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Araldo del Divino Amore, Libro V / Capitolo IV

17 ottobre 2019

FELICE MORTE DI S. MATILDE, CANTRICE DEL MONASTERO
Quando Matilde devotissima maestra di coro, ricca di buone opere e tutta piena di Dio fu mortalmente inferma, volle, circa un mese prima del suo trapasso, seguire secondo una sua pia abitudine, l’esercizio della morte, composto da Geltrude. Una domenica, dopo essersi comunicata, ella consegnò la sua ultima ora alla divina misericordia.
Geltrude pregò per lei e vide in spirito, che il Signore aveva attratto per sua divina virtù, l’anima di Matilde e l’aveva poi rimandata al suo corpo per prolungare ancora un po’ la sua santa vita. Geltrude chiese a Gesù: « Perché vuoi, amato Signore, ch’ella rimanga ancora in terra? ». Egli rispose: « Perchè voglio completare ciò che la mia divina Provvidenza ha stabilito di operare in essa. A tal fine ella mi servirà in tre maniere: mi offrirà cioè il riposo dell’umiltà, il banchetto della pazienza e il sollievo di diverse virtù. Per esempio in tutto quello che vedrà e sentirà del prossimo, ne farà motivo dil umiltà, ponendosi al di sotto di tutte, facendomi così gustare un riposo delizioso nel suo cuore e nell’anima sua. Ella inoltre si mostrerà serena nelle sofferenze e tribulazioni, le accoglierà con amore, sostenendo volentieri ogni pena: mi preparerà così un banchetto sontuosamente servito. Infine nella generosa pratica di altre virtù, Matilde mi offrirà un riposo che sarà la delizia della mia Divinità ».
Un’altra volta; dovendosi Matilde comunicare, Geltrude chiese al Signore che cosa avesse in essa operato. Egli rispose: « Mi riposo fra i suoi dolci amplessi, come su di un letto nuziale ». Geltrude comprese che la camera nuziale ove l’anima riposava in Dio e Dio nell’anima, era la disposizione costante che la portava, fra pene e dolori continui, a confidare nella bontà di Dio, a credere che la divina misericordia dirigeva tutto per suo bene, a ringraziare il Signore e ad abbandonarsi con fiducia nella sua paterna Provvidenza.
Siccome Matilde peggiorava rapidamente e verso sera soffriva assai di cuore, veniva compassionata dalle consorelle che s’avvicinavano, vedendola fra tanti dolori. Ma ella le consolò dicendo: « Non piangete e non attristatevi a mio riguardo, mie dilette, perchè compatisco talmente alla vostra desolazione che, se fosse la Volontà del nostro dolce Sposo, vorrei vivere sempre nonostante questi dolori, per potere continuare a consolarvi in tutto ».
Altra volta insistettero presso la malata, perchè prendesse una medicina che si credeva dovesse farle bene. Ella cedette nonostante la sua estrema ripugnanza, ma appena sorbito il farmaco, i suoi dolori. crebbero. Geltrude bramò sapere all’indomani come Gesù avrebbe ricompensato l’amabile accondiscendenza della malata. Il Salvatore rispose: « Col dolore che quella medicina le ha prodotto, ho composto un rimedio salutare per tutti i peccatori del mondo, per le anime del purgatorio ».

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Il mio Ideale: Gesù, Figlio di Maria. (Padre Emilio Neubert, Santo Marianista)./Libro IV, Capitolo VI

17 ottobre 2019

Maria: Figlio mio, impara a parlare da vero apostolo per diffondere intorno a te lo spirito di Cristo. Non dire: «Mi mancano le occasioni». Le oc­casioni ci sono, ma bisogna scoprirle; e se pro­prio non ci fossero bisognerà crearle. Figlio della luce, hai forse bisogno di essere addestrato dai figli delle tenebre? Essi sanno ben trovare dappertutto occasioni per diffondere le loro perverse dottrine: nell’in­timità di un colloquio, per la pubblica strada, sul posto di lavoro, in viaggio, negli stessi loro passatempi. Ciò che possono quelli per rovina­re, non lo puoi tu per salvare? Bada bene: se ti credi incapace di farlo, ciò che ti manca non è l’occasione, ma il sacro ar­dore dell’apostolato. Vieni a ravvivarlo al Calvario e troverai tante occasioni di farlo sprigionare intorno a te.

   2. Per parlare da apostolo, non è necessario predicare. Parla in ogni incontro secondo le tue cristiane convinzioni: a proposito delle persone, delle co­se, degli avvenimenti. Pensa coi pensieri stessi di Cristo e non temere di manifestare il tuo pen­siero. Discuti raramente; non umiliare mai l’avver­sario. Esponi con semplicità le tue idee. La verità è per se stessa attraente, perché la verità rende liberi. Per se stessa la verità conqui­sta le menti, perché il suo splendore ne favorisce l’adesione. Non credere che occorrano ordinariamente lunghi discorsi: una breve spiegazione, un mo­desto consiglio, una semplice riflessione, talvol­ta una sola esclamazione possono bastare a pro­durre la luce in una anima sincera.

   3. Non ti scordare che a convincere l’avversa­rio gioveranno meno i tuoi argomenti che la tua persona. Parla semplicemente, ma coraggiosamente: tu possiedi la Verità. Ti si senta profondamente convinto di ciò che dici: sarai creduto facilmente se sarai coerente nell’uniformare la tua condotta ai tuoi discorsi. Ti si veda desideroso non di riportare una vit­toria, ma di essere utile ai tuoi ascoltatori. Studia senza posa la dottrina di Cristo, per poterle rendere una sempre più credibile testi­monianza. Fa’ che sia riconosciuto da tutti il tuo valore professionale: se ti mostrerai competente nella tua arte o professione avrai più credito anche nelle tue convinzioni religiose.

   4. Solo con un lungo tirocinio si diventa mae­stri nell’apostolato della parola. Prima di ogni conversazione pregami di ispi­rarti ciò che dovrai dire. Dopo la conversazione esamina dinanzi a me se hai saputo rendere qualcuno o migliore o più felice, e prevedi come potresti far meglio un’al­tra volta. Quanto più docilmente ti lascerai guidare da me in questo tirocinio, tanto più rapidi ed effi­caci saranno i tuoi progressi: solo per mio mez­zo diventerai un vero apostolo di Gesù.

Invito al colloquio: O Maria, lo confesso, non mi sono dato pensiero, come avrei dovuto, di diffondere attorno a me la dot­trina di tuo Figlio, perché nelle mie relazioni con il prossimo non ho cercato altro che me stesso. D’ora in poi penserò a Gesù e a chi mi sta dinanzi. Ti invoche­rò prima di parlare e tu mi detterai ciò che dovrò dire.

Catechismo della Chiesa Cattolica . Parte Terza La Vita in Cristo, Sezione Seconda i Dieci Comandamenti

17 ottobre 2019

Esodo 20,2-17 Deuteronomio 5,6-21 Formula catechistica

Io sono il Signore tuo Dio
che ti ho fatto uscire
dal paese d’Egitto,
dalla condizione di schiavitù.
Io sono il Signore tuo Dio
che ti ho fatto uscire
dal paese di Egitto,
dalla condizione servile.
Io sono il Signore Dio tuo:

Non avrai
altri dei di fronte a me.
Non ti farai
idolo né immagine alcuna
di ciò che è lassù nel cielo,
né di ciò che è quaggiù sulla terra,
né di ciò che è nelle acque,
sotto terra.
Non ti prostrerai
davanti a loro
e non li servirai.
Perché io, il Signore,
sono il tuo Dio,
un Dio geloso,
che punisce la colpa dei padri
nei figli
fino alla terza
e alla quarta generazione,
per coloro che mi odiano,
ma che dimostra il suo favore
fino a mille generazioni, per coloro
che mi amano e osservano
i miei comandamenti.
Non avere
altri dei di fronte a me…
1 Non avrai altro Dio
fuori di me.

Non pronuncerai
invano il nome
del Signore tuo Dio,
perché il Signore non lascerà
impunito chi
pronuncia il suo nome invano.
Non pronunciare invano
il nome del Signore
tuo Dio…
2 Non nominare
il nome di Dio invano

Ricordati del giorno
di sabato per santificarlo.
Sei giorni
faticherai
e farai ogni tuo lavoro;
ma il settimo giorno
è il sabato
in onore del Signore, tuo Dio.
Tu non farai alcun lavoro,
né tu, né tuo figlio, né tua figlia,
né il tuo schiavo, né la tua schiava,
né il tuo bestiame, né il forestiero
che dimora presso di te.
Perché in sei giorni
il Signore ha fatto
il cielo e la terra e il mare
e quanto è in essi,
ma si è riposato il giorno settimo.
Perciò il Signore
ha benedetto il giorno di sabato
e lo ha dichiarato sacro.
Osserva il giorno di sabato
per santificarlo…
3 Ricordati di
santificare le feste.

Onora tuo padre e tua madre
perché si prolunghino
i tuoi giorni nel paese
che ti dà
il Signore, tuo Dio.
Onora tuo padre
e tua madre…
4. Onora il padre
e la madre.

Non uccidere. Non uccidere. 5. Non uccidere.

Non commettere Non commettere 6. Non commettere
adulterio. adulterio. atti impuri.

Non rubare. Non rubare. 7. Non rubare.

Non pronunciare
falsa testimonianza
contro il tuo prossimo.
Non pronunciare
falsa testimonianza
contro il tuo prossimo.
8. Non dire
falsa testimonianza.

Non desiderare
la casa del tuo prossimo.
Non desiderare
la moglie del tuo prossimo,
né il suo schiavo,
né la sua schiava,
né il suo bue, né il suo asino,
né alcuna cosa
che appartenga al tuo prossimo.
Non desiderare
la moglie del tuo prossimo.
9. Non desiderare
la donna d’altri.

Non desiderare alcuna
delle cose
che sono del tuo prossimo.
10. Non desiderare
la roba d’altri.

“Maestro, che devo fare…?”

2052 “Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?”. Al giovane che gli rivolge questa domanda, Gesù risponde innanzitutto richiamando la necessità di riconoscere Dio come “il solo Buono”, come il Bene per eccellenza e come la sorgente di ogni bene. Poi Gesù gli dice: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”. Ed elenca al suo interlocutore i comandamenti che riguardano l’amore del prossimo: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre”. Infine Gesù riassume questi comandamenti in una formulazione positiva: “Ama il prossimo tuo come te stesso” ( ⇒ Mt 19,16-19 ).

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Il Paradiso/ di Piero Ferrucci, La forza della gentilezza. Oscar Mondadori 2005

17 ottobre 2019

Un uomo è stufo della sua vita con la moglie ed i figli. La moglie lo domina e lo vessa, i figli lo disprezzano, gli ridono dietro. Si sente una vittima e pensa che sia venuto per lui il momento di cercare la Gerusalemme celeste, il paradiso.

Dopo molte ricerche, trova un vecchio saggio che gli spiega la strada in dettaglio. Il paradiso c’è, eccome, ed è nel tal posto. Bisogna fare parecchia strada, ma con un bel po’ di fatica ci si arriva.

L’uomo si mette in cammino. Di giorno marcia, e la notte, stanchissimo si ferma in una locanda per dormire. Siccome è un uomo molto preciso, decide, la sera prima di coricarsi, di disporre le sue scarpe già orientate verso il paradiso, per essere ben sicuro di non perdere la direzione giusta.

Durante la notte, però, mentre lui dorme, un diavoletto dispettoso entra in azione e gli gira le scarpe nella direzione opposta.

La mattina dopo l’uomo si sveglia, guarda le scarpe, che gli paiono orientate in maniera diversa rispetto alla sera prima, ma non ci fa troppo caso, e riprende il cammino, che ora è nella direzione contraria a quella del giorno precedente, verso il punto di partenza.

A mano a mano che procede, il paesaggio diventa sempre più familiare. Ad un certo punto arriva nel paese dove è sempre vissuto, che però crede sia il paradiso. Come assomiglia al suo paese il paradiso! Siccome è il paradiso, tuttavia, ci si trova bene e gli piace moltissimo.

Poi vede la sua vecchia casa, e pensa: «Come assomiglia alla mia vecchia casa!». Ma siccome è il paradiso gli piace moltissimo.

Lo accolgono sua moglie e i suoi figli, e anche loro assomigliano a sua moglie e ai suoi figli! E si stupisce che in paradiso tutto assomigli a quello che c’era prima. Però, siccome è il paradiso tutto è bellissimo. La moglie è una persona deliziosa, i figli sono straordinari; tutti sono pieni di qualità e aspetti che nel vivere quotidiano egli non avrebbe mai sospettato possedessero.

E così tra sé e sé riflette: «È strano come qui in paradiso tutto assomigli a ciò che c’era nella mia vita di prima in modo così preciso, ma come, allo stesso tempo, tutto sia completamente diverso!».

Udienza Generale del 9 Ottobre 2019 a Piazza San Pietro di Papa Francesco

14 ottobre 2019

Catechesi sugli Atti degli Apostoli – 11. «Lo strumento che ho scelto per me» (At 9,15). Saulo, da persecutore ad evangelizzatore.
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
A partire dall’episodio della lapidazione di Stefano, compare una figura che, accanto a quella di Pietro, è la più presente ed incisiva negli Atti degli Apostoli: quella di «un giovane, chiamato Saulo» (At 7,58). È descritto all’inizio come uno che approva la morte di Stefano e vuole distruggere la Chiesa (cfr At 8,3); ma poi diventerà lo strumento scelto da Dio per annunciare il Vangelo alle genti (cfr At 9,15; 22,21; 26,17).
Con l’autorizzazione del sommo sacerdote, Saulo dà la caccia ai cristiani e li cattura. Voi, che venite da alcuni popoli che sono stati perseguitati dalle dittature, voi capite bene cosa significa dare la caccia alla gente e catturarla. Così faceva Saulo. E questo lo fa pensando di servire la Legge del Signore. Dice Luca che Saulo “spirava” «minacce e stragi contro i discepoli del Signore» (At 9,1): in lui c’è un soffio che sa di morte, non di vita.
Il giovane Saulo è ritratto come un intransigente, cioè uno che manifesta intolleranza verso chi la pensa diversamente da sé, assolutizza la propria identità politica o religiosa e riduce l’altro a potenziale nemico da combattere. Un ideologo. In Saulo la religione si era trasformata in ideologia: ideologia religiosa, ideologia sociale, ideologia politica. Solo dopo essere stato trasformato da Cristo, allora insegnerà che la vera battaglia «non è contro la carne e il sangue, ma contro […] i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male» (Ef 6,12). Insegnerà che non si devono combattere le persone, ma il male che ispira le loro azioni.
La condizione rabbiosa – perché Saulo era rabbioso – e conflittuale di Saulo invita ciascuno a interrogarsi: come vivo la mia vita di fede? Vado incontro agli altri oppure sono contro gli altri? Appartengo alla Chiesa universale (buoni e cattivi, tutti) oppure ho una ideologia selettiva? Adoro Dio o adoro le formulazioni dogmatiche? Com’è la mia vita religiosa? La fede in Dio che professo mi rende amichevole oppure ostile verso chi è diverso da me?
Luca racconta che, mentre Saulo è tutto intento ad estirpare la comunità cristiana, il Signore è sulle sue tracce per toccargli il cuore e convertirlo a sé. È il metodo del Signore: tocca il cuore. Il Risorto prende l’iniziativa e si manifesta a Saulo sulla via di Damasco, evento che viene narrato per ben tre volte nel Libro degli Atti (cfr. At 9,3-19; 22,3-21; 26,4-23). Attraverso il binomio «luce» e «voce», tipico delle teofanie, il Risorto appare a Saulo e gli chiede conto della sua furia fratricida: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4). Qui il Risorto manifesta il suo essere una cosa sola con quanti credono in Lui: colpire un membro della Chiesa è colpire Cristo stesso! Anche coloro che sono ideologi perché vogliono la “purità” – tra virgolette – della Chiesa, colpiscono Cristo.
La voce di Gesù dice a Saulo: «Alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare» (At 9,6). Una volta in piedi, però, Saulo non vede più nulla, è diventato cieco, e da uomo forte, autorevole e indipendente diventa debole, bisognoso e dipendente dagli altri, perché non vede. La luce di Cristo lo ha abbagliato e reso cieco: «Appare così anche esteriormente ciò che era la sua realtà interiore, la sua cecità nei confronti della verità, della luce che è Cristo» (Benedetto XVI, Udienza generale, 3 settembre 2008).
Da questo “corpo a corpo” tra Saulo e il Risorto prende il via una trasformazione che mostra la “pasqua personale” di Saulo, il suo passaggio dalla morte alla vita: ciò che prima era gloria diventa «spazzatura» da rigettare per acquistare il vero guadagno che è Cristo e la vita in Lui (cfr Fil 3,7-8).
Paolo riceve il Battesimo. Il Battesimo segna così per Saulo, come per ciascuno di noi, l’inizio di una vita nuova, ed è accompagnato da uno sguardo nuovo su Dio, su sé stesso e sugli altri, che da nemici diventano ormai fratelli in Cristo.
Chiediamo al Padre che faccia sperimentare anche a noi, come a Saulo, l’impatto con il suo amore che solo può fare di un cuore di pietra un cuore di carne (cfr Ez 11,15), capace di accogliere in sé «gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5)

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Araldo del Divino Amore.Libro V, Capitolo II /Capitolo III

14 ottobre 2019

L’ANIMA DI E. PARAGONATA DAL SIGNORE A UN BEL GIGLIO
Dodici giorni dopo il decesso della beata Priora Geltrude, di santa memoria, morì pure una delle sue care figlie. Questa seconda separazione aggiunse dolore a dolore, perchè era una monaca amabile, cara a Dio e agli uomini, sia per l’incantevole purezza, che per la soavità del carattere e per la grazia dei suoi rapporti con tutti.
Dopo la sua morte, Geltrude, ricordando le delizie che si provavano vivendo con essa, disse melanconicamente a Gesù: « Ohimè, amantissimo Signore! perchè ce l’hai portata via così repentinamente? ». Egli rispose: « Mentre si celebravano i funerali della mia diletta Geltrude, vostra Abbadessa, provai gaudio immenso per la divozione della Comunità nella quale discesi per pascermi fra i gigli. Questo fiore piacque a me più degli altri: tesi la mano per coglierlo, la strinsi per undici giorni fra le mie dita prima di svellerlo. Le sofferenze della malattia ne accrebbero vaghezza e profumo allora lo colsi e adesso forma la mia gioia in cielo ». E il Salvatore aggiunse: « Quando al ricordo del fascino che questa consorella esercitava intorno a sè, ne provate rimpianto, pur tuttavia l’abbandonate serenamente al beneplacito della mia Volontà, allora aspiro anche meglio il profumo di questo giglio, e la mia bontà ve ne ricompenserà al centuplo ».
All’Elevazione dell’Ostia, mentre Geltrude, con affezione di sorella, offriva per la defunta tutta la fedeltà del Cuore di Gesù, ella la vide inalzata a una dignità più grande, come se fosse stata trasferita in uno stato più sublime, rivestita di abiti più luminosi, e circondata di, Angeli più elevati. Geltrude ebbe la stessa visione ogni volta che fece la medesima offerta per l’anima di E. La Santa volle poi sapere dal Signore come mai quella vergine saggia, avesse dimostrato durante l’agonia, con gesti e con parole, un grande terrore della morte. Gesù rispose; « L’ho permesso, per una grazia della mia infinita tenerezza. Infatti, qualche giorno prima, già malata, essa mi aveva pregato, per tuo tramite, di riceverla, subito dopo la sua morte in cielo, e sulla tua parola confidava di ottenere tale privilegio. Volli premiare la sua fiducia. Ma in tempo di giovinezza è facile commettere qualche leggera negligenza, come per esempio, compiacersi in cose inutili ecc. Le sofferenze della malattia dovevano purificarla da queste macchie: così, prima di chiamarla alla gloria del cielo, volli che i suoi dolori la rendessero meritevole dell’immediato ingresso in Paradiso, e permisi che fosse spaventata alla vista dei demonio. Tale angoscia le servì di purgatorio, mentre le sofferenze patite erano un prezioso titolo per meritare la ricompensa dei cieli ». Geltrude Insistette: « E Tu, mio Gesù, speranza dei disperati, dov’eri mai, mentre essa sopportava quegli spaventevoli terrori?». Rispose il Signore: « Io mi ero nascosto alla sua sinistra: ma appena l’ebbi purificata, mi presentai a lei e la condussi meco nel gaudio eterno dei cieli ».

CAPITOLO III
SI PARLA DELL’ANIMA DI UNA GIOVINETTA DEVOTA ALLA SS. VERGINE

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Il mio Ideale: Gesù, Figlio di Maria.(Padre Emilio Neubert, Santo Marianista)/Libro IV, Capitolo V

14 ottobre 2019

IL CONTAGIO DELLA TESTIMONIANZA

Maria: Figlio mio, all’apostolato indiretto della pre­ghiera e della sofferenza, per quanto sia meravi­gliosamente fecondo, bisogna che aggiunga l’in­flusso diretto della tua persona su quella dei tuoi fratelli. Credi forse che intenda parlare dell’apostola­to della parola. Ma no: l’apostolato della parola è senza dubbio importante; ve n’è però un altro che deve precederlo, accompagnarlo e seguirlo: l’apostolato dell’esempio.

