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Il Foglio e il punto nero, di Monsignor Gianfranco Ravasi ,Avvenire 5/01/2011

18 gennaio 2020

Un maestro indù mostrò un giorno ai suoi discepoli un foglio di carta con un punto nero nel mezzo. «Che cosa vedete?», chiese. «Un punto nero!» risposero. «Nessuno di voi è stato capace di vedere il grande spazio bianco!», replicò il maestro.

È questa la legge che fa riempire di cronaca nera i giornali e le televisioni: un solo delitto ha più peso di mille atti di generosità e d’amore, secondo i parametri dell’informazione. Anche noi siamo pronti a cogliere la pagliuzza nell’occhio dell’altro e ignoriamo la luminosità sorridente di tanti sguardi. È normale elencare tutte le amarezze dell’esistenza e ignorare la quiete e le gioie che pure accompagnano la maggior parte dei nostri giorni. Il nostro pensiero si fissa con più facilità sui punti neri del cielo della storia che non sulle distese di azzurro e di luce. Certo, non si deve essere così ottimisti o ingenui da ignorare il male che pure costella le vicende umane, ma non è giusto considerare come marginali la meraviglia delle albe e dei tramonti, lo stupore del sorriso dei bambini, il fascino dell’intelligenza, il calore dell’amore. Il sì è più forte del no.

E in questa linea vorremmo aggiungere un’altra nota. Ce la offre Pirandello nel suo dramma Il piacere dell’onestà (1918) quando il protagonista dichiara: «È molto più facile essere un eroe che un galantuomo. Eroi si può essere una volta tanto; galantuomini si dev’essere sempre».

Anche nel bene può, quindi, vigere la stessa legge: il punto più luminoso dell’eroismo attira tutta l’attenzione, facendo dimenticare che è ben più mirabile il tenue filo di luce che percorre tutte le giornate di un genitore dedicato alla sua famiglia, forse con un figlio disabile. C’è un eroismo quotidiano che non fa suonare le trombe davanti a sé, ma che ha in sé una grandezza ben più gloriosa.

Esodo, Capitolo 1

18 gennaio 2020

[1] Questi sono i nomi dei figli d’Israele entrati in Egitto con Giacobbe e arrivati ognuno con la sua famiglia:

[2] Ruben, Simeone, Levi e Giuda,

[3] Issacar, Zàbulon e Beniamino,

[4] Dan e Nèftali, Gad e Aser.

[5] Tutte le persone nate da Giacobbe erano settanta, Giuseppe si trovava già in Egitto.

[6] Giuseppe poi morì e così tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione.

[7] I figli d’Israele prolificarono e crebbero, divennero numerosi e molto potenti e il paese ne fu ripieno.

[8] Allora sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe.

[9] E disse al suo popolo: “Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi.

[10] Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese”.

[11] Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro gravami, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses.

[12] Ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva oltre misura; si cominciò a sentire come un incubo la presenza dei figli d’Israele.

[13] Per questo gli Egiziani fecero lavorare i figli d’Israele trattandoli duramente.

[14] Resero loro amara la vita costringendoli a fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi: e a tutti questi lavori li obbligarono con durezza.

[15] Poi il re d’Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l’altra Pua:

[16] “Quando assistete al parto delle donne ebree, osservate quando il neonato è ancora tra le due sponde del sedile per il parto: se è un maschio, lo farete morire; se è una femmina, potrà vivere”.

[17] Ma le levatrici temettero Dio: non fecero come aveva loro ordinato il re d’Egitto e lasciarono vivere i bambini.

[18] Il re d’Egitto chiamò le levatrici e disse loro: “Perché avete fatto questo e avete lasciato vivere i bambini?”.

[19] Le levatrici risposero al faraone: “Le donne ebree non sono come le egiziane: sono piene di vitalità: prima che arrivi presso di loro la levatrice, hanno già partorito!”.

[20] Dio beneficò le levatrici. Il popolo aumentò e divenne molto forte.

[21] E poiché le levatrici avevano temuto Dio, egli diede loro una numerosa famiglia.

[22] Allora il faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: “Ogni figlio maschio che nascerà agli Ebrei, lo getterete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni figlia”.

Spiegazione

Il libro dell’Esodo racconta la fondazione della chiesa e della nazione d’Israele. Abbiamo visto finora la religione vissuta nella vita domestica, ora invece vediamo i suoi effetti sui regni e sulle nazioni. Esodo significa “partenza”, infatti l’avvenimento principale di questo libro è la partenza d’Israele dall’Egitto e la liberazione dalla schiavitù egiziana. Esso ci riferisce, inoltre, l’adempimento di numerose promesse e profezie fatte ad Abramo riguardo alla sua discendenza e ci presenta lo stato della chiesa nel deserto di questo mondo fino al suo arrivo alla terra promessa, quale esempio del giorno del nostro riposo eterno.

Versi 1-7: Per più di 200 anni Abramo, Isacco e Giacobbe vissero liberi e il popolo ebreo aumentò lentamente di numero; solo circa settanta persone scesero in Egitto. Nello stesso numero di anni, sebbene sotto una schiavitù crudele in Egitto, essi diventarono una grande nazione. Questo aumento miracoloso adempì la promessa fatta ai padri. Sebbene gli adempimenti delle promesse di Dio siano talvolta lente, possiamo sempre essere sicuri che si compiranno.

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Udienza Generale del 15 Gennaio 2020 nell’Aula Paolo VI, Papa Francesco

18 gennaio 2020

Catechesi sugli Atti degli Apostoli: 20. «Paolo accoglieva tutti quelli che venivano da lui, annunciando il regno di Dio…con tutta franchezza e senza impedimento» (At 28,30-31). La prigionia di Paolo a Roma e la fecondità dell’annuncio.
Cari fratelli e sorelle!
Concludiamo oggi la catechesi sugli Atti degli Apostoli, con l’ultima tappa missionaria di San Paolo: cioè Roma (cfr At 28,14).
Il viaggio di Paolo, che è stato un tutt’uno con quello del Vangelo, è la prova che le rotte degli uomini, se vissute nella fede, possono diventare spazio di transito della salvezza di Dio, attraverso la Parola della fede che è un fermento attivo nella storia, capace di trasformare le situazioni e di aprire vie sempre nuove.
Con l’arrivo di Paolo nel cuore dell’Impero termina il racconto degli Atti degli Apostoli, che non si chiude con il martirio di Paolo, ma con la semina abbondante della Parola. La fine del racconto di Luca, imperniato sul viaggio del Vangelo nel mondo, contiene e ricapitola tutto il dinamismo della Parola di Dio, Parola inarrestabile che vuole correre per comunicare salvezza a tutti.
A Roma, Paolo incontra anzitutto i suoi fratelli in Cristo, che lo accolgono e gli infondono coraggio (cfr At 28,15) e la cui calda ospitalità lascia pensare a quanto fosse atteso e desiderato il suo arrivo. Poi gli viene concesso di abitare per conto proprio sotto custodia militaris, cioè con un soldato che gli fa da guardia, era agli arresti domiciliari. Malgrado la sua condizione di prigioniero, Paolo può incontrare i notabili giudei per spiegare come mai sia stato costretto ad appellarsi a Cesare e per parlare loro del regno di Dio. Egli cerca di convincerli riguardo a Gesù, partendo dalle Scritture e mostrando la continuità tra la novità di Cristo e la «speranza d’Israele» (At 28,20). Paolo si riconosce profondamente ebreo e vede nel Vangelo che predica, cioè nell’annuncio di Cristo morto e risorto, il compimento delle promesse fatte al popolo eletto.
Dopo questo primo incontro informale che trova i Giudei ben disposti, ne segue uno più ufficiale durante il quale, per un’intera giornata, Paolo annuncia il regno di Dio e cerca di aprire i suoi interlocutori alla fede in Gesù, a partire «dalla legge di Mosè e dai Profeti» (At 28,23). Poiché non tutti sono convinti, egli denuncia l’indurimento di cuore del popolo di Dio, causa della sua condanna (cfr Is 6,9-10), e celebra con passione la salvezza delle nazioni che si mostrano invece sensibili a Dio e capaci di ascoltare la Parola del Vangelo della vita (cfr At 28,28).
A questo punto della narrazione, Luca conclude la sua opera mostrandoci non la morte di Paolo ma il dinamismo della sua predica, di una Parola che «non è incatenata» (2Tm 2,9) – Paolo non ha la libertà di muoversi ma è libero di parlare perché la Parola non è incatenata – è una Parola pronta a lasciarsi seminare a piene mani dall’Apostolo. Paolo lo fa «con tutta franchezza e senza impedimento» (At 28,31), in una casa dove accoglie quanti vogliono ricevere l’annuncio del regno di Dio e conoscere Cristo. Questa casa aperta a tutti i cuori in ricerca è immagine della Chiesa che, pur perseguitata, fraintesa e incatenata, mai si stanca di accogliere con cuore materno ogni uomo e ogni donna per annunciare loro l’amore del Padre che si è reso visibile in Gesù.
Cari fratelli e sorelle, al termine di questo itinerario, vissuto insieme seguendo la corsa del Vangelo nel mondo, lo Spirito ravvivi in ciascuno di noi la chiamata ad essere evangelizzatori coraggiosi e gioiosi. Renda capaci anche noi, come Paolo, di impregnare le nostre case di Vangelo e di renderle cenacoli di fraternità, dove accogliere il Cristo vivo, che «viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo» (cfr II Prefazio di Avvento).

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Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte Terza la Vita in Cristo, Sezione Seconda i Dieci Comandamenti,Capitolo Primo:Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze.Articolo 2, il Secondo Comandamento

18 gennaio 2020

Articolo 2
IL SECONDO COMANDAMENTO
Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio ( ⇒ Es 20,7; ⇒ Dt 5,11 ). Fu detto agli antichi: “Non spergiurare”… Ma io vi dico: non giurate affatto ( ⇒ Mt 5,33-34 ).

I. Il nome del Signore è santo

2142 Il secondo comandamento prescrive di rispettare il nome del Signore. Come il primo comandamento, deriva dalla virtù della religione e regola in particolare il nostro uso della parola a proposito delle cose sante.

2143 Tra tutte le parole della Rivelazione ve ne è una, singolare, che è la rivelazione del nome di Dio, che egli svela a coloro che credono in lui; egli si rivela ad essi nel suo Mistero personale. Il dono del nome appartiene all’ordine della confidenza e dell’intimità. “Il nome del Signore è santo”. Per questo l’uomo non può abusarne. Lo deve custodire nella memoria in un silenzio di adorazione piena d’amore [Cf ⇒ Zc 2,17 ]. Non lo inserirà tra le sue parole, se non per benedirlo, lodarlo e glorificarlo [Cf ⇒ Sal 29,2; ⇒ Sal 96,2; ⇒ Sal 113,1-2 ].

2144 Il rispetto per il nome di Dio esprime quello dovuto al suo stesso Mistero e a tutta la realtà sacra da esso evocata. Il senso del sacro fa parte della virtù della religione:

Il sentimento di timore e il sentimento del sacro sono sentimenti cristiani o no? Nessuno può ragionevolmente dubitarne. Sono i sentimenti che palpiterebbero in noi, e con forte intensità, se avessimo la visione della Maestà di Dio. Sono i sentimenti che proveremmo se ci rendessimo conto della sua presenza. Nella misura in cui crediamo che Dio è presente, dobbiamo avvertirli. Se non li avvertiamo, è perché non percepiamo, non crediamo che egli è presente [John Henry Newman, Parochial and plain sermons, 5, 2, pp. 21-22].

2145 Il fedele deve testimoniare il nome del Signore, confessando la propria fede senza cedere alla paura [Cf ⇒ Mt 10,32; ⇒ 1Tm 6,12 ]. L’atto della predicazione e l’atto della catechesi devono essere compenetrati di adorazione e di rispetto per il nome del Signore nostro Gesù Cristo.

2146 Il secondo comandamento proibisce l’abuso del nome di Dio, cioè ogni uso sconveniente del nome di Dio, di Gesù Cristo, della Vergine Maria e di tutti i santi.

2147 Le promesse fatte ad altri nel nome di Dio impegnano l’onore, la fedeltà, la veracità e l’autorità divine. Esse devono essere mantenute, per giustizia. Essere infedeli a queste promesse equivale ad abusare del nome di Dio e, in qualche modo, a fare di Dio un bugiardo [Cf ⇒ 1Gv 1,10 ].

2148 La bestemmia si oppone direttamente al secondo comandamento. Consiste nel proferire contro Dio – interiormente o esteriormente – parole di odio, di rimprovero, di sfida, nel parlare male di Dio, nel mancare di rispetto verso di lui nei propositi, nell’abusare del nome di Dio. San Giacomo disapprova coloro “che bestemmiano il bel nome (di Gesù) che è stato invocato” sopra di loro ( ⇒ Gc 2,7 ). La proibizione della bestemmia si estende alle parole contro la Chiesa di Cristo, i santi, le cose sacre. E’ blasfemo anche ricorrere al nome di Dio per mascherare pratiche criminali, ridurre popoli in schiavitù, torturare o mettere a morte. L’abuso del nome di Dio per commettere un crimine provoca il rigetto della religione.
La bestemmia è contraria al rispetto dovuto a Dio e al suo santo nome. Per sua natura è un peccato grave [Cf ⇒ Codice di Diritto Canonico, 1369].

2149 Le imprecazioni, in cui viene inserito il nome di Dio senza intenzione di bestemmia, sono una mancanza di rispetto verso il Signore. Il secondo comandamento proibisce anche l’ uso magico del nome divino.

Il nome di Dio è grande laddove lo si pronuncia con il rispetto dovuto alla sua grandezza e alla sua Maestà. Il nome di Dio è santo laddove lo si nomina con venerazione e con il timore di offenderlo [Sant’Agostino, De sermone Domini in monte, 2, 45, 19: PL 34, 1278].

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Araldo del Divino Amore, libro V :Capitolo XXIX

17 gennaio 2020

FEDELI PROMESSE DI DIO E PRIVILEGI
Il Signore, come già si è detto, l’animava in vari modi a desiderare la morte. Poco tempo dopo ella fu colpita da una malattia di fegato, che venne dichiarata dai medici inguaribile. Geltrude ne ringraziò, con immenso giubilo, il Signore e gli disse: « O mio Gesù, benchè per me la felicità suprema sarebbe di abbandonare la prigione del corpo per unirmi a Te, pure, te lo dichiaro apertamente, se il voler tuo fosse contrario alle mie brame, vorrei restare quaggiù fino al giorno del giudizio, e vivervi per la tua gloria, in un’estrema miseria».
Le rispose il Salvatore: « La tua buona volontà ha davanti al mio sguardo lo stesso effetto, come se fosse stata eseguita a perfezione ». Dicendo quelle parole il Signore parve sentire tali delizie, e ciascuno dei sensi della sua Umanità deificata lasciò scorrere un nettare prezioso nel quale i Santi attingevano gloria, gioia, felicità. Le disse Gesù:
« Nel giorno in cui ti attrarrò a me, le montagne, cioè i Santi, stilleranno questa dolcezza, perché, per aumentare la tua beatitudine, i cieli spanderanno miele su tutta la terra. E le colline, cioè gli abitanti terreni, lasceranno scorrere latte e miele, dopo d’aver ricevuto, per i tuoi meriti, le consolazioni della grazia ».
Geltrude accolse con commossa riconoscenza una risposta così amabile. Per accrescere la sua gratitudine ella medìtò tutte le promesse del genere che lo Sposo divino le aveva fatto o direttamente, o per mezzo di altri, poi ringraziò Dio con acceso fervore.
La divina bontà le aveva promesso, nella sua illimitata ampiezza, che l’amore avrebbe consumato veramente tutte le sue forze. Difatti nessuna morte doveva rapirla, se non la nobile potenza dell’amore, che prevalse contro il Figlio di Dio, separando l’anima sua preziosa dal suo santissimo Corpo.
In seguito, per una deliberazione della SS. Trinità sempre adorabile, lo Spirito Santo aveva ricevuto la missione di compiere felicemente in Geltrude, in virtù delle sue divine operazioni, tutta ciò che doveva realizzarsi in essa, durante la malattia e all’ora della morte. Doveva cioè agire con lo stesso amore col quale aveva operato ineffabilmente l’Incarnazione, nel seno della Vergine.
L’amore si sarebbe fatto inoltre servitore dell’eletta di Dio, e tutte coloro che l’avrebbero curata nell’ultima malattia, sarebbero state largamente ricompensate dalla divina liberalità, perché l’amore divino verrebbe, a sua volta, a servirle nelle stesse circostanze.
Sul punto di spirare Dio avrebbe accordato a Geltrude tutte quelle grazie che a una creatura è dato ricevere in quell’ora suprema. Una grande moltitudine di peccatori farebbe vera penitenza, per un effetto della gratuita bontà di Dio, e coloro che avrebbero dovuto un giorno pervenire alla grazia, sarebbero stati allora preparati, in una certa misura. Di più molte anime purganti sarebbero liberate, e per accrescere la gloria e i meriti di Geltrude, entrerebbero con essa nel regno celeste, come famiglia della sposa.
La Verità divina, le aveva fatto ancora altre promesse chiunque pregherebbe per lei, avrebbe sentito personalmente l’effetto della sua supplica. Lodando poi e ringraziando Dio dei doni a lei fatti, si sarebbero ottenuti i medesimi favori, se non subito, almeno a tempo opportuno. E se dopo tali lodi e ringraziamenti, si fosse domandata una grazia in nome dell’amore col quale Dio l’aveva scelta da tutta l’eternità, l’aveva dolcemente attirata a sè, se l’era intimamente unita, aveva gustato in essa le più pure delizie, per consumarla infine felicemente nel divino amore, si sarebbe stati infallibilmente esauditi, purché si domandassero cose vantaggiose per la salvezza eterna.
Infine il Signore aveva giurato, nella verità della sua Passione e sotto il sigillo della sua preziosissima morte, di ricompensare chiunque pregherebbe caritatevolmente per lei negli ultimi istanti, o dopo la sua morte, per ottenere tutte le protezioni e i soccorsi che si possono desiderare per se stessi in quella circostanza, con l’intenzione di raccomandare al Signore, insieme a Geltrude, anche coloro per i quali Dio desidera di essere pregato.
E’ bene, prima d’incominciare la preghiera, offrirla al Signore in unione dell’amore che l’ha fatto discendere dai cielo in terra, per compiere l’opera della Redenzione. Dopo le preghiera bisogna rinnovare quest’offerta, in unione all’amore col quale il Signore sofferse crudele morte che presentò al Padre con tutto il frutto della sua santa Umanità nel giorno dell’Ascensione. In tal modo si riceverà all’ora della morte tutto quello che sarà stato fatto nel mondo per l’eletta del Signore, e si godrà come se si fosse soli a domandare questi favori, con grande divozione.

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Maria a Medjugorje, i messaggi del 25 Dicembre 2019 a Mirjana e Jakov, e il messaggio del 2 Gennaio 2020

17 gennaio 2020

“Figlioli, vi invito tutti ad amare, non con amore umano, ma con l’amore di Dio”. La Madonna a Medjugorje

 Messaggio di Medjugorje, 25 dicembre 2019
“Cari figli! Vi porto mio Figlio Gesù perché vi benedica e vi riveli il Suo amore che viene dai cieli. Il vostro cuore brama la pace che diminuisce sempre più sulla terra. Per questo gli uomini sono lontani da Dio, le anime sono ammalate e vanno verso la morte spirituale. Sono con voi, figlioli, per guidarvi su questo cammino di salvezza al quale Dio vi chiama. Grazie per aver risposto alla mia chiamata. ”

Messaggio di Medjugorje, 2 gennaio 2020 – Apparizione a Mirjana

“Cari figli, so di essere presente nelle vostre vite e nei vostri cuori. Sento il vostro amore, odo le vostre preghiere e le rivolgo a mio Figlio. Però, figli miei, io voglio essere, mediante un amore materno, nella vita di tutti i miei figli. Voglio radunare attorno a me tutti i miei figli, sotto il mio manto materno. Perciò invito voi e vi chiamo apostoli del mio amore, perché mi aiutiate. Figli miei, mio Figlio ha pronunciato le parole: “Padre nostro”, Padre nostro che sei ovunque e nei nostri cuori, perché vuole insegnarvi a pregare con le parole e i sentimenti. Vuole che siate sempre migliori, che viviate l’amore misericordioso che è preghiera e sacrificio illimitato per gli altri. Figli miei, date a mio Figlio l’amore per il prossimo; date al vostro prossimo parole di consolazione, di compassione e atti di giustizia. Tutto ciò che donate agli altri, apostoli del mio amore, mio Figlio lo accoglie come un dono. E io sono con voi perché mio Figlio vuole che il mio amore, come un raggio di luce, rianimi le vostre anime, che vi aiuti nella ricerca della pace e della felicità eterna. Perciò, figli miei, amatevi gli uni gli altri, siate uniti mediante mio Figlio, siate figli di Dio che tutti insieme con cuore colmo, aperto e puro, dicono il Padre nostro e non abbiate paura! Vi ringrazio. ”

Messaggio di Medjugorje, 25 dicembre 2019 – Apparizione annuale a Jakov Colo
Nell’ultima apparizione quotidiana del 12 Settembre 1998 la Madonna ha detto a Jakov Colo che avrebbe avuto l’apparizione una volta all’anno, il 25 Dicembre, a Natale. Così è avvenuto anche quest’anno. La Madonna e venuta con il Bambino Gesu tra le braccia. L’apparizione è iniziata alle 14 e 25 ed è durata 9 minuti. La Madonna è venuta con il piccolo Gesù fra le braccia. La Madonna attraverso Jacov ha trasmesso il seguente messaggio:
“Cari figli, oggi in questo giorno di grazia, in modo particolare vi invito ad aprire i vostri cuori e pregate Gesù affinché fortifichi la vostra fede. Figli, attraverso la preghiera col cuore, la fede e le opere comprenderete che cosa significhi vivere una sincera vita cristiana. Spesse volte, figli, le vostre vite ed i vostri cuori sono presi da tenebra, dolore e croci. Non vacillate nella fede e non domandatevi il perché pensando che siete soli e abbandonati ma aprite i vostri cuori, pregate e credete fermamente e allora il vostro cuore sentirà la vicinanza di Dio, e che Dio non vi abbandona mai e che è al vostro fianco in ogni momento. Attraverso la preghiera e la fede, Dio risponderà ad ogni vostro perché e trasformerà ogni vostro dolore, tenebra e croce in luce. Vi ringrazio. ”

La Chiesa guarda con favore, ma non si è ancora espressa ufficialmente sui fatti di Medjugorje

Amiamo il Rosario, riflessioni e suggerimenti sulla preghiera e sull’altra vita .Don Renzo del Fante, Apostolato Mariano Melegnano (MI)

16 gennaio 2020

NON LO DIGERISCE
Non c’è prete che abbia veramente cura delle anime, che non sappia quanto il Rosario sia odiato da Satana e da tutto il regno infernale.
L’inimicizia insanabile, fatta di rancore e di paura, Satana la porta contro Maria in persona, la Donna immacolata superiore a lui, anche quando egli era il bellissimo Lucifero del Paradiso.
Egli ricorda meglio di noi che dalla libera adesione alla volontà di Dio da parte di Maria è venuta la Salvezza: Gesù il Figlio di Dio.
Conosce meglio dei teologi il ruolo universale di Maria Intermediaria fra Gesù e noi, e fra noi stessi, che la sua Regalità e Maternità corredentrice le rendono possibile, anzi doveroso.
Questo odio si concretizza contro la preghiera del Rosario, contro un pregare che non sollecita l’orgoglio, anzi ci fa tornare bambini, accanto alla Madre, di fronte a Dio.
Conosco per esperienza di esorcista il materializzarsi di questa rabbia di Satana, di questo suo terrore panico anche di fronte alla corona benedetta. Le persone da lui tormentate cercano di spezzare le corone messe loro al collo o di gettarle lontano. Costrette a ricollocarle in luogo di onore, dimostrano un orrore e una riluttanza come se dovessero raccogliere da terra un serpente velenoso.
Ciò impressiona maggiormente quando uno sa che le stesse persone, nei momenti di libertà spirituale, sanno recitare e con devozione il santo Rosario…

Con questo segno vincerai!
Se la Madonna in persona e il Santo Padre ci raccomandano tanto il Rosario, dei motivi ci devono pur essere e Satana, con il suo rancore, al riguardo mostra di esserne al corrente.
Nell’agosto 1945, dopo i bombardamenti sul Giappone, ricordo di aver scritto questa frase: «Le atomiche spezzano il mondo, i Rosari lo riuniranno!».
E così sarà. Satana non è onnipotente, anzi è il vinto che avrà il capo schiacciato dal calcagno della «Donna vestita di sole», l’umile e grande Maria. Si sbagliano coloro che sperano che sia lui, il Ribelle, il vincitore definitivo di questa battaglia cosmica.

