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Un pensiero nella notte al Signore

22 ottobre 2017

 

Ho cercato Dio

 

Ho cercato Dio con la mia lampada così brillante che tutti me la invidiavano.

Ho cercato Dio negli altri.

Ho cercato Dio nelle piccolissime tane dei topi.

Ho cercato Dio nelle biblioteche.

Ho cercato Dio nelle università.

Ho cercato Dio col telescopio e con microscopio.

Finchè mi accorsi che avevo dimenticato quello che cercavo.

Allora, spegnendo la mia lampada, gettai le chiavi, e mi misi a piangere…

e subito, la Sua Luce fu in me… 

 

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22 Ottobre – San Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła)

22 ottobre 2017

PREGHIERA DI RINGRAZIAMENTO A DIO

PER IL DONO DI GIOVANNI PAOLO II

Ti ringrazio, Dio Padre,
per il dono di Giovanni Paolo II.
Il suo “Non abbiate paura: spalancate le porte a Cristo”
ha aperto il cuore di tanti uomini e donne,
abbattendo il muro della superbia,
della stoltezza e della menzogna,
che imprigiona la dignità dell’uomo.
E, come un’aurora, il suo ministero ha fatto sorgere
sulle strade dell’umanità
il sole della Verità che rende liberi.
Ti ringrazio, o Maria,
per il tuo figlio Giovanni Paolo II.
La sua fortezza e il suo coraggio, traboccanti d’amore,
sono stati un’eco del tuo “eccomi”.
Egli, facendosi “tutto tuo”,
si è fatto tutto di Dio:
riflesso luminoso del volto misericordioso del Padre,
trasparenza viva dell’amicizia di Gesù.
Grazie, caro Santo Padre,
per la testimonianza d’innamorato di Dio che ci hai donato:
il tuo esempio ci strappa dalle strettoie delle cose umane
per elevarci alle vette della libertà di Dio.

Fr. Stefano Vita FFB

Liturgia del giorno: Audio salmo (95) 96

22 ottobre 2017

Domenica, 23 Ottobre 2017


Grande è il Signore e degno di ogni lode.

[1] Cantate al Signore un canto nuovo, 
cantate al Signore da tutta la terra. 
[2] Cantate al Signore, benedite il suo nome, 
annunziate di giorno in giorno la sua salvezza. 

[3] In mezzo ai popoli raccontate la sua gloria, 
a tutte le nazioni dite i suoi prodigi. 

[4] Grande è il Signore e degno di ogni lode, 
terribile sopra tutti gli dei. 

[5] Tutti gli dei delle nazioni sono un nulla, 
ma il Signore ha fatto i cieli. 

[6] Maestà e bellezza sono davanti a lui, 
potenza e splendore nel suo santuario. 

[7] Date al Signore, o famiglie dei popoli, 
date al Signore gloria e potenza, 

[8] date al Signore la gloria del suo nome. 
Portate offerte ed entrate nei suoi atri, 

[9] prostratevi al Signore in sacri ornamenti. 
Tremi davanti a lui tutta la terra. 

[10] Dite tra i popoli: “Il Signore regna!”. 
Sorregge il mondo, perché non vacilli; 
giudica le nazioni con rettitudine. 

[11] Gioiscano i cieli, esulti la terra, 
frema il mare e quanto racchiude; 

[12] esultino i campi e quanto contengono, 
si rallegrino gli alberi della foresta 

[13] davanti al Signore che viene, 
perché viene a giudicare la terra. 
Giudicherà il mondo con giustizia 
e con verità tutte le genti. 

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

 

Commento:

 

Riprendono i «canti al Signore re», creatore, salvatore e giudice con questo «cantico nuovo»: «nuovo» nel linguaggio della Bibbia significa «perfetto», «pieno», «definitivo». È quindi la celebrazione del progetto perfetto che Dio ha tracciato per la storia e per il cosmo. Nella storia egli governa e giudica secondo giustizia, rettitudine e verità (vv. 10.13). L ‘uomo deve rispondere obbedendo al comandamento principe, cioè con l’adesione all’unico Dio perché «gli dèi delle genti sono un nulla» e sono solo fonte di perversione e di disarmonia (vv. 4-6). Nel cosmo Dio effonde lo splendore della vita e delle meraviglie naturali che nei vv. 11-12 sono contemplate con tutto lo stupore di chi considera la materia un mirabile capolavoro del Creatore e non come un oggetto da spremere e devastare. È per questo che il creato intero canta e danza con I ‘uomo davanti al Signore che entra in questo tempio cosmico per ascoltare e’per benedire.

Mons. RAVASI

 

 

giudizio

Unirci al canto, poi lasciare che la stessa preghiera trabocchi nel silenzio.

 

Davvero, al mistero della sua presenza, a solo nominarlo,

dovrebbero fermarsi i mondi,

trattenere il respiro tutte le creature.

Vedere la luce infinita levarsi sul mondo.

E noi perderci, sparire nella luce.

Dopo tanto gemere, e attendere, e dubitare; e credere e non credere.

Sarà così quando sorgerà «la stella radiosa» dell’ultimo mattino del mondo?

Allora diciamo anche noi: «Maranathà», «vieni Signore», «vieni presto, Signore».

2017.10.22 – Angelus Domini

22 ottobre 2017

Viviamo riconoscendo sempre che apparteniamo a Dio.

Prima dell’Angelus, Papa Francesco ha ricordato che rispondendo ai farisei “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, Gesù sottolinea che siamo tutti a pieno titolo cittadini dello Stato ma siamo stati creati a immagine di Dio e apparteniamo anzitutto a Lui.

 

 

 

 

 

La fede, il coraggio della vita

22 ottobre 2017

 

La fede è credere che Dio ci ama.

 

 

Padre nostro

22 ottobre 2017

 

 

 

Liturgia del giorno: Audio salmo (129) 130

19 ottobre 2017

Giovedì, 19 ottobre 2017


 

Con il Signore è la misericordia e grande è con lui la redenzione.

[1] Canto delle ascensioni.
Dal profondo a te grido, o Signore;

[2] Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia preghiera.

[3] Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi potrà sussistere?

[4] Ma presso di te è il perdono:
e avremo il tuo timore.

[5] Io spero nel Signore,
l’anima mia spera nella sua parola.

[6] L’anima mia attende il Signore
più che le sentinelle l’aurora.

[7] Israele attenda il Signore,
perché presso il Signore è la misericordia
e grande presso di lui la redenzione.

[8] Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

 

Commento:

DALL’ABISSO

No, non c’è notte da Innominato che non possa essere squarciata da una preghiera. Perché anche il disperato spera; anche il suicida spera. Pure la morte spera; e può essa stessa comporsi in un estremo De profundis. Anche il fiotto del sangue è un inaudito gemito. Anche chi grida a te da luoghi troppo profondi e ti dice di non ascoltar la tua voce, ti prega. E pure chi ti maledice, Dio, a suo modo ti innalza il suo De profundis assurdo. E, presente o assente che tu sia, sempre incombi dall’altro polo dell’abisso: ora muto come una lapide; ora tenero come una madre, gioioso di sentire pietà. Tu pure commosso e avvilito per questo infinito dolore del mondo; commosso per le tante vite infelici, colpevoli o innocenti che siano.

 

Le 52 parole ebraiche del De profundis sono state ripetute, tradotte, commentate forse più di ogni altro salmo. Ed anche se spesso ridotta al rango di canto funebre, questa supplica resta uno splendido inno alla gioia del perdono. Questo grido che sale dai luoghi abissali del male nascosto nel cuore umano penetra i cieli e dalla colpa conduce alla grazia, dal peccato alla redenzione, dalla notte alla luce. Vorremmo solo fare due osservazioni su questa pagina così celebre e così nitida. La prima riguarda il v. 4. Il timore di Dio nasce per il salmi sta non dal giudizio ma dal perdono, proprio come suggerisce Paolo: «È la bontà di Dio che ti deve spingere alla conversione» (Romani 2,4). Il gesto del perdono deve incutere dolore per un amore offeso; più che la collera di Dio deve generare timore e dolore il suo amore disarmante. È più amaro colpire un padre che un sovrano inesorabile.
Il secondo dato che vogliamo sottolineare è racchiuso nell’immagine del v. 6. L ‘attesa del perdono è il sospiro di tutto l’essere così come le sentinelle spiano il primo filo di luce dell’aurora che segna la fine delle paure notturne. Nella trepidazione c’è anche la certezza che il sole sempre spunterà col suo carico di luce e di vita. Ma il vocabolo «sentinelle» indica anche più genericamente «coloro che vegliano», forse anche i sacerdoti che nel Tempio attendono il giorno per poter presiedere – forse anche una sola volta in vita a causa del loro numero elevato – il culto d’Israele. Un’attesa santa e gioiosa dell’amore di Dio verso la sua creatura.

 

 David Maria Turoldo  Gianfranco Ravasi

I SALMI

 

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Messa a Casa Santa Marta, 19-10-2017

19 ottobre 2017

 

Papa Francesco, nell’omelia della messa del mattino a Casa Santa Marta ha sottolineato che non si può capire il messaggio di Gesù se si dimenticano la gratuità della salvezza, la vicinanza di Dio e la sua misericordia. E i pastori che perdono questa chiave della conoscenza chiudono la porta a se stessi e agli altri.

 

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Farisei di oggi

Giovedì, 19 ottobre 2017

 

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.241, 20/10/2017)

Non si può mai chiudere la porta in faccia ai genitori che chiedono il battesimo per il loro figlio, anche se non sono sposati in chiesa: il cristiano, e soprattutto il pastore, non dovrebbe mai dimenticare la gratuità della salvezza, la vicinanza di Dio e la concretezza delle opere di misericordia, materiali o spirituali. È il forte invito ad apire sempre le porte agli altri, e anche a se stessi, suggerito da Papa Francesco nella messa celebrata giovedì mattina, 19 ottobre, a Santa Marta.

«Questo passo del Vangelo — ha subito fatto notare il Papa, riferendosi al brano di Luca (11, 47-54) — entra in quello stile dell’evangelista» che è proprio «sia di Luca che di Matteo». È «potremmo dire» uno «stile» che indica «i guai: Guai a voi, dottori della legge: guai a voi, farisei». Infatti, ha spiegato Francesco, «il Signore è molto forte, molto forte: bastona con tanta forza». In particolare, «nel passo di oggi c’è un’espressione che fa pensare: “Guai a voi dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito”».

In realtà, ha riconosciuto il Pontefice, «questo versetto è un po’ oscuro: cosa significa “portare via la chiave della conoscenza”, con la conseguenza di non entrare nel Regno e neppure lasciare entrare gli altri?». E così, ha affermato il Papa, «questo portare via la capacità di capire la rivelazione di Dio, di capire il cuore di Dio, di capire la salvezza di Dio — la chiave della conoscenza — possiamo dire che è una grave dimenticanza». Perché «si dimentica la gratuità della salvezza, si dimentica la vicinanza di Dio e si dimentica la misericordia di Dio». E proprio «quelli che dimenticano la gratuità della salvezza, la vicinanza di Dio e la misericordia di Dio hanno portato via la chiave della conoscenza». Tanto che, ha insistito il Papa, «non si può capire il Vangelo senza queste tre cose».

«Hanno dimenticato la gratuità», dunque. E «Paolo parla di questo nella prima lettura» ha detto ancora Francesco riferendosi al passo della lettera ai romani (3, 21-30): «Siete giustificati gratuitamente per la sua grazia». Ma, ha avvertito il Pontefice, «questa gente dimentica che tutto è gratuito, che è stata l’iniziativa di Dio a salvarci e si schierano dalla parte della legge e cercano di aggrapparsi alla legge e, quanto più è dettagliata, è meglio: la salvezza è lì per loro». E «così — ha proseguito — sono tanto aggrappati alla legge che non ricevono la forza della giustizia di Dio: c’è un inganno dietro il giustificare se stessi con la legge: “Io faccio questo, questo, questo, questo e sono felice, sono giustificato” — “Ma questo come devo farlo?” — “No, devi farlo così, così, così, così” — “Ma questo “così” come devo farlo?” – “Così, così, così così”».

Ecco che, ha affermato il Papa, costoro «arrivano a un mucchio di prescrizioni e per loro questa è la salvezza: hanno perso la chiave dell’intelligenza che, in questo caso, è la gratuità della salvezza». In realtà «la legge è una risposta all’amore gratuito di Dio: è Lui che ha preso l’iniziativa di salvarci e perché tu mi hai amato tanto, io cerco di andare per la tua strada, quella che tu mi hai indicato», in una parola «io compio la legge». Ma «è una risposta» perché «la legge, sempre, è una risposta e quando si dimentica la gratuità della salvezza si cade, si perde la chiave dell’intelligenza della storia della salvezza».

