Archive for the ‘Ambiente’ Category

Oggi è la Giornata per la cura del creato | Avvenire.it

1 settembre 2016

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La Chiesa italiana in prima linea
Oggi è la Giornata per la cura del creato

Giacomo Gambassi
01/09/2016
Sarà la misericordia a fare da cornice alla Giornata mondiale di preghiera per la cura del Creato.

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Udienza scuole estiva astronomia Specola Vaticana, 11-06-2016

11 giugno 2016

Lo ha ricordato Papa Francesco incontrando i giovani astormomi partecipanti alla 15esima scuola estiva di astronomia della Specola Vaticana di Castel Gandolfo, dedicata allo studio dell’acqua nel sistema solare e altrove.

 

 

 

Udienza Institute of Jainology 01-06-2016

1 giugno 2016

 

Prima dell’udienza generale, Papa Francesco ha incontrato i rappresentanti dell’Istitute of Jainology di Londra, espressione dell’antica religione giainista.

 

 

Dalla Farmacia vaticana un contributo alle necessità degli immigrati

29 agosto 2015

 

2015-08-29 L’Osservatore Romano

 

Un barattolo bianco con tappo rosso e un’etichetta adesiva: benzil benzoato al 20 per cento. Per gli addetti ai lavori è uno dei più efficaci trattamenti contro la scabbia.

 

 

Per la Farmacia vaticana è anche un modo nuovo per esercitare la carità e proseguire nel servizio alla persona umana, senza distinzioni di razza, lingua, età e religione. Il barattolo, infatti, contiene un unguento che la farmacia realizza nei propri laboratori per venire incontro alle necessità delle migliaia di immigrati che giungono ogni anno in Italia. La preparazione viene prodotta su richiesta dell’Elemosineria apostolica, che si incarica poi di distribuire il medicinale recandosi periodicamente nei vari centri di accoglienza a Roma per portare la carità del Papa ai bisognosi della diocesi. Proprio di recente, in una delle strutture più affollate della città, i volontari dell’Elemosineria hanno consegnato cinquanta chili del farmaco anti-scabbia, insieme a un centinaio di confezioni di antibiotici e antistaminici, e a una cinquantina di pomate antimicotiche.

Francesco: ascoltare grido degli esclusi, basta idolatria del denaro

10 luglio 2015

2015-07-10 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bisogna cambiare il sistema economico mondiale e sostituirlo con la globalizzazione della solidarietà. E’ uno dei passaggi chiave del lungo e appassionato discorso di Papa Francesco al secondo Incontro mondiale del Movimenti Popolari, ieri sera a Santa Cruz della Sierra, in Bolivia. Il Pontefice ha ribadito che bisogna ascoltare il grido degli esclusi, difendere la Madre Terra sempre più devastata, e ha assicurato la vicinanza sua personale e della Chiesa alle battaglie dei movimenti e delle forze sociali. Al termine dell’evento, che ha visto anche l’intervento del presidente boliviano Evo Morales, è stato consegnato a Francesco il documento conclusivo dell’Incontro. Il servizio di Alessandro Gisotti:

 

 

Voce di chi non ha voce, Francesco si è fatto “megafono planetario” degli ultimi in un vibrante discorso ai movimenti popolari di tutto il mondo, un intervento – più volte interrotto dagli applausi – che la stampa internazionale già definisce tra i più importanti del suo Pontificato. Ricordando innanzitutto che “Dio ascolta il grido del suo popolo”, il Papa ha offerto la sua visione sui “modi migliori per superare le gravi situazioni di ingiustizia che soffrono gli esclusi in tutto il mondo”. E ha esordito, ribadendo che “terra, casa e lavoro” sono “diritti sacri” e “vale la pena di lottare per essi”. Di fronte ai contadini senza terra, a famiglie senza casa e lavoratori senza diritti, ha ammonito, dobbiamo riconoscere che “abbiamo bisogno e vogliamo un cambiamento”. Sappiamo riconoscere, ha proseguito, che “questo sistema ha imposto la logica del profitto a ogni costo, senza pensare all’esclusione sociale o alla distruzione della natura?”

“Si esto es así, insisto, digámoslo sin miedo…
“Se è così, insisto – è stata la sua esortazione – diciamolo senza timore: noi vogliamo un cambiamento, un vero cambiamento” perché “questo sistema non regge più”, non lo reggono i popoli e non “lo sopporta più la Terra, la sorella Madre Terra come diceva San Francesco”. La “globalizzazione della speranza che nasce dai popoli e cresce tra i poveri – ha soggiunto – deve sostituire questa globalizzazione dell’esclusione e dell’indifferenza”. C’è bisogno di un cambiamento “positivo”, ha ripreso, “un cambiamento che potremmo dire redentivo” di cui hanno bisogno tutti i popoli del mondo anche quelli ricchi dove sembra regnare l’insoddisfazione, una “tristezza individualista che rende schiavi”. Il tempo, ha detto, “sembra che stia per giungere al termine”, “si stanno punendo la terra, le comunità e le persone in modo quasi selvaggio” e, ha affermato con toni drammatici, “si sente il tanfo di ciò che Basilio di Cesarea chiamava ‘lo sterco del diavolo’, l’ambizione sfrenata di denaro che domina”:

“Cuando el capital se convierte en ídolo y dirige las opciones…
“Quando il capitale diventa idolo e dirige le scelte degli esseri umani – ha avvertito – quando l’avidità di denaro controlla l’intero sistema socioeconomico, rovina la società, condanna l’uomo, lo fa diventare uno schiavo, distrugge la fraternità umana, spinge popolo contro popolo e, come si vede, minaccia anche questa nostra casa comune, la sorella e madre terra”. Il Papa ha così incoraggiato gli umili, gli esclusi, dai cartoneros argentini ai giovani senza lavoro, dai contadini indigeni ai venditori ambulanti a non cadere nel pessimismo di pensare che non possano fare niente per risolvere i propri problemi.

“Ustedes, los más humildes, los explotados, los pobres…
“Voi – ha affermato – i più umili, gli sfruttati, i poveri e gli esclusi, potete fare e fate molto. Oserei dire che il futuro dell’umanità è in gran parte nelle vostre mani”. “Non sminuitevi”, ha rimarcato, perché “voi siete seminatori di cambiamento”, un cambiamento che, ha detto a braccio, deve essere innanzitutto “del cuore”. Francesco si è soffermato sull’impegno dei Movimenti Popolari che, “motivati dall’amore fraterno” si ribellano “contro l’ingiustizia sociale”. E ha esortato a guardare il “volto di quelli che soffrono”, “le ferite dell’umanità sofferente” che è “molto diverso dalla teorizzazione astratta o dall’indignazione elegante”. Voi, ha detto rivolgendosi ai rappresentanti dei Movimenti Popolari, “mi avete parlato delle vostre cause, mi avete reso partecipe delle vostre lotte e vi ringrazio” e ha riaffermato il diritto alle tre “T”, tierra, techo y trabayo ovvero “terra, casa e lavoro”. Ancora il Papa ha invitato le forze popolari a cercare “di risolvere alla radice i problemi generali di povertà, disuguaglianza ed esclusione”, “opponendo una resistenza attiva al sistema idolatrico che esclude, degrada e uccide”. Francesco si è quindi rivolto ai leader mondiali chiedendo loro di essere “creativi”, di costruire su “basi solide, sulle esigenze reali” dei “lavoratori, degli esclusi e delle famiglie emarginate”. La Chiesa, ha così evidenziato, “non può e non deve essere aliena da questo processo nell’annunciare il Vangelo”, “accompagnando e promuovendo gli esclusi di tutto il mondo”. Quindi, Francesco ha proposto tre grandi compiti che, ha annotato, richiedono “l’appoggio determinante dell’insieme di tutti i Movimenti Popolari”:

“La primera tarea es poner la economía al servicio de los Pueblos…
“Il primo compito – ha affermato – è quello di mettere l’economia al servizio dei popoli: gli esseri umani e la natura non devono essere al servizio del denaro. Diciamo No a un’economia di esclusione e iniquità in cui il denaro domina invece di servire”. Questa economia, ha incalzato, “uccide, questa economia è escludente, questa economia distrugge la Madre Terra”. Ed ha ammonito che un sistema economico “irresponsabile” che “continua a negare a miliardi di fratelli i più elementari diritti economici, sociali e culturali”, “attenta al progetto di Gesù”. Un sistema diverso, ha detto ancora, “non è un’utopia o una fantasia”; “l’equa distribuzione dei frutti della terra e del lavoro umano non è semplice filantropia. E’ un dovere morale” e per i cristiani “è un comandamento”: “Si tratta di restituire ai poveri e ai popoli ciò che appartiene a loro”.