LE MALE LINGUE
Anche sul Rosario si sono scatenate valanghe di ironie, perplessità e obiezioni da parte persino di persone il cui compito è di aiutare e non di scoraggiare la povera gente nella ricerca di un dialogo con Dio, nel modo meno artificioso possibile.

Non è preghiera liturgica
Una prima osservazione contro il Rosario muove dal fatto che non è una preghiera «liturgica». Su questo argomento già abbiamo detto; spero che Giovanni XXIII, che ha descritto il Rosario come preghiera «quasi liturgica», riesca a ottenere in Cielo che presto in terra si cancelli quel timido «quasi».
Ma poi chi ha detto che le preghiere debbano essere tutti ufficiali? Il sacerdote ed il levita di Gerusalemme avevano forse la voce roca dal gran cantare nel Tempio; il samaritano credo proprio che di questi riti ne fosse piuttosto digiuno. Ma chi ci è additato come modello? Chi ascolta nella coscienza la voce di Dio e la traduce in pratica nella carità concreta.
Proclamo senza esitazione la superiorità, in se stessa, della preghiera liturgica; nego però che la si possa contrapporre a quella che da soli, o in grosse assemblee, si eleva a Dio e alla santissima Vergine. Talvolta si prega «non liturgicamente» sotto la guida dei nostri sacerdoti, dei vescovi, persino del Papa.
Quel che è avvenuto la vigilia dell’Anno Mariano, con quell’indimenticabile Rosario di dimensione mondiale, ha commosso il Paradiso. Ed è quello che conta!

È ripetitiva
La seconda obiezione punta sulla asserita monotonia del Rosario. E perché nella nostra vita, ad esempio sul piano fisiologico, ci sono delle ripetizioni continue? Guai a noi se non ci fossero; pensiamo al battito ritmico del cuore, al respiro cadenzato dei polmoni.
Anche le nostre abitudini di ogni giorno di lavarci le mani e il viso, di spazzolarci i denti ecc., non perdono di importanza per il fatto di essere ripetitive. Nell’eseguire il nostro lavoro, dopo alcuni mesi ci accorgiamo che sono sempre le stesse cose, gli stessi piccoli o grossi problemi.
La virtù sta nel saper reagire risolutamente: c’è chi si lascia ammazzare dalla noia, e chi sa ricominciare ogni giorno con voluto entusiasmo.
A chi esige per la sua preghiera (quasi fosse lui a fare un piacere a Dio), un menù ogni giorno diverso, faccio notare che le persone sagge non escludono mai l’acqua tra le bevande, né il pane tra gli altri alimenti.
Senza forzare i paragoni, mi pare che Gesù ci voglia nutrire, meglio se ogni giorno, con il Pane vivo che è Lui stesso, e pare che la Madonna, da Mamma saggia e semplice, voglia dissetare i suoi figli con l’acqua limpidissima del suo amore. Non per caso lungo i secoli centinaia di sue apparizioni sono accompagnate dallo sgorgare dell’acqua miracolosa.
Per attingere ristoro da questo Cuore materno, quale mezzo più dolce ed efficace se non quello di prendere in mano con fede la corona del Rosario? E non pensiamo alla consolazione che diamo al suo Cuore Addolorato, pregandola così?
Ma tutte queste Ave Maria a decine e tutte uguali – si lamentano alcuni – non sono un po’ troppe? Proviamo a salire le rampe di una lunga scala: tutti i gradini sono fra loro identici ma nessuno ne fa caso, anzi si protesterebbe se fossero fra loro diversi. Chi sale ai vari piani del palazzo sa benissimo che i gradini sono uguali ma che ciascuno è pure diverso perché lo porta sempre più in alto.
Così chi dice con amore il Rosario, cresce nella grazia di Dio e, di Ave Maria in Ave Maria, si avvicina sempre più a Lui e alla Vergine santissima. Non cambia la formula della preghiera, ma migliora il soggetto che prega.
La monotonia che dobbiamo abborrire è quella dello spirito «freddo. Ha sapore di morte tutto quanto si compie senza impegno, senza ideale che entusiasmi, senza una scintilla di amore.
La mamma che bacia il suo bambino infinite volte e lo imbocca, cucchiaino dopo cucchiaino, non si pone problemi di monotonia. Il fidanzato o sposo veramente innamorato della persona a lui più cara, non conta le volte che ripete che le vuole bene, e chi l’ascolta sente la parola nuova e dolcissima, come fosse la prima volta.
È solo al Signore e alla Madonna che dovremmo rivolgerci in maniera studiata a tavolino, cambiando ogni volta le formule, secondo il moltiplicarsi dei sussidi ascetici e pastorali?

Padre Bozzetti
Tra le infinite poesie dedicate alla Madonna, ho scelto per voi quella di un solido filosofo, Superiore generale dei Rosminiani, Padre Giuseppe Bozzetti. Mi onorò della sua amicizia, in Milano e a Roma a San Giovanni di Porta Latina. Mi sentivo come un topolino di fronte a un gigante.
Rosario
Cara mi sei, mia umile coroncina. Non sempre fu così. Ero come tanti che ti trovan noiosa, e dicono: che gusto ripetere e ripetere la medesima cosa?
Col passare degli anni quanto mai s’impara! che la miseria degli uomini è tanta e non fa che ripetersi la medesima a ogni ora.
E lascerem d’invocare a ogni ora il lavacro e il perdono che intorno al dolce e puro e benedetto Nome si spande?
Guarda il continuo tornare dei ciechi uomini al fango! Deh, riattingere al fonte e versar senza posa le limpide acque: Ave Maria, ave Maria, ave Maria, ave Maria…

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Preghiera del giorno: Devozione delle ultime sette parole di Gesù

20 dicembre 2019

RECITARE : LA SEQUENZA ALLO SANTO SPIRITO

Vieni, Spirito Santo, / manda a noi dal cielo / un raggio della tua luce.

Vieni, padre dei poveri, / vieni, datore dei doni, / vieni, luce dei cuori.

Consolatore perfetto; / ospite dolce dell’anima, / dolcissimo sollievo.

Nella fatica, riposo, / nella calura, riparo, / nel pianto, conforto.

O luce beatissima, / invadi nell’intimo / il cuore dei tuoi fedeli.

Senza la tua forza, / nulla è nell’uomo, / nulla senza colpa.

Lava ciò che è sordido, / bagna ciò che è arido, / sana ciò che sanguina.

Piega ciò che è rigido, / scalda ciò che è gelido, / drizza ciò che è sviato.

Dona ai tuoi fedeli, / che solo in te confidano, / i tuoi santi doni.

Dona virtù e premio, / dona morte santa, / dona gioia eterna.

Amen

CREDO APOSTOLICO

o credo in Dio, Padre onnipotente,
Creatore del cielo e della terra.
E in Gesù Cristo,
Suo unico Figlio, nostro Signore,
il quale fu concepito di Spirito Santo
nacque da Maria Vergine,
patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso,
mori e fu sepolto; discese agli inferi;
il terzo giorno risuscitò da morte;
salì al cielo, siede alla destra
di Dio Padre onnipotente:
di là verrà a giudicare i vivi e i morti.

Credo nello Spirito Santo,
la santa Chiesa cattolica,
la comunione dei santi,
la remissione dei peccati,
la risurrezione della carne,
la vita eterna.
Amen.

 

PRIMA PAROLA
“PADRE, PERDONA LORO, PERCHE’ NON SANNO QUELLO CHE FANNO” (Lc 23,34)
La prima parola che Gesù pronuncia è un’invocazione di perdono che egli rivolge al Padre per i suoi crocifissori. Il perdono di Dio significa che osiamo affrontare ciò che abbiamo fatto. Osiamo ricordare tutto della nostra vita, con i fallimenti e le sconfitte, con le nostre debolezze e la mancanza d’amore. Osiamo rammentare tutte le volte in cui siamo stati meschini e ingenerosi, la bassezza morale delle nostre azioni.

Padre nostro, 10 Ave Maria, Gloria al Padre, Gesù mio perdona le nostre colpe…., Regina della Pace ,prega per noi e per il mondo intero.
SECONDA PAROLA
“IN VERITA IO TI DICO: OGGI SARAI CON ME NEL PARADISO” (Lc 23,43)
La tradizione è stata saggia a chiamarne uno “buon ladrone”. è una definizione appropriata, poiché lui sa come impossessarsi di ciò che non è suo: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (Lc 23,42). Mette a segno il più strabiliante colpo della storia: ottiene il Paradiso, la felicità senza misura, e lo ottiene senza pagare per entrarvi. Come possiamo fare noi tutti. Dobbiamo solo apprendere ad osare i doni di Dio.

Padre nostro, 10 Ave Maria, Gloria al Padre, Gesù mio perdona le nostre colpe…., Regina della Pace ,prega per noi e per il mondo intero.
TERZA PAROLA
“DONNA, ECCO TUO FIGLIO! ECCO TUA MADRE!” (Gv 19,2627)
Nel Venerdì Santo vi è stata la dissoluzione della comunità di Gesù. Giuda lo ha venduto, Pietro lo ha rinnegato. Sembra che tutte le fatiche di Gesù per edificare una comunità siano fallite. E nel momento più buio, vediamo questa comunità nascere ai piedi della croce. Gesù dà alla madre un figlio e al discepolo prediletto una madre. Non è una comunità qualunque, è la nostra comunità. Questa è la nascita della Chiesa.

Padre nostro, 10 Ave Maria, Gloria al Padre, Gesù mio perdona le nostre colpe…., Regina della Pace ,prega per noi e per il mondo intero.

QUARTA PAROLA
“DIO MIO, DIO MIO, PERCHé MI HAI ABBANDONATO?” (Mc 15,34)
Improvvisamente per la perdita di una persona cara la nostra vita ci appare distrutta e senza scopo. “Perché? Perché? Dov’è Dio ora?”. E noi osiamo essere terrorizzati nel renderci conto che non abbiamo nulla da dire. Ma se le parole che affiorano sono di assoluta angoscia, allora ricordiamo che sulla croce Gesù le fece sue. E quando, nella desolazione, non sappiamo trovare nessuna parola, nemmeno per gridare, allora possiamo prendere le sue parole: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.

Padre nostro, 10 Ave Maria, Gloria al Padre, Gesù mio perdona le nostre colpe…., Regina della Pace ,prega per noi e per il mondo intero.

QUINTA PAROLA
“HO SETE” (Gv 19,28)
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù incontra la donna samaritana a un pozzo del patriarca Giacobbe e le dice: “Dammi da bere”. Al principio e alla fine del racconto della sua vita pubblica, Gesù ci chiede con insistenza di soddisfare la sua sete. Ecco come Dio viene a noi, sotto le spoglie di una persona assetata che ci chiede di aiutarlo a dissetarsi al pozzo del nostro amore, qualunque sia la qualità e la quantità di tale amore.

Padre nostro, 10 Ave Maria, Gloria al Padre, Gesù mio perdona le nostre colpe…., Regina della Pace ,prega per noi e per il mondo intero.
SESTA PAROLA
“TUTTO è COMPIUTO” (Gv 19,30)
“è compiuto!”. Il grido di Gesù non significa solo che tutto è finito e che ora lui morirà. è un grido di trionfo. Significa: “è completato!”. Ciò che lui dice letteralmente è: “E’ reso perfetto” All’inizio dell’Ultima Cena l’evangelista Giovanni ci dice che “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”, cioè all’estremo delle sue possibilità. Sulla croce  vediamo tale estremo, la perfezione dell’amore.

Padre nostro, 10 Ave Maria, Gloria al Padre, Gesù mio perdona le nostre colpe…., Regina della Pace ,prega per noi e per il mondo intero.

SETTIMA PAROLA
“PADRE, NELLE TUE MANI CONSEGNO IL MIO SPIRITO” (Lc 23,46)
Gesù ha pronunciato le sue ultime sette parole che invocano il perdono e che conducono alla nuova creazione della “Domenica di Pasqua”. E poi riposa in attesa che finisca questo lungo sabato della storia e giunga finalmente la domenica senza tramonto, quando l’umanità intera entrerà nel suo riposo. “Allora Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro” (Gen 2,2).

Padre nostro, 10 Ave Maria, Gloria al Padre, Gesù mio perdona le nostre colpe…., Regina della Pace ,prega per noi e per il mondo intero.

Per la potenza delle tue sette parole , Salvaci Signore.

Per i sette dolori del cuore immacolato di Maria, Abbi pietà di noi.

In memoria delle sette spade di dolore che trafissero il cuore di Maria ,ai piedi della croce , Salve Regina

Salve, Regina, madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra, salve. A Te ricorriamo, noi esuli figli di Eva; a Te sospiriamo gementi e piangenti in questa valle di lacrime. Orsù dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi quegli occhi Tuoi misericordiosi. E mostraci dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto del Tuo seno. O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria.

 

 

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Araldo del Divino Amore, Libro V. Capitoli XXVII, XXVIII

18 dicembre 2019

APPARECCHIO ALLA MORTE
Geltrude aveva composto un’istruzione assai utile per insegnarci come pensare devotamente alla morte, almeno una volta all’anno, e prepararci con fervore a quell’ora così incerta.
Il primo giorno di tale esercizio era consacrato all’ultima malattia, il secondo alla Confesstone, il terzo all’Estrema Unzione, il quarto alla Comunione, il quinto alla morte. Ella s’impegnò a praticare quanto insegnava agli altri, e la domenica che precedeva i cinque giorni del suo apparecchio, implorò l’assistenza divina nella S. Comunione. Recitò, in quell’unione che fa dell’anima amante un solo spirito con Dio, il salmo Quemadmodum (Sal. XLI) con l’inno Jesu nostra redemptio (inno della festa dell’Ascensione, nella sua forma antica, conservato nei breviari monastici).
Le disse il Signore: « Vieni a stenderti su di me come il profeta Eliseo si è steso sul fanciullo che voleva risuscitare ». Elia chiese: « Come farò? ». Egli rispose: « Applica le tue mani sulle mie mani, cioè confidami tutte le tue opere. Applica i tuoi occhi al miei occhi, tutte le tue membra alle mie sacratissime membra, cioè unisci alle mie sante membra tutte le membra del tuo corpo coi loro atti, di modo, che, in avvenire, non agiscano che per la mia gloria, per mia lode e per mio amore ».
Ella obbedì e vide ben tosto uscire dal Cuore di Gesù, come una cintura d’oro che legava la sua animi al Signore, col vincolo di un indissolubile amore.
Al momento della S. Comunione, ricordandosi ella che si sarebbe confessata volentieri. alla vigilia se l’avesse potuto, perchè bramava il perdono di ogni colpa e negligenza, invocò il Signore il quale fece uscire da ciascuna delle sue membra dei piccoli arpioni d’oro per afferrare e racchiudere quell’anima benedetta, con la forza della sua incomparabile Divinità, così come s’incastona nell’oro una gemma preziosa.
All’indomani, siccome la sua debolezza cresceva, Geltrude recitò due volte il salmo Quemadmodum, e l’inno Jesu nostra redemptio, in memoria dell’unione della Divinità e dell’Umanità, realizzata in Cristo per la salvezza del mondo. Le parve allora che gli arpioni d’oro, che uscivano dalle membra di Gesù per imprigionare l’anima sua, fossero raddoppiati.
Al terzo giorno recitò tre volte lo stesso salmo per onorare l’unione di Cristo con la Trinità sempre adorabile, unione che prepara la nostra glorificazione; gli arpioni d’oro parvero triplicati. Infine alla quarta feria, mentre celebrava l’esercizio da lei composto sull’ultima malattia, con fervida divozione, le parve che la sua anima fosse immersa nel Cristo, come una perla incastonata nell’oro. Quell’oro aveva dei rosoni, in forma di foglie di vite, che si curvavano ai margini della perla, per darle più vivo risalto. Geltrude comprese che la Passione di Gesù Cristo, in unione della quale aveva offerto al Signore la sua ultima malattia, rendeva l’anima sua gradita allo sguardo della SS. Trinità. Nella quinta feria, essendosi messa alla presenza di Dio, si ricordò i suoi peccati e li espresse sotto forma di confessione, nell’amarezza del cuore; man mano che li ricordava, la bontà divina li cancellava, ed essi comparivano come gemme brillanti, che adornavano i rosoni d’oro di cui abbiamo parlato.
Nella VI feria, mentre faceva l’esercizio dell’Estrema Unzione, il Signore Gesù parve assisterla con tenerezza grande: dalla profondità del suo divín Cuore, faceva stillare un liquore che doveva purificare, con la sua unzione, occhi, orecchie, bocca e le altre membra. Per accrescerne lo splendore, Gesù le diede, come ornamento, i meriti delle sue sacratissime membra e le disse: « Confidami il tuo ornamento nuziale; come madre fedele lo custodirò fino al momento opportuno, e non permetterò che tu ne offuschi lo splendore, con una sola negligenza».
Ella seguì devotamente tale consiglio, il Signore chiuse nel suo Cuore sacratissimo quell’ornamento, come in un sicuro forziere.
Il sabato seguente, essendosi ella apparecchiata molto accuratamente all’ultima S. Comunione, quattro gloriosi Principi della milizia angelica le apparvero durante la S. Messa, all’Elevazione dell’Ostia, davanti al trono della divina Maestà, disponendosi uno a destra, e uno a sinistra, fiancheggiandolo, e circondandolo colle braccia; gli altri due condussero Geltrude davanti a Gesù, che l’accolse con tenerezza, la fece riposare sul suo Cuore, poi la coperse Lui stesso col vivificante sacramento dell’altare, (che teneva fra mano sotto forma di velo), e se l’unì in una felicità ineffabile.
Alla domenica, la Santa pensò al giorno nel quale renderebbe l’ultimo respiro, e siccome recitava le preghiere annesse all’esercizio della buona morte, il dolce Salvatore si degnò apparirle con la solita bontà. Con la sua mano venerabile benedisse ciascuna delle sue membra, che dovevano un giorno morire al mondo e ch’ella gli offriva perchè vivessero, d’allora in poi, unicamente per la sua gloria e il suo amore. Ricevendo. tale benedizione ciascun membro si trovò segnato con una croce d’oro, così fortemente impressa che sembrava attraversarlo da parte a parte. Quelle croci erano d’oro per significare che tutti gli atti e i movimenti di Geltrude dovevano essere nobilitati dalla virtù della divina unione: avevano forma di croce perché tutte le macchie che la fragilità umana le avrebbe fatto contrarre ancora, dovevano essere cancellate subito in virtù della Passione di Cristo.
All’Elevazione dell’Ostia, mentre offriva a Dio il suo cuore che stava ormai per lasciare il mondo, domandò al Signore, per la sua santa Umanità, di rendere pura e liberi da ogni colpa l’anima sua e per la sua altissima Divinità di ornarla con tutte le virtù. Infine lo pregò per l’amore che aveva unito la Divinità suprema, alla sua santissima Umanità, di disporla a ricevere i suoi favori.
Tosto Gesù parve aprire con le due mani il Cuore suo divino, e applicarlo con ineffabile amore a quello di Geltrude, che si trovava aperto nello stesso modo davanti a Lui. La fiamma dell’amore divino, sprigionandosi dalla fornace ardente del Cuore di Gesù, infiammò talmente quello della Santa, che parve liquefarsi e scorrere nel Cuore di Dio. Allora, da quei due Cuori, così felicemente uniti uno all’altro, s’inalzò un albero di meravigliosa bellezza. Il tronco, era formato da due fusti: uno d’oro, l’altro d’argentó, che si attorcigliavano mirabilmente come i tralci dì una vite, slanciandosi a grande altezza. Le foglie di quell’albero brillavano e parevano illuminate dai raggi del sole: il loro splendore glorificava la meravigliosa, sempre tranquilla Trinità, procurando delizie ineffabili a tutta la Corte celeste. Disse Gesù: « Questo albero è spuntato per l’unione della tua con la mia Volontà! ». Il fusto d’oro Rappresentava la Divinità, quello d’argento, l’anima unita al Signore.

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Amiamo il Rosario, riflessioni e suggerimenti sulla preghiera e sull’altra vita, di Don Renzo del Fante: Apostolato Mariano Melegnano (MI)

18 dicembre 2019

UN ROSARIO… FA SEMPRE BENE!
La corona, di oro o di plastica, conservata come ricordo caro o appena acquistata, ci stà in qualunque tasca o borsetta. Possiamo portarla sempre con noi. È anche un segno di protezione da parte della Madonna, per cui fanno bene coloro che l’appendono nella camera da letto o allo specchietto retrovisore della loro vettura.
Il Rosario potrebbe essere recitato anche senza corona, o usando quella specie di anello dentato che chiamano «rosario basco, o semplicemente contando le Ave Maria con le dita, quando non si potesse fare diversamente.

Non ha controindicazioni
Il Rosario può essere recitato in qualunque luogo di questo mondo, purché ci si trovi sereni e si operi nel santo timor di Dio.
Può essere recitato a qualunque ora del giorno e della notte, da qualunque persona, sana o malata, dotta o senza cultura, buonissima o ingolfata nei peccati da cui vorrebbe liberarsi.
In qualunque situazione spirituale ti trovi: di gioia e di riconoscenza, di paura o di dolore, di entusiasmo, di desolazione o smarrimento, puoi rivolgerti a cuore aperto alla tua Mamma del cielo.
Se una persona malata o stanchissima si addormenta, magari dopo poche Ave Maria?
Ebbene, invece di svegliarla io ne proverei invidia; chiedo a Dio la grazia di addormentarmi per l’ultima volta anch’io recitando l’Ave Maria, sì, nell’ora della mia morte. E se una persona, dopo una decina di Ave Maria, ha la sensazione di essere già stanca? Prima valuti che non si tratti di pigrizia o di una tentazione del Maligno che odia queste preghiere e che ci suggerisce mille altre cose, in se stesse buone. Chi ritiene che si tratti di vera stanchezza, non abbia scrupoli a sospendere il Rosario, convinto che la Madonna è la Mamma più indulgente ed è comprensiva delle nostre situazioni concrete.
All’opposto, chi potendolo fare senza mancare ad altri doveri e senza creare noie al prossimo, dopo un bel Rosario, ne volesse recitare un secondo, un terzo, ascolti la buona ispirazione, sicuro che non si prega mai abbastanza, quando si prega con fede.

I Santi insegnano
Su questo punto i Santi ci danno buon esempio. Quanti e quali Rosari recitava ogni giorno l’attivissimo don Bosco? Ed il santo Curato d’Ars, posto a modello di tutti i parroci? Il Papa di venerata memoria, Giovanni XXIII, confidava con tutto candore che trovava ogni giorno il tempo per recitare il Rosario intero, cioè le tre corone.
Di Padre Pio da Pietralcina dicono che recitasse una dozzina di Rosari al giorno. Io non lo so, anche perché non immagino come ne trovasse il tempo nelle sue giornate tutte «mangiate dall’Apostolato; ricordo però di averlo visto sempre – tranne quando celebrava la santa Messa – con la corona del Rosario in mano. Ora, scendendo a capofitto dalle vette della santità fino alla mia povera vita, rammento che nei giorni di maggiori impegni o di grande sofferenza, il numero dei Rosari lo lasciavo contare all’Angelo Custode.
Non è questione di tempo, miei cari, ma di volontà e di fede!
Dove riuscivano a ricreare le forze morali, e talvolta anche fisiche, tanti papà, mamme, preti e suore che vivevano una carità meravigliosa ma estenuante, se non nell’Eucaristia e in tante belle corone di Rosari? Le offrivano al Signore e alla Mamma del Cielo, camminando, lavorando in casa o nei campi e persino in officina, oppure in ginocchio nella solitudine di una chiesa o di una cameretta.

