Archive for the ‘Brani biblici famosi’ Category

Genesi, Capitolo 42

13 ottobre 2019

[1] Ora Giacobbe seppe che in Egitto c’era il grano; perciò disse ai figli: “Perché state a guardarvi l’un l’altro?”.

[2] E continuò: “Ecco, ho sentito dire che vi è il grano in Egitto. Andate laggiù e compratene per noi, perché possiamo conservarci in vita e non morire”.

[3] Allora i dieci fratelli di Giuseppe scesero per acquistare il frumento in Egitto.

[4] Ma quanto a Beniamino, fratello di Giuseppe, Giacobbe non lo mandò con i fratelli perché diceva: “Non gli succeda qualche disgrazia!”.

[5] Arrivarono dunque i figli d’Israele per acquistare il grano, in mezzo ad altri che pure erano venuti, perché nel paese di Cànaan c’era la carestia.

[6] Ora Giuseppe aveva autorità sul paese e vendeva il grano a tutto il popolo del paese. Perciò i fratelli di Giuseppe vennero da lui e gli si prostrarono davanti con la faccia a terra.

[7] Giuseppe vide i suoi fratelli e li riconobbe, ma fece l’estraneo verso di loro, parlò duramente e disse: “Di dove siete venuti?”. Risposero: “Dal paese di Cànaan per comperare viveri”.

[8] Giuseppe riconobbe dunque i fratelli, mentre essi non lo riconobbero.

[9] Si ricordò allora Giuseppe dei sogni che aveva avuti a loro riguardo e disse loro: “Voi siete spie! Voi siete venuti a vedere i punti scoperti del paese”.

[10] Gli risposero: “No, signore mio; i tuoi servi sono venuti per acquistare viveri.

[11] Noi siamo tutti figli di un solo uomo. Noi siamo sinceri. I tuoi servi non sono spie!”.

[12] Ma egli disse loro: “No, voi siete venuti a vedere i punti scoperti del paese!”.

[13] Allora essi dissero: “Dodici sono i tuoi servi, siamo fratelli, figli di un solo uomo, nel paese di Cànaan; ecco il più giovane è ora presso nostro padre e uno non c’è più”.

[14] Giuseppe disse loro: “Le cose stanno come vi ho detto: voi siete spie.

[15] In questo modo sarete messi alla prova: per la vita del faraone, non uscirete di qui se non quando vi avrà raggiunto il vostro fratello più giovane.

[16] Mandate uno di voi a prendere il vostro fratello; voi rimarrete prigionieri. Siano così messe alla prova le vostre parole, per sapere se la verità è dalla vostra parte. Se no, per la vita del faraone, voi siete spie!”.

[17] E li tenne in carcere per tre giorni.

[18] Al terzo giorno Giuseppe disse loro: “Fate questo e avrete salva la vita; io temo Dio!

[19] Se voi siete sinceri, uno dei vostri fratelli resti prigioniero nel vostro carcere e voi andate a portare il grano per la fame delle vostre case.

[20] Poi mi condurrete qui il vostro fratello più giovane. Allora le vostre parole si dimostreranno vere e non morirete”. Essi annuirono.

[21] Allora si dissero l’un l’altro: “Certo su di noi grava la colpa nei riguardi di nostro fratello, perché abbiamo visto la sua angoscia quando ci supplicava e non lo abbiamo ascoltato. Per questo ci è venuta addosso quest’angoscia”.

[22] Ruben prese a dir loro: “Non ve lo avevo detto io: Non peccate contro il ragazzo? Ma non mi avete dato ascolto. Ecco ora ci si domanda conto del suo sangue”.

[23] Non sapevano che Giuseppe li capiva, perché tra lui e loro vi era l’interprete.

[24] Allora egli si allontanò da loro e pianse. Poi tornò e parlò con essi. Scelse tra di loro Simeone e lo fece incatenare sotto i loro occhi.

[25] Quindi Giuseppe diede ordine che si riempissero di grano i loro sacchi e si rimettesse il denaro di ciascuno nel suo sacco e si dessero loro provviste per il viaggio. E così venne loro fatto.

[26] Essi caricarono il grano sugli asini e partirono di là.

[27] Ora in un luogo dove passavano la notte uno di essi aprì il sacco per dare il foraggio all’asino e vide il proprio denaro alla bocca del sacco.

[28] Disse ai fratelli: “Mi è stato restituito il denaro: eccolo qui nel mio sacco!”. Allora si sentirono mancare il cuore e tremarono, dicendosi l’un l’altro: “Che è mai questo che Dio ci ha fatto?”.

[29] Arrivati da Giacobbe loro padre, nel paese di Cànaan, gli riferirono tutte le cose che erano loro capitate:

[30] “Quell’uomo che è il signore del paese ci ha parlato duramente e ci ha messi in carcere come spie del paese.

[31] Allora gli abbiamo detto: Noi siamo sinceri; non siamo spie!

[32] Noi siamo dodici fratelli, figli di nostro padre: uno non c’è più e il più giovane è ora presso nostro padre nel paese di Cànaan.

[33] Ma l’uomo, signore del paese, ci ha risposto: In questo modo io saprò se voi siete sinceri: lasciate qui con me uno dei vostri fratelli, prendete il grano necessario alle vostre case e andate.

[34] Poi conducetemi il vostro fratello più giovane; così saprò che non siete spie, ma che siete sinceri; io vi renderò vostro fratello e voi potrete percorrere il paese in lungo e in largo”.

[35] Mentre vuotavano i sacchi, ciascuno si accorse di avere la sua borsa di denaro nel proprio sacco. Quando essi e il loro padre videro le borse di denaro, furono presi dal timore.

[36] E il padre loro Giacobbe disse: “Voi mi avete privato dei figli! Giuseppe non c’è più, Simeone non c’è più e Beniamino me lo volete prendere. Su di me tutto questo ricade!”.

[37] Allora Ruben disse al padre: “Farai morire i miei due figli, se non te lo ricondurrò. Affidalo a me e io te lo restituirò”.

[38] Ma egli rispose: “Il mio figlio non verrà laggiù con voi, perché suo fratello è morto ed egli è rimasto solo. Se gli capitasse una disgrazia durante il viaggio che volete fare, voi fareste scendere con dolore la mia canizie negli inferi”.

Spiegazione

Versi 1-6

Giacobbe vide il grano che i suoi vicini avevano portato in Canaan dall’Egitto. È uno sprone gioire nel vedere coloro a cui non manca nulla. Molti riescono a cibarsi spiritualmente e noi dovremmo morire di fame? Avendo scoperto dove c’è l’aiuto, dobbiamo procurarcelo senza indugio e senza indietreggiare di fronte a qualsiasi fatica o prezzo da pagare, specialmente se si tratta delle nostre anime eterne. C’è colui che ha provveduto: Cristo, e noi dobbiamo andare a Lui e cercarlo.

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Genesi, Capitolo 41

3 ottobre 2019

[1] Al termine di due anni, il faraone sognò di trovarsi presso il Nilo.

[2] Ed ecco salirono dal Nilo sette vacche, belle di aspetto e grasse e si misero a pascolare tra i giunchi.

[3] Ed ecco, dopo quelle, sette altre vacche salirono dal Nilo, brutte di aspetto e magre, e si fermarono accanto alle prime vacche sulla riva del Nilo.

[4] Ma le vacche brutte di aspetto e magre divorarono le sette vacche belle di aspetto e grasse. E il faraone si svegliò.

[5] Poi si addormentò e sognò una seconda volta: ecco sette spighe spuntavano da un unico stelo, grosse e belle.

[6] Ma ecco sette spighe vuote e arse dal vento d’oriente spuntavano dopo quelle.

[7] Le spighe vuote inghiottirono le sette spighe grosse e piene. Poi il faraone si svegliò: era stato un sogno.

[8] Alla mattina il suo spirito ne era turbato, perciò convocò tutti gli indovini e tutti i saggi dell’Egitto. Il faraone raccontò loro il sogno, ma nessuno lo sapeva interpretare al faraone.

[9] Allora il capo dei coppieri parlò al faraone: “Io devo ricordare oggi le mie colpe.

[10] Il faraone si era adirato contro i suoi servi e li aveva messi in carcere nella casa del capo delle guardie, me e il capo dei panettieri.

[11] Noi facemmo un sogno nella stessa notte, io e lui; ma avemmo ciascuno un sogno con un significato particolare.

[12] Ora era là con noi un giovane ebreo, schiavo del capo delle guardie; noi gli raccontammo i nostri sogni ed egli ce li interpretò, dando a ciascuno spiegazione del suo sogno.

[13] Proprio come ci aveva interpretato, così avvenne: io fui restituito alla mia carica e l’altro fu impiccato”.

[14] Allora il faraone convocò Giuseppe. Lo fecero uscire in fretta dal sotterraneo ed egli si rase, si cambiò gli abiti e si presentò al faraone.

[15] Il faraone disse a Giuseppe: “Ho fatto un sogno e nessuno lo sa interpretare; ora io ho sentito dire di te che ti basta ascoltare un sogno per interpretarlo subito”.

[16] Giuseppe rispose al faraone: “Non io, ma Dio darà la risposta per la salute del faraone!”.

[17] Allora il faraone disse a Giuseppe: “Nel mio sogno io mi trovavo sulla riva del Nilo.

[18] Quand’ecco salirono dal Nilo sette vacche grasse e belle di forma e si misero a pascolare tra i giunchi.

[19] Ed ecco sette altre vacche salirono dopo quelle, deboli, brutte di forma e magre: non ne vidi mai di così brutte in tutto il paese d’Egitto.

[20] Le vacche magre e brutte divorarono le prime sette vacche, quelle grasse.

[21] Queste entrarono nel loro corpo, ma non si capiva che vi fossero entrate, perché il loro aspetto era brutto come prima. E mi svegliai.

[22] Poi vidi nel sogno che sette spighe spuntavano da un solo stelo, piene e belle.

[23] Ma ecco sette spighe secche, vuote e arse dal vento d’oriente, spuntavano dopo quelle.

[24] Le spighe vuote inghiottirono le sette spighe belle. Ora io l’ho detto agli indovini, ma nessuno mi dà la spiegazione”.

[25] Allora Giuseppe disse al faraone: “Il sogno del faraone è uno solo: quello che Dio sta per fare, lo ha indicato al faraone.

[26] Le sette vacche belle sono sette anni e le sette spighe belle sono sette anni: è un solo sogno.

[27] E le sette vacche magre e brutte, che salgono dopo quelle, sono sette anni e le sette spighe vuote, arse dal vento d’oriente, sono sette anni: vi saranno sette anni di carestia.

[28] È appunto ciò che ho detto al faraone: quanto Dio sta per fare, l’ha manifestato al faraone.

[29] Ecco stanno per venire sette anni, in cui sarà grande abbondanza in tutto il paese d’Egitto.

[30] Poi a questi succederanno sette anni di carestia; si dimenticherà tutta quella abbondanza nel paese d’Egitto e la carestia consumerà il paese.

[31] Si dimenticherà che vi era stata l’abbondanza nel paese a causa della carestia venuta in seguito, perché sarà molto dura.

[32] Quanto al fatto che il sogno del faraone si è ripetuto due volte, significa che la cosa è decisa da Dio e che Dio si affretta ad eseguirla.

[33] Ora il faraone pensi a trovare un uomo intelligente e saggio e lo metta a capo del paese d’Egitto.

[34] Il faraone inoltre proceda ad istituire funzionari sul paese, per prelevare un quinto sui prodotti del paese d’Egitto durante i sette anni di abbondanza.

[35] Essi raccoglieranno tutti i viveri di queste annate buone che stanno per venire, ammasseranno il grano sotto l’autorità del faraone e lo terranno in deposito nelle città.

[36] Questi viveri serviranno al paese di riserva per i sette anni di carestia che verranno nel paese d’Egitto; così il paese non sarà distrutto dalla carestia”.

[37] La cosa piacque al faraone e a tutti i suoi ministri.

[38] Il faraone disse ai ministri: “Potremo trovare un uomo come questo, in cui sia lo spirito di Dio?”.

[39] Poi il faraone disse a Giuseppe: “Dal momento che Dio ti ha manifestato tutto questo, nessuno è intelligente e saggio come te.

[40] Tu stesso sarai il mio maggiordomo e ai tuoi ordini si schiererà tutto il mio popolo: solo per il trono io sarò più grande di te”.

[41] Il faraone disse a Giuseppe: “Ecco, io ti metto a capo di tutto il paese d’Egitto”.

[42] Il faraone si tolse di mano l’anello e lo pose sulla mano di Giuseppe; lo rivestì di abiti di lino finissimo e gli pose al collo un monile d’oro.

[43] Poi lo fece montare sul suo secondo carro e davanti a lui si gridava: “Abrech”. E così lo si stabilì su tutto il paese d’Egitto.

[44] Poi il faraone disse a Giuseppe: “Sono il faraone, ma senza il tuo permesso nessuno potrà alzare la mano o il piede in tutto il paese d’Egitto”.

[45] E il faraone chiamò Giuseppe Zafnat-Paneach e gli diede in moglie Asenat, figlia di Potifera, sacerdote di On. Giuseppe uscì per tutto il paese d’Egitto.

[46] Giuseppe aveva trent’anni quando si presentò al faraone re d’Egitto.
Poi Giuseppe si allontanò dal faraone e percorse tutto il paese d’Egitto.

[47] Durante i sette anni di abbondanza la terra produsse a profusione.

[48] Egli raccolse tutti i viveri dei sette anni, nei quali vi era stata l’abbondanza nel paese d’Egitto, e ripose i viveri nelle città, cioè in ogni città ripose i viveri della campagna circostante.

[49] Giuseppe ammassò il grano come la sabbia del mare, in grandissima quantità, così che non se ne fece più il computo, perché era incalcolabile.

[50] Intanto nacquero a Giuseppe due figli, prima che venisse l’anno della carestia; glieli partorì Asenat, figlia di Potifera, sacerdote di On.

[51] Giuseppe chiamò il primogenito Manasse, “perché – disse – Dio mi ha fatto dimenticare ogni affanno e tutta la casa di mio padre”.

[52] E il secondo lo chiamò Efraim, “perché – disse – Dio mi ha reso fecondo nel paese della mia afflizione”.

[53] Poi finirono i sette anni di abbondanza nel paese d’Egitto

[54] e cominciarono i sette anni di carestia, come aveva detto Giuseppe. Ci fu carestia in tutti i paesi, ma in tutto l’Egitto c’era il pane.

[55] Poi tutto il paese d’Egitto cominciò a sentire la fame e il popolo gridò al faraone per avere il pane. Allora il faraone disse a tutti gli Egiziani: “Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà”.

[56] La carestia dominava su tutta la terra. Allora Giuseppe aprì tutti i depositi in cui vi era grano e vendette il grano agli Egiziani, mentre la carestia si aggravava in Egitto.

[57] E da tutti i paesi venivano in Egitto per acquistare grano da Giuseppe, perché la carestia infieriva su tutta la terra.

Spiegazione

Versi 1-8

Il mezzo con cui Giuseppe fu liberato dalla prigione furono i sogni di Faraone, come qui vediamo. Ora che Dio non ci parla più in quel modo, non importa quanto poco badiamo a sogni o li raccontiamo. Raccontare sogni sciocchi non può che rendere una discussione sciocca. Ma questi sogni si dimostrarono essere inviati da Dio e quando si svegliò, lo spirito di Faraone fu turbato.
9 Versi 9-32

I tempi di Dio per l’allargamento del suo popolo sono i tempi più adatti. Se il capo coppiere avesse fatto liberare Giuseppe dalla prigione, probabilmente egli sarebbe ritornato in Palestina. Pertanto egli non avrebbe avuto, né lui stesso né la sua famiglia, quella benedizione che ebbe in seguito, quando si presentò a Faraone per dare gloria a Dio. Faraone sognò di essere sulla riva del fiume Nilo e vide le vacche, sia quelle grasse che quelle magre, venire fuori dal fiume. L’Egitto non ebbe più pioggia e la piena del fiume dipendeva dal traboccare del fiume Nilo. Vedete in quanti modi la provvidenza dispensa i suoi regali e come la nostra dipendenza perdura ancora da questa Prima Causa che rende ogni creatura ciò che essa è per noi, sia essa pioggia o fiume. Vedete a quali cambiamenti sono soggetti gli agi di questa vita. Non possiamo essere sicuri che domani sarà come questo giorno o l’anno prossimo come questo corrente. Dobbiamo imparare a volere, come pure a governare l’abbondanza.

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Genesi, Capitolo 40

30 settembre 2019

[1] Dopo queste cose il coppiere del re d’Egitto e il panettiere offesero il loro padrone, il re d’Egitto.

[2] Il faraone si adirò contro i suoi due eunuchi, contro il capo dei coppieri e contro il capo dei panettieri,

[3] e li fece mettere in carcere nella casa del comandante delle guardie, nella prigione dove Giuseppe era detenuto.

[4] Il comandante delle guardie assegnò loro Giuseppe, perché li servisse. Così essi restarono nel carcere per un certo tempo.

[5] Ora, in una medesima notte, il coppiere e il panettiere del re d’Egitto, che erano detenuti nella prigione, ebbero tutti e due un sogno, ciascuno il suo sogno, che aveva un significato particolare.

[6] Alla mattina Giuseppe venne da loro e vide che erano afflitti.

[7] Allora interrogò gli eunuchi del faraone che erano con lui in carcere nella casa del suo padrone e disse: “Perché quest’oggi avete la faccia così triste?”.

[8] Gli dissero: “Abbiamo fatto un sogno e non c’è chi lo interpreti”. Giuseppe disse loro: “Non è forse Dio che ha in suo potere le interpretazioni? Raccontatemi dunque”.

[9] Allora il capo dei coppieri raccontò il suo sogno a Giuseppe e gli disse: “Nel mio sogno, ecco mi stava davanti una vite,

[10] sulla quale erano tre tralci; non appena essa cominciò a germogliare, apparvero i fiori e i suoi grappoli maturarono gli acini.

[11] Io avevo in mano il calice del faraone; presi gli acini, li spremetti nella coppa del faraone e diedi la coppa in mano al faraone”.

[12] Giuseppe gli disse: “Eccone la spiegazione: i tre tralci sono tre giorni.

[13] Fra tre giorni il faraone solleverà la tua testa e ti restituirà nella tua carica e tu porgerai il calice al faraone, secondo la consuetudine di prima, quando eri suo coppiere.

[14] Ma se, quando sarai felice, ti vorrai ricordare che io sono stato con te, fammi questo favore: parla di me al faraone e fammi uscire da questa casa.

[15] Perché io sono stato portato via ingiustamente dal paese degli Ebrei e anche qui non ho fatto nulla perché mi mettessero in questo sotterraneo”.

[16] Allora il capo dei panettieri, vedendo che aveva dato un’interpretazione favorevole, disse a Giuseppe: “Quanto a me, nel mio sogno mi stavano sulla testa tre canestri di pane bianco

[17] e nel canestro che stava di sopra era ogni sorta di cibi per il faraone, quali si preparano dai panettieri. Ma gli uccelli li mangiavano dal canestro che avevo sulla testa”.

[18] Giuseppe rispose e disse: “Questa è la spiegazione: i tre canestri sono tre giorni.

[19] Fra tre giorni il faraone solleverà la tua testa e ti impiccherà ad un palo e gli uccelli ti mangeranno la carne addosso”.

[20] Appunto al terzo giorno – era il giorno natalizio del faraone – egli fece un banchetto a tutti i suoi ministri e allora sollevò la testa del capo dei coppieri e la testa del capo dei panettieri in mezzo ai suoi ministri.

[21] Restituì il capo dei coppieri al suo ufficio di coppiere, perché porgesse la coppa al faraone,

[22] e invece impiccò il capo dei panettieri, secondo l’interpretazione che Giuseppe aveva loro data.

[23] Ma il capo dei coppieri non si ricordò di Giuseppe e lo dimenticò.

Spiegazione

Versi 1-19

Non fu tanto la prigione a rendere tristi il coppiere e il panettiere, quanto i loro sogni. Dio ha più modi per rattristare il nostro spirito. Giuseppe ebbe compassione di loro. Interessiamoci alla tristezza dei nostri fratelli che sono nella prova. È spesso un sollievo per quelli che sono nei problemi essere notati. Imparate anche a guardare alle cause dei dispiaceri. C’è una buona ragione? Non c’è sufficiente conforto per controbilanciare il dolore, qualunque esso sia? Perché ti rattristi anima mia? Giuseppe fece attenzione ad attribuire tutto alla gloria a Dio. Il sogno del coppiere prediceva il suo avanzamento. Il sogno del panettiere la sua morte. Non fu colpa di Giuseppe se egli non diede al panettiere buone notizie. E così i ministri non sono altro che interpreti e non possono rendere la cosa diversa da ciò che è: se essi agiscono fedelmente e il loro messaggio non è piacevole da sentire, non è colpa loro. Giuseppe non pensava più ai suoi fratelli che l’avevano venduto, né rifletté più sul torto fattogli dai suoi padroni, ma dolcemente stava fermo sulla propria innocenza. Quando siamo invitati a dare chiarimenti, dovremmo evitare con attenzione, come molto spesso può accadere, di dire male degli altri. Accontentiamoci di provare la nostra innocenza e non rimproveriamo gli altri per le loro colpe.

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Genesi, Capitolo 39

29 settembre 2019

[1] Giuseppe era stato condotto in Egitto e Potifar, consigliere del faraone e comandante delle guardie, un Egiziano, lo acquistò da quegli Ismaeliti che l’avevano condotto laggiù.

[2] Allora il Signore fu con Giuseppe: a lui tutto riusciva bene e rimase nella casa dell’Egiziano, suo padrone.

[3] Il suo padrone si accorse che il Signore era con lui e che quanto egli intraprendeva il Signore faceva riuscire nelle sue mani.

[4] Così Giuseppe trovò grazia agli occhi di lui e divenne suo servitore personale; anzi quegli lo nominò suo maggiordomo e gli diede in mano tutti i suoi averi.

[5] Da quando egli lo aveva fatto suo maggiordomo e incaricato di tutti i suoi averi, il Signore benedisse la casa dell’Egiziano per causa di Giuseppe e la benedizione del Signore fu su quanto aveva, in casa e nella campagna.
[6] Così egli lasciò tutti i suoi averi nelle mani di Giuseppe e non gli domandava conto di nulla, se non del cibo che mangiava. Ora Giuseppe era bello di forma e avvenente di aspetto.
[7] Dopo questi fatti, la moglie del padrone gettò gli occhi su Giuseppe e gli disse: “Unisciti a me!”.

[8] Ma egli rifiutò e disse alla moglie del suo padrone: “Vedi, il mio signore non mi domanda conto di quanto è nella sua casa e mi ha dato in mano tutti i suoi averi.

[9] Lui stesso non conta più di me in questa casa; non mi ha proibito nulla, se non te, perché sei sua moglie. E come potrei fare questo grande male e peccare contro Dio?”.

[10] E, benché ogni giorno essa ne parlasse a Giuseppe, egli non acconsentì di unirsi, di darsi a lei.

[11] Ora un giorno egli entrò in casa per fare il suo lavoro, mentre non c’era nessuno dei domestici.

[12] Essa lo afferrò per la veste, dicendo: “Unisciti a me!”. Ma egli le lasciò tra le mani la veste, fuggì e uscì.

[13] Allora essa, vedendo ch’egli le aveva lasciato tra le mani la veste ed era fuggito fuori,

[14] chiamò i suoi domestici e disse loro: “Guardate, ci ha condotto in casa un Ebreo per scherzare con noi! Mi si è accostato per unirsi a me, ma io ho gridato a gran voce.

[15] Egli, appena ha sentito che alzavo la voce e chiamavo, ha lasciato la veste accanto a me, è fuggito ed è uscito”.

[16] Ed essa pose accanto a sé la veste di lui finché il padrone venne a casa.

[17] Allora gli disse le stesse cose: “Quel servo ebreo, che tu ci hai condotto in casa, mi si è accostato per scherzare con me.

[18] Ma appena io ho gridato e ho chiamato, ha abbandonato la veste presso di me ed è fuggito fuori”.

[19] Quando il padrone udì le parole di sua moglie che gli parlava: “Proprio così mi ha fatto il tuo servo!”, si accese d’ira.

[20] Il padrone di Giuseppe lo prese e lo mise nella prigione, dove erano detenuti i carcerati del re.
Così egli rimase là in prigione.

[21] Ma il Signore fu con Giuseppe, gli conciliò benevolenza e gli fece trovare grazia agli occhi del comandante della prigione.

[22] Così il comandante della prigione affidò a Giuseppe tutti i carcerati che erano nella prigione e quanto c’era da fare là dentro, lo faceva lui.

[23] Il comandante della prigione non si prendeva cura più di nulla di quanto gli era affidato, perché il Signore era con lui e quello che egli faceva il Signore faceva riuscire.

Spiegazione

Versi 1-6

I nemici possono privarci dei nostri possessi materiali ma non possono privarci della saggezza e della grazia, possono separarci da amici, parenti e dal nostro paese ma non possono toglierci la presenza del Signore. Essi possono privarci di benefici esterni, derubarci della libertà e rinchiuderci in prigioni sotterranee ma essi non possono tagliarci fuori dalla comunione con Dio, dal trono di grazia o privarci dei benefici della salvezza. Giuseppe fu benedetto e benedetto grandemente perfino nella casa dove fu schiavo. La presenza di Dio in noi ci fa prosperare in tutto ciò che facciamo. I buoni sono la benedizione del luogo dove vivono e i buoni servi possono anch’essi così stimati tali. La prosperità del malvagio, in un modo o in un altro, favorisce i buoni. Qui troviamo una famiglia malvagia benedetta per amore di un loro buon servo.
7 Versi 7-12

La bellezza degli uomini e delle donne causa spesso problemi sia a se stessi che agli altri. Essa ci proibisce di inorgoglirci e richiede costante premura contro la tentazione che assale. Abbiamo un grande bisogno di fare un patto con i nostri occhi, affinché essi non infettino il cuore. Quando la lussuria prende il potere, la decenza, la reputazione e la coscienza vengono tutte sacrificate. La moglie di Potifar dimostrò che il suo cuore era rivolto completamente a fare del male. Satana, quando capì di non potere sopraffare Giuseppe con le difficoltà e le preoccupazioni del mondo, poiché egli ancora resisteva ad essi, l’assalì con quei piaceri che l’avrebbero potuto maggiormente rovinare. Ma Giuseppe, per grazia di Dio, fu capace di resistete e di superare questa tentazione e la sua fuga fu un grande esempio della potenza Divina come fu la stessa durante la liberazione dei tre giovinetti dalla fornace di fuoco. Questo peccato era uno di quelli che potevano soggiogare Giuseppe facilmente perché la tentatrice era la sua padrona, una il cui favore lo avrebbe potuto aiutare in appresso e offenderla e trasformarla in sua nemica fu un rischio e un pericolo non trascurabile. L’ora e il luogo, inoltre, favorivano la tentazione e a tutto questo bisogna aggiungere la frequenza costante e l’insistenza degli assalti. La grazia onnipotente di Dio permise a Giuseppe di superare anche questo assalto del nemico. Gli spronava rendere sia a Dio che al suo padrone ciò che a loro apparteneva. L’onore, la giustizia e la gratitudine ci obbligano a non fare alcun torto a quelli che pongono la loro fiducia in noi e ad evitare quanto perfino segretamente possiamo fare loro di male. Egli non avrebbe mai offeso il suo Dio. Tre cose ci fanno riflettere del comportamento di Giuseppe in questa situazione: 1. Egli considerò chi era tentato: una persona che aveva un patto con Dio, che si dichiarava religiosa e che era in comunione con lui. 2. Il tipo di peccato con cui egli fu tentato: gli altri potrebbero considerarlo una faccenda da nulla ma Giuseppe non la pensò così. Chiamiamo sempre il peccato con il suo vero nome e non ridimensioniamolo mai. Consideriamo sempre questo tipo di peccato estremamente malvagio e grandemente peccaminoso. 3. Contro chi egli fu tentato a peccare e cioè contro Dio: il peccato è contro Dio, contro la sua natura e il suo dominio, contro il suo amore e i suoi piani. Chi ama Dio deve per questo odiare ogni tipo di peccato. La grazia di Dio permise a Giuseppe di superare la tentazione fuggendo l’occasione. Egli non si mise a ragionare con la tentazione ma fuggì da essa per salvare l’anima. Se non vogliamo fare ingiustizie, fuggiamo come fa un uccello dall’insidia e come il capriolo dal cacciatore.
13 Versi 13-18

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Genesi, Capitolo 38

27 settembre 2019

[1] In quel tempo Giuda si separò dai suoi fratelli e si stabilì presso un uomo di Adullàm, di nome Chira.

[2] Qui Giuda vide la figlia di un Cananeo chiamato Sua, la prese in moglie e si unì a lei.

[3] Essa concepì e partorì un figlio e lo chiamò Er.

[4] Poi concepì ancora e partorì un figlio e lo chiamò Onan.

[5] Ancora un’altra volta partorì un figlio e lo chiamò Sela. Essa si trovava in Chezib, quando lo partorì.

[6] Giuda prese una moglie per il suo primogenito Er, la quale si chiamava Tamar.

[7] Ma Er, primogenito di Giuda, si rese odioso al Signore e il Signore lo fece morire.

[8] Allora Giuda disse a Onan: “Unisciti alla moglie del fratello, compi verso di lei il dovere di cognato e assicura così una posterità per il fratello”.

[9] Ma Onan sapeva che la prole non sarebbe stata considerata come sua; ogni volta che si univa alla moglie del fratello, disperdeva per terra, per non dare una posterità al fratello.

[10] Ciò che egli faceva non fu gradito al Signore, il quale fece morire anche lui.

[11] Allora Giuda disse alla nuora Tamar: “Ritorna a casa da tuo padre come vedova fin quando il mio figlio Sela sarà cresciuto”. Perché pensava: “Che non muoia anche questo come i suoi fratelli!”. Così Tamar se ne andò e ritornò alla casa del padre.

[12] Passarono molti giorni e morì la figlia di Sua, moglie di Giuda. Quando Giuda ebbe finito il lutto, andò a Timna da quelli che tosavano il suo gregge e con lui vi era Chira, il suo amico di Adullàm.

[13] Fu portata a Tamar questa notizia: “Ecco, tuo suocero va a Timna per la tosatura del suo gregge”.

[14] Allora Tamar si tolse gli abiti vedovili, si coprì con il velo e se lo avvolse intorno, poi si pose a sedere all’ingresso di Enaim, che è sulla strada verso Timna. Aveva visto infatti che Sela era ormai cresciuto, ma che lei non gli era stata data in moglie.

[15] Giuda la vide e la credette una prostituta, perché essa si era coperta la faccia.

[16] Egli si diresse su quella strada verso di lei e disse: “Lascia che io venga con te!”. Non sapeva infatti che quella fosse la sua nuora. Essa disse: “Che mi darai per venire con me?”.

[17] Rispose: “Io ti manderò un capretto del gregge”. Essa riprese: “Mi dai un pegno fin quando me lo avrai mandato?”.

[18] Egli disse: “Qual è il pegno che ti devo dare?”. Rispose: “Il tuo sigillo, il tuo cordone e il bastone che hai in mano”. Allora glieli diede e le si unì. Essa concepì da lui.

[19] Poi si alzò e se ne andò; si tolse il velo e rivestì gli abiti vedovili.

[20] Giuda mandò il capretto per mezzo del suo amico di Adullàm, per riprendere il pegno dalle mani di quella donna, ma quegli non la trovò.

[21] Domandò agli uomini di quel luogo: “Dov’è quella prostituta che stava in Enaim sulla strada?”. Ma risposero: “Non c’è stata qui nessuna prostituta”.

[22] Così tornò da Giuda e disse: “Non l’ho trovata; anche gli uomini di quel luogo dicevano: Non c’è stata qui nessuna prostituta”.

[23] Allora Giuda disse: “Se li tenga! Altrimenti ci esponiamo agli scherni. Vedi che le ho mandato questo capretto, ma tu non l’hai trovata”.

[24] Circa tre mesi dopo, fu portata a Giuda questa notizia: “Tamar, la tua nuora, si è prostituita e anzi è incinta a causa della prostituzione”. Giuda disse: “Conducetela fuori e sia bruciata!”.

[25] Essa veniva già condotta fuori, quando mandò a dire al suocero: “Dell’uomo a cui appartengono questi oggetti io sono incinta”. E aggiunse: “Riscontra, dunque, di chi siano questo sigillo, questi cordoni e questo bastone”.

[26] Giuda li riconobbe e disse: “Essa è più giusta di me, perché io non l’ho data a mio figlio Sela”. E non ebbe più rapporti con lei.

[27] Quand’essa fu giunta al momento di partorire, ecco aveva nel grembo due gemelli.

[28] Durante il parto, uno di essi mise fuori una mano e la levatrice prese un filo scarlatto e lo legò attorno a quella mano, dicendo: “Questi è uscito per primo”.

[29] Ma, quando questi ritirò la mano, ecco uscì suo fratello. Allora essa disse: “Come ti sei aperta una breccia?” e lo si chiamò Perez.

[30] Poi uscì suo fratello, che aveva il filo scarlatto alla mano, e lo si chiamò Zerach.

Spiegazione

La condotta dissoluta di Giuda e della sua famiglia.

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Genesi, Capitolo 37

13 settembre 2019

[1] Giacobbe si stabilì nel paese dove suo padre era stato forestiero, nel paese di Cànaan.

[2] Questa è la storia della discendenza di Giacobbe.
Giuseppe all’età di diciassette anni pascolava il gregge con i fratelli. Egli era giovane e stava con i figli di Bila e i figli di Zilpa, mogli di suo padre. Ora Giuseppe riferì al loro padre i pettegolezzi sul loro conto.

