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Angelus Domini. Diretta e testo della meditazione

25 gennaio 2015

Domenica 25 gennaio 2015

 

Diretta alle 11,55 circa

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2015/1/22/angelus.html

 

 

Medjugorie, 25 gennaio 2015. Testo e audio del messaggio della Madonna. Prossima pubblicazione

24 gennaio 2015

 

Il messaggio sarà dato alla veggente Marija nel corso della giornata e verrà pubblicato appena possibile su questo sito in altro post.

 

 

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Testo del precedente Messaggio dato a Mirjana il 2 gennaio 2015

“ Cari figli, sono qui in mezzo a voi come madre che desidera aiutarvi affinchè conosciate la verità.Mentre vivevo la vostra vita sulla terra io avevo la consapevolezza della verità e con ciò un pezzettino di paradiso sulla terra.Perciò per voi miei figli desidero lo stesso: il Padre celeste desidera cuori puri, colmi della consapevolezza della verità.Desidero che amiate tutti coloro che incontrate, perchè anche io amo mio Figlio in ognuno di voi.Questo è l’inizio per conoscere la verità.A voi si offrono molte false verità, le supererete con il cuore purificato con il digiuno, con la preghiera, con il sacrificio e con l’osservanza del vangelo.Questa è l’unica verità, questa è la verità che mio Figlio vi ha lasciato.Non dovete contemplarla soltanto, questo si chiede da voi, da voi si chiede ciò che anche io ho fatto, di amare e donare.Figli miei, se amate, i vostri cuori saranno la dimora di mio Figlio e la mia e la Parola di mio Figlio sarà la guida della vostra vita.Figli miei, mi servirò di voi, apostoli dell’amore per aiutare tutti i miei figli affinchè conoscano la verità.Figli miei, io ho pregato sempre per la Chiesa di mio Fglio, perciò questa cosa chiedo anche a voi: pregate affinchè i vostri pastori si illuminino dell’amore di mio Figlio.Vi ringrazio.”

 

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La Chiesa sembra guardare con favore ma non si è ancora espressa ufficialmente sui fatti di Medjugorje.

 

“Cristo Maestro d’umanità”. Spartito. Inno ufficiale del 5° Convegno Ecclesiale composto da Mons. Marco Frisina su un testo di suor A.M. Galliano

23 gennaio 2015

SPARTITO

La celebrazione del Convegno della Chiesa italiana è sempre un momento straordinario per la vita della nostra comunità ecclesiale; è un’occasione unica per incontrarci, discutere, aprirci alla conoscenza del tessuto vivo della nostra Chiesa e camminare insieme. In questo contesto il canto ha una grande importanza perché diviene uno strumento efficace di comunione e di condivisione, una bella possibilità per pregare insieme e vivere momenti di comunione. La musica fa cantare il cuore e la mente e ci fa sperimentare la bellezza sia nella preghiera liturgica che nei momenti di incontro e di riflessione. Dio ce l’ha donata perché fosse il mezzo per dire ciò che le sole parole non possono esprimere, per dare spazio alla gioia o al dolore, all’entusiasmo e all’emozione e farci sentire tutti partecipi di un’unica esperienza spirituale ed umana. In queste occasioni l’inno può ricoprire un ruolo significativo, la musica è infatti capace di far ricordare i momenti vissuti e un canto, appreso nei giorni del Convegno, può in seguito entrare nel repertorio liturgico della comunità accompagnando la diffusione dei contenuti e delle proposte ascoltate in quei giorni.

Ho scritto la musica di quest’inno cercando di rispettare la struttura e le sottolineature contenute nel ricco testo di suor Anna Maria Galliano. Ho cercato di comporre per il ritornello una melodia semplice ma solenne che ha nell’acclamazione “Signore Gesù” il suo punto culminante. Le strofe hanno un testo più complesso in cui tornano alcuni elementi strutturali che ho cercato di rispettare. Dopo una prima parte che si rivolge a Cristo invocato nei suoi appellativi più significativi c’è sempre l’espressione :”Noi pellegrini” che ho voluto evidenziare; siamo proprio noi, figli del nostro tempo, in cammino nella storia, che siamo chiamati a portare il vangelo per le strade del mondo: ci rivogliamo al Signore perché siamo pronti a condividere con lui questa meravigliosa avventura di testimonianza e annuncio. Questa nuova sezione della strofa culmina musicalmente nella frase finale, anch’essa sottolineata con un’acclamazione piena di entusiasmo che apre alla ripresa del ritornello.

Spero che quest’inno possa dare il suo piccolo contributo per vivere con profondità e gioia l’importante momento ecclesiale che siamo chiamati a vivere in novembre. Sarà bello sentirci Chiesa con il cuore aperto verso ogni uomo, impegnati fino in fondo a testimoniare e cantare la bellezza del Vangelo.

Mons. Marco Frisina

Card. G. Ravasi. “E la Bibbia accolse lo straniero”

23 gennaio 2015

 

Non è difficile rilevare nella Bibbia, dopo una logica dell’esclusione, una dell’accoglienza, che costituisce l’ambito in cui Dio agisce per portare i figli d’Israele a essergli testimoni tra le genti. Come si è visto, Dio, per educare il suo popolo a non sentirsi un privilegiato, invia profeti, che invitano ad aprire il cuore e le braccia a tutti, e sapienti, che trovano i semi di verità dispersi in tutte le culture.
A proposito dell’accoglienza rituale prendiamo ad esempio una pagina cruciale della Bibbia come il Decalogo. Cosa si legge nel comandamento del sabato? Che il riposo sabbatico deve essere praticato anche dal forestiero che dimora presso l’israelita (Es 20,10); anche lui ha diritto al riposo con l’ebreo. In alcuni passi legislativi dell’Antico Testamento, come nei libri del Levitico (16,29) e dei Numeri (9,14), si andrà oltre, affermando che anche lo straniero ha diritto a far festa nel giorno di Pasqua, e a partecipare addirittura a quella celebrazione che è forse la più ebraica di tutte: il Kippur, la solennità del digiuno, dell’espiazione delle colpe. Per il culto sinagogale il Kippur è la celebrazione che in assoluto contraddistingue l’ebreo nell’ambito della liturgia.

Ecco, anche questa festa è aperta allo straniero, se vuole partecipare. E come non ricordare il Terzo Isaia che al capitolo 56 arriva al punto di definire il tempio di Sion come «casa di preghiera per tutti i popoli»? La stessa direzione è percorsa anche dal Primo Isaia al capitolo 2, quando descrive la scena di un’immensa processione di popoli attratti dalla parola del Signore e pronti a ritrovare la pace e la fraternità, «a non alzare più la spada contro un altro popolo» (2,2-5).

Un passo poco conosciuto del profeta Sofonia, più o meno contemporaneo o di poco precedente a Geremia, ci presenta in proposito in un solo versetto un sorprendente bozzetto del tempio di Gerusalemme e del suo culto. Potrebbe trattarsi forse di un sogno, e sicuramente lo è ancora per noi cristiani che non possiamo attuarlo nell’interno delle nostre chiese con tutte le diverse confessioni dei credenti in Cristo. Ecco il ritratto di Sofonia 3,9 con una traduzione italiana molto vicina all’originale ebraico: «Io – dice il Signore – darò a tutti i popoli un labbro puro perché invochino il nome del Signore e lo servano tutti spalla a spalla».

È bella quest’immagine del vedere gli uomini tutti uguali, non ce n’è uno che è più su, che sta sulla predella o nel recinto sacro, come avveniva nel tempio di Gerusalemme, perché più importante e più puro degli altri. Nessuno è inferiore all’altro quando si trova nel luogo di preghiera perché impuro o indegno, ma tutti sono spalla a spalla. Tutti aderiscono allo stesso Dio e tutti hanno il labbro puro quando pregano, anche se le loro invocazioni non sono forse formulate secondo i canoni necessari della ritualità. «Non dica lo straniero che ha aderito al Signore – sarà ancora la voce del Terzo Isaia al capitolo 56,3 –: certo il Signore mi escluderà dal suo popolo».

La seconda logica dell’accoglienza, dopo quella cultuale, è quella sociale; un tema, tra l’altro, che sentiamo attuale e che è continuamente all’ordine del giorno nella nostra società. Stiamo vivendo un’esperienza che per molti versi sarà epocale e che qualcuno definisce come qualcosa di simile a quando ci furono le grandi immigrazioni e migrazioni dei cosiddetti barbari. In fin dei conti quelle genti erano semplicemente altre popolazioni, con un differente tipo di società e di civiltà, che nello scontro venivano però concepite come diverse, come molto più primitive. Tra parentesi, ricordiamo che, se è vero che talvolta l’evoluzione registra diversità, tuttavia non dobbiamo dimenticare che spesso il concetto di progresso è veramente molto relativo.

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Papa Francesco. Testo dell’Omelia feriale quotidiana a s. Marta. Messaggio per la XLIX Giornata sulle Comunicazioni Sociali. Inaugurazione dell’ Anno Giudiziario della Rota Romana

23 gennaio 2015

23 gennaio 2015

Eb 8,6-13   Sal 84   Mc 3,13-19

 

IL PERDONO DI DIO E’ INCONTRARE IL PADRE CHE RICONCILIA, CHE PERDONA E FA FESTA

 

(…)

Il lavoro di Dio, ed è un lavoro bello è riconciliare……il nostro Dio perdona qualsiasi peccato, sempre, fa festa quando uno gli chiede perdono e dimentica tutto. 

…Il Dio che riconcilia sceglie di mandare Gesù per ristabilire un nuovo patto con l’umanità e il caposaldo di questo patto è fondamentalmente uno: il perdono.

Un perdono che ha molte caratteristiche:

Prima di tutto, Dio perdona sempre! Non si stanca di perdonare. Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono. Ma Lui non si stanca di perdonare. Quando Pietro chiese a Gesù: “Quante volte io devo perdonare? Sette volte?” – “Non sette volte: settanta volte sette”. Cioè sempre. Così perdona Dio: sempre. Ma se tu hai vissuto una vita di tanti peccati, di tante cose brutte, ma alla fine, un po’ pentito, chiedi perdono, ti perdona subito! Lui perdona sempre.

….sul quanto Dio sia disposto a perdonare. Ebbene basta pentirsi e chiedere perdono: non si deve pagare niente, perché Cristo ha pagato per noi. Il modello è il figliol prodigo della parabola, che pentito prepara un discorso da fare a suo padre, il quale invece non lo fa nemmeno parlare ma lo abbraccia e lo tiene stretto a sé. Non c’è peccato che Lui non perdoni. Lui perdona tutto. ‘Ma, padre, io non vado a confessarmi perché ne ho fatte tante brutte, tante brutte, tante di quelle che non avrò perdono…’ No. Non è vero. Perdona tutto. Se tu vai pentito, perdona tutto. Quando… eh, tante volte non ti lascia parlare! Tu incominci a chiedere perdono e Lui ti fa sentire quella gioia del perdono prima che tu abbia finito di dire tutto.
E un’altra cosa: quando perdona, Dio fa festa.

E infine, Dio dimentica. Perché quello che importa per Dio è incontrarsi con noi. …… La confessione più che un giudizio, è un incontro:

Tante volte le confessioni sembrano una pratica, una formalità : ‘Po, po, po, po, po… Po, po, po… Vai”. Tutto meccanico! No! E l’incontro dov’è? L’incontro con il Signore che riconcilia, ti abbraccia e fa festa. E questo è il nostro Dio, tanto buono. Anche dobbiamo insegnare: che imparino i nostri bimbi, i nostri ragazzi a confessarsi bene, perché andare a confessarsi non è andare alla tintoria perché ti tolgono una macchia. No! E’ andare a incontrare il Padre, che riconcilia, che perdona e che fa festa”.

 

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Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio del Santo Padre Francesco per la 49a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 23.01.2015

Comunicare la famiglia:
ambiente privilegiato dell’incontro nella gratuità dell’amore

TESTO COMPLETO del MESSAGGIO PER LA XLIX GIORNATA DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

 

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Inaugurazione dell’ Anno Giudiziario della Rota Romana

ore 12,15

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Anno Internazionale della Luce. Unesco, 19 gennaio 2015. Discorso del card. Ravasi: “LA LUCE, UN SIMBOLO RELIGIOSO TRA IMMANENZA E TRASCENDENZA”

22 gennaio 2015

 

 

LA LUCE, UN SIMBOLO RELIGIOSO TRA IMMANENZA E TRASCENDENZA

          La luce, archetipo simbolico universale

          In tutte le civiltà la luce passa da fenomeno fisico ad archetipo simbolico, dotato di uno sterminato spettro di iridescenze metaforiche, soprattutto di qualità religiosa. La connessione primaria è di natura cosmologica: l’ingresso della luce segna l’incipit assoluto del creato nel suo essere ed esistere. Emblematico è l’avvio stesso della Bibbia, che è pur sempre il “grande codice” della cultura occidentale: Wayy’omer ʼelohȋm: Yehȋ ʼôr. Wayyehȋ ʼôr, «Dio disse: “Sia la luce!” e la luce fu!» (Genesi 1,3). Un evento sonoro divino, una sorta di Big bang trascendente, genera un’epifania luminosa: si squarcia, così, il silenzio e la tenebra del nulla per far sbocciare la creazione.

Anche nell’antica cultura egizia l’irradiarsi della luce accompagna la prima alba cosmica, segnata da una grande ninfea che esce dalle acque primordiali generando il sole. Sarà soprattutto questo astro a diventare il cuore stesso della teologia dell’Egitto faraonico, in particolare con le divinità solari Amon e Aton. Quest’ultimo dio, con Amenofis IVAkhnaton  (XIV sec. a. C.), diventerà il centro di una specie di riforma monoteistica, cantata dallo stesso faraone in uno splendido Inno ad Aton, il disco solare: tale riforma, però, passerà come una meteora di breve durata nel cielo del tradizionale politeismo solare egizio.

Similmente l’arcaica teologia indiana dei Rig-Veda considerava la divinità creatrice Prajapati come un suono primordiale che esplodeva in una miriade di luci, di creature, di armonie. Non per nulla, in un altro movimento religioso originatosi in quella stessa terra, il suo grande fondatore assumerà il titolo sacrale di Buddha, che significa appunto “l’Illuminato”. E, per giungere in epoche storiche più vicine a noi, anche l’Islam sceglierà la luce come simbolo teologico, tant’è vero che un’intera “sura” del Corano, la XXIV, sarà intitolata An-nûr, “la Luce”. Al suo interno un versetto sarà destinato a un enorme successo e ad un’intensa esegesi allegorica nella tradizione “sufi” (in particolare col pensatore mistico alGhazali nell’XI-XII sec.).

È il verso 35 che suona così: «Dio è luce in cielo e sulla terra. La sua luce è come quella di una lampada collocata in una nicchia. La lampada è rinchiusa in un cristallo, è come una stella dallo splendore abbagliante ed è accesa dall’olio di un ulivo benedetto … Luce su luce è Dio. Egli guida chi ama verso la sua luce». Si potrebbe continuare a lungo in questa esemplificazione passando attraverso le molteplici espressioni culturali e religiose di Oriente e di Occidente che adottano come cardine teologico un dato che è alla radice della comune esperienza esistenziale umana. La vita, infatti, è un “venire alla luce” (come in molte lingue è definita la nascita), ed è un vivere alla luce del sole o guidati nella notte dalla luce della luna e delle stelle.

          La luce come simbolo “teo-logico”

           Dati anche i limiti della nostra analisi, noi ora ci accontenteremo di due sole osservazioni essenziali, destinate soltanto a far intuire la complessità dell’elaborazione simbolica edificata su questa realtà cosmica. Da un lato approfondiremo la qualità “teologica” della luce per cui essa è un’analogia per parlare di Dio; dall’altro lato, esamineremo la dialettica lucetenebre nel suo valore morale e spirituale. Avremo come punto di riferimento esemplificativo la Bibbia che ha generato per la cultura occidentale un “lessico” ideologico e iconografico fondamentale. Essa può offrirci un paradigma sistematico esemplare generale, dotato di una coerenza interna significativa. Le Scritture ebraicocristiane sono state, per altro, un rimando culturale capitale per interi secoli, come riconosceva un testimone ineccepibile e alternativo come il filosofo Friederich Nietzsche: «Tra ciò che noi proviamo alla lettura di Pindaro o di Petrarca e a quella dei Salmi biblici c’è la stessa differenza tra la terra straniera e la patria» (“materiali preparatori” per Aurora).

