Archive for the ‘Arte’ Category

Quelle opere dei Musei vaticani che raccontano la misericordia di Dio

24 aprile 2016

Bellini, Raffaello, Michelangelo e la Cappella sistina: alla scoperta dei dipinti che accompagnano Antonio Paolucci, direttore dei Musei vaticani, nell’Anno giubilare (more…)

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Spiritualità nell’arte. L’annunciazione dell’Angelo a Maria

4 aprile 2016

di Lorenzo Lotto ( Venezia 1480 – Loreto 1556) Olio su tela cm 166×114

La pala d’altare che Lorenzo Lotto realizzò verso il 1530 per la chiesa di S.Maria sopra Recanati, ora alla Pinacoteca Comunale, raffigurante l’Annuncio dell’Angelo Gabriele a Maria, è un esempio eccellente dell’originalità della poetica del pittore italiano.
In questo dipinto, opera affascinante piena di colori brillanti e rari effetti di luce, le espressioni dei personaggi sono delineate nei dettagli, mentre essi assumono pose strane e inusuali.
La stanza di Maria è ordinata e pulita, a simboleggiare la purezza della Vergine e la sua integra virtù.
Dall’alto sembra irrompere Dio Padre, a mani giunte orientato verso Maria, ad indicare che quanto sta per essere annunciato proviene da un chiaro progetto divino.
Egli ha trovato la porta aperta, ossia la piena disponibilità di Lei al Suo volere.
Si può così leggere nel quadro una sorta di disegno trinitario: il Padre, Maria che accoglierà nel grembo Cristo e l’Angelo che annuncia ciò che avverrà per opera dello Spirito Santo.
La Vergine, poco lontana dal leggìo, su cui è posto un libro, manifesta stupore, meraviglia e turbamento nel vedere l’Angelo entrare nella propria”privacy”.
E’ spaventata tanto per la visione quanto per l’ascolto di parole così sconvolgenti, per una giovane donna casta e pia.
A causa di questa apparizione il gatto scappa terrorizzato con la schiena inarcata.
E’ un richiamo al male che fugge davanti alla rivelazione della potenza divina.
Questo animale, additato quale simbolo di valori negativi è stato associato per lunghi secoli alle streghe e al demonio e qui è chiara l’impossibilità di coesistere con il Bene: non gli resta che fuggire.
Infatti l’Angelo Gabriele parla alla Madonna inginocchiato, prefigurando che Lei diventerà la Madre di Gesù, mentre al contempo eleva la mano destra verso l’alto, per confermare come le sue parole provengano dal Signore: egli è solo un messaggero.
Il mistero dell’Incarnazione trova nel dipinto di Lorenzo Lotto un’interpretazione originale e sublime, in cui si coniugano la generosa disponibilità di Maria, la presenza dell’Angelo mediatore e la protezione di Dio Padre dall’alto.
E’ l’annuncio di una Nascita, un progetto destinato a portare la Redenzione del genere umano.
Questo genere umano che oggi si pone mille interrogativi sulla vita: aborto, handicap, eutanasia,…? Come se si potessero catalogare e gerarchizzare tante tipologie di vita.
Con Maria esiste solo un sì e poi tutto scorre alla luce della Fede, senza se o ma, nel raccoglimento della preghiera, nel silenzio della sua casa, così piena di Spirito Santo, così ricca d’amore, così forte della presenza del Signore (come l’etimologia ebraica del nome Gabriele ci indica:”Dio è forte”).

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NUVOLE

24 febbraio 2016

Quando i Monti Pallidi non erano ancora pallidi, la nuvola scese sul principe che giaceva sul prato prigioniero del suo sogno: visitare la Luna, che lo aveva stregato facendosi desiderare fino a stringere il suo cuore e non mollarlo più. Il principe salì sulla nuvola gentile che lo trasportò sulla Luna, dove si innamorò della principessa che lo seguì sulla Terra ma qui, lontana dalle sue cime argentate, cominciò a morire di nostalgia e… Il finale dovete scovarlo da soli. Vi basti sapere che da allora i Monti Pallidi divennero pallidi. Molte nuvole scendono apposta per noi, quando ci vedono afflitti da cupi pensieri, preoccupazioni o sogni che riteniamo irrealizzabili. Ma noi non crediamo alle fiabe e quindi commettiamo lo sciocco errore di non salirci sopra. Altrimenti verremmo condotti là dove ci attendono il conforto o la soluzione. Allora la nuvola va a giocare con i bambini, che la prendono sul serio e in lei vedono tutti gli animali che conoscono, e principi e dame, e draghi e cavalieri. E giocano, facendosi portare ovunque lo desiderino. Se le nuvole si arrabbiano e ci scaricano addosso cascate d’acqua, o ce la negano troppo a lungo, vanno comprese. A forza di scrutare nel cuore negli uomini per assecondarne i desideri, hanno imparato a essere volubili e irose. Ad assomigliarci, purtroppo.

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Addio a Umberto Eco e Harper Lee, il cordoglio di Mattarella – Radio Vaticana

21 febbraio 2016

 

20/02/2016
Il mondo della cultura piange Umberto Eco e la scrittrice Harper Lee che si sono spenti ieri all’età, rispettivamente, di 84 e 89 anni. A livello internazionale, la fama di Umberto Eco – scrittore, filosofo e semiologo – è legata, in particolare, al romanzo ‘Il nome della rosa’; mentre la scrittrice statunitense è nota in tutto il mondo per ‘Il buio oltre la siepe’, capolavoro sulla segregazione razziale negli Stati Uniti. Il servizio di Marco Guerra:

Umberto Eco è stato un vero è proprio intellettuale enciclopedico, forse l’ultimo. Il suo eclettismo lo portò a combinare filosofia e cultura di massa. È stato autore di numerosi saggi di semiotica, filosofia del linguaggio, testi di linguistica e sui processi di comunicazione. Grande la passione per la cultura Medioevale che coltivò fin da giovane con una tesi sull’estetica di San Tommaso d’Aquino. E’ stato anche autore televisivo in Rai negli anni ‘50. Scrisse la “fenomenologia di Mike Bongiorno“. Lunga la sua carriera universitaria: tenne corsi in diversi atenei italiani e di tutto il mondo. È stato direttore dell’Istituto di Comunicazione e spettacolo del Dams a Bologna e  diede impulso anche alla nascita del  Corso di Laurea in Scienze della comunicazione. Nel 1980 il suo debutto letterario con ‘Il nome della rosa’ con cui raggiunse la fama mondiale. L’apice del successo arriva nel 1988 con la pubblicazione del ‘Pendolo di Foucault’. Ha maneggiato con intelligenza e ironia tutta l’eredita culturale occidentale.
Per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Umberto Eco era “un uomo libero, dotato di un profondo spirito critico e di grande passione civile”, un “protagonista del dibattito intellettuale italiano e internazionale”. “Osservatore acuto, disincantato, scrittore finissimo, anticipatore e sperimentatore di fenomeni e tendenze” – prosegue Mattarella – “si è sempre proiettato nella dimensione internazionale, lontano da ogni chiusura dogmatica o provinciale”. Per il presidente del Consiglio Renzi, Umberto Eco è un “esempio straordinario di intellettuale europeo, univa una intelligenza unica del passato a una inesauribile capacità di anticipare il futuro”.
Il poeta bolognese Davide Rondoni afferma, da parte sua, che “Umberto Eco è uno che ha provato a fare l’intellettuale enciclopedico, forse fuori tempo massimo, assomigliando all’avventura illuministica, cioè all’idea del luogo enciclopedico. Lascia sicuramente l’idea dell’ecclettismo, di un intellettuale che può parlare da Paperino a San Tommaso e con una certa facilità, una certa arguzia e una certa ironia. Forse lascia, purtroppo – dice – un’idea anche relativista del sapere e della cultura”. Sul rapporto di Eco con la fede, Rondoni aggiunge: “Come tutti quelli che dicono di aver abbandonato la fede, alla fine Dio rimane loro nel petto e negli occhi come grande problema, come grande questione… Nella seconda parte, la parte più nota della sua carriera, Umberto Eco, dopo aver abiurato la fede giovanile, ha cercato in tutti i modi di far fuori questo Dio scomodo, arrivando ad accusarlo – fino alla fine – di essere il responsabile delle peggiori efferatezze della storia. Di fatto, anche qui c’è lo strano paradosso di una classe intellettuale che ha costruito la sua carriera sulla negazione della verità, sulla possibilità della verità e la negazione di Dio e alla fine, probabilmente, ha interessato la gente proprio perché parlava di Dio”.
Nello stesso giorno della svcomparsa di Eco, si è spenta, all’età di 89 anni, anche la scrittrice statunitese Harper Lee. La Lee è stata resa celebre dal suo romanzo “Il buio oltre la siepe”, storia di ingiustizia e razzismo ambientata negli anni ’30 in una cittadina dell’Alabama, durante il periodo della segregazione razziale nel Sud degli Stati Uniti. Negli Usa, ma anche in altri Paesi, il testo costituisce lettura obbligatoria nelle scuole.

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Santi Angeli Custodi. “Accettazione di un dono”, di Susanna Tamaro (scrittrice). Angelus di Benedetto XVI

2 ottobre 2015

ACCETTAZIONE DI UN DONO

Non ho, purtroppo, un ricordo particolarmente felice del mio primo incontro con la dottrina cattolica. Rammento un’aula gelida, la voce cantilenante di un sacerdote che ci raccontava delle strane storie che non riuscivo ad ascoltare fino in fondo e la litania delle nostre risposte a voce alta, sempre uguali e sempre così incomprensibili. Dentro di me ribollivano già domande grandi e terribili. Perché c’è il male? Perché tutto finisce? Perché si nasce? Perché si muore? E invece di risposte, ricevevo soltanto delle «favolette» che non riuscivano a coinvolgermi. Avevo atteso con grande eccitazione l’inizio del catechismo, speravo di ricevere delle risposte alle mie inquietudini, ma quell’eccitazione, pomeriggio dopo pomeriggio, favoletta dopo favoletta, si era lentamente smorzata, lasciandomi sempre più delusa e insoddisfatta. Non c’era rabbia né rifiuto in quell’insoddisfazione, piuttosto l’amarezza di chi si sente non rispettato nel suo desiderio di accostarsi alla Verità.

Tornando a casa camminavo veloce, raccolta nei miei pensieri. Se Dio è buono e ci ama perché permette il male? Perché costringe Abramo ad alzare la mano armata su suo figlio Isacco? Perché Caino ha ucciso Abele? Perché Giuda ha preferito pochi soldi all’amore di Gesù? Ricordo la mia infanzia come una prolungata insonnia, alle volte avevo l’impressione che la testa mi scoppiasse per le troppe domande, per la totale assenza di un adulto capace di prendermi per mano e accompagnarmi alle risposte. In questa mia assoluta solitudine, soltanto due immagini mi apparivano pacificatorie: l’Angelo Custode e lo Spirito Santo. Entrambi avevano delle ali vaporose e bianche, entrambi vivevano accanto agli uomini ma non erano uomini, svolazzavano sopra di noi, partecipando agli eventi della terra senza venirne catturati, lontano dall’odio e dal tradimento che avevano ucciso Gesù.

Nel mio libro di dottrina, l’Angelo Custode era rappresentato accanto a un bambino che, con i quaderni sotto il braccio, attraversava la strada per andare a scuola. E così, effettivamente, io sentivo la sua presenza in ogni momento del giorno e della notte: dietro, sopra di me, alla mia destra. Lui leniva la mia solitudine, a lui, in modo silenzioso, parlavo e chiedevo consiglio. L’Angelo, però, era «facile» da capire. Meno comprensibile invece quella strana colomba che emanava luce e che, per vie allora assolutamente per me imperscrutabili, era imparentata con Gesù e il Dio di Abramo. Il giorno della Cresima ricordo di aver alzato lo sguardo al cielo per cercare, tra tutti i colombi grigi e grassi di città, la mia colomba bianca. Aspettavo con ansia il suo raggio di luce: sarebbe sceso dal cielo a illuminare la mia vita smarrita e paurosa trasformandola in quella forte e coraggiosa del «soldato di Cristo», come all’epoca dicevano al catechismo. Con Lei, grazie a Lei e per Lei, avrei affrontato qualsiasi vicissitudine senza arretrare, senza confondermi.

Da quel giorno di maggio sono trascorsi trentadue anni, un tempo sufficientemente lungo per guardarsi indietro e compiere un inizio di riflessione. Quella «traccia» che a venti, a trent’anni non si può ancora comprendere in tutta la sua pienezza, a quarant’anni diventa chiaramente visibile. Come è necessaria una certa distanza di osservazione per rendere apprezzabili i tratti di un dipinto, così ci vuole lo scorrere del tempo per comprendere l’agire dello Spirito Santo nel limite ristretto delle nostre vite. Solo così quello che sembrava un frammento diventa un particolare di fondamentale importanza, solo così la casualità scompare per lasciare posto alla trama di un preciso disegno. Riguardando indietro alla mia vita, se c’è un momento in cui ho sentito con precisione riaffiorare dentro di me la presenza dello Spirito Santo, è stato intorno ai ventitré anni, quando all’improvviso ho scoperto in me la capacità di scrivere e comunicare. Non ci avevo mai pensato prima, anzi i miei interessi erano stati fino a quel momento focalizzati in tutt’altro campo.

Ricordo precisamente lo smarrimento e il timore seguiti alla scoperta di questa capacità. Perché proprio a me? mi chiedevo. Che cosa ci devo fare? Ma allo stesso tempo, anche, la grande irragionevole certezza che la strada da percorrere fosse proprio questa. Era un po’ come se in me abitassero due persone: una totalmente certa della sua incapacità e l’altra stranamente sicura dell’importanza di ciò che stava facendo. Si parla tanto dell’arte, ma così poco di quello che succede nell’animo di un artista. Perché, a un certo punto, una persona scopre di possedere qualcosa dentro di sé che lo rende diverso dagli altri? Cos’è quel qualcosa? Che senso deve prendere nello sviluppo di una vita? Con il passare degli anni ho dovuto cercare di rispondere a tutte queste domande e così, lentamente, mi sono resa conto che il talento artistico è una sorta di lama a doppio taglio. Se è vissuto per quello che è – un dono che racchiude in sé il mistero della gratuità – può portare chi lo possiede a compiere un cammino di grande ricchezza interiore e di straordinaria condivisione con gli altri. Se invece viene vissuto come un merito personale, qualcosa che rende diversi e superiori agli altri, la strada di chi lo percorre inevitabilmente si avvolgerà su se stessa in una spirale soffocante. Il mito, così caldamente coltivato in questo secolo, dell’artista artefice assoluto della sua grandezza, e dunque implicitamente superiore agli altri, non è altro che la conseguenza di questa sottile e demoniaca presunzione.

Naturalmente ricevere il dono è soltanto il punto di partenza, la strada per rendere questo dono esplicito è spesso lunga e faticosa, carica di sofferenze. E richiede la totale confidenza nei carismi dello Spirito Santo – intelletto, scienza, consiglio, timor di Dio, fortezza, pietà, sapienza. Perché, quand’anche si riuscisse a sviluppare con successo il talento, ci sono subito pronte le potenti insidie del mondo, prime fra tutte la vanità, l’orgoglio e l’avidità, con tutte le conseguenze di oscurità, di falsi valori e di confusione. Basta abbandonare anche per poco la confidenza e il sostegno dello Spirito perché l’umiltà si trasformi nel suo opposto, la superbia. Non ho mai considerato lo scrivere un mestiere, né mai lo potrò fare. So che è stato qualcosa che ha assorbito una certa parte della mia vita e che mi ha permesso di comunicare sentimenti e riflessioni con un gran numero di persone, in gran parte del mondo. Continuo a considerarla una straordinaria avventura umana e spirituale della quale non ho alcun merito, se non quello di aver confidato pienamente nel carisma che, ad ognuno di noi, affida lo Spirito Santo.

