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Parola del giorno

17 aprile 2018

 

Data 17 Aprile 2018

 

 

 

Il cristiano che non dà testimonianza, rimane sterile

PAROLE DEL SANTO PADRE

 

Martirio è la traduzione della parola greca che, anche, significa testimonianza.
E così possiamo dire che per un cristiano la strada va sulle orme di questa testimonianza, su queste orme di Gesù per dare testimonianza di Lui e, tante volte, questa testimonianza finisce dando la vita. Non si può capire un cristiano senza che sia testimone (…).
Noi non siamo una ‘religione’ di idee, di pura teologia, di cose belle, di comandamenti.
No, noi siamo un popolo che segue Gesù Cristo e dà testimonianza – ma vuol dare testimonianza di Gesù Cristo – e questa testimonianza alcune volte arriva a dare la vita.
La testimonianza sia nella vita quotidiana, sia con alcune difficoltà e, anche, sia nella persecuzione, con la morte, sempre è feconda.
La Chiesa è feconda e madre quando dà testimonianza di Gesù Cristo.
Invece, quando la Chiesa si chiude in se stessa, si crede – diciamo così – una ‘università della religione’, con tante belle idee, con tanti bei templi, con tanti bei musei, con tante belle cose, ma non dà testimonianza, diventa sterile.
Il cristiano lo stesso.
Il cristiano che non dà testimonianza, rimane sterile, senza dare la vita che ha ricevuto da Gesù Cristo.
(Santa Marta, 6 maggio 2014)

 

 

 

Il Salmo 31 è la preghiera di chi si trova nella prova, nella tribolazione, nell’affanno; è una preghiera fiduciosa, la preghiera di chi sa che sarà esaudito perché sa in chi ha posto la fiducia e la speranza. È la preghiera che sgorga da una fede intatta, che non conosce crepe; è la preghiera di chi sa che il nemico, il male, non ha l’ultima parola perché l’ultima parola spetta a Dio. È la preghiera di Gesù sulla croce: «Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito» (Lc 23, 46). Una preghiera rivolta a colui che il salmista chiama per nome (YHWH) e che Gesù ci insegna a chiamare Padre. A lui possiamo abbondonarci nei momenti più tragici e dolorosi della nostra vita.

Questo Salmo canta la fede in un Dio che ci riscatta, che ci libera dalle condizioni di schiavitù pagando il prezzo richiesto, che ci affranca da ogni oppressione, che ci riabilita nonostante il nostro peccato, che ci risolleva dopo ogni nostra caduta.

Salmo 31(30)

 

 

[1] Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.

[2] In te, Signore, mi sono rifugiato,
mai sarò deluso;
per la tua giustizia salvami.

[3] Porgi a me l’orecchio,
vieni presto a liberarmi.
Sii per me la rupe che mi accoglie,
la cinta di riparo che mi salva.

[4] Tu sei la mia roccia e il mio baluardo,
per il tuo nome dirigi i miei passi.

[5] Scioglimi dal laccio che mi hanno teso,
perché sei tu la mia difesa.

[6] Mi affido alle tue mani;
tu mi riscatti, Signore, Dio fedele.

[7] Tu detesti chi serve idoli falsi,
ma io ho fede nel Signore.

[8] Esulterò di gioia per la tua grazia,
perché hai guardato alla mia miseria,
hai conosciuto le mie angosce;

[9] non mi hai consegnato nelle mani del nemico,
hai guidato al largo i miei passi.

[10] Abbi pietà di me, Signore, sono nell’affanno;
per il pianto si struggono i miei occhi,
la mia anima e le mie viscere.

[11] Si consuma nel dolore la mia vita,
i miei anni passano nel gemito;
inaridisce per la pena il mio vigore,
si dissolvono tutte le mie ossa.

[12] Sono l’obbrobrio dei miei nemici,
il disgusto dei miei vicini,
l’orrore dei miei conoscenti;
chi mi vede per strada mi sfugge.

[13] Sono caduto in oblio come un morto,
sono divenuto un rifiuto.

[14] Se odo la calunnia di molti, il terrore mi circonda;
quando insieme contro di me congiurano,
tramano di togliermi la vita.

[15] Ma io confido in te, Signore;
dico: “Tu sei il mio Dio,

[16] nelle tue mani sono i miei giorni”.
Liberami dalla mano dei miei nemici,
dalla stretta dei miei persecutori:

[17] fà splendere il tuo volto sul tuo servo,
salvami per la tua misericordia.

 

 

Il Salmo 31 è la preghiera di chi si trova nella prova, nella tribolazione, nell’affanno; è una preghiera fiduciosa, la preghiera di chi sa che sarà esaudito perché sa in chi ha posto la fiducia e la speranza.
È la preghiera che sgorga da una fede intatta, che non conosce crepe; è la preghiera di chi sa che il nemico, il male, non ha l’ultima parola perché l’ultima parola spetta a Dio.
È la preghiera di Gesù sulla croce: «Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito» (Lc 23, 46).
Una preghiera rivolta a colui che il salmista chiama per nome (YHWH) e che Gesù ci insegna a chiamare Padre.
A lui possiamo abbondonarci nei momenti più tragici e dolorosi della nostra vita.

Questo Salmo canta la fede in un Dio che ci riscatta, che ci libera dalle condizioni di schiavitù pagando il prezzo richiesto, che ci affranca da ogni oppressione, che ci riabilita nonostante il nostro peccato, che ci risolleva dopo ogni nostra caduta.

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Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 16 Aprile 2018

16 aprile 2018

 

Seguo Gesù per interesse o per fede?

 

 

 

 

Il Papa prende spunto dal Vangelo di oggi tratto da Giovanni (Gv 6,22-29) nel quale si narra che dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la folla voleva fare Gesù re  e lo cercava non solo per ascoltarlo ma anche per “interesse”, perché faceva miracoli. Gesù però si ritira e, quando lo trovano, li rimprovera: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Francesco nota, quindi, i due aspetti, compresenti: da una parte cercavano Gesù per sentire come la sua Parola “arrivava al cuore”, per la fede, dall’altra anche per interesse. Erano anche persone buone, ma con una fede “un po’ interessata”.  Gesù dunque rimprovera la poca fede.

 

Sia la folla del Vangelo, sia Stefano seguono Gesù ma ci sono due modi per farlo: dando la vita oppure “con un po’ di interesse personale”, nota il Papa. L’invito che, dunque, rivolge a ciascuno è a chiedersi come si segua Gesù. Il suo consiglio è quello di “rinfrescare la memoria” domandandosi cosa Gesù abbia fatto, non in modo generico, ma concretamente, nella propria vita:

E troveremo tante cose grandi che Gesù ci ha dato gratuitamente, perché ci ama: a ognuno di noi.
E una volta che io vedo le cose che Gesù ha fatto per me, mi faccio la seconda domanda: e io, cosa devo fare per Gesù?
E così, con queste due domande, forse riusciremo a purificarci di ogni maniera di fede interessata.
Quando vedo tutto quello che Gesù mi ha dato, la generosità del cuore va a: “Sì, Signore, do tutto!
E non farò più questi sbagli, questi peccati, cambierà di vita in questo …”.
La strada della conversione per amore: tu mi hai dato tanto amore, anche io ti do questo amore.

 

Questo è un bel test di come noi seguiamo Gesù: interessati o no?
Rinfrescare la memoria: le due domande.
Cosa ha fatto Gesù per me, nella mia vita, per amore?
E vedendo questo, cosa devo fare io, per Gesù, come rispondo a questo amore.
E così saremo capaci di purificare la nostra fede da ogni interesse.
Che il Signore ci aiuti su questa strada.

 

 

 

Parola del giorno

16 aprile 2018

 

Data 16 Aprile 2018

 

 

 

…io, come seguo Gesù? 

PAROLE DEL SANTO PADRE

Alcuni seguono Gesù, ma un po’, non del tutto consapevolmente, un po’ inconsciamente, ma cercano il potere, no? (…)
E nella Chiesa ci sono arrampicatori! Ci sono tanti, che usano la Chiesa per…
E Gesù rimprovera questi arrampicatori che cercano il potere. (…)
Questa tentazione c’è stata dall’inizio, e abbiamo conosciuto tanti buoni cattolici, buoni cristiani, amici, benefattori della Chiesa, anche con onorificenze varie … tanti!
Che poi si è scoperto che hanno fatto negozi un po’ bui: erano veri affaristi, e hanno fatto tanti soldi! Si presentavano come benefattori della Chiesa ma prendevano tanti soldi e non sempre soldi puliti”.(…)
E alcune volte, noi facciamo cose cercando di farci vedere un po’, cercando la vanità.
E’ pericolosa, la vanità, perché ci fa scivolare subito sull’orgoglio, la superbia e poi tutto e finito lì.

E mi faccio la domanda: io, come seguo Gesù?
Le cose buone che io faccio, le faccio di nascosto o mi piace farmi vedere?

(Santa Marta, 5 maggio 2014)

 

 

 

Salmo 119(118)

 

[1] Alleluia.
Beato l’uomo di integra condotta,
che cammina nella legge del Signore.

[2] Beato chi è fedele ai suoi insegnamenti
e lo cerca con tutto il cuore.

[3] Non commette ingiustizie,
cammina per le sue vie.

