conosce misura, ma s’infiamma oltre ogni misura; spesso non sente peso, non cura fatiche, vorrebbe fare di più di quello che può, poiché crede che tutto gli sia facile e consentito.

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Preghiera del mattino: Per le vocazioni sacerdotali e religiose

7 novembre 2017

Gesù, Divin Pastore, tu hai chiamato gli apostoli e li hai fatti pescatori di uomini. Chiama anche oggi giovani dalle famiglie delle nostre parrocchie al tuo seguito e al tuo servizio, Tu che vivi per essere sempre fra di noi. Il tuo sacrificio diventa presenza sui nostri altari, perché tutti gli uomini prendano parte alla redenzione.

Fa’ che tutti coloro che Tu hai chiamato riconoscano questa tua volontà e se la facciano propria. Apri loro lo sguardo su tutto il mondo, per la silenziosa preghiera di molti, per la luce della verità e il calore di un autentico amore.

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

6 novembre 2017

PARTE QUARTA
ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO
Risultato immagine per Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio
ELEVAZIONE 6
L’Eucaristia e il Sacro Cuore

La devozione all’Eucaristia e la devozione al Sacro Cuore sono devozioni sorelle. Sono così intimamente unite, si completano così perfettamente, che l’una richiama quasi necessariamente l’altra. Non solo la prima non può essere di pregiudizio alla seconda; poiché esse si completano e si perfezionano a vicenda, così anche si accrescono reciprocamente.
Se abbiamo la devozione al Sacro Cuore, vorremmo incontrarlo per adorarlo, amarlo, offrirgli le nostre riparazioni e le nostre lodi; e dove lo cercheremo, se non nell’Eucaristia in cui si trova eternamente vivo? Se amiamo questo cuore degno d’adorazione, vorremmo unirci a lui, poiché l’amore ricerca l’unione: vorremmo riscaldare il nostro cuore all’ardore di questa fiamma divina.
Ma, per raggiungere questo cuore santo, per afferrarlo, per metterlo in contatto con il nostro, non potremo scalare il cielo per rapire il cuore di Gesù trionfante nella gloria: andremo all’Eucaristia, al Tabernacolo, prenderemo l’ostia bianca e, quando l’avremo racchiusa in noi, sentiremo il cuore di Cristo battere davvero accanto al nostro.
La devozione al Sacro Cuore conduce infallibilmente all’Eucaristia, e la fede, la devozione all’Eucaristia fa necessariamente scoprire i misteri dell’Amore Infinito di cui il cuore di Cristo è l’organo e il simbolo.
Se crediamo all’Eucaristia, crediamo all’amore: è il mistero dell’amore. Ma l’amore è in se stesso immateriale e inafferrabile. Per confermare il nostro spirito e i nostri sensi noi cerchiamo una forma dell’amore, una sua manifestazione sensibile: questa forma, questa manifestazione sensibile, è il Sacro Cuore.
Il Sacro Cuore, l’Eucaristia, l’Amore, una stessa cosa. Nel Tabernacolo, troviamo l’ostia; nell’ostia, Gesù; in Gesù, il suo cuore e nel suo cuore l’Amore, l’Amore Infinito, la Carità divina, Dio, principio di vita, vivo e vivìficante.
Ma ancor più: il miracolo dell’Eucaristia non si può spiegare che con l’amore. Con l’amore di Dio, certo, ma con l’amore di Gesù, Dio e Uomo. Ora, l’amore di Gesù è l’amore del suo cuore: è il suo cuore, per riassumere tutto in una parola. Dunque, l’Eucaristia non è spiegata che dal Sacro Cuore.
L’Eucaristia è il complemento sublime dell’amore di Gesù per l’uomo. è la più alta, l’ultima espressione, il parossismo, se così si può dire, di questo incomprensibile amore.

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Preghiera del giorno: A Gesù Sommo Sacerdote

6 novembre 2017

Risultato immagine per gesù sommo sacerdote

Gesù, eterno Sommo sacerdote, proteggi i tuoi sacerdoti con la misericordia del Tuo Sacratissimo Cuore, falli crescere nell’amore e nella fedeltà a Te e difendili dal contagio del mondo. Dona loro con il potere della transustanziazione del pane e del vino il potere e la forza di trasformare i loro cuori.

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AGOSTINO DI IPPONA Confessioni, Libro nono DA MILANO A OSTIA

6 novembre 2017

A Ostia, durante il ritorno in Africa ( Seconda parte)

La contemplazione di Ostia
10. 23. All’avvicinarsi del giorno in cui doveva uscire di questa vita, giorno a te noto, ignoto a noi, accadde, per opera tua, io credo, secondo i tuoi misteriosi ordinamenti, che ci trovassimo lei ed io soli, appoggiati a una finestra prospiciente il giardino della casa che ci ospitava, là, presso Ostia Tiberina, lontani dai rumori della folla, intenti a ristorarci dalla fatica di un lungo viaggio in vista della traversata del mare. Conversavamo, dunque, soli con grande dolcezza. Dimentichi delle cose passate e protesi verso quelle che stanno innanzi, cercavamo fra noi alla presenza della verità, che sei tu, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, orecchio non udì, né sorse in cuore d’uomo. Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto superno della tua fonte, la fonte della vita, che è presso di te, per esserne irrorati secondo il nostro potere e quindi concepire in qualche modo una realtà così alta.
10. 24. Condotto il discorso a questa conclusione: che di fronte alla giocondità di quella vita il piacere dei sensi fisici, per quanto grande e nella più grande luce corporea, non ne sostiene il paragone, anzi neppure la menzione; elevandoci con più ardente impeto d’amore verso l’Essere stesso, percorremmo su su tutte le cose corporee e il cielo medesimo, onde il sole e la luna e le stelle brillano sulla terra. E ancora ascendendo in noi stessi con la considerazione, l’esaltazione, l’ammirazione delle tue opere, giungemmo alle nostre anime e anch’esse superammo per attingere la plaga dell’abbondanza inesauribile, ove pasci Israele in eterno col pascolo della verità, ove la vita è la Sapienza, per cui si fanno tutte le cose presenti e che furono e che saranno, mentre essa non si fa, ma tale è oggi quale fu e quale sempre sarà; o meglio, l’essere passato e l’essere futuro non sono in lei, ma solo l’essere, in quanto eterna, poiché l’essere passato e l’essere futuro non è l’eterno. E mentre ne parlavamo e anelavamo verso di lei, la cogliemmo un poco con lo slancio totale della mente, e sospirando vi lasciammo avvinte le primizie dello spirito, per ridiscendere al suono vuoto delle nostre bocche, ove la parola ha principio e fine. E cos’è simile alla tua Parola, il nostro Signore, stabile in se stesso senza vecchiaia e rinnovatore di ogni cosa?
10. 25. Si diceva dunque: “Se per un uomo tacesse il tumulto della carne, tacessero le immagini della terra, dell’acqua e dell’aria, tacessero i cieli, e l’anima stessa si tacesse e superasse non pensandosi, e tacessero i sogni e le rivelazioni della fantasia, ogni lingua e ogni segno e tutto ciò che nasce per sparire se per un uomo tacesse completamente, sì, perché, chi le ascolta, tutte le cose dicono: “Non ci siamo fatte da noi, ma ci fece Chi permane eternamente”; se, ciò detto, ormai ammutolissero, per aver levato l’orecchio verso il loro Creatore, e solo questi parlasse, non più con la bocca delle cose, ma con la sua bocca, e noi non udissimo più la sua parola attraverso lingua di carne o voce d’angelo o fragore di nube o enigma di parabola, ma lui direttamente, da noi amato in queste cose, lui direttamente udissimo senza queste cose, come or ora protesi con un pensiero fulmineo cogliemmo l’eterna Sapienza stabile sopra ogni cosa, e tale condizione si prolungasse, e le altre visioni, di qualità grandemente inferiore, scomparissero, e quest’unica nel contemplarla ci rapisse e assorbisse e immergesse in gioie interiori, e dunque la vita eterna somigliasse a quel momento d’intuizione che ci fece sospirare: non sarebbe questo l’”entra nel gaudio del tuo Signore”? E quando si realizzerà? Non forse il giorno in cui tutti risorgiamo, ma non tutti saremo mutati?”.
10. 26. Così dicevo, sebbene in modo e parole diverse. Fu comunque, Signore, tu sai, il giorno in cui avvenne questa conversazione, e questo mondo con tutte le sue attrattive si svilì ai nostri occhi nel parlare, che mia madre disse: “Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c’era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano cattolico prima di morire. Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui?”.

 

Malattia e morte di Monica
11. 27. Cosa le risposi, non ricordo bene. Ma intanto, entro cinque giorni o non molto più, si mise a letto febbricitante e nel corso della malattia un giorno cadde in deliquio e perdette la conoscenza per qualche tempo. Noi accorremmo, ma in breve riprese i sensi, ci guardò, mio fratello e me, che le stavamo accanto in piedi, e ci domandò, quasi cercando qualcosa: “Dov’ero?”; poi, vedendo il nostro afflitto stupore: “Seppellirete qui, soggiunse, vostra madre”. Io rimasi muto, frenando le lacrime; mio fratello invece pronunziò qualche parola, esprimendo l’augurio che la morte non la cogliesse in terra straniera, ma in patria, che sarebbe stata migliore fortuna. All’udirlo, col volto divenuto ansioso gli lanciò un’occhiata severa per quei suoi pensieri, poi, fissando lo sguardo su di me, esclamò: “Vedi cosa dice”, e subito dopo, rivolgendosi a entrambi: “Seppellite questo corpo dove che sia, senza darvene pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi all’altare del Signore”. Espressa così come poteva a parole la sua volontà, tacque. Il male aggravandosi la faceva soffrire.
11. 28. Io, al pensiero dei doni che spargi, Dio invisibile, nei cuori dei tuoi fedeli, e che vi fanno nascere stupende messi, gioivo e a te rendevo grazie, ricordando ciò che sapevo, ossia quanto si era sempre preoccupata e affannata per la sua sepoltura, che aveva provvista e preparata accanto al corpo del marito. La grande concordia in cui erano vissuti le faceva desiderare, tanto l’animo umano stenta a comprendere le realtà divine, anche quest’altra felicità, e che la gente ricordasse come dopo un soggiorno di là dal mare avesse ottenuto che una polvere congiunta coprisse la polvere di entrambi i congiunti. Quando però la piena della tua bontà avesse eliminato dal suo cuore questi pensieri futili, io non sapevo; ma ero pervaso di gioia e ammirazione che mia madre mi fosse apparsa così. Invero anche durante la nostra conversazione presso la finestra, quando disse: “Ormai cosa faccio qui?”, era apparso che non aveva il desiderio di morire in patria. Più tardi venni anche a sapere che già parlando un giorno in mia assenza, durante la nostra dimora in Ostia, ad alcuni amici miei con fiducia materna sullo spregio della vita terrena e il vantaggio della morte, di fronte al loro stupore per la virtù di una femmina, che l’aveva ricevuta da te, e alla loro domanda, se non l’impauriva l’idea di lasciare il corpo tanto lontano dalla sua città, esclamò: “Nulla è lontano da Dio, e non c’è da temere che alla fine del mondo egli non riconosca il luogo da cui risuscitarmi”. Al nono giorno della sua malattia, nel cinquantaseiesimo anno della sua vita, trentatreesimo della mia, quell’anima credente e pia fu liberata dal corpo.