Un «sogno» di don Bosco
Il 20 agosto 1862 erano appena tornati a Valdocco i giovani per le ripetizioni, dopo il breve soggiorno in famiglia cominciato il 28 luglio (gli altri sarebbero tornati verso la metà di ottobre), quando don Bosco alla «Buona Notte» prese il tono dei giorni migliori e, pur avendo dinanzi a sé non più di un centinaio di ragazzi, raccontò un sogno che aveva avuto probabilmente la notte del suo dì natalizio, il 16 agosto precedente.
Questa volta non fece alcun preambolo né di ordine precauzionale né di ordine segreto; disse semplicemente che aveva avuto un sogno e che lo voleva narrare loro perché, a pensarci bene, gli era parso che avesse un contenuto efficace per gli ascoltatori. Prese dunque a dire che, tra la stalla di suo fratello Giuseppe e il portico per i carri, c’era un prato, quello precisamente dove, ai tempi della sua fanciullezza, stendeva la corda e intratteneva i paesani, con giochi di equilibrio e di prestigio. Su quel prato in forte declivio, a un certo punto del sonno era comparso un «personaggio».
Infatti, don Bosco non si stupì della sua presenza, gli fece anzi atto di ossequio e avviò una conversazione che, data l’esperienza del passato, avrebbe potuto concludersi con qualche prezioso ammaestramento, se non addirittura con qualche rivelazione di cose. Ma il dialogo non durò a lungo; anzi, morì subito, dinanzi a un’ingiunzione del personaggio che, dopo avergli fatto os¬servare tra l’erba un serpentaccio lungo sette od otto metri, gli mise anche tra le mani il capo di una corda con cui avrebbero dovuto immobilizzarlo e ucciderlo.
Don Bosco non se la sentiva di fare il boia in quella circostanza, e lo disse anche al personaggio, che invece insistette e lo costrinse a rimanere sul luogo.
– Se non osi battere – gli disse – tieni solo duro; batterò io e vedrai cosa ne faremo di questa bestiaccia. Infatti cominciò a menar frustate da orbo, flagellando il serpente in maniera che, rivoltandosi quello per vendicarsi e liberarsi nello stesso tempo, s’incagliava sempre più, fino a restar preso come nelle maglie di una rete. Dibattendosi, le sue carni volavano all’aria e ricadevano pesantemente sull’erba del prato, che risultò così lordata da tutto quel sangue e popolata da tutti quei brandelli di carne che, tra l’altro, mandavano un fetore insopportabile.
Don Bosco, che aveva legato per ordine del personaggio misterioso il capo della corda a un albero, tirò un respiro di sollievo, quando di tutto quel mostro non vide impigliato nella rete che uno scheletro immane ma impotente, afflosciato come un sacco svuotato del suo contenuto.
Morto il serpente, quando credeva che tutto fosse finito, don Bosco si sentì invece dire di stare con gli occhi bene aperti, perché ora sarebbe succeduta cosa, che avrebbe mandato in estasi il più gran prestigiatore di questo mondo, non diciamo poi un povero prete come lui era.
Quel personaggio prese la corda, ne fece un gomitolo che mise in una cassetta, dove la rinchiuse. Tosto la riaprì sotto gli occhi stupiti dei giovani, che intanto erano accorsi.
Che cosa era successo? che la corda si era disposta in maniera da formare le parole: Ave Maria.
– Ma come può essere che la corda si sia cambiata in una scritta così venerata?
– Il motivo è questo – rispose compiaciuto il personaggio, dal momento che era proprio qui che voleva portare il discorso fin dal principio. – Il motivo è che il serpente raffigura il demonio e la corda l’Ave Maria o piuttosto il santo Rosario, che è una continuazione di Ave Maria, con la quale, o con le quali, si possono battere, vincere e distruggere tutti i demoni dell’inferno.

ATTENZIONE AGLI ERRORI

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Amiamo il Rosario, riflessioni e suggerimenti sulla preghiera e sull’altra vita, di Don Renzo del Fante: Apostolato Mariano Melegnano (MI)

13 dicembre 2019

 

PREGARE E’ BELLO – Ah, figlioli, che bel Rosario!
Questa esclamazione fu così carica di fede e di meraviglia da rimanermi ancora impressa dopo decine di anni.
Mio padre aveva partecipato, con parecchi adulti e alcuni giovani, ad un pellegrinaggio serale al Santuario della Caravina, in Valsolda.
– E pensare che in casa si fa fatica a rispondere a qualche Ave Maria… mentre ieri sera, finita la prima corona del santo Rosario, ne avremmo recitata pure un’altra!
Quegli uomini avevano capito quanto sia diverso il «dir su preghiere» di malavoglia, dal pregare tutti insieme e «con sentimento», convinti che quando si prega seriamente Qualcuno lassù in Cielo sta in ascolto.
Ora, nell’offrirti queste pagine, chiedo alla Madonna che tu riesca a vivere la stessa esperienza di fede. Esperienza di buona preghiera che molti fanno ogni giorno. Magari una più elevata ancora fino a recitare il santo Rosario con lo stesso fervore di Bernadette Soubirous alla Grotta di Lourdes. Sapeste quanto è bello «un bel rosario, figlioli!»… «Ancor più del ciel di Lombardia», aggiungerebbe convinto il nostro caro Manzoni.
Don RENZO

ROSA, ROSARIO
Il Rosario – bellissima preghiera – prende nome dal fiore simbolo dell’amore: rosario vuol dire roseto, mazzo di rose.
Vogliamo dunque offrirlo con finezza di gusto: niente rose (cioè le Ave Maria) appassite, sgualcite, mal tenute insieme e buttate là con noncuranza! È un omaggio gentile alla più bella di tutte le creature, alla benedetta fra le donne.

Con bel garbo
Con il Rosario compiamo un gesto di riconoscenza a Dio, che ha voluto divenire figlio di questa Donna, frutto benedetto del suo grembo.
Alla Regina del Cielo e della terra, alla Madre del Creatore dell’Universo le rose si offrono con rispettoso amore.
Al gambo di questi fiori sono attaccate le spine: esse ci insegnano a far attenzione nel comporre nei debiti modi questo mazzo spirituale, per porgerlo poi con bel garbo, con semplicità e con fede.
Non è quindi tanto facile recitare «bene» il Rosario: occorre un notevole impegno.

Le sue origini
Il re Davide, vissuto in Giudea tremila anni fa, non recitava certo il Rosario; eppure potremmo considerarlo un lontano antenato di questa forma di preghiera. Egli compose parole, musica e danza di una parte dei centocinquanta Salmi. Questi sono composizioni poetiche ispirate da Dio che, prima gli Ebrei e poi i Cristiani impararono a memoria per la preghiera privata e liturgica.
Dopo san Benedetto, e con l’abbondanza di monaci nei monasteri, successe che quelli non addetti abitualmente al coro, perché impegnati in lavori pesanti nelle campagne e nelle stalle, non riuscivano a recitare ogni giorno tutti quei Salmi. Non sapendoli a memoria, dovevano accontentarsi di recitare centocinquanta Pater noster: un surrogato della preghiera liturgica, a detta dei «sapienti».

Fatica e umiltà
Eppure era anch’essa una lode, forse più gradita a Dio, perché rivolta a Lui nella fatica e con semplicità di cuore.
Come i Salmi erano suddivisi a dieci a dieci (le decurie) e terminavano con il Gloria, così anche i Pater noster furono suddivisi a dieci a dieci dal Gloria Patri. Poi, al posto di tutti questi Pater, attraverso, i secoli, la buona Provvidenza permise che si infiltrassero sempre più le Ave Maria.
Molti Santi, ed il più conosciuto al riguardo è san Domenico, diffusero questa «liturgia rimediata» tra il popolo, con grandi vantaggi spirituali.
Vorrei riportarvi una sintesi delle promesse che la Madonna ha fatto, attraverso alcuni Santi, ai veri devoti del santo Rosario. Sappiamo che la Madonna quel che promette mantiene.

Promesse della santa Vergine
l. A quelli che devotamente reciteranno il mio Rosario prometto la mia protezione speciale e grandissime grazie. Il santo Rosario sarà un’arma potente contro l’Inferno; distruggerà i vizi, vi libererà dal peccato, dissiperà le eresie.
2. Il santo Rosario farà fiorire le virtù e le opere buone; otterrà alle anime grande misericordia da parte di Dio; raffredderà l’amore alle cose del mondo, elevando i cuori al desiderio dei beni eterni.
3. Chi confiderà in Me, pregando con il santo Rosario, non perirà e non sarà soverchiato dalla sventura. I peccatori si convertiranno, cresceranno nella Grazia di Dio e diverranno degni della vita eterna.
4. Quelli che recitano il mio Rosario troveranno durante la vita e nell’ora della morte la luce di Dio e la pienezza delle sue grazie; parteciperanno ai meriti degli Angeli e dei Santi.
5. Libererò presto dal Purgatorio le anime che furono devote al santo Rosario. Chi l’avrà recitato con costanza e vera devozione godrà di una grande gloria in Cielo.
6. Ciò che chiederete con fede per mezzo del mio Rosario, voi lo otterrete. Coloro che propagheranno la devozione del santo Rosario saranno da Me soccorsi in tutte le loro necessità.
7. Io ho ottenuto da mio Figlio che coloro che si associano nella devozione del santo Rosario abbiano per fratelli, in vita e in morte, i Santi del Cielo.
8. Quelli che recitano fedelmente il Rosario sono figli miei amatissimi, veri fratelli e sorelle di Gesù Cristo. La devozione al mio Rosario è un grande segno di predestinazione.

Meditando i «misteri»
A coloro che non sapevano leggere, e iniziando dai monasteri, in luogo delle Sacre Letture, si propose la contemplazione di momenti importanti della vita di Gesù e di Maria, che ora sono codificati nei quindici misteri.
A quei tempi, in cui poche persone tra il popolo sapevano leggere, i quadri, gli affreschi e le sculture che rendevano le chiese una vera scuola, aiutavano a comprendere il significato e a fissare nella memoria anche visiva questi santi «misteri».

Come recitarlo
A brave ragazzine di città mi è capitato di regalare alcune corone del Rosario. Qualcuna le baciava e la riponeva nella borsetta, altre che ne ignoravano l’uso, tentavano di metterle al collo come fossero collane. Per questo, pur essendo dell’idea che ci vuol fantasia e libertà nella recita del Rosario, sento che occorre sapere prima di tutto, che cosa è il Rosario ed il modo in cui va recitato.
La corona del Rosario è formata da cinquanta grani (le Ave Maria) suddivise in cinque decine da un grano più grosso (il Padre nostro).
Il Rosario intero è composto da centocinquanta Ave Maria; perciò è necessario usare la corona per tre volte. Non spaventatevi subito perché è uso comune (ma non è proibito fare di meglio) recitare una sola corona, meditando i cinque misteri del santo Rosario, ogni giorno.

Per ricordare i misteri
Si riservano i misteri gaudiosi al lunedì e al giovedì; i dolorosi al martedì e al venerdì; i misteri gloriosi al mercoledì, al sabato e alla domenica.
Quando una ricorrenza liturgica oppure circostanze liete o dolorose della vita portano a preferire la meditazione di determinati misteri, non solo è permesso ma è raccomandabile variare in questo senso.
Ci sono alcuni che, dopo anni che recitano il Rosario, non sanno ancora i quindici misteri a memoria; altri invece li imparano con facilità, poiché vedono il loro legame con la vita di Gesù che nasce (misteri gaudiosi), che muore (dolorosi) e che risuscita (gloriosi).

I misteri della Famiglia
Il primo gruppo (i cinque misteri gaudiosi) ci presentano:
1. l’annuncio dell’Angelo a Maria: «Darai alla luce il Figlio di Dio!»;
2. ci sottolinea la carità operosa di Maria che si reca dalla parente Elisabetta;
3. il Natale di Gesù nella grotta di Betlemme;
4. quaranta giorni dopo il Bambino viene presentato al Tempio;
5. infine – unico episodio dei trent’anni di vita a Nazareth – lo smarrimento di Gesù dodicenne ed il suo ritrovamento nel Tempio di Gerusalemme.

I misteri della sofferenza
Il secondo gruppo (i cinque dolorosi) sorvolando sui tre anni di vita pubblica, ci descrivono alcuni momenti della Passione di Gesù:
1. la notte nel Gethsemani, dove Gesù suda sangue e viene tradito;
2. il mattino del Venerdì santo con le torture della flagellazione;
3. e della incoronazione beffarda con un fascio di spine;
4. la salita al Calvario e la crocifissione;
5. infine l’agonia, la morte in croce e la sepoltura.

I misteri dell’Aldilà
Il terzo gruppo (i cinque gloriosi) ci presentano la gloria di Gesù:
1. che risorge da morte;
2. che ascende in Cielo, quaranta giorni dopo;
3. mantenendo la promessa, manda sugli Apostoli lo Spirito Santo e la Chiesa muove i primi passi;
4. anche la Madonna, unita a Gesù nella serenità di Nazareth e nello strazio del Calvario, negli ultimi due misteri è contemplata nella sua glorificazione personale: l’assunzione in Cielo;
5. e nella sua partecipazione materna e regale alla vita della Chiesa e di tutto l’universo.

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Catechismo della Chiesa Cattolica, Sezione Seconda i Dieci Comandamenti, Capitolo Primo: Amerai Il Signore Dio tuo Con tutto il cuore,con tutta l’Anima,Con tutte le forze

13 dicembre 2019

2083 Gesù ha riassunto i doveri dell’uomo verso Dio in questa parola: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente” ( ⇒ Mt 22,37 ) [Cf ⇒ Lc 10,27 : “… con tutta la tua forza”]. Essa fa immediatamente eco alla solenne esortazione: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo” ( ⇒ Dt 6,4 ).
Dio ha amato per primo. L’amore del Dio Unico è ricordato nella prima delle “dieci parole”. I comandamenti poi esplicitano la risposta d’amore che l’uomo è chiamato a dare al suo Dio.

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Attendere è declinazione del verbo amare Ermes Ronchi, https://www.avvenire.it

13 dicembre 2019

Avvento: tempo per desiderare e attendere quel Dio che viene con una metafora spiazzante, come un ladro. Che viene nel tempo delle stelle, in silenzio, senza rumore e clamore, senza apparenza, che non ruba niente e dona tutto. Si accorgono di lui i desideranti, quelli che vegliano in punta di cuore, al lume delle stelle, quelli dagli occhi profondi e trasparenti che sanno vedere quanto dolore e quanto amore, quanto Dio c’è, incamminato nel mondo. Anche Dio, fra le stelle, come un desiderante, accende la sua lucerna e attende che io mi incammini verso casa.

Angelus, dell'8 Dicembre 2019,In Piazza San Pietro

13 dicembre 2019

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi celebriamo la solennità di Maria Immacolata, che si colloca nel contesto dell’Avvento, tempo di attesa: Dio compirà ciò che ha promesso. Ma nell’odierna festa ci è annunciato che qualcosa è già compiuto, nella persona e nella vita della Vergine Maria. Di questo compimento noi oggi consideriamo l’inizio, che è ancora prima della nascita della Madre del Signore. Infatti, la sua immacolata concezione ci porta a quel preciso momento in cui la vita di Maria cominciò a palpitare nel grembo di sua madre: già lì era presente l’amore santificante di Dio, preservandola dal contagio del male che è comune eredità della famiglia umana.

Nel Vangelo di oggi risuona il saluto dell’Angelo a Maria: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1,28). Dio l’ha pensata e voluta da sempre, nel suo imperscrutabile disegno, come una creatura piena di grazia, cioè ricolma del suo amore. Ma per essere colmati occorre fare spazio, svuotarsi, farsi da parte. Proprio come ha fatto Maria, che ha saputo mettersi in ascolto della Parola di Dio e fidarsi totalmente della sua volontà, accogliendola senza riserve nella propria vita. Tanto che in lei la Parola si è fatta carne. Questo è stato possibile grazie al suo “sì”. All’Angelo che le chiede la disponibilità a diventare la madre di Gesù, Maria risponde: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (v. 38).

Maria non si perde in tanti ragionamenti, non frappone ostacoli al Signore, ma con prontezza si affida e lascia spazio all’azione dello Spirito Santo. Mette subito a disposizione di Dio tutto il suo essere e la sua storia personale, perché siano la Parola e la volontà di Dio a plasmarli e portarli a compimento. Così, corrispondendo perfettamente al progetto di Dio su di lei, Maria diventa la “tutta bella”, la “tutta santa”, ma senza la minima ombra di autocompiacimento. È umile. Lei è un capolavoro, ma rimanendo umile, piccola, povera. In lei si rispecchia la bellezza di Dio che è tutta amore, grazia, dono di sé.

Mi piace anche sottolineare la parola con cui Maria si definisce nel suo consegnarsi a Dio: si professa «la serva del Signore». Il “sì” di Maria a Dio assume fin dall’inizio l’atteggiamento del servizio, dell’attenzione alle necessità altrui. Lo testimonia concretamente il fatto della visita ad Elisabetta, che segue immediatamente l’Annunciazione. La disponibilità verso Dio si riscontra nella disponibilità a farsi carico dei bisogni del prossimo. Tutto questo senza clamori e ostentazioni, senza cercare posti d’onore, senza pubblicità, perché la carità e le opere di misericordia non hanno bisogno di essere esibite come un trofeo. Le opere di misericordia si fanno in silenzio, di nascosto, senza vantarsi di farle. Anche nelle nostre comunità, siamo chiamati a seguire l’esempio di Maria, praticando lo stile della discrezione e del nascondimento.

La festa della nostra Madre ci aiuti a fare di tutta la nostra vita un “sì” a Dio, un “sì” fatto di adorazione a Lui e di gesti quotidiani di amore e di servizio.


Dopo l’Angelus

Cari fratelli e sorelle,

ieri, a Huehuetenango, in Guatemala, è stato beatificato Giacomo Miller, religioso dei Fratelli delle Scuole Cristiane, ucciso in odio alla fede nel 1982, nel contesto della guerra civile. Il martirio di questo esemplare educatore di giovani, che ha pagato con la vita il suo servizio al popolo e alla Chiesa guatemalteca, rafforzi in quella cara Nazione percorsi di giustizia, di pace e di solidarietà. Un applauso al nuovo Beato!

Domani si svolgerà a Parigi un incontro dei Presidenti di Ucraina, Russia e Francia e della Cancelliere Federale della Germania – noto come “Formato Normandia” – per cercare soluzioni al doloroso conflitto in corso ormai da anni nell’Ucraina orientale. Accompagno l’incontro con la preghiera, una preghiera intensa, perché lì ci vuole la pace, e vi invito a fare altrettanto, affinché tale iniziativa di dialogo politico contribuisca a portare frutti di pace nella giustizia a quel territorio e alla sua popolazione.

Saluto con affetto tutti voi, pellegrini dell’Italia e di vari Paesi, in particolare i fedeli polacchi di Varsavia e Lublino, i poliziotti irlandesi e i giovani di Sorbara (Modena). Un saluto speciale va alle Figlie della Croce, recentemente riconosciute come Associazione Pubblica dal Cardinale Vicario.

In questa festa dell’Immacolata, nelle parrocchie italiane si rinnova l’adesione all’Azione Cattolica. Auguro a tutti i soci e i gruppi un buon cammino di formazione, di servizio e di testimonianza.

Benedico i fedeli di Rocca di Papa e la fiaccola con cui accenderanno la grande stella sulla Fortezza della cittadina, in onore di Maria Immacolata. E il mio pensiero va anche al Santuario di Loreto, dove oggi sarà aperta la Porta Santa per il Giubileo Lauretano: che sia ricco di grazia per i pellegrini della Santa Casa.

Oggi pomeriggio mi recherò a Santa Maria Maggiore a pregare la Madonna, e quindi in Piazza di Spagna per il tradizionale atto di omaggio ai piedi del monumento all’Immacolata. Vi chiedo di unirvi spiritualmente a me in questo gesto, che esprime la devozione filiale alla nostra Madre celeste.

A tutti auguro buona festa e buon cammino di Avvento verso il Natale, con la guida della Vergine Maria. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Araldo del Divino Amore, Libro V. Capitoli XXII, XXIII; XXIV,XXV, XXVI

13 dicembre 2019

PUNIZIONE Al DISOBBEDIENTI E AI MORMORATORI
Una persona venne a morire, dopo di avere fedelmente pregato durante la vita per le anime purganti. Siccome però, a causa della fragilità umana, non era sempre stata perfetta nell’obbedienza, preferendo talora i rigori del digiuno e delle veglie e simili austerità, alla docilità dovuta ai superiori, apparve adorna di diversi ornamenti, sotto i quali però si celavano delle pietre di peso così grande, che ci volevano parecchia persone perchè potessero trascinarla verso Dio. Stupita Geltrude seppe, per divina ispirazione, che quelle che conducevano quest’anima erano le anime del purgatorio liberate con le preghiere di quella defunta; gli ornamenti erano le preghiere che aveva recitate per esse; ma le pietre erano le disobbedienze commesse.
Le disse allora Gesù: « Queste anime, spinte dalla riconoscenza, non mi permettono di farla passare da un purgatorio ordinario, per mostrarla poi in tutto lo splendore della sua bellezza; pure è necessario ch’ella abbia da espiare le disobbedienze e i tenaci attacchi al suo giudizio». Geltrude obbiettò: « Ma non ha ella, dolce mio Signore, riconosciuto i suoi falli prima del trapasso, pentendosene dall’intimo del cuore? Ora sta scritto: Se l’uomo riconosce i suoi falli, viene da Dio perdonato! ». Egli rispose: « Sì, e s’ella non avesse riconosciuto i suoi torti, ilpeso delle pietre sarebbe stato così schiacciante che forse non avrebbe mai potuto giungere fino a me».
Geltrude si accorse allora che l’anima pareva nascondere sotto i suoi ornamenti una caldaia bollente, destinata a fondere le pietre e a scioglierle completamente. Le preghiere da lei fatte per le anime purganti ed i suffragi dei fedeli dovevano, come buoni servitori, aiutarla in quella operazione. Il Signore le fece poi vedere il cammino per dove quelle anime dovevano passare per giungere al Paradiso, sotto l’aspetto di un’asse stretta e ripida, piena di scabrosità e di difficile scalata. Coloro che volevano salire dovevano aiutarsi con le mani e tener fermo l’asse da entrambe le estremità; ciò significa che bisogna aiutare le anime con le nostre buone opere. Coloro che avevano meritato l’aiuto degli Angeli in quell’ascesa, ne avevano vantaggio grande, perchè ai lati dell’asse vi erano due orribili ceffi; erano demoni che impedivano alle anime di salire. I Religiosi ch’erano stati obbedienti, trovavano lungo quell’asse una ringhiera, alla quale potevano affrancarsi per non cadere; ma se Superiori negligenti non avevano fatto percorrere ai loro sudditi la via dell’obbedienza, l’appoggio pareva mancare e le cadute erano a temere. Le anime docili all’obbedienza camminavano con sicurezza, appoggiandosi alla ringhiera, mentre gli Angeli scostavano gli ostacoli dal loro cammino.
Un’altra defunta apparve a Geltrude con lei orecchie coperte da una specie di cartilagine, ch’ella toglieva a gran fatica con le unghie; espiava le colpe commesse, ascoltando parole di mormorazione e di maldicenza. Di più aveva la bocca foderata interiormente da una pelle compatta, che le impediva di gustare le dolcezze divine; ciò perché aveva parecchie volte parlato male del prossimo.
Il Signore le disse che, se l’anima della defunta soffriva tali pene per colpe commesse con semplicità e delle quali si era amaramente pentita tante volte, coloro che hanno l’abitudine di commettere quei peccati, subiscono un castigo assai più grave. Non solamente la loro bocca è foderata da una grossa pelle, ma questa pelle è munita di punte che, salendo dalla lingua al palato e discendendo dal palato alla lingua, le feriscono dolorosamente facendo gocciolare, in modo disgustoso, una materia nauseante. Non possono perciò essere ammessi alla divina presenza, perché appaiono odiosi agli abitanti del cielo.
Geltrude allora disse gemendo al Signore: « Ahimè, dolcissimo Gesù, Tu mi rivelavi, tempo fa, i meriti delle anime; adesso mi mostri maggiormente le sofferenze dei loro purgatorio! » Egli rispose: « Ciò avviene perchè allora le anime erano più facilmente attratte dalle ricompense; ora invece, a fatica, e ben poche sono spaventate alla vista dei più duri castighi.

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Genesi, Capitolo 50

13 dicembre 2019

[1] Allora Giuseppe si gettò sulla faccia di suo padre, pianse su di lui e lo baciò.

[2] Poi Giuseppe ordinò ai suoi medici di imbalsamare suo padre. I medici imbalsamarono Israele

[3] e vi impiegarono quaranta giorni, perché tanti ne occorrono per l’imbalsamazione. Gli Egiziani lo piansero settanta giorni.

[4] Passati i giorni del lutto, Giuseppe parlò alla casa del faraone: “Se ho trovato grazia ai vostri occhi, vogliate riferire agli orecchi del faraone queste parole:

[5] Mio padre mi ha fatto giurare: Ecco, io sto per morire: tu devi seppellirmi nel sepolcro che mi sono scavato nel paese di Cànaan. Ora, possa io andare a seppellire mio padre e tornare”.

[6] Il faraone rispose: “Và e seppellisci tuo padre com’egli ti ha fatto giurare”.