A differenza di altre civiltà che, in modo semplificato, identificano la luce (soprattutto solare), con la stessa divinità, la Bibbia introduce una distinzione significativa: la luce non è Dio, ma Dio è luce. Si esclude, perciò, un aspetto realistico panteistico, e si introduce una prospettiva simbolica che conserva la trascendenza, pur affermando una presenza della divinità nella luce che rimane, però, “opera delle sue mani”. Si devono intendere così le affermazioni che costellano gli scritti neotestamentari attribuiti all’evangelista Giovanni. In essi si dichiara: ho Theòs phôs estín, “Dio è luce” (1Giovanni 1,5). Cristo stesso si auto presenta così: egô eímì to phôs tou kósmou, “io sono la luce del mondo” (Giovanni 8,12). In questa linea va quel capolavoro letterario e teologico che è l’inno che apre il Vangelo di Giovanni ove il Lógos, il Verbo-Cristo, è presentato come «luce vera che illumina ogni uomo» (1,9).

Quest’ultima espressione è significativa. La luce viene assunta come simbolo della rivelazione di Dio e della sua presenza nella storia. Da un lato, Dio è trascendente e ciò viene espresso dal fatto che la luce è esterna a noi, ci precede, ci eccede, ci supera. Dio, però, è anche presente e attivo nella creazione e nella storia umana, mostrandosi immanente, e questo è illustrato dal fatto che la luce ci avvolge, ci specifica, ci riscalda, ci pervade. Per questo anche il fedele diventa luminoso: si pensi al volto di Mosè irradiato di luce, dopo essere stato in dialogo con Dio sulla vetta del Sinai (Esodo 34,3335). Anche il fedele giusto diventa sorgente di luce, una volta che si è lasciato avvolgere dalla luce divina, come afferma Gesù nel suo celebre “discorso della Montagna”: «Voi siete la luce del mondo … Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini» (Matteo 5,14.16).

Sempre in questa linea, se la tradizione pitagorica immaginava che le anime dei giusti defunti si trasformassero nelle stelle della Via lattea, il libro biblico di Daniele assume forse questa intuizione ma la libera dal suo realismo immanentista trasformandola in una metafora eticoescatologica: «I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento, coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre» (12,3). E nel cristianesimo romano dei primi secoli – dopo che si era scelta la data del 25 dicembre per il Natale di Cristo (quella data era la festa pagana del dio Sole, nel solstizio d’inverno che segnava l’inizio dell’ascesa della luce, prima umiliata dall’oscurità invernale) – si inizierà nelle iscrizioni sepolcrali a definire il cristiano là sepolto come eliópais, «figlio del Sole». La luce che irradiava CristoSole era, così, destinata ad avvolgere anche il cristiano.

Anzi, nella successiva tradizione cristiana, si stabilirà una sorta di sistema solare teologico: Cristo è il sole; la Chiesa è la luna, che brilla di luce riflessa; i cristiani sono astri, non dotati però di luce propria ma illuminati dalla luce suprema celeste. Che si tratti di una visione squisitamente simbolica destinata ad esaltare la rivelazione e la comunione tra la trascendenza divina e la realtà storica umana appare evidente in un passo sorprendente ma coerente dell’ultimo libro biblico, l’Apocalisse, ove nella descrizione della città ideale del futuro escatologico perfetto, la Gerusalemme nuova e celeste, si proclama: «Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà» (22,5). La comunione dell’umanità con Dio sarà allora piena e ogni simbolo decadrà per lasciare spazio alla verità dell’incontro diretto.

La dialettica luce-tenebre

È interessante notare che nel testo citato si fa menzione della fine della notte e, quindi, del ritmo circadiano. È questo un tópos caratteristico dell’escatologia (cioè della fine dei tempi), come si legge nel libro del profeta Zaccaria il quale, quando descrive l’approdo finale della storia, lo raffigura come «un unico giorno: non ci sarà più né giorno né notte, e verso sera risplenderà di nuovo la luce» (14,7). Ora, nella vicenda storica quel ritmo quotidiano tra luce e oscurità permane, e diventa anch’esso un segno di natura eticometafisica. Intendiamo parlare della dialettica lucetenebre che appare già nel testo sopra citato del libro della Genesi. L’atto creativo divino, espresso attraverso l’immagine della “separazione” mette ordine nel “disordine” del nulla: «Dio vide che la luce era cosa buona/bella e Dio separò la luce dalle tenebre. Dio chiamò la luce giorno, mentre chiamò le tenebre notte» (Genesi 1,45).

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Papa Francesco. Testo dell’Omelia feriale quotidiana a s. Marta.

22 gennaio 2015

22 gennaio 2015

Eb 7,25-8,6   Sal 39   Mc 3,7-12

 

GESU’ E’ SALVATORE ED INTERCESSORE

….

“Il popolo di Dio trova nel Signore una speranza, perché il suo modo di agire, di insegnare, tocca il loro cuore, arriva al cuore, perché ha la forza della Parola di Dio….Il popolo sente questo e vede che in Gesù si compiono le promesse, che in Gesù c’è una speranza. Il popolo era un po’ annoiato dal modo di insegnare la fede, dai dottori della legge di quel tempo, che caricavano sulle spalle tanti comandamenti, tanti precetti, ma non arrivavano al cuore della gente. E quando vede Gesù e sente Gesù, le proposte di Gesù, le beatitudini… ma sente dentro qualcosa che si muove – è lo Spirito Santo che sveglia quello! – e va a trovare Gesù…..
La folla va da Gesù per essere guarita: cioè, cerca il proprio bene….Mai  possiamo seguire Dio con purezza di intenzione dall’inizio, sempre un po’ per noi, un po’ per Dio … E il cammino è purificare questa intenzione. E la gente va, sì, cerca Dio, ma anche cerca la salute, la guarigione. E si gettavano su di Lui per toccarlo, perché venisse fuori quella forza e li guarisse.
Ma la cosa più importante non è che Gesù guarisca questo è un segno di un’altra guarigione; e nemmeno  che Gesù dica parole che arrivino al cuore. La cosa più importante la dice la Lettera agli Ebrei: Cristo può salvare perfettamente quelli che per mezzo di Lui si avvicinano a Dio. Egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore….Gesù salva e Gesù è l’intercessore  Queste sono le due parole chiave:

Gesù salva! Queste guarigioni, queste parole che arrivano al cuore sono il segno e l’inizio di una salvezza. Il percorso della salvezza di tanti che incominciano ad andare a sentire Gesù o a chiedere una guarigione e poi tornano da Lui e sentono la salvezza. Ma quello che è più importante di Gesù è che guarisca? No, non è il più importante. Che ci insegni? Non è il più importante. Che salvi! Lui è il Salvatore e noi siamo salvati da Lui. E questo è più importante. E questa è la forza della nostra fede.
Gesù è salito al Padre e di là intercede ancora, tutti i giorni, tutti i momenti per noi…E questa è una cosa attuale. Gesù davanti al Padre, offre la sua vita, la redenzione, fa vedere al Padre le piaghe, il prezzo della salvezza. E tutti i giorni, così, Gesù intercede. E quando noi, per una cosa o l’altra, siamo un po’ giù, ricordiamo che è Lui che prega per noi, intercede per noi continuamente. Tante volte dimentichiamo questo: ‘Ma Gesù …sì, è finito, se ne è andato in Cielo, ci ha inviato lo Spirito Santo, finita la storia’. No! Attualmente, ogni momento, Gesù intercede. In questa preghiera: ‘Ma, Signore Gesù, abbi pietà di me’. Intercede per me. Rivolgersi al Signore, chiedendo questa intercessione.
Questo è il punto centrale: che Gesù è Salvatore e Intercessore. Ti farà bene ricordare questo…Così la folla cerca Gesù con quel fiuto della speranza del popolo di Dio, che aspettava il Messia, e cerca di trovare in Lui la salute, la verità, la salvezza, perché Lui è il Salvatore e come Salvatore ancora oggi, in questo momento, intercede per noi.

Che la nostra vita cristiana  ogni volta sia più convinta che noi siamo stati salvati, che abbiamo un Salvatore, Gesù alla destra del Padre, che intercede. Il Signore, lo Spirito Santo, ci faccia capire queste cose”. 

 

 

Card. Kasper: Sulla misericordia

21 gennaio 2015

La misericordia non è solo un problema della teologia dei manuali neoscolastici, ma è anche un problema della filosofia, o per meglio dire di alcune tendenze filosofiche. Secondo il filosofo moderno per eccellenza Immanuel Kant, l’etica deve essere guidata non da emozioni, come la misericordia e la compassione, ma dalla stessa coscienza del dovere morale. Si pensi anche a filosofie di tipo marxista o socialista, che sospettano che la misericordia sia un sostituto della giustizia, il tentativo di rammendare buchi individuali di bisogno sociale invece di riformare lo stesso sistema sociale e creare un nuovo ordine di giustizia per tutti.

Sentiamo il grido: «Non vogliamo misericordia, no, vogliamo giustizia, vogliamo i nostri diritti!». «Non vogliamo uno Stato o un imprenditore che ci faccia misericordiosamente l’elemosina, no, abbiamo diritto a uno stipendio giusto!». È bene che il nostro sistema politico sia basato sull’ideale della giustizia e ne siamo grati. Però il nostro sistema economico e sociale è basato anche sulla competizione. Non c’è spazio per la compassione e la misericordia. Prevale il più intelligente che ha più successo, prevale spesso il più forte o il più furbo, che ha la capacità di imporsi contro gli interessi degli altri e non si cura degli altri. Spesso prevalgono nella nostra società tendenze sociali darwiniste, cioè il diritto del più forte e l’affermazione senza riguardi dei propri interessi egoistici.

La parola di Gesù nel suo Discorso sulla Montagna, «Beati i misericordiosi», suona strana in questo contesto.
Da ultimo Friedrich Nietzsche ha disprezzato la misericordia, come espressione di debolezza, indegna dell’uomo signorile (Herrenmensch) forte e duro. Nietzsche, nel suo Così parlò Zarathustra, disegnava un vero contro-vangelo al Discorso sulla Montagna. Le conseguenze del nazismo, o meglio gli abusi che ne facevano i nazisti, erano terribili con la loro ideologia della razza signorile e il loro disprezzo dei deboli, degli handicappati, delle cosiddette razze indegne della vita.

Sono state addirittura le due ideologie del marxismo e del nazismo, che tantissimo hanno devastato il XX secolo e che hanno causato tanti dolori a tantissimi uomini, che hanno portato a un ripensamento dell’idea di misericordia. Un mondo senza compassione e senza misericordia è un mondo freddo. Esistono testimonianze sconvolgenti a proposito della miseria umana e la disperazione in cui si trovava il mondo ateo del marxismo dell’Unione Sovietica, dove si viveva nella totale assenza di misericordia. Sappiamo che alla fine con la misericordia anche la giustizia era perduta e calpestata.

Già Giovanni XXIII, nel suo discorso di apertura del Concilio Vaticano II, ha detto: «Oggi la Chiesa preferisce usare la medicina della misericordia piuttosto che della severità». Il futuro papa Giovanni Paolo II ha vissuto il terrore della Seconda Guerra Mondiale, la dittatura nazista e comunista in Polonia, una situazione di ingiustizia, di mancanza di diritto e di misericordia. In tale situazione ha scoperto di nuovo l’importanza della misericordia biblica e ha promulgato la seconda enciclica del suo pontificato sul tema, Dives in misericordia. Come risposta ai terrori del secolo scorso, Papa Benedetto ha approfondito questo messaggio nella sua enciclica Dio è amore.

Adesso Papa Francesco ha fatto della misericordia il tema centrale e fondamentale del suo pontificato. Anche in lui c’è un fondo di esperienza personale. Negli slum di Buenos Aires ha incontrato gente che si sente ed è considerata come scarto, uomini e donne, bambini e anziani esclusi dal progresso economico e culturale, bambini di strada, spesso abusati. Anche oggi si parla di almeno 12 milioni di schiavi a livello mondiale, esseri umani costretti a vivere in situazioni miserabili e al lavoro forzato. E chi di noi non pensa al destino di milioni di persone esposte al terrorismo brutale e cinico, ai rifugiati nelle mani di trafficanti senza coscienza? Il tema della misericordia non è superato, il messaggio della misericordia è di grande attualità.

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Udienza Generale del 21 gennaio 2015 di Papa Francesco in diretta (testo scritto e videoregistrato). Sintesi e testo completo. Streaming Pope’s General Audience 2015-01-21.

20 gennaio 2015

SINTESI

….. Dopo la visita in Corea di qualche mese fa, mi sono recato nuovamente in Asia, continente di ricche tradizioni culturali e spirituali. Il viaggio è stato soprattutto un gioioso incontro con le comunità ecclesiali che, in quei Paesi, danno testimonianza a Cristo: le ho confermate nella fede e nella missionarietà. …..

Il momento culminante del mio soggiorno in Sri Lanka è stata la canonizzazione del grande missionario Giuseppe Vaz. ….

Lo Sri Lanka è un paese di grande bellezza naturale, il cui popolo sta cercando di ricostruire l’unità dopo un lungo e drammatico conflitto civile. Nel mio incontro con le Autorità governative ho sottolineato l’importanza del dialogo, del rispetto per la dignità umana, dello sforzo di coinvolgere tutti per trovare soluzioni adeguate in ordine alla riconciliazione e al bene comune.

Le diverse religioni hanno un ruolo significativo da svolgere al riguardo. ……

Il tema della riconciliazione ha caratterizzato anche la mia visita al santuario di Nostra Signora di Madhu, molto venerata dalle popolazioni Tamil e Cingalesi e meta di pellegrinaggio di membri di altre religioni. In quel luogo santo abbiamo chiesto a Maria nostra Madre di ottenere per tutto il popolo srilankese il dono dell’unità e della pace.

Nelle Filippine, ….la Chiesa si prepara a celebrare il quinto centenario dell’arrivo del Vangelo. È il principale Paese cattolico dell’Asia, e il popolo filippino è ben noto per la sua profonda fede, la sua religiosità e il suo entusiasmo, anche nella diaspora. Nel mio incontro con le Autorità nazionali, come pure nei momenti di preghiera e durante l’affollata Messa conclusiva, ho sottolineato la costante fecondità del Vangelo e la sua capacità di ispirare una società degna dell’uomo, in cui c’è posto per la dignità di ciascuno e le aspirazioni del popolo filippino.

Scopo principale della visita, e motivo per cui ho deciso di andare nelle Filippine – questo è stato il motivo principale -, era poter esprimere la mia vicinanza ai nostri fratelli e sorelle che hanno subito la devastazione del tifone Yolanda. …..

Gli incontri con le famiglie e con i giovani, a Manila, sono stati momenti salienti della visita nelle Filippine. Le famiglie sane sono essenziali alla vita della società. Dà consolazione e speranza vedere tante famiglie numerose che accolgono i figli come un vero dono di Dio. Loro sanno che ogni figlio è una benedizione. Ho sentito dire da alcuni  che le famiglie con molti figli e la nascita di tanti bambini sono tra le cause della povertà. Mi pare un’opinione semplicistica. Posso dire, possiamo dire tutti, che la causa principale della povertà è un sistema economico che ha tolto la persona dal centro e vi ha posto il dio denaro; un sistema economico che esclude, esclude sempre: esclude i bambini, gli anziani, i giovani, senza lavoro … – e che crea la cultura dello scarto che viviamo. Ci siamo abituati a vedere persone scartate. Questo è il motivo principale della povertà, non le famiglie numerose. Rievocando la figura di san Giuseppe, che ha protetto la vita del “Santo Niño”, tanto venerato in quel Paese, ho ricordato che occorre proteggere le famiglie, che affrontano diverse minacce, affinché possano testimoniare la bellezza della famiglia nel progetto di Dio. Occorre anche difendere le famiglie dalle nuove colonizzazioni ideologiche, che attentano alla sua identità e alla sua missione.

Ed è stata una gioia per me stare con i giovani delle Filippine, per ascoltare le loro speranze e le loro preoccupazioni. Ho voluto offrire ad essi il mio incoraggiamento per i loro sforzi nel contribuire al rinnovamento della società, specialmente attraverso il servizio ai poveri e la tutela dell’ambiente naturale

(…..)