E, ancora, ha rilanciato il Pontefice, quelle persone «hanno perso la chiave dell’intelligenza perché hanno perso il senso della vicinanza di Dio: per loro Dio è quello che ha fatto la legge» ma «questo non è il Dio della rivelazione». In realtà «il Dio della rivelazione è Dio che ha incominciato a camminare con noi da Abramo fino a Gesù Cristo: Dio che cammina con il suo popolo». Perciò «quando si perde questo rapporto vicino con il Signore, si cade in questa mentalità ottusa che crede nell’autosufficienza della salvezza con il compimento della legge».

Ecco, allora, «la vicinanza di Dio» ha rimarcato Francesco, facendo riferimento a «un passo tanto bello, quasi alla fine del Deuteronomio, nel capitolo 31; quando Mosè finisce di scrivere la legge, la consegna ai leviti, quelli che custodivano l’arca, e dice loro “prendete questo libro della legge e mettetelo a fianco all’Arca, vicino a Dio, perché io conosco la tua ribellione — parla al popolo — e la durezza della tua cervice”».

«Invece vicino al Signore — ha fatto presente il Papa — la legge è rivelazione del Signore ma si stacca, la legge diventa autonoma e diventa dittatoriale, quando manca la vicinanza di Dio». Del resto, ha suggerito, «pensiamo nella preghiera: quando manca la preghiera non si può insegnare la dottrina, neppure fare teologia né teologia morale». Oltretutto, ha rilanciato, «la teologia si fa in ginocchio, sempre vicino a Dio: questa gente aveva perso quel senso della vicinanza, aveva dimenticato la vicinanza di Dio».

Inoltre, ha spiegato il Pontefice, così facendo quelle persone hanno anche «perso la memoria della misericordia di Dio». Infatti «nella parola di Dio, il Signore ripete tanto, tanto e tanto “misericordia voglio, non sacrifici”». E «questa vicinanza di Dio, della quale abbiamo parlato, arriva al punto più alto di Gesù Cristo crocifisso». Lo stesso «Paolo ci ricorda che siamo stati giustificati per il sangue di Cristo, la carne di Cristo, il sangue di Cristo». Mentre invece quella gente finisce per dimenticare proprio «la carne di Cristo: dimenticano la misericordia e per questo finiscono senza conoscere il nocciolo della legge che è misericordia, sempre». Tanto che, ha spiegato Francesco, «le opere di misericordia sono la pietra di paragone del compimento della legge, perché» ci consentono di «toccare la carne di Cristo, toccare Cristo che soffre in una persona, sia corporalmente sia spiritualmente».

In proposito il Papa ha invitato a pensare «al ricco Epulone che nell’inferno chiese ad Abramo di inviare ai suoi fratelli uno dei morti per predicare, così si sarebbero potuti salvare». Ma «che cosa dice Abramo: “No, questo non va, perché se non sono capaci di ascoltare Mosè e i profeti, neppure ascolteranno uno che risorge dai morti”». Difatti, «se non hanno la misericordia come lui — Epulone non ne aveva — niente vale!». Francesco ha dunque presentato «queste tre dimenticanze» che «sono la radice: la dimenticanza della gratuità della salvezza, la dimenticanza della vicinanza di Dio e la dimenticanza della misericordia». E così l’allontanarsi dalla salvezza è anche alla radice del «portare via la chiave della conoscenza: non si conosce la salvezza così». Da qui l’esortazione del Pontefice a interrogarsi: «Quali sono le conseguenze?».

Proprio «il passo evangelico di oggi ne segnala due», è stata la risposta. «Prima di tutto la chiusura: “Voi non siete entrati e a quelli che volevano entrare, voi l’avete impedito”». Sì, «questa gente chiudeva la porta ai fedeli e i fedeli non capivano: loro, tutta la loro teologia morale, facevano del manierismo intellettuale, ma non arrivava alla gente e, con questo, allontanavano la gente. No, questa non è la religione che io volevo: questa non è la verità della salvezza in Gesù Cristo». E, ha precisato il Pontefice, «io qui penso alla responsabilità che abbiamo noi pastori: quando noi pastori perdiamo o portiamo via la chiave dell’intelligenza, chiudiamo la porta a noi e agli altri».

«Mi viene alla memoria — ha confidato — e lo dico per nostra edificazione» il fatto che «nel mio Paese ho sentito parecchie volte di parroci che non battezzavano i figli delle ragazze madri, perché non erano nati nel matrimonio canonico: chiudevano la porta, scandalizzavano il popolo di Dio perché il cuore di questi parroci aveva perso la chiave della conoscenza». Di più: «Senza andare tanto lontano nel tempo e nello spazio, tre mesi fa, in un paese, in una città, una mamma voleva battezzare il figlio appena nato, ma lei era sposata civilmente con un divorziato. Il parroco ha detto “sì, sì, battezzo il bambino ma tuo marito è divorziato, rimanga fuori, non può essere presente alla cerimonia”». E «questo succede oggi» ha affermato perché «i farisei, i dottori della legge non sono cose di quei tempi: anche oggi ce ne sono tante».

Per questa ragione, ha affermato il Papa, «è necessario pregare per noi pastori, perché non perdiamo la chiave della conoscenza e non chiudiamo la porta a noi e alla gente che vuole entrare».

«E la seconda conseguenza — ha proseguito — la dice anche il dice il Vangelo: “Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli insidie per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca”». Questo è «un atteggiamento corrotto» e «questa è la seconda conseguenza: quando si perde la chiave della conoscenza, sia nella gratuità della salvezza sia nella vicinanza di Dio sia nelle opere di misericordia, si arriva alla corruzione». E «i pastori di quei tempi come finiscono? Tendendo insidie al Signore per farlo cadere nel tranello e poi poter accusarlo e condannarlo, come hanno fatto». In conclusione, il Pontefice ha suggerito di chiedere «al Signore la grazia della memoria della nostra salvezza, della gratuità della salvezza, della vicinanza di Dio — e questo ci faccia pregare — e della concretezza delle opere di misericordia che il Signore vuole da noi, che siano materiali o spirituali, ma concrete». Con l’auspicio che il Signore «ci dia questa grazia» perché «possiamo diventare persone che aiutano ad aprire la porta e a noi stessi e agli altri».

Un pensiero nella notte al Signore

18 ottobre 2017

 

Voglio lodarti

Eric Pearlman

Voglio pregare come il falco
con le ali spiegate e il vento che mi tiene in braccio.
Voglio lodarti a capofitto nello spazio
e galleggiare come un pianeta nel suo angolo di universo.
Perché non mi basterà una vita,
non mi basteranno cento anni per esplorare ogni dono,
ogni immensità che hai deposto ai piedi del tempo
il giorno del mio natale.
Voglio lodarti come il delfino
che ricama le acque dell’oceano con traiettorie di allegria.
Benedici il Signore, anima mia,
e inventa canzoni e danze, e racconti per non scordare.
Voglio dirti grazie, immenso Dio,
perché mi circondi di bontà e misericordia
Non basterà tutto il male del mondo a farmi tacere.
Non basterà neppure la morte livida e il suo strascico di amarezza.
Voglio lodarti senza fine, mio Dio.
Voglio lodarti.

 

 

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Liturgia del giorno: Audio salmo (144) 145

18 ottobre 2017

I tuoi santi, Signore, dicano la gloria del tuo regno.

[1] Lodi. Di Davide.
O Dio, mio re, voglio esaltarti
e benedire il tuo nome
in eterno e per sempre.

[2] Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome
in eterno e per sempre.

[3] Grande è il Signore e degno di ogni lode,
la sua grandezza non si può misurare.

[4] Una generazione narra all’altra le tue opere,
annunzia le tue meraviglie.

[5] Proclamano lo splendore della tua gloria
e raccontano i tuoi prodigi.

[6] Dicono la stupenda tua potenza
e parlano della tua grandezza.

[7] Diffondono il ricordo della tua bontà immensa,
acclamano la tua giustizia.

[8] Paziente e misericordioso è il Signore,
lento all’ira e ricco di grazia.

[9] Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

[10] Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.

[11] Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza,

[12] per manifestare agli uomini i tuoi prodigi
e la splendida gloria del tuo regno.

[13] Il tuo regno è regno di tutti i secoli,
il tuo dominio si estende ad ogni generazione.

[14] Il Signore sostiene quelli che vacillano
e rialza chiunque è caduto.

[15] Gli occhi di tutti sono rivolti a te in attesa
e tu provvedi loro il cibo a suo tempo.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

Commento:

 

Il Salmo è innalzato al Signore invocato e descritto come «re» (cf Sal 144,1), una raffigurazione divina che domina altri inni salmici (cf Sal 46;92;95-98). Anzi, il centro spirituale del nostro canto è costituito proprio da una celebrazione intensa e appassionata della regalità divina. In essa si ripete per quattro volte – quasi ad indicare i quattro punti cardinali dell’essere e della storia – la parola ebraica malkut, «regno» (cf Sal 144,11-13).
Sappiamo che questa simbologia regale, che sarà centrale anche nella predicazione di Cristo, è l’espressione del progetto salvifico di Dio: egli non è indifferente riguardo alla storia umana, anzi ha nei suoi confronti il desiderio di attuare con noi e per noi un disegno di armonia e di pace. A compiere questo piano è convocata anche l’intera umanità, perché aderisca alla volontà salvifica divina, una volontà che si estende a tutti gli «uomini», a «ogni generazione» e a «tutti i secoli». Un’azione universale, che strappa il male dal mondo e vi insedia la «gloria» del Signore, ossia la sua presenza personale efficace e trascendente.

PAPA BENEDETTO XVI

 

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Catechesi di Papa Francesco nell’Udienza Generale del 18 ottobre 2017

18 ottobre 2017

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 18 ottobre 2017

[Multimedia]

La Speranza cristiana – 37. Beati i morti che muoiono nel Signore

Carissimi fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi vorrei mettere a confronto la speranza cristiana con la realtà della morte, una realtà che la nostra civiltà moderna tende sempre più a cancellare. Così, quando la morte arriva, per chi ci sta vicino o per noi stessi, ci troviamo impreparati, privi anche di un “alfabeto” adatto per abbozzare parole di senso intorno al suo mistero, che comunque rimane. Eppure i primi segni di civilizzazione umana sono transitati proprio attraverso questo enigma. Potremmo dire che l’uomo è nato con il culto dei morti.

Altre civiltà, prima della nostra, hanno avuto il coraggio di guardarla in faccia. Era un avvenimento raccontato dai vecchi alle nuove generazioni, come una realtà ineludibile che obbligava l’uomo a vivere per qualcosa di assoluto. Recita il salmo 90: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (v. 12). Contare i propri giorni fa si che il cuore diventi saggio! Parole che ci riportano a un sano realismo, scacciando il delirio di onnipotenza. Cosa siamo noi? Siamo «quasi un nulla», dice un altro salmo (cfr 88,48); i nostri giorni scorrono via veloci: vivessimo anche cent’anni, alla fine ci sembrerà che tutto sia stato un soffio. Tante volte io ho ascoltato anziani dire: “La vita mi è passata come un soffio…”.

Così la morte mette a nudo la nostra vita. Ci fa scoprire che i nostri atti di orgoglio, di ira e di odio erano vanità: pura vanità. Ci accorgiamo con rammarico di non aver amato abbastanza e di non aver cercato ciò che era essenziale. E, al contrario, vediamo quello che di veramente buono abbiamo seminato: gli affetti per i quali ci siamo sacrificati, e che ora ci tengono la mano.

Gesù ha illuminato il mistero della nostra morte. Con il suo comportamento, ci autorizza a sentirci addolorati quando una persona cara se ne va. Lui si turbò «profondamente» davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, e «scoppiò in pianto» (Gv 11,35). In questo suo atteggiamento, sentiamo Gesù molto vicino, nostro fratello. Lui pianse per il suo amico Lazzaro.

E allora Gesù prega il Padre, sorgente della vita, e ordina a Lazzaro di uscire dal sepolcro. E così avviene. La speranza cristiana attinge da questo atteggiamento che Gesù assume contro la morte umana: se essa è presente nella creazione, essa è però uno sfregio che deturpa il disegno di amore di Dio, e il Salvatore vuole guarircene.

Altrove i vangeli raccontano di un padre che ha la figlia molto malata, e si rivolge con fede a Gesù perché la salvi (cfr Mc 5,21-24.35-43). E non c’è figura più commovente di quella di un padre o di una madre con un figlio malato. E subito Gesù si incammina con quell’uomo, che si chiamava Giairo. A un certo punto arriva qualcuno dalla casa di Giairo e gli dice che la bambina è morta, e non c’è più bisogno di disturbare il Maestro. Ma Gesù dice a Giairo: «Non temere, soltanto abbi fede!» (Mc 5,36). Gesù sa che quell’uomo è tentato di reagire con rabbia e disperazione, perché è morta la bambina, e gli raccomanda di custodire la piccola fiamma che è accesa nel suo cuore: la fede. “Non temere, soltanto abbi fede”. “Non avere paura, continua solo a tenere accesa quella fiamma!”. E poi, arrivati a casa, risveglierà la bambina dalla morte e la restituirà viva ai suoi cari.