“La segunda tarea… es unir nuestros Pueblos en el camino de la paz…
“Il secondo compito – ha proseguito – è quello di unire i nostri popoli nel cammino della pace e della giustizia”, “i popoli del mondo vogliono essere artefici del proprio destino”. “Nessun potere di fatto e costituito – ha ammonito – ha il diritto di privare i Paesi poveri del pieno esercizio della propria sovranità e, quando lo fanno, vediamo nuove forme di colonialismo” che compromettono la pace e la giustizia. Riferendosi in particolare alla situazione dell’America Latina, “la Patria Grande”, Francesco ha denunciato le nuove facce del colonialismo: a volte, ha detto, “è il potere anonimo dell’idolo denaro”, “alcuni trattati chiamati di libero commercio e l’imposizione di mezzi di austerità che aggiustano sempre la cinta dei lavoratori e dei poveri”. Ancora ha parlato di quegli Stati che, “sotto il nobile pretesto della lotta” a droga e corruzione, impongono misure che “spesso peggiorano le cose”. Il Papa ha poi denunciato il “colonialismo ideologico” veicolato dalla “concentrazione dei mezzi di comunicazione che cerca di imporre alienanti modelli di consumo e una certa uniformità culturale”. “Diciamo No a vecchie e nuove forme di colonialismo – ha detto con forza Francesco – diciamo Si all’incontro tra popoli e culture”. E qui, il Papa latinoamericano ha chiesto perdono per i molti e gravi peccati compiuti “contro i popoli originari dell’America Latina in nome di Dio”:

“Al igual che san Juan Pablo II pido que la Iglesia…
“Come San Giovanni Paolo II – ha affermato – chiedo che la Chiesa ‘si inginocchi dinanzi a Dio ed implori il perdono per i peccati passati e presenti dei suoi figli’”. E, ha soggiunto, “vorrei essere molto chiaro, come lo era San Giovanni Paolo II: chiedo umilmente perdono non solo per le offese della propria Chiesa, ma per i crimini contro le popolazioni indigene durante la cosiddetta conquista dell’America”. Al tempo stesso, ha detto, chiedo a tutti di ricordarsi di vescovi, sacerdoti, religiose, laici che “hanno predicato e predicano” il Vangelo “molte volte a fianco delle popolazioni indigene o accompagnando i movimenti popolari anche fino al martirio”. La nostra fede, ha detto, “è rivoluzionaria, perché la nostra fede sfida la tirannia dell’idolo denaro” ed ha denunciato ancora una volta quella che ha definito “la terza guerra mondiale a rate”.

“La tercera tarea, tal vez la más importante…
“Il terzo compito, forse il più importante che dobbiamo assumere oggi – ha rilevato – è quello di difendere la Madre Terra. La codardia nel difenderla è un peccato grave”. La nostra casa comune, ha detto con amarezza, viene “saccheggiata, devastata, umiliata impunemente”, si susseguono “vertici internazionali senza nessun risultato importante”. I popoli, ha esortato, sono “chiamati a far sentire la loro voce” per difendere la Madre Terra perché “non si può consentire che certi interessi” si “impongano, sottomettano gli Stati e le organizzazioni internazionali e continuino a distruggere il creato”. “Il futuro dell’umanità  – ha concluso – non è solo nelle mani dei grandi leader, della grandi potenze e delle élite. E’ soprattutto nelle mani dei popoli”. “Proseguite nella vostra lotta – ha detto ai Movimenti Popolari – che Dio vi difenda nel cammino, dandovi abbondantemente quella forza che ci fa stare in piedi, quella forza è la speranza” che “non delude”.

 

(Da Radio Vaticana)

Giustizia e pace: cambiare rotta seguendo l’Enciclica del Papa

1 luglio 2015

 

2015-07-01 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Cambia il Pianeta – Cura le persone” è la campagna lanciata oggi nel corso della presentazione, in Sala Stampa Vaticana, della Conferenza: “Le persone e il pianeta al primo posto: l’imperativo di cambiare rotta”, in programma domani e venerdì a Roma. L’incontro è organizzato dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace insieme alla rete Cisde, associazioni di ong cattoliche. Ce ne parla Benedetta Capelli:

 

 

L’Enciclica di Papa Francesco: “Laudato si’” è la guida, il faro che indica la strada per invertire la rotta sul fronte dei cambiamenti climatici. I relatori che in Sala Stampa vaticana hanno presentato la Conferenza di domani e venerdì a Roma lo hanno sottolineato più volte mettendone in luce la prospettiva innovativa e il richiamo urgente all’azione. Secondo il card. Peter Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, bisogna partire dall’osservazione del Papa ovvero che il clima è un bene comune, che siamo di fronte ad una delle sfide più importanti di questi tempi, che l’attività umana ha danneggiato l’ambiente con inevitabili ripercussioni a livello sociale, economico e politico. Pertanto è necessario cercare nuovi modi di intendere l’economia e il progresso. L’intervento del porporato è stato letto da Flaminia Giovanelli, sottosegretario del dicastero vaticano:

“Yet the single biggest obstacle…
L’unico grandissimo ostacolo ancora all’imperativo di cambiare corso non è economico, scientifico o anche tecnologico, ma piuttosto interno alle nostre menti e ai nostri cuori. Le stesse menti, che impediscono di prendere decisioni radicali e invertire il trend del riscaldamento globale, impediscono anche di raggiungere l’obiettivo di eliminare la povertà. E’ necessario un approccio nel complesso più responsabile per affrontare entrambi i problemi: la riduzione dell’inquinamento e lo sviluppo dei Paesi e delle regioni più povere”.

Bernd Nilles, segretario generale della Cisde, “International Alliance of Catholic Development Organisation”, ha messo in luce la necessità di lavorare insieme perché la solidarietà aiuta ad affrontare alla radice i problemi. Il suo è un invito alla partecipazione, a combattere la sfida del cambiamento climatico mettendo in campo soluzioni che possono partire dal basso, dai nostri stili di vita, dal far sentire la propria voce facendo pressioni sui governi e per questo la Conferenza di Parigi sul clima sarà cruciale. E in vista di questo appuntamento ha lanciato una campagna ad hoc:

“We launched today…
Abbiamo lanciato oggi, con questa conferenza stampa, la nuova campagna internazionale ‘Change for the planet, care for the people’ sullo stile di vita, che invita le persone a cambiare la propria vita e a percorrere una strada verso un futuro sostenibile”.

Sette i punti toccati dal prof. Ottmar Edenhofer, co-chair dell'”Intergovernmental Panel on Climate Change”, per raccontare l’Enciclica del Papa che non è solo un testo sul clima ma riguarda anche la povertà e l’ineguaglianza. “Difficile ma non impossibile”: così Naomi Klein, giornalista e scrittrice canadese, da anni teorica e attivista del movimento no-global, ha voluto invitare la politica a non nascondersi di fronte alla sfida dei cambiamenti climatici. Un intervento di grande impatto per lei che si definisce “femminista, ebrea e laica”, stupita dall’invito ma particolarmente colpita dall’Enciclica di Papa Francesco, che ha invitato a leggere con il cuore. Sotto accusa anche il sentirsi più forti della natura che ha portato all’incapacità di rispettare il creato:

“We can save ourselves…
Possiamo salvarci, ma solo se abbandoniamo il dominio e la supremazia e impariamo a lavorare con la natura”.

Nella sua analisi, Naomi Klein evidenzia come i modelli economici dominanti abbiano calpestato le persone:

“The truth is that we have arrived…
La verità è che siamo arrivati ad un punto pericoloso, in parte perché molti degli esperti economici ci hanno deluso, esercitando le loro forti capacità tecnocratiche senza saggezza. Hanno prodotti modelli che davano scandalosamente pochissimo valore alla vita umana, soprattutto a quella dei poveri, proteggendo i profitti aziendali e la crescita economica a tutti i costi.