[3] Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché era il figlio avuto in vecchiaia, e gli aveva fatto una tunica dalle lunghe maniche.

[4] I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non potevano parlargli amichevolmente.

[5] Ora Giuseppe fece un sogno e lo raccontò ai fratelli, che lo odiarono ancor di più.

[6] Disse dunque loro: “Ascoltate questo sogno che ho fatto.

[7] Noi stavamo legando covoni in mezzo alla campagna, quand’ecco il mio covone si alzò e restò diritto e i vostri covoni vennero intorno e si prostrarono davanti al mio”.

[8] Gli dissero i suoi fratelli: “Vorrai forse regnare su di noi o ci vorrai dominare?”. Lo odiarono ancora di più a causa dei suoi sogni e delle sue parole.

[9] Egli fece ancora un altro sogno e lo narrò al padre e ai fratelli e disse: “Ho fatto ancora un sogno, sentite: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me”.

[10] Lo narrò dunque al padre e ai fratelli e il padre lo rimproverò e gli disse: “Che sogno è questo che hai fatto! Dovremo forse venire io e tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci fino a terra davanti a te?”.

[11] I suoi fratelli perciò erano invidiosi di lui, ma suo padre tenne in mente la cosa.

[12] I suoi fratelli andarono a pascolare il gregge del loro padre a Sichem.

[13] Israele disse a Giuseppe: “Sai che i tuoi fratelli sono al pascolo a Sichem? Vieni, ti voglio mandare da loro”. Gli rispose: “Eccomi!”.

[14] Gli disse: “Và a vedere come stanno i tuoi fratelli e come sta il bestiame, poi torna a riferirmi”. Lo fece dunque partire dalla valle di Ebron ed egli arrivò a Sichem.

[15] Mentr’egli andava errando per la campagna, lo trovò un uomo, che gli domandò: “Che cerchi?”.

[16] Rispose: “Cerco i miei fratelli. Indicami dove si trovano a pascolare”.

[17] Quell’uomo disse: “Hanno tolto le tende di qui, infatti li ho sentiti dire: Andiamo a Dotan”. Allora Giuseppe andò in cerca dei suoi fratelli e li trovò a Dotan.

[18] Essi lo videro da lontano e, prima che giungesse vicino a loro, complottarono di farlo morire.

[19] Si dissero l’un l’altro: “Ecco, il sognatore arriva!

[20] Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in qualche cisterna! Poi diremo: Una bestia feroce l’ha divorato! Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!”.

[21] Ma Ruben sentì e volle salvarlo dalle loro mani, dicendo: “Non togliamogli la vita”.

[22] Poi disse loro: “Non versate il sangue, gettatelo in questa cisterna che è nel deserto, ma non colpitelo con la vostra mano”; egli intendeva salvarlo dalle loro mani e ricondurlo a suo padre.

[23] Quando Giuseppe fu arrivato presso i suoi fratelli, essi lo spogliarono della sua tunica, quella tunica dalle lunghe maniche ch’egli indossava,

[24] poi lo afferrarono e lo gettarono nella cisterna: era una cisterna vuota, senz’acqua.

[25] Poi sedettero per prendere cibo. Quando ecco, alzando gli occhi, videro arrivare una carovana di Ismaeliti provenienti da Galaad, con i cammelli carichi di resina, di balsamo e di laudano, che andavano a portare in Egitto.

[26] Allora Giuda disse ai fratelli: “Che guadagno c’è ad uccidere il nostro fratello e a nasconderne il sangue?

[27] Su, vendiamolo agli Ismaeliti e la nostra mano non sia contro di lui, perché è nostro fratello e nostra carne”. I suoi fratelli lo ascoltarono.

[28] Passarono alcuni mercanti madianiti; essi tirarono su ed estrassero Giuseppe dalla cisterna e per venti sicli d’argento vendettero Giuseppe agli Ismaeliti. Così Giuseppe fu condotto in Egitto.

[29] Quando Ruben ritornò alla cisterna, ecco Giuseppe non c’era più. Allora si stracciò le vesti,

[30] tornò dai suoi fratelli e disse: “Il ragazzo non c’è più, dove andrò io?”.

[31] Presero allora la tunica di Giuseppe, scannarono un capro e intinsero la tunica nel sangue.

[32] Poi mandarono al padre la tunica dalle lunghe maniche e gliela fecero pervenire con queste parole: “L’abbiamo trovata; riscontra se è o no la tunica di tuo figlio”.

[33] Egli la riconobbe e disse: “È la tunica di mio figlio! Una bestia feroce l’ha divorato. Giuseppe è stato sbranato”.

[34] Giacobbe si stracciò le vesti, si pose un cilicio attorno ai fianchi e fece lutto sul figlio per molti giorni.

[35] Tutti i suoi figli e le sue figlie vennero a consolarlo, ma egli non volle essere consolato dicendo: “No, io voglio scendere in lutto dal figlio mio nella tomba”. E il padre suo lo pianse.

[36] Intanto i Madianiti lo vendettero in Egitto a Potifar, consigliere del faraone e comandante delle guardie.

spiegazione

Nella storia di Giuseppe vediamo qualcosa di Cristo, umiliato prima ed esaltato poi. Mostra anche la moltitudine dei cristiani che devono attraversare molte tribolazioni prima di entrare nel regno celeste. Non c’è nessuna altra storia come questa che illustri i diversi meccanismi della mente umana nel concepire propositi buoni e cattivi e impariamo pure lo strano modo che Dio usa per adempiere i suoi scopi. Sebbene Giuseppe fosse molto caro a suo padre, egli non fu comunque cresciuto nell’ozio. Non amano veramente i loro figli coloro che non li spronano ad essere attivi, a mettersi al lavoro e a sostenere privazioni. Il coccolare i figli è a ragione chiamata la loro rovina. Coloro che vengono educati a non fare niente probabilmente saranno dei buoni a nulla. Ma Giacobbe volle manifestare la sua predilezione facendolo vestire meglio degli altri suoi figli. È sbagliato che i genitori facciano particolarismi tra i figli, a meno che non ci sia un grave motivo. Quando i genitori fanno differenze, i figli lo notano subito e questo porta a liti in famiglia. I figli di Giacobbe agirono in quel modo di nascosto ma non avrebbero osato farlo a casa in sua presenza. Giuseppe fece a suo padre un resoconto della loro condotta cattiva affinché egli potesse riprenderli, non come un pettegolo per seminare discordie ma come un fratello fedele.

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Genesi, Capitolo 36

10 settembre 2019

1] Questa è la discendenza di Esaù, cioè Edom.

[2] Esaù prese le mogli tra le figlie dei Cananei: Ada, figlia di Elon, l’Hittita; Oolibama, figlia di Ana, figlio di Zibeon, l’Hurrita;

[3] Basemat, figlia di Ismaele, sorella di Nebaiòt.

[4] Ada partorì ad Esaù Elifaz, Basemat partorì Reuel,

[5] Oolibama partorì Ieus, Iaalam e Core. Questi sono i figli di Esaù, che gli nacquero nel paese di Cànaan.

[6] Poi Esaù prese le mogli e i figli e le figlie e tutte le persone della sua casa, il suo gregge e tutto il suo bestiame e tutti i suoi beni che aveva acquistati nel paese di Cànaan e andò nel paese di Seir, lontano dal fratello Giacobbe.

[7] Infatti i loro possedimenti erano troppo grandi perché essi potessero abitare insieme e il territorio, dove essi soggiornavano, non poteva sostenerli per causa del loro bestiame.

[8] Così Esaù si stabilì sulle montagne di Seir. Ora Esaù è Edom.

[9] Questa è la discendenza di Esaù, padre degli Idumei, nelle montagne di Seir.

[10] Questi sono i nomi dei figli di Esaù: Elifaz, figlio di Ada, moglie di Esaù; Reuel, figlio di Basemat, moglie di Esaù.

[11] I figli di Elifaz furono: Teman, Omar, Zefo, Gatam, Kenaz.

[12] Elifaz, figlio di Esaù, aveva per concubina Timna, la quale ad Elifaz partorì Amalek. Questi sono i figli di Ada, moglie di Esaù.

[13] Questi sono i figli di Reuel: Naat e Zerach, Samma e Mizza. Questi furono i figli di Basemat, moglie di Esaù.

[14] Questi furono i figli di Oolibama, moglie di Esaù, figlia di Ana, figlio di Zibeon; essa partorì a Esaù Ieus, Iaalam e Core.

[15] Questi sono i capi dei figli di Esaù: i figli di Elifaz primogenito di Esaù: il capo di Teman, il capo di Omar, il capo di Zefo, il capo di Kenaz,

[16] il capo di Core, il capo di Gatam, il capo di Amalek. Questi sono i capi di Elifaz nel paese di Edom: questi sono i figli di Ada.

[17] Questi i figli di Reuel, figlio di Esaù: il capo di Naat, il capo di Zerach, il capo di Samma, il capo di Mizza. Questi sono i capi di Reuel nel paese di Edom; questi sono i figli di Basemat, moglie di Esaù.

[18] Questi sono i figli di Oolibama, moglie di Esaù: il capo di Ieus, il capo di Iaalam, il capo di Core. Questi sono i capi di Oolibama, figlia di Ana, moglie di Esaù.

[19] Questi sono i figli di Esaù e questi i loro capi. Egli è Edom.

[20] Questi sono i figli di Seir l’Hurrita, che abitano il paese: Lotan, Sobal, Zibeon, Ana,

[21] Dison, Eser e Disan. Questi sono i capi degli Hurriti, figli di Seir, nel paese di Edom.

[22] I figli di Lotan furono Ori e Emam e la sorella di Lotan era Timna.

[23] I figli di Sobal sono Alvan, Manacat, Ebal, Sefo e Onam.

[24] I figli di Zibeon sono Aia e Ana; questo è l’Ana che trovò le sorgenti calde nel deserto, mentre pascolava gli asini del padre Zibeon.

[25] I figli di Ana sono Dison e Oolibama, figlia di Ana.

[26] I figli di Dison sono Emdam, Esban, Itran e Cheran.

[27] I figli di Eser sono Bilan, Zaavan e Akan.

[28] I figli di Disan sono Uz e Aran.

[29] Questi sono i capi degli Hurriti: il capo di Lotan, il capo di Sobal, il capo di Zibeon, il capo di Ana,

[30] il capo di Dison, il capo di Eser, il capo di Disan. Questi sono i capi degli Hurriti, secondo le loro tribù nel paese di Seir.

[31] Questi sono i re che regnarono nel paese di Edom, prima che regnasse un re degli Israeliti.

[32] Regnò dunque in Edom Bela, figlio di Beor, e la sua città si chiama Dinaba.

[33] Poi morì Bela e regnò al suo posto Iobab, figlio di Zerach, da Bosra.

[34] Poi morì Iobab e regnò al suo posto Usam, del territorio dei Temaniti.

[35] Poi morì Usam e regnò al suo posto Adad, figlio di Bedad, colui che vinse i Madianiti nelle steppe di Moab; la sua città si chiama Avit.

[36] Poi morì Adad e regnò al suo posto Samla da Masreka.

[37] Poi morì Samla e regnò al suo posto Saul da Recobot-Naar.

[38] Poi morì Saul e regnò al suo posto Baal-Canan, figlio di Acbor.

[39] Poi morì Baal-Canan, figlio di Acbor, e regnò al suo posto Adar: la sua città si chiama Pau e la moglie si chiamava Meetabel, figlia di Matred, da Me-Zaab.

[40] Questi sono i nomi dei capi di Esaù, secondo le loro famiglie, le loro località, con i loro nomi: il capo di Timna, il capo di Alva, il capo di Ietet,

[41] il capo di Oolibama, il capo di Ela, il capo di Pinon,

[42] il capo di Kenan, il capo di Teman, il capo di Mibsar,

[43] il capo di Magdiel, il capo di Iram. Questi sono i capi di Edom secondo le loro sedi nel territorio di loro proprietà. È appunto questo Esaù il padre degli Idumei.

Spiegazione

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Genesi, Capitolo 35

5 settembre 2019

Dio disse a Giacobbe: “Alzati, và a Betel e abita là; costruisci in quel luogo un altare al Dio che ti è apparso quando fuggivi Esaù, tuo fratello”.

[2] Allora Giacobbe disse alla sua famiglia e a quanti erano con lui: “Eliminate gli dei stranieri che avete con voi, purificatevi e cambiate gli abiti.

[3] Poi alziamoci e andiamo a Betel, dove io costruirò un altare al Dio che mi ha esaudito al tempo della mia angoscia e che è stato con me nel cammino che ho percorso”.

[4] Essi consegnarono a Giacobbe tutti gli dei stranieri che possedevano e i pendenti che avevano agli orecchi; Giacobbe li sotterrò sotto la quercia presso Sichem.

[5] Poi levarono l’accampamento e un terrore molto forte assalì i popoli che stavano attorno a loro, così che non inseguirono i figli di Giacobbe.

[6] Giacobbe e tutta la gente ch’era con lui arrivarono a Luz, cioè Betel, che è nel paese di Cànaan.

[7] Qui egli costruì un altare e chiamò quel luogo “El-Betel”, perché là Dio gli si era rivelato, quando sfuggiva al fratello.

[8] Allora morì Dèbora, la nutrice di Rebecca, e fu sepolta al disotto di Betel, ai piedi della quercia, che perciò si chiamò Quercia del Pianto.

[9] Dio apparve un’altra volta a Giacobbe, quando tornava da Paddan-Aram, e lo benedisse.

[10] Dio gli disse:
“Il tuo nome è Giacobbe.
Non ti chiamerai più Giacobbe,
ma Israele sarà il tuo nome”.
Così lo si chiamò Israele.

[11] Dio gli disse:
“Io sono Dio onnipotente.
Sii fecondo e diventa numeroso,
popolo e assemblea di popoli
verranno da te,
re usciranno dai tuoi fianchi.

[12] Il paese che ho concesso
ad Abramo e a Isacco
darò a te
e alla tua stirpe dopo di te
darò il paese”.

[13] Dio scomparve da lui, nel luogo dove gli aveva parlato.

[14] Allora Giacobbe eresse una stele, dove gli aveva parlato, una stele di pietra, e su di essa fece una libazione e versò olio.

[15] Giacobbe chiamò Betel il luogo dove Dio gli aveva parlato.

[16] Poi levarono l’accampamento da Betel. Mancava ancora un tratto di cammino per arrivare ad Efrata, quando Rachele partorì ed ebbe un parto difficile.

[17] Mentre penava a partorire, la levatrice le disse: “Non temere: anche questo è un figlio!”.

[18] Mentre esalava l’ultimo respiro, perché stava morendo, essa lo chiamò Ben-Oni, ma suo padre lo chiamò Beniamino.

[19] Così Rachele morì e fu sepolta lungo la strada verso Efrata, cioè Betlemme.

[20] Giacobbe eresse sulla sua tomba una stele. Questa stele della tomba di Rachele esiste fino ad oggi.

[21] Poi Israele levò l’accampamento e piantò la tenda al di là di Migdal-Eder.

[22] Mentre Israele abitava in quel paese, Ruben andò a unirsi con Bila, concubina del padre, e Israele lo venne a sapere.
I figli di Giacobbe furono dodici.

[23] I figli di Lia: il primogenito di Giacobbe, Ruben, poi Simeone, Levi, Giuda, Issacar e Zàbulon.

[24] I figli di Rachele: Giuseppe e Beniamino.

[25] I figli di Bila, schiava di Rachele: Dan e Nèftali.

[26] I figli di Zilpa, schiava di Lia: Gad e Aser. Questi sono i figli di Giacobbe che gli nacquero in Paddan-Aram.

[27] Poi Giacobbe venne da suo padre Isacco a Mamre, a Kiriat-Arba, cioè Ebron, dove Abramo e Isacco avevano soggiornato come forestieri.

[28] Isacco raggiunse l’età di centottant’anni.

[29] Poi Isacco spirò, morì e si riunì al suo parentado, vecchio e sazio di giorni. Lo seppellirono i suoi figli Esaù e Giacobbe.

Spiegazione

Versi 1-5

Betel era un luogo dimenticato. Ma poiché Dio è amore, Egli fa in modo che non lo trascuriamo mai e ci ispira nella coscienza o per mezzo della provvidenza. Quando abbiamo fatto un voto a Dio, è bene non rimandare la sua soddisfazione e semmai meglio adempierlo in ritardo che mai. Giacobbe ordinò alla sua famiglia di prepararsi non solo al viaggio e al trasloco, ma anche per il culto religioso. I capifamiglia dovrebbero utilizzare la loro autorità per perpetrare la religione nelle loro famiglie, Gios. 24:15. Essi devono rimuovere i falsi dei. Nelle famiglie dove c’è una parvenza di religione e un altare a Dio, ci sono pure molte volte manchevolezze e superstizioni più strane di quanto uno supporrebbe. La famiglia di Giacobbe doveva pulirsi e cambiare i loro indumenti: questo significava che doveva purificare e cambiare il cuore. Cosa sono gli abiti puliti e i nuovi abiti senza un cuore pulito e nuovo? Se Giacobbe avesse richiesto l’abolizione degli idoli anzitempo probabilmente essi non lo avrebbero fatto. Talvolta i tentativi di cambiamento riescono meglio di quanto possiamo aver pensato. Giacobbe seppellì quei loro idoli. Dobbiamo essere separati totalmente dai nostri peccati, come avviene quando lo siamo da coloro che muoiono e vengono seppelliti. Egli si trasferì da Sichem a Betel. Sebbene i Cananei fossero molto arrabbiati con i figli di Giacobbe per il loro barbaro trattamento verso i Sichemiti, tuttavia essi erano talmente trattenuti dalla potenza Divina che non poterono approfittarsi di vendicarsi. Il dovere porta sempre sicurezza. Quando siamo al lavoro per Dio, ci troviamo sotto una protezione speciale: Dio è con noi quando siamo con lui e se Egli è per noi chi può essere contro di noi? Dio governa il mondo per mezzo di paure segrete inviate alle menti degli uomini più di quanto ne siamo consapevoli.

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Genesi, Capitolo 34

3 settembre 2019

[1] Dina, la figlia che Lia aveva partorita a Giacobbe, uscì a vedere le ragazze del paese.

[2] Ma la vide Sichem, figlio di Camor l’Eveo, principe di quel paese, e la rapì, si unì a lei e le fece violenza.

[3] Egli rimase legato a Dina, figlia di Giacobbe; amò la fanciulla e le rivolse parole di conforto.

[4] Poi disse a Camor suo padre: “Prendimi in moglie questa ragazza”.

[5] Intanto Giacobbe aveva saputo che quegli aveva disonorato Dina, sua figlia, ma i suoi figli erano in campagna con il suo bestiame. Giacobbe tacque fino al loro arrivo.

[6] Venne dunque Camor, padre di Sichem, da Giacobbe per parlare con lui.

[7] Quando i figli di Giacobbe tornarono dalla campagna, sentito l’accaduto, ne furono addolorati e s’indignarono molto, perché quelli aveva commesso un’infamia in Israele, unendosi alla figlia di Giacobbe: così non si doveva fare!

[8] Camor disse loro: “Sichem, mio figlio, è innamorato della vostra figlia; dategliela in moglie!

[9] Anzi, alleatevi con noi: voi darete a noi le vostre figlie e vi prenderete per voi le nostre figlie.

[10] Abiterete con noi e il paese sarà a vostra disposizione; risiedetevi, percorretelo in lungo e in largo e acquistate proprietà in esso”.

[11] Poi Sichem disse al padre e ai fratelli di lei: “Possa io trovare grazia agli occhi vostri; vi darò quel che mi direte.

[12] Alzate pure molto a mio carico il prezzo nuziale e il valore del dono; vi darò quanto mi chiederete, ma datemi la giovane in moglie!”.

[13] Allora i figli di Giacobbe risposero a Sichem e a suo padre Camor e parlarono con astuzia, perché quegli aveva disonorato la loro sorella Dina.

[14] Dissero loro: “Non possiamo fare questo, dare cioè la nostra sorella ad un uomo non circonciso, perché ciò sarebbe un disonore per noi.

[15] Solo a questa condizione acconsentiremo alla vostra richiesta, se cioè voi diventerete come noi, circoncidendo ogni vostro maschio.

[16] Allora noi vi daremo le nostre figlie e ci prenderemo le vostre, abiteremo con voi e diventeremo un solo popolo.

[17] Ma se voi non ci ascoltate a proposito della nostra circoncisione, allora prenderemo la nostra figlia e ce ne andremo”.

[18] Le loro parole piacquero a Camor e a Sichem, figlio di Camor.

[19] Il giovane non indugiò ad eseguire la cosa, perché amava la figlia di Giacobbe; d’altra parte era il più onorato di tutto il casato di suo padre.

[20] Vennero dunque Camor e il figlio Sichem alla porta della loro città e parlarono agli uomini della città:

[21] “Questi uomini sono gente pacifica: abitino pure con noi nel paese e lo percorrano in lungo e in largo; esso è molto ampio per loro in ogni direzione. Noi potremo prendere per mogli le loro figlie e potremo dare a loro le nostre.

[22] Ma solo ad una condizione questi uomini acconsentiranno ad abitare con noi, a diventare un sol popolo: se cioè noi circoncidiamo ogni nostro maschio come loro stessi sono circoncisi.

[23] I loro armenti, la loro ricchezza e tutto il loro bestiame non saranno forse nostri? Accontentiamoli dunque e possano abitare con noi!”.

[24] Allora quanti avevano accesso alla porta della sua città ascoltarono Camor e il figlio Sichem: tutti i maschi, quanti avevano accesso alla porta della città, si fecero circoncidere.

[25] Ma il terzo giorno, quand’essi erano sofferenti, i due figli di Giacobbe, Simeone e Levi, i fratelli di Dina, presero ciascuno una spada, entrarono nella città con sicurezza e uccisero tutti i maschi.

[26] Passarono così a fil di spada Camor e suo figlio Sichem, portarono via Dina dalla casa di Sichem e si allontanarono.

[27] I figli di Giacobbe si buttarono sui cadaveri e saccheggiarono la città, perché quelli avevano disonorato la loro sorella.

[28] Presero così i loro greggi e i loro armenti, i loro asini e quanto era nella città e nella campagna.

[29] Portarono via come bottino tutte le loro ricchezze, tutti i loro bambini e le loro donne e saccheggiarono quanto era nelle case.

[30] Allora Giacobbe disse a Simeone e a Levi: “Voi mi avete messo in difficoltà, rendendomi odioso agli abitanti del paese, ai Cananei e ai Perizziti, mentre io ho pochi uomini; essi si raduneranno contro di me, mi vinceranno e io sarò annientato con la mia casa”.

[31] Risposero: “Si tratta forse la nostra sorella come una prostituta?”.

Spiegazione

I giovani, specialmente le ragazze, non sono mai così al sicuro se non sotto l’attenzione di genitori pii. La loro ignoranza, l’adulazione e gli inganni dei malvagi che tendono loro insidie, esponendoli così a grandi pericoli. I primi loro nemici saranno essi stessi quando chiederanno di andare all’estero e senza compagnia in mezzo a persone lontane dalla fede. Sbagliano veramente quei genitori che non impediscono mai ai loro figli di esporsi inutilmente ai pericoli. L’accontentare i figli, come Dina, diventa spesso un dolore e una vergogna per tutta la famiglia. La pretesa di Dina era quella di andare a trovare le ragazze del paese per vedere come esse si vestivano, come ballavano e cosa andava di moda tra loro. Ella andò a vedere e anche lei fu vista e notata, tutto questo perché voleva conoscere i Cananei e apprendere i loro usi. Fate attenzione a cosa accadde a Dina! Il principio del peccato sfocia poi in una fiumana d’acqua. Quanto infiamma una cosa da nulla! Dovremmo evitare con attenzione tutte le occasioni di peccato e perfino la tentazione. (more…)

Genesi, Capitolo 33

29 agosto 2019

[1] Poi Giacobbe alzò gli occhi e vide arrivare Esaù che aveva con sé quattrocento uomini. Allora distribuì i figli tra Lia, Rachele e le due schiave;

[2] mise in testa le schiave con i loro figli, più indietro Lia con i suoi figli e più indietro Rachele e Giuseppe.

[3] Egli passò davanti a loro e si prostrò sette volte fino a terra, mentre andava avvicinandosi al fratello.

[4] Ma Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero.

[5] Poi alzò gli occhi e vide le donne e i fanciulli e disse: “Chi sono questi con te?”. Rispose: “Sono i figli di cui Dio ha favorito il tuo servo”.

[6] Allora si fecero avanti le schiave con i loro figli e si prostrarono.

[7] Poi si fecero avanti anche Lia e i suoi figli e si prostrarono e infine si fecero avanti Rachele e Giuseppe e si prostrarono.

[8] Domandò ancora: “Che è tutta questa carovana che ho incontrata?”. Rispose: “È per trovar grazia agli occhi del mio signore”.

[9] Esaù disse: “Ne ho abbastanza del mio, fratello, resti per te quello che è tuo!”.

[10] Ma Giacobbe disse: “No, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, accetta dalla mia mano il mio dono, perché appunto per questo io sono venuto alla tua presenza, come si viene alla presenza di Dio, e tu mi hai gradito.

[11] Accetta il mio dono augurale che ti è stato presentato, perché Dio mi ha favorito e sono provvisto di tutto!”. Così egli insistette e quegli accettò.

[12] Poi Esaù disse: “Leviamo l’accampamento e mettiamoci in viaggio: io camminerò davanti a te”.

[13] Gli rispose: “Il mio signore sa che i fanciulli sono delicati e che ho a mio carico i greggi e gli armenti che allattano: se si affaticano anche un giorno solo, tutte le bestie moriranno.

[14] Il mio signore passi prima del suo servo, mentre io mi sposterò a tutto mio agio, al passo di questo bestiame che mi precede e al passo dei fanciulli, finché arriverò presso il mio signore a Seir”.

[15] Disse allora Esaù: “Almeno possa lasciare con te una parte della gente che ho con me!”. Rispose: “Ma perché? Possa io solo trovare grazia agli occhi del mio signore!”.

[16] Così in quel giorno stesso Esaù ritornò sul suo cammino verso Seir.

[17] Giacobbe invece si trasportò a Succot, dove costruì una casa per sé e fece capanne per il gregge. Per questo chiamò quel luogo Succot.

[18] Giacobbe arrivò sano e salvo alla città di Sichem, che è nel paese di Cànaan, quando tornò da Paddan-Aram e si accampò di fronte alla città.

[19] Poi acquistò dai figli di Camor, padre di Sichem, per cento pezzi d’argento, quella porzione di campagna dove aveva piantato la tenda.

[20] Ivi eresse un altare e lo chiamò “El, Dio d’Israele”.

Spiegazione

Versi 1-16

Giacobbe, avendo affidato il suo caso a Dio per mezzo della preghiera, continuò per la sua strada. Accada quel che accada, niente può essere rifiutato a colui il cui cuore è fondato sulla fede in Dio. Giacobbe si inchinò davanti a Esaù. Un comportamento modesto e arrendevole caccia la collera. Esaù abbracciò Giacobbe. Dio ha i cuori di tutti gli uomini nelle sue mani e può usarli quando e come piace a Lui. Non è vano avere fede in Dio e gridare a Lui nei momenti di difficoltà. E quando i modi di un uomo soddisfano il Signore Egli fa in modo che anche i suoi nemici siano in pace con lui. Esaù ricevette Giacobbe come un fratello e c’era molta tenerezza fra loro. Esaù domandò: “Chi sono quelli con te?”. A questa semplice domanda, Giacobbe parlò come a se stesso, come un uomo i cui occhi sono sempre volti verso il Signore. Giacobbe insistette nei confronti di Esaù, sebbene la sua paura fosse finita ed egli accettò il suo regalo. È bello vedere che la fede rende gli uomini generosi, col cuore liberale e le mani aperte. Ma Giacobbe rifiutò l’accompagnamento di Esaù: è sempre meglio non essere troppo intimi con gli empi che cercano la nostra partecipazione alle loro vanità o che almeno chiudiamo un occhio alle loro deridendo così la nostra religione. Altri saranno un’insidia per noi o ci offenderanno. Dobbiamo preferire di perdere tutte le cose piuttosto che mettere in pericolo le nostre anime e rinunciare a Cristo se veramente lo amiamo. E notando l’attenzione tenera di Giacobbe per la sua famiglia e per le sue greggi, egli ci ricorda il buon Pastore delle nostre anime, che prende in braccio gli agnellini e li accosta al suo petto conducendo dolcemente quelli che sono ancora giovani Isaia 40:11. Come genitori, insegnanti o pastori, dovremmo tutti seguire il suo esempio.

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Genesi, Capitolo 32

24 agosto 2019

[1] Alla mattina per tempo Làbano si alzò, baciò i figli e le figlie e li benedisse. Poi partì e ritornò a casa.

[2] Mentre Giacobbe continuava il viaggio, gli si fecero incontro gli angeli di Dio.

[3] Giacobbe al vederli disse: “Questo è l’accampamento di Dio” e chiamò quel luogo Macanaim.

[4] Poi Giacobbe mandò avanti a sé alcuni messaggeri al fratello Esaù, nel paese di Seir, la campagna di Edom.

[5] Diede loro questo comando: “Direte al mio signore Esaù: Dice il tuo servo Giacobbe: Sono stato forestiero presso Làbano e vi sono restato fino ad ora.

[6] Sono venuto in possesso di buoi, asini e greggi, di schiavi e schiave. Ho mandato ad informarne il mio signore, per trovare grazia ai suoi occhi”.

[7] I messaggeri tornarono da Giacobbe, dicendo: “Siamo stati da tuo fratello Esaù; ora egli stesso sta venendoti incontro e ha con sé quattrocento uomini”.

[8] Giacobbe si spaventò molto e si sentì angosciato; allora divise in due accampamenti la gente che era con lui, il gregge, gli armenti e i cammelli.

[9] Pensò infatti: “Se Esaù raggiunge un accampamento e lo batte, l’altro accampamento si salverà”.

[10] Poi Giacobbe disse: “Dio del mio padre Abramo e Dio del mio padre Isacco, Signore, che mi hai detto: Ritorna al tuo paese, nella tua patria e io ti farò del bene,

[11] io sono indegno di tutta la benevolenza e di tutta la fedeltà che hai usato verso il tuo servo. Con il mio bastone soltanto avevo passato questo Giordano e ora sono divenuto tale da formare due accampamenti.

[12] Salvami dalla mano del mio fratello Esaù, perché io ho paura di lui: egli non arrivi e colpisca me e tutti, madre e bambini!

[13] Eppure tu hai detto: Ti farò del bene e renderò la tua discendenza come la sabbia del mare, tanto numerosa che non si può contare”.

[14] Giacobbe rimase in quel luogo a passare la notte. Poi prese, di ciò che gli capitava tra mano, di che fare un dono al fratello Esaù:

[15] duecento capre e venti capri, duecento pecore e venti montoni,

[16] trenta cammelle allattanti con i loro piccoli, quaranta giovenche e dieci torelli, venti asine e dieci asinelli.

[17] Egli affidò ai suoi servi i singoli branchi separatamente e disse loro: “Passate davanti a me e lasciate un certo spazio tra un branco e l’altro”.

[18] Diede questo ordine al primo: “Quando ti incontrerà Esaù, mio fratello, e ti domanderà: Di chi sei tu? Dove vai? Di chi sono questi animali che ti camminano davanti?,

[19] tu risponderai: Del tuo fratello Giacobbe: è un dono inviato al mio signore Esaù; ecco egli stesso ci segue”.

[20] Lo stesso ordine diede anche al secondo e anche al terzo e a quanti seguivano i branchi: “Queste parole voi rivolgerete ad Esaù quando lo troverete;

[21] gli direte: Anche il tuo servo Giacobbe ci segue”. Pensava infatti: “Lo placherò con il dono che mi precede e in seguito mi presenterò a lui; forse mi accoglierà con benevolenza”.

[22] Così il dono passò prima di lui, mentr’egli trascorse quella notte nell’accampamento.

[23] Durante quella notte egli si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici figli e passò il guado dello Iabbok.

[24] Li prese, fece loro passare il torrente e fece passare anche tutti i suoi averi.

[25] Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora.

[26] Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui.

[27] Quegli disse: “Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora”. Giacobbe rispose: “Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!”.

[28] Gli domandò: “Come ti chiami?”. Rispose: “Giacobbe”.

[29] Riprese: “Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!”.

[30] Giacobbe allora gli chiese: “Dimmi il tuo nome”. Gli rispose: “Perché mi chiedi il nome?”. E qui lo benedisse.

[31] Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel “Perché – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva”.

[32] Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuel e zoppicava all’anca.

[33] Per questo gli Israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico, che è sopra l’articolazione del femore, perché quegli aveva colpito l’articolazione del femore di Giacobbe nel nervo sciatico.

Spiegazione

Versi 1-8

Gli angeli di Dio apparvero a Giacobbe per incoraggiarlo, assicurandogli la protezione Divina. Quando Dio progetta per il suo popolo grandi prove, Egli lo prepara prima con grandi consolazioni. Mentre Giacobbe, a cui apparteneva la promessa, si trovava in un momento difficile, Esaù divenne principe. Giacobbe gli mandò un messaggio mostrandogli che egli non insisteva più sul diritto di primogenitura. La dolcezza evita grandi peccati, Ec 10:4. Non dobbiamo rifiutarci di parlare dolcemente, anche a quelli che ingiustamente si sono arrabbiati con noi. Giacobbe ricevette un resoconto dei preparativi di guerra che Esaù stava facendo contro di lui ed ebbe molta paura. Un vivo senso del pericolo e di paura scaturita dagli eventi può essere trovata unita alla fede più umile che crede al potere e alle promesse di Dio.

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Genesi, Capitolo 31

29 luglio 2019

[1] Ma Giacobbe venne a sapere che i figli di Làbano dicevano: “Giacobbe si è preso quanto era di nostro padre e con quanto era di nostro padre si è fatta tutta questa fortuna”.