Gesù ci mette su questo “crinale” della fede. A Marta che piange per la scomparsa del fratello Lazzaro oppone la luce di un dogma: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi tu questo?» (Gv 11,25-26). È quello che Gesù ripete ad ognuno di noi, ogni volta che la morte viene a strappare il tessuto della vita e degli affetti. Tutta la nostra esistenza si gioca qui, tra il versante della fede e il precipizio della paura. Dice Gesù: “Io non sono la morte, io sono la risurrezione e la vita, credi tu questo?, credi tu questo?”. Noi, che oggi siamo qui in Piazza, crediamo questo?

Siamo tutti piccoli e indifesi davanti al mistero della morte. Però, che grazia se in quel momento custodiamo nel cuore la fiammella della fede! Gesù ci prenderà per mano, come prese per mano la figlia di Giairo, e ripeterà ancora una volta: “Talità kum”, “Fanciulla, alzati!” (Mc 5,41). Lo dirà a noi, a ciascuno di noi: “Rialzati, risorgi!”. Io vi invito, adesso, a chiudere gli occhi e a pensare a quel momento: della nostra morte. Ognuno di noi pensi alla propria morte, e si immagini quel momento che avverrà, quando Gesù ci prenderà per mano e ci dirà: “Vieni, vieni con me, alzati”. Lì finirà la speranza e sarà la realtà, la realtà della vita. Pensate bene: Gesù stesso verrà da ognuno di noi e ci prenderà per mano, con la sua tenerezza, la sua mitezza, il suo amore. E ognuno ripeta nel suo cuore la parola di Gesù: “Alzati, vieni. Alzati, vieni. Alzati, risorgi!”.

Questa è la nostra speranza davanti alla morte. Per chi crede, è una porta che si spalanca completamente; per chi dubita è uno spiraglio di luce che filtra da un uscio che non si è chiuso proprio del tutto. Ma per tutti noi sarà una grazia, quando questa luce, dell’incontro con Gesù, ci illuminerà.

 

 

Saluti:

Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier les jeunes des collèges et lycées venus de France ainsi que les personnes venues de Suisse. Lorsque nos vies connaissent des épreuves et des deuils, Jésus nous dit à nous aussi : « Je suis la résurrection et la vie ». Je prie pour que votre pèlerinage à Rome vous aide à garder dans votre cœur la flamme de la foi et de l’espérance. Que Dieu vous bénisse.

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, specialmente i giovani dei collegi e dei licei provenienti dalla Francia, come anche i pellegrini giunti dalla Svizzera. Quando le nostre vite sperimentano prove e dolori, ricordiamoci che Gesù ci ha detto: “Io sono la risurrezione e la vita”. Prego che il vostro pellegrinaggio a Roma vi aiuti a mantenere viva nel vostro cuore la fiamma della fede e della speranza. Dio vi benedica.]

I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those from England, Scotland, Malta, the Netherlands, Norway, Sweden, Russia, Indonesia, Malaysia, Sri Lanka, China, Ghana, Lesotho, the Philippines, and the United States of America. May Jesus Christ strengthen you and your families in faith and make you witnesses of hope to the world, especially to those who mourn. May God bless you all!

[Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’Udienza odierna, specialmente quelli provenienti da Inghilterra, Scozia, Malta, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Russia, Indonesia, Malaysia, Sri Lanka, Cina, Ghana, Lesotho, Filippine e Stati Uniti d’America. Gesù Cristo rafforzi nella fede voi e le vostre famiglie e vi faccia testimoni di speranza in questo mondo, specialmente a quanti vivono nel dolore. Dio vi benedica tutti!]

Herzlich heiße ich die Pilger deutscher Sprache willkommen. Besonders grüße ich die Schützen und die anderen Vereine aus dem Landkreis Cloppenburg sowie die vielen Jugendlichen, vor allem die Schülerinnen der Liebfrauenschule in Bonn. Ich wünsche euch einen guten Aufenthalt in Rom und segne euch alle von Herzen.

[Un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua tedesca. Saluto in particolare gli “Schützen”, le associazioni provenienti dalla regione di Cloppenburg e i numerosi giovani, specialmente le studentesse della Liebfrauenschule di Bonn. Vi auguro un buon soggiorno a Roma e di cuore vi benedico tutti.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los provenientes de España y Latinoamérica. El Señor, única esperanza de la humanidad, nos conceda la gracia de mantener encendida la llama de la fe, y en el momento de nuestra muerte nos tome de la mano y nos diga: «¡Levántate!». Que Santa María, Madre de Dios, interceda por todos nosotros, ahora y en la hora de nuestra muerte. Así sea.

Dirijo uma cordial saudação aos peregrinos de língua portuguesa, com destaque para os diversos grupos vindos do Brasil, em particular os fiéis da arquidiocese de Natal com o seu Pastor e os da arquidiocese de Londrina, convidando todos a permanecer fiéis a Cristo Jesus, como os Protomártires do Brasil. O Espírito Santo vos ilumine para poderdes levar a Bênção de Deus a todos os homens. A Virgem Mãe vele sobre o vosso caminho e vos proteja.

[Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua portoghese, specialmente ai diversi gruppi venuti dal Brasile, in particolare ai fedeli dell’arcidiocesi di Natal con il suo Pastore e a quelli dell’arcidiocesi di Londrina, invitando tutti a rimanere fedeli a Cristo Gesù come i Protomartiri del Brasile. Lo Spirito Santo vi illumini affinché possiate portare la Benedizione di Dio a tutti gli uomini. La Vergine Madre vegli sul vostro cammino e vi protegga.]

أرحب بمودة بالحاضرين الناطقين باللغة العربية، وخاصة بالقادمين من‏ سوريا ومن الشرق الأوسط. ‏أمام رحيل الأشخاص المقربين تنهار خدعة إنكار الموت أو تجاهله، ونجد أنفسنا أمام اختيارين: إما الاستمرار ‏في تضليل أنفسنا وإما الاعتراف بتواضع بضآلتنا والإيمان بأن الله خلقنا للحياة. وحده نور يسوع يستطيع أن ‏يحول كآبة القبر إلى نصرة، ومرارة الفراق إلى عذوبة اللقاء، وهزيمة الصليب إلى فجر القيامة. وحده الايمان ‏يحول الحياة الأرضية من نهاية عبثية إلى بداية مجيدة لحياة أبدية. ليبارككم الربّ جميعا ويحرسكم من الشرير!‏‏‏‏ ‏‏

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua ‎araba, ‎in ‎‎‎particolare quelli ‎provenienti ‎dalla Siria e dal Medio Oriente. Crolla dinanzi alla partenza di persone care ‎l’inganno di negare o di ignorare la morte e ci troviamo di fronte a due scelte: o ‎continuare a illuderci oppure ammettere umilmente la nostra piccolezza e credere che Dio ci ha creato per la vita. Solo la luce di Gesù può ‎trasformare le tenebre della tomba in vittoria; l’amarezza della separazione nella ‎dolcezza dell’incontro; e la sconfitta della croce nell’alba della Risurrezione. Solo ‎la fede può mutare la vita terrena da una fine assurda ad un inizio glorioso per la ‎vita eterna. ‎Il ‎Signore vi benedica e vi protegga sempre dal maligno‎!]

Pozdrawiam pielgrzymów polskich. Dzisiaj, wspominając świętego Łukasza Ewangelistę, obchodzicie w Polsce patronalne święto Służby Zdrowia. Pamiętajcie w modlitwie o wszystkich, którzy z oddaniem i poświęceniem służą chorym. Niech nigdy nie zabraknie im sił w pełnionej posłudze, sukcesów i radości. Niech Bóg ich wspiera i wynagrodzi wszelkie dobro oraz nadzieję wlewaną w serca chorych. Wam wszystkim tu obecnym i waszym bliskim z serca błogosławię.

[Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. Oggi, ricordando san Luca Evangelista, in Polonia celebrate la festa patronale degli Operatori Sanitari. Ricordate nella preghiera tutti quelli che si prendono cura delle persone inferme con dedizione e spirito di sacrificio. Nel servizio che svolgono non vengano mai a mancare le forze, i buoni risultati e la gioia. Dio li sostenga e ricompensi il bene e la speranza che infondono nei cuori dei malati. Benedico di cuore voi, qui presenti, e i vostri cari.]

Van harte begroet ik de Nederlandstalige gelovigen, in het bijzonder de pelgrims uit het bisdom Rotterdam. Christus heeft de dood overwonnen. Hij is onze verrijzenis en ons leven. Wees voor jullie broeders en zusters als getuigen van deze boodschap van hoop. De Heer zegene u en al uw dierbaren.

[Con affetto saluto i fedeli di lingua neerlandese, in particolare i pellegrini provenienti dalla Diocesi di Rotterdam. Cristo ha vinto la morte. È Lui la nostra risurrezione e la nostra vita. Siate testimoni di questo messaggio di speranza davanti ai vostri fratelli e alle vostre sorelle. Il Signore benedica voi e i vostri cari.]

 

APPELLO

Desidero esprimere il mio dolore per la strage avvenuta qualche giorno fa a Mogadiscio, Somalia, che ha causato oltre trecento morti, tra cui alcuni bambini. Questo atto terroristico merita la più ferma deplorazione, anche perché si accanisce su una popolazione già tanto provata. Prego per i defunti e per i feriti, per i loro familiari e per tutto il popolo della Somalia. Imploro la conversione dei violenti e incoraggio quanti, con enormi difficoltà, lavorano per la pace in quella terra martoriata.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana!

Sono lieto di accogliere i fedeli della Diocesi di Conversano-Monopoli, con il Vescovo Monsignor Giuseppe Favale, qui convenuti per la ricorrenza dell’Anno mariano diocesano; i cresimati della Diocesi di Faenza-Modigliana, con il Vescovo Monsignor Mario Toso; le capitolari delle Figlie di Santa Maria di Leuca e le religiose partecipanti all’incontro promosso dall’USMI. Cari fratelli e sorelle, il vostro pellegrinaggio a Roma ravvivi la comunione con il Successore di Pietro e la Chiesa universale e vi renda testimoni di Cristo nelle vostre Chiese locali.

Saluto i pellegrini della Fondazione “Senior Italia”, in occasione della festa dei nonni; i partecipanti al pellegrinaggio promosso dalla Milizia dell’Immacolata; i membri dell’Associazione “Bimbo tu” di Bologna; l’Unione italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti e i fedeli delle diverse parrocchie ed associazioni.

Porgo infine il mio saluto ai giovani, ai malati ed agli sposi novelli. Oggi ricorre la festa di San Luca, evangelista e medico. Cari giovani, la sua testimonianza di vita vi sproni a scelte coraggiose di solidarietà e tenerezza; cari ammalati, sul suo insegnamento possiate trovare in Gesù il rimedio alle vostre sofferenze; e voi, cari sposi novelli, chiedete la sua intercessione perché nella vostra nuova famiglia non venga mai meno l’attenzione a quanti soffron0

 

 

Un pensiero nella notte al Signore

17 ottobre 2017

 Ho chiesto a Dio  

Romeo Brotto, Rivista Missionari Saveriani, Marzo 2008

 

Ho chiesto a Dio di togliermi i vizi.
Mi ha detto di no: non è Dio che deve toglierti i vizi; sei tu che non devi volerli più.

Ho chiesto a Dio di rifinire il mio corpo.
Mi ha risposto che il mio spirito è completo e il mio corpo è solo provvisorio.

Ho chiesto a Dio di concedermi la pazienza.
Mi ha detto che lui non concede gratis la pazienza, ma che io devo praticarla nelle tribolazioni.

Ho chiesto a Dio di darmi la felicità.
Mi ha detto che lui benedice chi la cerca e si sforza di far felici gli altri.

Ho chiesto a Dio di liberarmi dalle sofferenze e dal dolore.
Mi ha risposto che un po’ di sofferenza mi fa bene.

Ho chiesto a Dio di farmi crescere spiritualmente.
Mi ha risposto che devo impegnarmi di più e che mi avrebbe potato per dare più frutti.

Ho chiesto a Dio tutto ciò che potesse dare più valore alla mia vita.
Mi ha risposto che mi ha dato la vita e che devo valorizzare meglio tutte le cose.

