Archive for the ‘Carità, missione…’ Category

Il vescovo che dorme in ufficio per lasciare il suo appartamento ai rifugiati

12 giugno 2017

Sempre Família | Giu 12, 2017

L’arcivescovo polacco Konrad Krajewski, Elemosiniere di Sua Santità, ritiene che il suo gesto “non ha nulla di eroico”

Nella Curia Romana c’è un’istituzione molto peculiare, chiamata Elemosineria apostolica. Come suggerisce il nome – sì, la parola deriva da “elemosina” – svolge a nome del Papa il servizio di assistenza verso i poveri. Risale al XIII secolo e le sue funzioni furono definite dal Beato Papa Gregorio X (1271-1276).

L’elemosiniere attuale è l’arcivescovo polacco Konrad Krajewski, di 53 anni. Dottore in liturgia, è stato cerimoniere pontificio tra il 1998 e il 2013, anno in cui è stato nominato al nuovo incarico. Papa Francesco desiderava rinnovare l’Elemosineria apostolica, ridotta ormai a un ufficio che faceva alcune donazioni benedizioni apostoliche su pergamena.

“La scrivania non fa per te, puoi venderla; non aspettare la gente che bussa, devi cercare i poveri”, ha detto il Papa a Krajewski nel nominarlo elemosiniere.

Da allora, l’istituzione è stata molto attiva. In questi anni l’Elemosineria apostolica ha reso possibile la realizzazione di un dormitorio per i senzatetto che vivono attorno al Vaticano, con docce, barbiere e lavanderia.

Gran parte dei fondi utilizzati per queste opere proviene dall’invio di pergamena con la Benedizione Apostolica a nome del Papa, che può essere richiesta da fedeli laici, sacerdoti, religiosi o istituzioni. Il ricavato è completamente stanziato per sostenere le opere dell’Elemosineria apostolica e per coprire i costi di preparazione e spedizione delle pergamente.

Tutte queste opere di carità vengono fatte a nome del Papa, ma anche Krajewski ha compreso la necessità di rendere la sua propria vita un dono d’amore verso i bisognosi. Da alcuni mesi dorme nell’ufficio dell’Elemosineria, all’interno del Vaticano, dopo aver messo il suo appartimento a disposizione di famiglie di rifugiati.

Krajewski offre alloggio nel suo appartamento fino a quando le famiglie non riescano a trovare un lavoro, diventare indipendenti e trovare un posto definitivo in cui vivere. Per lui si tratta di un gesto “naturale e spontaneo”, che “non ha nulla di eroico”. Il Vangelo “ci insegna ad aiutare chi vive nel bisogno, e la prima necessità è la dimora”, sostiene l’Arcivescovo.

“Da qualche settimana sono arrivate altre famiglie e, la cosa bella, per la prima volta in casa mia è nata anche una bella bambina. E io, lo confesso, mi sento una specie di nonno, uno zio. È la vita che continua, dono di Dio”, conclude Monsignor Krajewski.

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Quella Croce fatta con gli elmi dei vigili del fuoco

28 agosto 2016

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Il Papa parla della preghiera e venera le reliquie di san Pio di Pietrelcina e di san Leopoldo Mandić

6 febbraio 2016

 

2016-02-06 L’Osservatore Romano

 

Come le decine di migliaia di devoti che sono giunti a Roma, anche Papa Francesco si è recato nel primo pomeriggio di sabato 6 febbraio nella Basilica vaticana per venerare le spoglie dei santi Pio da Pietrelcina e Leopoldo Mandić. Un momento di preghiera personale, segnato dalla recita del Rosario con un gruppo di frati francescani e di studenti, dopo che in mattinata proprio la preghiera era stata al centro dell’udienza ai fedeli giunti numerosissimi in occasione del pellegrinaggio giubilare delle reliquie di padre Pio. Incontrandoli in piazza San Pietro, gremita per l’occasione, il Pontefice ha rivolto loro l’invito a «sperimentare la bellezza del perdono del Signore. E questa — ha aggiunto — è una scienza che dobbiamo imparare tutti i giorni».

 

 

Ricordando il ministero di confessore praticato da padre Pio, «talvolta fino allo sfinimento», Papa Francesco ha spiegato che «in questo modo la sua piccola goccia è diventata un grande fiume di misericordia, che ha irrigato tanti cuori deserti e creato oasi di vita». Il riferimento diretto era ai Gruppi di preghiera, che — ha avvertito — «non sono solo centri di ritrovo, ma dei focolai di amore divino».

A essi ha ricordato come la preghiera non possa essere considerata soltanto «una buona pratica per mettersi un po’ di pace nel cuore; e nemmeno un mezzo devoto per ottenere quel che ci serve. Se fosse così — ha chiarito — sarebbe mossa da un sottile egoismo: io prego per star bene, come se prendessi un’aspirina».

