Archive for the ‘Anno della Fede’ Category

Intervista a mons. Fisichella sull’Anno della Fede. (2)

25 novembre 2013

Il Pontefice ha chiuso l’Anno della fede con un doppio appuntamento di preghiera: nel pomeriggio di sabato 23 novembre ha presieduto nella basilica vaticana il rito dell’ammissione al catecumenato di alcuni candidati ( https://gpcentofanti.wordpress.com/2013/11/22/diretta-dell-incontro-dei-catecumeni-con-papa-francesco-a-conclusione-dellanno-della-fede/)  e domenica mattina ha celebrato la messa in piazza San Pietro. ( il testo dell’Omelia https://gpcentofanti.wordpress.com/2013/11/23/santa-messa-e-angelus-a-chiusura-dellanno-della-fede/)

Voluto da Benedetto XVI, che lo ha inaugurato l’11 ottobre 2012, questo anno viene concluso da Papa Francesco: una continuità che l’arcivescovo Fisichella legge come “un grande momento di grazia” e un invito a vivere la fede andando incontro agli altri.

Di seguito l’intervista a mons. Fisichella pubblicata su L’Osservatore Romano del 25 novembre 2013.

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L’abbraccio di Pietro a Pietro

25 novembre 2013

Durante la Messa a chiusura dell’Anno della Fede, il Santo Padre ha tenuto per sei minuti, durante il canto del Credo, le reliquie di Pietro, piccoli frammenti di ossa ritrovati sotto la Basilica di s.Pietro,  custodite in una  cassetta di bronzo, in un abbraccio di Pietro a Pietro.

Per un approfondimento su queste pagine

https://gpcentofanti.wordpress.com/2013/11/24/papa-francesco-_-ecco-le-reliquie-di-san-pietro/

Annus Fidei: tutte le catechesi di Papa Francesco nell’Anno della Fede. All cathecheses of Holy Father during the Year of the Faith

25 novembre 2013

 

http://www.vatican.va/special/annus_fidei/index_catechesi_annus-fidei_it.htm

 

“La Parola sempre con te”. Applicazione gratuita per leggere la Bibbia

24 novembre 2013
Da sabato 23 novembre può essere scaricata gratuitamente APP BIBBIA CEI da APP Store. La versione per tablet Android sarà disponibile dal 21 dicembre.
Voluta dalla Segreteria Generale della Conferenza Episcopale Italiana, l’APP è stata realizzata da “SEED -Edizioni Informatiche”.L’applicazione è gratuita e offre a tutti una nuova esperienza di lettura della Sacra Scrittura. È la prima e unica APP a proporre il testo biblico nella traduzione ufficiale 2008 della CEI, completo dell’apparato critico.
Offre accurate funzioni di lettura, navigazione e ricerca. Permette di inserire segnalibri e annotazioni personali per archiviarli e portarli sempre con sé. Consente condivisioni in diverse modalità.

Evangelii Gaudiuum. Testo dell’Esortazione Apostolica a chiusura dell’Anno della Fede

24 novembre 2013

“Ognuno di noi ha la sua storia; ognuno di noi, anche, ha i suoi sbagli, i suoi peccati, i suoi momenti felici e i suoi momenti bui. Ci farà bene, in questa giornata, pensare alla nostra storia e guardare Gesù e dal cuore ripetergli tante volte, ma con il cuore, in silenzio, ognuno di noi: ‘Ricordati di me, Signore, adesso che sei nel tuo Regno! Gesù, ricordati di me, perché io ho voglia diventare buono, io ho voglia di diventare buona, ma non ho forza, non posso: sono peccatore, sono peccatore! Ma ricordati di me, Gesù: tu puoi ricordarti di me, perché tu sei al centro, tu sei proprio nel tuo Regno!’. Che bello!”
Dall’Omelia di papa Francesco a chiusura dell’anno della Fede.

In questa occasione, il Papa prima dell’Angelus ha voluto consegnare copia della sua Esortazione apostolica Evangelii gaudium a 36 rappresentanti della Chiesa e della società di 18 Paesi espressione dei cinque continenti, a voler partecipare a tutti la gioia dell’incontro con Cristo. Tra questi un vescovo, un sacerdote e un diacono – scelti tra i più giovani a essere ordinati – poi alcuni religiosi e religiose, dei cresimati, un seminarista, una novizia, una famiglia, dei catechisti un non vedente – cui Francesco ha consegnato un cd-rom – e poi dei giovani, delegati di confraternite e Movimenti. Infine, per il mondo della cultura, due artisti, uno scultore e una pittrice, a sottolineare il valore della bellezza nella creazione e due giornalisti, per rimarcarne l’importante ruolo a fianco alla Chiesa nell’opera di evangelizzazione.

Il Testo dell’Esortazione Apostolica sarà pubblicato a breve su queste pagine: domenica 24 il documento è stato consegnato simbolicamente, ma la sua presentazione ufficiale sarà martedì 26 novembre.

Chiusura dell’Anno della Fede.Libretto della celebrazione

24 novembre 2013

 

 

 

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/libretti/2013/20131124-libretto-chiusura-anno-fede.pdf

Santa Messa e Angelus a chiusura dell’Anno della Fede

23 novembre 2013

Piazza San Pietro

Domenica, 24 novembre 2013

Video

La solennità odierna di Cristo Re dell’universo, coronamento dell’anno liturgico, segna anche la conclusione dell’Anno della Fede, indetto dal Papa Benedetto XVI, al quale va ora il nostro pensiero pieno di affetto e di riconoscenza per questo dono che ci ha dato. Con tale provvidenziale iniziativa, egli ci ha offerto l’opportunità di riscoprire la bellezza di quel cammino di fede che ha avuto inizio nel giorno del nostro Battesimo, che ci ha resi figli di Dio e fratelli nella Chiesa. Un cammino che ha come meta finale l’incontro pieno con Dio, e durante il quale lo Spirito Santo ci purifica, ci eleva, ci santifica, per farci entrare nella felicità a cui anela il nostro cuore.

Desidero anche rivolgere un cordiale e fraterno saluto ai Patriarchi e agli Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali Cattoliche, qui presenti. Lo scambio della pace, che compirò con loro, vuole significare anzitutto la riconoscenza del Vescovo di Roma per queste Comunità, che hanno confessato il nome di Cristo con una esemplare fedeltà, spesso pagata a caro prezzo.

Allo stesso modo, per loro tramite, con questo gesto intendo raggiungere tutti i cristiani che vivono nella Terra Santa, in Siria e in tutto l’Oriente, al fine di ottenere per tutti il dono della pace e della concordia.

Le Letture bibliche che sono state proclamate hanno come filo conduttore la centralità di Cristo. Cristo è al centro, Cristo è il centro. Cristo centro della creazione, Cristo centro del popolo, Cristo centro della storia.

1. L’Apostolo Paolo ci offre una visione molto profonda della centralità di Gesù. Ce lo presenta come il Primogenito di tutta la creazione: in Lui, per mezzo di Lui e in vista di Lui furono create tutte le cose. Egli è il centro di tutte le cose, è il principio: Gesù Cristo, il Signore. Dio ha dato a Lui la pienezza, la totalità, perché in Lui siano riconciliate tutte le cose (cfr 1,12-20). Signore della creazione, Signore della riconciliazione.

Questa immagine ci fa capire che Gesù è il centro della creazione; e pertanto l’atteggiamento richiesto al credente, se vuole essere tale, è quello di riconoscere e di accogliere nella vita questa centralità di Gesù Cristo, nei pensieri, nelle parole e nelle opere. E così i nostri pensieri saranno pensieri cristiani, pensieri di Cristo. Le nostre opere saranno operecristiane, opere di Cristo, le nostre parole saranno parole cristiane, parole di Cristo. Invece, quando si perde questo centro, perché lo si sostituisce con qualcosa d’altro, ne derivano soltanto dei danni, per l’ambiente attorno a noi e per l’uomo stesso.

2. Oltre ad essere centro della creazione e centro della riconciliazione, Cristo è centro del popolo di Dio. E proprio oggi è qui, al centro di noi. Adesso è qui nella Parola, e sarà qui sull’altare, vivo, presente, in mezzo a noi, il suo popolo. E’ quanto ci viene mostrato nella prima Lettura, dove si racconta del giorno in cui le tribù d’Israele vennero a cercare Davide e davanti al Signore lo unsero re sopra Israele (cfr 2 Sam 5,1-3). Attraverso la ricerca della figura ideale del re, quegli uomini cercavano Dio stesso: un Dio che si facesse vicino, che accettasse di accompagnarsi al cammino dell’uomo, che si facesse loro fratello.

Cristo, discendente del re Davide, è proprio il “fratello” intorno al quale si costituisce il popolo, che si prende cura del suo popolo, di tutti noi, a costo della sua vita. In Lui noi siamo uno; un solo popolo uniti a Lui, condividiamo un solo cammino, un solo destino. Solamente in Lui, in Lui come centro, abbiamo l’identità come popolo.

3. E, infine, Cristo è il centro della storia dell’umanità, e anche il centro della storia di ogni uomo. A Lui possiamo riferire le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di cui è intessuta la nostra vita. Quando Gesù è al centro, anche i momenti più bui della nostra esistenza si illuminano, e ci dà speranza, come avviene per il buon ladrone nel Vangelo di oggi.

Mentre tutti gli altri si rivolgono a Gesù con disprezzo – “Se tu sei il Cristo, il Re Messia, salva te stesso scendendo dal patibolo!” – quell’uomo, che ha sbagliato nella vita, alla fine si aggrappa pentito a Gesù crocifisso implorando: «Ricordati di me, quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,42). E Gesù gli promette: «Oggi con me sarai nel paradiso» (v. 43): il suo Regno. Gesù pronuncia solo la parola del perdono, non quella della condanna; e quando l’uomo trova il coraggio di chiedere questo perdono, il Signore non lascia mai cadere una simile richiesta. Oggi tutti noi possiamo pensare alla nostra storia, al nostro cammino. Ognuno di noi ha la sua storia; ognuno di noi ha anche i suoi sbagli, i suoi peccati, i suoi momenti felici e i suoi momenti bui. Ci farà bene, in questa giornata, pensare alla nostra storia, e guardare Gesù, e dal cuore ripetergli tante volte, ma con il cuore, in silenzio, ognuno di noi: “Ricordati di me, Signore, adesso che sei nel tuo Regno! Gesù, ricordati di me, perché io ho voglia di diventare buono, ho voglia di diventare buona, ma non ho forza, non posso: sono peccatore, sono peccatore. Ma ricordati di me, Gesù! Tu puoi ricordarti di me, perché Tu sei al centro, Tu sei proprio nel tuo Regno!”. Che bello! Facciamolo oggi tutti, ognuno nel suo cuore, tante volte. “Ricordati di me, Signore, Tu che sei al centro, Tu che sei nel tuo Regno!”.

La promessa di Gesù al buon ladrone ci dà una grande speranza: ci dice che la grazia di Dio è sempre più abbondante della preghiera che l’ha domandata. Il Signore dona sempre di più, è tanto generoso, dona sempre di più di quanto gli si domanda: gli chiedi di ricordarsi di te, e ti porta nel suo Regno! Gesù è proprio il centro dei nostri desideri di gioia e di salvezza. Andiamo tutti insieme su questa strada!

 

ANGELUS 

Piazza San Pietro
Domenica, 24 novembre 2013

Video

 

Prima di concludere questa celebrazione, desidero salutare tutti i pellegrini, le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni e i movimenti, venuti da tanti Paesi. Saluto i partecipanti al Congresso nazionale della Misericordia; saluto la comunità ucraina, che ricorda l’80° anniversario dell’Holodomor, la “grande fame” provocata dal regime sovietico che causò milioni vittime.

In questa giornata, il nostro pensiero riconoscente va ai missionari che, nel corso dei secoli, hanno annunciato il Vangelo e sparso il seme della fede in tante parti del mondo; tra questi il Beato Junípero Serra, missionario francescano spagnolo, di cui ricorre il terzo centenario della nascita.

Non voglio finire senza un pensiero a tutti quelli che hanno lavorato per portare avanti quest’Anno della fede. Mons. Rino Fisichella, che ha guidato questo cammino: lo ringrazio tanto, di cuore, lui e tutti i suoi collaboratori. Grazie tante!

Ora preghiamo insieme l’Angelus. Con questa preghiera invochiamo la protezione di Maria specialmente per i nostri fratelli e le nostre sorelle che sono perseguitati a motivo della loro fede, e sono tanti!

Angelus Domini

Vi ringrazio per la vostra presenza a questa concelebrazione. Vi auguro una buona domenica e buon pranzo

Intervista a mons. Fisichella sulla chiusura dell’Anno della Fede

23 novembre 2013

Sergio Centofanti ha sentito mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione:
R. – E’ stata, direi, innanzitutto un’esperienza di grazia che abbiamo ricevuto. La fede, intanto, è Dio che ci viene incontro e chiede la nostra risposta. Penso che quest’anno abbia mostrato che c’è stata una grande risposta positiva, entusiasta e carica di significato, che è stata data a questo momento. Noi, normalmente, siamo abituati a sottolineare gli aspetti più negativi, gli aspetti della crisi. Non che non ci sia una crisi di fede: c’è ed è anche profonda. Però, quest’anno ci ha fatto anche comprendere e ci ha reso visibile che insieme ad essa c’è ugualmente tanto entusiasmo, tanto desiderio di riprendere il cammino che il Signore ci ha affidato.
D. – E’ stato un anno particolare, anche perché è stato aperto da Benedetto XVI e chiuso da Papa Francesco …
R. – Sì: certamente è stato pensato e voluto da Papa Benedetto che, con la sua Lettera “Porta fidei” ci diceva che l’incontro con il Signore è un cammino, è una porta sempre aperta. Papa Francesco ci ha detto che questa porta dev’essere anche varcata. Io penso che il cammino tra Papa Francesco, che lo ha segnato con la sua testimonianza, e Papa Benedetto che lo ha desiderato, in quest’Anno della Fede sia proprio questo: la dimensione, cioè, di un coraggio nel non venire meno nella fede.
D. – Papa Francesco sta chiedendo una Chiesa più accogliente, una Chiesa con le porte aperte. In questo senso, sta scuotendo noi cristiani e sta avvicinando tanti cosiddetti lontani…
R. – Questa è la testimonianza che ci sta dando e che provocherà ancora di più la riflessione e l’azione pastorale con la Lettera apostolica “Evangelii gaudium” che consegnerà in rappresentanza ad alcune categorie di persone: da un vescovo fino ai ragazzi che hanno ricevuto la Cresima. Devo dire che non solo il Papa ci dice che dobbiamo attraversare quella porta, ma ci dice che dobbiamo anche fattivamente, concretamente, andare incontro agli altri. Papa Francesco ci richiama alla cultura dell’incontro: io credo che questo sia molto importante.
D. – E questo cambierà anche l’atteggiamento di noi cristiani …
R. – Ma, credo che questo debba provocare ancora di più noi credenti. La nostra storia – dobbiamo essere anche sinceri, in questo – è la storia di venti secoli di un annuncio e anche di una prassi permanente dell’avere riconosciuto l’apporto che noi potevamo dare a questo mondo. Lo abbiamo fatto con le nostre contraddizioni, ma lo abbiamo fatto anche con tanti segni che esprimono la santità della Chiesa e la sua azione di carità, di vero amore e anche di solidarietà. La storia dei Santi, dopotutto, ma non solo la storia dei Santi: forse quella dei Santi emerge di più perché vengono ricordati nel corso dei secoli e sono stati in tanti momenti una vera rivoluzione culturale; ma la storia di tanti cristiani il cui nome è conosciuto soltanto da Dio, è quella di un impegno quotidiano a favore dei più poveri, a favore degli emarginati, dei sofferenti … Quindi, una testimonianza di fede genuina.
D. – Le rimane qualche immagine di quest’Anno, che magari i mass media non hanno sottolineato?
R. – Mi rimangono veramente tante immagini che mi fanno commuovere realmente. L’immagine che personalmente porto nel cuore è quella che per un’ora, il giorno del Corpus Domini, in tutti i continenti, in tutti i luoghi il Cristo è stato davvero il cuore del mondo, quando c’è stato il sincronizzarsi sull’ora di Roma, dalle 17 alle 18, con l’adorazione dell’Eucaristia. L’Eucaristia, per noi cristiani, è il fondamento della fede, è il cuore dell’evangelizzazione, è – direi così – la provocazione prima e ultima, perché parte da lì e ritorna di nuovo lì per annunciare che abbiamo incontrato Gesù Cristo: lì lo avevamo davanti, lì la fede significava tenere fissi i nostri occhi sul Suo Volto, benché nascosto nella specie eucaristica; lì noi abbiamo scoperto che da qualsiasi parte del mondo, possiamo essere distanti nel tempo e nello spazio, ma c’è stato un momento in cui eravamo tutti uniti. Perché Cristo ci teneva uniti, perché la contemplazione, l’adorazione del suo Volto ci teneva uniti!

Diretta dell’ incontro dei catecumeni con Papa Francesco a conclusione dell’Anno della Fede

22 novembre 2013

A conclusione dell’Anno della fede, Papa Francesco ha incontrato quanti, da adulti, hanno deciso di diventare cristiani. Questo incontro ha voluto essere un segno: l’Anno della fede termina ma continua per ogni cristiano l’impegno a rispondere quotidianamente al Signore Gesù che invita ad essere suoi discepoli, manda nel mondo ad annunciare il Vangelo e a testimoniare con la vita la gioia della fede.