[7] Allora Giuseppe andò a seppellire suo padre e con lui andarono tutti i ministri del faraone, gli anziani della sua casa, tutti gli anziani del paese d’Egitto,

[8] tutta la casa di Giuseppe e i suoi fratelli e la casa di suo padre. Soltanto i loro bambini e i loro greggi e i loro armenti essi lasciarono nel paese di Gosen.

[9] Andarono con lui anche i carri da guerra e la cavalleria, così da formare una carovana imponente.

[10] Quando arrivarono all’Aia di Atad, che è al di là del Giordano, fecero un lamento molto grande e solenne ed egli celebrò per suo padre un lutto di sette giorni.

[11] I Cananei che abitavano il paese videro il lutto alla Aia di Atad e dissero: “È un lutto grave questo per gli Egiziani”. Per questo la si chiamò Abel-Mizraim, che si trova al di là del Giordano.

[12] Poi i suoi figli fecero per lui così come aveva loro comandato.

[13] I suoi figli lo portarono nel paese di Cànaan e lo seppellirono nella caverna del campo di Macpela, quel campo che Abramo aveva acquistato, come proprietà sepolcrale, da Efron l’Hittita, e che si trova di fronte a Mamre.

[14] Dopo aver sepolto suo padre, Giuseppe tornò in Egitto insieme con i suoi fratelli e con quanti erano andati con lui a seppellire suo padre.

[15] Ma i fratelli di Giuseppe cominciarono ad aver paura, dato che il loro padre era morto, e dissero: “Chissà se Giuseppe non ci tratterà da nemici e non ci renderà tutto il male che noi gli abbiamo fatto?”.

[16] Allora mandarono a dire a Giuseppe: “Tuo padre prima di morire ha dato quest’ordine:

[17] Direte a Giuseppe: Perdona il delitto dei tuoi fratelli e il loro peccato, perché ti hanno fatto del male! Perdona dunque il delitto dei servi del Dio di tuo padre!”. Giuseppe pianse quando gli si parlò così.

[18] E i suoi fratelli andarono e si gettarono a terra davanti a lui e dissero: “Eccoci tuoi schiavi!”.

[19] Ma Giuseppe disse loro: “Non temete. Sono io forse al posto di Dio?

[20] Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso.

[21] Dunque non temete, io provvederò al sostentamento per voi e per i vostri bambini”. Così li consolò e fece loro coraggio.

[22] Ora Giuseppe con la famiglia di suo padre abitò in Egitto; Giuseppe visse centodieci anni.

[23] Così Giuseppe vide i figli di Efraim fino alla terza generazione e anche i figli di Machir, figlio di Manasse, nacquero sulle ginocchia di Giuseppe.

[24] Poi Giuseppe disse ai fratelli: “Io sto per morire, ma Dio verrà certo a visitarvi e vi farà uscire da questo paese verso il paese ch’egli ha promesso con giuramento ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe”.

[25] Giuseppe fece giurare ai figli di Israele così: “Dio verrà certo a visitarvi e allora voi porterete via di qui le mie ossa”.

[26] Poi Giuseppe morì all’età di centodieci anni; lo imbalsamarono e fu posto in un sarcofago in Egitto.

Spiegazione

Versi 1-6

Sebbene i buoni credenti vivano una buona vecchiaia e si apprestino nella gloria, tuttavia possono ancora preoccuparsi di perdere le loro anime e morire nello sconforto. Ma, lode al Signore, la grazia di Dio purifica, modera e regola anche i sentimenti carnali. L’anima che trapassa si separa totalmente da ogni affetto terreno ma è bene mostrare rispetto per il corpo, per mezzo del quale avremo una risurrezione gloriosa e gioiosa, qualunque cosa accada alle spoglie. Giuseppe dimostrò così la sua fede in Dio e il suo amore verso suo padre. Egli ordinò che il corpo fosse imbalsamato e avvolto con gli aromi per preservarlo. Vedete come diventano inutili i nostri corpi quando l’anima li abbandona: essi si trasformano in un batter d’occhio in modo disgustoso e sgradevole.

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Angeli e Demoni, La retta fede della Chiesa, Catechismo di Giovanni Paolo II, Catechismo della Chiesa Cattolica/ Libreria Editrice Vaticana, Chirico Napoli

13 dicembre 2019

L’INSEGNAMENTO COMUNE DEI PAPI E DEI CONCILI
Nella metà del V secolo, alla vigilia del concilio di Calcedonia, il “Tomo” del papa san Leone Magno a Flaviano precisò uno dei fini della economia della salvezza evocando la vittoria sulla morte e sul diavolo che secondo la lettera agli Ebrei ne detiene 1’impero98. Più tardi, quando il concilio di Firenze parlò della Redenzione, la presentò biblicamente come una liberazione dal dominio del diavolo. Il concilio di Trento, riassumendo la dottrina di san Paolo, dichiara che l’uomo peccatore “è sotto la potenza del diavolo e della morte”; salvandoci, Dio “ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, nel quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati”`. Commettere il peccato dopo il Battesimo è “abbandonarsi in potere del demonio”. Questa è infatti la fede primitiva e universale della Chiesa, attestata fin dai primi secoli nella liturgia della iniziazione cristiana, quando i catecumeni, sul punto di essere battezzati, rinunciavano a Satana, professavano la loro fede nella Santissima Trinità e aderivano a Cristo loro Salvatore”.
È per questo che il II concilio Vaticano, che si è interessato più del presente della Chiesa che della dottrina della creazione, non ha mancato di mettere in guardia contro l’attività di Satana e dei demòni. Di nuovo, come nei concili di Firenze e di Trento, esso ha richiamato con l’Apostolo che Cristo ci “libera dal potere delle tenebre”‘ e, riassumendo la Sacra Scrittura alla maniera di san Paolo e dell’Apocalisse, la Costituzione “Gaudium et spes” ha detto che la nostra storia, la storia universale, “è una dura lotta contro le potenze delle tenebre, lotta cominciata fin dall’origine del mondo e che durerà, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno”. Altrove, il Vaticano II rinnova gli ammonimenti dell’epistola agli Efesini ad “indossare l’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo”. Perché, come la stessa Costituzione ricorda ai laici, “noi dobbiamo lottare contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male”‘. Non sorprende infine constatare che lo stesso concilio, volendo presentare la Chiesa come il regno di Dio che ha già avuto inizio, invoca i miracoli di Gesù e a questo scopo fa precisamente appello ai suoi esorcismi`. È in questa occasione, effettivamente, che fu pronunziata da Gesù la famosa dichiarazione: “profecto pervenit in vos regnum dei”‘.

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Genesi, Capitolo 49

9 dicembre 2019

1] Quindi Giacobbe chiamò i figli e disse: “Radunatevi, perché io vi annunzi quello che vi accadrà nei tempi futuri.

[2] Radunatevi e ascoltate, figli di Giacobbe,
ascoltate Israele, vostro padre!

[3] Ruben, tu sei il mio primogenito,
il mio vigore e la primizia della mia virilità,
esuberante in fierezza ed esuberante in forza!

[4] Bollente come l’acqua, tu non avrai preminenza,
perchè hai invaso il talamo di tuo padre
e hai violato il mio giaciglio su cui eri salito.

[5] Simeone e Levi sono fratelli,
strumenti di violenza sono i loro coltelli.

[6] Nel loro conciliabolo non entri l’anima mia,
al loro convegno non si unisca il mio cuore.
Perchè con ira hanno ucciso gli uomini
e con passione hanno storpiato i tori.

[7] Maledetta la loro ira, perché violenta,
e la loro collera, perché crudele!
Io li dividerò in Giacobbe
e li disperderò in Israele.

[8] Giuda, te loderanno i tuoi fratelli;
la tua mano sarà sulla nuca dei tuoi nemici;
davanti a te si prostreranno i figli di tuo padre.

[9] Un giovane leone è Giuda:
dalla preda, figlio mio, sei tornato;
si è sdraiato, si è accovacciato come un leone
e come una leonessa; chi oserà farlo alzare?

[10] Non sarà tolto lo scettro da Giuda
nè il bastone del comando tra i suoi piedi,
finchè verrà colui al quale esso appartiene
e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli.

[11] Egli lega alla vite il suo asinello
e a scelta vite il figlio della sua asina,
lava nel vino la veste
e nel sangue dell’uva il manto;

[12] lucidi ha gli occhi per il vino
e bianchi i denti per il latte.

[13] Zàbulon abiterà lungo il lido del mare
e sarà l’approdo delle navi,
con il fianco rivolto a Sidòne.

[14] Issacar è un asino robusto,
accovacciato tra un doppio recinto.

[15] Ha visto che il luogo di riposo era bello,
che il paese era ameno;
ha piegato il dorso a portar la soma
ed è stato ridotto ai lavori forzati.

[16] Dan giudicherà il suo popolo
come ogni altra tribù d’Israele.

[17] Sia Dan un serpente sulla strada,
una vipera cornuta sul sentiero,
che morde i garretti del cavallo
e il cavaliere cade all’indietro.

[18] Io spero nella tua salvezza, Signore!

[19] Gad, assalito da un’orda,
ne attacca la retroguardia.

[20] Aser, il suo pane è pingue:
egli fornisce delizie da re.

[21] Nèftali è una cerva slanciata
che dà bei cerbiatti.

[22] Germoglio di ceppo fecondo è Giuseppe;
germoglio di ceppo fecondo presso una fonte,
i cui rami si stendono sul muro.

[23] Lo hanno esasperato e colpito,
lo hanno perseguitato i tiratori di frecce.

[24] Ma è rimasto intatto il suo arco
e le sue braccia si muovon veloci
per le mani del Potente di Giacobbe,
per il nome del Pastore, Pietra d’Israele.

[25] Per il Dio di tuo padre – egli ti aiuti!
e per il Dio onnipotente – egli ti benedica!
Con benedizioni del cielo dall’alto,
benedizioni dell’abisso nel profondo,
benedizioni delle mammelle e del grembo.

[26] Le benedizioni di tuo padre sono superiori
alle benedizioni dei monti antichi,
alle attrattive dei colli eterni.
Vengano sul capo di Giuseppe
e sulla testa del principe tra i suoi fratelli!

[27] Beniamino è un lupo che sbrana:
al mattino divora la preda
e alla sera spartisce il bottino.

[28] Tutti questi formano le dodici tribù d’Israele, questo è ciò che disse loro il loro padre, quando li ha benedetti; ognuno egli benedisse con una benedizione particolare.

[29] Poi diede loro quest’ordine: “Io sto per essere riunito ai miei antenati: seppellitemi presso i miei padri nella caverna che è nel campo di Efron l’Hittita,

[30] nella caverna che si trova nel campo di Macpela di fronte a Mamre, nel paese di Cànaan, quella che Abramo acquistò con il campo di Efron l’Hittita come proprietà sepolcrale.

[31] Là seppellirono Abramo e Sara sua moglie, là seppellirono Isacco e Rebecca sua moglie e là seppellii Lia.

[32] La proprietà del campo e della caverna che si trova in esso proveniva dagli Hittiti.

[33] Quando Giacobbe ebbe finito di dare questo ordine ai figli, ritrasse i piedi nel letto e spirò e fu riunito ai suoi antenati.

Spiegazione

Versi 1, 2

Tutti i figli di Giacobbe erano in vita. La loro chiamata a raccolta fu un comando perché dovevano unirsi tra di loro e non mescolarsi agli egiziani. Giacobbe predisse loro di non separarsi come pure fecero i figli di Abraamo e di Isacco ma dovevano formare un solo popolo. Non dobbiamo considerare questo come l’espressione di sensazioni prive di affetto, di risentimento o di parzialità, ma come la lingua dello Spirito Santo che dichiara lo scopo di Dio sulle persone, sulle circostanze e sulla situazione delle tribù che discendevano dai figli di Giacobbe.

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Araldo del Divino Amore, Libro V. Capitoli XX;XXI

9 dicembre 2019

SPIEGAZIONE DEL GRANDE SALTERIO
E DELLE SETTE MESSE GREGORIANE
Il lettore sentendo nominarsi il Salterio potrebbe domandare, cos’è e come si recita. Ecco il modo di recitarlo secondo le direttive di S. Geltrude.
Iniziando, dopo d’aver chiesto perdono dei peccati, dite: « In unione a quella lode suprema con la quale la gloriosissima Trinità loda se stessa, lode che scorre poi sulla tua benedetta Umanità, dolcissimo Salvatore, e di là sulla tua gloriosissima Madre, sugli Angeli, sui Santi, per ritornare poi nell’oceano della tua Divinità, ti offro questo Salterio per tuo onore e gloria. Ti adoro, ti saluto, ti ringrazio in nome dell’universo intero per l’amore con cui ti sei degnato farti uomo, nascere e soffrire per noi durante trentatrè anni, patendo fame, sete, fatiche, strazi, oltraggi e restare poi infine, per sempre, nel SS. Sacramento. Ti supplico di unire, ai meriti della tua santissima vita la recita di questo ufficio che ti offro per… (nominare le persone vive o morte per le quali intendiamo pregare). Ti domando il supplire coi tuoi divini tesori a quanto esse hanno trascurato nella lode, nel ringraziamento e nell’amore che ti sono dovuti, cosa pure nella preghiera e nella pratica della carità, o di altre virtù, infine alle imperfezioni e alle omissioni delle loro opere».
Secondariamentedopo d’avere rinnovato la contrizione dei peccati, bisogna porsi in ginocchio e dire: « Ti adoro, ti saluto, ti benedico, ti ringrazio, dolcissimo Gesù, per quell’amore col quale ti sei degnato di essere preso, legato, trascinato, calpestato, colpito, sputacchiato, flagellato, coronato chi spine, immolato coi supplizio più atroce e trafitto da una lancia. In unione di tale amore ti offro le mie indegne preghiere, scongiurandoti, per i meriti della tua santa Passione e morte, di cancellare completamente le colpe commesse in pensieri, parole e azioni dalle anime per le quali ti prego. Ti domando anche di offrire a Dio Padre tutte le pene e dolori del tuo Corpo affranto, e dell’anima tua abbeverata di amarezza, tutti i meriti che tu hai acquistato sia per l’uno come per l’altra, e tutto presentare al sommo Iddio per la remissione della pena che la tua giustizia deve fare subire a quelle anime».
Terzo,stando in piedi direte direttamente: «Ti adoro, ti saluto, ti benedico, ti ringrazio, dolcissimo Signore Gesù Cristo, per l’amore e la confidenza con cui, avendo vinto la morte, hai glorificato il tuo Corpo con la Risurrezione, ponendolo alla destra del Padre. Ti scongiuro di rendere partecipe della tua vittoria e della tua gloria le anime per le quali prego».
Quarto,implora perdono dicendo: « Salvatore del mondo, salvaci tutti, Santa Madre di Dio, Maria sempre Vergine, prega per noi. Noi ti supplichiamo affinchè le preghiere dei santi Apostoli, Martiri, Confessori e delle Sante Vergini ci liberino dal male, e ci accordino di gustare tutti i beni, ora e per sempre. Ti adoro, ti saluto, ti benedico, ti ringrazio, dolcissimo Gesù, per tutti i benefici che hai accordati alla tua gloriosa Madre e a tutti gli eletti, in unione di quella riconoscenza con la quale i Santi si rallegrano di avere raggiunto la beatitudine eterna per mezzo della tua Incarnazione, Passione, Redenzione. Ti scongiuro di supplire a quanto manca a queste anime coi meriti della beata Vergine e dei Santi ».
Quinto, recita divotamente e con ordine i centocinquanta salmi, aggiungendo dopo ciascun versetto del salterio questa preghierina: « Io ti saluto, Gesù Cristo, splendore del Padre, principe della pace, porta del cielo; pane vivente, figlio della Vergine, tabernacolo della Divinità ». Alla fine di ciascun salmo dite in ginocchio Requiemaeternam etc. Poi ascolterete piamente o farete celebrare centocinquanta, o cinquanta, o almeno trenta S. Messe. Se non potete farle celebrare vi comunicherete lo stesso numero di volte. Poi farete centocinquanta elemosine oppure vi supplirete con lo stesso numero di Pater seguiti dalla preghiera: « Deus cui proprium est etc. – Dio di cui è proprio etc. (preghiera che segue le Litanie dei Santi), per la conversione dei peccatori, e compirete centocinquanta atti di carità. Per atti di carità s’intende il bene fatto al prossimo per amore di Dio: elemosine, buoni consigli, delicati servigi, ferventi preghiere. Questo è il grande Salterio la cui efficacia venne esposta più sopra (cap. XVIII e XIX).
Ci pare che non sia fuor di proposito parlare qui delle sette Messe che, secondo un’antica tradizione, vennero rivelate al Papa S. Gregorio. Esse hanno una grande efficacia per liberare le anime purganti, perchè si appoggiano ai meriti di Gesù Cristo, che saldano i loro debiti.
In ogni S. Messa bisogna accendere, se possibile, sette candele in onore della Passione e, durante sette giorni, recitare quindici Pater od Ave Maria, fare sette elemosine e recitare un Notturno dell’Ufficio dei defunti.
La prima Messa è: Domine, ne longe,con la recita della Passione, come nella domenica delle Palme. Bisogna pregare il Signore perché si degni, Lui che si è volontariamente abbandonato nelle mani dei peccatori, liberare l’anima dalla prigionia ch’ella subisce per le sue colpe,
La Seconda Messa è: Nos autem gloriacicon la recita della Passione, come nella terza feria dopo le Palme. Si prega Gesù affinchè, per l’ingiusta condanna a morte, liberi l’anima dalla giusta condanna meritata per le sue colpe.
La terza Messa: In nomine Domini,col canto della Passione, come nella quarta feria dopo le Palme. Bisogna chiedere al Signore, per la sua Crocifissione e dolorosa sospensione allo strumento del suo supplizio, di liberare l’anima dalle pene a cui si è ella stessa condannata.
La quarta Messa è: Non autem gloriaci, con la Passione Egressus Jesus, come al Venerdì Santo. Si domanda al Signore, per la sua amarissima morte e per la trafittura del suo Costato, di guarire l’anima dalle ferite del peccato, e delle pene che ne sono la conseguenza.
La quinta Messa è: Requiem aeternam. Si domanda al Signore che, per la sepoltura che ha voluto subire, Lui, il Creatore del cielo e della terra, ritragga l’anima dall’abisso dove l’hanno fatta cadere i suoi peccati.
La sesta Messa è: Resurrexi,afflnchè il Signore per la gloria della sua gioiosa risurrezione, degni purificare l’anima da ogni macchia di peccato e renderla partecipe della sua gloria.
La settima Messa infine è: Gaudeamos, come nel giorno dell’Assunzione. Si prega il Signore e si domanda alla Madre delle misericordie, per i suoi meriti e le sue preghiere, in nome delle gioie che ricevette nel giorno del suo trionfo, che l’anima, sciolta da ogni legame, voli allo Sposo celeste. Se compirete queste opere per altre persone in occasione della loro morte, la vostra preghiera vi sarà ridonata con doppio merito. Se poi la praticate per voi, mentre siete in vita, sarà molto meglio che attenderle da altri, dopo morte. Il Signore, che è fedele e cerca l’occasione di farci del bene, custodirà Lui stesso quelle preghiere e ve le restituirà a tempo debito « per le viscere della misericordia del nostro Dio, con le quali è venuto a visitarci dall’alto questo sole levante» (Luc. I, 78).

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Angeli e Demoni, La retta fede della Chiesa, Catechismo di Giovanni Paolo II, Catechismo della Chiesa Cattolica/ Libreria Editrice Vaticana, Chirico Napoli

9 dicembre 2019

LA DOTTRINA GENERALE DEI PADRI
Fin dal II secolo della nostra èra Melitone di Sardi aveva scritto un’opera “Sul demonio” e sarebbe difficile citare un solo Padre che su questo argomento abbia taciuto. Ovviamente, i più attenti a mettere in luce l’azione del diavolo furono quelli che illustrarono il disegno divino nella storia, specialmente sant’Ireneo e Tertulliano, i quali affrontarono successivamente il dualismo gnostico e Marcione; poi la volta di Vittorino di Pettau, e finalmente di sant’Agostino. Sant’Ireneo insegnò che il diavolo è un “angelo apostata”; che Cristo, ricapitolando in se stesso la guerra di questo nemico contro di voi, dovette affrontarlo agli inizi del suo ministero. Con maggiore ampiezza e vigore sant’Agostino lo mostrò all’opera nella lotta delle “due città”, che hanno origine in cielo, quando le prime creature di Dio, gli angeli, si dichiararono fedeli o infedeli al loro Signore”; nella società dei peccatori egli vide un “corpo” mistico del diavolo”, di cui parlerà più tardi, nei Moralia in Job, anche san Gregorio Magno”.
Evidentemente, la maggioranza dei Padri, abbandonando con Origene l’idea di un peccato carnale degli angeli decaduti, videro nel loro orgoglio – cioè nel desiderio di innalzarsi al disopra della loro condizione, di affermare la loro indipendenza, di farsi credere Dio – il principio della loro caduta; ma, accanto a quest’orgoglio, molti sottolinearono anche la loro cattiveria nei confronti dell’uomo. Per sant’Ireneo, l’apostasia del diavolo sarebbe cominciata quando egli ebbe gelosia della creazione dell’uomo e cercò di farlo ribellare al suo autore. Secondo Tertulliano, Satana, per contrastare il piano del Signore, avrebbe plagiato nei misteri pagani i sacramenti istituiti da Cristo`. L’insegnamento patristico echeggiò dunque in maniera sostanzialmente fedele la dottrina e gli orientamenti del Nuovo Testamento.

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Maria a Medjugorje, messaggio del 2 Dicembre 2019 a Mirjana

3 dicembre 2019

“Cari figli, mentre guardo voi che amate mio Figlio, la delizia colma il mio Cuore. Vi benedico con la benedizione materna. Con la materna benedizione benedico anche i vostri pastori: voi che dite le parole di mio Figlio, benedite con le sue mani e lo amate tanto da essere disposti a fare con gioia ogni sacrificio per lui. Voi seguite Lui, che è stato il Primo Pastore, il Primo Missionario. Figli miei, apostoli del mio amore, vivere e lavorare per gli altri, per tutti coloro che amate per mezzo di mio Figlio, è la gioia e la consolazione della vita terrena. Se attraverso la preghiera, l’amore ed il sacrificio il Regno di Dio è nei vostri cuori, allora per voi la vita è lieta e serena. Tra coloro che amano mio Figlio e si amano reciprocamente per mezzo di lui, le parole non sono necessarie. E’ sufficiente uno sguardo per udire le parole non pronunciate e i sentimenti non espressi. Laddove regna l’amore, il tempo non si conta più. Noi siamo con voi! Mio Figlio vi conosce e vi ama. L’amore è ciò che vi conduce a me e, mediante quest’amore, io verrò a voi e vi parlerò delle opere della salvezza. Desidero che tutti i miei figli abbiano fede e sentano il mio amore materno che li guida a Gesù. Perciò voi, figli miei, ovunque andiate rischiarate con l’amore e con la fede, come apostoli dell’amore. Vi ringrazio. ”

La Chiesa guarda con favore, ma non si è ancora espressa ufficialmente sui fatti di Medjugorje

Genesi, Capitolo 48

27 novembre 2019

[1] Dopo queste cose, fu riferito a Giuseppe: “Ecco, tuo padre è malato!”. Allora egli condusse con sé i due figli Manasse ed Efraim.

[2] Fu riferita la cosa a Giacobbe: “Ecco, tuo figlio Giuseppe è venuto da te”. Allora Israele raccolse le forze e si mise a sedere sul letto.

[3] Giacobbe disse a Giuseppe: “Dio onnipotente mi apparve a Luz, nel paese di Cànaan, e mi benedisse

[4] dicendomi: Ecco, io ti rendo fecondo: ti moltiplicherò e ti farò diventare un insieme di popoli e darò questo paese alla tua discendenza dopo di te in possesso perenne.

[5] Ora i due figli che ti sono nati nel paese d’Egitto prima del mio arrivo presso di te in Egitto, sono miei: Efraim e Manasse saranno miei come Ruben e Simeone.

[6] Invece i figli che tu avrai generati dopo di essi, saranno tuoi: saranno chiamati con il nome dei loro fratelli nella loro eredità.

[7] Quanto a me, mentre giungevo da Paddan, Rachele, tua madre, mi morì nel paese di Cànaan durante il viaggio, quando mancava un tratto di cammino per arrivare a Efrata, e l’ho sepolta là lungo la strada di Efrata, cioè Betlemme”.

[8] Poi Israele vide i figli di Giuseppe e disse: “Chi sono questi?”.

[9] Giuseppe disse al padre: “Sono i figli che Dio mi ha dati qui”. Riprese: “Portameli perché io li benedica!”.