[2] Giacobbe osservò anche la faccia di Làbano e si accorse che non era più verso di lui come prima.

[3] Il Signore disse a Giacobbe: “Torna al paese dei tuoi padri, nella tua patria e io sarò con te”.

[4] Allora Giacobbe mandò a chiamare Rachele e Lia, in campagna presso il suo gregge

[5] e disse loro: “Io mi accorgo dal volto di vostro padre che egli verso di me non è più come prima; eppure il Dio di mio padre è stato con me.

[6] Voi stesse sapete che io ho servito vostro padre con tutte le forze,

[7] mentre vostro padre si è beffato di me e ha cambiato dieci volte il mio salario; ma Dio non gli ha permesso di farmi del male.

[8] Se egli diceva: Le bestie punteggiate saranno il tuo salario, tutto il gregge figliava bestie punteggiate; se diceva: Le bestie striate saranno il tuo salario, allora tutto il gregge figliava bestie striate.

[9] Così Dio ha sottratto il bestiame a vostro padre e l’ha dato a me.

[10] Una volta, quando il piccolo bestiame va in calore, io in sogno alzai gli occhi e vidi che i capri in procinto di montare le bestie erano striati, punteggiati e chiazzati.

[11] L’angelo di Dio mi disse in sogno: Giacobbe! Risposi: Eccomi.

[12] Riprese: Alza gli occhi e guarda: tutti i capri che montano le bestie sono striati, punteggiati e chiazzati, perché ho visto quanto Làbano ti fa.

[13] Io sono il Dio di Betel, dove tu hai unto una stele e dove mi hai fatto un voto. Ora alzati, parti da questo paese e torna nella tua patria!”.

[14] Rachele e Lia gli risposero: “Abbiamo forse ancora una parte o una eredità nella casa di nostro padre?

[15] Non siamo forse tenute in conto di straniere da parte sua, dal momento che ci ha vendute e si è anche mangiato il nostro danaro?

[16] Tutta la ricchezza che Dio ha sottratto a nostro padre è nostra e dei nostri figli. Ora fà pure quanto Dio ti ha detto”.

[17] Allora Giacobbe si alzò, caricò i figli e le mogli sui cammelli

[18] e condusse via tutto il bestiame e tutti gli averi che si era acquistati, il bestiame che si era acquistato in Paddan-Aram, per ritornare da Isacco, suo padre, nel paese di Cànaan.

[19] Làbano era andato a tosare il gregge e Rachele rubò gli idoli che appartenevano al padre.

[20] Giacobbe eluse l’attenzione di Làbano l’Arameo, non avvertendolo che stava per fuggire;

[21] così potè andarsene con tutti i suoi averi. Si alzò dunque, passò il fiume e si diresse verso le montagne di Gàlaad.

[22] Al terzo giorno fu riferito a Làbano che Giacobbe era fuggito.

[23] Allora egli prese con sé i suoi parenti, lo inseguì per sette giorni di cammino e lo raggiunse sulle montagne di Gàlaad.

[24] Ma Dio venne da Làbano l’Arameo in un sogno notturno e gli disse: “Bada di non dir niente a Giacobbe, proprio nulla!”.

[25] Làbano andò dunque a raggiungere Giacobbe; ora Giacobbe aveva piantato la tenda sulle montagne e Làbano si era accampato con i parenti sulle montagne di Gàlaad.

[26] Disse allora Làbano a Giacobbe: “Che hai fatto? Hai eluso la mia attenzione e hai condotto via le mie figlie come prigioniere di guerra!

[27] Perché sei fuggito di nascosto, mi hai ingannato e non mi hai avvertito? Io ti avrei congedato con festa e con canti, a suon di timpani e di cetre!

[28] E non mi hai permesso di baciare i miei figli e le mie figlie! Certo hai agito in modo insensato.

[29] Sarebbe in mio potere di farti del male, ma il Dio di tuo padre mi ha parlato la notte scorsa: Bada di non dir niente a Giacobbe, né in bene né in male!

[30] Certo, sei partito perché soffrivi di nostalgia per la casa di tuo padre; ma perché mi hai rubato i miei dei?”.

[31] Giacobbe rispose a Làbano e disse: “Perché avevo paura e pensavo che mi avresti tolto con la forza le tue figlie.

[32] Ma quanto a colui presso il quale tu troverai i tuoi dei, non resterà in vita! Alla presenza dei nostri parenti riscontra quanto vi può essere di tuo presso di me e prendilo”. Giacobbe non sapeva che li aveva rubati Rachele.

[33] Allora Làbano entrò nella tenda di Giacobbe e poi nella tenda di Lia e nella tenda delle due schiave, ma non trovò nulla. Poi uscì dalla tenda di Lia ed entrò nella tenda di Rachele.

[34] Rachele aveva preso gli idoli e li aveva messi nella sella del cammello, poi vi si era seduta sopra, così Làbano frugò in tutta la tenda, ma non li trovò.

[35] Essa parlò al padre: “Non si offenda il mio signore se io non posso alzarmi davanti a te, perché ho quello che avviene di regola alle donne”. Làbano cercò dunque il tutta la tenda e non trovò gli idoli.

[36] Giacobbe allora si adirò e apostrofò Làbano, al quale disse: “Qual è il mio delitto, qual è il mio peccato, perché ti sia messo a inseguirmi?

[37] Ora che hai frugato tra tutti i miei oggetti, che hai trovato di tutte le robe di casa tua? Mettilo qui davanti ai miei e tuoi parenti e siano essi giudici tra noi due.

[38] Vent’anni ho passato con te: le tue pecore e le tue capre non hanno abortito e i montoni del tuo gregge non ho mai mangiato.

[39] Nessuna bestia sbranata ti ho portato: io ne compensavo il danno e tu reclamavi da me ciò che veniva rubato di giorno e ciò che veniva rubato di notte.

[40] Di giorno mi divorava il caldo e di notte il gelo e il sonno fuggiva dai miei occhi.

[41] Vent’anni sono stato in casa tua: ho servito quattordici anni per le tue due figlie e sei anni per il tuo gregge e tu hai cambiato il mio salario dieci volte.

[42] Se non fosse stato con me il Dio di mio padre, il Dio di Abramo e il Terrore di Isacco, tu ora mi avresti licenziato a mani vuote; ma Dio ha visto la mia afflizione e la fatica delle mie mani e la scorsa notte egli ha fatto da arbitro”.

[43] Làbano allora rispose e disse a Giacobbe: “Queste figlie sono mie figlie e questi figli sono miei figli; questo bestiame è il mio bestiame e quanto tu vedi è mio. E che potrei fare oggi a queste mie figlie o ai figli che esse hanno messi al mondo?

[44] Ebbene, vieni, concludiamo un’alleanza io e te e ci sia un testimonio tra me e te”.

[45] Giacobbe prese una pietra e la eresse come una stele.

[46] Poi disse ai suoi parenti: “Raccogliete pietre”, e quelli presero pietre e ne fecero un mucchio. Poi mangiarono là su quel mucchio.

[47] Làbano lo chiamò Iegar-Saaduta, mentre Giacobbe lo chiamò Gal-Ed.

[48] Làbano disse: “Questo mucchio sia oggi un testimonio tra me e te”; per questo lo chiamò Gal-Ed

[49] e anche Mizpa, perché disse: “Il Signore starà di vedetta tra me e te, quando noi non ci vedremo più l’un l’altro.

[50] Se tu maltratterai le mie figlie e se prenderai altre mogli oltre le mie figlie, non un uomo sarà con noi, ma bada, Dio sarà testimonio tra me e te”.

[51] Soggiunse Làbano a Giacobbe: “Ecco questo mucchio ed ecco questa stele, che io ho eretta tra me e te.

[52] Questo mucchio è testimonio e questa stele è testimonio che io giuro di non oltrepassare questo mucchio dalla tua parte e che tu giuri di non oltrepassare questo mucchio e questa stele dalla mia parte per fare il male.

[53] Il Dio di Abramo e il Dio di Nacor siano giudici tra di noi”. Giacobbe giurò per il Terrore di suo padre Isacco.

[54] Poi offrì un sacrificio sulle montagne e invitò i suoi parenti a prender cibo. Essi mangiarono e passarono la notte sulle montagne.

Spiegazione

Versi 1-21

Gli affari di queste famiglie sono così dettagliatamente riportate mentre i grandi eventi degli stati e di regni di quel periodo non vengono citati. La Bibbia insegna alla gente i compiti quotidiani della vita: come servire Dio, come apprezzare le benedizioni che egli dà e come fare del bene nelle diverse circostanze della vita. Gli egoisti si considerano derubati di tutto quello che non possono ottenere e l’egoismo vuole impedire anche gli affetti naturali. Sopravvalutare le ricchezze terrene è quell’errore che nutre la radice dell’egoismo, dell’invidia e di ogni male. Gli uomini del mondo ricercano le strade l’uno dell’altro e sembra che questo tolga ad ognuno la pace, provocando scontentezza, invidia e disaccordo. Ma ci sono possessi che sono sufficienti in tutto e felici coloro che le cercano prima di tutto. In tutte le nostre rinunce dovremmo avere rispetto del comando e della promessa di Dio. Se Egli è con noi, non abbiamo bisogno di temere. I pericoli che ci circondano sono così tanti, che niente più può realmente scoraggiate i nostri cuori. Ricordare i tempi benedetti della comunione con Dio è molto confortante quando siamo in difficoltà e dobbiamo pure ricordare spesso i nostri voti che non abbiamo adempiuto.

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Genesi, Capitolo 30

3 luglio 2019

[1] Rachele, vedendo che non le era concesso di procreare figli a Giacobbe, divenne gelosa della sorella e disse a Giacobbe: “Dammi dei figli, se no io muoio!”.

[2] Giacobbe s’irritò contro Rachele e disse: “Tengo forse io il posto di Dio, il quale ti ha negato il frutto del grembo?”.

[3] Allora essa rispose: “Ecco la mia serva Bila: unisciti a lei, così che partorisca sulle mie ginocchia e abbia anch’io una mia prole per mezzo di lei”.

[4] Così essa gli diede in moglie la propria schiava Bila e Giacobbe si unì a lei.

[5] Bila concepì e partorì a Giacobbe un figlio.

[6] Rachele disse: “Dio mi ha fatto giustizia e ha anche ascoltato la mia voce, dandomi un figlio”. Per questo essa lo chiamò Dan.

[7] Poi Bila, la schiava di Rachele, concepì ancora e partorì a Giacobbe un secondo figlio.

[8] Rachele disse: “Ho sostenuto contro mia sorella lotte difficili e ho vinto!”. Perciò lo chiamò Nèftali.

[9] Allora Lia, vedendo che aveva cessato di aver figli, prese la propria schiava Zilpa e la diede in moglie e Giacobbe.
[10] Zilpa, la schiava di Lia, partorì a Giacobbe un figlio.

[11] Lia disse: “Per fortuna!” e lo chiamò Gad.

[12] Poi Zilpa, la schiava di Lia, partorì un secondo figlio a Giacobbe.

[13] Lia disse: “Per mia felicità! Perché le donne mi diranno felice”. Perciò lo chiamò Aser.

[14] Al tempo della mietitura del grano, Ruben uscì e trovò mandragore, che portò alla madre Lia. Rachele disse a Lia: “Dammi un pò delle mandragore di tuo figlio”.

[15] Ma Lia rispose: “È forse poco che tu mi abbia portato via il marito perché voglia portar via anche le mandragore di mio figlio?”. Riprese Rachele: “Ebbene, si corichi pure con te questa notte, in cambio delle mandragore di tuo figlio”.

[16] Alla sera, quando Giacobbe arrivò dalla campagna, Lia gli uscì incontro e gli disse: “Da me devi venire, perché io ho pagato il diritto di averti con le mandragore di mio figlio”. Così egli si coricò con lei quella notte.

[17] Il Signore esaudì Lia, la quale concepì e partorì a Giacobbe un quinto figlio.

[18] Lia disse: “Dio mi ha dato il mio salario, per avere io dato la mia schiava a mio marito”. Perciò lo chiamò Issacar.

[19] Poi Lia concepì e partorì ancora un sesto figlio a Giacobbe.

[20] Lia disse: “Dio mi ha fatto un bel regalo: questa volta mio marito mi preferirà, perché gli ho partorito sei figli”. Perciò lo chiamò Zàbulon.

[21] In seguito partorì una figlia e la chiamò Dina.

[22] Poi Dio si ricordò anche di Rachele; Dio la esaudì e la rese feconda.

[23] Essa concepì e partorì un figlio e disse: “Dio ha tolto il mio disonore”.

[24] E lo chiamò Giuseppe dicendo: “Il Signore mi aggiunga un altro figlio!”.

[25] Dopo che Rachele ebbe partorito Giuseppe, Giacobbe disse a Làbano: “Lasciami andare e tornare a casa mia, nel mio paese.

[26] Dammi le mogli, per le quali ti ho servito, e i miei bambini perché possa partire: tu conosci il servizio che ti ho prestato”.

[27] Gli disse Làbano: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi… Per divinazione ho saputo che il Signore mi ha benedetto per causa tua”.

[28] E aggiunse: “Fissami il tuo salario e te lo darò”.

[29] Gli rispose: “Tu stesso sai come ti ho servito e quanti sono diventati i tuoi averi per opera mia.

[30] Perché il poco che avevi prima della mia venuta è cresciuto oltre misura e il Signore ti ha benedetto sui miei passi. Ma ora, quando lavorerò anch’io per la mia casa?”.

[31] Riprese Làbano: “Che ti devo dare?”. Giacobbe rispose: “Non mi devi nulla; se tu farai per me quanto ti dico, ritornerò a pascolare il tuo gregge e a custodirlo.

[32] Oggi passerò fra tutto il tuo bestiame; metti da parte ogni capo di colore scuro tra le pecore e ogni capo chiazzato e punteggiato tra le capre: sarà il mio salario.

[33] In futuro la mia stessa onestà risponderà per me; quando verrai a verificare il mio salario, ogni capo che non sarà punteggiato o chiazzato tra le capre e di colore scuro tra le pecore, se si troverà presso di me, sarà come rubato”.

[34] Làbano disse: “Bene, sia come tu hai detto!”.

[35] In quel giorno mise da parte i capri striati e chiazzati e tutte le capre punteggiate e chiazzate, ogni capo che aveva del bianco e ogni capo di colore scuro tra le pecore. Li affidò ai suoi figli

[36] e stabilì una distanza di tre giorni di cammino tra sé e Giacobbe, mentre Giacobbe pascolava l’altro bestiame di Làbano.

[37] Ma Giacobbe prese rami freschi di pioppo, di mandorlo e di platano, ne intagliò la corteccia a striscie bianche, mettendo a nudo il bianco dei rami.

[38] Poi egli mise i rami così scortecciati nei truogoli agli abbeveratoi dell’acqua, dove veniva a bere il bestiame, proprio in vista delle bestie, le quali si accoppiavano quando venivano a bere.

[39] Così le bestie si accoppiarono di fronte ai rami e le capre figliarono capretti striati, punteggiati e chiazzati.

[40] Quanto alle pecore, Giacobbe le separò e fece sì che le bestie avessero davanti a sé gli animali striati e tutti quelli di colore scuro del gregge di Làbano. E i branchi che si era così costituiti per conto suo, non li mise insieme al gregge di Làbano.

[41] Ogni qualvolta si accoppiavano bestie robuste, Giacobbe metteva i rami nei truogoli in vista delle bestie, per farle concepire davanti ai rami.

[42] Quando invece le bestie erano deboli, non li metteva. Così i capi di bestiame deboli erano per Làbano e quelli robusti per Giacobbe.

[43] Egli si arricchì oltre misura e possedette greggi in grande quantità, schiave e schiavi, cammelli e asini.

Spiegazione

Versi 1-13

Rachele invidiava sua sorella: l’invidia brama i beni di un altro e questo è uno dei peccati più odiati da Dio e il più dannoso per il nostro prossimo e per noi stessi. Ella non considerava che era Dio a fare la differenza e che aveva grandi benedizioni in altre cose. Consideriamo tutti con attenzione l’insorgere e i meccanismi di questa passione nelle nostre menti. Non si deve mai essere cattivi verso nessun servo nostro perché il nostro padrone è buono. Giacobbe amava Rachele ma ciononostante la rimproverò per quel che disse. I rimproveri sinceri sono segno di vero affetto. Dio deve abitare in noi al posto di qualsiasi altra creatura ed è peccato e follia mettere una qualsiasi creatura al posto di Dio e porvi la nostra fiducia, che dovrebbe essere messa solo in Dio e non in una qualsiasi creatura. Alla persuasione di Rachele, Giacobbe prese Bila, la sua serva, come moglie, e, secondo l’uso di quei tempi, i suoi figli potevano essere riconosciuti come propri figli dalla padrona. Se non fosse stato influenzato da passioni perverse, il cuore di Rachele avrebbe ritenuto i figli di sua sorella più vicini a lei e avrebbe potuto dare ad essi più attenzione, invece di darla a Bila. Ma quei bambini, su cui ella aveva diritto di governare, erano per Rachele più amabili rispetto a quelli che doveva amare a ragione. Come esempio iniziale del suo potere su questi bambini, ella volle dare a loro nomi che erano segni di rivalità con quelli di sua sorella. Guardate le amarezze e i conflitti che genera l’invidia e come essa peggiori i rapporti umani. Convinto da Lia, Giacobbe prese pure la serva di lei, Zilpa, come moglie. Vedete il potere della gelosia e della rivalità e ammirate la saggezza del divino consiglio, che fa unire insieme solo un uomo a una sola donna poiché Dio ci ha chiamati alla pace e alla purezza.

14 Versi 14-24 (more…)

Genesi, Capitolo 29

28 giugno 2019

[1] Poi Giacobbe si mise in cammino e andò nel paese degli orientali.

[2] Vide nella campagna un pozzo e tre greggi di piccolo bestiame, accovacciati vicino, perché a quel pozzo si abbeveravano i greggi, ma la pietra sulla bocca del pozzo era grande.

[3] Quando tutti i greggi si erano radunati là, i pastori rotolavano la pietra dalla bocca del pozzo e abbeveravano il bestiame; poi rimettevano la pietra al posto sulla bocca del pozzo.

[4] Giacobbe disse loro: “Fratelli miei, di dove siete?”. Risposero: “Siamo di Carran”.

[5] Disse loro: “Conoscete Làbano, figlio di Nacor?”. Risposero: “Lo conosciamo”.

[6] Disse loro: “Sta bene?”. Risposero: “Sì; ecco la figlia Rachele che viene con il gregge”.

[7] Riprese: “Eccoci ancora in pieno giorno: non è tempo di radunare il bestiame. Date da bere al bestiame e andate a pascolare!”.

[8] Risposero: “Non possiamo, finché non siano radunati tutti i greggi e si rotoli la pietra dalla bocca del pozzo; allora faremo bere il gregge”.

[9] Egli stava ancora parlando con loro, quando arrivò Rachele con il bestiame del padre, perché era una pastorella.

[10] Quando Giacobbe vide Rachele, figlia di Làbano, fratello di sua madre, insieme con il bestiame di Làbano, fratello di sua madre, Giacobbe, fattosi avanti, rotolò la pietra dalla bocca del pozzo e fece bere le pecore di Làbano, fratello di sua madre.

[11] Poi Giacobbe baciò Rachele e pianse ad alta voce.

[12] Giacobbe rivelò a Rachele che egli era parente del padre di lei, perché figlio di Rebecca. Allora essa corse a riferirlo al padre.

[13] Quando Làbano seppe che era Giacobbe, il figlio di sua sorella, gli corse incontro, lo abbracciò, lo baciò e lo condusse nella sua casa. Ed egli raccontò a Làbano tutte le sue vicende.

[14] Allora Làbano gli disse: “Davvero tu sei mio osso e mia carne!”. Così dimorò presso di lui per un mese.

[15] Poi Làbano disse a Giacobbe: “Poiché sei mio parente, mi dovrai forse servire gratuitamente? Indicami quale deve essere il tuo salario”.

[16] Ora Làbano aveva due figlie; la maggiore si chiamava Lia e la più piccola si chiamava Rachele.

[17] Lia aveva gli occhi smorti, mentre Rachele era bella di forme e avvenente di aspetto,

[18] perciò Giacobbe amava Rachele. Disse dunque: “Io ti servirò sette anni per Rachele, tua figlia minore”.

[19] Rispose Làbano: “Preferisco darla a te piuttosto che a un estraneo. Rimani con me”.

[20] Così Giacobbe servì sette anni per Rachele: gli sembrarono pochi giorni tanto era il suo amore per lei.

[21] Poi Giacobbe disse a Làbano: “Dammi la mia sposa, perché il mio tempo è compiuto e voglio unirmi a lei”.

[22] Allora Làbano radunò tutti gli uomini del luogo e diede un banchetto.

[23] Ma quando fu sera, egli prese la figlia Lia e la condusse da lui ed egli si unì a lei.

[24] Làbano diede la propria schiava Zilpa alla figLia, come schiava.

[25] Quando fu mattina… ecco era Lia! Allora Giacobbe disse a Làbano: “Che mi hai fatto? Non è forse per Rachele che sono stato al tuo servizio? Perché mi hai ingannato?”.

[26] Rispose Làbano: “Non si usa far così nel nostro paese, dare, cioè, la più piccola prima della maggiore.

[27] Finisci questa settimana nuziale, poi ti darò anche quest’altra per il servizio che tu presterai presso di me per altri sette anni”.

[28] Giacobbe fece così: terminò la settimana nuziale e allora Làbano gli diede in moglie la figlia Rachele.

[29] Làbano diede alla figlia Rachele la propria schiava Bila, come schiava.

[30] Egli si unì anche a Rachele e amò Rachele più di Lia. Fu ancora al servizio di lui per altri sette anni.

[31] Ora il Signore, vedendo che Lia veniva trascurata, la rese feconda, mentre Rachele rimaneva sterile.

[32] Così Lia concepì e partorì un figlio e lo chiamò Ruben, perché disse: “Il Signore ha visto la mia umiliazione; certo, ora mio marito mi amerà”.

[33] Poi concepì ancora un figlio e disse: “Il Signore ha udito che io ero trascurata e mi ha dato anche questo”. E lo chiamò Simeone.

[34] Poi concepì ancora e partorì un figlio e disse: “Questa volta mio marito mi si affezionerà, perché gli ho partorito tre figli”. Per questo lo chiamò Levi.

[35] Concepì ancora e partorì un figlio e disse: “Questa volta loderò il Signore”. Per questo lo chiamò Giuda. Poi cessò di avere figli.

Spiegazione

(31-35)

Versi 1-8

Giacobbe procedeva con letizia nel suo viaggio, dopo la dolce comunione avuta con Dio a Betel. La provvidenza lo portò al campo dove le greggi di suo zio dovevano abbeverarsi. L’attenzione dei pastori per le loro pecore può ricordarci la tenera preoccupazione che il nostro Signore Gesù, il grande Pastore delle pecore, ha per il suo gregge e per la sua chiesa, poiché egli è il buon Pastore che conosce le sue pecore ed è conosciuto da loro. La pietra sull’imboccatura del pozzo era posta per proteggerlo: l’acqua era scarsa e non era di uso pubblico. I diversi interessi però non dovrebbero privarci di aiutare gli uni gli altri. Quando tutti i pastori vennero insieme alle loro greggi, quali vicini benvoluti, poterono abbeverare le loro greggi. La legge della gentilezza della lingua ha una potenza imponente, Pr 31:26. Giacobbe fu cortese con questi stranieri ed egli li trovò altrettanto benevoli nei suoi confronti.

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Genesi, Capitolo 28

25 giugno 2019

[1] Allora Isacco chiamò Giacobbe, lo benedisse e gli diede questo comando: “Tu non devi prender moglie tra le figlie di Cànaan.

[2] Su, và in Paddan-Aram, nella casa di Betuèl, padre di tua madre, e prenditi di là la moglie tra le figlie di Làbano, fratello di tua madre.

[3] Ti benedica Dio onnipotente, ti renda fecondo e ti moltiplichi, sì che tu divenga una assemblea di popoli.

[4] Conceda la benedizione di Abramo a te e alla tua discendenza con te, perché tu possieda il paese dove sei stato forestiero, che Dio ha dato ad Abramo”.

[5] Così Isacco fece partire Giacobbe, che andò in Paddan-Aram presso Làbano, figlio di Betuèl, l’Arameo, fratello di Rebecca, madre di Giacobbe e di Esaù.

[6] Esaù vide che Isacco aveva benedetto Giacobbe e l’aveva mandato in Paddan-Aram per prendersi una moglie di là e che, mentre lo benediceva, gli aveva dato questo comando: “Non devi prender moglie tra le Cananee”.

[7] Giacobbe aveva obbedito al padre e alla madre ed era partito per Paddan-Aram.

[8] Esaù comprese che le figlie di Cànaan non erano gradite a suo padre Isacco.

[9] Allora si recò da Ismaele e, oltre le mogli che aveva, si prese in moglie Macalat, figlia di Ismaele, figlio di Abramo, sorella di Nebaiòt.
[10] Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran.

[11] Capitò così in un luogo, dove passò la notte, perché il sole era tramontato; prese una pietra, se la pose come guanciale e si coricò in quel luogo.

[12] Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa.

[13] Ecco il Signore gli stava davanti e disse: “Io sono il Signore, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco. La terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e alla tua discendenza.

[14] La tua discendenza sarà come la polvere della terra e ti estenderai a occidente e ad oriente, a settentrione e a mezzogiorno. E saranno benedette per te e per la tua discendenza tutte le nazioni della terra.

[15] Ecco io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai; poi ti farò ritornare in questo paese, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto quello che t’ho detto”.

[16] Allora Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo”.

[17] Ebbe timore e disse: “Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo”.

[18] Alla mattina presto Giacobbe si alzò, prese la pietra che si era posta come guanciale, la eresse come una stele e versò olio sulla sua sommità.

[19] E chiamò quel luogo Betel, mentre prima di allora la città si chiamava Luz.

[20] Giacobbe fece questo voto: “Se Dio sarà con me e mi proteggerà in questo viaggio che sto facendo e mi darà pane da mangiare e vesti per coprirmi,

[21] se ritornerò sano e salvo alla casa di mio padre, il Signore sarà il mio Dio.

[22] Questa pietra, che io ho eretta come stele, sarà una casa di Dio; di quanto mi darai io ti offrirò la decima”.

Spiegazione

Versi 1-5

Giacobbe ebbe le benedizioni promesse sia in riferimento a questo mondo che a quello futuro, tuttavia andò incontro a un duro destino. Ciò accadde quale punizione per aver frodato suo padre. La benedizione gli sarà concessa, tuttavia dovrà percorrere vie traverse per ottenerla. Giacobbe è congedato da suo padre con un incarico solenne. Egli non deve prendere moglie tra le figlie di Canaan: coloro che si professano credenti non dovrebbero sposare i non credenti, anche se con una benedizione solenne. Isacco lo aveva benedetto prima involontariamente, ora egli lo fa deliberatamente. Questa benedizione è più completa rispetto alla precedente: è una benedizione evangelica. Questa promessa guarda direttamente al cielo, della quale Canaan era un esempio. Quello era il miglior paese che Giacobbe e gli altri patriarchi avevano davanti agli occhi.
6 Versi 6-9

I buoni esempi impressionano anche i profani e i malvagi. Ma Esaù riteneva che per soddisfare i suoi genitori almeno in una cosa bisognava evitare altre cose sbagliate. I cuori carnali si ritengono migliori di come dovrebbero essere, perché in qualche cosa non sono così cattivi come lo furono in passato.

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Genesi, Capitolo 27

10 aprile 2019

[1] Isacco era vecchio e gli occhi gli si erano così indeboliti che non ci vedeva più. Chiamò il figlio maggiore, Esaù, e gli disse: “Figlio mio”. Gli rispose: “Eccomi”.

[2] Riprese: “Vedi, io sono vecchio e ignoro il giorno della mia morte.

[3] Ebbene, prendi le tue armi, la tua farètra e il tuo arco, esci in campagna e prendi per me della selvaggina.

[4] Poi preparami un piatto di mio gusto e portami da mangiare, perché io ti benedica prima di morire”.

[5] Ora Rebecca ascoltava, mentre Isacco parlava al figlio Esaù. Andò dunque Esaù in campagna a caccia di selvaggina da portare a casa.

[6] Rebecca disse al figlio Giacobbe: “Ecco, ho sentito tuo padre dire a tuo fratello Esaù:

[7] Portami la selvaggina e preparami un piatto, così mangerò e poi ti benedirò davanti al Signore prima della morte.

[8] Ora, figlio mio, obbedisci al mio ordine:

[9] Và subito al gregge e prendimi di là due bei capretti; io ne farò un piatto per tuo padre, secondo il suo gusto.

[10] Così tu lo porterai a tuo padre che ne mangerà, perché ti benedica prima della sua morte”.

[11] Rispose Giacobbe a Rebecca sua madre: “Sai che mio fratello Esaù è peloso, mentre io ho la pelle liscia.

[12] Forse mio padre mi palperà e si accorgerà che mi prendo gioco di lui e attirerò sopra di me una maledizione invece di una benedizione”.

[13] Ma sua madre gli disse: “Ricada su di me la tua maledizione, figlio mio! Tu obbedisci soltanto e vammi a prendere i capretti”.

[14] Allora egli andò a prenderli e li portò alla madre, così la madre ne fece un piatto secondo il gusto di suo padre.

[15] Rebecca prese i vestiti migliori del suo figlio maggiore, Esaù, che erano in casa presso di lei, e li fece indossare al figlio minore, Giacobbe;

[16] con le pelli dei capretti rivestì le sue braccia e la parte liscia del collo.

[17] Poi mise in mano al suo figlio Giacobbe il piatto e il pane che aveva preparato.

[18] Così egli venne dal padre e disse: “Padre mio”. Rispose: “Eccomi; chi sei tu, figlio mio?”.

[19] Giacobbe rispose al padre: “Io sono Esaù, il tuo primogento. Ho fatto come tu mi hai ordinato. Alzati dunque, siediti e mangia la mia selvaggina, perché tu mi benedica”.

[20] Isacco disse al figlio: “Come hai fatto presto a trovarla, figlio mio!”. Rispose: “Il Signore me l’ha fatta capitare davanti”.

[21] Ma Isacco gli disse: “Avvicinati e lascia che ti palpi, figlio mio, per sapere se tu sei proprio il mio figlio Esaù o no”.

[22] Giacobbe si avvicinò ad Isacco suo padre, il quale lo tastò e disse: “La voce è la voce di Giacobbe, ma le braccia sono le braccia di Esaù”.

[23] Così non lo riconobbe, perché le sue braccia erano pelose come le braccia di suo fratello Esaù, e perciò lo benedisse.

[24] Gli disse ancora: “Tu sei proprio il mio figlio Esaù?”. Rispose: “Lo sono”.

[25] Allora disse: “Porgimi da mangiare della selvaggina del mio figlio, perché io ti benedica”. Gliene servì ed egli mangiò, gli portò il vino ed egli bevve.

[26] Poi suo padre Isacco gli disse: “Avvicinati e baciami, figlio mio!”.

[27] Gli si avvicinò e lo baciò. Isacco aspirò l’odore degli abiti di lui e lo benedisse:
“Ecco l’odore del mio figlio
come l’odore di un campo
che il Signore ha benedetto.

[28] Dio ti conceda rugiada del cielo
e terre grasse
e abbondanza di frumento e di mosto.

[29] Ti servano i popoli
e si prostrino davanti a te le genti.
Sii il signore dei tuoi fratelli
e si prostrino davanti a te i figli di tua madre.
Chi ti maledice sia maledetto
e chi ti benedice sia benedetto!”.

[30] Isacco aveva appena finito di benedire Giacobbe e Giacobbe si era allontanato dal padre Isacco, quando arrivò dalla caccia Esaù suo fratello.

[31] Anch’egli aveva preparato un piatto, poi lo aveva portato al padre e gli aveva detto: “Si alzi mio padre e mangi la selvaggina di suo figlio, perché tu mi benedica”.

[32] Gli disse suo padre Isacco: “Chi sei tu?”. Rispose: “Io sono il tuo figlio primogenito Esaù”.

[33] Allora Isacco fu colto da un fortissimo tremito e disse: “Chi era dunque colui che ha preso la selvaggina e me l’ha portata? Io ho mangiato di tutto prima che tu venissi, poi l’ho benedetto e benedetto resterà”.
[34] Quando Esaù sentì le parole di suo padre, scoppiò in alte, amarissime grida. Egli disse a suo padre: “Benedici anche me, padre mio!”.

[35] Rispose: “È venuto tuo fratello con inganno e ha carpito la tua benedizione”.

[36] Riprese: “Forse perché si chiama Giacobbe mi ha soppiantato già due volte? già ha carpito la mia primogenitura ed ecco ora ha carpito la mia benedizione!”. Poi soggiunse: “Non hai forse riservato qualche benedizione per me?”.

[37] Isacco rispose e disse a Esaù: “Ecco, io l’ho costituito tuo signore e gli ho dato come servi tutti i suoi fratelli; l’ho provveduto di frumento e di mosto; per te che cosa mai potrò fare, figlio mio?”.

[38] Esaù disse al padre: “Hai una sola benedizione padre mio? Benedici anche me, padre mio!”. Ma Isacco taceva ed Esaù alzò la voce e pianse.

[39] Allora suo padre Isacco prese la parola e gli disse:
“Ecco, lungi dalle terre grasse
sarà la tua sede
e lungi dalla rugiada del cielo dall’alto.

[40] Vivrai della tua spada
e servirai tuo fratello;
ma poi, quando ti riscuoterai,
spezzerai il suo giogo dal tuo collo”.