A questo incontro sono stati invitati tutti i catecumeni, con i loro catechisti e con quanti, nelle comunità cristiane, li accompagnano nell’itinerario di preparazione alla celebrazione dei Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana.

Programma della giornata:

ore 14:30 – Ritrovo per tutti i catecumeni e i loro accompagnatori

ore 16:00 – Liturgia della Parola

Catechesi di Papa Francesco ai Catecumeni sul significato della vita nuova in Cristo e del discepolato a partire dal brano evangelico di Gv 1,35-42

Durante questo momento, Papa Francesco presiederà il Rito di Ammissione al Catecumenato di alcuni catecumeni.

 

“Pronti a varcare la Porta della Fede”: è questo il tema dell’incontro che si ha svolto Papa Francesco con i  circa 500 catecumeni provenienti da tutto il mondo in rappresentanza delle persone che da adulte hanno scelto di intraprendere il cammino che le porterà un giorno a ricevere il Sacramento del Battesimo. Il Pontefice ha ricevuto trentacinque candidati al catecumenato all’ingresso della Basilica di San Pietro e ha posto loro le domande tradizionali del rito: “Qual è il tuo nome? Che cosa domandi alla Chiesa di Dio? E la fede che cosa ti dona?”. Quindi il segno della croce sulla loro fronte e l’ingresso nella chiesa diventano il segno evidente del cammino che questi giovani intraprendono per giungere un giorno a confessare personalmente la fede.

 

PAROLE DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana
Sabato, 23 novembre 2013

Video

Cari catecumeni,

questo momento conclusivo dell’Anno della fede vi vede qui raccolti, con i vostri catechisti e familiari, in rappresentanza anche di tanti altri uomini e donne che stanno compiendo, in diverse parti del mondo, il vostro stesso percorso di fede. Spiritualmente, siamo tutti collegati, in questo momento. Venite da molti Paesi diversi, da tradizioni culturali ed esperienze differenti. Eppure, questa sera sentiamo di avere tra di noi tante cose in comune. Soprattutto ne abbiamo una: il desiderio di Dio. Questo desiderio è evocato dalle parole del Salmista: «Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?» (Sal 42,2-3). Quanto è importante mantenere vivo questo desiderio, questo anelito ad incontrare il Signore e fare esperienza di Lui, fare esperienza del suo amore, fare esperienza della sua misericordia! Se viene a mancare la sete del Dio vivente, la fede rischia di diventare abitudinaria, rischia di spegnersi, come un fuoco che non viene ravvivato. Rischia di diventare “rancida”, senza senso.

Il racconto del Vangelo (cfr Gv 1,35-42) ci ha mostrato Giovanni Battista che ai suoi discepoli indica Gesù come l’Agnello di Dio. Due di essi seguono il Maestro, e poi, a loro volta, diventano “mediatori” che permettono ad altri di incontrare il Signore, di conoscerlo e di seguirlo. Ci sono tre momenti in questo racconto che richiamano l’esperienza del catecumenato. In primo luogo, c’è l’ascolto. I due discepoli hanno ascoltato la testimonianza del Battista. Anche voi, cari catecumeni, avete ascoltato coloro che vi hanno parlato di Gesù e vi hanno proposto di seguirlo, diventando suoi discepoli per mezzo del Battesimo. Nel tumulto di tante voci che risuonano intorno a noi e dentro di noi, voi avete ascoltato e accolto la voce che vi indicava Gesù come l’unico che può dare senso pieno alla nostra vita.

Il secondo momento è l’incontro. I due discepoli incontrano il Maestro e rimangono con Lui. Dopo averlo incontrato, avvertono subito qualcosa di nuovo nel loro cuore: l’esigenza di trasmettere la loro gioia anche agli altri, affinché anch’essi lo possano incontrare. Andrea, infatti, incontra suo fratello Simone e lo conduce da Gesù. Quanto ci fa bene contemplare questa scena! Ci ricorda che Dio non ci ha creato per essere soli, chiusi in noi stessi, ma per poter incontrare Lui e per aprirci all’incontro con gli altri. Dio per primo viene verso ognuno di noi; e questo è meraviglioso! Lui viene incontro a noi! Nella Bibbia Dio appare sempre come colui che prende l’iniziativa dell’incontro con l’uomo: è Lui che cerca l’uomo, e di solito lo cerca proprio mentre l’uomo fa l’esperienza amara e tragica di tradire Dio e di fuggire da Lui. Dio non aspetta a cercarlo: lo cerca subito. È un cercatore paziente il nostro Padre! Lui ci precede e ci aspetta sempre. Non si stanca di aspettarci, non si allontana da noi, ma ha la pazienza di attendere il momento favorevole dell’incontro con ciascuno di noi. E quando avviene l’incontro, non è mai un incontro frettoloso, perché Dio desidera rimanere a lungo con noi per sostenerci, per consolarci, per donarci la sua gioia. Dio si affretta per incontrarci, ma mai ha fretta di lasciarci. Resta con noi. Come noi aneliamo a Lui e lo desideriamo, così anche Lui ha desiderio di stare con noi, perché noi apparteniamo a Lui, siamo “cosa” sua, siamo le sue creature. Anche Lui, possiamo dire, ha sete di noi, di incontrarci. Il nostro Dio è assetato di noi. E questo è il cuore di Dio. E’ bello sentire questo.

L’ultimo tratto del racconto è camminare. I due discepoli camminano verso Gesù e poi fanno un tratto di strada insieme con Lui. E’ un insegnamento importante per tutti noi. La fede è un cammino con Gesù. Ricordate sempre questo: la fede è camminare con Gesù; ed è un cammino che dura tutta la vita. Alla fine ci sarà l’incontro definitivo. Certo, in alcuni momenti di questo cammino ci sentiamo stanchi e confusi. La fede però ci dà la certezza della presenza costante di Gesù in ogni situazione, anche la più dolorosa o difficile da capire. Siamo chiamati a camminare per entrare sempre di più dentro al mistero dell’amore di Dio, che ci sovrasta e ci permette di vivere con serenità e speranza.

Cari catecumeni, oggi voi iniziate il cammino del catecumenato. Vi auguro di percorrerlo con gioia, certi del sostegno di tutta la Chiesa, che guarda a voi con tanta fiducia. Maria, la discepola perfetta, vi accompagna: è bello sentirla come nostra Madre nella fede! Vi invito a custodire l’entusiasmo del primo momento che vi ha fatto aprire gli occhi alla luce della fede; a ricordare, come il discepolo amato, il giorno, l’ora in cui per la prima volta siete rimasti con Gesù, avete sentito il suo sguardo su di voi. Non dimenticare mai questo sguardo di Gesù su te, su te, su te… Non dimenticare mai questo sguardo! E’ uno sguardo d’amore. E così sarete sempre certi dell’amore fedele del Signore. Lui è fedele. E siate certi: Lui non vi tradirà mai!

Evangelii Gaudium. Esortazione di Papa Francesco a chiusura dell’Anno della Fede

18 novembre 2013

Domenica prossima 24 novembre, Papa Francesco consegnerà l’Esortazione apostolica a chiusura dell’Anno della fede, l’ Evangelii Gaudium

Nel programma originario doveva essere consegnata la Lettera Enciclica di Papa Benedetto XVI.

A ricevere dalla mani del Papa l’Esortazione saranno rappresentanti di ogni evento che ha scandito questo Anno della Fede, provenienti dai 5 continenti. Presenti anche artisti nella persona di Etsuro Sotoo, scultore giapponese che ha collaborato alla Sagrada Familia e la pittrice polacca Anna Gulak, perché “la bellezza – ha spiegato mons. Fisichella – è forma privilegiata di evangelizzazione”.

Ci saranno poi i giornalisti per attestare il grande impegno e promozione che svolgono quanti si dedicano a questo servizio. Infine un terzo momento della celebrazione sarà il gesto di carità a favore della popolazione filippina colpita dal tifone Haiyan.

Chiusura dell’Anno della Fede. Il Sussidio

15 novembre 2013

Per celebrare in maniera solenne la chiusura dell’Anno della fede nelle Chiese locali, in comunione con il Santo Padre Francesco che chiuderà ufficialmente a San Pietro l’Anno della Fede domenica 24 novembre, nella solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, le Chiese locali possono beneficiare di un piccolo sussidio liturgico preparato dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione.

Il sussidio contiene indicazioni utili per arricchire la liturgia propria della solennità di Cristo Re con alcuni segni specifici adatti ad evidenziare sia i frutti di questo Anno della fede sia la missione che rimane per tutta la Chiesa al termine di esso.

 

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Anno della Fede si chiude con l’esposizione delle reliquie di Pietro

8 novembre 2013

Per la prima volta, grazie all’autorizzazione del Papa, alcuni resti che la tradizione attribuisce all’apostolo primo capo della chiesa potranno essere venerati

Alla chiusura dell’Anno della fede, il prossimo 24 novembre, saranno esposte per la prima volta delle reliquie che la tradizione attribuisce all’apostolo Pietro. Inoltre, in vista dell’evento che conclude l’anno, papa Francesco si recherà il prossimo 21 novembre nel monastero di clausura delle monache camaldolesi sull’Aventino per un momento di preghiera. Ne parla sull’Osservatore Romano l’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova evangelizzazione.

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Tweet del Papa

8 novembre 2013

Sta per concludersi l’Anno della Fede.

Signore, aiutaci in questo tempo di grazia

a prendere il Vangelo sul serio!

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III^ Assemblea straordinaria dei Vescovi. Documento preparatorio su famiglia ed evangelizzazione

6 novembre 2013

 

Documento-preparatorio-IIIAssGenStraord_ITA

 

 

Papa Francesco. Omelia feriale quotidiana a s. Marta. Testo e videoregistrazione

5 novembre 2013

5 novembre 2013

Rm 12,5-16a   Sal 130   Lc 14,15-24 

Franciscus - miserando atque eligendo

LA FESTA DI APPARTENERE ALLA CHIESA, DOVE TUTTI SONO INVITATI

Le letture del giorno ci mostrano la carta d’identità del cristiano…..prima di tutto l’essenza cristiana è un invito: soltanto diventiamo cristiani se siamo invitati. Si tratta di un invito gratuito, a partecipare, che viene da Dio. Per entrare a questa festa, non si può pagare: o sei invitato o non puoi entrare. Se nella nostra coscienza non abbiamo questa certezza di essere invitati, allora non abbiamo capito cosa è un cristiano….
Un cristiano è uno che è invitato. Invitato a che? A un negozio? Invitato a fare una passeggiata? Il Signore vuol dirci qualcosa di più: ‘Tu sei invitato a festa!’. Il cristiano è quello che è invitato a una festa, alla gioia, alla gioia di essere salvato, alla gioia di essere redento, alla gioia di partecipare la vita con Gesù. Questa è una gioia! Tu sei invitato a festa! Si capisce, una festa è un raduno di persone che parlano, ridono, festeggiano, sono felici. Ma è un raduno di persone. Io fra le persone normali, mentalmente normali, mai ho visto uno che faccia festa da solo, no? Ma sarebbe un po’ noioso quello! Aprire la bottiglia del vino… Questa non è una festa, è un’altra cosa. Si fa festa con gli altri, si fa festa in famiglia, si fa festa con gli amici, si fa festa con le persone che sono state invitate, come io sono stato invitato. Per essere cristiano ci vuole una appartenenza e si appartiene a questo Corpo, a questa gente che è stata invitata a festa: questa è l’appartenenza cristiana.

(Richiamando la Lettera ai Romani NDR),…. questa festa è una festa di unità. E sono invitati, buoni e cattivi. E i primi ad essere chiamati sono gli emarginati:
La Chiesa non è la Chiesa solo per le persone buone. Vogliamo dire chi appartiene alla Chiesa, a questa festa? I peccatori, tutti noi peccatori siamo stati invitati. E qui cosa si fa? Si fa una comunità, che ha doni diversi: uno ha il dono della profezia, l’altro il ministero, qui è un insegnante… Qui è sorta. Tutti hanno una qualità, una virtù. Ma la festa si fa portando questo che ho in comune con tutti… Alla festa si partecipa, si partecipa totalmente. Non si può capire l’esistenza cristiana senza questa partecipazione. E’ una partecipazione di tutti noi. ‘Io vado alla festa, ma mi fermo soltanto al primo salottino, perché devo stare soltanto con tre o quattro che io conosco e gli altri…’. Questo non si può fare nella Chiesa! O tu entri con tutti o tu rimani fuori! Tu non puoi fare una selezione: la Chiesa è per tutti, incominciando per questi che ho detto, i più emarginati. E’ la Chiesa di tutti!
E’ la Chiesa degli invitati….Essere invitati, essere partecipi in una comunità con tutti.. Ma, nella parabola narrata da Gesù leggiamo che gli invitati, uno dopo l’altro, cominciano a trovare scuse per non andare alla festa: Non accettano l’invito! Dicono di sì, ma fanno di no. Costoro, sono i cristiani che soltanto si contentano di essere nella lista degli inviti: cristiani elencati. Ma,questo non è sufficiente perché se non si entra nella festa non si è cristiani. Tu  sarai nell’elenco, ma questo non serve per la tua salvezza! Questa è la Chiesa: entrare in Chiesa è una grazia; entrare in Chiesa è un invito. E questo diritto, ha aggiunto, non si può comprare….Entrare in Chiesa è fare comunità, comunità della Chiesa; entrare nella Chiesa è partecipare a tutto quello che noi abbiamo delle virtù, delle qualità che il Signore ci ha dato, nel servizio l’uno per l’altro. …..Entrare nella Chiesa significa essere disponibile a quello che il Signore Gesù ci chiede. In definitiva, entrare nella Chiesa è entrare in questo Popolo di Dio, che cammina verso l’eternità.

Nessuno  è protagonista nella Chiesa: ma ne abbiamo Uno che ha fatto tutto. Dio è il protagonista! Tutti noi, ha poi affermato, siamo dietro di Lui e chi non è dietro di Lui, è uno che si scusa e non va alla festa.
Il Signore è molto generoso. Il Signore apre tutte le porte. Anche il Signore capisce quello che gli dice: ‘No, Signore, non voglio andare da te!’. Capisce e lo aspetta, perché è misericordioso. Ma al Signore non piace quell’uomo che dice di “sì” e fa di “no”; che fa finta di ringraziarlo per tante cose belle, ma nella verità va per la sua strada; che ha delle buone maniere, ma fa la propria volontà e non quella del Signore: quelli che sempre si scusano, quelli che non sanno la gioia, che non sperimentano la gioia dell’appartenenza. Chiediamo al Signore questa grazia: di capire bene quanto bello è essere invitati alla festa, quando bello è essere con tutti e condividere con tutti le proprie qualità, quando bello è stare con Lui e che brutto è giocare fra il “sì” e il “no”, dire di “sì” ma accontentarmi soltanto di essere elencato nella lista dei cristiani”.

Anno della Fede. 21 novembre 2013. Giornata per la vita contemplativa

4 novembre 2013

La Giornata per la Vita Contemplativa (“pro orantibus”) si celebra ogni anno il 21 novembre, in occasione della memoria liturgica della Presentazione di Maria al Tempio.

Questa Giornata invita tutta la Chiesa a ricordare come la vita contemplativa, condotta nel silenzio e lontano dalla frenesia del mondo di oggi, rechi fondamentale sostegno alla vita di tutti i battezzati, dei missionari e della società intera. Pertanto, in maniera particolare in questa Giornata, tutta la Chiesa è anche chiamata ad unirsi alla preghiera per i monasteri con particolari necessità.

Per la ricorrenza di questa Giornata durante l’Anno della fede, Papa Francesco si recherà presso il monastero delle monache camaldolesi di Sant’Antonio Abate all’Aventino per pregare insieme.

Ci si potrà unire spiritualmente a questo momento di preghiera giovedì 21 novembre, a partire dalle ore 16.45 (ora di Roma), con Papa Francesco e le comunità di vita contemplativa in tutto il mondo.

M.P.Veladiano. Sugli ex voto. “L’arte di donare alla divinità per dire grazie”

31 ottobre 2013

(da un articolo pubblicato su “la Repubblica” del 31 ottobre 2013)

La storia degli ex voto ci consegna una dimensione singolare e barocca del tempo, che nel comporre questa foresta bizzarra di oggetti di ogni arte e di ogni luogo, offerti a ogni tipo di divinità celeste o  terrestre, continuamente torna su se stesso, a riproporre qualcosa che sta in un punto così profondo dell’umano da non tollerare di essere messo da parte. Anche quando ci si prova con determinazione, come fanno i profeti dell’Antico Testamento, che obbediscono al mandato di spogliare la fede dalla materialità magica e cruenta dei sacrifici animali per questo spendono le parole e la vita, testimoni ostinati di un Dio che vuole “l’amore e non il sacrificio” (Os 6,6). E ancora di più lo fa il Vangelo, dove ad ogni passo si ricorda che è l’amore l’unico possibile movimento nelle relazioni con Dio. E che così dovrebbe essere anche fra gli uomini.
Perché l’offerta di un dono a Dio ex voto suscepto (secondo promessa fatta) può certo raccontare la pura gratitudine, nostro traboccare di felicità per la vita ritrovata, ma può anche denunciare l’umana tentazione di afferrare la libertà di Dio attraverso la promessa del dono. Impossibile scambio, evidentemente.