[4] Tu hai dato i tuoi precetti
perché siano osservati fedelmente.

[5] Siano diritte le mie vie,
nel custodire i tuoi decreti.

[6] Allora non dovrò arrossire
se avrò obbedito ai tuoi comandi.

[7] Ti loderò con cuore sincero
quando avrò appreso le tue giuste sentenze.

[8] Voglio osservare i tuoi decreti:
non abbandonarmi mai.

[9] Come potrà un giovane tenere pura la sua via?
Custodendo le tue parole.

[10] Con tutto il cuore ti cerco:
non farmi deviare dai tuoi precetti.

[11] Conservo nel cuore le tue parole
per non offenderti con il peccato.

[12] Benedetto sei tu, Signore;
mostrami il tuo volere.

[13] Con le mie labbra ho enumerato
tutti i giudizi della tua bocca.

[14] Nel seguire i tuoi ordini è la mia gioia
più che in ogni altro bene.

[15] Voglio meditare i tuoi comandamenti,
considerare le tue vie.

[16] Nella tua volontà è la mia gioia;
mai dimenticherò la tua parola.

[17] Sii buono con il tuo servo e avrò vita,
custodirò la tua parola.

[18] Aprimi gli occhi perché io veda
le meraviglie della tua legge.

[19] Io sono straniero sulla terra,
non nascondermi i tuoi comandi.

 

 

 

La Parola di Dio viene in questo salmo esaltata come difficilmente si troverà in altri brani della Bibbia. Essa è davvero la voce di Dio che parla alle Sue creature, e le Sue creature ne traggono immenso giovamento. Essa è la luce che splende nelle tenebre della ignoranza dell’uomo circa le cose di Dio.

La Parola di Dio è presentata come l’interprete del pensiero di Dio per l’uomo; essa è colei che traduce il pensiero profondo ed infinito di Dio nel linguaggio limitato dell’uomo perché ei possa, pur nella sua pochezza intellettuale e spirituale, giungere comunque alla conoscenza della maestà e della santità, e della perfezione dell’Iddio unico e creatore di tutte le cose.

Il padrone di tutti i mondi visibili ed invisibili, e di tutte le dimensioni possibili, il Re dell’universo, di cui l’uomo non ne è che un limitato ed imperfetto protagonista, ma che è allo stesso tempo, oggetto di tutto l’amore di Dio, attraverso la Parola, si rende raggiungibile. La Parola di Dio: la guida perfetta, per una gioia perfetta, una saggezza perfetta in un amore perfetto.

 

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Auguri Papa Benedetto XVI 2018-04-16

16 aprile 2018

Nel giorno del suo 91.mo compleanno, le immagini della vita quotidiana del Papa emerito tra preghiera e incontri in Vaticano.

 

 

 

 

Auguri Benedetto XVI, il Papa della dolcezza

Giornata di festa per il Papa emerito che oggi compie 91 anni, in un clima di quiete e serenità nel monastero “Mater Ecclesiae” in Vaticano.

Compie oggi 91 anni il Papa emerito Benedetto XVI, nato il 16 aprile 1927 a Marktl, in Germania. Eletto al soglio di Pietro il 19 aprile del 2005. La sua rinuncia risale all’11 febbraio 2013, è Papa emerito dal 28 febbraio 2013.

Il 17 aprile dello scorso anno, davanti la sua residenza, il convento “Mater Ecclesiae” in Vaticano, si tenne una festa bavarese per i 90 anni. Un compleanno all’insegna della birra, dei tipici bretzel e della musica eseguita da una compagnia di Schützen con il loro folkloristico costume. A conclusione dell’incontro, prima di impartire la benedizione a tutti i presenti, Benedetto XVI aveva ringraziato per averlo fatto tornare alla sua “bellissima terra”.

Cinque anni prima, nella Messa celebrata nella Cappella Paolina, il 16 aprile 2012, Benedetto aveva affermato di trovarsi “di fronte all’ultimo tratto” del percorso della sua vita. “Non so cosa mi aspetta – aveva detto – so però che la luce di Dio c’è, che Egli è risorto, che la sua luce è più forte di ogni oscurità; che la bontà di Dio è più forte di ogni male di questo mondo. E questo mi aiuta a procedere con sicurezza. Questo aiuta noi ad andare avanti, e in questa ora ringrazio di cuore tutti coloro che continuamente mi fanno percepire il sì di Dio attraverso la loro fede”.

Parola del giorno

11 aprile 2018

Data 10 Aprile 2018

 

 

Crocifisso Mistero dell’‘annientamento’ di Dio per amore

PAROLE DEL SANTO PADRE

 

Il Crocifisso non è un ornamento, non è un’opera d’arte, con tante pietre preziose, come se ne vedono: il Crocifisso è il Mistero dell’‘annientamento’ di Dio, per amore.
E quel serpente che profetizza nel deserto la salvezza: innalzato e chiunque lo guarda viene guarito.
E questo non è stato fatto con la bacchetta magica da un Dio che fa le cose: no!
E’ stato fatto con la sofferenza del Figlio dell’uomo, con la sofferenza di Gesù Cristo!”.
(Santa Marta, 15 marzo 2016)

 

 

 

Salmo 93(92)

 

 

[1] Il Signore regna, si ammanta di splendore;
il Signore si riveste, si cinge di forza;
rende saldo il mondo, non sarà mai scosso.

[2] Saldo è il tuo trono fin dal principio,
da sempre tu sei.

[3] Alzano i fiumi, Signore,
alzano i fiumi la loro voce,
alzano i fiumi il loro fragore.

[4] Ma più potente delle voci di grandi acque,
più potente dei flutti del mare,
potente nell’alto è il Signore.

[5] Degni di fede sono i tuoi insegnamenti,
la santità si addice alla tua casa
per la durata dei giorni, Signore.

 

 

In questo salmo si esalta la potenza di Dio nel creare il cielo e la terra: e si rappresenta come il Signore nel primo momento della creazione, quasi uscito dal segreto del suo essere eterno, si manifestò colla produzione delle creature.

 

 

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Francesco ai Missionari della misericordia: sentirsi per primi perdonati

11 aprile 2018

“Non si tratta di diventare preti ‘invasati’, quasi che si fosse depositari di un qualche carisma straordinario. No. Preti normali, semplici, miti, equilibrati, ma capaci di lasciarsi costantemente rigenerare dallo Spirito”.
 

 

“La misericordia prende per mano, e infonde la certezza che l’amore con cui Dio ama sconfigge ogni forma di solitudine e di abbandono”.

 

Nel lungo discorso che rivolge ai missionari della misericordia, Papa Francesco chiarisce che il vero peccato “è abbandonare Dio”, voltargli le spalle per “guardare solo a sé stessi”.
Tanti uomini e donne oggi sperimentano la sofferenza dell’abbandono, l’apparente silenzio del Signore, nella propria vita e nelle vicende del mondo, ma in realtà nulla può arginare il “cuore inquieto” del Padre Celeste, che non sta “ozioso ad aspettare il peccatore”, ma gli corre incontro per offrirgli il suo perdono, una porta di speranza sul futuro.
Dio “ha ‘tatuato’ sulla sua mano” il nome di tutti i suoi figli e chiede ai sacerdoti di essere “collaboratori di misericordia”, senza inquisire o insistere nel far provare vergogna.

“Noi, con ‘la spiritualità delle lamentele’, abbiamo il rischio di perdere il senso della consolazione. (…) Delle volte è forte, ma sempre c’è una consolazione minima che è data a tutti: la pace. La pace è il primo grado di consolazione. Non perderlo. Perché proprio è l’ossigeno puro, senza smog, del nostro rapporto con Dio”.

L’ Omelia di Papa Francesco nella Messa celebrata con i Missionari della Misericordia

11 aprile 2018

Non si tratta di diventare preti “invasati”, ma semplici e mossi dallo Spirito. Lo ha ricordato il Papa alla Messa con i Missionari della Misericordia. Francesco ha ribadito che il mondo ha bisogno di Misericordia perché l’unità prevalga sull’azione del maligno che divide

 

 

 

La rinascita personale e la vita della comunità sono i due aspetti inseparabili.

Francesco nell’omelia gli ricorda che il loro ministero si muove appunto al servizio delle persone, perché rinascano dall’alto, e al servizio delle comunità, perché vivano con gioia il comandamento dell’amore.

 

E’ dal Giubileo della Misericordia che questi sacerdoti compiono nei Cinque Continenti quella missione affidata loro: predicare, confessare e assolvere i peccati con le stesse facoltà che sono di stretta competenza della Sede Apostolica.  A due anni dalla istituzione, circa 550 di loro sono riuniti in Vaticano fino a domani, per un incontro organizzato dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione. A loro il Papa ricorda che, come Nicodemo, serve una rinascita personale:

Attenzione: non si tratta di diventare preti “invasati”, quasi che si fosse depositari di un qualche carisma straordinario. No. Preti normali, semplici, miti, equilibrati, ma capaci di lasciarsi costantemente rigenerare dallo Spirito, docili alla sua forza, interiormente liberi – anzitutto da sé stessi – perché mossi dal “vento” dello Spirito che soffia dove vuole.