Susanna Tamaro

Scrittrice

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Vatican Insider: Quella frammentazione di cui anche arte e architettura sono specchio

1 luglio 2015

http://vaticaninsider.lastampa.it/documenti/dettaglio-articolo/articolo/chiesa-church-iglesia-42110/

Non erano di passaggio

6 febbraio 2015

· La Sicilia dei greci ·

05 febbraio 2015

Sono stati qui, non sono solo passati, ma si sono stanziati qui, ne sono diventati parte integrante e a loro volta sono stati assorbiti dalla fortissima identità dell’isola, dai suoi lentischi e dai suoi acanti, dalle querce e dai campi di grano.

Sono stati qui, non sono solo passati, ma si sono stanziati qui, ne sono diventati parte integrante e a loro volta sono stati assorbiti dalla fortissima identità dell’isola, dai suoi lentischi e dai suoi acanti, dalle querce e dai campi di grano. Ma dove li possiamo trovare oggi?Bruce Chatwin diceva con grande acrimonia verso l’archeologia del suo tempo (e purtroppo varrebbe anche per il nostro): «Solo se li pensi vivi li vedi vivi». Ed è in questo spirito che io li voglio cercare al di là delle solite e bellissime rovine, li voglio vedere nelle lunghe spiagge piene di sorgive della costa di Camarina e Siracusa, nei boschi sacri che una volta avvolgevano i templi della dea che più hanno onorato qui, quella Cerere madre e fruttifera, voglio ascoltarli nei tramonti che accompagnano i teatri che hanno lasciato arrampicati su latomie, su antri segestani o affacciati su mari del colore del vino. I greci non sono stati un “passaggio” come un altro da quest’isola e non sono stati solo conquistatori. Essi sono venuti qui con l’intenzione di farne uno dei luoghi più straordinari del loro progetto di civiltà, non colonie, ma città da cui irradiare maniere di pensare e di stare insieme, di espandere il proprio imperialismo e i propri commerci, le proprie monete e i propri filosofi, vasai, scultori, pittori e cuochi. Come giustamente fa osservare Michael Bennet nella prefazione al testo pubblicato dal Paul Getty Museum sull’arte greca in Sicilia, l’isola per i greci «era il nuovo mondo», una terra di abbondanza e di clima soave dove espandere e portare a perfezione il progetto che nella madrepatria aveva avuto solo una parte di attuazione. La Siracusa greca diventa a un certo punto un luogo molto più centrale di Atene, anche se in lotta con essa. È sorprendente notare come la civiltà greca fosse qualcosa di condiviso al di là della litigiosità dei greci stessi. Ecco qualcosa che forse ci hanno lasciato, la litigiosità, l’antagonismo costante a costo di mandare tutto all’aria, il “politichese” come faziosità, ecco cosa è rimasto evidente, in quest’isola e ovviamente da qui in tutta la penisola.

di Franco La Cecla –

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I martiri giapponesi di Nagasaki: immagini seicentesche nella Chiesa del Gesù

6 febbraio 2015

Foto di Zeno Colantoni. Per gentile concessione dei padri gesuiti della Chiesa del Gesù. Riproduzione riservata.

qui

e qui

 

Dalla “Storia del martirio dei santi Paolo Miki e compagni” scritta da un autore contemporaneo (Cap. 14, 109-110; Acta Sanctorum Febr. 1, 769)

 

Piantate le croci, fu meraviglioso vedere in tutti quella fortezza alla quale li esortava sia Padre Pasio, sia Padre Rodriguez. Il Padre commissario si mantenne sempre in piedi, quasi senza muoversi, con gli occhi rivolti al cielo. Fratel Martino cantava alcuni salmi per ringraziare la bontà divina, aggiungendo il versetto: “Mi affido alle tue mani” (Salmo 30, 6). Anche Fratel Francesco Blanco rendeva grazie a Dio ad alta voce. Fratel Gonsalvo a voce altissima recitava il Padre nostro e l’Ave Maria. Il nostro fratello Paolo Miki, vedendosi innalzato sul pulpito più onorifico che mai avesse avuto, per prima cosa dichiarò ai presenti di essere giapponese e di appartenere alla Compagnia di Gesù, di morire per aver annunziato il vangelo e di ringraziare Dio per un beneficio così prezioso. Quindi soggiunse: “Giunto a questo istante, penso che nessuno tra voi creda che voglia tacere la verità. Dichiaro pertanto a voi che non c’è altra via di salvezza, se non quella seguita dai cristiani. Poiché questa mi insegna a perdonare ai nemici e a tutti quelli che mi hanno offeso, io volentieri perdono all’imperatore e a tutti i responsabili della mia morte, e li prego di volersi istruire intorno al battesimo cristiano”. Si rivolse quindi ai compagni, giunti ormai all’estrema battaglia, e cominciò a dir loro parole di incoraggiamento. Sui volti di tutti appariva una certa letizia, ma in Ludovico era particolare. A lui gridava un altro cristiano che presto sarebbe stato in paradiso, ed egli, con gesti pieni di gioia, delle dita e di tutto il corpo, attirò su di sé gli sguardi di tutti gli spettatori. Antonio, che stava di fianco a Ludovico, con gli occhi fissi al cielo, dopo aver invocato il santissimo nome di Gesù e di Maria, intonò il salmo Laudate, pueri, Dominum, che aveva imparato a Nagasaki durante l’istruzione catechista; in essa infatti vengono insegnati ai fanciulli alcuni salmi a questo scopo. Altri infine ripetevano: “Gesù! Maria!”, con volto sereno. Alcuni esortavano anche i circostanti ad una degna vita cristiana; con questi e altri gesti simili dimostravano la loro prontezza di fronte alla morte. Allora quattro carnefici cominciarono ad estrarre dal fodero le spade in uso presso i giapponesi. Alla loro orribile vista tutti i fedeli gridarono: “Gesù! Maria!” e quel che è più, seguì un compassionevole lamento di più persone, che salì fino al cielo. I loro carnefici con un primo e un secondo colpo, in brevissimo tempo, li uccisero.

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Spiritualità nell’Arte: “La Presentazione al Tempio”, di Rembrandt. Omelia del Santo Padre Benedetto XVI nella Festa della Presentazione del Signore, in occasione della XVII Giornata della Vita Consacrata

2 febbraio 2015

Rembrandt van Rijn, 1628 circa, Amburgo, Kunsthalle

 

La Presentazione al Tempio di Gesù

Nel dipinto di Rembrandt che mostra la” Presentazione al Tempio” sono accanto al Bambino quattro personaggi: Maria, Giuseppe, l’anziano Simeone e Anna. E’ quest’ultima, la profetessa Anna a manifestare per prima con enfasi la meraviglia, lo stupore e l’ emozione di fronte a un incontro tanto atteso quanto inaspettato.

Lei che rimasta vedova ancora giovane aveva dedicato tutta la vita al servizio del tempio, ora a ottantaquattro anni, ha il dono di vedere il Messia. Il suo sguardo attonito, fisso sul Redentore, le mani alzate mostrano come la lode a Dio sia l’inno che parte da un cuore fedele, “dedito notte e giorno al digiuno e alla preghiera nel tempio”. Ma chi ha nel quadro il momento più felice è il vecchio Simeone con Gesù deposto sulle ginocchia, un Bambino circondato da un’aureola luminosa, metafora definita nel Cantico “luce per illuminare le genti e gloria del popolo Israele”.

Dopo averli benedetti, Simeone parla a Maria, predicendole che una spada le avrebbe trafitto l’anima.

L’attenzione rivolta ad essa, la mano allungata quasi a toccarla, determinano l’atmosfera di un colloquio intimo, di parole dette a bassa voce, di cui entrambi gli interlocutori conoscono già il significato profondo, vista l’assidua preghiera e la lettura quotidiana delle Scritture.

L’accoglienza di Maria è totale, con il viso fisso ad ascoltare e le mani dalle dita intrecciate, sembra non voler perdere neppure una sillaba, tanto che Luca scrive: “lei serba tutte queste cose nel suo cuore”.

Lo stupore e la devozione connotano questa Madre, presaga di dover assistere alla passione del Figlio, ora in ginocchio ad adorarlo e riverente verso il Sacerdote profetizzante.

Nell’angolo, ritratto di spalle, sta Giuseppe, pure genuflesso, uomo umile e pio, figura silenziosa eppur essenziale nella Sacra Famiglia; durante il suo cammino di vita accanto a Maria e al Bambino è sempre pronto ad eseguire la volontà di Dio, trasmessagli dagli angeli. Egli ascolta, assiste con disponibilità e obbediente alle leggi d’Israele porta Gesù al Tempio, perchè avendo 8 giorni doveva essere circonciso.

Questa” Presentazione al Tempio” è un’opera in cui rifulgono le virtù, dalla Fede dei due anziani alla loro Speranza, già compiuta davanti al Redentore, alla Carità dei due genitori in adorazione.

Un grande insegnamento, una pedagogia di vita cristiana leggera emana dal Dio-Bambino, fonte di Luce per l’umanità, “Stella Supernova”, come ha voluto definirLo Benedetto XVI nel giorno dell’Epifania appena trascorso.

Ma anche lo sfondo dietro i quattro testimoni dell’evento messianico è pervaso di luce, un fulgore destinato ad uscire dal tempio e a riflettersi verso il mondo, in contrasto con la zona d’ ombra sulla destra dove la Parola Incarnata non è ancora risuonata.

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La Sagrata Familia, la creazione e Gaudì. Lluís Martínez Sistach

16 gennaio 2015

 

 

La Sagrada Família è un inno alla natura, è un canto alla luce e a tutto il creato che, secondo il libro della Genesi, seguì alla creazione della luce. La visione che Gaudí ha della natura e che plasma nella sua opera è molto vicina a quella di san Francesco d’Assisi. Pertanto, a ragione, si è parlato di un’ispirazione francescana nella sua opera, e di uno stile francescano nella sua vita, in particolare quanto a umiltà e povertà.

È ben noto che le strutture geometriche, nella cui creazione e uso Gaudí è geniale, si ispirano alla natura. «Il grande libro – affermava – sempre aperto e che conviene sforzarsi di leggere, è quello della natura. Gli altri libri sono tratti da questo e contengono gli errori e le interpretazioni degli uomini. Ci sono due grandi rivelazioni: una dottrinale, della morale e della religione (col termine “dottrina” Gaudí fa riferimento alla Sacra Scrittura), e l’altra, che ci guida attraverso i fatti, che è quella del grande libro della natura». «Ogni cosa proviene dal grande libro della natura – aggiungeva Gaudí –; le opere degli uomini sono già un libro stampato. Vedete quell’albero vicino al mio laboratorio? Lui è il mio maestro». Raramente in un autore degli inizi del XX secolo si possono trovare affermazioni simili così piene di amore e rispetto verso la natura. Gaudí, nel suo modo di amare e rispettare la natura, fu anche un innovatore.

Fu un vero apostolo dell’ecologia. Non è forse questa una delle caratteristiche che rende alla Sagrada Família un significato veramente universale, sia a oriente, Giappone in particolare, sia a occidente? Dove apprese il nostro architetto questo amore per la natura? Senza dubbio alcuno, dalla sua infanzia. Si è detto che l’infanzia è la patria di ogni persona per tutta la propria vita terrena. Per quanto riguarda Gaudí sappiamo che durante l’infanzia soffrì di reumatismi articolari, ragion per cui si trasferiva spesso a Riudoms, in una masseria di famiglia, in groppa a un asinello, perché il dolore gli impediva di camminare.

Lì, così come confessò a Joan Bergós, nel libro Gaudí, l’home i l’obra, «con i vasi di fiori, circondato da vigneti e uliveti, animato dal chiocciare delle galline, dai canti degli uccelli e dal ronzio degli insetti, e con le montagne di Prades a fare da sfondo, potei cogliere le più pure e gioiose immagini della natura.

Questa natura che sempre mi è maestra». Dello spirito di osservazione del Gaudí bambino ci parla questa confessione fatta a Bergós: «A causa della mia malattia, dovetti astenermi spesso dal giocare con i miei compagni, cosa che favorì in me lo spirito di osservazione. Così, quando il maestro spiegò in una lezione che gli uccelli avevano ali per volare, osservai che “le galline della nostra fattoria hanno ali molto grandi e non sanno volare: le utilizzano per correre più velocemente”».

È stato scritto che il tempio da lui ideato costituisce un grande giardino in pietra, nel quale il regno minerale, vegetale e animale, perfino gli esseri più umili, come le tartarughe, danno il loro contributo all’opera e intonano un canto di lode al Creatore. Gaudí asseriva che, nell’edificare l’opera, si proponeva di plasmare con la pietra gli esseri viventi che individuava e ammirava nel prato del terreno su cui doveva sorgere la sua “cattedrale”.

È ben nota la sua ammirazione per i colori. Gaudí credeva che la vita si esprimesse nei colori che non dovevano assolutamente mancare nella sua opera, perché sono espressione di vita ed esplosione di gioia. Questa visione gioiosa e riconoscente della natura è un elemento molto valido per il nostro dialogo con gli uomini di oggi e con la cultura attuale, fortemente segnata dall’ecologia. «Il colore è vita».

Come ammirerebbe Gaudí il modo in cui si è diffuso il colore nel mondo attuale! Gaudí era mediterraneo al cento per cento. E sapeva molto bene come la latitudine influisse sul sentimento della bellezza. Secondo Martinell, l’architetto spiegava ai suoi visitatori quanto segue: «Noi abitanti dei Paesi bagnati dal Mediterraneo sentiamo la bellezza con più intensità degli abitanti dei Paesi del Nord, ed essi stessi lo riconoscono. […] Abbiamo l’obbligo di infondere questo sentimento di vita nelle nostre opere, nel cui aspetto deve riflettersi il nostro modo di essere». Gaudí raccontò un aneddoto molto esplicativo del suo amore per la natura, secondo la testimonianza raccolta da Bergós riguardo la costruzione della Casa Vicens: «Quando andai a prendere le misure del terreno, questo era interamente coperto da fiorellini gialli; fiorellini che sono stati ripresi come motivo fondamentale delle piastrelle in ceramica. Trovai anche un esuberante margallón [palma], la cui forma delle foglie, come fuse nel ferro, formano le inferriate e la porta di ingresso».

Come è noto, nel Rosario monumentale della montagna di Montserrat, a Gaudí venne affidata la costruzione del primo mistero della Gloria: la risurrezione di Gesù. Anche qui, oltre alla simbologia cristiana, diede prova del suo amore verso gli esseri più umili della natura. Bergós lo racconta in questo modo: «Collocai il mistero della risurrezione in un angolo del percorso, facendo scavare in modo realista la roccia che si vede di fronte alla grotta funeraria, con in mezzo il sepolcro vuoto; alla sinistra del sarcofago, le sante donne ricevono l’annuncio dell’angelo su quanto è accaduto al Maestro. Quando lo spettatore si gira, contempla con emozione che Cristo rifulgente sembra elevarsi sull’alta rupe che vi è accanto. Le sculture collocate all’interno della grotta sono di Reart, e il Cristo, in bronzo dorato, è di Llimona. Adesso manca solo che siano piantati alcuni alberelli e siano coltivati gli ortaggi più umili, per suggerire l’idea dell’orto del buon giardiniere di cui parla il Vangelo e affinché il canto di molti uccelli accompagni la messa della mattina di Pasqua».

Nel suo capolavoro, Gaudí introdusse gli elementi della natura, affinché la creazione convergesse nella lode divina, e allo stesso tempo portò all’esterno della chiesa le pale d’altare, per mettere davanti agli uomini il mistero di Dio rivelato nella nascita, nella passione, nella morte e nella risurrezione di Gesù Cristo. Il nostro architetto fece ciò che possiamo definire uno dei compiti più importanti oggi: «Superare – come affermò Benedetto XVI – la scissione tra coscienza umana e coscienza cristiana, tra esistenza in questo mondo temporale e apertura alla vita eterna, tra la bellezza delle cose e Dio come bellezza.