Inaudito ghermire Dio, portati dall’illusione di un desiderio che non sa darsi una misura se si tratta di vita, di figli, di amore. C’è un poco di empietà nell’ex voto? Di pensiero magico e blasfemo? Chissà, ma certo nel gesto del dono concreto al Dio invisibile c’è un tanto di umanità e quindi di verità, perché quel che è profondamente umano porta sempre con sé un suo perfetto frammento di verità.
Qui porta il desiderio di (toccare) Dio e insieme il bene del nostro essere corpo e materia. Materia che va oltre la sua pesantezza e vuole arrivare a sfiorare i piedi del trono di Dio per chiamarlo, Dio, a rispondere al nostro bisogno. Che la materia dell’oggetto votivo diventi un mezzo così potente è
meno paradossale per il Dio cristiano che per altre divinità del mondo. Se Dio si dà in un corpo allora la materia può reggere questo andar oltre confine carica di bisogni e tornare a noi leggera di grazie. Come raccontano le sigle che troviamo sugli ex voto: P.G.R per grazia ricevuta, e P.G.F. per grazia fatta. E ancora P.G.D. per grazia donata, e P.G.A. per grazia avuta. Meraviglioso punto di vista oscillante fra sé e Dio, confusione fra la gioia di avere e quella di donare.

Con-fusione possibile nel guazzabuglio che è l’amore quando, sempre?, nel cuore dell’uomo si mescola al bisogno.
E ha anche una sua ostinata democraticità l’ex voto. A dispetto di tanti colti tentativi di farne cosa di popolo minuto e grezzo, gli studi mostrano che non è così. I santuari possono esser pieni di cuoricini ricamati con la rappresentazione della grazia ricevuta, oppure di “mancanze”, cioè tavolette che non riportano il fatto per cui si ringrazia, inconfessabile, innominabile, indicibile fatto privato e personale, ma in questa portentosa quasi infinita rassegna del bisogno dell’uomo, sta di tutto: il cuoricino appunto, e l’iperrealistico braccio salvato per grazia da un trinciacarne e riprodotto nella perfezione della sua pelle risanata, fino alla croce in oro, brillanti e smeraldi donati da re Umberto e Margherita di Savoia al Tesoro di San Gennaro, che è a sua volta tutto intero un grandioso ex voto della città di Napoli a un santo popolarissimo e insieme portatore di un miracolo di vertiginosa profondità teologica e umana. Perché la reliquia di San Gennaro ingloba il potere del sangue che nel suo reale e disturbante ridivenire fluido e vivo ricorda che la grazia delle grazie è la vita e così chiude il cerchio dell’originale truce sacrificio animale delle origini e lo riscatta allontanando per sempre da Dio il sangue di morte.

Nella materia che dice il miracolo di una vita restituita, l’ex voto si offre cauto al nostro credere più avvertito. Ma l’ammirazione c’è, per questo ostinato coltivare l’arte perduta della gratitudine.

Pellegrinaggio delle famiglie. Giovanni Allevi a p.zza s. Pietro

25 ottobre 2013

Sabato 26 ottobre in Piazza San Pietro Giovanni Allevi suonerà per Papa Francesco.

Nell’ambito della Giornata mondiale per la Famiglia, Giovanni si esibirà davanti a diverse generazioni, attese da ogni parte del mondo per l’evento “FAMIGLIA, VIVI LA GIOIA DELLA FEDE! Pellegrinaggio delle Famiglie alla Tomba di San Pietro per l’Anno della Fede”.

Eseguirà l'”Ave Maria” di Bach/Gounod, arrangiata per pianoforte solo, insieme ad una delle sue composizioni più amate, “Downtown”.

Allevi, con le note dell’Ave Maria, farà da apertura al momento più atteso della giornata, il discorso del Pontefice.

L’evento sarà trasmesso in mondovisione a partire dalle ore 17.00.

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Dal sito ufficiale:

 

“Back to life”

http://www.youtube.com/watch?v=XGr9XW7usdc&list=TLkXFrVmHV3Hk418b58M7sInJ03lFL1NS9

“Go with the flow”

http://www.youtube.com/watch?v=yt8ypwvk7do&list=TLkXFrVmHV3Hk418b58M7sInJ03lFL1NS9

“Whisper”

http://www.youtube.com/watch?v=Yp7e4x4dQCI&list=TLkXFrVmHV3Hk418b58M7sInJ03lFL1NS9

Intervista a Mons. Paglia, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia

24 ottobre 2013

 

 

Di seguito l’intervista a Mons. Paglia di Radio Vaticana   

 

 

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D. – Mons. Paglia, 30 anni fa la Carta dei Diritti della famiglia poneva nero su bianco i principi fondamentali di questa istituzione, “espressi – si leggeva nel preambolo del documento vaticano – nella coscienza dell’essere umano e nei valori comuni a tutta l’umanità”. Questa Carta è tuttora valida? Va difesa e valorizzata? O va rivista?
R. – Anzitutto, va difesa e valorizzata perché non dimentichiamo che la famiglia come soggetto giuridico è una dimensione che attraversa i secoli, non è che sia nata l’altro ieri o cento anni fa. C’è una dimensione che attraversa la storia, che ha fatto della famiglia il primo luogo nel quale si apprende a essere assieme: è il primo “noi”. E, in questo senso, sottolinearne la soggettività è un riconoscimento dovuto soprattutto in un tempo nel quale lo sviluppo è diretto in particolare verso i diritti individuali, che – ovviamente – sono anch’essi sacrosanti, ma guai a contrapporli o ad esaltarli senza tener conto di quel “noi” della famiglia. In questi 30 anni, sono certamente cambiate ancora tantissime cose nella società, nella cultura oltre che in altri ambiti. Ma non c’è dubbio che – seppure possa essere necessario qualche aggiornamento – resta però in tutta la sua validità la richiesta alle comunità ecclesiali, ma anche alle diverse realtà civili e statali, che la famiglia sia riconosciuta come un soggetto che ha un suo valore, una sua vocazione, e diritti come anche doveri.
D. – Da un lato, tutti sulla carta difendono la famiglia in quanto tale, ma effettivamente c’è molta poca chiarezza. Ci sono anche molte spinte disgregatrici della famiglia, come viene intesa nel modo tradizionale, non solo dalla Chiesa ma anche dalle Carte delle Nazioni Unite…

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Giornata di Festa per lo Sport. Intervista al card. Ravasi

21 ottobre 2013

Nell’Anno della fede, il Pontificio Consiglio per la Cultura ha promosso ieri la Giornata di Festa per lo Sport. Culmine dell’evento è stata l’iniziativa “100 metri di corsa e di fede” in via della Conciliazione, con la partecipazione di 5 mila ragazzi e personaggi del mondo dello sport, salutati dal Papa subito dopo l’Angelus in piazza San Pietro.

Sul rapporto tra sport e fede, Luca Collodi ha intervistato il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del dicastero della Cultura:
R. – Lo sport è diventato come una sorta di esperanto della umanità: infatti, in tutti i Paesi, sia pure nelle forme diversissime, esistono dei giochi, e il gioco – d’altra parte – fa parte dell’essere uomini e donne, cioè è strutturale nella creatività della persona.
D. – Quanto conta, oggi, lo sport nella testimonianza della fede?
R. – Proprio perché lo sport è la rappresentazione della persona la quale non fa qualcosa solo per interesse, è molto vicino alla componente della fede, la quale, come espressione fondamentale, ha quella del gratuito. La fede non la si fa per ottenere qualcosa, anche se si implorano le grazie, ma prima di tutto è per aderire a Dio, quindi è un’esperienza d’amore. In questa luce possiamo dire che, allora, la fede potrebbe essere ininterrottamente in dialogo con lo sport.
D. – Oggi lo sport è anche veicolo, però, di disagio sociale: basta andare in una curva di uno stadio dove troviamo elementi che poco hanno a che fare con l’espressione culturale dello sport e con i valori dello sport. Perché?

R. – Proprio perché se lo sport è una componente, come il gioco, in genere, è una componente strutturale della persona, bene o male tutti hanno un piccolo spazio in cui si esercitano in qualche cosa di assolutamente libero; proprio per questo rappresenta anche l’umanità nella sua realtà, nel suo realismo. Per il credente, lo diceva anche Pascal, senza peccato originale, alla fine, non si spiega molto la persona nel suo limite fondamentale. Per chi è laico possiamo dire che è semplicemente l’espressione dell’egoismo, della brutalità, della brutalità gratuita ed è in questo senso che allora si spiega la curva che degenera, che impazzisce quando ormai tutta la forza libera, esplosiva che ha la creatura umana, la mente umana, la fantasia umana viene invece incendiata.

D. – Chi è, secondo lei, oggi il tifoso?
R. – Il tifoso autentico dovrebbe essere prima di tutto colui che anche nel piccolo, in qualche modo esercita lo sport, cioè che lo considera non semplicemente come spettacolo ma anche come parte della sua esperienza. Sia pure in piccolo. Ed è per questo che, sempre di più, si allargano le strutture sportive anche per i ragazzi, in tutte le espressioni, e qui si pone il grave problema dell’educatore sportivo che tante volte è assente.

Credenti nel mondo dello sport. Giornata di confronto e dialogo

21 ottobre 2013

Nell’Anno della Fede, il Pontificio Consiglio della Cultura in collaborazione con l’Ufficio Nazionale per la Pastorale del Tempo libero, Turismo e Sport della Conferenza Episcopale Italiana, il Centro Sportivo Italiano, hanno convocato oggi i responsabili dello sport professionistico, associativo cattolico, sport per tutti…, per una giornata di confronto e di testimonianze sul tema sport e fede

Di seguito il progetto ed il programma dell’incontro

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Papa Francesco. Diretta della Messa del 20 ottobre 2013 Testo dell’Angelus. Videoregistrazione

19 ottobre 2013

ANGELUS 

Piazza San Pietro
Domenica, 20 ottobre 2013

Video

Cari fratelli e sorelle,

nel Vangelo di oggi Gesù racconta una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi. La protagonista è una vedova che, a forza di supplicare un giudice disonesto, riesce a farsi fare giustizia da lui. E Gesù conclude: se la vedova è riuscita a convincere quel giudice, volete che Dio non ascolti noi, se lo preghiamo con insistenza? L’espressione di Gesù è molto forte: «E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui?» (Lc 18,7).

“Gridare giorno e notte” verso Dio! Ci colpisce questa immagine della preghiera. Ma chiediamoci: perché Dio vuole questo? Lui non conosce già le nostre necessità? Che senso ha “insistere” con Dio?

Questa è una buona domanda, che ci fa approfondire un aspetto molto importante della fede: Dio ci invita a pregare con insistenza non perché non sa di che cosa abbiamo bisogno, o perché non ci ascolta. Al contrario, Lui ascolta sempre e conosce tutto di noi, con amore. Nel nostro cammino quotidiano, specialmente nelle difficoltà, nella lotta contro il male fuori e dentro di noi, il Signore non è lontano, è al nostro fianco; noi lottiamo con Lui accanto, e la nostra arma è proprio la preghiera, che ci fa sentire la sua presenza accanto a noi, la sua misericordia, anche il suo aiuto. Ma la lotta contro il male è dura e lunga, richiede pazienza e resistenza – come Mosè, che doveva tenere le braccia alzate per far vincere il suo popolo (cfr Es 17,8-13). E’ così: c’è una lotta da portare avanti ogni giorno; ma Dio è il nostro alleato, la fede in Lui è la nostra forza, e la preghiera è l’espressione di questa fede. Perciò Gesù ci assicura la vittoria, ma alla fine si domanda: «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8). Se si spegne la fede, si spegne la preghiera, e noi camminiamo nel buio, ci smarriamo nel cammino della vita.

Impariamo dunque dalla vedova del Vangelo a pregare sempre, senza stancarci. Era brava questa vedova! Sapeva lottare per i suoi figli! E penso a tante donne che lottano per la loro famiglia, che pregano, che non si affaticano mai. Un ricordo oggi, tutti noi, a queste donne che col loro atteggiamento ci danno una vera testimonianza di fede, di coraggio, un modello di preghiera. Un ricordo a loro! Pregare sempre, ma non per convincere il Signore a forza di parole! Lui sa meglio di noi di che cosa abbiamo bisogno! Piuttosto la preghiera perseverante è espressione della fede in un Dio che ci chiama a combattere con Lui, ogni giorno, ogni momento, per vincere il male con il bene.


Dopo l’Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Oggi ricorre la Giornata Mondiale Missionaria. Qual è la missione della Chiesa? Diffondere nel mondo la fiamma della fede, che Gesù ha acceso nel mondo: la fede in Dio che è Padre, Amore, Misericordia. Il metodo della missione cristiana non è il proselitismo, ma quello della fiamma condivisa che riscalda l’anima. Ringrazio tutti coloro che con la preghiera e l’aiuto concreto sostengono l’opera missionaria, in particolare la sollecitudine del Vescovo di Roma per la diffusione del Vangelo. In questa Giornata siamo vicini a tutti i missionari e le missionarie, che lavorano tanto senza far rumore, e danno la vita. Come l’italiana Afra Martinelli, che ha operato per tanti anni in Nigeria: qualche giorno fa è stata uccisa, per rapina; tutti hanno pianto, cristiani e musulmani. Le volevano bene. Lei ha annunciato il Vangelo con la vita, con l’opera che ha realizzato, un centro di istruzione; così ha diffuso la fiamma della fede, ha combattuto la buona battaglia! Pensiamo a questa sorella nostra, e la salutiamo con un applauso, tutti!

Penso anche a Stefano Sándor, che ieri è stato proclamato Beato a Budapest. Era un salesiano laico, esemplare nel servizio ai giovani, nell’oratorio e nell’istruzione professionale. Quando il regime comunista chiuse tutte le opere cattoliche, affrontò le persecuzioni con coraggio, e fu ucciso a 39 anni. Ci uniamo al rendimento di grazie della Famiglia salesiana e della Chiesa ungherese.

Desidero esprimere la mia vicinanza alle popolazioni delle Filippine colpite da un forte terremoto, e vi invito a pregare per quella cara Nazione, che di recente ha subito diverse calamità.

Saluto con affetto tutti i pellegrini presenti, incominciando dai ragazzi che hanno dato vita alla manifestazione “100 metri di corsa e di fede”, promossa dal Pontificio Consiglio della Cultura. Grazie, perché ci ricordate che il credente è un atleta dello spirito! Grazie tante!

Accolgo con gioia i fedeli delle Diocesi di Bologna e di Cesena-Sarsina, guidati dal Cardinale Caffarra e dal Vescovo Regattieri; come pure quelli di Corrientes, in Argentina, e di Maracaibo e Barinas, in Venezuela. E oggi in Argentina si celebra la Festa della mamma, rivolgo un affettuoso saluto alle mamme della mia terra!

Saluto il gruppo di preghiera “Raio de Luz”, dal Brasile; e le Fraternità dell’Ordine Secolare Trinitario.

Le parrocchie e le associazioni italiane sono troppe, non posso nominarle, ma saluto e ringrazio tutti con affetto!

Buona domenica! Arrivederci e buon pranzo!

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MESSAGGIO PER LA GIORNATA MISSIONARIA 2013

https://gpcentofanti.wordpress.com/2013/08/07/papa-francesco-messaggio-per-la-giornata-missionaria-mondiale-20-ottobre-2013/

Giornata della Famiglia. 26-27 ottobre 2013. Pellegrinaggio alla tomba di Pietro

15 ottobre 2013

FAMIGLIA, VIVI LA GIOIA DELLA FEDE!

Pellegrinaggio delle Famiglie alla Tomba di San Pietro per l’Anno della FedeLe famiglie di tutto il mondo si recheranno in Pellegrinaggio a Roma sulla Tomba di San Pietro, il prossimo 26 e 27 Ottobre . Questo evento, promosso dal Pontificio Consiglio per la Famiglia, si inserisce nel quadro delle iniziative proposte per l’Anno della Fede, indetto dal Papa Emerito Benedetto XVI.

Lo stesso titolo dell’evento, “FAMIGLIA, VIVI LA GIOIA DELLA FEDE! Pellegrinaggio delle Famiglie alla Tomba di San Pietro per l’Anno della Fede”, ci fa comprendere come questo pellegrinaggio sarà un’occasione di condivisione gioiosa per le famiglie del mondo. Così, accompagnate anche dai figli e dai nonni, le famiglie sono invitate a testimoniare la loro fede con gioia e fiducia proprio sulla Tomba di San Pietro, primo confessore di Cristo.

L’importanza della famiglia come luogo privilegiato di trasmissione della fede, infatti, ci spinge a pregare e riflettere sul valore stesso della famiglia e ad essere testimoni in tutto il mondo della nostra fede.

Per tutte le informazioni consulta il sito ufficiale www.familia.va. Per le comunicazioni via e-mail:roma2013@family.va

Atti del Congresso nazionale di Catechesi, 26-28 settembre 2013

15 ottobre 2013

Introduzione al Congresso – La catechesi nel contesto della Nuova Evangelizzazione
Intervento di S.E.R. Mons. Rino Fisichella

Fisichella. La catechesi nella nuova evangelizzazione

 

Conclusioni
Intervento di S.E.R. Mons. Octavio Ruiz Arenas

Ruiz_Conclusioni

Papa Francesco. 14 ottobre 2013. Discorso all’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per la nuova Evangelizzazione.