 

Bisogna, poi, essere capaci di innalzare nel deserto del mondo la Croce di Cristo.
La presenza viva del Signore non solo crea comunione ma diventa uno stile di vita contagioso verso l’esterno cioè produce una forza di attrazione, che attraverso le diverse forme di annuncio della Buona Novella, tende a raggiungere tutti.

In effetti, sia la Chiesa sia il mondo di oggi hanno particolarmente bisogno della Misericordia perché l’unità voluta da Dio in Cristo prevalga sull’azione negativa del maligno che approfitta di tanti mezzi attuali, in sé buoni, ma che, usati male, invece di unire dividono.

“Senza la Misericordia – avverte –  questo principio non ha la forza di attuarsi nel concreto della vita e della storia”.
I Missionari della Misericordia sono, dunque, chiamati per primi a rinascere dall’alto e sono confermati nella missione di offrire a tutti il segno di Gesù “innalzato”.

 

Senso dell’umorismo e santità secondo Papa Francesco

9 aprile 2018
L’Esortazione apostolica Gaudete et exsultate affronta anche il tema dell’umorismo che, dice Francesco, è una grazia da chiedere tutti i giorni
Sergio Centofanti – Città del Vaticano

 

 

 

“Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo”: è quanto afferma il Papa in un passo dell’Esortazione apostolica Gaudete et exsultate. Francesco ricorda che il cristiano, “senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza” perché la fede è «gioia nello Spirito Santo»
(Rm 14,17).

Papa Francesco e il senso dell'umorismo

Il malumore non è un segno di santità

“Ordinariamente – osserva – la gioia cristiana è accompagnata dal senso dell’umorismo, così evidente, ad esempio, in san Tommaso Moro, in san Vincenzo de Paoli o in san Filippo Neri.
Il malumore non è un segno di santità: «Caccia la malinconia dal tuo cuore» (Qo 11,10).
E’ così tanto quello che riceviamo dal Signore «perché possiamo goderne» (1 Tm 6,17), che a volte la tristezza è legata all’ingratitudine, con lo stare talmente chiusi in sé stessi da diventare incapaci di riconoscere i doni di Dio”.

 

La preghiera del buon umore di san Tommaso Moro

Francesco raccomanda, in particolare, di recitare la preghiera attribuita a san Tommaso Moro:
«Dammi, Signore, una buona digestione, e anche qualcosa da digerire.
Dammi la salute del corpo, con il buon umore necessario per mantenerla.
Dammi, Signore, un’anima santa che sappia far tesoro di ciò che è buono e puro, e non si spaventi davanti al peccato, ma piuttosto trovi il modo di rimettere le cose a posto.
Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti, e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa tanto ingombrante che si chiama “io”.
Dammi, Signore, il senso dell’umorismo.
Fammi la grazia di capire gli scherzi, perché abbia nella vita un po’ di gioia e possa comunicarla agli altri.
Così sia».

 

Uscire dal nostro guscio per scoprire la gioia

“Se lasciamo che il Signore ci faccia uscire dal nostro guscio e ci cambi la vita – scrive il Papa – allora potremo realizzare ciò che chiedeva san Paolo: «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti» (Fil 4,4)”.
“Ci sono momenti duri, tempi di croce – sottolinea – ma niente può distruggere la gioia soprannaturale, che «si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto».
E’ una sicurezza interiore, una serenità piena di speranza che offre una soddisfazione spirituale incomprensibile secondo i criteri mondani”.

 

Dio ci vuole positivi, non complicati

Francesco ricorda una delle sue citazioni preferite del Siracide, l’amore paterno di Dio che ci invita: «Figlio, […] trattati bene […].
Non privarti di un giorno felice» (Sir 14,11.14).
Il Signore “ci vuole positivi, grati e non troppo complicati:
«Nel giorno lieto sta’ allegro […].
Dio ha creato gli esseri umani retti, ma essi vanno in cerca di infinite complicazioni» (Qo 7,14.29).
In ogni situazione, occorre mantenere uno spirito flessibile, e fare come san Paolo:
«Ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione» (Fil 4,11).
E’ quello che viveva san Francesco d’Assisi, capace di commuoversi di gratitudine davanti a un pezzo di pane duro, o di lodare felice Dio solo per la brezza che accarezzava il suo volto”.

Una gioia che nasce dalla fraternità

Il Papa non parla della “gioia consumista e individualista così presente in alcune esperienze culturali di oggi.
Il consumismo infatti non fa che appesantire il cuore; può offrire piaceri occasionali e passeggeri, ma non gioia”.
Si riferisce invece “a quella gioia che si vive in comunione, che si condivide e si partecipa, perché «si è più beati nel dare che nel ricevere» (At 20,35) e «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7).
L’amore fraterno moltiplica la nostra capacità di gioia, poiché ci rende capaci di gioire del bene degli altri”.

Chiedere la grazia del senso dell’umorismo

“Il senso dell’umorismo è una grazia che io chiedo tutti i giorni” – aveva detto nel novembre 2016 nel corso di una intervista rilasciata a Tv2000 e InBlu Radio – perché “il senso dell’umorismo ti solleva, ti fa vedere il provvisorio della vita e prendere le cose con uno spirito di anima redenta.
E’ un atteggiamento umano, ma è il più vicino alla grazia di Dio”.
“Io – aveva raccontato il Papa – ho conosciuto un prete, un grande sacerdote, un grande pastore, per citarne uno, che aveva un senso dell’umorismo grande, ma faceva tanto bene anche con quello, perché relativizzava le cose:
‘L’Assoluto è Dio, ma questo si arrangia … stai tranquillo …’.
Ma senza dirlo così, sapeva farlo sentire, con il senso dell’umorismo.
E di lui si diceva: ‘Ma questo sa ridere degli altri, di se stesso, anche della propria ombra’”.

 

Benedetto XVI e gli angeli che volano perché si prendono alla leggera

Infine, ricordiamo anche Benedetto XVI quando, in una intervista rilasciata il 5 agosto 2006 a tre TV tedesche e alla Radio Vaticana, ha parlato dell’importanza dell’umorismo, del  “saper vedere anche l’aspetto divertente della vita e la sua dimensione gioiosa e non prendere tutto così tragicamente”.
Questo – aveva sottolineato – lo trovava un aspetto molto importante anche per il suo ministero.
Benedetto nell’occasione aveva citato lo scrittore inglese Gilbert K. Chesterton che, con una battuta, spiegava che gli angeli possono volare “perché si prendono alla leggera”.
“Perché non si prendono troppo sul serio”, aveva aggiunto Benedetto XVI, che così concludeva: “E noi forse potremmo anche volare un po’ di più, se non ci dessimo così tanta importanza”.

L’Esortazione Apostolica Gaudete et Exsultate

9 aprile 2018

Santità: l’avventura di chi non si accontenta

Nel video di Vatican Media in collaborazione con l’agenzia La Machi le immagini della Gaudete et Exsultate : la chiamata alla santità nel mondo contemporaneo secondo Papa Francesco

 

 

 

Sei uno di quelli che non si accontentano di un’esistenza mediocre?
Papa Francesco ti ha scritto una lunga lettera.

E’ un messaggio per quelli che, come te, vivono i rischi, le sfide e le opportunità di oggi.

Che crescono i propri figli con amore.
Che lavorano tanto per riuscire a mettere il cibo in tavola.
Un messaggio per gli anziani.
Per i religiosi e le religiose.
Per chi si sta preparando al futuro.

Perchè tutti siamo chiamati ad essere santi.
Anche tu, lo sapevi?
Ciò non significa pensare di essere migliore di chiunque altro perché sai di più o fai più di altri.
E non significa nemmeno illuderti con un moralismo senza carità.

Significa invece confidare nella Grazia, che ti aiuti a raggiungere la santità.
Gesù ti indicherà la via.
Gesù è la via.
Seguire Lui, oggi, significa andare contro corrente.

Non trascurare le sofferenze e le ingiustizie di questo mondo.
Significa essere coraggiosi, lottare, essere umili e avere senso dell’umorismo.

 

Non aver paura della santità!

Parola del giorno

9 aprile 2018

Data 09 Aprile 2018

 

 

 

 

«Nulla è impossibile a Dio»

PAROLE DEL SANTO PADRE

«Nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37): così termina la risposta dell’Angelo a Maria.
Quando crediamo che tutto dipenda esclusivamente da noi rimaniamo prigionieri delle nostre capacità, delle nostre forze, dei nostri miopi orizzonti. Quando invece ci disponiamo a lasciarci aiutare, a lasciarci consigliare, quando ci apriamo alla grazia, sembra che l’impossibile incominci a diventare realtà.

(Messa del Papa a Monza, 25 marzo 2017)

 

Salmo 40(39)

 

[1] Al maestro del coro. Di Davide. Salmo.

[2] Ho sperato: ho sperato nel Signore
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.

[3] Mi ha tratto dalla fossa della morte,
dal fango della palude;
i miei piedi ha stabilito sulla roccia,
ha reso sicuri i miei passi.

[4] Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
lode al nostro Dio.
Molti vedranno e avranno timore
e confideranno nel Signore.

[5] Beato l’uomo che spera nel Signore
e non si mette dalla parte dei superbi,
né si volge a chi segue la menzogna.