   2. Non avrai bisogno di una lunga esperienza per accorgerti che su certi individui l’apostolato della parola, sia pure eloquentissima, riesce inefficace. La parola è feconda solo quando è ricevuta da chi è disposto ad accoglierla. Se cade in un terreno sassoso, o tra i rovi e le spine, come può portare frutto? Ora, per disporre i tuoi simili a ricevere la tua parola, occorre la testimonianza della tua vita. Spesso un atto, un gesto, uno sguardo, un sorriso vale più di qualsiasi discorso.

   3. Fa’ stimare nella tua persona la religione che professi. Mostrati sempre dignitoso, compreso della tua cristiana grandezza e della presenza di Dio in te. Fa’ che quanti ti avvicinano sentano che porti dentro qualcosa di misterioso. In mezzo alla generale corruzione la tua virtù sia al di sopra di ogni sospetto. Sii integro e onesto, quando intorno a te non si pensa ad altro che ad arricchire a spese altrui. Sii leale e sincero, quand’anche la menzogna e la dissimulazione fossero diventate quasi una legge universale. Sii coscienzioso e fedele al tuo dovere anche se negli ambienti che frequenti si è generalmente perduta persino la nozione del dovere e della co­scienza. Quelli che non hanno la tua stessa fede e quel­li stessi che la combattono saranno allora co­stretti a renderle omaggio col rendere omaggio alla condotta che essa ti ispira.

   4. Mostrati quale sei, senza ostentazioni, ma anche senza rispetto umano. Di che dovresti vergognarti? Forse di posse­dere la verità mentre gli altri professano l’erro­re? Di aver il senso della tua dignità, mentre gli altri si fanno schiavi di vergognose passioni? Di esser discepolo di Cristo e collaboratore di sua Madre? Temi forse di perdere la stima di coloro che non la pensano e non vivono come te? Ma non ti sei accorto che gli uomini anche più perversi stimano coloro che non si vergognano delle pro­prie convinzioni personali e ad esse coerente­mente conformano la propria vita? Sii cristiano senza paura e senza macchia, e la tua condotta sarà una predicazione vivente e continua.

   5. E’ già una bella cosa fare stimare in te la dottrina di Cristo, ma io ti chiedo ancora di più: devi farla amare. Prendi a cuore gli interessi dei tuoi fratelli: rendi loro tutti i servizi che puoi; ascolta i loro lamenti, solleva le loro miserie, cura le loro pia­ghe; aiutali nel loro lavoro, sii buono e affabile con coloro che ti circondano; dandoti tutto a tutti guadagnerai tutti a Cristo. Se si sentiranno più felici per causa tua non potranno non amare la dottrina che ti avrà fatto dispensatore di felicità. Se frequentando capiranno meglio l’amore, arriveranno a capire meglio Dio pur ignorandone il nome. Dio infatti non è un nome: è l’amo­re. Aprendosi all’amore, si apriranno quindi a Dio.

   6. Per arrivare a darti tutto a tutti non guar­derai negli uomini le loro qualità o i loro difetti, le loro virtù o i loro vizi, le loro azioni buone o cattive; vedrai in essi il prezzo del sangue di Ge­sù e del mio immenso dolore. Li amerai con l’amore stesso con cui li ama il loro Redentore e la loro Madre, e così saprai attirarli all’amore e attraverso l’amore a Dio. 

Invito al colloquio: O Madre conosco alcuni tuoi figli la cui vita è una predicazione continua. Io invece, con i miei difetti, sono spesso per gli altri causa di disgusto e di mormo­razione. Col tuo aiuto, voglio sforzarmi di predicare Gesù con la mia condotta. Fa’ che con una maggiore coerenza di vita possa contribuire a condurre il pros­simo a Gesù.

CONTINUA…..

Conversione, San Cipriano di Cartagine, lettera a Donato

14 ottobre 2019

Un tempo io giacevo nelle tenebre di una notte buia; mi trovavo come sballottato sul mare del mondo che mi gettava in tutte le direzioni; incerto delle vie che mi si paravano innanzi, vagavo in balia di me stesso e non ero consapevole della mia vita.

Lontano dalla verità e dalla luce, ritenevo che fosse davvero difficile e duro, per i miei sentimenti di quel periodo, ciò che la misericordia di Dio mi prometteva per portarmi alla salvezza.

Reputavo fosse difficile poter nuovamente rinascere e deporre le abitudini precedenti, anche se il battesimo nell’acqua della salvezza mi rinnovava a nuova vita. Stimavo ugualmente difficile che un uomo potesse cambiare la mente e l’animo senza mutare nel suo fisico.

Continuavo a dirmi: «Come sarà possibile una conversione così grande da liberarmi tutto ad un tratto da ciò che fin dalla nascita si solidificò come quando si colloca del materiale e lo si ammucchia in depositi? Come sarà possibile liberarmi di quelle abitudini che ho indebitamente contratte?».

Spesso mi trovavo con questi pensieri. Ero legato dai moltissimi errori della mia vita passata e non credevo di potermene liberare. I vizi aderivano alla mia vita e io continuavo ad assecondarli. Non pensavo più di poter raggiungere i beni migliori; per questo favorivo ciò che mi nuoceva come se fosse qualcosa che ormai mi appartenesse e fosse cresciuto con me.

Ma sopraggiunse l’aiuto dell’acqua che rigenera. La corruzione della vita precedente venne cancellata e dall’alto si diffuse una luce nel mio cuore purificato e mondo. Ricevetti dal cielo lo Spirito e attraverso una seconda nascita diventai un uomo nuovo.

Dopo questo evento, ciò che era segnato dal dubbio improvvisamente divenne, in modo che non saprei descrivere, una certezza; quello che era impenetrabile e pieno di tenebra mi apparve accessibile e luminoso.

Potevo raggiungere quello che prima mi sembrava assurdo e fare quello che finora ritenevo impossibile. Avevo così la possibilità di capire come fosse terreno l’uomo di prima, nato dalla carne e schiavo dei vizi.

Genesi, Capitolo 42

13 ottobre 2019

[1] Ora Giacobbe seppe che in Egitto c’era il grano; perciò disse ai figli: “Perché state a guardarvi l’un l’altro?”.

[2] E continuò: “Ecco, ho sentito dire che vi è il grano in Egitto. Andate laggiù e compratene per noi, perché possiamo conservarci in vita e non morire”.

[3] Allora i dieci fratelli di Giuseppe scesero per acquistare il frumento in Egitto.

[4] Ma quanto a Beniamino, fratello di Giuseppe, Giacobbe non lo mandò con i fratelli perché diceva: “Non gli succeda qualche disgrazia!”.

[5] Arrivarono dunque i figli d’Israele per acquistare il grano, in mezzo ad altri che pure erano venuti, perché nel paese di Cànaan c’era la carestia.

[6] Ora Giuseppe aveva autorità sul paese e vendeva il grano a tutto il popolo del paese. Perciò i fratelli di Giuseppe vennero da lui e gli si prostrarono davanti con la faccia a terra.

[7] Giuseppe vide i suoi fratelli e li riconobbe, ma fece l’estraneo verso di loro, parlò duramente e disse: “Di dove siete venuti?”. Risposero: “Dal paese di Cànaan per comperare viveri”.

[8] Giuseppe riconobbe dunque i fratelli, mentre essi non lo riconobbero.

[9] Si ricordò allora Giuseppe dei sogni che aveva avuti a loro riguardo e disse loro: “Voi siete spie! Voi siete venuti a vedere i punti scoperti del paese”.

[10] Gli risposero: “No, signore mio; i tuoi servi sono venuti per acquistare viveri.

[11] Noi siamo tutti figli di un solo uomo. Noi siamo sinceri. I tuoi servi non sono spie!”.

[12] Ma egli disse loro: “No, voi siete venuti a vedere i punti scoperti del paese!”.

[13] Allora essi dissero: “Dodici sono i tuoi servi, siamo fratelli, figli di un solo uomo, nel paese di Cànaan; ecco il più giovane è ora presso nostro padre e uno non c’è più”.

[14] Giuseppe disse loro: “Le cose stanno come vi ho detto: voi siete spie.

[15] In questo modo sarete messi alla prova: per la vita del faraone, non uscirete di qui se non quando vi avrà raggiunto il vostro fratello più giovane.

[16] Mandate uno di voi a prendere il vostro fratello; voi rimarrete prigionieri. Siano così messe alla prova le vostre parole, per sapere se la verità è dalla vostra parte. Se no, per la vita del faraone, voi siete spie!”.

[17] E li tenne in carcere per tre giorni.

[18] Al terzo giorno Giuseppe disse loro: “Fate questo e avrete salva la vita; io temo Dio!

[19] Se voi siete sinceri, uno dei vostri fratelli resti prigioniero nel vostro carcere e voi andate a portare il grano per la fame delle vostre case.

[20] Poi mi condurrete qui il vostro fratello più giovane. Allora le vostre parole si dimostreranno vere e non morirete”. Essi annuirono.

[21] Allora si dissero l’un l’altro: “Certo su di noi grava la colpa nei riguardi di nostro fratello, perché abbiamo visto la sua angoscia quando ci supplicava e non lo abbiamo ascoltato. Per questo ci è venuta addosso quest’angoscia”.

[22] Ruben prese a dir loro: “Non ve lo avevo detto io: Non peccate contro il ragazzo? Ma non mi avete dato ascolto. Ecco ora ci si domanda conto del suo sangue”.

[23] Non sapevano che Giuseppe li capiva, perché tra lui e loro vi era l’interprete.

[24] Allora egli si allontanò da loro e pianse. Poi tornò e parlò con essi. Scelse tra di loro Simeone e lo fece incatenare sotto i loro occhi.

[25] Quindi Giuseppe diede ordine che si riempissero di grano i loro sacchi e si rimettesse il denaro di ciascuno nel suo sacco e si dessero loro provviste per il viaggio. E così venne loro fatto.

[26] Essi caricarono il grano sugli asini e partirono di là.

[27] Ora in un luogo dove passavano la notte uno di essi aprì il sacco per dare il foraggio all’asino e vide il proprio denaro alla bocca del sacco.

[28] Disse ai fratelli: “Mi è stato restituito il denaro: eccolo qui nel mio sacco!”. Allora si sentirono mancare il cuore e tremarono, dicendosi l’un l’altro: “Che è mai questo che Dio ci ha fatto?”.

[29] Arrivati da Giacobbe loro padre, nel paese di Cànaan, gli riferirono tutte le cose che erano loro capitate:

[30] “Quell’uomo che è il signore del paese ci ha parlato duramente e ci ha messi in carcere come spie del paese.

[31] Allora gli abbiamo detto: Noi siamo sinceri; non siamo spie!

[32] Noi siamo dodici fratelli, figli di nostro padre: uno non c’è più e il più giovane è ora presso nostro padre nel paese di Cànaan.

[33] Ma l’uomo, signore del paese, ci ha risposto: In questo modo io saprò se voi siete sinceri: lasciate qui con me uno dei vostri fratelli, prendete il grano necessario alle vostre case e andate.

[34] Poi conducetemi il vostro fratello più giovane; così saprò che non siete spie, ma che siete sinceri; io vi renderò vostro fratello e voi potrete percorrere il paese in lungo e in largo”.

[35] Mentre vuotavano i sacchi, ciascuno si accorse di avere la sua borsa di denaro nel proprio sacco. Quando essi e il loro padre videro le borse di denaro, furono presi dal timore.

[36] E il padre loro Giacobbe disse: “Voi mi avete privato dei figli! Giuseppe non c’è più, Simeone non c’è più e Beniamino me lo volete prendere. Su di me tutto questo ricade!”.

[37] Allora Ruben disse al padre: “Farai morire i miei due figli, se non te lo ricondurrò. Affidalo a me e io te lo restituirò”.

[38] Ma egli rispose: “Il mio figlio non verrà laggiù con voi, perché suo fratello è morto ed egli è rimasto solo. Se gli capitasse una disgrazia durante il viaggio che volete fare, voi fareste scendere con dolore la mia canizie negli inferi”.

Spiegazione

Versi 1-6

Giacobbe vide il grano che i suoi vicini avevano portato in Canaan dall’Egitto. È uno sprone gioire nel vedere coloro a cui non manca nulla. Molti riescono a cibarsi spiritualmente e noi dovremmo morire di fame? Avendo scoperto dove c’è l’aiuto, dobbiamo procurarcelo senza indugio e senza indietreggiare di fronte a qualsiasi fatica o prezzo da pagare, specialmente se si tratta delle nostre anime eterne. C’è colui che ha provveduto: Cristo, e noi dobbiamo andare a Lui e cercarlo.

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Omelia del Santo Padre Francesco, in Piazza San Pietro del giorno 13 Ottobre 2019

13 ottobre 2019

«La tua fede ti ha salvato» (Lc 17,19). È il punto di arrivo del Vangelo odierno, che ci mostra il cammino della fede. In questo percorso di fede vediamo tre tappe, segnalate dai lebbrosi guariti, i quali invocano, camminano e ringraziano.
Anzitutto, invocare. I lebbrosi si trovavano in una condizione terribile, non solo per la malattia che, diffusa ancora oggi, va combattuta con tutti gli sforzi, ma per l’esclusione sociale. Al tempo di Gesù erano ritenuti immondi e in quanto tali dovevano stare isolati, in disparte (cfr Lv 13,46). Vediamo infatti che, quando vanno da Gesù, “si fermano a distanza” (cfr Lc 17,12). Però, anche se la loro condizione li mette da parte, invocano Gesù, dice il Vangelo, «ad alta voce» (v. 13). Non si lasciano paralizzare dalle esclusioni degli uomini e gridano a Dio, che non esclude nessuno. Ecco come si accorciano le distanze, come ci si rialza dalla solitudine: non chiudendosi in sé stessi e nei propri rimpianti, non pensando ai giudizi degli altri, ma invocando il Signore, perché il Signore ascolta il grido di chi è solo.
Come quei lebbrosi, anche noi abbiamo bisogno di guarigione, tutti. Abbiamo bisogno di essere risanati dalla sfiducia in noi stessi, nella vita, nel futuro; da molte paure; dai vizi di cui siamo schiavi; da tante chiusure, dipendenze e attaccamenti: al gioco, ai soldi, alla televisione, al cellulare, al giudizio degli altri. Il Signore libera e guarisce il cuore, se lo invochiamo, se gli diciamo: “Signore, io credo che puoi risanarmi; guariscimi dalle mie chiusure, liberami dal male e dalla paura, Gesù”. I lebbrosi sono i primi, in questo Vangelo, a invocare il nome di Gesù. Poi lo faranno anche un cieco e un malfattore sulla croce: gente bisognosa invoca il nome di Gesù, che significa Dio salva. Chiamano Dio per nome, in modo diretto, spontaneo. Chiamare per nome è segno di confidenza, e al Signore piace. La fede cresce così, con l’invocazione fiduciosa, portando a Gesù quel che siamo, a cuore aperto, senza nascondere le nostre miserie. Invochiamo con fiducia ogni giorno il nome di Gesù: Dio salva. Ripetiamolo: è pregare, dire “Gesù” è pregare. La preghiera è la porta della fede, la preghiera è la medicina del cuore.
La seconda parola è camminare. È la seconda tappa. Nel breve Vangelo di oggi compaiono una decina di verbi di movimento. Ma a colpire è soprattutto il fatto che i lebbrosi non vengono guariti quando stanno fermi davanti a Gesù, ma dopo, mentre camminano: «Mentre essi andavano furono purificati», dice il Vangelo (v. 14). Vengono guariti andando a Gerusalemme, cioè mentre affrontano un cammino in salita. È nel cammino della vita che si viene purificati, un cammino che è spesso in salita, perché conduce verso l’alto. La fede richiede un cammino, un’uscita, fa miracoli se usciamo dalle nostre certezze accomodanti, se lasciamo i nostri porti rassicuranti, i nostri nidi confortevoli. La fede aumenta col dono e cresce col rischio. La fede procede quando andiamo avanti equipaggiati di fiducia in Dio. La fede si fa strada attraverso passi umili e concreti, come umili e concreti furono il cammino dei lebbrosi e il bagno nel fiume Giordano di Naaman (cfr 2 Re 5,14-17). È così anche per noi: avanziamo nella fede con l’amore umile e concreto, con la pazienza quotidiana, invocando Gesù e andando avanti.
C’è un altro aspetto interessante nel cammino dei lebbrosi: si muovono insieme. «Andavano» e «furono purificati», dice il Vangelo (v. 14), sempre al plurale: la fede è anche camminare insieme, mai da soli. Però, una volta guariti, nove vanno per conto loro e solo uno torna a ringraziare. Gesù allora esprime tutta la sua amarezza: «E gli altri dove sono?» (v. 17). Sembra quasi che chieda conto degli altri nove all’unico che è tornato. È vero, è compito nostro – di noi che siamo qui a “fare Eucaristia”, cioè a ringraziare –, è compito nostro prenderci cura di chi ha smesso di camminare, di chi ha perso la strada: siamo custodi dei fratelli lontani, tutti noi! Siamo intercessori per loro, siamo responsabili per loro, chiamati cioè a rispondere di loro, a prenderli a cuore. Vuoi crescere nella fede? Tu, che sei oggi qui, vuoi crescere nella fede? Prenditi cura di un fratello lontano, di una sorella lontana.
Invocare, camminare e ringraziare: è l’ultima tappa. Solo a quello che ringrazia Gesù dice: «La tua fede ti ha salvato» (v. 19). Non è solo sano, è anche salvo. Questo ci dice che il punto di arrivo non è la salute, non è lo stare bene, ma l’incontro con Gesù. La salvezza non è bere un bicchiere d’acqua per stare in forma, è andare alla sorgente, che è Gesù. Solo Lui libera dal male, e guarisce il cuore, solo l’incontro con Lui salva, rende la vita piena e bella. Quando s’incontra Gesù nasce spontaneo il “grazie”, perché si scopre la cosa più importante della vita: non ricevere una grazia o risolvere un guaio, ma abbracciare il Signore della vita. E questa è la cosa più importante della vita: abbracciare il Signore della vita.
È bello vedere che quell’uomo guarito, che era un samaritano, esprime la gioia con tutto sé stesso: loda Dio a gran voce, si prostra, ringrazia (cfr vv. 15-16). Il culmine del cammino di fede è vivere rendendo grazie. Possiamo domandarci: noi che abbiamo fede, viviamo le giornate come un peso da subire o come una lode da offrire? Rimaniamo centrati su noi stessi in attesa di chiedere la prossima grazia o troviamo la nostra gioia nel rendere grazie? Quando ringraziamo, il Padre si commuove e riversa su di noi lo Spirito Santo. Ringraziare non è questione di cortesia, di galateo, è questione di fede. Un cuore che ringrazia rimane giovane. Dire: “Grazie, Signore” al risveglio, durante la giornata, prima di coricarsi è l’antidoto all’invecchiamento del cuore, perché il cuore invecchia e si abitua male. Così anche in famiglia, tra sposi: ricordarsi di dire grazie. Grazie è la parola più semplice e benefica.
Invocare, camminare, ringraziare. Oggi ringraziamo il Signore per i nuovi Santi, che hanno camminato nella fede e che ora invochiamo come intercessori. Tre di loro sono suore e ci mostrano che la vita religiosa è un cammino d’amore nelle periferie esistenziali del mondo. Santa Marguerite Bays, invece, era una sarta e ci rivela quant’è potente la preghiera semplice, la sopportazione paziente, la donazione silenziosa: attraverso queste cose il Signore ha fatto rivivere in lei, nella sua umiltà, lo splendore della Pasqua. È la santità del quotidiano, di cui parla il santo Cardinale Newman, che disse: «Il cristiano possiede una pace profonda, silenziosa, nascosta, che il mondo non vede. […] Il cristiano è gioioso, tranquillo, buono, amabile, cortese, ingenuo, modesto; non accampa pretese, […] il suo comportamento è talmente lontano dall’ostentazione e dalla ricercatezza che a prima vista si può facilmente prenderlo per una persona ordinaria» (Parochial and Plain Sermons, V,5). Chiediamo di essere così, “luci gentili” tra le oscurità del mondo. Gesù, «resta con noi e noi cominceremo a brillare come Tu brilli, a brillare in modo da essere una luce per gli altri» (Meditations on Christian Doctrine, VII,3). Amen.

Araldo del Divino Amore, Libro V (Prefazione di Laspergio, Prologo e Capitolo I)

13 ottobre 2019

PREFAZIONE DI LANSPERGIO
Questo quinto libro fornisce salutari rivelazioni che c’insegnano come bisogna prepararsi alla morte, accoglierla con gioia e rassegnazione, implorando l’aiuto di Dio e dei Santi. Si vede anche come l’equa censura della divina giustizia renda a ciascuno, dopo la morte, secondo le opere compiute, quantunque la misericordia di Dio abbia preparato, per quelli che muoiono nella carità, un aiuto potente nelle preghiere e nelle buone opere dei viventi.
In questo libro sono riportate alcune pratiche di devozione utilissime ai defunti, i quali sono soprattutto suffragati dalle offerte attinte nel tesoro infinito dei meriti di Gesù Cristo. E’ una glorificazione meravigliosa della misericordia di Dio, della ineffabile dolcezza della sua bontà che concede a tutti gl’infelici peccatori un rimedio, col quale possono, se vogliono, liberare se stessi e gli altri dalle colpe e dalle pene dovute al peccato.
PROLOGO:
Siccome il Signore rivela talvolta, per il bene dei meriti dei defunti, per eccitarci coi loro esempi a respingere gli ostacoli ed ottenere le eterne ricompense; così ci e parso opportuno raccogliere in questo ultimo libro quanto il Signore volle rivelare a Geltrude, riguardo a parecchie anime. Si parla dapprima dell’affabile, gloriosa, venerabile Abbadessa Geltrude di Hackeborn della quale si è stimolati ad ammirare la vita, quantunque difficile ad imitarla; e spinti a ringraziare il buon Dio che volle colmarla di doni tanto eccelsi.