Ho chiesto a Dio di aiutarmi ad amare gli altri, come lui ama me.
E Dio, allargando le braccia, mi ha detto: “Sì, volentieri! Cerca tutti i mezzi e i modi per amare gli altri e io ti benedirò”.

 

 

 

 

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Liturgia del giorno: Audio salmo (18) 19

17 ottobre 2017

Martedì, 17 ottobre 2017


 

I cieli narrano la gloria di Dio.

[1] Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.

[2] I cieli narrano la gloria di Dio,
e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento.
[3] Il giorno al giorno ne affida il messaggio
e la notte alla notte ne trasmette notizia.

[4] Non è linguaggio e non sono parole,
di cui non si oda il suono.

[5] Per tutta la terra si diffonde la loro voce
e ai confini del mondo la loro parola.

[6] Là pose una tenda per il sole
che esce come sposo dalla stanza nuziale,
esulta come prode che percorre la via.

[7] Egli sorge da un estremo del cielo
e la sua corsa raggiunge l’altro estremo:
nulla si sottrae al suo calore.

[8] La legge del Signore è perfetta,
rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è verace,
rende saggio il semplice.

[9] Gli ordini del Signore sono giusti,
fanno gioire il cuore;
i comandi del Signore sono limpidi,
danno luce agli occhi.

[10] Il timore del Signore è puro, dura sempre;
i giudizi del Signore sono tutti fedeli e giusti,

[11] più preziosi dell’oro, di molto oro fino,
più dolci del miele e di un favo stillante.

[12] Anche il tuo servo in essi è istruito,
per chi li osserva è grande il profitto.

[13] Le inavvertenze chi le discerne?
Assolvimi dalle colpe che non vedo.

[14] Anche dall’orgoglio salva il tuo servo
perché su di me non abbia potere;
allora sarò irreprensibile,
sarò puro dal grande peccato.

[15] Ti siano gradite le parole della mia bocca,
davanti a te i pensieri del mio cuore.
Signore, mia rupe e mio redentore.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

 

Commento:


Due soli, due luci, due parole divine: il sole, la luce e la parola del creato, voce segreta di Dio; il sole, la luce e la parola della Torah, cioè della Bibbia, voce esplicita di Dio. Un famoso commentatore ebreo medioevale scriveva: «Come il mondo non s’illumina e vive se non per opera del sole, così l’anima non raggiunge la sua pienezza di luce e di vita se non attraverso la Torah». II sole non è un dio come Ra o Aton, le divinità solari egiziane, è solo una splendida creatura che, come uno sposo o un corridore, esce dal talamo della notte per correre lungo l’orbita del cielo. E nel suo sfolgorare ha un messaggio superiore cifrato da svelare.
La Torah, la legge di Dio, è invece la parola pura, radiosa ed eterna di JHWH. Chi la accoglie con gioia è come se gustasse un miele dal gusto irraggiungibile, è come se avesse un tesoro ineguagliabile. «La mia Bibbia e la natura: questi sono i miei due libri di fede», esclamava il poeta francese Lamartine nello spirito del nostro cantico dei due dischi solari.

mons. Ravasi

 

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Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 17 ottobre 2017

17 ottobre 2017

 

«gli stolti non sanno ascoltare. E questa sordità li porta a questa corruzione. Non entra la parola di Dio, non c’è posto per l’amore e infine non c’è posto per la libertà».

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Tre gruppi di stolti

Martedì, 17 ottobre 2017

(da:  L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.239, 18/10/2017)

«La strada della stoltezza porta alla corruzione»: è l’insegnamento che il Papa ha tratto dalle letture liturgiche celebrando martedì 17 ottobre la messa mattutina a Santa Marta.

Francesco ha esordito facendo notare che «nella liturgia della parola di oggi per due volte si dice la parola “stolto”. La dice Gesù ai dottori della legge, ad alcuni farisei (Luca 11, 37-41); e la dice Paolo ai pagani: “Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti” (Romani 1, 16-25)». A questi Francesco ha voluto aggiungere un terzo caso: Paolo l’ha detta anche ai Galati, definendoli «“sciocchi” perché si sono lasciati ingannare, incantare dalle nuove idee». Di conseguenza, «questa parola detta ai dottori della legge, detta ai pagani e detta ai cristiani che si lasciano incantare dalle ideologie, è una condanna». O meglio, ha chiarito il Papa, «più che una condanna, è una segnalazione perché fa vedere la strada della stoltezza: porta alla corruzione».

In proposito il Pontefice ha individuato «tre gruppi di stolti» che «sono dei corrotti». Anzitutto i dottori della legge e i farisei, ai quali «Gesù aveva detto: “Assomigliate a sepolcri imbiancati”: fuori appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa e di marciume. Corrotti». In secondo luogo i pagani, quelli accusati da «Paolo, nella lettura di oggi», di essere «diventati stolti», avendo «scambiato la gloria di Dio incorruttibile con un’immagine e una figura di uomo corruttibili, di uccelli, di quadrupedi… Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità, secondo i desideri del loro cuore». Insomma, anche in questo caso, «c’è la corruzione», proprio come quei dottori della legge citati in precedenza che «diventano corrotti per sottolineare soltanto l’apparenza, e non quello che è dentro. Corrotti dalla vanità, dall’apparire, dalla bellezza esteriore, dalla giustizia esteriore. Sono diventati corrotti perché si preoccupavano soltanto di pulire, di fare bello l’esterno delle cose, non andavano dentro: dentro è la corruzione. Come nei sepolcri». Dunque, ha proseguito il Papa nel parallelismo, «questi pagani sono diventati corrotti perché hanno scambiato la gloria di Dio, che avrebbero potuto conoscere, per la ragione, per gli idoli: la corruzione dell’idolatria, di tante idolatrie». E, ha avvertito in proposito Francesco, «non solo le idolatrie dei tempi antichi, anche l’idolatria dell’oggi: l’idolatria, per esempio, del consumismo; l’idolatria di cercare un dio comodo».

Infine il terzo caso, quello dei Galati, «ai quali Paolo dice lo stesso», essendosi «lasciati corrompere dalle ideologie: lasciano di essere cristiani per diventare ideologi del cristianesimo». In definitiva comunque, è la conclusione del Pontefice, «tutte e tre» queste categorie «finiscono nella corruzione, per questa stoltezza».

Da qui l’invito a domandarsi, a chiedersi: «Cos’è questa stoltezza»? E la prima risposta del Papa è che essa «è un non ascoltare; letteralmente si può dire un “nescio”, “non so”, non ascoltare. L’incapacità di ascoltare la Parola: quando la Parola non entra, non la lascio entrare perché non l’ascolto. Lo stolto non ascolta. Lui crede di ascoltare, ma non ascolta. Fa la sua, sempre. E per questo la parola di Dio non può entrare nel cuore, e non c’è posto per l’amore». O al limite, ed è un caso questo abbastanza comune, la Parola «se entra, entra distillata, trasformata dalla mia concezione della realtà».

Dunque, ha ripreso il ragionamento Francesco, «gli stolti non sanno ascoltare. E questa sordità li porta a questa corruzione. Non entra la parola di Dio, non c’è posto per l’amore e infine non c’è posto per la libertà». E su questo aspetto «Paolo è chiaro: diventano schiavi. “Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, tanto da disonorare i loro propri corpi”. Perché? Perché hanno scambiato la verità di Dio con la menzogna, e hanno adorato e servito le creature anziché il Creatore. Non sono liberi, e il non ascoltare, questa sordità non lascia posto all’amore e neppure alla libertà: porta sempre a una schiavitù».

Sarebbe perciò opportuno interrogarsi, ha suggerito il Papa: «Ascolto, io, la parola di Dio? La lascio entrare? Questa parola, della quale abbiamo sentito cantando l’Alleluia, la parola di Dio è viva, è efficace, discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Taglia, va dentro. Questa parola, la lascio entrare o a questa parola sono sordo? E la trasformo in apparenza, la trasformo in idolatria, abitudini idolatriche, o la trasformo in ideologia? E non entra». Perché, ha ammonito il Pontefice, «questa è la stoltezza dei cristiani».

Infine Francesco ha esortato a fare un ulteriore passo, ovvero «così come le icone dei santi ci fanno tanto bene», si dovrebbe «guardare l’icona degli stolti di oggi». E, ha assicurato, «ce ne sono» molte. «Ci sono cristiani stolti e anche pastori stolti»: quelli che, ha ricordato il Papa, «sant’Agostino “bastona” bene, con forza. Perché la stoltezza dei pastori fa male al gregge: sia la stoltezza del pastore corrotto, sia la stoltezza del pastore soddisfatto di se stesso, pagano, sia la stoltezza del pastore ideologo».

Ecco allora la consegna conclusiva del Pontefice: «Guardiamo l’icona dei cristiani stolti, e accanto a questa stoltezza guardiamo il Signore che sempre è alla porta: bussa alla porta e aspetta». In pratica si tratta di pensare «alla nostalgia del Signore, quando ricorda i bei tempi: “Mi ricordo di te dal tempo della tua giovinezza, dal tempo dell’amore, del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in terre non seminate”. Quella nostalgia di Dio, del primo amore che ha avuto con noi». Infatti «se noi cadiamo in questa stoltezza e ci allontaniamo, lui prova questa nostalgia. Nostalgia di noi». Al punto che «Gesù con questa nostalgia pianse, ha pianto su Gerusalemme: era la nostalgia di un popolo che egli aveva scelto, aveva amato, ma che si era allontanato per stoltezza; aveva preferito le apparenze, gli idoli o le ideologie».

Un pensiero nella notte al Signore

11 ottobre 2017

Gesù bussa al tuo cuore  

Vito Mangia

Forse siamo tutti un po’ come Giovanni Battista in carcere: quando sorgono i dubbi, le ansie, abbiamo bisogno di conferme.

Noi facciamo il nostro dovere: lavoriamo, studiamo, intratteniamo relazioni, diamo qualcosa di noi stessi agli altri; poi sentiamo bisogno di qualcos’altro, qualcosa di cui non sappiamo dire il nome…

Sarà troppo, sarà esagerato pensare che quel “qualcosa”, quel “qualcuno” è Dio? Si tratta di un’esigenza profonda, intima, viscerale.

Quando non capiamo cosa sia, riempiamo, copriamo, quasi annebbiamo questa esigenza.

La “imbottiamo” – per tenerla buona e al suo posto – e la ricopriamo di cose da fare. A volte la riconosciamo, questa benedetta esigenza di Dio, ma è troppo impegnativo seguire le sue indicazioni.

Meglio rimandare a domani, alla prossima settimana, o meglio: alla prossima adorazione, al prossimo ritiro, al prossimo incontro associativo e di gruppo, al prossimo rosario, alla prossima condivisione spirituale, alla prossima confessione, al prossimo silenzio. Cioè lontano, dopo, mai.

In fondo il “poi” è o non è – nei proverbi e nella realtà – parente del “mai”? È la nostra natura, siamo fatti così…

Signore, ci devi proprio capire, noi abbiamo bisogno di segni, di essere scossi, di vederti… sennò non ti seguiamo.

“Hai capito, Signore?”, diciamo dentro di noi. E il Signore non capisce. Fa il testardo lui.

Noi gli chiediamo se ne vale davvero la pena e lui risponde a modo suo. Arriva, passa, bussa al cuore, continua a camminare.

A volte ci destiamo, facciamo in tempo ad alzarci dalle comode poltrone dei nostri interessi, a spoltrirci dai comodi divani dei nostri divertimenti e narcisismi; a volte facciamo in tempo ad affacciarci dalla finestra del nostro cuore e lo vediamo. Lui, Gesù, che ci passa accanto ed opera prodigi: alcuni vedono con occhi diversi la realtà, altri sentono finalmente la sua Parola, i poveri in spirito si dicono beati, chi si dimenava negli stagni fangosi del peccato trova il coraggio e la forza di rialzarsi, di ripulirsi, di andare oltre.

A volte ci viene la tentazione di andare alla porta, spalancarla, uscire per strada e gridare: “Aspetta, Gesù, aspettami! Faccio ancora in tempo a seguirti?”.

E lui si volta da lontano, guarda con tenerezza infinita dentro i nostri occhi. E si ferma.

 

 

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Liturgia del giorno: Audio salmo (85) 86

11 ottobre 2017

Mercoledì, 11 ottobre 2017


 

Signore, tu sei misericordioso e pietoso.

[1] Supplica. Di Davide.
Signore, tendi l’orecchio, rispondimi,
perché io sono povero e infelice.

[2] Custodiscimi perché sono fedele;
tu, Dio mio, salva il tuo servo, che in te spera.

[3] Pietà di me, Signore,
a te grido tutto il giorno.

[4] Rallegra la vita del tuo servo,
perché a te, Signore, innalzo l’anima mia.