[6] Quanti prodigi tu hai fatto, Signore Dio mio,
quali disegni in nostro favore:
nessuno a te si può paragonare.
Se li voglio annunziare e proclamare
sono troppi per essere contati.

[7] Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto.
Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa.

[8] Allora ho detto: “Ecco, io vengo.
Sul rotolo del libro di me è scritto,

[9] che io faccia il tuo volere.
Mio Dio, questo io desidero,
la tua legge è nel profondo del mio cuore”.

[10] Ho annunziato la tua giustizia nella grande assemblea;
vedi, non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai.

[11] Non ho nascosto la tua giustizia in fondo al cuore,
la tua fedeltà e la tua salvezza ho proclamato.
Non ho nascosto la tua grazia
e la tua fedeltà alla grande assemblea.

[12] Non rifiutarmi, Signore, la tua misericordia,
la tua fedeltà e la tua grazia
mi proteggano sempre,

[13] poiché mi circondano mali senza numero,
le mie colpe mi opprimono
e non posso più vedere.
Sono più dei capelli del mio capo,
il mio cuore viene meno.

[14] Degnati, Signore, di liberarmi;
accorri, Signore, in mio aiuto.

[15] Vergogna e confusione
per quanti cercano di togliermi la vita.
Retrocedano coperti d’infamia
quelli che godono della mia sventura.

[16] Siano presi da tremore e da vergogna
quelli che mi scherniscono.

[17] Esultino e gioiscano in te quanti ti cercano,
dicano sempre: “Il Signore è grande”
quelli che bramano la tua salvezza.

[18] Io sono povero e infelice;
di me ha cura il Signore.
Tu, mio aiuto e mia liberazione,
mio Dio, non tardare.

 

 

 

 

Il Salmo 40, vv. 7-10, è celebre nel NT perché la lettera agli Ebrei (10,5-6) lo pone sulle labbra di Gesù nel momento della sua entrata nel mondo. In ogni caso tutto questo cantico di rendimento di grazie si addice a Gesù, il Cristo. L’incredibile speranza in Dio (v. 2), l’essere tratto in alto dalla fossa della morte (v. 3), la lieta notizia dell’intenzione salvifica di Dio (vv. 10.12) sono tutti tratti che ritroviamo nel Cristo Gesù con perfezione incomparabile.

La seconda parte del salmo mostra al cristiano in preghiera un sofferente, un “umiliato e povero” che nei suoi tratti essenziali prefigura Gesù, l’uomo dei dolori. Anch’egli sulla soglia della morte invocò l’aiuto del Padre e pensò nello stesso tempo alla consolazione e alla gioia che avrebbe donato ai suoi con la sua morte e risurrezione.

 

 

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PAPA FRANCESCO ANGELUS 11 MARZO 2018

12 marzo 2018

 

Dio ci è accanto anche “nei momenti in cui ci sentiamo soli”, soprattutto quando “siamo tentati di arrenderci alle difficoltà della vita”.

 

 

 

 

Anche quando la situazione sembra “disperata”, spiega Francesco, Dio interviene offrendo all’uomo “la salvezza e la gioia”: non se ne sta cioè “in disparte”, ma “si ‘immischia’ nella nostra vita”, entra nella storia dell’umanità per “animarla” con la sua grazia e salvarla.
È questo il tema di fondo dell’annuncio cristiano.

 

Può capitare di essere presi dall’angoscia, dall’inquietudine per il domani, dalla paura della malattia e della morte.
Questo spiega perché tante persone, cercando una via d’uscita, imboccano a volte pericolose scorciatoie come ad esempio il tunnel della droga o quello delle superstizioni o di rovinosi rituali di magia.


E’ buono conoscere i propri limiti, le proprie fragilità, dobbiamo conoscerle, ma non per disperarci, ma per offrirle al Signore e Lui ci aiuta nella via della guarigione, ci porta per mano, ma mai ci lascia da soli, mai.
Dio è con noi e per questo mi “rallegro”, ci “rallegriamo” oggi.

 

La “nostra gioia”, aggiunge, sta nella grande speranza in Dio Padre ricco di misericordia, che ha donato il suo Figlio per salvarci.

 

 

 

Parola del giorno

11 marzo 2018

Data 11 Marzo 2018

 

… la luce della fede.

 

 

PAROLE DEL SANTO PADRE

“Queste parole sottolineano che noi siamo riconoscibili come veri discepoli di Colui che è la Luce del mondo, non nelle parole, ma dalle nostre opere (…)
Abbiamo quindi un compito e una responsabilità per il dono ricevuto: la luce della fede, che è in noi per mezzo di Cristo e dell’azione dello Spirito Santo, non dobbiamo trattenerla come se fosse nostra proprietà. 

Siamo invece chiamati a farla risplendere nel mondo, a donarla agli altri mediante le opere buone”.
(Angelus 5 febbraio 2017)

 

 

 

Salmo 137(136)

 

 

[1] Sui fiumi di Babilonia,

là sedevamo piangendo
al ricordo di Sion.
[2] Ai salici di quella terra
appendemmo le nostre cetre.

[3] Là ci chiedevano parole di canto
coloro che ci avevano deportato,
canzoni di gioia, i nostri oppressori:
“Cantateci i canti di Sion!”.

[4] Come cantare i canti del Signore
in terra straniera?

[5] Se ti dimentico, Gerusalemme,
si paralizzi la mia destra;

[6] mi si attacchi la lingua al palato,
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non metto Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia.

[7] Ricordati, Signore, dei figli di Edom,
che nel giorno di Gerusalemme,
dicevano: “Distruggete, distruggete
anche le sue fondamenta”.

[8] Figlia di Babilonia devastatrice,
beato chi ti renderà quanto ci hai fatto.

[9] Beato chi afferrerà i tuoi piccoli
e li sbatterà contro la pietra.

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Il salmo si snoda tra due immagini: l’acqua e la roccia.
Inizia col tema dell’acqua che scorre, acqua dei canali di Babilonia ma anche acqua di lacrime che
scorrono dai canali degli occhi dei deportati e che significano lo scorrere irreversibile del tempo e la
sua fuga incontrollabile. Il poema si chiude invece con l’immagine inversa della roccia, simbolo del
combattimento e dello sforzo compiuto per dominare il tragico destino. Il salmo è strutturato,
quindi, sull’antitesi di due simboli che manifestano due volti dell’uomo: l’uomo sottomesso al
tempo e al suo destino e l’uomo conquistatore, lottatore, dominatore.
Si passa dall’uomo seduto all’uomo in piedi.
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Parola del giorno

9 marzo 2018

 

Data 09 Marzo 2018

Cacciare via l’idolo della mondanità

 

PAROLE DEL SANTO PADRE

Possiamo chiedere oggi a Gesù: ‘Signore, tu sei tanto buono, insegnami questa strada per essere ogni giorno meno lontano dal Regno di Dio, questa strada per cacciare via tutti gli idoli’. E’ difficile, ma dobbiamo incominciare… Gli idoli nascosti nelle tante cavalcature, che noi abbiamo nella nostra personalità, nel modo di vivere: cacciare via l’idolo della mondanità, che ci porta a diventare nemici di Dio. Chiediamo questa grazia a Gesù, oggi. (Santa Marta, 6 giugno 2013)

 

Salmo 81 (80)

 

[1] Al maestro del coro. Su “I torchi…”. Di Asaf.

[2] Esultate in Dio, nostra forza,
acclamate al Dio di Giacobbe.

[3] Intonate il canto e suonate il timpano,
la cetra melodiosa con l’arpa.

[4] Suonate la tromba
nel plenilunio, nostro giorno di festa.

[5] Questa è una legge per Israele,
un decreto del Dio di Giacobbe.

[6] Lo ha dato come testimonianza a Giuseppe,
quando usciva dal paese d’Egitto.
Un linguaggio mai inteso io sento:

[7] “Ho liberato dal peso la sua spalla,
le sue mani hanno deposto la cesta.

[8] Hai gridato a me nell’angoscia
e io ti ho liberato,
avvolto nella nube ti ho dato risposta,
ti ho messo alla prova alle acque di Meriba.

[9] Ascolta, popolo mio, ti voglio ammonire;
Israele, se tu mi ascoltassi!

[10] Non ci sia in mezzo a te un altro dio
e non prostrarti a un dio straniero.

[11] Sono io il Signore tuo Dio,
che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto;
apri la tua bocca, la voglio riempire.

[12] Ma il mio popolo non ha ascoltato la mia voce,
Israele non mi ha obbedito.

[13] L’ho abbandonato alla durezza del suo cuore,
che seguisse il proprio consiglio.

[14] Se il mio popolo mi ascoltasse,
se Israele camminasse per le mie vie!

[15] Subito piegherei i suoi nemici
e contro i suoi avversari porterei la mia mano.

[16] I nemici del Signore gli sarebbero sottomessi
e la loro sorte sarebbe segnata per sempre;

[17] li nutrirei con fiore di frumento,
li sazierei con miele di roccia”.