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Il mio Ideale: Gesù , Figlio di Maria. (Padre Emilio Neubert, Santo Marianista)/Libro IV, Capitolo IV

13 ottobre 2019

LA SOFFERENZA REDENTRICE

Maria: Figlio mio, ascolta e comprendi. Voglio inse­gnarti una dottrina tanto difficile da intendere, anche e soprattutto perché credi di conoscerla già da molto tempo: la dottrina della salvezza per mezzo della Croce. Quelli che si consacrano all’apostolato cri­stiano sanno che la sofferenza ha un’efficacia grandissima al riguardo: Gesù ha salvato il mondo con la sua passione e morte; per essere la Corredentrice io ho dovuto essere l’Addolorata; i grandi apostoli hanno tutti patito grandi tribo­lazioni. Ma quando la sofferenza viene a visitarli per­sonalmente, non si ricordano più del suo signifi­cato; si meravigliano e si scoraggiano. Per essi come per i Giudei la Croce rimane tuttora og­getto di scandalo. Si illudono forse di poter par­tecipare all’azione di Cristo Redentore senza partecipare anche alla sua passione?

   2. Tu invece, figlio mio, guarda coraggiosamente la croce che ti è destinata. Dovrai compiere duri sacrifici. Dovrai lavo­rare ed affaticarti, spendere le tue forze e logo­rare la tua salute al mio servizio. E ciò non sola­mente per alcune ore o per alcuni giorni, ma fin­ché vi saranno uomini da salvare; non solamen­te nelle ore di successo e di conforto, ma anche in mezzo alle difficoltà e alle amarezze. E dovrai andare incontro a immolazioni vo­lontarie, dovrai farti vittima in cambio dei fratel­li da salvare; e quanto più sterili ed ardui ti appa­riranno i tuoi sforzi, tanto più vi dovrai aggiun­gere mortificazioni ed espiazioni volontarie.

   3. Sei pronto ad abbracciare questa croce? Forse sì. Ma ecco un’altra croce ben più difficile da portare, perché non te la imponi da te stesso e perché è veramente sconcertante. Le tue intenzioni saranno fraintese, i tuoi di­segni scherniti, la tua attività biasimata. Coloro che dovrebbero aiutarti si disinteresseranno del­le tue fatiche o tenteranno di distruggere ciò che ti sarai sforzato di edificare; coloro che dovreb­bero incoraggiarti ti sconfesseranno o sovverti­ ranno i tuoi piani. Vi opporranno ogni sorta di ostacoli e poi diranno a chi li vorrà sentire che da molto tempo ne avevano predetto la cattiva riuscita. Se porti volentieri la croce che scegli tu stesso; se ti rassegni facilmente alla croce che ti provie­ne dalla malattia o dalla povertà; la croce che ti preparano l’ignoranza, la stoltezza o la malva­gità degli uomini potrebbe suscitare in te un sen­so di ribellione. Eppure questa croce, proprio questa, racchiu­de in sé una maggiore efficacia di redenzione.

   4. Considera Gesù. Si è forse imposto da sé la sofferenza con la quale ti ha salvato? O non fu piuttosto il frutto dell’ignoranza, della stoltezza e della malvagità degli uomini, di coloro stessi che per il loro ufficio avrebbero dovuto aiutarlo a salvare la loro nazione?

   5. Non ti meravigliare se lo spirito del male si accanisce in questo modo nell’ostacolare le tue imprese: prendendo di mira i miei collaboratori egli in realtà combatte me. Conserva intera la tu a fiducia e il tuo coraggio. La sua sconfitta sarà tanto più completa: gli ho schiacciato il capo e glielo schiaccerò sempre!

   6. Bada tuttavia che la sofferenza non ha vir­tù liberatrice per se stessa, ma solo quando essa è unita a quella di Gesù. Si può dire della sofferenza quello che si dice della tua persona: da te non sei altro che un povero peccatore, unito a Gesù, partecipi della natura divina. Similmente la sofferenza in se stessa è sterile, ma unita alla sofferenza di Gesù, acquista un’efficacia divina.

   7. Quando nell’esercizio del tuo apostolato incontri il dolore, vieni a stringerti più intima­mente a me. Insieme saliremo al Calvario. Lì, accanto alla Croce del Redentore, intenderai il valore infinito di quella sofferenza che ti scon­certava e ti opprimeva. Anche la sofferenza che ti proviene dall’incomprensione o dalla maligni­tà degli uomini ti riuscirà dolce. In essa vedrai non più gli uomini che l’hanno causata, ma Ge­sù e sua Madre che ti invitano a condividere la loro missione redentrice, e i fratelli che così avrai modo di salvare.

   8. E’ una dottrina molto austera quella che ti sto predicando, figlio mio, ma è una dottrina di fede, di amore e di vittoria. Presumevo forse troppo di te, stimandoti capace di comprenderla?

Invito al colloquio: O Madre, tu conosci la mia vita e il mio terrore per la sofferenza, ma conosci anche il desiderio che ho di amarti e di aiutarti nella tua missione. Quando verrà l’ora della prova, tu mi sosterrai ed allora sarò capace di soffrire tutto ciò che vorrai, per­ché lo vorrai, per quanto mi debba costare.

Signore ti ringrazio, Paolo VI , Testamento Spirituale e meditazioni sulla morte

13 ottobre 2019

Signore, Ti ringrazio che mi hai chiamato alla vita, ed ancor più che, facendomi cristiano, mi hai rigenerato e destinato alla pienezza della vita.

Parimente sento il dovere di ringraziare e di benedire chi a me fu tramite dei doni della vita, da Te, o Signore, elargitimi: chi nella vita mi ha introdotto, chi mi ha educato, benvoluto, beneficato, aiutato, circondato di buoni esempi, di cure, di affetto, di fiducia, di bontà, di cortesia, di amicizia, di fedeltà. Guardo con riconoscenza ai rapporti naturali e spirituali che hanno dato origine, assistenza, conforto, significato alla mia umile esistenza: quanti doni, quante cose belle ed alte, quanta speranza ho io ricevuto in questo mondo!

Il mio vuole essere un semplice atto di riconoscenza, anzi di gratitudine: questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno d’essere cantato in gaudio e in gloria: la vita, la vita dell’uomo! Né meno degno d’esaltazione e di felice stupore è il quadro che circonda la vita dell’uomo: questo mondo immenso, misterioso, magnifico, questo universo dalle mille forze, dalle mille leggi, dalle mille bellezze, dalle mille profondità. E’ un panorama incantevole.

Perché non ho studiato abbastanza, esplorato, ammirato la stanza nella quale la vita si svolge? Tutto è dono; dietro la vita, dietro la natura, l’universo, sta la Sapienza; e poi, sta l’Amore! La scena del mondo è un disegno, oggi tuttora incomprensibile per la sua maggior parte, d’un Dio Creatore, che si chiama il Padre nostro che sta nei cieli! Grazie, o Dio, grazie e gloria a Te, o Padre!

Araldo del Divino Amore, Libro IV. Capitolo LIX

7 ottobre 2019

NELLA DEDICAZIONE DELLA CAPPELLA
La consacrazione della cappella era stata compiuta. Mentre a Mattutino si cantava il Responsorio: Vidi Civitatem, il Signore apparve in abita pontificale, seduto sul trono episcopale, addossato al muro, col viso rivolto verso l’altare. Aveva gli abiti raccolti intorno alla persona, come se avesse scelto quel luogo per stabilirvi la sua dimora.
Geltrude notò che il Signore era assai lontano dal luogo dove ella pregava e con ardenti desideri cercava di attirarlo vicino. Ma Egli le disse: « Io sono Colui che riempie il cielo e la terra; quanto maggiormente riempirò questa piccola casa! Non sai tu che l’arcere fissa più attentamente il punto d’arrivo della freccia, che quello di partenza? Sappi che trovo minor amore là dove sono corporalmente, che là dove l’occhio della mia divinità può riposarsi nel tesoro di un’anima amante ».
Allora, meraviglia!, nonostante la distanza, toccò l’altare come se fosse stato vicino, e disse: « E’ qui ed è là! ». « Colui che cerca sinceramente la grazia mi troverà nei miei benefici; colui che cerca fedelmente il mio amore, mi riconoscerà nelle profondità della sua anima! ». Queste parole fecero comprendere a Geltrude che c’è grande differenza fra coloro che cercano il benessere del corpo, e la salvezza dell’anima secondo le brame della loro volontà, e quelli che si abbandonano con fiducia incondizionata alle cure provvidenziali del divino amore.
Durante la S. Messa, mentre si cantava « Domus mea, domus orationis vocabitur – La mia casa sarà chiamata casa di preghiera » il Signore posò la mano sul suo Cuore e disse con tenerezza: « Sì, lo proclamo: ‘In mea omnis qui petit, accipit – Tutti coloro che in essa domandano, riceveranno’». Poi levò le braccia, stese la mano in mezzo al tempio e stette in quell’atteggiamento, come per mostrare che continue grazie sarebbero scese da quella Mano benedetta.
Durante la settimana, mentre all’antifona del Benedictus si cantavano le parole: « Fundamenta templi » gli spiriti celesti apparvero sulle cornici della Chiesa. Bellissimi, riccamente vestiti, deputati alla custodia del tempio, per fugarne i nemici. Sfiorandosi a vicenda con le ali d’oro, facevano risuonare una dolce melodia in onore della Divinità. Essi discendevano alternativamente dalla sommità al basso dell’edificio, per mostrare con quale tenerezza occupavano quel luogo, vigilando i loro futuri concittadini, per preservarli dal male.
Nella festa della dedicazione di quella Cappella, Geltrude, quantunque obbligata a letto, si sforzò di recitare il Mattutino come aveva fatto anni addietro, per una speciale grazia del Signore. Bramava che i nove cori angelici venissero a supplire alle sue deficienze, rendendo a Dio degne lodi e fervorosi ringraziamenti.
Sarebbe troppo lungo descrivere le delizie gustate dalla Santa. Ella vide un fiume le cui acque limpide, lievemente increspate, si diffondevano nell’immensità dei cieli. La luce divina, simile a fulgentissimo sole, si rispecchiava in quelle acque, sì che le mille ondulazioni brillavano come astri. Quel fiume simboleggiava la grazia della divozione, che le era stata elargita dal Signore con tanta abbondanza; la ondulazione delle acque voleva significare la varietà dei pensieri ch’ella si sforzava di volgere a Dio.
Il Re della gloria s’inchinò, immerse nel fiume un calice d’oro e lo ritrasse colmo, per darlo da bere a’ suoi Santi. Essi, dopo d’avervi attinto un rinnovamento di gioie e di delizie, cantarono lodi e ringraziamenti per i favori accordati a Geltrude dal distributore di ogni bene. Dal fondo, del calice uscivano delle cannule d’oro, che si dirigevano verso quelle anime caritatevoli, le quali, con grande bontà, si erano sacrificate perchè la Santa potesse liberamente servire Dio; altre cannule si dirigevano verso le anime che, con speciale fervore, si erano raccomandate alle sue preghiere.
Geltrude disse a Gesù: « A che serve che io veda e comprenda tutte queste cose, se poi tali care anime non le capiscono affatto? ».
Rispose Gesù: « E’ forse inutile che un previdente padre di famiglia raccolga nelle sue cantine del buon vino, sotto pretesto che non può berlo ad ogni istante? Avendolo alla mano quando gli occorre, potrà berne a piacimento. Così quando, pregato dai miei eletti, accordo grazie ad altre anime, esse non sentono subito il gusto della divozione; tuttavia è certo che, a tempo opportuno, esperimenteranno il benefico influsso della mia carità.
Si racconta di una S. Messa che il Signore Gesù celebrò in cielo per una Santa Vergine chiamata Trude, mentre ella viveva in terra.
Era la domenica Gaudete in Domino, terza d’Avvento Geltrude, dovendo comunicarsi, lamentava tristemente di non poter assistere alla S. Messa.. Gesù ebbe compassione della sua Sposa e, consolandola teneramente, le disse: « Vuoi tu, o mia diletta, che io stesso canti per te la S. Messa? ». Rispose Geltrude: « Oh, sì, dolcezza suprema dell’anima mia, te ne supplico, fammi questo immenso favore! ». « E quale Messa desideri ascoltare? » chiese il Signore. « Quella, Gesù, che Tu stesso brami cantare ». « Vuoi forse la Messa in medio Ecclesiae? » (Messa di S. Giovanni evangelista). « No » rispose Geltrude. E siccome Egli le proponeva parecchie altre Messe che Geltrude non accettava, le chiese infine se bramasse ascoltare la Messa Dominus dixit (la Messa di mezzanotte del S. Natale), ma la Santa rifiutò ancora.
Allora Gesù insistette con dolcezza, dicendole: «Potrei a ogni parola dell’Introito darti illustrazioni interiori che ti consolerebbero meravigliosamente ».
Mentre Geltrude chiedeva come mai ciò sarebbe avvenuto, essendo le parole di quell’introito adatte solo al Figlio di Dio, il Signore, con i suoi Santi, intonò ad alta voce l’Introito della domenica corrente, dicendo: « Gaudete in Domino, semper – Rallegratevi sempre nel Signore », eccitandola a rallegrarsi ed a porre in Lui ogni sua gioia. Poi s’assise sul trono della sua maestà regale, e la vergine, prostrandosi, baciò con tenerezza i suoi piedi.
Intonò poi a voce chiara: Kyrie eleison e due principi illustri, dell’ordine dei Troni, vennero a prendere la Vergine per condurla davanti al Padre celeste. Ella si prostrò con la faccia e terra, adorandolo profondamente. Il Padre, al primo kyrie, le rimise misericordiosamente ogni peccato commesso: per fragilità. Dopo di che due Angeli la rialzarono sulle ginocchia, e col secondo kyrie meritò di ricevere il perdono delle colpe d’ignoranza. Gli Angeli la rizzarono quindi completamente in piedi; ma ella si chinò per baciare le orme dei passi di Gesù, e ricevette la remissione di tutti i peccati commessi con malizia. Ed ecco giungerei due dignitari dell’ordine dei Serafini, i quali, ponendosi si fianchi della Vergine, le fecero scorta fino al Salvatore Gesù, che l’accolse con teneri amplessi, serrandola al suo divin Cuore.
Geltrude allora con fervente desiderio, attrasse a sè tutti i diletti prodotti dalle tenerezze degli uomini, e al primo Christe eleison li prese nel suo cuore, per poi deporli nel Cuore divino, come nella vera sorgente da cui procedono tutte le delizie create. Allora avvenne come una mirabile fusione di Dio nell’anima e dell’anima in Dio, in modo che, durante il suono delle note discendenti, il Cuore divino scorrever nell’anima, e durante quello delle note ascendenti, l’anima risaliva deliziosamente verso Dio.
Al secondo Christe eleison la Vergine raccolse in sè tutte le dolcezze gustate negli umani amplessi, e le offrì al suo unico Diletto, con un soave bacio, deposto su quelle sacre labbra che distillano il miele. Al terzo Chriate eleison, il Figlio di Dio, estendendo le mani, unì il frutto della sua santissima vita alle opere della sua diletta sposa.
Infine due principi elevatissimi del coro dei Serafini s’avvicinarono per prendere Geltrude e presentarla, con riverenza, allo Spirito Santo che penetrò tosto nelle sue tre potenze.
Col primo Kyrie eleison, diffuse nell’intelligenza lo splendore della Divinità, perché conoscesse in tutte le cose la sua adorabile Volontà.

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I rocchetti dal filo colorato,Piero Ferrucci. La forza della gentilezza/Oscar Mondadori 2005

7 ottobre 2019

n una storia narrata dal saggio indiano Ramakrishna, una donna va a trovare un’amica che da molto tempo non vedeva. Entrata in casa sua, nota una magnifica collezione di rocchetti di filo colorato. Questa esibizione multicolore la attrae in maniera irresistibile, e quando l’amica va un momento in un’altra stanza, la donna ruba vari rocchetti e li nasconde tenendoli sotto le braccia. L’amica però se ne accorge e, senza accusarla, le dice: «È da tanto tempo che non ci vediamo. Perché non danziamo assieme per festeggiare il nostro incontro?». La donna, imbarazzata, non può rifiutare ma, per non lasciar cadere i rocchetti, è costretta a danzare in modo molto rigido. L’altra la esorta a liberare le braccia e a muoverle danzando, e quella risponde: «Non sono capace, io danzo solo così».

Ramakrishna raccontava questa storia per illustrare la liberazione. Smettere, cioè, di tener stretti con paura i nostri possessi, di aggrapparci ai nostri ruoli e alle nostre idee. E lasciarsi andare. Quando siamo gentili ci occupiamo più degli altri e diventiamo meno schiavi del nostro ego e della sua tirannia; i mostri dell’ansia e della depressione hanno meno appigli dove attaccarsi; i blocchi e gli impacci causati dall’eccessiva attenzione a noi stessi scompaiono.

Liturgia della Beata Vergine Maria del Rosario (m)

7 ottobre 2019

7 OTTOBRE
BEATA VERGINE MARIA DEL ROSARIO
Memoria

MISSALE ROMANUM VETUS ORDO

LETTURE: Bar 4, 5-12.27-29; Sal 68; Lc 10,17-24

Nel medioevo, i vassalli usavano offrire ai loro sovrani delle corone di fiori in segno di sudditanza. I cristiani adottarono questa usanza in onore di Maria, offrendole la triplice «corona di rose» che ricorda la sua gioia, i suoi dolori, la sua gloria nel partecipare ai misteri della vita di Gesù suo figlio. Inizialmente questa festa si chiamò di «Santa Maria della vittoria» per celebrare la liberazione dei cristiani dagli attacchi dei Turchi, nella vittoria navale del 7 ottobre 1571 a Lepanto (Grecia). Poiché in quel giorno, a Roma, le Confraternite del Rosario celebravano una solenne processione, san Pio V attribuì la vittoria a «Maria aiuto dei Cristiani» e in quel giorno ne fece celebrare la festa nel 1572. Dopo le altre vittorie di Vienna (1683) e di Peterwaradino (1716), papa Clemente XI istituì la festa del Rosario nella prima domenica di ottobre. Ora, la memoria è intitolata «Beata Maria Vergine del Rosario».

Noi ci rivolgiamo a Maria, meditando e pregando, perché ci aiuti a partecipare ai misteri della vita, morte, risurrezione di Cristo. Sono i misteri che si attualizzano a nostra salvezza nella celebrazione eucaristica e noi chiediamo alla sua materna intercessione che si compiano in pienezza «nell’ora della nostra morte».

Bisogna meditare i misteri della salvezza

Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate
(Disc. «De aquaéductu»; Opera omnia, edit. Cisterc. 5 [1968] 282-283)
Il Santo che nascerà da te, sarà chiamato Figlio di Dio (cfr. Lc 1, 35), fonte della sapienza, Verbo del Padre nei cieli altissimi.
Il Verbo, o Vergine santa, si farà carne per mezzo tuo, e colui che dice: «Io sono nel Padre e il Padre è in me» (Gv 10, 38) dirà anche: «Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo» (Gv 16, 28).
Dunque «In principio era il Verbo», cioè già scaturiva la fonte, ma ancora unicamente in se stessa, perché al principio «Il Verbo era presso di Dio» (Gv 1, 1), abitava la sua luce inaccessibile. Poi il Signore cominciò a formulare un piano: Io nutro progetti di pace e non di sventura (cfr. Ger 29, 11). Ma il progetto di Dio rimaneva presso di lui e noi non eravamo in grado di conoscerlo. Infatti: Chi conosce il pensiero del Signore e chi gli può essere consigliere? (cfr. Rm 11, 24). E allora il pensiero di pace si calò nell’opera di pace: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14); venne ad abitare particolarmente nei nostri cuori per mezzo della fede. Divenne oggetto del nostro ricordo, del nostro pensiero e della nostra stessa immaginazione.
Se egli non fosse venuto in mezzo a noi, che idea si sarebbe potuto fare di Dio l’uomo, se non quella di un idolo, frutto di fantasia?
Sarebbe rimasto incomprensibile e inaccessibile, invisibile e del tutto inimmaginabile. Invece ha voluto essere compreso, ha voluto essere veduto, ha voluto essere immaginato. Dirai: Dove e quando si rende a noi visibile? Appunto nel presepio, in grembo alla Vergine, mentre predica sulla montagna, mentre passa la notte in preghiera, mentre pende sulla croce e illividisce nella morte, oppure mentre, libero tra i morti, comanda sull’inferno, o anche quando risorge il terzo giorno e mostra agli apostoli le trafitture dei chiodi, quali segni di vittoria, e, finalmente, mentre sale al cielo sotto i loro sguardi.
Non è forse cosa giusta, pia e santa meditare tutti questi misteri? Quando la mia mente li pensa, vi trova Dio, vi sente colui che in tutto e per tutto è il mio Dio. E’ dunque vera sapienza fermarsi su di essi in contemplazione. E’ da spiriti illuminati riandarvi per colmare il proprio cuore del dolce ricordo del Cristo.