“La posta in gioco è alta – afferma – e non possiamo dividerci, né permettere alle differenze di dividerci”. Naomi Klein ha ricordato la marcia di 400 mila persone nel settembre scorso a New York e il grido lanciato che va ascoltato:

“But difficult is not the same…
‘Difficile’ non è ‘impossibile’. Smettere di avere fiducia in un lavoro che può salvare innumerevoli vite e prevenire tanta sofferenza, semplicemente perché è difficile, costoso e richiede sacrificio, non è un atteggiamento pratico: è il tipo più vigliacco di resa”.

(Da Radio Vaticana)

64^ Giornata nazionale del Ringraziamento

9 novembre 2014
La seconda domenica di novembre la Chiesa in Italia celebra la Giornata nazionale del Ringraziamento.
È una festa che viene da lontano ed ha le sue origini in Italia nel lontano 1951 per iniziativa della Coldiretti. Da allora puntualmente viene celebrata la seconda domenica di novembre e a livello locale viene riproposta nel periodo che va dalla festa di San Martino (11 novembre) alla festa di Sant’Antonio Abate (17 gennaio).
Nel 1973, con la pubblicazione del documento pastorale “La Chiesa e il mondo rurale italiano”, i vescovi italiani hanno assunto questa giornata come occasione opportuna di riflessione ed evangelizzazione dell’intera chiesa locale. Si legge nel documento sopra citato: «Si curi la Giornata del Ringraziamento in modo da renderla significativa per l’intera Chiesa particolare, oltre che occasione propizia per l’evangelizzazione del mondo rurale». Così dal 1974, ogni anno, i vescovi italiani offrono un messaggio che guida la riflessione e la preghiera.

 

 

Benedire i frutti della terra e nutrire il pianeta

«Tu fai crescere l’erba per il bestiame e le piante che l’uomo coltiva, per trarre cibo dalla terra, vino che allieta il cuore dell’uomo, olio che fa brillare il suo volto e pane che sostiene il suo cuore» (Sal 104, 14-15).

La Giornata del Ringraziamento 2014 precede di alcuni mesi l’apertura di Expo Milano 2015 dedicato a “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”, un tema di particolare rilevanza per il nostro Paese e non solo.
Esso invita a dedicare un’attenzione speciale al tema del cibo, quale dono di Dio per la vita della famiglia umana. Così, nel ringraziare il Padre per i frutti della terra, ci rendiamo consapevoli di coloro che patiscono la fame. Papa Francesco richiama spesso “la tragica condizione nella quale vivono ancora milioni di affamati e malnutriti, tra i quali moltissimi bambini”. La fame è minaccia per molti dei poveri della terra, ma anche tremendo interrogativo per l’indifferenza delle nazioni più ricche. Infatti, alla sottonutrizione di alcuni, si affianca un dannoso eccesso di consumo di cibo da parte di altri. È uno scandalo che contraddice drammaticamente quella destinazione universale dei beni della terra richiamata – quasi cinquanta anni or sono – dal Concilio Vaticano II nella Costituzione pastorale Gaudium et spes (cf. n. 69). È una questione di giustizia, che pone gravi interrogativi in merito al nostro rapporto con la terra e con il cibo.
In questa Giornata del Ringraziamento guardiamo dunque all’agricoltura, che – attraverso i suoi frutti – è fonte della vita. …

COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, LA GIUSTIZIA E LA PACE

 

“Ama la terra come te stesso”. E. Bianchi

13 ottobre 2014

C’è un comandamento non espresso nelle tavole delle dieci parole di Mosè (cf. Es 20,1-21; Dt 5,1-22) ma che si potrebbe dedurre da ognuna di esse, ne potrebbe essere la sintesi o anche il preambolo alla loro osservanza. Da anni io lo formulo così: “Amerai la terra come te stesso”.

Conosciamo il comandamento che Gesù ha unito a quello dell’amore per Dio (cf. Dt 6,5): “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18; Mc 12,31 e par.). Ma io sono convinto che per amare Dio con tutto il cuore, tutta la mente e tutte le forze, e il prossimo come se stessi, occorre anche amare la terra come se stessi. La terra (adamah), da cui ogni terrestre (adam) è stato tratto (cf. Gen 2,7), è nostra matrice, di essa siamo fatti, a essa torniamo (cf. Gen 3,19). Ma la terra non è solo polvere – come si è sempre detto –, è un organismo vivente che dobbiamo rispettare, amare, contemplare e soprattutto sentire solidale con noi. Senza la terra noi non siamo, e anche la nostra vita interiore non è estranea alla terra, alle piante, agli animali, alla natura. Anzi, è vita interiore vera e viva se ingloba tutte le co-creature con le quali siamo la terra in corsa nell’universo.

Un cristiano, dunque, ama Dio, ama il prossimo ma ama anche la terra come se stesso, perché la terra è la realtà più prossima per ogni persona. La terra è la nostra radice, è l’humus che ci ha custodito e nutrito, ma ora tocca a noi custodire la terra, e il cammino di umanizzazione che ci attende deve avvenire nella consapevolezza che ora siamo noi responsabili davanti alla terra. Per millenni la terra ci ha fornito riparo, con i suoi alberi ci ha protetto, dei suoi frutti ci ha nutrito, ma noi verso di essa siamo diventati nemici o figli ingrati… Dipendevamo dalla terra, ma oggi è la terra che dipende da noi e ci chiede rispetto, salvaguardia, protezione, amore…

Diventa allora urgente un’etica della terra, per i cristiani un’etica della creazione, che affermi la responsabilità umana di fronte all’ambiente terrestre. Quest’etica della terra richiede innanzitutto una coscienza ecologica che sia vigilante e pronta ad assumersi la responsabilità dell’ambiente. Quanta attenzione dedicata nei secoli passati in occidente e in oriente all’ascesi personale, in vista della vita spirituale. Oggi sono urgenti un’attenzione e un impegno per una disciplina, un’ascesi nell’uso delle risorse, nell’abitare il mondo: sobrietà, compassione cosmica, attenzione a ogni creatura devono ridiventare parole eloquenti per l’umanità.

Ma quest’etica richiede anche che si concretizzi il principio della destinazione universale dei beni, della condivisione della terra e delle sue risorse. La terra è una tavola imbandita, alla quale tutti sono invitati e dalla quale nessuno può essere escluso. Oggi sono i paesi ricchi che consumano la quasi totalità delle risorse, lasciando popoli interi nella miseria e nella fame, infliggendo loro uno sfruttamento irrazionale e segnato da profonda ingiustizia. Riscoprire l’uguaglianza e la giustizia è assolutamente necessario per affermare la fraternità universale, altrimenti questa è solo una menzogna, cioè una verità affermata con forza e solennità ma di fatto calpestata.

Infine, l’etica della terra richiede di pensare ai diritti delle generazioni future: ogni generazione dovrebbe andarsene dalla terra dopo averla resa più bella, conosciuta, amata e difesa, ma in realtà soprattutto le nostre ultime generazioni sembrano solo capaci di lasciare bruttezza nel paesaggio, nell’ambiente, e sembrano responsabili dell’avanzata dei deserti su tutte le terre.

C’è una conversione planetaria da fare, c’è un nuovo comandamento da proclamare: “Amerai la terra come te stesso, e la terra ti ricompenserà”.