Al contrario, la preghiera «è un’opera di misericordia spirituale, che vuole portare tutto al cuore di Dio. La preghiera è dire: “Prendi tu, che sei Padre. Guardaci tu, che sei Padre”. È questo rapporto con il Padre». Di più: «È un dono di fede e di amore, un’intercessione di cui c’è bisogno come del pane. In una parola, significa affidare la Chiesa, affidare le persone, affidare le situazioni al Padre perché se ne prenda cura». Altrimenti, ha fatto notare, «rischia di appoggiarsi altrove: sui mezzi, sui soldi, sul potere», con la conseguenza che «l’evangelizzazione svanisce e la gioia si spegne e il cuore diventa noioso». Da qui l’incoraggiamento affinché i Gruppi di preghiera siano «centrali sempre aperte e attive, che con la potenza umile della preghiera provvedano la luce di Dio al mondo e l’energia dell’amore alla Chiesa». Poi oltre che di questa «opera di misericordia spirituale dei Gruppi di preghiera», il Papa ha parlato della Casa sollievo della sofferenza, definita «una straordinaria opera di misericordia corporale, inaugurata sessanta anni fa» per essere non «soltanto un eccellente ospedale, ma un “tempio di scienza e di preghiera”». Infatti, ha chiarito, «è tanto importante questo: curare la malattia, ma soprattutto prendersi cura del malato. Sono due cose diverse» ma «importanti». Del resto «può succedere che, mentre si medicano le ferite del corpo, si aggravino le ferite dell’anima, che sono più lente e spesso difficili da sanare».

Il discorso del Papa 

 

 

 

 

 

L’arrivo delle spoglie di Padre Pio nella Basilica di San Lorenzo al Verano

 

 

A Firenze il Papa incontra i malati e pranza con i poveri

10 novembre 2015

 

2015-11-10 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anche in occasione della sua visita a Firenze il Papa non ha dimenticato le periferie e gli ultimi. All’Angelus nella Basilica della Santissima Annunziata Francesco ha rivolto il suo saluto agli ammalati, quindi il trasferimento nel piazzale antistante presso la mensa di San Francesco Poverino per il pranzo con i poveri. Il servizio di Paolo Ondarza:

 

L’Angelus con i malati e i disabili
Francesco non ha voluto rinunciare ad incontrare gli ultimi anche a Firenze. Prima l’affettuoso e commovente saluto ai malati e ai disabili della dell’Opera Diocesana Assistenza riuniti presso la Basilica della Santissima Annunziata per la preghiera dell’Angelus, tra loro anche bambini. Il Papa ha pregato davanti all’immagine della Vergine ai piedi della quale ha lasciato una rosa bianca e due biglietti. Tra i 33 malati anche Giuseppe Giangrande, il carabiniere rimasto gravemente ferito nella sparatoria davanti a Palazzo Chigi nel 2013.

 

Un incontro in continuità con San Giovanni Paolo II
Ai presenti il Papa ha assicurato vicinanza spirituale e come di consueto ha chiesto preghiere. 29 anni fa fu San Giovanni Paolo II a compiere lo stesso gesto nello stesso luogo. Lo ricorda bene padre Lamberto Crociani dei Servi di Maria, sacrista della Basilica:

“La gioia è stata grande! Abbiamo visto una profonda continuità tra i due papi: la continuità dello Spirito della Chiesa!”.

 

Il Papa a mensa con i poveri di Firenze
Fuori dalla Basilica per il Papa, accolto da cori e applausi, tante strette di mano e sguardi incrociati nel percorso a piedi che lo ha portato, accompagnato dal cardinale arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, alla Mensa di San Francesco Poverino, gestita dalla Caritas. Qui, tesserino alla mano, si è registrato come tutti gli altri ospiti e, seduto alla stessa tavola con 60 poveri, quelli del secondo turno, ha consumato con loro la ribollita toscana con spezzatino di carne come ogni giorno in piatti di plastica.

 

La mensa di San Francesco Poverino, luogo di carità e inserimento sociale
Luogo simbolo della carità fiorentina dal 1949, la Mensa di San Francesco Poverino punto di riferimento per i tanti che vi si recano per l’unico pasto che si possono permettere. Nel servizio alla mensa si alternano una cinquantina di volontari che sull’esempio del Buon Samaritano solo nel 2014 hanno accolto 1.079 ospiti di 59 nazionalità diverse per un totale di circa 44.000 i pasti distribuiti. Ma la mensa non è solo assistenzialismo spiega sempre padre Crociani:

“La Caritas sta svolgendo un lavoro di assistenza e inserimento di queste realtà extracomunitarie o povere”.

 

I poveri: il Papa è uno di noi
Hanno visto nel Papa il loro portavoce i tanti poveri presenti all’incontro. Ascoltiamo uno di loro, sempre al microfono di Alessandro Gisotti:

“Dobbiamo essere contenti, fieri di avere un Papa come questo, perché sta dicendo cose che veramente sente! Non le dice tanto per dire!”.