Non realizzò tutto questo con parole, ma con pietre, linee, superfici e vertici. In realtà, la bellezza è la grande necessità dell’uomo; è la radice dalla quale sorgono il tronco della nostra pace e i frutti della nostra speranza. La bellezza è anche rivelatrice di Dio perché, come Lui, l’opera bella è pura gratuità, invita alla libertà e strappa dall’egoismo».

 

Lluís Martínez Sistach

pubblicato su Avvenire del 16 gennaio 2015

I Bambinelli miracolosi del Natale. “Cuore del mondo”: Il Bambinello di san Pio

27 dicembre 2014

 

Il Bambinello di San Padre Pio sarà esposto nella  chiesa di San Salvatore in Lauro, a Roma, in via dei Coronari, fino al 6 gennaio 2015.

E’ una preziosa Reliquia devozionale che il Santo di Pietrelcina ha tenuto per anni con sé prima di donarla a Carlo Campanini che ne è diventato il custode.

Il Bambinello è alto circa sessanta centimetri di altezza. Un ignoto artigiano ha cesellato da un unico legno: la mano destra con 3 dita alzate; in quella sinistra, un cuore rosso dove arde una fiammella d’oro; una tunica beige che lo cinge fino ai piedi ed il capo cinto da una corona che reca incise le parole “Cuor del Mondo”.

“Papà frequentava San Giovanni Rotondo – ricorda Maria Pia Campanini, figlia dell’artista e custode del Bambinello – e quando andava a trovare il Frate di Pietrelcina nel luogo della Clausura, fuori della sua cella vedeva questo bel Gesù bambino, il ‘Bambinello dei baci’, talmente bello che un giorno di inizio primavera del 1966 chiese a Padre Pio di poterlo far uscire dal suo confine di preghiera e portarlo nel mondo. Il Frate Superiore non ci pensò due volte e glielo donò. E da allora la mia famiglia ne è custode”

Messa in do minore di Mozart. Et incarnatus est alla Messa di Natale di papa Francesco

23 dicembre 2014

 

 

In occasione della Messa della Notte di Natale, presieduta da Papa Francesco la sera del 24 dicembre alle 21.30 nella Basilica di San Pietro, e trasmessa in Mondovisione da parte di tante emittenti televisive in tutto il mondo, sarà eseguito l’Et Incarnatus est della Messa in Do minore di Mozart. Il brano – che si inserisce tra i canti liturgici gregoriani previsti nella celebrazione – fa riferimento al prologo del Vangelo di San Giovanni: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

Ad eseguirlo sarà l’Orchestra Sinfonica di Pittsburgh guidata dal direttore austriaco, Manfred Honeck.

La solista sarà Chen Reiss, soprano di origini israeliane.

Mozart compose la Messa in Do minore tra il 1781 e il 1782, a Vienna, come voto per la guarigione della futura sposa Constanze, che si era ammalata.

 

Sulla scelta di inserire questo brano nella Messa della Notte di Natale,  il direttore della Cappella Musicale Pontificia “Sistina”, Mons. Massimo Palombella ha evidenziato che “il significato di questa scelta si pone in una comprensione della riforma liturgica del Concilio Vaticano II che cerca di coglierne la sfida e il senso. Generalmente e ecclesialmente ci sono state e continuano a permanere 2 visioni sulla logica della riforma liturgica del Concilio in relazione alla musica. C’è chi sostiene che con la riforma liturgica è tutto finito: tutto il patrimonio grande della Chiesa è tutto finito. Dall’altra parte, coloro che sostengono che con la riforma liturgica bisogna buttare via tutto ciò che ci ha preceduto, perché è tutto nuovo: bisogna rifare tutto nuovo. Ecco, io penso che ecclesialmente e teologicamente noi dobbiamo comprendere che ogni riforma della Chiesa è sempre inclusiva delle precedenti. Allora, la riforma liturgica del Concilio Vaticano II che prima di ogni altra cosa, dal punto di vista liturgico-musicale, è una grande sfida di cultura, perché ci obbliga imprescindibilmente a dialogare con la cultura contemporanea – abbiamo appena Beatificato Paolo VI che sigla e sigilla questo grande anelito del Concilio: il dialogo con la cultura contemporanea – ma insieme io posso dialogare se ho delle radici, quindi la conoscenza di ciò che ci ha preceduti. Posta questa premessa, questa scelta si colloca così: è un’intelligente collocazione all’interno della liturgia rinnovata dal Concilio Vaticano II, di un segmento del patrimonio – del grande patrimonio ecclesiale – in questo caso, un segmento della Messa di Mozart K427 in Do minore, e precisamente l’Et Incarnatus est, collocato con una pertinenza liturgica all’interno della celebrazione. Per cui, al canto del ‘Credo’ della schola, alternato all’assemblea, al posto della schola, con un cimento musicale, si farà l’Et Incarnatus est dalla Messa K427. Questo risponde a ciò che il Concilio profondamente ci chiede. Ecco, il senso è questo: la collocazione di un segmento della grande tradizione ecclesiale musicale, all’interno della liturgia rinnovata, ma che questo segmento si possa fare con una pertinenza liturgica, che è la grande sfida che il Concilio pone alla musica: la pertinenza liturgica”.

Papa Francesco ha detto che l’Et Incarnatus “è insuperabile, ti porta a Dio”, e questo “è anche il motivo per cui si è fatta questa scelta, quest’anno, di fare questa inserzione all’interno della celebrazione. E questo è il lavoro che il Concilio ci chiede: non ci chiede una visione chiusa o esclusiva della realtà; ci chiede una visione che includa la realtà, quindi include la tradizione ma dialoga con la modernità. Rifugiarsi in un sicuro passato o percorrere solo ed esclusivamente strade di sperimentazione, doverose ma sempre all’interno di un contesto ecclesiale. Quindi, il grande equilibrio che ci chiede il Concilio è proprio questo: il dialogo con la modernità, con le nostre radici”

 

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I due massimi capolavori di Wolfgang Amadeus Mozart nell’ambito della musica sacra, la Messa in do minore K. 427 (K. 417 a) e il Requiem in re minore K. 626, rimasero entrambi incompiuti. Fu la morte a fermare per sempre la mano di Mozart mentre vergava il Lacrimosa del Requiem, mentre l’incompiutezza della Messa deve essere attribuita a cause meno tragiche. Mozart aveva infatti iniziato a comporla per una sua autonoma decisione, uscendo per una volta dal sistema della committenza che regolava la produzione musicale dell’epoca; ma i tempi non erano maturi perché un musicista potesse liberamente dedicare il suo tempo a una composizione priva d’una precisa destinazione e quindi la Messa in do minore fu messa da parte a favore di lavori più urgenti. Invece Mozart non lasciò mai a metà le musiche sacre connesse ai suoi impegni salisburghesi. Non dipendere per una volta da una precisa committenza permise però a Mozart di concepire liberamente questa Messa su una scala più ampia e complessa, mentre fino allora aveva dovuto ottemperare alle imposizioni del suo “padrone”, il principe-arcivescovo di Salisburgo, che dalla musica sacra pretendeva semplicità e brevità. (more…)

Ebook gratuito: “Anime Sante” di Paolo Curtaz. Un racconto per il Natale.

20 dicembre 2014

Francesco Mazzola, detto Parmigianino, Natività, Palazzo Doria Pamphjli, Roma

http://www.paolocurtaz.it/ebook/anime-sante/

L'”albero gemello” ed il “Presepe in opera” in Piazza s. Pietro. Cerimonia di accensione dell’Albero di Natale e inaugurazione del Presepe.

19 dicembre 2014

La cerimonia di accensione dell’Albero di Natale e inaugurazione del Presepe. 

Diretta alle 16.30

http://www.ctv.va/content/ctv/it/livetv.html

L’albero di Natale in piazza s. Pietro è proveniente dalla zona di Passo dell’Abate, nel comune di Fabrizia, in provincia di Vibo Valentia E’ un abete bianco donato dall’Amministrazione Provinciale di Catanzaro è stato trasportato in Vaticano il 4 dicembre. La pianta è alta 25,5 metri per un diametro di 55 centimetri, una larghezza massima della chioma di circa 10 metri e un peso stimato in 80 quintali.

Presenta una particolarità: il tronco principale ha infatti un tronco “gemello”, trattandosi di fatto di 2 tronchi uniti.

Nel pomeriggio del 19 dicembre, alle 16.30, si svolgerà un’unica cerimonia alla presenza delle Delegazioni delle 2 Istituzioni che li hanno donati al Papa, dal quale saranno ricevute in Udienza durante la mattinata.

La Natività, dal titolo “Il Presepe in Opera”, è giunto da Verona ed è ispirata alla Lirica.

La Fondazione scaligera, insieme ad altri Enti benefattori, offrirà al Governatorato la scenografia dell’opera Elisir d’Amore di Gaetano Donizetti, creata dallo scenografo Francesco Canessa. Il Presepe sarà arricchito da una ventina di statue di terracotta a grandezza naturale, con vestiti e accessori realizzati con materiale resistente alle intemperie.

L’ingombro dell’allestimento sarà di quasi 24 metri di lunghezza e 12 di larghezza, e avrà un’altezza massima di 8 metri.

Una quinta a 3 lati raffigurante il dipinto “Angeli musicanti” di Giovanni Battista Gaulli completerà la realizzazione.

Albero e Presepe rimarranno esposti nella Piazza fino alla fine del mese di gennaio del 2015.

 

PAROLE DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALLE DELEGAZIONI DA VERONA E DA CATANZARO
PER IL DONO DEL PRESEPIO E DELL’ALBERO DI NATALE IN PIAZZA SAN PIETRO

Sala Clementina
Venerdì,
19 dicembre 2014

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Cari fratelli e sorelle,

vi incontro nel giorno in cui vengono inaugurati il presepio e l’albero di Natale in Piazza San Pietro, e ringrazio tutti coloro che hanno cooperato, in vari modi, alla loro realizzazione. Vi saluto tutti cordialmente, incominciando dai vostri Vescovi, Mons. Giuseppe Zenti e Mons. Vincenzo Bertolone. Con loro saluto le Autorità e i rappresentanti delle istituzioni che hanno generosamente favorito questa iniziativa. Grazie per questi due bellissimi doni natalizi, che saranno ammirati dai numerosi pellegrini, provenienti da ogni parte del mondo.

Il presepe con le statue di terracotta a grandezza naturale, donato dalla Fondazione Arena di Verona, e il grande abete con gli altri alberi destinati a diversi ambienti del Vaticano, offerto dall’Amministrazione Provinciale di Catanzaro, esprimono le tradizioni e la spiritualità delle vostre Regioni. I valori del cristianesimo, infatti, hanno fecondato la cultura, la letteratura, la musica e l’arte delle vostre terre; e ancora oggi tali valori costituiscono un prezioso patrimonio da conservare e trasmettere alla future generazioni.

Il presepio e l’albero di Natale sono segni natalizi sempre suggestivi e cari alle nostre famiglie cristiane: essi richiamano il Mistero dell’incarnazione, il Figlio unigenito di Dio fattosi uomo per salvarci, e la luce che Gesù ha portato al mondo con la sua nascita. Ma il presepe e l’albero toccano il cuore di tutti, anche di coloro che non credono, perché parlano di fraternità, di intimità e di amicizia, chiamando gli uomini del nostro tempo a riscoprire la bellezza della semplicità, della condivisione e della solidarietà. Sono un invito all’unità, alla concordia e alla pace; un invito a fare posto, nella nostra vita personale e sociale, a Dio, il quale non viene con arroganza ad imporre la sua potenza, ma ci offre il suo amore onnipotente attraverso la fragile figura di un Bimbo. Il presepe e l’albero portano quindi un messaggio di luce, di speranza e di amore.

A voi qui presenti, alle vostre famiglie e a tutti gli abitanti delle vostre Regioni, Veneto e Calabria, auguro di trascorrere con serenità ed intensità il Natale del Signore. Egli, il Messia, si è fatto uomo ed è venuto in mezzo a noi, per dissipare le tenebre dell’errore e del peccato, recando all’umanità la sua luce divina. Gesù stesso dirà di sé: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12). Seguiamo Lui, la luce vera, per non smarrirci e per riflettere a nostra volta luce e calore su quanti attraversano momenti di difficoltà e di buio interiore.

Cari amici, grazie dei vostri doni! Invoco su ciascuno di voi la protezione materna della Vergine Santa e di cuore vi benedico. Per favore non dimenticate di pregate per me! Buon Natale!

 

La storia e le tradizioni del Presepe Italiano (7). Il Presepe Ligure.

17 dicembre 2014

Il fiorire delle arti a Genova fece seguito al costituirsi della città come repubblica indipendente nel 1528.

Le prime produzioni consistono in statuine intagliate nel legno, dorate e dipinte che prendono a modello sculture in marmo, paliotti d’altare, trittici, quadri riproducenti Natività e Adorazioni dei Magi, che si trovano nelle chiese della città e del circondario.

Il fenomeno procede di pari passo con il costume devozionale delle processioni durante le quali era usanza trasportare a spalla grandi statue di legno dipinte, commissionate dalle varie confraternite (le così dette “Casaccie”) come quelle del “Santo Presepio” e dei “SS. Tre Re Magi”. Documenti confermano, almeno dal 1610, l’uso del presepio mobile; si sa inoltre che nel medesimo secolo sono in uso delle statuette con le parti visibili modellate in cera, come pure si hanno figure ritagliate a traforo e dipinte da artisti di valore. Tuttavia il caratteristico presepio genovese del Settecento sarà quello con figure in legno interamente scolpite.

Difficile stabilire quando l’usanza del presepio sia passata dalle confraternite alle case private. Pare abbastanza probabile che nei primi anni del XVII secolo gli unici committenti di figure presepiali siano state le organizzazioni religiose; soltanto dopo la seconda metà del secolo l’usanza si sarebbe diffusa anche tra la nobiltà. Non a caso il periodo delle committenze patrizie coincide con le migliori produzioni, tanto nella qualità quanto nella quantità, delle statuine.
Anche a Genova, del resto, si verifica un fenomeno di partecipazione e di emulazione: dalla fine del Seicento i nobili gareggiano con le chiese nell’allestire scenari e commissionare figure. Come a Napoli e in Sicilia il presepe privato finisce per costituire un arredo di valore che offre l’occasione di far sfoggio della propria sontuosità, pertanto favorisce l’attività di numerosi artisti e artigiani specialisti nell’intaglio, raccolti in numerose botteghe tra cui, la più famosa, quella del Maragliano. La specializzazione non è infatti meno varia e attiva che a Napoli, né meno sviluppata: anche a Genova compaiono orafi, argentieri, armaioli, cesellatori, stuccatori, ebanisti e indoratori che forniscono gli oggetti necessari, quelli che a Napoli si chiamano ” finimenti “. Non meno attenta la cura nella confezione degli abiti: tra Seicento e Settecento numerose dame della nobiltà, per svago o per gioco, si dilettano nel vestire di trine i propri pastori.