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A proposito di questo salmo, Agostino scrive: “Ogni coscienza cristiana si riconosca qui, dopo aver devotamente passato il mar Rosso… e si ricordi di essere stata esaudita nella tribolazione. Perché è una grande tribolazione l’essere schiacciati sotto il peso dei peccati. Quale gioia per la coscienza l’esserne sollevata! Ecco, tu sei stato battezzato: ieri la tua coscienza affondava sotto il peso, oggi è nella gioia… Ricordati della tua passata tribolazione”.
La parte innica del salmo ci ricorda che la solennità liturgica comporta un “rallegrarsi al cospetto di Dio”.
Se al posto della partecipazione gioiosa subentra un faticoso senso del dovere, questo non è più servizio di Dio come il Signore lo vuole:
“Dio ama chi dona con gioia” (2Cor 9,7).
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Papa Francesco Omelia Liturgia penitenziale 24 ore con il Signore

9 marzo 2018

 

Papa: nessun peccato ci priva dell’amore di Dio

 

 

 

 

Nell’omelia, la parola più pronunciata da Francesco è “amore”.  Quello di Dio per i suoi figli, spiega il Pontefice, è sempre più grande di quanto possiamo immaginare e “si estende persino oltre qualsiasi peccato la nostra coscienza possa rimproverarci”.  E’ un amore che non conosce limiti, che non possiede ostacoli, ma soprattutto è un amore che salva totalmente e non rifiuta nessuno:

Sappiamo che la condizione di peccato ha come conseguenza la lontananza da Dio. E, in effetti, il peccato è una modalità con cui noi ci allontaniamo da Lui. Ma questo non significa che Lui si allontani da noi. La condizione di debolezza e di confusione in cui ci pone il peccato, è un motivo in più perché Dio ci rimanga vicino. Questa certezza deve sempre accompagnarci nella vita.

 

Per questo, prosegue Francesco, siamo chiamati ad avere un’incrollabile fiducia nell’amore del Padre:

La sua grazia continua a lavorare in noi per rendere più forte la speranza che non saremo mai privati del suo amore, nonostante qualsiasi peccato possiamo aver compiuto, rifiutando la sua presenza nella nostra vita.

 

Francesco invoca su tutti la grazia di poter conoscere la grandezza dell’amore di Dio che cancella ogni peccato, anche il più resistente:

Come è difficile lasciarsi amare davvero! Vorremmo sempre che qualcosa di noi non fosse legato a riconoscenza, mentre in realtà siamo debitori di tutto, perché Dio è il primo e ci salva totalmente, con amore… Lasciamoci purificare dall’amore per riconoscere il vero amore!

 

 

 

Piccole storie per la gioia del anima

6 marzo 2018

06 di Marzo

Strategia dell’anatra


Tre giovani avevano compiuto diligentemente i loro studi alla scuola di grandi maestri.
Prima di lasciarsi fecero una promessa: avrebbero percorso il mondo e si sarebbero ritrovati dopo un anno, portando la cosa più preziosa che fossero riusciti a trovare.
Il primo non ebbe dubbi: partì alla ricerca di una gemma splendida ed inestimabile. Attraversò mari e monti e deserti, salì montagne e visitò città sinché non l’ebbe trovata : era la più splendida gemma che avesse mai rifulso sotto il sole. Tornò allora in patria in attesa degli amici.
Il secondo tornò dopo poco tenendo per mano una ragazza dal volto dolce e attraente.
“Ti assicuro che non c’è nulla di più prezioso di due persone che si amano” disse.
Si misero ad aspettare il terzo amico.
Molti anni passarono prima che questi arrivasse. Era infatti partito alla ricerca di Dio. Aveva consultato i più celebrati maestri di tutte le contrade, ma non aveva trovato Dio: Aveva studiato e letto, ma senza trovare Dio. Aveva rinunciato a tutto, ma Dio non lo aveva trovato.
Un giorno, spossato per tanto girovagare, si abbandonò nell’erba sulla riva di un lago. Incuriosito seguì le affannate manovre di un’anatra che in mezzo ai canneti cercava i piccoli che si erano allontanati da lei. I piccoli erano numerosi e vivaci, e sino al calar del sole l’anatra cercò, nuotando senza posa tra i canneti, finché non ebbe ricondotto sotto la sua ala l’ultimo dei suoi nati.
Allora l’uomo sorrise e fece ritorno al paese.
Quando gli amici lo videro, uno gli mostrò la gemma e l’altro la ragazza che era diventata sua moglie, poi pieni di attesa gli chiesero:
“ E tu, cos’hai trovato di prezioso? Qualcosa di magnifico, se hai impiegato tanti anni: Lo vediamo dal tuo sorriso…”.
“Ho cercato Dio”- rispose il terzo giovane.
“E lo hai trovato?” chiesero i due, sbalorditi.
“Ho scoperto che era Lui che cercava me…

 

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Cercare Dio

Orsù, dunque, o Signore Dio mio,
insegna al mio cuore
dove e come possa cercarti
e dove e come possa trovarti.
O Signore, se non sei qui, dove te assente, cercherò?
E se invece sei ovunque, perché non ti vedo presente?
Ma certo tu abiti «una luce inaccessibile» E dov’è la luce inaccessibile?
E come mi avvicinerò a questa luce inaccessibile?
E chi mi condurrà e mi introdurrà in essa,
affinché in essa io ti veda?
Per mezzo di quali segni, di quale immagine ti cercherò?
Non ti ho mai visto, o Signore Dio mio, non conosco il tuo volto.
Che cosa farà, o altissimo Signore,
che cosa farà codesto tuo esule lontano?
Che cosa farà il tuo servo ansioso del tuo amore
e gettato lontano «dal tuo volto» 
Anela di vederti ed è troppo lontano dai tuo volto.
Desidera di avvicinarsi a te e il luogo dove tu abiti è inaccessibile.
Brama di trovarti e non conosce dove tu stai.
Fa di tutto per cercarti e ignora il tuo volto.
O Signore, tu sei il mio Dio e sei il mio Signore e non ti ho mai visto.
Tu mi hai fatto e rifatto
e mi hai dato tutti i miei beni
e io ancora non ti conosco.
In breve: sono stato fatto per vederti
e non ho ancora fatto ciò per cui sono stato fatto. 

Anselmo d’AOSTA

 

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 6 marzo

6 marzo 2018

 

 

Attenzione al rancore che mette il nido nel nostro cuore
Accusare se stessi è parte della saggezza cristiana; no, accusare gli altri, no … Se stessi.

 

 

 


Io ho peccato.
E quando noi ci accostiamo al sacramento della penitenza avere questo in mente: Dio grande che ci ha dato tante cose e purtroppo io ho peccato, io ho offeso il Signore e chiedo salvezza.
Il perdono di Dio viene forte in noi a patto che noi perdoniamo gli altri. E non è facile questo, perché il rancore mette il nido nel nostro cuore e sempre c’è quella amarezza. Tante volte portiamo con noi l’elenco delle cose mi hanno fatto: “E questo mi ha fatto quello, mi ha fatto quello, mi ha fatto questo, …”.

 

Il Papa mette in guardia dal farci incatenare dal diavolo all’odio, perchè l’odio schiavizza e conclude:
“Queste sono le due cose che ci aiuteranno a capire la strada del perdono:
‘Tu sei grande Signore, purtroppo ho peccato’ e ‘Sì, ti perdono, settanta volte sette, a patto che tu perdoni gli altri’ ”.

Parola del giorno

6 marzo 2018

 

Data 06 Marzo 2018

 

 

 “Purtroppo” e “A patto che”. 

 

PAROLE DEL SANTO PADRE

Perdonare di cuore.
Forse non mi saluti mai, ma nel mio cuore io ti ho perdonato. E così ci avviciniamo a questa cosa tanto grande, di Dio, che è la misericordia. E perdonando apriamo il nostro cuore perché la misericordia di Dio entri e ci perdoni, a noi. Perché tutti noi ne abbiamo, da chiedere di perdono: tutti. Perdoniamo e saremo perdonati.
(Santa Marta, 1° marzo 2016)

 

Salmo 25 (24)

 

 

[1] Di Davide.
A te, Signore, elevo l’anima mia,

[2] Dio mio, in te confido: non sia confuso!
Non trionfino su di me i miei nemici!

[3] Chiunque spera in te non resti deluso,
sia confuso chi tradisce per un nulla.

[4] Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.

[5] Guidami nella tua verità e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza,
in te ho sempre sperato.

[6] Ricordati, Signore, del tuo amore,
della tua fedeltà che è da sempre.

[7] Non ricordare i peccati della mia giovinezza:
ricordati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore.

[8] Buono e retto è il Signore,
la via giusta addita ai peccatori;

[9] guida gli umili secondo giustizia,
insegna ai poveri le sue vie.

[10] Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia
per chi osserva il suo patto e i suoi precetti.

[11] Per il tuo nome, Signore,
perdona il mio peccato anche se grande.

[12] Chi è l’uomo che teme Dio?
Gli indica il cammino da seguire.

[13] Egli vivrà nella ricchezza,
la sua discendenza possederà la terra.

[14] Il Signore si rivela a chi lo teme,
gli fa conoscere la sua alleanza.

[15] Tengo i miei occhi rivolti al Signore,
perché libera dal laccio il mio piede.

[16] Volgiti a me e abbi misericordia,
perché sono solo ed infelice.