Per una testimonianza sul pranzo del Papa con i poveri, Alessandro Gisotti ha sentito il direttore della Caritas di Firenze, Alessandro Martini:

 

 

R. – E’ stata una grande emozione, perché il Papa è stato bravissimo a mettere tutti a loro agio. Ha salutato tutti, uno per uno, ha parlato con tutti, ha benedetto tutte le cose che avevano portato e ha pranzato insieme con semplicità. Ha parlato mentre si pranzava, ha gradito molto, anche, questo tipo semplice ma “appassionato” di accoglienza …

 

D. – Cosa ha colpito in particolare, tra gli ospiti della mensa Caritas, di questo stare con Francesco? C’è qualche parola?

 

R. – Parole particolari, no. Però, veramente, ha messo tutti a proprio agio e ha ascoltato tutti: è stata veramente una testimonianza di ascolto e di grande affabilità. Ha voluto sapere tante cose: sulla storia della mensa, la Caritas, il cardinale che era accanto gli ha raccontato un po’ tutto … E poi, insomma, ecco: abbiamo fatto festa! Tanti applausi, qualche canto al momento del dolce, poi lui ha lasciato a tutti un Rosario e l’ha benedetto per tutti: ha reso tutti veramente molto commossi. A un certo punto, siccome la nostra responsabile della mensa è una persona carissima, bravissima, appassionata anche, ma anche molto brava nel saper gestire le situazioni, tutti le hanno fatto un applauso … e il Papa ha detto: “Lei è la papessa!” … E’ la papessa: è diventata la papessa, perché sapeva condurre la situazione …

 

D. – Quindi, un momento di grande gioia, di festa, soprattutto per chi soffre …

 

R. – Sì, oggi ha avuto un riscatto, per così dire, no? Io l’ho vissuto così: ho ascoltato le parole che il Papa ci ha detto in duomo, il discorso che ha fatto – straordinario, secondo me – ecco, il suo gesto alla mensa è stato come un metterlo subito in pratica: voglio leggerlo così. E le parole che ci ha detto: umiltà, disinteresse, beatitudine. Cioè, era un momento di grande beatitudine per tutti, tutti veramente molto festosi e gioiosi e sereni, in un atteggiamento, in un pranzo che non era uno di quei pranzi che si fanno anche per interesse: no! C’era solo la voglia di stare insieme. E c’era anche tanta umiltà, perché il Papa che pranza con le stoviglie usa-e-getta e che mangia volentieri quello che gli viene messo sul piatto, senza neanche la scelta, perché di tutto il pranzo che abbiamo preparato non c’era neanche il menù, c’era soltanto quello che avevamo fatto … E’ un gesto che sicuramente ci deve spronare a fare altrettanto. Un grande regalo ai tanti volontari che questo l’hanno capito e ogni giorno si spendono per vivere questa esperienza.

 

(Da Radio Vaticana)

Il pronto intervento del Papa per i poveri non va in vacanza d’estate

3 agosto 2015

2015-08-01 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Il pronto intervento di Francesco lavora a pieno ritmo soprattutto d’estate”: così mons. Konrad Krajewski, elemosiniere del Papa, ha ricordato che non ci sono vacanze per la carità. L’impegno per i poveri continua senza sosta. Ce ne parla Benedetta Capelli:

Papa Francesco: “La carità non è un semplice assistenzialismo e nemmeno un assistenzialismo per tranquillizzare le coscienze. No, quello non è amore: quello è negozio, eh?, quello è affare. L’amore è gratuito. La carità, l’amore è una scelta di vita, è un modo di essere, di vivere; è la via dell’umiltà e della solidarietà. Non c’è un’altra via, per questo amore”.

Le parole di Papa Francesco, pronunciate nel suo viaggio a Cagliari il 22 settembre 2013, sono la guida per chi ha speso e spende la sua vita per i poveri. L’elemosiniere, mons. Konrad Krajewski, continua insieme ai volontari, alle suore di Madre Teresa, alle guardie svizzere a portare la carezza del Papa. Ogni giorno, nelle docce costruite sotto il Colonnato di San Pietro, circa 140 senzatetto chiedono di lavarsi. “I poveri – racconta l’arcivescovo – sono aumentati con questo caldo” . Da qualche mese ormai sono aperte tutti i giorni dalle 7 alle 18, il mercoledì l’apertura è spostata alle 13 dopo l’udienza generale, la domenica poi si chiude per due ore in concomitanza con l’Angelus del Papa. I volontari presenti offrono un kit per l’igiene personale – asciugamano, sapone e deodorante –  ed un cambio pulito. Presenti anche i barbieri pronti ad assecondare i desideri dei poveri. “Usciamo tutte le sere – afferma mons. Krajewski – perché d’estate molte mense non garantiscano il servizio e allora andiamo alla Stazione Termini o a Tiburtina a portare i viveri che compriamo grazie alle offerte delle pergamene”. Ogni settimana si fa rifornimento di cibo per poi destinarlo a chi ha bisogno. “Siamo il pronto intervento del Papa – aggiunge – quando ci chiamano per le emergenze, come è successo per gli eritrei alla Romanina, noi andiamo subito”. Intanto in Via dei Penitenzieri, a due passi da Via della Conciliazione e dalla Chiesa di Santo Spirito in Sassia, il dormitorio per i senza tetto è quasi pronto. I lavori sono in via di completamento e poi anche questa struttura sarà messa a disposizione di chi ha bisogno. E’ la carità secondo lo stile di Francesco: “non neutra, asettica, indifferente, tiepida o imparziale, la carità – aveva detto il Papa il 15 febbraio scorso nell’omelia della Messa con i nuovi cardinali – contagia, appassiona, rischia e coinvolge”.