TESTO COMPLETO DELLA CATECHESI

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Saint Peter’s Square

Wednesday, 21 january 2015, h 10,25

http://player.rv.va/vaticanplayer01.asp?language=it&visual=Tv

Every Wednesday the Holy Father holds a General Audience where he greets the pilgrims present and delivers a catechesis, that will be read on these pages later on.

[Multimedia]

Apostolic Journey to Sri Lanka and the Philippines

Speaker:

Dear Brothers and Sisters: My recent Apostolic Journey to Sri Lanka and the Philippines was a joy-filled encounter with their Catholic communities. In Sri Lanka I canonized Saint Joseph Vaz, a great missionary whose example of charity continues to inspire the faithful in their service to the poor and in respectful relations with the followers of other religions. Sri Lanka still suffers the effects of a prolonged civil conflict. In my meeting with religious leaders I asked that we work together as agents of healing, peace and reconciliation. My visit to the Philippines was a sign of solidarity with all those affected by Typhoon Yolanda. In Tacloban we celebrated our hope in the mercy of God, who does not disappoint. In Manila I asked families to cherish and protect the family in its fundamental role in society and in God’s plan. At my meeting with young people, I challenged them to build a society of integrity and compassion for the poor. At the conclusion of my visit, I commended the Filipino people to their patron and protector, the Christ Child, and urged them to persevere in their precious witness to the Gospel on the great continent of Asia.

Holy Father:

Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente quelli provenienti da Regno Unito, Svizzera, Nuova Zelanda, Giappone e Stati Uniti d’America. Invoco su voi e sulle vostre famiglie la grazia e la pace nel Signore Gesù. Dio vi benedica!

Speaker:

I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, including the various groups from the United Kingdom, Switzerland, New Zealand, Japan and the United States of America. Upon you and your families I invoke grace and peace in the Lord Jesus. God bless you all!

Card. Martini. “Chi è Gesù?”. Adattamento radiofonico

20 gennaio 2015

 

Adattamento radiofonico a cura di Radio Vaticana del libro di C.M. Martini “Chi è Gesù?”

“Una luce che splende nel buio vuol dire che Qualcuno ci è venuto incontro. Non c’è immagine più bella per cominciare a parlare di Gesù: Gesù è la luce che Dio accende per noi”.

 

Viaggio apostolico in Sri Lanka e Filippine. Cerimonia di congedo. Interviste sul volo papale.

19 gennaio 2015

Lunedì 19 gennaio 2015

 

Cerimonia di Congedo nel Padiglione Presidenziale della Villamor Air Base a Manila

 

Interviste sul volo papale. TRASCRIZIONE INTEGRALE

 

 

Padre Lombardi: Santo Padre, grazie per essere qui, la vediamo in forma splendida dopo questi giorni di viaggio e la ringraziamo per darci di nuovo del lavoro da fare anche oggi, perché con la sua conversazione ci farà lavorare per tutto il viaggio.

Papa Francesco: Prima di tutto vi saluto, buongiorno, grazie del vostro lavoro. Il viaggio è stato impegnativo e come diciamo in spagnolo, pasado por agua. È bello e grazie tante per quello che avete fatto.

Prima domanda, Kara David, gruppo filippino:

Buongiorno, Holy Father. Sorry, I will speak in English. Thank you very much for visiting our Country and for giving so much hope to the Philipinos. We would like you to come back to our Country. My question is: the Philipinos have learned a lot from listening to your message. Is there something that the Holy Father has learned from the Philipinos, from your encounter with us?

Papa Francesco: I gesti! I gesti mi hanno commosso. Non sono gesti protocollari, gesti buoni. Erano gesti sentiti e gesti dal cuore. Alcuni quasi fanno piangere. C’è tutto lì: la fede, l’amore, la famiglia, le illusioni, il futuro… Quel gesto dei papà, quando alzavano i bambini, perché il Papa li benedicesse. Il gesto di un papà. Ce n’erano tanti. Alzavano i bambini, lì, quando passavo per la strada. Un gesto che da altre parti non si vede. Come se loro dicessero: questo è il mio tesoro, questo è il mio futuro, questo è il mio amore, per questo vale la pena lavorare, per questo vale la pena soffrire. E’ un gesto originale, ma nato dal cuore. Il secondo gesto che mi ha colpito tanto è un entusiasmo non finto, la gioia, l’allegria, capaci di fare festa anche sotto l’acqua. Mi diceva uno dei cerimonieri che è stato edificato perché i ministranti a Tacloban, con quella pioggia, mai avevano perso il sorriso. È la gioia, gioia non finta. Non era un sorriso dipinto, no, no: un sorriso che veniva. E dietro di quel sorriso c’è la vita normale, ci sono i dolori, ci sono i problemi.

Altro gesto, le mamme che portavano i figli ammalati; anche le mamme in genere che li portavano lì. Le mamme non alzavano tanto i figli… fino a qui… (il Papa fa vedere con i gesti come i papà alzavano i bambini e come le mamme li tenevano in braccio). Si, è vero, si vedevano, ma tanti bambini disabili, con disabilità che fanno un po’ impressione; non nascondevano il bambino, lo portavano dal Papa perché lo benedicesse. Questo è il mio bambino, ma è così, ma è mio. Tutte le mamme sanno questo e lo fanno, ma il modo di farlo è quello che mi ha colpito, no?

Il gesto della paternità, della maternità, dell’entusiasmo, della gioia. E c’è una parola che è difficile per noi da capire, perché è stata troppo volgarizzata, troppo usata male o capita male, no? Ma è una parola che ha sostanza: la rassegnazione. Un popolo che sa soffrire, e che è capace di alzarsi e andare avanti. Ieri, nel colloquio che ho avuto con il papà di Crystal, la ragazza volontaria che è morta a Tacloban, sono stato edificato (da quello che mi ha detto): “è morta in servizio”, e cercava parole per conformarsi, per accettare questo. Un popolo che sa soffrire. È questo che ho visto,  come io ho interpretato i gesti.

 

Seconda domanda, Jean-Louis de la Vaissière di France Presse per il gruppo francese:

Sua Santità, è andata già due volte in Asia. I cattolici in Africa non hanno ancora ricevuto la sua visita. Lei sa che dalla Repubblica Centrafricana, alla Nigeria, all’Uganda, molti fedeli che soffrono della povertà, della guerra, del fondamentalismo islamico sperano la sua visita quest’anno. Allora volevo chiedere quando e dove pensa di andarci?

 

Papa Francesco: Rispondo ipoteticamente. Ma, il piano è andare alla (Repubblica) Centrafricana e in Uganda. Questi due. Quest’anno. Credo che sarà verso la fine, per il tempo, no? Devono calcolare il tempo, che non ci siano le piogge, tempo che non sia brutto. È un po’ in ritardo questo viaggio perché c’è stato il problema dell’Ebola. È una responsabilità grande, fare grandi riunioni per il contagio, no? Ma in questi Paesi non c’è problema. Questi due sono in ipotesi per quest’anno.

 

Terza domanda, Salvatore Izzo dell’Agi, Agenzia Italiana di Informazione, per il gruppo italiano:

Santo Padre, a Manila eravamo in un albergo molto bello, tutti erano molto gentili e si mangiava molto bene. Però, appena si usciva da questo albergo si veniva – diciamo così – aggrediti moralmente dalla povertà. Vedevamo dei bambini che erano in mezzo ai rifiuti, trattati, direbbe lei forse, come rifiuti. Ecco io ho un bambino di sei anni e mi sono vergognato che questi stanno così male. Ma il mio bambino, che si chiama Rocco, ha capito molto bene quello che lei ci insegna quando dice di condividere con i poveri. E così, andando a scuola, cerca di distribuire la merenda tra i mendicanti della zona. Eppure per me è molto più difficile. Anche per altre persone grandi è difficile. Un solo cardinale, 40 anni fa, ha lasciato tutto per andarsene dai lebbrosi (Léger). Ecco, questa era la mia domanda: perché, perché è tanto difficile seguire quell’esempio anche per i Cardinali? L’altra cosa che volevo chiederle invece riguarda lo Sri Lanka. Lì abbiamo visto tutte queste favelas andando verso l’aeroporto. Sono delle baracche appoggiate agli alberi e vivono praticamente sotto gli alberi. La maggioranza sono Tamil e sono discriminati. Lei, dopo la strage di Parigi, il giorno dopo, forse a caldo, ha detto “C’è un terrorismo isolato e un terrorismo di Stato”. Ma cosa voleva dire con quel “terrorismo di Stato”? A me è venuto in mente vedendo la sofferenza e la discriminazione di queste persone.

 

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Viaggio apostolico in Sri Lanka e Filippine. 6^ giornata. Santa Messa. Testo dell’Omelia. Discorso ai giovani filippini.

18 gennaio 2015

SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Rizal Park, Manila
Domenica, 18 gennaio 2015

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«Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (Is 9,5). E’ per me una particolare gioia celebrare la domenica del Santo Niño con voi. L’immagine del Santo Bambino Gesù ha accompagnato la diffusione del Vangelo in questo Paese fin dall’inizio. Vestito con gli abiti regali, coronato e dotato di scettro, globo e croce, Egli ci ricorda continuamente il legame tra il Regno di Dio e il mistero dell’infanzia spirituale. Egli ci parla di questo nel Vangelo odierno: «Chi non accoglie il Regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso» (Mc 10,15). Il Santo Niño continua a proclamare che la luce della grazia di Dio è brillata su un mondo che abitava nelle tenebre, portando la Buona Novella della nostra liberazione dalla schiavitù, e guidandoci sul sentiero della pace, del diritto e della giustizia. Egli inoltre ci ricorda che siamo stati chiamati a diffondere il Regno di Cristo nel mondo.

Nel corso della mia visita vi ho sentito cantare la canzone “Siamo tutti figli di Dio”. Questo è ciò che il Santo Niño viene a dirci. Ci ricorda la nostra più profonda identità. Tutti noi siamo figli di Dio, membri della famiglia di Dio. Oggi san Paolo ci ha detto che in Cristo siamo diventati figli adottivi di Dio, fratelli e sorelle in Cristo. Questo è quello che siamo. Questa è la nostra identità. Ne abbiamo visto una bellissima espressione quando i Filippini si sono stretti intorno ai fratelli e alle sorelle colpiti dal tifone.

L’Apostolo ci dice che, dal momento che Dio ci ha scelti, noi siamo stati abbondantemente benedetti! Dio «ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo» (Ef 1,3). Queste parole hanno una speciale risonanza nelle Filippine, perché è il primo Paese cattolico in Asia; questo è già uno speciale dono di Dio, una benedizione speciale. Ma è anche una vocazione. I Filippini sono chiamati ad essere eccellenti missionari della fede in Asia.

Dio ci ha scelti e benedetti per uno scopo: essere santi e irreprensibili ai suoi occhi (Ef 1,4). Egli ha scelto ciascuno di noi per essere testimone in questo mondo della sua verità e della sua giustizia. Ha creato il mondo come uno splendido giardino e ci ha chiesto di averne cura. Tuttavia, con il peccato, l’uomo ha sfigurato quella naturale bellezza; mediante il peccato, l’uomo ha anche distrutto l’unità e la bellezza della nostra famiglia umana, creando strutture sociali che hanno reso permanente la povertà, l’ignoranza e la corruzione.

Qualche volta, vedendo i problemi, le difficoltà e le ingiustizie, siamo tentati di rinunciare. Sembra quasi che le promesse del Vangelo non si possano attuare, siano irreali. Ma la Bibbia ci dice che la grande minaccia al piano di Dio per noi è ed è sempre stata la menzogna. Il diavolo è il padre della menzogna. Spesso egli nasconde le sue insidie dietro l’apparenza della sofisticazione, il fascino di essere “moderni”, di essere “come tutti gli altri”. Egli ci distrae con il miraggio di piaceri effimeri e di passatempi superficiali. In tal modo noi sprechiamo i doni ricevuti da Dio, giocherellando con congegni futili; sprechiamo il nostro denaro nel gioco d’azzardo e nel bere; ci ripieghiamo su noi stessi. Trascuriamo di rimanere centrati sulle cose che realmente contano. Trascuriamo di rimanere interiormente come bambini. Questo è il peccato : dimenticarsi interiormente di essere figli di Dio. I bambini infatti, come ci insegna il Signore, hanno la loro propria saggezza, che non è la saggezza del mondo. Ecco perché il messaggio del Santo Niño è così importante. Egli parla a ciascuno di noi profondamente. Ci ricorda la nostra più profonda identità, ciò che siamo chiamati ad essere in quanto famiglia di Dio.

Il Santo Niño ci ricorda anche che questa identità va protetta. Il Cristo Bambino è il protettore di questo grande Paese. Quando Egli venne in questo mondo, la sua stessa vita si trovò minacciata da un re corrotto. Gesù stesso si trovò nella necessità di venire protetto. Egli ha avuto un protettore sulla terra: san Giuseppe. Ha avuto una famiglia qui sulla terra: la Santa Famiglia di Nazaret. In tal modo Egli ci ricorda l’importanza di proteggere le nostre famiglie e quella più grande famiglia che è la Chiesa, la famiglia di Dio, e il mondo, la nostra famiglia umana. Oggi purtroppo la famiglia ha bisogno di essere protetta da attacchi insidiosi e da programmi contrari a tutto quanto noi riteniamo vero e sacro, a tutto ciò che nella nostra cultura è più nobile e bello.

Nel Vangelo Gesù accoglie i bambini, li abbraccia e li benedice. Anche noi abbiamo il compito di proteggere, guidare e incoraggiare i nostri giovani, aiutandoli a costruire una società degna del suo grande patrimonio spirituale e culturale. In modo specifico, abbiamo bisogno di vedere ogni bambino come un dono da accogliere, da amare e da proteggere. E dobbiamo prenderci cura dei giovani, non permettendo che siano derubati della speranza e condannati a vivere sulla strada.

E’ un fragile bambino che portò la bontà di Dio, la misericordia e la giustizia nel mondo. Egli resistette alla disonestà e alla corruzione, che sono l’eredità del peccato, e trionfò su di esse con il potere della croce. Ora, al termine della mia visita alle Filippine, vi affido a Lui, a Gesù che venne fra di noi come bambino. Egli renda capace tutto l’amato popolo di questo Paese di lavorare unito, proteggendosi gli uni gli altri, a partire dalle vostre famiglie e comunità, nella costruzione di un mondo di giustizia, onestà e pace. Il Santo Niño continui a benedire le Filippine e a sostenere i cristiani di questa grande nazione nella loro vocazione ad essere testimoni e missionari della gioia del Vangelo, in Asia e nel mondo intero.

Per favore, non dimenticate di pregare per me. Dio vi benedica!

 

INCONTRO CON I GIOVANI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Campo sportivo dell’Università Santo Tomas di Manila
Domenica, 18 gennaio 2015

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Discorso pronunciato dal Santo Padrea braccio

Prima di tutto una notizia triste. Ieri, mentre stava per iniziare la Messa, è caduta una delle torri e cadendo ha colpito una ragazza ed è morta. Il suo nome è Cristal. Lei ha lavorato nell’organizzazione di quella Messa. Aveva 27 anni, era giovane come voi e lavorava per un’associazione. Era una volontaria. Vorrei che noi tutti insieme, voi giovani come lei, pregassimo in silenzio un minuto e poi invochiamo la nostra Madre del cielo.

[Silenzio … Ave Maria]

Facciamo una preghiera anche per suo papà e sua mamma. Era figlia unica. Sua mamma sta venendo da Hong Kong. Suo papà è venuto a Manila ad aspettare la mamma.

E’ una gioia per me essere oggi con voi. Saluto cordialmente ciascuno di voi e ringrazio tutti coloro che hanno reso possibile questo incontro. Nel corso della mia visita alle Filippine, ho voluto in modo particolare incontrarmi con voi giovani, per ascoltarvi e parlare con voi. Desidero esprimere l’amore e la speranza che la Chiesa ha per voi. E voglio incoraggiarvi, come cittadini cristiani di questo Paese, a dedicarvi con passione e con onestà al grande impegno di rinnovare la vostra società e di contribuire a costruire un mondo migliore.

In modo speciale, ringrazio i giovani che mi hanno rivolto parole di benvenuto: Jun, Leandro e Rikki. Grazie tante!

Un po’… sulla piccola rappresentazione delle donne. Troppo poco! Le donne hanno molto da dirci nella società di oggi. A volte siamo troppo maschilisti, e non lasciamo spazio alla donna. Ma la donna sa vedere le cose con occhi diversi dagli uomini. La donna sa fare domande che noi uomini non riusciamo a capire. Fate attenzione: lei [indica Jun] oggi ha fatto l’unica domanda che non ha risposta. E non le venivano le parole, ha dovuto dirlo con le lacrime. Così, quando verrà il prossimo Papa a Manila, che ci siano più donne!