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Il salmista compendia fin dall’inizio la sua preghiera nella eloquente espressione: “A te, Signore, elevo l’anima mia”.
Questo salmo è sotto molti aspetti in rapporto con lo spirito di Gesù.
Egli si sentiva profondamente solidale con i peccatori ed era particolarmente legato a loro (Mt 9,11; Mc 2,17) per condurli a quella purezza (Lc 15,7; 1Tm 1,15) che il salmista desidera e chiede ardentemente.
Egli volle morire per noi peccatori (Rm 5,8) e “non si vergogna di chiamarci fratelli” (Eb 2,11).
Anche questo salmo ci aiuta a corrispondere agli obblighi che un così grande amore ci impone.
Esso può spronarci a “camminare in una vita nuova” (Rm 6,4).
Il salmo ci ricorda che anche a noi è raccomandato l’ascolto della Parola di Dio, che “ci istruisce nella giustizia” (2Tm 3,16).
Qui veniamo “istruiti da Dio ad amarci tra noi” (1Ts 4,9).
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Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 05/03/18

6 marzo 2018

 

Conversione delle opere; conversione dei sentimenti; ma, oggi, ci parla della ‘conversione del pensiero’: non di quello che pensiamo, ma anche di come pensiamo, dello stile di pensiero.

Io penso con uno stile cristiano o con uno stile pagano? Questo è il messaggio che oggi la Chiesa ci dà”.

 

 

 

 

“La conversione del pensiero. Non è abituale che noi pensiamo in questo modo. Non è abituale. Anche il modo di pensare, il modo di credere, va convertito. Possiamo fare la domanda:

‘Con quale spirito io penso?

Con lo spirito del Signore o con lo spirito proprio, lo spirito della comunità alla quale appartengo o del gruppetto o della classe sociale alla quale appartengo, o del partito politico al quale appartengo? Con quale spirito io penso?’ E cercare se io penso davvero con lo spirito di Dio. E chiedere la grazia di discernere quando penso con lo spirito del mondo, e quando penso con lo spirito di Dio.

E chiedere la grazia della conversione del pensiero”.

Piccole storie per la gioia del anima

2 marzo 2018

02 di Marzo

Via col vento

Nel prato di un giardino pubblico, con il tiepido sole della primavera, in mezzo all’erba tenera, erano spuntate le foglie dentellate e robuste dei Denti di Leone.
Uno di questi esibì un magnifico fiore giallo, innocente, dorato e sereno come un tramonto di maggio.
Dopo un po’ di tempo il fiore divenne un «soffione»: una sfera leggera, ricamata dalle coroncine di piumette attaccate ai semini che se ne stavano stretti stretti al centro del soffione.
E quante congetture facevano i piccoli semi.
Quanti sogni cullava la brezza alla sera, quando i primi timidi grilli intonavano la loro serenata.
«Dove andremo a germogliare?».
«Chissà?».
«Solo il vento lo sa».
Un mattino il soffione fu afferrato dalle dita invisibili e forti del vento.
I semi partirono attaccati al loro piccolo paracadute e volarono via, ghermiti dalla corrente d’aria.
«Addio… addio», si salutavano i piccoli semi.
Mentre la maggioranza atterrava nella buona terra degli orti e dei prati, uno, il più piccolo di tutti, fece un volo molto breve e finì in una screpolatura del cemento di un marciapiede.
C’era un pizzico di polvere depositato dal vento e dalla pioggia, così meschino in confronto alla buona terra grassa del prato.
«Ma è tutta mia!», si disse il semino. Senza pensarci due volte, si rannicchiò ben bene e cominciò subito a lavorare di radici.
Davanti alla screpolatura nel cemento c’era una panchina sbilenca e scarabocchiata.
Proprio su quella panchina si sedeva spesso un giovane.
Era un giovane dall’aria tormentata e lo sguardo inquieto.
Nubi nere gli pesavano sul cuore e le sue mani erano sempre strette a pugno.
Quando vide due foglioline dentate verde tenero che si aprivano la strada nel cemento rise amaramente: «Non ce la farai! Sei come me!», e con un piede le calpestò.
Ma il giorno dopo vide che le foglie si erano rialzate ed erano diventate quattro.
Da quel momento non riuscì più a distogliere gli occhi dalla testarda coraggiosa pianticella.
Dopo qualche giorno spuntò il fiore, giallo brillante, come un grido di felicità.
Per la prima volta dopo tanto tempo il giovane avvilito sentì che il risentimento e l’amarezza che gli pesavano sul cuore cominciavano a sciogliersi.
Rialzò la testa e respirò a pieni polmoni. Diede ungran pugno sullo schienale della panchina e gridò: «Ma certo! Ce la possiamo fare!».
Aveva voglia di piangere e di ridere. Sfiorò con le dita la testolina gialla del fiore.
Le piante sentono l’amore e la bontà degli esseri umani.
Per il piccolo e coraggioso Dente di Leone la carezza del giovane fu la cosa più bella della vita.

 

Non chiedere al Vento perché ti ha portato dove sei.
Anche se sei soffocato dal cemento, lavora di radici e vivi.
Tu sei un messaggio.

Anche queste piccole storie sono semi portati dal Vento.
Dove atterreranno e che cosa faranno solo il Vento lo sa.

 

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Parola del giorno

2 marzo 2018

Data 0Marzo 2018

 

Quella pietra scartata  è fonte di vita

PAROLE DEL SANTO PADRE

E’ il mistero della pietra scartata che finisce per essere il fondamento della nostra esistenza. Cristo è risorto, questo significa. In questa cultura dello scarto dove quello che non serve prende la strada dell’usa e getta, dove quello che non serve viene scartato, quella pietra – Gesù – è scartata ed è fonte di vita. E anche noi, sassolini per terra, in questa terra di dolore, di tragedie, con la fede nel Cristo Risorto abbiamo un senso, in mezzo a tante calamità. Il senso di guardare oltre, il senso di dire: “Guarda non c’è un muro; c’è un orizzonte, c’è la vita, c’è la gioia, c’è la croce con questa ambivalenza. Guarda avanti, non chiuderti. Tu sassolino, hai un senso nella vita perché sei un sassolino presso quel sasso, quella pietra che la malvagità del peccato ha scartato”.
(Domenica di Pasqua, 16 aprile 2017)

Salmo (104) 105

 [1] Alleluia.

Lodate il Signore e invocate il suo nome,
proclamate tra i popoli le sue opere.

[2] Cantate a lui canti di gioia,
meditate tutti i suoi prodigi.

[3] Gloriatevi del suo santo nome:
gioisca il cuore di chi cerca il Signore.

[4] Cercate il Signore e la sua potenza,
cercate sempre il suo volto.

[5] Ricordate le meraviglie che ha compiute,
i suoi prodigi e i giudizi della sua bocca:

[6] voi stirpe di Abramo, suo servo,
figli di Giacobbe, suo eletto.

[7] È lui il Signore, nostro Dio,
su tutta la terra i suoi giudizi.

[8] Ricorda sempre la sua alleanza:
parola data per mille generazioni,

[9] l’alleanza stretta con Abramo
e il suo giuramento ad Isacco.

[10] La stabilì per Giacobbe come legge,
come alleanza eterna per Israele:

[11] “Ti darò il paese di Cànaan
come eredità a voi toccata in sorte”.

[12] Quando erano in piccolo numero,
pochi e forestieri in quella terra,

[13] e passavano di paese in paese,
da un regno ad un altro popolo,

[14] non permise che alcuno li opprimesse
e castigò i re per causa loro:

[15] “Non toccate i miei consacrati,
non fate alcun male ai miei profeti”.

[16] Chiamò la fame sopra quella terra
e distrusse ogni riserva di pane.

……

Il salmo invita a “cercare” il Signore:
“Cercate il Signore e la sua potenza, ricercate sempre il suo volto”:
E’ un cercare dopo essere stati raggiunti da Dio; è un cercare che nasce dall’aver trovato; ed è un trovare che porta ancora a cercare, all’infinito.

“Chi cerca il Signore”, cioè l’intima conoscenza di lui ottenuta con la fede, con l’amore, con l’obbedienza alla sua Parola, non può essere triste: “Gioisca il cuore di che cerca il Signore”.

 

Preghiera:

O Padre, con paziente sollecitudine
ti sei eletto un popolo come alleanza con l’uomo
e lo hai condotto verso la terra promessa,
non dimenticare il popolo nuovo dei tuoi fedeli
rinati alla vita per il sangue di tuo Figlio:
fa’ che non ti tradisca e non ti deluda più,
come hanno fatto i padri;
ma tu stesso rendilo saldo nella fede
e guidalo con la tua luce
verso il Regno che viene.
Amen.

 

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Credenti come corpi estranei nel mondo di oggi

2 marzo 2018

Nella seconda predica di Quaresima in Vaticano, alla presenza del Papa e della Curia Romana, il cappuccino Padre Raniero Cantalamessa ha parlato delle virtù cristiane, soffermandosi sulla carità

 

 

La santità cristiana consiste nella “imitazione” di Cristo e nella “perfetta unione” con il Signore.

 

A proposito della Lettera ai Romani, padre Cantalamessa osserva come San Paolo sottolinei tutte le principali virtù cristiane, “o frutti dello Spirito”: “il servizio, la carità, l’umiltà, l’obbedienza, la purezza”. Il predicatore si concentra sulla carità, intesa come “forma di tutte le virtù”, che si traduce in amore, gioia, pace.