15 ottobre 2013
Cari fratelli e sorelle,
vi saluto tutti e vi ringrazio per quello che fate al servizio della nuova evangelizzazione, e per il lavoro dell’Anno della fede. Grazie di cuore! Quello che vorrei dirvi oggi si può riassumere in tre punti: primato della testimonianza; urgenza di andare incontro; progetto pastorale centrato sull’essenziale.
1. Nel nostro tempo si verifica spesso un atteggiamento di indifferenza verso la fede, ritenuta non più rilevante nella vita dell’uomo. Nuova evangelizzazione significa risvegliare nel cuore e nella mente dei nostri contemporanei la vita della fede. La fede è un dono di Dio, ma è importante che noi cristiani mostriamo di vivere in modo concreto la fede, attraverso l’amore, la concordia, la gioia, la sofferenza, perché questo suscita delle domande, come all’inizio del cammino della Chiesa: perché vivono così? Che cosa li spinge? Sono interrogativi che portano al cuore dell’evangelizzazione, che è la testimonianza della fede e della carità. Ciò di cui abbiamo bisogno, specialmente in questi tempi, sono testimoni credibili che con la vita e anche con la parola rendano visibile il Vangelo, risveglino l’attrazione per Gesù Cristo, per la bellezza di Dio.
Tante persone si sono allontanate dalla Chiesa. E’ sbagliato scaricare le colpe da una parte o dall’altra, anzi, non è il caso di parlare di colpe. Ci sono responsabilità nella storia della Chiesa e dei suoi uomini, ce ne sono in certe ideologie e anche nelle singole persone. Come figli della Chiesa dobbiamo continuare il cammino del Concilio Vaticano II, spogliarci di cose inutili e dannose, di false sicurezze mondane che appesantiscono la Chiesa e danneggiano il suo vero volto.
C’è bisogno di cristiani che rendano visibile agli uomini di oggi la misericordia di Dio, la sua tenerezza per ogni creatura. Sappiamo tutti che la crisi dell’umanità contemporanea non è superficiale, è profonda. Per questo la nuova evangelizzazione, mentre chiama ad avere il coraggio di andare controcorrente, di con-vertirsi dagli idoli all’unico vero Dio, non può che usare il linguaggio della misericordia, fatto di gesti e di atteggiamenti prima ancora che di parole. La Chiesa in mezzo all’umanità di oggi dice: Venite a Gesù, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e troverete ristoro per le vostre anime (cfr Mt 11,28-30). Venite a Gesù. Lui solo ha parole di vita eterna.
Ogni battezzato è “cristoforo”, cioè portatore di Cristo, come dicevano gli antichi Padri. Chi ha incontrato Cristo, come la Samaritana al pozzo, non può tenere per sé questa esperienza, ma sente il desiderio di condividerla, per portare altri a Gesù (cfr Gv 4). C’è da chiedersi tutti se chi ci incontra percepisce nella nostra vita il calore della fede, vede nel nostro volto la gioia di avere incontrato Cristo!
2. Qui passiamo al secondo aspetto: l’incontro, l’andare incontro agli altri. La nuova evangelizzazione è un movimento rinnovato verso chi ha smarrito la fede e il senso profondo della vita. Questo dinamismo fa parte della grande missione di Cristo di portare la vita nel mondo, l’amore del Padre all’umanità. Il Figlio di Dio è “uscito” dalla sua condizione divina ed è venuto incontro a noi. La Chiesa è all’interno di questo movimento, ogni cristiano è chiamato ad andare incontro agli altri, a dialogare con quelli che non la pensano come noi, con quelli che hanno un’altra fede, o che non hanno fede. Incontrare tutti, perché tutti abbiamo in comune l’essere creati a immagine e somiglianza di Dio. Possiamo andare incontro a tutti, senza paura e senza rinunciare alla nostra appartenenza.
Nessuno è escluso dalla speranza della vita, dall’amore di Dio. La Chiesa è inviata a risvegliare dappertutto questa speranza, specialmente dove è soffocata da condizioni esistenziali difficili, a volte disumane, dove la speranza non respira, soffoca. C’è bisogno dell’ossigeno del Vangelo, del soffio dello Spirito di Cristo Risorto, che la riaccenda nei cuori. La Chiesa è la casa in cui le porte sono sempre aperte non solo perché ognuno possa trovarvi accoglienza e respirare amore e speranza, ma anche perché noi possiamo uscire a portare questo amore e questa speranza. Lo Spirito Santo ci spinge ad uscire dal nostro recinto e ci guida fino alle periferie dell’umanità.
3. Tutto questo, però, nella Chiesa non è lasciato al caso, all’improvvisazione. Esige l’impegno comune per un progetto pastorale che richiami l’essenziale e che sia ben centrato sull’essenziale, cioè su Gesù Cristo. Non serve disperdersi in tante cose secondarie o superflue, ma concentrarsi sulla realtà fondamentale, che è l’incontro con Cristo, con la sua misericordia, con il suo amore e l’amare i fratelli come Lui ci ha amato. Un incontro con Cristo che è anche adorazione, parola poco usata: adorare Cristo. Un progetto animato dalla creatività e dalla fantasia dello Spirito Santo, che ci spinge anche a percorrere vie nuove, con coraggio, senza fossilizzarci! Ci potremmo chiedere: com’è la pastorale delle nostre diocesi e parrocchie? Rende visibile l’essenziale, cioè Gesù Cristo? Le diverse esperienze, caratteristiche, camminano insieme nell’armonia che dona lo Spirito Santo? Oppure la nostra pastorale è dispersiva, frammentaria, per cui, alla fine, ciascuno va per conto suo?
In questo contesto vorrei sottolineare l’importanza della catechesi, come momento dell’evangelizzazione. Lo ha fatto già il Papa Paolo VI nella Evangelii nuntiandi (cfr n. 44). Da lì il grande movimento catechistico ha portato avanti un rinnovamento per superare la frattura tra Vangelo e cultura e l’analfabetismo dei nostri giorni in materia di fede. Ho ricordato più volte un fatto che mi ha impressionato nel mio ministero: incontrare bambini che non sapevano neppure farsi il Segno della Croce! Nelle nostre città! E’ un servizio prezioso per la nuova evangelizzazione quello che svolgono i catechisti, ed è importante che i genitori siano i primi catechisti, i primi educatori della fede nella propria famiglia con la testimonianza e con la parola.
Grazie per questa visita. Buon lavoro! Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga.

Papa Francesco. Santa Messa per la Giornata Mariana. Diretta. Angelus Domini. Testo completo dell’Omelia e dell’Angelus Domini

12 ottobre 2013

 

Dalle ore 10.20 di domenica 13 ottobre sarà possibile seguire la Messa in diretta da piazza s. Pietro, l’Omelia del papa e la recita dell’Angelus Domini

http://www.radiovaticana.va/player/index_fb.asp?language=it&visualizzazione=VaticanTic&Tic=VA_R4ID7NLP

 

Il testo dell’Omelia e dell’Angelus sarà trascritto su queste pagine non appena reso disponibile dalla Santa Sede.

Giornata Mariana e Preghiera della Via Matris. Diretta. Catechesi di papa Francesco. Testo completo

11 ottobre 2013

Dalle ore 16.45 darà accolta la statua della Madonna di Fatima in piazza s. Pietro, seguirà recita della ” Via Matris” e la catechesi del papa

A questo link sarà possibile seguire l’evento in diretta

http://www.radiovaticana.va/player/index_fb.asp?language=it&visualizzazione=VaticanTic&Tic=VA_R4ID7NLP

 

Il  testo completo della catechesi del papa sarà trascritto su queste pagine non appena reso disponibile dalla Santa Sede.

F. Moraglia. Paolo, evangelizzatore a Corinto.

10 ottobre 2013

Uno stralcio del libro di mons. Moraglia, Patriarca di Venezia, che raccoglie le meditazioni che l’arcivescovo ha proposto durante l’anno della fede alla sua diocesi. 

 

 

«Una notte, in visione, il Signore disse a Paolo: “Non aver paura; continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso”. Così Paolo si fermò un anno e mezzo, e insegnava fra loro la parola di Dio» (At 18,9-11). Il contesto in cui si muove Paolo potrebbe sembrare profondamente diverso da quello di oggi: Corinto è città greca del primo secolo successivo a Cristo e non una metropoli del XXI secolo come Parigi, New York o Rio de Janeiro; Paolo è un ebreo di duemila anni fa, convertitosi a Gesù Cristo, e non è certo l’uomo post-moderno dell’inizio del terzo millennio. Eppure i sentimenti che l’Apostolo avverte – sgomento, solitudine e paura – sono i nostri stessi sentimenti: questi stati d’animo ci appartengono ogni qualvolta siamo impegnati in un’impresa ardua e in un contesto difficile in cui percepiamo di essere piccoli ed appartenere a una fragile minoranza. Paolo prova, entrando a Corinto, una sensazione di vera oppressione, si sente schiacciato da una realtà più grande di lui. Allora il Signore gli si manifesta come presenza che lo sostiene e rassicura e l’Apostolo si sente dire dal Signore: «Non aver paura; continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso» (At 18,9b-10). Paolo, ossia colui che evangelizza, non è mai solo; egli, infatti, viene rassicurato che tra quelle case, quelle strade, quelle piazze, sperimenterà, come neppure immagina, la presenza fedele e l’aiuto premuroso del suo Signore (…). L’apostolo Paolo, dopo il fallimento di Atene, all’Areopago, dove si era espresso in termini culturali elevati non tralasciando di citare autori noti a chi lo ascoltava (cfr. At 17,22-31), decide di lasciare quella città, la ville lumière della Grecia. Non viene scacciato, come spesso gli accadeva, è lui che decide di andar via.

Così parte per Corinto, vi entra intimorito e portando con sé il senso del suo recente fallimento e di tutta la sua impotenza. Corinto poteva essere considerata tanto città greca quanto città romana ma, agli occhi di Paolo, era soprattutto una città pagana, profondamente pagana. Comprendiamo bene lo stato d’animo dell’Apostolo colpito dalla sua imponenza e, soprattutto, dagli ideali di vita dei greci lontani anni luce dallo spirito del Vangelo. Questo eloquente testo autobiografico ci aiuta a comprendere: «Anch’io, fratelli, quando venni in mezzo a voi non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola e della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione» (1Cor 2,1-3). Sia al tempo di Paolo come oggi, di fronte a realtà che ostacolano la nostra volontà di annunciare il Regno di Dio, ossia Gesù, non dobbiamo lasciarci intimorire. Piuttosto anche noi siamo chiamati, come l’apostolo Paolo, a riscoprire la presenza di Gesù per dare energie nuove alla nostra azione evangelizzatrice e lasciando che sia lui a portarci. I due pellegrini di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35) esprimono il comune sentire del discepolo di ogni epoca quando si è dinanzi all’insuccesso e alla delusione; Luca, nel suo Vangelo, descrive uno stato d’animo che va oltre quello di Cleopa e del suo compagno di viaggio. Il Signore è vivo, anzi è il Vivente. E per questo è realmente vicino a noi, è presente nella nostra vita e, Risorto, sempre precede i suoi.

Può capitare che lui parli con noi e noi non capiamo che è lui e, così, continuiamo a non riconoscerlo poiché, troppo presi e rinchiusi in noi stessi, rimaniamo prigionieri dell’uomo vecchio che è in noi, prigionieri delle nostre paure. Il discepolo si caratterizza per il legame personale con il Signore: un rapporto vero, sincero, fatto d’intimità. È quanto esprime l’evangelista Marco al capitolo terzo del suo Vangelo, quando narra la vocazione degli apostoli (cfr. Mc 3,13-19). L’essere mandati è qualcosa che viene dopo il dimorare presso il Signore. Il «rimanere» presso di lui e l’«andare», perché mandati da lui, appartengono, intimamente, ai discepoli e li costituiscono nelle loro persone. È solo restando con Gesù – l’unico in grado di plasmare l’io del discepolo – che possiamo consegnare il nostro pensiero, la nostra parola e il nostro modo d’essere al suo pensiero, alla sua parola e al suo modo d’essere. In particolar modo, quando i discepoli vengono mandati, come Paolo, ad annunciare Gesù Cristo in ambienti ancora lontani dal Vangelo, come la città di Corinto, ciò che più conta, per il discepolo, è la vicinanza e la confidenza con Gesù, ossia il rapporto personale che lo lega a lui (…). La famiglia, gli amici, la scuola, l’università e l’ambiente di lavoro sono gli ambiti dove i discepoli sono chiamati a portare la testimonianza e a evangelizzare. Questo impegno è tanto più urgente quando un tale ambiente non è stato ancora segnato dalla persona del Signore Gesù, ossia dal Vangelo, il buon annuncio cristiano.

 

Vanessa Ferrari. Argento mondiale

7 ottobre 2013

Cantate al Signore un canto nuovo;
…….
Lodino il suo nome con danze,

Foto 3

Sabato a Maria. Lo spirito mariano di san Francesco

5 ottobre 2013

Lo spirito mariano di san Francesco si rivela soprattutto in tre aspetti: nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli (la Porziuncola) in Assisi ed in  due testi, composti entrambi dallo stesso san Francesco. Questi sono: l’antifona Sancta Maria Virgo e il saluto Ave Domina.

2. L’antifona dell’Ufficio della Passione

Si tratta di una particolare preghiera mariana inserita nella paraliturgia intitolata Ufficio della Passione, composta dallo stesso san Francesco, per esser recitato accanto alle Ore liturgiche ordinarie. Ecco il testo dell’antifona nell’edizione critica di p. Kajetan Esser: «Sancta Maria virgo, non est tibi similis nata in mundo in mulieribus, filia et ancilla altissimi summi Regis Patris caelestis, mater sanctissimi Domini nostri Jesu Christi, sponsa Spiritus Sancti; ora pro nobis cum S. Michaele archangelo et omnibus virtutibus et omnibus Sanctis apud tuum sanctissimum dilectum Filium, Dominum et magistrum. Gloria Patri. Sicut erat».
Poiché l’Ufficio della Passione consta di sette ore e l’antifona mariana veniva cantata due volte per ogni ora, prima e dopo il salmo, ne risulta che ogni giorno l’antifona mariana Sancta Maria Virgo veniva recitata almeno 14 volte. Ciò determinò che i suoi contenuti avessero straordinaria diffusione, soprattutto dal tempo in cui i frati minori si diffusero in tutto il mondo.
Come si osserva facilmente, l’antifona mariana ha una struttura trinitaria: «filia et ancilla altissimi summi Regis Patriscaelestis: mater sanctissimi Domini Nostri Iesu Christi, sponsa Spiritus Sancti».

3. Saluto alla Vergine
Anche in questa preghiera composta da san Francesco, la cui autenticità sostanziale non è stata mai seriamente impugnata, ci sono delle novità, delle intuizioni veramente insospettabili per un «simplex et idiota» (cioè “semplice ed illetterato”), come san Francesco soleva appellarsi. Ecco il testo nella sua più recente edizione critica:

«Ave Domina, sancta Regina, sancta Dei Genitrix Maria, quae es virgo ecclesia facta et electa a sanctissimo Patre de caelo, quam consecravit cum sanctissimo dilecto Filio suo et Spiritu sancto Paraclito, in qua fuit et est omnis plenitudo gratiae et omne bonum. Ave palatium eius; ave tabernaculum eius; ave domus eius. Ave vestimentum eius; ave ancilla eius; ave mater eius et vos omnes sanctae virtutes, quae per gratiam et illuminationem Spiritus sancti infundimini in corda fidelium, ut de infidelibus fideles Deo faciatis».

Il titolo  è originale, almeno nella sua forma. Infatti, mentre la dottrina che riteneva Maria archetipo e tipo ideale della santità della Chiesa, era assai comune sia nella Patristica sia nel Medio Evo, molto più raro era l’uso del titolo mariano Virgo ecclesia facta. Nel testo francescano è presente una profonda relazione tra Maria e i fedeli, però con una significativa aggiunta: l’azione dello Spirito Santo.

Nel 50°.mo anniversario dell’Enciclica Pacem in Terris di Giovanni XXIII°. Testo: Parte I

5 ottobre 2013

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V

RICHIAMI PASTORALI

Dovere di partecipare alla vita pubblica

76. Ancora una volta ci permettiamo di richiamare i nostri figli al dovere che hanno di partecipare attivamente alla vita pubblica e di contribuire all’attuazione del bene comune della famiglia umana e della propria comunità politica; e di adoprarsi quindi, nella luce della fede e con la forza dell’amore, perché le istituzioni a finalità economiche, sociali, culturali e politiche, siano tali da non creare ostacoli, ma piuttosto facilitare o rendere meno arduo alle persone il loro perfezionamento: tanto nell’ordine naturale che in quello soprannaturale.

Competenza scientifica, capacità tecnica, esperienza professionale

77. Non basta essere illuminati dalla fede ed accesi dal desiderio del bene per penetrare di sani principi una civiltà e vivificarla nello spirito del Vangelo. A tale scopo è necessario inserirsi nelle sue istituzioni e operare validamente dal di dentro delle medesime. Però la nostra civiltà si contraddistingue soprattutto per i suoi contenuti scientifico-tecnici.