[10] Ora gli occhi di Israele erano offuscati dalla vecchiaia: non poteva più distinguere. Giuseppe li avvicinò a lui, che li baciò e li abbracciò.

[11] Israele disse a Giuseppe: “Io non pensavo più di vedere la tua faccia ed ecco, Dio mi ha concesso di vedere anche la tua prole!”.

[12] Allora Giuseppe li ritirò dalle sue ginocchia e si prostrò con la faccia a terra.

[13] Poi li prese tutti e due, Efraim con la sua destra, alla sinistra di Israele, e Manasse con la sua sinistra, alla destra di Israele, e li avvicinò a lui.

[14] Ma Israele stese la mano destra e la pose sul capo di Efraim, che pure era il più giovane, e la sua sinistra sul capo di Manasse, incrociando le braccia, benché Manasse fosse il primogenito.

[15] E così benedisse Giuseppe:
“Il Dio, davanti al quale hanno camminato
i miei padri Abramo e Isacco,
il Dio che è stato il mio pastore da quando esisto
fino ad oggi,

[16] l’angelo che mi ha liberato da ogni male,
benedica questi giovinetti!
Sia ricordato in essi il mio nome
e il nome dei miei padri Abramo e Isacco
e si moltiplichino in gran numero
in mezzo alla terra!”.

[17] Giuseppe notò che il padre aveva posato la destra sul capo di Efraim e ciò gli spiacque. Prese dunque la mano del padre per toglierla dal capo di Efraim e porla sul capo di Manasse.

[18] Disse al padre: “Non così, padre mio: è questo il primogenito, posa la destra sul suo capo!”.

[19] Ma il padre ricusò e disse: “Lo so, figlio mio, lo so: anch’egli diventerà un popolo, anch’egli sarà grande, ma il suo fratello minore sarà più grande di lui e la sua discendenza diventerà una moltitudine di nazioni”.

[20] E li benedisse in quel giorno:
“Di voi si servirà Israele
per benedire, dicendo:
Dio ti renda come Efraim e come Manasse!”.
Così pose Efraim prima di Manasse.

[21] Poi Israele disse a Giuseppe: “Ecco, io sto per morire, ma Dio sarà con voi e vi farà tornare al paese dei vostri padri.

[22] Quanto a me, io do a te, più che ai tuoi fratelli, un dorso di monte, che io ho conquistato dalle mani degli Amorrèi con la spada e l’arco”.

Spiegazione

Versi 1-7

Il letto di morte dei credenti, laddove essi pregano e danno esempi di saggezza, lasciano ottime impressioni anche ai giovani, agli spensierati e ai prosperosi: pure i piccoli in tali occasioni possono trarne benefici. Voglia il Signore che possiamo portare la nostra testimonianza di moribondi alla sua verità, alla sua fedeltà per far vedere quanto sono piacevoli le sue vie. E chi ci ascolta desidererà vivere così per dare peso e sostanza alle nostre esortazioni sul letto di morte. Tutti i veri credenti sono benedetti alla loro morte, ma non tutti muoiono con le stesse consolazioni spirituali. Giacobbe adottò i due figli di Giuseppe, affinché non succedessero al loro padre, alla sua potenza e alla sua grandiosità in Egitto, ma permise loro di entrare nell’eredità della promessa fatta ad Abraamo. Il vecchio patriarca morente insegna in tal modo a questi giovani a condividere l’eredità con il popolo di Dio. Egli sceglie ognuno di loro per essere capo di una tribù. Meritano doppio onore coloro che, mediante la grazia di Dio, rifiutano le tentazioni delle ricchezze terrene e del successo per abbracciare la fede nella sofferenza e in povertà. Giacobbe vuole far sapere ad Efraim e Manasse che è meglio essere gli ultimi in chiesa che altolocati ma fuori da essa.

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Araldo del Divino Amore, Libro V. Capitolo XVIII e XIX

27 novembre 2019

CAPITOLO XVIII
DELL’EFFETTO DEL GRANDE SALTERIO
Mentre la Comunità recitava il salterio, che è soccorso potente alle anime purganti, Geltrude che pregava fervorosamente perchè doveva comunicarsi; chiese al Salvatore per quale motivo il salterio era così vantaggioso alle anime dei purgatorio e gradito a Dio. Le sembrava che tutti quei versetti e orazioni annesse, dovessero generare noia più che divozione.
Rispose Gesù: « L’ardente amore che ho per la salvezza delle anime, fa sì che io dia tanta efficacia a questa preghiera. Sono come un re che tiene chiusi in prigione alcuni suoi amici, ai quali darebbe volentieri la libertà, se la giustizia lo permettesse; avendo in cuore tale eccelsa brama, si capisce come accetterebbe volentieri il riscatto offertogli dall’ultimo dei suoi soldati. Così io gradisco assai quanto mi è offerto per la liberazione di anime che ho riscattate col mio sangue, per saldare i loro debiti e condurli alle gioie a loro preparate da tutta l’eternità. Geltrude insistette: « Ti torna dunque gradito l’impegno che s’impongono coloro che recitano il salterio? ». Egli rispose: « Certamente. Ogni volta che un’anima è liberata da tale preghiera, si acquista un merito come se avessero liberato Me dalla prigione. A tempo debito, ricompenserò i miei liberatori, secondo l’abbondanza delle mie ricchezze ». La Santa chiese ancora: « Vorresti dirmi, caro Signore, quante anime accordi a ciascuna persona che recita l’ufficio? » e Gesù: « Tante quante ne merita il loro amore » Poi continuò: «La mia infinita bontà mi porta a liberare un numero grande di anime; per ciascun versetto di questi salmi libererò tre anime ». Allora Geltrude che, per la sua estrema debolezza non aveva potuto recitare il salterio, eccitata dall’effusione della divina bontà, si sentì in dovere di recitarlo col più grande fervore. Quand’ebbe terminato un versetto, domandò, al Signore quante anime la sua infinita misericordia avrebbe liberato. Egli rispose: « Sono così soggiogato dalle preghiere di un’anima amante, che sono pronto a liberare ad ogni movimento della sua lingua, durante il salterio, una moltitudine sterminata di anime ».
Lode eterna ne sia a Te, dolcissimo Gesù!
CAPITOLO XIX
SI NARRA DI UN’ANIMA SOCCORSA PER LA RECITA DEL SALTERIO

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Angeli e Demoni, la retta fede della Chiesa. Catechismo di Giovanni Paolo II, Catechismo della Chiesa Cattolica/ Libreria editrice Vaticana Chirico Napoli

27 novembre 2019

III
SACRA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELIA FEDE

FEDE CRISTIANA E DEMONOLOGIA
Nel corso dei secoli la Chiesa ha sempre riprovato le varie forme di superstizione, la preoccupazione ossessiva di Satana e dei demòni, i diversi tipi di culto e di morboso attaccamento a questi spiriti; sarebbe perciò ingiusto affermare che il cristianesimo, dimentico della signoria universale di Cristo, abbia fatto di Satana l’argomento preferito della sua predicazione, trasformando la Buona Novella del Signore risorto in messaggio di terrore. Al suo tempo, san Giovanni Crisostomo dichiarava ai cristiani di Antiochia: “Non ci fa certamente piacere intrattenervi sul diavolo, ma la dottrina dalla quale esso mi offre lo spunto risulterà assai utile a voi. In realtà sarebbe un errore funesto comportarsi come se, considerando la storia già risolta, la Redenzione avesse ottenuto tutti i suoi effetti, senza che sia più necessario impegnarsi nella lotta di cui parlano il Nuovo Testamento e i maestri della vita spirituale.

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Maria a Medjugorje, messaggio del 25 Novembre 2019

27 novembre 2019
“Figlioli, vi invito tutti ad amare, non con amore umano, ma con l’amore di Dio”. La Madonna a Medjugorje

Cari figli! Questo tempo sia per voi il tempo della preghiera. Senza Dio non avete la pace. Perciò, figlioli, pregate per la pace nei vostri cuori e nelle vostre famiglie affinché Gesù possa nascere in voi e darvi il Suo amore e la Sua benedizione. Il mondo è in guerra perché i cuori sono pieni di odio e di gelosia. Figlioli, l’inquietudine si vede negli occhi perché non avete permesso a Gesù di nascere nella vostra vita. CercateLo, pregate e Lui si donerà a voi nel Bambino che è gioia e pace. Io sono con voi e prego con voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata. “

La Chiesa guarda con favore, ma non si è ancora espressa ufficialmente sui fatti di Medjugorje

MESSAGGI A CONFRONTO

Messaggio del 25 Novembre 2018

“Cari figli! Questo tempo è tempo di grazia e di preghiera, tempo di attesa e di donazione. Dio si dona a voi perché lo amiate al di sopra di ogni cosa. Perciò, figlioli, aprite i vostri cuori e le vostre famiglie affinché quest’attesa diventi preghiera ed amore e soprattutto donazione. Io sono con voi, figlioli e vi esorto a non rinunciare al bene perché i frutti si vedono, si sentono, arrivano lontano. Perciò il nemico è arrabbiato e usa tutto per allontanarvi dalla preghiera. Grazie per aver risposto alla mia chiamata. “

La Chiesa guarda con favore, ma non si è ancora espressa ufficialmente sui fatti di Medjugorje

Preghiera della Sera. Coroncina di Padre Kolbe

23 novembre 2019

CoroncinaLa coroncina a Massimiliano Kolbe è composta da 15 grani e da una medaglia raffigurante il santo, chiede l’intercessione di Padre Kolbe

Come si recita: si comincia a pregare sul primo grano dopo la medaglia, il Memorare che ricorda l’amore filiale e la grande fiducia che Padre Kolbe aveva per l’Immacolata. Sugli altri 14 grani, che rappresentano il giorno della morte del santo (il 14 agosto), si recita la preghiera della Medaglia Miracolosa. Padre Kolbe ha sempre invitato a recitare la preghiera alla Medaglia Miracolosa per la conversione e santificazione degli uomini. Dopo ogni preghiera si chiede a Padre Kolbe la sua intercessione, ricordando l’intenzione o persona per la quale si vuole pregare.
Memorare
Ricordati, o pietosissima Vergine Maria,
che non si è inteso mai al mondo che alcuno,
ricorrendo alla tua protezione, implorando il tuo aiuto,
e chiedendo il tuo patrocinio, sia stato da te abbandonato.
Animato anch’io da tale confidenza,
a te ricorro, o Madre, Vergine delle vergini,
a te vengo e, pentito delle mie colpe,
mi prostro ai tuoi piedi a domandare pietà.
Non volere, o Madre del Verbo,
disprezzare le mie suppliche
ma, benigna, ascoltami ed esaudiscimi. Amen.
Preghiera alla Medaglia Miracolosa
MedagliaMiracolosa2Preghiera alla Medaglia Miracolosa
O Maria, concepita senza peccato,
prega per noi che a te ricorriamo
e per quanti a te non ricorrono,
in particolare per i nemici della santa Chiesa
e per quelli che ti sono raccomandati.
Invocazione

 

San Massimiliano Kolbe, prega per noi!

LETTERA A GESU’, IL FRATELLO MAGGIORE CHE HO SEMPRE VOLUTO

23 novembre 2019

Caro, Gesù. Intercedi per me, presso il Padre Celeste, perché tu sei mio fratello. Tu non sei mio, perché mi appartieni, ma perché io, come creatura della Santissima Trinità, ti appartengo, prima ancora che io nascessi, e che il cielo e la terra fossero formati da te.

Gesù, io sono tua, la sorella che hai sempre amato, nonostante i miei peccati. Mi hai comprato a caro prezzo, con il sangue dell’Agnello Immolato, che sei tu! Nulla mi appartiene, nemmeno il Tuo amore incondizionato, che tu hai per me, e perciò fratello mio, concedimi di amarti, nella mia imperfezione, come tua sorella, affinché possa essere orgoglioso di me.

Ci unisce un patto di sangue: Il tuo versato per me, con il mio che si consacra a te. So benissimo, che Dio non si dimentica della sua Alleanza fatta con noi ai tempi di Abramo, e realizzata con la tua morte e risurrezione. In memoria di questo o miei Tre in Uno, fate che io non mi separi mai da voi.

Gesù, fratello mio, resta con me.

Per sempre tua, Raffaella!

Genesi, Capitolo 47

23 novembre 2019

[1] Giuseppe andò ad informare il faraone dicendogli: “Mio padre e i miei fratelli con i loro greggi e armenti e con tutti i loro averi sono venuti dal paese di Cànaan; eccoli nel paese di Gosen”.

[2] Intanto prese cinque uomini dal gruppo dei suoi fratelli e li presentò al faraone.

[3] Il faraone disse ai suoi fratelli: “Qual è il vostro mestiere?”. Essi risposero al faraone: “Pastori di greggi sono i tuoi servi, noi e i nostri padri”.

[4] Poi dissero al faraone: “Siamo venuti per soggiornare come forestieri nel paese perché non c’è più pascolo per il gregge dei tuoi servi; infatti è grave la carestia nel paese di Cànaan. E ora lascia che i tuoi servi risiedano nel paese di Gosen!”.

[5] Allora il faraone disse a Giuseppe: “Tuo padre e i tuoi fratelli sono dunque venuti da te.

[6] Ebbene, il paese d’Egitto è a tua disposizione: fà risiedere tuo padre e i tuoi fratelli nella parte migliore del paese. Risiedano pure nel paese di Gosen. Se tu sai che vi sono tra di loro uomini capaci, costituiscili sopra i miei averi in qualità di sovrintendenti al bestiame”.

[7] Poi Giuseppe introdusse Giacobbe, suo padre, e lo presentò al faraone e Giacobbe benedisse il faraone.

[8] Il faraone domandò a Giacobbe: “Quanti anni hai?”.

[9] Giacobbe rispose al faraone: “Centotrenta di vita errabonda, pochi e tristi sono stati gli anni della mia vita e non hanno raggiunto il numero degli anni dei miei padri, al tempo della loro vita nomade”.

[10] Poi Giacobbe benedisse il faraone e si allontanò dal faraone.

[11] Giuseppe fece risiedere suo padre e i suoi fratelli e diede loro una proprietà nel paese d’Egitto, nella parte migliore del paese, nel territorio di Ramses, come aveva comandato il faraone.

[12] Giuseppe diede il sostentamento al padre, ai fratelli e a tutta la famiglia di suo padre, fornendo pane secondo il numero dei bambini.

[13] Ora non c’era pane in tutto il paese, perché la carestia era molto grave: il paese d’Egitto e il paese di Cànaan languivano per la carestia.

[14] Giuseppe raccolse tutto il denaro che si trovava nel paese d’Egitto e nel paese di Cànaan in cambio del grano che essi acquistavano; Giuseppe consegnò questo denaro alla casa del faraone.

[15] Quando fu esaurito il denaro del paese di Egitto e del paese di Cànaan, tutti gli Egiziani vennero da Giuseppe a dire: “Dacci il pane! Perché dovremmo morire sotto i tuoi occhi? Infatti non c’è più denaro”.

[16] Rispose Giuseppe: “Cedetemi il vostro bestiame e io vi darò pane in cambio del vostro bestiame, se non c’è più denaro”.

[17] Allora condussero a Giuseppe il loro bestiame e Giuseppe diede loro il pane in cambio dei cavalli e delle pecore, dei buoi e degli asini; così in quell’anno li nutrì di pane in cambio di tutto il loro bestiame.

[18] Passato quell’anno, vennero a lui l’anno dopo e gli dissero: “Non nascondiamo al mio signore che si è esaurito il denaro e anche il possesso del bestiame è passato al mio signore, non rimane più a disposizione del mio signore se non il nostro corpo e il nostro terreno.

[19] Perché dovremmo perire sotto i tuoi occhi, noi e la nostra terra? Acquista noi e la nostra terra in cambio di pane e diventeremo servi del faraone noi con la nostra terra; ma dacci di che seminare, così che possiamo vivere e non morire e il suolo non diventi un deserto!”.

[20] Allora Giuseppe acquistò per il faraone tutto il terreno dell’Egitto, perché gli Egiziani vendettero ciascuno il proprio campo, tanto infieriva su di loro la carestia. Così la terra divenne proprietà del faraone.

[21] Quanto al popolo, egli lo fece passare nelle città da un capo all’altro della frontiera egiziana.

[22] Soltanto il terreno dei sacerdoti egli non acquistò, perché i sacerdoti avevano un’assegnazione fissa da parte del faraone e si nutrivano dell’assegnazione che il faraone passava loro; per questo non vendettero il loro terreno.

[23] Poi Giuseppe disse al popolo: “Vedete, io ho acquistato oggi per il faraone voi e il vostro terreno. Eccovi il seme: seminate il terreno.

[24] Ma quando vi sarà il raccolto, voi ne darete un quinto al faraone e quattro parti saranno vostre, per la semina dei campi, per il nutrimento vostro e di quelli di casa vostra e per il nutrimento dei vostri bambini”.

[25] Gli risposero: “Ci hai salvato la vita! Ci sia solo concesso di trovar grazia agli occhi del mio signore e saremo servi del faraone!”.

[26] Così Giuseppe fece di questo una legge che vige fino ad oggi sui terreni d’Egitto, per la quale si deve dare la quinta parte al faraone. Soltanto i terreni dei sacerdoti non divennero del faraone.

[27] Gli Israeliti intanto si stabilirono nel paese d’Egitto, nel territorio di Gosen, ebbero proprietà e furono fecondi e divennero molto numerosi.

[28] Giacobbe visse nel paese d’Egitto diciassette anni e gli anni della sua vita furono centoquarantasette.

[29] Quando fu vicino il tempo della sua morte, Israele chiamò il figlio Giuseppe e gli disse: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, metti la mano sotto la mia coscia e usa con me bontà e fedeltà: non seppellirmi in Egitto!

[30] Quando io mi sarò coricato con i miei padri, portami via dall’Egitto e seppelliscimi nel loro sepolcro”. Rispose: “Io agirò come hai detto”.

[31] Riprese: “Giuramelo!”. E glielo giurò; allora Israele si prostrò sul capezzale del letto.

Spiegazione

Versi 1-6

Sebbene Giuseppe fosse un uomo di rispetto, grande e potente in Egitto, tuttavia egli non rinnegò il suo sangue. Che i ricchi e i grandi del mondo non trascurino mai o disdegnino di avere rapporti con i poveri, poiché nostro Signore Gesù non si vergognò di chiamarci fratelli. Rispondendo alla domanda di Faraone: “Qual è il vostro lavoro?”. Essi gli dissero che erano pastori, aggiungendo che scesero in Egitto per soggiornarvi per un certo periodo, in quanto la carestia regnava in Canaan. Faraone gli offrì un lavoro di pastori a patto che fossero persone attive. Qualunque sia il nostro lavoro o la nostra occupazione dovremmo cercare di eccellere in essi e provare a noi stessi di essere intelligenti e attivi.
7 Versi 7-12

Con l’austerità degli anni, con la pietà da vero credente e l’autorità di patriarca e di profeta, Giacobbe supplicò il Signore di benedire Faraone. Egli agì come chi non si vergogna della sua fede e come chi non esprimerebbe gratitudine al proprio benefattore e alla propria famiglia. Troviamo qui una risposta molto insolita data a una domanda alquanto comune. Giacobbe chiama la sua vita un pellegrinaggio, il soggiornare di uno straniero in un paese straniero o un viaggio verso casa sua e il suo paese. Non aveva dimora sulla terra: la sua abitazione, la sua eredità, i suoi tesori erano in cielo. Egli considerò i suoi giorni di vita, come passano presto e come noi non siamo sicuri di vivere un altro giorno. Consideriamo la nostra vita. I suoi giorni stavano giungendo al termine. Sebbene egli aveva vissuto fino ad ora cento trenta anni, essi gli parvero soltanto pochi giorni in confronto all’eternità. Ed essi gli apparirono malvagi e questo è vero se consideriamo sinceramente l’uomo. L’uomo vive pochi giorni ed essi sono pieni di difficoltà e poiché i suoi giorni sono perversi, è bene che essi siano pochi. La vita di Giacobbe era stata piena di malvagità. Anche la vecchiaia lo raggiunse come fece con alcuni dei suoi padri. Così come l’uomo giovane non dovrebbe essere orgoglioso della sua forza o della sua bellezza, così il vecchio non dovrebbe essere orgoglioso della sua età e dei suoi capelli canuti, sebbene gli altri lo riveriscano; sebbene molti si considerano molto vecchi, tuttavia non raggiungeranno mai gli anni dei patriarchi. La testa canuta è solo una corona di vanto solo quando ci si trova nella rettitudine. Una tale risposta non poté che impressionare il cuore di Faraone, per ricordargli che la prosperità e le felicità terrene non sarebbero durate a lungo e non avrebbero soddisfatto. Dopo una vita di vanità e di oppressione, l’uomo scende nella tomba, così come dalle stelle alle stalle. Niente può renderci felici se non la prospettiva di una casa eterna in cielo dopo il nostro pellegrinaggio breve e pesante sulla terra.

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Araldo del Divino Amore, Libro V . Capitolo XV, XVI e XVII

23 novembre 2019

CAPITOLO XV
SI PARLA DELL’ANIMA DEL FRATELLO F. CHE EBBE VANTAGGIO GRANDE DA UNA FERVENTE PREGHIERA
Geltrude pregava un giorno per il fratello converso F. morto da poco e vide la sua anima sotto l’aspetto di un rospo ripugnante, bruciato interiormente in modo orribile e tormentato per i suoi peccati da varie pene.
Sembrava che avesse un gran male sotto il braccio, e, per aggiungere tormento a tormento, un peso enorme l’obbligava a star curvo fino a terra, senza poter rialzarsi. Geltrude comprese che appariva sotto forma di un rospo spaventoso, perchè durante la sua vita religiosa aveva trascurato di inalzare la mente alle cose divine; capì anche che il dolore che lo tormentava sotto il braccio era dovuto al fatto che aveva lavorato oltre il permesso del Superiore, per acquistare beni temporali e per avere talora nascosto il suo guadagno. Il peso. che lo schiacciava doveva espiare la sua disobbedienza.
Geltrude, avendo recitato i salmi prescritti per quell’anima, chiese al Signore se ne avesse avuto vantaggio: « Certo – rispose Gesù – le anime purganti vengono sollevate da tali suffragi, però preghiere anche brevi, ma dette con fervore, sono ancora di maggior profitto per esse ». Un paragone farà comprendere tali parole. Se l’acqua scorre su mani infangate, a lungo andare si puliranno. Però se si soffregano energicamente, anche con poca acqua vengono lavate meglio. Così una preghiera corta, ma fervente, vale di più di una lunga, recitata con tiepidezza.
CAPITOLO XVI
SI PARLA DI UN’ANIMA CHE VENNE SOLLEVATA PER I SUFFRAGI DELLA CHIESA E DALLE PREGHIERE DI GELTRUDE

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Angeli e Demoni, la retta fede della Chiesa, Catechesi di Giovanni Paolo II, Catechismo della Chiesa Cattolica. Libreria editrice Vaticana, Chirico Napoli

23 novembre 2019

II

Catechismo della Chiesa Cattolica, Paragrafo 5 il Cielo e la Terra

325. Il Simbolo degli Apostoli professa che Dio è «il Creatore del cielo e della terra», e il Simbolo niceno¬costantinopolitano esplicita: «… di tutte le cose visibili e invisibili».
326. Nella Sacra Scrittura, l’espressione «cielo e terra» significa: tutto ciò che esiste, l’intera creazione. Indica pure, all’interno della creazione, il legame che ad un tempo unisce e distingue cielo e terra: «La terra» è il mondo degli uomini (cfr. Sal 115,16). «Il cielo», o «i cieli», può indicare il firmamento (cfr. Sal 19,2), ma anche il «luogo» proprio di Dio: il nostro «Padre che è nei cieli» (Mt 5,16)3 e, di conseguenza, anche il «cielo» che è la gloria escatologica. Infine, la parola «cielo» indica il «luogo» delle creature spirituali – gli angeli – che circondano Dio.
327. La professione di fede del Concilio Lateranense IV afferma: Dio, «fin dal principio del tempo, creò dal nulla l’uno e l’altro ordine di creature, quello spirituale e quello materiale, cioè gli angeli e il mondo terrestre; e poi l’uomo, quasi partecipe dell’uno e dell’altro, composto di anima e di corpo».

I. Gli angeli
L’ESISTENZA DEGLI ANGELI: UNA VERITA DI FEDE
328. L’esistenza degli esseri spirituali, incorporei, che là Sacra Scrittura chiama abitualmente angeli, è una verità di fede. La testimonianza della Scrittura è tanto chiara quanto l’unanimità della Tradizione.