 

 

JESUS, ottobre 2014
Rubrica La bisaccia del mendicante
di ENZO BIANCHI

9^ giornata del creato. Messaggio dei Vescovi, Sussidio, Omelie di papa Francesco

1 settembre 2014
(Foto: Deviantart, collins v-)
Dal Messaggio per la 9ª Giornata per la custodia del creato (1° settembre 2014) “Educare alla custodia del creato, per la salute dei nostri paesi e delle nostre città”
“Si spergiura, si dice il falso, si uccide, si ruba, si commette adulterio, tutto questo dilaga e si versa sangue su sangue. Per questo è in lutto il paese e chiunque vi abita langue, insieme con gli animali selvatici e con gli uccelli del cielo; persino i pesci del mare periscono” (Os 4,2-3).
Sembra scritta per i nostri tempi questa tremenda pagina di Osea. Raccoglie tante nostre dolorose analisi e ben descrive lo smarrimento che vivono molti territori inquinati in Italia e nel mondo. Se infatti viene spezzata l’armonia creata dall’alleanza con Dio, si spezza anche l’armonia con la terra che langue, si diventa nemici versando sangue su sangue e il nostro cuore si chiude in paura reciproca, con falsità e violenza.
L’alleanza resta così la categoria fondamentale della nostra fede, come ci insegna tutto il cammino della Bibbia: la fedeltà a Dio garantisce la reciproca fraternità e si fa ancora più dolce la bellezza del creato, in luminosa armonia con tutti gli esseri viventi.
È quel giardino in cui Dio ha collocato l’uomo, fin dall’inizio, perché lo custodisse e lo lavorasse.
Scrive papa Francesco: “Come esseri umani, non siamo meri beneficiari, ma custodi delle altre creature. Mediante la nostra realtà corporea, Dio ci ha tanto strettamente uniti al mondo che ci circonda che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione! Non lasciamo che al nostro passaggio rimangano segni di distruzione e di morte che colpiscono la nostra vita e le future generazioni” (Evangelii gaudium 215). 
COMMISSIONE EPISCOPALE PER L´ECUMENISMO E IL DIALOGO INTERRELIGIOSO COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, LA GIUSTIZIA E LA PACE
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 TESTO COMPLETO DEL 
SUSSIDIO DI APPROFONDIMENTO
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Le lezioni che ci insegnano i boschi. E.Bianchi

19 agosto 2014

 

Vivo in mezzo ai boschi che coprono quasi tutta la Serra morenica di Ivrea: solo nelle strette vallate pianeggianti riempite dai detriti glaciali c’è spazio per prati non coltivati da un secolo. Ma fin dall’infanzia, quando mi rifugiavo in solitudine nei boschi che separavano il mio paese da quello di mia madre, Montabone, so che il bosco è un mondo: un microcosmo di erbe, fiori, funghi, insetti, animali… Non solo alberi, quindi, eppure sono loro a costituire il bosco, ad attirare l’attenzione di chi vi si avvicina e a costituire una muraglia per chi intenda addentrarvisi dal mondo esterno.Il bosco va frequentato con assiduità, va attraversato lentamente se lo si vuole conoscere e capire.
Nelle fiabe e nelle leggende, ascoltate tante volte fin dall’infanzia, il bosco è sempre presente come luogo di paura, di pericolo: un luogo abitato da creature e forze inquietanti. Molti bambini hanno paura a entrare in un bosco: paura di perdersi, ma anche di incontrare figure impensate, mostruose…
Il bosco partorisce presenze inedite, ma soprattutto fornisce metafore per la nostra esistenza, essa pure un ecosistema.
In ogni caso, raccolti in un bosco o in splendida solitudine, allineati in filari o disseminati sulle colline, gli alberi si offrono come compagni nella nostra vita: sta a noi frequentarli, imparare ad ascoltare il loro profumo e le loro voci, guardarli a lungo, ciascuno nella sua unicità e tutti insieme nel loro stare accanto con le fronde intrecciate. Sta a noi abbracciarli per salire sui rami quando siamo giovani, oppure appoggiarvisi da anziani per dire loro che meritano affetto. Quante amicizie nate attorno agli alberi, con le prime scappatelle da ragazzini per rubare la frutta o le uova dai nidi, quante fantasticherie d’amore alla loro ombra discreta e complice…

Così gli alberi, il bosco diventano maestri, offrendoci lezioni di vita e di morte. Sì, di morte, perché anche gli alberi muoiono, nonostante la loro vita possa essere molto più lunga della nostra, come tante querce secolari testimoniano ai nostri occhi affascinati. Ma anche quelli più possenti a un certo punto si ammalano fino a seccare e morire: cadono a terra, si sbriciolano lentamente e diventano humus, terra fertilissima. Noi, come tutti gli esseri animali, siamo molto più fragili e il nostro ritmo di vita è più breve.

L’albero vive un’alleanza tra vita e morte differente dalla nostra: è possibile, per esempio, che la morte colpisca una o più fronde, persino un insieme di rami, senza che muoia l’intera pianta. A volte possiamo contemplare alberi, come gli ulivi, con il tronco interamente scavato, senza più il «cuore» ma con la linfa che continua a scorrere dalle radici ai rami: restano in vita, anzi paiono ricominciare vite nuove, e continuano a verdeggiare. Certo, mi stringe il cuore vedere in questi ultimi anni i castagni della Serra colpiti dal cancro, osservare le loro foglie come raggrinzite dal dolore, seguire quotidianamente lo sforzo immane compiuto dalla pianta per proseguire comunque il suo ciclo vitale… In questo loro «morire a pezzi» riusciranno a sconfiggere la malattia o almeno a isolarla, impedendogli di invadere e stroncare tutta la pianta attraverso le metastasi?
Eppure anche gli alberi di un bosco, eccetto i sempreverdi, ogni autunno sembrano morire o, meglio, avviarsi verso il sonno profondo, da sempre metafora della morte.

 

 

A partire da settembre, quando il sole abbassa la sua traiettoria quotidiana, le giornate si accorciano e la luce appare più diafana sulle brume in dissolvenza al mattino, gli alberi preparano una festa di congedo: le foglie si vestono di giallo, di rossastri variegati, di bruno e di ruggine È l’autunno che avanza infondendo nel cuore un senso di pace velata da tristezza: viene il freddo, sopraggiungono le piogge minute e insistenti, l’alba ritarda il suo apparire al mattino e il sole anticipa il suo nascondersi dietro le Alpi.
Le foglie cominciamo a cadere a ogni soffio di vento: sembrano danzare con movimenti lenti, come se esitassero a posarsi a terra. Piangono, perché anche loro percepiscono lo staccarsi dal ramo come una morte, ma come canto del cigno trasmettono i colori al terreno che ricopre le radici, così che rami e suolo indossano lo stesso abito gioioso: è come se un tappeto e un arazzo si richiamassero prima di dissolversi.

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Intervento della Santa Sede presso l’ONU sul consumo incontrollato

4 luglio 2014

 

INTERVENTO DELL’ARCIVESCOVO CHARLES DANIEL BALVO,
OSSERVATORE PERMANENTE DELLA SANTA SEDE
PRESSO GLI ORGANISMI DELLE NAZIONI UNITE
PER L’AMBIENTE E GLI INSEDIAMENTI UMANI*

Nairobi
Giovedì, 26 giugno 2014

Il consumismo incontrollato deve essere abbandonato

Signora Presidente, a nome della Santa Sede tengo a congratularmi con lei per aver assunto la responsabilità di dirigere i lavori di questa importante Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente.

All’inizio dello scorso mese di maggio, la Pontificia Accademia delle Scienze e la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, in un workshop comune, hanno avuto l’onore di ascoltare il contributo del signor Achim Steiner, sottosegretario Generale delle Nazioni Unite e Direttore Esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente. Signor Steiner, Papa Francesco è stato lieto di averLa incontrata e averLe assicurato il sostegno della Santa Sede per la nobile causa dell’ambiente.

Signora Presidente, il 25 maggio scorso a Gerusalemme, il Patriarca Ortodosso di Costantinopoli Bartolomeo e Papa Francesco, in una dichiarazione comune, hanno detto: «Siamo profondamente convinti che il futuro della famiglia umana dipende anche da come sapremo custodire, in modo saggio ed amorevole, con giustizia ed equità, il dono della creazione affidatoci da Dio. Riconosciamo dunque pentiti l’ingiusto sfruttamento del nostro pianeta, che costituisce un peccato davanti agli occhi di Dio. Ribadiamo la nostra responsabilità e il dovere di alimentare un senso di umiltà e moderazione, perché tutti sentano la necessità di rispettare la creazione e salvaguardarla con cura».

È dunque con gioia che salutiamo questa Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente che si riunisce per la prima volta a livello mondiale a Nairobi. Oggi tutte le nazioni del mondo sono unite nel trovare le vie e i modi per rispettare la creazione, per salvaguardarla e restaurarla laddove è distrutta. La creazione — il dono di Dio — ci unisce in un lavoro comune. Ecco già un risultato positivo e da incoraggiare.