 

 

(Da Radio Vaticana)

Papa ricorda p. Espinal, ucciso perché predicava Vangelo di libertà

9 luglio 2015

2015-07-09 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo la cerimonia di benvenuto Papa Francesco ha sostato brevemente presso il luogo dell’assassinio di padre Luis Espinal, sacerdote gesuita che aveva partecipato durante il periodo della dittatura alle lotte sociali e allo sciopero della fame di 19 giorni, nel 1977, durante i quali visse giorno e notte accanto alle famiglie dei minatori. Fu trucidato dagli squadroni della morte il 21 marzo 1980. Il Papa ha ricordato padre Espinal, “fratello nostro, vittima di interessi che non volevano si lottasse per la libertà. Padre Espinal – ha aggiunto – predicava il Vangelo e questo Vangelo disturbava e per questo lo hanno assassinato”. Il Papa ha quindi invitato a fare un minuto di silenzio e a pregare. Poi ha proseguito ribadendo che padre Espinal “ha predicato il Vangelo, il Vangelo che ci porta la libertà, che ci fa liberi. Come ogni figlio di Dio, Gesù ci dà questa libertà e lui ha predicato questo Vangelo”. Per un profilo di padre Espinal, Paolo Ondarza ha intervistato mons. Basilio Bonaldi, sacerdote fidei donum e formatore nel seminario di La Paz:

 

 

R. – Padre Luis Espinal era un sacerdote gesuita nato in Catalogna, vicino Barcellona, il 2 febbraio 1932. In un primo momento, nel suo ministero in Bolivia esercita l’insegnamento della letteratura, e poi, come comunicatore, lavora in radio – nella “Radio Fides” dei gesuiti – come critico di cinema, e anche come maestro di cinema…

D. – La sua presa di posizione a difesa degli operai e la sua partecipazione – nelle sue competenze – alle lotte sociali e allo sciopero della fame, lo portarono alla persecuzione…

R. – Esattamente, soprattutto quando nel 1979 viene fondato il settimanale “Aquí” – incentrato sui problemi reali della gente – di cui lui diventa direttore: è considerato colui che ha uno straordinario coraggio nel criticare i governi di turno, nel denunciare il mancato rispetto dei diritti umani, nell’affermare costantemente la dignità di ogni persona, e soprattutto nel mostrare apprensione per quelli che non hanno voce nella società…

D. – Quindi un impegno sociale quello di padre Luis Espinal, non politico: era il Vangelo e la vicinanza a Cristo che lo faceva essere prossimo ai più deboli e ai più indifesi…

R. – Certamente, questo lo porta, soprattutto nella parte finale della sua vita, oltre allo sciopero della fame del 1977, a criticare, attraverso il settimanale “Aqui”, il governo di turno: quello del generale García Meza. Questo gli procura – essendo lui in possesso di una documentazione forte sul tema del narcotraffico – il martirio, due giorni prima di quello di monsignor Romero nel Salvador. Padre Luis Espinal è stato ucciso il 21 maggio 1980 e Romero il 23 maggio. Padre Espinal quella sera era andato a vedere un film – che riguardava ancora una volta gli esclusi – e uscendo dal cinema, venne sequestrato da alcune persone che scendevano da una jeep senza targa. Si sa benissimo che lo portarono al macello pubblico nella zona di Achachicala; lì lo torturano per quattro ore, e poi lo uccisero con 17 colpi d’arma da fuoco e portarono il suo cadavere in Achachicala alta: il luogo dove ora c’è un piccolo monumento e una grande croce, dove il Papa ha deciso di fermarsi in sosta.

D. – Ai suoi funerali, il 24 marzo 1980 a La Paz, la popolazione partecipa in massa…

R. – Parlano di circa 70/80.000 persone. In Bolivia non c’è mai stato un funerale tanto partecipato.

D. – Che significato assume allora questa decisione del Papa, di voler sostare sul luogo che ricorda l’assassinio, il martirio, di padre Luis Espinal?

R. – Quello di mettere l’accento di tutta la Chiesa, non solo boliviana, sui martiri latinoamericani – e ce ne sono stati tanti – soprattutto in quell’epoca di dittatura, che hanno offerto la loro vita semplicemente per la fedeltà al Vangelo, non perché hanno fatto politica. E vogliamo credere davvero che questa figura venga riscoperta ancora di più, e che come lui si impari davvero a dire la verità,  e a non essere come quelli che, per questioni di prudenza – un tema molto caro a Luis Espinal – non parlano o si tirano indietro. Pertanto direi che diventa anche l’esaltazione di una maniera di essere cattolici oggi in Bolivia e nel mondo per dire la verità in fedeltà al Vangelo.