[41] Esaù perseguitò Giacobbe per la benedizione che suo padre gli aveva dato. Pensò Esaù: “Si avvicinano i giorni del lutto per mio padre; allora ucciderò mio fratello Giacobbe”.

[42] Ma furono riferite a Rebecca le parole di Esaù, suo figlio maggiore, ed essa mandò a chiamare il figlio minore Giacobbe e gli disse: “Esaù tuo fratello vuol vendicarsi di te uccidendoti.

[43] Ebbene, figlio mio, obbedisci alla mia voce: su, fuggi a Carran da mio fratello Làbano.

[44] Rimarrai con lui qualche tempo, finché l’ira di tuo fratello si sarà placata;

[45] finché si sarà palcata contro di te la collera di tuo fratello e si sarà dimenticato di quello che gli hai fatto. Allora io manderò a prenderti di là. Perché dovrei venir privata di voi due in un sol giorno?”.

[46] Poi Rebecca disse a Isacco: “Ho disgusto della mia vita a causa di queste donne hittite: se Giacobbe prende moglie tra le hittite come queste, tra le figlie del paese, a che mi giova la vita?”.

Spiegazione

Le promesse del Messia e della terra di Canaan erano state trasmesse a Isacco. Isacco, avendo adesso circa 135 anni ed i suoi figli 75 anni e non considerando vera la parola Divina che riguardava i suoi due figli e cioè che il maggiore avrebbe dovuto servire il minore, si decise a porre tutto l’onore e la potenza che erano contenuti nella promessa su Esaù, il figlio più grande. Siamo molto più inclini a regolarci secondo la nostra ragione che secondo la divina rivelazione e pertanto spesso ci smarriamo nel cammino.

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Genesi, Capitolo 26

18 marzo 2019

[1] Venne una carestia nel paese oltre la prima che era avvenuta ai tempi di Abramo, e Isacco andò a Gerar presso Abimèlech, re dei Filistei.

[2] Gli apparve il Signore e gli disse: “Non scendere in Egitto, abita nel paese che io ti indicherò.

[3] Rimani in questo paese e io sarò con te e ti benedirò, perché a te e alla tua discendenza io concederò tutti questi territori, e manterrò il giuramento che ho fatto ad Abramo tuo padre.

[4] Renderò la tua discendenza numerosa come le stelle del cielo e concederò alla tua discendenza tutti questi territori: tutte le nazioni della terra saranno benedette per la tua discendenza;

[5] per il fatto che Abramo ha obbedito alla mia voce e ha osservato ciò che io gli avevo prescritto: i miei comandamenti, le mie istituzioni e le mie leggi”.

[6] Così Isacco dimorò in Gerar.

[7] Gli uomini del luogo lo interrogarono intorno alla moglie ed egli disse: “È mia sorella”; infatti aveva timore di dire: “È mia moglie”, pensando che gli uomini del luogo lo uccidessero per causa di Rebecca, che era di bell’aspetto.

[8] Era là da molto tempo, quando Abimèlech, re dei Filistei, si affacciò alla finestra e vide Isacco scherzare con la propria moglie Rebecca.

[9] Abimèlech chiamò Isacco e disse: “Sicuramente essa è tua moglie. E perché tu hai detto: È mia sorella?”. Gli rispose Isacco: “Perché mi son detto: io non muoia per causa di lei!”.

[10] Riprese Abimèlech: “Che ci hai fatto? Poco ci mancava che qualcuno del popolo si unisse a tua moglie e tu attirassi su di noi una colpa”.

[11] Abimèlech diede quest’ordine a tutto il popolo: “Chi tocca questo uomo o la sua moglie sarà messo a morte!”.

[12] Poi Isacco fece una semina in quel paese e raccolse quell’anno il centuplo. Il Signore infatti lo aveva benedetto.

[13] E l’uomo divenne ricco e crebbe tanto in ricchezze fino a divenire ricchissimo:

[14] possedeva greggi di piccolo e di grosso bestiame e numerosi schiavi e i Filistei cominciarono ad invidiarlo.

[15] Tutti i pozzi che avevano scavati i servi di suo padre ai tempi del padre Abramo, i Filistei li avevano turati riempiendoli di terra.

[16] Abimèlech disse ad Isacco: “Vàttene via da noi, perché tu sei molto più potente di noi”.

[17] Isacco andò via di là, si accampò sul torrente di Gerar e vi si stabilì.

[18] Isacco tornò a scavare i pozzi d’acqua, che avevano scavati i servi di suo padre, Abramo, e che i Filistei avevano turati dopo la morte di Abramo, e li chiamò come li aveva chiamati suo padre.

[19] I servi di Isacco scavarono poi nella valle e vi trovarono un pozzo di acqua viva.

[20] Ma i pastori di Gerar litigarono con i pastori di Isacco, dicendo: “L’acqua è nostra!”.
Allora egli chiamò Esech il pozzo, perché quelli avevano litigato con lui.

[21] Scavarono un altro pozzo, ma quelli litigarono anche per questo ed egli lo chiamò Sitna.

[22] Allora si mosse di là e scavò un altro pozzo, per il quale non litigarono; allora egli lo chiamò Recobòt e disse: “Ora il Signore ci ha dato spazio libero perché noi prosperiamo nel paese”.

[23] Di là andò a Bersabea.

[24] E in quella notte gli apparve il Signore e disse:
“Io sono il Dio di Abramo, tuo padre;
non temere perché io sono con te.
Ti benedirò
e moltiplicherò la tua discendenza
per amore di Abramo, mio servo”.

[25] Allora egli costruì in quel luogo un altare e invocò il nome del Signore; lì piantò la tenda. E i servi di Isacco scavarono un pozzo.

[26] Intanto Abimèlech da Gerar era andato da lui, insieme con Acuzzat, suo amico, e Picol, capo del suo esercito.

[27] Isacco disse loro: “Perché siete venuti da me, mentre voi mi odiate e mi avete scacciato da voi?”.

[28] Gli risposero: “Abbiamo visto che il Signore è con te e abbiamo detto: vi sia un giuramento tra di noi, tra noi e te, e concludiamo un’alleanza con te:

[29] tu non ci farai alcun male, come noi non ti abbiamo toccato e non ti abbiamo fatto se non il bene e ti abbiamo lasciato andare in pace. Tu sei ora un uomo benedetto dal Signore”.

[30] Allora imbandì loro un convito e mangiarono e bevvero.

[31] Alzatisi di buon mattino, si prestarono giuramento l’un l’altro, poi Isacco li congedò e partirono da lui in pace.
[32] Proprio in quel giorno arrivarono i servi di Isacco e lo informarono a proposito del pozzo che avevano scavato e gli dissero: “Abbiamo trovato l’acqua”.

[33] Allora egli lo chiamò Sibea: per questo la città si chiama Bersabea fino ad oggi.

[34] Quando Esaù ebbe quarant’anni, prese in moglie Giudit, figlia di Beeri l’Hittita, e Basemat, figlia di Elon l’Hittita.

[35] Esse furono causa d’intima amarezza per Isacco e per Rebecca.

Spiegazione

Versi 1-5

Isacco fu educato affidandosi alla fede nella Divina concessione della terra di Canaan che Dio avrebbe fatto a lui e ai suoi eredi. Anche quando ci fu carestia in quella terra, Isacco non si allontanò dal patto. Il valore reale delle promesse di Dio non può mai essere ridotto in un credente da nessuna croce che possa accadergli. Se Dio decide di stare con noi e noi ci lasciamo trovare dove Egli vuole, soltanto la nostra incredulità e la mancanza di fede possono evitare il nostro conforto. L’ubbidienza di Abraamo al comando divino fu la prova di quella fede, con la quale, sebbene peccatore, egli fu prima giustificato davanti a Dio per l’effetto di quell’amore con il quale opera la vera fede. Dio dichiara che approvò questa ubbidienza, specialmente quella di Isacco.

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Genesi, Cpitolo 25

13 marzo 2019

[1] Abramo prese un’altra moglie: essa aveva nome Chetura.

[2] Essa gli partorì Zimràn, Ioksan, Medan, Madian, Isbak e Suach.

[3] Ioksan generò Saba e Dedan e i figli di Dedan furono gli Asurim, i Letusim e i Leummim.

[4] I figli di Madian furono Efa, Efer, Enoch, Abida ed Eldaa. Tutti questi sono i figli di Chetura.

[5] Abramo diede tutti i suoi beni a Isacco.

[6] Quanto invece ai figli delle concubine, che Abramo aveva avute, diede loro doni e, mentre era ancora in vita, li licenziò, mandandoli lontano da Isacco suo figlio, verso il levante, nella regione orientale.

[7] La durata della vita di Abramo fu di centosettantacinque anni.

[8] Poi Abramo spirò e morì in felice canizie, vecchio e sazio di giorni, e si riunì ai suoi antenati.

[9] Lo seppellirono i suoi figli, Isacco e Ismaele, nella caverna di Macpela, nel campo di Efron, figlio di Zocar, l’Hittita, di fronte a Mamre.

[10] È appunto il campo che Abramo aveva comperato dagli Hittiti: ivi furono sepolti Abramo e sua moglie Sara.

[11] Dopo la morte di Abramo, Dio benedisse il figlio di lui Isacco e Isacco abitò presso il pozzo di Lacai-Roi.

[12] Questa è la discendenza di Ismaele, figlio di Abramo, che gli aveva partorito Agar l’Egiziana, schiava di Sara.

[13] Questi sono i nomi dei figli d’Ismaele, con il loro elenco in ordine di generazione: il primogenito di Ismaele è Nebaiòt, poi Kedar, Adbeèl, Mibsam,

[14] Misma, Duma, Massa,

[15] Adad, Tema, Ietur, Nafis e Kedma.

[16] Questi sono gli Ismaeliti e questi sono i loro nomi secondo i loro recinti e accampamenti. Sono i dodici principi delle rispettive tribù.

[17] La durata della vita di Ismaele fu di centotrentasette anni; poi morì e si riunì ai suoi antenati.

[18] Egli abitò da Avìla fino a Sur, che è lungo il confine dell’Egitto in direzione di Assur; egli si era stabilito di fronte a tutti i suoi fratelli.

[19] Questa è la discendenza di Isacco, figlio di Abramo. Abramo aveva generato Isacco.

[20] Isacco aveva quarant’anni quando si prese in moglie Rebecca, figlia di Betuèl l’Arameo, da Paddan-Aram, e sorella di Làbano l’Arameo.

[21] Isacco supplicò il Signore per sua moglie, perché essa era sterile e il Signore lo esaudì, così che sua moglie Rebecca divenne incinta.

[22] Ora i figli si urtavano nel suo seno ed essa esclamò: “Se è così, perché questo?”. Andò a consultare il Signore.

[23] Il Signore le rispose:
“Due nazioni sono nel tuo seno
e due popoli dal tuo grembo si disperderanno;
un popolo sarà più forte dell’altro
e il maggiore servirà il più piccolo”.

[24] Quando poi si compì per lei il tempo di partorire, ecco due gemelli erano nel suo grembo.

[25] Uscì il primo, rossiccio e tutto come un mantello di pelo, e fu chiamato Esaù.

[26] Subito dopo, uscì il fratello e teneva in mano il calcagno di Esaù; fu chiamato Giacobbe. Isacco aveva sessant’anni quando essi nacquero.

[27] I fanciulli crebbero ed Esaù divenne abile nella caccia, un uomo della steppa, mentre Giacobbe era un uomo tranquillo, che dimorava sotto le tende.

[28] Isacco prediligeva Esaù, perché la cacciagione era di suo gusto, mentre Rebecca prediligeva Giacobbe.

[29] Una volta Giacobbe aveva cotto una minestra di lenticchie; Esaù arrivò dalla campagna ed era sfinito.

[30] Disse a Giacobbe: “Lasciami mangiare un pò di questa minestra rossa, perché io sono sfinito” – Per questo fu chiamato Edom -.

[31] Giacobbe disse: “Vendimi subito la tua primogenitura”.

[32] Rispose Esaù: “Ecco sto morendo: a che mi serve allora la primogenitura?”.

[33] Giacobbe allora disse: “Giuramelo subito”. Quegli lo giurò e vendette la primogenitura a Giacobbe.

[34] Giacobbe diede ad Esaù il pane e la minestra di lenticchie; questi mangiò e bevve, poi si alzò e se ne andò. A tal punto Esaù aveva disprezzato la primogenitura.

Spiegazione:

Versi 1-10

Alcuni giorni, anche quelli dei santi più grandi, non sono degni di nota: alcuni scivolano nel silenzio, come lo furono gli ultimi giorni di Abraamo. C’è qui la storia dei figli di Abraamo da parte di Chetura e la disposizione che diede delle sua proprietà. Dopo la nascita di questi figli, egli stabilì la sua casa con ordine, prudenza e giustizia e lo fece mentre era ancora in vita. È saggezza che gli uomini facciano quello che essi devono fare mentre sono ancora in vita, per quanto possono. Abraamo visse 175 anni: appena dopo i cento anni egli venne a Canaan e così lungamente soggiornò in un paese straniero. Se la nostra permanenza in questa vita è lunga o breve, molto o poco affaccendata, cerchiamo di lasciare una testimonianza della fedeltà e della bontà del Signore e un buon esempio alle nostre famiglie. Sappiamo che i suoi figli, Isacco e Ismaele, lo seppellirono. Sembra che Abraamo stesso li abbia avuti insieme sul letto di morte. Chiudiamo qui la storia di Abraamo e benediciamo Dio per una tale testimonianza così trionfante della fede.

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Genesi, Capitolo 24

1 marzo 2019

[1] Abramo era ormai vecchio, avanti negli anni, e il Signore lo aveva benedetto in ogni cosa.

[2] Allora Abramo disse al suo servo, il più anziano della sua casa, che aveva potere su tutti i suoi beni: “Metti la mano sotto la mia coscia

[3] e ti farò giurare per il Signore, Dio del cielo e Dio della terra, che non prenderai per mio figlio una moglie tra le figlie dei Cananei, in mezzo ai quali abito,

[4] ma che andrai al mio paese, nella mia patria, a scegliere una moglie per mio figlio Isacco”.

[5] Gli disse il servo: “Se la donna non mi vuol seguire in questo paese, dovrò forse ricondurre tuo figlio al paese da cui tu sei uscito?”.

[6] Gli rispose Abramo: “Guardati dal ricondurre là mio figlio!

[7] Il Signore, Dio del cielo e Dio della terra, che mi ha tolto dalla casa di mio padre e dal mio paese natio, che mi ha parlato e mi ha giurato: Alla tua discendenza darò questo paese, egli stesso manderà il suo angelo davanti a te, perché tu possa prendere di là una moglie per il mio figlio.

[8] Se la donna non vorrà seguirti, allora sarai libero dal giuramento a me fatto; ma non devi ricondurre là il mio figlio”.

[9] Allora il servo mise la mano sotto la coscia di Abramo, suo padrone, e gli prestò giuramento riguardo a questa cosa.

[10] Il servo prese dieci cammelli del suo padrone e, portando ogni sorta di cose preziose del suo padrone, si mise in viaggio e andò nel Paese dei due fiumi, alla città di Nacor.

[11] Fece inginocchiare i cammelli fuori della città, presso il pozzo d’acqua, nell’ora della sera, quando le donne escono ad attingere.

[12] E disse: “Signore, Dio del mio padrone Abramo, concedimi un felice incontro quest’oggi e usa benevolenza verso il mio padrone Abramo!

[13] Ecco, io sto presso la fonte dell’acqua, mentre le fanciulle della città escono per attingere acqua.

[14] Ebbene, la ragazza alla quale dirò: Abbassa l’anfora e lasciami bere, e che risponderà: Bevi, anche ai tuoi cammelli darò da bere, sia quella che tu hai destinata al tuo servo Isacco; da questo riconoscerò che tu hai usato benevolenza al mio padrone”.

[15] Non aveva ancora finito di parlare, quand’ecco Rebecca, che era nata a Betuèl figlio di Milca, moglie di Nacor, fratello di Abramo, usciva con l’anfora sulla spalla.

[16] La giovinetta era molto bella d’aspetto, era vergine, nessun uomo le si era unito. Essa scese alla sorgente, riempì l’anfora e risalì.

[17] Il servo allora le corse incontro e disse: “Fammi bere un pò d’acqua dalla tua anfora”.

[18] Rispose: “Bevi, mio signore”. In fretta calò l’anfora sul braccio e lo fece bere.

[19] Come ebbe finito di dargli da bere, disse: “Anche per i tuoi cammelli ne attingerò, finché finiranno di bere”.
[20] In fretta vuotò l’anfora nell’abbeveratoio, corse di nuovo ad attingere al pozzo e attinse per tutti i cammelli di lui.

[21] Intanto quell’uomo la contemplava in silenzio, in attesa di sapere se il Signore avesse o no concesso buon esito al suo viaggio.

[22] Quando i cammelli ebbero finito di bere, quell’uomo prese un pendente d’oro del peso di mezzo siclo e glielo pose alle narici e le pose sulle braccia due braccialetti del peso di dieci sicli d’oro.

[23] E disse: “Di chi sei figlia? Dimmelo. C’è posto per noi in casa di tuo padre, per passarvi la notte?”.

[24] Gli rispose: “Io sono figlia di Betuèl, il figlio che Milca partorì a Nacor”.

[25] E soggiunse: “C’è paglia e foraggio in quantità da noi e anche posto per passare la notte”.

[26] Quell’uomo si inginocchiò e si prostrò al Signore

[27] e disse: “Sia benedetto il Signore, Dio del mio padrone Abramo, che non ha cessato di usare benevolenza e fedeltà verso il mio padrone. Quanto a me, il Signore mi ha guidato sulla via fino alla casa dei fratelli del mio padrone”.

[28] La giovinetta corse ad annunziare alla casa di sua madre tutte queste cose.

[29] Ora Rebecca aveva un fratello chiamato Làbano e Làbano corse fuori da quell’uomo al pozzo.

[30] Egli infatti, visti il pendente e i braccialetti alle braccia della sorella e udite queste parole di Rebecca, sua sorella: “Così mi ha parlato quell’uomo”, venne da costui che ancora stava presso i cammelli vicino al pozzo.

[31] Gli disse: “Vieni, benedetto dal Signore! Perché te ne stai fuori, mentre io ho preparato la casa e un posto per i cammelli?”.

[32] Allora l’uomo entrò in casa e quegli tolse il basto ai cammelli, fornì paglia e foraggio ai cammelli e acqua per lavare i piedi a lui e ai suoi uomini.

[33] Quindi gli fu posto davanti da mangiare, ma egli disse; “Non mangerò, finché non avrò detto quello che devo dire”. Gli risposero: “Dì pure”.

[34] E disse: “Io sono un servo di Abramo.

[35] Il Signore ha benedetto molto il mio padrone, che è diventato potente: gli ha concesso greggi e armenti, argento e oro, schiavi e schiave, cammelli e asini.

[36] Sara, la moglie del mio padrone, gli ha partorito un figlio, quando ormai era vecchio, al quale egli ha dato tutti i suoi beni.

[37] E il mio padrone mi ha fatto giurare: Non devi prendere per mio figlio una moglie tra le figlie dei Cananei, in mezzo ai quali abito,

[38] ma andrai alla casa di mio padre, alla mia famiglia, a prendere una moglie per mio figlio.

[39] Io dissi al mio padrone: Forse la donna non mi seguirà.

[40] Mi rispose: Il Signore, alla cui presenza io cammino, manderà con te il suo angelo e darà felice esito al tuo viaggio, così che tu possa prendere una moglie per il mio figlio dalla mia famiglia e dalla casa di mio padre.

[41] Solo quando sarai andato alla mia famiglia, sarai esente dalla mia maledizione; se non volessero cedertela, sarai esente dalla mia maledizione.

[42] Così oggi sono arrivato alla fonte e ho detto: Signore, Dio del mio padrone Abramo, se stai per dar buon esito al viaggio che sto compiendo,

[43] ecco, io sto presso la fonte d’acqua; ebbene, la giovane che uscirà ad attingere, alla quale io dirò: Fammi bere un pò d’acqua dalla tua anfora,

[44] e mi risponderà: Bevi tu; anche per i tuoi cammelli attingerò, quella sarà la moglie che il Signore ha destinata al figlio del mio padrone.

[45] Io non avevo ancora finito di pensare, quand’ecco Rebecca uscire con l’anfora sulla spalla; scese alla fonte, attinse; io allora le dissi: Fammi bere.

[46] Subito essa calò l’anfora e disse: Bevi; anche ai tuoi cammelli darò da bere. Così io bevvi ed essa diede da bere anche ai cammelli.

[47] E io la interrogai: Di chi sei figlia? Rispose: Sono figlia di Betuèl, il figlio che Milca ha partorito a Nacor. Allora le posi il pendente alle narici e i braccialetti alle braccia.

[48] Poi mi inginocchiai e mi prostrai al Signore e benedissi il Signore, Dio del mio padrone Abramo, il quale mi aveva guidato per la via giusta a prendere per suo figlio la figlia del fratello del mio padrone.

[49] Ora, se intendete usare benevolenza e lealtà verso il mio padrone, fatemelo sapere; se no, fatemelo sapere ugualmente, perché io mi rivolga altrove”.

[50] Allora Làbano e Betuèl risposero: “Dal Signore la cosa procede, non possiamo dirti nulla.

[51] Ecco Rebecca davanti a te: prendila e và e sia la moglie del figlio del tuo padrone, come ha parlato il Signore”.

[52] Quando il servo di Abramo udì le loro parole, si prostrò a terra davanti al Signore.

[53] Poi il servo tirò fuori oggetti d’argento e oggetti d’oro e vesti e li diede a Rebecca; doni preziosi diede anche al fratello e alla madre di lei.

[54] Poi mangiarono e bevvero lui e i suoi uomini e passarono la notte. Quando si alzarono alla mattina, egli disse: “Lasciatemi andare dal mio padrone”.

[55] Ma il fratello e la madre di lei dissero: “Rimanga la giovinetta con noi qualche tempo, una decina di giorni; dopo, te ne andrai”.

[56] Rispose loro: “Non trattenetemi, mentre il Signore ha concesso buon esito al mio viaggio. Lasciatemi partire per andare dal mio padrone!”.

[57] Dissero allora: “Chiamiamo la giovinetta e domandiamo a lei stessa”.

[58] Chiamarono dunque Rebecca e le dissero: “Vuoi partire con quest’uomo?”. Essa rispose: “Andrò”.

[59] Allora essi lasciarono partire Rebecca con la nutrice, insieme con il servo di Abramo e i suoi uomini.

[60] Benedissero Rebecca e le dissero:
“Tu, sorella nostra,
diventa migliaia di miriadi
e la tua stirpe conquisti
la porta dei suoi nemici!”.

[61] Così Rebecca e le sue ancelle si alzarono, montarono sui cammelli e seguirono quell’uomo. Il servo prese con sé Rebecca e partì.

[62] Intanto Isacco rientrava dal pozzo di Lacai-Roi; abitava infatti nel territorio del Negheb.

[63] Isacco uscì sul fare della sera per svagarsi in campagna e, alzando gli occhi, vide venire i cammelli.

[64] Alzò gli occhi anche Rebecca, vide Isacco e scese subito dal cammello.

[65] E disse al servo: “Chi è quell’uomo che viene attraverso la campagna incontro a noi?”. Il servo rispose: “È il mio padrone”. Allora essa prese il velo e si coprì.

[66] Il servo raccontò ad Isacco tutte le cose che aveva fatte.

[67] Isacco introdusse Rebecca nella tenda che era stata di sua madre Sara; si prese in moglie Rebecca e l’amò. Isacco trovò conforto dopo la morte della madre.

Spiegazione

Versi 1-9

L’effetto del buon esempio, del buon insegnamento e del culto a Dio in una famiglia, generalmente si rispecchia anche nella pietà, nella fedeltà, nella prudenza e nell’affetto dei servi. Vivere in tali famiglie o avere tali domestici sono benedizioni di Dio che dovrebbe essere decisamente considerate e riconosciute con gratitudine. Non c’è una preoccupazione più grande e importante nella vita per noi stessi, per gli altri o per la chiesa di Dio di un matrimonio. Esso, perciò, deve essere intrapreso sempre con grande attenzione e prudenza, specialmente attenendosi alla volontà di Dio e pregando per il suo svolgimento e per la sua benedizione. Laddove i pii genitori non sono consultati e considerati, la benedizione di Dio non può essere attesa. I genitori, riguardo ai loro figli, dovrebbero ricercare con attenzione il benessere delle loro anime ed essere loro aiuto nel cammino verso il cielo. Osservate l’incarico che Abraamo diede a quel servo buono, uno che aveva il governo dei suoi beni, che era fedele e affettuoso con lui e con la sua famiglia già da tempo. Osservate anche come Abraamo ricordi il fatto che Dio lo aveva meravigliosamente chiamato fuori dalla terra della sua nascita mediante una chiamata di grazia e quindi ora non ha più dubbi sul fatto che Egli farà prosperare la sua causa affinché suo figlio non torni di nuovo in quella terra. Dio farà in modo che tutto finisca a nostro conforto se miriamo sinceramente alla sua gloria.

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Genesi, Capitolo 23

23 febbraio 2019

[1] Gli anni della vita di Sara furono centoventisette: questi furono gli anni della vita di Sara.

[2] Sara morì a Kiriat-Arba, cioè Ebron, nel paese di Cànaan, e Abramo venne a fare il lamento per Sara e a piangerla.

[3] Poi Abramo si staccò dal cadavere di lei e parlò agli Hittiti:

[4] “Io sono forestiero e di passaggio in mezzo a voi. Datemi la proprietà di un sepolcro in mezzo a voi, perché io possa portar via la salma e seppellirla”.

[5] Allora gli Hittiti risposero:

[6] “Ascolta noi, piuttosto, signore: tu sei un principe di Dio in mezzo a noi: seppellisci il tuo morto nel migliore dei nostri sepolcri. Nessuno di noi ti proibirà di seppellire la tua defunta nel suo sepolcro”.

[7] Abramo si alzò, si prostrò davanti alla gente del paese, davanti agli Hittiti e parlò loro:

[8] “Se è secondo il vostro desiderio che io porti via il mio morto e lo seppellisca, ascoltatemi e insistete per me presso Efron, figlio di Zocar,

[9] perché mi dia la sua caverna di Macpela, che è all’estremità del suo campo. Me la ceda per il suo prezzo intero come proprietà sepolcrale in mezzo a voi”.

[10] Ora Efron stava seduto in mezzo agli Hittiti. Efron l’Hittita rispose ad Abramo, mentre lo ascoltavano gli Hittiti, quanti entravano per la porta della sua città, e disse:

[11] “Ascolta me, piuttosto, mio signore: ti cedo il campo con la caverna che vi si trova, in presenza dei figli del mio popolo te la cedo: seppellisci il tuo morto”.

[12] Allora Abramo si prostrò a lui alla presenza della gente del paese.

[13] Parlò ad Efron, mentre lo ascoltava la gente del paese, e disse: “Se solo mi volessi ascoltare: io ti do il prezzo del campo. Accettalo da me, così io seppellirò là il mio morto”.

[14] Efron rispose ad Abramo:

[15] “Ascolta me piuttosto, mio signore: un terreno del valore di quattrocento sicli d’argento che cosa è mai tra me e te? Seppellisci dunque il tuo morto”.

[16] Abramo accettò le richieste di Efron e Abramo pesò ad Efron il prezzo che questi aveva detto, mentre lo ascoltavano gli Hittiti, cioè quattrocento sicli d’argento, nella moneta corrente sul mercato.

[17] Così il campo di Efron che si trovava in Macpela, di fronte a Mamre, il campo e la caverna che vi si trovava e tutti gli alberi che erano dentro il campo e intorno al suo limite,

[18] passarono in proprietà ad Abramo, alla presenza degli Hittiti, di quanti entravano nella porta della città.

[19] Dopo, Abramo seppellì Sara, sua moglie, nella caverna del campo di Macpela di fronte a Mamre, cioè Ebron, nel paese di Cànaan.

[20] Il campo e la caverna che vi si trovava passarono dagli Hittiti ad Abramo in proprietà sepolcrale.

Spiegazione

Più lunga è la vita, più breve sarà la fine. Benedetto sia Dio perché c’è un mondo in cui il peccato, la morte, la vanità e l’oppressione non entreranno mai. Benedetto sia il suo Nome perché nemmeno la morte può dividere i credenti dall’unione con Cristo. Ciò che di più amiamo, anche i nostri corpi di cui tanto ci preoccupiamo, diventeranno presto pezzi disgustosi di terra e saranno seppelliti lontani dalla vista. Come dovremmo pertanto scioglierci da tutti gli accessori e ornamenti terreni! Provvediamo piuttosto ad ornare le nostre anime con la grazia divina! Abraamo rese l’onore e il rispetto ai principi di Et, sebbene fossero dei Cananei empi. La religione della Bibbia ci ordina di portare rispetto a tutte le autorità, senza adulare le persone o tollerare i loro reati se essi sono ingiusti. E la nobile generosità di questi Cananei svergogna e condanna la chiusura, l’egoismo e il cattivo umori di molti che si dicono credenti. Non fu per orgoglio che Abramo rifiutò il regalo, né per il disprezzo di essere trattenuto a Efron, ma per giustizia e prudenza. Abraamo poteva pagare il campo e quindi non voleva sfruttare la generosità di Efron. L’onestà, come bene da rispettare, ci proibisce di sfruttare la magnanimità dei nostri vicini e di imporci su coloro che ci danno gratuitamente.

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Genesi, Capitolo 22

12 febbraio 2019

[1] Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”.

[2] Riprese: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, và nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò”.

[3] Abramo si alzò di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l’olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato.

[4] Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo.

[5] Allora Abramo disse ai suoi servi: “Fermatevi qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi”.

[6] Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutt’e due insieme.

[7] Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: “Padre mio!”. Rispose: “Eccomi, figlio mio”. Riprese: “Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?”.

[8] Abramo rispose: “Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!”. Proseguirono tutt’e due insieme;

[9] così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna.

[10] Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio.

[11] Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”.

[12] L’angelo disse: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio”.

[13] Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio.

[14] Abramo chiamò quel luogo: “Il Signore provvede”, perciò oggi si dice: “Sul monte il Signore provvede”.

[15] Poi l’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta

[16] e disse: “Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio,

[17] io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici.

[18] Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce”.

[19] Poi Abramo tornò dai suoi servi; insieme si misero in cammino verso Bersabea e Abramo abitò a Bersabea.

[20] Dopo queste cose, ad Abramo fu portata questa notizia: “Ecco Milca ha partorito figli a Nacor tuo fratello”:

[21] Uz, il primogenito, e suo fratello Buz e Kamuèl il padre di Aram

[22] e Chesed, Azo, Pildas, Idlaf e Betuèl;

[23] Betuèl generò Rebecca: questi otto figli partorì Milca a Nacor, fratello di Abramo.

[24] Anche la sua concubina, chiamata Reuma, partorì figli: Tebach, Gacam, Tacas e Maaca.

Spiegazione

Versi 1, 2

Non siamo mai totalmente al sicuro dalle prove. Per gli Ebrei i termini tentare, mettere alla prova o provare sono espressi tutti con la stessa parola. Ogni prova è infatti una tentazione e tende a dimostrare le disposizioni del cuore, se esso sia santo o empio. Dio provò Abraamo non per indurlo a peccare come invece fa Satana. La grande fede è spesso allenata con prove forti e si basa su azioni faticose da compiere. Il comando di offrire suo figlio è reso in questa lingua come la prova più dolorosa: ogni parola qui è come una spada. Osservate, 1. La persona da offrire: Prendi tuo figlio, non i tuoi vitelli o i tuoi agnelli. Quanto volontariamente Abraamo avrebbe usato tutti loro per salvare Isacco! Tuo figlio, non il tuo servo. Solo tuo figlio, l’unico figlio nato da Sara. Prendi Isacco, il figlio che ami. 2. Il luogo: il viaggio durò tre giorni in modo che Abraamo potesse aver tempo per meditare e obbedire deliberatamente. 3. Il modo: Offrirlo sulla brace: non solo si trattava di uccidere suo figlio, il suo Isacco, ma di offrirlo in olocausto, ucciderlo con tutta quella pomposa e solenne cerimonia con la quale egli era solito offrire i suoi olocausti.
3 Versi 3-10

Mai fu provato dell’oro in un fuoco così rovente. Chi, se non Abraamo, avrebbe potuto discutere con Dio? Tale sarebbe stato il pensiero di un cuore debole, ma Abraamo sapeva che aveva a che fare con Dio, Jehova. La fede non gli aveva insegnato a discutere ma ad obbedire. Egli è sicuro che tutto quello che Dio ordina è buono e che quello che egli promette non può essere vanificato. Nelle cose di Dio chi ragiona umanamente, secondo la carne e il sangue, non avrebbe mai offerto il suo Isacco a Dio. Il buon patriarca si alzò presto e iniziò il suo viaggio con la tristezza nel cuore, percorse tre giorni avendo sempre sotto gli occhi il suo Isacco! Il dolore è peggiore quando continua a perdurare. L’espressione: “Verremo di nuovo da te” mostra che Abraamo attendeva che Isacco venisse risuscitato dai morti e fosse ritornato con lui a casa. È molto interessante notare quel che Isacco chiese ad Abraamo lungo il viaggio: “Padre mio”, disse Isacco: era una parola talmente tenera che, se uno ci pensa, va più in fondo nel cuore di Abraamo di quel coltello con cui doveva colpire il cuore di Isacco. Tuttavia si aspettava quella terribile domanda di suo figlio. Quindi Abraamo, non volendo rispondere chiaramente, profetizza: “Figlio mio, Dio stesso provvederà un agnello per l’olocausto”. Lo Spirito Santo, mediante la sua bocca, sembra predire l’Agnello di Dio che egli ha inviato per togliere il peccato del mondo. Abraamo depone la legno in una pila per l’olocausto del suo Isacco e ora gli dice la notizia sorprendente: “Sei tu, Isacco, l’agnello che Dio ha fornito!”. Abraamo, senza dubbio, lo consolò con le stesse speranze con le quali egli stesso, per mezzo della fede, fu consolato. Era pure necessario che quell’olocausto fosse legato. Il grande Sacrificio, che nella pienezza dei tempi doveva essere offerto, anch’egli fu legato come Isacco. Eccoci al rito: Abraamo prende il coltello e allunga la mano per sferrare il colpo mortale. Ecco un atto di fiducia e di ubbidienza che merita di essere una lode a Dio, agli angeli e agli uomini. Dio, mediante la sua provvidenza, ci chiama a volte a rinunciare a un Isacco e noi dobbiamo farlo, con sottomissione e di buon animo alla sua santa volontà, 1Sa 3:18.