Per quanto complesso, il presepe genovese è tuttavia meno vario di quello napoletano: mentre infatti quest’ultimo rappresenta uno spaccato della quotidiana vita urbana, il primo è più fedele al racconto evangelico, pur non escludendo elementi estranei allo stesso. In effetti, sebbene anche a Genova il presepio diventi spettacolo in quanto cede alla moda, è tuttavia evidente la fedeltà al mistero di Betlemme. La stessa scenografia, rimasta semplicissima, ignora i giochi prospettici propri della tradizione partenopea, ma è portata a riprodurre, in un andamento corale verso la mistica grotta, la teoria processuale delle Casaccie.
Se a Napoli si assiste ad una tendenza alla verticalità e ad un affollarsi di figure, tanto che il mistero della Natività sembra perdersi nella minuziosa ed attenta ricostruzione degli ambienti, a Genova si notano invece la tendenza all’orizzontalità e la singolare assenza di profondità.
Se si può affermare che a Napoli il presepio si caratterizza per il passaggio dalla costruzione di manichini in legno all’esecuzione in terracotta dipinta delle teste, a Genova ciò non avviene: la contemporanea presenza di figure interamente in legno e di altre snodate, sicuramente di mano del Maragliano, conferma che la tecnica non subisce sostanziali cambiamenti. Il manichino resta comunque senza dubbio di più rapido allestimento; tra l’altro esso si prestava anche, mutati gli abiti e gli addobbi, ad una rinnovata utilizzazione.

 

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La storia e le tradizioni del Presepe Italiano (6). Il Presepe Siciliano

16 dicembre 2014

In Sicilia l’arte presepiale, pur risentendo degli influssi della scuola napoletana, si differenzia per l’incredibile varietà di stili e materiali impiegati. Nella mappa dei centri siciliani produttori di presepi Palermo, Messina, Trapani, Siracusa, Caltagirone, Acireale, Noto, Ragusa sono le città più note per i maestri che vi hanno operato.

La diffusione del presepio in Sicilia si può datare a partire dal secolo
Il passaggio dalla esecuzione delle figure in pietra a quelle in legno a tutto tondo può essere storicamente considerato l’atto di nascita del presepe vero e proprio, che si caratterizza subito per la teatralizzazione delle composizioni plastiche e la forte impronta naturalistica affidata alla modellazione dei personaggi. XV, periodo in cui era costume rappresentare la nascita di Gesù con statuine tridimensionali mobili. Il Laurana e i Gagini, furono gli interpreti più importanti della scultura presepiale siciliana del periodo.
Del 1494 è il gruppo marmoreo realizzato da Andrea Mancino, nella chiesa dell’Annunziata a Termini Imerese, considerato la prima opera presepiale siciliana.

A San Bartolomeo a Scicli, è conservata un’opera di fattura napoletana che si fa risalire al 1576 anche se ha subìto nel tempo reiterati interventi di restauro, con pesanti rimaneggiamenti e consistenti integrazioni.

Già nella prima metà del XVII secolo è attestato l’impiego di figure mobili, scolpite in legno in piccola o in grande scala, all’interno di presepi montati nelle cappelle private dei nobili. Uscite dalle chiese ed entrate nelle case delle famiglie aristocratiche, le statuine crescono di numero e si arricchiscono sempre più di elementi decorativi che ne accentuano eleganza formale e vivacità realistica, trasformandole (da oggetti di culto) in vere e proprie opere artistiche, da esporre, ammirare.

Quando si cominciarono ad usare materiali preziosi come l’oro, l’argento, la madreperla, l’avorio e il corallo, l’evoluzione del presepe in soprammobile in stile raggiunse il suo culmine.
Chiusa dentro bacheche di vetro, la piccola composizione della Natività posata su antichi cassettoni o davanti a raffinate specchiere, rimaneva stabilmente esposta per essere a lungo ammirata. Mentre a Napoli si introducevano i manichini lignei rivestiti con le più ricche e sfarzose stoffe degli abiti della moda del tempo, in Sicilia la ricchezza e la ricercatezza nei gusti e nello stile erano date soprattutto dalla lavorazione a bulino delle pietre più pregiate, con le quali erano eseguite le piccole e splendide Sacre Famiglie, oggi in gran parte conservate presso il Museo Pepoli di Trapani.
Il più importante centro di produzione di questo tipo di Natività è la zona del trapanese.
Argentieri e corallari diedero vita a un capitolo tutto nuovo e tutto siciliano della storia del presepe, attraverso la manifattura di piccoli gruppi scultorei raffiguranti la Natività inserita fra i ruderi di un edificio classico o nel folto di una rigogliosa vegetazione.
La sapiente commistione cromatica dei diversi materiali preziosi:il bianco intenso dell’avorio, il rame dorato, il rosso vivo del corallo, i contrastanti riflessi delle lamine d’argento sbalzate e delle gemme e degli smalti applicati, ha contribuito a fare, di queste minute ed elaborate composizioni, singolari opere d’arte la cui fama ha percorso tutta l’Europa.
Fra gli autori di questi presepi si ricorda il maestro Giuseppe Tipa che con i figli Andrea e Alberto fu titolare di una prestigiosa bottega attiva a Trapani almeno fino alla fine del XVIII secolo.

Alla stessa città di Trapani e al nome di Giovanni Matera si legano le fortune di un’altra fondamentale pagina nella storia della cultura figurativa siciliana: l’arte della scultura modellata secondo le tecniche della “tela e colla”. In legno di tiglio erano costruiti la testa e lo scheletro delle figure, su cui erano organicamente sovrapposte e morbidamente drappeggiate tele imbevute di colla e gesso a simulare i costumi dei personaggi. Matera fu insuperato caposcuola di queste particolari tecniche di scultura presepiale. Le sue opere più significative si possono ammirare nel Museo Pitrè di Palermo e nel Museo Nazionale di Monaco di Baviera.
Tecniche e stile adoperati dal Matera furono a lungo modelli di riferimento per i costruttori di pastori e presepi siciliani, grazie anche all’economicità dei materiali d’uso che favorì una larga diffusione popolare di questa tradizione artigianale.

 

Un discorso a parte merita la produzione dei presepi in cera, particolarmente ricca nella regione iblea, che può vantare una storica e ancora fiorente apicoltura.

Alle soglie dell’Ottocento il presepe, definitivamente uscito dagli ambienti meramente ecclesiastici e aristocratici, comincia ad assumere connotati e caratteri popolari, diventa oggetto domestico rituale, entra anche nelle case delle famiglie meno abbienti, sia in città che nelle campagne. La ceroplastica, attività praticata fin dal medioevo all’interno dei monasteri e dei conventi, diventò a partire dal secolo XVIII specializzazione dei cirari, che sfruttarono la versatilità e la duttilità della materia per eseguire ex voto, modellare santi e bambinelli e plasmare piccole Natività. Le cere scolpite erano oggetto di culto ma anche di ammirazione artistica, per la varietà e la preziosità degli addobbi che spesso guarnivano i soggetti. Di notevole fattura sono le opere del siracusano Gaetano Zummo, tra i primi e il più celebre ceroplasta siciliano del quale si trovano alcuni gruppi statuari di grande pregio nel Victoria and Albert Museum di Londra.
Altri nomi noti sono quelli di Anna Lo Fortino e di Rosalia Novelli di Palermo, di Giovanni Rosselli di Messina e di Ignazio Macca di Noto.

L’utilizzo popolare del presepio si deve soprattutto all’utilizzo della terracotta. La ceramica popolare ebbe infatti in quegli anni forte sviluppo e con essa l’arte dei figurinai, ovvero degli artigiani che dall’argilla modellata ricavavano le statuine da presepe. L’introduzione degli stampi di gesso nel ciclo di lavorazione fu poi determinante per abbassare i costi e incrementare la produzione in serie delle figurine in terracotta. Da questo fatto tecnico e da questo preciso momento può farsi cominciare la storia del presepe popolare con le sue alterne vicende che continuano fino ai nostri giorni.

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La storia e le tradizioni del Presepe italiano (5). Il Presepe Pugliese.

15 dicembre 2014

 

Le più antiche testimonianze sopravvissute dei Presepi pugliesi appartengono alla seconda metà del Quattrocento, mentre nel Cinquecento si assiste ad un notevole sviluppo del fenomeno, che va lentamente declinando nel Seicento sino a cessare quasi completamente nel Settecento. Testimonianze documentarie, storiche ed orali ci dimostrano come essi fossero assai più numerosi di quel che ne è sopravvissuto lascerebbe credere.

La comparsa dei Presepi monumentali in Puglia – saranno considerati “pugliesi” anche i Presepi localizzati nell’attuale provincia di Matera, non solo perché questa sino al 1663 fece parte integrante della Terra d’Otranto, ma anche perché il suo territorio è del tutto omogeneo, dal punto di vista morfologico, fisico e antropico, a quello dell’alta Murgia non senza conseguenze, come vedremo, anche nell’ambito specifico dei presepi – avviene in concomitanza con la rinascita della statuaria in pietra, legata ai nomi di alcuni scultori di cui si va sempre meglio precisando la fisionomia artistica: da Nuzzo Barba di Galatina (la cui attività documentata si pone tra il 1484 e il 1523, ma che non è improbabile abbia iniziato la sua carriera già verso il 1475-80), a Stefano Pugliese da Putignano (notizie dal 1491 al 1538), a Paolo da Cassano (documentato attivo tra il 1511 e il 1535), ad Altobello Persio (Montescaglioso 1507 – Matera 1593), al fratello Aurelio (Montescaglioso 1518 – Castellana 1551), al leccese Gabriele Riccardi (notizie dal 1524 al 1570).

In analogia con quanto si può osservare per la statuaria, anche i Presepi pugliesi, dal più antico (Galatina, chiesa di Santa Caterina d’Alessandria) al più recente (Putignano, chiesa Matrice) sono eseguiti in pietra locale, dal calcare al carparo alla più tenera pietra leccese, materiali senz’altro più resistenti a paragone della terracotta, dello stucco o del legno usati in altre aree, che ne giustificano sicuramente l’eccezionale conservazione.
La Puglia, attiva importatrice dalla Grecia di marmi destinati alle suppellettili ecclesiastiche almeno sino all’inizio del XIII secolo, ha saputo sfruttare in seguito l’eccezionale disponibilità in loco della pietra, tanto abbondante da contendere lo spazio al magro terreno: e come la pietra è l’elemento caratterizzante delle grandi Cattedrali medievali e dei castelli normanni e federiciani, lo diviene poi di statue, altari, edicole, arredi, monumenti sepolcrali che costituiscono il cospicuo e misconosciuto patrimonio ereditato dai secoli XV e XVI.

Nel caso dei Presepi, similmente a quanto si verifica per la statuaria a destinazione devozionale, la pietra non è mostrata a vista dallo scultore, ma mascherata da una vivace policromia, con intenti fortemente realistici se non di vera e propria mimesi del reale. Fa eccezione quel che rimane del Presepe cinquecentesco della Cattedrale di Lecce, realizzato in bianca pietra leccese, un materiale tanto poroso da sconsigliare l’uso della policromia.
L’effetto realistico che si richiedeva ai Presepi attraverso il colore era forse in rapporto con la loro destinazione e, non meno, con la loro funzione: se si indaga infatti sulla dislocazione dei Presepi pugliesi, se ne ricava che la maggior parte di essi è (od era) collocata in chiese di conventi appartenenti all’Ordine dei Minori Osservanti. Nel rinnovare, attraverso i Presepi fissi, quello di Greccio voluto da San Francesco nel 1223, i Francescani intendevano, conformemente alla loro regola, rivolgersi direttamente al cuore della gente umile con un linguaggio semplice, di presa immediata, estremamente efficace nel suo non esprimersi per simboli ma per cose.
La destinazione “popolare” è chiara anche per i numerosi Presepi collocati in chiese di grande frequentazione, Matrici e Cattedrali.
Il carattere tipico del Presepe si manifesta quindi nello specifico medium adottato, la pietra, che si nasconde e fa da supporto al colore, solo raramente pervenutoci nella sua stesura originaria, più spesso appesantito da interventi che, pur se per la maggior parte di livello assai scadente, sono testimonianza comunque della vitalità di queste immagini e in questo senso prezioso documento della continuità della devozione.
La disponibilità della pietra detta anche scelte iconografiche particolari, come l’adozione ricorrente – stando almeno a quel che si può dedurre dagli esemplari meglio conservati – della grotta, talora arricchita da stalattiti, in omaggio alla morfologia di una terra carsica per eccellenza qual è la Puglia.
È probabile comunque che la pietra, pur nelle sue specificazioni locali, non costituisse l’unico materiale adottato dai “presepari” pugliesi e che accanto ad essa si perpetuasse e desse parallelamente i suoi frutti l’antica arte di modellare, cuocere e dipingere la terra, analogamente a quanto avveniva in terre di grande tradizione fittile, come l’Emilia, la Toscana, l’Abruzzo.

I Presepi pugliesi hanno un’impaginazione compositiva pressoché costante. Nei più completi tra essi il gruppo della Sacra Famiglia, di grandezza all’incirca al naturale, è collocato in una grotta, in alcuni casi ricavata dalla viva roccia sommariamente sbozzata, in altri ottenuta con l’accostamento di pietre, legate o non dalla malta.
Sull’estradosso della grotta sono rappresentate le scene dell’Annuncio ai pastori e della Cavalcata dei Magi (quest’ultima si snoda di solito da una porta di città). Entrambe sono accompagnate da una pittoresca e multiforme folla di figure umane e di animali, talora esotici, che compongono gustose scenette di genere.
Contrariamente a ciò che avverrà nei presepi campani, dove la Natività è spesso confinata in un angolo per dare maggior spazio al fasto che la circonda, la Sacra Famiglia e la grotta rappresentano l’elemento centrale verso cui convergono l’andamento corale dell’allestimento e l’attenzione dello spettatore.

 

Se la storia più antica dell’arte presepiale pugliese è sicuramente legata alla scultura in pietra, la tecnica più conosciuta, viva ancora oggi, è quella della cartapesta iniziata nell’Ottocento dai cartapestai del Salento e di Lecce.

 

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La storia e le tradizioni del Presepe italiano (4). I luoghi tipici del presepe napoletano

12 dicembre 2014

Nel presepe napoletano i personaggi  trovano colorate e realistiche ambientazioni, tipizzate e costanti, anch’esse con diversi significati simbolici.

 

La tradizione che Gesù sia nato in una grotta è attestata in Oriente già nel II secolo, mentre in Occidente compare solo due secoli dopo, soppiantando completamente la tradizione della nascita divina in una stalla o capanna.Nei simbologia del presepeVangeli si parla solo di una mangiatoia, quasi a validare la profezia di Abacuc secondo la quale il Salvatore si sarebbe manifestato in mezzo a due animali…..presumibilmente una stalla, un recinto, un ricovero, una grotta… comunque un luogo umilissimo, come nella locuzione latina Praesaepium (da saepe “preservato da una siepe”).

La grotta viene collocata in posizione centrale spesso nel punto più basso della scena: tutti infatti attraverso il Cristo possono ascendere al Cielo e nessuno è mai troppo in basso. Gesù, facendosi uomo, è partito proprio dal fondo.  Spesso nel presepe a scoglio sul punto più alto è arroccato il castello di Erode, e procedendo a spirale, anche essa simbolo di vita e di rinascita, si giunge al luogo più basso ove, in primo piano, è ubicata la grotta. Il castello è nel  punto più alto di ciò che ha costruito dall’uomo.
Storicamente inattendibile, Erode non ebbe un castello sulle montagne, bensì una reggia cittadina, è il simbolo dell’arroganza umana, della presunzione, della tracotanza che si fa odio.
Talvolta, invece, la grotta è sollevata, rispetto ad altri ambienti come l’osteria e luoghi di malaffare.

La grotta, simbolo materno per eccellenza, luogo della nascita miracolosa, spesso è circondata da altre grotte o ambienti laterali di proporzioni ridotte, dove riposano le greggi con il pastore, si scaldano accanto al fuoco, assieme ad animali da cortile, su della paglia. Vi si giunge attraverso sentieri impervi dalle montagne alla grotta, attraverso un viaggio, un cammino che scende, dall’alto verso il basso…..” Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19,5)

 

La fontana evoca, come il pozzo, l’acqua che viene donata dalla terra. Ha poi un ulteriore significato connesso all’Annunciazione: secondo varie tradizioni popolari, l’incontro con l’Arcangelo Gabriele sarebbe avvenuto proprio mentre Maria attingeva dell’acqua da una fontana.
Nel Vangelo dello pseudo-Tommaso si legge: «Il giorno dopo, mentre Maria stava presso la fonte a riempire la brocca, le apparve un angelo del Signore e le disse: – Beata tu sei o Maria, perché nel tuo ventre hai preparato un’abitazione al Signore!» (I Vangeli apocrifi, Einaudi, Torino 1990, P. 76).