Un trapasso non funesto
12. 29. Le chiudevo gli occhi, e una tristezza immensa si addensava nel mio cuore e si trasformava in un fiotto di lacrime. Ma contemporaneamente i miei occhi sotto il violento imperio dello spirito ne riassorbivano il fonte sino a disseccarlo. Fu una lotta penosissima. Il giovane Adeodato al momento dell’estremo respiro di lei era scoppiato in singhiozzi, poi, trattenuto da noi tutti, rimase zitto: allo stesso modo anche quanto vi era di puerile in me, che si scioglieva in pianto, veniva represso e zittito dalla voce adulta della mente. Non ci sembrava davvero conveniente celebrare un funerale come quello fra lamenti, lacrime e gemiti. Così si suole piangere in chi muore una sorta di sciagura e quasi di annientamento totale; ma la morte di mia madre non era una sciagura e non era totale. Ce lo garantivano la prova della sua vita e una fede non finta e ragioni sicure.

Sforzi di Agostino per reprimere le lacrime
12. 30. Ma cos’era dunque, che mi doleva dentro gravemente, se non la recente ferita, derivata dalla lacerazione improvvisa della nostra così dolce e cara consuetudine di vita comune? Mi confortavo della testimonianza che mi aveva dato proprio durante la sua ultima malattia, quando, inframezzando con una carezza i miei servigi, mi chiamava buono e mi ripeteva con grande effusione d’affetto di non aver mai udito una parola dura o offensiva al suo indirizzo scoccata dalla mia bocca; eppure, Dio mio, creatore nostro, come assomigliare, come paragonare il rispetto che avevo portato io per lei, alla servitù che aveva sopportato lei per me? Privata della grandissima consolazione che trovava in lei, la mia anima rimaneva ferita e la mia vita, stata tutt’una con la sua, rimaneva come lacerata.
12. 31. Soffocato dunque il pianto del fanciullo, Evodio prese il salterio e intonò un salmo. Gli rispondeva tutta la casa: “La tua misericordia e la tua giustizia ti canterò, Signore”. Alla nuova, poi, dell’accaduto, si diedero convegno molti fratelli e pie donne; e mentre gli incaricati si occupavano dei funerali secondo le usanze, io mi appartavo in un luogo conveniente con gli amici, che ritenevano di non dovermi abbandonare, e mi trattenevo con loro su temi adatti alla circostanza. Il balsamo della verità leniva un tormento che tu conoscevi, essi ignoravano. Mi ascoltavano attentamente e pensavano che non provassi dolore. Invece al tuo orecchio, ove nessuno di loro udiva, mi rimproveravo la debolezza del sentimento e trattenevo il fiotto dell’afflizione, che per qualche tempo si ritraeva davanti ai miei sforzi, ma per essere sospinto di nuovo dalla sua violenza. Non erompeva in lacrime né alterava i tratti del viso, ma sapevo ben io cosa tenevo compresso nel cuore. Il vivo disappunto, poi, che provavo di fronte al grande potere su me di questi avvenimenti umani, inevitabili nell’ordine naturale delle cose e nella condizione che abbiamo sortito, era un nuovo dolore, che mi addolorava per il mio dolore, cosicché mi consumavo d’una duplice tristezza.

Le esequie
12. 32. Alla sepoltura del suo corpo andai e tornai senza piangere. Nemmeno durante le preghiere che spandemmo innanzi a te mentre veniva offerto in suo suffragio il sacrificio del nostro riscatto, col cadavere già deposto vicino alla tomba, prima della sepoltura, come vuole l’usanza del luogo, ebbene, nemmeno durante quelle preghiere piansi. Ma per tutta la giornata sentii una profonda mestizia nel segreto del cuore e ti pregai come potevo, con la mente sconvolta, di guarire il mio dolore. Non mi esaudisti, per imprimere, credo, nella mia memoria almeno con quest’unica prova come sia forte il legame di qualsiasi abitudine anche per un’anima che già si nutre della parola non fallace. Pensai di andare a prendere anche un bagno, avendo sentito dire che i bagni furono così chiamati perché i greci dicono balanion, in quanto espelle l’affanno dall’animo. Ma ecco, confesso anche questo alla tua misericordia, Padre degli orfani: che dopo il bagno stavo come prima del bagno, poiché non avevo trasudato dal cuore l’amarezza dell’afflizione. In seguito dormii. Al risveglio notai che il dolore si era non poco mitigato. Solo, nel mio letto, mi vennero alla mente i versi così veri del tuo Ambrogio: tu sei proprio
Dio creatore di tutto,
reggitore del cielo,
che adorni il dì di luce,
e di sopor gradito
la notte, sì che il sonno
sciolga e ristori gli arti,
ricrei le menti stanche,
disperda ansie e dolori.

Lacrime per la madre
12. 33. Poi tornai insensibilmente ai miei pensieri antichi sulla tua ancella, al suo atteggiamento pio nei tuoi riguardi, santamente sollecito e discreto nei nostri. Privato di lei così, all’improvviso, mi prese il desiderio di piangere davanti ai tuoi occhi su di lei e per lei, su di me e per me; lasciai libere le lacrime che trattenevo di scorrere a loro piacimento, stendendole sotto il mio cuore come un giaciglio, su cui trovò riposo. Perché ad ascoltarle c’eri tu, non un qualsiasi uomo, che avrebbe interpretato sdegnosamente il mio compianto. Ora, Signore, ti confesso tutto ciò su queste pagine. Chi vorrà le leggerà, e le interpreti come vorrà. Se troverà che ho peccato a piangere mia madre per piccola parte di un’ora, la mia madre frattanto morta ai miei occhi, che per tanti anni mi aveva pianto affinché vivessi ai tuoi, non mi derida. Piuttosto, se ha grande carità, pianga anch’egli per i miei peccati davanti a te, Padre di tutti i fratelli del tuo Cristo.

Speranza e fiducia nella misericordia di Dio
13. 34. Io per mio conto, ora che il cuore è guarito da quella ferita, ove si poteva condannare la presenza di un affetto carnale, spargo davanti a te, Dio nostro, per quella tua serva un ben altro genere di lacrime: sgorgano da uno spirito sconvolto dalla considerazione dei pericoli cui soggiace ogni anima morente in Adamo. Certo, vivificata in Cristo prima ancora di essere sciolta dalla carne, mia madre visse procurando con la sua fede e i suoi costumi lodi al tuo nome; tuttavia non ardisco affermare che da quando la rigenerasti col battesimo, nemmeno una parola uscì dalla sua bocca contro il tuo precetto. Dalla Verità, da tuo Figlio, fu proclamato: “Se qualcuno avrà detto a suo fratello: “Sciocco”, sarà soggetto al fuoco della geenna”; sventurata dunque la più lodevole delle vite umane, se la frughi accantonando la misericordia. Ma no, tu non frughi le nostre malefatte con rigore; perciò noi speriamo con fiducia di ottenere un posto accanto a te. Eppure chi aduna innanzi a te i suoi autentici meriti, che altro ti aduna, se non i tuoi doni? Oh, se gli uomini si conoscessero quali uomini, e chi si gloria, si gloriasse nel Signore!

Supplica a Dio per la madre pia
13. 35. Perciò, mio vanto e mia vita, Dio del mio cuore, trascurando per un istante le sue buone opere, di cui a te rendo grazie con gioia, ora ti scongiuro per i peccati di mia madre. Esaudiscimi, in nome di Colui che è medico delle nostre ferite, che fu sospeso al legno della croce, e seduto alla tua destra intercede per noi presso di te. So che fu misericordiosa in ogni suo atto, che rimise di cuore i debiti ai propri debitori: dunque rimetti anche tu a lei i propri debiti, se mai ne contrasse in tanti anni passati dopo ricevuta l’acqua risanatrice; rimettili, Signore, rimettili, t’imploro, non entrare in giudizio contro di lei. La misericordia trionfi sulla giustizia. Le tue parole sono veritiere, e tu hai promesso misericordia ai misericordiosi. Furono tali in grazia tua, e tu avrai misericordia di colui, del quale avesti misericordia, userai misericordia a colui, verso il quale fosti misericordioso.
13. 36. Credo che tu abbia già fatto quanto ti chiedo. Pure, gradisci, Signore, la volontaria offerta della mia bocca. All’approssimarsi del giorno della sua liberazione, mia madre non si preoccupò che il suo corpo venisse composto in vesti suntuose o imbalsamato con aromi, non cercò un monumento eletto, non si curò di avere sepoltura in patria. Non furono queste le disposizioni che ci lasciò. Ci chiese soltanto di far menzione di lei davanti al tuo altare, cui aveva servito infallibilmente ogni giorno, conscia che di là si dispensa la vittima santa, grazie alla quale fu distrutto il documento che era contro di noi, e si trionfò sul nemico che, per quanto conteggi i nostri delitti e cerchi accuse da opporci, nulla trova in Colui, nel quale siamo vittoriosi. A lui chi rifonderà il sangue innocente? chi gli ripagherà il prezzo con cui ci acquistò, per toglierci a lui? Al mistero di questo prezzo del nostro riscatto la tua ancella legò la propria anima col vincolo della fede. Nessuno la strappi alla tua protezione, non si frapponga tra voi né con la forza né con l’astuzia il leone e dragone. Ella non risponderà: “Nulla devo”, per timore di essere confutata e assegnata a un inquisitore scaltro. Risponderà però che i suoi debiti le furono rimessi da Colui, cui nessuno potrà restituire quanto restituì per noi senza nulla dovere.