Ti ringrazio, Jun, che hai presentato con tanto coraggio la tua esperienza. Come ho detto prima, il nucleo della tua domanda quasi non ha risposta. Solo quando siamo capaci di piangere sulle cose che voi avete vissuto possiamo capire qualcosa e rispondere qualcosa. La grande domanda per tutti: perché i bambini soffrono? Perché i bambini soffrono? Proprio quando il cuore riesce a porsi la domanda e a piangere, possiamo capire qualcosa. C’è una compassione mondana che non serve a niente! Una compassione che tutt’al più ci porta a mettere mano al borsellino e a dare una moneta. Se Cristo avesse avuto questa compassione avrebbe passato, curato tre o quattro persone e sarebbe tornato al Padre. Solamente quando Cristo ha pianto ed è stato capace di piangere ha capito i nostri drammi.

Cari ragazzi e ragazze, al mondo di oggi manca il pianto! Piangono gli emarginati, piangono quelli che sono messi da parte, piangono i disprezzati, ma quello che facciamo una vita più meno senza necessità non sappiamo piangere. Certe realtà della vita si vedono soltanto con gli occhi puliti dalle lacrime. Invito ciascuno di voi a domandarsi: io ho imparato a piangere? Quando vedo un bambino affamato, un bambino drogato per la strada, un bambino senza casa, un bambino abbandonato, un bambino abusato, un bambino usato come schiavo per la società? O il mio è il pianto capriccioso di chi piange perché vorrebbe avere qualcosa di più? Questa è la prima cosa che vorrei dirvi: impariamo a piangere, come lei [Jun] ci ha insegnato oggi. Non dimentichiamo questa testimonianza. La grande domanda: perché i bambini soffrono?, l’ha fatta piangendo e la grande risposta che possiamo dare tutti noi è imparare a piangere.

Gesù nel Vangelo ha pianto, ha pianto per l’amico morto. Ha pianto nel suo cuore per quella famiglia che aveva perso la figlia. Ha pianto nel suo cuore quando ha visto quella povera madre vedova che portava al cimitero suo figlio. Si è commosso e ha pianto nel suo cuore quando ha visto la folla come pecore senza pastore. Se voi non imparate a piangere non siete buoni cristiani. E questa è una sfida. Jun ci ha lanciato questa sfida. E quando ci fanno la domanda: perché i bambini soffrono?, perché succede questo o quest’altro di tragico nella vita?, che la nostra risposta sia il silenzio o la parola che nasce dalle lacrime. Siate coraggiosi, non abbiate paura di piangere!

E poi è venuto Leandro Santos. Lui ha posto delle domande sul mondo dell’informazione. Oggi con tanti media siamo superinformati: questo è un male? No. Questo è bene e aiuta, però corriamo il pericolo di vivere accumulando informazioni. E abbiamo tante informazioni, ma forse non sappiamo che farcene. Corriamo il rischio di diventare “giovani-museo” e non giovani sapienti. Mi potreste chiedere: Padre, come si arriva ad essere sapienti? E questa è un’altra sfida, la sfida dell’amore. Qual è la materia più importante che bisogna imparare all’università? Qual è la più importante da imparare nella vita? Imparare ad amare! E questa è la sfida pone a voi oggi. Imparare ad amare! Non solo accumulare informazioni e non sapere che farsene. E’ un museo. Ma attraverso l’amore far sì che questa informazione sia feconda. Per questo scopo il Vangelo ci propone un cammino sereno, tranquillo: usare i tre linguaggi: il linguaggio della mente, il linguaggio del cuore e il linguaggio delle mani. E questi tre linguaggi in modo armonioso: quello che pensi lo senti e lo realizzi. La tua informazione scende al cuore, lo commuove e lo realizza. E questo armoniosamente: pensare ciò che si sente e ciò che si fa. Sentire ciò che penso e che faccio; fare ciò che penso e che sento. I tre linguaggi. Siete capaci di ripetere i tre linguaggi a voce alta?

 

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Educare al vero, al bene, al bello. Sull’Insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Messaggio della CEI ai giovani ed ai genitori

18 gennaio 2015

Messaggio della Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana in vista della scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica

Cari studenti e cari genitori,
in occasione dell’iscrizione al prossimo anno scolastico, sarete invitati anche a scegliere se avvalervi o non avvalervi dell’insegnamento della religione cattolica. Anche se ormai questa procedura è divenuta abituale, vogliamo invitarvi a riflettere sull’importanza di questa decisione che consente di mantenere o di escludere una parte significativa del curricolo di studio.

Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che questa scelta non è una dichiarazione di appartenenza religiosa, né pretende di condizionare la coscienza di qualcuno, ma esprime solo la richiesta alla scuola di voler essere istruiti anche sui contenuti della religione cattolica che costituisce una chiave di lettura fondamentale della realtà in cui noi tutti oggi viviamo.

Il mondo si sta trasformando sempre più velocemente, i conflitti e le contrapposizioni diventano sempre più drammatici e anche la società italiana è diventata sempre più plurale e multiforme, ma la storia da cui veniamo è un dato immodificabile e le tracce che in essa ha lasciato e continua ad offrire la Chiesa costituiscono un contributo evidente ed efficace per la crescita della società di tutti.

Papa Francesco, incontrando tantissimi di noi lo scorso 10 maggio 2014, ci ha ricordato quanto sia importante non solo andare a scuola, ma anche amare la scuola in tutte le sue ricchezze e potenzialità: «Io amo la scuola perché ci educa al vero, al bene e al bello. Vanno insieme tutti e tre. L’educazione non può essere neutra. O è positiva o è negativa; o arricchisce o impoverisce; o fa crescere la persona o la deprime, persino può corromperla… La missione della scuola è di sviluppare il senso del vero, il senso del bene e il senso del bello. E questo avviene attraverso un cammino ricco, fatto di tanti “ingredienti”. Ecco perché ci sono tante discipline! Perché lo sviluppo è frutto di diversi elementi che agiscono insieme e stimolano l’intelligenza, la coscienza, l’affettività, il corpo, eccetera. Per esempio, se studio questa Piazza, Piazza San Pietro, apprendo cose di architettura, di storia, di religione, anche di astronomia – l’obelisco richiama il sole, ma pochi sanno che questa piazza è anche una grande meridiana. In questo modo coltiviamo in noi il vero, il bene e il bello; e impariamo che queste tre dimensioni non sono mai separate, ma sempre intrecciate».

Proprio a partire da questo stimolo a imparare e coltivare il vero, il bene e il bello, noi Vescovi delle diocesi italiane vi invitiamo a compiere la scelta di avvalervi dell’IRC non solo perché consapevoli dell’importanza e del valore educativo di questa disciplina scolastica, ma anche e soprattutto sulla base di una reale conoscenza dei contenuti specifici di questa materia su cui siete chiamati a pronunciarvi, riferendovi in concreto alle Indicazioni didattiche proprie dell’IRC.

Se vorrete avvalervi dell’opportunità offerta dall’insegnamento della religione cattolica, sappiate inoltre che potrete trovare negli insegnanti delle persone professionalmente molto qualificate, ma anche testimoni credibili, capaci di cogliere gli interrogativi più sinceri di ogni persona, accompagnando ciascuno nel suo personale ed autonomo percorso di crescita.

Ci auguriamo che possiate continuare ad incontrarvi ancora numerosi nelle classi, così da poter iniziare o continuare tra voi e con i vostri docenti un proficuo dialogo educativi.

James Senese. Credo

17 gennaio 2015

Il mio sax porta le cicatrici della gioia e del dolore della vita” (James Senese) 

“Ie Crero into a nu Dio Padre Onnipotente
Ca nun tene casa, oro, marmo e argiente.
Ca nun fa vincere e’ fetiente
e nun fa muri e’ famma e’ criature innocenti...”
Video tratto da Avvenire del 14 gennaio 2015
https://www.youtube.com/watch?v=1BCzPiDF0dk#t=59

 

Viaggio Apostolico in Sri Lanka e Filippine. 5^ giornata. Santa Messa. Omelia. Discorso all’incontro con sacerdoti, religiosi, seminaristi e famiglie dei superstiti

17 gennaio 2015

SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Tacloban International Airport
Sabato, 17 gennaio 2015

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Che parole consolanti abbiamo appena udito! Ancora una volta, ci è stato detto che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, il nostro Salvatore, il nostro sommo sacerdote che ci offre misericordia, grazia e sostegno in tutto ciò di cui abbiamo bisogno (cfr Eb 4,14-16). Egli guarisce le nostre ferite, perdona i nostri peccati e ci chiama ad essere suoi discepoli, come fece con san Matteo (cfr Mc 2,14). Lodiamolo per il suo amore, la sua misericordia e la sua compassione. Lodiamo il nostro grande Dio!

Rendo grazie al Signore Gesù perché questa mattina possiamo essere insieme. Sono giunto per stare con voi, in questa città che è stata devastata dal tifone Yolanda quattordici mesi fa. Vi porto l’amore di un padre, le preghiere di tutta la Chiesa, la promessa che non siete dimenticati mentre continuate la ricostruzione. Qui, la tempesta più forte mai registrata sul pianeta è stata vinta dalla forza più potente dell’universo: l’amore di Dio. Siamo qui questa mattina per dare testimonianza di quell’amore, del suo potere di trasformare morte e distruzione in vita e comunione. La risurrezione di Cristo, che celebriamo in questa Messa, è la nostra speranza, è una realtà di cui facciamo esperienza anche ora. E sappiamo che la risurrezione avviene soltanto dopo la croce, quella croce che voi avete portato con fede, dignità e forza data da Dio.

Siamo riuniti insieme prima di tutto per pregare per coloro che sono morti, per quanti sono ancora dispersi e per i feriti. Presentiamo a Dio le anime dei morti, le nostre madri, i nostri padri, i figli e le figlie, i familiari, gli amici e i vicini. Abbiamo fiducia che, giungendo alla presenza di Dio, essi abbiano trovato misericordia e pace (cfr Eb 4,16). Rimane, tuttavia, molta tristezza a causa della loro assenza. Per voi che li avete conosciuti e amati – e che ancora li amate – il dolore di averli persi è reale. Ma guardiamo al futuro con gli occhi della fede. Il nostro dolore è un seme che un giorno sboccerà nella gioia che il Signore ha promesso a quanti hanno creduto alle sue parole: “Beati voi afflitti, perché sarete consolati” (cfr Mt 5,4).

Siamo qui raccolti oggi, inoltre, per rendere grazie a Dio per il suo aiuto nel momento del bisogno. Egli è stato la nostra forza in questi mesi veramente difficili. Si sono perdute tante vite, c’è stata tanta sofferenza e distruzione. E tuttavia siamo ancora in grado di radunarci e di ringraziarlo. Sappiamo che Egli si prende cura di noi; sappiamo che in Gesù Figlio suo, abbiamo un sommo sacerdote in grado di compatire il nostro dolore (cfr Eb 4,15), di soffrire con noi. La com-passione di Dio, il suo soffrire insieme con noi, offre un significato e un valore eterni ai nostri sforzi. Il vostro desiderio di ringraziarlo per ogni grazia e benedizione, anche quando avete perso così tanto, non è soltanto un trionfo della capacità di ripresa e della forza del popolo filippino; è anche un segno della bontà di Dio, della sua vicinanza, della sua tenerezza, del suo potere salvifico.

Rendiamo grazie a Dio Altissimo anche per quanto è stato fatto per aiutare, ricostruire, assistere in questi mesi di bisogno senza precedenti. Penso in primo luogo a quanti hanno accolto e dato riparo al gran numero di famiglie sfollate, agli anziani, ai giovani. Com’è duro lasciare la propria casa e i propri mezzi di sussistenza! Ringraziamo quanti si sono presi cura dei senza tetto, degli orfani e delle persone sole. Sacerdoti, religiosi e religiose che hanno dato tutto ciò che potevano. A quanti di voi hanno ospitato e nutrito le persone in cerca di sicurezza in chiese, conventi, rettorie e che continuano ad assistere coloro che sono ancora in difficoltà, esprimo la mia gratitudine. Siete un onore per la Chiesa, siete l’orgoglio della vostra nazione. Io ringrazio personalmente ognuno di voi, poiché qualunque cosa voi avete fatto per l’ultimo dei fratelli e delle sorelle di Cristo, lo avete fatto a Lui (cfr Mt 25,41).

In questa Messa vogliamo anche ringraziare Dio per quegli uomini e donne che hanno prestato servizio come operatori dei salvataggi e dei soccorsi. Lo ringraziamo per le tante persone che da tutto il mondo hanno offerto generosamente il proprio tempo, soldi e beni. Stati, organizzazioni e singole persone in ogni parte della terra hanno messo al primo posto i bisognosi; si tratta di un esempio che dovrebbe essere seguito. Chiedo ai governanti, alle agenzie internazionali, ai benefattori e alle persone di buona volontà di non stancarsi. Rimane ancora molto da fare. Anche se le prime pagine dei giornali sono cambiate, le necessità rimangono.

La prima Lettura di oggi, dalla Lettera agli Ebrei, ci esorta a stare saldi nella nostra confessione, di perseverare nella fede, ad accostarci con fiducia al trono della grazia di Dio (cfr Eb 4,16). Tali parole hanno una speciale risonanza in questo luogo: in mezzo a tanta sofferenza, voi non avete mai cessato di confessare la vittoria della croce, il trionfo dell’amore di Dio. Avete visto la potenza di quell’amore rivelata nella generosità di moltissime persone, nei tanti piccoli miracoli della bontà. Ma avete constatato anche, nello “sciacallaggio”, nelle ruberie e nelle mancate risposte a questo grande dramma umano, altrettanti tragici segni del male dal quale Cristo è venuto a salvarci. Preghiamo affinché anche questo ci conduca ad una fiducia più grande nella potenza della grazia di Dio per vincere il peccato e l’egoismo. Preghiamo in particolare affinché renda ciascuno sempre più sensibile al grido dei nostri fratelli e delle nostre sorelle nel bisogno. Preghiamo affinché ci conduca a respingere ogni forma di ingiustizia e corruzione, le quali, derubando i poveri, avvelenano le radici stesse della società.

Cari fratelli e sorelle, in questa grande prova avete sentito in modo speciale la grazia di Dio mediante la presenza e l’amorevole cura della Beata Vergine Maria, Nostra Signora del Perpetuo Soccorso. Ella è nostra madre. Vi aiuti Lei a perseverare nella fede e nella speranza e a raggiungere quanti sono nel bisogno. Con i santi Lorenzo Ruiz e Pedro Calungsod e tutti i santi, Ella continui ad impetrare la misericordia di Dio e l’amorevole compassione per questo Paese e per tutti gli amati filippini. Amen.

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cattedrale di Palo
Sabato, 17 gennaio 2015

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Cari fratelli e sorelle,

vi saluto tutti con grande affetto nel Signore. Sono lieto che ci possiamo incontrare in questa Cattedrale della Trasfigurazione del Signore. Questa casa di preghiera, insieme a molte altre, è stata restaurata grazie alla notevole generosità di tanta gente. Si erge come segno eloquente dell’immenso sforzo di ricostruzione, che voi e i vostri vicini avete intrapreso dopo la devastazione causata dal tifone Yolanda. E’ anche un memoriale per tutti noi del fatto che, anche nei disastri e nelle sofferenze, il nostro Dio opera continuamente, facendo nuove tutte le cose.

Molti di voi hanno sofferto tanto, non solo per la distruzione causata dall’uragano, ma per la perdita di familiari e amici. Oggi affidiamo alla misericordia di Dio quanti sono morti, e invochiamo la sua consolazione e la sua pace su coloro che ancora piangono. Ricordiamo in modo speciale coloro a cui il dolore rende difficile vedere il modo di andare avanti. Allo stesso tempo, ringraziamo il Signore per quanti hanno faticato in questi mesi per portare via le macerie, per visitare i malati e i morenti, per confortare i sofferenti e per seppellire i morti. La loro bontà ed il generoso aiuto giunto da moltissime persone di tutto il mondo sono un segno reale che Dio non ci abbandona mai!