 

Il ponte è un altro elemento ricorrente nella rappresentazione presepiale, è noto simbolo di passaggio, è transito e limite. Viene posizionato tra due colline, quindi tra due sugheri, e il suo significato è evidente; rappresenta, in assoluto, il passaggio dal male al bene, dalla la morte alla vita.

 A Grottaglie e a Napoli, nel giorno dell’Epifania,  il presepe si arricchiva di una scena particolare “il ponte dei carmelitani” : sul ponte si collocavano dodici figurine di frati scalzi e incappucciati, che si rifanno alla Madonna del Carmelo, la Madonna delle anime del Purgatorio, che mostravano il pollice della mano sinistra fiammeggiante. Essi rappresentavano i mesi morti o i dodici giorni del periodo natalizio, che, al seguito dei Magi, ritornavano nell’Aldilà. Sotto il ponte invece compariva,  vestita da  monaca, il fantasma di Mafalda o, per alcuni  della Principessa Cicinelli. Suo  padre le  aveva vietato di vedere il paggio di cui si era innamorata  e voleva che si ritirasse in convento. “Quando giunse la sventurata giovane, raccolse piangendo il capo mozzo del suo amato , lo depose nella bisaccia e si trafisse con lo stesso pugnale che il padre aveva lasciato per terra.” (Roberto De Simone).

 

Il pozzo è altra immagine evangelica, elemento indispensabile per la sopravvivenza del popolo nel deserto. Collega tra la superficie alle acque sotterranee, è luogo d’incontro, di solidarietà, al pozzo Gesù incontra la Samaritana…..

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La storia e le tradizioni del Presepe italiano (3). I personaggi tipici del presepe napoletano

11 dicembre 2014

Il presepe napoletano si caratterizza in alcuni personaggi tipici, con tratti caratteristici ed un forte simbolismo.

Una figura chiave è il pastore dormiente, Benino o Benito.  “E gli angeli diedero l’annunzio ai pastori dormienti”. E’ figura di guiovane pastore dormiente, collocato in cima al Presepe.

Nella tradizione napoletana è anche colui che sogna il presepe e per molti presepisti, è colui che “genera” il presepio: egli sogna ed il suo sogno si tramuta nelle scene della taverna, della Natività e di tutto quel mondo fantastico che gira intorno alla sua figura. Benino, per una tradizione,  “è” il Presepio.

Rappresenta anche l’Anno nuovo che sta per iniziare; simbolo di Vita che si rinnova, incarna la Speranza. Collocato sul punto piú alto del presepe, simboleggia il cammino  verso la grotta, il percorso in discesa sino alla grotta della nascita, o della ri-nascita

 

 

Egli dorme circondato da pecore che dovrebbero essere in numero di dodici a simboleggiare le anime pure ed i mesi dell’anno che termina con il Solstizio d’inverno per poi rinascere e rinnovare il cerchio della Vita.

Benino è un personaggio positivo; la rigenerazione dell’Umanità allo stato infantile, ingenuo ed innocente, che partecipa ad un Evento straordinario. Talvolta è accompagnato dall’anziano pastore Armezio che invece rappresenta l’Anno che sta finendo. Lo si trova vicino a Benino, talvolta seduto, in stato di meditazione.

Un altro personaggio fisso, vicino ai primi due,  è il “pastore della meraviglia“.

Egli è rappresentato in ginocchio, davanti alla Grotta della Natività, con le braccia aperte in segno di ammirazione e di stupore di fronte al miracolo della nascita e della rigenerazione; rappresenta lo spirito infantile, positivamente ingenuo e libero dalla malizia.

Una leggenda provenzale racconta che un pastore si recò ad adorare il Bambinello senza aver portato doni con sé e, per questo, fu ripreso dagli altri pastori. Maria allora intervenne e gli disse di non ascoltarli perché anch’egli aveva portato un dono prezioso: la Meraviglia: “tu sei stato messo sulla Terra per meravigliarti ed il mondo sarà sempre meraviglioso finché a quando ci sanno tante altre persone che come te, saranno ancora capaci di meravigliarsi”!

Tre figure femminili: la prima è la zingara è una giovane donna, col viso scurito dal sole e con le vesti lacere ma appariscenti. La zingara è un personaggio tradizionalmente in grado di predire il futuro. E’ segno di sventura e dolore. Si trova solitamente nei pressi della taverna o vicino ad una fontana. Porta con sé un cesto di arnesi di ferro, metallo usato per forgiare i chiodi della crocifissione.

Talvolta è raffigurata come una madre che allatta un bambino.. Talvolta sono due personaggi: la giovane, con il bambino in braccio, rappresenta la Madonna, anche lei nomade e  senza dimora in un paese straniero, durante la fuga in Egitto; la vecchia, che porta un cesto contenente i chiodi, una corona di spine ed una tenaglia di metallo.

La figura deriva sicuramente dalle Sibille profetesse, molto presenti negli antichi presepi e che vaticinano il futuro. Alla Sibilla Cumana la tradizione attribuiva una leggenda natalizia: ella aveva predetto la nascita del Redentore, illudendosi di essere la vergine designata che lo avrebbe partorito. Quando udí gli angeli annunziare la nascita di Cristo, si rese conto del suo peccato di presunzione, fu trasformata in uccello notturno, forse una civetta.

 

Altra figura di donna è Stefania, una giovane vergine che, quando nacque il Redentore, si incamminò verso la grotta per adorarlo. Venne bloccata dagli angeli che vietavano alle donne non sposate di visitare la Madonna, ma Stefania prese una pietra, l’avvolse nelle fasce, si finse madre e, ingannando gli angeli, riuscì ad arrivare al cospetto di Gesù il giorno successivo. Alla presenza di Maria, si compì un miracoloso prodigio: la pietra starnutì e divenne bambino, Santo Stefano, il cui compleanno si festeggia il 26 dicembre.

 

La Lavandaia è un personaggio che riporta ai Vangeli dell’Infanzia,  al patrimonio narrativo dei Vangeli apocrifi, primo tra tutti il protovangelo di Giacomo. E’ la figura che rappresenta le levatrici, che dopo aver lavato il Bambino, stendono ad asciugare i panni del parto, candidi perchè di parto verginale.

E’ la levatrice incredula e dall’arto incenerito, che venne guarita dal piccolo Gesù.

Nel presepe napoletano incontriamo i giocatori di carte, ‘e duie cumpare, zi’ Vicienzo e zi’ Pascale

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La storia e le tradizioni del Presepe italiano (2). Storia del presepe napoletano

10 dicembre 2014

“Si costruisce un leggero palchetto a forma di capanna, tutto adorno di alberi e di alberelli sempre verdi; e lì ci si mette la Madonna, il Bambino Gesù e tutti i personaggi, compresi quelli che si librano in aria, sontuosamente vestiti per la festa […]. Ma ciò che conferisce a tutto lo spettacolo una nota di grazia incomparabile è lo sfondo, in cui s’incornicia il Vesuvio coi suoi dintorni”.  Goethe, Viaggio in Italia del 1787

 

 

Il primo presepio a Napoli viene menzionato in un documento che parla di un presepio nella Chiesa di S. Maria del Presepe nel 1025. Mentre ad Amalfi, secondo varie fonti, già nel 1324 esisteva una “Cappella del presepe di casa d’Alagni“.

Nel 1340 la regina Sancia d’Aragona, moglie di Roberto d’Angiò, regalò alle Clarisse un presepe per la loro nuova chiesa, di cui oggi è rimasta la statua della Madonna nel museo di San Martino.

Altri esempi risalgono al 1478, con un presepe di Pietro e Giovanni Alemanno di cui ci sono giunte dodici statue, e il presepe di marmo del 1475 di Antonio Rossellino, visibile a Sant’Anna dei Lombardi.

 

Successivamente, attorno al ‘500, si iniziarono a creare veri capolavori di grandi presepisti come il Belverte, il Rossellino, il Marigliano (Giovanni da Nola) ancora oggi visibili, anche se in molti casi solo in parte, nelle varie chiese di Napoli e dintorni.

Nel Seicento il presepe si evolve, allargando la scena: non venne più rappresentata la sola grotta della Natività, ma anche il mondo profano esterno: in puro gusto barocco, si diffusero le rappresentazioni delle taverne con ben esposte le carni fresche e i cesti di frutta e verdura e le scene divennero sfarzose e particolareggiate.  Michele Perrone fu tra gli artisti principali in questo campo, mentre i personaggi si fecero più piccoli: manichini in legno o in cartapesta saranno preferiti anche nel Settecento.

 

Il secolo d’oro del presepe napoletano è il Settecento.

Grazie alla passione del re Carlo III di Borbone, per le arti manuali e, in modo particolare, per il presepe, la rappresentazione della Natività divenne una vera e propria moda, soprattutto tra i nobili del tempo che facevano a gara per aggiudicarsi le lodi del re per le loro creazioni. La scenografia del presepe, lo “Scoglio“, da semplice mangiatoia si trasformò in un’elaborata costruzione che prevedeva un paesaggio con montagne, salite e discese, vicoli e scalinate; solo in pianura figurava la tradizionale grotta, affiancata dalle osterie nelle quali – secondo la narrazione dei Vangeli –Giuseppe e Maria non avevano trovato posto a Betlemme.

 

 

Alla corte di Carlo III un vero e proprio fermento accompagnava il periodo di realizzazione del presepe che si trasformava, per il re appassionato, in un’opera d’arte d’eccezione: scenografi, artisti ed architetti consigliavano il re nella progettazione e costruzione del presepe e i più abili artigiani erano chiamati a costruirne i personaggi – non più a grandezza naturale – composti da teste in terracotta, occhi di vetro, arti in legno, corpo in stoppa e un’anima in fil di ferro. I pastori (termine che fu presto allargato a tutti i personaggi inseriti sulla scena) furono “accompagnati” dalle figure tipiche dei popolani napoletani: contadini, artigiani, pescatori, mendicanti, notabili. I personaggi erano raffigurati nelle loro attività quotidiane o nei momenti di svago – al mercato, nelle osterie, nelle botteghe; animali, strumenti di lavoro e musicali, prodotti dell’orto e minuterie varie erano anch’esse riprodotte in scala. Anche le donne di corte erano coinvolte nell’opera, alla ricerca di stoffe e tessuti provenienti dagli opifici reali di San Leucio, con cui realizzavano, a mano, i vestiti dei pastori: le figure più importanti del presepe erano riccamente abbigliate e adorne di veri gioielli in miniatura, realizzati dagli orafi dell’epoca.

Il presepe napoletano del ’700, insomma, non era più mera rappresentazione della nascita di Gesù come narrata dai Vangeli, ma, in una perfetta unione di sacro e profano, si legò inestricabilmente alla vita della città, ai suoi vicoli e alla vitalità del suo popolo offrendo uno scorcio della vita partenopea dell’epoca. Tale era la passione del re Carlo III che, quando si trasferì in Spagna, portò con sé un grandissimo presepe e degli abili artigiani per continuare lì la tradizione appresa a Napoli.
Anche nelle case popolari iniziò a diffondersi la tradizione presepiale, pur con minore sfarzo e opulenza: ospitato in una “scarabattola” (la teca), il presepe era composto da un piccolo “Scoglio” abbellito con qualche pastore. Con la diffusione del presepe a Napoli, infatti, la realizzazione dei pastori si trasformò in un vero e proprio mestiere e ai figurinai e alle loro abili mani era affidato il compito di dar vita alla rappresentazione, attraverso la costruzione di manichini in legno con arti in fil di ferro, vestiti con stoffe cucite a mano dalle donne della bottega. Tra i più famosi figurinai dell’epoca ricordiamo Giuseppe Sammartino, Saverio Vassallo – specializzato nella realizzazione degli animali – e Michele Perrone – abile nella realizzazione delle minuterie: cesti di frutta e verdure, ma anche carni fresche appese alle mura delle botteghe e delle taverne.

 

La moda del presepe attraversò l’intero secolo e, solo nell’800, iniziò ad affievolirsi: la maggior parte delle costruzioni esistenti furono smontate, vendute o disperse. Tra le poche realizzazioni dell’epoca sopravvissute fino ai giorni nostri vi sono il grande presepe reale, conservato nella Reggia di Caserta ( costituito da opere in terracotta con pezzi risalenti al XVIII secolo che si trova nella sala Ellittica della Reggia.,cui si riferiscono le immagini) , e quello donato alla città di Napoli dallo scrittore Michele Cuciniello, conservato nel museo della Certosa di San Martino.

 

 

La storia e le tradizioni del Presepe italiano (1). Il presepe di Greccio

9 dicembre 2014


Il presepe è tradizione tipicamente italiana che  si realizza in forme stilistiche e con l’uso di materiali diversi che risentono della provenienza geografica e dei diversi periodi storici.

Il presepe napoletano, il cui secolo d’oro fu il ‘700, legato alla figura di Carlo III di Borbone, sovrano mecenate che farà conoscere a Napoli una meravigliosa fioritura culturale ed artistica, è famoso nell’arte del presepio, tanto da  costituirne una delle espressioni più splendide; il presepe siciliano, con l’innovativa tecnica della ceroplastica o l’utilizzo di materiali particolari come il corallo, l’avorio, l’osso, la madreperla, l’alabastro, le conchiglie ed altri materiali marini propri dell’arte presepiale di Trapani; il presepe romano, modellato su quello partenopeo del quale ne rifiuta lo sfarzo e lo spirito laico, riconducendo al centro della composizione la Sacra Famiglia attorniata da figure modeste con scenografie sobrie ed essenziali costituite in genere da una grotta in sughero che inquadra un fondale riproducente il tipico paesaggio della campagna romana con i pini, gli olivi e i resti degli  antichi acquedotti; il presepe pugliese, caratterizzato a Lecce dall’uso della cartapesta e dalla tecnica della focheggiatura; il presepe ligure, specialmente quello povero del ‘800, realizzato nelle fornaci di Savona e Albisola con l’argilla compressa negli stampi riproducenti le figure presepiali più tipiche, successivamente colorate a mano. 

STORIA DEL PRESEPE
Oltre ai vangeli apocrifi, primo tra tutti il Protovangelo di Giacomo, Matteo e soprattutto Luca nel Vangelo dell’infanzia, descrivono la Natività.

Nei loro brani c’è già tutta la sacra rappresentazione che a partire dal medioevo prenderà il nome latino di praesepium ovvero recinto chiuso, mangiatoia. Si narra infatti della umile nascita di Gesù, come riporta Luca, “in una mangiatoia perché non c’era per essi posto nell’albergo” (Ev., 2,7); dell’annunzio dato ai pastori; dei magi venuti da oriente seguendo la stella per adorare il Bambino che i prodigi del cielo annunciano già re. Questo avvenimento così familiare e umano se da un lato colpisce la fantasia dei paleocristiani rendendo loro meno oscuro il mistero di un Dio che si fa uomo, dall’altro li sollecita a rimarcare gli aspetti trascendenti quali la divinità dell’infante e la verginità di Maria.

Così si spiegano le effigi parietali del III secolo nel cimitero di S. Agnese e nelle catacombe di Pietro e Marcellino e di Domitilla in Roma che mostrano una Natività e l’adorazione dei Magi.