Richiesta di suffragi per i genitori
13. 37. Sia dunque in pace col suo uomo, prima del quale e dopo il quale non fu sposa d’altri; che servì offrendoti il frutto della sua pazienza per guadagnare anche lui a te. Ispira, Signore mio e Dio mio, ispira i servi tuoi, i fratelli miei, i figli tuoi, i padroni miei, che servo col cuore e la voce e gli scritti, affinché quanti leggono queste parole si ricordino davanti al tuo altare di Monica, tua serva, e di Patrizio, già suo marito, mediante la cui carne mi introducesti in questa vita, non so come. Si ricordino con sentimento pietoso di coloro che in questa luce passeggera furono miei genitori, e miei fratelli sotto di te, nostro Padre, dentro la Chiesa cattolica, nostra madre, e miei concittadini nella Gerusalemme eterna, cui sospira il tuo popolo durante il suo pellegrinaggio dalla partenza al ritorno. Così l’estrema invocazione che mi rivolse mia madre sarà soddisfatta, con le orazioni di molti, più abbondantemente dalle mie confessioni che dalle mie orazioni.
Agostino _ Confessioni Pag. 77 di 133

IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

3 novembre 2017

PARTE QUARTA
ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO


ELEVAZIONE 5
L’Amore Infinito umanizzato

San Giovanni, volendo farci conoscere Dio, volendo riassumere in una sola parola tutte le grandezze, tutte le bellezze, tutti gli attributi di Dio, ha detto: Dio è Carità! Dio è Amore! E se noi vogliamo descrivere Gesù Cristo, Dio e Uomo, con una sola parola; se vogliamo racchiudere in un solo termine tutto ciò che egli è, tutto ciò che fa e perfino la ragione del suo essere, possiamo dire: Gesù Cristo è il suo cuore, il Sacro Cuore.
La Carità di Dio, l’Amore Infinito, è Dio intero; Dio, ciò che è in se stesso, e anche ciò che fa fuori di sé; Dio con la sua potenza, con la sua bontà, con la sua giustizia e la sua sapienza; Dio che è, Dio che crea, Dio che riscatta, Dio che illumina e che ricompensa. è Dio senza divisioni, senza esclusioni, senza riserve, splendidamente riassunto con una parola: « Dio è Carità ».

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Lectio Divina: Serva

3 novembre 2017

“Eccomi, sono la serva ” (Lc 1, 38)

Il Concilio Vaticano II si riferisce a Maria di Nazareth come alla “Donna nuova” animata da «ardente carità» (Lumen gentìum, n. 61).
Adombrata dallo Spirito Santo (cf. Lc 1, 35), ricolma della sua Presenza d’amore, Maria è la donna dell’amore, del dono di sé, della generosità, della totale disponibilità a Dio e agli uomini. Il mistero di Maria si racchiude tutto nel suo “fiat” al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, nel suo sentirsi “serva”, completamente a disposizione nell’amore del disegno salvifico della Trinità nei riguardi dell’uomo: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1, 38).

Per mezzo dello Spirito Santo l’amore di Dio si è riversato pienamente in Maria (cf. Rm 5, 5), cosi da farne l’opera più bella della creazione, il capolavoro della sua grazia. Per Maria Dio vuole trasmettere il suo amore a tutta l’umanità.
«Dio Padre adunò una massa di tutte le acque, che chiamò mare (in latino maria). Similmente riunì una massa di tutte le grazie che chiamò Maria.
Questo grande Iddio possiede un tesoro o un emporio ricchissimo, dove ha racchiuso tutto quanto vi è di bello, di splendido, di raro e di prezioso, perfino il suo proprio Figlio; e questo tesoro immenso è Maria, che i santi chiamano “Tesoro del Signore”, dalla cui pienezza gli uomini sono arricchiti» (s. L. M. di Montfort, Trattato della vera devozione a Maria, n. 23).

Maria è «il luogo della fecondità sovrabbondante» dell’amore di Dio (H. U. von Balthasar, La percezione della forma, in Gloria, vol. I, p. 311). Chi per impulso dello Spirito Santo vive in questo tempio di carità, sperimenta l’Amore che da la vita, la sua potenza rigeneratrice.
Maria realizza in noi suoi figli il primo e più grande comandamento: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso» (Lc 10, 27). Ci ricorda che solo la carità «non avrà mai fine» (1 Cor 13, 8); che tutto cesserà: virtù, carismi, fede, speranza…, solo l’amore non passerà mai; che l’uomo tanto vale quanto ama Dio e il prossimo, e nulla più.
Dare e ricevere amore è la legge fondamentale dell’esistenza: venuti alla luce per un atto di amore, siamo segnati costituzionalmente dall’amore, non possiamo fare a meno di amare per non contraddire noi stessi e la nostra entità più profonda. L’amore è la struttura portante del nostro essere personale, in quanto fatti su misura divina, creati ad immagine e somiglianza di un Dio che è amore (cf. Gv 4,16).

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Ufficio delle Letture: Prima Lettura, Dal libro della Sapienza 8, 1-21

3 novembre 2017

Si deve chiedere a Dio la Sapienza

Essa si estende da un confine all’altro con forza,
governa con bontà eccellente ogni cosa.
Questa ho amato e ricercato fin dalla mia giovinezza,
ho cercato di prendermela come sposa,
mi sono innamorato della sua bellezza.
Essa manifesta la sua nobiltà,
in comunione di vita con Dio,
perché il Signore dell’universo l’ha amata.
Essa infatti è iniziata alla scienza di Dio
e sceglie le opere sue.
Se la ricchezza è un bene desiderabile in vita,
quale ricchezza è più grande della sapienza,
la quale tutto produce?
Se l’intelligenza opera,
chi, tra gli esseri, è più artefice di essa?
Se uno ama la giustizia,
le virtù sono il frutto delle sue fatiche.
Essa insegna infatti la temperanza e la prudenza,
la giustizia e la fortezza,
delle quali nulla è più utile agli uomini nella vita.
Se uno desidera anche un’esperienza molteplice,
essa conosce le cose passate e intravede le future,
conosce le sottigliezze dei discorsi
e le soluzioni degli enigmi,
pronostica segni e portenti,
come anche le vicende dei tempi e delle epoche.
Ho dunque deciso di prenderla
a compagna della mia vita,
sapendo che mi sarà consigliera di bene
e conforto nelle preoccupazioni e nel dolore.
Per essa avrò gloria fra le folle
e, anche se giovane, onore presso gli anziani.
Sarò trovato acuto in giudizio,
sarò ammirato di fronte ai potenti.
Se tacerò, resteranno in attesa;
se parlerò, mi presteranno attenzione;
se prolungherò il discorso,
si porranno la mano sulla bocca.
Per essa otterrò l’immortalità
e lascerò un ricordo eterno ai miei successori.
Governerò i popoli e le nazioni mi saranno soggette;
sentendo il mio nome sovrani terribili mi temeranno,
tra il popolo apparirò buono e in guerra coraggioso.
Ritornato a casa, riposerò vicino a lei,
perché la sua compagnia non dà amarezza,
né dolore la sua convivenza,
ma contentezza e gioia.

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Maria a Medjugorje, messaggio del 2 Novembre 2017 (Mirjana)

2 novembre 2017

Cari figli, guardandovi radunati intorno a Me, la vostra Madre, vedo molte anime pure, molti miei figli che cercano l’amore e la consolazione che però nessuno gli offre. Vedo anche coloro che fanno del male: perché non hanno un buon esempio, perché non hanno conosciuto mio Figlio, il bene che silenziosamente si diffonde attraverso le anime pure, la forza che regge questo mondo. I peccati sono molti, però c’è anche l’amore! Mio figlio vi manda a Me, la madre, affinché vi insegni ad amare ed affinché comprendiate che siete tutti fratelli. Lui desidera aiutarvi. Apostoli del mio amore, basta un vivo desiderio della fede e dell’amore perché mio Figlio vi accetti: però dovete essere degni, avere buona volontà e cuori aperti. Mio Figlio entra nei cuori aperti. Io, come Madre, desidero che conosciate di più mio Figlio, Dio nato da Dio, cosicché comprendiate la grandezza del Suo amore di cui avete così tanto bisogno. Lui ha preso su di sé i vostri peccati, ha ottenuto la redenzione per voi ed in cambio ha chiesto di amarvi gli uni con gli altri. Mio Figlio è amore. Lui ama tutti gli uomini senza distinzione, uomini di tutti i paesi e di tutti i popoli. Se vivreste, figli miei, l’amore di mio Figlio, il Suo regno sarebbe già sulla terra, perciò apostoli del mio amore pregate, pregate affinché mio Figlio ed il Suo amore siano più vicini, per poter essere esempio d’amore e poter aiutare tutti coloro che non Lo hanno ancora conosciuto. Non dimenticate mai che mio Figlio, unico e trino, vi ama. Pregate ed amate i vostri pastori. Vi ringrazio

La chiesa guarda con favore, ma non si è ancora espressa ufficialmente sui fatti di Medjugorje

Ineffabilis Deus,

2 novembre 2017

COSTITUZIONE APOSTOLICA
«INEFFABILIS DEUS»
DEFINIZIONE DOGMATICA DELL’IMMACOLATO
CONCEPIMENTO DELLA B. V. MARIA

Dio ineffabile, le cui vie sono la misericordia e la verità, la cui volontà è onnipotente, e la cui sapienza si estende con potenza da un’estremità all’altra [del mondo] e tutto governa con bontà (cfr Sap 8, 1), avendo previsto da tutta l’eternità la luttuosissima rovina dell’intero genere umano, che sarebbe derivata dal peccato di Adamo, decretò, con disegno nascosto dai secoli, di compiere l’opera prima della sua bontà con un mistero ancor più profondo, mediante l’incarnazione del Verbo. Perché l’uomo, spinto — contro il proposito della divina misericordia — al peccato dall’astuzia e dalla malizia del demonio, non doveva più perire; anzi la caduta della natura nel primo Adamo doveva essere riparata con migliore fortuna nel secondo. Dio quindi, fin da principio e prima dei secoli, scelse e preordinò al suo Figlio una madre, nella quale si sarebbe incarnato e dalla quale poi, nella felice pienezza dei tempi, sarebbe nato; e, a preferenza di ogni altra creatura, la fece segno a tanto amore da compiacersi in lei sola con una singolarissima benevolenza. Per questo mirabilmente la ricolmò, più di tutti gli angeli e di tutti i santi, dell’abbondanza di tutti i doni celesti, presi dal tesoro della sua divinità. Così ella, sempre assolutamente libera da ogni macchia di peccato, tutta bella e perfetta, possiede una tale pienezza di innocenza e di santità, di cui, dopo Dio, non se ne può concepire una maggiore, e di cui, all’infuori di Dio, nessuna mente può riuscire a comprendere la profondità. E certo era del tutto conveniente che una Madre così venerabile risplendesse sempre adorna dei fulgori della santità più perfetta, e, immune interamente dalla macchia del peccato originale, riportasse il più completo trionfo sull’antico serpente; poiché a essa Dio Padre aveva disposto di dare l’unigenito suo Figlio — generato dal suo seno, uguale a se stesso e amato come se stesso — in modo tale che egli fosse, per natura, Figlio unico e comune di Dio Padre e della Vergine; poiché lo stesso Figlio aveva stabilito di renderla sua madre in modo sostanziale; poiché lo Spirito Santo aveva voluto e fatto sì che da lei fosse concepito e nascesse colui, dal quale egli stesso procede.