Supplica alla Madonna di Pompei

LITURGIA DELLA PAROLA

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Araldo del Divino Amore/ Libro IV-Capitolo LVIII

5 ottobre 2019

FESTA DELLA DEDICAZIONE DELLA CHIESA

Nella festa della Dedicazione della Chiesa, mentre si recitavano a Mattutino quelle parole: « Regina Saba venit ad Regem Salomonem – La regina Saba andò a trovare il re Salomone » e « cum gemmis virtutum – con perle di virtù », Geltrude fu tocca di compunzione e disse al Signore: « O Gesù, infinitamente buono, come potrei io, così piccola e senza virtù, giungere fino a Te? ». Le rispose il Salvatore: « Dimmi, non sei stata mai ferita da lingue maldicenti? ». Ed ella: « Eh sì, caro Gesù! Le mie colpe; purtroppo, hanno dato sovente al prossimo motivo di scandalo ». « Ebbene – aggiunge il Salvatore – adornati delle parole dei tuoi detrattori, come di altrettante virtù. Allora verrai a me, e la mia compassionevole tenerezza ti riceverà con bontà. Più si biasimerà senza motivo la tua condotta, più il mio Cuore ti darà prove d’amore, perchè sarai somigliante a me, che fui duramente colpito dai calunniatori ».
Durante il Responsorio Benedic, il Signore la introdusse in un luogo d’incomparabile splendore: era lo stesso suo Cuore, disposto in forma di casa, dove ella doveva celebrare la festa della Dedicazione. Entrata che fu, si sentì venir meno per le delizie che ivi gustava. Disse a Gesù: « Mio dolcissimo Sposo, se tu avessi introdotto l’anima mia in un luogo calpestato dai tuoi piedi sacratissimi, sarebbe stata assai dolce cosa per me. Ma come posso ringraziarti dello stupendo favore che mi accordi in questo momento? ». Rispose il buon Maestro: « Poichè tu cerchi spesso di offrirmi la più nobile parte di te stessa, cioè il cuore, così trova giusto che tu abbia a godere gioie ineffabili nel mio, perchè io sono per te il Dio che si fa tutto a tutti, in ogni cosa. Io sono forza, vita, scienza, nutrimento, vestito e tutto quanto un’anima amante può desiderare ». Ed ella: « O mio Dio, se il mio cuore si è totalmente abbandonato ai desiderii del tuo, è ancora un puro effetto della grazia ». « E’ naturale – rispose, Gesù – che colmi delle mie ricompense l’anima che ho prevenuta con le benedizioni della mia dolcezza; se poi l’anima si abbandona a me perchè compia ogni volere del mio Cuore, a mia volta mi conformerò ai desideri del suo ».
Mentre gustava in quella divina casa gaudio celestiale, le parve che fosse costruita con pietre quadrate di vario colore; esse erano congiunte non col cemento, ma con legami d’oro; e luci stupende brillavano in ciascuna. Geltrude allora comprese che le grazie speciali accordate a ciascun eletto, procuravano a tutti i beati dolcezze piene d’incanto. La disposizione delle varie gemme nel divin Cuore, simboleggiava la predestinazione di ciascun eletto, e la necessità che essi hanno di sostenersi a vicenda, come fanno le pietre di un muro maestro. La Santa capì anche che l’oro che teneva unite quelle gemme era la carità, con la quale i fedeli devono sorreggersi gli uni cogli altri, unicamente per amore di Dio.
In altra occasione, nella stessa festa della Dedicazione, Geltrude comparve davanti al Signore, Re dei re, simile alla regìna Ester, vestita regalmente da fervorose opere spirituali.
Ella voleva pregarlo per il suo popolo, cioè per la Chiesa; il vero Assuero la ricevette con infinita tenerezza, ammettendola nel santuario del suo Cuore dolcissimo.
Il Signore le disse con bontà: « Io ti dono tutta la dolcezza del mio Cuore divino, perchè tu possa distribuirla ad ognuno con generosa larghezza ». Allora Geltrude attinse con la mano nel divin Cuore tesori immensi, e ne asperse i numerosi nemici del Monastero che, in quei giorni, con le loro minacce turbavano la pace della Comunità. Ella conobbe poi che coloro i quali avevano ricevuto anche una sola goccia attinta a quel sacratissimo Cuore, dovevano ben presto pentirsi e giungere, con sincera penitenza, a salvarsi.
Mentre stava pregando per una certa persona con slancio d’amore ancor più intenso, vide che in quell’anima venivano riversati i tesori del Cuore divino: però, più tardi, essi sembravano mutarsi in acque amare. Sorpresa chiese spiegazione a Gesù che le disse: « Non turbarti, figlia mia. Quando si regala del danaro a un amico, egli può spenderlo come vuole; può comperare mele mature o acerbe, ma alcuni preferiscono queste ultime, perchè si possono conservare più a lungo. Così quando, pregato dai miei eletti, concedo grazie ad un’anima, faccio in modo che esse tornino a suo vantaggio. Se è meglio per certuni la sofferenza invece della gioia, tali grazie si mutano in tribulazioni, e perfezionano di più l’anima, secondo il gusto del mio divin Cuore. L’uomo al presente ignora il segreto della mia condotta, ma un giorno lo conoscerà; allora gli sarà dato gustare tante delizie, quanti furono i dolori sofferti per amor mio ».
A Mattutino, mentre Geltrude volgeva la sua attenzione a Dio ed a se stessa, durante il Responsorio: « Vidi civitatem – Ho visto la città », il Signore le ricordò una parola ch’ella ripeteva sovente per animare il prossimo alla confidenza in Dio; e le disse: « Affichè tu sappia con certezza come io amo la confidenza, voglio mostrarti la bontà con la quale ricevo l’anima che, dopo d’aver errato, ritorna a me, piange le sue colpe, proponendo, con la mia grazia, di mai più ricadere ». Dicendo queste parole il Figlio del Re supremo, rivestito con le insegne della sua dignità regale, si avanzò davanti al trono del Padre, e cantò, con voce dolce e sonora il Responsorio: « Vidi civitatem sanctam Jerusaiem ». A tali melodie ella comprese l’ineffabile consolazione che prova il Cuore di Dio quando un’anima propone di evitare colpe e imperfezioni, memore dei benefici di cui Egli l’ha colmata, confusa di essersi da Lui allontanata per mancanza di vigilanza sugli affetti, sulle parole, come riguardo alla perdita del tempo. Ogni volta che l’anima prova tali rimpianti, Gesù, con nuovo trasporto di felicità. e di gioia, canta a Dio Padre le parole di questo Responsorio, o altre analoghe. Parve ancora a Geltrude che il Figlio di Dio fra le parole: « Et audivi vocem magnam de thronos dicentem – Intesi una voce forte che partiva dal trono e diceva », e quelle che seguono, intercalasse il gemito del peccatore che, nella compunzione del cuore, esclamava: « Ahimè, come sono miserabile! Quanto tempo ho passato senza pensare a Colui che mi ama ! » ecc. Il Figlio di Dio, in qualità d’uomo, cantava tali parole su corde basse, in perfetto accordo con la voce del Padre, che sulle corde elevate, proprie della Divinità diceva: « Ecce tabernaculum Dei cum homínibus – Ecco il tabernacolo di Dio tra gli uomini ». Gli spiriti beati ascoltavano tale melodia con profonda ammirazione. Questa visione rivelava che l’anima pentita, che vuole sinceramente fuggire il male e praticare il bene, diventa realmente il tabernacolo nel quale degna abitare, come in casa propria, il Dio di Maestà, lo Sposo dell’anima amante, sempre benedetto nei secoli dei secoli.

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Il mio Ideale: Gesù,Figlio di Maria. (Padre Emilio Neubert, Santo, Marianista). Libro IV/ Capitolo III

5 ottobre 2019

Maria: Figlio mio, sappi che in qualunque condizio­ne ti trovi disponi sempre di un’arma apostolica di incalcolabile valore: la preghiera! Tu credi, è vero, che si può essere apostoli sia pregando come predicando. Riconosci che la preghiera è una consolazione e un supplemento all’attività personale per i vecchi, gli infermi e per tutti coloro che non possono dedicarsi alle opere esteriori di zelo. Ma quanto sei lontano dal comprenderne appieno l’efficacia apostoli­ca!

   2. La preghiera non costituisce una semplice alternativa, o un degno complemento dell’azio­ne diretta. E’ un’arma apostolica la cui potenza supera di gran lunga quella di qualsiasi attività esteriore. Gesù ha predicato per tre anni; ma prima ave­va pregato per trent’anni; e durante i tre anni del suo ministero pubblico non solo passava in­tere notti in preghiera, ma abitualmente nel suo intimo, mentre le labbra istruivano gli uomini, egli conversava col Padre. Con lui ho cooperato al riscatto del mondo; eppure non ho predicato, non ho governato la Chiesa, non ho fatto miracoli. Ho però pregato e sofferto. E come me Giuseppe ha pregato e sofferto; e senza mai proferire parola che sia registrata in un libro, ha fatto più per la conversione degli uomini che non Giovanni e Pietro e Paolo. Guarda la vita degli uomini apostolici: quelli che hanno convertito più anime sono stati degli uomini di preghiera.

   3. Guai all’apostolo che non prega! Bronzo risonante e cembalo squillante, egli si affatica, si consuma, e forse si perde senza fare alcun be­ne agli altri. E se pure sembra che la sua attività produca frutti di salvezza, lo si deve alle suppli­che di qualche anima buona sconosciuta; ma egli non ne avrà alcuna ricompensa.

   4. Non ti pare che debba necessariamente es­sere così? Convertire, santificare o salvare un’anima è opera soprannaturale; l’attività pu­ramente naturale non può da sola produrre frutti soprannaturali. Il soprannaturale è frutto della grazia e la grazia è frutto della preghiera. Quanto più si prega tanto più si ottengono effetti soprannatu­rali.

   5. Dio vuole le opere, laddove sono possibili, come vuole il segno sensibile per produrre la grazia sacramentale. Ma come tutta l’acqua dell’oceano è incapace per se stessa di far rina­scere alcuno alla vita nuova di figlio di Dio, così tutte le opere esterne sono incapaci di convertire o di santificare un’anima sola. Come è necessario che la parola del sacerdote accompagni l’atto di infondere l’acqua sul capo del battezzando perché si produca la grazia, allo stesso modo bisogna che la preghiera dell’apo­stolo accompagni ogni sua opera esteriore. La preghiera può perfino sostituire le opere se queste sono impossibili, come quando, essendo impossibile il battesimo dell’acqua, vi può sup­plire quello di desiderio.

   6. Non è forse onnipotente Dio? Non ha egli infiniti mezzi per far giungere a destinazione la grazia della salvezza? Egli può dare un’efficacia meravigliosa ad un linguaggio semplicissimo; può far trovare in una parola letta o sentita, e forse imperfettamente compresa, in una disgra­zia subita, in un fatto comunissimo l’ammae­stramento che illumina, commuove e converte; può anche far concorrere gli stessi suoi nemici alla esecuzione dei suoi misericordiosi disegni. Il profeta Balaam era stato mandato per male­dire Israele e invece di maledizioni proferì bene­dizioni. Ciò che manca all’apostolato sono assai me­no le opere che la preghiera apostolica.

   7. Hai compreso la lezione? E se l’hai compresa, ti sforzi di essere aposto­lo più con la preghiera che con l’attività esterio­re? Ti ricordi ogni giorno di pregare con inten­zioni apostoliche? Quando vuoi guadagnare a Cristo qualcuno, ti adoperi per ricercare i mezzi da prendere, le cose da dire, e fai bene; ma pensi soprattutto a pregare, convinto che la buona riuscita della tua impresa dipende piuttosto dal Dio che preghi che dalla tua abilità o dalla tua forza di persuasione?

   8. Prega, prega ed impara a moltiplicare le preghiere per la conversione e la santificazione del tuo prossimo. Ad ogni tua preghiera pre­metti un’intenzione apostolica. Trasforma in preghiera le tue azioni e i tuoi patimenti, offren­doti a Dio per le mie mani secondo le mie inten­zioni. Aggiungi a tutto questo l’offerta di tutte le Messe che si celebreranno in tutto l’universo durante la giornata.

   9. Prega per i tuoi parenti e per tutti coloro che ti sono cari. Prega per la Chiesa, per il Papa, per i Vesco­vi, per i Sacerdoti e per tutti i missionari ed apo­stoli. Prega particolarmente per coloro che si sono impegnati a prestarmi la loro personale collabo­razione affinché venga presto il regno di Gesù per mezzo del regno mio. Prega per coloro ai quali hai cercato di fare qualche bene affinché questo bene sia duraturo. Prega per coloro ai quali hai omesso di fare il bene che potevi affinché la tua preghiera com­pensi la tua negligenza. Prega per coloro che incontrerai durante la giornata affinché tu possa fare loro tutto il bene che potrai.

   10. Prega prima di ogni azione perché il Si­gnore dia a ciascuna tutta l’efficacia che egli stesso desidera. Prega quando qualcuna di esse ti appare difficile, così che la tua preghiera cor­robori la tua debolezza. Prega anche quando qualcun’altra ti sembra facile, per tema che, fi­dando solo nella tua naturale abilità, non otten­ga alcun frutto soprannaturale. Prega durante tutte le tue attività affinché Dio continui ad operare per mezzo tuo. Prega dopo le attività, per ringraziare Dio se ti sono riuscite bene; o perché ne risulti comun­que qualche bene se ti pare di avere lavorato in­vano, ricordando che quanto più Dio ti costrin­ge a pregare tanto più ti vuole concedere grazie.

Invito al colloquio: O Maria, la tua vita fu una continua preghiera per la gloria del Padre, per la missione del Figlio e per la salvezza degli uomini. Insegnami a pregare come sa­pevi pregare tu!

Alla clinica del Signore

5 ottobre 2019

Sono stato nella clinica del Signore per farmi dei controlli di routine e ho constatato che ero ammalato.

Quando il Signore mi misurò la pressione, ho visto che avevo la Tenerezza bassa. Nel misurarmi la temperatura, il termometro registrò 40º di Ansietà. Mi fece un elettrocardiogramma e la diagnosi fu che avevo bisogno di diversi bypass di Amore, perché le mie arterie erano bloccate dalla Solitudine e non irroravano il mio cuore vuoto.

Andai in Ortopedia, dato che non potevo camminare al fianco del mio fratello, e non potevo dargli un abbraccio fraterno, perché lo avevo fratturato inciampando nell’Invidia. Mi riscontrò anche una Miopia, dato che non potevo vedere al di là delle cose negative del mio prossimo. Quando dissi di essere Sordo, il Signore mi diagnosticò che avevo tralasciato di ascoltare ogni giorno la sua Voce.

Dopo consulenza gratuita ecco la terapia che mi è stata prescritta:

– al mattino: 1 pillola di riconoscenza
– prima del lavoro: 1 cucchiaio di pace
– durante il giorno ad ore alterne: 1 pillola di pazienza e 1 di umiltà
– prima di coricarmi: 1 capsula di coscienza tranquilla

Il Tau, significato della croce di San Francesco

4 ottobre 2019


Il Tau è presente nell’alfabeto greco ed è anche l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico.

Il Tau è citato nella Bibbia come simbolo della salvezza Divina in quanto chi è segnato con il Tau sarà salvato:
“Il Signore gli disse: Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono” (Ez. 9,4)

San Francesco amava questa lettera con la quale soleva aprire o chiudere le Sue lettere tanto che:
“Nutriva grande venerazione e affetto per il segno del Tau.
Lo raccomandava spesso nel parlare e lo scriveva di propria mano sotto le lettere che inviava”
(FF. 1079)

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Araldo del Divino Amore, Libro IV/Capitolo LVI e LVII

4 ottobre 2019

NELLA FESTA DI S. ELISABETTA
Nella festa di S. Elisabetta, mentre nella Sequenza si cantavano le parole: « Eia mater, nos agnosce: O Madre riconosceteci » Geltrude salutò devotamente la Santa, pregandola di ricordarsi di lei, malgrado la sua miseria. Essa rispose « Ti vedo nello specchio dell’eterna chiarezza, ove brillano magnificamente le intenzioni che dirigono le tue opere ». S. Geltrude aggiunse: « O nobile Signora, dimmi, non diminuisco io forse la tua gloria quando, cantando le tue lodi in questo giorno solenne, non faccio alcuna attenzione a Te, per orientare tutti i miei pensieri verso Colui che ti ha dato tanti privilegi e tanto bene? ». Rispose S. Elisabetta: « Al contrario cotesta tua maniera di fare mi riesce graditissima, perchè l’armonioso suono degli strumenti musicali, ha maggiore pregio del belare delle pecorelle e del muggito dei buoi ».

CAPITOLO LVII
NELLA FESTA DI S. CATERINA, VERGINE E MARTIRE (25 NOVEMBRE)

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Udienza generale del 2 Ottobre 2019/ Papa Francesco

4 ottobre 2019

 

Catechesi sugli Atti degli Apostoli – 10. «Annunciò a lui Gesù» (At 8,35). Filippo e la “corsa” del Vangelo su nuove strade.
Cari fratelli e sorelle!
Dopo il martirio di Stefano, la “corsa” della Parola di Dio sembra subire una battuta d’arresto, per lo scatenarsi di «una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme» (At 8,1). A seguito di ciò, gli Apostoli rimangono a Gerusalemme, mentre molti cristiani si disperdono in altri luoghi della Giudea e in Samaria.
Nel Libro degli Atti, la persecuzione appare come lo stato permanente della vita dei discepoli, in accordo con quanto detto da Gesù: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). Ma la persecuzione, invece di spegnere il fuoco dell’evangelizzazione lo alimenta ancora di più.
Abbiamo sentito cosa ha fatto il diacono Filippo che comincia ad evangelizzare le città della Samaria, e numerosi sono i segni di liberazione e guarigione che accompagnano l’annuncio della Parola. A questo punto lo Spirito Santo segna una nuova tappa del viaggio del Vangelo: spinge Filippo ad andare incontro a uno straniero dal cuore aperto a Dio. Filippo si alza e parte con slancio e, su una strada deserta e pericolosa, incontra un alto funzionario della regina di Etiopia, amministratore dei suoi tesori. Quest’uomo, un eunuco, dopo essere stato a Gerusalemme per il culto, sta tornando al suo paese. Era un proselito giudeo dell’Etiopia. Seduto in carrozza, legge il rotolo del profeta Isaia, in particolare il quarto canto del “servo del Signore”.
Filippo si accosta alla carrozza e gli chiede: «Capisci quello che stai leggendo?» (At 8,30). L’Etiope risponde: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?» (At 8,31). Quell’uomo potente riconosce di avere bisogno di essere guidato per comprendere la Parola di Dio. Era il grande banchiere, era il ministro dell’economia, aveva tutto il potere dei soldi, ma sapeva che senza la spiegazione non poteva capire, era umile.
E questo dialogo tra Filippo e l’Etiope fa riflettere anche sul fatto che non basta leggere la Scrittura, occorre comprenderne il senso, trovare il “succo” andando oltre la “scorza”, attingere lo Spirito che anima la lettera. Come disse Papa Benedetto all’inizio del Sinodo sulla Parola di Dio, «l’esegesi, la vera lettura della Sacra Scrittura, non è solamente un fenomeno letterario, […]. È il movimento della mia esistenza» (Meditazione, 6 ottobre 2008). Entrare nella Parola di Dio è essere disposti a uscire dai propri limiti per incontrare e conformarsi a Cristo che è la Parola vivente del Padre.
Chi è dunque il protagonista di questo che leggeva l’etiope? Filippo offre al suo interlocutore la chiave di lettura: quel mite servo sofferente, che non reagisce al male con il male e che, pur se considerato fallito e sterile e infine tolto di mezzo, libera il popolo dall’iniquità e porta frutto per Dio, è proprio quel Cristo che Filippo e la Chiesa tutta annunciano! Che con la Pasqua ci ha redenti tutti. Finalmente l’etiope riconosce Cristo e chiede il Battesimo e professa la fede nel Signore Gesù. E’ bello questo racconto ma chi ha spinto Filippo ad andare nel deserto per incontrare quest’uomo? Chi ha spinto Filippo ad accostarsi alla carrozza? E’ lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è il protagonista dell’evangelizzazione. “Padre, io vado a evangelizzare” – “Sì, cosa fai?” – “Ah, io annuncio il Vangelo e dico chi è Gesù, cerco di convincere la gente che Gesù è Dio”. Caro, questo non è evangelizzazione, se non c’è lo Spirito Santo non c’è evangelizzazione. Questo può essere proselitismo, pubblicità… Ma l’evangelizzazione è farti guidare dallo Spirito Santo, che sia Lui a spingerti all’annuncio, all’annuncio con la testimonianza, anche con il martirio, anche con la parola.
Dopo aver fatto incontrare l’Etiope con il Risorto – l’etiope incontra Gesù risorto perché capisce quella profezia – Filippo scompare, lo Spirito lo prende e lo invia a fare un’altra cosa. Ho detto che il protagonista dell’evangelizzazione è lo Spirito Santo e qual è il segno che tu cristiana, cristiano, sei un evangelizzatore? La gioia. Anche nel martirio. E Filippo pieno di gioia andò da un’altra parte a predicare il Vangelo.
Che lo Spirito faccia dei battezzati uomini e donne che annunciano il Vangelo per attirare gli altri non a sé ma a Cristo, che sanno fare spazio all’azione di Dio, che sanno rendere gli altri liberi e responsabili dinanzi al Signore.