 

 

Si attribuisce a San Francesco la riproduzione del primo presepe della storia.
La tradizione agiografica ricorda, ma senza certezza storica, che Francesco, recatosi in Terra Santa, abbia visitato Betlemme e, portando con se il ricordo della Città dove è nato il Salvatore, abbia riprodotto l’immagine della Natività nella famosa Notte di Natale presso Greccio (1Cel 84-86).
Infatti, Francesco, ansioso di far toccare con mano ai fedeli l’esperienza fatta dal Figlio di Dio, umiliato e incarnato in forma umana, volle mettere in atto questa rappresentazione, raccontata nelle biografie del Santo sia da Tommaso da Celano che da Bonaventura da Bagnoregio.
In questo episodio si dice che Francesco preparò una greppia con il fieno, vi fece condurre un bue e un asino e davanti a essa fece celebrare la Santa Messa, assieme a una moltitudine di gente arrivata da tutta la regione.

 

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Paul Valadier. Anticipazione dal libro “I sentieri della bellezza. Arte, morale, religione”. La Tapisserie d’Angers

9 dicembre 2014

 

Ogni arte è impregnata dello spirito dell’epoca, e forse gli artisti sono più sensibili di altri, non soltanto a un’atmosfera, ma alle grandi tragedie che segnano l’umanità. L’arte contemporanea come potrebbe svilupparsi dimenticando o ignorando gli orrori del XX secolo?

L’Olocausto funge da simbolo che condensa tutte le carneficine che, dalla Prima guerra mondiale fino alla rivoluzione culturale cinese e al genocidio perpetrato contro gli Armeni e più recentemente dai Khmer Rossi, furono uno dei tratti di questo tempo. E probabilmente non si tratta di una parentesi che si sarebbe chiusa dopo il crollo delle ideologie o la fine (pretesa) delle grandi narrazioni. I terrorismi sorti in maniera virulenta all’inizio del XXI secolo non sono di buon augurio per il futuro. Di conseguenza, per parodiare Jankélévitch parlando del perdono, l’arte non è forse morta nei campi della morte?

È vero che tutta una parte non trascurabile dell’arte contemporanea è segnata indelebilmente dagli orrori di questo secolo. Le dieci monumentali tappezzerie di Jean Lurçat, Il canto del mondo (1959-1965, ad Angers), impregnate del ricordo di Nagasaki e di Hiroshima – non si può dimenticare che per intraprendere la sua grande opera Lurçat fu profondamente motivato dalla sua scoperta dell’Apocalisse di Angers (XV secolo) che egli considerava uno dei più grandi capolavori di tutti i tempi – vogliono forse dimostrare un ottimismo che dà alla scienza e all’uomo la certezza di un avvenire migliore; ma tutto sommato, l’artista, anche solo per il nero che domina nelle tappezzerie e attorno, attesta una tendenza piuttosto oscura, dove gli elementi cosmici spesso sezionati costituiscono altrettante minacce per l’uomo.

 

 


Lugubre e terribile “canto del mondo” dove si manifesta l’ambiguità delle attuali esaltazioni delle scienze: ne andiamo fieri ma al tempo stesso esse sono temute in un mondo in cui, alla fine, l’uomo è terribilmente solo e minacciato. Il nero avrà il sopravvento? I volti sfigurati o aspirati da tazze di gabinetto in Francis Bacon sono anch’essi, a loro modo, quelli dei torturati e degli esclusi della terra. L’attrattiva per la bruttezza, il sordido o il morboso non trova forse qui la sua origine, quasi ossessiva per alcuni (Thomas Bernhard nel teatro)?

Ma forse occorre ancora più talento per dipingere l’orrore e resistere al contempo a derive e a un abbandono all’indistinto o alla compiacenza acritica. Ora, prima di parlare di declino, non si dovrebbe ammettere che ciò che manca di più è il talento, l’inventività, e persino il genio, per non restare invischiati in quel che si vorrebbe denunciare? E qui ancora si osserva che per strappare un’opera dal peggio occorre saper mantenere una distanza. Simile distanza appare ancora nel Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline, ma che dire di Bagatelle per un massacroe altri testi antisemiti pieni di odio? Questa buona distanza è presente dappertutto nell’opera pittorica di Bacon? Nessuno infatti gioca impunemente con l’orrore, ma rischia di esserne egli stesso sedotto e divenirne quindi complice.

A questo proposito, non basta proclamare il carattere protestatario dell’arte quando molto spesso la protesta è soltanto turpitudine esercitata con altri espedienti, ma pur sempre turpitudine. Bisogna anche aggiungere che se è vero che l’arte è morta nei campi della morte, ciò significherebbe che i carnefici (Hitler, Stalin, Mao, Pol Pot…) hanno vinto e annientato le potenze creatrici umane. L’inumanità avrebbe avuto ragione dell’umanità. Ora, non si può abdicare così in fretta in favore della malvagità umana e dar credito alle sue pseudovittorie. Sarebbe del resto disprezzare gli innumerevoli “giusti” che hanno saputo resistere, lottare, conservare la loro dignità sino alla fine, anche nelle umiliazioni e la morte.

Forse bisogna persino ammettere che i più alti vertici dell’arte recente si trovano in opere che hanno tratto la loro ispirazione dagli orrori del secolo, ma trasfigurandoli e appunto per questo denunciandoli in modo molto più radicale che non tramite le lamentele o il fascino per la bruttezza e l’ignobile. Schönberg non rende forse testimonianza di questa tragicità senza nome in Un sopravvissuto di Varsavia (opus 46, del 1947) e in tante altre opere? A un livello diverso, gli scritti di Etty Hillesum (Diario e lettere, 1941-1943), quelli di Vasilij Grossman (Vita e destino, 1959) o, più vicino a noi, la testimonianza di Ingrid Betancourt, spiccano perché mettono a nudo la barbarie dal volto umano-disumano.

La situazione ambigua appena descritta a grandi tratti può provocare delle prese di posizioni radicali circa la fine dell’arte. Uno dei teorici più influenti in questa materia è l’americano Arthur Danto; egli non dichiara “la fine dell’arte”, bensì sostiene che per quanto riguarda le arti visive saremmo entrati in una “prospettiva post-storica”. Sarebbe finita la tendenza a tracciare una linea evolutiva progressiva, secondo una narrazione costruita in sequenze, spezzate da spiriti d’avanguardia talmente inventivi da annullare o invalidare le prospettive anteriori, benché queste rotture possano iscriversi in una storia di lunga durata.
Basta ascoltare certe guide di museo per constatare fino a che punto questa ideologia della rottura domina le spiegazioni: si sente dire spesso che ogni pittore importante apporta una visione rivoluzionaria rispetto ai suoi predecessori; ovviamente non può essere che incompreso; non ha un radicamento nelle tradizioni pittoriche poiché inaugura quasi in assoluto un nuovo approccio; tuttavia si è così operato un indubbio progresso (?) ecc.

 

Se c’è una fine secondo Danto, è quella della “storia dell’arte” alla maniera occidentale di cui abbiamo appena ricordato la presentazione divulgativa. «L’arte non è più possibile in quanto evoluzione storica progressiva», scrive l’autore che rivendica del resto per se stesso l’identità di new-born hegelian, strizzatina d’occhio ironica ai born-again dei fondamentalisti protestanti.

Hegelianismo della fine di una certa storia dove le età s’incastrano le une nelle altre malgrado le rotture, poiché ormai, e qui l’opera di Andy Warhol è presa come illustrazione più rilevante, noi non possiamo più fidarci del visibile, di ciò che l’occhio vede.

Diventa illusorio distinguere un oggetto appartenente all’arte da un altro che le sarebbe estraneo. È ciò che Danto chiama “il Brillo Box”. Le linee di demarcazione scompaiono: una foto di Marilyn Monroe o di Jackie Kennedy riprodotta indefinitamente con leggere e insensibili variazioni, è arte, o semplicemente un fenomeno curioso, interessante, originale, inventivo?

Verosimilmente si è lontani dalla Gioconda di Leonardo da Vinci o dalla Ragazza con l’orecchino di perla di Johannes Vermeer!

Questa “fine dell’arte”, in questo senso preciso, scioglie i legami forti intrattenuti nella tradizione tra arte e filosofia (da Platone) o tra arte e politica; questi legami frenavano l’arte, miravano a ridurla a qualcosa di diverso da ciò che essa è; troppo effimera, essa non può portare la «vocazione» che le è imposta. Conviene al contrario giocare la carta del pluralismo, e persino dell’autonomia, poiché l’arte compete di più alla retorica che alla filosofia o alla politica.

 

 

( Le immagini sono del cd.”Arazzo dell’Apocalisse” realizzato alla fine del XIV secolo che si ispira all’apocalisse di San Giovanni, esposto ad Angers in Francia. È uno dei più importanti cicli di arazzi del medioevo. Fu commissionato, tra il 1373 e il 1377 per il duca Luigi I d’Angiò, al mercante Nicolas Bataille che lo fece tessere nel suo laboratorio diParigi all’arazziere Robert Poisson. Il ciclo di cartoni fu preparato dal pittore Hennequin de Bruges (conosciuto come Jean de Bruges), pittore di corte del re Carlo V di Francia di Francia. Fu donato da Renato d’Angiò alla cattedrale di Saint-Maurice d’Angers nel XV secolo. Durante la Rivoluzione Francese l’arazzo fu fatto a pezzi per realizzare coperte e stuoini. Alla fine del XVIII secolo gli arazzi subirono gravi danni e furono restaurati tra il 1843 e il 1870 grazie all’intervento del canonico Joubert. Oggi sono esposti nel castello di Angers )

«Viderunt oculi mei salutare tuum» («I miei occhi hanno visto la tua salvezza») : Il biglietto con gli auguri di Natale di papa Francesco.

5 dicembre 2014
«Viderunt oculi mei salutare tuum» («I miei occhi hanno visto la tua salvezza»)
Papa Francesco ha scelto questo versetto del Cantico di Simeone, ripreso dal Vangelo di Luca, per il tradizionale cartoncino di auguri per il Natale 2014. Come illustrazione il Papa ha voluto una xilografia di Victor Delhez (1902-1985), maestro originario del Belgio e vissuto in Argentina. L’incisione, come quella usata per il cartoncino di auguri della scorsa Pasqua, è tratta dal libro – molto amato da Papa Bergoglio – «Los Cuatro Evangelios de Nuestro Senor Jesucristo» pubblicato nel 1956 a Buenos Aires da Guillermo Kraf

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Il martirio di san Bartolomeo, il volto deforme della Cappella Sistina, l’immagine di Michelangelo sulla medaglia commemorativa.

30 ottobre 2014

 

“I giusti sono nelle mani di Dio, e nessun tormento li toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace” Sap. 3,1-3

 

E’ San Bartolomeo, che nel suo martirio è stato scuoiato. Uno degli apostoli celebrati da Paul Claudel in un inno  di non facile esegesi e composto per la Corona benignitatis anni Deiintorno al 1912.

«Lodato sia Dio che annienta il male e ci libera dal timore!……La sofferenza non porta più con sé il dolore, e la morte stessa è privata del suo pungiglione / Siamo dunque finalmente liberi! (…) Il fuoco bruciante venga pure acceso! / I carnefici affondino pure le loro ferraglie e brandiscano le loro piccole asce ridicole!…..Ah! Prendete le nostre donne e i nostri fanciulli! Prendete i nostri beni! Prendete tutto! Prendete la mia vita! (…) Prendete la mia pelle. Che importa, dal momento che il mio cuore appartiene a Voi». A parlare è ormai lo stesso apostolo, fin troppo crudamente raffigurato cosparso dal rosso vivo del suo sangue, e al quale non importa nulla di ciò che lo avvolge esteriormente…

Bartolomeo non è stato mutilato e non gli manca nessuna delle due mani. / Non hanno legato i piedi dell’Apostolo, non hanno recisa la sua lingua, / come una sciabola l’hanno sguainato dal suo fodero e hanno messo a nudo all’aria aperta l’Angelo insanguinato del Signore e l’uomo rosso che era all’interno….niente ha più presa su di te. Tu non hai più involucro né capelli / Apostolo veramente nudo! Atleta veramente spoglio! / Santo veramente dalla carne circoncisa ed escoriato di ciò che era insudiciato….Giudeo in cui non c’è macchia….Non hai più pelle né volto e non si sa più chi tu sia….Ma Lui non ha dimenticato il Suo Apostolo e ti riconosce. / Mettiti qui. Non è necessario il corpo per entrare dal Padre! / Non c’è bisogno del volto per far tremare il mondo e provocare l’eclissi dell’immenso Inferno»

Proprio questo volto appare su una medaglia commemorativa in argento che i Musei Vaticani hanno coniato, per dare una immagine sicuramente inusuale di Michelangelo

” Non il ritratto in certo senso ufficiale che gli dedicò l’allievo Daniele da Volterra, non l’autoritratto in figura di Nicodemo in atto di sostenere il corpo di Cristo che il Maestro scolpì nella Pietà Bandini destinata, nelle intenzioni di origine, alla sua tomba. Il Michelangelo che compare nella medaglia coniata per ricordare il doppio anniversario (i vent’anni dalla conclusione del restauro sistino di Fabrizio Mancinelli e di Gianluigi Colalucci, i quattrocentocinquanta della morte del Buonarroti) è quello deforme, surreale, anamorfico che, in primo piano nell’affresco del “Giudizio”, vediamo dipinto sopra la pelle scuoiata del san Bartolomeo. La tradizione dice che il pittore ha voluto rappresentare se stesso come spellato vivo dagli attacchi di Pietro Aretino, il polemista più celebre di quegli anni. Io penso che in realtà, in quell’autoritratto, l’artista abbia voluto dare immagine al suo stato d’animo, alla tormentosa fatica che aveva significato per lui l’impresa della Sistina” dice Antonio Paolucci, in un articolo pubblicato su Avvenire del 30 ottobre 2014.
“Soffermiamoci su una poesia (nr. 267) degli anni tardi: «I’ sto rinchiuso come la midolla / da la sua scorza, qua pover e solo, / come spirto legato in un’ampolla… / … / Dilombato, crepato, infranto e rotto / son già per le fatiche, e l’osteria / è morte, dov’io viv’ e mangio a scotto. / La mia allegrezza’è la malinconia …»

È formidabile l’idea del genio che sta compresso come il midollo dentro la scorza dell’albero o come lo spirito nel vetro. E come non vedere nell’uomo spossato dalla fatica immane, «dilombato, crepato, infranto e rotto», il commento più efficace all’autoritratto deformato del “Giudizio”?
Quanto a quel verso di vasta desolazione («La mia allegrezza è la malinconia») un verso che potresti dire di Leopardi o di Baudelaire, essa rappresenta come meglio non si potrebbe lo spirito del vecchio Michelangelo quando si avviava a concludere il murale del “Giudizio”.
Il giorno in cui la parete con la Resurrezione dei morti e la Parusia venne scoperta (era  il 31 ottobre del 1541 vigilia di Ognissanti) pare che Paolo III Farnese – la testimonianza è di Giorgio Vasari – si sia gettato in ginocchio tremando di paura e con le lacrime agli occhi di fronte alla terribilità di quel Giudizio che presto anche lui, Papa, avrebbe dovuto affrontare.
La paura dei Novissimi che angosciava Paolo III toccava anche Michelangelo, il Michelangelo vertiginosamente grande degli anni ultimi, quello che sta fra il “Giudizio”, i murali della Cappella Paolina e la Pietà Rondanini.