[5] Tu sei buono, Signore, e perdoni,
sei pieno di misericordia con chi ti invoca.

[6] Porgi l’orecchio, Signore, alla mia preghiera
e sii attento alla voce della mia supplica.

[7] Nel giorno dell’angoscia alzo a te il mio grido
e tu mi esaudirai.

[8] Fra gli dei nessuno è come te, Signore,
e non c’è nulla che uguagli le tue opere.

[9] Tutti i popoli che hai creato verranno
e si prostreranno davanti a te, o Signore,
per dare gloria al tuo nome;

[10] grande tu sei e compi meraviglie:
tu solo sei Dio.

[11] Mostrami, Signore, la tua via,
perché nella tua verità io cammini;
donami un cuore semplice
che tema il tuo nome.

[12] Ti loderò, Signore, Dio mio, con tutto il cuore
e darò gloria al tuo nome sempre,

[13] perché grande con me è la tua misericordia:
dal profondo degli inferi mi hai strappato.

[14] Mio Dio, mi assalgono gli arroganti,
una schiera di violenti attenta alla mia vita,
non pongono te davanti ai loro occhi.

[15] Ma tu, Signore, Dio di pietà, compassionevole,
lento all’ira e pieno di amore, Dio fedele,
[16] volgiti a me e abbi misericordia:
dona al tuo servo la tua forza,
salva il figlio della tua ancella.

[17] Dammi un segno di benevolenza;
vedano e siano confusi i miei nemici,
perché tu, Signore, mi hai soccorso e consolato.

 Premere qui per ascoltare il salmo.


 

 

 

Commento:

Il salmo 85 (86) è un altro salmo della sofferenza e della morte del Signore. Come tale, contiene la sua preghiera di liberazione rivolta al Padre, in special modo da quell’ “ultimo nemico” che è la morte (cfr. 1Cor 15,26). Gesù supplica: «Signore, tendi l’orecchio, rispondimi, perché io sono povero e infelice. Custodisci la mia vita perché sono santo; tu, Dio mio, salva il tuo servo, che in te spera. Pietà di me, Signore, a te grido tutto il giorno. Rallegra la vita del tuo servo, perché a te, Signore, innalzo l’anima mia… O Dio, gli arroganti contro di me sono insorti e una banda di prepotenti insidia la mia vita, non pongono te davanti ai loro occhi» (vv. 1-4, 14).

Tra i temi importanti di questi versetti, la deliberata identificazione del Signore con i poveri e gli infelici. In qualità di povero, senza la ricchezza e il potere che tale ricchezza può permettersi, Gesù è ingiustamente condannato da quelli che, per loro proprie ragioni, hanno deciso che doveva morire. Venduto e comprato a poco prezzo, trovato colpevole da una giuria sulla base della testimonianza di falsi testimoni, condannato da un giudice intimorito, nostro Signore si unisce a tutte quelle miriadi di esseri umani che soffrono la persecuzione, persino la morte, per mano di coloro che sono disposti e abbastanza potenti da infliggerla loro. Tuttavia, anche quando Egli dice di se stesso che «il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20), è importante ricordare che la povertà di Cristo è più di una mera condizione socioeconomica. Si tratta, infatti, di una parte integrante del suo Essere servo di Dio: «Tu, Dio mio, salva il tuo servo, che in te confida… Rallegra la vita del tuo servo» (vv. 2,4). In varie parti nei Vangeli Gesù fa riferimento a se stesso come al servo, specialmente nel contesto della Sua Passione: «Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45). E’ chiaro, ovviamente, che in tali affermazioni nostro Signore si mostrava come “il servo del Signore” di cui si parla ripetutamente nella seconda parte del Libro di Isaia. La povertà di nostro Signore è anche metafora della sua assunzione della nostra carne decaduta, quando, non considerando la sua uguaglianza con Dio qualcosa a cui aggrapparsi, “si svuotò” [ἑαυτὸν ἐκένωσεν] e assunse “la forma di servo” (Fili 2,5-10). Come San Paolo insegna altrove: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9).

 

 

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Catechesi di Papa Francesco nell’Udienza Generale dell’11 ottobre 2017

11 ottobre 2017

 

“La rassegnazione non è una virtù cristiana. Come non è da cristiani alzare le spalle o piegare la testa davanti a un destino che ci sembra ineluttabile.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un pensiero nella notte al Signore

11 ottobre 2017

 

Padre, dammi Gesù

 

Padre,
dammi il dono più bello, più grande,
più prezioso che possiedi, Gesù.

Quando sono ammalato, dammi Gesù,
perché egli è la Salute.

Quando mi sento triste, dammi Gesù,
perché egli è la Gioia.

Quando mi sento debole, dammi Gesù,
perché egli è la Forza.

Quando mi sento solo, dammi Gesù,
perché egli è l’Amico.

Quando mi sento legato, dammi Gesù,
perché egli è la Libertà.

Quando mi sento scoraggiato, dammi Gesù,
perché egli è la Vittoria.

Quando mi sento nelle tenebre, dammi Gesù,
perché egli è la Luce.

Quando mi sento peccatore, dammi Gesù,
perché egli è il Salvatore.

Quando ho bisogno d’amore, dammi Gesù,
perché egli è l’Amore.

Quando ho bisogno di pane, dammi Gesù,
perché egli è il Pane di vita.

Quando ho bisogno di denaro, dammi Gesù,
perché egli è la Ricchezza infinita.

Padre,
a qualsiasi mia richiesta,
per qualsiasi mio bisogno,
rispondi con una sola parola,
la tua parola eterna : Gesù!

 

 

 

 

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Liturgia del giorno: Audio salmo (129) 130

10 ottobre 2017

Martedì, 10 ottobre 2017


 

Se consideri le colpe, Signore, chi ti può resistere?

[1] Canto delle ascensioni.
Dal profondo a te grido, o Signore;

[2] Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia preghiera.

[3] Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi potrà sussistere?

[4] Ma presso di te è il perdono:
e avremo il tuo timore.

[5] Io spero nel Signore,
l’anima mia spera nella sua parola.

[6] L’anima mia attende il Signore
più che le sentinelle l’aurora.

[7] Israele attenda il Signore,
perché presso il Signore è la misericordia
e grande presso di lui la redenzione.

[8] Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

 

Commento:

Questo è uno dei Salmi più celebri e amati dalla tradizione cristiana: il De profundis, così chiamato dal suo avvio nella versione latina. Col Miserere, esso è divenuto uno dei Salmi penitenziali preferiti nella devozione popolare.
Il Salmo 129 si apre con una voce che sale dalle profondità del male e della colpa (cf vv. 1-2). L’io dell’orante si rivolge al Signore dicendo: «A te grido, o Signore». Il Salmo poi si sviluppa in tre momenti dedicati al tema del peccato e del perdono. Ci si rivolge innanzitutto a Dio, interpellato direttamente con il «Tu»: «Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono; perciò avremo il tuo timore» (vv. 3-4).
È significativo il fatto che a generare il timore, atteggiamento di rispetto misto ad amore, non sia il castigo ma il perdono. Più che la collera di Dio, deve provocare in noi un santo timore la sua magnanimità generosa e disarmante. Dio, infatti, non è un sovrano inesorabile che condanna il colpevole, ma un padre amoroso, che dobbiamo amare non per paura di una punizione, ma per la sua bontà pronta a perdonare.
Al centro del secondo momento c’è l’«io» dell’orante che non si rivolge più al Signore, ma parla di lui: «Io spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola. L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora» (vv. 5-6). Ora fioriscono nel cuore del Salmista pentito l’attesa, la speranza, la certezza che Dio pronuncerà una parola liberatrice e cancellerà il peccato.
La terza ed ultima tappa nello svolgimento del Salmo si allarga a tutto Israele, al popolo spesso peccatore e consapevole della necessità della grazia salvifica di Dio: «Israele attenda il Signore, perché presso il Signore è la misericordia e grande presso di lui la redenzione. Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe» (vv. 7-8).
La salvezza personale, prima implorata dall’orante, è ora estesa a tutta la comunità. La fede del Salmista si innesta nella fede storica del popolo dell’alleanza, «redento» dal Signore non solo dalle angustie dell’oppressione egiziana, ma anche «da tutte le colpe».
Partendo dal gorgo tenebroso del peccato, la supplica del De profundis giunge all’orizzonte luminoso di Dio, ove domina «la misericordia e la redenzione», due grandi caratteristiche del Dio d’amore.
La catechesi di Benedetto XVI:
DAL PROFONDO A TE IO GRIDO 
Salmo 129

 

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Omelia Papa Francesco Messa Santa Marta 10.10.2017

10 ottobre 2017

 I testardi di anima, i rigidi, non capiscono cosa sia la misericordia di Dio. Sono come Giona: “Dobbiamo predicare questo, che questi vengano puniti perché hanno fatto del male e devono andare all’inferno». I rigidi, cioè, «non sanno allargare il cuore come il Signore.

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giona il testardo

Martedì, 10 ottobre 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

L’uomo fatica a entrare nella logica di Dio e applica spesso un concetto di «giustizia» che risente della sua «rigidità» e «testardaggine». Limitato com’è al piccolo orizzonte del suo cuore, non riesce a capire come «opera il Signore», la sua infinita misericordia e volontà di perdono. Lo chiarisce la storia del profeta Giona che Papa Francesco ha preso come spunto per la riflessione durante la messa celebrata a Santa Marta martedì 10 ottobre.

Si tratta del racconto biblico proposto dalla quotidiana liturgia della parola nei primi tre giorni di questa settimana. Il Pontefice ha ripercorso il libro di Giona facendo preliminarmente notare come esso sembri «un dialogo fra la misericordia, la penitenza, la profezia e la testardaggine».

Innanzitutto c’è Giona, «un testardo che vuole insegnare a Dio come si devono fare le cose». Infatti, «quando il Signore lo inviò a predicare la conversione alla città di Ninive», egli se ne andò «con una nave in direzione opposta». Cioè «scappava dalla missione che Dio gli aveva confidato e gli aveva affidato». Gli eventi, però sovrastano la sua volontà: accade infatti che, a causa di una tempesta, la «nave è in pericolo» e, ai marinai che «pregano ognuno il proprio dio», Giona confessa la sua colpa e chiede lui stesso: «Buttatemi in mare, io sono il colpevole». Così avviene, ma, ha ricordato Francesco, «il Signore, che è tanto buono fece venire un pesce che inghiottì Giona e dopo tre giorni lo lasciò sulla spiaggia».

La seconda parte della storia è narrata proprio nella prima lettura di martedì (Giona, 3, 1-10): «In quei giorni fu rivolta a Giona, una seconda volta, questa parola del Signore: “Alzati, vai a Ninive e annuncia loro quanto ti dico”» . Questa volta il profeta «obbedì». E, ha notato il Papa, «si vede che predicava bene, perché i niniviti hanno avuto paura, tanta paura e si sono convertiti». Grazie al suo intervento, ha spiegato, «la forza della parola di Dio arrivò al loro cuore». E nonostante fosse una «città molto peccatrice», i suoi abitanti hanno cambiato vita, «hanno pregato, hanno fatto digiuno». Accade così che «Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece».

Ci si potrebbe chiedere: «Ma allora, Dio è cambiato?». In realtà, ha puntualizzato il Pontefice, «loro sono cambiati». Infatti prima «Dio non poteva entrare nella loro vita perché era chiusa nei propri vizi, peccati»; poi loro, «con la penitenza hanno aperto il cuore, hanno aperto la vita e il Signore è potuto entrare».

Proseguendo nel racconto, il Papa ha anticipato anche la prima lettura di mercoledì, nella quale «la Chiesa ci fa contemplare il terzo passaggio», ovvero il fatto che «Giona provò grande dispiacere e fu sdegnato. Giona si arrabbiò, perché il Signore aveva perdonato la città: “No, tu mi hai mandato, io ho predicato. Adesso tu devi fare quello che avevi detto”». Emerge qui il fatto che Giona «era un testardo, ma più che testardo, era un rigido; era malato» di «rigidità dell’anima». Ha aggiunto Francesco: «Aveva l’anima “inamidata”, non si poteva allargare, chiusa: le cose sono così e devono essere così». Perciò, ha spiegato dopo «la conversione di Ninive», al Signore è toccato «un altro lavoro»: la «conversione di Giona».

Il Pontefice si è a questo punto soffermato ad analizzare il metodo pedagogico usato dal Signore con Giona. Il profeta «arrabbiato, se ne va fuori città, in una capanna». E giacché «lì il sole era forte, il Signore fa crescere una pianta di ricino, perché gli desse ombra». Giona — che «era andato lì per guardare cosa succedeva alla città, se era vero che il Signore l’aveva perdonata» e che «forse aveva la speranza o, peggio, la voglia che scendesse fuoco dal cielo! Stava lì, aspettava lo spettacolo» — in realtà «era felice» per questo albero che gli dava conforto. Poi, però, «il Signore fece in modo che quel ricino si seccasse» e allora Giona «si arrabbiò di più» e, usando la stessa espressione che aveva usato con i marinai, disse: «Meglio per me morire che vivere».