Una personalità eminente del Kenya — Paese che ospita questa Assemblea — che ha dedicato la propria vita alla pace e alla salvaguardia dell’ambiente, Wangari Maathai, amava dire: «Se Dio avesse creato l’uomo e la donna il primo giorno della creazione, non sarebbero sopravvissuti!». Noi facciamo parte della natura e abbiamo bisogno delle sue risorse per vivere, degli animali e delle piante, comprese le specie a rischio d’estinzione, degli oceani e delle profondità marine, delle montagne e dei ghiacciai, delle foreste e dei deserti, in breve, di tutta la magnificenza della creazione.

Il nostro lavoro è dunque importante.

Voi avete inserito nel programma di questa Assemblea alcuni obiettivi da raggiungere affinché lo sviluppo sia sostenibile nel futuro. La Santa Sede segue i vostri lavori con attenzione. C’incoraggia in modo particolare la vostra preoccupazione di controllare i consumi al fine di ridurre la produzione e preservare le risorse disponibili per le generazioni future. Consumare meglio per produrre meno è certamente una tappa essenziale e positiva. Vi incoraggiamo però ad andare oltre. Viviamo in una società che propone troppo spesso come modello un consumismo incontrollato, un godimento smisurato. Questo modello non può assicurare un futuro sostenibile per tutti; deve essere abbandonato.

Signora Presidente, lei conosce la profonda preoccupazione di Papa Francesco per i poveri e gli esclusi. Al centro dell’impegno delle Nazioni Unite c’è la volontà di sradicare la povertà. Per riuscirci, bisogna salvaguardare la natura e creare un ambiente gradevole in cui vivere, il che è possibile solo con la collaborazione di tutti, senza esclusioni. Le risorse naturali sono per tutti. Purtroppo il sistema economico mondiale attuale, manipolato dalle potenze del denaro, non favorisce questa integrazione di tutti al servizio del bene comune. La nostra società deve essere riformata e deve considerare le esigenze dell’etica nell’economia.

Spronare le imprese e i responsabili finanziari a rispettare l’ambiente è altamente lodevole. Ma noi vorremmo rivolgere più attenzione al terzo pilastro dello sviluppo sostenibile: la dimensione sociale e anche la dimensione spirituale. Ogni uomo e ogni donna, senza esclusioni, — bambino e anziano, povero e disabile — deve potersi sentire nobilitato dalle conclusioni dei vostri dibattiti.

Signora Presidente, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite le ha dato il mandato di proporre le decisioni buone e coraggiose che la comunità internazionale deve adottare. Il futuro dell’umanità – Il Futuro che vogliamo – è nelle mani dei responsabili del mondo intero qui riuniti. Che Dio guidi i nostri lavori!


*L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n. 150, Ven. 04/07/2014

Le Langhe Patrimonio Unesco dell’Umanità

23 giugno 2014

 

1 Benedici il Signore, anima mia!
Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Sei rivestito di maestà e di splendore,
2 avvolto di luce come di un manto,
tu che distendi i cieli come una tenda

(dal Salmo 104)

Intervista a mons. Bregantini sulla 9^ giornata della custodia del creato

16 giugno 2014

 

 

Di seguito, l’intervista a Giancarlo Maria Bregantini, presidente della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, a cura di Radiovaticana.

 

 

R. – E’ un’immagine biblica bellissima, quella del giardino. Purtroppo il giardino violato è la costatazione del frammento di male che, come fosse una goccia di veleno, ammorba tutta la bellezza del giardino. Questa è l’immagine dell’inquinamento. Il frutto amaro del peccato è, ad esempio, una comunità che litiga, una comunità mafiosa, una comunità che ha fatto patti con la camorra e che di fatto si trova ad avere il veleno anche sotto terra.

D. – Il messaggio fa riferimento a quelle situazioni estreme che, come ci riportano purtroppo le cronache, diventano fonte di tumori, fonte di malattie…

R. – Sì! Tant’è che la Giornata nazionale sarà ad Aversa, con la presenza di don Patriciello: proprio attorno a quella figura noi vediamo che il messaggio abbraccia tutti coloro che hanno, con coscientizzazione crescente, fatto prendere ad una comunità la consapevolezza della bellezza del proprio giardino e della iniquità di averlo violato: quindi anche gente che ha pagato con la vita,  a causa dei tumori. E questo ci dice che è importante lottare per la coscienza, a cominciare dalle scuole, dalle parrocchie con la bellezza della Bibbia, ma anche con la consapevolezza della gravità dei problemi di oggi.

D. – Citava la priorità dell’impegno culturale, che viene ribadito in questo messaggio per la Giornata per la Custodia del Creato, che – oltre alla piaga dell’inquinamento – evidenzia anche il fenomeno degli eventi meteorologici estremi. Si fa riferimento, in particolare, alle inattese bombe d’acqua, di cui abbiamo più volte sentito parlare negli ultimi anni e che hanno davvero causato tanta devastazione e a cui è seguita spesso, però, una solidarietà – purtroppo! – solo emotiva, superficiale…

R. – Questo è il messaggio più grande che noi vorremmo far passare nelle scuole, , nelle realtà associative, nelle parrocchie e ovviamente nel mondo politico: quello di una cultura preventiva in modo tale che l’emozione del momento sia una cosa positiva, ma venga poi incanalata non in una bomba d’acqua devastante che dura attimi, ma in un ruscello fecondante la terra: in una capacità cioè progettuale, in un’opera di difesa vera, soprattutto preventiva, perché sull’aspetto emotivo siamo bravissimi in Italia, ma sull’aspetto progettuale siamo carenti!

 

D. – Dunque più prevenzione e poi finalmente una cultura ispirata ad una conversione…

R. Certo! Sì, sì! Lei ha detto benissimo: più prevenzione, meno emozione e più conversione, per giocare un po’ sulle parole… Una conversione fatta quindi di scelte, di sobrietà, di autenticità e di cura delle cose.

D. – Tutti siamo attori, nessuno resti spettatore: in questo il messaggio è chiaro e lascia spazio alla speranza…

R. -Sì, anche perché – grazie a Dio! – questa consapevolezza è cresciuta nel mondo giovanile. Dobbiamo farne tesoro per renderla, potremmo dire, anche scelta politica. Quindi anche il mondo politico, tutto quello che fa per il giardino, per l’ambiente sappia che lo costruisce per il futuro. Possa essere già l’estate che arriva un’esperienza di immersione nella natura pulita e addirittura, per esempio, un’occasione per impegnarsi a pulire le spiagge, a tenere in ordine le cose e fare in modo quindi che anche l’estate – ad esempio nel Grest – si possa portare avanti il  discorso del giardino violato come uno degli impegni e dei compiti a casa più belli e più costruttivi.

Le piante nella Bibbia. Il cardo mariano

26 aprile 2014

 

 

CARDO MARIANO, una pianta biennale
«Gedeone disse: «Ebbene, quando il Signore mi avrà consegnato nelle mani Zebach e Salmunnà, vi strazierò le carni con le spine del deserto e con i cardi», Giudici 8, 7.
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CARDO MARIANO, Silybum marianum – (Foto di A. Travaglini)
È una pianta biennale, nel primo anno produce una rosetta di foglie basali, picciolate, coriacee, pennatifide, lunghe fino a 40 cm, con margine ondulato e sinuato, con lobi triangolari terminati da spine robuste e lamina verde scuro con variegature bianche lungo la nervatura, glabra. In questa forma la pianta trascorre l’inverno. Nel secondo anno, soprattutto dopo abbondanti piogge invernali, compare il fusto aereo, eretto, robusto, scanalato, rugoso, alto fino a 1,5 m, ramificato nella parte superiore e con foglie larghe, sessili, glabre, dentate, terminanti con spine gialle. L’altezza della pianta unitamente alla larghezza delle foglie e alla densità delle piante ne fanno una formazione pressoché impenetrabile in certe zone della Galilea settentrionale dove si rinviene comunemente. (…) Il nome comune, cardo mariano, fa riferimento alle macchie color latte che sono sparse nelle foglie della pianta e che una tradizione vuole che siano le gocce di latte cadute mentre la Madonna allattava il bambino (Cattabiani, 1996). Di zone desertiche e subdesertiche, è presente anche in Italia in incolti e prati aridi. Nella Bibbia è citato anche come cardo del Libano perché abbonda nella Siria, specialmente sulla catena del Libano. (…) È una pianta che trova impiego anche in medicina per dei composti flavonici contenuti nei frutti, ad es., la silibina, che hanno effetto epatoprotettore e disintossicante del fegato.