Tradizione della Chiesa sull’immacolato concepimento di Maria

La Chiesa cattolica, che istruita dallo Spirito di Dio, è colonna e fondamento della verità, ha sempre ritenuto come divinamente rivelata e come contenuta nel deposito della celeste rivelazione questa dottrina circa l’innocenza originale dell’augusta Vergine, che è così perfettamente in armonia con la meravigliosa sua santità e con la sua eminente dignità di Madre di Dio; e come tale non cessò mai di spiegarla, insegnarla e favorirla ogni giorno più, in molti modi, e con atti solenni. Ma questa stessa dottrina, ammessa fin dai tempi antichi, profondamente radicata nell’animo dei fedeli e mirabilmente propagata nel mondo cattolico dalla cura e dallo zelo dei Vescovi, fu nel modo più chiaro professata dalla Chiesa, quando essa non esitò a proporre la concezione della Vergine al culto pubblico e alla venerazione dei fedeli (1). Con tale significativo atto essa, infatti, mostrava che la Concezione di Maria doveva essere venerata come singolare, meravigliosa, differentissima da quella di tutti gli altri uomini e pienamente santa; poiché la Chiesa celebra soltanto le feste dei santi. È perciò costume della Chiesa, sia negli uffici ecclesiastici, sia nella santa liturgia, usare e applicare all’origine della Vergine le medesime espressioni, con le quali le divine Scritture parlano della Sapienza increata e ne rappresentano le eterne origini; avendo Dio prestabilita con un solo e medesimo decreto l’origine di Maria e l’incarnazione della divina Sapienza.

Tutte queste dottrine e questi fatti, da per tutto e generalmente accettati dai fedeli, mostrano con quanta cura la stessa Chiesa romana, madre e maestra di tutte le Chiese, abbia favorito la dottrina dell’immacolata concezione della Vergine. Sembra tuttavia assai conveniente ricordare in particolare gli atti più importanti della Chiesa in questa materia; tanta è infatti la dignità e autorità di questa Chiesa quanta assolutamente le spetta, perché essa è da ritenere il centro della verità e dell’unità cattolica, è la sola che ha custodito inviolabilmente la religione, e da essa tutte le altre Chiese debbono ricevere la tradizione della fede. Ebbene questa Chiesa romana nulla ebbe più a cuore che professare, sostenere, propagare e difendere in tutti i modi più significativi l’immacolata concezione della Vergine, il suo culto e la sua dottrina. Tale premura è apertamente e chiaramente attestata da innumerevoli atti insigni dei romani Pontefici Nostri predecessori, ai quali, nella persona del primo degli apostoli, fu dallo stesso Cristo Signore affidato il compito e l’autorità suprema di pascere gli agnelli e le pecore, di confermare i fratelli e di reggere e governare la Chiesa.

I Papi favorirono il culto dell’Immacolata Concezione

Infatti i Nostri predecessori hanno ritenuto loro gloria l’avere, con la propria apostolica autorità, istituita nella Chiesa romana la festa della Concezione, dotandola e onorandola di un ufficio proprio e di una messa propria, in cui con la massima chiarezza si afferma la prerogativa dell’immunità da ogni macchia originale. Inoltre con ogni cura promossero e accrebbero il culto già stabilito, accordando indulgenze; concedendo a città, province e regni la facoltà di scegliersi per patrona la Madre di Dio sotto il titolo dell’Immacolata Concezione; approvando confraternite, congregazioni e famiglie religiose, istituite in onore dell’Immacolata Concezione; tributando lodi alla pietà di coloro che innalzavano monasteri, ospizi, altari, templi sotto il titolo dell’Immacolata Concezione, oppure si impegnavano con giuramento a difendere a ogni costo l’immacolata concezione della Madre di Dio. Di più, con la più grande gioia ordinarono che la festa della Concezione fosse celebrata in tutta la Chiesa con solennità uguale alla festa della Natività; che fosse celebrata dalla Chiesa universale con ottava, e scrupolosamente osservata da tutti i fedeli come festa di precetto; che ogni anno, nel giorno della festa dell’Immacolata Concezione di Maria, si tenesse, nella Nostra patriarcale basilica Liberiana, cappella papale. Desiderando poi confermare sempre più nell’animo dei fedeli questa dottrina dell’immacolata concezione della Madre di Dio e stimolare la loro pietà al culto e alla venerazione della Vergine concepita senza peccato originale, furono felicissimi di concedere la facoltà di nominare l’immacolata concezione della medesima Vergine nelle litanie lauretane e nello stesso prefazio della messa; in modo che la norma della fede fosse stabilita dalla norma della preghiera. Noi, pertanto, posti sulle orme di predecessori così illustri, non solo abbiamo approvato e accettato le loro piissime e sapientissime disposizioni, ma, memori di ciò che aveva istituito Sisto IV (2), abbiamo ben volentieri confermato con la Nostra autorità l’ufficio proprio dell’Immacolata Concezione e ne abbiamo concesso l’uso a tutta la Chiesa (3).

I Papi precisarono l’oggetto del culto dell’Immacolata Concezione di Maria

Ma siccome tutto ciò che si riferisce al culto è strettamente connesso col suo oggetto e non può avere né consistenza né durata, se questo oggetto è mal definito o incerto, i romani Pontefici Nostri predecessori, mentre premurosamente si studiarono di accrescere il culto della Concezione, si preoccuparono anche di spiegarne e inculcarne con ogni impeto l’oggetto e la dottrina. Infatti essi insegnarono chiaramente e apertamente che, nella festa da loro stabilita, si celebrava la concezione della Vergine, e proscrissero, come falsa e contraria al pensiero della Chiesa, l’opinione di coloro che stimavano e affermavano che la Chiesa onorasse non proprio la concezione di Maria, ma la sua santificazione. Né credettero di dover avere maggiori riguardi verso coloro che, per far vacillare la dottrina dell’immacolata concezione, escogitarono una distinzione fra il primo e il secondo istante della concezione, e pretesero che della concezione si festeggiasse non il primo, ma il secondo momento. E in realtà gli stessi Nostri predecessori stimarono loro preciso dovere non solo sostenere con ogni impegno la festa della concezione della Beatissima Vergine, ma anche asserire che vero oggetto del culto era la concezione, considerata nel suo primo istante. Di qui le parole assolutamente perentorie con cui Alessandro VII, Nostro predecessore, espresse il vero pensiero della Chiesa. Egli dichiarò infatti: «È certamente antica la pietà dei fedeli verso la Beatissima Madre Vergine Maria, i quali ritengono che la sua anima, fin dal primo istante della sua creazione e della sua infusione nel corpo, per una speciale grazia e privilegio di Dio, in vista dei meriti di Gesù Cristo, suo figlio e redentore del genere umano, fu preservata immune da ogni macchia di peccato originale; e in questo senso celebrano solennemente la festa della sua concezione» (4).

I Papi proibirono la dottrina contraria

Ma soprattutto i Nostri predecessori si adoperarono con ogni cura, zelo e sforzo a mantenere intatta la dottrina dell’immacolata concezione della Madre di Dio. Infatti, non solo essi assolutamente non tollerarono che venisse da chiunque in qualunque modo biasimata o censurata, ma andarono ancora molto più oltre, proclamando con chiare e reiterate dichiarazioni che la dottrina, con la quale professiamo l’immacolata concezione della Vergine, è e deve essere a buon diritto ritenuta in tutto conforme al culto della Chiesa; è antica e quasi universale; è tale che la Chiesa romana ha preso a favorirla e difenderla; ed è del tutto degna di avere un posto nella stessa sacra liturgia e nelle preghiere più solenni. E non contenti di ciò, affinché la dottrina circa l’immacolata concezione di Maria si conservasse integra, proibirono severissimamente di sostenere, sia in pubblico sia in privato, l’opinione a essa contraria, che vollero in più modi come ferita a morte. E perché queste ripetute e chiarissime dichiarazioni non tornassero vane, vi aggiunsero anche delle sanzioni. Tutto ciò fu espresso dal già ricordato Nostro predecessore Alessandro VII con le seguenti parole:

«Noi abbiamo ben presente che la santa Chiesa romana celebra solennemente la festa della Concezione della intemerata e sempre Vergine Maria, e ha approvato un tempo un ufficio speciale e proprio per detta festa, secondo le disposizioni che allora furono date da Sisto IV, Nostro predecessore. Desideriamo quindi favorire questa lodevole e pia devozione, la festa e il culto a essa prestato e rimasto immutato nella Chiesa romana fin dalla istituzione della medesima; e, dietro l’esempio dei romani Pontefici Nostri predecessori, difendere questo devoto modo di venerare e onorare la Beatissima Vergine, preservata dal peccato originale, per virtù della grazia preveniente dello Spirito Santo. È inoltre Nostra viva preoccupazione conservare nel gregge di Cristo l’unità dello spirito nel vincolo della pace, col togliere le offese e le contese, e rimuovere gli scandali. Perciò, accogliendo le istanze e le suppliche a Noi presentate dai predetti Vescovi, dai capitoli delle loro chiese, e dal re Filippo e dai suoi regni, rinnoviamo le costituzioni e i decreti emanati dai romani Pontefici Nostri predecessori, e specialmente da Sisto IV, Paolo V e Gregorio XV, a difesa della sentenza che sostiene che l’anima della Beata Vergine Maria, nella sua creazione e infusione nel corpo, ebbe il dono della grazia dello Spirito Santo e fu preservata dal peccato originale, e in favore della festa e del culto della concezione della medesima Vergine Madre di Dio, intesi secondo la pia sentenza sopra esposta; e ordiniamo che tali costituzioni e decreti siano pienamente osservati, sotto pena di incorrere nelle censure e nelle altre sanzioni previste dalle costituzioni stesse.