È questo, ha spiegato il Papa, il momento che «il Signore entra nel cuore di Giona» e gli parla: «“Ti sembra giusto essere così sdegnato per questa pianta di ricino?”. Egli rispose: “Sì, è giusto” — era proprio arrabbiato —; “Ne sono sdegnato da morire”. Ma il Signore gli rispose: “Tu hai pietà per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in notte è perita. E io non dovrei avere pietà di Ninive, quella grande città nella quale vi sono più di centoventimila persone che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra e una grande quantità di animali?”». Il Signore, cioè, «manifesta a Giona la sua misericordia».

Ecco allora come la Scrittura parla anche all’uomo di oggi. Ha spiegato Francesco: «I testardi di anima, i rigidi, non capiscono cosa sia la misericordia di Dio. Sono come Giona: “Dobbiamo predicare questo, che questi vengano puniti perché hanno fatto del male e devono andare all’inferno». I rigidi, cioè, «non sanno allargare il cuore come il Signore. I rigidi sono pusillanimi, con il piccolo cuore chiuso, attaccati alla nuda giustizia». Soprattutto, ha aggiunto, i rigidi «dimenticano che la giustizia di Dio si è fatta carne nel suo Figlio, si è fatta misericordia, si è fatta perdono; che il cuore di Dio è sempre aperto al perdono. Di più, dimenticano quello che abbiamo pregato la settimana scorsa nell’orazione colletta: dimenticano che Dio, la sua onnipotenza, si manifesta soprattutto nella misericordia e nel perdono».

Per l’uomo, ha spiegato il Papa, «non è facile capire la misericordia di Dio, non è facile». E «ci vuole tanta preghiera per capirla perché è una grazia». Gli uomini infatti sono abituati alla logica del «me la hai fatta, te la farò», alla giustizia del «hai fatto, paghi». E invece «Gesù ha pagato per noi e continua a pagare».

A Giona — «testardo, pusillanime, rigido», che «non capì la misericordia di Dio» — il Signore «avrebbe potuto dire: “Arrangiati tu con la tua rigidità e la tua testardaggine”». E invece «lo stesso Dio che ha voluto salvare quelle centoventimila persone, è andato da lui a parlargli, a convincerlo». Perché è «il Dio della pazienza, è il Dio che sa accarezzare, che sa allargare i cuori».

Ecco, quindi, «il messaggio di questo libro profetico»: con il suo «dialogo fra la profezia, la penitenza, la misericordia e la pusillanimità o la testardaggine», ci dice che «sempre vince la misericordia di Dio», perché «la sua onnipotenza si manifesta proprio nella misericordia». Perciò il Pontefice ha concluso l’omelia consigliando «di prendere la Bibbia e leggere questo libro di Giona — è piccolissimo, sono tre pagine — e guardare come agisce il Signore, com’è la misericordia del Signore, come il Signore trasforma i nostri cuori. E ringraziare il Signore perché lui è tanto misericordioso».

Liturgia del giorno: Audio salmo Giona 2

9 ottobre 2017

Lunedì 09 ottobre 2017


Signore, hai fatto risalire dalla fossa la mia vita.

[1] Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti.

[2] Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore suo Dio

[3] e disse:
“Nella mia angoscia ho invocato il Signore
ed egli mi ha esaudito;
dal profondo degli inferi ho gridato
e tu hai ascoltato la mia voce.

[4] Mi hai gettato nell’abisso, nel cuore del mare
e le correnti mi hanno circondato;
tutti i tuoi flutti e le tue onde
sono passati sopra di me.

[5] Io dicevo: Sono scacciato
lontano dai tuoi occhi;
eppure tornerò a guardare il tuo santo tempio.

[6] Le acque mi hanno sommerso fino alla gola,
l’abisso mi ha avvolto,
l’alga si è avvinta al mio capo.

[7] Sono sceso alle radici dei monti,
la terra ha chiuso le sue spranghe
dietro a me per sempre.
Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita,
Signore mio Dio.

[8] Quando in me sentivo venir meno la vita,
ho ricordato il Signore.
La mia preghiera è giunta fino a te,
fino alla tua santa dimora.

[9] Quelli che onorano vane nullità
abbandonano il loro amore.

[10] Ma io con voce di lode offrirò a te un sacrificio
e adempirò il voto che ho fatto;
la salvezza viene dal Signore”.

[11] E il Signore comandò al pesce ed esso rigettò Giona sull’asciutto.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

 

Commento:

Il libro di Giona nasce in un ambiente che è connotato per una problematica che possiamo sentire
a noi contemporanea: come si comporta Dio verso le popolazioni straniere. L’epoca in cui é stato
scritto è compresa tra il 400 e il 200 a.C., dopo che il popolo degli Ebrei era tornato dalla schiavitù
babilonese.

È un Dio dalle grandi vedute, dal cuore che palpita per la tenerezza che ha verso tutti i popoli
eppure ha di fronte a sé un profeta piccolo dal nome “colomba” lo stesso nome che Dio usa nel libro
di Osea per parlare del suo popolo. Giona rappresenta quindi il popolo di Israele che nonostante la
magnanimità di Javhé non accetta che il disegno di Dio che vuole salvare il popolo di Ninive. Alla
missione del profeta prende il sopravvento la piccineria di un uomo.
Di fronte a questa chiamata il profeta fugge lontano pur sapendo che Dio é il Signore che ha fatto
il mare e la terra (1,9), vuole andare lontano dal Signore agli estremi confini del mondo allora conosciuto.

L’universalità di Dio viene riconosciuta anche dai marinai i quali pregano i loro dei ma credono
anche nella potenza di altre divinità; vi è contrasto tra la preoccupazione dei marinai e il sonno di
Giona, si vuole proprio evidenziare l’incuranza del profeta che non solo é fuggito ma dorme durante
la tempesta.
Che strano Giona! È disposto ad un gesto di eroismo — farsi gettare in mare — ma non vuole
andare a Ninive: è la stessa incoerenza che emerge dal suo comportamento.
L’azione di Dio si manifesta ancora per la sua misericordia ed ecco il suo intervento con il grosso
pesce che inghiotte Giona. Sapendo che siamo in un clima didattico possiamo allora scorgere il
parallelismo tra Giona e l’esilio del popolo di Israele a Babilonia. Come Giona anche il popolo e liberato
dalla schiavitù per mezzo dell’intervento di Dio: é molto bello il canto di Giona che richiama
il tono dei salmi di supplica in cui vi è un’invocazione al Signore, una descrizione dell’afflizione
dell’uomo, il riconoscimento di Javhé come salvatore, l’insegnamento religioso e la promessa di un
sacrificio di lode.

Ed ecco la misericordia di Dio che libera l’uomo: Dio si muove a pietà per la supplica di chi lo
invoca.

 

Il profeta Giona

Un pensiero nella notte al Signore

6 ottobre 2017

Le due candele

 

In una piccola chiesetta di montagna, vi era ai piedi di una splendida croce un cesto pieno di candele,

pronte per essere accese e così illuminare il volto di Gesù.
Quella mattina, una delle candele iniziò a dire alla sua vicina:

«Non vedo l’ora che qualcuno mi prenda e mi accenda per illuminare il volto del mio Signore».

L’altra invece preoccupata rispose: «No, io non voglio morire così presto… voglio vivere ancora…».

Entra in chiesa una bambina con la sua nonna e prende proprio la candela che non vedeva l’ora di essere accesa,

l’altra invece non appena vedeva avvicinarsi qualcuno, scivolava in fondo al cesto per non farsi prendere.

A fine giornata la prima candela si era ormai consumata,

ma per molte ore aveva fatto luce al volto di Gesù.
Il sacrestano ritirò il cesto con le candele avanzate in sacrestia,

ma distrattamente le lasciò sul termosifone.

Il mattino le ritrovò tutte sciolte e ormai inutilizzabili.

 

 

 

PENSIERO CONCLUSIVO :

Vi sono persone che hanno speso la loro vita per illuminare le tenebre del mondo,

altre invece che non hanno mai fatto luce e si sono sciolte nelle proprie paure e insicurezze.

Tu che candela vuoi essere?

 

 

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Liturgia del giorno: Audio salmo (78) 79

6 ottobre 2017

Venerdì, 06 ottobre 2017


 

Salvaci, Signore, per la gloria del tuo nome.

[1] Salmo. Di Asaf.
O Dio, nella tua eredità sono entrate le nazioni,
hanno profanato il tuo santo tempio,
hanno ridotto in macerie Gerusalemme.

[2] Hanno abbandonato i cadaveri dei tuoi servi
in pasto agli uccelli del cielo,
la carne dei tuoi fedeli
agli animali selvaggi.

[3] Hanno versato il loro sangue come acqua
intorno a Gerusalemme, e nessuno seppelliva.

[4] Siamo divenuti l’obbrobrio dei nostri vicini,
scherno e ludibrio di chi ci sta intorno.

[5] Fino a quando, Signore, sarai adirato: per sempre?
Arderà come fuoco la tua gelosia?

[6] Riversa il tuo sdegno sui popoli che non ti riconoscono
e sui regni che non invocano il tuo nome,

[7] perché hanno divorato Giacobbe,
hanno devastato la sua dimora.

[8] Non imputare a noi le colpe dei nostri padri,
presto ci venga incontro la tua misericordia,
poiché siamo troppo infelici.

[9] Aiutaci, Dio, nostra salvezza,
per la gloria del tuo nome,
salvaci e perdona i nostri peccati
per amore del tuo nome.

[10] Perché i popoli dovrebbero dire:
“Dov’è il loro Dio?”.
Si conosca tra i popoli, sotto i nostri occhi,
la vendetta per il sangue dei tuoi servi.

[11] Giunga fino a te il gemito dei prigionieri;
con la potenza della tua mano
salva i votati alla morte.

[12] Fà ricadere sui nostri vicini sette volte
l’affronto con cui ti hanno insultato, Signore.

[13] E noi, tuo popolo e gregge del tuo pascolo,
ti renderemo grazie per sempre;
di età in età proclameremo la tua lode.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

 

Commento:

Come nel Salmo 74, anche in questa lamentazione nazionale Gerusalemme appare come un cumulo di macerie insanguinate, dopo che Nabucodonosor, nel 586 a.C., è passato su di essa con le sue armate, come un turbine. L ‘elegia entra di colpo nel dramma puntando l’obiettivo subito sulla città santa devastata: il Tempio è diroccato e profanato, qua e là si inciampa in cadaveri in decomposizione, lugubri rapaci si aggirano sulle prede, il sangue brilla sulle pietre, il silenzio e la vergogna avvolgono tutto Israele come un manto (vv. 1-4). Ecco allora che il poeta corre alla ricerca delle cause profonde che stanno alla base della tragedia ebraica: non c’è solo la crudeltà degli oppressori, c’è anche il peccato d’Israele (vv. 5-9). È necessario che Dio torni a perdonare, torni a raccogliere Israele come il suo gregge, torni a mostrare la sua fama di difensore dei poveri contro i trionfatori della storia (vv. 10-13). Questa preghiera nella tragedia si rivela, allora, anche come un appello contro ogni sterile rassegnazione. Il Dio che ci ha abbandonati è un Dio vivo e giusto che conosce il perdono e la speranza nei confronti dell’uomo.
Claudel ha rielaborato questa supplica nel Salmo di Varsavia, dedicato alle vittime del ghetto della capitale polacca sotto la ferocia nazista.

Monsignor Gianfranco Ravasi

 

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Omelia Papa Francesco Messa Santa Marta 06.10.2017

6 ottobre 2017

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

La grazia del pentimento

Venerdì, 6 ottobre 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

 

Il nostro «primo nome è “peccatore”». Per questo «chiediamo al Signore la grazia di vergognarci» davanti a Dio onnipotente che «ci abbraccia» con tutta la sua misericordia. E «per chiedere perdono la strada giusta ce la indica oggi il profeta Baruc» ha affermato Papa Francesco nella messa celebrata venerdì mattina, 6 ottobre, a Santa Marta.

Infatti «la prima lettura è un atto di pentimento» ha fatto subito notare riferendosi proprio al passo del libro di Baruc (1, 15-22). «Il popolo si pente davanti al Signore e chiede perdono dei suoi peccati: si pente guardando la gloria del Signore e le cose brutte che ha fatto». E «il passo del profeta Baruc incomincia così: “Al Signore, nostro Dio, la giustizia” perché lui è giusto e “a noi il disonore sul volto”».