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La Sagrata Familia, la creazione e Gaudì. Lluís Martínez Sistach

16 gennaio 2015

 

 

La Sagrada Família è un inno alla natura, è un canto alla luce e a tutto il creato che, secondo il libro della Genesi, seguì alla creazione della luce. La visione che Gaudí ha della natura e che plasma nella sua opera è molto vicina a quella di san Francesco d’Assisi. Pertanto, a ragione, si è parlato di un’ispirazione francescana nella sua opera, e di uno stile francescano nella sua vita, in particolare quanto a umiltà e povertà.

È ben noto che le strutture geometriche, nella cui creazione e uso Gaudí è geniale, si ispirano alla natura. «Il grande libro – affermava – sempre aperto e che conviene sforzarsi di leggere, è quello della natura. Gli altri libri sono tratti da questo e contengono gli errori e le interpretazioni degli uomini. Ci sono due grandi rivelazioni: una dottrinale, della morale e della religione (col termine “dottrina” Gaudí fa riferimento alla Sacra Scrittura), e l’altra, che ci guida attraverso i fatti, che è quella del grande libro della natura». «Ogni cosa proviene dal grande libro della natura – aggiungeva Gaudí –; le opere degli uomini sono già un libro stampato. Vedete quell’albero vicino al mio laboratorio? Lui è il mio maestro». Raramente in un autore degli inizi del XX secolo si possono trovare affermazioni simili così piene di amore e rispetto verso la natura. Gaudí, nel suo modo di amare e rispettare la natura, fu anche un innovatore.

Fu un vero apostolo dell’ecologia. Non è forse questa una delle caratteristiche che rende alla Sagrada Família un significato veramente universale, sia a oriente, Giappone in particolare, sia a occidente? Dove apprese il nostro architetto questo amore per la natura? Senza dubbio alcuno, dalla sua infanzia. Si è detto che l’infanzia è la patria di ogni persona per tutta la propria vita terrena. Per quanto riguarda Gaudí sappiamo che durante l’infanzia soffrì di reumatismi articolari, ragion per cui si trasferiva spesso a Riudoms, in una masseria di famiglia, in groppa a un asinello, perché il dolore gli impediva di camminare.

Lì, così come confessò a Joan Bergós, nel libro Gaudí, l’home i l’obra, «con i vasi di fiori, circondato da vigneti e uliveti, animato dal chiocciare delle galline, dai canti degli uccelli e dal ronzio degli insetti, e con le montagne di Prades a fare da sfondo, potei cogliere le più pure e gioiose immagini della natura.

Questa natura che sempre mi è maestra». Dello spirito di osservazione del Gaudí bambino ci parla questa confessione fatta a Bergós: «A causa della mia malattia, dovetti astenermi spesso dal giocare con i miei compagni, cosa che favorì in me lo spirito di osservazione. Così, quando il maestro spiegò in una lezione che gli uccelli avevano ali per volare, osservai che “le galline della nostra fattoria hanno ali molto grandi e non sanno volare: le utilizzano per correre più velocemente”».

È stato scritto che il tempio da lui ideato costituisce un grande giardino in pietra, nel quale il regno minerale, vegetale e animale, perfino gli esseri più umili, come le tartarughe, danno il loro contributo all’opera e intonano un canto di lode al Creatore. Gaudí asseriva che, nell’edificare l’opera, si proponeva di plasmare con la pietra gli esseri viventi che individuava e ammirava nel prato del terreno su cui doveva sorgere la sua “cattedrale”.

È ben nota la sua ammirazione per i colori. Gaudí credeva che la vita si esprimesse nei colori che non dovevano assolutamente mancare nella sua opera, perché sono espressione di vita ed esplosione di gioia. Questa visione gioiosa e riconoscente della natura è un elemento molto valido per il nostro dialogo con gli uomini di oggi e con la cultura attuale, fortemente segnata dall’ecologia. «Il colore è vita».

Come ammirerebbe Gaudí il modo in cui si è diffuso il colore nel mondo attuale! Gaudí era mediterraneo al cento per cento. E sapeva molto bene come la latitudine influisse sul sentimento della bellezza. Secondo Martinell, l’architetto spiegava ai suoi visitatori quanto segue: «Noi abitanti dei Paesi bagnati dal Mediterraneo sentiamo la bellezza con più intensità degli abitanti dei Paesi del Nord, ed essi stessi lo riconoscono. […] Abbiamo l’obbligo di infondere questo sentimento di vita nelle nostre opere, nel cui aspetto deve riflettersi il nostro modo di essere». Gaudí raccontò un aneddoto molto esplicativo del suo amore per la natura, secondo la testimonianza raccolta da Bergós riguardo la costruzione della Casa Vicens: «Quando andai a prendere le misure del terreno, questo era interamente coperto da fiorellini gialli; fiorellini che sono stati ripresi come motivo fondamentale delle piastrelle in ceramica. Trovai anche un esuberante margallón [palma], la cui forma delle foglie, come fuse nel ferro, formano le inferriate e la porta di ingresso».

Come è noto, nel Rosario monumentale della montagna di Montserrat, a Gaudí venne affidata la costruzione del primo mistero della Gloria: la risurrezione di Gesù. Anche qui, oltre alla simbologia cristiana, diede prova del suo amore verso gli esseri più umili della natura. Bergós lo racconta in questo modo: «Collocai il mistero della risurrezione in un angolo del percorso, facendo scavare in modo realista la roccia che si vede di fronte alla grotta funeraria, con in mezzo il sepolcro vuoto; alla sinistra del sarcofago, le sante donne ricevono l’annuncio dell’angelo su quanto è accaduto al Maestro. Quando lo spettatore si gira, contempla con emozione che Cristo rifulgente sembra elevarsi sull’alta rupe che vi è accanto. Le sculture collocate all’interno della grotta sono di Reart, e il Cristo, in bronzo dorato, è di Llimona. Adesso manca solo che siano piantati alcuni alberelli e siano coltivati gli ortaggi più umili, per suggerire l’idea dell’orto del buon giardiniere di cui parla il Vangelo e affinché il canto di molti uccelli accompagni la messa della mattina di Pasqua».

Nel suo capolavoro, Gaudí introdusse gli elementi della natura, affinché la creazione convergesse nella lode divina, e allo stesso tempo portò all’esterno della chiesa le pale d’altare, per mettere davanti agli uomini il mistero di Dio rivelato nella nascita, nella passione, nella morte e nella risurrezione di Gesù Cristo. Il nostro architetto fece ciò che possiamo definire uno dei compiti più importanti oggi: «Superare – come affermò Benedetto XVI – la scissione tra coscienza umana e coscienza cristiana, tra esistenza in questo mondo temporale e apertura alla vita eterna, tra la bellezza delle cose e Dio come bellezza.

Non realizzò tutto questo con parole, ma con pietre, linee, superfici e vertici. In realtà, la bellezza è la grande necessità dell’uomo; è la radice dalla quale sorgono il tronco della nostra pace e i frutti della nostra speranza. La bellezza è anche rivelatrice di Dio perché, come Lui, l’opera bella è pura gratuità, invita alla libertà e strappa dall’egoismo».

 

Lluís Martínez Sistach

pubblicato su Avvenire del 16 gennaio 2015

Viaggio apostolico in Sri Lanka e Filippine. 4^ giornata. Dirette. Sintesi e Testo completo dei discorsi e dell’Omelia

16 gennaio 2015

Venerdì, 16 gennaio 2015

http://www.ctv.va/content/ctv/it/livetv.html

ore 9.15 circa Cerimonia di benvenuto al Palazzo Presidenziale e visita di Cortesia al Presidente

ore 10.15 : Incontro con Autorità e con il Corpo Diplomatico nella Rizal Ceremonial Hall del Palazzo Presidenziale

 “La mia visita è anzitutto pastorale. Avviene in un momento in cui la Chiesa in questo Paese si sta preparando a celebrare il quinto centenario della prima proclamazione del Vangelo di Gesù Cristo su questi lidi. Il messaggio cristiano ha avuto un immenso influsso sulla cultura filippina. È mia speranza che tale importante anniversario faccia risaltare la sua costante fecondità e la sua capacità di ispirare una società degna della bontà, della dignità e delle aspirazioni del popolo filippino.

……Come una famiglia, ogni società attinge dalle sue più profonde risorse per far fronte a nuove sfide. Oggi le Filippine, insieme a molte altre nazioni dell’Asia, si trova davanti all’esigenza di costruire una società moderna fondata su solide basi – una società rispettosa degli autentici valori umani, che tuteli la nostra dignità e i diritti umani, fondati su Dio, e che sia pronta ad affrontare nuovi e complessi problemi etici e politici. ….Indispensabile per la realizzazione di questi obiettivi nazionali è l’imperativo morale di assicurare la giustizia sociale e il rispetto della dignità umana. La grande tradizione biblica prescrive per tutti i popoli il dovere di ascoltare la voce dei poveri e di spezzare le catene dell’ingiustizia e dell’oppressione, che danno origine a palesi e scandalose disuguaglianze sociali. La riforma delle strutture sociali che perpetuano la povertà e l’esclusione dei poveri, prima di tutto richiede una conversione della mente e del cuore. I Vescovi delle Filippine hanno chiesto che quest’anno sia proclamato “Anno dei Poveri”. Spero che questa profetica istanza determini in ciascuno, a tutti i livelli della società, il fermo rifiuto di ogni forma di corruzione che distolga risorse dai poveri. Possa essa ispirare la volontà di uno sforzo concertato per includere ogni uomo, donna e bambino nella vita della comunità.”

 

TESTO COMPLETO DEL DISCORSO

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SANTA MESSA CON VESCOVI, SACERDOTI, RELIGIOSE E RELIGIOSI

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cattedrale del’Immacolata Concezione, Manila
Venerdì, 16 gennaio 2015

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«Mi ami?» [la gente: “Sì!”] Grazie! Ma io stavo leggendo la parola di Gesù! Dice il Signore:«Mi ami? … Pasci i miei agnelli» (Gv21,15.16). Le parole di Gesù a Pietro nel Vangelo di oggi sono le prime parole che vi rivolgo, cari fratelli Vescovi e Sacerdoti, Religiosi e Religiose, e giovani Seminaristi. Queste parole ci ricordano una cosa essenziale: ogni ministero pastorale nasce dall’amore. Ogni ministero pastorale nasce dall’amore! Ogni vita consacrata è un segno dell’amore riconciliatore di Cristo. Come santa Teresa di Gesù Bambino, nella varietà delle nostre vocazioni, ognuno di noi è chiamato, in qualche modo, ad essere l’amore nel cuore della Chiesa.

Vi saluto con grande affetto. E vi chiedo di portare il mio affetto a tutti i vostri fratelli e sorelle anziani e malati e a tutti coloro che non si sono potuti unire a noi oggi. Mentre la Chiesa nelle Filippine guarda al quinto centenario della sua evangelizzazione, sentiamo gratitudine per l’eredità lasciata da tanti vescovi, sacerdoti e religiosi delle generazioni passate. Essi si sono sforzati non solo di predicare il Vangelo e di costruire la Chiesa in questo Paese, ma anche di forgiare una società ispirata al messaggio evangelico della carità, del perdono e della solidarietà al servizio del bene comune. Oggi voi portate avanti quell’opera d’amore. Come loro, siete chiamati a costruire ponti, a pascere il gregge di Cristo, e a preparare valide vie per il Vangelo in Asia all’alba di una nuova era.

«L’amore di Cristo infatti ci possiede» (2 Cor 5,14). Nella prima Lettura di oggi san Paolo ci dice che l’amore che siamo chiamati a proclamare è un amore riconciliatore, che promana dal cuore del Salvatore crocifisso. Siamo chiamati ad essere «ambasciatori in nome di Cristo» (2 Cor 5,20). Il nostro è un ministero di riconciliazione. Proclamiamo la Buona Novella dell’amore, della misericordia e della compassione senza fine di Dio. Proclamiamo la gioia del Vangelo. Poiché il Vangelo è la promessa della grazia di Dio, che sola può portare pienezza e risanamento al nostro mondo malato. Il Vangelo può ispirare la costruzione di un ordine sociale veramente giusto e redento.

Essere ambasciatore di Cristo significa prima di tutto invitare ogni persona ad un rinnovato incontro con il Signore Gesù (cfrEvangelii gaudium, 3). Il nostro incontro personale con Lui. Questo invito dev’essere al centro della vostra commemorazione dell’evangelizzazione delle Filippine. Ma il Vangelo è anche un appello alla conversione, ad un esame della nostra coscienza, come individui e come popolo. Come i Vescovi delle Filippine hanno giustamente insegnato, la Chiesa nelle Filippine è chiamata a riconoscere e combattere le cause della disuguaglianza e dell’ingiustizia, profondamente radicate, che macchiano il volto della società filippina, in palese contrasto con l’insegnamento di Cristo. Il Vangelo chiama ogni singolo cristiano a vivere una vita onesta, integra e impegnata per il bene comune. Ma chiama anche le comunità cristiane a creare “circoli di onestà”, reti di solidarietà che possono estendersi nella società per trasformarla con la loro testimonianza profetica.

I poveri. I poveri sono al centro del Vangelo, sono al cuore del Vangelo; se togliamo i poveri dal Vangelo non possiamo capire pienamente il messaggio di Gesù Cristo. Come ambasciatori di Cristo, noi, vescovi, sacerdoti e religiosi, dovremmo essere i primi ad accogliere la sua grazia riconciliatrice nei nostri cuori. San Paolo spiega che cosa questo significhi. Significa rifiutare prospettive mondane, guardando ogni cosa di nuovo alla luce di Cristo. Ciò comporta che noi siamo i primi ad esaminare la nostra coscienza, a riconoscere i nostri fallimenti e cadute e ad imboccare la via della conversione continua, della conversione quotidiana. Come possiamo proclamare la novità e il potere liberante della Croce agli altri, se proprio noi non permettiamo alla Parola di Dio di scuotere il nostro orgoglio, la nostra paura di cambiare, i nostri meschini compromessi con la mentalità di questo mondo, la nostra mondanità spirituale (cfr Evangelii gaudium, 93)?

Per noi sacerdoti e persone consacrate, conversione alla novità del Vangelo comporta un quotidiano incontro col Signore nella preghiera. I santi ci insegnano che questa è la sorgente di ogni zelo apostolico! Per i religiosi, vivere la novità del Vangelo significa trovare sempre di nuovo nella vita e nell’apostolato della comunità l’incentivo per una sempre più stretta unione col Signore nella perfetta carità. Per tutti noi, significa vivere in modo da riflettere la povertà di Cristo, la cui intera vita era incentrata sul fare la volontà del Padre e servire gli altri. La grande minaccia a ciò, naturalmente, è cadere in un certo materialismo che può insinuarsi nella nostra vita e compromettere la testimonianza che offriamo. Solo diventando noi stessi poveri, diventando noi stessi poveri, eliminando il nostro autocompiacimento, potremo identificarci con gli ultimi tra i nostri fratelli e sorelle. Vedremo le cose sotto una luce nuova e così potremo rispondere con onestà e integrità alla sfida di annunciare la radicalità del Vangelo in una società abituata all’esclusione, alla polarizzazione e alla scandalosa disuguaglianza.

Qui desidero dire una parola speciale ai giovani sacerdoti e religiosi e ai seminaristi presenti. Vi chiedo di condividere la gioia e l’entusiasmo del vostro amore per Cristo e per la Chiesa con chiunque, ma soprattutto con i vostri coetanei. Siate presenti in mezzo ai giovani che possono essere confusi e abbattuti, e che tuttavia continuano a vedere la Chiesa come loro compagna di cammino e fonte di speranza.

Siate vicini a quanti, vivendo in mezzo ad una società appesantita dalla povertà e dalla corruzione, sono scoraggiati, tentati di mollare tutto, di lasciare la scuola e di vivere per la strada. Proclamate la bellezza e la verità del matrimonio cristiano ad una società che è tentata da modi confusi di vedere la sessualità, il matrimonio e la famiglia. Come sapete queste realtà sono sempre più sotto l’attacco di forze potenti che minacciano di sfigurare il piano creativo di Dio e di tradire i veri valori che hanno ispirato e dato forma a quanto di bello c’è nella vostra cultura.

La cultura filippina, infatti, è stata plasmata dalla creatività della fede. I Filippini sono dovunque conosciuti per il loro amore a Dio, per la loro fervente pietà e la loro calorosa e cordiale devozione alla Madonna e al suo Rosario; il loro amore a Dio, per la loro fervente pietà e la loro calorosa e cordiale devozione alla Madonna e al suo Rosario. Questa grande eredità contiene un forte potenziale missionario. È il modo in cui il vostro popolo ha inculturato il Vangelo e continua ad accogliere il suo messaggio (cfrEvangelii gaudium, 122). Nel vostro impegno di preparazione del quinto centenario, costruite su queste solide basi.