«Decretiamo altresì che tutti coloro che continueranno a interpretare le costituzioni e i decreti sopra ricordati in modo da rendere vano il favore attribuito dalle costituzioni e dai decreti a quella sentenza, alla festa e al culto; che andranno contro questa sentenza, questa festa e questo culto con dispute; o in qualsiasi modo (direttamente o indirettamente) o sotto qualsivoglia pretesto (di esaminare la sua definibilità, di interpretare la sacra Scrittura o i santi padri, o di commentare i dottori) per iscritto o a voce oseranno parlare, predicare, trattare, disputare, precisando, affermando, adducendo argomenti, lasciati poi insoluti, o in qualsiasi altro modo impensabile, oltre a incorrere nelle pene e censure contenute nelle costituzioni di Sisto IV — alle quali vogliamo che essi siano sottoposti e di fatto con questa costituzione li sottoponiamo — sono da Noi privati della facoltà di predicare, di tenere pubbliche lezioni, di insegnare, e di interpretare; sono privati della voce attiva e passiva in ogni specie di elezioni; incorrono “per il fatto stesso”, senza bisogno di alcuna dichiarazione, nella pena dell’inabilità perpetua a predicare, a tenere pubbliche lezioni, a insegnare, e a interpretare. Da tali pene poi non potranno essere assolti o dispensati se non da Noi o dai Sommi Pontefici, Nostri successori. Oltre che a queste pene, Noi li assoggettiamo — e con la presente costituzione li dichiariamo soggetti — a tutte quelle altre pene che potranno essere inflitte ad arbitrio Nostro o dei Sommi Pontefici Nostri successori; confermando, al riguardo, le già ricordate costituzioni di Paolo V e Gregorio XV.

«Da ultimo proibiamo e decretiamo soggetti alle pene e alle censure contenute nell’Indice dei libri proibiti, e ordiniamo che siano “per il fatto stesso” e senza bisogno di alcuna dichiarazione considerati proibiti i libri, le prediche, i trattati, le disquisizioni, pubblicati o ancora da pubblicarsi dopo il ricordato decreto di Paolo V, nei quali la suddetta sentenza, festa e culto siano posti in dubbio, o in qualsiasi modo avversati».

Consensi di dotti, Vescovi e famiglie religiose; il Concilio di Trento in armonia con la tradizione

D’altra parte tutti sanno con quanto zelo la dottrina dell’Immacolata Concezione della Vergine Madre di Dio sia stata tramandata, sostenuta e difesa dalle più illustri famiglie religiose, dalle più celebri accademie teologiche e dai dottori più profondi nella scienza delle cose divine. Tutti parimenti conoscono quanto siano stati solleciti i Vescovi nel sostenere apertamente, anche nelle assemblee ecclesiastiche, che la Santissima Vergine Maria, Madre di Dio, in previsione dei meriti del redentore Cristo Gesù, non fu mai soggetta al peccato originale e fu perciò redenta in una maniera più sublime. A tutto ciò si aggiunge il fatto della massima importanza e autorità che lo stesso Concilio di Trento, quando promulgò il decreto dogmatico sul peccato originale, nel quale, secondo le testimonianze della Sacra Scrittura, dei santi Padri e dei più autorevoli concili, stabilì e definì che tutti gli uomini nascono contagiati dal peccato originale, dichiarò tuttavia solennemente che non era sua intenzione comprendere in detto decreto, e nell’estensione di una definizione così generale, la Beata e Immacolata Vergine Maria, Madre di Dio. Con tale dichiarazione infatti i padri tridentini fecero abbastanza chiaramente comprendere, per quelle circostanze, che la Beatissima Vergine Maria fu esente dalla colpa originale; e dimostrarono perciò apertamente che né dalle divine Scritture, né dall’autorità dei padri si può dedurre alcun argomento che sia in qualunque modo in contraddizione con questa prerogativa della Vergine (5).

E in verità, illustri e venerande testimonianze dell’antica Chiesa orientale e occidentale sono là ad attestare che questa dottrina dell’Immacolata Concezione della Beatissima Vergine, sempre più splendidamente spiegata, chiarita e confermata presso tutte le nazioni del mondo cattolico dall’autorevolissimo sentire, dal magistero, dallo zelo, dalla scienza e dalla sapienza della Chiesa, è sempre esistita nella Chiesa medesima, come ricevuta per tradizione, e rivestita del carattere di dottrina rivelata. Infatti la Chiesa di Cristo, custode e vindice delle dottrine a lei affidate, non le ha mai alterate, né con aggiunte né con diminuzioni; ma tratta con tutti gli accorgimenti e la sapienza quelle che l’antichità ha delineato e i padri hanno seminato; e cerca di limare e affinare quelle antiche dottrine della divina rivelazione, in modo che ricevano chiarezza, luce e precisione. Così, mentre conservano la loro pienezza, la loro integrità e il loro carattere, si sviluppano soltanto secondo la loro propria natura, ossia nello stesso pensiero, nello stesso senso.

Pensiero dei padri e degli scrittori ecclesiastici

Ora, i padri e gli scrittori ecclesiastici, ammaestrati dai divini insegnamenti, nei libri che scrissero per spiegare la Scrittura, per difendere i dogmi e per istruire i fedeli, ebbero soprattutto a cuore di predicare ed esaltare, in molteplice e meravigliosa gara, la somma santità, la dignità e l’immunità della Vergine da ogni macchia di peccato, e la sua piena vittoria sul crudelissimo nemico del genere umano. Per tale motivo, nello spiegare le parole con le quali Dio, fin dalle origini del mondo, annunziò i rimedi preparati dalla sua misericordia per la rigenerazione degli uomini, confuse l’audacia del serpente ingannatore e rialzò mirabilmente le speranze del genere umano: «Porrò inimicizia fra te e la donna, fra la stirpe tua e la stirpe di lei» (Gn 3, 15), essi insegnarono che con questa divina profezia fu chiaramente e apertamente indicato il misericordiosissimo Redentore del genere umano, cioè il Figlio unigenito di Dio, Gesù Cristo; fu designata la sua Beatissima Madre, la Vergine Maria; e fu insieme nettamente espressa l’inimicizia dell’uno e dell’altra contro il demonio. In conseguenza di ciò, come Cristo, mediatore fra Dio e gli uomini, assunta la natura umana, distrusse il decreto di condanna che c’era contro di noi, attaccandolo trionfalmente alla croce; così la Santissima Vergine, unita con Lui da un legame strettissimo e indissolubile, fu insieme con Lui e per mezzo di Lui, l’eterna nemica del velenoso serpente, e ne schiacciò la testa col suo piede immacolato.

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Lectio Divina: Grazia

31 ottobre 2017

Risultato immagine per maria, piena di grazia

Ti saluto, o piena di grazia (Lc 1,28)

11 febbraio 1858: presso Massabielle, un anfratto roccioso alla periferia di Lourdes, lungo il fiume Gave, Bemardetta Soubirous, umile ragazza di 14 anni, scorge una “bella Signora”: «Vidi attorno ad una grotta che i rami di un cespuglio si agitavano fortemente come per un forte vento, quando tutto all’intorno regnava la quiete. Contemporaneamente all’interno della cavità rocciosa uscì una nube d’oro luminosa e una bianca Signora, giovane e bella di cui non vidi l’eguale, venne a collocarsi sull’apertura, sopra il cespuglio. Mi guardò. Mi salutò con leggero inchino… Mi sorrideva con molta grazia e m’invitava più vicino. Io continuavo nella mia paura sebbene tanto diversa da quelle solite, tanto che sarei rimasta sempre lì ad ammirarla. Mentre pregavo l’osservavo più che potevo. Aveva l’aspetto di una giovanetta di sedici, diciassette anni. L’abito bianco fino ai piedi e stretto al collo. Il nastro azzurro dei fianchi le scendeva davanti, pure fino ai piedi. Un velo bianco le copriva il capo lasciando apparire pochi capelli e ricadeva dietro le spalle, lungo le braccia quasi fino all’estremità della veste…La Signora, viva e circondata di luce, finito il Rosario mi salutò sorridendo».

La incontrerà per ben 18 volte in quell’anno. Vivrà fino alla morte, che la coglierà a 35 anni, con la nostalgia di rivederne l’indimenticabile volto.
Il 25 marzo la Signora, «più bella che mai», svelerà in dialetto locale il suo nome alla veggente quasi analfabeta: « Io sono l’Immacolata Concezione».
Maria è la «donna vestita di sole» (Ap 12, 1) fulgente di bellezza, l’eccelsa figlia di Sion, l’arca dell’alleanza penetrata da Dio stesso, la «piena di grazia» (Lc 1, 28), lettera stupenda scritta del dito del Dio vivente e consegnata agli uomini (cf. 2 Cor 3,2-3).
«La lettera vivente di Dio che è Maria, comincia con una parola cosi vasta da racchiudere in sé, come un seme, tutta quanta la vita di lei. E la parola grazia. Entrando da lei, l’angelo disse: “Rallegrati piena di grazia”, e di nuovo: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia” (Lc 1,28.30).

L’angelo, nel salutarla, non chiama Maria per nome, ma la chiama semplicemente “piena di grazia” o “ricolmata di grazia” (kecharitomene); non dice: “Rallegrati, Maria”, ma dice: “Rallegrati, piena di grazia”.
Nella grazia è l’identità più profonda di Maria. Maria è colei che è “cara” a Dio (“caro”, come “carità” derivano dalla stessa radice di charis, che significa grazia!)… Maria è cosi la proclamazione vivente, concreta, che all’inizio di tutto, nei rapporti tra Dio e le creature, c’è la grazia. La grazia è il terreno ed il luogo in cui la creatura può incontrare il suo Creatore».(R. Cantalamessa,) La Chiesa chiama la Madonna “tota pulchra” con le parole del Cantico: «Come sei bella, amica mia, come sei bella.
Tutta bella tu sei, amica mia,
iin tè nessuna macchia» (Ct 4,1.7).

Maria è piena del favore divino, della presenza di Dio, il Signore è con lei più che in ogni altra creatura (cf. Lc 1, 28). Dio non le ha dato solo il suo favore, ma tutto se stesso nel proprio Figlio.
Ella risplende di quella bellezza che chiamiamo santità. Per la grazia divina, incontaminata che la ricolma, la santa Vergine si pone al di sopra di tutte le creature angeliche e terrestri. Dalla Chiesa latina è invocata col titolo di ” Immacolata”, da quella ortodossa col titolo di “Tutta santa” (Panaghia), per esprimere in lei l’assenza di ogni peccato anche di quello originale e in positivo per sottolineare nella sua persona la presenza di tutte le virtù in uno splendore straordinario.
Preservata da ogni macchia di peccato, rimane in eterno specchio terso della bellezza di Dio. Maria è«più giovane del peccato, più giovane della razza da cui è uscita» (G. Bemanos, Diario di un curato di campagna). Per questo la sua è una bellezza perenne, straordinaria, sconosciuta al mondo, assolutamente nuova.