CHI SONO?
329. Sant’Agostino dice a loro riguardo: «”Angelus” offi¬cii nomen est, […] non naturae. Quaeris nomen huius naturae, spiritus est; quaeris officium, angelus est: ex eo quod est, spiritus est, ex eo quod agit, angelus – La parola “angelo” designa l’ufficio, non la natura. Se si chiede il nome di questa natura, si risponde che è spirito; se si chiede l’ufficio, si risponde che è angelo: è spirito per quello che è, mentre per quello che compie è angelo». In tutto il loro essere, gli angeli sono servitori e messaggeri di Dio. Per il fatto che «vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10), essi sono «potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola» (Sal 103,20).
330. In quanto creature puramente spirituali, essi hanno intelligenza e volontà: sono creature personali e immortali. Superano in perfezione tutte le creature visibili. Lo testimonia il fulgore della loro gloria.

CRISTO «CON TUTTI I SUOI ANGELI»
331. Cristo è il centro del mondo angelico. Essi sono i suoi angeli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli […]» (Mt 25,31). Sono suoi perché creati per mezzo di lui e in vista di lui: «Poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: troni, dominazioni, principati e potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1,16). Sono suoi ancor più perché li ha fatti messaggeri del suo disegno di salvezza: «Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?» (Eb 1,14).
332. Essi, fin dalla creazione’ e lungo tutta la storia della salvezza, annunciano da lontano o da vicino questa salvezza e servono la realizzazione del disegno salvifico di Dio: chiudono il paradiso terrestre, proteggono Lot, salvano Agar e il suo bambino, trattengono la mano di Abramo; la Legge viene comunicata mediante il ministero degli angeli (At 7,53), essi guidano il popolo di Dio, annunziano nascite e vocazioni, assistono i profeti, per citare soltanto alcuni esempi. Infine, è l’angelo Gabriele che annunzia la nascita del Precursore e quella dello stesso Gesù.
333. Dall’incarnazione all’ascensione, la vita del Verbo incarnato è circondata dall’adorazione e dal servizio degli angeli. Quando Dio «introduce il Primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio» (Eb 1,6). Il loro canto di lode alla nascita di Cristo non ha cessato di risuonare nella lode della Chiesa: «Gloria a Dio…» (Lc 2,14). Essi proteggono l’infanzia di Gesù, servono Gesù nel deserto, lo confortano durante 1’agonia, quando egli avrebbe potuto da loro essere salvato dalla mano dei nemici22 come un tempo Israele. Sono ancora gli angeli che evangelizzano (Lc 2,10) la Buona Novella dell’incarnazione e della risurrezione di Cristo. Al ritorno di Cristo, che essi annunziano, saranno là, al servizio del suo giudizio.

GLI ANGELI NELLA VITA DELLA CHIESA
334. Allo stesso modo tutta la vita della Chiesa beneficia dell’aiuto misterioso e potente degli angeli.
335. Nella liturgia, la Chiesa si unisce agli angeli per adorare il Dio tre volte santo; invoca la loro assistenza (così nell’In paradisum deducant te angeli… -In paradiso ti accompagnino gli angeli – nella liturgia dei defunti, o ancora nell’«Inno dei cherubini» della liturgia bizantina, e celebra la memoria di alcuni angeli in particolare (san Michele, san Gabriele, san Raffaele, gli angeli custodi).
336. Dal suo inizio (cfr. Mt 18,10) fino all’ora della morte (fr. Le 16,22) la vita umana è circondata dalla loro protezione e dalla loro intercessione. Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita». Fin da quaggiù, la vita cristiana partecipa, nella fede, alla beata comunità degli angeli e degli uomini, uniti in Dio.

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Preghiera della Sera : Consacrazione della Famiglia a san Giuseppe

18 novembre 2019

CONSACRAZIONE DELLA FAMIGLIA A SAN GIUSEPPE
Glorioso San Giuseppe, guarda a noi prostrati alla tua presenza, con il cuore pieno di gioia perché ci annoveriamo, sebbene indegni, nel numero dei tuoi devoti. Desideriamo oggi in un modo speciale, mostrarti la gratitudine che riempie le nostre anime per i favori e le grazie così segnalate che continuamente riceviamo da Te.

Grazie, amato San Giuseppe, per i così immensi benefici che ci hai dispensato e costantemente ci dispensi. Grazie per tutto il bene ricevuto e per la soddisfazione di questo giorno felice, poiché io sono il padre (o la madre) di questa famiglia che desidera essere consacrata a Te in modo particolare. Occupati, o glorioso Patriarca, di tutte le nostre necessità e delle responsabilità della famiglia.

Tutto, assolutamente tutto, noi affidiamo a Te. Animati dalle tantissime attenzioni ricevute, e pensando a quello che diceva la nostra Madre Santa Teresa di Gesù, che sempre mentre visse le ottenesti la grazia che in questo giorno ti supplicava, noi osiamo fiduciosamente pregarti, di trasformare i nostri cuori in vulcani ardenti di vero amore. Che tutto quanto ad essi si avvicina, o con essi in qualche modo si relaziona, rimanga infiammato da questo rogo immenso che è il Cuore Divino di Gesù. Ottienici la grazia immensa di vivere e morire d’amore.

Donaci la purezza, l’umiltà del cuore e la castità del corpo. Infine, Tu che conosci meglio di noi stessi le nostre necessità e le nostre responsabilità, occupati di esse e accoglile sotto il tuo patrocinio.

Aumenta il nostro amore e la nostra devozione alla Santissima Vergine e conducici per mezzo di Lei a Gesù, perché così avanziamo sicuri per il cammino che ci porta alla felice eternità. Amen.

Patrono e Custode delle famiglie cristiane

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Vergine di Chiquinquirà, Storia

18 novembre 2019

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Storia della devozione
La storia della devozione all’immagine della Vergine di Chiquinquirá risale al XVI secolo quando iniziarono le spedizioni coloniali nel centro della regione, spedizioni accompagnate quasi sempre dall’opera di evangelizzazione di sacerdoti spagnoli.
Nel 1560 lo spagnolo Antonio de Santana ricevette in encomienda il territorio intorno alla città di Chiquinquirá; qui costruì diversi edifici per l’amministrazione coloniale ed anche abitazioni per gli indigeni e gli schiavi. Com’era abitudine volle anche costruire una cappella per le funzioni religiose.
Il domenicano Andrés Jadraque, che prestava il suo servizio in quella encomienda, volle fornire la cappella di un’immagine sacra; per questo motivo commissionò al pittore spagnolo Alonso Narváez, che viveva nella città di Tunja, il dipinto della Madonna del Rosario con Sant’Antonio di Padova e Sant’Andrea apostolo.
Nel 1563 l’immagine sacra, dipinta su tela di cotone tessuta secondo l’arte india, fu collocata nella cappella. Il piccolo edificio, con tetto in paglia, dopo pochi anni si deteriorò; anche la tela con l’immagine della Madonna fu gravemente danneggiata dalle intemperie alla quale fu esposta tanto che nel 1585 fu data via perchè fosse utilizzata in una cappella saltuariamente utilizzata dalla gente del posto come cappella.
Il 26 dicembre 1586 si verificò l’evento prodigioso conosciuto come Renovación (“rinnovamento”): María Ramos, una pia donna che si era impegnata per rendere più degna e accogliente la cappella dov’era custodita l’immagine, insieme ad una india di nome Isabel e al figlio di quest’ultima, furono testimoni del rinnovato splendore che i colori della tela ritrovarono senza che mano d’uomo intervenisse per il restauro.
Il 10 gennaio 1587 e il 12 settembre dello stesso anno le autorità ecclesiastiche dopo una accurata indagine si espressero in modo positivo sulla autenticità del miracolo.
Fu costruito subito un bahareque (un classico edificio fatto di canne, legno e paglia) che divenne presto meta di pellegrinaggi. Considerato il notevole afflusso di fedeli che visitava il luogo dell’evento prodigioso l’arcivescovo di Bogotà Luís Zapata de Cárdenas ordinò che fosse costruita una chiesa nel luogo della Renovación.
All’inizio del XIX secolo per custodire la prodigiosa immagine fu costruita l’attuale chiesa in un posto diverso da quello originario del miracolo per poter far fronte ai disastrosi terremoti frequenti nella zona.
Intanto la devozione alla Vergine di Chiquinquirà conquistò sempre più il popolo di ogni fascia sociale. Lo stesso Simon Bolivar, che aveva utilizzato anche il tesoro del santuario per finanziare la sua Campaña Libertadora, si recò più volte a Chiquinquirà per pregare per il successo della sua impresa.
Nel 1908 il provinciale dei domenicani Vicente María Cornejo ed il priore del santuario José Ángel Lambona, con l’accordo della Conferenza episcopale che proprio quell’anno si era riunita per la prima volta, chiesero alla Santa Sede la incoronazione canonica della sacra immagine che avvenne il 9 luglio 1919 insieme alla proclamazione della Vergine di Chiquinquirà come Regina della Colombia.
Il 3 luglio 1986 Giovanni Paolo II visitò Chiquinquirà in occasione del quarto centenario della Renovación. In quell’occasione, rivolgendosi a Maria, così si espresse:«
Sono molti i luoghi della terra dai quali i figli del popolo di Dio, nati dalla nuova alleanza, ti ripetono senza posa le parole di questa beatitudine: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo; a che debbo che la Madre del mio Signore venga a me?” (Lc 1,42-43). E uno di questi luoghi che tu hai voluto visitare, come la casa di Elisabetta, è questo: il santuario mariano del popolo di Dio nella terra colombiana. Qui, a Chiquinquirá, hai voluto, o Madre, instaurare per sempre la tua dimora. Per quattro secoli la tua presenza, vigile ed efficace, ha tenuto compagnia ininterrottamente ai messaggeri del Vangelo in queste terre per far scaturire in esse, con la luce e la grazia del tuo Figlio, l’immensa ricchezza della vita cristiana. Ben possiamo ripetere oggi, ricordando le parole pronunciate dal mio venerato predecessore Pio XII, che “la Colombia è giardino mariano, fra i cui santuari domina, come il sole fra le stelle, Nostra Signora di Chiquinquirá”. Amatissimi fratelli e sorelle: mentre si compie il quarto centenario del Rinnovamento di questa venerata immagine, mi associo gioiosamente a voi in questo pellegrinaggio di fede e di amore. Sono venuto in questo luogo per prostrarmi ai piedi della Vergine, desideroso di confortarvi nella fede, e cioè nella verità di Gesù Cristo, della quale fa parte la verità di Maria e la vera devozione verso di lei. Desidero anche pregare assieme a voi per la pace e per la prosperità di questa amata Nazione, davanti a colei che proclamate Regina della pace e con filiale affetto invocate quale Regina della Colombia. »
(Omelia, concelebrazione eucaristica a Chiquinquirá, 3 luglio 1986, online)

https://it.cathopedia.org/wiki/Vergine_di_Chiquinquirà

Pensiero del giorno: Il Calice dell’Ira e il Calice dell’Alleanza

18 novembre 2019

Che differenza c’è tra il calice dell’ira e il calice dell’alleanza?

Nel primo, il calice è una coppa contenente un vino che ti inebria e ti stordisce, fino a portarti alla perdizione, perché chi beve di questo calice non riconosce in sé l’indice di peccato e senza la consapevolezza del peccato, non c’è redenzione.

Nel secondo, il calice è una coppa che contiene il vino dell’alleanza, esso porta la gioia nel cuore, perché diventa il sangue dell’agnello immolato nel sacrificio dell’altare e con esso dona la redenzione agli uomini, che acquistano la consapevolezza del loro peccato e quindi il pentimento attraverso il quale ne scaturisce la gioia e l’unione con Gesù.

Roma 18/11/2019

Firmato Raffaella

Angelus, in Piazza San Pietro del 17 Novembre 2019

18 novembre 2019

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di questa penultima domenica dell’anno liturgico, (cfr Lc 21, 5-19) ci presenta il discorso di Gesù sulla fine dei tempi. Gesù lo pronuncia davanti al tempio di Gerusalemme, edificio ammirato dalla gente a motivo della sua imponenza e del suo splendore. Ma Egli profetizza che di tutta quella bellezza del tempio, quella grandiosità «non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta» (v. 6). La distruzione del tempio preannunciata da Gesù è figura non tanto della fine della storia, quanto del fine della storia. Infatti, di fronte agli ascoltatori che vogliono sapere come e quando accadranno questi segni, Gesù risponde con il tipico linguaggio apocalittico della Bibbia.
Usa due immagini apparentemente contrastanti: la prima è una serie di eventi paurosi: catastrofi, guerre, carestie, sommosse e persecuzioni (vv. 9-12); l’altra è rassicurante: «Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto» (v. 18). Dapprima c’è uno sguardo realistico sulla storia, segnata da calamità e anche da violenze, da traumi che feriscono il creato, nostra casa comune, e anche la famiglia umana che vi abita, e la stessa comunità cristiana. Pensiamo a tante guerre di oggi, a tante calamità di oggi. La seconda immagine – racchiusa nella rassicurazione di Gesù – ci dice l’atteggiamento che deve assumere il cristiano nel vivere questa storia, caratterizzata da violenza e avversità.
E qual è l’atteggiamento del cristiano? È l’atteggiamento della speranza in Dio, che consente di non lasciarsi abbattere dai tragici eventi. Anzi, essi sono «occasione di dare testimonianza» (v. 13). I discepoli di Cristo non possono restare schiavi di paure e angosce; sono chiamati invece ad abitare la storia, ad arginare la forza distruttrice del male, con la certezza che ad accompagnare la sua azione di bene c’è sempre la provvida e rassicurante tenerezza del Signore. Questo è il segno eloquente che il Regno di Dio viene a noi, cioè che si sta avvicinando la realizzazione del mondo come Dio lo vuole. È Lui, il Signore, che conduce la nostra esistenza e conosce il fine ultimo delle cose e degli eventi.
Il Signore ci chiama a collaborare alla costruzione della storia, diventando, insieme a Lui, operatori di pace e testimoni della speranza in un futuro di salvezza e di risurrezione. La fede ci fa camminare con Gesù sulle strade tante volte tortuose di questo mondo, nella certezza che la forza del suo Spirito piegherà le forze del male, sottoponendole al potere dell’amore di Dio. L’amore è superiore, l’amore è più potente, perché è Dio: Dio è amore. Ci sono di esempio i martiri cristiani – i nostri martiri, anche dei nostri tempi, che sono di più di quelli degli inizi – i quali, nonostante le persecuzioni, sono uomini e donne di pace. Essi ci consegnano una eredità da custodire e imitare: il Vangelo dell’amore e della misericordia. Questo è il tesoro più prezioso che ci è stato donato e la testimonianza più efficace che possiamo dare ai nostri contemporanei, rispondendo all’odio con l’amore, all’offesa con il perdono. Anche nella vita quotidiana: quando noi riceviamo un’offesa, sentiamo dolore; ma bisogna perdonare di cuore. Quando noi ci sentiamo odiati, pregare con amore per la persona che ci odia. La Vergine Maria sostenga, con la sua materna intercessione, il nostro cammino di fede quotidiano, alla sequela del Signore che guida la storia.

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Preghiera del mattino: Offerta della giornata a Maria

18 novembre 2019

O Maria, Madre del Verbo incarnato e Madre nostra dolcissima,

siamo qui ai Tuoi Piedi mentre sorge un nuovo giorno,

un altro grande dono del Signore.

Deponiamo nelle Tue mani e nel Tuo Cuore tutto il nostro essere.

Noi saremo Tuoi nella volontà, nel pensiero, nel cuore, nel corpo.

Tu forma in noi con materna bontà In questo giorno una vita nuova,

la vita del Tuo Gesù.

Previeni e accompagna o Regina del Cielo, anche le nostre più

Piccole azioni con la Tua ispirazione materna, affinchè ogni cosa sia pura

E accetta al momento del Sacrificio Santo e immacolato.

Rendici santi, o Madre buona; santi Come Gesù ci ha comandato,

come Il Tuo cuore ci chiede e ardentemente desidera.

Così sia.

Papa Francesco, Udienza Generale del 13 Novembre 2019 in Piazza San Pietro

17 novembre 2019

Saluto a braccio ai malati in Aula Paolo VI
Buongiorno a tutti!
Fuori piove. Qui sarete tranquilli, potrete seguire l’udienza dal maxischermo, tranquilli, in pace, senza bagnarvi. Questo è buono. Vi ringrazio di questa visita. Per me è una gioia quando vedo che voi venite così, con tante difficoltà, ma per amore alla Chiesa, per dire che amate la Chiesa. Questo fa bene a tutti quelli che vi vedono; a me fa bene. Grazie.
E adesso vado dall’altro gruppo che è in piazza; sarà un po’ bagnato, ma voi rimanete qui. Siamo uniti attraverso il maxischermo. adesso io vorrei dare a tutti voi la benedizione. Tutti, preghiamo la Madonna prima. [Recita Ave Mariae Benedizione]
Pregate per me e grazie di essere venuti!

Catechesi sugli Atti degli Apostoli – 16. «Priscilla e Aquila lo presero con sé» (At 18,26). Una coppia al servizio del Vangelo
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Questa udienza si fa in due gruppi: gli ammalati sono nell’Aula Paolo VI – io sono stato con loro, li ho salutati e benedetti; saranno 250 circa. Lì saranno più comodi per la pioggia – e noi qui. Ma loro ci guardano dal maxischermo. Salutiamoci tutti e due i gruppi con un applauso.
Gli Atti degli Apostoli narrano che Paolo, da evangelizzatore infaticabile quale è, dopo il soggiorno ad Atene, porta avanti la corsa del Vangelo nel mondo. Nuova tappa del suo viaggio missionario è Corinto, capitale della provincia romana dell’Acaia, una città commerciale e cosmopolita, grazie alla presenza di due porti importanti.
Come leggiamo nel capitolo 18 degli Atti, Paolo trova ospitalità presso una coppia di sposi, Aquila e Priscilla (o Prisca), costretti a trasferirsi da Roma a Corinto dopo che l’imperatore Claudio aveva ordinato l’espulsione dei giudei (cfr At 18,2). Io vorrei fare una parentesi. Il popolo ebraico ha sofferto tanto nella storia. È stato cacciato via, perseguitato … E, nel secolo scorso, abbiamo visto tante, tante brutalità che hanno fatto al popolo ebraico e tutti eravamo convinti che questo fosse finito. Ma oggi, incomincia a rinascere qua e là l’abitudine di perseguitare gli ebrei. Fratelli e sorelle, questo non è né umano né cristiano. Gli ebrei sono fratelli nostri! E non vanno perseguitati. Capito? Questi coniugi dimostrano di avere un cuore pieno di fede in Dio e generoso verso gli altri, capace di fare spazio a chi, come loro, sperimenta la condizione di forestiero. Questa loro sensibilità li porta a decentrarsi da sé per praticare l’arte cristiana dell’ospitalità (cfr Rm 12,13; Eb 13,2) e aprire le porte della loro casa per accogliere l’apostolo Paolo. Così essi accolgono non solo l’evangelizzatore, ma anche l’annuncio che egli porta con sé: il Vangelo di Cristo che è «potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm 1,16). E da quel momento la loro casa s’impregna del profumo della Parola «viva» (Eb 4,12) che vivifica i cuori.
Aquila e Priscilla condividono con Paolo anche l’attività professionale, cioè la costruzione di tende. Paolo infatti stimava molto il lavoro manuale e lo riteneva uno spazio privilegiato di testimonianza cristiana (cfr 1Cor 4,12), oltre che un giusto modo per mantenersi senza essere di peso agli altri (cfr 1Ts 2,9; 2Ts 3,8) o alla comunità.
La casa di Aquila e Priscilla a Corinto apre le porte non solo all’Apostolo ma anche ai fratelli e alle sorelle in Cristo. Paolo infatti può parlare della «comunità che si raduna nella loro casa» (1Cor 16,19), la quale diventa una “casa della Chiesa”, una “domus ecclesiae”, un luogo di ascolto della Parola di Dio e di celebrazione dell’Eucaristia. Anche oggi in alcuni Paesi dove non c’è la libertà religiosa e non c’è la libertà dei cristiani, i cristiani si radunano in una casa, un po’ nascosti, per pregare e celebrare l’Eucaristia. Anche oggi ci sono queste case, queste famiglie che diventano un tempio per l’Eucaristia.
Dopo un anno e mezzo di permanenza a Corinto, Paolo lascia quella città insieme ad Aquila e Priscilla, che si fermano ad Efeso. Anche lì la loro casa diventa luogo di catechesi (cfr At 18,26). Infine, i due sposi rientreranno a Roma e saranno destinatari di uno splendido elogio che l’Apostolo inserisce nella lettera ai Romani. Aveva il cuore grato, e così scrisse Paolo su questi due sposi nella lettera ai Romani. Ascoltate: «Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù. Essi per salvarmi la vita hanno rischiato la loro testa, e a loro non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese del mondo pagano» (16,4). Quante famiglie in tempo di persecuzione rischiano la testa per mantenere nascosti i perseguitati! Questo è il primo esempio: l’accoglienza famigliare, anche nei momenti brutti.
Tra i numerosi collaboratori di Paolo, Aquila e Priscilla emergono come «modelli di una vita coniugale responsabilmente impegnata a servizio di tutta la comunità cristiana» e ci ricordano che, grazie alla fede e all’impegno nell’evangelizzazione di tanti laici come loro, il cristianesimo è giunto fino a noi. Infatti «per radicarsi nella terra del popolo, per svilupparsi vivamente, era necessario l’impegno di queste famiglie. Ma pensate che il cristianesimo dall’inizio è stato predicato dai laici. Pure voi laici siete responsabili, per il vostro Battesimo, di portare avanti la fede. Era l’impegno di tante famiglie, di questi sposi, di queste comunità cristiane, di fedeli laici che hanno offerto l’“humus” alla crescita della fede» (Benedetto XVI, Catechesi, 7 febbraio 2007). È bella questa frase di Papa Benedetto XVI: i laici danno l’humus alla crescita della fede.
Chiediamo al Padre, che ha scelto di fare degli sposi la sua «vera “scultura” vivente» (Esort. ap. Amoris laetitia, 11) – Credo che qui ci siano i nuovi sposi: ascoltate voi la vostra vocazione, dovete essere la vera scultura vivente – di effondere il suo Spirito su tutte le coppie cristiane perché, sull’esempio di Aquila e Priscilla, sappiano aprire le porte dei loro cuori a Cristo e ai fratelli e trasformino le loro case in chiese domestiche. Bella parola: una casa è una chiesa domestica, dove vivere la comunione e offrire il culto della vita vissuta con fede, speranza e carità. Dobbiamo pregare questi due santi Aquila e Prisca, perché insegnino alle nostre famiglie ad essere come loro: una chiesa domestica dove c’è l’humus, perché la fede cresca.

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Araldo del Divino Amore , Libro V Capitoli XIII e XIV

17 novembre 2019

SI PARLA DELL’ANIMA DEL FRATELLO GIOVANNI RICOMPENSATO PER I SUOI LAVORI ASSIDUI
Benchè sia giusto che le anime, all’uscire dal corpo, abbiano ad espiare le colpe commesse in vita, per ricevere poi la ricompensa delle loro opere buone, pure la misericordia di Dio rivelò, in occasione della morte del fratello Giovanni, a S. Geltrude l’eccesso della sua divina bontà.
Appena spirato quel fratello, che con grandi fatiche, aveva per lunghi anni servito il Monastero, Geltrude vide tutte le sue opere buone simboleggiate in una scala.
L’anima uscita dal corpo; doveva purificarsi ancora di alcune negligenze, salendo gradino per gradino, quella scala. Le sue pene diminuivano man mano che – saliva. Siccome pera è difficile evitare ogni negligenza, quando abbondano le preoccupazioni, ed essendo sempre vero che ogni minima trascuratezza deve essere espiata, così quell’anima, non del tutto limpida, dopo di aver salito qualche gradino, cominciò a tremare come se lo scalino, scosso dal peso, stesse per rompersi.
Geltrude comprese che il piolo vacillante rappresentava una certa imperfezione negli atti, e si accorse che quello spavento aveva purificata l’anima: Quando un membro della Comunità rivolgeva a Dio una preghiera pere quell’anima, era come se le avesse teso la mano per salire più in alto. La Santa apprese ancora che il Signore, nella sua bontà, aveva conferito al Monastero un privilegio; tutti coloro che avrebbero lavorato al bene della Comunità., sarebbero stati grandemente consolati nel loro trapasso, anche se avessero dovuto soffrire le pene del Purgatorio – Quel privilegio sarebbe durato irrevocabilmente, fino a quando il. convento fosse stato fedelmente osservante della S. Regola.
CAPITOLO XIV
SI PARLA DEL FRATELLO CHE THE’ CHE FU TANTO RICONOSCENTE PER I BENEFICI RICEVUTI

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Angeli e Demoni.La retta fede della Chiesa, Catechesi di Giovanni Paolo II, Catechismo della Chiesa Cattolica/ Libreria editrice Vaticana, Chirico Napoli

17 novembre 2019

LA VITTORIA DI CRISTO SULLO SPIRITO DEL MALE
La potenza di satana non è infinita
1. Le nostre catechesi su Dio, Creatore delle cose «invisibili», ci hanno portato a illuminare e ritemprare la nostra fede per quanto riguarda la verità sul maligno o satana, non certamente voluto da Dio, sommo amore e santità, la cui Provvidenza sapiente e forte sa condurre la nostra esistenza alla vittoria sul principe delle tenebre. La fede della Chiesa infatti ci insegna che la potenza di satana non è infinita. Egli è solo una creatura, potente in quanto spirito puro, ma pur sempre una creatura, con i limiti della creatura, subordinata al volere e al dominio di Dio. Se satana opera nel mondo per il suo odio contro Dio e il suo regno, ciò è permesso dalla Divina Provvidenza che con potenza e bontà («fortiter et suaviter») dirige la storia dell’uomo e del mondo. Se l’azione di satana certamente causa molti danni – di natura spirituale e indirettamente di natura anche fisica – ai singoli e alla società, egli non è tuttavia in grado di annullare la definitiva finalità cui tendono l’uomo e tutta la creazione, il Bene. Egli non può ostacolare l’edificazione del regno di Dio, nel quale si avrà, alla fine, la piena attuazione della giustizia e dell’amore del Padre verso le creature eternamente «predestinate» nel Figlio-Verbo, Gesù Cristo. Possiamo anzi dire con san Paolo che l’opera del maligno concorre al bene (cfr. Rm 2,28) e che serve a edificare la gloria degli «eletti» (cfr. 2Tm 2,10).