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Il mio Ideale: Gesù, Figlio di Maria.(Padre Emilio Neubert, Santo Marianista). Libro IV/Capitolo II

4 ottobre 2019

II.

IL SACRO ARDORE DELL’APOSTOLATO

Maria: Sei risoluto ad essere mio apostolo; ma ti stai domandando come ciò sarà possibile nella tua presente condizione. Non sei infatti insignito del carattere sacerdotale, non hai ricevuto, così ti sembra, il mandato di predicare.

   2. Ora, guarda intorno a te. Vedi questi propa­gandisti di dottrine sovversive che si succedono nel mondo e che in pochi anni trascinano dietro a sé milioni di aderenti? Di quale sacerdozio sono essi rivestiti? Chi ha dato loro il mandato di pre­dicare? Per riuscire nel loro intento molti di essi hanno dovuto affrontare gli schemi, le persecu­zioni, la prigionia e talvolta il rogo o il patibolo. Si erano fatti diffusori appassionati di un’idea – di una menzogna inventata da Satana – ed han­no raggiunto il loro intento. E tu che sei apostolo di Cristo e di sua Madre dubiti di poter raggiungere il tuo?

   3. Non dire che questi seminatori di menzo­gne avevano buon gioco, bastando loro, per avere successo, assecondare le umane passioni. Tu hai dei mezzi molto più potenti: per rispon­dere alle aspirazioni più profonde dell’umanità possiedi la dottrina di verità che rende liberi, la dottrina della felicità che sazia il cuore, la dot­trina di quel Dio ignoto che essa, nonostante tutto, invoca con suppliche ardenti. Ed hai infi­ne per sostenerti l’onnipotenza del divino aiuto.

   4. Assecondavano forse le passioni dei loro uditori i primi predicatori di Cristo presso i Giu­dei e i Gentili? Non imponevano, al contrario, austere rinunzie ai loro discepoli con l’obbligo di essere pronti a subire le persecuzioni, la pri­gionia, la spada e il fuoco? Eppure essi conver­tirono con straordinaria rapidità innumerevoli moltitudini. E questo, perché ardeva loro in petto il sacro ardore dell’apostolato. Se il medesimo ardore avesse animato il cuore dei loro successori, già da lungo tempo il nome di mio Figlio sarebbe stato predicato ad ogni creatura!

   5. Bisogna che questo fuoco sacro si accenda in te. Come? e dove? Vieni, seguimi sul Calvario. Mettiti insieme con me di fronte a Gesù Crocifisso. Vedi il suo corpo dilaniato dall’orrendo supplizio: vedi so­prattutto il suo spirito straziato in un’agonia mille volte più orrenda. Che cosa lo riempie di questa infinita desolazione? Più di ogni altra cosa, la vista degli uomini per i quali egli versa il suo sangue, e che pure non riceveranno alcun frutto dalla sua passione. Non ne ricaveranno frutto perché resisteranno alla grazia, certo, ma anche perché quelli che dovrebbero continuare in loro favore l’opera della Redenzione non se ne daranno pensiero.

   6. Considera pure, figlio mio, l’amarezza del mio dolore. Perché anch’io ho sofferto tanto sul Calvario? A causa dei supplizi che torturavano il corpo di Gesù, non v’è dubbio, ma an­che e soprattutto a motivo dell’agonia che lo straziava dentro. Perché contemplavo con lui quella moltitudine di uomini ai quali allora sta­vo dando la vita, con la tragica prospettiva che si sarebbero persi per sempre.

   7. Ma ascolta Gesù che parla: «Donna ecco tuo figlio; figlio ecco tua Madre». Queste paro­le egli le rivolge a me e a te. «Donna ecco tuo figlio: egli ti aiuterà; sì, ti aiuterà a salvare i suoi fratelli, che senza di lui si avvierebbero all’eterna perdizione. Egli ricon­durrà a te questi poveri erranti. Ti assisterà nel­la tua apostolica missione e ci consolerà entram­be». Hai capito il desiderio di Gesù? Fa’ in modo che lo spettacolo del Calvario ti sia sempre pre­sente e non ti dia mai pace. Risuonino giorno e notte alle tue orecchie il grido di Cristo morente e i gemiti di tua Madre!… Allora imparerai cosa significa essere apostolo!

   8. Ricordati bene: sarai veramente apostolo se saprai occupare accanto a me, il posto di Gesù.

Invito al colloquio: O Madre mia, fa’ che non si affievolisca mai in me questo triplice amore: l’amore per Gesù, per te e per i fratelli!

Il Pappagallo, Storia buddhista

4 ottobre 2019

In una storia buddhista un pappagallo vuole salvare gli animali della foresta accerchiati da un terribile incendio, perciò si immerge nel fiume, poi vola sopra l’incendio e batte le ali, sperando che le poche gocce che riesce a gettare sul fuoco possano spegnerlo. Anche nel nostro caso le nostre poche gocce non possono salvare il mondo. L’incendio divampa sempre più vasto e più furioso. Gli animali urlano terrorizzati, il pappagallo è coperto di fuliggine e stremato dal continuo andirivieni. Anche noi a volte ci troviamo davanti a situazioni drammatiche e insolubili, a problemi molto più grandi di noi. Il pappagallo non demorde, tanto che a un certo punto gli dei, questi dei così spesso distratti e indifferenti al dolore, di fronte alla sua buona volontà e al suo eroismo si commuovono. Le loro lacrime, cadendo sulla Terra, diventano pioggia, una pioggia benefica che spegne l’incendio, un balsamo miracoloso che rincuora e rigenera gli animali spaventati. Sulla furia devastatrice del fuoco ha vinto la dedizione del pappagallo. Ha vinto il cuore.

Riflessione

Per fortuna il nostro Dio non è cosi distratto ed annoiato, Lui veglia su di noi 24hsu 24 e ci accompagna per mano nel cammino della nostra vita, piange con noi quando siamo tristi, perchè si fa carico delle nostre sofferenze, alleviando i nostri dolori quando lo invochiamo,  e ride con noi quando siamo felici. Dio per noi vuole solo la nostra felicità ora e sempre. Ma per essere felici come vuole Lui , dobbiamo ritornare bambini nello Spirito, abbandonarci alle sue braccia e obbedire alla sua Parola, insomma vivere come Gesù e Maria cercano di insegnarci da secoli. La strada  stretta è sempre la più difficile da percorrere ma con l’aiuto di Dio, se noi lo accettiamo tutto è possibile!

Preghiera della sera: Preghiera degli Angeli a Maria

3 ottobre 2019
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Ave, Maria, Madre dell’Uomo come Eva, più di Eva, che hai riportato l’uomo, attraverso l’Uomo, alla sua Patria, alla sua eredità, alla sua figliolanza, alla sua gioia.

Ave, Maria, Seno di santità in cui è rideposto il seme della Specie, perchè l’eterno Abramo abbia i figli di cui l’invidia satanica lo aveva reso sterile.

Ave, Maria, Madre Deipara del Primogenito eterno, Madre pietosa dell’Umanità, lavata nel tuo pianto e nel Sangue che è il tuo sangue.

Ave, Maria, Perla del Cielo, Luce di Stella, Bellezza soave, Pace di Dio.

Ave, Maria, piena di Grazia, in cui è il Signore, mai divisa da Lui che in te prende le sue delizie e i suoi riposi.

Ave, Maria, donna benedetta fra tutte le donne, Amore vivente, fatta dall’Amore, Sposa all’Amore, Madre dell’Amore.

In te purezza, in te Pace, in te Sapienza, in te ubbidienza, in te umiltà, in te perfette le tre e le quattro virtù.

Maria, il Cielo delira d’amore nel contemplare Maria. Il suo canto aumenta sino a note incomparabili. Nessun mortale, per santo che sia, può comprendere cosa sia per tutto il Cielo Maria.

Tutte le cose sono state fatte per il Verbo. Ma anche tutte le opere più grandi sono state fatte dall’Amore eterno in Maria e per Maria. Perchè Colui che è potente l’ha amata senza limite, e l’ama. E la Potenza di Dio sta nelle sue mani di Giglio purissimo per essere sparsa su chi a Lei ricorre.

Ave! Ave! Ave! Maria!

tà, lavata nel tuo pianto e nel Sangue che è il tuo sangue. Ave, Maria, Perla del Cielo, Luce di Stella, Bellezza soave, Pace di Dio. Ave, Maria, piena di Grazia, in cui è il Signore, mai divisa da Lui che in te prende le sue delizie e i suoi riposi. Ave, Maria, donna benedetta fra tutte le donne, Amore vivente, fatta dall’Amore, Sposa all’Amore, Madre dell’Amore. In te purezza, in te Pace, in te Sapienza, in te ubbidienza, in te umiltà, in te perfette le tre e le quattro virtù. Maria, il Cielo delira d’amore nel contemplare Maria. Il suo canto aumenta sino a note incomparabili. Nessun mortale, per santo che sia, può comprendere cosa sia per tutto il Cielo Maria. Tutte le cose sono state fatte per il Verbo. Ma anche tutte le opere più grandi sono state fatte dall’Amore eterno in Maria e per Maria. Perchè Colui che è potente l’ha amata senza limite, e l’ama. E la Potenza di Dio sta nelle sue mani di Giglio purissimo per essere sparsa su chi a Lei ricorre. Ave! Ave! Ave! Maria!

Fonte: http://www.sorgentedamore.it/

Genesi, Capitolo 41

3 ottobre 2019

[1] Al termine di due anni, il faraone sognò di trovarsi presso il Nilo.

[2] Ed ecco salirono dal Nilo sette vacche, belle di aspetto e grasse e si misero a pascolare tra i giunchi.

[3] Ed ecco, dopo quelle, sette altre vacche salirono dal Nilo, brutte di aspetto e magre, e si fermarono accanto alle prime vacche sulla riva del Nilo.

[4] Ma le vacche brutte di aspetto e magre divorarono le sette vacche belle di aspetto e grasse. E il faraone si svegliò.

[5] Poi si addormentò e sognò una seconda volta: ecco sette spighe spuntavano da un unico stelo, grosse e belle.

[6] Ma ecco sette spighe vuote e arse dal vento d’oriente spuntavano dopo quelle.

[7] Le spighe vuote inghiottirono le sette spighe grosse e piene. Poi il faraone si svegliò: era stato un sogno.

[8] Alla mattina il suo spirito ne era turbato, perciò convocò tutti gli indovini e tutti i saggi dell’Egitto. Il faraone raccontò loro il sogno, ma nessuno lo sapeva interpretare al faraone.

[9] Allora il capo dei coppieri parlò al faraone: “Io devo ricordare oggi le mie colpe.

[10] Il faraone si era adirato contro i suoi servi e li aveva messi in carcere nella casa del capo delle guardie, me e il capo dei panettieri.

[11] Noi facemmo un sogno nella stessa notte, io e lui; ma avemmo ciascuno un sogno con un significato particolare.

[12] Ora era là con noi un giovane ebreo, schiavo del capo delle guardie; noi gli raccontammo i nostri sogni ed egli ce li interpretò, dando a ciascuno spiegazione del suo sogno.

[13] Proprio come ci aveva interpretato, così avvenne: io fui restituito alla mia carica e l’altro fu impiccato”.

[14] Allora il faraone convocò Giuseppe. Lo fecero uscire in fretta dal sotterraneo ed egli si rase, si cambiò gli abiti e si presentò al faraone.

[15] Il faraone disse a Giuseppe: “Ho fatto un sogno e nessuno lo sa interpretare; ora io ho sentito dire di te che ti basta ascoltare un sogno per interpretarlo subito”.

[16] Giuseppe rispose al faraone: “Non io, ma Dio darà la risposta per la salute del faraone!”.

[17] Allora il faraone disse a Giuseppe: “Nel mio sogno io mi trovavo sulla riva del Nilo.

[18] Quand’ecco salirono dal Nilo sette vacche grasse e belle di forma e si misero a pascolare tra i giunchi.

[19] Ed ecco sette altre vacche salirono dopo quelle, deboli, brutte di forma e magre: non ne vidi mai di così brutte in tutto il paese d’Egitto.

[20] Le vacche magre e brutte divorarono le prime sette vacche, quelle grasse.

[21] Queste entrarono nel loro corpo, ma non si capiva che vi fossero entrate, perché il loro aspetto era brutto come prima. E mi svegliai.

[22] Poi vidi nel sogno che sette spighe spuntavano da un solo stelo, piene e belle.

[23] Ma ecco sette spighe secche, vuote e arse dal vento d’oriente, spuntavano dopo quelle.

[24] Le spighe vuote inghiottirono le sette spighe belle. Ora io l’ho detto agli indovini, ma nessuno mi dà la spiegazione”.

[25] Allora Giuseppe disse al faraone: “Il sogno del faraone è uno solo: quello che Dio sta per fare, lo ha indicato al faraone.

[26] Le sette vacche belle sono sette anni e le sette spighe belle sono sette anni: è un solo sogno.

[27] E le sette vacche magre e brutte, che salgono dopo quelle, sono sette anni e le sette spighe vuote, arse dal vento d’oriente, sono sette anni: vi saranno sette anni di carestia.

[28] È appunto ciò che ho detto al faraone: quanto Dio sta per fare, l’ha manifestato al faraone.

[29] Ecco stanno per venire sette anni, in cui sarà grande abbondanza in tutto il paese d’Egitto.

[30] Poi a questi succederanno sette anni di carestia; si dimenticherà tutta quella abbondanza nel paese d’Egitto e la carestia consumerà il paese.

[31] Si dimenticherà che vi era stata l’abbondanza nel paese a causa della carestia venuta in seguito, perché sarà molto dura.

[32] Quanto al fatto che il sogno del faraone si è ripetuto due volte, significa che la cosa è decisa da Dio e che Dio si affretta ad eseguirla.

[33] Ora il faraone pensi a trovare un uomo intelligente e saggio e lo metta a capo del paese d’Egitto.

[34] Il faraone inoltre proceda ad istituire funzionari sul paese, per prelevare un quinto sui prodotti del paese d’Egitto durante i sette anni di abbondanza.

[35] Essi raccoglieranno tutti i viveri di queste annate buone che stanno per venire, ammasseranno il grano sotto l’autorità del faraone e lo terranno in deposito nelle città.

[36] Questi viveri serviranno al paese di riserva per i sette anni di carestia che verranno nel paese d’Egitto; così il paese non sarà distrutto dalla carestia”.

[37] La cosa piacque al faraone e a tutti i suoi ministri.

[38] Il faraone disse ai ministri: “Potremo trovare un uomo come questo, in cui sia lo spirito di Dio?”.

[39] Poi il faraone disse a Giuseppe: “Dal momento che Dio ti ha manifestato tutto questo, nessuno è intelligente e saggio come te.

[40] Tu stesso sarai il mio maggiordomo e ai tuoi ordini si schiererà tutto il mio popolo: solo per il trono io sarò più grande di te”.

[41] Il faraone disse a Giuseppe: “Ecco, io ti metto a capo di tutto il paese d’Egitto”.

[42] Il faraone si tolse di mano l’anello e lo pose sulla mano di Giuseppe; lo rivestì di abiti di lino finissimo e gli pose al collo un monile d’oro.

[43] Poi lo fece montare sul suo secondo carro e davanti a lui si gridava: “Abrech”. E così lo si stabilì su tutto il paese d’Egitto.

[44] Poi il faraone disse a Giuseppe: “Sono il faraone, ma senza il tuo permesso nessuno potrà alzare la mano o il piede in tutto il paese d’Egitto”.

[45] E il faraone chiamò Giuseppe Zafnat-Paneach e gli diede in moglie Asenat, figlia di Potifera, sacerdote di On. Giuseppe uscì per tutto il paese d’Egitto.

[46] Giuseppe aveva trent’anni quando si presentò al faraone re d’Egitto.
Poi Giuseppe si allontanò dal faraone e percorse tutto il paese d’Egitto.

[47] Durante i sette anni di abbondanza la terra produsse a profusione.

[48] Egli raccolse tutti i viveri dei sette anni, nei quali vi era stata l’abbondanza nel paese d’Egitto, e ripose i viveri nelle città, cioè in ogni città ripose i viveri della campagna circostante.

[49] Giuseppe ammassò il grano come la sabbia del mare, in grandissima quantità, così che non se ne fece più il computo, perché era incalcolabile.

[50] Intanto nacquero a Giuseppe due figli, prima che venisse l’anno della carestia; glieli partorì Asenat, figlia di Potifera, sacerdote di On.

[51] Giuseppe chiamò il primogenito Manasse, “perché – disse – Dio mi ha fatto dimenticare ogni affanno e tutta la casa di mio padre”.

[52] E il secondo lo chiamò Efraim, “perché – disse – Dio mi ha reso fecondo nel paese della mia afflizione”.

[53] Poi finirono i sette anni di abbondanza nel paese d’Egitto

[54] e cominciarono i sette anni di carestia, come aveva detto Giuseppe. Ci fu carestia in tutti i paesi, ma in tutto l’Egitto c’era il pane.

[55] Poi tutto il paese d’Egitto cominciò a sentire la fame e il popolo gridò al faraone per avere il pane. Allora il faraone disse a tutti gli Egiziani: “Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà”.

[56] La carestia dominava su tutta la terra. Allora Giuseppe aprì tutti i depositi in cui vi era grano e vendette il grano agli Egiziani, mentre la carestia si aggravava in Egitto.

[57] E da tutti i paesi venivano in Egitto per acquistare grano da Giuseppe, perché la carestia infieriva su tutta la terra.

Spiegazione

Versi 1-8

Il mezzo con cui Giuseppe fu liberato dalla prigione furono i sogni di Faraone, come qui vediamo. Ora che Dio non ci parla più in quel modo, non importa quanto poco badiamo a sogni o li raccontiamo. Raccontare sogni sciocchi non può che rendere una discussione sciocca. Ma questi sogni si dimostrarono essere inviati da Dio e quando si svegliò, lo spirito di Faraone fu turbato.
9 Versi 9-32

I tempi di Dio per l’allargamento del suo popolo sono i tempi più adatti. Se il capo coppiere avesse fatto liberare Giuseppe dalla prigione, probabilmente egli sarebbe ritornato in Palestina. Pertanto egli non avrebbe avuto, né lui stesso né la sua famiglia, quella benedizione che ebbe in seguito, quando si presentò a Faraone per dare gloria a Dio. Faraone sognò di essere sulla riva del fiume Nilo e vide le vacche, sia quelle grasse che quelle magre, venire fuori dal fiume. L’Egitto non ebbe più pioggia e la piena del fiume dipendeva dal traboccare del fiume Nilo. Vedete in quanti modi la provvidenza dispensa i suoi regali e come la nostra dipendenza perdura ancora da questa Prima Causa che rende ogni creatura ciò che essa è per noi, sia essa pioggia o fiume. Vedete a quali cambiamenti sono soggetti gli agi di questa vita. Non possiamo essere sicuri che domani sarà come questo giorno o l’anno prossimo come questo corrente. Dobbiamo imparare a volere, come pure a governare l’abbondanza.

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Araldo del Divino Amore, Libro IV. Capitolo LV

3 ottobre 2019

NELLA FESTA DI TUTTI I SANTI

Nella festa di tutti i Santi, Geltrude ebbe illustrazioni speciali che le svelarono i misteri ineffabili riguardanti la gloria della SS. Trinità, facendole comprendere come Essa che non conosce nè principio nè fine, sovrabbondi di beatitudine e procuri a tutti i Santi gaudio, letizia, onore eterno. Non le fu possibile però esprimere ciò che aveva visto tanto lucidamente nello specchio della divina chiarezza; quindi, servendosi di una specie di parabola, rivelò solo quanto segue.

Il mio Ideale: Gesù,Figlio di Maria. (Padre Emilio Neubert, Santo Marianista)/Libro IV, Capitolo I

3 ottobre 2019

MIO COLLABORATORE

I.

LA MIA MISSIONE E LA TUA

Maria: Figlio mio, ascolta bene ciò che sto per dirti e cerca di comprenderne appieno il significato. Debbo rivelarti un mistero, un mistero che ci riguarda entrambi.

   2. Quando l’angelo Gabriele mi annunciò che il Figlio di Dio desiderava nascere da me, mi an­nunciò pure che mio Figlio si sarebbe chiamato Gesù, ossia Salvatore, e allora compresi che questo salvatore voleva associarmi alla sua ope­ra redentrice. Vedevo che col dare la mia ade­sione alla divina proposta, avrei acconsentito a cooperare non solo al mistero dell’Incarnazio­ne, ma anche a quello della Redenzione. E diedi il mio consenso. Da quel momento fino all’ultimo respiro di Gesù, mi adoperai con lui al riscatto degli uomi­ni: fornendo la sostanza della vittima, allevando la vittima per il sacrificio, unendo le mie sup­pliche e sofferenze alle sue, la mia volontà alla sua, ed offrendo mio Figlio al Padre celeste per l’immolazione suprema. Gesù era il Redentore, e io la Corredentrice.