Le piante della Bibbia. Il carrubo

24 aprile 2014

 

 

CARRUBO, un albero dalla tripla vita
«Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gliene dava», Luca (15, 16).

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BO, Ceratonia siliqua L. (CAESALPINIACEAE) – (Foto di A. Travaglini)
Citato solo nel Nuovo Testamento, il carrubo è un albero nativo in Israele, importante componente della sua vegetazione, presente in molte associazioni arboree delle pianure costiere e sulle colline della Galilea e della Samaria. Luca (15, 16) riferisce che le carrube venivano usate per alimentazione umana e animale, e anche oggi entrano nella composizione di molti mangimi. Ma è pianta di molto interesse anche in medicina per i semi le cui farine ricche di addensanti ed emulsionanti vengono impiegate in campo farmaceutico ed alimentare. Inoltre i frutti, previa frantumazione, possono essere sottoposti a fermentazione e distillazione per dare alcool. I semi, molto duri e omogenei per dimensioni e peso, sono stati usati a lungo come unità di peso, il carato (dall’arabo quirat), per metalli preziosi. Le foglie ricche di tannino sono impiegate per la concia delle pelli, mentre il legno trova uso in lavori di ebanisteria e nella fabbricazione di barche. Un tempo molto diffuso sia allo stato spontaneo sia in coltura, il carrubo ha subito col tempo un notevole declino. È un albero molto elegante che viene rivalutato come ornamento di parchi e grandi giardini su terreni sciolti. La pianta e i suoi usi sono stati riportati sia da Plinio sia da Columella. Molti legumi bruciati sono stati trovati negli scavi di Pompei ed Ercolano.

Le piante nella Bibbia. Il ranuncolo

22 aprile 2014

 

RANUNCOLO, uno dei fiori più belli in Israele
«Il fratello di umili condizioni sia fiero di essere innalzato, il ricco, invece, di essere abbassato, perché come fiore d’erba passerà. Si leva il sole col suo ardore e fa seccare l’erba e il suo fiore cade, e la bellezza del suo aspetto svanisce», Giacomo 1, 9-11.
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RANUNCOLO, Ranunculus asiaticus L. (RANUNCULACEAE) – (Foto di A. Danin)
È uno dei fiori più belli in Israele. Si estende fino alle zone aride e può essere annoverato tra i fiori di campo che ai caldi raggi del sole appassiscono e perdono le corolle. La brevità della fioritura si presta bene a interpretare il valore della ricchezza e della bellezza, valori entrambi elevati, ma di breve durata. Come altri fiori di campo, quali il tulipano, l’anemone, il papavero, anche il ranuncolo ha fiori rossi ed è distinguibile dall’anemone per i sepali riflessi. Smith (1877) lo mette tra i gigli di campo che abbondavano in Palestina, ma Post esclude che possa trattarsi di gigli per il colore troppo intenso (in Musselman, 2012). Danin (1983) pone Ranunculus asiaticus tra la flora che si sviluppa su calcare gessoso e marna nella parte nord del Sinai. Compare in primavera di anni piovosi con le geofite Tulipa polychroma e Anemone coronaria, sui fianchi esposti a nord sopra gli 800 m su letti di calcare popolati da associazioni più mesofitiche di Artemisia herba- alba e Noaea mucronata. Nonostante le divergenze di opinioni, la maggior parte degli autori di volumi sulle piante bibliche concordano nel riportate tra queste anche il R. asiaticus (Wlodarczyk, 2007).

Le piante nella Bibbia. Il giglio

20 aprile 2014

 

GIGLIO BIANCO, simbolo di bellezza, santità, e resurrezione
«Guardate come crescono i gigli: non faticano e non filano. Eppure io vi dico: neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro», Luca 12, 27.
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GIGLIO BIANCO, Lilium candidum L. (LILIACEAE) – (Foto di A. Travaglini)
Coltivato da tempo in Persia, nella Siria, in Palestina non è sicuro il luogo di origine. Una volta molto più frequente, in Israele si trova ancora sul Monte Carmelo e in Galilea. Il giglio bianco era simbolo di bellezza, di fertilità e prosperità; di purezza spirituale, santità, e resurrezione per i cristiani. Dall’ebraico Shoushan, che vuol dire giglio deriva il nome Susanna. La bellezza del fiore ha colpito naturalisti e artisti che l’hanno raffigurato nell’arte a cominciare dal Tempio di Salomone, fino alle tele raffiguranti la Madonna e santi con il giglio in mano, tanto che viene anche ricordato come “Giglio della Madonna” (Leonardo, Annunciazione), alludendo alla purezza di Maria concepita senza macchia. Nella Bibbia il giglio è citato più volte come simbolo e speranza di liberazione del popolo Israelita. Osea (14, 6- 7) invita alla conversione, profetizzando la salvezza di Israele da parte del suo Dio: “Sarò come rugiada per Israele: / fiorirà come un giglio / e metterà radici come un albero del Libano, / si spanderanno i suoi germogli / e avrà la bellezza dell’olivo / e la fragranza del Libano”. Esistono tuttavia interpretazioni diverse sulla pianta indicata nella Bibbia come giglio delle valli. Per taluni si tratta del mughetto, Convallaria majalis (anche se questo è solo specie di montagna), per altri di Hyacinthus orientalis e per altri ancora di Iris pseudoacorus che è a fiori gialli, quindi non potrebbe essere il giglio bianco (Moldenke et Moldenke, 1952).

Le piante nella Bibbia. L’aloe

19 aprile 2014

 

ALOE, Nicodemo lo portò per profumare il lenzuolo di Gesù
Vi andò anche Nicodemo – quello che in precedenza era andato da lui di notte- e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e aloe”, Giovanni (19, 39).

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 ALOE, Aloe vera L. (ALOACEAE) – (Foto di A. Travaglini)

Pianta succulenta con una rosetta di foglie carnose, rigide, a margine spinoso. Fiori in lunghe spighe terminali, rossi, tubulosi (color rosso arancio in A. succotrina). Dalle foglie si estrae un succo che concentrato al sole diventa una massa solida di aspetto vetroso usata in medicina (amaro, colagogo a piccole dosi e purgante a forti dosi; cosmetico) e in veterinaria. Contiene composti antracenici (aloine, aloemodina ecc.). Gli egiziani lo adoperavano per imbalsamare i cadaveri. Nicodemo lo portò per profumare il lenzuolo di Gesù, probabilmente con l’intento di imbalsamarne il corpo [(Matteo (27,59), Marco (15,46), Luca (23,53)]. L’aloe più pregiata era A. succotrina, di cui alcune cellule epidermiche sono state ritrovate sulla Sindone (Marinelli, 2009; 2012). Il nome della specie viene dall’Isola di Socotra (Yemen) sulla costa orientale d’Africa all’ingresso del Mar Rosso. Si narra che Alessandro Magno si sia spinto a Sud alla conquista dell’isola per controllare il commercio della specie pregiata. (…) Secondo alcuni sembra che il nome di A. succotrina sia il risultato di una confusione storica. È una pianta della regione del Capo e non crescerebbe naturalmente a Socotra, ma per molti anni l’origine di questa pianta è rimasta avvolta nel mistero. È stato solo all’inizio del ‘900 che è stata registrata presso l’area del Capo una precisa località per A. succotrina. Sarebbe stata la prima specie di aloe introdotta dal Sud Africa in Europa (fiorì ad Amsterdam nel 1689). Alcuni autori (Smith, 1877; Greppin, 1988; Musselman, 2007) mettono in dubbio che la pianta citata in Giovanni sia del genere Aloe: potrebbe trattarsi di Aquilaria agallocha, spesso tradotta come aloe legno, ipotesi poco accettabile. Va comunque evidenziato che l’aloe aromatico, citato nell’ A.T. accanto ad altre spezie, vada identificato come Aquilaria agallocha.

Le piante nella Bibbia. Cotone e lino

18 aprile 2014

 

COTONE O LINO, quale è presente nella Bibbia?
«Vi erano cortine di lino e di porpora viola, sospese con cordoni di bisso e di porpora rossa ad anelli d’argento e a colonne di marmo bianco; vi erano inoltre divani d’oro e d’argento sopra un pavimento di marmo verde, bianco e di madreperla e di pietre a colori», Ester 1, 6.