D. – Una figura quindi ancora attuale…

R. – Sì, anche perché questa figura è benvoluta non solo da un mondo tipicamente ecclesiale, ma anche da un mondo più ampio e dall’intera società boliviana: quelli che si impegnano per i diritti umani, quelli che hanno visto in lui l’uomo d’arte, quelli che apprezzano sempre l’impegno e cercano davvero la costruzione di una società più giusta. Quindi diventa davvero un personaggio – un santo – un punto di riferimento non solo per i cristiani cattolici, ma per tutta la società boliviana, un elemento di comunione per tutti i boliviani.

 

(Da Radio Vaticana)

Papa presiede indizione Bolla Anno Santo: misericordia è essenza Vangelo

11 aprile 2015

 

2015-04-10 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sarà una cerimonia solenne, presieduta domani pomeriggio alle 17.30 da Papa Francesco, a fare da cornice alla pubblicazione della Bolla di indizione del Giubileo della Misericordia. Dopo la lettura di alcuni brani della Bolla, dal titolo “Misericordiae vultus”, davanti alla Porta Santa della Basilica Vaticana, Francesco presiederà la celebrazione dei Primi Vespri della Domenica della Divina Misericordia, durante la quale consegnerà a sei rappresentanti della Chiesa nel mondo una copia del docuemnto. La festa della Divina Misericordia è legata indissolubilmente a San Giovanni Paolo II, che la introdusse, e al carisma di Santa Faustina Kowalska, che ne fu l’apostola. Alessandro De Carolis ne ha parlato con mons. Jozef Bart, rettore del Santuario della Divina Misericordia di Roma:

 

 

R. – La Divina Misericordia ha sempre acceso una straordinaria gioia nei cuori di tutti i fedeli, perché dalla Divina Misericordia scorrono grazie, grazie infinite. Ma quest’anno viviamo la festa della Divina Misericordia nell’annuncio da parte di Papa Francesco dell’indizione dell’Anno Santo e la gioia è ancora tanto più grande in quanto l’indizione dell’Anno Santo avviene proprio con i primi Vespri della Divina Misericordia.

D. – Che cosa l’ha colpita della decisione di Papa Francesco di indire un Anno della Misericordia?

R. – Quando Papa Francesco ha proclamato la decisione di aprire l’Anno Santo della Misericordia, io ho subito fatto riferimento al Pontificato di Giovanni Paolo II il quale ha fatto del suo pontificato l’immagine della misericordia, ma non solo: Giovanni Paolo II, proprio con la sua morte, con i primi Vespri della Divina Misericordia, ha dato un inizio al cammino di misericordia in questo terzo millennio. Giovanni Paolo II ci ha lasciato una grande eredità e questa eredità è racchiusa, contenuta nell’atto della consacrazione alla Divina Misericordia che Giovanni Paolo II ha compiuto il 17 agosto 2002 a Cracovia, nella capitale del culto della Divina Misericordia. In questo atto di consacrazione, Giovanni Paolo II chiede che tutta l’umanità, tutti gli abitanti della terra facciano l’esperienza di questa misericordia. Bene, la proclamazione di Papa Francesco dell’Anno della Misericordia è una risposta a questo atto di consacrazione, perché il Giubileo della Misericordia porterà a far giungere questo messaggio davvero a tutti gli uomini di buona volontà di questa terra.

D. – Lei da tanti anni è a servizio, in questo Santuario, del carisma di Santa Faustina Kowalska che Giovanni Paolo II volle far conoscere a tutto il mondo. Secondo lei, questo carisma in che modo ha arricchito la Chiesa, la vita dei fedeli?

R. – Giovanni Paolo II, nella “Dives in misericordia”, ha scritto che la Chiesa, la missione della Chiesa, in tutti i momenti della sua storia è quella di proclamare il messaggio della Divina Misericordia e di introdurre gli uomini in questa misericordia. Ora, questa misericordia è l’essenza del Vangelo. Papa Francesco dice che la misericordia è il meglio dell’insegnamento di Gesù, ma con Santa Faustina, con la canonizzazione di Santa Faustina, prima Santa del Grande Giubileo – il 30 aprile 2000 – questa Santa, questa mistica porta una nuova luce per la Chiesa, per l’annuncio della misericordia della Chiesa, per la celebrazione, per la pratica di questa misericordia. E sono le cinque forme del culto che suor Faustina ci consegna: si tratta della festa della misericordia, della coroncina della misericordia, dell’ora della misericordia, dell’immagine della misericordia e la diffusione di questo culto nel mondo, in mezzo alle persone che sono toccate da moltiformi miserie spirituali e materiali.