   3. Ora – intendi bene questo – Dio è costan­te nelle sue chiamate come nei suoi doni. La col­laborazione che prestai a mio Figlio a Nazaret e sul Calvario, debbo continuare a prestargliela fino alla consumazione dei secoli. Avendo dato Gesù al mondo intero nel giorno dell’Incarnazione, debbo darlo ancora a ciascun uomo in particolare attraverso l’avvicendarsi sto­rico delle generazioni. Cooperatrice di Gesù nell’opera della Redenzione, debbo cooperare con lui anche per la salvezza individuale di cia­scun uomo. Infatti la Redenzione non è ancora compiuta: bisogna che la grazia della salvezza meritata per tutti sul Calvario sia applicata a cia­scun uomo che viene in questo mondo. Ed ecco allora la mia missione sino alla fine dei tempi. Con Gesù ho lavorato all’universale riscatto dell’umanità; con Gesù debbo lavorare alla conversione e santificazione di ciascun uo­mo.

   4. E come potrebbe essere diversamente? Di­venendo Madre di Gesù, sono divenuta Madre di tutti coloro che sono chiamati ad essere suoi fratelli. Non debbo io, da vera Madre, prender­mi cura della vita e della salute di coloro che ho generato?

   5. Come vedi, nel giorno in cui fui assunta in cielo Dio mi affidò una missione apostolica, missione universale come quella della mia coo­perazione redentrice e come quella della mia maternità spirituale.

   6. Sono la Regina degli apostoli. Lo sono non soltanto perché ho assistito con materno affetto i primi apostoli, non solo perché rendo feconda l’opera dei loro successori, che senza il mio inter­vento sarebbero incapaci di fare alcun bene agli uomini, ma perché il loro apostolato altro non è che una limitata partecipazione all’apostolato universale che fu affidato a me in primo luogo.

   7. Ora l’apostolato è lotta. Debbo infatti strappare ogni essere umano dalle mani di Sata­na al fine di condurlo per Gesù al Padre. Nel momento in cui il seduttore trionfò dei nostri progenitori, Dio gli predisse appunto la sconfitta in questi termini: «Porrò inimicizia fra te e la Donna, tra la tua stirpe e la sua: essa ti schiaccerà la testa». Gli schiacciai il capo fin dalla mia Immacola­ta Concezione. Ma quella vittoria fu soltanto la prima di una serie infinita di vittorie. Sino alla fine dei tempi, debbo continuare a schiacciargli il capo. Sono la sua irriducibile av­versaria, «più terribile di un esercito schierato in campo».

   8. Nella lotta per la salvezza degli uomini gli inflissi dure sconfitte fin dai primissimi tempi della Chiesa. Da allora in poi ho distrutto tutte le eresie nel mondo intero, ed ho ricondotto sul­la via della grazia innumerevoli peccatori. Ora, Dio ha voluto che di secolo in secolo la mia opera conquistatrice si facesse più evidente, e vuole che in questi tempi nuovi essa appaia agli occhi di tutti più splendidamente che mai.

   9. Sembra che Satana trionfi nel mondo? Non temere: quanto più cresce la sua potenza tanto più manifestamente, secondo i disegni di Dio, debbo intervenire per schiacciargli la testa. Un’immensa vittoria mi è riservata. Il mio re­gno deve stabilirsi nel mondo intero affinché giunga e più largamente si estenda il regno di mio Figlio. Più ancora dei precedenti, gli ultimi tempi della Chiesa saranno i miei tempi. Si vedranno meraviglie operate da me e per me. Si vedrà Sa­tana stritolato sotto il calcagno della Donna co­me non lo fu mai. Si vedrà la Chiesa manifesta­re una fecondità e una forza di conquista che mai ebbe in passato. Si vedrà Gesù regnare su moltitudini sempre più numerose, acclamato da coloro stessi che prima lo combattevano con ac­canimento.

   10. Questa è la parte che mi compete nel mi­stero che ti volevo rivelare. Ecco ora la parte tua. Dio ha deciso di associare gli uomini, e parti­colarmente alcuni di essi, alla esecuzione dei suoi amorosi disegni al punto da farne dipende­re la riuscita dalla fedeltà dei chiamati alla loro vocazione. Per continuare in terra la missione avuta dal Padre, Gesù ha voluto aver bisogno della colla­borazione dei suoi apostoli. E così per compiere la mia missione di far regnare Gesù nel mondo anch’io ho bisogno di ausiliari e di collaborato­ri. Quando avverranno le cose meravigliose che ti ho annunziate? Allorquando i miei figli com­prenderanno l’opera apostolica a me affidata, e saranno pronti a impegnarsi con me e ai miei or­dini.

   11. Ora che hai compreso la parte che mi spetta, vuoi essere mio collaboratore? Vuoi aiu­tarmi a strappare alle forze del male i miei figli per condurli a Gesù? Vuoi avere parte alla gran­de vittoria che mi è riservata? Ad imitazione del tuo divin modello, ti sei da­to tutto a me. Mi hai consacrato tutto te stesso, tutta la tua attività. Ora che conosci l’uso che intendo fare della tua persona e delle tue ener­gie, vorrai ritrattare la tua consacrazione?

   12. Finora nella pietà filiale verso di me tu scorgevi qualche cosa di simile al tranquillo at­teggiamento del bambino sulle ginocchia della madre. Ed ecco invece che ora ti propongo un impegnativo e duro servizio di apostolato! Ma Gesù è stato forse mio Figlio soltanto nella casa di Nazaret? Non era mio Figlio anche quando distruggeva l’impero del principe di questo mondo, e riscattava il genere umano? Non ha egli preso carne nel mio grembo appunto per di­ventare il Salvatore degli uomini? Egli ti ha chiamato ad essere un mio figlio prediletto, e in quanto tale un salvatore di ani­me. O sarai un apostolo, o rinunzierai ad appar­tenermi come figlio.

Invito al colloquio: O Maria, io sono tutto tuo e tutto ciò che ho ti ap­partiene. Per te e ai tuoi ordini voglio lavorare, lotta­re, soffrire e morire.

Regalare la felicità, di Piero Ferrucci, la Forza della gentilezza,Oscar Mondadori 2005

3 ottobre 2019

Un’antica storia mediorientale racconta di un uomo così buono e disinteressato che Dio decide di premiarlo. Chiama un angelo, e gli dice di andare da lui e domandargli che cosa vuole: qualsiasi desiderio sarà esaudito. L’angelo compare all’uomo gentile e gli comunica la buona notizia. Ma l’uomo gentile risponde: «Io sono già felice. Ho già tutto ciò che desidero». L’angelo gli fa capire che con Dio bisogna avere tatto: se ci fa un regalo, è meglio accettare. Allora l’uomo gentile risponde: «Va bene: voglio che tutti quelli che entrano in contatto con me si sentano bene. Però non voglio saperne nulla». Da quel momento dove l’uomo gentile passava, le piante avvizzite rifiorivano, gli animali più malandati si riavevano, i malati guarivano, gli infelici venivano sollevati dai loro terribili fardelli, chi litigava faceva la pace e chi aveva un problema riusciva a risolverlo. Ma tutto questo avveniva dietro di lui, nella sua scia, senza che egli ne sapesse niente. Non c’erano da parte sua né orgoglio per il bene compiuto né aspettative di alcun genere. Ignaro e contento, l’uomo gentile camminava per le vie del mondo regalando la felicità.

Maria a Medjugorje, messaggio del 2 Ottobre 2019

3 ottobre 2019

Cari figli, la volontà e l’amore del Padre Celeste fanno sì che io sia qui in mezzo a voi, per aiutare con materno amore la crescita della fede nel vostro cuore, in modo che possiate davvero capire lo scopo della vita terrena e la grandezza di quella celeste. Figli miei, la vita terrena è la via verso l’eternità, verso la verità e la vita: verso mio Figlio. Per quella via voglio condurvi. Voi, figli miei, voi che avete sempre sete di maggior amore, verità e fede, sappiate che solo una è la fonte da cui potete bere: la fiducia nel Padre Celeste, la fiducia nel suo amore. Abbandonatevi completamente alla sua volontà e non temete: tutto ciò che è il meglio per voi, tutto quello che vi porta alla vita eterna, vi sarà dato! Comprenderete che lo scopo della vita non è sempre volere e prendere, ma amare e dare; avrete la vera pace ed il vero amore, sarete apostoli dell’amore. Col vostro esempio, farete sì che quei miei figli che non conoscono mio Figlio ed il suo amore vogliano conoscerlo. Figli miei, apostoli del mio amore, adorate mio Figlio insieme a me, ed amatelo al di sopra di tutto. Cercate sempre di vivere nella sua verità. Vi ringrazio! “

La Chiesa guarda con favore, ma non si è ancora espressa ufficialmente sui fatti di Medjugorje

Dal silenzio all’Amore

3 ottobre 2019

“Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16).

Come percepire nel profondo di noi stessi queste parole di divina seduzione, questa appassionata dichiarazione d’ amore di Dio, se il cuore non intraprende l’affascinate avventura del silenzio interiore? O come riconoscere la fonte dell’irresistibile desiderio di Assoluto che ti pervade, dell’insaziabile “sete incarnata” che ti brucia dentro, se non entrando nell’intimo e segreto silenzio della tua “cella interiore” ?
Si, questo incontro d’amore intimo, personale, profondo con Dio avviene quando il cuore, come un deserto, si ritrae dal vacuo fluire della loquacità, dalla lingua dell’esteriorità e superficialità, dal linguaggio inautentico, e si avventura nell’esperienza del silenzio .
Silenzio, non solo assenza di parole ma dimensione interiore che ci restituisce a noi stessi, ci pone sul piano dell’essere, di fronte all’essenziale, rende possibile l’ascolto, l’accoglienza in sé non solo della Parola, ma anche della presenza di Colui che parla, un silenzio che è memoria di Cristo, presenza abituale alla propria coscienza della sua Persona, esperienza dell’inabitazione di Dio promessa da Gesù nel quarto Vangelo quando dice: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Giovanni 14,23).

Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat Veritas

Non andare vagando al di fuori di te, non disperderti nell’esteriorità, ma rientra in te stesso, perché è in te, nel tuo cuore, che abita la Verità. Così esorta S Agostino, con parole ricche di sapienza spirituale.
Tale discesa nella profondità del cuore non è, però, un narcisistico ripiegamento su di sé ma la via che conduce alla verità di noi stessi, del nostro essere creaturale, incarnato nei frangenti del tempo che nella sua essenza e nel suo senso non può che ricondurre al Creatore, a Dio. Tale discesa è anche la via attraverso la quale Egli desidera entrare nei nostri cuori e ridurre al silenzio le tante speculazioni mentali, le rigidità, le agitazioni, far tacere i pensieri, le immagini, le ribellioni, i giudizi, le mormorazioni che nascono nel cuore. Infatti è «dal di dentro, cioè dal cuore umano, che escono i pensieri malvagi» (Marco 7,2).

Questo silenzio profondo oltre a generare in noi, uno spazio per far abitare Dio e la capacità di porsi in ascolto della Sua Parola, dispone all’ascolto intelligente, alla parola misurata, al discernimento del cuore dell’altro, apre la via alla carità, aiuta a vivere l’unico grande comando dell’amore di Dio e del prossimo. Questo silenzio che nutre la carità è adorazione della presenza di Dio, preghiera autenticamente cristiana e gradita al Signore.
Vivendo nell’era della massima comunicazione tendiamo a ritenere che la persona si possa realizzare solo nella misura in cui comunica nel “villaggio globale” raggiungendo il mondo in tutta la sua estensione in modo virtuale, nel giro di pochi secondi. Tale esigenza di comunicazione è certamente buona, tuttavia è proprio questo cammino verso la propria interiorità che diviene itinerario di vera liberazione dalla tirannia del proprio “io”, cammino di conversione. Non è tanto una questione di sforzi per rendersi umili e silenziosi, quanto piuttosto di chiedere con umiltà al Signore di farsi presente e suscitare nel nostro intimo attenzione a Lui e, in Lui, ad ogni persona e ad ogni evento.
Il silenzio interiore allora è una presenza a se stessi piena di Dio, un ambito infinito dove abitualmente l’anima riposa e incontra Cristo nel Suo mistero di comunione con gli uomini e diventa capace, per pura grazia, di accogliere e unirsi ai bisogni degli altri, che sono ormai parte vive della sua relazione con Lui.
Condotto da Dio nel deserto il cuore umano può così affermare che ciò che è l’aria per i polmoni, tale è il silenzio per l’anima sedotta da Dio.

https://www.monasterocarmelitane.it/cammino-nel-deserto

Preghiera della Sera. Potente Supplica ai Santi Angeli

2 ottobre 2019

Preghiera alla Santa Vergine

Augusta Regina del Cielo e Sovrana degli Angeli, Voi che avete ricevuto da Dio il potere e la missione di schiacciare la testa a Satana, Vi chiediamo umilmente di mandarci legioni celesti perché, al Vostro comando, inseguano i demoni, li combattono dappertutto, reprimano la loro audacia e li respingano nell’abisso.
Chi è come Dio?
Santi Angeli ed Arcangeli, difendeteci e custoditeci.
O buona e tenera Madre, Voi sarete sempre il nostro amore e la nostra speranza.
O Madre Divina, inviate i Santi Angeli per difenderci e per respingere lungi da noi il crudele nemico. Amen.

Supplica ai Santi Angeli

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7 cose che non puoi non sapere sugli Angeli Custodi/ Aleteia

2 ottobre 2019

Non dei paffuti cherubini che suonano l’arpa su una nuvola, ma esseri spirituali potenti che lottano per la tua anima. Ecco come evitare di seguire credenze sbagliate sugli angeli custodi

Quanto spesso ci fermiamo a riflettere su quanto sia una benedizione aver ricevuto il dono un angelo che ci guida e che veglia su di noi? Molti di noi da bambini hanno pregato la preghiera dell’angelo custode, ma da adulti tendiamo a dimenticare l’importanza e la potenza che gli angeli possono avere sulle nostre vite.

La spiritualità New Age ha lasciato molta confusione su cosa siano davvero gli angeli, su come possiamo comunicare con loro e sul potere che esercitano nelle nostre vite. È importante sapere cosa dice la tradizione della Chiesa Cattolica riguardo agli angeli custodi.

Ecco una lista di cose da sapere sugli angeli custodi per evitare di seguire credenze sbagliate:

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Preghiera del mattino: Preghiera all’Angelo Custode Scritta da San Pio da Pietralcina

2 ottobre 2019

O santo angelo custode, abbi cura dell’anima mia e del mio corpo.
Illumina la mia mente perché conosca meglio il Signore e lo ami con tutto il cuore.
Assistimi nelle mie preghiere perché non ceda alle distrazioni ma vi ponga la più grande attenzione.
Aiutami con i tuoi consigli, perché veda il bene e lo compia con generosità.
Difendimi dalle insidie del nemico infernale e sostienimi nelle tentazioni perché riesca sempre vincitore.
Supplisci alla mia freddezza nel culto del Signore:
non cessare di attendere alla mia custodia finché non mi abbia portato in Paradiso, ove loderemo insieme il Buon Dio per tutta l’eternità.
Amen
(Padre Pio)

Preghiera della Sera: Preghiera per chiedere una rosa

1 ottobre 2019

O Teresa di Gesù Bambino,

ti prego di prendere una rosa

dai giardini celesti

e inviarla a me

come messaggio d’amore.

Piccolo fiore di Gesù,

chiedi a Dio per me la grazia

che affido con fiducia

alle tue mani…..

(chiedere umilmente la grazia che si desidera ricevere)

Teresa di Gesù Bambino,

aiutami a credere sempre,

nel grande amore che Dio ha per me,

in modo che io possa imitarti

nel seguire quotidianamente

la tua strada di santità.

Amen

Il mio Ideale: Gesù, Figlio di Maria. ( Padre Emilio Neubert, Santo Marianista). Libro III/ Capitolo VIII

1 ottobre 2019

IL SEGRETO DELLA RIUSCITA

Maria: Figlio mio, le pratiche e le disposizioni che ti ho raccomandato per identificarti con Gesù sa­ranno efficaci solo a patto che ti lasci docilmen­te guidare da me. Gesù te l’ha detto: è volontà di colui che mi ha costituita Madre di suo Figlio, che nessuno raggiunga una perfetta somiglianza con lui se non per mezzo mio.

   2. Può accadere talvolta che il tuo ardore si raffreddi; il lavoro spirituale ti diventi più peno­so, i progressi si facciano più lenti, che ti fermi o che indietreggi. E benché cerchi di ridestarti, finisca per perderti di coraggio. Quale è la causa di tanto languore? Che mezzi prendere per por­vi rimedio? Non lo sai. Ebbene, sappi che la prima causa di tutto ciò è invariabilmente un allentarsi della tua unione con me, e che il primo rimedio consisterà pur sempre nel lavorare fedelmente sotto la mia gui­da. Senza di me non potrai raggiungere la meta; con me vi arriverai di certo.

   3. Vuoi che siano efficaci i tuoi sforzi? Vieni sempre a sottopormi ciò che ti proponi di fare e agisci sempre in mio nome. Consultami particolarmente per ogni risolu­zione che devi prendere. Domandami che cosa io desideri da te e dimmi quel che vorresti fare.

   4. Non ti risponderò, certo, con una rivela­zione. Ma se verrai a me con piena fiducia, col sincero proposito di eseguire quello che crederai essere la mia volontà, non ti sarà difficile com­prendere se io approvi o no la tua risoluzione. Se l’approvo, deponila nelle mie mani, affinché ti aiuti a mantenerla; in caso contrario, prega e rifletti, e forma un’altra risoluzione più precisa che io possa approvare.

   5. Se seguiterai a consultarmi così – purché aspetti veramente la mia risposta e non ti lasci mai trasportare dalla tua naturale smania di agi­re – ti accorgerai ben presto di fare in questo modo più progressi in pochi giorni di quanti riu­scissi a farne prima in parecchi mesi. E se sarai fedele nel volgere lo sguardo verso di me prima di ogni tua azione, io ti dirigerò verso un fine solo: verso Gesù, divenuto vita della tua vita.

Invito al colloquio: O Maria, Madre del Buon Consiglio, illuminami, guidami, assistimi ora e sempre. Amen!

Liturgia del giorno, XXVI Settimana del Tempo Ordinario.Anno C- Martedi (Santa Teresa di Gesù Bambino, e del Santo Volto .Vergine, Dottore della Chiesa Memoria)

1 ottobre 2019

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura Zc 8, 20-23
Popoli numerosi verranno a Gerusalemme a cercare il Signore.

Dal libro del profeta Zaccarìa
Così dice il Signore degli eserciti: Anche popoli e abitanti di numerose città si raduneranno e si diranno l’un l’altro: “Su, andiamo a supplicare il Signore, a trovare il Signore degli eserciti. Anch’io voglio venire”. Così popoli numerosi e nazioni potenti verranno a Gerusalemme a cercare il Signore degli eserciti e a supplicare il Signore.
Così dice il Signore degli eserciti: In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle nazioni afferreranno un Giudeo per il lembo del mantello e gli diranno: “Vogliamo venire con voi, perché abbiamo udito che Dio è con voi”.

Parola di Dio

Salmo Responsoriale Dal Salmo 86
Il Signore è con noi.

Sui monti santi egli l’ha fondata;
il Signore ama le porte di Sion
più di tutte le dimore di Giacobbe.
Di te si dicono cose gloriose,
città di Dio!

Iscriverò Raab e Babilonia
fra quelli che mi riconoscono;
ecco Filistea, Tiro ed Etiopia:
là costui è nato.
Si dirà di Sion:
«L’uno e l’altro in essa sono nati
e lui, l’Altissimo, la mantiene salda».

Il Signore registrerà nel libro dei popoli:
«Là costui è nato».
E danzando canteranno:
«Sono in te tutte le mie sorgenti».

Canto al Vangelo Mc 10,45
Alleluia, alleluia.
Il Figlio dell’uomo è venuto per servire
e dare la propria vita in riscatto per molti.
Alleluia.

Il Vangelo del giorno è qualche post poco più sotto

Preghiera del mattino: Novena all’Angelo Custode per la nostra Protezione (9 giorno)

1 ottobre 2019

Angelo mio custode, tu che ti sei degnato di prenderti cura di me, povero peccatore, ti prego, ravviva il mio spirito di viva fede, ferma speranza e infi-nita carità affinché pensi solo ad amare e a servire il mio Dio. 3 Angelo di Dio

Nobilissimo Principe della, Corte celeste che ti degnasti di prenderti cura della mia povera anima, difendila dalle insidie e dagli assalti del demonio perché non abbia mai ad offendere il mio Signore per l’avvenire. 3 Angelo di Dio

Pietosissimo custode dell’anima mia tu che tanto ti sei umiliato venendo dal cielo sulla terra per impiegare il tuo ministero a favore di un essere così misero come sono io, fa’ che io sia pienamente persuaso che niente posso senza il tuo potente aiuto e la grazia del mio Signore. 3 Angelo di Dio

PREGHIAMO Amabilissimo mio Custode che in questo mondo hai fatto tanto per la salvezza eterna della mia anima, ti supplico di essermi vicino quando mi troverò sul letto di morte, privo di tutti i sensi, immerso nelle angosce dell’agonia, e l’anima mia starà per separarsi dal corpo e per comparire davanti al suo Creatore. Difendila dai suoi nemici e conducila vincitrice con te a gode-re per sempre la gloria del Paradiso. Amen. 

ANGELO DI DIO

Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste. Amen. 

Questa preghiera è da ripetersi per nove giorni consecutivi.