Rileggiamo il sonetto celebre, il nr. 285 del 1555, quello che dice: «Giunto è già ’l corso della vita mia / Con tempestoso mar, per fragil barca, / al comun porto, ov’a render si varca / conto e ragion d’ogni opra trista e pia Onde l’affettüosa fantasia / che l’arte mi fece idol e monarca / conosco or ben com’era d’error carca / e quel c’a mal suo grado ogn’uom desia». 
Questi versi sono una confessione, un vero e proprio confiteor. Michelangelo chiede perdono per aver fatto dell’arte il suo Dio e il suo Signore. È la riflessione di un cristiano che nel declinare dei suoi giorni stringe il bilancio della vita affidandosi alla divina misericordia. Ma come è bella e come è doloroso staccarsene, quella «affettuosa fantasia» che ancora occupa i pensieri del Buonarroti e che subito ci riporta alla mente lo splendore lucente, l’eros subliminale degli “Ignudi” della volta della Sistina, dei “Prigioni” per la tomba di Giulio II, del David alto sulla Piazza della Signoria… Quelle due parole («l’affettuosa fantasia») toccano il cuore come il verso del famoso sonetto indirizzato all’amico Giovanni da Pistoia; verso nel quale un giovane Michelangelo ancora trentenne, descrivendo se stesso in atto di dipingere a faccia in su riverso sulla schiena le figure della volta sistina, dice: «e’l pennel sopra il viso tuctavia / mel fa gocciando un ricco pavimento». Mai la gloriosa fatica dell’arte ha avuto una così splendida rappresentazione”.

 

Conferenza stampa di presentazione del Convegno internazionale: ” Cappella Sistina 20 anni dopo. Nuovo respiro, nuova luce”.

17 ottobre 2014

 

 

Alle ore 11 di ieri, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, si è tenuta la Conferenza Stampa di presentazione del Convegno Internazionale La Cappella Sistina venti anni dopo. Nuovo respiro nuova luce, che si svolgerà dal 30 al 31 ottobre 2014 presso l’Auditorium di Via della Conciliazione a Roma.
Il Convegno è presentato alla stampa dal Prof. Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani, il cui intervento riportiamo di seguito:

Intervento del Prof. Antonio Paolucci

Ci sono date destinate a rimanere nella storia dei Musei Vaticani come riferimenti storici fondamentali. Una di queste è il 1994, quando San Giovanni Paolo II inaugurò la Cappella Sistina dopo il memorabile restauro guidato da Fabrizio Mancinelli e realizzato da Gianluigi Colalucci.

Come dimenticare le furibonde polemiche che accompagnarono quella grande impresa? Oggi nessuno più avanza dubbi, tutti riconoscono che si è trattato di un intervento scientificamente esemplare e tecnicamente impeccabile, probabilmente il più importante e il più felice del XX secolo. Così vanno le cose in questo mondo. Prima montano contestazioni, perplessità e dissensi, poi il tempo che è galantuomo ristabilisce la verità.

Oggi, all’ottobre 2014, ecco un’altra data destinata ad essere ricordata. La Cappella Sistina ha “nuovo respiro e nuova luce” come recita il Convegno Internazionale che il 30 e il 31 prossimi (il 29 è riservato alla stampa) accompagnerà la presentazione dei nuovi impianti di climatizzazione e di illuminazione della “cappella magna” della Chiesa Cattolica.

Il Convegno si svolgerà in due giornate di lavori articolate in cinque sezioni, nelle quali – a partire dagli eccezionali risultati raggiunti nel 1994 – verrà esaminato l’attuale stato degli affreschi e saranno resi pubblici le approfondite costanti indagini scientifiche e il complesso piano di manutenzione ordinaria e straordinaria (comprendenti lo studio e la realizzazione del nuovo impianto di climatizzazione e ricambio dell’aria e del nuovo impianto di illuminazione) che da lungo tempo i Musei Vaticani hanno messo in atto per la migliore tutela dello straordinario monumento.

Sono passati venti anni dal restauro del ’94 e questo 2014 segna il quattrocentocinquantesimo anniversario dalla morte di Michelangelo. Avremmo potuto onorare la ricorrenza solo con una mostra o con una serie di conferenze affidate ai massimi specialisti del mondo. Invece, abbiamo preferito consegnare all’anno memoriale qualcosa di durevole, di non effimero: la messa in sicurezza dal punto di vista climatologico del capolavoro assoluto del Buonarroti e la sua nuova corretta illuminazione. Lo abbiamo fatto affidando i due interventi ad aziende leader nei rispettivi settori: la multinazionale americana CARRIER e la OSRAM. È il caso di ricordare che i costi sono stati offerti alla Santa Sede a titolo di pura liberalità.

Ci sono voluti tre anni di paziente minuzioso lavoro per arrivare al risultato. Tre anni che hanno visto la cooperazione quotidiana con i tecnici di CARRIER e di OSRAM e l’impegno congiunto della Direzione dei Servizi Tecnici guidati prima da Pier Carlo Cuscianna poi da P. Rafael García de la Serrana Villalobos con Roberto Mignucci, e nei Musei Vaticani dell’Ufficio del Conservatore di Vittoria Cimino e del Laboratorio di Diagnostica e Ricerche Scientifiche di Ulderico Santamaria. Ora la grande impresa è conclusa e io mi auguro che tutti capiranno le ragioni che l’hanno resa necessaria.

La pressione antropica alla quale è sottoposta la Cappella Sistina (quasi 6 milioni di visitatori all’anno con punte di oltre ventimila al giorno in certi periodi di particolare affluenza) richiedeva un intervento radicale che garantisse il ricambio d’aria, l’abbattimento delle polveri e degli inquinanti, il controllo della temperatura e della umidità, l’anidride carbonica tenuta a livelli accettabili. Il rischio altrimenti era quello di attivare un mix di umidità, di inquinanti, di anidride carbonica che poteva essere, nei tempi lunghi, una deriva pericolosa per la corretta conservazione delle pitture murali, quei 2500 metri quadrati che fanno l’antologia artistica più importante del Rinascimento italiano.

L’impianto che era stato messo in opera nel ’94 tarato per un afflusso che era circa un terzo di quello attuale, risultava ormai inadeguato e inefficiente. Occorreva sostituirlo con uno di nuova progettazione e di ultimissima generazione. È quello che abbiamo fatto.

Anche la nuova luce era necessaria. Occorreva una illuminazione leggera e allo stesso tempo totale, non invasiva, rispettosa della complessa realtà iconografica, stilistica, storica della Sistina. Nessuno spot privilegiato su Michelangelo ma la possibilità di una lettura quieta, obiettiva e allo stesso tempo delicata, capace di raccontare in ogni dettaglio e di far comprendere tutto insieme quell’immane catechismo figurato che tre papi (Sisto IV, Giulio II e Paolo III) vollero dispiegare sulle pareti e sulla volta di quella che è da sempre per tutti la “cappella del mondo”.

Alla fine di questo mese gli studiosi e i giornalisti di mezzo mondo potranno vedere e giudicare. A noi dei Musei resta l’orgoglio di avere onorato Michelangelo, in questo quattrocentocinquantesimo anniversario della sua morte, nel modo che crediamo migliore.

 

La Parola di Dio dalla Prima Lettura. Il Libro di Giobbe. Cap 9. Il dolore dell’uomo, l’onnipotenza di Dio.

1 ottobre 2014

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I Lettura Gb 9,1-12.14-16
Come può un uomo aver ragione dinanzi a Dio?
Salmo (Sal 87)
Giunga fino a te la mia preghiera, Signore.
Vangelo Lc 9,57-62
Ti seguirò dovunque tu vada.

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9
RISPOSTA DI GIOBBE A BILDAD

1 Giobbe prese a dire:

2«In verità io so che è così:
e come può un uomo aver ragione dinanzi a Dio?
3Se uno volesse disputare con lui,
non sarebbe in grado di rispondere una volta su mille.
4Egli è saggio di mente, potente di forza:
chi si è opposto a lui ed è rimasto salvo?
5Egli sposta le montagne ed esse non lo sanno,
nella sua ira egli le sconvolge.
6Scuote la terra dal suo posto
e le sue colonne tremano.
7Comanda al sole ed esso non sorge
e mette sotto sigillo le stelle.
8Lui solo dispiega i cieli
e cammina sulle onde del mare.
9Crea l’Orsa e l’Orione,
le Plèiadi e le costellazioni del cielo australe.
10Fa cose tanto grandi che non si possono indagare,
meraviglie che non si possono contare.
11Se mi passa vicino e non lo vedo,
se ne va e di lui non mi accorgo.
12Se rapisce qualcosa, chi lo può impedire?
Chi gli può dire: «Cosa fai?».

E’ inutile lottare con Dio

14Tanto meno potrei rispondergli io,
scegliendo le parole da dirgli;
15io, anche se avessi ragione, non potrei rispondergli,
al mio giudice dovrei domandare pietà.
16Se lo chiamassi e mi rispondesse,
non credo che darebbe ascolto alla mia voce.

 

Marc Chagall

«Ora sto rileggendo e copiando in un libricino tutto il Libro di Job: lo trascrivo col testo greco e latino; vorrei pur sapere di Caldeo e di Ebreo! Sublime libro! Come è pieno di grande e magnanimo dolore! Come parla con Dio senza superstizione, e con le proprie sciagure senza bassezza! L’uomo sciagurato contempla con certa malinconica compiacenza le tempeste della sua vita: le passioni sono più consolate in quella effusione di amarezza e di querele che in tutte le gloriose sentenze di Epitteto. Sublime libro!» ( Ugo Foscolo, Epistolario)

 Il Libro di Giobbe (ebraico איוב; greco Ιώβ; latino Iob) è un testo contenuto nella Bibbia ebraica (Tanakh) e cristiana. Appartiene agli scritti sapienziali,  l’autore è certamente un isaelita originario del paese di Uz, che per alcuni è la regione di Edom, a sud del Mar Morto, per altri una regione del Libano meridionale. Oltre che a Giobbe, alcuni ne attribuiscono la paternità a  Mosè, a  Salomone, Isaia, Ezechia, Baruch o Esdra.

Secondo l’ipotesi maggiormente condivisa dagli studiosi, la redazione del nucleo poetico centrale risale all’XI-X secolo a.C., epoca dei Patriarchi, sino alla redazione definitiva con le aggiunte in prosa, nel prologo e nell’epilogo, composta in Giudea verso il 575 a.C.

Il nome Giobbe ha una radice ebraica ‘ayab= l’odiato, il perseguitato, o anche  Ayy-‘abum= dov’è il Padre divino (invocazione al Padre). Nella Bibbia lo troviamo descritto come uomo (Ez. 14,14; Gc. 5,11) del paese di Uz (Lam. 4,21; 1° Cron. 1, 42), integro e retto; temeva Iddio e fuggiva il male, aveva sette figli e tre figlie ed era molto ricco e grande fra tutti gli Orientali, poichè possedeva molti ovini, cammelli, asine. Faceva sacrifici a favore dei figli per purificarli (era sacerdote per se stesso e la sua famiglia). Un uomo pio, un modello per gli altri…

Ma Dio permise a Satana di tentare Giobbe, per mettere alla prova la sua fedeltà anche nelle avversità e nelle prove, anche le più ingiuste e incomprensibili.

Giobbe affronta la grande e difficile domanda per ogni uomo: “perché i giusti soffrono?”… ancor più per una certa mentalità veterotestamentaria che lega la salute ed il bene ad una vita retta e pia, mentre il male e la sofferenza ad un castigo, secondo una logica retributiva.

In tale ottica la sofferenza non poteva che essere conseguenza di uno stato di peccato personale (Es. 23, 20-33; Lev. 26; Deut. 28; Salmo 1; 37; 73; Is. 58, 7-13; Ger. 7, 5-7; 17, 5-8, 19-27; 31, 29-30; Ez. 18) tanto che la morte di un giusto e la longevità dell’empio erano un vero scandalo (Ecc.7, 15; Ger. 12, 1 ss.). E questa mentalità sopravviveva ancora  all’epoca di Gesù: nell’episodio del cieco fin dalla nascita, i discepoli chiedono a Gesù chi avesse peccato, lui o i suoi genitori (Giov. 9, 1-3).

Nel racconto di Giobbe non è espressa alcuna collocazione temporale, così da rendere la sua figura “icona” universale dell’uomo sofferente,  fedele a Dio nella prova. Giobbe raffigura ogni uomo nella paziente attesa, nella ricerca affidante al disegno del Signore.

Infatti Giobbe compie un cammino di purificazione della propria fede, nel riconoscere, alla fine,  la vera, profonda sovranità di Dio sulla propria vita.

” E’ forse per nulla che Giobbe teme Iddio?… Ma stendi un po’ la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia” (1, 9-11)

E’ la sua fede quella che viene provata quando le disgrazie si abbattono su di lui, sulla sua famiglia e sui suoi beni.

“Allora Giobbe si alzò, si stracciò il mantello, si rase il capo, si prostrò a terra e adorò dicendo: “Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo tornerò in grembo alla terra; il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore!” ( Gb.1, 20-22).

“Pelle per pelle! L’uomo dà tutto quel che possiede per la sua vita; ma stendi un po’ la tua mano, toccagli le ossa e la carne, e vedrai se non ti rinnega in faccia” (2, 4-5).

Giobbe si ammala di una malattia dolorosa e ripugnante. Ma si apre al lamento contro se stesso (3, 11-19, 24-26), contro Dio (3, 20-23) e contro i nemici (3,3-10). Non maledice Dio, ma il giorno della sua nascita (3,1), invoca la morte (3, 11, 17-18) e s’interroga sulla vita (3,20).

Elifar, Bildad e Zofar sono i tre amici che portano conforto e consolazione all’amico Giobbe, ma quando vedono il suo stato non possono trattenersi dalla disperazione:  piangono, si stracciano i mantelli, si cospargono il capo di polvere. Poi rimangono in silenzio accanto a lui per sette giorni e sette notti (2, 11-13).

I tre amici ritenevano che la sofferenza fosse la conseguenza dei peccati personali. Se essi avessero parlato di solidarietà umana nel peccato, Giobbe sarebbe stato d’accordo con loro, perché egli non afferma mai di essere un uomo perfetto: ma quando prima velatamente e poi chiaramente affermano che le sofferenze di Giobbe costituivano la conseguenza inevitabile di peccati da lui commessi e noti solo a Dio, Giobbe veemente e coerentemente rifiutò di accettare il loro giudizio” (Commentario Guthrie-Motyer).

Gli amici lo accusano di aver peccato, mentre Giobbe sa, dichiara la sua innocenza. Nega e non comprende perché Dio sia così duro verso di lui. Ma non rinuncia a interrogare Dio né vuole abbandonarlo.

Giunge, nella propria disperazione, a proclamare la propria fede “Ma io so che il mio Redentore vive e che alla fine si alzerà sulla polvere. E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto il mio corpo, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno i miei occhi, non quelli di un altro” (19, 25-27).

Nel cap. 9, oggi letto, Giobbe canta il Dio al quale si affida, nel quale ha piena fiducia. Con temi che ricordano in modo inequivocabile il Cantico di Anna (1 Sam. 2, 1 e ss.) ed il magnificat di Maria (Lc. 1,1 e ss.), è la sovranità di Dio rovescia tutti i tradizionali sistemi di potere e tutti i criteri tradizionali, la signoria sul mondo, su ogni creatura, su ogni fenomeno naturale, che lo rendono l'”Onnipotente”

2 O Signore, nostro Dio,

quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:
sopra i cieli si innalza la tua magnificenza. ( Salmo 8)

Ma in Giobbe rimane ancora aperto il cammino dell’uomo che dubita, che sente la sua voce troppo flebile e tanto piccola da poter essere ascoltata da un Dio onnipotente.

4 Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,

la luna e le stelle che tu hai fissate,
5 che cosa è l’uomo perché te ne ricordi
e il figlio dell’uomo perché te ne curi? ( Salmo 8)

Si unirà a Giobbe ed ai suoi amici un quarto personaggio,  Eliu, che secondo la tradizione è figlio di Baracheel, un buzita discendente del nipote di Abramo, Buz (Gen. 22, 20-21) che illuminerà  sulla giustizia, sulla vicinanza di un Dio onnipotente e sovrano (34-35-36) che viene a stabilire la sua parola.