Con la sua presenza di grazia si pone come immagine di novità, punto di riferimento e insieme segno di contraddizione per questi tempi confusi, pazzescamente assetati di bellezza e cosi stranamente contrassegnati dai risvolti negativi del peccato. La nostra epoca vuole bellezza, la persegue forsennatamente in tutte le maniere e… a ragione. L’uomo è fatto da Dio per la bellezza: si tratta di un’esigenza radicata nella sua natura. Ma per quale bellezza? Bellezza superficiale, apparente; o bellezza interiore, profonda? «Ai nostri giorni la cura del corpo non è più in vista di una fruizione estetica, come nell’antica Grecia, o di un piacere riservato a pochi, come nell’antica Roma. E diventato un fenomeno di massa.

Che cosa non si fa oggi per il benessere del corpo! Si può parlare addirittura di una sorta di ossessione per il corpo. Cammino per le strade e mi sento guardare da grandi manifesti e pubblicità mirate che mi promettono lo “star bene”; nelle farmacie, prodotti di ogni tipo per migliorare il tono, il rendimento, per ridare giovinezza; nelle edicole, riviste specializzate per la salute, la buona forma, la linea, lafitness. In continuo aumento il numero di palestre, di beauty center, sale e “oasi” per il relax e la meditazione profonda; nei negozi sportivi, accessori per jogging, tute ultimissime modello, costosi completi per i più diversi esercizi ginnici. Perché tutto ciò fa bene» (C. M. Martini).

Eppure, per paradosso, mai come nella nostra epoca che esalta fino al parossismo la corporeità, si è giunti ad una degradazione così umiliante del corpo stesso!
«Per quanto moltitudini di contemporanei si preoccupino ossessivamente della propria salute, finiscono per disprezzare di fatto la dignità ed il valore del corpo: tacitano le sue esigenze con meschini piaceri a pagamento ed eliminano le sue sofferenze attraverso calmanti e droghe disponibili su scala industriale. L’alternativa pare una sola: o ci si asservisce al corpo, sprofondando nell’ingordigia più grossolana, o lo si considera nemico al momento del dolore. La relazione dell’uomo con il suo corpo è andata via via disumanizzandosi, e la smania pianificatrice della nostra epoca sembra dare ragione alla boutade di Paul Valery: “Si direbbe che l’intelligenza sia la facoltà dell’anima meno capace di comprendere il corpo” » (G. Torello, Dalle mura di Gerico).

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LETTERA ENCICLICA DEUS CARITAS EST DEL SOMMO PONTEFICE BENEDETTO XVI AI VESCOVI AI PRESBITERI E AI DIACONI ALLE PERSONE CONSACRATE E A TUTTI I FEDELI LAICI SULL’AMORE CRISTIANO

30 ottobre 2017

SECONDA PARTE
CARITAS
L’ESERCIZIO DELL’AMORE
DA PARTE DELLA CHIESA
QUALE « COMUNITÀ D’AMORE

La carità della Chiesa come manifestazione dell’amore trinitario

19. « Se vedi la carità, vedi la Trinità » scriveva sant’Agostino [11]. Nelle riflessioni che precedono, abbiamo potuto fissare il nostro sguardo sul Trafitto (cfr Gv 19, 37; Zc 12, 10), riconoscendo il disegno del Padre che, mosso dall’amore (cfr Gv 3, 16), ha inviato il Figlio unigenito nel mondo per redimere l’uomo. Morendo sulla croce, Gesù — come riferisce l’evangelista — « emise lo spirito » (cfr Gv 19, 30), preludio di quel dono dello Spirito Santo che Egli avrebbe realizzato dopo la risurrezione (cfr Gv 20, 22). Si sarebbe attuata così la promessa dei « fiumi di acqua viva » che, grazie all’effusione dello Spirito, sarebbero sgorgati dal cuore dei credenti (cfr Gv 7, 38-39). Lo Spirito, infatti, è quella potenza interiore che armonizza il loro cuore col cuore di Cristo e li muove ad amare i fratelli come li ha amati Lui, quando si è curvato a lavare i piedi dei discepoli (cfr Gv 13, 1-13) e soprattutto quando ha donato la sua vita per tutti (cfr Gv 13, 1; 15, 13).

Lo Spirito è anche forza che trasforma il cuore della Comunità ecclesiale, affinché sia nel mondo testimone dell’amore del Padre, che vuole fare dell’umanità, nel suo Figlio, un’unica famiglia. Tutta l’attività della Chiesa è espressione di un amore che cerca il bene integrale dell’uomo: cerca la sua evangelizzazione mediante la Parola e i Sacramenti, impresa tante volte eroica nelle sue realizzazioni storiche; e cerca la sua promozione nei vari ambiti della vita e dell’attività umana. Amore è pertanto il servizio che la Chiesa svolge per venire costantemente incontro alle sofferenze e ai bisogni, anche materiali, degli uomini. È su questo aspetto, su questo servizio della carità, che desidero soffermarmi in questa seconda parte dell’Enciclica.

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

30 ottobre 2017

PARTE QUARTA
ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO


ELEVAZIONE 4
La Carità di Dio

“Radicati e fondati nella carità siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità…”

“Radicati e fondati nella carità siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità…”

La Carità di Dio, immensa, infinita, non poteva essere misurata dall’occhio umano, dallo sguardo dell’anima. Allora l’EssereAmore ha in qualche modo condensato questa Carità e, nel Cuore del Verbo Incarnato, l’ha resa visibile.

Gli esseri creati hanno potuto vedere in questo Cuore creato, ma degno d’adorazione e divino, l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’Amore Infinito.

Ampiezza: è Dio che abbraccia la moltitudine degli esseri. Non c’è una sola creatura che l’Amore Infinito non stringa fra le sue braccia; nessuna che egli non abbia voluta, guardata, amata; nessuna che non abbia dotata e provvista di tutto ciò che costituisce la sua forma e la sua esistenza.

Anzitutto l’angelo, creatura pura, spirito immateriale, fiamma di fuoco vivo. L’uomo, che unisce in sé l’anima immortale, intelligente, ragionevole, libera alla forma materiale di un corpo di carne; creatura ammirevole, che avvolge, con un velo passibile e mortale, un’anima spirituale, luce creata, vivificata dalla vita di Dio.

Poi l’animale, che cresce e si moltiplica sotto la benedizione di Dio ed è guidato con sicurezza dall’istinto verso il suo fine. L’albero delle foreste che avverte ad ogni primavera una linfa di vita salire nel suo tronco secolare, ed effondersi in verdi gemme; l’erba dei campi, che ondeggia sotto il vento, e fiorisce per la gloria del suo Creatore. Più in basso, i corpi inerti, che ricevono dal Principio divino la loro forma e il loro splendore.

Lunghezza: è la durata senza limite di questo Amore. Un giorno, le creature hanno iniziato a ricevere l’amore di Dio, e fu il giorno della creazione; ma, in Dio, l’amore per le creature non ha avuto inizio. Portava la loro idea in se stesso dall’eternità. Le amava, quindi, ben prima d’averle create. Le ha amate da quando le ha concepite nel suo pensiero. Ma le ha concepite un giorno? O non ha portato il loro ideale in se stesso fin da quando è stato Dio? E quando ha cominciato ad essere Dio?… Dall’eternità, senza inizio, l’Amore Infinito ha dunque avvolto le sue creature… Smetterà un giorno di amarle? Mai! L’amore in Dio è immutabile e senza vicissitudini. Ciò che ha amato una volta, lo ama sempre, e se qualche volta colpisce e sembra distruggere, è sempre l’amore che lo guida. Ha amato dall’eternità. Amerà fino all’eternità.

Lunghezza. Chi misurerà la lunghezza di questo Amore Infinito? Chi gli darà un inizio e un limite?… Lunghezza!… Ha sempre amato, amerà sempre, in eterno!

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AGOSTINO DI IPPONA Confessioni, Libro nono DA MILANO A OSTIA

30 ottobre 2017

A Ostia, durante il ritorno in Africa (Prima Parte)
Educazione di Monica

8. 17. Tu, che fai abitare in una casa i cuori unanimi, associasti alla nostra comitiva anche Evodio, un giovane nativo del nostro stesso municipio. Agente nell’amministrazione imperiale, si era rivolto a te prima di noi, aveva ricevuto il battesimo e quindi abbandonato il servizio del secolo per porsi al tuo. Stavamo sempre insieme e avevamo fatto il santo proposito di abitare insieme anche per l’avvenire. In cerca anzi di un luogo ove meglio operare servendoti, prendemmo congiuntamente la via del ritorno verso l’Africa. Senonché presso Ostia Tiberina mia madre morì. Tralascio molti avvenimenti per la molta fretta che mi pervade. Accogli la mia confessione e i miei ringraziamenti, Dio mio, per innumerevoli fatti, che pure taccio. Ma non tralascerò i pensieri che partorisce la mia anima al ricordo di quella tua serva, che mi partorì con la carne a questa vita temporale e col cuore alla vita eterna. Non discorrerò per questo di doni suoi, ma di doni tuoi a lei, che non si era fatta da sé sola, né da sé sola educata. Tu la creasti senza che neppure il padre e la madre sapessero quale figlia avrebbero avuto; e l’ammaestrò nel tuo timore la verga del tuo Cristo, ossia la disciplina del tuo Unigenito, in una casa di credenti, membro sano della tua Chiesa. Più che le premure della madre per la sua educazione, ella soleva esaltare quelle di una fantesca decrepita, che aveva portato suo padre in fasce sul dorso, ove le fanciulle appena grandicelle usano portare i piccini. Questo precedente, insieme all’età avanzata e alla condotta irreprensibile, le avevano guadagnato non poco rispetto da parte dei padroni in quella casa cristiana. Quindi le fu affidata l’educazione delle figliuole dei padroni, cui attendeva diligentemente, energica nel punire all’occorrenza con ben ispirata severità e piena di buon senso nell’ammaestrare. Ad esempio, fuori delle ore in cui pasteggiavano a tavola, molto parcamente, con i genitori, non le lasciava bere nemmeno l’acqua, anche se fossero riarse dalla sete. Mirava così a prevenire una brutta abitudine e aggiungeva con saggia parola: “Ora bevete acqua, perché non disponete di vino; ma una volta sposate e divenute padrone di dispense e cantine, l’acqua vi parrà insipida, ma il vezzo di bere s’imporrà”. Con questo genere di precetti e con autorità di comando teneva a freno l’ingordigia di un’età ancora tenera e uniformava la stessa sete delle fanciulle alla regola della modestia, fino a rendere per loro nemmeno gradevole ciò che non era onorevole.