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COTONE, Gossypium herbaceum L. (MALVACEAE) – (Foto di P. M. Guarrera)
La presenza del cotone nella Bibbia è molto discussa. Nella Bibbia CEI-UELCI (2008) come in quella di Gerusalemme (1976) e di Ricciotti (1957) si parla di lino, ma in altre traduzioni quali Chouraqui (2003) e NRSV (1997) compare il cotone invece del lino. Il cotone inoltre è trattato tra le piante bibliche anche da altri autori (Hepper 1992; Maillat et Maillat 1999). Il cotone era coltivato in India ed è possibile che Alessandro Magno, dopo la conquista della Persia e il raggiungimento dell’India, abbia conosciuto la pianta e ne abbia favorita la diffusione. Si ritiene che la pianta venisse utilizzata in Palestina solo dal III sec. a.C. e la sua coltura si sia diffusa dopo la dominazione romana (…). La pianta coltivata per la produzione della fibra tessile, il cotone, ha due principali centri di origine: uno in Centro America, l’altro in Arabia e Asia Minore. Da quest’ultimo alcuni derivano il cotone coltivato in Israele da tempi biblici, ma non citato nella Bibbia CEI-UELCI (2008), dove sono invece citati il lino e la seta. Questo sembrerebbe escludere la presenza o almeno la coltura di questa pianta in Israele. Taluni autori, tuttavia ritengono che la pianta vi fosse già presente in epoca precristiana (Musselman, 2012), originaria dal ceppo dell’Iran.

Le piante nella Bibbia. Il cedro

16 aprile 2014

 

CEDRO, il primo agrume a essere coltivato in Israele
«Andate al monte e portatene rami di ulivo, rami di olivastro, rami di mirto, rami di palma e rami di alberi ombrosi, per fare capanne, come sta scritto», Neemia 8, 15.

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 CEDRO, Citrus medica L. (RUTACEAE) – (Foto di A. Travaglini)

Originario della Cina e India meridionale è stato introdotto nell’area mediterranea molto prima dell’era cristiana (Zohary et al., 2012) ed era già coltivato anche nella Giudea, oltre che in Egitto, e in Babilonia, dove la pianta era apprezzata per la sua bellezza e i frutti per le notevoli dimensioni che raggiungevano; anzi è stato il primo agrume a essere coltivato in Israele. In occasione della Festa dei Tabernacoli gli Ebrei portavano fronde di palma, rami di mirto e di salice e anche di cedri, pensando che questi erano da intendere come frutti dell’albero ombroso o bellissimo. Riguardo al significato del cedro, si pensa che esso simboleggi l’albero della conoscenza. Inoltre il comando biblico di prendere i frutti migliori viene interpretato come “prendere frutti senza difetto”, il che è piuttosto raro nel caso del cedro cresciuto in natura. Per ottenere tali frutti gli israeliani oggi ricorrono a colture in serra. A settembre ne colgono a mano i frutti maturi che, opportunamente imballati, vengono spediti agli ebrei in tutto il mondo per le celebrazioni rituali.

Le piante nella Bibbia. Il fico

15 aprile 2014

 

Non è un luogo dove si possa seminare, non ci sono fichi, non vigne, non melograni, e non c’è acqua da bere», Numeri 20,5.
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FICO, Ficus carica L. (MORACEAE)- (Foto di A. Travaglini)

Il fico è una delle sette piante della Terra Promessa, citato spesso nell’Antico e Nuovo Testamento. La sua origine risale probabilmente a 5000 anni fa, in un’area corrispondente all’Asia occidentale. Da allora le popolazioni nomadi hanno provveduto a diffondere i semi di fico da un luogo all’altro, a migliorarne la coltura e l’uso e a tramandarlo per lunghi secoli ai popoli mediterranei (Egizi, Greci, Romani). Papiri egiziani ne parlano come di una novità importata dalla Siria e lo ritenevano un elemento importantissimo per l’alimentazione del popolo. Il suo frutto, consumato fresco, seccato, pressato, accompagnava l’uomo durante le lunghe peregrinazioni, mentre la fronda offriva riparo dai cocenti raggi del sole. Era inoltre usato come medicamento, legno per il fuoco ed era simbolo di fertilità e prosperità, di felicità terrena e ultraterrena.
Maria Grilli Caiola, Paolo Maria Guarrera, Alessandro Travaglini,  Le piante nella Bibbia,  Gangemi editore

Le piante nella Bibbia. Il grano

14 aprile 2014

 

GRANO, una delle piante più citate nella Bibbia
«Allora i dieci fratelli di Giuseppe scesero per acquistare il frumento dall’Egitto», Genesi 42,3.
 
GRANO (Grano duro), Triticum durum Desf. (POACEAE) – (Foto di M. Grilli Caiola)
È tuttora aperta la questione di quale frumento si parli nella Bibbia. Poiché i frumenti coltivati nell’area palestinese dovevano essere di più e diversi. In base alle informazioni contenute nei libri biblici e agli studi genetici e archeologici, è lecito supporre che in Israele si trovassero sia il grano duro (Triticum durum), un tetraploide, sia quello tenero (T. aestivum), un esaploide (Zohary et al., 2012). Entrambe le specie derivano da incroci tra un frumento diploide e una graminacea selvatica. Per il grano duro si è trattato di un solo incrocio, per il grano tenero ne sono occorsi due. Il grano duro doveva essere quello più conosciuto e coltivato. Ciò in base anche alle caratteristiche climatiche dell’area essendo il grano duro più esigente di clima caldo e secco. Nella Bibbia non si fa riferimento a pasta, ma a pane lievitato, pane azzimo, pane cotto e conservato a lungo, e si parla anche di semole e di piatti di tipo orientale come il couscous. Può darsi quindi che una parte del grano duro fosse riservato a piatti o pani particolari mentre per il pane dei poveri veniva usato orzo, oppure farro, oppure spelta, essendo le loro cariossidi più ricche di farina. Coltivato da tempi remoti nell’area mediterranea, il grano duro è una delle piante più citate nella Bibbia, come tale e come derivati, pane, focacce, impasti vari.

Le piante nella Bibbia. L’olivo

13 aprile 2014

L’OLIVO (Olea europaea).

L’olivo è un albero che può raggiungere i sedici metri di altezza e vivere cinque o sei secoli e anche più. Il suo legno giallognolo è molto duro. Dalle sue foglie medicamentose è stato ricavato un estratto efficace contro la febbre, l’ipertensione e il diabete. Il suo frutto, l’oliva, contiene olio, il solo che venga

“Olivo verde, maestoso, era il nome che il Signore ti aveva imposto” (Gr. 11,16).

impiegato nel culto.

La presenza dell’olivo è ritenuta segno di benedizione: “… Il Signore tuo Dio sta per farti entrare in un paese fertile,… paese di frumento , di orzo, di olio e di miele… Mangerai dunque a sazietà e benedirai il Signore Dio tuo a causa dal paese fertile che ti avrà dato” (Dt. 8.7-8.10).

“La tua sposa come vite feconda

nell’intimità della tua casa;

i tuoi figli come virgulti d’ulivo

intorno alla tua mensa.

Così sarà benedetto l’uomo

Che teme il Signore” (Ps. 127.3-4).

L’olio d’oliva è sorgente di luce: “Tu ordinerai agli israeliti che ti procurino olio puro di olive schiacciate per il candelabro, per tener sempre accesa una lampada. Nella Testimonianza, Aronne e i suoi figli la prepareranno, perché dalla sera alla mattina essa sia davanti al Signore” (Es. 27,20-21).

E’ l’olio santo: “Procurati balsami pregiati… e olio di oliva. Ne farai l’olio per l’unzione sacra, un unguento composto secondo l’arte delle profumerie: sarà l’olio per l’unzione sacra. Con esso ungerai la tenda del convegno, l’Arca della Testimonianza, la tavola e tutti i suoi accessori, l’altare del profumo, l’altare degli olocausti e tutti i suoi accessori, la conca e il suo piedistallo” (Es. 30,22.25-28).

Le tradizioni giudaica e cristiana fanno dell’olivo un simbolo di pace: alla fine del diluvio, la colomba porta a Noè proprio un ramo di olivo.