“La carità non abbia finzioni”; cioè – aggiunge padre Cantalamessa – sia “senza ipocrisia” e l’amore sia “vero, autentico, non finto”. Perché, secondo gli insegnamenti di Gesù, il cuore è “il ‘luogo’ in cui si decide il valore di ciò che l’uomo fa”. 

 

San Paolo quindi spiega che il più grande atto di carità esteriore, “il distribuire ai poveri tutte le proprie sostanze”, non gioverebbe a nulla, senza la carità interiore e “sarebbe l’opposto della carità sincera”. La carità ipocrita, aggiunge padre Cantalamessa, è infatti “proprio quella che fa del bene, senza voler bene, che mostra all’esterno qualcosa che non ha un corrispettivo nel cuore”. In questo caso, si ha una “parvenza di carità, che può, al limite, nascondere egoismo, ricerca di sé, strumentalizzazione del fratello, o anche semplice rimorso di coscienza”.

 

“Non si tratta, dunque, di attenuare l’importanza delle opere di carità, quanto di assicurare a esse un fondamento sicuro contro l’egoismo e le sue infinite astuzie. San Paolo vuole che i cristiani siano ‘radicati e fondati nella carità’, cioè che la carità sia la radice e il fondamento di tutto.
Quando noi amiamo ‘dal cuore’, è l’amore stesso di  Dio ‘effuso nel nostro cuore dallo Spirito Santo’ che passa attraverso di noi. Diventare ‘partecipi della natura divina’ significa, infatti, diventare partecipi dell’azione divina, l’azione divina di amare, dal momento che Dio è amore.
E’ l’amore di Dio che passa attraverso di noi”.

 

“La situazione della comunità di Roma descritta da Paolo rappresenta, in miniatura, la situazione attuale di tutta la Chiesa. E non parlo delle persecuzioni e del martirio a cui sono esposti i nostri fratelli di fede in tanti Paesi del mondo; parlo dell’ostilità, del rifiuto e spesso del profondo disprezzo con cui non solo i cristiani, ma i credenti in Dio – tutti i credenti in Dio – sono guardati in una società secolarizzata, specialmente in certi strati di questa società, quelli più influenti: quelli dei media, della finanza e della cultura.
I credenti sono considerati dei corpi estranei in una società tecnologizzata, evoluta”.

Si tratta di capire, va avanti il predicatore, quale sia “l’atteggiamento del cuore da coltivare nei confronti di una umanità che, nel suo insieme, rifiuta Cristo”: quello – rivela – di una “profonda compassione” che porta ad amarli e soffrire per loro, “a farsene carico davanti a Dio, come Gesù si è fatto carico di tutti noi davanti al Padre”, con un atteggiamento di misericordia. Per quanto riguarda i rapporti all’interno della comunità, per “gestire i conflitti di opinioni che emergono tra le diverse sue componenti”, il predicatore ricorda che “le esigenze della carità che l’Apostolo inculca in questo caso ci interessano in sommo grado perché – chiarisce – sono le stesse che si impongono in ogni tipo di conflitto intraecclesiale, compresi quelli che viviamo oggi, sia a livello di Chiesa universale sia della comunità particolare in cui ognuno vive”, come ad esempio le parrocchie.

San Paolo fornisce tre criteri: seguire la propria coscienza, rispettare la coscienza altrui e astenersi dal giudicare il fratello, evitare di dare scandalo
.
A questi, se ne aggiunge un altro “universale e assoluto, quello della signoria di Cristo”.

 

Videomessaggio del Papa con le intenzioni di preghiera

2 marzo 2018

 

 

Diffuso il videomessaggio del Papa con le intenzioni di preghiera per il mese di marzo dedicato alla formazione e al discernimento spirituale.

 

 

 

 

Il testo del videomessaggio del Papa

L’epoca in cui viviamo ci chiede di sviluppare una profonda capacità di discernere…

Discernere, tra tutte le voci, quale sia quella del Signore, quale sia la Sua voce che ci porta alla Resurrezione, alla Vita, e la voce che ci libera dal cadere nella “cultura della morte”.

Abbiamo bisogno di “leggere da dentro” ciò che il Signore ci chiede, per vivere nell’amore ed essere continuatori di questa sua missione d’amore.

Preghiamo insieme perché tutta la Chiesa riconosca l’urgenza della formazione al discernimento spirituale, sul piano personale e comunitario.

Piccole storie per la gioia del anima

1 marzo 2018

28 di Febbraio

I  tre figli

 

Tre donne andarono alla fontana per attingere acqua. Presso la fontana, su una panca di pietra, sedeva un uomo anziano che le osservava in silenzio ed ascoltava i loro discorsi.
Le donne lodavano i rispettivi figli.

«Mio figlio», diceva la prima, «è così svelto ed agile che nessuno gli sta alla pari».
«Mio figlio», sosteneva la seconda, «canta come un usignolo. Non c’è nessuno al mondo che possa vantare una voce bella come la sua».

«E tu, che cosa dici di tuo figlio?», chiesero alla terza, che rimaneva in silenzio.
«Non so che cosa dire di mio figlio», rispose la donna. «È un bravo ragazzo, come ce ne sono tanti. Non sa fare niente di speciale…».

 

Quando le anfore furono piene, le tre donne ripresero la via di casa.
Il vecchio le seguì per un pezzo di strada.
Le anfore erano pesanti, le braccia delle donne stentavano a reggerle.

Ad un certo punto si fermarono per far riposare le povere schiene doloranti.
Vennero loro incontro tre giovani.

Il primo improvvisò uno spettacolo: appoggiava le mani a terra e faceva la ruota con i piedi per aria, poi inanellava un salto mortale dopo l’altro.
Le donne lo guardavano estasiate: «Che giovane abile!».
Il secondo giovane intonò una canzone. Aveva una voce splendida che ricamava armonie nell’aria come un usignolo.
Le donne lo ascoltavano con le lacrime agli occhi: «È un angelo!».
Il terzo giovane si diresse verso sua madre, prese la pesante anfora e si mise a portarla, camminando accanto a lei.

 

Le donne si rivolsero al vecchio: «Allora che cosa dici dei nostri figli?».
«Figli?», esclamò meravigliato il vecchio. «Io ho visto un figlio solo!».

 

 

«Li riconoscerete dai loro frutti» (Matteo 7,16).

 

 

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Parola del giorno

28 febbraio 2018

Data 28 febbraio 2018

 

Cosa cerchiamo Gesù o il potere ?

PAROLE DEL SANTO PADRE

Alcuni seguono Gesù, ma un po’, non del tutto consapevolmente, un po’ inconsciamente, ma cercano il potere, no? Il caso più chiaro è Giovanni e Giacomo, i figli di Zebedeo, che chiedevano a Gesù la grazia di essere primo ministro e vice-primo ministro, quando sarebbe venuto il Regno. E nella Chiesa ci sono arrampicatori! Ci sono tanti, che usano la Chiesa per … Ma se ti piace, vai a Nord e fai l’alpinismo: è più sano! Ma non venire in Chiesa ad arrampicarti! E Gesù rimprovera questi arrampicatori che cercano il potere.

(Santa Marta, 5 maggio 2014)

 

 

Salmo 31

 

[1] Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.

[2] In te, Signore, mi sono rifugiato,
mai sarò deluso;
per la tua giustizia salvami.

[3] Porgi a me l’orecchio,
vieni presto a liberarmi.
Sii per me la rupe che mi accoglie,
la cinta di riparo che mi salva.

[4] Tu sei la mia roccia e il mio baluardo,
per il tuo nome dirigi i miei passi.

[5] Scioglimi dal laccio che mi hanno teso,
perché sei tu la mia difesa.

[6] Mi affido alle tue mani;
tu mi riscatti, Signore, Dio fedele.

[7] Tu detesti chi serve idoli falsi,
ma io ho fede nel Signore.

[8] Esulterò di gioia per la tua grazia,
perché hai guardato alla mia miseria,
hai conosciuto le mie angosce;

[9] non mi hai consegnato nelle mani del nemico,
hai guidato al largo i miei passi.

[10] Abbi pietà di me, Signore, sono nell’affanno;
per il pianto si struggono i miei occhi,
la mia anima e le mie viscere.

[11] Si consuma nel dolore la mia vita,
i miei anni passano nel gemito;
inaridisce per la pena il mio vigore,
si dissolvono tutte le mie ossa.

[12] Sono l’obbrobrio dei miei nemici,
il disgusto dei miei vicini,
l’orrore dei miei conoscenti;
chi mi vede per strada mi sfugge.

[13] Sono caduto in oblio come un morto,
sono divenuto un rifiuto.

[14] Se odo la calunnia di molti, il terrore mi circonda;
quando insieme contro di me congiurano,
tramano di togliermi la vita.

[15] Ma io confido in te, Signore;
dico: “Tu sei il mio Dio,

[16] nelle tue mani sono i miei giorni”.
Liberami dalla mano dei miei nemici,
dalla stretta dei miei persecutori:

[17] fà splendere il tuo volto sul tuo servo,
salvami per la tua misericordia.

….

Questo salmo è diventato celebre per l’applicazione di un suo versetto (v. 6) agli ultimi istanti della vita terrena di Gesù (Lc 23,46) e del primo martire cristiano Stefano (At 7,59).