Monica corretta dal vizio di bere
8. 18. Tuttavia si era insinuato in mia madre, secondo che a me, suo figlio, la tua serva raccontava, si era insinuato il gusto del vino. Quando i genitori, che la credevano una fanciulla sobria, la mandavano ad attingere il vino secondo l’usanza, essa, affondato il boccale dall’apertura superiore della tina, prima di versare il liquido puro nel fiaschetto, ne sorbiva un poco a fior di labbra. Di più non riusciva senza provarne disgusto, poiché non vi era spinta minimamente dalla golosità del vino, bensì da una smania indefinibile, propria dell’età esuberante, che esplode in qualche gherminella e che solo la mano pesante degli anziani reprime di solito negli animi dei fanciulli. Così, aggiungendo ogni giorno un piccolo sorso al primo, come è vero che a trascurare le piccole cose si finisce col cadere, sprofondò in quel vezzo al punto che ormai tracannava avidamente coppette quasi colme di vino puro. Dov’era finita la sagace vecchierella, con i suoi energici divieti? Ma quale rimedio poteva darsi contro una malattia occulta, se non la vigile presenza su di noi della tua medicina, Signore? Assenti il padre, la madre, le nutrici, tu eri presente, il Creatore, che ci chiami, che pure attraverso le gerarchie umane operi qualche bene per la salute delle anime. In quel caso come operasti, Dio mio? donde traesti il rimedio, donde la salute? Non ricavasti da un’altra anima un duro e acuminato insulto, che come ferro guaritore uscito dalle tue riserve occulte troncò la cancrena con un colpo solo? L’ancella che accompagnava abitualmente mia madre alla tina, durante il litigio, come avviene, a tu per tu con la piccola padrona, le rinfacciò il suo vizio, chiamandola con l’epiteto davvero offensivo di beona. Fu per la fanciulla una frustata. Riconobbe l’orrore della propria consuetudine, la riprovò sull’istante e se ne spogliò. Come gli amici corrompono con le adulazioni, così i nemici per lo più correggono con le offese, e tu non li ripaghi dell’opera che compi per mezzo loro, ma dell’intenzione che ebbero per conto loro. La fantesca nella sua ira desiderò esasperare la piccola padrona, non guarirla, e agì mentre erano sole perché si trovavano sole dove e quando scoppiò il litigio, oppure perché non voleva rischiare di scapitarne anch’essa per aver tardato tanto a rivelare il fatto. Ma tu, Signore, reggitore di ogni cosa in cielo e in terra, che volgi ai tuoi fini le acque profonde del torrente, il torbido ma ordinato flusso dei secoli, mediante l’insania stessa di un’anima ne risanasti un’altra. La considerazione di questo episodio induca chiunque a non attribuire al proprio potere il ravvedimento provocato dalle sue parole in un estraneo che vuole far ravvedere.

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Lectio Divina: Ha Creduto

29 ottobre 2017

Risultato immagine per beata colei che ha creduto

“Beata colei che ha creduto” (Lc 1,45)

II Trattato della vera devozione a Maria di San Luigi Maria di Montfort con le sue circa 300 edizioni in 30 lingue, va annoverato tra i libri più universalmente conosciuti e amati del cattolicesimo contemporaneo; ha plasmato nella fede e nell’amore a Cristo generazioni di cristiani, ha forgiato apostoli del regno di Cristo, tra cui Karol Woityla l’operaio polacco della fabbrica di Solvay famoso per aver sporcato di soda quel libretto a forza di rileggerlo e sfogliarlo.

L’illustre autore francese, riassumendo nella parte finale il contenuto dell’opera, ricorda che l’espressione della più vera devozione alla Madre di Dio consiste nel «compiere le proprie azioni “con Maria”. Bisogna cioè levare gli occhi a Maria come al modello di ogni virtù e perfezione, plasmato espressamente dallo Spirito Santo perché le nostre deboli forze potessero imitarlo. In ogni azione, dunque, occorre chiedersi quale sia stato o quale sarebbe l’atteggiamento di Maria nelle nostre stesse circostanze. A tal fine bisogna studiare e meditare le grandi virtù da lei esercitate nel corso della vita terrena.

Fra tutte queste virtù spicca in modo particolare la “fede viva” per cui credette senza esitare alla parola dell’Angelo e credette fedelmente e costantemente fino ai piedi della croce sul Calvario».
Maria di Nazareth è grande agli occhi di Dio e delle generazioni cristiane prima e sopra ogni altra cosa per la sua fede (cf. Lc 1,48).

La cugina Elisabetta risponde al saluto di Maria venuta a farle visita dopo l’annuncio dell’angelo, riconoscendo e proclamando per impulso dello Spirito Santo la verità su quell’umile vergine: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (Lc 1,45). Maria è entrata nel mistero di Cristo perché ha creduto, si è totalmente abbandonata alla volontà di Dio, si è fidata di Lui perdutamente: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38).
«Probabilmente sono le parole più belle della Scrittura. È certamente cosa temeraria pretendere di captare e portare alla luce la carica di profondità contenuta in esse.

“Sono la serva”. La serva non ha diritti. I diritti della serva sono posti nelle mani del suo Signore. Alla serva non tocca prendere iniziative, bensì accettare le decisioni del Signore. Sono una “povera di Dio”. Sono la creatura più povera della terra, e quindi la creatura più libera del mondo. Non ho una volontà mia. La volontà del mio Signore è la mia volontà e la volontà di tutti voi è la mia volontà; sono la serva di tutti: in che posso servirvi? Sono la Signora del mondo, perché sono la serva del mondo.

“Avvenga di me”: anche grammaticalmente, Maria usa la forma passiva. Con questa dichiarazione la Madre si offre in possesso libero e disponibile. E dimostra, in tale modo, una tremenda fiducia, un abbandono audace e temerario nelle mani del Padre, accettando tutti i rischi, sottomettendosi a tutti gli eventi e congiunture che il futuro potrà arrecare.

Nel fiat! è racchiuso molto… vi palpitano una consacrazione universale, un donarsi senza riserve e senza limiti, un accettare con le braccia levate in alto qualsiasi evento, anche inaspettato, voluto o permesso dal Padre».
Risposta generosa.
Abbandono audace.
Obbedienza della fede.

Ecco le qualità essenziali della «benedetta fra le donne» (Lc 1, 42), della «serva del Signore» (Lc 1,38) interamente soggetta alla divina volontà, «più felice di ricevere la fede di Cristo che di concepire la carne di Cristo» (San Agostino).
«A Dio che rivela è dovuta “l’obbedienza della fede” (Rm 16, 26; cf. Rm 1, 5; 2 Cor 10, 5-6), per la quale l’uomo si abbandona a Dio tutto intero liberamente”, come insegna il Concilio. Questa descrizione della fede trovò una perfetta attuazione in Maria. Il momento “decisivo” fu l’annunciazione, e le stesse parole di Elisabetta: “E beata colei che ha creduto” si riferiscono in primo luogo proprio a questo momento.

Nell’annunciazione, infatti, Maria si è abbandonata a Dio completamente, manifestando “l’obbedienza della fede” a colui che le parlava mediante il suo messaggero e prestando “il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà”. Ha risposto, dunque, con tutto il suo “io” umano, femminile, ed in tale risposta di fede erano contenute una perfetta cooperazione con “la grazia di Dio che previene e soccorre” e una perfetta disponibilità all’azione dello Spirito Santo, il quale “perfeziona continuamente la fede mediante i suoi doni”.

Questo fìat di Maria – “avvenga di me” – ha deciso dal lato umano il compimento del mistero divino. C’è una piena consonanza con le parole del Figlio, che secondo la Lettera agli Ebrei, entrando nel mondo, dice al Padre: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato… Ecco, io vengo… per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10, 5-7)» (Giovanni Paolo II, enc. Redemptoris Mater).

In Maria la fede non è rimasta una nozione, una cognizione superficiale, un’adesione di facciata; è divenuta invece obbedienza fattiva, estrema concretezza. La vergine di Nazareth si è giocata completamente per Dio, si è affidata perdutamente alla divina Parola, si è trasformata in offerta viva alla volontà del Padre. Dio le ha chiesto tutto, letteralmente tutto: mente, cuore, forze, intelligenza, volontà, vita; e la schiava del Signore nell’obbedienza della fede, nella disponibilità dell’abbandono, si è consegnata in pienezza al disegno dell’Altissimo, ha dato assolutamente tutto e senza possibilità di ritorno.

Fortunata Maria, la donna del sì incondizionato a Dio!
Ma pure «beati noi, perché lei ha creduto!» (K. Rahner) La vita, la luce, la grazia ci è venuta per la sua adesione fiduciosa alla volontà del Padre di ogni bene.
Felici noi se con Maria ci lasciamo coinvolgere nel vortice dell’obbedienza della fede!. Se non mettiamo limiti alle divine comunicazioni e non sottraiamo nulla alle esigenze di un amore puro, generoso, santo.

L’uomo è creato da Dio per amore proprio per entrare in intimo rapporto con Lui. La relazione con Dio non è qualcosa che si aggiunge dall’esterno all’essere-uomo, è invece la proprietà costitutiva della sua natura.
Ora, se la caratteristica essenziale dell’uomo sta nella sua relazione con Dio sul piano dell’essere, per realizzarsi pienamente egli deve vivere e sviluppare tale rapporto anche sul piano dell’esistere.

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

28 ottobre 2017

PARTE QUARTA
ELEVAZIONI SULL’AMORE INFINITO E IL SACERDOZIO

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ELEVAZIONE 3
Duplice movimento dell’Amore Infinito

Dio è Amore. Questo Amore, che è la sua essenza, fa, nello stesso tempo, sia l’Unità della natura che la Trinità delle persone. Questo Amore Infinito, vivente e vivificante, vivente in sé e per se stesso e vivificante fuori di sé, non tende soltanto per natura propria alla comunicazione, ma è, per l’intensità della sua vita e della sua immortale fecondità, la comunicazione stessa.
L’Amore Infinito, poiché è vivente e fecondo, è un movimento. Questo movimento si compie in Dio stesso per la comunicazione delle tre persone. è come una circolazione ininterrotta che va dal Padre al Figlio e allo Spirito. E’ un unico movimento vitale, così rapido e intenso che al primo sguardo sembrerebbe immobilità. Questo movimento d’amore si compie anche fuori dell’intimità di Dio. L’opera più perfetta uscita da questo movimento d’amore è l’umanità di Gesù.