Ucraina: storia dei conflitti per lo sbocco sul Mar Nero

4 marzo 2014

“Vi chiedo di pregare ancora per l’Ucraina, che sta vivendo una situazione delicata. Mentre auspico che tutte le componenti del Paese si adoperino per superare le incomprensioni e per costruire insieme il futuro della Nazione, rivolgo alla comunità internazionale un accorato appello affiché sostenga ogni iniziativa in favore del dialogo e della concordia”. Papa Francesco, Angelus del 2 marzo 2014

 

Fin dall’antichità la penisola di Crimea con il suo strategico affaccio sul Mar Nero è stata al centro degli “appetiti” di popoli e imperi, dai romani agli unni, dai veneziani e genovesi, fino alla Russia zarista e alla Germania nazista. Nel 1784 il Khanato di Crimea viene ufficialmente annesso all’impero russo, dopo essere uscito dieci anni prima dall’orbita ottomana in seguito alla guerra russo-turca. Tra il 1853 e il 1856 la Guerra di Crimea: l’impero ottomano, sostenuto da Gran Bretagna e Francia e con l’appoggio di un corpo di spedizione piemontese, dichiara guerra all’impero russo. Nel 1855, l’abbandono di Sebastopoli, cinta d’assedio dalle truppe dell’alleanza, apre la strada alla sconfitta dell’impero degli zar. Al Congresso di pace di Parigi, Cavour, forte della partecipazione piemontese, solleva la questione dell’unità e dell’indipendenza italiana. È invece del 1941-1942, la Battaglia di Crimea: truppe naziste e sovietiche si scontrano per il controllo della penisola e dello stretto di Kerc, via di accesso al Caucaso. Nel 1954, la provincia di Crimea entra formalmente a far parte della Repubblica sovietica ucraina per decisione del leader sovietico Nikita Krusciov.

Un legame “storico” profondo e le mire sulle risorse dell’Est
Per la Russia l’Ucraina è una parte inalienabile della sua eredità storico-culturale. In passato i russi chiamavano l’Ucraina «Malorossija», cioè «Piccola Russia». Basandosi sulle teorie “eurasiste””, il presidente russo Vladimir Putin mira alla costituzione di un’’Unione euro-asiatica che dovrebbe ristabilire una parte dei legami fra la Russia e le Repubbliche dell’ex Urss. Una prefigurazione di questa unione è data dall’Unione doganale fra Russia, Bielorussia e Kazakhstan alla quale Putin vorrebbe associare anche l’Ucraina in alternativa alla sua associazione all’Unione Europea. Il timore del Cremlino è che proprio l’Ucraina metta a disposizione dei Paesi che ne fanno parte le risorse dell’Ucraina Occidentale (prevalentemente di lingua russa) che è la parte economicamente più sviluppata del Paese. La sola regione di Donetsk, centro dell’estrazione del carbone, assicura il 20% della produzione industriale dell’Ucraina pur avendo una popolazione pari al 10%. L’Est ucraino è più urbanizzato e la sua economia è perfettamente integrata con quella delle zone limitrofe della Russia, e inoltre per la sua struttura è orientato verso l’esportazione. Nel sud-est dell’Ucraina si trovano i maggiori stabilimenti dell’industria militare, dell’energetica, della siderurgia, dell’industria aeronautica e spaziale.

 

pubblicato su Avvenire del 4 marzo 2014

Papa Francesco _ Jorge Maria Bergoglio

2 febbraio 2014

“Dì alla tua gente che vi sono vicino con la preghiera”.

 

 

C’erano ancora 60 centimetri d’acqua in via della Giustiniana, quando alle 20.30 di venerdì, nel pieno dell’alluvione, il cellulare di don Dario, il parroco di S. Alfonso Maria dè Liguori, è squillato per l’ennesima volta. “Ciao sono Francesco, come va la situazione?”. Così il Pontefice si è voluto sincerare personalmente dello stato dell’emergenza a Prima Porta.

 

di LUCA MONACO

“Era venuto in visita il 6 gennaio scorso  –  ricorda il sacerdote  –  con questa telefonata ci ha voluto testimoniare la propria vicinanza. Un fatto inaspettato quanto gradito, visto che qui c’è molto da fare”. La chiesa infatti dista meno di un chilometro dalla zona più colpita dall’esondazione. Don Dario, in accordo con la protezione civile, si è subito mobilitato per aiutare le famiglie evacuate, offrendo riparo a 30 adulti e 12 bambini. “Grazie ai social network si attivata una lunga catena della solidarietà  –  assicura il parroco  –  tanta gente è accorsa, ha portato viveri e coperte”.
Ieri sera i venti volontari hanno servito minestra di lenticchie e pasta al tonno per tutti. Ma un piatto caldo non è riuscito a lenire il dispiacere di chi ha perso in un attimo i risparmi di una vita. Nella stanza del catechismo, ora trasformata in un’enorme camerata dalle pareti giallo paglierino, i bambini raccontano gli attimi di terrore, “quando l’acqua ha invaso casa facendo galleggiare i mobili  –  dice Aurora, 14 anni  –  e noi non sapevamo più dove scappare”.
Ornella Santini, una casalinga di 57 anni, non si da pace. “Non abbiamo più nulla  –  ripete sfiorando il viso della nipote, un anno appena  –  c’era anche lei venerdì mattina, quando alle sei del mattino la casa si è riempita di fango. Abitiamo al piano terra, in una traversa di via della Giustiniana, ed è tutto da buttare, non sappiamo dove mettere le mani. Chi sono i responsabili di questo disastro?. Chi pagherà i danni? Chi ci aiuterà?”, domanda disperata.
Il vicesindaco Luigi Nieri, insieme al presidente del municipio
 Daniele Torquati ha visitato gli alluvionati, ascoltato sfoghi, trovato soluzioni in tempi rapidi. “Ho dovuto chiamare il prefetto Giuseppe Pecoraro per chiedere che fossero attivate tutte le idrovore in via Frassineto  –  denuncia il vicesindaco Nieri  –  l’Ardis venerdì ne ha attivate solo due su sei. Un fatto gravissimo”, aggiunge, mentre il sole è appena tramontato e in parrocchia ci si appresta a trascorrere la seconda notte da sfollati.

Fonte: Repubblica

Sardegna, l’ora del lutto: «Ricostruiamo il futuro»

20 novembre 2013

Case sommerse da acqua e fango. Zone senza rete elettrica e quella di distribuzione del gas. Sono ancora 1.350 gli sfollati, secondo l’ultimo aggiornamento della Protezione civile. È la fotografia di una Sardegna che adesso deve trovare il coraggio di rialzarsi dopo la tragedia causata dal ciclone Cleopatra che ha spezzato 16 vite. E l’allerta maltempo resta ancora alta, nonostante i miglioramenti del meteo nelle ultime ore: secondo la Protezione civile regionale questa condizione si protrarrà fino a domani.

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Giornata tutela ambiente nei conflitti armati.

7 novembre 2013


L’Onu: salvaguardia risorse è via di pace.

Rafforzare la salvaguardia ambientale durante i conflitti e ripristinare, nella fase post bellica, un’adeguata gestione delle risorse naturali. Sono le priorità indicate dal segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, nel messaggio in occasione della Giornata internazionale per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente nei conflitti armati, celebrata ieri.

Gli effetti di una guerra sono solitamente misurati dalla storia ricordando il numero di morti, di feriti e i danni inferti alle città. Ma ci sono anche altri ingenti costi, legati alle conseguenze ambientali provocate dai conflitti armati, che in genere non vengono indicati. Pozzi d’acqua inquinati, colture incendiate, foreste abbattute, terreni avvelenati, animali uccisi per ottenere vantaggi militari sono solo alcune delle profonde ferite inferte all’ambiente, una delle vittime spesso dimenticate della guerra. Il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite stima, in particolare, che nel corso degli ultimi 60 anni, almeno il 40% di tutti i conflitti interni sono stati collegati allo sfruttamento delle risorse naturali per finanziare gruppi armati. Nei periodi di guerra, la protezione ambientale non solo diventa secondaria rispetto ai piani militari ma gli ecosistemi diventano addirittura dei bersagli da colpire o da compromettere.

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