Perchè è Lui che ha sempre l’ultima parola. Quando tutti cessano di parlare, Dio si rivela. Dal “seno della tempesta”  viene a stabilire la sua parola per Giobbe. Dio interrogherà Giobbe sulla natura, lo sfiderà a dare risposte, rimproverandolo: “Il censore dell’Onnipotente vuole ancora contendere con lui?” (40, 2). E Giobbe di fronte alla rivelazione di Dio risponderà col proprio silenzio affidante e provato “Io mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non riprenderò la parola, due volte, ma non lo farò più” (40, 4-5).

 

“Deposizione” di Safet Zec nella Chiesa del Gesù

30 settembre 2014

Is 53

3 Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
4 Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
5 Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

 

Questa grande pala su tela è stata collocata  all’interno della Chiesa del Gesù nella Cappella della Passione rimasta a lungo senza una Pala d’altare. La “Deposizione” è opera del bosniaco Safet Zec, è stata benedetta dal Papa sabato 27 settembre scorso in occasione del secondo centenario della ricostituzione della Compagnia di Gesù ad opera di Pio VII nel 1814.

Il corpo di Cristo morto sostenuto da tre confratelli di papa Francesco: san Giuseppe Pignatelli (1737-1811), che della restaurazione della Compagnia fu protagonista; il servo di Dio Jan Philip Roothaan (1785-1853), secondo generale della rinata Compagnia; Pedro Arrupe (1907-1991), generale e figura decisiva nell’aggiornamento della Compagnia dopo il Concilio.

Con la collocazione dell’opera di Zec la cappella della Passione, dove sono venerati i tre figli di Ignazio, recupera così l’integrità tematica del ciclo pittorico di Giuseppe Valeriani e Gaspare Celio, venuta meno per la scomparsa della pala cinquecentesca di Scipione Pulzone, asportata all’inizio del 1800 e ora esposta al MoMa di New York.

«Il percorso compiuto per la realizzazione della nuova pala è stato lungo e non facile – dice padre Daniele Libanori, rettore della chiesa del Gesù –. Si è trattato di superare le riserve riguardanti l’opportunità di collocare un’opera d’arte contemporanea in un contesto storicizzato e poi di individuare, attraverso un concorso internazionale, un artista che potesse e volesse accettare l’inevitabile sfida del confronto con l’antico e rispondesse ai rigorosi criteri degli uffici preposti alle autorizzazioni. L’opera non doveva rispondere a un obiettivo celebrativo, quanto esprimere lo spirito che anima la Compagnia di Gesù e la volontà di servizio che essa vuole attuare dovunque sia inviata a portare il Vangelo».

Ritta in piedi sotto la Croce, la Madre del Signore. A terra catino e asciugatoio, simboli del servizio, la veste bianca che il Re vittorioso indosserà risorgendo e la corona della Passione e della regalità.

Opera che raffigura e fonde il paradosso della bellezza cristiana:

3 Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo,
sulle tue labbra è diffusa la grazia,
perciò Dio ti ha benedetto per sempre. ( Sal 45)

al tempo stesso, l’Ecce homo,  “senza bellezza né apparenza”

Due volti di un unico amore, quello che dà la vita piena e salvezza.

 

 

Angelo. Alda Merini

29 settembre 2014

Uomo-promosso-a-uomo

Uomo promosso a uomo (essere nella vita)Opera di Giuliano Nardi

 

 

Eterna natura paziente angelica,
pane vivo ad oltranza,
che hai dita sacre come la luce.

 

Pane di Dio in terra
che trasmuti le lacrime in vino dolce.
Comunione dei forti,
comunione dei deboli,
fonte di ispirazione per i poeti.

 

Sguardo che non ha parole
e induce alla parola amorosa.
Foglia di Dio e canzone di Maria.

 

Angelo, che hai annunziato la veste pura della misericordia
e la carne dell’uomo unigenito,
tu che hai vestito di carne il soffio unigenito dell’amore,
tu che hai visto spandere sulla croce
in forma di uomo suppliziato e debole
la grande misura del Dio vero,
del Dio infinito,
come spiegare il mistero di un Dio crocifisso
con poche parole
di fronte alle montagne vive del benessere e della beatitudine?

 

ALDA MERINI

(da Poema della Croce)

La Parola di Dio dalla Prima Lettura. Il Libro del Qoèlet. Vanità delle vanità

25 settembre 2014

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I Lettura Qo 1,2-11
Non c’è niente di nuovo sotto il sole.
Salmo (Sal 89)
Signore, tu sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.
Vangelo Lc 9,7-9
Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?

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Qo, 1

Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità: tutto è vanità.
Quale guadagno viene all’uomo
per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole?
Una generazione se ne va e un’altra arriva,
ma la terra resta sempre la stessa.
Il sole sorge, il sole tramonta
e si affretta a tornare là dove rinasce.
Il vento va verso sud e piega verso nord.
Gira e va e sui suoi giri ritorna il vento.
Tutti i fiumi scorrono verso il mare,
eppure il mare non è mai pieno:
al luogo dove i fiumi scorrono,
continuano a scorrere.
Tutte le parole si esauriscono
e nessuno è in grado di esprimersi a fondo.
Non si sazia l’occhio di guardare
né l’orecchio è mai sazio di udire.
Quel che è stato sarà
e quel che si è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole.
C’è forse qualcosa di cui si possa dire:
«Ecco, questa è una novità»?
Proprio questa è già avvenuta
nei secoli che ci hanno preceduto.
Nessun ricordo resta degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso quelli che verranno in seguito.

 

Adriaen van Utrecht – Vanitas, 1642

Il libro di Qoèlet, o Ecclesiaste, “il Predicatore”, è uno dei 12 libri sapienziali.  Scritto intorno al 250-200 a.C. durante la dominazione dei Tolomei, successori di Alessandro Magno

Il termine ebraico Qoèlet rimanda al vocabolo qahal , «assemblea», in greco ekklesía , donde il greco-latino Ecclesiastes, non sappiamo a quale assemblea si riferisca, se liturgica, di insegnamento, di popolo, né come vada interpretato (colui/colei che riunisce l’assemblea… che parla all’assemblea… che presiede l’assemblea).

La radice ebraica è declinata al femminile, tanto che alcuni interpreti hanno supposto la figura di una donna come autrice del Libro.
Di certo, il testo che è giunto fino a noi è la redazione finale curata da un discepolo/discepola dopo la morte del maestro. Questo discepolo/a  ha aggiunto una sua conclusione al testo (12,9-11), dove dice chi era Qoèlet, cosa faceva e perché ha scritto il suo messaggio. Un pio Giudeo poi ha aggiunto un’ulteriore postilla (12,12-14) dove dà una sua chiave di lettura dello scritto, che ne attenua la forza dirompente e permette di accettarlo tra i libri sacri d’Israele. Questa linea sapienziale-profetica era comunque la posizione di piccoli gruppi, se non di una ristretta élite intellettuale cresciuta negli ambienti colti e conservatori di Gerusalemme. Infatti qualcuno pensa che Qoèlet fosse un sadduceo ellenizzato, membro di una famiglia aristocratica benestante.

Antonio_de_Pereda, Allegoria della vanità

A differenza di altri libri sapienziali che sostengono una religiosità tradizionale (come il Libri di Tobia, Ester, Giuditta, Proverbi, Siracide, Sapienza), Qoelet contrasta il formalismo rigido e prescrittivo del Tempio: più che dare certezze di norme di fronte alla complessità della vita, ai suoi interrogativi, ai suoi dolori, con ironia e disillusione, sovverte tutte le sicurezze e i luoghi comuni diffusi tra la gente.

Nei secoli, molti hanno raccolto dal Libro ispirazione per esprimere un pessimismo scettico. Giacomo Leopardi, per esempio, in “A me stesso” canta:

(….)

Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
10la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
l’ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l’infinita vanitá del tutto.

o nel primo testo degli ultimi quattro Lieder – quattro canti seri – (Vier ernste Gesaenge op. 121, del 1896) del compositore tedesco Johannes Brahms (1833-1896)

(….)

Poiché uomini e bestie hanno identica sorte;
    muoiono queste, come anche lui muore;
    e tutti hanno un identico respiro,
    e niente ha l'uomo più della bestia:
    poiché tutto è vanità.

Oppure Goethe

In nothing now my trust shall be,
Hurray!
And all the world belongs to me,
Hurray!

Il testo originale di Qoèlet inizia e termina con la famosa affermazione dell’inconsistenza della vita Havel havalîm… (1,2 e 12,8): nella lingua biblica questo tipo di ripetizioni ha un valore superlativo, per cui la traduzione letterale della frase sarebbe la più grande vanità (analogamente, il Cantico dei Cantici significherebbe il più bel Cantico, il Re dei Re starebbe per il Re più potente, e il Sancta Sanctorum starebbe per il luogo più santo.Con questa locuzione si apre e si chiude il lungo discorso di Qohelet, che occupa i dodici capitoli del Libro.

Havel havalîm: così dura e di difficile interpretazione, normalmente resa con vanità delle vanità,  tutto è vanità. Il termine hebel/ habel , che risuona ben 38 volte, allude al fumo, al vapore, al soffio e quindi definisce la realtà come vuoto, vacuità, caducità irreversibile.

Salvator Dalì, Vanitas Vanitatum, 1969

La Parola di Dio dalla Prima Lettura. Il Libro dei Proverbi

23 settembre 2014

I Lettura Pr 21,1-6.10-13
Proverbi di carattere vario.
Salmo (Sal 118)
Guidami, Signore, sul sentiero dei tuoi comandi.
Vangelo Lc 8,19-21
Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica.

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Pr 21
L’agire del giusto e dell’empio

1Il cuore del re è un corso d’acqua in mano al Signore:
lo dirige dovunque egli vuole.
2Agli occhi dell’uomo ogni sua via sembra diritta,
ma chi scruta i cuori è il Signore.
3Praticare la giustizia e l’equità
per il Signore vale più di un sacrificio.
4Occhi alteri e cuore superbo,
lucerna dei malvagi è il peccato.
5I progetti di chi è diligente si risolvono in profitto,
ma chi ha troppa fretta va verso l’indigenza.
6Accumulare tesori a forza di menzogne
è futilità effimera di chi cerca la morte.
10L’anima del malvagio desidera fare il male,
ai suoi occhi il prossimo non trova pietà.
11Quando lo spavaldo viene punito, l’inesperto diventa saggio;
egli acquista scienza quando il saggio viene istruito.
12Il giusto osserva la casa del malvagio
e precipita i malvagi nella sventura.
13Chi chiude l’orecchio al grido del povero
invocherà a sua volta e non otterrà risposta.

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“Il cuore del re è un corso d’acqua in mano al Signore ( 21,1), apre il cap 21 del Libro dei Proverbi con una immagine che riporta alla mente il Salmo 1 dove  il giusto “ 3 è come albero piantato lungo corsi d’acqua,/che dà frutto a suo tempo:/le sue foglie non appassiscono/e tutto quello che fa, riesce bene…./6 poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti“.

“C’è una vera e propria costellazione di realtà che ruotano attorno a questo elemento così prezioso, a partire dal pericoloso jam, il “mare”, o dal più domestico Giordano, passando attraverso le piogge (con nomi ebraici diversi, se autunnali, invernali o primaverili), le sorgenti, i fiumi, i torrenti, i canali, i pozzi, le cisterne, i serbatoi celesti, il diluvio, l’oceano e così via. Per non parlare poi dei verbi legati all’acqua come bere, abbeverare, aver sete, dissetare, versare, immergere (il “battezzare” nel greco neotestamentario), lavare, purificare…. Un filo d’acqua scorre idealmente attraverso le pagine delle Sacre Scritture, testimoniando una sete ancestrale, legata a coordinate geografiche ed ecologiche segnate dall’aridità. Non per nulla la Bibbia si apre con la creazione della luce e dell’acqua (Genesi, 1, 3-10) e con le piogge e la canalizzazione delle sorgenti (Genesi, 2, 4-6) e si chiude con “un fiume d’acqua viva limpida come cristallo che scaturisce dal trono di Dio e dell’Agnello” (Apocalisse, 22, 1).

….Quando s’affacciano le nubi e cade la pioggia, si è convinti di ricevere una benedizione divina, come si legge nel Deuteronomio: “Il Signore apre per te il suo benefico tesoro, il cielo, per dare alla tua terra la pioggia a suo tempo e per benedire tutto il lavoro delle tue mani” (28, 12). Tuttavia il Creatore, che è Padre di tutti, si preoccupa di ogni sua creatura prescindendo dal merito, come dirà Gesù: “Il Padre vostro celeste fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Matteo, 5, 45).

E quando arriva la primavera con le sue piogge, il Salmista – in un dipinto poetico di straordinaria fragranza (65, 10-14) – immagina che il Signore passi col suo carro delle acque “dissetando la terra, gonfiando i fiumi, irrigando i solchi, amalgamando le zolle, bagnando il terreno con la pioggia: al suo passaggio stilla l’abbondanza, stillano i pascoli del deserto (…) e tutto canta e grida di gioia“.

L’acqua è, però, prima di tutto e sopra tutto segno di vita e di trascendenza. …..l’acqua è per eccellenza simbolo di Dio, sorgente di vita. Basti solo evocare l’indimenticabile comparazione geremiana: “Essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate che non tengono l’acqua” (2, 13). L’acqua è segno della Parola divina senza la quale si soffoca e si è aridi: “Verranno giorni – dice il Signore – in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane né sete d’acqua, ma di ascoltare la parola del Signore… Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca” (Amos, 8, 11 e Isaia, 55, 10-11)….

L’acqua è simbolo della sapienza divina effusa in Israele: “Essa trabocca come il Tigri nella stagione dei frutti nuovi, fa dilagare l’intelligenza come l’Eufrate e come il Giordano nei giorni della mietitura, espande la dottrina come il Nilo, come il Ghicon nei giorni della vendemmia (…) Io sono come un canale derivante da un fiume e come un corso d’acqua sono uscita verso un giardino. Ho detto: Innaffierò il mio giardino e irrigherò la mia aiuola! Ed ecco il mio canale è divenuto un fiume e il mio fiume un mare” (Siracide, 24, 23-25.28-29).

L’acqua annunzia l’era messianica e la rinascita dell’umanità: “Scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa; la terra bruciata diventerà una palude e il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua” (Isaia, 35, 6-7). Anzi, l’acqua diventa l’emblema di Cristo, come si intuisce nel celebre dialogo con la Samaritana: “Chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà più sete, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna” (Giovanni, 4, 14).

È per questo che l’evangelista testimonia con insistenza che dal costato del Cristo crocifisso “uscì sangue e acqua” (19, 34). E come si intuisce nelle parole destinate alla donna di Samaria, l’acqua diventa anche il segno della vita nuova del credente nel quale è effuso lo Spirito di Dio. Gesù, durante la festa ebraica delle Capanne (che comprendeva proprio un rituale con l’acqua di Siloe), aveva esclamato: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Giovanni, 7, 7-39).

L’acqua, allora, è immagine della vita nuova del fedele che con essa si purifica il cuore del male (“Lavami da tutte le mie colpe”, Salmi, 51, 4), secondo quel rito lustrale che è presente in quasi tutte le culture religiose. Essa rappresenta, così, anche la rigenerazione interiore, destinata a dare frutti di giustizia: “Il giusto sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua; darà frutti a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai” (Salmi, 1, 3). Ma l’acqua rimane soprattutto il simbolo supremo di quel Dio di cui l’uomo ha sempre sete ed è questa la costante preghiera di tutti coloro che cercano Dio con cuore sincero: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia (letteralmente “la mia gola”) ha sete di Dio, del Dio vivente (…) O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua…” (Salmi, 42, 2-3; 63, 2)”.

( G. Ravasi, Oss. Rom. 2 settembre 2011)