Preghiera del mattino: Novena all’Angelo Custode, per la nostra Protezione.(8 giorno)

30 settembre 2019

Angelo mio custode, tu che ti sei degnato di prenderti cura di me, povero peccatore, ti prego, ravviva il mio spirito di viva fede, ferma speranza e infi-nita carità affinché pensi solo ad amare e a servire il mio Dio. 3 Angelo di Dio

Nobilissimo Principe della, Corte celeste che ti degnasti di prenderti cura della mia povera anima, difendila dalle insidie e dagli assalti del demonio perché non abbia mai ad offendere il mio Signore per l’avvenire. 3 Angelo di Dio

Pietosissimo custode dell’anima mia tu che tanto ti sei umiliato venendo dal cielo sulla terra per impiegare il tuo ministero a favore di un essere così misero come sono io, fa’ che io sia pienamente persuaso che niente posso senza il tuo potente aiuto e la grazia del mio Signore. 3 Angelo di Dio

PREGHIAMO Amabilissimo mio Custode che in questo mondo hai fatto tanto per la salvezza eterna della mia anima, ti supplico di essermi vicino quando mi troverò sul letto di morte, privo di tutti i sensi, immerso nelle angosce dell’agonia, e l’anima mia starà per separarsi dal corpo e per comparire davanti al suo Creatore. Difendila dai suoi nemici e conducila vincitrice con te a gode-re per sempre la gloria del Paradiso. Amen. 

ANGELO DI DIO

Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste. Amen. 

Questa preghiera è da ripetersi per nove giorni consecutivi.

Araldo del Divino Amore, Libro IV. Capitolo LIV

30 settembre 2019

NELLA FESTA DELLE UNDICIMILA VERGINI
Nella notte della festa, delle undicimila vergini, Geltrude, sentendo ripetere tante vdlte durante l’ufficio quelle parole « Ecce Sponsus venit: Ecco lo Sposo che viene » ne fu infiammata di fervore e disse a Gesù: «O desideratissimo Signore, ho sentito ripetere queste parole « Ecco lo Sposo che Viene. Dimmi te ne prego, come verrai e che cosa mi porterai»? Rispose Gesù: « Opererò con te e in te: ma dov’è la tua lampada »? Ed ella « Ecco il mio cuore che mi servirà di lampada ». Il Salvatore aggiunse: « Io la riempirò con l’olio del mio divin Cuore». Geltrude insistette: « Quale sarà, mio Gesù, il lucignolo di questa lampada?» « Il lucignolo » spiegò l’amabile Maestro « sarà l’intenzione fervorosa che arderà dolcemente, dirigendo verso di me le tue azioni ». Alle parole « Perpes corona virginum dei Responsorio » « Verae pudicitiae auctor ». Geltrude ringraziò il Signore per i meriti di quelle vergini e per i favori da esse ricevuti. Ella le vide in bianca falange intorno al trono del Signore, dirigendo verso di Lui, raggi splendenti, simbolo della loro gratitudine. Gesù assorbiva quei raggi che poi rifletteva su Geltrude, la quale l’aveva ringraziato per quelle vergini. La Santa comprese allora che quando si ringrazia Dio per la gloria di un Santo, il Signore attinge nei meriti di quell’eletto tesori di grazie, per arricchire l’anima che ha saputo rendergli lode.
Mentre si cantava il Responsorio: Regnum mundi, alle parole: « quem vidi, quem amavi: che ho visto, che ho amato » ella si ricordò di una persona che era tormentata dalla brama di vedere Dio. Disse allora a Gesù: « Quando mai, o benignissimo Signore, consolerai quell’anima in modo che possa cantare con gioia questo Responsorio? ». Egli rispose « Vedermi, amarmi, credere in me è un così gran bene; che nessuno può farlo senza profitto. Quantunque, per la debolezza dell’umana natura, l’anima bramosa di vedermi non può ottenerlo quaggiù, Io però la rimunererò generosamente; infatti la mia Umanità viene, in nome di quest’anima che è Sua sorella, a trovare la Divinità ed a ricevere il gaudio di cui ha diritto e che un giorno, quando la creatura sarà liberata dagli impacci della carne, le trasmetterà per farla godere eternamente ».
Un’altra notte mentre si cantava lo stesso Responsorio Regnum mundi, alle parole: « propter amorem Domini mei: per l’amore del mio Dio » ella sentì che il divin Cuore era così dolcemente commosso per la divozione di coloro che cantavano, da farlo prorompere in queste parole: « Sì, riconosco di dover generosamente ricompensarle, perchè mi servono con tutte le forze ».

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Genesi, Capitolo 40

30 settembre 2019

[1] Dopo queste cose il coppiere del re d’Egitto e il panettiere offesero il loro padrone, il re d’Egitto.

[2] Il faraone si adirò contro i suoi due eunuchi, contro il capo dei coppieri e contro il capo dei panettieri,

[3] e li fece mettere in carcere nella casa del comandante delle guardie, nella prigione dove Giuseppe era detenuto.

[4] Il comandante delle guardie assegnò loro Giuseppe, perché li servisse. Così essi restarono nel carcere per un certo tempo.

[5] Ora, in una medesima notte, il coppiere e il panettiere del re d’Egitto, che erano detenuti nella prigione, ebbero tutti e due un sogno, ciascuno il suo sogno, che aveva un significato particolare.

[6] Alla mattina Giuseppe venne da loro e vide che erano afflitti.

[7] Allora interrogò gli eunuchi del faraone che erano con lui in carcere nella casa del suo padrone e disse: “Perché quest’oggi avete la faccia così triste?”.

[8] Gli dissero: “Abbiamo fatto un sogno e non c’è chi lo interpreti”. Giuseppe disse loro: “Non è forse Dio che ha in suo potere le interpretazioni? Raccontatemi dunque”.

[9] Allora il capo dei coppieri raccontò il suo sogno a Giuseppe e gli disse: “Nel mio sogno, ecco mi stava davanti una vite,

[10] sulla quale erano tre tralci; non appena essa cominciò a germogliare, apparvero i fiori e i suoi grappoli maturarono gli acini.

[11] Io avevo in mano il calice del faraone; presi gli acini, li spremetti nella coppa del faraone e diedi la coppa in mano al faraone”.

[12] Giuseppe gli disse: “Eccone la spiegazione: i tre tralci sono tre giorni.

[13] Fra tre giorni il faraone solleverà la tua testa e ti restituirà nella tua carica e tu porgerai il calice al faraone, secondo la consuetudine di prima, quando eri suo coppiere.

[14] Ma se, quando sarai felice, ti vorrai ricordare che io sono stato con te, fammi questo favore: parla di me al faraone e fammi uscire da questa casa.

[15] Perché io sono stato portato via ingiustamente dal paese degli Ebrei e anche qui non ho fatto nulla perché mi mettessero in questo sotterraneo”.

[16] Allora il capo dei panettieri, vedendo che aveva dato un’interpretazione favorevole, disse a Giuseppe: “Quanto a me, nel mio sogno mi stavano sulla testa tre canestri di pane bianco

[17] e nel canestro che stava di sopra era ogni sorta di cibi per il faraone, quali si preparano dai panettieri. Ma gli uccelli li mangiavano dal canestro che avevo sulla testa”.

[18] Giuseppe rispose e disse: “Questa è la spiegazione: i tre canestri sono tre giorni.

[19] Fra tre giorni il faraone solleverà la tua testa e ti impiccherà ad un palo e gli uccelli ti mangeranno la carne addosso”.

[20] Appunto al terzo giorno – era il giorno natalizio del faraone – egli fece un banchetto a tutti i suoi ministri e allora sollevò la testa del capo dei coppieri e la testa del capo dei panettieri in mezzo ai suoi ministri.

[21] Restituì il capo dei coppieri al suo ufficio di coppiere, perché porgesse la coppa al faraone,

[22] e invece impiccò il capo dei panettieri, secondo l’interpretazione che Giuseppe aveva loro data.

[23] Ma il capo dei coppieri non si ricordò di Giuseppe e lo dimenticò.

Spiegazione

Versi 1-19

Non fu tanto la prigione a rendere tristi il coppiere e il panettiere, quanto i loro sogni. Dio ha più modi per rattristare il nostro spirito. Giuseppe ebbe compassione di loro. Interessiamoci alla tristezza dei nostri fratelli che sono nella prova. È spesso un sollievo per quelli che sono nei problemi essere notati. Imparate anche a guardare alle cause dei dispiaceri. C’è una buona ragione? Non c’è sufficiente conforto per controbilanciare il dolore, qualunque esso sia? Perché ti rattristi anima mia? Giuseppe fece attenzione ad attribuire tutto alla gloria a Dio. Il sogno del coppiere prediceva il suo avanzamento. Il sogno del panettiere la sua morte. Non fu colpa di Giuseppe se egli non diede al panettiere buone notizie. E così i ministri non sono altro che interpreti e non possono rendere la cosa diversa da ciò che è: se essi agiscono fedelmente e il loro messaggio non è piacevole da sentire, non è colpa loro. Giuseppe non pensava più ai suoi fratelli che l’avevano venduto, né rifletté più sul torto fattogli dai suoi padroni, ma dolcemente stava fermo sulla propria innocenza. Quando siamo invitati a dare chiarimenti, dovremmo evitare con attenzione, come molto spesso può accadere, di dire male degli altri. Accontentiamoci di provare la nostra innocenza e non rimproveriamo gli altri per le loro colpe.

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Esame di Coscienza

30 settembre 2019

Penitenziale per i giovani in preparazione alla XXII Giornata Mondiale della Gioventù in San Pietro alla presenza di Benedetto XVI, Libreria Editrice Vaticana, 2007

Perdona Signore i nostri peccati di superbia: le azioni che cercano solo la lode e l’approvazione della gente, l’ambizione, la ricerca di potere e di notorietà.
Perdonaci per quando parliamo, diamo consigli, studiamo, lavoriamo, facciamo il bene solo in funzione di ciò che ne penseranno gli altri e per catturare la stima altrui.
Perdonaci per quando esibiamo con vanità la bellezza fisica e le qualità dateci da Dio.
Perdonaci per l’arroganza che nasce dalla superbia, per il desiderio di non dipendere da nessuno, e nemmeno da Dio, per il vittimismo con cui sappiamo darci sempre una giustificazione.
Rendici umili. L’umiltà è la virtù che elimina tutte le passioni perché in essa noi ci rendiamo disponibili ad essere aiutati da Dio.

Perdona Signore i nostri peccati di invidia: l’ostilità, l’odio, l’idea che il male altrui possa essere bene per noi.
Perdona l’egocentrismo che ci impedisce di desiderare il bene per gli altri e ci rende incapaci di amare, il malcontento e i contrasti generati dall’invidia. Liberaci dal rancore, dal tormento interiore, dall’insoddisfazione.
Perdonaci quando vediamo tutto in funzione di noi stessi, quando non sappiamo mettere un freno ai desideri, quando chiamiamo l’invidia “sana competitività”.
Perdona i cedimenti a una società che alimenta continuamente l’ambizione, l’avidità e la vuota curiosità.
Perdonaci quando desideriamo la roba d’altri e ci condanniamo all’infelicità.
Aiutaci a contrastare l’invidia con il dono quotidiano di noi stessi per i fratelli.

Perdona Signore i nostri peccati d’ira: i turbamenti del cuore, i sentimenti di avversione verso i fratelli quando sentiamo colpito il nostro io, l’animosità eccitata, l’aggressività del corpo, la sete di vendetta.
Perdonaci quando l’ira soffoca la libertà, ci rende schiavi di noi stessi, toglie la pace interiore ed esteriore.
Perdonaci la tentazione di “farla pagare” a chi ci ha umiliato, il piacere perverso del “far del male a qualcuno”, i giudizi taglienti e la gratuita durezza verso gli altri, le mille giustificazioni dell’ira.
Aiutaci a seguire la via suggerita dai padri: “il silenzio delle labbra pur nel turbamento del cuore”, dato che “La medicina perfetta… sarà quella di essere prima di tutto ben persuasi che non ci è consentito adirarci mai e in nessun modo”.

Perdona Signore i nostri peccati di accidia: il torpore, la pigrizia, l’abbattimento, la tristezza, la dipendenza e le crisi di astinenza da stimoli e piaceri esteriori che ci lasciano sempre tristi e vuoti.
Perdonaci per la noia che a volte proviamo nel pregare e che ci spinge a cercare distrazioni, o ci lascia soli a parlare con noi stessi.
Perdonaci quando l’accidia genera disgusto e noia per ogni attività sana e spirituale, per quando la stessa vita quotidiana si tinge di tristezza, svogliatezza, vittimismo e lagnanza.
Perdonaci per la vita senza scopo, il tempo perso e la fuga dall’impegno quotidiano.
Donaci il desiderio di reagire. Facci trovare una guida spirituale e fa’ che accettiamo la disciplina dell’obbedienza, unica via per non essere sballottati come un corpo inerte in balia delle passioni.

Perdonaci Signore per i peccati di avarizia: l’avidità, la brama di possedere, la fiducia smodata riposta nel denaro. Perdonaci se per avarizia lavoriamo di domenica, siamo disonesti, non diamo in elemosina, ci circondiamo di cose superflue.
Perdona le conseguenze terribili della fame di soldi: liti familiari, ansie e falsi timori, tradimenti, frodi, inganni, spergiuri, violenza e indurimento del cuore.
Perdonaci l’abitudine a essere insoddisfatti per ciò che abbiamo e bramosi di ciò che non ci è dato. Liberaci da lussi inutili, comodità e abitudini dispendiose.
Perdona le ingiustizie della società, le drammatiche disuguaglianze tra paesi ricchi e poveri, le guerre, i disumani sfruttamenti e l’inganno delle coscienze prodotto da un sistema di accumulo e consumo che fa di tutto per eccitare la brama di possesso.
Aiutaci a sottrarci all’influenza dei media e a fidarci di te, che rivesti i gigli del campo e non abbandoni gli uccelli del cielo.

Perdonaci Signore per i peccati di gola: il rapporto irrazionale con il cibo, i vizi del fumo, dell’alcool, delle droghe, la dipendenza che ci fa schiavi.
Perdonaci se scambiamo per la libera scelta ciò che è solo condizionamento dell’abitudine, delle mode, della pubblicità.
Perdonaci per la mente ottenebrata che si allontana anche dalla preghiera e dalle sane letture, per gli eccessi che ci rendono meno padroni di noi stessi e affievoliscono la capacità di autocontrollo.
Insegnaci la capacità dell’astinenza, che disintossica il corpo e la mente. Aiutaci a scoprire i piaceri sani della vita, per essere capaci di amare i fratelli con la libertà e la gioia con cui tu hai amato noi.

Perdonaci Signore per i peccati di lussuria, che ci fanno schiavi del sesso, e per il disordine morale che mette a rischio persone, famiglie e società.
Perdona il cedimento a immagini proposte ad arte, a voci allusive, alla pornografia in video e in rete. Perdonaci la debolezza di fronte a piaceri tanto intensi quanto effimeri.
Perdona la mentalità diffusa che si spaccia il disordine sessuale per conquista e fa credere che ogni istinto debba trovare immediata soddisfazione. Facci comprendere che non è libero chi non ha il controllo di se stesso, chi si riduce al doppio gioco e alla menzogna, chi perde l’integrità morale e la pace, chi si chiude in se stesso.
Perdona i danni gravi nella società: per il sesso si litiga, si minaccia, si uccide; la libidine alimenta uno stile di vita fatuo, degenera spesso nella prostituzione, nel ricatto, nella pedofilia…
Aiutaci a custodire la castità nel cuore e nella mente, e a non avere rapporti sessuali prima o fuori del matrimonio, a evitare deviazioni e stravaganze. Insegnaci modestia e dignità nel vestire, custodisci sguardi e fantasie.
Aiutaci a riscoprire la meraviglia della sessualità secondo Dio, nella cornice dell’amore coniugale, nell’atmosfera di famiglia e di tenerezza dove il sesso non è profanato e svenduto ma è sacra partecipazione al dono della vita.

Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte Terza La Vita in Cristo.Sezione Prima Lavocazione dell’Uomo: La Vita nello Spirito.Capitolo Terzo la Salvezza di Dio La Legge e La Grazia. Articolo 3

30 settembre 2019

LA CHIESA, MADRE E MAESTRA
2030 E’ nella Chiesa, in comunione con tutti i battezzati, che il cristiano realizza la propria vocazione. Dalla Chiesa accoglie la Parola di Dio che contiene gli insegnamenti della “legge di Cristo” ( ⇒ Gal 6,2 ). Dalla Chiesa riceve la grazia dei sacramenti che lo sostengono lungo la “via”. Dalla Chiesa apprende l’ esempio della santità ; ne riconosce il modello e la sorgente nella Santissima Vergine Maria; la riconosce nella testimonianza autentica di coloro che la vivono; la scopre nella tradizione spirituale e nella lunga storia dei santi che l’hanno preceduto e che la Liturgia celebra seguendo il Santorale.

2031 La vita morale è un culto spirituale . Noi offriamo i nostri “corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” ( ⇒ Rm 12,1 ), in seno al Corpo di Cristo, che noi formiamo, e in comunione con l’offerta della sua Eucaristia. Nella Liturgia e nella celebrazione dei sacramenti, preghiera ed insegnamento si uniscono alla grazia di Cristo, per illuminare e nutrire l’agire cristiano. Come l’insieme della vita cristiana, la vita morale trova la propria fonte e il proprio culmine nel sacrificio eucaristico.

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Liturgia del giorno, XXVI Settimana del Tempo Ordinario, Anno C- lunedi (San Girolamo, memoria facoltativa)

30 settembre 2019

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura
  Zc 8, 1-8
Io salvo il mio popolo dall’Oriente e dall’Occidente.

Dal libro del profeta Zaccarìa
La parola del Signore degli eserciti fu rivolta in questi termini:
«Così dice il Signore degli eserciti:
Sono molto geloso di Sion,
un grande ardore m’infiamma per lei.
Così dice il Signore: Tornerò a Sion e dimorerò a Gerusalemme. Gerusalemme sarà chiamata “Città fedele” e il monte del Signore degli eserciti “Monte santo”.
Così dice il Signore degli eserciti: Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze.
Così dice il Signore degli eserciti: Se questo sembra impossibile agli occhi del resto di questo popolo in quei giorni, sarà forse impossibile anche ai miei occhi? Oracolo del Signore degli eserciti.
Così dice il Signore degli eserciti:
Ecco, io salvo il mio popolo
dall’Oriente e dall’Occidente:
li ricondurrò ad abitare a Gerusalemme;
saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio,
nella fedeltà e nella giustizia.

Parola di Dio  

Salmo Responsoriale   Dal Salmo 101Il Signore ha ricostruito Sion ed è apparso nel suo splendore.
Le genti temeranno il nome del Signore
e tutti i re della terra la tua gloria,
quando il Signore avrà ricostruito Sion
e sarà apparso in tutto il suo splendore.
Egli si volge alla preghiera dei derelitti,
non disprezza la loro preghiera.

Questo si scriva per la generazione futura
e un popolo, da lui creato, darà lode al Signore:
Il Signore si è affacciato dall’alto del suo santuario,
dal cielo ha guardato la terra,
per ascoltare il sospiro del prigioniero,
per liberare i condannati a morte.

I figli dei tuoi servi avranno una dimora,
la loro stirpe vivrà sicura alla tua presenza,
perché si proclami in Sion il nome del Signore
e la sua lode in Gerusalemme,
quando si raduneranno insieme i popoli
e i regni per servire il Signore.

 
Canto al Vangelo 
  Mc 10,45 
Alleluia, alleluia.

Il Figlio dell’uomo è venuto per servire
e dare la propria vita in riscatto per molti.
Alleluia. 

Qui sotto il Vangelo del giorno    

Preghiera della Sera: Novena all’Angelo Custode per la nostra protezione (7, giorno)

29 settembre 2019

Angelo mio custode, tu che ti sei degnato di prenderti cura di me, povero peccatore, ti prego, ravviva il mio spirito di viva fede, ferma speranza e infi-nita carità affinché pensi solo ad amare e a servire il mio Dio. 3 Angelo di Dio

Nobilissimo Principe della, Corte celeste che ti degnasti di prenderti cura della mia povera anima, difendila dalle insidie e dagli assalti del demonio perché non abbia mai ad offendere il mio Signore per l’avvenire. 3 Angelo di Dio

Pietosissimo custode dell’anima mia tu che tanto ti sei umiliato venendo dal cielo sulla terra per impiegare il tuo ministero a favore di un essere così misero come sono io, fa’ che io sia pienamente persuaso che niente posso senza il tuo potente aiuto e la grazia del mio Signore. 3 Angelo di Dio

PREGHIAMO Amabilissimo mio Custode che in questo mondo hai fatto tanto per la salvezza eterna della mia anima, ti supplico di essermi vicino quando mi troverò sul letto di morte, privo di tutti i sensi, immerso nelle angosce dell’agonia, e l’anima mia starà per separarsi dal corpo e per comparire davanti al suo Creatore. Difendila dai suoi nemici e conducila vincitrice con te a gode-re per sempre la gloria del Paradiso. Amen. 

ANGELO DI DIO

Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste. Amen. 

Questa preghiera è da ripetersi per nove giorni consecutivi.