D. – Fare l’esperienza della misericordia di Dio, fare l’esperienza del Suo perdono significa anche riscoprire il Sacramento della Riconciliazione…

R. – Sì. La Misericordia apre il cuore dell’uomo al Sacramento della Riconciliazione. Questa Misericordia si può toccare con mano e ogni peccatore, ogni uomo emarginato, già condannato umanamente parlando, invece ha la possibilità di rimettersi in piedi e di diventare santo proprio perché la Misericordia di Dio perdona tutti i peccati. E’ bene dirlo che proprio nella Festa della Misericordia – ciò che avverrà poi durante il Giubileo – la Chiesa concede l’indulgenza, il perdono per i peccati, le pene per i peccati commessi, alle condizioni che richiede l’indulgenza della Chiesa.

(Da Radio Vaticana)

Francesco: Teresa di Gesù, donna dell’audacia missionaria

28 marzo 2015

 

2015-03-28 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una “donna eccezionale” e una “maestra di preghiera”, che servì la Chiesa del 16.mo secolo con “audacia missionaria” e che ai religiosi di oggi insegna a essere, sulla sua scia, comunicatori instancabili del Vangelo. È il ritratto che Papa Francesco fa di S. Teresa d’Avila in una lettera al preposito generale dei Carmelitani Scalzi, scritta per celebrare i 500 anni della nascita della grande mistica spagnola. Il servizio di Alessandro De Carolis:

 

 

Care consorelle, non perdete tempo a trattare con Dio “interessi di poca importanza” mentre “il mondo è in fiamme”. Basterebbe una frase come questa a dare conto della statura umana e del carisma spirituale di Teresa d’Avila. E in effetti, negli anni in cui la monaca carmelitana percorre la Spagna a dorso di mulo per fondare chiostri su chiostri, dopo aver combattuto il lassismo del suo Ordine riformandolo con una nuova regola dall’interno, la Chiesa è lacerata dallo scisma di Lutero, le corone europee si danno battaglia senza fine e l’Impero ottomano allunga la sua ombra sul Vecchio continente.

Preghiera comunque
Teresa, scrive il Papa, non si limita a essere “una spettatrice” della realtà circostante, ma diventa una “comunicatrice instancabile del Vangelo”, nonostante la salute malferma, e una “maestra di preghiera” per tutte. “Quella di Teresa – scrive in proposito Francesco – non è stata una preghiera riservata unicamente ad uno spazio o ad un momento della giornata; sorgeva spontanea nelle occasioni più diverse”. “Convinta del valore della preghiera continua, benché non sempre perfetta”, la Santa, osserva il Papa, “ci chiede di essere perseveranti, fedeli, anche in mezzo all’aridità, alle difficoltà personali o alle necessità pressanti che ci chiamano”.

Umiltà non è timidezza
E maestra, Teresa di Gesù lo fu anche della vita comunitaria, che sentì il bisogno di modificare per ridare slancio al Carmelo. Perciò, nota Francesco, “il fondamento che pose nei suoi monasteri fu la fraternità”, stando “molto attenta ad ammonire le sue religiose circa il pericolo dell’autoreferenzialità nella vita fraterna”. L’antidoto la futura Santa lo individua nell’umiltà, considerata in modo tutt’altro che generico. “Non è – afferma il Papa – trascuratezza esteriore né timidezza interiore dell’anima, bensì conoscere ciascuno le proprie possibilità e ciò che Dio può fare in noi”, evitando quel “falso punto d’onore”, come lo chiama, che è “fonte di pettegolezzi, di gelosie e di critiche”. L’umiltà teresiana, sintetizza Francesco, “è fatta di accettazione di sé, di coscienza della propria dignità, di audacia missionaria, di riconoscenza e di abbandono in Dio”.

Appello alla “grande impresa”
A cinque secoli dalla nascita, Teresa di Gesù resta per il Papa una “guida sicura e un modello attraente di donazione totale a Dio”. È una “grazia provvidenziale”, riconosce, che l’anniversario cada nell’Anno della Vita Consacrata. Se l’esempio della Santa è per le “comunità teresiane” uno sprone a essere “case di comunione” e segno della “maternità della Chiesa” nel “mondo lacerato dalle divisioni e dalle guerre”, a tutti Teresa di Gesù, conclude Francesco, “apre nuovi orizzonti”: “Ci convoca per una grande impresa, per guardare il mondo con gli occhi di Cristo, per cercare ciò che Lui cerca e amare ciò che Lui ama”.

(Da Radio Vaticana)

Viaggio Apostolico in Sri Lanka e Filippine. 5^ giornata. Santa Messa. Omelia. Discorso all’incontro con sacerdoti, religiosi, seminaristi e famiglie dei superstiti

17 gennaio 2015

SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Tacloban International Airport
Sabato, 17 gennaio 2015

[Multimedia]


 

Che parole consolanti abbiamo appena udito! Ancora una volta, ci è stato detto che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, il nostro Salvatore, il nostro sommo sacerdote che ci offre misericordia, grazia e sostegno in tutto ciò di cui abbiamo bisogno (cfr Eb 4,14-16). Egli guarisce le nostre ferite, perdona i nostri peccati e ci chiama ad essere suoi discepoli, come fece con san Matteo (cfr Mc 2,14). Lodiamolo per il suo amore, la sua misericordia e la sua compassione. Lodiamo il nostro grande Dio!