Per cui non ci si inserisce nelle sue istituzioni e non si opera con efficacia dal di dentro delle medesime se non si è scientificamente competenti, tecnicamente capaci, professionalmente esperti.

L’azione come sintesi di elementi scientifico-tecnico professionali e di valori spirituali

78. Amiamo pure richiamare all’attenzione che la competenza scientifica, la capacità tecnica, l’esperienza professionale, se sono necessarie, non sono però sufficienti per ricomporre i rapporti della convivenza in un ordine genuinamente umano; e cioè in un ordine, il cui fondamento è la verità, misura e obiettivo la giustizia, forza propulsiva l’amore, metodo di attuazione la libertà.

A tale scopo si richiede certamente che gli esseri umani svolgano le proprie attività a contenuto temporale, obbedendo alle leggi che sono ad esse immanenti, e seguendo metodi rispondenti alla loro natura; ma si richiede pure, nello stesso tempo, che svolgano quelle attività nell’ambito dell’ordine morale; e quindi come esercizio o rivendicazione di un diritto, come adempimento di un dovere e prestazione di un servizio; come risposta positiva al disegno provvidenziale di Dio mirante alla nostra salvezza; si richiede cioè che gli esseri umani, nell’interiorità di se stessi, vivano il loro operare a contenuto temporale come una sintesi di elementi scientifico-tecnico-professionali e di valori spirituali.

Ricomposizione unitaria nei credenti tra fede religiosa e attività a contenuto temporale

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Nel 50°.mo anniversario dell’Enciclica Pacem in Terris di Giovanni XXIII°. Testo: Parte IV^

4 ottobre 2013

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IV

RAPPORTI DEGLI ESSERI UMANI
E DELLE COMUNITÀ POLITICHE
CON LA COMUNITÀ MONDIALE

Interdipendenza tra le comunità politiche

68. I recenti progressi delle scienze e delle tecniche incidono profondamente sugli esseri umani, sollecitandoli a collaborare tra loro e orientandoli verso una convivenza unitaria a raggio mondiale. Si è infatti intensamente accentuata la circolazione delle idee, degli uomini, delle cose. Per cui sono aumentati enormemente e si sono infittiti i rapporti tra i cittadini, le famiglie, i corpi intermedi appartenenti a diverse comunità politiche; come pure fra i poteri pubblici delle medesime. Mentre si approfondisce l’interdipendenza tra le economie nazionali: le une si inseriscono progressivamente sulle altre fino a diventare ciascuna quasi parte integrante di un’unica economia mondiale; e il progresso sociale, l’ordine, la sicurezza, e la pace all’interno di ciascuna comunità politica è in rapporto vitale con il progresso sociale, l’ordine, la sicurezza, la pace di tutte le altre comunità politiche.

Nessuna comunità politica oggi è in grado di perseguire i suoi interessi e di svilupparsi chiudendosi in se stessa; giacché il grado della sua prosperità e del suo sviluppo sono pure il riflesso ed una componente del grado di prosperità e dello sviluppo di tutte le altre comunità politiche.

Insufficienza dell’attuale organizzazione dell’autorità pubblica nei confronti del bene comune universale

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Nel 50°.mo anniversario dell’Enciclica Pacem in Terris di Giovanni XXIII°. Testo: Parte III^

3 ottobre 2013

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III

 RAPPORTI FRA LE
COMUNITÀ POLITICHE

Soggetti di diritti e di doveri

47. Riaffermiamo noi pure quello che costantemente hanno insegnato i nostri predecessori: le comunità politiche, le une rispetto alle altre, sono soggetti di diritti e di doveri; per cui anche i loro rapporti vanno regolati nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante, nella libertà. La stessa legge morale, che regola i rapporti fra i singoli esseri umani, regola pure i rapporti tra le rispettive comunità politiche.

Ciò non è difficile a capirsi quando si pensi che le persone che rappresentano le comunità politiche, mentre operano in nome e per l’interesse delle medesime, non possono venire meno alla propria dignità; e quindi non possono violare la legge della propria natura, che è la legge morale.

Sarebbe del resto assurdo anche solo il pensare che gli uomini, per il fatto che vengono preposti al governo della cosa pubblica, possano essere costretti a rinunciare alla propria umanità; quando invece sono scelti a quell’alto compito perché considerati membra più ricche di qualità umane e fra le migliori del corpo sociale.

Inoltre, l’autorità è un’esigenza dell’ordine morale nella società umana; non può quindi essere usata contro di esso, e se lo fosse, nello stesso istante cesserebbe di essere tale; perciò ammonisce il Signore: “udite pertanto voi, o re, e ponete mente, imparate voi che giudicate tutta la terra. Porgete le orecchie voi che avete il governo dei popoli, e vi gloriate di aver soggette molte nazioni: la potestà è stata data a voi dal Signore e la dominazione dall’Altissimo, il quale disaminerà le opere vostre, e sarà scrutatore dei pensieri” (Sap 6,2-4).

48. Infine è pure da ricordare che anche nella regolazione dei rapporti fra le comunità politiche, l’autorità va esercitata per attuare il bene comune, che costituisce la sua ragione di essere. Elemento però fondamentale del bene comune è il riconoscimento e il rispetto dell’ordine morale. “L’ordine tra le comunità politiche ha da essere innalzato sulla rupe incrollabile e immutabile della legge morale, manifestata dal Creatore stesso per mezzo dell’ordine naturale e da lui scolpita nei cuori degli uomini con caratteri incancellabili… Quale faro splendente, essa deve, coi raggi dei suoi principi, dirigere il corso dell’operosità degli uomini e degli Stati, i quali avranno da seguirne le ammonitrici, salutari e proficue segnalazioni, se non vorranno condannare alla bufera e al naufragio ogni lavoro e sforzo per stabilire un nuovo ordinamento” [43].

Nella verità

49. I rapporti fra le comunità politiche vanno regolati nella verità. La quale esige anzitutto che da quei rapporti venga eliminata ogni traccia di razzismo; e venga quindi riconosciuto il principio che tutte le comunità politiche sono uguali per dignità di natura; per cui ognuna di esse ha il diritto all’esistenza, al proprio sviluppo, ai mezzi idonei per attuarlo, ad essere la prima responsabile nell’attuazione del medesimo; e ha pure il diritto alla buona reputazione e ai dovuti onori.

Fra gli esseri umani molto spesso sussistono differenze, anche spiccate, nel sapere, nella virtù, nelle capacità inventive, nel possesso di beni materiali. Ma ciò non può mai giustificare il proposito di far pesare la propria superiorità sugli altri; piuttosto costituisce una sorgente di maggiore responsabilità nell’apporto che ognuno e tutti devono addurre alla vicendevole elevazione.

Così le comunità politiche possono differire tra loro nel grado di cultura e di civiltà o di sviluppo economico; però ciò non può mai giustificare il fatto che le une facciano valere ingiustamente la loro superiorità sulle altre; piuttosto può costituire un motivo perché si sentano più impegnate nell’opera per la comune ascesa.

50. Non ci sono esseri umani superiori per natura ed esseri umani inferiori per natura; ma tutti gli esseri umani sono uguali per dignità naturale. Di conseguenza non ci sono neppure comunità politiche superiori per natura e comunità politiche inferiori per natura: tutte le comunità politiche sono uguali per dignità naturale, essendo esse dei corpi le cui membra sono gli stessi esseri umani. Né va quindi dimenticato che i popoli, a ragione, sono sensibilissimi in materia di dignità e di onore.

Inoltre la verità esige che nelle molteplici iniziative rese possibili dai progressi moderni nei mezzi espressivi — iniziative attraverso le quali si diffonde la mutua conoscenza fra i popoli — ci si ispiri a serena obiettività: il che non esclude che sia legittima nei popoli una preferenza di far conoscere gli aspetti positivi della loro vita. Vanno però respinti i metodi di informazione con i quali, venendo meno alla verità, si lede ingiustamente la riputazione di questo o di quel popolo [44].

Secondo giustizia

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Nel 50°.mo anniversario dell’Enciclica Pacem in Terris di Giovanni XXIII°. Testo: Parte I^

1 ottobre 2013

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I

L’ORDINE TRA GLI ESSERI UMANI

Ogni essere umano è persona, soggetto di diritti e di doveri

5. In una convivenza ordinata e feconda va posto come fondamento il principio che ogni essere umano è persona cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili [2].

Che se poi si considera la dignità della persona umana alla luce della rivelazione divina, allora essa apparirà incomparabilmente più grande, poiché gli uomini sono stati redenti dal sangue di Gesù Cristo, e con la grazia sono divenuti figli e amici di Dio e costituiti eredi della gloria eterna.

I diritti

Il diritto all’esistenza e ad un tenore di vita dignitoso

6. Ogni essere umano ha il diritto all’esistenza, all’integrità fisica, ai mezzi indispensabili e sufficienti per un dignitoso tenore di vita, specialmente per quanto riguarda l’alimentazione, il vestiario, l’abitazione, il riposo, le cure mediche, i servizi sociali necessari; ed ha quindi il diritto alla sicurezza in caso di malattia, di invalidità, di vedovanza, di vecchiaia, di disoccupazione, e in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà [3].

Diritti riguardanti i valori morali e culturali

7. Ogni essere umano ha il diritto al rispetto della sua persona; alla buona riputazione; alla libertà nella ricerca del vero, nella manifestazione del pensiero e nella sua diffusione, nel coltivare l’arte, entro i limiti consentiti dall’ordine morale e dal bene comune; e ha il diritto all’obiettività nella informazione.

Scaturisce pure dalla natura umana il diritto di partecipare ai beni della cultura, e quindi il diritto ad un’istruzione di base e ad una formazione tecnico-professionale adeguata al grado di sviluppo della propria comunità politica. Ci si deve adoperare perché sia soddisfatta l’esigenza di accedere ai gradi superiori dell’istruzione sulla base del merito; cosicché gli esseri umani, nei limiti del possibile, nella vita sociale coprano posti e assumano responsabilità conformi alle loro attitudini naturali e alle loro capacità acquisite [4]. (more…)

A Roma la “Giornata dei catechisti”, 29 settembre 2013

27 settembre 2013

Il Pellegrinaggio dei catechisti (28-29 settembre 2013) concluderà il “Congresso internazionale di Catechesi” che si terrà a Roma dal 26 al 28 settembre con la presenza di tutti i direttori degli Uffici Catechistici.

Il tema è “Il catechista, testimone di Dio cercatore dell’uomo e degno del “noi” ecclesiale”.

 

Il 29 settembre a Roma

Come vi abbiamo già informato già molti mesi fa, e come recentemente viene annunciato dalla stampa, domenica 29 settembre papa Francesco dà appuntamento a Roma a tutti i catechisti.

Anche se non tutti potremo essere presenti, ci sentiremo sicuramente tutti in piena sintonia con quell’avvenimento, vissuto nel contesto dell’anno della Fede.

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Papa Francesco. Udienza ai catechisti nell’Anno della Fede

27 settembre 2013

Aula Paolo VI
Venerdì, 27 settembre 2013

Video

Cari catechisti, buonasera!

Mi piace che nell’Anno della fede ci sia questo incontro per voi: la catechesi è un pilastro per l’educazione della fede, e ci vogliono buoni catechisti! Grazie di questo servizio alla Chiesa e nella Chiesa. Anche se a volte può essere difficile, si lavora tanto, ci si impegna e non si vedono i risultati voluti, educare nella fede è bello! E’ forse la migliore eredità che noi possiamo dare: la fede! Educare nella fede, perché lei cresca. Aiutare i bambini, i ragazzi, i giovani, gli adulti a conoscere e ad amare sempre di più il Signore è una delle avventure educative più belle, si costruisce la Chiesa! “Essere” catechisti! Non lavorare da catechisti: questo non serve! Io lavoro da catechista perché mi piace insegnare… Ma se tu non sei catechista, non serve! Non sarai fecondo, non sarai feconda! Catechista è una vocazione: “essere catechista”, questa è la vocazione, non lavorare da catechista. Badate bene, non ho detto “fare” i catechisti, ma “esserlo”, perché coinvolge la vita. Si guida all’incontro con Gesù con le parole e con la vita, con la testimonianza. Ricordatevi quello cheBenedetto XVI ci ha detto: “La Chiesa non cresce per proselitismo. Cresce per attrazione”. E quello che attrae è la testimonianza. Essere catechista significa dare testimonianza della fede; essere coerente nella propria vita. E questo non è facile.  Non è facile! Noi aiutiamo, noi guidiamo all’incontro con Gesù con le parole e con la vita, con la testimonianza. A me piace ricordare quello che san Francesco di Assisi diceva ai suoi frati: “Predicate sempre il Vangelo e, se fosse necessario, anche con le parole”. Le parole vengono… ma prima la testimonianza: che la gente veda nella nostra vita il Vangelo, possa leggere il Vangelo. Ed “essere” catechisti chiede amore, amore sempre più forte a Cristo, amore al suo popolo santo. E questo amore non si compra nei negozi, non si compra qui a Roma neppure. Questo amore viene da Cristo! E’ un regalo di Cristo! E’ un regalo di Cristo! E se viene da Cristo parte da Cristo e noi dobbiamo ripartire da Cristo, da questo amore che Lui ci dà, Che cosa significa questo ripartire da Cristo per un catechista, per voi, anche per me, perché anch’io sono catechista? Cosa significa?

Io parlerò di tre cose: uno, due e tre, come facevano i vecchi gesuiti… uno, due e tre!

1. Prima di tutto, ripartire da Cristo significa avere familiarità con Lui, avere questa familiarità con Gesù: Gesù lo raccomanda con insistenza ai discepoli nell’Ultima Cena, quando si avvia a vivere il dono più alto di amore, il sacrificio della Croce. Gesù utilizza l’immagine della vite e dei tralci e dice: rimanete nel mio amore, rimanete attaccati a me, come il tralcio è attaccato alla vite. Se siamo uniti a Lui possiamo portare frutto, e questa è la familiarità con Cristo. Rimanere in Gesù! E’ un rimanere attaccati a Lui, dentro di Lui, con Lui, parlando con Lui: rimanere in Gesù.

La prima cosa, per un discepolo, è stare con il Maestro, ascoltarlo, imparare da Lui. E questo vale sempre, è un cammino che dura tutta la vita. Ricordo, tante volte in diocesi, nell’altra diocesi che avevo prima, di aver visto alla fine dei corsi nel seminario catechistico, i catechisti che uscivano dicendo: “Ho il titolo di catechista!”. Quello non serve, non hai niente, hai fatto una piccola stradina! Chi ti aiuterà? Questo vale sempre! Non è un titolo, è un atteggiamento: stare con Lui; e dura tutta la vita! E’ uno stare alla presenza del Signore, lasciarsi guardare da Lui. Io vi domando: Come state alla presenza del Signore? Quando vai dal Signore, guardi il Tabernacolo, che cosa fate? Senza parole… Ma io dico, dico, penso, medito, sento… Molto bene! Ma tu ti lasci guardare dal Signore? Lasciarci guardare dal Signore. Lui ci guarda e questa è una maniera di pregare. Ti lasci guardare dal Signore? Ma come si fa? Guardi il Tabernacolo e ti lasci guardare… è semplice! E’ un po’ noioso, mi addormento… Addormentati, addormentati! Lui ti guarderà lo stesso, Lui ti guarderà lo stesso. Ma sei sicuro che Lui ti guarda! E questo è molto più importante del titolo di catechista: è parte dell’essere catechista. Questo scalda il cuore, tiene acceso il fuoco dell’amicizia col Signore, ti fa sentire che Lui veramente ti guarda, ti è vicino e ti vuole bene. In una delle uscite che ho fatto, qui a Roma, in una Messa, si è avvicinato un signore, relativamente giovane, e mi ha detto: “Padre, piacere di conoscerla, ma io non credo in niente! Non ho il dono della fede!”. Capiva che era un dono. “Non ho il dono della fede! Che cosa mi dice lei?”. “Non ti scoraggiare. Lui ti vuole bene. Lasciati guardare da Lui! Niente di più”. E questo lo dico a voi: lasciatevi guardare dal Signore! Capisco che per voi non è così semplice: specialmente per chi è sposato e ha figli, è difficile trovare un tempo lungo di calma. Ma, grazie a Dio, non è necessario fare tutti nello stesso modo; nella Chiesa c’è varietà di vocazioni e varietà di forme spirituali; l’importante è trovare il modo adatto per stare con il Signore; e questo si può, è possibile in ogni stato di vita. In questo momento ognuno può domandarsi: come vivo io questo “stare” con Gesù? Questa è una domanda che vi lascio: “Come vivo io questo stare con Gesù, questo rimanere in Gesù?”. Ho dei momenti in cui rimango alla sua presenza, in silenzio, mi lascio guardare da Lui? Lascio che il suo fuoco riscaldi il mio cuore? Se nel nostro cuore non c’è il calore di Dio, del suo amore, della sua tenerezza, come possiamo noi, poveri peccatori, riscaldare il cuore degli altri? Pensate a questo!