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Genesi, Capitolo 21

10 febbraio 2019

[1] Il Signore visitò Sara, come aveva detto, e fece a Sara come aveva promesso.

[2] Sara concepì e partorì ad Abramo un figlio nella vecchiaia, nel tempo che Dio aveva fissato.

[3] Abramo chiamò Isacco il figlio che gli era nato, che Sara gli aveva partorito.

[4] Abramo circoncise suo figlio Isacco, quando questi ebbe otto giorni, come Dio gli aveva comandato.

[5] Abramo aveva cento anni, quando gli nacque il figlio Isacco.

[6] Allora Sara disse: “Motivo di lieto riso mi ha dato Dio: chiunque lo saprà sorriderà di me!”.

[7] Poi disse: “Chi avrebbe mai detto ad Abramo: Sara deve allattare figli! Eppure gli ho partorito un figlio nella sua vecchiaia!”.

[8] Il bambino crebbe e fu svezzato e Abramo fece un grande banchetto quando Isacco fu svezzato.

[9] Ma Sara vide che il figlio di Agar l’Egiziana, quello che essa aveva partorito ad Abramo, scherzava con il figlio Isacco.

[10] Disse allora ad Abramo: “Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco”.

[11] La cosa dispiacque molto ad Abramo per riguardo a suo figlio.

[12] Ma Dio disse ad Abramo: “Non ti dispiaccia questo, per il fanciullo e la tua schiava: ascolta la parola di Sara in quanto ti dice, ascolta la sua voce, perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe.

[13] Ma io farò diventare una grande nazione anche il figlio della schiava, perché è tua prole”.

[14] Abramo si alzò di buon mattino, prese il pane e un otre di acqua e li diede ad Agar, caricandoli sulle sue spalle; le consegnò il fanciullo e la mandò via. Essa se ne andò e si smarrì per il deserto di Bersabea.

[15] Tutta l’acqua dell’otre era venuta a mancare. Allora essa depose il fanciullo sotto un cespuglio

[16] e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d’arco, perché diceva: “Non voglio veder morire il fanciullo!”. Quando gli si fu seduta di fronte, egli alzò la voce e pianse.

[17] Ma Dio udì la voce del fanciullo e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: “Che hai, Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del fanciullo là dove si trova.

[18] Alzati, prendi il fanciullo e tienilo per mano, perché io ne farò una grande nazione”.

[19] Dio le aprì gli occhi ed essa vide un pozzo d’acqua. Allora andò a riempire l’otre e fece bere il fanciullo.

[20] E Dio fu con il fanciullo, che crebbe e abitò nel deserto e divenne un tiratore d’arco.

[21] Egli abitò nel deserto di Paran e sua madre gli prese una moglie del paese d’Egitto.

[22] In quel tempo Abimèlech con Picol, capo del suo esercito, disse ad Abramo: “Dio è con te in quanto fai.

[23] Ebbene, giurami qui per Dio che tu non ingannerai né me né i miei figli né i miei discendenti: come io ho agito amichevolmente con te, così tu agirai con me e con il paese nel quale sei forestiero”.

[24] Rispose Abramo: “Io lo giuro”.

[25] Ma Abramo rimproverò Abimèlech a causa di un pozzo d’acqua, che i servi di Abimèlech avevano usurpato.

[26] Abimèlech disse: “Io non so chi abbia fatto questa cosa: né tu me ne hai informato, né io ne ho sentito parlare se non oggi”.

[27] Allora Abramo prese alcuni capi del gregge e dell’armento, li diede ad Abimèlech: tra loro due conclusero un’alleanza.

[28] Poi Abramo mise in disparte sette agnelle del gregge.

[29] Abimèlech disse ad Abramo: “Che significano quelle sette agnelle che hai messe in disparte?”.

[30] Rispose: “Tu accetterai queste sette agnelle dalla mia mano, perché ciò mi valga di testimonianza che io ho scavato questo pozzo”.

[31] Per questo quel luogo si chiamò Bersabea, perché là fecero giuramento tutti e due.

[32] E dopo che ebbero concluso l’alleanza a Bersabea, Abimèlech si alzò con Picol, capo del suo esercito, e ritornarono nel paese dei Filistei.

[33] Abramo piantò un tamerice in Bersabea, e lì invocò il nome del Signore, Dio dell’eternità.

[34] E fu forestiero nel paese dei Filistei per molto tempo.

Spiegazione

Nel Vecchio Testamento non molti vennero al mondo con grandi aspettative come Isacco. Egli fu, sotto questo aspetto, una specie di Cristo, la cui Discendenza Iddio Santo promise da lungo tempo assieme all’invio di uomini santi. Egli nacque secondo la promessa al tempo stabilito da Dio. Le benedizioni promesse da Dio si realizzano solo nel momento in cui Egli vuole e nel tempo più opportuno. Isacco vuole dire “risata” e c’era una buona ragione per aver ricevuto questo nome (vedi Genesi 17:17 e Genesi 18:13). Quando il Sole del conforto splende sull’anima è bene ricordare quanto è dolce quel giorno in cui riceviamo avvisaglie di consolazione. Quando Sara ricevette la promessa, ella invece rise per incredulità e a causa di dubbio. Quando Dio ci dà quella provvidenza che pensavamo ormai di non ricevere più, dobbiamo ricordare con dolore e con vergogna i momenti di mancanza di fede nella sua potenza e nella sua promessa. Questa clemenza riempì Sara di allegria e di meraviglia. I favori di Dio al popolo dell’alleanza sorpassano ogni pensiero e ogni aspettativa: chi potrebbe immaginare che egli farà tanto per quelli che meritano così poco, anzi per quelli che meriterebbero tanto male? Chi l’avrebbe mai detto che Dio avrebbe mandato suo Figlio a morire per noi, il suo Spirito a santificarci e i suoi angeli ad assisterci? Chi l’avrebbe mai detto che i grandi peccati sarebbero stati perdonati, le povere offerte accettate e noi, vermi senza valore, resi degni dell’Alleanza? Troviamo qui un breve racconto dell’infanzia di Isacco. Dio, benedicendo l’allattamento dei bambini e custodendoli dai pericoli nell’età infantile, ci dimostra attraverso questi esempi, la cura e la tenerezza della Provvidenza divina (Vedete Sal. 22:9-10 e Osea 11:1-2).

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Genesi, Capitolo 20

6 febbraio 2019

[1] Abramo levò le tende di là, dirigendosi nel Negheb, e si stabilì tra Kades e Sur; poi soggiornò come straniero a Gerar.

[2] Siccome Abramo aveva detto della moglie Sara: “È mia sorella”, Abimèlech, re di Gerar, mandò a prendere Sara.

[3] Ma Dio venne da Abimèlech di notte, in sogno, e gli disse: “Ecco stai per morire a causa della donna che tu hai presa; essa appartiene a suo marito”.

[4] Abimèlech, che non si era ancora accostato a lei, disse: “Mio Signore, vuoi far morire anche la gente innocente?

[5] Non mi ha forse detto: È mia sorella? E anche lei ha detto: È mio fratello. Con retta coscienza e mani innocenti ho fatto questo”.

[6] Gli rispose Dio nel sogno: “Anch’io so che con retta coscienza hai fatto questo e ti ho anche impedito di peccare contro di me: perciò non ho permesso che tu la toccassi.

[7] Ora restituisci la donna di quest’uomo: egli è un profeta: preghi egli per te e tu vivrai. Ma se tu non la restituisci, sappi che sarai degno di morte con tutti i tuoi”.

[8] Allora Abimèlech si alzò di mattina presto e chiamò tutti i suoi servi, ai quali riferì tutte queste cose, e quegli uomini si impaurirono molto.

[9] Poi Abimèlech chiamò Abramo e gli disse: “Che ci hai fatto? E che colpa ho commesso contro di te, perché tu abbia esposto me e il mio regno ad un peccato tanto grande? Tu hai fatto a mio riguardo azioni che non si fanno”.

[10] Poi Abimèlech disse ad Abramo: “A che miravi agendo in tal modo?”.

[11] Rispose Abramo: “Io mi sono detto: certo non vi sarà timor di Dio in questo luogo e mi uccideranno a causa di mia moglie.

[12] Inoltre essa è veramente mia sorella, figlia di mio padre, ma non figlia di mia madre, ed è divenuta mia moglie.

[13] Allora, quando Dio mi ha fatto errare lungi dalla casa di mio padre, io le dissi: Questo è il favore che tu mi farai: in ogni luogo dove noi arriveremo dirai di me: è mio fratello”.

[14] Allora Abimèlech prese greggi e armenti, schiavi e schiave, li diede ad Abramo e gli restituì la moglie Sara.

[15] Inoltre Abimèlech disse: “Ecco davanti a te il mio territorio: và ad abitare dove ti piace!”.

[16] A Sara disse: “Ecco, ho dato mille pezzi d’argento a tuo fratello: sarà per te come un risarcimento di fronte a quanti sono con te. Così tu sei in tutto riabilitata”.

[17] Abramo pregò Dio e Dio guarì Abimèlech, sua moglie e le sue serve, sì che poterono ancora partorire.

[18] Perché il Signore aveva reso sterili tutte le donne della casa di Abimèlech, per il fatto di Sara, moglie di Abramo.

Spiegazione:

Versi 1-8

Chi si comporta scorrettamente non prospera: mette egli stesso e gli altri in pericolo. Dio avvisò Abimelec del pericolo di peccare e del pericolo di morire a causa del peccato. Ogni peccatore ostinato è un morto ma Abimelec chiese pietà a causa dell’ignoranza. Se la nostra coscienza ci dice che possiamo essere stati indotti con l’inganno a un’insidia, non abbiamo peccato contro Dio volontariamente e questo sarà la nostra consolazione nel giorno del giudizio. Reca conforto a quelli che sono onesti sapere che Dio conosce la loro onestà e la riconoscerà. È una grande misericordia essere ostacolati nel commettere il peccato: di questo a Dio si deve la gloria. Ma se abbiamo, per ignoranza, fatto torto, non verremo scusati se di proposito persistiamo in esso. Chi fa un torto, chiunque egli sia, principe o campagnolo, avrà certamente ricambiato il torto che egli ha fatto, a meno che non si penta e, se possibile, faccia riparazione.

9 Versi 9-13 (more…)

Genesi, Capitolo 19

5 febbraio 2019

[1] I due angeli arrivarono a Sòdoma sul far della sera, mentre Lot stava seduto alla porta di Sòdoma. Non appena li ebbe visti, Lot si alzò, andò loro incontro e si prostrò con la faccia a terra.

[2] E disse: “Miei signori, venite in casa del vostro servo: vi passerete la notte, vi laverete i piedi e poi, domattina, per tempo, ve ne andrete per la vostra strada”. Quelli risposero: “No, passeremo la notte sulla piazza”.

[3] Ma egli insistette tanto che vennero da lui ed entrarono nella sua casa. Egli preparò per loro un banchetto, fece cuocere gli azzimi e così mangiarono.

[4] Non si erano ancora coricati, quand’ecco gli uomini della città, cioè gli abitanti di Sòdoma, si affollarono intorno alla casa, giovani e vecchi, tutto il popolo al completo.

[5] Chiamarono Lot e gli dissero: “Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo abusarne!”.

[6] Lot uscì verso di loro sulla porta e, dopo aver chiuso il battente dietro di sé,

[7] disse: “No, fratelli miei, non fate del male!

[8] Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto”.

[9] Ma quelli risposero: “Tirati via! Quest’individuo è venuto qui come straniero e vuol fare il giudice! Ora faremo a te peggio che a loro!”. E spingendosi violentemente contro quell’uomo, cioè contro Lot, si avvicinarono per sfondare la porta.

[10] Allora dall’interno quegli uomini sporsero le mani, si trassero in casa Lot e chiusero il battente;

[11] quanto agli uomini che erano alla porta della casa, essi li colpirono con un abbaglio accecante dal più piccolo al più grande, così che non riuscirono a trovare la porta.

[12] Quegli uomini dissero allora a Lot: “Chi hai ancora qui? Il genero, i tuoi figli, le tue figlie e quanti hai in città, falli uscire da questo luogo.

[13] Perché noi stiamo per distruggere questo luogo: il grido innalzato contro di loro davanti al Signore è grande e il Signore ci ha mandati a distruggerli”.

[14] Lot uscì a parlare ai suoi generi, che dovevano sposare le sue figlie, e disse: “Alzatevi, uscite da questo luogo, perché il Signore sta per distruggere la città!”. Ma parve ai suoi generi che egli volesse scherzare.

[15] Quando apparve l’alba, gli angeli fecero premura a Lot, dicendo: “Su, prendi tua moglie e le tue figlie che hai qui ed esci per non essere travolto nel castigo della città”.

[16] Lot indugiava, ma quegli uomini presero per mano lui, sua moglie e le sue due figlie, per un grande atto di misericordia del Signore verso di lui; lo fecero uscire e lo condussero fuori della città.

[17] Dopo averli condotti fuori, uno di loro disse: “Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti dentro la valle: fuggi sulle montagne, per non essere travolto!”.

[18] Ma Lot gli disse: “No, mio Signore!

[19] Vedi, il tuo servo ha trovato grazia ai tuoi occhi e tu hai usato una grande misericordia verso di me salvandomi la vita, ma io non riuscirò a fuggire sul monte, senza che la sciagura mi raggiunga e io muoia.

[20] Vedi questa città: è abbastanza vicina perché mi possa rifugiare là ed è piccola cosa! Lascia che io fugga lassù – non è una piccola cosa? – e così la mia vita sarà salva”.

[21] Gli rispose: “Ecco, ti ho favorito anche in questo, di non distruggere la città di cui hai parlato.

[22] Presto, fuggi là perché io non posso far nulla, finché tu non vi sia arrivato”. Perciò quella città si chiamò Zoar.

[23] Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Zoar,

[24] quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore.

[25] Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo.

[26] Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale.

[27] Abramo andò di buon mattino al luogo dove si era fermato davanti al Signore;

[28] contemplò dall’alto Sòdoma e Gomorra e tutta la distesa della valle e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace.

[29] Così, quando Dio distrusse le città della valle, Dio si ricordò di Abramo e fece sfuggire Lot alla catastrofe, mentre distruggeva le città nelle quali Lot aveva abitato.

[30] Poi Lot partì da Zoar e andò ad abitare sulla montagna, insieme con le due figlie, perché temeva di restare in Zoar, e si stabilì in una caverna con le sue due figlie.

[31] Ora la maggiore disse alla più piccola: “Il nostro padre è vecchio e non c’è nessuno in questo territorio per unirsi a noi, secondo l’uso di tutta la terra.

[32] Vieni, facciamo bere del vino a nostro padre e poi corichiamoci con lui, così faremo sussistere una discendenza da nostro padre”.

[33] Quella notte fecero bere del vino al loro padre e la maggiore andò a coricarsi con il padre; ma egli non se ne accorse, né quando essa si coricò, né quando essa si alzò.

[34] All’indomani la maggiore disse alla più piccola: “Ecco, ieri io mi sono coricata con nostro padre: facciamogli bere del vino anche questa notte e và tu a coricarti con lui; così faremo sussistere una discendenza da nostro padre”.

[35] Anche quella notte fecero bere del vino al loro padre e la più piccola andò a coricarsi con lui; ma egli non se ne accorse, né quando essa si coricò, né quando essa si alzò.

[36] Così le due figlie di Lot concepirono dal loro padre.

[37] La maggiore partorì un figlio e lo chiamò Moab. Costui è il padre dei Moabiti che esistono fino ad oggi.

[38] Anche la più piccola partorì un figlio e lo chiamò “Figlio del mio popolo”. Costui è il padre degli Ammoniti che esistono fino ad oggi.

Spiegazione

Lot era una persona buona e non c’era nessun altro come lui in quella città. Tutta la gente di Sodoma era veramente malvagia e vile. Perciò la preoccupazione divina fu quella di salvare Lot e la sua famiglia. Lot indugiò perdendo del tempo utile: così fanno molti che, pur essendo sotto la condanna divina a causa del loro stato spirituale e avendo bisogno della conversione, rimandano quell’opera necessaria. La salvezza dei giusti avviene per la misericordia di Dio, non per i loro meriti: siamo salvati per grazia. La potenza di Dio va riconosciuta anche nella capacità divina di portare le anime fuori dallo stato peccaminoso, infatti, se Dio non avesse avuto misericordia di noi, il nostro indugiare ci avrebbe portato alla rovina. Lot dovette fuggire per salvarsi la vita. Non doveva fortemente attaccarsi a Sodoma. Tali comandi divini sono dati a quelli che, mediante la grazia, devono essere liberati da uno stato e da una condizione peccaminosa. Bisogna quindi rifiutare il peccato e Satana e non confidare in sé stessi o nel mondo. Bisogna invece tendere a Cristo e verso il cielo e pertanto fuggire verso la montagna senza mai fermarsi. Riguardo a questa distruzione osservate che essa è una rivelazione della collera di Dio contro il peccato e i peccatori di tutte le età. Impariamo perciò il male provocato dal peccato: esso porta alla rovina.

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Genesi, Capitolo 18

23 gennaio 2019

[1] Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno.

[2] Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra,

[3] dicendo: “Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo.

[4] Si vada a prendere un pò di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero.

[5] Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo”. Quelli dissero: “Fà pure come hai detto”.

[6] Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: “Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne focacce”.

[7] All’armento corse lui stesso, Abramo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo.

[8] Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentr’egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono.

[9] Poi gli dissero: “Dov’è Sara, tua moglie?”. Rispose: “È là nella tenda”.

[10] Il Signore riprese: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”. Intanto Sara stava ad ascoltare all’ingresso della tenda ed era dietro di lui.

[11] Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne.

[12] Allora Sara rise dentro di sé e disse: “Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!”.

[13] Ma il Signore disse ad Abramo: “Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia?

[14] C’è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio”.

[15] Allora Sara negò: “Non ho riso!”, perché aveva paura; ma quegli disse: “Sì, hai proprio riso”.

[16] Quegli uomini si alzarono e andarono a contemplare Sòdoma dall’alto, mentre Abramo li accompagnava per congedarli.

[17] Il Signore diceva: “Devo io tener nascosto ad Abramo quello che sto per fare,

[18] mentre Abramo dovrà diventare una nazione grande e potente e in lui si diranno benedette tutte le nazioni della terra?

[19] Infatti io l’ho scelto, perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui ad osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto, perché il Signore realizzi per Abramo quanto gli ha promesso”.

[20] Disse allora il Signore: “Il grido contro Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave.

[21] Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!”.

[22] Quegli uomini partirono di lì e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora davanti al Signore.

[23] Allora Abramo gli si avvicinò e gli disse: “Davvero sterminerai il giusto con l’empio?

[24] Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?

[25] Lungi da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lungi da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?”.

[26] Rispose il Signore: “Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutta la città”.

[27] Abramo riprese e disse: “Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere…

[28] Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?”. Rispose: “Non la distruggerò, se ve ne trovo quarantacinque”.

[29] Abramo riprese ancora a parlargli e disse: “Forse là se ne troveranno quaranta”. Rispose: “Non lo farò, per riguardo a quei quaranta”.
[30] Riprese: “Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta”. Rispose: “Non lo farò, se ve ne troverò trenta”.

[31] Riprese: “Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti”. Rispose: “Non la distruggerò per riguardo a quei venti”.

[32] Riprese: “Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola; forse là se ne troveranno dieci”. Rispose: “Non la distruggerò per riguardo a quei dieci”.

[33] Poi il Signore, come ebbe finito di parlare con Abramo, se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione.

Spiegazione

Versi 1-8

Abraamo era pronto ad ospitare qualsiasi viaggiatore stanco poiché le locande non erano così diffuse come oggi. Mentre Abraamo sedeva, vide tre uomini che venivano verso di lui. Erano tre esseri divini con corpi umani. Alcuni pensano che essi fossero tutti e tre creature angeliche, altri che uno di loro era il Figlio di Dio, l’Angelo del patto. Lavare i piedi è normale in quei climi caldi, dove si cammina con i sandali. Non dovremmo mai dimenticare di accogliere gli stranieri poiché alcuni hanno accolto angeli senza saperlo, Eb 13:2, e, di conseguenza, lo stesso Signore degli angeli. Come sappiamo, quando per amore suo accogliamo il più piccolo dei suoi fratelli, accogliamo Lui. Modi allegri e benevoli nel mostrare la gentilezza sono grandi ornamenti di pietà. Sebbene il nostro accondiscendente Signore non ci concede visite personali, tuttavia per mezzo del suo Spirito Egli rimane alla porta del nostro cuore e bussa. Quando finalmente decidiamo di aprirGli, egli entra e, per mezzo delle sue dolci consolazioni, egli imbandisce una tavola ricca nella quale noi siamo i suoi compagni, Ap. 3:20.

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Genesi, Capitolo 17

4 gennaio 2019

[1] Quando Abram ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse:
“Io sono Dio onnipotente:
cammina davanti a me
e sii integro.

[2] Porrò la mia alleanza
tra me e te
e ti renderò numeroso
molto, molto”.

[3] Subito Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui:

[4] “Eccomi:
la mia alleanza è con te
e sarai padre
di una moltitudine di popoli.

[5] Non ti chiamerai più Abram
ma ti chiamerai Abraham
perché padre di una moltitudine
di popoli ti renderò.

[6] E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te nasceranno dei re.

[7] Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te.

[8] Darò a te e alla tua discendenza dopo di te il paese dove sei straniero, tutto il paese di Cànaan in possesso perenne; sarò il vostro Dio”.

[9] Disse Dio ad Abramo: “Da parte tua devi osservare la mia alleanza, tu e la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione.

[10] Questa è la mia alleanza che dovete osservare, alleanza tra me e voi e la tua discendenza dopo di te: sia circonciso tra di voi ogni maschio.

[11] Vi lascerete circoncidere la carne del vostro membro e ciò sarà il segno dell’alleanza tra me e voi.

[12] Quando avrà otto giorni, sarà circonciso tra di voi ogni maschio di generazione in generazione, tanto quello nato in casa come quello comperato con denaro da qualunque straniero che non sia della tua stirpe.

[13] Deve essere circonciso chi è nato in casa e chi viene comperato con denaro; così la mia alleanza sussisterà nella vostra carne come alleanza perenne.

[14] Il maschio non circonciso, di cui cioè non sarà stata circoncisa la carne del membro, sia eliminato dal suo popolo: ha violato la mia alleanza”.

[15] Dio aggiunse ad Abramo: “Quanto a Sarai tua moglie, non la chiamerai più Sarai, ma Sara.

[16] Io la benedirò e anche da lei ti darò un figlio; la benedirò e diventerà nazioni e re di popoli nasceranno da lei”.

[17] Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise e pensò: “Ad uno di cento anni può nascere un figlio? E Sara all’età di novanta anni potrà partorire?”.

[18] Abramo disse a Dio: “Se almeno Ismaele potesse vivere davanti a te!”.

[19] E Dio disse: “No, Sara, tua moglie, ti partorirà un figlio e lo chiamerai Isacco. Io stabilirò la mia alleanza con lui come alleanza perenne, per essere il Dio suo e della sua discendenza dopo di lui.

[20] Anche riguardo a Ismaele io ti ho esaudito: ecco, io lo benedico e lo renderò fecondo e molto, molto numeroso: dodici principi egli genererà e di lui farò una grande nazione.

[21] Ma stabilirò la mia alleanza con Isacco, che Sara ti partorirà a questa data l’anno venturo”.

[22] Dio terminò così di parlare con lui e, salendo in alto, lasciò Abramo.

[23] Allora Abramo prese Ismaele suo figlio e tutti i nati nella sua casa e tutti quelli comperati con il suo denaro, tutti i maschi appartenenti al personale della casa di Abramo, e circoncise la carne del loro membro in quello stesso giorno, come Dio gli aveva detto.

[24] Ora Abramo aveva novantanove anni, quando si fece circoncidere la carne del membro.

[25] Ismaele suo figlio aveva tredici anni quando gli fu circoncisa la carne del membro.

[26] In quello stesso giorno furono circoncisi Abramo e Ismaele suo figlio.

[27] E tutti gli uomini della sua casa, i nati in casa e i comperati con denaro dagli stranieri, furono circoncisi con lui.

Spiegazione:

Versi 1-6

Il patto doveva essere onorato a tempo debito. La discendenza promessa era Cristo e la cristianità in Lui. E tutto quello che riguarda la fede è benedetto come la stessa fede di Abramo, essendo coeredi delle stesse benedizioni del patto. Per questo patto il suo nome fu cambiato da Abramo “grande padre” in Abraamo “padre di una moltitudine”. Tutto ciò che fa gioire i cristiani è imparentato con Abraamo e con la sua Discendenza.

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Genesi, Capitolo 16

28 dicembre 2018

[1] Sarai, moglie di Abram, non gli aveva dato figli. Avendo però una schiava egiziana chiamata Agar,
[2] Sarai disse ad Abram: “Ecco, il Signore mi ha impedito di aver prole; unisciti alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli”. Abram ascoltò la voce di Sarai.

[3] Così, al termine di dieci anni da quando Abram abitava nel paese di Cànaan, Sarai, moglie di Abram, prese Agar l’egiziana, sua schiava e la diede in moglie ad Abram, suo marito.

[4] Egli si unì ad Agar, che restò incinta. Ma, quando essa si accorse di essere incinta, la sua padrona non contò più nulla per lei.

[5] Allora Sarai disse ad Abram: “L’offesa a me fatta ricada su di te! Io ti ho dato in braccio la mia schiava, ma da quando si è accorta d’essere incinta, io non conto più niente per lei. Il Signore sia giudice tra me e te!”.

[6] Abram disse a Sarai: “Ecco, la tua schiava è in tuo potere: falle ciò che ti pare”. Sarai allora la maltrattò tanto che quella si allontanò.

[7] La trovò l’angelo del Signore presso una sorgente d’acqua nel deserto, la sorgente sulla strada di Sur,

[8] e le disse: “Agar, schiava di Sarai, da dove vieni e dove vai?”. Rispose: “Vado lontano dalla mia padrona Sarai”.

[9] Le disse l’angelo del Signore: “Ritorna dalla tua padrona e restale sottomessa”.

[10] Le disse ancora l’angelo del Signore: “Moltiplicherò la tua discendenza e non si potrà contarla per la sua moltitudine”.

[11] Soggiunse poi l’angelo del Signore:
“Ecco, sei incinta:
partorirai un figlio
e lo chiamerai Ismaele,
perché il Signore ha ascoltato la tua afflizione.

[12] Egli sarà come un ònagro;
la sua mano sarà contro tutti
e la mano di tutti contro di lui
e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli”.

[13] Agar chiamò il Signore, che le aveva parlato: “Tu sei il Dio della visione”, perché diceva: “Qui dunque sono riuscita ancora a vedere, dopo la mia visione?”.

[14] Per questo il pozzo si chiamò Pozzo di Lacai-Roi; è appunto quello che si trova tra Kades e Bered.

[15] Agar partorì ad Abram un figlio e Abram chiamò Ismaele il figlio che Agar gli aveva partorito.

[16] Abram aveva ottantasei anni quando Agar gli partorì Ismaele.

Spiegazione

Versi 1-3

Sarai, avendo perso la speranza di avere figli, propose ad Abramo di prendere un’altra moglie che le avrebbe dato dei figli e cioè la sua schiava, in modo che quei figli sarebbero stati sua proprietà. Ma ciò venne fatto senza il consiglio del Signore. L’incredulità trionfò così sulla fede, dimenticandosi della potenza onnipotente di Dio. Ecco come una cattiva azione genera problemi molteplici. In ogni cosa della nostra vita c’è sempre qualche croce da portare: la maggior parte dell’esercizio della fede consiste nel sottoporvisi pazientemente aspettando i tempi del Signore e utilizzando solamente quei mezzi che Egli sceglie per toglierci quelle croci. Le tentazioni possono avere anche fini giusti e motivazioni plausibili. La sapienza carnale, però, ci allontana dalle vie di Dio. Questo non avverrebbe se chiedessimo consiglio a Dio tramite la sua parola e la preghiera, prima di fare ciò che ci appare dubbioso.

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Genesi, Capitolo 15

14 dicembre 2018

[1] Dopo tali fatti, questa parola del Signore fu rivolta ad Abram in visione: “Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande”.

[2] Rispose Abram: “Mio Signore Dio, che mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Eliezer di Damasco”.

[3] Soggiunse Abram: “Ecco a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede”.

[4] Ed ecco gli fu rivolta questa parola dal Signore: “Non costui sarà il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede”.

[5] Poi lo condusse fuori e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”.

[6] Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia.

[7] E gli disse: “Io sono il Signore che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questo paese”.

[8] Rispose: “Signore mio Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?”.

[9] Gli disse: “Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un piccione”.

[10] Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli.

[11] Gli uccelli rapaci calavano su quei cadaveri, ma Abram li scacciava.

[12] Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco un oscuro terrore lo assalì.

[13] Allora il Signore disse ad Abram: “Sappi che i tuoi discendenti saranno forestieri in un paese non loro; saranno fatti schiavi e saranno oppressi per quattrocento anni.

[14] Ma la nazione che essi avranno servito, la giudicherò io: dopo, essi usciranno con grandi ricchezze.

[15] Quanto a te, andrai in pace presso i tuoi padri; sarai sepolto dopo una vecchiaia felice.

[16] Alla quarta generazione torneranno qui, perché l’iniquità degli Amorrèi non ha ancora raggiunto il colmo”.

[17] Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi.

[18] In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram:
“Alla tua discendenza io do questo paese dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufràte;

[19] il paese dove abitano i Keniti, i Kenizziti, i Kadmoniti,

[20] gli Hittiti, i Perizziti, i Refaim,

[21] gli Amorrèi, i Cananei, i Gergesei, gli Evei e i Gebusei”.

Spiegazione:

Verso 1

Dio assicurò ad Abramo sicurezza e felicità e che egli sarebbe stato per sempre al sicuro. “Sono il tuo scudo o sono come uno scudo per te, accanto a te, e veramente mi prendo cura di te”. La considerazione che Dio stesso è e sarà uno scudo che protegge il suo popolo da ogni male, uno scudo pronto che lo circonda, dovrebbe mettere a tacere ogni paura che ci tormenta e che ci imbarazza.

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Genesi, Capitolo 14

9 dicembre 2018

[1] Al tempo di Amrafel re di Sennaar, di Arioch re di Ellasar, di Chedorlaomer re dell’Elam e di Tideal re di Goim,

[2] costoro mossero guerra contro Bera re di Sòdoma, Birsa re di Gomorra, Sinab re di Adma, Semeber re di Zeboim, e contro il re di Bela, cioè Zoar.

[3] Tutti questi si concentrarono nella valle di Siddim, cioè il Mar Morto.

[4] Per dodici anni essi erano stati sottomessi a Chedorlaomer, ma il tredicesimo anno si erano ribellati.

[5] Nell’anno quattordicesimo arrivarono Chedorlaomer e i re che erano con lui e sconfissero i Refaim ad Astarot-Karnaim, gli Zuzim ad Am, gli Emim a Save-Kiriataim

[6] e gli Hurriti sulle montagne di Seir fino a El-Paran, che è presso il deserto.

[7] Poi mutarono direzione e vennero a En-Mispat, cioè Kades, e devastarono tutto il territorio degli Amaleciti e anche degli Amorrèi che abitavano in Azazon-Tamar.

[8] Allora il re di Sòdoma, il re di Gomorra, il re di Adma, il re di Zeboim e il re di Bela, cioè Zoar, uscirono e si schierarono a battaglia nella valle di Siddim contro di esso,

[9] e cioè contro Chedorlaomer re dell’Elam, Tideal re di Goim, Amrafel re di Sennaar e Arioch re di Ellasar: quattro re contro cinque.

[10] Ora la valle di Siddim era piena di pozzi di bitume; mentre il re di Sòdoma e il re di Gomorra si davano alla fuga, alcuni caddero nei pozzi e gli altri fuggirono sulle montagne.

[11] Gli invasori presero tutti i beni di Sodoma e Gomorra e tutti i loro viveri e se ne andarono.

[12] Andandosene catturarono anche Lot, figlio del fratello di Abram, e i suoi beni: egli risiedeva appunto in Sòdoma.

[13] Ma un fuggiasco venne ad avvertire Abram l’Ebreo che si trovava alle Querce di Mamre l’Amorreo, fratello di Escol e fratello di Aner i quali erano alleati di Abram.

[14] Quando Abram seppe che il suo parente era stato preso prigioniero, organizzò i suoi uomini esperti nelle armi, schiavi nati nella sua casa, in numero di trecentodiciotto, e si diede all’inseguimento fino a Dan.

[15] Piombò sopra di essi di notte, lui con i suoi servi, li sconfisse e proseguì l’inseguimento fino a Coba, a settentrione di Damasco.

[16] Ricuperò così tutta la roba e anche Lot suo parente, i suoi beni, con le donne e il popolo.

[17] Quando Abram fu di ritorno, dopo la sconfitta di Chedorlaomer e dei re che erano con lui, il re di Sòdoma gli uscì incontro nella Valle di Save, cioè la Valle del re.