Cristo è morto per tutti, affinché, uniti a Lui nella morte, potessimo vivere non più per noi stessi ma per Lui (cfr 2 Cor 5,15). Cari fratelli Vescovi, Sacerdoti e Religiosi, imploro da Maria, Madre della Chiesa, di suscitare in tutti voi una tale abbondanza di zelo, che possiate spendervi con abnegazione al servizio dei fratelli e delle sorelle. In tal modo, possa l’amore riconciliatore di Cristo penetrare ancora più interamente nel tessuto della società filippina e, attraverso di voi, nei più lontani angoli del mondo. Amen.

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ore 17.30: Incontro con le Famiglie nel Mall of Asia Arena a Manila

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Mall of Asia Arena, Manila
Venerdì, 16 gennaio 2015

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Care famiglie,
Cari amici in Cristo,

Sono grato per la vostra presenza qui questa sera e per la testimonianza del vostro amore per Gesù e la sua Chiesa. Ringrazio il Vescovo Reyes, Presidente della Commissione Episcopale per la Famiglia e la Vita, per le sue parole di benvenuto a vostro nome. In maniera particolare ringrazio coloro che hanno presentato le testimonianze – grazie! – e ed hanno condiviso la loro vita di fede con noi. La Chiesa nelle Filippine è benedetta dall’apostolato di molti movimenti che si occupano della famiglia, e io li ringrazio per la loro testimonianza!

Le Scritture parlano poco di san Giuseppe e, là dove lo fanno, spesso lo troviamo mentre riposa, con un angelo che in sogno gli rivela la volontà di Dio. Nel brano evangelico che abbiamo appena ascoltato, troviamo Giuseppe che riposa non una, ma due volte. Questa sera vorrei riposare nel Signore con tutti voi. Ho bisogno di riposare nel Signore con le famiglie, e ricordare la mia famiglia: mio padre, mia madre, mio nonno, mia nonna… Oggi io riposo con voi e vorrei riflettere con voi sul dono della famiglia.

Ma prima vorrei dire qualcosa sul sogno. Il mio inglese però è così povero! Se me lo permettete, chiederò a Mons. Miles di tradurre e parlerò in spagnolo. A me piace molto il sogno in una famiglia. Tutte le mamme e tutti i papà hanno sognato il loro figlio per nove mesi. E’ vero o no? [Sì!] Sognare come sarà questo figlio… Non è possibile una famiglia senza il sogno. Quando in una famiglia si perde la capacità di sognare, i bambini non crescono e l’amore non cresce, la vita si affievolisce e si spegne. Per questo vi raccomando che la sera, quando fate l’esame di coscienza, ci sia anche questa domanda: oggi ho sognato il futuro dei miei figli? Oggi ho sognato l’amore del mio sposo, della mia sposa? Oggi ho sognato i miei genitori, i miei nonni che hanno portato avanti la storia fino a me. E’ tanto importante sognare. Prima di tutto, sognare in una famiglia. Non perdete questa capacità di sognare!

E quante difficoltà nella vita dei coniugi si risolvono se noi conserviamo uno spazio per il sogno, se ci fermiamo a pensare al coniuge, e sogniamo la bontà che hanno le cose buone. Per questo è molto importante recuperare l’amore attraverso il ‘progetto’ di tutti i giorni. Non smettete mai di essere fidanzati!

Il riposo di Giuseppe gli ha rivelato la volontà di Dio. In questo momento di riposo nel Signore, facendo una sosta tra i nostri numerosi doveri e attività quotidiani, Dio parla anche a noi. Ci parla nella Lettura che abbiamo ascoltato, nelle preghiere e nelle testimonianze, e nel silenzio del nostro cuore. Riflettiamo su che cosa il Signore ci sta dicendo, specialmente nel Vangelo di questa sera. Ci sono tre aspetti di questo brano che vi prego di considerare. Primo: riposare nel Signore. Secondo: alzarsi con Gesù e Maria. Terzo: essere voce profetica.

 

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Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Sri Lanka e Filippine (12-19 gennaio 2015) – Conferenza Stampa nel volo da Colombo a Manila, 15.01.2015

16 gennaio 2015

Giovedì, 15 gennaio 2015

Volo Papale

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(Padre Lombardi)

Anche in questo viaggio intermedio, come vede, siamo tutti pronti in ascolto delle sue parole. E complimenti per la prima parte del viaggio che è stata compiuta così brillantemente. Adesso noi le faremo un certo numero di domande, come al solito. Lei, quando è stanco e vuole finire ce lo dice e se ne va tranquillamente… E’ già stanco adesso?… Comunque per iniziare, siccome so che c’è una cosa che Le sta molto a cuore e che Lei desidera dirci su questo viaggio ed è il significato di questa canonizzazione di san Giuseppe Vaz, allora La prego di dircelo subito fin dall’inizio, in modo tale che poi abbiamo acquisito questo suo messaggio importante. Poi passiamo alle domande. Abbiamo diverse persone che sono già iscritte. Ecco qua.

(Papa Francesco)

Prima di tutto buon giorno, e anche un dubbio per Carolina: è vero, mi è arrivata l’immagine della Madonna del Lujan, grazie tante. Queste canonizzazioni sono state fatte con la metodologia – è prevista nel diritto della Chiesa – che si chiama canonizzazione equipollente. Si usa quando da tanto tempo un uomo o una donna è beato, beata, e ha la venerazione del popolo di Dio, di fatto è venerato come santo, e non si fa il processo del miracolo. Ci sono persone che sono così da secoli. Il processo di Angela da Foligno è stato fatto così, lei è stata la prima. Poi io ho scelto di fare così per persone che sono state grandi evangelizzatori ed evangelizzatrici. Per primo Pietro Favre, che è stato un evangelizzatore dell’Europa: è morto si può dire per la strada, mentre viaggiava evangelizzando a quarant’anni. E poi gli altri, gli evangelizzatori del Canada, Francesco de Laval e Maria dell’Incarnazione: questi due sono stati praticamente i fondatori della Chiesa nel Canada, lui come vescovo e lei come suora, con tutto l’apostolato che facevano lì. Poi l’altro è Giuseppe de Anchieta, del Brasile, il fondatore di San Paolo, che da tempo era beato, ed ora è santo. Giuseppe Vaz, qui, come evangelizzatore dello Sri Lanka. E adesso, a settembre, Deo mediante, farò la canonizzazione di Junipero Serra, negli Stati Uniti, perché è stato l’evangelizzatore dell’ovest degli Stati Uniti. Sono figure che hanno fatto una forte evangelizzazione e sono in sintonia con la spiritualità e la teologia della Evangelii gaudium. E per questo ho scelto queste figure. Era questo.

(Padre Lombardi)

Grazie. E allora adesso passiamo alle domande per cui si sono iscritti i nostri colleghi. Il primo è Jerry O’Connell di America Magazine, che Lei conosce bene. A lui la parola.

(Jerry O’Connell)

Prima di tutto, Santo Padre, concordo con padre Lombardi, complimenti per la buona riuscita della visita in Sri Lanka. Io faccio una domanda per il gruppo inglese. Abbiamo concordato di fare una domanda ponte, che colleghi la visita in Sri Lanka e quella nelle Filippine. Abbiamo visto in Sri Lanka la bellezza della natura, ma anche la vulnerabilità di quell’isola: dai cambiamenti climatici al mare etc. Stiamo andando nelle Filippine e Lei visiterà la zona già colpita. Sta già studiando da un anno e più la questione dell’ecologia e della cura della creazione. La mia domanda, quindi, prevede tre aspetti. Primo: il cambiamento climatico è maggiormente dovuto all’opera dell’uomo, alla sua mancanza di cura della natura? Secondo: la Sua Enciclica, quando uscirà? Terzo: Lei insiste, come abbiamo visto in Sri lanka, molto sulla cooperazione fra religioni, Lei intende invitare le altre religioni a riunirsi per affrontare questo problema? Grazie.

(Papa Francesco)

La prima domanda. Lei ha detto una parola che mi evita una precisazione: “maggiormente”. Io non so se del tutto, ma maggiormente, in larga parte è l’uomo che prende a schiaffi la natura, continuamente. Noi ci siamo un po’ impadroniti della natura, della sorella terra, della madre terra. Mi ricordo, voi avete già sentito questo, quello che un vecchio contadino una volta mi ha detto: “Dio perdona sempre, noi – gli uomini – perdoniamo alcune volte, la natura non perdona mai”. Se tu la prendi a schiaffi, lei lo fa a sua volta. Credo che noi abbiamo sfruttato troppo la natura; le deforestazioni, per esempio. Io ricordo ad Aparecida: in quel tempo non capivo bene questo problema, quando sentivo i vescovi brasiliani parlare di deforestazione dell’Amazzonia non riuscivo a capire bene. L’Amazzonia è un polmone del mondo. Poi, cinque anni fa, con una commissione dei diritti umani ho fatto un ricorso alla Suprema Corte di Argentina per fermare nel nord del Paese, nella zona de Nordesalta, Tartagal, per fermare almeno temporaneamente una deforestazione terribile. Questo è un aspetto. Un altro sono le monocoltivazioni. I contadini, ad esempio, sanno che se tu coltivi il granoturco per tre anni, poi devi fermarti e fare un’altra coltivazione per uno-due anni, per nitrogenizzare la terra, perché la terra cresca. Per esempio da noi si coltiva solo soia e si fa soia finché la terra non si esaurisce. Non tutti fanno questo, ma è un esempio, come ce ne sono tanti altri. Credo che l’uomo è andato troppo oltre. Grazie a Dio oggi ci sono voci, ci sono tanti, tanti che parlano di questo; in questo momento vorrei ricordare il mio amato fratello Bartolomeo, che da anni, da anni predica su questo tema. E io ho letto tante cose sue per preparare questa Enciclica. Posso tornare su questo ma non voglio essere lungo. Guardini – dico soltanto questo – ha una parola che spiega abbastanza. Lui dice: la seconda maniera di incultura, è quella cattiva. La prima è l’incultura che riceviamo con la creazione per farla cultura, ma quando tu ti impadronisci troppo e vai oltre, questa cultura va contro di te, pensiamo a Hiroshima. Si crea una incultura, che è la seconda.

L’Enciclica: la prima bozza l’ha fatta il cardinale Turkson con la sua équipe. Poi io con l’aiuto di alcuni ho preso questa e ci ho lavorato. Poi con alcuni teologi ho fatto una terza bozza e ho inviato una copia alla Congregazione per la Dottrina della Fede, alla Seconda Sezione della Segreteria di Stato e al Teologo della Casa Pontificia, perché studiassero bene che io non dicessi “stupidaggini”. Tre settimane fa ho ricevuto le risposte, alcune grosse così, ma tutte costruttive. E adesso mi prenderò una settimana di marzo, intera, per finirla. Credo che alla fine di marzo sarà finita e andrà alle traduzioni. Penso che se il lavoro di traduzione va bene – mons. Becciu mi sta ascoltando: lui deve aiutare per questo –, se va bene a giugno/luglio potrà uscire. L’importante è che ci sia un po’ di tempo tra l’uscita dell’Enciclica e l’incontro a Parigi, perché sia un apporto. L’incontro in Perù non è stato un granché. A me ha deluso la mancanza di coraggio: si sono fermati a un certo punto. Speriamo che a Parigi siano più coraggiosi i rappresentanti per andare avanti in questo.

Per la terza domanda, credo che il dialogo tra le religioni è importante su questo punto. Le altre religioni hanno una buona visione. Anche su questo punto c’è un accordo per avere una stessa visione. Non ancora nell’Enciclica. Di fatto ho parlato con alcuni di altre religioni sul tema e so che anche il cardinale Turkson lo ha fatto e almeno due teologi lo hanno fatto, questa è stata la strada. Non sarà una dichiarazione in comune. Gli incontri arriveranno dopo.

(Padre Lombardi)

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G. Criveller: Matteo Ricci

15 gennaio 2015

L’articolo di Gianni Criveller che anticipiamo esce sul prossimo numero della rivista del Pime “Mondo e Missione”, e indaga lo stato d’animo con cui il gesuita visse la sua missione di evangelizzazione della Cina. Lo stesso articolo, in una versione più ampia, è uscito sulla rivista “Pime World” in America e ha ricevuto il primo premio della Catholic Press Association. Anche la capitale economica della Cina, Shanghai, celebra il grande missionario gesuita. Un busto di Matteo Ricci, infatti, è stato realizzato dall’artista Emanuele Barsanti e verrà presto collocato nel giardino-mausoleo di Xu Guangqi, poco distante dalla cattedrale di Shanghai intitolata a Sant’Ignazio. Il dono è frutto di una collaborazione fra la Fondazione Matteo Ricci di Macerata e l’Ufficio culturale di Shanghai.

 

Nel giugno del 1595, nel pieno della sua missione in Cina, Matteo Ricci collezionò una serie incredibile e dolorosa di fallimenti, al punto di sprofondare in uno stato di malinconia. Ebbe un sogno, l’unico che ci sia stato raccontato dai missionari in 200 anni di presenza in Cina. Nel sogno, Gesù consolava Matteo, promettendogli di condurlo a Pechino. Matteo ne scrisse subito a Gerolamo Costa, un amico d’infanzia. Il sogno è senz’altro avvenuto, poiché Ricci non poteva in nessun modo immaginare, quando ne scrisse, che la predizione si sarebbe un giorno realizzata per davvero. E ciò avvenne solo sei anni dopo, il 24 gennaio 1601. Lo ribadisco: andava tutto per il verso sbagliato, e in nessun modo Matteo poteva prevedere il successo della sua impresa.
L’ascesa a Pechino era un obiettivo che avrebbe scoraggiato chiunque, in un Paese chiuso ermeticamente agli stranieri, con sfide culturali e di adattamento mai sperimentate prima. Ma Ricci non era una persona qualsiasi. Era un uomo straordinario, animato da intelligenza e caparbietà non comuni. In soli 18 anni, tra difficoltà, insuccessi e opposizioni di ogni genere, introdusse la fede cristiana in Cina mediante la via dell’amicizia, del dialogo culturale e scientifico. Ricci è uno degli uomini migliori nella storia dell’umanità, il primo che ha unito nel segno dell’amicizia due tra le civilizzazioni più celebrate della storia: l’umanesimo rinascimentale europeo e la civiltà cinese dei Ming.
Eppure, un uomo tanto geniale confessa più volte di soffrire di malinconia. Nel 1580 ne scrisse a Ludovico Maselli, che aveva avuto come superiore a Roma: «Non mi causa tanta tristezza, così la voglio chiamare, il star lontano di miei parenti, sebbene io son molto carnale, quanto di star lontano da Voi, che amo più che mio padre. Non so che imaginatione mi viene alle volte e non so come mi causa una certa sorte di melanconia, che mi par che è buona, e havrei scrupolo di non haverla».

Che la melanconia gli sembri una cosa buona sconcerta non poco. Nella tradizione cattolica la malinconia era associata all’accidia, uno dei sette vizi capitali. La malinconia nasce in Grecia come la malattia umorale delle persone deboli e tristi. Aristotele è il primo, invece, che si chiede per quale ragione gli uomini eccezionali siano malinconici, affermando così un legame tra genialità e malinconia. Studiando i
sogni, il filosofo greco fa derivare la melanconia dall’incontinenza della facoltà immaginativa e, dopo un complesso ragionamento, ne deriva che «vi sono uomini melanconici i cui sogni sono veri».

L’Umanesimo e il Rinascimento ripropongono il pensiero aristotelico circa la malinconia, associandola allo spirito degli artisti e all’immaginazione. I malinconici infatti sono spiriti geniali che immaginano e sognano un mondo diverso. Il melanconico conosce la labilità del mondo presente, e se ne distanzia. Egli percepisce l’oscurità e la fugacità della condizione umana, e inventa immagini visuali e poetiche per rappresentare un mondo altro. Egli si dispera persino, e trova rifugio nell’immaginare e sognare mondi altri, possibili e migliori.
Ma torniamo al nostro missionario Matteo Ricci. Ho scoperto un singolare legame letterario tra Ricci e gli studi umanistici sulla malinconia. Nel 1621 viene pubblicato a Londra Anatomia della malinconia, un trattato fondamentale nella storia degli studi sul tema. L’autore, Robert Burton, cita Matteo Ricci – il quale era morto nella lontana Pechino solo undici anni prima – per ben 16 volte.