Dunque, ha affermato il Pontefice, «si sentono così, senza onore e con questo cuore chiedono perdono». E «non dicono: “abbiamo fatto questo, questo, questo, questo …”: le cose che hanno fatto sempre, le dicono in rapporto con il Signore, davanti al Signore». È questo «il modo di pentirsi: tutto il popolo si pentì, in quel momento, e chiede perdono per tutti “gli abitanti di Gerusalemme, per i nostri re e per i nostri capi, per i nostri sacerdoti e i nostri profeti e per i nostri padri, perché abbiamo peccato contro il Signore”».

«Questo vuol dire che tutti siamo peccatori, tutti» ha rilanciato Francesco. Tanto che «nessuno può dire “io sono giusto” o “io non sono come quello o come quella”». Ma riconoscere, piuttosto, che «io sono peccatore». E «io direi che quasi è il primo nome che tutti abbiamo: peccatori» ha affermato il Papa, chiedendosi poi: «Perché siamo peccatori? Abbiamo disobbedito, sempre in rapporto con il Signore: lui ha detto una cosa e noi ne abbiamo fatto un’altra; non abbiamo ascoltato la voce del Signore: lui ci ha parlato tante volte». In effetti, ha insistito, «nella nostra vita ognuno può pensare: “quante volte il Signore ha parlato a me, quante volte non ho ascoltato!”». Per esempio, ha proseguito, «ha parlato con i genitori, con la famiglia, con il catechista, nella chiesa, nelle prediche, ha parlato anche nel nostro cuore: sentiamo la voce del Signore» ma «non abbiamo ascoltato quella voce che ci diceva di “camminare secondo i decreti” che lui aveva dato».

Si legge ancora nel passo di Baruc proposto dalla liturgia: «Noi ci siamo ribellati al Signore nostro Dio». E «il peccato è sempre quello» in quanto «il peccato isolato non esiste». Perché «il peccato sempre è peccato perché è in rapporto con Dio». Anzi, ha spiegato il Pontefice, «il peccato isolato» è nella «descrizione nei libri ma, nella vita, un peccato è sempre una cosa brutta davanti a Dio, nel rapporto con lui». E così, ha proseguito il Papa riprendendo le parole del brano di Baruc, «ci siamo ribellati» a lui, «ci siamo ostinati a non ascoltare la sua voce»: ecco «l’ostinazione del cuore».

«Io penso — ha confidato Francesco — che il profeta ci insegna come pentirci; ci insegna qual è la strada per chiedere perdono, la vera strada». Baruc scrive che «con il peccato ci sono venuti addosso tanti mali»: e questo «perché — ha notato il Papa — il peccato rovina, rovina il cuore, rovina la vita, rovina l’anima: indebolisce, ammala». Si legge ancora nel passo di Baruc: «Non abbiamo ascoltato la voce del Signore» e, anzi, «ognuno di noi, invece di ascoltare la voce del Signore “ha seguito le perverse inclinazioni del suo cuore, ha servito dèi stranieri e ha fatto ciò che è male agli occhi del Signore”».

In sostanza, ha affermato il Pontefice, «il Signore ci ha parlato» ma «ognuno di noi ha fatto il contrario: è caduto nell’idolatria, le piccole idolatrie di ogni giorno, ha fatto quello che è male agli occhi del Signore e ha seguito “le perverse inclinazioni del cuore”».

«Noi sappiamo — ha detto suggerendo di fare una riflessione personale — che nel nostro cuore ci sono tante volte inclinazioni verso i peccati: verso la cupidigia, verso l’invidia, verso l’odio, verso la maldicenza». E «pensiamo» proprio alla «maldicenza: forse voi no — non so — ma quante volte io ho parlato male degli altri? Quante volte io ho sparlato?». La maldicenza, infatti, «è un’inclinazione del cuore: rovinare la vita altrui». Di più: «Noi ci strappiamo le vesti quando sentiamo le notizie delle guerre, ma sparlare è una guerra, è una guerra del cuore per distruggere l’altro». E quando «il Signore ci dice: “no, non sparlare, stai zitto”», invece «io faccio quello che voglio».

È importante dunque, ha fatto presente Francesco, «guardare sempre il peccato in questo rapporto con il Signore che ci ama, ci dà tutto» ,anche se «noi facciamo quello che vogliamo». Per questa ragione, ha suggerito ancora, «quando noi facciamo l’esame di coscienza o ci prepariamo alla confessione, non dobbiamo fare solamente un elenco dei peccati, come l’elenco telefonico o l’elenco che esce nei supermercati: no». Bisogna invece riconoscere «questo peccato che ho fatto davanti al Signore: Sempre fare il rapporto: “Io ho fatto questo davanti a te”».

Molte volte, ha fatto notare, «andiamo alla confessione con la lista dei peccati — brutti, quello è vero — e buttiamo lì tutto davanti al prete, e rimaniamo tranquilli». Ma, ha proseguito, «io mi domando: dove c’è il Signore, lì? Ho pensato che questo peccato è contro il Signore? “Ah, non mi è venuto in mente”». Eppure «non è una macchia da toglierti, se fosse una macchia basterebbe andare alla tintoria e farsi pulire». Invece, ha spiegato il Papa, «il peccato è un rapporto di ribellione contro il Signore: è brutto in sé stesso, ma brutto contro il Signore che è buono». Allora «se io penso così i miei peccati, invece di entrare in depressione sento quel grande sentimento: la vergogna, il disonore di cui parla il profeta Baruc». Perché «la vergogna è una grazia: sentire vergogna davanti al Signore».

Da qui la proposta di un esame di coscienza personale: «Nessuno risponda, ma sì, si risponda nel cuore: voi avete sentito vergogna davanti al Signore, per i vostri peccati? Avete chiesto la grazia della vergogna, la grazia di vergognarmi davanti a te, Signore, che ti ho fatto questo? Perché io sono cattivo: guariscimi, Signore». E «che il Signore ci guarisca tutti» ha auspicato il Papa, ricordando che la vergogna «apre la porta alla guarigione del Signore».

Da parte sua, ha continuato Francesco, «cosa fa il Signore? Fa quello che abbiamo pregato nell’orazione colletta all’inizio: “Signore, Tu che riveli la tua onnipotenza, soprattutto con la misericordia e il perdono”». Dunque, «quando il Signore ci vede così» dobbiamo «vergognarci di quello che abbiamo fatto e con umiltà chiedere perdono: lui è l’onnipotente, cancella, ci abbraccia, ci accarezza e ci perdona». Ma «per arrivare al perdono la strada è quella che oggi ci insegna il profeta Baruc».

«Lodiamo oggi il Signore — è stata l’esortazione del Papa — perché ha voluto manifestare l’onnipotenza proprio nella misericordia e nel perdono; poi, anche nella creazione del mondo, ma questo è secondo». E «soprattutto nella misericordia e nel perdono e davanti a un Dio così buono, che perdona tutto, che ha tanta misericordia, chiediamo la grazia della vergogna, di vergognarci; la grazia di sentire il disonore». Come scrive Baruc, «al Signore nostro Dio, la giustizia; a noi, il disonore, cioè la vergogna». E «con questa vergogna, avvicinarsi a lui che è tanto onnipotente nella misericordia e nel perdono».

Un pensiero nella notte al Signore

4 ottobre 2017

Preghiera “Absorbeat”

Rapisca, ti prego, o Signore,

l’ardente e dolce forza del tuo amore la mente mia

da tutte le cose che sono sotto il cielo,

perché io muoia per amore dell’amor tuo,

come tu ti sei degnato morire

per amore dell’amor mio.

San Francesco

Liturgia del giorno: Audio salmo (15) 16

4 ottobre 2017

Mercoledì, 04 Ottobre 2017


Tu sei, Signore, mia parte di eredità.

Il Signore, mia parte di eredità

[1] Miktam. Di Davide.
Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.

[2] Ho detto a Dio: “Sei tu il mio Signore,
senza di te non ho alcun bene”.

[3] Per i santi, che sono sulla terra,
uomini nobili, è tutto il mio amore.

[4] Si affrettino altri a costruire idoli:
io non spanderò le loro libazioni di sangue
né pronunzierò con le mie labbra i loro nomi.

[5] Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.

[6] Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi,
è magnifica la mia eredità.

[7] Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio cuore mi istruisce.

[8] Io pongo sempre innanzi a me il Signore,
sta alla mia destra, non posso vacillare.

[9] Di questo gioisce il mio cuore,
esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,

[10] perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro,
né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.

[11] Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena nella tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.

premere qui per ascoltare il salmo.


 

 

Commento:

Questo salmo è una delle più squisite composizioni del salterio. È una preghiera di fiducia percorsa da simboli sapienziali. Si presenta come una professione orante di fede in Dio. È un vero e proprio canto di fiducia e di intimità con Dio.
L’autore di questo salmo è, molto probabilmente, un sacerdote addetto ai servizi del tempio. Dalle sue labbra esce uno dei più bei canti di fiducia e di pace che mai siano stati scritti. Non si limita a gridarci la sua gioia; ce ne fornisce anche la fonte. Rivolto al Signore afferma: “Senza di te non ho alcun bene” (v. 2). È uno che ha puntato tutto su Dio. Ha “giocato” la sua vita su di lui: “Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle sue mani è la mia vita” (v. 5). Ha imparato una cosa fondamentale: “Io pongo sempre innanzi a me il Signore” (v. 8). Non sta a fare l’inventario di ciò che tengono in pugno gli altri. Né sta a ruminare la lista delle cose che gli mancano. È completamente soddisfatto di ciò che il Signore gli ha dato. Non è disposto a lottizzare il proprio cuore o imbottirlo di sciocchezze. Rifiuta tutti gli idoli nelle forme più svariate e affascinanti (v. 4). La gioia e l’esultanza del v. 9 è offerta a tutti, ma a un patto: che si possa dire con tutta sincerità: “Senza di te non ho alcun bene… nelle tue mani è la mia vita… io pongo sempre innanzi a me il Signore”. Forse ripetendo queste espressioni sentiamo stridere qualcosa dentro di noi. Segno inequivocabile che il nostro cuore ospita troppe cianfrusaglie: vanità, vuoto, successo, prestigio, denaro… Allora non dobbiamo stupirci che la nostra gioia sia andata in pezzi e che le schegge che raccattiamo faticosamente ci feriscano le mani.
È d’obbligo, a questo punto, ricordare il primo e il più grande comandamento, l’essenza della legge, l’amore di Dio: “Ascolta Israele: il Signore è nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, e con tutte le forze”
don LINO PEDRON

 

 

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Udienza Generale di Papa Francesco del 4 ottobre 2017

4 ottobre 2017

Ecco, il vero cristiano è così: non lamentoso e arrabbiato, ma convinto, per la forza della risurrezione, che nessun male è infinito, nessuna notte è senza termine, nessun uomo è definitivamente sbagliato, nessun odio è invincibile dall’amore.

 

 

 

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 4 ottobre 2017

[Multimedia]

 

 

La Speranza cristiana – 35. Missionari di speranza oggi

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa catechesi voglio parlare sul tema “Missionari di speranza oggi”. Sono contento di farlo all’inizio del mese di ottobre, che nella Chiesa è dedicato in modo particolare alla missione, e anche nella festa di San Francesco d’Assisi, che è stato un grande missionario di speranza!

In effetti, il cristiano non è un profeta di sventura. Noi non siamo profeti di sventura. L’essenza del suo annuncio è l’opposto, l’opposto della sventura: è Gesù, morto per amore e che Dio ha risuscitato al mattino di Pasqua. E questo è il nucleo della fede cristiana. Se i Vangeli si fermassero alla sepoltura di Gesù, la storia di questo profeta andrebbe ad aggiungersi alle tante biografie di personaggi eroici che hanno speso la vita per un ideale. Il Vangelo sarebbe allora un libro edificante, anche consolatorio, ma non sarebbe un annuncio di speranza.

Ma i Vangeli non si chiudono col venerdì santo, vanno oltre; ed è proprio questo frammento ulteriore a trasformare le nostre vite. I discepoli di Gesù erano abbattuti in quel sabato dopo la sua crocifissione; quella pietra rotolata sulla porta del sepolcro aveva chiuso anche i tre anni entusiasmanti vissuti da loro col Maestro di Nazareth. Sembrava che tutto fosse finito, e alcuni, delusi e impauriti, stavano già lasciando Gerusalemme.

Ma Gesù risorge! Questo fatto inaspettato rovescia e sovverte la mente e il cuore dei discepoli. Perché Gesù non risorge solo per sé stesso, come se la sua rinascita fosse una prerogativa di cui essere geloso: se ascende verso il Padre è perché vuole che la sua risurrezione sia partecipata ad ogni essere umano, e trascini in alto ogni creatura. E nel giorno di Pentecoste i discepoli sono trasformati dal soffio dello Spirito Santo. Non avranno solamente una bella notizia da portare a tutti, ma saranno loro stessi diversi da prima, come rinati a vita nuova. La risurrezione di Gesù ci trasforma con la forza dello Spirito Santo. Gesù è vivo, è vivo fra noi, è vivente e ha quella forza di trasformare.