La vittoria di Cristo sul «principe di questo mondo»

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Araldo del Divino Amore, Libro V / Capitolo XII

15 novembre 2019

SI PARLA DELL’ANIMA DEL FRATELLO H CHE FU RICOMPENSATA PER LA SUA FEDELTA’

Geltrude pregando un giorno per un certo converso appena morto, chiese al Signore dove si trovava. Rispose: « Eccolo! Per le ferventi suppliche di suffragio per lui rivolte; fu chiamato per prendere parte al nostro banchetto ». E il Salvatore apparve come un padre di famiglia, seduto a una tavola dove erano offerte le preghiere e i sacrifici fatti per quell’anima.

Il fratello defunto, assiso a quel banchetto, aveva però un sembiante malinconico ed abbattuto, perchè non era ancora abbastanza puro per essere ammesso alla contemplazione del divin Volto. In certi momenti pareva rasserenarsi, essendo riconfortato dalla fragranza che sfuggivai dalle oblazioni poste sulla tavola dal Padre di famiglia.

Geltrude comprese la penosa privazione di quell’anima che riceveva sola il profumo delle oblazioni provenienti dalla tavola del banchetto, invece che dalle mani di Dio, il quale le riversa invece sulle anime beate in pienezza di gaudio. Tuttavia Gesù, spinto dalla sua bontà e dalle preghiere di parecchi intercessori, poneva su quella tavola qualche cosa dei suoi propri beni, per allietare il defunto.

La dolcissima Vergine, assisa nella gloria vicino al Figlio suo, vi deponeva anch’essa la sua porzione, e il defunto ne era assai consolato, avendo avuta per la Madonna un divozione speciale. I Santi, ch’egli amava di più portavano pur essi un’offerta proporzionata alle preghiere che quell’anima loro aveva rivolta, e ai sacrifici grandi o piccoli, che aveva compiuto in loro onore.

Per tali oblazioni e soprattutto per il fervore delle preghiere fatte per essa, l’anima del defunto si faceva di ora in ora più serena, essa levava gli occhi in alto, verso la beatifica luce della Divinità; luce che basta mirare una sola volta per dimenticare ogni dolore e immergersi nell’oceano dei beni eterni.

.. Geltrude si rivolse poi al defunto, chiedendo: « Per quale colpa soffrite di più in questo momento? ». Rispose l’anima « Per l’attacco alla mia propria volontà, e alle idee personali. perchè anche facendo il bene, preferivo seguire il mio giudizio, piuttosto che il parere altrui. Per tale colpa l’anima mia soffre ora una pena così grande che tutti i dolori della terra riuniti insieme le sarebbero assai inferiori». Geltrude insistette « Come potremo sollevarvi? ». « Se alcuno, sapendo quanto io soffro per tale colpa, si sforzasse di evitarla, ne proverei grande sollievo ». « Intanto che cosa vi consola di più? ». « La fedeltà, perchè è la virtù che ho meglio praticato in terra, e anche le preghiere che i miei amici rivolgono a Dio: tanto l’una come le altre mi procurano a ogni istante il sollievo che reca all’anima una buona notizia. Ogni nota cantata per me, durante la S. Messa, mi è dolce refezione. In più la divina clemenza volle, per i meriti dei miei intercessori, che tutto ciò che fanno con l’intenzione di glorificare Dio, come lavorare e perfino mangiare e dormire, serva a mio suffragio, perché, quando ero in vita, li ho serviti in tutti i loro bisogni con amore e fedeltà».

La Santa chiese: « Noi abbiamo pregato Dio di donarvi tutto il bene ch’Egli ha operato in noi. – Ne avete avuto vantaggio? – ». E l’anima: « Moltissimo, perché i vostri meriti suppliscono a ciò che mi manca ». Geltrude aggiunse « Voi avete chiesto sollecitamente i suffragi dovuti ai defunti. Ne soffrireste se alcuno, per malattia, ritardasse a compierli fino a quando è guarito? ». Rispose il defunto: « Tutto quello che si differisce per un senso di discrezione mi reca un profumo di tale soavità che mi rallegra dell’attesa, purchè non sia prolungata per negligenza, o per pigrizia ».

Geltrude chiese un’altra delucidazione: « Durante la vostra ultima malattia, noi invece di aiutarvi a prepararvi alla morte, abbiamo pregato e insistito per avere la vostra guarigione: avete dovuto forse subire qualche pena per questa cosa? ». L’anima riprese: « Nulla ho sofferto per tale motivo: anzi l’immensa tenerezza del nostro Dio le cui bontà si estendono a tutte le sue opere, (sal. CXLIV 9) vedendovi usare tanta carità con me, quantunque foste guidate da sentimenti umani, mi ha trattato con maggior misericordia ». E la Santa: « Le lagrime sparse, per semplice affetto, alla vostra morte, vi servono a qualche cosa? ». Il defunto rispose: « Non più di quello che vale la compassione che proverebbe una persona vedendo i suoi amici piangere per lei. Quando però potrò godere la felicità eterna, gusterò per le vostre lagrime, il piacere che prova un giovane quando riceve le recitazioni dei suoi amici. Tali gioie le ho meritate perchè, servendovi con fedeltà, nutrita dalla vostra affezione, avevo l’intento di piacere a Dio solo ».

In seguito, mentre Geltrude pregava ancora per quell’anima, giunta che fu nell’orazione domenicale, a quel punto « Perdonate i nostri debiti, come noi perdoniamo ai nostri debitori » ella lo vide manifestare un’espressione di grande angoscia. Meravigliata ne chiese la cagione, e ne ebbe questa risposta: « Quando ero nel secolo ho molto peccato, non perdonando facilmente a coloro che mi avevano offeso; mostravo loro a lungo un volto severo, così subisco vergogna intollerabile e grande angoscia, quando ascolto quelle parole del Pater ». Avendogli Geltrude chiesto quanto tempo durerebbe quel tormento, ebbe questa risposta: « Fino a quando la mia colpa sarà cancellata dall’ardente carità che vi spinge a pregare per me; allora, sentendo quelle parole, proverò un’immensa gratitudine verso la misericordia dì Dio che mi avrà perdonato».

Mentre un giorno si offriva il S. Sacrificio per quell’anima, essa apparve a Geltrude gioiosa e raggiante. La Santa chiese al Signore: « Ha essa sofferto abbastanza per cancellare tutte le sue colpe?». Egli rispose: « Ha già offerto più di quanto si potrebbe supporre se si vedesse uscire dal fuoco dell’inferno e salire al cielo; ma non è ancora abbastanza pura per godere della mia presenza. La sua consolazione e il sollievo vanno però sempre aumentando, a misura che si prega per lui ». Aggiunse il Salvatore: «Le vostre suppliche non possono raggiungerlo rapidamente, perchè si è mostrato spesso duro e inflessibile, rifiutando di sottomettere la sua volontà a quella del prossimo, quando questa non era conforme alla sua».

Genesi, Capitolo 46

15 novembre 2019

[1] Israele dunque levò le tende con quanto possedeva e arrivò a Bersabea, dove offrì sacrifici al Dio di suo padre Isacco.

[2] Dio disse a Israele in una visione notturna: “Giacobbe, Giacobbe!”. Rispose: “Eccomi!”.

[3] Riprese: “Io sono Dio, il Dio di tuo padre. Non temere di scendere in Egitto, perché laggiù io farò di te un grande popolo.

[4] Io scenderò con te in Egitto e io certo ti farò tornare. Giuseppe ti chiuderà gli occhi”.

[5] Giacobbe si alzò da Bersabea e i figli di Israele fecero salire il loro padre Giacobbe, i loro bambini e le loro donne sui carri che il faraone aveva mandati per trasportarlo.

[6] Essi presero il loro bestiame e tutti i beni che avevano acquistati nel paese di Cànaan e vennero in Egitto; Giacobbe cioè e con lui tutti i suoi discendenti;

[7] i suoi figli e i nipoti, le sue figlie e le nipoti, tutti i suoi discendenti egli condusse con sé in Egitto.

[8] Questi sono i nomi dei figli d’Israele che entrarono in Egitto: Giacobbe e i suoi figli, il primogenito di Giacobbe, Ruben.

[9] I figli di Ruben: Enoch, Pallu, Chezron e Carmi.

[10] I figli di Simeone: Iemuel, Iamin, Oad, Iachin, Socar e Saul, figlio della Cananea.

[11] I figli di Levi: Gherson, Keat e Merari.

[12] I figli di Giuda: Er, Onan, Sela, Perez e Zerach; ma Er e Onan morirono nel paese di Cànaan. Furono figli di Perez: Chezron e Amul.

[13] I figli di Issacar: Tola, Puva, Giobbe e Simron.

[14] I figli di Zàbulon: Sered, Elon e Iacleel.

[15] Questi sono i figli che Lia partorì a Giacobbe in Paddan-Aram insieme con la figlia Dina; tutti i suoi figli e le sue figlie erano trentatré persone.

[16] I figli di Gad: Zifion, Agghi, Suni, Esbon, Eri, Arodi e Areli.

[17] I figli di Aser: Imma, Isva, Isvi, Beria e la loro sorella Serach. I figli di Beria: Eber e Malchiel.

[18] Questi sono i figli di Zilpa, che Làbano aveva dato alla figlia Lia; essa li partorì a Giacobbe: sono sedici persone.

[19] I figli di Rachele, moglie di Giacobbe: Giuseppe e Beniamino.

[20] A Giuseppe nacquero in Egitto Efraim e Manasse, che gli partorì Asenat, figlia di Potifera, sacerdote di On.

[21] I figli di Beniamino: Bela, Becher e Asbel, Ghera, Naaman, Echi, Ros, Muppim, Uppim e Arde.

[22] Questi sono i figli che Rachele partorì a Giacobbe; in tutto sono quattordici persone.

[23] I figli di Dan: Usim.

[24] I figli di Nèftali: Iacseel, Guni, Ieser e Sillem.

[25] Questi sono i figli di Bila, che Làbano diede alla figlia Rachele, ed essa li partorì a Giacobbe; in tutto sette persone.

[26] Tutte le persone che entrarono con Giacobbe in Egitto, uscite dai suoi fianchi, senza le mogli dei figli di Giacobbe, sono sessantasei.

[27] I figli che nacquero a Giuseppe in Egitto sono due persone. Tutte le persone della famiglia di Giacobbe, che entrarono in Egitto, sono settanta.

[28] Ora egli aveva mandato Giuda avanti a sé da Giuseppe, perché questi desse istruzioni in Gosen prima del suo arrivo. Poi arrivarono al paese di Gosen.

[29] Allora Giuseppe fece attaccare il suo carro e salì in Gosen incontro a Israele, suo padre. Appena se lo vide davanti, gli si gettò al collo e pianse a lungo stretto al suo collo.

[30] Israele disse a Giuseppe: “Posso anche morire, questa volta, dopo aver visto la tua faccia, perché sei ancora vivo”.

[31] Allora Giuseppe disse ai fratelli e alla famiglia del padre: “Vado ad informare il faraone e a dirgli: I miei fratelli e la famiglia di mio padre, che erano nel paese di Cànaan, sono venuti da me.

[32] Ora questi uomini sono pastori di greggi, si occupano di bestiame, e hanno condotto i loro greggi, i loro armenti e tutti i loro averi.

[33] Quando dunque il faraone vi chiamerà e vi domanderà: Qual è il vostro mestiere?,

[34] voi risponderete: Gente dedita al bestiame sono stati i tuoi servi, dalla nostra fanciullezza fino ad ora, noi e i nostri padri. Questo perché possiate risiedere nel paese di Gosen”. Perché tutti i pastori di greggi sono un abominio per gli Egiziani.

Spiegazione

Versi 1-4

Anche negli eventi e in quelle imprese che sembrano molto positive dovremmo cercare consiglio, assistenza e benedizione dal Signore. Attenendosi ai suoi comandi e accogliendo gli impegni del suo patto d’amore riceveremo la sua presenza e quella pace che Lui concede. In tutto le nostre privazioni dovremmo ricordarci di esse per distaccarci da questo mondo. Nient’altro può incoraggiarci a non temere alcun male quando passiamo nella valle dell’ombra di morte, se non la presenza di Cristo.

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Angeli e Demoni, la retta fede della Chiesa. Catechesi di Giovanni Paolo II, Catechismo della Chiesa Cattolica/ Libreria Editrice Vaticana Chirico Napoli

15 novembre 2019

LA CADUTA DEGLI ANGELI RIBELLI
Satana, lo spirito maligno detto anche diavolo o demonio
1. Continuando l’argomento delle precedenti catechesi dedicate all’articolo della fede riguardante gli angeli, creature di Dio, ci addentriamo oggi ad esplorare il mistero della libertà che alcuni di essi hanno indirizzato contro Dio e il suo piano di salvezza nei confronti degli uomini.
Come testimonia l’evangelista Luca, nel momento in cui i discepoli tornavano dal Maestro pieni di gioia per i frutti raccolti nel loro tirocinio missionario, Gesù pronuncia una frase che fa pensare: «Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore» (Lc 10,18). Con queste parole il Signore afferma che l’annuncio del regno di Dio è sempre una vittoria sul diavolo, ma nello stesso tempo rivela anche che l’edificazione del regno è continuamente esposta alle insidie dello spirito del male. Interessarsene, come intendiamo fare con la catechesi di oggi, vuol dire prepararsi alla condizione di lotta che è propria della vita della Chiesa in questo tempo ultimo della storia della salvezza (così come afferma il Libro dell’Apocalisse (Ap 12,7). D’altra parte, ciò permette di chiarire la retta fede della Chiesa di fronte a chi la stravolge esagerando l’importanza del diavolo, o di chi ne nega o ne minimizza la potenza malefica.
Le precedenti catechesi sugli angeli ci hanno preparati a comprendere la verità che la Sacra Scrittura ha rivelato e che la Tradizione della Chiesa ha trasmesso su satana, cioè sull’angelo caduto, lo spirito maligno, detto anche diavolo o demoni.

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La cesta di Moses di Gulli Morini e il Vangelo della moltiplicazione dei pani e dei pesci di Matteo 14, 13-21

15 novembre 2019

1. Mt 14,13-21Gesù moltiplica i pani e dei pesci

13Avendo udito questo, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. 14Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.

15Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». 16Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». 17Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». 18Ed egli disse: «Portatemeli qui». 19E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. 20Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. 21Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.


LA CESTA DI MOSES DI GULLI MORINI, RACCONTO

Moses è un ragazzo di 11 anni che vive a Cafarnao, piccolo paese della Galilea sulle rive del lago di Genezaret. È solo al mondo: ha perso i genitori in una delle tante guerre che periodicamente travolgono il suo paese. Non ha una casa sua e dorme dove gli capita, a volte in un fienile oppure in una stalla, ma più spesso sotto le stelle, specialmente nelle calde notti d’estate.
Moses, anche se povero, una cosa la possiede: una cesta; con quella gira per i mercati e si offre per trasportare le merci di chiunque ne abbia bisogno. Così guadagna quelle poche monete che gli permettono di vivere.
A Cafarnao tutti lo conoscono per nome, anche perché Moses è sempre molto buono e disponibile; tutti sanno che, all’occorrenza, possono contare sul suo aiuto.

Una mattina un vecchio signore lo chiama:
«Moses, Moses, dove ti sei cacciato?»
«Eccomi, sto arrivando.»
«Ho un lavoro per te. Eccoti due monete: con questa mi comprerai del pane, e con l’altra del pesce; mi raccomando che sia bello e fresco! Stasera aspetto un ospite importante: non farmi fare brutta figura! Se mi servirai bene potrai rimanere a mangiare con noi a cena.»
Il ragazzo è ben contento di aver trovato un lavoro, e la prospettiva di una vera cena gli mette le ali ai piedi. In quattro salti è sulla riva del lago dove alcuni pescatori stanno aggiustando le reti.
«Avete del buon pesce da vendermi?»
«Mi spiace, ragazzo, ma da due giorni il lago è avaro con noi.»
Moses è deluso: di solito c’è pesce in abbondanza, oggi gli toccherà andarne a cercare nel paese vicino. Pazienza, tanto sia il pane che i pesci servono per la sera, poi forse è meglio così, perché su quella strada c’è Aronne che fa il pane più buono di tutta la regione. Avrà per questo una ricompensa in più. Un’ora dopo, infatti, sei bellissimi pani profumati sono scambiati per una moneta e vanno a finire nella cesta di Moses.
Poco lontano incontra due pescatori.
«Avete del buon pesce?»
«Quel poco che avevamo è già stato venduto, prova a chiedere più avanti.»

Da quasi due ore il ragazzo cammina inutilmente sulla riva del lago alla ricerca di pesce: meglio riposarsi un poco all’ombra di un grande eucalipto. I pani profumati sono una tentazione irresistibile e così comincia a mangiarne uno.
Ma ansimanti arrivano quattro bambini che stanno giocando a rincorrersi. Si fermano davanti allo sconosciuto, gli occhi fissi sul pane e la fame dipinta sul volto. Non si può mangiare in pace quando ti sta osservando chi ha più fame di te, e allora Moses divide il pane in quattro e lo dà ai bimbi che corrono via felici. Così non è più un furto ma una buona azione, anche se la pancia rimane vuota.
Una voce dal lago lo distoglie da questi pensieri.
«Ragazzo, afferra la cima e aiutami a tirare in secco la barca.»
In un balzo Moses è in acqua per aiutare il pescatore. Sul fondo della barca solo tre pesci, grossi e bellissimi.
«Me li vendi per una moneta?»
«Prendili pure, sono tuoi.»
Felice di aver completato la sua laboriosa ricerca, Moses si incammina verso casa.

Un’ora dopo incontra sulla riva del lago una gran folla. Strano, due ore fa, all’andata, non c’era nessuno. Ma ancor più strano che tutta quella gente se ne stia ferma e silenziosa ad ascoltare un uomo che parla in piedi su una barca.
«È Gesù», gli sussurra all’orecchio qualcuno. Quel Gesù di cui tutti parlano, che è passato più volte in questi paraggi, ma che Moses non aveva mai fino ad ora incontrato.
Camminando silenziosamente sulla spiaggia arriva a sedersi proprio davanti alla barca. Ma quella è la barca di Simone, anche lui di Cafarnao, che ora se ne sta seduto ai piedi di Gesù. Il ragazzo ascolta quelle bellissime parole che hanno il potere di entrare nel profondo del cuore.

Passa il tempo senza che nessuno mostri di accorgersene, o per lo meno quasi nessuno, visto che proprio Simone è assai preoccupato. Infatti, appena può, consiglia al Maestro di congedare tutta quella gente perché possa andarsi a comperare qualcosa da mangiare nei paesi vicini.
Ma lui risponde: «Dategli voi da mangiare!»
Simone è confuso, si guarda intorno ed esclama: «Ma Signore noi non abbiamo nulla. L’unico cibo che vedo è nella cesta di quel ragazzo qui davanti, cinque pani e tre pesci.»
Gesù allora si fa portare la cesta, la benedice e con quel poco cibo che si moltiplica miracolosamente sfama una folla immensa.
Moses è visibilmente sbalordito. E’ uno dei pochi che ha visto coi propri occhi da dove è uscito tutto quel pane e quel pesce. Anche lui ne ha mangiato e più tardi, quando Simone gli restituisce la cesta vuota ancora emozionato balbetta: «Grazie».
«Grazie a te Moses», gli risponde dolcemente l’apostolo.
Le parole si Simone scuotono il ragazzo: è tardi, anzi tardissimo. Bisogna tornare subito a Cafarnao, ma con cosa, se la cesta è rimasta vuota. La gente andandosene ha lasciato dei pezzi di pane: in breve la cesta si riempie di pezzetti, di briciole, tutta roba che va bene per i poveri, non per un ospite importante, ma è pur sempre meglio di niente.
I pensieri galoppano nella testa di Moses mentre torna quasi di corsa verso casa. Ha assistito ad un miracolo incredibile, ha udito parole che danno la pace al cuore, ma cosa dirà al signore che aspetta i pani e i pesci?

Cosi assorto arriva alla casa del suo committente, corre in cucina, vuota sul tavolo la cesta e scappa via per non dover dare spiegazioni. Corre fin sulla riva del lago e va a nascondersi in una barca che ha riconosciuto come quella di Simone. Anche questo è un fatto inaspettato: tutte le altre barche hanno preso il largo per gettare le reti sul far della sera, e questa, che solo qualche ora fa ospitava Gesù, è ferma sulla spiaggia.
Ma è proprio Gesù l’ospite atteso al quale erano destinati i pani e i pesci. Moses questo non lo sa; lo sa invece Simone che racconta al padrone di casa tutto quanto è successo quel giorno, e come da quella cesta sia uscito cibo per una folla immensa.

Il mattino seguente il ragazzo si sveglia, afferra la sua cesta e come il solito va in cerca di qualche lavoro.
«Moses, Moses, aspettami!»
E’ la voce del vecchio signore di ieri che lo sta chiamando. Non è arrabbiato, ma addirittura affettuoso, e allora il ragazzo invece di scappare si volta.
«Moses, ti prego, ascoltami. Simone ieri sera mi ha raccontato tutto. Tu senza saperlo hai dato a Gesù tutto quello che io ti avevo mandato a comperare per lui. Sei stato molto più bravo di quanto ti avessi chiesto, ed ora ho un gran debito con te. Io sono vecchio e solo; anche tu sei solo, vuoi venire ad abitare da me? Ti vorrò bene come ad un figlio, e alla mia morte tutto ciò che possiedo sarà tuo.»

Moses ora abita da tempo col vecchio signore. Nel suo cuore ricorda sempre le parole di Gesù ascoltate quella mattina sul lago: «Date, date a tutti, e riceverete il centuplo sulla terra e la vita eterna in paradiso».
Agli amici racconta spesso come un giorno abbia donato tutto ciò che aveva dentro una cesta e per ricompensa abbia ottenuto un padre.

Moses ora abita da tempo col vecchio signore. Nel suo cuore ricorda sempre le parole di Gesù ascoltate quella mattina sul lago: «Date, date a tutti, e riceverete il centuplo sulla terra e la vita eterna in paradiso».
Agli amici racconta spesso come un giorno abbia donato tutto ciò che aveva dentro una cesta e per ricompensa abbia ottenuto un padre.