Matteo Ricci si era formato nell’esercizio dell’immaginazione, fondamentale nella formazione gesuitica, centrata sulla fruizione contemplativa delle immagini per l’esercizio immaginativo della composizione di luogo. Essa è la pratica di entrare, grazie alla fruizione di immagini che narrano la storia dei Vangeli, in uno spazio immaginativo che conduce alla contemplazione. Le immagini infatti, creando mondi immaginativi nuovi, hanno il potere di condurre la persona che immagina fuori dal proprio mondo, rendendo possibile un’uscita da sé e un incontro con gli altri e con l’Altro. Non a caso, l’adozione di “immagini sacre” e la confidenza nel loro potere taumaturgico, la stampa e la diffusione di immagini che rappresentavano la vita di Gesù, le narrazioni evangeliche e la fiducia nel loro potere immaginifico, evocativo e persuasivo furono in assoluto una delle più innovative caratteristiche dell’attività missionaria di Ricci e dei gesuiti in Cina.

Romano Guardini, in Ritratto della malinconia (1928), descrive in modo suggestivo la malinconia come vita tra i confini: «Ci sono quelli che sperimentano profondamente il mistero di una vita di confine. Non stanno mai decisamente o di qua o di là. Vivono nella terra di nessuno. Sperimentano l’inquietudine che passa dall’una all’altra parte. La malinconia è l’inquietudine dell’uomo che avverte la vicinanza dell’infinito. Beatitudine e minaccia a un tempo. Il significato dell’uomo sta nell’essere un confine vivente, nel prendere sopra di sé questa vita di confine». Credo che molti missionari, come avvenne per Ricci, possano riconoscersi in questa “sorte di malinconia”, in quanto attraversano molti confini, fino a diventare loro stessi confini viventi.

Il Santuario di Madhu in Sri Lanka

15 gennaio 2015

 

 

“In questo santuario di Nostra Signora di Madhu, ogni pellegrino si può sentire a casa, perché qui Maria ci introduce alla presenza del suo Figlio Gesù. Qui Srilankesi, Tamil e Singalesi, tutti giungono come membri di un’unica famiglia. A Maria essi affidano le loro gioie e i loro dolori, le loro speranze e le loro necessità. Qui, nella sua casa, si sentono sicuri. Sanno che Dio è molto vicino; sentono il suo amore; conoscono la sua tenera misericordia, la tenera misericordia di Dio…..Per intercessione di Nostra Signora di Madhu, possano tutti trovare qui ispirazione e forza per costruire un futuro di riconciliazione, di giustizia e di pace per i figli di questa amata terra

Papa Francesco 14 gennaio 2015

 

 

 

Il santuario di Madhu risale al 1670 circa.

L’invasione dell’isola di Ceylon, oggi Sri Lanka,  da parte degli olandesi e la persecuzione dei cattolici, costrinse circa 700 persone a fuggire nelle foreste, abbandonando la città di Mantai. Nell’esodo portarono con loro la statua della Madonna, per evitare che fosse distrutta. Venne costruito, nella giungla, un nuovo santuario a Madhu, dove la statua venne ricollocata e dove ancor oggi viene venerata.
Le persecuzioni terminarono con l’arrivo degli inglesi, nell’800. Nel tempo, nella piccola comunità cattolica, si diffuse la consuetudine di compiere pellegrinaggi a Madhu. Nel 1872 iniziò la costruzione di una nuova chiesa, con anche la realizzazione di una di un grotta della Madonna di Lourdes. Nel 1924, su concessione di Papa Pio XI, avvenne la solenne incoronazione della statua della Madonna di Madhu.

La chiesa venne consacrata ufficialmente solo nel 1944, durante la Seconda guerra mondiale.  La statua della Madonna di Madhu è stata portata dai vescovi in processione per le parrocchie del Paese per tre volte, nel 1948, 1974 e 2001. In particolare nell’ultima occasione si pregò per la pace e la riconciliazione nazionale del Paese dilaniato da una sanguinosa guerra civile tra i Tamil e i Cingalesi, le due etnie principali.

Il santuario fu al centro di momenti drammatici nel novembre del 1999, quando in pieno conflitto civile diverse migliaia di sfollati si erano sistemati in un campo profughi vicino alla chiesa. La zona diventò il centro degli scontri tra governativi e ribelli. Fu bombardata tutta l’area del santuario, molti furono uccisi e feriti.

L’area in cui sorge la chiesa di Nostra Signora di Madhu, 220 km a nord di Colombo, è stata fino al 25 aprile scorso il controllo dei Tamil. Dal 2007 si erano accordati sull’istituzione di una “No war Zone” intorno al santuario per garantire l’incolumità dei pellegrini durante le principali feste religiose. Ma nessuno dei contendenti l’ha mai rispettata fino in fondo. Inoltre, a causa dei passati combattimenti, tutta la zona è divenuta un campo minato.
Nel 2008  il santuario rimase chiuso per diverso tempo proprio per tale ragione. I pellegrinaggi poterono poi ripartire nel 2009.
Il santuario della Madonna di Madhu è tenuto in considerazione da fedeli di diverse religioni. Ogni anno, specie nella festa dell’Assunta, si radunano fino a 300 mila fedeli.Il Santo Padre ha visitato  ieri il Santuario, fermandosi in preghiera

Viaggio apostolico in Sri Lanka e Filippine. 3^ giornata. Visita a Our Lady of Lanka, NS di Lanka. Cerimonia di congedi. Diratta e testo delle preghiere e dei discorsi

15 gennaio 2015

Giovedì, 15 gennaio 2015

http://www.ctv.va/content/ctv/it/livetv.html

 

 

ore 8,15: Visita alla Cappella “Our Lady of Lanka” a Bolawalana

Ore 9,00: Cerimonia di Congedo all’Aeroporto Internazionale di Colombo

ore 17,45: Accoglienza Ufficiale in Filippine

Stù Criato. Enzo Gragnaniello

14 gennaio 2015

Stù Criato” appartiene all’album “Erba cattiva” di Enzo Gragnaniello, autore contemporaneo della musica popolare napoletana. E’ ispirata alla Tarantella del Gargano, che come spiega l’autore, “è un giro armonico del Sud Italia, come il giro armonico del blues, composto da 4 accordi, ognuno poi ci scrive la sua canzone. Io mi sono ispirato alla Tarantella, ma ho ridotto gli accordi da 5 a 2, ho scritto io il testo, l’ho resa più cantautorale, usando un linguaggio diverso, e ho reso il ritmo e il cantato meno sincopato”.

 

 

‘O saccio, ‘o saccio je sulamente
chello c’aggio passato
quanno l’angelo e’ vulato,
chello c’aggio passato
quanno l’angelo e’ vulato
c’aggio passato.

‘Na voce, ‘na voce m”o ripete
nun perdere cchiu’ tempo
cerca d’essere felice,
nun perdere cchiu’ tempo
cerca d’essere felice,
cerca d’essere felice
nun ce sta tempo.

E cantano, e cantano l’aucielli
e cantano sultanto
quanno e’ santo ‘nu pensiero,
e cantano sultanto
quanno e’ santo ‘nu pensiero,
quanno e’ santo ‘nu pensiero
canta l’auciello.

‘A notte, ‘a notte tene ‘e stelle
‘e stelle hanno brillato
fino a quanno l’e’ guardate,
‘e stelle hanno brillato
fino a quanno l’e’ guardate,
fino a quanno l’e’ guardate
hanno brillato.

‘A pace, ‘a pace e’ comme ‘a pece
e ‘a mette ‘ncopp”o fuoco
chillo ca nun e’ capace,
chillo ca nun e’ capace
mette ‘o fuoco sotto ‘a pace,
mette ‘o fuoco sotto ‘a pace
chi nun e’ capace.

‘A vocca, ‘a vocca e’ comm”e rose
quanno parle d’ammore
leva ‘e spine a dint”e parole,
quanno parle d’ammore
leva ‘e spine a dint”e parole,
leva ‘e spine a dint”e parole
si dice ammore.

‘A vita, ‘a vita e’ comme ‘a morte
stanno vicine ‘e casa
nun se ponno appicceca’
stanno vicine ‘e casa
nun se ponno appicceca’,
nun se ponno appicceca’
songo una cosa.

E tu, e tu figlio ‘e Maria
tu nun si manco nato
gia’ si stato cundannato,
tu nun si manco nato
gia’ si stato cundannato,
gia’ si stato cundannato
appena nato.

‘E figli, ‘e figli songo ‘e Dio
e nun se tocca niente
‘e chello ca e’ stato criato,
chello ca e’ stato criato
nun ce l’ammo maje ‘mparato,
nun ce l’ammo maje ‘mparato
chistu criato.

 

Di seguito il Video tratto da Avvenire del 14 gennaio 2015

(more…)

Intervista a papa Francesco. Anticipazione dal libro “Papa Francesco. Questa economia uccide”

14 gennaio 2015

Anticipiamo uno stralcio di «Papa Francesco. Questa economia uccide», il libro sul magistero sociale di Bergoglio scritto da Andrea Tornielli, coordinatore di «Vatican Insider», e Giacomo Galeazzi, vaticanista de «La Stampa». Il volume raccoglie e analizza i discorsi, i documenti e gli
interventi di Francesco su povertà, immigrazione, giustizia sociale, salvaguardia del creato. E mette a confronto esperti di economia, finanza e dottrina sociale della Chiesa – tra questi il professor Stefano Zamagni e il banchiere Ettore Gotti Tedeschi – raccontando anche le reazioni che
certe prese di posizione del Pontefice hanno suscitato. Il libro si conclude con un’intervista che Francesco ha rilasciato agli autori all’inizio di ottobre 2014. Pubblicato su “La Stampa” dell’ 11 gennaio 2015

 

 

 
«Marxista», «comunista» e «pauperista»: le parole di Francesco sulla povertà e sulla giustizia sociale, i suoi frequenti richiami all’attenzione verso i bisognosi, gli hanno attirato critiche e anche accuse talvolta espresse con durezza e sarcasmo. Come vive tutto questo Papa Bergoglio? Perché il tema della povertà è stato così presente nel suo magistero?
Santità, il capitalismo come lo stiamo vivendo negli ultimi decenni è, secondo lei, un sistema in qualche modo irreversibile?
«Non saprei come rispondere a questa domanda. Riconosco che la globalizzazione ha aiutato molte persone a sollevarsi dalla povertà, ma ne ha condannate tante altre a morire di fame. È vero che in termini assoluti è cresciuta la ricchezza mondiale, ma sono anche aumentate le disparità e sono sorte nuove povertà. Quello che noto è che questo sistema si mantiene con quella cultura dello scarto, della quale ho già parlato varie volte. C’è una politica, una sociologia, e anche un atteggiamento dello scarto. Quando al centro del sistema non c’è più l’uomo ma il denaro, quando il denaro diventa un idolo, gli uomini e le donne sono ridotti a semplici strumenti di un sistema sociale ed economico caratterizzato, anzi dominato da profondi squilibri. E così si “scarta” quello che non serve a questa logica: è quell’atteggiamento che scarta i bambini e gli anziani, e che ora colpisce anche i giovani. Mi ha impressionato apprendere che nei Paesi sviluppati ci sono tanti milioni di giovani al di sotto dei 25 anni che non hanno lavoro. Li ho chiamati i giovani “né-né”, perché non studiano né lavorano: non studiano perché non hanno possibilità di farlo, non lavorano perché manca il lavoro. Ma vorrei anche ricordare quella cultura dello scarto che porta a rifiutare i bambini anche con l’aborto. Mi colpiscono i tassi di natalità così bassi qui in Italia: così si perde il legame con il futuro. Come pure la cultura dello scarto porta all’eutanasia nascosta degli anziani, che vengono abbandonati. Invece di essere considerati come la nostra memoria, il legame con il nostro passato è una risorsa di saggezza per il presente. A volte mi chiedo: quale sarà il prossimo scarto?
Dobbiamo fermarci in tempo. Fermiamoci, per favore! E dunque, per cercare di rispondere alla domanda, direi: non consideriamo questo stato di cose come irreversibile, non rassegniamoci.
Cerchiamo di costruire una società e un’economia dove l’uomo e il suo bene, e non il denaro, siano al centro».
Un cambiamento, una maggiore attenzione alla giustizia sociale può avvenire grazie a più etica nell’economia oppure è giusto ipotizzare anche cambiamenti strutturali al sistema?
«Innanzitutto è bene ricordare che c’è bisogno di etica nell’economia, e c’è bisogno di etica anche nella politica. Più volte vari capi di Stato e leader politici che ho potuto incontrare dopo la mia elezione a vescovo di Roma mi hanno parlato di questo. Hanno detto: voi leader religiosi dovete aiutarci, darci delle indicazioni etiche. Sì, il pastore può fare i suoi richiami, ma sono convinto che ci sia bisogno, come ricordava Benedetto XVI nell’enciclica “Caritas in veritate”, di uomini e donnecon le braccia alzate verso Dio per pregarlo, consapevoli che l’amore e la condivisione da cui deriva l’autentico sviluppo, non sono un prodotto delle nostre mani, ma un dono da chiedere. E al tempo stesso sono convinto che ci sia bisogno che questi uomini e queste donne si impegnino, ad ogni livello, nella società, nella politica, nelle istituzioni e nell’economia, mettendo al centro il bene comune. Non possiamo più aspettare a risolvere le cause strutturali della povertà, per guarire le
nostre società da una malattia che può solo portare verso nuove crisi. I mercati e la speculazione finanziaria non possono godere di un’autonomia assoluta. Senza una soluzione ai problemi dei poveri non risolveremo i problemi del mondo. Servono programmi, meccanismi e processi orientati a una migliore distribuzione delle risorse, alla creazione di lavoro, alla promozione integrale di chi è escluso».
Perché le parole forti e profetiche di Pio XI nell’enciclica Quadragesimo Anno contro l’imperialismo internazionale del denaro, oggi suonano per molti – anche cattolici – esagerate e radicali?
«Pio XI sembra esagerato a coloro che si sentono colpiti dalle sue parole, punti sul vivo dalle sue profetiche denunce. Ma il Papa non era esagerato, aveva detto la verità dopo la crisi economicofinanziaria del 1929, e da buon alpinista vedeva le cose come stavano, sapeva guardare lontano.
Temo che gli esagerati siano piuttosto coloro che ancora oggi si sentono chiamati in causa dai richiami di Pio XI…».
Restano ancora valide le pagine della “Populorum progressio” nelle quali si dice che la proprietà privata non è un diritto assoluto ma è subordinata al bene comune, e quelle del catechismo di San Pio X che elenca tra i peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio l’opprimere i poveri e il defraudare della giusta mercede gli operai?
«Non solo sono affermazioni ancora valide, ma più il tempo passa e più trovo che siano comprovate dall’esperienza».
Hanno colpito molti le sue parole sui poveri «carne di Cristo». La disturba l’accusa di «pauperismo»?
«Prima che arrivasse Francesco d’Assisi c’erano i “pauperisti”, nel Medio Evo ci sono state molte correnti pauperistiche. Il pauperismo è una caricatura del Vangelo e della stessa povertà. Invece san Francesco ci ha aiutato a scoprire il legame profondo tra la povertà e il cammino evangelico. Gesù afferma che non si possono servire due padroni, Dio e la ricchezza. È pauperismo? Gesù ci dice qual è il “protocollo” sulla base del quale noi saremo giudicati, è quello che leggiamo nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo: ho avuto fame, ho avuto sete, sono stato in carcere, ero malato, ero nudo e mi avete aiutato, vestito, visitato, vi siete presi cura di me. Ogni volta che facciamo questo a un nostro fratello, lo facciamo a Gesù. Avere cura del nostro prossimo: di chi è povero, di chi soffre nel corpo nello spirito, di chi è nel bisogno. Questa è la pietra di paragone. È pauperismo? No, è Vangelo. La povertà allontana dall’idolatria, dal sentirci autosufficienti. Zaccheo, dopo aver incrociato lo sguardo misericordioso di Gesù, ha donato la metà dei suoi averi ai poveri. Quello del Vangelo è un messaggio rivolto a tutti, il Vangelo non condanna i ricchi ma l’idolatria della ricchezza, quell’idolatria che rende insensibili al grido del povero. Gesù ha detto che prima di offrire il nostro dono davanti all’altare dobbiamo riconciliarci con il nostro fratello per essere in pace con lui. Credo che possiamo, per analogia, estendere questa richiesta anche all’essere in pace con questi fratelli poveri».
Lei ha sottolineato la continuità con la tradizione della Chiesa in questa attenzione ai poveri. Può fare qualche esempio in questo senso?
«Un mese prima di aprire il Concilio Ecumenico Vaticano II, Papa Giovanni XXIII disse: “La Chiesa si presenta quale è e vuole essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri”. Negli anni successivi la scelta preferenziale per i poveri è entrata nei documenti del
magistero. Qualcuno potrebbe pensare a una novità, mentre invece si tratta di un’attenzione che ha la sua origine nel Vangelo ed è documentata già nei primi secoli di cristianesimo. Se ripetessi alcunibrani delle omelie dei primi Padri della Chiesa, del II o del III secolo, su come si debbano trattare i poveri, ci sarebbe qualcuno ad accusarmi che la mia è un’omelia marxista. “Non è del tuo avere che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché è quel che è dato in comune per l’uso di tutti, ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi”.