Gerolamo Savonarola prima di essere condotto al supplizio stava trascrivendo nella sua cella il v. 4 di questo salmo secondo la traduzione della volgata:

“Tu sei la mia forza e il mio rifugio e a causa del tuo nome tu mi condurrai”. 

Questo salmo con la sua commistione di angoscia e di speranza è diventato quasi l’epigrafe della vita dei tanti giusti perseguitati e umiliati, ma in definitiva vincitori. 

Al grido dell’uomo corrisponde l’ascolto di Dio e nasce così il dialogo.

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Udienza Papa Francesco 28 febbraio 2018

28 febbraio 2018

 

Il pane e il vino rappresentano l’offerta della propria vita, “affinché sia trasformata dallo Spirito Santo nel sacrificio di Cristo e diventi con Lui una sola offerta spirituale gradita al Padre”. Il Signore “ci dà tanto”, aggiunge Papa Francesco, e “ci chiede poco”: “ci chiede, nella vita ordinaria, buona volontà; ci chiede cuore aperto, ci chiede voglia di essere migliori”.

 

 

 

 

 

Soprattutto in questo tempo di Quaresima, il Pontefice auspica che tutti i discepoli di Cristo possano coltivare “la spiritualità del dono di sé”, che “questo momento della Messa ci insegna”. Con “il cuore aperto alla potenza di Dio” è possibile trovare senso nelle proprie giornate, vivere in modo pieno “le relazioni con gli altri, le cose che facciamo, le sofferenze che incontriamo, aiutandoci a costruire la città terrena alla luce del Vangelo”.

Piccole storie per la gioia del anima

28 febbraio 2018

27 di Febbraio

Lo scorpione

 

Un monaco si era seduto a meditare sulla riva di un ruscello.
Quando aprì gli occhi, vide uno scorpione che era caduto nell’acqua e lottava disperatamente per stare a galla e sopravvivere.
Pieno di compassione, il monaco immerse la mano nell’acqua, afferrò lo scorpione e lo posò in salvo sulla riva.
L’insetto per ricompensa si rivoltò di scatto e lo punse provocandogli un forte dolore.
Il monaco tornò a meditare, ma quando riaprì gli occhi, vide che lo scorpione era di nuovo caduto in acqua e si dibatteva con tutte le sue forze.
Per la seconda volta lo salvò e anche questa volta lo scorpione punse il suo salvatore fino a farlo urlare per il dolore.
La stessa cosa accadde una terza volta. E il monaco aveva le lacrime agli occhi per il tormento provocato dalle crudeli punture alla mano.

 

Un contadino che aveva assistito alla scena esclamò:
«Perché ti ostini ad aiutare quella miserabile creatura che invece di ringraziarti ti fa solo male?».

«Perché seguiamo entrambi la nostra natura» rispose il monaco.
«Lo scorpione è fatto per pungere e io sono fatto per essere misericordioso».

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Parola del giorno

27 febbraio 2018

Data 27 febbraio 2018

“Venite discutiamo, non c’è problema, il perdono c’è”, e non la minaccia, dall’inizio.

PAROLE DEL SANTO PADRE

Noi discepoli di Gesù non dobbiamo cercare titoli di onore, di autorità o di supremazia. Io vi dico che a me personalmente addolora vedere persone che psicologicamente vivono correndo dietro alla vanità delle onorificenze. Noi, discepoli di Gesù non dobbiamo fare questo, poiché tra di noi ci dev’essere un atteggiamento semplice e fraterno. Siamo tutti fratelli e non dobbiamo in nessun modo sopraffare gli altri e guardarli dall’alto in basso. No. Siamo tutti fratelli. Se abbiamo ricevuto delle qualità dal Padre celeste, le dobbiamo mettere al servizio dei fratelli, e non approfittarne per la nostra soddisfazione e interesse personale. (Angelus, 5 novembre 2017)

 

 

Salmo (49) 50 

[1] Salmo. Di Asaf.
Parla il Signore, Dio degli dei,
convoca la terra da oriente a occidente.

[2] Da Sion, splendore di bellezza,
Dio rifulge.

[3] Viene il nostro Dio e non sta in silenzio;
davanti a lui un fuoco divorante,
intorno a lui si scatena la tempesta.

[4] Convoca il cielo dall’alto
e la terra al giudizio del suo popolo:

[5] “Davanti a me riunite i miei fedeli,
che hanno sancito con me l’alleanza
offrendo un sacrificio”.

[6] Il cielo annunzi la sua giustizia,
Dio è il giudice.

[7] “Ascolta, popolo mio, voglio parlare,
testimonierò contro di te, Israele:
Io sono Dio, il tuo Dio.

[8] Non ti rimprovero per i tuoi sacrifici;
i tuoi olocausti mi stanno sempre davanti.

[9] Non prenderò giovenchi dalla tua casa,
né capri dai tuoi recinti.

[10] Sono mie tutte le bestie della foresta,
animali a migliaia sui monti.

[11] Conosco tutti gli uccelli del cielo,
è mio ciò che si muove nella campagna.

[12] Se avessi fame, a te non lo direi:
mio è il mondo e quanto contiene.

[13] Mangerò forse la carne dei tori,
berrò forse il sangue dei capri?

[14] Offri a Dio un sacrificio di lode
e sciogli all’Altissimo i tuoi voti;

[15] invocami nel giorno della sventura:
ti salverò e tu mi darai gloria”.

 

 

Dio vuole dall’uomo un impegno di adesione, di libertà, di gioia e di vita. “Il grande insegnamento da trarre da questo salmo è che non bisogna onorare Dio col fasto materiale, ma attraverso l’amore e la preghiera che esce dal fondo del cuore” (Charles de Foucauld).

 

Il culto, senza un impegno nell’esistenza, si riduce a farsa e magia. Questo insegnamento si trova anche in 1Sam 5,22: “Dio forse gradisce gli olocausti e i sacrifici come obbedire alla voce di Dio? Ecco, obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è meglio del grasso degli arieti”. La Bibbia non nega il culto in sé ma il culto privo di vita e di incarnazione. “Questo è il digiuno che voglio – dice Dio – sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo. È il dividere il pane con l’affamato, l’introdurre in casa i miseri, i senza tetto, il vestire uno che vedi nudo…” (Is 58,6-7). E Gdt 16,16: “Poca cosa è per te ogni sacrificio in soave odore, non basta quanto è pingue per farti un olocausto; ma chi teme Dio è sempre grande”.

Questa religione del cuore è l’anima della teologia biblica, come scriveva giustamente s. Agostino commentando questo salmo: “Se io entro in me stesso, io troverò là ciò che devo immolare… La mia coscienza sarà il tuo altare. Non avrò bisogno di acquistare ciò che ti devo offrire, perché tu me l’hai già dato!”. L’essenziale di ciò che Dio esige dall’uomo è d’ordine morale e non rituale, è la bontà dell’uomo che compie la volontà di Dio sulla terra. In se stessi i riti non hanno alcun valore intrinseco. Dio ama l’“eucaristia” totale, in cui l’uomo offre il sacrificio del suo “corpo”, cioè della sua esistenza. “Fratelli, offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1).

 

 

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Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 27 febbraio 2018

27 febbraio 2018

 

Il Signore non si stanca di chiamare ciascuno a cambiare vita, a fare un passo verso di Lui per convertirci e lo fa con la dolcezza e la fiducia di un Padre: facciano così anche i confessori. Questo il cuore dell’omelia del Papa nella Messa a Casa Santa Marta.

 

 

 

Il Signore dice: “Vieni, su. Venite e discutiamo. Parliamo un po’”. Non ci spaventa. E’ come il papà del figlio adolescente che ha fatto una ragazzata e deve rimproverarlo. E sa che se va col bastone la cosa non andrà bene, deve entrare con la fiducia. Il Signore in questo brano ci chiama così: “Su, venite. Prendiamo un caffè insieme. Parliamo, discutiamo. Non avere paura, non voglio bastonarti”. E siccome sa che il figlio pensa: “Ma io ho fatto delle cose…” – Subito: “Anche se i tuoi peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana”.

 

Gesù dunque con un “gesto di fiducia avvicina al perdono e cambia il cuore”. 

 

Il Papa racconta a questo proposito l’esperienza di un cardinale confessore che proprio davanti al peccato che intuisce essere “grosso”, non si sofferma troppo e va avanti, continua il dialogo: “E questo apre il cuore” sottolinea Francesco “ e l’altra persona si sente in pace”. Così fa il Signore con noi , dice:

“Venite, discutiamo, parliamo. Prendi la ricevuta del perdono, il perdono c’è”

VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA ROMANA DI SAN GELASIO (25/02/18)

26 febbraio 2018

Voi siete le braci, le braci del mondo sotto le cenere, sotto le difficoltà.

 

Neve a Roma, dalla cupola ai giardini: la neve imbianca il Vaticano

26 febbraio 2018

 

La fitta nevicata che si è abbattuta su Roma nella notte e nelle prime ore del mattino di lunedì 26 febbraio ha regalato uno scenario da favola ai cittadini della capitale. Sotto la coltre bianca, oltre alla cupola di San Pietro, anche i giardini, le strade e gli angoli più nascosti del Vaticano