Preghiera della notte: Alla Santissima Vergine del Colle

8 novembre 2019
vergine Santissima del Colle

O Vergine Ss.ma, voi qual vaga e misteriosa aurora vi degnaste dissipare le tenebre, che per lunghi secoli gravarono su questo colle prescelto da Dio per manifestare agli uomini, attraverso la vostra materna potenza e la sua mano divina, voi faceste rinascere speranze perdute, accendeste nei cuori dominati dall’odio, un amore ardente, infinito. Per la possanza che a voi viene dal vostro divino Figliuolo, i ciechi videro, i sordi udirono, i morbi sparirono! Risuonò tante volte questo Colle dei canti di folle lontane e vicine, accorse per sciogliere voti, per impetrare favori! Noi lo abbiamo appreso, tante volte lo sperimentammo, giornalmente ammiriamo segni straordinari che chiaramente manifestano la vostra materna assistenza. Vi ringraziamo perciò con le lingue delle migliaia di devoti che da secoli si prostrano innanzi a questo vostro trono, vi salutiamo con i canti innocenti delle schiere di fanciulli che misteriosamente invitarono tutti a vedere voi qui apparsa per nostra letizia. Aprite, vi supplichiamo, il tesoro delle grazie a quanti a voi fanno ricorso, esaudite le nostre preghiere, affinché in tempi di morta fede questo sacro Colle splenda irradiato dai vostri favori, quale faro che accende speranza e guida al porto sicuro della salvezza. Così sia. Salve Regina.

Genesi, Capitolo 45

8 novembre 2019

[1] Allora Giuseppe non potè più contenersi dinanzi ai circostanti e gridò: “Fate uscire tutti dalla mia presenza!”. Così non restò nessuno presso di lui, mentre Giuseppe si faceva conoscere ai suoi fratelli.

[2] Ma diede in un grido di pianto e tutti gli Egiziani lo sentirono e la cosa fu risaputa nella casa del faraone.

[3] Giuseppe disse ai fratelli: “Io sono Giuseppe! Vive ancora mio padre?”. Ma i suoi fratelli non potevano rispondergli, perché atterriti dalla sua presenza.

[4] Allora Giuseppe disse ai fratelli: “Avvicinatevi a me!”. Si avvicinarono e disse loro: “Io sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto per l’Egitto.

[5] Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita.

[6] Perché già da due anni vi è la carestia nel paese e ancora per cinque anni non vi sarà né aratura né mietitura.

[7] Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente.

[8] Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio ed Egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d’Egitto.

[9] Affrettatevi a salire da mio padre e ditegli: Dice il tuo figlio Giuseppe: Dio mi ha stabilito signore di tutto l’Egitto. Vieni quaggiù presso di me e non tardare.

[10] Abiterai nel paese di Gosen e starai vicino a me tu, i tuoi figli e i figli dei tuoi figli, i tuoi greggi e i tuoi armenti e tutti i tuoi averi.

[11] Là io ti darò sostentamento, poiché la carestia durerà ancora cinque anni, e non cadrai nell’indigenza tu, la tua famiglia e quanto possiedi.

[12] Ed ecco, i vostri occhi lo vedono e lo vedono gli occhi di mio fratello Beniamino: è la mia bocca che vi parla!

[13] Riferite a mio padre tutta la gloria che io ho in Egitto e quanto avete visto; affrettatevi a condurre quaggiù mio padre”.

[14] Allora egli si gettò al collo di Beniamino e pianse. Anche Beniamino piangeva stretto al suo collo.

[15] Poi baciò tutti i fratelli e pianse stringendoli a sé. Dopo, i suoi fratelli si misero a conversare con lui.

[16] Intanto nella casa del faraone si era diffusa la voce: “Sono venuti i fratelli di Giuseppe!” e questo fece piacere al faraone e ai suoi ministri.

[17] Allora il faraone disse a Giuseppe: “Dì ai tuoi fratelli: Fate questo: caricate le cavalcature, partite e andate nel paese di Cànaan.

[18] Poi prendete vostro padre e le vostre famiglie e venite da me e io vi darò il meglio del paese d’Egitto e mangerete i migliori prodotti della terra.

[19] Quanto a te, dà loro questo comando: Fate questo: prendete con voi dal paese d’Egitto carri per i vostri bambini e le vostre donne, prendete vostro padre e venite.

[20] Non abbiate rincrescimento per la vostra roba, perché il meglio di tutto il paese sarà vostro”.

[21] Così fecero i figli di Israele. Giuseppe diede loro carri secondo l’ordine del faraone e diede loro una provvista per il viaggio.

[22] Diede a tutti una muta di abiti per ciascuno, ma a Beniamino diede trecento sicli d’argento e cinque mute di abiti.

[23] Allo stesso modo mandò al padre dieci asini carichi dei migliori prodotti dell’Egitto e dieci asine cariche di grano, pane e viveri per il viaggio del padre.

[24] Poi congedò i fratelli e, mentre partivano, disse loro: “Non litigate durante il viaggio!”.

[25] Così essi ritornarono dall’Egitto e arrivarono nel paese di Cànaan, dal loro padre Giacobbe

[26] e subito gli riferirono: “Giuseppe è ancora vivo, anzi governa tutto il paese d’Egitto!”. Ma il suo cuore rimase freddo, perché non poteva credere loro.

[27] Quando però essi gli riferirono tutte le parole che Giuseppe aveva detto loro ed egli vide i carri che Giuseppe gli aveva mandati per trasportarlo, allora lo spirito del loro padre Giacobbe si rianimò.

[28] Israele disse: “Basta! Giuseppe, mio figlio, è vivo. Andrò a vederlo prima di morire!”.

Spiegazione

Versi 1-15

Giuseppe lasciò continuare Giuda e sentì tutto quel che disse. Vide l’umiliazione dei suoi fratelli per i loro peccati, ricordandosi di sé stesso poiché Giuda lo aveva menzionato due volte nel suo discorso e vide come erano rispettosi verso il loro padre e molto teneri nei confronti del loro fratello Beniamino. Ora erano maturi per la consolazione che aveva in riserbo per essi e si fece riconoscere. Giuseppe ordinò a tutti i suoi servi di ritirarsi. Cristo fa così conoscere le sue dolcezze al suo popolo lontano dalla vista e dall’udito del mondo. Giuseppe versò lacrime di tenerezza e di grande affetto e con esse gettò via quell’austerità con cui egli si era comportato finora verso il suo fratelli. Questo rappresenta la compassione divina verso i penitenti che ritornano. “Sono Giuseppe, vostro fratello”. Questo umiliò ancora di più il loro peccato di averlo venduto, ma li incoraggiò a sperare in un trattamento benevolo. Così, quando Cristo volle convincere Paolo, gli disse: “Sono Gesù”, e quando consolò i suoi discepoli gli disse: “Sono io, non temete”. Quando Cristo si manifesta ai suoi, egli lo incoraggia ad andare verso di lui con tutto il cuore. Giuseppe fa così dimostrando loro che in qualunque modo essi avevano pensato di nuocergli, Dio trasse da esso del bene. I peccatori devono affliggersi ed essere tristi per i loro peccati, sebbene Dio ne tragga da essi del bene affinché non si vantino in nessun modo. La somiglianza fra la storia di Giuseppe e il caso del peccatore che si converte, cioè come Cristo si manifesta alla sua anima, è veramente impressionante. Il peccatore, secondo questo paragone, non deve pensare a qualche peccato lieve, ma al male maggiore e, in questo modo, si può difendere dalla disperazione e può essere pronto a rallegrarsi in quel Dio in cui ha sperato, mentre ancora trema pensando ai pericoli e alla distruzione da cui è fuggito. Giuseppe promette di occuparsi di suo padre e di tutta la famiglia. È dovere dei figli, se la necessità dei loro genitori in qualsiasi momento lo richiede, sostenerli e soddisfarli al massimo della loro capacità: ecco l’esempio della pietà verso quelli di casa sua, 1Ti 5:4. Dopo che Giuseppe ebbe abbracciato Beniamino e accolto tutti loro, i suoi fratelli gli parlarono apertamente di tutti le cose della casa del loro padre. Dopo il gesto della riconciliazione con il Signore Gesù, ne segue una dolce comunione con lui.

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Papa Francesco, Udienza Generale del 6 Novembre 2019 a Piazza San Pietro

8 novembre 2019

Catechesi sugli Atti degli Apostoli – 15. «Colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio» (At 17,23). Paolo all’Areopago: un esempio d’inculturazione della fede ad Atene
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Proseguiamo il nostro “viaggio” con il libro degli Atti degli Apostoli. Dopo le prove vissute a Filippi, Tessalonica e Berea, Paolo approda ad Atene, proprio nel cuore della Grecia (cfr At 17,15). Questa città, che viveva all’ombra delle antiche glorie malgrado la decadenza politica, custodiva ancora il primato della cultura. Qui l’Apostolo «freme dentro di sé al vedere la città piena di idoli» (At 17,16). Questo “impatto” col paganesimo, però, invece di farlo fuggire, lo spinge a creare un ponte per dialogare con quella cultura.
Paolo sceglie di entrare in familiarità con la città e inizia così a frequentare i luoghi e le persone più significativi. Va alla sinagoga, simbolo della vita di fede; va nella piazza, simbolo della vita cittadina; e va all’Areopago, simbolo della vita politica e culturale. Incontra giudei, filosofi epicurei e stoici, e molti altri. Incontra tutta la gente, non si chiude, va a parlare con tutta la gente. In tal modo Paolo osserva la cultura osserva l’ambiente di Atene «a partire da uno sguardo contemplativo» che scopre «quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade e nelle sue piazze» (Evangelii gaudium, 71). Paolo non guarda la città di Atene e il mondo pagano con ostilità ma con gli occhi della fede. E questo ci fa interrogare sul nostro modo di guardare le nostre città: le osserviamo con indifferenza? Con disprezzo? Oppure con la fede che riconosce i figli di Dio in mezzo alle folle anonime?
Paolo sceglie lo sguardo che lo spinge ad aprire un varco tra il Vangelo e il mondo pagano. Nel cuore di una delle istituzioni più celebri del mondo antico, l’Areopago, egli realizza uno straordinario esempio di inculturazione del messaggio della fede: annuncia Gesù Cristo agli adoratori di idoli, e non lo fa aggredendoli, ma facendosi «pontefice, costruttore di ponti» (Omelia a Santa Marta, 8 maggio 2013).
Paolo prende spunto dall’altare della città dedicato a «un dio ignoto» (At 17,23) – c’era un altare con scritto “al dio ignoto”; nessuna immagine, niente, soltanto quella iscrizione. Partendo da quella “devozione” al dio ignoto, per entrare in empatia con i suoi uditori proclama che Dio «vive tra i cittadini» (Evangelii gaudium, 71) e «non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni» (ibid.). È proprio questa presenza che Paolo cerca di svelare: «Colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio» (At 17,23).
Per rivelare l’identità del dio che gli Ateniesi adorano, l’Apostolo parte dalla creazione, cioè dalla fede biblica nel Dio della rivelazione, per giungere alla redenzione e al giudizio, cioè al messaggio propriamente cristiano. Egli mostra la sproporzione tra la grandezza del Creatore e i templi costruiti dall’uomo, e spiega che il Creatore si fa sempre cercare perché ognuno lo possa trovare. In tal modo Paolo, secondo una bella espressione di Papa Benedetto XVI, «annuncia Colui che gli uomini ignorano, eppure conoscono: l’Ignoto-Conosciuto» (Benedetto XVI, Incontro col mondo della cultura al Collège des Bernardins, 12 sett. 2008). Poi, invita tutti ad andare oltre «i tempi dell’ignoranza» e a decidersi per la conversione in vista del giudizio imminente. Paolo approda così al kerygma e allude a Cristo, senza citarlo, definendolo come l’«uomo che Dio ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti» (At 17,31).
E qui, c’è il problema. La parola di Paolo, che finora aveva tenuto gli interlocutori con il fiato sospeso – perché era una scoperta interessante -, trova uno scoglio: la morte e risurrezione di Cristo appare «stoltezza» (1Cor 1,23) e suscita scherno e derisione. Paolo allora si allontana: il suo tentativo sembra fallito, e invece alcuni aderiscono alla sua parola e si aprono alla fede. Tra questi un uomo, Dionigi, membro dell’Areopago, e una donna, Damaris. Anche ad Atene il Vangelo attecchisce e può correre a due voci: quella dell’uomo e quella della donna!
Chiediamo anche noi oggi allo Spirito Santo di insegnarci a costruire ponti con la cultura, con chi non crede o con chi ha un credo diverso dal nostro. Sempre costruire ponti, sempre la mano tesa, niente aggressione. Chiediamogli la capacità di inculturare con delicatezza il messaggio della fede, ponendo su quanti sono nell’ignoranza di Cristo uno sguardo contemplativo, mosso da un amore che scaldi anche i cuori più induriti.

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Araldo del Divino Amore, Libro V /Capitoli X e XI

8 novembre 2019

SI PARLA DI S. CHE MORI’ TUTTA FERVENTE DI DIVINO ARDORE
In seguito morì un’altra giovane monaca. Dall’infanzia fino all’ora della morte, le sue azioni generose dimostravano il disprezzo che aveva del mondo e delle sue seduzioni.
Nel giorno della morte, mentre stava per entrare in agonia, ella salutò teneramente le persone presenti, promettendo ricordo di preghiera quando fosse comparsa davanti a Dio, oceano infinito d’ogni bene.
L’avvicinarsi della morte accrebbe le sue sofferenze; ed ella disse al Signore con tutto lo slancio del cuore: « Caro Gesù, tu conosci tutti i miei segreti e sai che avrei voluto servirti fedelmente fino alla decrepitezza; siccome però tu mi chiami all’eternità, tutta la mia brama di vivere si muta in desiderio di vederti; tale sete di mirarti è così intensa, che cambia per me in dolcezza tutte le amarezze della morte. Se però tu, volessi sarei pronta a sopportare questi dolori fino al giorno del giudizio, quand’anche fossimo al principio del mondo. So peraltro che nelle tua infinita bontà mi chiamerai oggi stesso all’eterno riposo; tuttavia ti prego di differire tale gioia fino al momento in cui i dolori avranno sodisfatto le colpe delle anime del purgatorio che tu desideri maggiormente di liberare. Tu sai, o Signore, che io conto per nulla me stessa e che non ho di mira che la tua gloria ».
Dopo queste e simili parole che non scriviamo per brevità, l’infermiera la pregò di permetterle di stenderle le gambe già contratte per la vicina morte. Rispose: « Voglio io stessa offrire questo sacrificio al mio Signore crocifisso ». E tosto con un’energica mossa stese le gambe, dicendo: « Mi unisco a quell’ardente amore che ti fece gettare un gran grido, o mio Gesù, quando hai reso lo spirito al Padre; a questo stesso fine ti offro tutti i movimenti dei miei piedi ». Anzi con divozione grande, abbandonò a Dio tutte le parti del corpo: occhi, mani, orecchie, bocca, cuore.
Chiese poi che le si leggesse la Passione di Gesù e indicò con la sua mano le parole: « Sublevatis oculis (Jesus) in coelum, perchè pensava che se si fosse cominciato a leggere da principio: Ante diem festum, non avrebbero fatto a tempo a terminare. Infatti quando si giunse a quel punto « Et inclinato capite tradidit spiritum », ella chiese il Crocifisso, considerando con tenerezza ciascuna delle Piaghe; le salutò con ringraziamenti e loro confidò la sua anima con parole così dolci e ricche di divina sapienza, che tutte ne furono rapite ed ammirate.
Ma in breve ricadde sfinita e qualche minuto dopo s’addormentò beatamente in Dio.
S. Geltrude vide che il Signore l’accolse con un tenero amplesso, dandole una corona splendida e affatto speciale per avere avuto il virile coraggio di calpestare il mondo per seguirlo fedelmente. S’intesero i gioiosi cori angelici che la scortavano al cielo: « Chi è costei che sale dal deserto – cantavano essi – colma di delizie e appoggiata al Diletto? » (Cant. VIII. 5).
Quando giunse al trono di gloria, Gesù, Sposo delle vergini, la pose davanti a sè e le disse teneramente « Tu sei la mia gloria! ». Poi si alzò e la fece sedere sul trono celeste. Il giorno seguente, che era quello della sepoltura, Geltrude, pregando nuovamente per essa; la vide in una gloria e in una gioia sconosciuta ai poveri mortali. Chiese quale ricompensa aveva ottenuto per tale e tal’altra virtù che l’aveva vista praticare in vita; ed ebbe, per i meriti della defunta, una partecipazione spirituale alla sua celeste gioia.
La defunta le chiese: « Cosa brami ancora di sapere riguardo alla mia eterna ricompensa? L’arca celeste ove abita corporalmente tutta la pienezza della Divinità, il dolcissimo Cuore di Gesù, nostro Sposo, mi è del tutto aperta, tranne un angolo segreto, dove non ho meritato di penetrare. Quello che colà si trova è riservato alle anime che sulla terra hanno amato totalmente Dio, da farne conoscere con zelo i beni che avevano ricevuti, perchè fosse maggiormente glorificato. Io non ebbi questa carità, ma ho goduto da sola, in segreto col mio Diletto, i beni di cui mi favoriva, così non posso penetrare in quel tesoro nascosto! ».
Geltrude chiese allora: « Quando i tuoi e i miei amici m’interrogheranno su quanto io so dei tuoi meriti, cosa devo rispondere, poichè la parola male sa tradurre simili dolcezze? ». Ella rispose: « Se tu avessi aspirato ii profumo di mille fiori, che cosa potresti dire se non che hai goduto e grandemente goduto delle fragranze di ciascuno? Così, dopo d’aver avuto una debole idea della mia gloria in cielo, tu non potrai dire altro che questo, che per ciascuno dei miei pensieri, parole, opere, il dolcissimo e fedelissimo Amico delle anime mi ha accordato una magnifica ricompensa, infinitamente superiore ai miei meriti».
CAPITOLO XI

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Angeli e Demoni,La retta Fede della Chiesa, Catechesi di Giovanni Paolo II, Catechismo della Chiesa Cattolica/ Libreria Editrice Vaticana, Chirico Napoli

8 novembre 2019

LA PARTECIPAZIONE DEGLI ANGELI NELLA STORIA DELLA SALVEZZA
Dottrina sulla creazione
1. Nelle recenti catechesi abbiamo visto come la Chiesa, illuminata dalla luce proveniente dalla Sacra Scrittura, ha professato lungo i secoli la verità sull’esistenza degli angeli come esseri puramente spirituali, creati da Dio. Lo ha fatto fin dall’inizio con il simbolo nicenocostantinopolitano e lo ha confermato nel Concilio Lateranense IV (1215), la cui formulazione è ripresa dal Concilio Vaticano I nel contesto della dottrina sulla creazione: Dio «creò insieme dal nulla fin dall’inizio del tempo l’una e l’altra creatura, quella spirituale e quella corporea, cioè l’angelica e la terrena, e quindi creò la natura umana come ad entrambi comune, essendo costituita di spirito e di corpo». Ossia: Dio creò fin dal principio entrambe le realtà: quella spirituale e quella corporale, il mondo terreno e quello angelico. Tutto ciò egli creò insieme («simul») in ordine alla creazione dell’uomo, costituito di spirito e di materia e posto secondo la narrazione biblica nel quadro di un mondo già stabilito secondo le sue leggi e già misurato dal tempo («deinde»).

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Basilica Santa Maria del Colle le Origini

8 novembre 2019
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Il Santuario della Madonna del Colle nella terra di Lenola affonda la sua radice storica ai primi secoli dell’era cristiana, nella metà del terzo secolo. Lo storico belga De Schepper, narra che gli Apostoli Pietro e Paolo in viaggio verso Roma percorrendo la Via Appia, la “Regina Viarum”, che attraversa la fertile pianura di Fondi, città dalle mura megalitiche, annunziarono ai pagani la Buona Novella del Vangelo costituendo cosi i primi nuclei di cristiani”. Attraverso i secoli successivi, si svilupparono nella zona fondana e dintorni molteplici comunità di cristiani tanto che nel 250 d.C., quando l’Imperatore Decio ordinò la persecuzione contro di essi, che riteneva responsabili dei mali che attanagliavano l’Impero, nel territorio fondano ne furono uccisi parecchie migliaia. Fu a seguito di quella spietata caccia all’uomo che alcuni di essi si rifugiarono sui monti vicini, non per viltà, ma con lo scopo di poter conservare e diffondere il seme del Vangelo. Uno gruppo di perseguitati trovò riparo sul Colle di Lenola, un tempo roccioso e selvaggio, trovando rifugio in una caverna celata tra piante e rovi, dove eressero un edicola con l’immagine della Madonna col Bambino.

Là pregavano e celebravano i divini misteri della Fede. Alcuni soldati romani, fedeli all’ordine imperiale di far minuziosa ricerca in ogni luogo, scoprirono la piccola caverna dove trovarono i martiri Onorio e Livio insieme ad altri che pregavano; li uccisero tutti lasciandoli insepolti. La notizia dell’eccidio avvenuto sul Colle di Lenola si propagò tra i cristiani rimasti nell’agro fondano, i quali informarono il monaco egiziano San Paterno, che si trovava di passaggio per Roma per venerare le tombe degli Apostoli Pietro e Paolo. Avutane notizia, egli insieme ad altri cristiani si recò sul Colle, per dare una degna sepoltura ai corpi dei martiri. Terminata l’opera pietosa pose sul sepolcro una rozza pietra, con una scritta incisa in lingua sconosciuta ai pagani: “Qui giace Onorio, Livio ed altri, morti per la Fede nella metà del terzo secolo” Presso il sepolcro piantarono un albero di cipresso, segno di resurrezione. Calate le tenebre, si misero a pregare salmodiando e, presi dalla stanchezza, si addormentarono profondamente. In piena notte furono scossi da un rumore, semisvegli e sgomenti videro la caverna inondata di una forte luce, ma una voce angelica li rincuorò: “Non temete, sperate in Dio, Io sono tra voi per vostro conforto, qui è la mia Immagine”. Svegliati dal sonno videro l’Immagine della Vergine col Bambino, circondata da Angeli che agitavano palme e corone del martirio. Non credendo ai propri occhi si domandarono l’un l’altro se ognuno avesse visto e ascoltato le stesse parole. L’indomani, confortati da quella visione, pieni di gioia ridiscesero nell’agro fondano dove avrebbero voluto propagare subito ad altri fratelli la gioiosa notizia; ma dovettero desistere perché era ancora in pieno vigore l’Editto dell’imperatore Decio. A vigilare le tombe gloriose dei martiri restò la Vergine Madre, in attesa di un’alba radiosa segnata da Dio.

https://www.madonnadelcolle.it/2-13/storia/Origini.htm

Preghiera del mattino: Suppliche alla Vergine Santissima del Colle

8 novembre 2019

vergine Santissima del Colle

Vergine ss.ma prostrati ai piedi del vostro trono vi salutiamo Regina del Colle che prodigiosamente vi degnaste eleggere a vostra dimora. voi difendeteci dai nemici e liberatici dalle tribolazioni. Ave Maria

Vergine ss.ma da questo trono di grazie girate su di noi le vostre graziose pupille; abbiate pietà dei poveri sofferenti che hanno bisogno del vostro soccorso e mostratevi vera Madre di Misericordia. Ave Maria

Vergine ss.ma voi avete salvati i peccatori più perduti! Le anime nostre sono pure sotto il peso di enormi colpe e forse non meritano il vostro patrocinio. voi però che siete la mediatrice fra l’uomo e Dio, la consolatrice degli afflitti, il conforto degli abbandonati,
potete farci perdonare. Ave Maria

Maria a Medjugorje, messaggio del 2 Novembre 2019, a Mirjana

6 novembre 2019
“Figlioli, vi invito tutti ad amare, non con amore umano, ma con l’amore di Dio”. La Madonna a Medjugorje

Cari figli, il mio diletto Figlio ha sempre pregato e glorificato il Padre Celeste. Gli ha sempre detto tutto ed ha confidato nella sua volontà. Così dovreste fare anche voi, figli miei, poiché il Padre Celeste ascolta sempre i suoi figli. Un unico cuore in un solo cuore: amore, luce e vita. Il Padre Celeste si è donato mediante un volto umano, e tale volto è il volto di mio Figlio. Voi, apostoli del mio amore, voi dovreste sempre portare il volto di mio Figlio nei vostri cuori e nei vostri pensieri. Voi dovreste sempre pensare al suo amore e al suo sacrificio. Dovreste pregare in modo da sentire sempre la sua presenza. Poiché, apostoli del mio amore, questo è il modo di aiutare tutti coloro che non conoscono mio Figlio, che non hanno conosciuto il suo amore. Figli miei, leggete il libro dei Vangeli: è sempre qualcosa di nuovo, è ciò che vi lega a mio Figlio, che è nato per portare parole di vita a tutti i miei figli e per sacrificarsi per tutti. Apostoli del mio amore, portati dall’amore verso mio Figlio, portate amore e pace a tutti i vostri fratelli. Non giudicate nessuno, amate ognuno mediante l’amore verso mio Figlio. In tal modo vi occuperete anche della vostra anima, ed essa è la cosa più preziosa che veramente vi appartiene. Vi ringrazio! “

La Chiesa guarda con favore, ma non si è ancora espressa ufficialmente sui fatti di Medjugorje