Com’è bello pensare che si è annunciatori della risurrezione di Gesù non solamente a parole, ma con i fatti e con la testimonianza della vita! Gesù non vuole discepoli capaci solo di ripetere formule imparate a memoria. Vuole testimoni: persone che propagano speranza con il loro modo di accogliere, di sorridere, di amare. Soprattutto di amare: perché la forza della risurrezione rende i cristiani capaci di amare anche quando l’amore pare aver smarrito le sue ragioni. C’è un “di più” che abita l’esistenza cristiana, e che non si spiega semplicemente con la forza d’animo o un maggiore ottimismo. La fede, la speranza nostra non è solo un ottimismo; è qualche altra cosa, di più! È come se i credenti fossero persone con un “pezzo di cielo” in più sopra la testa. È bello questo: noi siamo persone con un pezzo di cielo in più sopra la testa, accompagnati da una presenza che qualcuno non riesce nemmeno ad intuire.

Così il compito dei cristiani in questo mondo è quello di aprire spazi di salvezza, come cellule di rigenerazione capaci di restituire linfa a ciò che sembrava perduto per sempre. Quando il cielo è tutto nuvoloso, è una benedizione chi sa parlare del sole. Ecco, il vero cristiano è così: non lamentoso e arrabbiato, ma convinto, per la forza della risurrezione, che nessun male è infinito, nessuna notte è senza termine, nessun uomo è definitivamente sbagliato, nessun odio è invincibile dall’amore.

Certo, qualche volta i discepoli pagheranno a caro prezzo questa speranza donata loro da Gesù. Pensiamo a tanti cristiani che non hanno abbandonato il loro popolo, quando è venuto il tempo della persecuzione. Sono rimasti lì, dove si era incerti anche del domani, dove non si potevano fare progetti di nessun tipo, sono rimasti sperando in Dio. E pensiamo ai nostri fratelli, alle nostre sorelle del Medio Oriente che danno testimonianza di speranza e anche offrono la vita per questa testimonianza. Questi sono veri cristiani! Questi portano il cielo nel cuore, guardano oltre, sempre oltre. Chi ha avuto la grazia di abbracciare la risurrezione di Gesù può ancora sperare nell’insperato. I martiri di ogni tempo, con la loro fedeltà a Cristo, raccontano che l’ingiustizia non è l’ultima parola nella vita. In Cristo risorto possiamo continuare a sperare. Gli uomini e le donne che hanno un “perché” vivere resistono più degli altri nei tempi di sventura. Ma chi ha Cristo al proprio fianco davvero non teme più nulla. E per questo i cristiani, i veri cristiani, non sono mai uomini facili e accomodanti. La loro mitezza non va confusa con un senso di insicurezza e di remissività. San Paolo sprona Timoteo a soffrire per il vangelo, e dice così: «Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza» (2 Tm 1,7). Caduti, si rialzano sempre.

Ecco, cari fratelli e sorelle, perché il cristiano è un missionario di speranza. Non per suo merito, ma grazie a Gesù, il chicco di grano che, caduto nella terra, è morto e ha portato molto frutto (cfr Gv 12,24).

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Un pensiero nella notte al Signore

3 ottobre 2017

 

Inno d’Amore al Padre nella preghiera notturna

Anna Marinelli

Lasciatemi rumori del mondo
voglio incontrare il mio Dio,
poterne udire la voce
che mi chiama con nome di figlia.

Lasciatemi passioni di questa terra
voglio innalzarmi al di sopra
del quotidiano, e confondermi
fra i Cori celesti
che affollano la dimora del Padre
per lasciarmi avvolgere
dalla sua Luce.

Lasciatemi, lasciatemi pensieri
di fatui incontri,
voglio aspettare l’aurora
e l’Amato che bussa alla porta.

Come cerva
attendo la sua acqua,
come cerva assetata di grazia.

Lasciatemi ombre della notte,
voglio incontrare l’aurora,
voglio cantare al mio Dio
a Colui che di Sé m’innamora.

 

 

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Liturgia del giorno: Audio salmo (87) 86

3 ottobre 2017

Martedì, 03 Ottobre 2017


Il Signore è con noi.

[1] Dei figli di Core. Salmo. Canto.
Le sue fondamenta sono sui monti santi;

[2] il Signore ama le porte di Sion
più di tutte le dimore di Giacobbe.

[3] Di te si dicono cose stupende,
città di Dio.

[4] Ricorderò Raab e Babilonia fra quelli che mi conoscono;
ecco, Palestina, Tiro ed Etiopia:
tutti là sono nati.

[5] Si dirà di Sion: “L’uno e l’altro è nato in essa
e l’Altissimo la tiene salda”.

[6] Il Signore scriverà nel libro dei popoli:
“Là costui è nato”.

[7] E danzando canteranno:
“Sono in te tutte le mie sorgenti”.

Premere qui per ascoltare il salmo.


 

 

COMMENTO:

 

Questo breve canto di Sion, dal testo particolarmente difficile e in qualche punto oscuro, contiene in se una carica ecumenica che può essere variamente interpretata. Sion, comunque, appare come la radice della compattezza cosmica, è la fonte di ogni armonia per la planimetria della terra e delle nazioni i cui quattro punti cardinali sono nettamente delineati: Babilonia è la superpotenza orientale, Rahab, cioè l’Egitto, è quella occidentale. Tiro e Filistea rappresentano il nord mentre l’Etiopia il profondo sud. Ebbene, tutti questi popoli sul libro della storia curato da Dio sono registrati come cittadini di Gerusalemme. Per tre volte, nei vv. 4.5.6, si ripete il verbo ebraico jullad, «è nato là»: tutti i popoli della terra, non più considerati come impuri e pagani, hanno la loro «materna origine», la loro «sorgente» proprio in Sion, là dove risiede il Signore, la città che fa tutti gli uomini uguali e in pace. È naturale il riferimento cristiano alla Gerusalemme della Pentecoste in cui tutte le nazioni si ritrovano nelle loro lingue ad annunziare la stessa «grande opera di Dio» (Atti 2,5-12).

RAVASI

 

 

 

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Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 3 ottobre 2017

3 ottobre 2017

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Da solo verso Gerusalemme

Martedì, 3 ottobre 2017

 

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.227, 04/10/2017)

«Chiedere a Gesù la grazia di seguirlo da vicino», per non lasciarlo solo, superando così le tentazioni di guardare noi stessi per «spartirsi la torta» degli interessi personali: è il consiglio spirituale suggerito da Francesco nella messa celebrata, martedì 3 ottobre, a Santa Marta.

«Questo passo del Vangelo — ha subito fatto notare il Pontefice riferendosi al brano liturgico di Luca (9, 51-56) — ci racconta il momento nel quale si avvicina la passione del Signore: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto”». E così, ha spiegato, «Gesù va avanti, si avvicina il momento della croce, il momento della passione, e davanti a questo Gesù fa due cose».

Anzitutto, il Signore «prese la ferma decisione di mettersi in cammino — “accetto la volontà del Padre” — e va avanti». Poi, «annuncia questo ai suoi discepoli: Gesù è deciso a fare la volontà del Padre fino alla fine». E al Padre lo dice chiaramente: «È la tua volontà, io sono qui per obbedire; tu non vuoi sacrifici, ma tu vuoi obbedienza e io obbedisco e vado avanti».

Del resto, ha affermato il Papa, Gesù «soltanto una volta si è permesso di chiedere al Padre di allontanare un po’ questa croce»: quando nell’orto degli ulivi domanda al Padre: «Se possibile allontana da me questo calice, ma non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gesù è «obbediente a quello che il Padre vuole: deciso e obbediente e niente di più, e così, fino alla fine».

«Il Signore entra in pazienza» ha proseguito il Pontefice, perché «è un esempio di cammino non solo morire soffrendo sulla croce, ma camminare in pazienza». Così Gesù, «davanti a questa decisione ferma che lui prese, comunica ai suoi discepoli che si avvicina il tempo». Da parte loro, «i discepoli — tanti passi dei Vangeli raccontano il loro atteggiamento davanti a questo cammino verso Gerusalemme — alcune volte non capiscono cosa vuol dire o non vogliono capire, perché avevano paura, erano impauriti». Tanto che, ha fatto presente il Papa, «quando Gesù disse loro di andare da Marta e Maria perché Lazzaro era morto, loro cercarono di convincerlo a non andare lì in Giudea perché era pericoloso per la vita: avevano paura, erano impauriti».

Per questa ragione, dunque, i discepoli «non domandavano, non capivano», magari dicendosi fra sé che era «meglio non domandare su questo: “lasciamo che il tempo vada avanti, forse cambia, e no di questo argomento non si parla”». Insomma, è l’atteggiamento di «nascondere la verità sotto il tavolo, lì, che non si veda». Di più: «altri, in altri momenti, parlavano di cose loro, cose totalmente staccate da quello che Gesù diceva».

Difatti quando il Signore esortava: «andiamo a Gerusalemme, il figlio dell’uomo sarà crocifisso», loro non capivano di cosa parlasse. E «si vergognavano perché avevano parlato su chi tra loro fosse il più grande: “No, a te tocca questo quando viene il regno; a me alla destra, tu alla sinistra”. E si spartivano la torta, un pezzo a ognuno». Mentre Gesù restava «solo, solo». Invece «altre volte, come in questo caso, cercavano di fare qualcosa: “Signore c’è uno che caccia i demoni, ma non è di noi, che cosa facciamo?”». Oppure facevano «come i due figli di Zebedeo che volevano essere alla destra e alla sinistra di Gesù nel momento della venuta del regno». Luca, nel suo vangelo, racconta che i samaritani non vollero ricevere Gesù in un villaggio. E la reazione di Giacomo e Giovanni è forte: «Facciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Insomma, ha spiegato il Papa, «cercano di fare cose alienanti» ma, prosegue l’evangelista, «Gesù si voltò e li rimproverò».

In sostanza, ha affermato il Pontefice, i discepoli «cercavano un alibi per non pensare a questo che attendeva». E invece «Gesù» era «solo, non era accompagnato in questa decisione, perché nessuno capiva il mistero di Gesù, la solitudine di Gesù nel cammino verso Gerusalemme: solo!». Tutto «questo fino alla fine»: basti pensare, ha rilanciato il Papa, «all’abbandono dei discepoli, al tradimento di Pietro». Gesù è dunque «solo: il Vangelo ci dice che gli apparve soltanto un angelo dal cielo per confortarlo nell’orto degli ulivi. Soltanto quella compagnia. Solo!».

«Ma lui, solo, prese la decisione di andare avanti a fare la volontà del Padre», ha osservato Francesco. E i discepoli «non capivano: facevano altre cose, litigavano fra loro o cercavano alternative per non pensarci». Questa «solitudine di Gesù a volte si manifesta: ricordiamo quella volta che si accorse che non era capito: “O generazione incredula e perversa, fino a quando dovrei stare tra voi e sopportarvi?”». Il Signore, quindi, «sentiva questa solitudine».

Proprio in questa prospettiva, il Papa ha suggerito «che oggi tutti noi prendiamo un po’ di tempo per pensare: Gesù ci ha amato tanto e non è stato capito dai suoi». Persino «i parenti, dice il Vangelo, quando sono andati a trovarlo dicevano: “È fuori di testa, è fuori di testa”. Non era capito». E così, ha insistito Francesco, è importante «pensare a Gesù solo, verso la croce, deciso, in mezzo all’incomprensione dei suoi: pensare questo e vedere Gesù camminare decisivamente verso la croce e ringraziarlo». Dire, insomma: «Grazie Signore perché sei stato obbediente, sei stato coraggioso; hai amato tanto, mi hai amato tanto».

In questo modo si può «fare oggi un colloquio con lui: quante volte io cerco di fare tante cose e non guardo te, che hai fatto questo per me? Tu che sei entrato in pazienza — l’uomo paziente, Dio paziente — e che con tanta pazienza tolleri i miei peccati, i miei fallimenti?». E allora, ha detto ancora Francesco, si può «parlare con Gesù così — lui è deciso sempre ad andare avanti, a mettere la faccia — e ringraziarlo».

Dunque, ha concluso il Pontefice, «prendiamo oggi un po’ di tempo, pochi minuti — cinque, dieci, quindici — davanti al crocifisso forse, o con l’immaginazione vedere Gesù camminare decisamente verso Gerusalemme e chiedere la grazia di avere il coraggio di seguirlo da vicino».