2. Il secondo elemento è questo. Secondo: ripartire da Cristo significa imitarlo nell’uscire da sé e andare incontro all’altro. Questa è un’esperienza bella, e un po’ paradossale. Perché? Perché chi mette al centro della propria vita Cristo, si decentra! Più ti unisci a Gesù e Lui diventa il centro della tua vita, più Lui ti fa uscire da te stesso, ti decentra e ti apre agli altri. Questo è il vero dinamismo dell’amore, questo è il movimento di Dio stesso! Dio è il centro, ma è sempre dono di sé, relazione, vita che si comunica… Così diventiamo anche noi se rimaniamo uniti a Cristo, Lui ci fa entrare in questo dinamismo dell’amore. Dove c’è vera vita in Cristo, c’è apertura all’altro, c’è uscita da sé per andare incontro all’altro nel nome di Cristo. E questo è il lavoro del catechista: uscire continuamente da sé per amore, per testimoniare Gesù e parlare di Gesù, predicare Gesù. Questo è importante perché lo fa il Signore: è proprio il Signore che ci spinge a uscire.

Il cuore del catechista vive sempre questo movimento di “sistole – diastole”: unione con Gesù – incontro con l’altro. Sono le due cose: io mi unisco a Gesù ed esco all’incontro con gli altri. Se manca uno di questi due movimenti non batte più, non può vivere. Riceve in dono il kerigma, e a sua volta lo offre in dono. Questa parolina: dono. Il catechista è cosciente che ha ricevuto un dono, il dono della fede e lo dà in dono agli altri. E questo è bello. E non se ne prende per sé la percentuale! Tutto quello che riceve lo dà! Questo non è un affare! Non è un affare! E’ puro dono: dono ricevuto e dono trasmesso. E il catechista è lì, in questo incrocio di dono. E’ così nella natura stessa del kerigma: è un dono che genera missione, che spinge sempre oltre se stessi. San Paolo diceva: «L’amore di Cristo ci spinge», ma quel “ci spinge” si può tradurre anche “ci possiede”. E’ così: l’amore ti attira e ti invia, ti prende e ti dona agli altri. In questa tensione si muove il cuore del cristiano, in particolare il cuore del catechista. Chiediamoci tutti: è così che batte il mio cuore di catechista: unione con Gesù e incontro con l’altro? Con questo movimento di “sistole e diastole”? Si alimenta nel rapporto con Lui, ma per portarlo agli altri e non per ritenerlo? Vi dico una cosa: non capisco come un catechista possa rimanere fermo, senza questo movimento. Non capisco!

3. E il terzo elemento – tre – sta sempre in questa linea: ripartire da Cristo significa non aver paura di andare con Lui nelle periferie. Qui mi viene in mente la storia di Giona, una figura davverointeressante, specialmente nei nostri tempi di cambiamenti e di incertezza. Giona è un uomo pio, con una vita tranquilla e ordinata; questo lo porta ad avere i suoi schemi ben chiari e a giudicare tutto e tutti con questi schemi, in modo rigido. Ha tutto chiaro, la verità è questa. E’ rigido! Perciò quando il Signore lo chiama e gli dice di andare a predicare a Ninive, la grande città pagana, Giona non se la sente. Andare là! Ma io ho tutta la verità qui!. Non se la sente…Ninive è al di fuori dei suoi schemi, è alla periferia del suo mondo. E allora scappa, se ne va in Spagna, fugge via, si imbarca su una nave che va da quelle parti. Andate a rileggere il Libro di Giona! E’ breve, ma è una parabola molto istruttiva, specialmente per noi che siamo nella Chiesa.

Che cosa ci insegna? Ci insegna a non aver paura di uscire dai nostri schemi per seguire Dio, perché Dio va sempre oltre. Ma sapete una cosa? Dio non ha paura! Sapevate questo voi? Non ha paura! E’ sempre oltre i nostri schemi!  Dio non ha paura delle periferie. Ma se voi andate alle periferie, lo troverete lì. Dio è sempre fedele, è creativo. Ma, per favore, non si capisce un catechista che non sia creativo. E la creatività è come la colonna dell’essere catechista. Dio è creativo, non è chiuso, e per questo non è mai rigido. Dio non è rigido! Ci accoglie, ci viene incontro, ci comprende. Per essere fedeli, per essere creativi, bisogna saper cambiare. Saper cambiare. E perché devo cambiare? E’ per adeguarmi alle circostanze nelle quali devo annunziare il Vangelo. Per rimanere con Dio bisogna saper uscire, non aver paura di uscire. Se un catechista si lascia prendere dalla paura, è un codardo; se un catechista se ne sta tranquillo, finisce per essere una statua da museo: e ne abbiamo tanti! Ne abbiamo tanti! Per favore, niente statue da museo! Se un catechista è rigido diventa incartapecorito e sterile. Vi domando: qualcuno di voi vuole essere codardo, statua da museo o sterile? Qualcuno ha questa voglia? [catechisti: No!] No? Sicuro? Va bene! Quello che dirò adesso lo ho detto tante volte, ma mi viene dal cuore di dirlo. Quando noi cristiani siamo chiusi nel nostro gruppo, nel nostro movimento, nella nostra parrocchia, nel nostro ambiente, rimaniamo chiusi e ci succede quello che accade a tutto quello che è chiuso; quando una stanza è chiusa incomincia l’odore dell’umidità. E se una persona è chiusa in quella stanza, si ammala! Quando un cristiano è chiuso nel suo gruppo, nella sua parrocchia, nel suo movimento, è chiuso, si ammala. Se un cristiano esce per le strade, nelle periferie, può succedergli quello che succede a qualche persona che va per la strada: un incidente. Tante volte abbiamo visto incidenti stradali. Ma io vi dico: preferisco mille volte una Chiesa incidentata, e non una Chiesa ammalata! Una Chiesa, un catechista che abbia il coraggio di correre il rischio per uscire, e non un catechista che studi, sappia tutto, ma chiuso sempre: questo è ammalato. E alle volte è ammalato dalla testa….

Ma attenzione! Gesù non dice: andate, arrangiatevi. No, non dice quello! Gesù dice: Andate, io sono con voi! Questa è la nostra bellezza e la nostra forza: se noi andiamo, se noi usciamo a portare il suo Vangelo con amore, con vero spirito apostolico, con parresia, Lui cammina con noi, ci precede, – lo disco in spagnolo – ci “primerea”. Il Signore sempre ci “primerea”! Ormai avete imparato il senso di questa parola. E questo lo dice la Bibbia, non lo dico io. La Bibbia dice, il Signore dice nella Bibbia: Io sono come il fior del mandorlo. Perché? Perché è il primo fiore che fiorisce nella primavera. Lui è sempre “primero”! Lui è primo! Questo è fondamentale per noi: Dio sempre ci precede! Quando noi pensiamo di andare lontano, in una estrema periferia, e forse abbiamo un po’ di timore, in realtà Lui è già là: Gesù ci aspetta nel cuore di quel fratello, nella sua carne ferita, nella sua vita oppressa, nella sua anima senza fede. Ma voi sapete una delle periferie che mi fa così tanto male che sento dolore – lo avevo visto nella diocesi che avevo prima? E’ quella dei bambini che non sanno farsi il Segno della Croce. A Buenos Aires ci sono tanti bambini che non sanno farsi il Segno della Croce. Questa è una periferia! Bisogna andare là! E Gesù è là, ti aspetta, per aiutare quel bambino a farsi il Segno della Croce. Lui sempre ci precede.

Cari catechisti, sono finiti i tre punti. Sempre ripartire da Cristo! Vi dico grazie per quello che fate, ma soprattutto perché ci siete nella Chiesa, nel Popolo di Dio in cammino, perché camminate con il Popolo di Dio. Rimaniamo con Cristo – rimanere in Cristo – cerchiamo di essere sempre più una cosa sola con Lui; seguiamolo, imitiamolo nel suo movimento d’amore, nel suo andare incontro all’uomo; e usciamo, apriamo le porte, abbiamo l’audacia di tracciare strade nuove per l’annuncio del Vangelo.

Che il Signore vi benedica e la Madonna vi accompagni. Grazie!

Maria è nostra Madre,
Maria sempre ci porta a Gesù!

Facciamo una preghiera, uno per l’altro, alla Madonna.

[Ave Maria]

[Benedizione]

Grazie tante!

Grande evento nell’anno della Fede: Giornata dei Catechisti, 28- 29 settembre

24 settembre 2013

Città del Vaticano – San Pietro  (Stato della Città del Vaticano)

La giornata dei catechisti è divisa in 2 parti principali:

1 – CONGRESSO INTERNAZIONALE DI CATECHESI

Dal 26 al 28 settembre

Al Congresso internazionale di Catechesi sono invitati:

– I Presidenti delle Commissioni episcopali che si occupano di Catechesi, Evangelizzazione e tematiche affini;

– i Responsabili degli Uffici Catechistici Nazionali;

– i Responsabili degli Uffici Catechistici di ogni Diocesi;

– una delegazione dei Catechisti di ogni diocesi;

– i rappresentanti delle istituzioni accademiche impegnate nella riflessione sul tema della Catechesi.

Sede del congresso sarà l’Aula Paolo VI, in Vaticano.

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Palermo: “10 piazze per 10 comandamenti”. Non uccidere. Diretta streaming sabato ore 20.30. Videomessaggio di papa Francesco

19 settembre 2013
21 settembre dalle 20.30
Con il 5° comandamento prosegue sabato prossimo “10 Piazze per 10 Comandamenti”, l’iniziativa promossa dal Rinnovamento nello Spirito in collaborazione con il Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, sotto l’egida della Cei, in occasione dell’Anno della Fede.
“Non uccidere” recita il quinto comandamento, una legge di Dio che è anche una legge dell’uomo, la cui violazione non è solo un peccato, è anche un reato.  Dopo le piazze di Roma, Napoli, Verona, Milano, Bari, Genova e Cagliari, che hanno visto la partecipazione di circa 60.000 persone e numerosi testimoni.
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L’evento sarà trasmesso in diretta da Tv 2000 e conterrà un videomessaggio di Papa Francesco
http://www2.tv2000.it/home_page/mediacenter/00000014_Video.html
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5 settembre. Giornata Mondiale della Carità

11 settembre 2013

 

 

 

Nel ricordo dell’anniversario della morte di madre Teresa di Calcutta, l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha scelto il 5 settembre come Giornata internazionale della carità, celebrata quest’anno per la prima volta. Come Pontificio Consiglio ci rallegriamo di questa iniziativa e ci uniamo a un numero infinito di persone in tutto il mondo nel ricordare la beata e nel rendere grazie a Dio per l’eloquente testimonianza di amore che ha dato alla Chiesa e all’intera famiglia umana. Il riconoscimento della persona e del lavoro di madre Teresa da parte della comunità internazionale è anche un invito per noi a continuare a rendere questa testimonianza d’amore a quanti sono nel bisogno.
Come tutti abbiamo potuto constatare, nelle parole e nei fatti, Papa Francesco ha un particolare amore verso i poveri e i sofferenti. Di fatto, sin dall’inizio del suo pontificato, ci ha sempre incoraggiati, con il suo esempio e il suo insegnamento, a cercare di essere “una Chiesa povera per i poveri”. Ha invitato la Chiesa a uscire da se stessa e ad andare verso le periferie: quelle del mistero del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, quelle dell’ignoranza e dell’indifferenza religiosa, quelle del pensiero, quelle di ogni forma di miseria. Nel contatto quotidiano con queste periferie, la Chiesa è chiamata a portare salvezza e amore attraverso il suo servizio caritativo.
Da parte nostra desideriamo anche rendere omaggio al servizio e alla dedizione di tante persone e istituzioni cattoliche generose. In particolare, siamo grati ai molti uomini e donne che hanno dedicato la propria vita alle opere di misericordia nelle parti più povere del mondo. Svolgendo la loro opera di carità, testimoniano che Dio ama ancora il mondo e che, per loro tramite, comunica il suo amore e la sua compassione ai poveri.
Obbediente al comandamento di Cristo, la Chiesa è chiamata a dare testimonianza dell’amore di Dio attraverso la pratica della carità. Di fatto, sin dai primordi, il servizio di carità verso i poveri è sempre stato tra le attività fondamentali della Chiesa, insieme all’amministrazione dei sacramenti e alla proclamazione della Parola. Attraverso questo triplice compito, la Chiesa ha la missione di rendere tutti gli uomini e le donne partecipi della natura divina del Dio che è amore. La Chiesa afferma che la ragion d’essere della sua missione di carità sono Gesù Cristo e la testimonianza del suo amore, resa nel servizio ai poveri. Allo stesso modo, madre Teresa di Calcutta ha sempre trovato ispirazione e forza in Gesù. La sua vita, la sua testimonianza d’amore, scaturiva dalle lezioni che il Signore le impartiva nella preghiera e nella contemplazione della sua vita e del suo insegnamento. Con il suo servizio di carità, la religiosa non voleva semplicemente fornire assistenza umanitaria o cambiare strutture sociali. Nel ricevere il premio Nobel, l’11 dicembre 1979, affermò chiaramente: “Non siamo veri operatori sociali. Forse agli occhi della gente svolgiamo un lavoro sociale, ma in realtà siamo contemplative nel cuore del mondo; infatti tocchiamo il corpo di Cristo ventiquattro ore al giorno”.
Ogni volta che guardiamo l’immagine di madre Teresa, ci viene ricordato che “l’amore – caritas – sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà solitudine. Sempre ci saranno anche situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo” (Deus caritas est, 28b).
La carità cristiana è sempre al servizio del bene integrale di ogni essere umano, senza distinzione di religione o razza. L’esercizio della carità cristiana non fa affidamento solo sulla competenza professionale, né si accontenta di un impegno impersonale. Il nostro approccio avviene con un “cuore che vede” oltre i bisogni materiali. Nei poveri che serviamo, cerchiamo di vedere l’interezza e l’integrità mentre sono dinanzi a Dio. Madre Teresa è un esempio convincente del fatto che questa sensibilità non pregiudica l’efficienza. Nel servizio ai più poveri tra i poveri, la sua fede vedeva oltre i loro bisogni materiali. Una volta disse: “Dio ha identificato se stesso con l’affamato, l’infermo, l’ignudo, il senzatetto; fame non solo di pane, ma anche di amore, di cure, di considerazione da parte di qualcuno; nudità non solo di abiti, ma anche di quella compassione che solo pochi sentono per chi non conoscono; mancanza di tetto non solo per il fatto di non possedere un riparo di pietra, bensì per non avere nessuno da poter considerare vicino”. Questa iniziativa delle Nazioni Unite ci esorta a essere sempre fedeli all’eredità spirituale che ci ha lasciato la beata Teresa di Calcutta.

tratto da L’Osservatore Romano di oggi

 Robert Sarah 
Cardinale presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum

Papa Francesco. Omelia alla veglia per la pace. 7 settembre 2013

8 settembre 2013

Sagrato della Basilica Vaticana
Sabato, 7 settembre 2013

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«Dio vide che era cosa buona» (Gen 1,12.18.21.25). Il racconto biblico dell’inizio della storia del mondo e dell’umanità ci parla di Dio che guarda alla creazione, quasi la contempla, e ripete: è cosa buona. Questo, carissimi fratelli e sorelle, ci fa entrare nel cuore di Dio e, proprio dall’intimo di Dio, riceviamo il suo messaggio.

Possiamo chiederci: che significato ha questo messaggio? Che cosa dice questo messaggio a me, a te, a tutti noi?

1. Ci dice semplicemente che questo nostro mondo nel cuore e nella mente di Dio è la “casa dell’armonia e della pace” ed è il luogo in cui tutti possono trovare il proprio posto e sentirsi “a casa”, perché è “cosa buona”. Tutto il creato forma un insieme armonioso, buono, ma soprattutto gli umani, fatti ad immagine e somiglianza di Dio, sono un’unica famiglia, in cui le relazioni sono segnate da una fraternità reale non solo proclamata a parole: l’altro e l’altra sono il fratello e la sorella da amare, e la relazione con Dio che è amore, fedeltà, bontà, si riflette su tutte le relazioni tra gli esseri umani e porta armonia all’intera creazione. Il mondo di Dio è un mondo in cui ognuno si sente responsabile dell’altro, del bene dell’altro. Questa sera, nella riflessione, nel digiuno, nella preghiera, ognuno di noi, tutti pensiamo nel profondo di noi stessi: non è forse questo il mondo che io desidero? Non è forse questo il mondo che tutti portiamo nel cuore? Il mondo che vogliamo non è forse un mondo di armonia e di pace, in noi stessi, nei rapporti con gli altri, nelle famiglie, nelle città, nelle e tra le nazioni? E la vera libertà nella scelta delle strade da percorrere in questo mondo non è forse solo quella orientata al bene di tutti e guidata dall’amore?

2. Ma domandiamoci adesso: è questo il mondo in cui viviamo? Il creato conserva la sua bellezza che ci riempie di stupore, rimane un’opera buona. Ma ci sono anche “la violenza, la divisione, lo scontro, la guerra”. Questo avviene quando l’uomo, vertice della creazione, lascia di guardare l’orizzonte della bellezza e della bontà e si chiude nel proprio egoismo.