Considerare un fratello candidato all’unità.(Chiara Lubich,Payerne Svizzera. 26 Settembre 1982)

29 settembre 2019

Ecco la prima idea che può già rivoluzionare la nostra anima se noi siamo sensibili al soprannaturale: la fratellanza universale che ci libera da tutte le schiavitù, perché siamo schiavi delle divisioni fra poveri e ricchi, fra generazioni: padri e figlioli, fra bianchi e neri, fra razze, fra nazionalità, persino fra cantone e cantone siamo schiavi, ci critichiamo; ci sono degli ostacoli, delle barriere. No, La prima idea è svincolarsi da tutte le schiavitù e vedere in tutti gli uomini, in tutti gli uomini…

– Ma anche nel mio bambino?
– Anche in quella donna lì così chiacchierona?
– Anche in quel vecchio rimbambito?
– Anche in quella povera lì?
– Anche in quell’ebreo?
– Anche in quello lì? ma possibile?

Sì, in tutti, in tutti, in tutti vedere dei possibili candidati all’unità con Dio e all’unità fra di noi.
Ecco, bisogna spalancare il cuore, rompere tutti gli argini e mettersi in cuore la fratellanza universale: io vivo per la fratellanza universale!
Dunque, se tutti siamo fratelli, dobbiamo amare tutti, dobbiamo amare tutti, dobbiamo amare tutti. Guardate, sembra una parolina, è una rivoluzione! Dobbiamo amare tutti. “Anche quella signora che sta di là della mia porta? Ma mi critica, mi guarda male, e poi è un tipo!” Anche lei, dobbiamo amare tutti!

Genesi, Capitolo 39

29 settembre 2019

[1] Giuseppe era stato condotto in Egitto e Potifar, consigliere del faraone e comandante delle guardie, un Egiziano, lo acquistò da quegli Ismaeliti che l’avevano condotto laggiù.

[2] Allora il Signore fu con Giuseppe: a lui tutto riusciva bene e rimase nella casa dell’Egiziano, suo padrone.

[3] Il suo padrone si accorse che il Signore era con lui e che quanto egli intraprendeva il Signore faceva riuscire nelle sue mani.

[4] Così Giuseppe trovò grazia agli occhi di lui e divenne suo servitore personale; anzi quegli lo nominò suo maggiordomo e gli diede in mano tutti i suoi averi.

[5] Da quando egli lo aveva fatto suo maggiordomo e incaricato di tutti i suoi averi, il Signore benedisse la casa dell’Egiziano per causa di Giuseppe e la benedizione del Signore fu su quanto aveva, in casa e nella campagna.
[6] Così egli lasciò tutti i suoi averi nelle mani di Giuseppe e non gli domandava conto di nulla, se non del cibo che mangiava. Ora Giuseppe era bello di forma e avvenente di aspetto.
[7] Dopo questi fatti, la moglie del padrone gettò gli occhi su Giuseppe e gli disse: “Unisciti a me!”.

[8] Ma egli rifiutò e disse alla moglie del suo padrone: “Vedi, il mio signore non mi domanda conto di quanto è nella sua casa e mi ha dato in mano tutti i suoi averi.

[9] Lui stesso non conta più di me in questa casa; non mi ha proibito nulla, se non te, perché sei sua moglie. E come potrei fare questo grande male e peccare contro Dio?”.

[10] E, benché ogni giorno essa ne parlasse a Giuseppe, egli non acconsentì di unirsi, di darsi a lei.

[11] Ora un giorno egli entrò in casa per fare il suo lavoro, mentre non c’era nessuno dei domestici.

[12] Essa lo afferrò per la veste, dicendo: “Unisciti a me!”. Ma egli le lasciò tra le mani la veste, fuggì e uscì.

[13] Allora essa, vedendo ch’egli le aveva lasciato tra le mani la veste ed era fuggito fuori,

[14] chiamò i suoi domestici e disse loro: “Guardate, ci ha condotto in casa un Ebreo per scherzare con noi! Mi si è accostato per unirsi a me, ma io ho gridato a gran voce.

[15] Egli, appena ha sentito che alzavo la voce e chiamavo, ha lasciato la veste accanto a me, è fuggito ed è uscito”.

[16] Ed essa pose accanto a sé la veste di lui finché il padrone venne a casa.

[17] Allora gli disse le stesse cose: “Quel servo ebreo, che tu ci hai condotto in casa, mi si è accostato per scherzare con me.

[18] Ma appena io ho gridato e ho chiamato, ha abbandonato la veste presso di me ed è fuggito fuori”.

[19] Quando il padrone udì le parole di sua moglie che gli parlava: “Proprio così mi ha fatto il tuo servo!”, si accese d’ira.

[20] Il padrone di Giuseppe lo prese e lo mise nella prigione, dove erano detenuti i carcerati del re.
Così egli rimase là in prigione.

[21] Ma il Signore fu con Giuseppe, gli conciliò benevolenza e gli fece trovare grazia agli occhi del comandante della prigione.

[22] Così il comandante della prigione affidò a Giuseppe tutti i carcerati che erano nella prigione e quanto c’era da fare là dentro, lo faceva lui.

[23] Il comandante della prigione non si prendeva cura più di nulla di quanto gli era affidato, perché il Signore era con lui e quello che egli faceva il Signore faceva riuscire.

Spiegazione

Versi 1-6

I nemici possono privarci dei nostri possessi materiali ma non possono privarci della saggezza e della grazia, possono separarci da amici, parenti e dal nostro paese ma non possono toglierci la presenza del Signore. Essi possono privarci di benefici esterni, derubarci della libertà e rinchiuderci in prigioni sotterranee ma essi non possono tagliarci fuori dalla comunione con Dio, dal trono di grazia o privarci dei benefici della salvezza. Giuseppe fu benedetto e benedetto grandemente perfino nella casa dove fu schiavo. La presenza di Dio in noi ci fa prosperare in tutto ciò che facciamo. I buoni sono la benedizione del luogo dove vivono e i buoni servi possono anch’essi così stimati tali. La prosperità del malvagio, in un modo o in un altro, favorisce i buoni. Qui troviamo una famiglia malvagia benedetta per amore di un loro buon servo.
7 Versi 7-12

La bellezza degli uomini e delle donne causa spesso problemi sia a se stessi che agli altri. Essa ci proibisce di inorgoglirci e richiede costante premura contro la tentazione che assale. Abbiamo un grande bisogno di fare un patto con i nostri occhi, affinché essi non infettino il cuore. Quando la lussuria prende il potere, la decenza, la reputazione e la coscienza vengono tutte sacrificate. La moglie di Potifar dimostrò che il suo cuore era rivolto completamente a fare del male. Satana, quando capì di non potere sopraffare Giuseppe con le difficoltà e le preoccupazioni del mondo, poiché egli ancora resisteva ad essi, l’assalì con quei piaceri che l’avrebbero potuto maggiormente rovinare. Ma Giuseppe, per grazia di Dio, fu capace di resistete e di superare questa tentazione e la sua fuga fu un grande esempio della potenza Divina come fu la stessa durante la liberazione dei tre giovinetti dalla fornace di fuoco. Questo peccato era uno di quelli che potevano soggiogare Giuseppe facilmente perché la tentatrice era la sua padrona, una il cui favore lo avrebbe potuto aiutare in appresso e offenderla e trasformarla in sua nemica fu un rischio e un pericolo non trascurabile. L’ora e il luogo, inoltre, favorivano la tentazione e a tutto questo bisogna aggiungere la frequenza costante e l’insistenza degli assalti. La grazia onnipotente di Dio permise a Giuseppe di superare anche questo assalto del nemico. Gli spronava rendere sia a Dio che al suo padrone ciò che a loro apparteneva. L’onore, la giustizia e la gratitudine ci obbligano a non fare alcun torto a quelli che pongono la loro fiducia in noi e ad evitare quanto perfino segretamente possiamo fare loro di male. Egli non avrebbe mai offeso il suo Dio. Tre cose ci fanno riflettere del comportamento di Giuseppe in questa situazione: 1. Egli considerò chi era tentato: una persona che aveva un patto con Dio, che si dichiarava religiosa e che era in comunione con lui. 2. Il tipo di peccato con cui egli fu tentato: gli altri potrebbero considerarlo una faccenda da nulla ma Giuseppe non la pensò così. Chiamiamo sempre il peccato con il suo vero nome e non ridimensioniamolo mai. Consideriamo sempre questo tipo di peccato estremamente malvagio e grandemente peccaminoso. 3. Contro chi egli fu tentato a peccare e cioè contro Dio: il peccato è contro Dio, contro la sua natura e il suo dominio, contro il suo amore e i suoi piani. Chi ama Dio deve per questo odiare ogni tipo di peccato. La grazia di Dio permise a Giuseppe di superare la tentazione fuggendo l’occasione. Egli non si mise a ragionare con la tentazione ma fuggì da essa per salvare l’anima. Se non vogliamo fare ingiustizie, fuggiamo come fa un uccello dall’insidia e come il capriolo dal cacciatore.
13 Versi 13-18

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Angelus, del 29 Settembre 2019 , di Papa Francesco in Piazza San Pietro

29 settembre 2019

Cari fratelli e sorelle,

desidero salutare tutti voi che avete partecipato a questo momento di preghiera, con il quale abbiamo rinnovato l’attenzione della Chiesa per le diverse categorie di persone vulnerabili in movimento. In unione con i fedeli di tutte le Diocesi del mondo abbiamo celebrato la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, per riaffermare la necessità che nessuno rimanga escluso dalla società, che sia un cittadino residente da molto tempo o un nuovo arrivato.

Per sottolineare tale impegno, tra poco inaugurerò la scultura che ha come tema queste parole della Lettera agli Ebrei: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli» (13,2). Tale scultura, in bronzo e argilla, raffigura un gruppo di migranti di varie culture e diversi periodi storici. Ho voluto questa opera artistica qui in Piazza San Pietro, affinché ricordi a tutti la sfida evangelica dell’accoglienza.

Domani, lunedì 30 settembre, si aprirà in Camerun un incontro di dialogo nazionale per la ricerca di una soluzione alla difficile crisi che da anni affligge il Paese. Sentendomi vicino alle sofferenze e alle speranze dell’amato popolo camerunese, invito tutti a pregare perché tale dialogo possa essere fruttuoso e condurre a soluzioni di pace giuste e durature, a beneficio di tutti. Maria, Regina della pace, interceda per noi.

Liturgia della XXVI Domenica del Tempo Ordinario, Anno C

29 settembre 2019

La ricchezza che aliena dai beni del regno
Povertà e ricchezza sono situazioni antiche quanto il mondo. Ma hanno fatto e continuano sempre a fare problema. Le interpretazioni e le soluzioni sono molte. C’è chi collega povertà e ricchezza alla «fortuna» e al caso. Chi vede nella povertà il segno della incapacità e del disordine morale e nella ricchezza il segno e il premio dell’intelligenza e della virtù. Per altri è proprio il contrario: chi è onesto non si arricchisce, perché per diventare ricchi non bisogna avere troppi scrupoli di coscienza. Ricchezza coincide con sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo: il ricco è un ladro, disposto a tutto per difendere il suo privilegio. Nasce il disordine costituito, la società violenta. E nasce il problema: come fare giustizia? Come dividere giustamente i beni della terra e i frutti del lavoro dell’uomo? Come cambiare l’ordine delle cose?

Beati i ricchi, guai ai ricchi
Anche nella Bibbia troviamo una duplice «lettura» della povertà e della ricchezza. Da una parte la povertà è scandalo, un male da togliere, un male che è quasi la cristallizzazione del peccato, mentre nella ricchezza c’è il segno della benedizione di Dio. L’amico di Dio è l’uomo dotato di ogni bene. Il povero è colui nel quale si specchia il disordine del mondo.
Però c’è’ anche tutta una linea profetica che termina nel «guai a voi, o ricchi!» di Gesù e che vede nella ricchezza il pericolo più grave di autosufficienza e di allontanamento da Dio e di insensibilità verso il prossimo. E contrapposto al «guai a voi, o ricchi!», c’è il «beati i poveri»: la povertà diventa una specie di zona privilegiata per l’esperienza religiosa. Il povero è l’amato da Iahvè; a lui è annunciato il Regno. Il povero è il primo destinatario della Buona Novella. La povertà non è più disgrazia o scandalo, ma beatitudine. La beatitudine del povero sarà pienamente rivelata dopo la morte, con un rovesciamento delle situazioni (vangelo).

Il vangelo è denuncia profetica di ogni ordine ingiusto…
La parabola del ricco epulone va considerata allora come l’accettazione fatalistica di un disordine costituito in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, in cui il ricco opprime il povero? E come consolazione alienante per i poveri di questo mondo? La religione è l’oppio che addormenta e tiene buoni i poveri? Questo modo di leggere la parabola non è vangelo, ma una caricatura dei vangelo.
Il vangelo è denuncia profetica di ogni ordinamento ingiusto e rivelazione delle cause profonde dell’ingiustizia. Anche il povero può essere un ricco potenziale e lottare non per la giustizia ma per prendere il posto dei padroni. Il vangelo è appello alla conversione radicale per tutti, poveri e ricchi, conversione da realizzare subito. «Anche tra i ricchi Gesù annunzia il Regno che viene. Ma condanna i mali che la ricchezza trascina con sé: vede il ricco pri­gioniero dei suoi beni portato a escludere ogni altro valore, a considerare i suoi simili strumento della sua avidità.
Il ricco epulone della parabola evangelica che banchetta lautamente e non si dà pena di Lazzaro, un povero mendicante affamato e coperto di piaghe, non ne è ancora l’immagine più completa. Lo sono ancor più i suoi cinque fratelli che continuano spensierati a gozzovigliare, insensibili fino al punto che nemmeno un morto risuscitato potrebbe scuoterli» (CdA, pag, 31).

e forza di trasformazione del mondo
Nella parabola viene mostrato come la prospettiva del futuro abbia peso sull’oggi e come il rapporto dell’uomo con l’uomo abbia un riflesso con il suo definitivo essere innanzi a Dio. Il vangelo è una forza dinamica di trasformazione e di cambiamento «continuo». L’avventura dell’amore, inaugurata da Cristo e proseguita dopo di lui, invitando l’uomo ad acconsentire attivamente alla legge della libertà, ha di fatto causato una progressiva trasformazione dei rapporti tra gli uomini… Non è però un manifesto rivoluzionario e neppure un programma di riforma in materia sociale. E’ qualcosa di più e di più essenziale. Il vangelo non ci insegna nulla sulla rivoluzione. Tentare di costruire una teologia della rivoluzione partendo dal vangelo è illudersi e non cogliere l’essenziale. Sul piano degli obiettivi e dei mezzi, i cristiani e i non cristiani devono fare appello alle risorse della razionalità umana, scientifica e morale; gli uni e gli altri devono ricercare le soluzioni efficaci, anche se i comportamenti concreti possono divergere. Ma i cristiani, presi nell’avventura dell’amore e nella sola misura in cui accettano di viverla come Cristo e alla sua sequela, saranno più attenti a fare in modo che essa non degeneri in nuove oppressioni e in nuovo legalismo.

Foste salvati gratuitamente
Dalla «Lettera ai Filippesi» di san Policarpo, vescovo e martire
(Capp. 1, 1 – 2, 3; Funk 1, 267-269)
Policarpo e i presbiteri, che sono con lui, alla chiesa di Dio che risiede come pellegrina in Filippi: la misericordia e la pace di Dio onnipotente e di Gesù Cristo nostro salvatore siano in abbondanza su di voi.
Prendo parte vivamente alla vostra gioia nel Signore nostro Gesù Cristo perché avete praticato la parola della carità più autentica. Infatti avete aiutato nel loro cammino i santi avvinti da catene, catene che sono veri monili e gioielli per coloro che furono scelti da Dio e dal Signore nostro. Gioisco perché la salda radice della vostra fede, che vi fu annunziata fin dal principio, sussiste fino al presente e porta frutti in Gesù Cristo nostro Signore. Egli per i nostri peccati accettò di giungere fino alla morte, ma «Dio lo ha risuscitato sciogliendolo dalle angosce della morte» (At 2, 24), e in lui, senza vederlo, credete con una gioia indicibile e gloriosa( cfr. 1 Pt 1, 8), alla quale molti vorrebbero partecipare; e sapete bene che siete stati salvati per grazia, non per le vostre opere, ma per la volontà di Dio mediante Gesù Cristo (cfr. Ef 2, 8-9).
«Perciò dopo aver preparato la vostra mente all’azione» (1 Pt 1, 13), «servite Dio con timore» (Sal 2, 11) e nella verità, lasciando da parte le chiacchiere inutili e gli errori grossolani e «credendo in colui che ha risuscitato nostro Signore Gesù Cristo dai morti e gli ha dato gloria» (1 Pt 1, 21), facendolo sedere alla propria destra. A lui sono sottomesse tutte le cose nei cieli e sulla terra, a lui obbedisce ogni vivente. Egli verrà a giudicare i vivi e i morti e Dio chiederà conto del suo sangue a quanti rifiutano di credergli.
Colui che lo ha risuscitato dai morti, risusciterà anche noi, se compiremo la sua volontà, se cammineremo secondo i suoi comandi e ameremo ciò che egli amò, astenendoci da ogni specie di ingiustizia, inganno, avarizia, calunnia, falsa testimonianza, «non rendendo mala per male, né ingiuria per ingiuria» (1 Pt 3, 9), colpo per colpo, maledizione per maledizione, memori dell’insegnamento del Signore che disse: Non giudicate per non esser giudicati; perdonate e vi sarà perdonato; siate misericordiosi per ricevere misericordia; con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi (cfr. Mt 7, 1); Lc 6, 36-38) e: Beati i poveri e i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli (cfr. Mt 5, 3. 10).

LITURGIA DELLA PAROLA

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Il mio Ideale: Gesù,Figlio di Maria. (Padre Emilio Neubert, Santo, Marianista).Libro III/ Capitolo VII

29 settembre 2019

TRE DISPOSIZIONI ESSENZIALI

Maria: Figlio mio, i mezzi esteriori che ti ho indicati ti saranno utili solo se ad essi aggiungerai alcune indispensabili disposizioni interiori. Non a caso infatti le medesime pratiche conducono alcuni alla santità e lasciano altri nella mediocrità. Solo «lo spirito vivifica». Ascolta ciò che questo spirito richiede da te.

   2. Anzitutto: «abnegazione». Ne avrai bisogno per combattere senza stan­chezze il tuo difetto dominante. Ne avrai bisogno per rinunziare a te stesso in ogni cosa, così da non ostacolare l’opera di Ge­sù in te.

   3. Ne avrai bisogno per sforzarti di riprodur­re in te i sentimenti di Gesù. Se la pietà filiale verso di me consistesse sol­tanto nell’invocarmi, nel cantare le mie lodi e nel gustare la mia intimità, il praticarla non ri­chiederebbe grande abnegazione! Ma poiché essa deve condurti all’identifica­zione con Gesù, non può evidentemente andare disgiunta da una totale rinuncia a te stesso. Non potrai servire due padroni. Il padrone o sarà Gesù o sarai tu stesso. Devi scegliere deci­samente tra l’uno e l’altro. Io posso aiutarti in questa rinunzia; non pos­so in alcun modo dispensartene.

   4. In secondo luogo: «costanza». Trovo più facilmente cento anime pronte a fare un sacrificio eroico in un momento di fer­vore, che non una sola capace di perseverare per più giorni nella fedeltà alle risoluzioni prese. Quante volte sarai tentato di abbandonare qualcuna delle pratiche da me suggerite! Sii ad esse fedele ad ogni costo. Se oggi ne sopprimi qualcuna con un buon pretesto, domani la sopprimerai con un pretesto qualunque, e poi la sopprimerai per sempre sen­za pretesto alcuno. Si può abbreviarle se è necessario, sopprimer­le mai. Solo così si raggiunge l’intento.

   5. Infine e soprattutto: «generosità». Vi sono due forme di generosità. La prima consiste nel dare a Gesù, senza esi­tare, non soltanto ciò che egli richiede, ma an­che ciò che, pur non essendo di precetto, gli fa­rebbe piacere. Tale è stata la generosità di tua Madre, e dal più al meno di tutte le anime sante. Cerca di praticarla meglio che potrai.

   6. L’altra consiste nel riparare immancabil­mente le tue colpe e negligenze. Se hai commesso una mancanza, offri in compenso un sacrificio speciale che altrimenti non avresti fatto, e in questo atto racchiudi tan­to amore che, fatta la riparazione, Gesù ti sia ancora più caro che se non l’avessi contristato.

   7. I mediocri e i santi differiscono tra loro non perché i primi commettono colpe e gli altri no, ma perché mentre i primi si contentano di riconoscere le loro mancanze, gli altri si sforza­no di amare tanto più Gesù quanto meno l’han­no amato in passato. Tu dunque comportati co­me i santi: ripara.

   8. Ripara soprattutto le tue omissioni o negli­genze riguardo al colloquio quotidiano con Ge­sù, al rinnovamento spirituale, alla rassegna di ogni giorno e ai ritiri.

   9. Ripara quanto prima. Val meglio, general­mente parlando, una riparazione breve ma im­mediata che una lunga ma rinviata.

   10. Vuoi sapere come fare queste riparazioni? Consultami dopo le tue mancanze e negligenze, e t’insegnerò il da farsi perché ogni tua colpa di­venti una «felice colpa». E se saprai perseverare in questa generosa di­sposizione ti prometto che nonostante i tuoi peccati, i tuoi difetti, le tue tentazioni e la tua debolezza ti farò santo ed apostolo.

Invito al colloquio: O Maria, tutta la mia attività, tutto il mio tempo, tutto il mio essere ti appartiene. Ricordami la mia consacrazione quando sono tentato di accidia, e infondi in me la generosità dei santi!

Continua…..