Sono parole di sant’Ambrogio, servite a Papa Paolo VI per affermare, nella “Populorum progressio”, che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto, e che nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario. San Giovanni Crisostomo affermava: “Non condividere i propri beni con i poveri significa derubarli e privarli della vita. I beni che possediamo non sono nostri, ma loro”. (…) Come si può vedere, questa attenzione per i poveri è nel Vangelo, ed è nella tradizione della Chiesa, non è un’invenzione del comunismo e non bisogna ideologizzarla, come alcune volte è accaduto nel corso della storia. La Chiesa quando invita a vincere quella che ho chiamato la “globalizzazione dell’indifferenza” è lontana da qualunque interesse politico e da qualunque ideologia: mossa unicamente dalle parole di Gesù vuole offrire il suo contributo alla costruzione di un mondo dove ci si custodisca l’un l’altro e ci si prenda cura l’uno dell’altro».

Viaggio apostolico in Sri Lanka e Filippine. 2^ giornata. Santa Messa per la canonizzazione di Giuseppe Vaz. Preghiera mariana a N. S del Rosario a Madhu. Dirette. Testo dell’Omelia e delle preghiere.

13 gennaio 2015

Mercoledì, 14 gennaio 2015

http://www.ctv.va/content/ctv/it/livetv.html

 

OMELIA DEL SANTO PADRE

«Tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio» (Is 52,10).

Questa è la magnifica profezia che abbiamo ascoltato nella prima Lettura di oggi. Isaia predice l’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo sino ai confini della terra. Questa profezia ha un significato speciale per noi che celebriamo la canonizzazione del grande missionario del Vangelo san Giuseppe Vaz. Come innumerevoli altri missionari nella storia della Chiesa, egli ha risposto al comando del Signore risorto di fare discepoli tutti i popoli (cfrMt28,19). Con le sue parole, ma soprattutto con l’esempio della sua vita, ha condotto il popolo di questo Paese alla fede che ci concede «l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati» (At20,32).

In san Giuseppe vediamo un segno eloquente della bontà e dell’amore di Dio per il popolo dello Sri Lanka. Ma in lui vediamo anche uno stimolo a perseverare nella via del Vangelo, a crescere noi stessi in santità, e a testimoniare il messaggio evangelico di riconciliazione al quale egli ha dedicato la sua vita.

Sacerdote Oratoriano, dalla sua natia Goa, san Giuseppe Vaz arrivò in questo Paese, ispirato da zelo missionario e da un grande amore per queste popolazioni. A causa della persecuzione religiosa in atto, si vestiva come un mendicante, adempiva ai suoi doveri sacerdotali incontrando in segreto i fedeli, spesso di notte. I suoi sforzi hanno dato forza spirituale e morale alla popolazione cattolica assediata. Egli ebbe un particolare desiderio di servire i malati e i sofferenti. Il suo ministero con gli infermi, durante un’epidemia di vaiolo a Kandy, fu così apprezzato dal re, che gli fu concessa maggiore libertà di esercitare il ministero stesso. Da Kandy poté raggiungere altre zone dell’isola. Si consumò nel lavoro missionario e morì, esausto, all’età di cinquantanove anni, venerato per la sua santità.

San Giuseppe Vaz continua ad essere un esempio e un maestro per molte ragioni, ma ne vorrei focalizzare tre.

Innanzitutto, egli fu un sacerdote esemplare. Qui oggi con noi ci sono molti sacerdoti, religiosi e religiose, i quali, come Giuseppe Vaz, sono consacrati al servizio del Vangelo di Dio e al prossimo. Incoraggio ognuno di voi a guardare a san Giuseppe come a una guida sicura. Egli ci insegna ad uscire verso le periferie, per far sì che Gesù Cristo sia conosciuto e amato ovunque. Egli è anche esempio di paziente sofferenza per la causa del Vangelo, di obbedienza ai superiori, di amorevole cura per la Chiesa di Dio (cfr At 20,28). Come noi, egli è vissuto in un periodo di rapida e profonda trasformazione; i cattolici erano una minoranza e spesso divisa all’interno; si verificavano ostilità, perfino persecuzioni, all’esterno. Ciò nonostante, poiché egli fu costantemente unito nella preghiera al Signore crocifisso, fu in grado di diventare per tutta la popolazione un’icona vivente dell’amore misericordioso e riconciliante di Dio.

In secondo luogo, san Giuseppe ci ha mostrato l’importanza di superare le divisioni religiose nel servizio della pace. Il suo indiviso amore per Dio lo ha aperto all’amore per il prossimo; egli ha dedicato il suo ministero ai bisognosi, chiunque e dovunque essi fossero. Il suo esempio continua oggi ad ispirare la Chiesa in Sri Lanka. Essa volentieri e generosamente serve tutti i membri della società. Non fa distinzione di razza, credo, appartenenza tribale, condizione sociale o religione nel servizio che provvede attraverso le sue scuole, ospedali, cliniche e molte altre opere di carità. Essa non chiede altro che la libertà di portare avanti la sua missione. La libertà religiosa è un diritto umano fondamentale. Ogni individuo dev’essere libero, da solo o associato ad altri, di cercare la verità, di esprimere apertamente le sue convinzioni religiose, libero da intimidazioni e da costrizioni esterne. Come ci insegna la vita di Giuseppe Vaz, l’autentica adorazione di Dio porta non alla discriminazione, all’odio e alla violenza, ma al rispetto per la sacralità della vita, al rispetto per la dignità e la libertà degli altri e all’amorevole impegno per il benessere di tutti.

Infine, san Giuseppe ci offre un esempio di zelo missionario. Nonostante fosse giunto a Ceylon per soccorrere e sostenere la comunità cattolica, nella sua carità evangelica egli arrivò a tutti. Lasciandosi dietro la sua casa, la sua famiglia, il conforto dei suoi luoghi familiari, egli rispose alla chiamata di partire, di parlare di Cristo dovunque si recasse. San Giuseppe sapeva come offrire la verità e la bellezza del Vangelo in un contesto multi-religioso, con rispetto, dedizione, perseveranza e umiltà. Questa è la strada anche per i seguaci di Gesù oggi. Siamo chiamati ad “uscire” con lo stesso zelo, con lo stesso coraggio di san Giuseppe, ma anche con la sua sensibilità, con il suo rispetto per gli altri, con il suo desiderio di condividere con loro quella parola di grazia (cfrAt 20,32) che ha il potere di edificarli. Siamo chiamati ad essere discepoli missionari.

Cari fratelli e sorelle, prego che, seguendo l’esempio di san Giuseppe Vaz, i cristiani di questo Paese possano essere confermati nella fede e dare un contributo ancora maggiore alla pace, alla giustizia e alla riconciliazione nella società srilankese. Questo è quanto Cristo si aspetta da voi. Questo è quanto san Giuseppe vi insegna. Questo è quanto la Chiesa vi chiede. Vi affido tutti alle preghiere del nostro nuovo Santo, affinché, in unione con tutta la Chiesa sparsa per il mondo, voi possiate cantare un canto nuovo al Signore e proclamare la sua gloria fino ai confini della terra. Perché grande è il Signore e degno di ogni lode (cfrSal 96,1-4)! Amen.

TRADUZIONE IN ALTRE LINGUE

 

 

PREGHIERA MARIANA

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Santuario di Nostra Signora del Rosario, Madhu
Mercoledì, 14 gennaio 2015

[Multimedia]


 

Cari fratelli e sorelle,

ci troviamo nella dimora di nostra Madre. Qui lei ci dà il benvenuto nella sua casa. In questo santuario di Nostra Signora di Madhu, ogni pellegrino si può sentire a casa, perché qui Maria ci introduce alla presenza del suo Figlio Gesù. Qui Srilankesi, Tamil e Singalesi, tutti giungono come membri di un’unica famiglia. A Maria essi affidano le loro gioie e i loro dolori, le loro speranze e le loro necessità. Qui, nella sua casa, si sentono sicuri. Sanno che Dio è molto vicino; sentono il suo amore; conoscono la sua tenera misericordia, la tenera misericordia di Dio.

Ci sono famiglie qui oggi che hanno sofferto immensamente nel lungo conflitto che ha lacerato il cuore dello Sri Lanka. Molte persone, dal nord e dal sud egualmente, sono state uccise nella terribile violenza e nello spargimento di sangue di questi anni. Nessuno Srilankese può dimenticare i tragici eventi legati a questo stesso luogo, o il triste giorno in cui la venerabile statua di Maria, risalente all’arrivo dei primi cristiani in Sri Lanka, venne portata via dal suo santuario.

Ma la Madonna rimane sempre con voi. Lei è Madre di ogni casa, di ogni famiglia ferita, di tutti coloro che stanno cercando di ritornare ad una esistenza pacifica. Oggi la ringraziamo per aver protetto il popolo dello Sri Lanka da tanti pericoli, passati e presenti. Maria non dimentica mai i suoi figli di questa splendida Isola. Come è sempre rimasta accanto al suo Figlio sulla Croce, così è sempre rimasta accanto ai suoi figli srilankesi sofferenti.

Oggi vogliamo ringraziare la Madonna per questa presenza. Dopo tanto odio, tanta violenza e tanta distruzione, vogliamo ringraziarla perché continua a portarci Gesù, che solo ha il potere di sanare le ferite aperte e di restituire la pace ai cuori spezzati. Ma vogliamo anche chiederle di ottenere per noi la grazia della misericordia di Dio. Chiediamo anche la grazia di riparare i nostri peccati e tutto il male che questa terra ha conosciuto.

Non è facile fare questo. Tuttavia, solo quando arriviamo a comprendere, alla luce della Croce, il male di cui siamo capaci, e di cui persino siamo stati partecipi, possiamo sperimentare vero rimorso e vero pentimento. Solo allora possiamo ricevere la grazia di avvicinarci l’uno all’altro con vera contrizione, offrendo e cercando vero perdono. In questo difficile sforzo di perdonare e di trovare la pace, Maria è sempre qui ad incoraggiarci, a guidarci, a farci fare un altro passo. Proprio come lei ha perdonato gli uccisori di suo Figlio ai piedi della sua croce, tenendo tra le braccia il suo corpo senza vita, così ora lei vuole guidare gli Srilankesi ad una più grande riconciliazione, così che il balsamo del perdono di Dio possa produrre vera guarigione per tutti.

Infine, vogliamo chiedere alla Madre Maria di accompagnare con le sue preghiere gli sforzi degli Srilankesi di entrambe le comunità Tamil e Singalese per ricostruire l’unità che è stata perduta. Come la sua statua è rientrata al suo santuario di Madhu dopo la guerra, così preghiamo che tutti i suoi figli e figlie Srilankesi possano ritornare ora alla casa di Dio in un rinnovato spirito di riconciliazione e fratellanza.

Cari fratelli e sorelle, sono felice di essere con voi nella dimora di Maria. Preghiamo l’uno per l’altro. Soprattutto, chiediamo che questo santuario possa sempre essere una casa di preghiera e un rifugio di pace. Per intercessione di Nostra Signora di Madhu, possano tutti trovare qui ispirazione e forza per costruire un futuro di riconciliazione, di giustizia e di pace per i figli di questa amata terra. Amen.

 

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Rientrato presso la Nunziatura di Colombo, il Papa prima ha ricevuto l’ex presidente dello Sri Lanka, Mahinda Rajapaksa, sconfitto alle elezioni dello scorso 8 gennaio,  assieme alla moglie e al fratello, per un colloquio durato una ventina di minuti, poi ha recuperato l’incontro con i Vescovi, previsto ieri mattina, ed annullato a causa del ritardo e della stanchezza del Pontefice.

Al momento dell’arrivo del Santo Padre in Arcivescovado, nessun presule era però ancora presente a causa di un ritardo durante il viaggio di ritorno da Madhu, e quindi il Pontefice ne ha approfittato per visitarem a sorpresa, il tempio buddista di Mahabodhi, dove vive il Monaco Banagala Upatissa, già incontrato alla cerimonia d’accoglienza in aeroporto e poi ancora ieri all’incontro interreligioso.

Per l’occasione, è stata aperta la chiattiya, reliquiario di metallo prezioso, che viene aperto solitamente una volta all’anno.

Il Monaco ha recitato una breve preghiera, mentre il Papa è rimasto in silenzio.

Al termine della visita a sorpresa, il Papa ha fatto ritorno in Arcivescovado dove finalmente è avvenuto l’incontro con i Vescovi.

Papa Francesco: Viaggio apostolico in Sri Lanka e Filippine. 1^ giornata. Incontro con i Vescovi e con il Presidente della Repubblica. Testo dei Discorsi e Dirette

13 gennaio 2015

http://www.ctv.va/content/ctv/it/livetv.html

 

 

Cerimonia di benvenuto

“La mia visita nello Sri Lanka è anzitutto pastorale. Quale pastore universale della Chiesa Cattolica, sono giunto per incontrare ed incoraggiare i cattolici di quest’Isola, come pure per pregare con loro. Un punto centrale di tale visita sarà la canonizzazione del beato Joseph Vaz, il cui esempio di carità cristiana e di rispetto per ogni persona, senza distinzione di etnia o di religione, continua ancor oggi ad ispirarci e ammaestrarci. Ma la mia visita vuole anche esprimere l’amore e la preoccupazione della Chiesa per tutti gli srilankesi, e confermare il desiderio della comunità cattolica di essere attivamente partecipe della vita di questa società……er molti anni lo Sri Lanka ha conosciuto gli orrori dello scontro civile, ed ora sta cercando di consolidare la pace e di curare le ferite di quegli anni. Non è un compito facile quello di superare l’amara eredità di ingiustizie, ostilità e diffidenze lasciata dal conflitto. Si può realizzare soltanto superando il male con il bene (cfr Rm 12,21) e coltivando quelle virtù che promuovono la riconciliazione, la solidarietà e la pace. Il processo di risanamento richiede inoltre di includere il perseguimento della verità, non con lo scopo di aprire vecchie ferite, ma piuttosto quale mezzo necessario per promuovere la loro guarigione, la giustizia e l’unità.”

TESTO COMPLETO DEL DISCORSO

 

Presentate le rispettive Delegazioni e apposta la Firma sul Libro d’Oro, Papa Francesco e il Presidente della Repubblica, con il Cardinale Malcolm Ranjith e il Nunzio Apostolico in Sri Lanka, S.E. Mons. Pierre Nguyên Van Tot, si sono intrattenuti brevemente in una sala dell’aeroporto.

Il Santo Padre si è quindi recato in papamobile alla Nunziatura Apostolica di Colombo, dove è giunto con quasi un’ora di ritardo sul programma a motivo della grande folla che lo ha salutato lungo tutti i 28 chilometri tra lo scalo aereo e il centro della città.

In Nunziatura il Papa ha celebrato la Santa Messa in privato.

All’incontro con i Vescovi dello Sri Lanka, previsto dal programma per le ore 13, non ha partecipato il Santo Padre. È stato il Cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, con gli altri Cardinali e Vescovi del Seguito papale, a raggiungere l’Arcivescovado di Colombo per salutare i Presuli e i seminaristi.

 

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ore 17,00: Incontro con i Vescovi del Sri Lanka

 

ore 18.15: Visita al Presidente della Repubblica 

 

La sintesi ed il testo completo dei discorsi saranno pubblicati non appena disponibili