Quando l’uomo pensa solo a sé stesso, ai propri interessi e si pone al centro, quando si lascia affascinare dagli idoli del dominio e del potere, quando si mette al posto di Dio, allora guasta tutte le relazioni, rovina tutto; e apre la porta alla violenza, all’indifferenza, al conflitto. Esattamente questo è ciò che vuole farci capire il brano della Genesi in cui si narra il peccato dell’essere umano: l’uomo entra in conflitto con se stesso, si accorge di essere nudo e si nasconde perché ha paura (Gen 3,10), ha paura dello sguardo di Dio; accusa la donna, colei che è carne della sua carne (v. 12); rompe l’armonia con il creato, arriva ad alzare la mano contro il fratello per ucciderlo. Possiamo dire che dall’armonia si passa alla “disarmonia”? Possiamo dire questo: che dall’armonia si passa alla “disarmonia”? No, non esiste la “disarmonia”: o c’è armonia o si cade nel caos, dove è violenza, contesa, scontro, paura…

Proprio in questo caos è quando Dio chiede alla coscienza dell’uomo: «Dov’è Abele tuo fratello?». E Caino risponde: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). Anche a noi è rivolta questa domanda e anche a noi farà bene chiederci: Sono forse io il custode di mio fratello? Sì, tu sei custode di tuo fratello! Essere persona umana significa essere custodi gli uni degli altri! E invece, quando si rompe l’armonia, succede una metamorfosi: il fratello da custodire e da amare diventa l’avversario da combattere, da sopprimere. Quanta violenza viene da quel momento, quanti conflitti, quante guerre hanno segnato la nostra storia! Basta vedere la sofferenza di tanti fratelli e sorelle. Non si tratta di qualcosa di congiunturale, ma questa è la verità: in ogni violenza e in ogni guerra noi facciamo rinascere Caino. Noi tutti! E anche oggi continuiamo questa storia di scontro tra i fratelli, anche oggi alziamo la mano contro chi è nostro fratello. Anche oggi ci lasciamo guidare dagli idoli, dall’egoismo, dai nostri interessi; e questo atteggiamento va avanti: abbiamo perfezionato le nostre armi, la nostra coscienza si è addormentata, abbiamo reso più sottili le nostre ragioni per giustificarci. Come se fosse una cosa normale, continuiamo a seminare distruzione, dolore, morte! La violenza, la guerra portano solo morte, parlano di morte! La violenza e la guerra hanno il linguaggio della morte!

Dopo il caos del Diluvio, ha smesso di piovere, si vede l’arcobaleno e la colomba porta un ramo di ulivo. Penso anche oggi a quell’ulivo che i rappresentanti delle diverse religioni abbiamo piantato a Buenos Aires, in Plaza de Mayo, nel 2000, chiedendo che non ci sia più il caos, chiedendo che non ci sia più guerra, chiedendo pace.

3. E a questo punto mi domando: E’ possibile percorrere la strada della pace? Possiamo uscire da questa spirale di dolore e di morte? Possiamo imparare di nuovo a camminare e percorrere le vie della pace? Invocando l’aiuto di Dio, sotto lo sguardo materno della Salus populi romani, Regina della pace, voglio rispondere: Sì, è possibile per tutti! Questa sera vorrei che da ogni parte della terra noi gridassimo: Sì, è possibile per tutti! Anzi vorrei che ognuno di noi, dal più piccolo al più grande, fino a coloro che sono chiamati a governare le Nazioni, rispondesse: Sì, lo vogliamo! La mia fede cristiana mi spinge a guardare alla Croce. Come vorrei che per un momento tutti gli uomini e le donne di buona volontà guardassero alla Croce! Lì si può leggere la risposta di Dio: lì, alla violenza non si è risposto con violenza, alla morte non si è risposto con il linguaggio della morte. Nel silenzio della Croce tace il fragore delle armi e parla il linguaggio della riconciliazione, del perdono, del dialogo, della pace. Vorrei chiedere al Signore, questa sera, che noi cristiani e i fratelli delle altre Religioni, ogni uomo e donna di buona volontà gridasse con forza: la violenza e la guerra non è mai la via della pace! Ognuno si animi a guardare nel profondo della propria coscienza e ascolti quella parola che dice: esci dai tuoi interessi che atrofizzano il cuore, supera l’indifferenza verso l’altro che rende insensibile il cuore, vinci le tue ragioni di morte e apriti al dialogo, alla riconciliazione: guarda al dolore del tuo fratello – penso ai bambini: soltanto a quelli… – guarda al dolore del tuo fratello, e non aggiungere altro dolore, ferma la tua mano, ricostruisci l’armonia che si è spezzata; e questo non con lo scontro, ma con l’incontro! Finisca il rumore delle armi! La guerra segna sempre il fallimento della pace, è sempre una sconfitta per l’umanità. Risuonino ancora una volta le parole di Paolo VI: «Non più gli uni contro gli altri, non più, mai!… non più la guerra, non più la guerra!» (Discorso alle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965: AAS 57 [1965], 881). «La pace si afferma solo con la pace, quella non disgiunta dai doveri della giustizia, ma alimentata dal sacrificio proprio, dalla clemenza, dalla misericordia, dalla carità» (Messaggio per Giornata Mondiale della pace 1976AAS 67 [1975], 671). Fratelli e sorelle, perdono, dialogo, riconciliazione sono le parole della pace: nell’amata Nazione siriana, nel Medio Oriente, in tutto il mondo! Preghiamo, questa sera, per la riconciliazione e per la pace, lavoriamo per la riconciliazione e per la pace, e diventiamo tutti, in ogni ambiente, uomini e donne di riconciliazione e di pace. Così sia.

64^ Settimana Liturgica Nazionale. “Cose nuove e cose antiche. La liturgia a 50 anni dal Concilio”. Mons. Felice di Molfetta

27 agosto 2013

“La 64ma Settimana Liturgica ( che si è aperta ieri a Bergamo n.d.r.) mira a fare memoria della riforma e un bilancio sereno e obiettivo di tutto quello che è avvenuto in questi 50 anni. Per quanto riflette l’articolazione tematica, tutto è stato architettato su tre temi generatori: la Chiesa, la Parola, il Rito.…..Non possiamo compiere uno sdoppiamento tra quello che è avvenuto in Papa Benedetto e quello che sta avvenendo in Papa Francesco. Per questa ermeneutica della fede, quindi, per tutto quello che ha rappresentato come cultura, come solida Teologia Liturgica di Papa Benedetto, non possiamo non essere grati. Papa Francesco è un emblema di una liturgia che parla nella serialità dei gesti, ma con quella pregnanza di una testimonianza orante dello stesso Pontefice…..Le due realtà, costituiscono grossi punti di riferimento. Quello che sta avvenendo con Papa Francesco è l’applicazione del come vivere e come presiedere una celebrazione liturgica, che sia degna di questa nobile semplicità, che non scende mai nella sciatteria e nel pressapochismo”.

Mons. Felice di Molfetta, Presidente del Centro di Azione Liturgica

1° settembre. 8^ Giornata per la salvaguardia del Creato

26 agosto 2013

Di seguito il testo del Messaggio della Conferenza Episcopale Italiana  per l’8ª Giornata per la salvaguardia del creato, in programma il 1 settembre prossimo. 

La donna saggia costruisce la sua casa, quella stolta la demolisce con le proprie mani» (Pr 14,1). Questa antica massima della Scrittura vale per la casa come per il creato, che possiamo custodire e purtroppo anche demolire. Dipende da noi, dalla nostra sapienza scegliere la strada giusta. Dove imparare tutto ciò? La prima scuola di custodia e di sapienza è la famiglia. Così ha fatto Maria di Nazaret che, con mani d’amore, sapeva impastare «tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata» (Mt 13,33). Così pure Giuseppe, nella sua bottega, insegnava a Gesù ad essere realmente «il figlio del falegname» (Mt 13,55). Da Maria e Giuseppe, Gesù imparò a guardare con stupore ai gigli del campo e agli uccelli del cielo, ad ammirare quel sole che il Padre fa sorgere sui buoni e sui cattivi o la pioggia che scende sui giusti e sugli ingiusti (cfr Mt 5,45).

Perché guardiamo alla famiglia come scuola di custodia del creato?Perché la 47ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, che si svolgerà dal 12 al 15 settembre 2013 a Torino, avrà come tema: La famiglia, speranza e futuro per la società italiana. Nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, poi, rileggiamo la costituzione pastorale Gaudium et spes, che alla famiglia, definita «una scuola di umanità più completa e più ricca», dedica una speciale attenzione: essa «è veramente il fondamento della società perché in essa le diverse generazioni si incontrano e si aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza umana più completa ed a comporre convenientemente i diritti della persona con le altre esigenze nella vita sociale» (n. 52).

In questo cammino ci guida il luminoso magistero di Papa Francesco, che ha esortato più volte, fin dall’inizio del suo pontificato, a «coltivare e custodire il creato: è un’indicazione di Dio data non solo all’inizio della storia, ma a ciascuno di noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un giardino, un luogo abitabile per tutti… Il “coltivare e custodire” non comprende solo il rapporto tra noi e l’ambiente, tra l’uomo e il creato, riguarda anche i rapporti umani. I Papi hanno parlato di ecologia umana, strettamente legata all’ecologia ambientale. Noi stiamo vivendo un momento di crisi; lo vediamo nell’ambiente, ma soprattutto lo vediamo nell’uomo… Questa “cultura dello scarto” tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti. La vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora – come il nascituro –, o non serve più – come l’anziano. Questa cultura dello scarto ci ha resi insensibili anche agli sprechi e agli scarti alimentari, che sono ancora più deprecabili quando in ogni parte del mondo, purtroppo, molte persone e famiglie soffrono fame e malnutrizione» (Udienza Generale, 5 giugno 2013).

«Come la famiglia può diventare una scuola per la custodia del creato e la pratica di questo valore?», chiede il Documento preparatorio per la 47ª Settimana Sociale. Come Vescovi che hanno a cuore la pastorale sociale e l’ecumenismo, indichiamo tre prospettive da sviluppare nelle nostre comunità: la cultura della custodia che si apprende in famiglia si fonda, infatti, sulla gratuità, sulla reciprocità, sulla riparazione del male.

1. Gratuità. La famiglia è maestra della gratuità del dono, che per prima riceve da Dio. Il dono è il suo compito e la sua missione nel mondo. È il suo volto e la sua identità. Solo così le relazioni si fanno autentiche e si innesta un legame di libertà con le persone e le cose. È una prospettiva che fa cambiare lo sguardo sulle cose. Tutto diventa intessuto di stupore. Da qui sgorga la gratitudine a Dio, che esprimiamo nella preghiera a tavola prima dei pasti, nella gioia della condivisione fraterna, nella cura per la casa, la parsimonia nell’uso dell’acqua, la lotta contro lo spreco, l’impegno a favore del territorio. Viviamo in un giardino, affidato alle nostre mani. «L’essere umano è fatto per il dono, che ne esprime e attua la dimensione di trascendenza», ricorda Benedetto XVI nella Caritas in veritate (n. 34), in «una gratuità presente nella sua vita in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza».

2. Reciprocità. La famiglia ha una importanza decisiva nella costruzione di relazioni buone con le persone, perché in essa si impara il rispetto della diversità. Ogni fratello, infatti, è una persona diversa dall’altra. È in famiglia che la diversità, invece che fonte di invidia e di gelosia, può essere vista fin da piccoli come ricchezza. Già nella differenza sessuale della coppia sponsale che genera la famiglia c’è lo spazio per costruire la comunione nella reciprocità. La purificazione delle competizioni fra il maschile e il femminile fonda la vera ecologia umana. Non l’invidia (cfr Gen 4,3-8), allora, ma la reciprocità, l’unità nella differenza, il riconoscersi l’uno dono per l’altro. «Questa era la nostra gara – attesta San Gregorio Nazianzeno parlando della sua amicizia con San Basilio Magno – non chi fosse il primo, ma chi permettesse all’altro di esserlo». È la logica della reciprocità che costruisce il tessuto di relazioni positive. Non più avversari, ma collaboratori. In questa visione nasce quello spirito ci cooperazione che si fa tessuto vitale per la custodia del creato, in quella logica preziosa che sa intrecciare sussidiarietà e solidarietà, per la costruzione del bene comune.

3. Riparazione del male. In famiglia si impara anche a riparare il male compiuto da noi stessi e dagli altri, attraverso il perdono, la conversione, il dono di sé. Si apprende l’amore per la verità, il rispetto della legge naturale, la custodia dell’ecologia sociale e umana insieme a quella ambientale. Si impara a condividere l’impegno a “riparare le ferite” che il nostro egoismo dominatore ha inferto alla natura e alla convivenza fraterna. Da qui, dunque, può venire un serio e tenace impegno a riparare i danni provocati dalle catastrofi naturali e a compiere scelte di pace e di rifiuto della violenza e delle sue logiche. È un impegno da condurre avanti insieme, come comunità, famiglia di famiglie. Perché i problemi di una famiglia siano condivisi dalle altre famiglie, attenti a ogni fratello in difficoltà e ogni territorio violato. Con la fantasia della carità.

Un segno forte di questa cultura, appresa in famiglia, sarà infine operare affinché venga custodita la sacralità della domenica. Anche “il profumo della domenica”, infatti, si impara in famiglia. È soprattutto nel giorno del Signore che la famiglia si fa scuola per custodire il creato. Si tratta di una frontiera decisiva, su cui siamo attesi, come famiglie che vivono scelte alternative. La preghiera fatta insieme, la lettura in famiglia della Parola di Dio, l’offerta dei sacrifici fatti con amore rendano profumate di gratuità e di fraternità vera le nostre case.
Roma, 7 giugno 2013
Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù

LA COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, LA GIUSTIZIA E LA PACE
LA COMMISSIONE EPISCOPALE PER L’ECUMENISMO E IL DIALOGO

64^ settimana liturgica nazionale, “Cose nuove e cose antiche. La liturgia a 50 anni dal Concilio”

26 agosto 2013

 

E’ iniziata oggi a Bergamo la 64.ma Settimana liturgica nazionale, sul tema “Cose nuove e cose antiche. La liturgia a 50 anni dal Concilio”.

Nell’anno che celebra l’anniversario dell’indizione del Concilio Ecumenico Vaticano II sembra una scelta quasi dovuta quella di dedicare la Settimana Liturgica a una memoria ragionata della riforma liturgica, primo frutto concreto dei lavori conciliari, e un bilancio sereno e obiettivo della sua applicazione pastorale. I due momenti, quello delle intenzioni profonde della riforma e quello della sua attuazione, si sono, difatti, susseguiti con una repentinità che certamente ha impresso slancio e cordialità immediati al bisogno di una riforma della liturgia per la vita della Chiesa ma, nello stesso tempo, ha portato con sé un impeto talvolta impermeabile al bisogno di un paziente e prolungato accompagnamento teologico e pastorale. La Settimana Liturgica intende quindi entrare nel merito di una ripresa della riforma liturgica sotto questo duplice profilo: 

• mettere in evidenza il senso teologico dei principali aspetti dell’evento conciliare
• verificare la posta in gioco del significato del linguaggio liturgico nell’attuale contesto culturale.
Se qualcosa è mancato alla celebrazione liturgica scaturita dalla riforma, alla sua riscoperta e alla sua attuazione, è proprio la capacità di metterla in atto con eloquenza e di mantenerla al livello delle poste teologiche che stanno sul suo sfondo.

Dal 27 al 31 agosto, la diocesi di Roma in pellegrinaggio a Lourdes

21 agosto 2013



“Lourdes, una porta della fede”: questo il tema del pellegrinaggio annuale che la diocesi di Roma compirà a Lourdes dal 27 al 31 agosto. A guidare l’evento sarà il cardinale Vicario, Agostino Vallini. Una tradizione le cui origini risalgono al 1957: in quell’anno, i pellegrini si recarono nella cittadina mariana in treno; oggi, grazie all’Opera Romana Pellegrinaggi (Orp), i mezzi a disposizione saranno anche la nave e l’aereo. Durante le cinque giornate di preghiera, i pellegrini potranno prendere parte alla Via Crucis, alla processione aux flambeaux, alla celebrazione eucaristica con la benedizione dei malati ed alle visite nei luoghi di Bernadette Soubirous, la giovane a cui apparve, per diciotto volte, la Vergine Maria. “Questo appuntamento è sempre molto atteso – spiega monsignor Liberio Andreatta, vice presidente dell’Orp– perché risponde all’esigenza di ognuno di noi di trovare ascolto, conforto, riposo dalle inquietudini che agitano il cuore. La Madonna a Lourdes ci accoglie e rinnova ogni giorno in noi il messaggio di salvezza”. “Il pellegrinaggio della diocesi di Roma – prosegue il presule – è il pellegrinaggio delle nostre famiglie che raggiungono la cittadina pirenaica con ogni mezzo per rinnovare, nell’attuale Anno della fede, la propria vita alla luce del Vangelo”. Ma la proposta di Lourdes si rivela sempre di grande interesse anche per le fasce d’età più giovani che sono alla ricerca di punti di riferimento spirituali e che ogni anno scelgono sempre in maggior numero di intraprendere un pellegrinaggio di questo genere”. Da segnalare che attualmente Lourdes è tornata ad affollarsi di pellegrini dopo i danni causati dalle inondazioni del mese scorso, durante le quali il fiume Gave aveva allagato anche la grotta di Massabielle. (I.P.)

fonte: http://it.radiovaticana.va/news/2013/08/17/dal_27_al_31_
agosto,_la_diocesi_di_roma_in_pellegrinaggio_a_lourdes/it1-720304
 

del sito Radio Vaticana 

Concilio Vaticano II. Patto delle catacombe. 16 novembre 1965

20 agosto 2013

 

 

Il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Vaticano II, una quarantina di padri conciliari hanno celebrato un’eucaristia nelle catacombe di Domitilla, a Roma, chiedendo fedeltà allo Spirito di Gesù. Dopo questa celebrazione, hanno firmato il “Patto delle catacombe”. Il documento è una sfida ai “fratelli nell’episcopato” a portare avanti una “vita di povertà”, una chiesa “serva e povera”, come aveva suggerito il papa Giovanni XXIII. I firmatari si impegnavano a vivere in povertà, a rinunciare a tutti i simboli o ai privilegi del potere e a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale.