[18] Intanto Melchisedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo

[19] e benedisse Abram con queste parole:
“Sia benedetto Abram dal Dio altissimo,
creatore del cielo e della terra,

[20] e benedetto sia il Dio altissimo,
che ti ha messo in mano i tuoi nemici”.

[21] Poi il re di Sòdoma disse ad Abram: “Dammi le persone; i beni prendili per te”.

[22] Ma Abram disse al re di Sòdoma: “Alzo la mano davanti al Signore, il Dio altissimo, creatore del cielo e della terra:

[23] né un filo, né un legaccio di sandalo, niente io prenderò di ciò che è tuo; non potrai dire: io ho arricchito Abram.

[24] Per me niente, se non quello che i servi hanno mangiato; quanto a ciò che spetta agli uomini che sono venuti con me, Escol, Aner e Mamre, essi stessi si prendano la loro parte”.

Spiegazione:

Versi 1-12

Le guerre tra le nazioni creano le grandi figure nella storia, ma noi non avremmo mai avuto la testimonianza di questa guerra se Abramo e Lot non vi fossero stati menzionati. Lot si stabilì a Sodomia fruttuosamente, ma i sodomiti erano veramente malvagi. I suoi abitanti erano, tra tutti i discendenti di Canaan, i più prossimi alla vendetta divina. Caldei e Persiani, quindi solo piccoli regni, invasero Sodoma. Essi presero Lot con i suoi e le sue proprietà. Sebbene egli fosse retto e figlio del fratello di Abramo, tuttavia era con gli altri in questa situazione difficile. Né la nostra pietà, né la nostra relazione con i favoriti del Cielo possono essere la nostra sicurezza quando i giudizi di Dio si manifestano. Più di un uomo onesto subisce il peggio a causa dei suoi vicini malvagi: È saggio separarsi o almeno distinguere noi stessi da loro, 2Cor. 6:17. Una parentela così vicina ad Abramo dovrebbe averne fatto un compagno e un discepolo di Abramo, eppure Lot scelse di rimanere a Sodoma e deve ringraziare solo se stesso se partecipò alla rovina di Sodoma. Quando ci comportiamo diversamente dal nostro dovere, ci togliamo dalla protezione di Dio e non possiamo aspettarci che la scelta fatta dalla nostra lussuria ci conduca a buon fine. Essi presero pure la proprietà di Lot: è giusto essere privati dei godimenti senza Dio quando decidiamo da noi stessi di privarci del Suo godimento.

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Genesi, Capitolo 13

6 dicembre 2018

[1] Dall’Egitto Abram ritornò nel Negheb con la moglie e tutti i suoi averi; Lot era con lui.

[2] Abram era molto ricco in bestiame, argento e oro.

[3] Poi di accampamento in accampamento egli dal Negheb si portò fino a Betel, fino al luogo dove era stata già prima la sua tenda, tra Betel e Ai,

[4] al luogo dell’altare, che aveva là costruito prima: lì Abram invocò il nome del Signore.

[5] Ma anche Lot, che andava con Abram, aveva greggi e armenti e tende.

[6] Il territorio non consentiva che abitassero insieme, perché avevano beni troppo grandi e non potevano abitare insieme.

[7] Per questo sorse una lite tra i mandriani di Abram e i mandriani di Lot, mentre i Cananei e i Perizziti abitavano allora nel paese.

[8] Abram disse a Lot: “Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi siamo fratelli.

[9] Non sta forse davanti a te tutto il paese? Sepàrati da me. Se tu vai a sinistra, io antra, io andrò a destra; se tu vai a destra, io andrò a sinistra”.

[10] Allora Lot alzò gli occhi e vide che tutta la valle del Giordano era un luogo irrigato da ogni parte – prima che il Signore distruggesse Sòdoma e Gomorra -; era come il giardino del Signore, come il paese d’Egitto, fino ai pressi di Zoar.

[11] Lot scelse per sé tutta la valle del Giordano e trasportò le tende verso oriente. Così si separarono l’uno dall’altro:

[12] Abram si stabilì nel paese di Cànaan e Lot si stabilì nelle città della valle e piantò le tende vicino a Sòdoma.

[13] Ora gli uomini di Sòdoma erano perversi e peccavano molto contro il Signore.

[14] Allora il Signore disse ad Abram, dopo che Lot si era separato da lui: “Alza gli occhi e dal luogo dove tu stai spingi lo sguardo verso il settentrione e il mezzogiorno, verso l’oriente e l’occidente.

[15] Tutto il paese che tu vedi, io lo darò a te e alla tua discendenza per sempre.

[16] Renderò la tua discendenza come la polvere della terra: se uno può contare la polvere della terra, potrà contare anche i tuoi discendenti.

[17] Alzati, percorri il paese in lungo e in largo, perché io lo darò a te”.

[18] Poi Abram si spostò con le sue tende e andò a stabilirsi alle Querce di Mamre, che sono ad Ebron, e vi costruì un altare al Signore.

Spiegazione

Versi 1-4

Abramo era molto ricco e nel testo biblico è detto che era molto pesante, secondo l’espressione ebraica e le ricchezze sono effettivamente un peso: coloro che vogliono essere ricchi si caricano di pegni, Abacuc 2:6. C’è un affaticarsi nell’accumulare ricchezze, segue poi: la paura di tenerle in un posto veramente sicuro, le tentazioni nell’utilizzarle in modo sbagliato, le colpe nell’abusarne, un penarsi perdendole ed infine un fardello nel rinunciarvi. Tuttavia Dio, nella sua provvidenza, fa arricchire anche gli uomini buoni e, infatti, la benedizione di Dio fece arricchire Abramo senza affanni, Pr 10:22. Sebbene sia difficile per un uomo ricco entrare nel regno dei cieli, tuttavia, in alcuni casi, può succedere, Mr 10:23,24. Ciò nonostante, riguardo alla prosperità, se essa è ben gestita, è un ornamento alla pietà e un’opportunità per fare meglio il bene. Abramo si trasferì a Betel. Abbandonato l’altare egli non poté più offrire sacrificio, ma invocò comunque il nome del Signore. Potete riconoscere subito un uomo vivente senza respiro come il credente che non prega.

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Genesi, Capitolo 11

27 novembre 2018

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[1] Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole.

[2] Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono.

[3] Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento.

[4] Poi dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”.

[5] Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo.

[6] Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile.

[7] Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”.

[8] Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi essarono di costruire la città.

[9] Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

[10] Questa è la discendenza di Sem: Sem aveva cento anni quando generò Arpacsàd, due anni dopo il diluvio;

[11] Sem, dopo aver generato Arpacsàd, visse cinquecento anni e generò figli e figlie.

[12] Arpacsàd aveva trentacinque anni quando generò Selach;

[13] Arpacsàd, dopo aver generato Selach, visse quattrocentotré anni e generò figli e figlie.

[14] Selach aveva trent’anni quando generò Eber;

[15] Selach, dopo aver generato Eber, visse quattrocentotré anni e generò figli e figlie.

[16] Eber aveva trentaquattro anni quando generò Peleg;

[17] Eber, dopo aver generato Peleg, visse quattrocentotrenta anni e generò figli e figlie.

[18] Peleg aveva trent’anni quando generò Reu;

[19] Peleg, dopo aver generato Reu, visse duecentonove anni e generò figli e figlie.

[20] Reu aveva trentadue anni quando generò Serug;

[21] Reu, dopo aver generato Serug, visse duecentosette anni e generò figli e figlie.

[22] Serug aveva trent’anni quando generò Nacor;

[23] Serug, dopo aver generato Nacor, visse duecento anni e generò figli e figlie.

[24] Nacor aveva ventinove anni quando generò Terach;

[25] Nacor, dopo aver generato Terach, visse centodiciannove anni e generò figli e figlie.

[26] Terach aveva settant’anni quando generò Abram, Nacor e Aran.

[27] Questa è la posterità di Terach: Terach generò Abram, Nacor e Aran: Aran generò Lot.

[28] Aran poi morì alla presenza di suo padre Terach nella sua terra natale, in Ur dei Caldei.

[29] Abram e Nacor si presero delle mogli; la moglie di Abram si chiamava Sarai e la moglie di Nacor Milca, ch’era figlia di Aran, padre di Milca e padre di Isca.

[30] Sarai era sterile e non aveva figli.

[31] Poi Terach prese Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè del suo figlio, e Sarai sua nuora, moglie di Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nel paese di Cànaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono.

[32] L’età della vita di Terach fu di duecentocinque anni; Terach morì in Carran.

Spiegazione:

Versi 1-4

Come dimenticano presto gli uomini i giudizi più tremendi e ritornano a commettere le colpe fatte in precedenza! Sebbene le devastazioni del diluvio erano ancora davanti ai loro occhi, sebbene essi nacquero dalla stirpe di Noè, giusto durante la sua vita, la malvagità aumentò allo stesso modo. Solo la grazia santificante dello Spirito Santo può rimuovere le peccaminose brame dell’essere umano e la depravazione del cuore umano. Lo scopo di Dio era che quell’umanità formasse molte nazioni e i popoli di tutta la terra. Nel disprezzo della volontà divina e contro il consiglio di Noè, la maggioranza dell’umanità si unì insieme per costruire una città e una torre per evitare di dividersi. Fu l’inizio dell’idolatria e Babele divenne uno dei suoi emblemi principali. Essi resero l’un l’altro più audaci e risoluti. Impariamo a fare in modo che ci amiamo l’un l’altro e a fare buone opere, mentre i peccatori si uniscono e si incoraggiano a vicenda a fare opere malvagie.

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Genesi, Capitolo 10

26 novembre 2018

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[1] Questa è la discendenza dei figli di Noè: Sem, Cam e Iafet, ai quali nacquero figli dopo il diluvio.

[2] I figli di Iafet: Gomer, Magog, Madai, Iavan, Tubal, Mesech e Tiras.

[3] I figli di Gomer: Askenaz, Rifat e Togarma.

[4] I figli di Iavan: Elisa, Tarsis, quelli di Cipro e quelli di Rodi.

[5] Da costoro derivarono le nazioni disperse per le isole nei loro territori, ciascuno secondo la propria lingua e secondo le loro famiglie, nelle loro nazioni.

[6] I figli di Cam: Etiopia, Egitto, Put e Cànaan.

[7] I figli di Etiopia: Seba, Avìla, Sabta, Raama e Sàbteca.

[8] Ora Etiopia generò Nimrod: costui cominciò a essere potente sulla terra.

[9] Egli era valente nella caccia davanti al Signore, perciò si dice: “Come Nimrod, valente cacciatore davanti al Signore”.

[10] L’inizio del suo regno fu Babele, Uruch, Accad e Calne, nel paese di Sennaar.

[11] Da quella terra si portò ad Assur e costruì Ninive, Recobot-Ir e Càlach

[12] e Resen tra Ninive e Càlach; quella è la grande città.

[13] Egitto generò quelli di Lud, Anam, Laab, Naftuch,

[14] Patros, Casluch e Caftor, da dove uscirono i Filistei.

[15] Cànaan generò Sidone, suo primogenito, e Chet

[16] e il Gebuseo, l’Amorreo, il Gergeseo,

[17] l’Eveo, l’Archita e il Sineo,

[18] l’Arvadita, il Semarita e l’Amatita. In seguito si dispersero le famiglie dei Cananei.

[19] Il confine dei Cananei andava da Sidone in direzione di Gerar fino a Gaza, poi in direzione di Sòdoma, Gomorra, Adma e Zeboim, fino a Lesa.

[20] Questi furono i figli di Cam secondo le loro famiglie e le loro lingue, nei loro territori e nei loro popoli.

[21] Anche a Sem, padre di tutti i figli di Eber, fratello maggiore di Jafet, nacque una discendenza.

[22] I figli di Sem: Elam, Assur, Arpacsàd, Lud e Aram.

[23] I figli di Aram: Uz, Cul, Gheter e Mas.

[24] Arpacsàd generò Selach e Selach generò Eber.

[25] A Eber nacquero due figli: uno si chiamò Peleg, perché ai suoi tempi fu divisa la terra, e il fratello si chiamò Joktan.

[26] Joktan generò Almodad, Selef, Ascarmavet, Jerach,

[27] Adòcam, Uzal, Dikla,

[28] Obal, Abimaèl, Saba,

[29] Ofir, Avìla e Ibab. Tutti questi furono i figli di Joktan;

[30] la loro sede era sulle montagne dell’oriente, da Mesa in direzione di Sefar.

[31] Questi furono i figli di Sem secondo le loro famiglie e le loro lingue, territori, secondo i loro popoli.

[32] Queste furono le famiglie dei figli di Noè secondo le loro generazioni, nei loro popoli. Da costoro si dispersero le nazioni sulla terra dopo il diluvio.

Spiegazione:

Versi 1-7

Questo capitolo ci spiega che i tre figli di Noè ripopolarono tutta la terra. Solo i giudei conoscono bene la loro discendenza in quanto gli elenchi dei nomi dei patriarchi e dei loro figli sono stati da essi conservati per amore del Messia. Alcuni studiosi hanno tuttavia dimostrato, con molta probabilità, quali siano le nazioni della terra discese da ognuno dei figli di Noè. Dalla posterità di Iafet sono discesi i gentili e, probabilmente, l’isola Britannica in primo luogo. Biblicamente, tutte le località al di là del mare di giudea sono chiamate “isole”, Ger 25:22. La promessa contenuta in Isaia 42:4, “Le isole attenderanno la sua legge”, identifica la conversione dei gentili alla fede di Cristo.
8 Versi 8-14

Nimrod fu un grand’uomo: fu il primo ad essere potente sulla terra. Prima di lui, i “potenti” erano soddisfatti di avere lo stesso livello dei loro vicini, e, sebbene ogni uomo detti le regole nella propria casa, tuttavia l’uomo non pretendeva ancora che così avvenisse anche di fuori di essa. Nimrod volle dominare i suoi vicini. Lo spirito dei giganti prima dell’inondazione, che divennero uomini potenti e uomini famosi, Gen. 6:4, rivissero in lui. Nimrod era un grande cacciatore: cacciare era il modo per evitare l’aumento sproporzionato delle bestie selvatiche. Questo richiedeva grande coraggio e spirito di comando, cosicché Nimrod ebbe l’opportunità di dare ordini agli altri e gradualmente di raggruppare molti uomini intorno ad un Leader. Dopo questo inizio è probabile che Nimrod cominciò a governare e a forzare gli altri a sottomettersi a lui. Egli calpestò i diritti altrui invadendo le proprietà dei suoi vicini e perseguitando uomini innocenti per mezzo della forza e della violenza. Egli fece oppressioni e violenze senza avere rispetto nemmeno per Dio stesso. Nimrod fu un grande Leader: in un modo o in un altro, per arti o per armi, egli divenne così potente da fondare una monarchia, così potente da essere l’uomo del terrore. Egli voleva governare tutto il mondo. Nimrod fu anche un grande costruttore: osservate in Nimrod la natura dell’ambizione. Essa è illimitata: desidera sempre di più e ancora continua a gridare: “dammi, dammi”. È incessante: Nimrod, quando ebbe quattro città sotto il suo comando, non si accontentò finché non ne ebbe altre quattro. La sua ambizione è dispendiosa: Nimrod si applicò a moltiplicare le città, piuttosto che a governarle. Essa è audace e non si lascerà attaccare da nulla. Il nome “Nimrod” indica ribellione e, difatti, i tiranni sono ribelli a Dio. Verranno i giorni in cui i conquistatori non saranno più elogiati dalla storia, ma saranno marchiati di infamia, come già avviene nell’imparziale Bibbia.
15 Versi 15-32

La discendenza di Canaan fu numerosa, ricca e ben salda. Canaan era ancora sotto la maledizione Divina e non sotto una qualsiasi maledizione. Quelli che sono sotto la maledizione di Dio, possono, forse, prosperare e avere benefici in questo mondo, poiché possiamo vedere l’amore o l’odio, la benedizione o la maledizione di quelli che sono a noi prossimi. La maledizione di Dio opera sempre realmente e terribilmente. Forse è una maledizione segreta, una maledizione all’anima e opera in modo che gli altri non la vedano o si tratta di una maledizione lenta e non opera subito. Ma i peccatori la sconteranno comunque nel giorno dell’ira: Canaan qui ha una terra migliore, ma Sem o Iafet hanno tuttavia la parte migliore, poiché ereditano le benedizioni. Abramo e la sua discendenza, il popolo del patto di Dio, discesero da Eber e perciò furono chiamati ebrei. È meglio essere Eber, padre di una famiglia di santi e di uomini onesti piuttosto che il padre di una famiglia di cacciatori da cui proviene potenza, ricchezza terrena o vanità. La bontà è la vera grandezza.

CONTINUA….

Fonte

Genesi, Cap. 9

23 novembre 2018

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[1] Dio benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra.

[2] Il timore e il terrore di voi sia in tutte le bestie selvatiche e in tutto il bestiame e in tutti gli uccelli del cielo. Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono messi in vostro potere.

[3] Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe.

[4] Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue.

[5] Del sangue vostro anzi, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto ad ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello.

[6] Chi sparge il sangue dell’uomo
dall’uomo il suo sangue sarà sparso,
perché ad immagine di Dio
Egli ha fatto l’uomo.

[7] E voi, siate fecondi e moltiplicatevi,
siate numerosi sulla terra e dominatela”.

[8] Dio disse a Noè e ai sui figli con lui:

[9] “Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza coni vostri discendenti dopo di voi;

[10] con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca.

[11] Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra”.

[12] Dio disse:
“Questo è il segno dell’alleanza,
che io pongo
tra me e voi
e tra ogni essere vivente
che è con voi
per le generazioni eterne.

[13] Il mio arco pongo sulle nubi
ed esso sarà il segno dell’alleanza
tra me e la terra.

[14] Quando radunerò
le nubi sulla terra
e apparirà l’arco sulle nubi

[15] ricorderò la mia alleanza
che è tra me e voi
e tra ogni essere che vive in ogni carne
e noi ci saranno più le acque
per il diluvio, per distruggere ogni carne.

[16] L’arco sarà sulle nubi
e io lo guarderò per ricordare l’alleanza eterna
tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne
che è sulla terra”.

[17] Disse Dio a Noè: “Questo è il segno dell’alleanza che io ho stabilito tra me e ogni carne che è sulla terra”.

[18] I figli di Noè che uscirono dall’arca furono Sem, Cam e Iafet; Cam è il padre di Cànaan.

[19] Questi tre sono i figli di Noè e da questi fu popolata tutta la terra.

[20] Ora Noè, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna.

[21] Avendo bevuto il vino, si ubriacò e giacque scoperto all’interno della sua tenda.

[22] Cam, padre di Cànaan, vide il padre scoperto e raccontò la cosa ai due fratelli che stavano fuori.

[23] Allora Sem e Iafet presero il mantello, se lo misero tutti e due sulle spalle e, camminando a ritroso, coprirono il padre scoperto; avendo rivolto la faccia indietro, non videro il padre scoperto.

[24] Quando Noè si fu risvegliato dall’ebbrezza, seppe quanto gli aveva fatto il figlio minore;

[25] allora disse:
“Sia maledetto Cànaan!
Schiavo degli schiavi
sarà per i suoi fratelli!”.

[26] Disse poi:
“Benedetto il Signore, Dio di Sem,
Cànaan sia suo schiavo!

[27] Dio dilati Iafet
e questi dimori nelle tende di Sem,
Cànaan sia suo schiavo!”.

[28] Noè visse, dopo il diluvio, trecentocinquanta anni.

[29] L’intera vita di Noè fu di novecentocinquanta anni, poi morì.

Spiegazione :

Versi 1-3

Le benedizioni di Dio sono la causa del nostro agire bene. Su da Lui dipendiamo, a Lui dobbiamo essere grati. Non dimentichiamoci del vantaggio e del piacere che riceviamo dal lavoro delle bestie e quello che la loro carne procura. Né dobbiamo essere meno grati per la sicurezza di cui godiamo dalle bestie selvagge e dannose per mezzo della paura dell’uomo che Dio ha messo dentro di loro. Vediamo la realizzazione di questa parola ogni giorno e in ogni dove. Questo darci gli animali come cibo ne autorizza pienamente l’uso ma non l’abuso a causa della nostra ghiottoneria e ancor meno per crudeltà. Non dobbiamo trattare male le bestie inutilmente mentre sono in vita, né quando togliamo via le loro vite.

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Genesi, Cap. 8

20 novembre 2018

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[1] Dio si ricordò di Noè, di tutte le fiere e di tutti gli animali domestici che erano con lui nell’arca. Dio fece passare un vento sulla terra e le acque si abbassarono.

[2] Le fonti dell’abisso e le cateratte del cielo furono chiuse e fu trattenuta la pioggia dal cielo;

[3] le acque andarono via via ritirandosi dalla terra e calarono dopo centocinquanta giorni.

[4] Nel settimo mese, il diciasette del mese, l’arca si posò sui monti dell’Araràt.

[5] Le acque andarono via via diminuendo fino al decimo mese. Nel decimo mese, il primo giorno del mese, apparvero le cime dei monti.

[6] Trascorsi quaranta giorni, Noè aprì la finestra che aveva fatta nell’arca e fece uscire un corvo per vedere se le acque si fossero ritirate.

[7] Esso uscì andando e tornando finché si prosciugarono le acque sulla terra.

[8] Noè poi fece uscire una colomba, per vedere se le acque si fossero ritirate dal suolo;

[9] ma la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede, tornò a lui nell’arca, perché c’era ancora l’acqua su tutta la terra. Egli stese la mano, la prese e la fece rientrare presso di sé nell’arca.

[10] Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca

[11] e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco un ramoscello di ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra.

[12] Aspettò altri sette giorni, poi lasciò andare la colomba; essa non tornò più da lui.

[13] L’anno seicentouno della vita di Noè, il primo mese, il primo giorno del mese, le acque si erano prosciugate sulla terra; Noè tolse la copertura dell’arca ed ecco la superficie del suolo era asciutta.

[14] Nel secondo mese, il ventisette del mese, tutta la terra fu asciutta.

[15] Dio ordinò a Noè:

[16] “Esci dall’arca tu e tua moglie, i tuoi figli e le mogli dei tuoi figli con te.

[17] Tutti gli animali d’ogni specie che hai con te, uccelli, bestiame e tutti i rettili che strisciano sulla terra, falli uscire con te, perché possano diffondersi sulla terra, siano fecondi e si moltiplichino su di essa”.

[18] Noè uscì con i figli, la moglie e le mogli dei figli.

[19] Tutti i viventi e tutto il bestiame e tutti gli uccelli e tutti i rettili che strisciano sulla terra, secondo la loro specie, uscirono dall’arca.

[20] Allora Noè edificò un altare al Signore; prese ogni sorta di animali mondi e di uccelli mondi e offrì olocausti sull’altare.

[21] Il Signore ne odorò la soave fragranza e pensò: “Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo, perché l’istinto del cuore umano è incline al male fin dalla adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente come ho fatto.

[22] Finché durerà la terra,
seme e messe,
freddo e caldo,
estate e inverno,
giorno e notte
non cesseranno”.

Spiegazione:

Versi 1-3

La razza umana, tranne Noè e la sua famiglia, perì nel diluvio, ma Dio, ricordandosi di Noè, mostrò clemenza all’umanità che altrimenti avrebbe fatto un’unica fine. Le domande della giustizia divina trovano la loro risposta con la rovina dei peccatori. Dio inviò il suo vento per prosciugare la terra e sigillare le sue acque. La stessa mano che portò la devastazione porta adesso la liberazione e perciò a quella mano dobbiamo sempre guardare. Quando le afflizioni realizzano l’opera per la quale esse sono mandate distruggendo e curando, a quel punto, vengono tolte. Come la terra non fu inondata in un giorno, così non si prosciugò in un sol giorno. Dio, di solito, opera la liberazione del suo popolo gradualmente, cosicché anche il giorno delle piccolezze non sarà disdegnato, né si dispererà del giorno delle grandi cose che Lui farà.

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Genesi, Cap 7

18 novembre 2018

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[1] Il Signore disse a Noè: “Entra nell’arca tu con tutta la tua famiglia, perché ti ho visto giusto dinanzi a me in questa generazione.

[2] D’ogni animale mondo prendine con te sette paia, il maschio e la sua femmina; degli animali che non sono mondi un paio, il maschio e la sua femmina.

[3] Anche degli uccelli mondi del cielo, sette paia, maschio e femmina, per conservarne in vita la razza su tutta la terra.

[4] Perché tra sette giorni farò piovere sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti; sterminerò dalla terra ogni essere che ho fatto”.

[5] Noè fece quanto il Signore gli aveva comandato.

[6] Noè aveva seicento anni, quando venne il diluvio, cioè le acque sulla terra.

[7] Noè entrò nell’arca e con lui i suoi figli, sua moglie e le mogli dei suoi figli, per sottrarsi alle acque del diluvio.

[8] Degli animali mondi e di quelli immondi, degli uccelli e di tutti gli esseri che strisciano sul suolo

[9] entrarono a due a due con Noè nell’arca, maschio e femmina, come Dio aveva comandato a Noè.

[10] Dopo sette giorni, le acque del diluvio furono sopra la terra;

[11] nell’anno seicentesimo della vita di Noè, nel secondo mese, il diciassette del mese, proprio in quello stesso giorno, eruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si aprirono.

[12] Cadde la pioggia sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti.

[13] In quello stesso giorno entrò nell’arca Noè con i figli Sem, Cam e Iafet, la moglie di Noè, le tre mogli dei suoi tre figli:

[14] essi e tutti i viventi secondo la loro specie e tutto il bestiame secondo la sua specie e tutti i rettili che strisciano sulla terra secondo la loro specie, tutti i volatili secondo la loro specie, tutti gli uccelli, tutti gli esseri alati.

[15] Vennero dunque a Noè nell’arca, a due a due, di ogni carne in cui è il soffio di vita.

[16] Quelli che venivano, maschio e femmina d’ogni carne, entrarono come gli aveva comandato Dio: il Signore chiuse la porta dietro di lui.

[17] Il diluvio durò sulla terra quaranta giorni: le acque crebbero e sollevarono l’arca che si innalzò sulla terra.

[18] Le acque divennero poderose e crebbero molto sopra la terra e l’arca galleggiava sulle acque.

[19] Le acque si innalzarono sempre più sopra la terra e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo.

[20] Le acque superarono in altezza di quindici cubiti i monti che avevano ricoperto.

[21] Perì ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini.

[22] Ogni essere che ha un alito di vita nelle narici, cioè quanto era sulla terra asciutta morì.

[23] Così fu sterminato ogni essere che era sulla terra: con gli uomini, gli animali domestici, i rettili e gli uccelli del cielo; essi furono sterminati dalla terra e rimase solo Noè e chi stava con lui nell’arca.

[24] Le acque restarono alte sopra la terra centocinquanta giorni.

Spiegazione:

Versi 1-12

Dio chiama Noè quale tenero padre nei confronti di suo figlio che lo invita ad entrare in casa se vede arrivare la notte o la tempesta. Noè non entrò nell’arca finché Dio non glielo comandò, sebbene egli sapesse che era il suo rifugio. È molto saggio guardare a Dio prima di fare un passo. Noè sopportò molte fatiche per costruire l’arca e adesso viveva grazie ad essa. Quello che facciamo in obbedienza al comando di Dio e nella fede, prima o poi certamente tornerà a nostro conforto. Questa chiamata di Noè ci ricorda la chiamata del vangelo nei confronti dei poveri peccatori. Cristo è l’unica arca, dentro cui possiamo stare al sicuro quando si avvicina la morte e il giudizio. La Bibbia dice: “Venite!”, i suoi ministri dicono: “Venite!”, lo Spirito dice: “Venite, entrate nell’arca!”. Noè fu considerato giusto, non per la propria giustizia, ma come erede della giustizia per fede Eb. 11:7. Egli credeva nella rivelazione di un Salvatore e ha cercato e atteso la sua salvezza per mezzo di Lui. Fu così giustificato dalla fede e ricevette quello Spirito il cui frutto consiste in ogni bontà, ma se un uomo qualunque non ha lo Spirito di Cristo, egli non gli appartiene. Dio concesse ai peccatori solo sette giorni per pentirsi. Ma quei giorni furono sprecati, come tutta la loro vita. Essi ebbero solo un’altra settimana, un sabato in più per migliorare e considerare le cose che portavano alla vera pace. Così accade normalmente a coloro che non si curano dell’anima e che guardano la morte a distanza, noncuranti anche durante quei giorni, i pochi giorni della loro malattia, quando vedono la morte avvicinarsi. I loro cuori sono così induriti a causa dello sviamento provocato dal peccato. Noè preparò l’arca per fede verso l’avvertimento divino, così egli entrò in essa credendo che quell’evento sarebbe accaduto presto. E in quel giorno Noè era al sicuro dentro l’arca quando le sorgenti delle grandi profondità furono aperte. La terra riteneva dentro quelle acque che al comando di Dio sgorgarono e provocarono l’inondazione: così, i nostri corpi hanno essi stessi quegli umori che, quando Dio vorrà, diventeranno frutti di malattie mortali. Le cateratte del cielo furono aperte e le acque che erano sopra il firmamento, cioè, nell’aria, scesero abbondantemente sulla terra. La pioggia cade a gocce, ma quelle piogge caddero come mai prima d’allora accadde. Piovve senza interruzione o rallentamento per quaranta giorni e quaranta notti su tutta la terra. Dal momento che la causa del diluvio era un’opera particolare della potenza onnipotente di Dio è inutile e presuntuoso tentare una spiegazione del fatto secondo la scienza umana.

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Genesi, Cap. 6

17 novembre 2018

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[1] Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie,

[2] i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero.

[3] Allora il Signore disse: “Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni”.

[4] C’erano sulla terra i giganti a quei tempi – e anche dopo – quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi.

[5] Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male.

[6] E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo.

[7] Il Singore disse: “Sterminerò dalla terra l’uomo che ho creato: con l’uomo anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito d’averli fatti”.

[8] Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore.

[9] Questa è la storia di Noè. Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio.

[10] Noè generò tre figli: Sem, Cam, e Iafet.

[11] Ma la terra era corrotta davanti a Dio e piena di violenza.

[12] Dio guardò la terra ed ecco essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra.

[13] Allora Dio disse a Noè: “È venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra.

[14] Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori.

[15] Ecco come devi farla: l’arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza.

[16] Farai nell’arca un tetto e a un cubito più sopra la terminerai; da un lato metterai la porta dell’arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore.

[17] Ecco io manderò il diluvio, cioè le acque, sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni carne, in cui è alito di vita; quanto è sulla terra perirà.

[18] Ma con te io stabilisco la mia alleanza. Entrerai nell’arca tu e con te i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli.

[19] Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell’arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina.

[20] Degli uccelli secondo la loro specie, del bestiame secondo la propria specie e di tutti i rettili della terra secondo la loro specie, due d’ognuna verranno con te, per essere conservati in vita.

[21] Quanto a te, prenditi ogni sorta di cibo da mangiare e raccoglilo presso di te: sarà di nutrimento per te e per loro”.

[22] Noè eseguì tutto; come Dio gli aveva comandato, così egli fece.

Spiegazione

Versi 1-7

La cosa più notevole che riguarda il vecchio mondo è la sua distruzione per mezzo del diluvio o dell’inondazione. Vediamo la grandi ingiustizie di quel mondo malvagio e la collera di Dio, come la sua santa decisione, nel punirlo. In tutte le età c’è stata una maledizione particolare di Dio per i matrimoni tra i veri credenti e i suoi nemici dichiarati. Il cattivo esempio dato nel fare un tale matrimonio corrompe e ferisce molti: la fede in quella famiglia verrà meno e i figli cresceranno secondo i principi mondani di quel genitore che è senza timor di Dio. Se diciamo di essere figli e figlie del Signore ancor di più non dobbiamo sposarci senza il suo consenso. Egli non darà mai la sua benedizione se preferiamo la bellezza, l’ingegno, la ricchezza o gli onori terreni alla fede e alla santità. Lo Spirito di Dio avvisò gli uomini inviando loro Enoc, Noè e forse molti altri per predicare loro, pazientando ancora, nonostante le loro ribellioni, e per suscitare rimproveri e colpevolezze nelle loro coscienze. Ma il Signore ha dichiarato che il suo Spirito non avrebbe avvisato gli uomini per sempre: egli li avrebbe pure lasciati indurire nel loro peccato fino ad arrivare alla loro distruzione. Egli decise così perché l’uomo è carne: non solo fragile e debole, ma carnale e depravato, avendo usato impropriamente le potenze nobili della sua anima per appagare le sue inclinazioni corrotte. Dio vede tutta la malvagità che è nei figli degli uomini ed essa non gli può essere nascosta. Se l’uomo non si pente, Egli glielo farà sapere. La malvagità della gente è tanta grande infatti e i peccatori si riconoscono facilmente tra loro. In quel tempo i peccati venivano commessi dovunque e da chiunque. Tutti potevano accorgersi che la malvagità dell’uomo era veramente grande e Dio vide pure che ogni pensiero o intento era solo cattiveria continua. Ecco la radice amara, la primavera corrotta. Il cuore era ingannevole e disperatamente malvagio: i principi erano corrotti, le abitudini e le disposizioni cattive, i loro progetti e le azioni erano malvagie, essi facevano il male deliberatamente e concepivano piani per compiere infamità. Non c’era bene tra loro. Dio, dunque, vide la malvagità dell’uomo come una ferita e un torto fattogli e la vide come un tenero padre vede la follia e l’ostinazione di un figlio disobbediente e ribelle che lo fa affliggere e gli fa desiderare di non voler mai avuto figli. Le parole utilizzate qui sono pesanti: esse sono utilizzate alla maniera umana e non significa che Dio possa mutare i suoi propositi o che qualcosa lo renda infelice. Ma Dio odia così tanto il nostro peccato? E non siamo dispiaciuti per questo? Oh, guardiamo a Colui che abbiamo rattristato e gemiamo! Dio, perciò, si pentì di aver fatto l’uomo, ma non troviamo mai che si fosse pentito di aver redento l’uomo. Dio decide di distruggere tutti gli uomini e la parola originale usata è molto dura, “Cancellerò l’uomo dalla terra”, come se fosse sporcizia o sudiciume che è tolto da un posto per renderlo pulito da gettare nella pattumiera, il luogo giusto per essa. Dio parla dell’uomo come di una sua propria creatura, quando decise di punirlo. Coloro che muoiono non possono più far nulla per la loro vita: Dio decise solamente dopo che il suo Spirito li aveva cercati a lungo e invano. Nessuno è punito dalla giustizia di Dio se non quelli che odiano essere corretti dalla grazia di Dio.