Rendo grazie al Signore Gesù perché questa mattina possiamo essere insieme. Sono giunto per stare con voi, in questa città che è stata devastata dal tifone Yolanda quattordici mesi fa. Vi porto l’amore di un padre, le preghiere di tutta la Chiesa, la promessa che non siete dimenticati mentre continuate la ricostruzione. Qui, la tempesta più forte mai registrata sul pianeta è stata vinta dalla forza più potente dell’universo: l’amore di Dio. Siamo qui questa mattina per dare testimonianza di quell’amore, del suo potere di trasformare morte e distruzione in vita e comunione. La risurrezione di Cristo, che celebriamo in questa Messa, è la nostra speranza, è una realtà di cui facciamo esperienza anche ora. E sappiamo che la risurrezione avviene soltanto dopo la croce, quella croce che voi avete portato con fede, dignità e forza data da Dio.

Siamo riuniti insieme prima di tutto per pregare per coloro che sono morti, per quanti sono ancora dispersi e per i feriti. Presentiamo a Dio le anime dei morti, le nostre madri, i nostri padri, i figli e le figlie, i familiari, gli amici e i vicini. Abbiamo fiducia che, giungendo alla presenza di Dio, essi abbiano trovato misericordia e pace (cfr Eb 4,16). Rimane, tuttavia, molta tristezza a causa della loro assenza. Per voi che li avete conosciuti e amati – e che ancora li amate – il dolore di averli persi è reale. Ma guardiamo al futuro con gli occhi della fede. Il nostro dolore è un seme che un giorno sboccerà nella gioia che il Signore ha promesso a quanti hanno creduto alle sue parole: “Beati voi afflitti, perché sarete consolati” (cfr Mt 5,4).

Siamo qui raccolti oggi, inoltre, per rendere grazie a Dio per il suo aiuto nel momento del bisogno. Egli è stato la nostra forza in questi mesi veramente difficili. Si sono perdute tante vite, c’è stata tanta sofferenza e distruzione. E tuttavia siamo ancora in grado di radunarci e di ringraziarlo. Sappiamo che Egli si prende cura di noi; sappiamo che in Gesù Figlio suo, abbiamo un sommo sacerdote in grado di compatire il nostro dolore (cfr Eb 4,15), di soffrire con noi. La com-passione di Dio, il suo soffrire insieme con noi, offre un significato e un valore eterni ai nostri sforzi. Il vostro desiderio di ringraziarlo per ogni grazia e benedizione, anche quando avete perso così tanto, non è soltanto un trionfo della capacità di ripresa e della forza del popolo filippino; è anche un segno della bontà di Dio, della sua vicinanza, della sua tenerezza, del suo potere salvifico.

Rendiamo grazie a Dio Altissimo anche per quanto è stato fatto per aiutare, ricostruire, assistere in questi mesi di bisogno senza precedenti. Penso in primo luogo a quanti hanno accolto e dato riparo al gran numero di famiglie sfollate, agli anziani, ai giovani. Com’è duro lasciare la propria casa e i propri mezzi di sussistenza! Ringraziamo quanti si sono presi cura dei senza tetto, degli orfani e delle persone sole. Sacerdoti, religiosi e religiose che hanno dato tutto ciò che potevano. A quanti di voi hanno ospitato e nutrito le persone in cerca di sicurezza in chiese, conventi, rettorie e che continuano ad assistere coloro che sono ancora in difficoltà, esprimo la mia gratitudine. Siete un onore per la Chiesa, siete l’orgoglio della vostra nazione. Io ringrazio personalmente ognuno di voi, poiché qualunque cosa voi avete fatto per l’ultimo dei fratelli e delle sorelle di Cristo, lo avete fatto a Lui (cfr Mt 25,41).

In questa Messa vogliamo anche ringraziare Dio per quegli uomini e donne che hanno prestato servizio come operatori dei salvataggi e dei soccorsi. Lo ringraziamo per le tante persone che da tutto il mondo hanno offerto generosamente il proprio tempo, soldi e beni. Stati, organizzazioni e singole persone in ogni parte della terra hanno messo al primo posto i bisognosi; si tratta di un esempio che dovrebbe essere seguito. Chiedo ai governanti, alle agenzie internazionali, ai benefattori e alle persone di buona volontà di non stancarsi. Rimane ancora molto da fare. Anche se le prime pagine dei giornali sono cambiate, le necessità rimangono.