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AGOSTINO DI IPPONA Confessioni, Libro nono DA MILANO A OSTIA

28 ottobre 2017

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A Cassiciaco, dopo la conversione (seconda parte)

Lettura dei salmi
4. 8. Quali grida, Dio mio, non lanciai verso di te leggendo i salmi di Davide, questi canti di fede, gemiti di pietà contrastanti con ogni sentimento d’orgoglio! Novizio ancora al tuo genuino amore, catecumeno ozioso in villa col catecumeno Alipio e la madre stretta al nostro fianco, muliebre nell’aspetto, virile nella fede, vegliarda nella pacatezza, materna nell’amore, cristiana nella pietà, quali grida non lanciavo verso di te leggendo quei salmi, quale fuoco d’amore per te non ne attingevo! Ardevo del desiderio di recitarli, se potessi, al mondo intero per abbattere l’orgoglio del genere umano. Ma lo sono, cantati nel mondo intero, e nessuno si sottrae al tuo calore. Come era violento e aspro di dolore il mio sdegno contro i manichei, che tosto si mutava in pietà per la loro ignoranza dei nostri misteri, dei nostri rimedi, per il loro pazzo furore contro un antidoto che avrebbe potuto salvarli! Avrei voluto averli vicini da qualche parte in quel momento, e che a mia insaputa osservassero il mio volto, udissero le mie grida mentre nella quiete di quelle giornate leggevo il salmo quarto, e percepissero l’effetto che producevano in me le sue parole: Ti invocai e mi esaudisti, Dio della mia giustizia; nell’angustia mi apristi un varco. Abbi pietà di me, Signore, esaudisci la mia preghiera; ma che udissero a mia insaputa, altrimenti avrebbero potuto intendere come dette per loro le parole che intercalavo a quelle del salmo. Invece davvero non le avrei dette, o le avrei dette diversamente, se avessi sentite su me le loro orecchie e i loro occhi; o, se dette, non le avrebbero intese quali le dicevo a me e fra me innanzi a te, espressione dell’intimo sentimento della mia anima.

Riflessioni sul Salmo quattro
4. 9. Rabbrividii di paura e insieme ribollii di speranza e giubilo nella tua misericordia, Padre; e tutti questi sentimenti si esprimevano attraverso i miei occhi e la mia voce alle parole che il tuo spirito buono dice rivolto a noi: “Figli degli uomini, fino a quando avrete i cuori gravati? Sì, perché amate la vanità e cercate la menzogna?”. Io avevo amato appunto la vanità e cercato la menzogna, mentre tu, Signore, avevi già esaltato il tuo Santo, risuscitandolo dai morti e collocandolo alla tua destra, affinché inviasse dal cielo chi aveva promesso, il Paracleto, spirito di verità. L’aveva già inviato, ma io lo ignoravo. L’aveva già inviato, per essere già stato esaltato risorgendo dai morti e ascendendo al cielo. Prima lo Spirito non era stato ancora dato, perché Gesù non era stato ancora glorificato. Grida il profeta: “Fino a quando avrete i cuori gravati? Sì, perché amate la vanità e cercate la menzogna? Sappiate che il Signore ha esaltato il suo Santo”; grida: “Fino a quando”, grida: “Sappiate”, e io per tanto tempo, ignaro, amai la vanità e recai la menzogna. Perciò un brivido mi corse tutto all’udirlo. Ricordavo di essere stato simile a coloro, cui sono rivolte queste parole; gli inganni che avevo preso per verità, erano vanità e menzogna. Perciò feci risuonare a lungo, profonde e forti, le mie grida nel dolore del ricordo. Oh, se le avessero udite coloro che amano tuttora la vanità e cercano la menzogna! Forse ne sarebbero rimasti turbati e l’avrebbero rigettata; tu li avresti esauditi, quando avessero levato il loro grido verso di te, poiché morì per noi della vera morte della carne Chi intercede per noi presso di te.
4. 10. Al leggere: “Adiratevi e non peccate”, quanto mi turbavo, Dio mio! Avevo ormai imparato ad adirarmi contro me stesso dei miei trascorsi per non peccare in avvenire, e con giusta ira, perché in me non peccava per mezzo mio una natura estranea, della razza delle tenebre, secondo le asserzioni di coloro che, non adirandosi contro se stessi, accumulano un patrimonio d’ira per il giorno dell’ira e della proclamazione del tuo giusto giudizio. Il mio bene non era più fuori di me, né lo cercavo più in questo sole con gli occhi della carne. Quanti pretendono di avere gioia fuori di sé, facilmente si disperdono, riversandosi sulle cose visibili e temporali e lambendo la loro apparenza con immaginazione famelica. Oh se, spossati dal digiuno, chiedessero: “Chi ci mostrerà il bene?”. Rispondiamo loro, e ci ascoltino: “In noi è impresso il lume del tuo volto, Signore”. Non siamo noi il lume che illumina ogni uomo, ma siamo illuminati da te per renderci, da tenebre che fummo un tempo, luce in te. Oh se vedessero nel loro interno l’eterno, che io, per averlo gustato, fremevo di non poter mostrare a loro; se mi portassero il cuore, che hanno negli occhi, quindi fuori di loro, lontano da te, e chiedessero: “Chi ci mostrerà il bene?”. Là infatti, ove avevo concepito l’ira contro me stesso, dentro, nella mia stanza segreta, ove ero stato punto dalla contrizione, ove avevo immolato in sacrificio la parte vecchia di me stesso e fidando in te avevo iniziato la meditazione del mio rinnovamento, là mi avevi fatto sentire dapprima la tua dolcezza e avevi messo la gioia nel mio cuore. Gridavo, leggendo esteriormente queste parole e comprendendole interiormente, né volevo moltiplicarmi nei beni terreni, divorando il tempo e divorato dal tempo, mentre avevo nell’eterna semplicità un diverso frumento e vino e olio.
4. 11. Il verso seguente strappava un alto grido dal mio cuore: Oh, nella pace, oh, nell’Essere stesso…: oh, quali parole:… mi addormenterò e prenderò sonno! Chi potrà mai resisterci, quando si attuerà la parola che fu scritta: La morte è stata assorbita nella vittoria? Tu sei veramente quell’Essere stesso, che non muti; in te è il riposo oblioso di tutti gli affanni, poiché nessun altro è con te né si devono cogliere le altre molteplici cose che non sono ciò che tu sei; ma tu, Signore, mi hai stabilito, unificandomi nella speranza. Leggevo e ardevo e non trovavo modo di agire con quei morti sordi, al cui novero ero appartenuto anch’io, pestifero, aspro e cieco nel latrare contro le tue Scritture dolci del dolce miele celeste, e del lume tuo luminose. Mi consumavo, pensando ai nemici di tanto scritto.

Improvvisa guarigione d’un male ai denti
4. 12. Quando ricorderò tutti gli avvenimenti di quei giorni di vacanza? Non li ho però dimenticati, né tacerò la durezza del tuo flagello e la mirabile prestezza della tua misericordia. Mi torturavi allora con un male ai denti. Quando si aggravò tanto che non riuscivo a parlare, mi sorse in cuore il pensiero d’invitare tutti i miei là presenti a scongiurarti per me, Dio d’ogni salvezza. Lo scrissi sopra una tavoletta di cera, che consegnai loro perché leggessero, e appena piegammo le ginocchia in una supplica ardente, il dolore scomparve. Ma quale dolore? o come scomparve? Ne fui spaventato, lo confesso, Signore mio e Dio mio, perché non mi era mai capitato nulla di simile da quando ero venuto al mondo. S’insinuarono così nel profondo del mio essere i tuoi ammonimenti, e giulivo nella fede lodai il tuo nome. Quella fede tuttavia non mi permetteva di essere tranquillo riguardo ai miei peccati anteriori, perché non mi erano stati ancora rimessi mediante il tuo battesimo.

Dimissioni dall’insegnamento
5. 13. Al termine delle vacanze vendemmiali avvertii i milanesi di provvedersi un altro spacciatore di parole per i loro studenti, poiché io avevo scelto di passare al tuo servizio e non ero più in grado di esercitare quella professione per la difficoltà di respirare e il male di petto. Con una lettera informai il tuo vescovo, il santo Ambrogio, dei miei errori passati e della mia intenzione presente, chiedendogli consiglio sui tuoi libri che più mi conveniva di leggere per meglio prepararmi e dispormi a ricevere tanta grazia. Mi prescrisse la lettura del profeta Isaia, credo perché fra tutti è quello che preannunzia più chiaramente il Vangelo e la chiamata dei gentili. Trovandolo però incomprensibile all’inizio e supponendo che fosse tutto così, ne rinviai la lettura, per riprenderla quando fossi addestrato meglio nel linguaggio del Signore.

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Lectio Divina: Il Discepolo

27 ottobre 2017

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«Il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19,27)

«I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: “Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte”. E i soldati fecero proprio cosi. Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a Lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre! “. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: “Ho sete”. Vi era là un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: “Tutto è compiuto!”. E, chinato il capo, spirò» (Gv 19, 25-30).

L’evangelista prima di focalizzare l’attenzione sulla madre di Gesù e “il discepolo che egli amava” in una scena dagli accenti solenni e commoventi, descrive la divisione delle vesti di Cristo e il sorteggio della sua tunica da parte dei quattro soldati che l’avevano crocifisso. Una piccola particella greca (mén=mentre) posta alla fine del brano che vede per protagonisti i soldati (cf. Gv 19,24), di solito trascurata dai traduttori, fa capire che la scena della tunica e quella successiva della madre sono contemporanee.

Mentre la morte si avvicina, dall’alto della croce Gesù sta per pronunciare parole importanti, decisive, le ultime: come un testamento solenne per l’umanità, il tesoro più grande della sua vita. Il Figlio di Dio non è preoccupato per sé, non è concentrato sui suoi dolori; gli atroci tormenti della passione e crocifissione non lo rinchiudono in se stesso. Sta per offrirsi in sacrificio per tutti (cf. Lc 22, 19-20), non può non pensare alla moltitudine di coloro che sperano in Lui (cf. Mc 14, 24).

Nella prima delle sue parole dà agli uomini la grande promessa del perdono (cf. Lc 23, 34), nella seconda spalanca le porte del regno dei cieli ad un malfattore appeso come Lui al patibolo (cf. Lc 23, 43), quasi a garantire che nessuno è escluso dall’abbraccio d’amore che sprigiona dalla potenza della sua croce.

Gesù non può spirare senza aver adempiuto fino in fondo la volontà del Padre, senza che prima «tutto» sia compiuto (Gv 19, 30). Deve ancora fare il regalo più bello all’umanità. Nudo sulla croce, staccato da tutto, appeso fra il cielo e la terra, non possiede più nulla se non una madre, sua madre Maria, e si appresta a donarcela come il bene più prezioso e caro. Preparata dall’eterna sapienza del Padre per donare al Figlio unigenito il corpo di carne per opera dello Spirito Santo, ora, secondo il disegno d’amore del Padre, Maria viene offerta a noi come madre sulla croce dal Figlio nello Spirito, per prolungare sull’umanità redenta la stessa materna e premurosa sollecitudine che riversava nella pienezza dei tempi sul frutto del suo grembo.

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