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Genesi, Cap. 5

16 novembre 2018

[1] Questo è il libro della genealogia di Adamo. Quando Dio creò l’uomo, lo fece a somiglianza di Dio;

[2] maschio e femmina li creò, li benedisse e li chiamò uomini quando furono creati.

[3] Adamo aveva centotrenta anni quando generò a sua immagine, a sua somiglianza, un figlio e lo chiamò Set.

[4] Dopo aver generato Set, Adamo visse ancora ottocento anni e generò figli e figlie.

[5] L’intera vita di Adamo fu di novecentotrenta anni; poi morì.

[6] Set aveva centocinque anni quando generò Enos;

[7] dopo aver generato Enos, Set visse ancora ottocentosette anni e generò figli e figlie.

[8] L’intera vita di Set fu di novecentododici anni; poi morì.

[9] Enos aveva novanta anni quando generò Kenan;

[10] Enos, dopo aver generato Kenan, visse ancora ottocentoquindici anni e generò figli e figlie.

[11] L’intera vita di Enos fu di novecentocinque anni; poi morì.

[12] Kenan aveva settanta anni quando generò Maalaleèl;

[13] Kenan dopo aver generato Maalaleèl visse ancora ottocentoquaranta anni e generò figli e figlie.

[14] L’intera vita di Kenan fu di novecentodieci anni; poi morì.

[15] Maalaleèl aveva sessantacinque anni quando generò Iared;

[16] Maalaleèl dopo aver generato Iared, visse ancora ottocentrenta anni e generò figli e figlie.

[17] L’intera vita di Maalaleèl fu di ottocentonovantacinque anni; poi morì.

[18] Iared aveva centosessantadue anni quando generò Enoch;

[19] Iared, dopo aver generato Enoch, visse ancora ottocento anni e generò figli e figlie.

[20] L’intera vita di Iared fu di novecentosessantadue anni; poi morì.

[21] Enoch aveva sessantacinque anni quando generò Matusalemme.

[22] Enoch camminò con Dio; dopo aver generato Matusalemme, visse ancora per trecento anni e generò figli e figlie.

[23] L’intera vita di Enoch fu di trecentosessantacique anni.

[24] Poi Enoch cammino con Dio e non fu più perché Dio l’aveva preso.

[25] Matusalemme aveva centottantasette anni quando generò Lamech;

[26] Matusalemme, dopo aver generato Lamech, visse ancora settecentottantadue anni e generò figli e figlie.

[27] L’intera vita di Matusalemme fu di novecentosessantanove anni; poi morì.

[28] Lamech aveva centottantadue anni quando generò un figlio

[29] e lo chiamò Noè, dicendo: “Costui ci consolerà del nostro lavoro e della fatica delle nostre mani, a causa del suolo che il Signore ha maledetto”.

[30] Lamech, dopo aver generato Noè, visse ancora cinquecentonovantacinque anni e generò figli e figlie.

[31] L’intera vita di Lamech fu di settecentosettantasette anni; poi morì.

[32] Noè aveva cinquecento anni quando generò Sem, Cam e Iafet.

Spiegazione:

Versi 1-5

Adamo fu creato ad immagine di Dio, ma quando cadde nel peccato ebbe un figlio a sua immagine che era peccaminosa, svilita, fragile, miserabile e mortale proprio come lui. Non solo uomo come egli stesso, formato da corpo e anima, ma peccatore come egli stesso. Ecco il contrario di quell’immagine divina con cui fu creato Adamo e, avendola persa, egli non la poté trasferire alla sua discendenza. Adamo visse in tutto 930 anni e poi morì, secondo la frase dettagli: “Polvere ritornerai”. Sebbene non morì il giorno che mangiò il frutto proibito, tuttavia proprio in quel giorno divenne mortale. Quindi cominciò a morire e la sua intera vita fu un continuo rinvio, una vita persa e condannata, una perdita, una vita di morte. La vita dell’uomo non è altro che un morire a poco a poco.

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Genesi, Cap.4

15 novembre 2018

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1] Adamo si unì a Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: “Ho acquistato un uomo dal Signore”.

[2] Poi partorì ancora suo fratello Abele. Ora Abele era pastore di greggi e Caino lavoratore del suolo.

[3] Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore;

[4] anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta,

[5] ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto.

[6] Il Signore disse allora a Caino: “Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto?

[7] Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo”.

[8] Caino disse al fratello Abele: “Andiamo in campagna!”. Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise.

[9] Allora il Signore disse a Caino: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Egli rispose: “Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?”.

[10] Riprese: “Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!

[11] Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello.

[12] Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra”.

[13] Disse Caino al Signore: “Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono?

[14] Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere”.

[15] Ma il Signore gli disse: “Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!”. Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato.

[16] Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden.

[17] Ora Caino si unì alla moglie che concepì e partorì Enoch; poi divenne costruttore di una città, che chiamò Enoch, dal nome del figlio.

[18] A Enoch nacque Irad; Irad generò Mecuiaèl e Mecuiaèl generò Metusaèl e Metusaèl generò Lamech.

[19] Lamech si prese due mogli: una chiamata Ada e l’altra chiamata Zilla.

[20] Ada partorì Iabal: egli fu il padre di quanti abitano sotto le tende presso il bestiame.

[21] Il fratello di questi si chiamava Iubal: egli fu il padre di tutti i suonatori di cetra e di flauto.

[22] Zilla a sua volta partorì Tubalkàin, il fabbro, padre di quanti lavorano il rame e il ferro. La sorella di Tubalkàin fu Naama.

[23] Lamech disse alle mogli:
Ada e Zilla, ascoltate la mia voce;
mogli di Lamech, porgete l’orecchio al mio dire:
Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura
e un ragazzo per un mio livido.

[24] Sette volte sarà vendicato Caino
ma Lamech settantasette”.

[25] Adamo si unì di nuovo alla moglie, che partorì un figlio e lo chiamò Set. “Perché – disse – Dio mi ha concesso un’altra discendenza al posto di Abele, poiché Caino l’ha ucciso”.

[26] Anche a Set nacque un figlio, che egli chiamò Enos. Allora si cominciò ad invocare il nome del Signore.

Spiegazione:

Versi 1-7

Quando nacque Caino, Eva disse che ebbe un uomo dal Signore. Forse credeva che questi fosse la progenie promessa. In questo caso fu tremendamente delusa. Abele significa “vanità” quando credette di avere avuto la discendenza promessa con Caino, il cui nome indica “possesso”, ella fu così soddisfatta di lui che un altro figlio fu considerato da lei come vanità. Osservate che entrambi i figli ebbero una chiamata. È volontà di Dio che ognuno abbia qualcosa da fare in questo mondo. I genitori devono far crescere i figli indirizzandoli al lavoro. “Dategli una Bibbia e una chiamata”, disse bene Mr. Dod, “e Dio sarà con loro!”. Possiamo ritenere che Dio abbia ordinato ad Adamo, dopo la caduta, di spargere il sangue di animali innocenti e dopo la loro morte bruciare in parte o interamente i loro corpi col fuoco. Così la punizione che i peccatori meritano, la morte del corpo e la collera di Dio, del quale il fuoco è un emblema significativo, si riscontreranno poi nelle sofferenze di Cristo. Osservate che il culto religioso di Dio non è una invenzione recente. Fu così dall’inizio: è la vecchia buona via, Ger 6:16. Le offerte di Caino e di Abele furono diverse. Caino mostrò un cuore orgoglioso e incredulo e così lui e la sua offerta furono rifiutati. Abele si presentò come peccatore e secondo l’intendimento di Dio poiché il suo sacrificio esprimeva umiltà, ubbidienza e fede sincera. Pertanto ricercando le benedizioni del nuovo patto di misericordia mediante la discendenza promessa, il suo sacrificio ricevette un segno dell’accoglienza divina. Abele offrì con fede mentre Caino no, Eb 11:4. In tutti i tempi ci sono stati due tipi di adoratori che qui vediamo prefigurati in Caino e Abele: da un lato ci sono i religiosi orgogliosi e lontani dal vangelo della salvezza, che tentano di soddisfare Dio in modi del tutto personali, e umili credenti che camminano con Lui secondo la sua rivelazione. Caino si accese di ira maligna contro Abele. Perciò coltivò pure uno spirito cattivo di scontentezza e ribellione contro Dio. Dio conosce tutte le nostre passioni e le scontentezze peccaminose. Non c’è ira, invidia o irritazione che sfugga al suo occhio sempre vigile. Il Signore parlò a quest’uomo ribelle: se egli si fosse giustamente comportato sarebbe stato accettato. Alcuni interpretano questo come un’intimazione di misericordia. “Se non fai il bene, pecchi, cioè, mentre il peccato è ancora alla porta tu puoi ancora sopraffarlo”. La stessa parola indica peccato e offerta per il peccato. “Sebbene tu non abbia fatto il bene, non disperare ancora perché il rimedio è vicino”: Cristo, la grande offerta per il peccato è alla porta, Ap. 3:20. E ben periranno nei loro peccati coloro i quali non andranno a quella porta a richiedere questa offerta per il peccato. L’accoglienza di Dio dell’offerta di Abele non cambiò il diritto di primogenitura, perché, quindi, Caino fu così arrabbiato? Le inquietudini peccaminose svaniscono conoscendo veramente e sinceramente le loro cause.

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Genesi, Cap. 3

14 novembre 2018

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[1] Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: “È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”.

[2] Rispose la donna al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare,

[3] ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”.

[4] Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto!

[5] Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”.

[6] Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò.

[7] Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

[8] Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.

[9] Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”.

[10] Rispose: “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”.

[11] Riprese: “Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?”.

[12] Rispose l’uomo: “La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”.

[13] Il Signore Dio disse alla donna: “Che hai fatto?”. Rispose la donna: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”.

[14] Allora il Signore Dio disse al serpente:
“Poiché tu hai fatto questo,
sii tu maledetto più di tutto il bestiame
e più di tutte le bestie selvatiche;
sul tuo ventre camminerai
e polvere mangerai
per tutti i giorni della tua vita.

[15] Io porrò inimicizia tra te e la donna,
tra la tua stirpe
e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa
e tu le insidierai il calcagno”.

[16] Alla donna disse:
“Moltiplicherò
i tuoi dolori e le tue gravidanze,
con dolore partorirai figli.
Verso tuo marito sarà il tuo istinto,
ma egli ti dominerà”.

[17] All’uomo disse: “Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare,
maledetto sia il suolo per causa tua!
Con dolore ne trarrai il cibo
per tutti i giorni della tua vita.

[18] Spine e cardi produrrà per te
e mangerai l’erba campestre.

[19] Con il sudore del tuo volto mangerai il pane;
finchè tornerai alla terra,
perchè da essa sei stato tratto:
polvere tu sei e in polvere tornerai!”.

[20] L’uomo chiamò la moglie Eva, perché essa fu la madre di tutti i viventi.

[21] Il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e le vestì.

[22] Il Signore Dio disse allora: “Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!”.

[23] Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto.

[24] Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita.

Spiegazione:

Versi 1-5

Satana assalì i nostri progenitori per indurli a peccare e la tentazione si rivelò mortale per loro. Il tentatore era il demonio sotto la forma e l’aspetto di un serpente. Il piano di Satana era quello di indurre i nostri progenitori a peccare per separarli così tra loro e dal loro Dio. Quindi il demonio fu fin dall’inizio un assassino e il grande ingannatore. La persona tentata fu la donna: la tattica di Satana consistette nel discutere con lei quando la trovò da sola. Ci sono molte tentazioni in cui essere da soli è un grande svantaggio, ma la comunione dei santi ci dà molta forza e sicurezza. Satana fu avvantaggiato, inoltre, per averla trovata vicino all’albero proibito. Essi, che non avrebbero mai mangiato il frutto proibito, non dovevano nemmeno avvicinarsi all’albero proibito. Satana tentò Eva affinché, per mezzo suo, potesse tentare Adamo. Ed è una sua tattica tentare per mezzo di gente che non sospettiamo nemmeno e per mezzo di coloro che hanno maggior influenza su di noi. Satana chiese se era peccato o no mangiare di questo albero. Egli non manifestò apertamente i suoi progetti ma pose una domanda che sembrava innocente. Colei che doveva mettersi al sicuro, cominciò timidamente a parlare con il tentatore. Egli le presentò il comando divino come sbagliato e le parlò beffardamente. Il demonio, in quanto bugiardo, fu schernitore fin dal principio e gli schernitori sono suoi figli. È arte di Satana parlare della legge Divina come incerta o irragionevole e indurre così la gente a peccare. La nostra saggezza deve consistere nel mantenerci nella solida convinzione del comando di Dio e rispettarlo in sommo grado. Dio non dirà anche più tardi apertamente: “Tu non mentirai, né pronuncerai il mio nome invano, né sarai ubriaco, ecc.”? Sì, certo che l’ha detto e questo è il bene per la mia anima e, per mezzo della sua grazia, mi atterrò fermamente a questo. La debolezza di Eva si manifestò nell’avventurarsi a discutere col serpente: ella avrebbe dovuto percepire nella sua domanda che non aveva buone intenzioni e perciò doveva fuggire. Satana insegna agli uomini prima a dubitare e quindi a negare. Il tentatore promise vantaggi dal loro cibarsi di questo frutto. Egli cercò di renderli insoddisfatti del loro stato presente, come se non fosse buono quel che avevano e doveva desiderare altro. Nessuna condizione porterà soddisfazione a meno che non sia la mente a convincersi. Egli li indusse a cercare qualcosa di meglio e cioè ad essere dei. Satana rovinò se stesso per tentare di essere simile all’Altissimo, e così cercò di infettare i nostri progenitori con lo stesso desiderio, in modo tale da rovinare anche loro. E ancora il demonio conduce la gente secondo il suo interesse, suggerendo loro pensieri sbagliati su Dio e la falsa speranza di ottenere vantaggi peccando. Pensiamo, quindi, sempre positivamente di Dio come il vero Bene, e pensiamo negativamente del peccato come il male peggiore, così resisteremo al demonio ed egli fuggirà da noi.

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Genesi, Cap. 2

13 novembre 2018

1] Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere.

[2] Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro.

[3] Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto. [4a]Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.
[4b]Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, [5] nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata – perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo

[6] e faceva salire dalla terra l’acqua dei canali per irrigare tutto il suolo -;

[7] allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.

[8] Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato.

[9] Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male.

[10] Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi.

[11] Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre intorno a tutto il paese di Avìla, dove c’è l’oro

[12] e l’oro di quella terra è fine; qui c’è anche la resina odorosa e la pietra d’ònice.

[13] Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre intorno a tutto il paese d’Etiopia.

[14] Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre ad oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufràte.

[15] Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.

[16] Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino,

[17] ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti”.

[18] Poi il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”.

[19] Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.

[20] Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile.

[21] Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto.

[22] Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo.

[23] Allora l’uomo disse:
“Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
perché dall’uomo è stata tolta”.

[24] Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.

[25] Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna.

Spiegazione

Versi 1-3

Dopo sei giorni, Dio cessò tutta l’opera della creazione. Con miracoli Egli sconvolse la natura, ma non cambiò mai il suo corso stabilito o ha fatto aggiunte ad essa. Dio non riposò perché era stanco, ma come colui che è molto soddisfatto. Notate l’inizio del regno di grazia, la santificazione, la permanenza della santità nel giorno del sabato. L’osservanza solenne di un giorno tra sette quale giorno di santo riposo e santo servizio in onore di Dio è il dovere di tutti coloro a cui Dio ha fatto conoscere il suo sabato santo. Fino a questo momento non esisteva nessun altro della razza umana se non soltanto i nostri progenitori, ed il sabato fu fatto per loro e chiaramente anche per tutte le generazioni seguenti. Il sabato cristiano, che osserviamo, è un settimo giorno in cui celebriamo il riposo di Dio e il compimento dell’opera della nostra redenzione.
4 Versi 4-7

È dato qui un nome al Creatore, “Jehovah”. Laddove la parola “Signore” è stampata in lettere capitali nelle nostre Bibbie inglesi [l’autore si rifà alla Bibbia King James Version; nella Nuova Riveduta, a cui si rifà la presente traduzione, il nome porta solo la prima lettera maiuscola (nota del traduttore)], nell’originale è “Jehovah”. Jehovah è quel nome di Dio indicante che solo lui ha esistenza in sé e che dà esistenza a tutte le creature e le cose. Ulteriori notizie ci vengono date delle piante e delle erbe perché esse sono furono create e scelte per essere cibo per l’uomo. La terra non produsse i frutti da sé stessa: questo è stato fatto dalla potenza dell’Onnipotente. Così la grazia nell’anima cresce non da sé stessa secondo natura, ma è opera di Dio. La pioggia è anche un regalo di Dio: non è apparsa finché Dio il Signore non lo volle. Sebbene Dio usi degli strumenti, quando vuole Egli può fare qualsiasi cosa senza di essi e sebbene non dobbiamo tentare Dio trascurando quegli strumenti, dobbiamo tuttavia avere fede in Dio, sia nell’uso sia nell’esigenza di essi. In un modo o in un altro Dio annaffierà le piante del suo campo. La grazia divina scende come rugiada e annaffia la chiesa senza fare rumore. L’uomo è stato tratto dalla polvere, la stessa che ricopre la superficie della terra. L’anima, invece, non è stata tratta dalla terra come il corpo, eppure deve occuparsi e preoccuparsi delle cose terrene. A Dio dobbiamo daremo conto di come abbiamo impiegato le nostre anime: se le abbiamo perse, sebbene abbiamo guadagnato il mondo, abbiamo fallito per l’eternità! Gli sciocchi non riguardano alle proprie anime ma hanno massima cura dei loro corpi prima ancora che delle loro anime.

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Genesi, Capitolo 1

11 novembre 2018

[1] In principio Dio creò il cielo e la terra.

[2] Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

[3] Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu.

[4] Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre

[5] e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.

[6] Dio disse: “Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque”.

[7] Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne.

[8] Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.

[9] Dio disse: “Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto”. E così avvenne.

[10] Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona.

[11] E Dio disse: “La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie”. E così avvenne:

[12] la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona.

[13] E fu sera e fu mattina: terzo giorno.

[14] Dio disse: “Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni

[15] e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra”. E così avvenne:

[16] Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle.

[17] Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra

[18] e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona.

[19] E fu sera e fu mattina: quarto giorno.

[20] Dio disse: “Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo”.

[21] Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona.

[22] Dio li benedisse: “Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra”.

[23] E fu sera e fu mattina: quinto giorno.

[24] Dio disse: “La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie”. E così avvenne:

[25] Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona.

[26] E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”.

[27] Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò.

[28] Dio li benedisse e disse loro:
“Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra;
soggiogatela e dominate
sui pesci del mare
e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente,
che striscia sulla terra”.

[29] Poi Dio disse: “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo.

[30] A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde”. E così avvenne.

[31] Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.

Spiegazione 

Genesi è un nome di origine greca e significa “libro della generazione o creazione” ed è così chiamato poiché contiene un racconto sull’origine di tutte le cose. Non c’è nessun’altra storia così vecchia. Non c’è niente tra i libri più antichi esistenti che lo contraddice, anzi, molte cose riportate dagli scrittori pagani più antichi o rintracciate nelle usanze delle varie nazioni confermano che sono collegate al libro della Genesi.

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Genesi, Commento Teologico Volume Unico ( l’autore è Mons. Costantino di Bruno),TERZO VOLUME Dalla benedizione di Giacobbe alla discesa di Giuseppe in Egitto

9 novembre 2018

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Isacco è come se passasse alla storia sotto silenzio e come se fosse solo figlio di Abramo e padre di Giacobbe ed Esaù.
Invece ha una sua particolare identità. È l’uomo dell’arrendevolezza, della mitezza, della pace.
È l’uomo che porta sulle sue spalle la benedizione data da Dio ad Abramo e da lui ricevuta.
È l’uomo protetto e benedetto da Dio, mai però sottoposto a particolari prove nella fede.
Per un inganno della moglie e del figlio Giacobbe, la benedizione non viene conferita al primogenito Esaù, viene data invece al secondogenito che è Giacobbe.
Giacobbe è l’uomo senza terra, senza paese, senza città, senza famiglia, senza fratelli, senza figli.
È l’uomo che possiede ogni cosa e tuttavia non ha nulla che possa dire veramente suo.
Solo Dio è veramente suo, perché solo Dio è il suo Pastore, la sua Guida, il suo Difensore, il suo Custode, la sua Roccia, la sua costante Protezione.

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Genesi, Commento Teologico Volume Unico ( l’autore è Mons. Costantino di Bruno), SECONDO VOLUME Dalla vocazione di Abramo alla morte di Sara (cc. 1-26).

8 novembre 2018

 

Abramo e Sara

In questo Secondo Volume Dio si rivela il Signore, il Creatore, la Vita, la Benedizione, la Speranza, il Presente, il Futuro, la Salvezza, la Custodia, la Protezione, la Difesa di Abramo.
Dio è tutto questo per Abramo, ad una sola condizione: che lui obbedisca sempre alla voce del suo Signore.
Qual è la novità che emerge nella relazione di Dio con Abramo?
Essa è questa: non c’è una parola iniziale di Dio, un comando dato una volta per tutte, al quale Abramo deve obbedire perché Dio sia il perenne Creatore della sua vita, il perenne Liberatore dalla sua morte.
Abramo deve oggi giorno camminare alla presenza del suo Dio. Ogni giorno deve obbedire alla nuova parola che Dio gli rivolge.
Abramo è costantemente dalla Parola del suo Dio e Signore.
La vita di Abramo è dall’ascolto della Parola del suo Dio.
Dio parla ed Abramo ascolta. Dio dice e Abramo esegue. Dio comanda e Abramo obbedisce. Dio ordina ed Abramo realizza.
Il presente e il futuro di Abramo non sono da Abramo, sono perennemente da Dio. Sono in Dio.
Ma c’è un’altra verità che viene rivelata ed è questa: in Abramo non c’è solo la vita di Abramo, Dio ha posto la vita dell’intera umanità.

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MOVIMENTO APOSTOLICO CATECHESI GENESI Commento teologico Volume unico( l’autore è Mons. Costantino di Bruno), CATANZARO 2010PRIMO VOLUME Dalla creazione del cielo e della terra alla vocazione di Abramo (cc. 1-11)

7 novembre 2018

La Genesi inizia con Dio che è all’opera per la creazione del cielo e della terra e di quanto in essi è contenuto.
Niente è da se stesso. Niente è dal caso. Niente è dall’incontro fortuito di alcune particelle. Il niente è il niente e nulla potrà mai essere prodotto dal niente.
Ciò che non esiste mai potrà dare origine all’esistenza e ciò che non è, mai potrà generare ciò che è e diviene.
Tutto ciò che è, visibile ed invisibile, lontano o vicino, sulla terra e nel cielo, è dalla Parola creatrice di Dio.
Dio vuole. Dio dice. La sua Parola chiama le cose per nome ed essere sono create.
Non c’è generazione. Non c’è emanazione. Non c’è impasto di natura divina. Non c’è nulla di materia preesistente. Il nulla è assoluto.
C’è solo Dio. Esiste solo Lui. Solo Lui crea. Solo Lui chiama all’esistenza.
Dio non solo chiama ogni essere all’esistenza, gli conferisce anche la legge perenne della sua vita.
Ogni singolo essere esiste dalla sua Parola. Ogni singolo essere può dare esistenza ad altri esseri, ma solo se questo è scritto nella loro natura dalla divina Parola di Dio nell’atto della loro creazione.
Non esiste un evoluzionismo cieco. Esiste una “vita” che è da altra vita, perché così Dio ha predisposto e voluto, comandato e ordinato.
Sulla sua creazione Dio ha posto un custode, un guardiano, un governatore: l’uomo, creato da Dio maschio e femmina.

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MOVIMENTO APOSTOLICO CATECHESI GENESI Commento teologico Volume unico( l’autore è Mons. Costantino di Bruno), CATANZARO 2010

6 novembre 2018

PRESENTAZIONE

“Abbiamo bisogno di una parola teologica chiara sull’Antico Testamento. Perché non ci offri una lettura commentata anche di questa prima parte della nostra Rivelazione?”.
Avevo sempre rifiutato un tale invito. L’Antico Testamento è vasto. È una lunghissima storia. I Libri sono tanti.
Non nego che aveva come una specie di timore sacro nell’avvicinarmi a questa prima parte del Testo Sacro.
Quest’anno, dopo aver finito il commento teologico alla Lettera ai Romani, ecco che con più insistenza mi fu rivolto ancora una volta lo stesso invito: “Perché non ci leggi teologicamente anche l’Antico Testamento? Se non vuoi farlo tutto, almeno il Pentateuco. Conosciamo poco di quel mondo. Qualche chiarezza teologica ci farebbe assai bene per la nostra pastorale”.
Questa volta riconobbi che era venuto il tempo di addentrarmi in questa immensa foresta divina che è l’Antico Testamento.
Dovevo farlo però in una maniera semplice, non complessa, chiara, immediata.
Dovevo avvicinarmi a questo immenso oceano di verità con mente libera da ogni sovrastruttura e con cuore attratto solo dalla verità che Dio ha voluto che fosse contenuta in questa storia, alla luce della quale, ogni altra storia deve essere letta, compresa, condotta nella sua verità.
Era subito dopo la Santa Pasqua. Avevo in cantiere un altro lavoro: “Il Vangelo del giorno”. È un commento di una sola pagina per ogni giorno, un breve pensiero che serva come luce perché la giornata del cristiano venga vissuta seguendo gli insegnamenti di Gesù Maestro. È un aiuto concreto, immediato a chiunque voglia nutrirsi quotidianamente della verità che scaturisce dalla Parola di Gesù.
Così mi sono messo all’opera per completare il lavoro che va da Maggio a Novembre. In attesa che fossero pronti gli strumenti pratici perché si possa offrire una pagina per ogni giorno di tutto l’anno liturgico del 2011.
Finita questa opera, che in verità non ha richiesto un tempo così vasto, ho subito iniziato con la Genesi.
Come è mia abitudine, la lettura teologica è versetto per versetto. In ogni parola della Scrittura Dio ha nascosto la sua verità di salvezza. In ogni parola essa va cercata, trovata, messa in luce, offerta all’uomo perché se ne nutra per portare la sua anima, il suo spirito, il suo stesso corpo, nella volontà del suo Signore e Dio.
Non vengono elaborate teorie, non vengono forniti sistemi teologici, non vengono offerte strutture nuove di pensiero. La verità di Dio la si estrae fuori man mano che il Signore la pone nei fatti e nelle parole del Testo Sacro, man mano che la storia progredisce e le persone vengono illuminate sul bene e sul male, sul giusto e sull’ingiusto, su ciò che è vero e su ciò che è falso.
Non vi è una storia senza l’uomo. Vi sono uomini che vivono ognuno una loro particolare storia, un loro momento specifico, una molteplicità di relazioni concrete, vicende personali irripetibili da altri, la cui verità però diviene patrimonio dell’umanità, eredità universale, perché è in questa verità che solamente può essere vissuta la vita umana.
Chi lega cielo e terra, eventi ed avvenimenti, fatti e parole, circostanze del passato, del presente e del futuro è però uno solo: Dio.
Possiamo dire che Dio è l’Attore principale di tutta la Scrittura, è anche il grande Regista, l’Ideatore dell’opera, il suo Realizzatore, lo Scenarista, il Compositore.
La sua volontà regna sovrana sopra ogni cosa ed ogni persona. La sua verità è la luce che illumina ogni scena, il suo disegno di salvezza appare in ogni singola parte della storia, divenendo sempre più chiaro, nitido, luminoso. I suoi tratti assumono i caratteri della piena verità e tuttavia questa verità nell’Antico Testamento è tutta velata.
Il suo svelamento pieno sarà dato tutto nel Nuovo, quando il piano di Dio non solo si sarà manifestato nella sua rivelazione, ma anche nella sua attuazione e realizzazione storica.
Così l’Antico Testamento rivale il progetto di Dio. Il Nuovo lo attua e lo realizza. Una cosa che mai deve essere pensata è questa: che il Nuovo Testamento sia finito con il suo ultimo Libro che è l’Apocalisse di Giovanni Apostolo.
L’Apocalisse è l’ultimo Libro della Rivelazione scritta. Essa però è il primo Libro della rivelazione che cammina verso la sua piena realizzazione a attuazione.
Il Nuovo Testamento è la formazione di Cristo in ogni uomo, in ogni persona, fino alla consumazione dei secoli. Fino a che quest’opera non si sarà compiuta e mai si compirà finché ci sarà un solo uomo sulla terra, il Nuovo Testamento mai potrà dirsi chiuso, finito.
Anche perché Esso è insieme l’opera di Cristo Gesù, dello Spirito Santo e della Chiesa. Esso è l’opera dello Spirito del Signore e degli Apostoli. È l’opera dello Spirito Santo, degli Apostoli e di ogni altro discepolo di Gesù Signore.
Alla Vergine Maria, Madre della Redenzione, la Donna cui è stata fatta la promessa che la sua stirpe avrebbe un giorno schiacciato la testa al serpente ingannatore, ci prenda per mano e ci conduca parola per parola affinché scopriamo in esse Dio che ci manifesta il suo amore di creazione, redenzione, salvezza, giustificazione, vita eterna.
Agli Angeli, che sono i mediatori attraverso i quali il Signore si serve per manifestare ai suoi servi la sua volontà, ci sostengano in questo cammino. Vogliamo attingere la luce vera di Dio che illumina, riscalda, conforta, sana e rigenera i nostri cuori.

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Apocalisse, 21/22

5 novembre 2018

21

[1] Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più.

[2] Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.

[3] Udii allora una voce potente che usciva dal trono:
“Ecco la dimora di Dio con gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro
ed essi saranno suo popolo
ed egli sarà il “Dio-con-loro”.

[4] E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;
non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno,
perché le cose di prima sono passate”.

[5] E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”; e soggiunse: “Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.

[6] Ecco sono compiute! Io sono l’Alfa e l’Omega,
il Principio e la Fine.
A colui che ha sete darò gratuitamente
acqua della fonte della vita.

[7] Chi sarà vittorioso erediterà questi beni;
io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio.

[8] Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte”.

[9] Poi venne uno dei sette angeli che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: “Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello”.

[10] L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio.

[11] Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino.

[12] La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele.

[13] A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte.

[14] Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.

[15] Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura.

[16] La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono eguali.

[17] Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo.

[18] Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo.
[19] Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo,

[20] il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista.

[21] E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.

[22] Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio.

[23] La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.

[24] Le nazioni cammineranno alla sua luce
e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza.

[25] Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno,
poiché non vi sarà più notte.

[26] E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni.

[27] Non entrerà in essa nulla d’impuro,
né chi commette abominio o falsità,
ma solo quelli che sono scritti
nel libro della vita dell’Agnello.

 

22

[1] Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello.

[2] In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni.

[3] E non vi sarà più maledizione.
Il trono di Dio e dell’Agnello
sarà in mezzo a lei e i suoi servi lo adoreranno;

[4] vedranno la sua faccia
e porteranno il suo nome sulla fronte.

[5] Non vi sarà più notte
e non avranno più bisogno di luce di lampada,
né di luce di sole,
perché il Signore Dio li illuminerà
e regneranno nei secoli dei secoli.

[6] Poi mi disse: “Queste parole sono certe e veraci. Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi ciò che deve accadere tra breve.

[7] Ecco, io verrò presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro”.

[8] Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste cose. Udite e vedute che le ebbi, mi prostrai in adorazione ai piedi dell’angelo che me le aveva mostrate.

[9] Ma egli mi disse: “Guardati dal farlo! Io sono un servo di Dio come te e i tuoi fratelli, i profeti, e come coloro che custodiscono le parole di questo libro. È Dio che devi adorare”.

[10] Poi aggiunse: “Non mettere sotto sigillo le parole profetiche di questo libro, perché il tempo è vicino.

[11] Il perverso continui pure a essere perverso, l’impuro continui ad essere impuro e il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora.

[12] Ecco, io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere.
[13] Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine.

[14] Beati coloro che lavano le loro vesti: avranno parte all’albero della vita e potranno entrare per le porte nella città.

[15] Fuori i cani, i fattucchieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolàtri e chiunque ama e pratica la menzogna!

[16] Io, Gesù, ho mandato il mio angelo, per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino”.

[17] Lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni!”. E chi ascolta ripeta: “Vieni!”. Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita.

[18] Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro: a chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro;

[19] e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro.

[20] Colui che attesta queste cose dice: “Sì, verrò presto!”. Amen. Vieni, Signore Gesù.

[21] La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi. Amen!

Spiegazione Corso biblico sull’Apocalisse (don Roberto Pandolfi).doc

Lettura dell’intero cap. 21 e dei vv. 1-5 del cap. 22.