Ecco il testo:

Noi, vescovi riuniti nel concilio Vaticano II, illuminati sulle mancanze della nostra vita di povertà secondo il vangelo; sollecitati vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; in unione con tutti i nostri fratelli nell’episcopato, contando soprattutto sulla grazia e la forza di nostro Signore Gesù Cristo, sulla preghiera dei fedeli e dei sacerdoti della nostre rispettive diocesi; ponendoci con il pensiero e la preghiera davanti alla Trinità, alla chiesa di Cristo e davanti ai sacerdoti e ai fedeli della nostre diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza, ma anche con tutta la determinazione e tutta la forza di cui Dio vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto segue:

1. Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di trasporto e tutto il resto che da qui discende. Cf. Mt 5,3; 6,33 ss.; 8,20.

2. Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori sgargianti), nelle insegne di materia preziosa (questi segni devono essere effettivamente evangelici). Cf. Mc 6,9; Mt 10,9 ss.; At 3,6. Né oro né argento. Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca, eccetera; e, se fosse necessario averne il possesso, metteremo tutto a nome della diocesi o di opere sociali o caritative. Cf. Mt 6,19-21; Lc 12,33 ss.

3. Tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e materiale nella nostra diocesi a una commissione di laici competenti e consapevoli del loro ruolo apostolico, al fine di essere, noi, meno amministratori e più pastori e apostoli. Cf. Mt 10,8; At 6,1-7.

4. Rifiutiamo di essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e titoli che significano grandezza e potere (eminenza, eccellenza, monsignore…). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di “padre”. Cf. Mt 20,25-28; 23,6-11; Gv 13,12-15.

5. Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi, priorità, o anche di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti (es. banchetti offerti o accettati, nei servizi religiosi). Cf. Lc 13,12-14; 1Cor 9,14-19.

6. Eviteremo ugualmente di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni o per qualsiasi altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare i loro doni come una partecipazione normale al culto, all’apostolato e all’azione sociale. Cf. Mt 6,2-4; Lc 15,9-13; 2Cor 12,4.

7. Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi, eccetera, al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati, senza che questo pregiudichi le altre persone e gruppi della diocesi. Sosterremo i laici, i religiosi, i diaconi o i sacerdoti che il Signore chiama a evangelizzare i poveri e gli operai condividendo la vita operaia e il lavoro. Cf. Lc 4,18 ss.; Mc 6,4; Mt 11,4 ss.; At 18,3 ss.; 20,33-35; 1Cor 4,12 e 9,1-27.

8. Consci delle esigenze della giustizia e della carità, e delle loro mutue relazioni, cercheremo di trasformare le opere di “beneficenza” in opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze, come un umile servizio agli organismi pubblici competenti. Cf. Mt 25,31-46; Lc 13,12-14 e 33 ss.

9. Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini, e, da qui, all’avvento di un altro ordine sociale, nuovo, degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio. Cf. At. 2,44 ss.; 4,32-35; 5,4; 2Cor 8 e 9; 1Tim 5,16.

10. Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua più evangelica realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale – due terzi dell’umanità – ci impegniamo:
a) a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti di episcopati di nazioni povere;
b) a richiedere insieme agli organismi internazionali, ma testimoniando il vangelo come ha fatto Paolo VI all’Onu, l’adozione di strutture economiche e culturali che non fabbrichino più nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco che però non permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria.

11. Ci impegniamo a condividere, nella carità pastorale, la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, perché il nostro ministero costituisca un vero servizio; così:
a) ci sforzeremo di “rivedere la nostra vita” con loro;
b) formeremo collaboratori che siano più animatori secondo lo Spirito che capi secondo il mondo;
c) cercheremo di essere il più umanamente presenti, accoglienti…;
d) saremo aperti a tutti, qualsiasi sia la loro religione. Cf. Mc 8,34 ss.; At 6,1-7; 1Tim 3,8-10.

Tornati alle nostre rispettive diocesi, faremo conoscere ai fedeli delle nostre diocesi la nostra risoluzione, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere.


									

“Chi ha sete venga a me”. Evangelizzazione sulle spiagge

19 agosto 2013

Si è svolta un’azione di evangelizzazione sulla riviera romagnola tra i villeggianti soprattutto giovani.

 

 

(…..)

“Particolarmente significativo il legame ideale, il ponte spirituale tra le spiagge evocate nei Vangeli, quelle di Copacabana a Rio de Janeiro, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù, e la riviera romagnola:
La spiaggia è un luogo teologico. Quante spiagge Gesù ha passato sulle sponde del lago di Tiberiade, per incontrare e parlare alle folle? E’ stato bello questo trait d’union con la spiaggia di Copacabana e le spiagge della riviera romagnola. Nei dialoghi con i ragazzi, infatti, l’evento della Gmg e la figura di Papa Francesco sono stati un aggancio meraviglioso. L’invito di questo Papa ad uscire da noi stessi per incontrare la ricchezza della tradizione di due millenni di Chiesa è l’esigenza che sentiamo forte in noi. Non una Chiesa che crea iniziative, aspettando che i giovani entrino nelle chiese, ma una Chiesa che crea l’iniziativa dell’essere apostola, cioè inviata da Gesù per andare incontro alle persone. E’ proprio la logica dell’evangelizzazione, della vita apostolica”

Per l’articolo completo

http://www.news.va/it/news/evangelizzazione-sulle-spiagge-di-riccione-don-pav

Taizè. I cerchi concentrici. Fr. Emile

19 agosto 2013

La comunità di Taizé è ecumenica fin dall’inizio, negli anni Quaranta, ma lo è molto di più a partire dagli anni Sessanta, quando alcuni fratelli cattolici furono autorizzati ad entrarvi. Frère Roger tentò più volte di esprimere quel che egli stesso viveva e sperimentava e che chiamava «riconciliazione interiore». Non si trattava, né per lui né per la comunità nel suo insieme, dicontentarsi di un piccolo denominatore comune, ma di aprirsi a tutti i doni che Dio ha elargito al suo popolo fin dalla nascita della fede cristiana. Così disse frère Roger nel corso di uno dei primi incontri europei a Roma: «Ho trovato la mia identità di cristiano riconciliando in me stesso la fede delle mie origini con il mistero della fede cattolica, senza rottura di comunione con nessuno».

Frère Roger raccontava spesso che durante il suo ultimo incontro con Giovanni xxiii, nel 1963, disse al Pontefice che avrebbe desiderato ricevere da lui un testamento spirituale, chiedendo in particolare il posto che Taizé doveva occupare nella Chiesa. Giovanni xxiii rispose facendo degli ampi gesti con le mani: «La Chiesa cattolica è fatta di cerchi concentrici sempre più grandi». Il Papa non precisò in quale cerchio egli vedeva collocato Taizé, ma frère Roger comprese che il Papa intendeva dirgli: voi siete già all’interno, continuate semplicemente su questa via. Ed è quel che egli fece.

Esiste un segreto riguardo alla fiducia nella misericordia di Dio, una misericordia che non sottovaluta quel che Dio è capace di fare. Vorrei in proposito riferirmi a quanto il grande biblista francese padre Jacques Guillet ci disse un giorno a Taizé: se volete comprendere cosa significa che Dio è Onnipotente, dovete considerare quel che accadde nell’Ultima Cena; la notte in cui Gesù fu tradito e catturato ha una intensità particolare, il male ha un suo spessore, una sua consistenza. Il complotto per liquidare Gesù era già in azione, egli avrebbe potuto fuggire, allontanarsi da Gerusalemme, rifugiarsi in Galilea. Noi non dovremmo dimenticarlo; egli non l’ha fatto perché sapeva che suo Padre non era lontano. Il Padre era presente quella notte. Le potenze del male sembravano ormai prossime alla vittoria perché si avvicinava il momento in cui esse avrebbero potuto metter fine alla vita del Signore. Ma subito Gesù capovolge tutto, come nelle beatitudini dicendo: «Nessuno me la toglie (la mia vita) ma io la dono da me stesso» (Giovanni, 10, 18), o, nel linguaggio dei sinottici: «Questo è il mio corpo che è offerto per voi» (Luca, 22, 19); «Questo è il sangue dell’Alleanza versato per molti in remissione dei peccati» (Matteo, 26, 28). Chi ha la vittoria? Le potenze del male? No, la vittoria è di un amore che dona liberamente, un amore più grande dell’odio che è in azione, capace di assumere questo odio. E così l’odio è preso in trappola, perché serve solo a rivelare l’ampiezza di un amore, l’estensione del perdono. Nell’Ultima Cena noi vediamo che Dio, la sua misericordia, crea con quel che noi mettiamo nelle sue mani. Egli prende quel che è là per trasformarlo, non come un mago, ma attraverso il dono di se stesso. E amando di più.

fratel Emile
da l’Osservatore romano del 18 agosto 2013

Card. Piacenza. Lettera a tutti i sacerdoti in occasione della memoria liturgica di Giovanni Maria Vianney

7 agosto 2013


Di seguito, il testo della lettera che il prefetto della Congregazione per il clero, il cardinale Mauro Piacenza, ha inviato a tutti i sacerdoti. 

Carissimi confratelli nel Sacerdozio, è con profonda gioia che mi rivolgo a ciascuno di voi nella memoria del grande Curato d’Ars, esempio fulgido di pastorale dedizione ed instancabile preghiera, per la salvezza di coloro che il Signore gli aveva affidato.
San Giovanni Maria Vianney è talvolta presentato in modo parziale, o perfino unilaterale, come eccessivamente determinato dal proprio tempo o, perfino, dal proprio profilo psico-spirituale. In realtà, chi davvero ne conosce la vita e l’eroicità delle virtù, si rende conto di avere innanzi ai propri occhi un fulgidissimo esempio di «pastore che ha l’odore delle pecore», come ci ha indicato papa Francesco nella ormai famosa omelia della Santa Messa Crismale di quest’anno.
Dobbiamo cogliere la verità e l’esemplarità dell’esistenza sacerdotale del Vianney, per sentirci vicini a tutti i sacerdoti che, nel silenzio e nel nascondimento, offrono quotidianamente la propria eroica testimonianza di fedeltà a Cristo ed alla Chiesa e, perciò a tutti gli uomini. Ben sappiamo dell’esperienza di ogni giorno che fa molto più rumore ogni altra notizia, piuttosto che quella della fedeltà e del sacrificio. Il sacrificio di chi da anni ed anni è fedele al proprio ministero, spesso non immediatamente di mietitura, ma di continua semina intrisa di preghiera e fatica; il sacrificio di chi, negli angoli più oscuri del mondo, «dalla fine del mondo», annuncia «La Luce della Fede», nella certezza che non c’è povertà più grande di quella di chi non conosce Cristo e la sua misericordia; il sacrificio di chi, a rischio della prorpia esistenza, si spende per strappare donne e uomini da ogni tipo di schiavitù che il mondo ha escogitato per legare gli uomini al male ed al profitto ingiusto; il sacrificio di chi ogni giorno si spende per annunciare, difendere e diffondere la Verità, nella fedeltà alla Rivelazione, conosciuta e vissuta, e alla celebrazione dei divini misteri, nella quale accade realmente la salvezza dell’umanità; il sacrificio di chi si spende in ore ed ore di confessionale per la salvezza delle anime e l’annuncio del perdono e per sollevare qualsiasi pena.

Sono tutti questi confratelli sacerdoti che desidero ricordare in questo giorno nel quale facciamo memoria di san Giovanni Maria Vianney, sottolineando la grande positività della loro esistenza personale ed ecclesiale e della presenza del sacerdozio nelle società e nel mondo. Un mondo che volesse emarginare il sacerdozio ministeriale sarebbe, in realtà, al di là di ogni apparente giustificazione, un mondo desideroso di escludere Dio, il nostro Dio le cui viscere sono di misericordia.
Siamo invece certi che un «esercito buono» di sacerdoti, un «esercito di pace» e di bene, di verità e di amore, di luce e di misericordia, fascia ogni giorno questa valle di lacrime, perché la Luce della fede possa sempre risplendere nel cuore e nella mente degli uomini, nella vita di coloro per i quali il Padre ha inviato il suo figlio e possa divampare ovunque il fuoco del divino amore.
Alla Beata Vergine Maria, Regina degli Apostoli e Madre di Misericordia e a san Giovani Maria Vianney, affidiamo ogni sacerdote e lo stesso sacerdozio ordinato, perché sia sempre più ciò che deve essere: presenza di Cristo Buon Pastore in mezzo al suo popolo. Presenza orante, fedele, sacrificata e trasfigurata e trasfigurante, perché presenza del Risorto.
Buona festa del Curato d’Ars a tutti!

 

Cardinale Mauro Piacenza prefetto della Congregazione per il clero

Festa della Trasfigurazione

5 agosto 2013

Di seguito l’Omelia tenuta dal metropolita Anthony Bloom il 19 agosto 1990

Tutte le chiese d’oriente e d’occidente celebrano il 6 di agosto la festa della Trasfigurazione del Signore. Introdotta forse in Armenia all’inizio del IV secolo per cristianizzare una festa pagana della dea Afrodite, o più probabilmente nell’area siriaca alla fine del secolo successivo, la Trasfigurazione fu celebrata in principio per ricordare la dedicazione di una chiesa sorta sul monte Tabor.

Dall’oriente la festa della Trasfigurazione passò presto alla chiesa bizantina, dove prese il nome di «Metamorfosi del Salvatore». In occidente essa fu conosciuta dapprima nella Spagna mozarabica, per poi essere introdotta da Pietro il Venerabile nella liturgia cluniacense. Da Cluny e attraverso il monachesimo, dove fu profondamente valorizzata, essa trovò una collocazione stabile nella liturgia della chiesa occidentale soltanto con l’edizione del Messale Romano del 1570.

La festa odierna ricorda l’episodio biblico nel quale Gesù fu trasfigurato davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni e mostrò loro la sua gloria mentre conversava con Mosè ed Elia. Con essa la chiesa ricorda il compimento in Cristo di tutte le Scritture, personificate da Mosè ed Elia, e invita il credente a discernere le energie nascoste della resurrezione del Signore che già operano nella storia.

Nel Cristo trasfigurato, inoltre, è rivelata all’uomo la sua vocazione alla divinizzazione, e all’intero creato il suo destino di comunione con Dio nel Regno che ormai è vicinissimo.

A partire dall’anno 2000, su proposta del patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartholomeos I, la festa della Trasfigurazione è divenuta un giorno di particolare intercessione per l’unità dei cristiani.

 

Vi sono momenti benedetti oppure tragici in cui riusciamo a vedere qualcuno come rivelatoci  in una luce con un profondità e una bellezza tali che noi non avevamo mai immaginato prima. Questo succede quando i nostri occhi si aprono, in un momento di purezza del cuore, perché non è soltanto Dio stesso che i puri di cuore vedranno, ma è anche l’immagine divina, la luce che risplende nell’oscurità dell’uomo che arriviamo a vedere, nei momenti in cui il nostro cuore diviene sereno, trasparente, puro.
Ma ci sono anche altri momenti in cui riusciamo a vedere qualcuno, che pensavamo di aver conosciuto da sempre, in una luce che è una rivelazione. Questo succede quando qualcuno è raggiante di gioia e di amore, abitato da una disposizione di preghiera e di adorazione. O succede anche quando qualcuno si trova nella sofferenza più profonda, più crocifiggente; ma quando la sofferenza rimane pura, quando non è mischiata all’odio, al risentimento, all’amarezza, al male …

Questo ci aiuta a comprendere ciò che gli apostoli videro quando erano sul monte della trasfigurazione. Essi videro Cristo nella gloria nel momento in cui la sua consegna totale alla volontà del Padre, l’accettazione ultima e definitiva del proprio destino umano fu rivelata loro in una luminosa trasparenza. Fu questo il momento in cui Cristo nella sua umanità, nel suo abbandono umile e vittorioso, consegnò se stesso definitivamente alla croce. 

Per questo Cristo disse ai discepoli che era giunto il tempo di scendere a valle, di lasciare il monte della trasfigurazione, perché quello era l’inizio del cammino della croce, ed egli avrebbe dovuto immergersi in tutto ciò che è tragico della condizione umana. Gesù li portò a valle per essere confrontati con l’agonia di un padre con un figlio incurabile, con l’incapacità dei discepoli a fare qualcosa per quel figlio, con l’attesa della gente che ora non può rivolgersi ad altri che a lui.       

   Questa è la nostra vocazione. Che Dio ci dia la fede e la purezza di cuore per poter vedere Dio in ciascuno dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, per poter servirci gli uni gli altri con amore e poter donarci la vita gli uni gli altri con gioia esultante, così come Cristo ha dato la sua vita per noi.