Siamo di fronte a tre quadri, distinti fra loro, la cui descrizione va letta in modo consecutivo:
I quadro 21, 1-8
II quadro 21, 9-27
III quadro 22, 1-5

Il primo quadro ci presenta la nuova Gerusalemme, tutta oro e pietre preziose, ben diversa dalla città di Babilonia, la prostituta, rivestita di ornamenti ma madre di tutte le prostituzioni.
“Ecco la dimora di Dio con gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro
ed essi saranno il suo popolo…”
Questo versetto 3 ci richiama il prologo di Giovanni:
“E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi…”(v. 14)
Ricordiamo ancora una volta che la traduzione esatta dei verbi “abitare” e “dimorare” è “porre la tenda”. Di conseguenza, diremo:
“Ecco la tenda di Dio con gli uomini!
Egli porrà la tenda tra di loro…” (Apoc. 21,3)
e “…e pose la sua tenda in mezzo a noi…” (Gv 1,14)

La tenda racchiude in sé almeno due immagini: quella del cammino (è un Dio che cammina con il suo popolo) e quella del pastore nomade (Dio pasce il suo gregge camminando con le sue pecore).
Ecco la tenda di Dio in mezzo a noi!
Notiamo che fin dall’inizio il primo quadro sviluppa il tema della novità: la Gerusalemme nuova è inserita in un contesto nuovo. “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra…” (21,1).
Soffermiamoci un attimo sul v. 5: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose…” in cui “faccio” è la traduzione di un termine tecnico della creazione (il verbo greco poieo) che significa, appunto, “creo”. Il Signore sta facendo una nuova creazione, che non è futura perché il verbo viene espresso al tempo presente.
Quindi, la nuova creazione è già in atto; Dio non attenderà la fine dei tempi per donarci la gioia, per toglierci il lutto, la morte, il lamento e l’affanno. Il Signore già oggi crea cose nuove, che porterà evidentemente a compimento nella loro pienezza alla fine dei tempi, quando lo incontreremo.
Credo sia fondamentale riflettere su questi concetti perché siamo di fronte a una situazione non solo di consolazione, ma d’impegno. Adesso Io, Dio, e tu, uomo, facciamo qualche cosa di nuovo.
La prospettiva cambia diametralmente: i semi del regno (il granello di senape, ad es.) sono già piantati e stanno crescendo.
E’ bello sentirsi parte di questa novità perché con il battesimo noi siamo entrati nella nuova creazione, primizia della comunione piena con Dio alla fine dei tempi. Il nostro Signore è il Dio dell’Alleanza che non rinnega mai il suo popolo e il patto che ha stabilito con lui.

Lettura di Isaia 25, v. 6 e seguenti.
In Apocalisse 21, come in questo brano profetico, si possono distinguere due momenti: il primo con una visione di speranza, di apertura (“A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita” – v. 6) e un secondo momento di condanna (“Ma per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali e i fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo.” v. 8).
Appare chiaro il richiamo profetico alla possibilità di entrare nella categoria dei codardi, di quanti – cioè – non hanno avuto il coraggio di testimoniare.

In proposito sappiamo che successivamente agli anni 90 d.C. sorse nella Chiesa il grande problema dei “lapsi”, cioè di coloro che nella persecuzione non erano stati coerenti, avevano abiurato e sacrificato agli idoli e che poi, con il ritorno alla normalità, avevano chiesto di essere riammessi nella comunità ecclesiale. Coloro che erano stati perseguitati si opposero, però, a questa riammissione pretendendo che fosse subordinata ad un nuovo battesimo, perché ritenevano che rinnegando Cristo i “lapsi” avessero addirittura cancellato il loro battesimo.
Sulla questione avvenne un grande dibattito nella Chiesa, con il rischio di scismi, fino a quando non prevalse l’opinione di Cornelio, vescovo di Roma, e di Cipriano, vescovo di Cartagine, secondo la quale il battesimo non poteva in ogni caso essere cancellato, nemmeno dal peccato più grave. Quindi i “lapsi” sarebbero dovuti essere riammessi nella comunità ecclesiale, magari attraverso un percorso penitenziale, ma senza essere ribattezzati.

Concludiamo le considerazioni sul primo quadro dicendo che Cristo oggi si incontra nella Chiesa, nuova Gerusalemme e centro della nuova creazione. Di conseguenza dobbiamo adoperarci per migliorare la nostra comunità ecclesiale in modo che “…i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolatri…” (21,8) e i mentitori diminuiscano e aumentino, invece, gli iscritti nel libro della vita.
La Chiesa è fondamentale per poter vivere fino in fondo l’esperienza di Cristo.

Il secondo quadro ci raffigura la nuova Gerusalemme, la città santa, ben differente da Babilonia, ricca di esteriorità e destinata a perire. Gerusalemme, ricca ma per essenza, dotata di ricchezze interiori, non rappresenta una città vera e propria, ma la comunità ideale in generale. Nel v. 16 è descritta a forma di cubo con ogni faccia, ogni fronte, uguale all’altra.
La città santa non è travestita (come Babilonia) in quanto racchiude in sé il Signore,tanto da non aver bisogno del tempio perché il contatto con Dio è immediato.
Ripenso a tante descrizioni dei Padri che paragonano la Chiesa, per esempio, a una corona regale d’oro, adornata di pietre preziose, oppure a un giardino con molteplici varietà di pianti e di fiori. Le pietre preziose, i fiori e le piante simboleggiano le varie membra della Chiesa, che è una comunità con in sé una preziosità che le deriva da Dio. In questa luce, allora, riscopriamo la vocazione di ciascuno di noi secondo la propria differente condizione (laico, sposo, sacerdote…). Noi siamo come pietre preziose incastonate nell’edificio di Dio, nella Gerusalemme santa.
Si potrebbe vedere un parallelo di quest’immagine in Ezechiele 48.
La nuova Gerusalemme finalmente si rivela come la sposa dell’Agnello.
Siamo di fronte a una nuova creazione. Non ci saranno più le maledizioni post-edeniche (Genesi 3) perché ormai cancellate dal sangue dell’Agnello. Consideriamo anche che le nostre sofferenze, i nostri sacrifici sono salvifici perché ricolmati di significato dal sangue dell’Agnello. La passione e la morte di Cristo ci insegnano pur qualcosa.
Questo significa far parte della nuova città santa nella quale confluiscono tutte le genti
(“Le sue porte non si chiuderanno mai…” (v. 25)
e nella quale “Non entrerà…nulla d’impuro,
né chi commette abominio o falsità
ma solo quelli che sono scritti
nel libro della vita dell’Agnello” (v. 27))

Leggere:
Michea 4, 1-5 “Il regno futuro del Signore a Sion”;
Gioele 4, 20-21 “Era paradisiaca della restaurazione di Israele”;
Isaia 2, 2-5 “La pace perpetua”.

La nuova città fondata sugli apostoli (v. 14) è perfettamente simmetrica; è una costruzione spirituale.
Potremmo tenere come sottofondo a questo brano dell’Apocalisse il cap. 4 del Vangelo di Giovanni (“Gesù dai Samaritani”): “…i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità…” (v. 23).
Non ci sarà più bisogno del tempio di Gerusalemme né di quello del monte Garizim: basterà mettersi nell’ottica di Dio adorandolo “in spirito e verità”. (v. 24).

Il terzo quadro: la nuova Gerusalemme, giardino di vita. Siamo anche qui nel clima dell’Eden.
L’ultimo episodio della Bibbia (Apocalisse 22, 1-5) richiama l’inizio della stessa Bibbia (Genesi) con la creazione e la caduta dell’uomo. Ora si parla della nuova creazione (e non più della caduta) e della gioia di essere perennemente con il Signore. Ecco la grande speranza che infonde la Bibbia!
In Genesi si parla dell’albero della vita che viene sottratto subito all’uomo, mentre in Apocalisse 22 troviamo “…un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni” (v. 2). Qui la vita viene distribuita in pienezza.
Nuovamente rieccheggia il cap. 4 di Giovanni nel quale si parla del pozzo di Giacobbe e dell’acqua viva (che va letta simbolicamente). Siamo davvero alla comunione piena con Dio e alla luce piena, al giorno senza fine (Ap.22,5): “Non vi sarà più notte…”.
Dobbiamo allora cominciare a gustare tutto questo ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, nella quale incontriamo il Signore. Dopo la comunione noi siamo come delle arche sante che portano Gesù per il mondo, siamo come dei “Cristofori”.
Sono convinto che sia molto bella la visione terminale dell’Apocalisse in parallelo con l’episodio iniziale della Bibbia.

Stiamo vivendo una primavera della Chiesa: oggi lo Spirito soffia e ci provoca con le sfide del nostro tempo. L’incontro con le altre religioni, ad esempio, è impegnativo ma ci deve entusiasmare.

Concludiamo dicendo che il nostro capitolo è aperto alla speranza, ma contiene anche un invito alla conversione. Speranza e conversione vanno di pari passo e guai se non fosse così: la speranza diventerebbe fatalismo e la pigrizia prenderebbe il sopravvento (e con essa il nostro egoismo).

Un’ultima considerazione sui mentitori (21,8 e 27) che non sono soltanto coloro che dicono il falso, ma anche quelli che vivono nella falsità continua, che adorano i falsi dei, che vivono una vita di menzogna inseguendo ciò che è falso.

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Apocalisse, 20

3 novembre 2018

20

[1] Vidi poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell’Abisso e una gran catena in mano.

[2] Afferrò il dragone, il serpente antico – cioè il diavolo, satana – e lo incatenò per mille anni;

[3] lo gettò nell’Abisso, ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni. Dopo questi dovrà essere sciolto per un pò di tempo.

[4] Poi vidi alcuni troni e a quelli che vi si sedettero fu dato il potere di giudicare. Vidi anche le anime dei decapitati a causa della testimonanza di Gesù e della parola di Dio, e quanti non avevano adorato la bestia e la sua statua e non ne avevano ricevuto il marchio sulla fronte e sulla mano. Essi ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni;

[5] gli altri morti invece non tornarono in vita fino al compimento dei mille anni. Questa è la prima risurrezione.

[6] Beati e santi coloro che prendon parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per mille anni.

[7] Quando i mille anni saranno compiuti, satana verrà liberato dal suo carcere

[8] e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magòg, per adunarli per la guerra: il loro numero sarà come la sabbia del mare.

[9] Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d’assedio l’accampamento dei santi e la città diletta. Ma un fuoco scese dal cielo e li divorò.

[10] E il diavolo, che li aveva sedotti, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta: saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli.

[11] Vidi poi un grande trono bianco e Colui che sedeva su di esso. Dalla sua presenza erano scomparsi la terra e il cielo senza lasciar traccia di sé.

[12] Poi vidi i morti, grandi e piccoli, ritti davanti al trono. Furono aperti dei libri. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere.

[13] Il mare restituì i morti che esso custodiva e la morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere.

[14] Poi la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco.

[15] E chi non era scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco.

Spiegazione Corso biblico sull’Apocalisse (don Roberto Pandolfi).doc

vv. 1-15 – lettura
Si tratta di un capitolo difficile e contorto ed è uno di quelli che più hanno avuto successo anche in senso negativo.
Il simbolismo dei mille anni risulta di difficile spiegazione. Nel corso dei secoli sono state date essenzialmente due interpretazioni: una letterale e l’altra simbolica.
Interpretazione letterale è, ad esempio, quella dei Testimoni di Geova secondo i quali avverrà una prima resurrezione (v. 5); in seguito ci sarà una seconda possibilità. Chi non diverrà Testimone di Geova prima della seconda resurrezione morirà in eterno.
Per l’interpretazione letterale sono evidenti le difficoltà circa la decorrenza dei mille anni: il conteggio inizia dalla nascita o dalla morte di Cristo, oppure dalla data dei fatti che vengono descritti nell’Apocalisse?

Una spiegazione simbolica, ma in senso terreno, venne fornita da S.Agostino, per il quale i mille anni costituivano il tempo di durata della Chiesa sulla terra dalla risurrezione di Gesù al suo ritorno finale.
Secondo altre interpretazioni simboliche, ma in senso totalmente celeste, i mille anni indicherebbero un tempo di massima, un modo per dire che il regno di Cristo si realizzerà certamente nell’escatologia e non sulla terra. Di conseguenza noi regneremo con Lui nell’eternità.

Questo capitolo ci offre una serie di visioni introdotte da “vidi” (vv. 1 e 4, ad esempio). All’inizio ci viene presentato un angelo più potente dei precedenti il quale “afferrò il dragone, il serpente antico – cioè il diavolo, satana – e lo incatenò per mille anni; lo gettò nell’abisso…”.(v. 2).
Rieccheggia qui il cap. 12 del Vangelo di Giovanni in cui si parla della glorificazione di Gesù attraverso la morte (vv. 20-33). Ora, nell’Apocalisse, si realizza la grande vittoria con la cacciata del principe di questo mondo. Allora il cap. 20 non può essere che un brano che tiene sullo sfondo il trionfo di Cristo.
Un dato è certo: Gesù Cristo vince il dragone e l’ultimo nemico a venire gettato “nello stagno di fuoco” (v. 14) è la morte. Quindi la vittoria divina è totale. In ogni caso il dragone soggiace alla volontà e al progetto del Signore.

“Dopo questi dovrà essere sciolto per un po’ di tempo.” (v. 3b).
Al riguardo ricordiamo quanto detto commentando il Vangelo di Luca: “dovrà”, “deve” sono forme verbali (da greco dein) che indicano il progetto divino. Quel “dovrà” significa che proprio Dio ha stabilito che il dragone verrà “sciolto per un po’ di tempo”. Di conseguenza non meravigliamoci quando sembra che il male sia all’opera nel mondo. Si tratta del diavolo libero di operare per qualche tempo.

Accenniamo ora ad una interpretazione tolta dall’Apocalittica giudaica (e poi ripresa, ad esempio, dai gruppi avventisti di matrice protestante) la quale, partendo dalla Genesi – in cui è scritto che il Signore ha creato il mondo in sei giorni e il settimo giorno si è riposato – e da un salmo che recita “un giorno per te è come mille anni”, sostiene che un giorno di Dio varrebbe mille anni dei nostri.
Di conseguenza i sei giorni della creazione sarebbero durati seimila anni e il settimo millennio (che corrisponde al settimo giorno) costituirebbe i mille anni del Regno di Dio.
Si tratta evidentemente di calcoli assurdi.
Anche nella chiesa cattolica, soprattutto ad opera di cristiani bollati poi come eretici, è sempre stata presente la tendenza al millenarismo (ricordiamo, ad esempio, nel medioevo, Gioachino da Fiore).

v. 4 – Qui si parla del regno dei giusti, cioè dei martiri e di coloro che non si sono fatti segnare con il marchio della bestia. Costoro sono associati alla risurrezione di Cristo. Ciò vuol dire che la vittoria sul male operata da Gesù coinvolge tutti i giusti e che anche le nostre opere buone contribuiscono, nel loro piccolo, ad eliminare il male nel mondo. Quando nella Messa proclamiamo: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco Colui che toglie i peccati del mondo…”, anziché “i peccati” sarebbe forse meglio dire “il peccato” perché Cristo ha sconfitto il Peccato. Sta a noi, invece, eliminare ogni giorno i peccati piccoli e grandi che commettiamo. In tal modo entriamo nella dinamica delle resurrezione.
Satana, anche se liberato, contribuisce alla sconfitta finale di tutti i nemici di Dio, perché li raduna facilitando, di conseguenza, il compito divino.
E nei vv. 9 e 10 si parla proprio della vittoria del Signore.

Concludo con una bella immagine di Teresa d’Avila, vissuta all’epoca della Riforma protestante. La santa sosteneva che la Chiesa fosse assediata dai nemici e che i monasteri delle suore di clausura costituivano delle piccole fortezze nelle quali venivano addestrati i soldati di Cristo. Ovviamente l’addestramento consisteva nella preghiera costante, assidua, totale, per la Chiesa che non potrà mai essere vinta.

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Apocalisse 19

2 novembre 2018

19

[1] Dopo ciò, udii come una voce potente di una folla immensa nel cielo che diceva:
“Alleluia! Salvezza, gloria e potenza
sono del nostro Dio;

[2] perché veri e giusti sono i suoi giudizi,
egli ha condannato la grande meretrice
che corrompeva la terra con la sua prostituzione,
vendicando su di lei
il sangue dei suoi servi!”.

[3] E per la seconda volta dissero:
“Alleluia!
Il suo fumo sale nei secoli dei secoli!”.

[4] Allora i ventiquattro vegliardi e i quattro esseri viventi si prostrarono e adorarono Dio, seduto sul trono, dicendo:
“Amen, alleluia”.

[5] Partì dal trono una voce che diceva:
“Lodate il nostro Dio,
voi tutti, suoi servi,
voi che lo temete,
piccoli e grandi!”.

[6] Udii poi come una voce di una immensa folla simile a fragore di grandi acque e a rombo di tuoni possenti, che gridavano:
“Alleluia.
Ha preso possesso del suo regno il Signore,
il nostro Dio, l’Onnipotente.

[7] Rallegriamoci ed esultiamo,
rendiamo a lui gloria,
perché son giunte le nozze dell’Agnello;
la sua sposa è pronta,

[8] le hanno dato una veste
di lino puro splendente”.
La veste di lino sono le opere giuste dei santi.

[9] Allora l’angelo mi disse: “Scrivi: Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!”. Poi aggiunse: “Queste sono parole veraci di Dio”.

[10] Allora mi prostrai ai suoi piedi per adorarlo, ma egli mi disse: “Non farlo! Io sono servo come te e i tuoi fratelli, che custodiscono la testimonianza di Gesù. È Dio che devi adorare”. La testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia.

[11] Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava “Fedele” e “Verace”: egli giudica e combatte con giustizia.

[12] I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco, ha sul suo capo molti diademi; porta scritto un nome che nessuno conosce all’infuori di lui.

[13] È avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è Verbo di Dio.

[14] Gli eserciti del cielo lo seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino bianco e puro.

[15] Dalla bocca gli esce una spada affilata per colpire con essa le genti. Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente.

[16] Un nome porta scritto sul mantello e sul femore: Re dei re e Signore dei signori.

[17] Vidi poi un angelo, ritto sul sole, che gridava a gran voce a tutti gli uccelli che volano in mezzo al cielo:

[18] “Venite, radunatevi al grande banchetto di Dio. Mangiate le carni dei re, le carni dei capitani, le carni degli eroi, le carni dei cavalli e dei cavalieri e le carni di tutti gli uomini, liberi e schiavi, piccoli e grandi”.

[19] Vidi allora la bestia e i re della terra con i loro eserciti radunati per muover guerra contro colui che era seduto sul cavallo e contro il suo esercito.

[20] Ma la bestia fu catturata e con essa il falso profeta che alla sua presenza aveva operato quei portenti con i quali aveva sedotto quanti avevan ricevuto il marchio della bestia e ne avevano adorato la statua. Ambedue furono gettati vivi nello stagno di fuoco, ardente di zolfo.

[21] Tutti gli altri furono uccisi dalla spada che usciva di bocca al Cavaliere; e tutti gli uccelli si saziarono delle loro carni.

Spiegazione Corso biblico sull’Apocalisse (don Roberto Pandolfi).doc

vv. 1-10 – lettura
I capitoli 17 e 18 trattano della caduta di Babilonia; i capitoli 19 e 20 riguardano la vittoria totale di Cristo e i capitoli 21 e 22 l’esaltazione di Gerusalemme.
L’inno iniziale del nostro capitolo viene ripreso in parte dalla “Liturgia delle Ore”, nei vespri della domenica sera. E’ bello ricordare la salvezza che ci aspetta!
Il cap.19 è l’unico brano del Nuovo Testamento in cui compare la parola “alleluia”, che viene tratta dall’ultima sezione dei Salmi. Precisamente nei salmi dal 107 al 150 è diffuso il termine “alleluia” che significa “Lodate Jahwe”. E’ qui evidente, comunque, uno sfondo vetero-testamentario perché Giovanni utilizza la lode tipica dell’ebraismo (salmi alleluiatici) applicandola alla vittoria di Cristo.

Questa lode viene affidata a tre voci diverse.
La prima voce è quella di una “folla immensa nel cielo” (che ha due aspetti in quanto prima dice una cosa e poi un’altra); la seconda è quella dei ventiquattro vegliardi e dei quattro esseri viventi i quali semplicemente pongono un sigillo (“Amen, Alleluia”); infine la terza è la voce che esce dal trono. Quindi, abbiamo tre momenti e tre protagonisti diversi della nostre lode. Potremmo affermare che qui appare un insieme di celeste e di terreno:
“Lodate il nostro Dio,
voi tutti, suoi servi,
voi che lo temete,
piccoli e grandi!” (v. 5).
Concludiamo la lezione osservando che è presente in questo brano la “comunione dei Santi”, ossia sono presenti la Chiesa militante e la Chiesta trionfante, che sono due facce della stessa medaglia, potremmo dire due momenti della medesima esistenza: la vita terrena e la vita dell’aldilà.

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Apocalisse 18

31 ottobre 2018

18

[1] Dopo ciò, vidi un altro angelo discendere dal cielo con grande potere e la terra fu illuminata dal suo splendore.

[2] Gridò a gran voce:
“È caduta, è caduta
Babilonia la grande
ed è diventata covo di demòni,
carcere di ogni spirito immondo,
carcere d’ogni uccello impuro e aborrito
e carcere di ogni bestia immonda e aborrita.

[3] Perché tutte le nazioni hanno bevuto del vino
della sua sfrenata prostituzione,
i re della terra si sono prostituiti con essa
e i mercanti della terra si sono arricchiti
del suo lusso sfrenato”.

[4] Poi udii un’altra voce dal cielo:
“Uscite, popolo mio, da Babilonia
per non associarvi ai suoi peccati
e non ricevere parte dei suoi flagelli.

[5] Perché i suoi peccati si sono accumulati fino al cielo
e Dio si è ricordato delle sue iniquità.

[6] Pagatela con la sua stessa moneta,
retribuitele il doppio dei suoi misfatti.
Versatele doppia misura nella coppa con cui mesceva.

[7] Tutto ciò che ha speso per la sua gloria e il suo
lusso,
restituiteglielo in tanto tormento e afflizione.
Poiché diceva in cuor suo:
Io seggo regina,
vedova non sono e lutto non vedrò;

[8] per questo, in un solo giorno,
verranno su di lei questi flagelli:
morte, lutto e fame;
sarà bruciata dal fuoco,
poiché potente Signore è Dio
che l’ha condannata”.

[9] I re della terra che si sono prostituiti e han vissuto nel fasto con essa piangeranno e si lamenteranno a causa di lei, quando vedranno il fumo del suo incendio,

[10] tenendosi a distanza per paura dei suoi tormenti e diranno:
“Guai, guai, immensa città,
Babilonia, possente città;
in un’ora sola è giunta la tua condanna!”.

[11] Anche i mercanti della terra piangono e gemono su di lei, perché nessuno compera più le loro merci:

[12] carichi d’oro, d’argento e di pietre preziose, di perle, di lino, di porpora, di seta e di scarlatto; legni profumati di ogni specie, oggetti d’avorio, di legno, di bronzo, di ferro, di marmo;
[13] cinnamòmo, amòmo, profumi, unguento, incenso, vino, olio, fior di farina, frumento, bestiame, greggi, cavalli, cocchi, schiavi e vite umane.

[14] “I frutti che ti piacevano tanto,
tutto quel lusso e quello splendore
sono perduti per te,
mai più potranno trovarli”.

[15] I mercanti divenuti ricchi per essa, si terranno a distanza per timore dei suoi tormenti; piangendo e gemendo, diranno:

[16] “Guai, guai, immensa città,
tutta ammantata di bisso,
di porpora e di scarlatto,
adorna d’oro,
di pietre preziose e di perle!

[17] In un’ora sola
è andata dispersa sì grande ricchezza!”.
Tutti i comandanti di navi e l’intera ciurma, i naviganti e quanti commerciano per mare se ne stanno a distanza,

[18] e gridano guardando il fumo del suo incendio: “Quale città fu mai somigliante all’immensa città?”.

[19] Gettandosi sul capo la polvere gridano, piangono e gemono:
“Guai, guai, immensa città,
del cui lusso arricchirono
quanti avevano navi sul mare!
In un’ora sola fu ridotta a un deserto!

[20] Esulta, o cielo, su di essa,
e voi, santi, apostoli, profeti,
perché condannando Babilonia
Dio vi ha reso giustizia!”.

[21] Un angelo possente prese allora una pietra grande come una mola, e la gettò nel mare esclamando:
“Con la stessa violenza sarà precipitata
Babilonia, la grande città
e più non riapparirà.
[22] La voce degli arpisti e dei musici,
dei flautisti e dei suonatori di tromba,
non si udrà più in te;
ed ogni artigiano di qualsiasi mestiere
non si troverà più in te;
e la voce della mola
non si udrà più in te;

[23] e la luce della lampada
non brillerà più in te;
e voce di sposo e di sposa
non si udrà più in te.
Perché i tuoi mercanti erano i grandi della terra;
perché tutte le nazioni dalle tue malìe furon sedotte.

[24] In essa fu trovato il sangue dei profeti e dei santi
e di tutti coloro che furono uccisi sulla terra”.

Spiegazione Corso biblico sull’Apocalisse (don Roberto Pandolfi).doc

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Apocalisse 17

30 ottobre 2018

[1] Allora uno dei sette angeli che hanno le sette coppe mi si avvicinò e parlò con me: “Vieni, ti farò vedere la condanna della grande prostituta che siede presso le grandi acque.

[2] Con lei si sono prostituiti i re della terra e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione”.

[3] L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna.

[4] La donna era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle, teneva in mano una coppa d’oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione.

[5] Sulla fronte aveva scritto un nome misterioso: “Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra”.

[6] E vidi che quella donna era ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. Al vederla, fui preso da grande stupore.

[7] Ma l’angelo mi disse: “Perché ti meravigli? Io ti spiegherò il mistero della donna e della bestia che la porta, con sette teste e dieci corna.

[8] La bestia che hai visto era ma non è più, salirà dall’Abisso, ma per andare in perdizione. E gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era e non è più, ma riapparirà.

[9] Qui ci vuole una mente che abbia saggezza. Le sette teste sono i sette colli sui quali è seduta la donna; e sono anche sette re.

[10] I primi cinque sono caduti, ne resta uno ancora in vita, l’altro non è ancora venuto e quando sarà venuto, dovrà rimanere per poco.

[11] Quanto alla bestia che era e non è più, è ad un tempo l’ottavo re e uno dei sette, ma va in perdizione.

[12] Le dieci corna che hai viste sono dieci re, i quali non hanno ancora ricevuto un regno, ma riceveranno potere regale, per un’ora soltanto insieme con la bestia.

[13] Questi hanno un unico intento: consegnare la loro forza e il loro potere alla bestia.

[14] Essi combatteranno contro l’Agnello, ma l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re e quelli con lui sono i chiamati, gli eletti e i fedeli”.

[15] Poi l’angelo mi disse: “Le acque che hai viste, presso le quali siede la prostituta, simboleggiano popoli, moltitudini, genti e lingue.

[16] Le dieci corna che hai viste e la bestia odieranno la prostituta, la spoglieranno e la lasceranno nuda, ne mangeranno le carni e la bruceranno col fuoco.

[17] Dio infatti ha messo loro in cuore di realizzare il suo disegno e di accordarsi per affidare il loro regno alla bestia, finché si realizzino le parole di Dio.

[18] La donna che hai vista simboleggia la città grande, che regna su tutti i re della terra”.

Spiegazione Corso biblico sullApocalisse (don Roberto Pandolfi).doc

Capitolo 17

vv. 1-18
Lettura di uno dei brani più intricati dell’Apocalisse. Saranno utili alcune annotazioni introduttive tenendo già presente il successivo capitolo 18.
I capitoli 17 e 18 introducono alla conoscenza delle differenze fra le due note città, Gerusalemme e Roma. Una è la sposa dell’Agnello e l’altra è colei che combatte l’Agnello e i suoi santi. I nostri due capitoli hanno molti elementi comuni ma si differenziano per il genere letterario. Infatti il primo parla di una visione mentre il secondo costituisce quasi un canto funebre.

Ci accorgiamo facilmente della presenza di un crescendo che va in senso contrario all’ordine di apparizione di alcuni personaggi (il dragone; comparso per primo, poi le due bestie e, infine, la prostituta). Infatti vengono eliminati, uno alla volta, in senso inverso alla loro presentazione, prima la prostituta, poi le due bestie e per ultimo il dragone.

Il tema centrale di questo e dei successivi capitoli (almeno fino al cap. 20) sarà il giudizio di Dio che adesso si sta realizzando e che costituisce lo sviluppo di quanto letto sulla settima coppa.

La visione pone al centro la donna, mentre la spiegazione si sofferma soprattutto sulla bestia e sulle sue corna per poi riprendere alla fine del capitolo, quasi in un versetto sintetico,: “La donna che hai vista simboleggia la città grande che regna su tutti i re della terra” (v. 18).
Notiamo anche la rapidità dei passaggi e la sovrapposizione delle immagini (come, ad esempio, nel v. 11).

Cominciamo ad analizzare il primo simbolo: la prostituta.
Abbiamo già incontrato nella lettura dell’Apocalisse personaggi femminili come la donna con la luna sotto i piedi che dava alla luce un bambino poi sottratto al drago. Ebbene, questa donna è esattamente l’antitesi della prostituta potente che rappresenta Roma con i sette colli. Però gli occhi della fede ci aiutano a vedere la realtà nella giusta dimensione. La dea madre Roma, venerata e temuta, simbolo dell’unità dell’impero, in realtà – se guardata con gli occhi della fede – non è altro che una prostituta, madre sì ma di tutte le prostitute. Lo afferma già il titolo del cap. 17.
Come cristiani dobbiamo preoccuparci di leggere tutte le realtà autenticamente, tenendo presente che quanto non promuove Dio e l’uomo è da condannare. Nella prostituta, ad esempio, l’apparenza nasconde una realtà immorale. E questo è proprio il quadro di Roma a quell’epoca, con tutti i segni della decadenza che poi arriveranno a maturazione. E’ un’immagine biblica quella della città corrotta per eccellenza e riguarda varie città, come ad esempio Tiro, di cui si parla in Isaia 23, e Ninive della quale scrive il profeta Naum in 3, 1-7 (lettura). In quest’ultimo brano è presente il paragone fra Ninive e la prostituta. Nello stesso capitolo si parla di Tebe, città che rappresenta l’Egitto, nemico storico di Israele.
La realtà della prostituta è applicata alla stessa Gerusalemme in Geremia 3 e in Ezechiele 23.

La prostituta, Roma, siede “sopra una bestia scarlatta” (17,3) ma non per dominarla bensì per essere usata come suo strumento. La città, infatti, è strumento della bestia; è al suo servizio.
Un secondo simbolo è costituito evidentemente dalla bestia che nei capitoli 17 e 18 dà unità a tutti gli altri simboli. Infatti è nominata ben otto volte. E notiamo che da lei dipendono sia la donna sia i re.
La bestia ci è presentata in una sorta di “parodia”. Al v. 8 è scritto: “…era ma non è più, salirà dall’Abisso ma per andare in perdizione.”. E ritroviamo quasi le medesime parole nello stesso versetto 8 e nel successivo v. 11. Si tratta esattamente del cammino opposto a quello percorso dall’Agnello, che sembrava sconfitto ed è vittorioso, che è morto ma è risorto. Infatti la bestia non risorgerà ma andrà in perdizione.

Alcune ipotesi sull’identità dei re.
I dieci re dovrebbero essere i sovrani alleati di Roma, i quali alla fine, secondo il disegno divino, si ribelleranno e faranno scempio della prostituta (vv. 16-17).
In particolare,
1) per alcuni studiosi vale un’interpretazione in senso storico, secondo la quale si tratterebbe dei primi imperatori fino a Vespasiano; sarebbero esclusi dal numero i tre sovrani che sono durati pochi mesi. L’ottavo imperatore sarebbe Tito, che ha regnato soltanto per due anni. Per sostenere questa ipotesi dovremmo ammettere che Giovanni, anche se ha scritto l’Apocalisse al tempo di Domiziano, fingesse di scrivere durante l’impero di Vespasiano;
2) per altri i sette re non dovrebbero essere intesi come tali, ma sarebbero i famosi sette tempi dei quali parlava la letteratura orientale dell’epoca, legati ognuno a un pianeta. Alla conclusione di questi tempi sarebbe iniziato l’ottavo, il tempo finale, quello dell’età dell’oro. Sarebbe come sostenere che con lo scontro finale sia iniziato l’ottavo tempo;
3) per altri interpreti ancora si pone il problema di conciliare l’ottavo re, che è anche uno dei sette, con la bestia. L’ottavo re sarebbe allora Diocleziano, talmente feroce da essere considerato, secondo l’opinione comune del popolo di Roma, reincarnazione di Nerone che era uno dei sette.

A questo punto dobbiamo convenire che stiamo leggendo uno dei passi più oscuri dell’Apocalissi. Aggiungo solo che la prostituta, che sembrava così potente e venerata, in realtà è un semplice strumento dei disegno di Dio. E gli altri strumenti, cioè i re e la bestia, alla fine “…la spoglieranno e la lasceranno nuda, ne mangeranno le carni e la bruceranno col fuoco” (17,16b). Qui si legge proprio la storia di Roma imperiale e di tanti altri imperi. Potremmo dire con una frase ad effetto: il sistema divora se stesso.
Teniamo comunque presente che questa pagina è la rivelazione del mistero, cioè del piano di Dio che si compie. Inoltre ricordiamoci che non esiste una esaltazione di Dio separata dall’esaltazione dell’uomo. Quando l’esaltazione del Signore è fine a se stessa e opprime l’uomo siamo di fronte a un altro caso di bestia, anche se ammantato di belle parole. Stiamo quindi attenti a giudicare anche i fatti di Chiesa con gli occhi della fede, come ci suggerisce l’Apocalisse. E il Papa ce lo sta insegnando anche con il recente documento sulla Shoah..
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