La prima Lettura di oggi, dalla Lettera agli Ebrei, ci esorta a stare saldi nella nostra confessione, di perseverare nella fede, ad accostarci con fiducia al trono della grazia di Dio (cfr Eb 4,16). Tali parole hanno una speciale risonanza in questo luogo: in mezzo a tanta sofferenza, voi non avete mai cessato di confessare la vittoria della croce, il trionfo dell’amore di Dio. Avete visto la potenza di quell’amore rivelata nella generosità di moltissime persone, nei tanti piccoli miracoli della bontà. Ma avete constatato anche, nello “sciacallaggio”, nelle ruberie e nelle mancate risposte a questo grande dramma umano, altrettanti tragici segni del male dal quale Cristo è venuto a salvarci. Preghiamo affinché anche questo ci conduca ad una fiducia più grande nella potenza della grazia di Dio per vincere il peccato e l’egoismo. Preghiamo in particolare affinché renda ciascuno sempre più sensibile al grido dei nostri fratelli e delle nostre sorelle nel bisogno. Preghiamo affinché ci conduca a respingere ogni forma di ingiustizia e corruzione, le quali, derubando i poveri, avvelenano le radici stesse della società.

Cari fratelli e sorelle, in questa grande prova avete sentito in modo speciale la grazia di Dio mediante la presenza e l’amorevole cura della Beata Vergine Maria, Nostra Signora del Perpetuo Soccorso. Ella è nostra madre. Vi aiuti Lei a perseverare nella fede e nella speranza e a raggiungere quanti sono nel bisogno. Con i santi Lorenzo Ruiz e Pedro Calungsod e tutti i santi, Ella continui ad impetrare la misericordia di Dio e l’amorevole compassione per questo Paese e per tutti gli amati filippini. Amen.

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cattedrale di Palo
Sabato, 17 gennaio 2015

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Cari fratelli e sorelle,

vi saluto tutti con grande affetto nel Signore. Sono lieto che ci possiamo incontrare in questa Cattedrale della Trasfigurazione del Signore. Questa casa di preghiera, insieme a molte altre, è stata restaurata grazie alla notevole generosità di tanta gente. Si erge come segno eloquente dell’immenso sforzo di ricostruzione, che voi e i vostri vicini avete intrapreso dopo la devastazione causata dal tifone Yolanda. E’ anche un memoriale per tutti noi del fatto che, anche nei disastri e nelle sofferenze, il nostro Dio opera continuamente, facendo nuove tutte le cose.

Molti di voi hanno sofferto tanto, non solo per la distruzione causata dall’uragano, ma per la perdita di familiari e amici. Oggi affidiamo alla misericordia di Dio quanti sono morti, e invochiamo la sua consolazione e la sua pace su coloro che ancora piangono. Ricordiamo in modo speciale coloro a cui il dolore rende difficile vedere il modo di andare avanti. Allo stesso tempo, ringraziamo il Signore per quanti hanno faticato in questi mesi per portare via le macerie, per visitare i malati e i morenti, per confortare i sofferenti e per seppellire i morti. La loro bontà ed il generoso aiuto giunto da moltissime persone di tutto il mondo sono un segno reale che Dio non ci abbandona mai!

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Papa Francesco al mondo del volontariato. Discorso alla Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontariato ( FOCSIV)

4 dicembre 2014

Aula Paolo VI 

Giovedì, 4 dicembre 2014

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Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Vi incontro con piacere in occasione della Giornata Internazionale del Volontariato. Vi rivolgo il mio cordiale saluto e ringrazio il Presidente, che ha presentato la vostra missione, nel contesto attuale. La vostra Federazione, che raccoglie gli Organismi di Volontariato di ispirazione cristiana, svolge una preziosa azione nel mondo. E’ immagine di una Chiesa che si cinge il grembiule e si china a servire i fratelli in difficoltà. Infatti, le diverse realtà che compongono la FOCSIV cercano di coniugare il bagaglio esperienziale dei propri membri con la dimensione del servizio volontario ai poveri sullo stile del buon Samaritano e in coerenza con i valori evangelici. A partire dalla vostra identità cristiana, voi vi presentate come “volontari nel mondo” con numerosi progetti di sviluppo, per dare risposte concrete agli scandali della fame e delle guerre.

Vi ringrazio per quello che fate e per come lo fate! I vostri interventi accanto agli uomini e alle donne in difficoltà sono un annuncio vivo della tenerezza di Cristo, che cammina con l’umanità di ogni tempo. Proseguite su questa strada dell’impegno volontario e disinteressato. C’è tanto bisogno di testimoniare il valore della gratuità: i poveri non possono diventare un’occasione di guadagno! Le povertà oggi cambiano volto  – ci sono le nuove povertà! – ed anche alcuni tra i poveri maturano aspettative diverse: aspirano ad essere protagonisti, si organizzano, e soprattutto praticano quella solidarietà che esiste tra quanti soffrono, tra gli ultimi. Voi siete chiamati a cogliere questi segni dei tempi e a diventare uno strumento al servizio del protagonismo dei poveri. Solidarietà con i poveri è pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà: la disuguaglianza, la mancanza di un lavoro e di una casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. La solidarietà è un modo di fare la storia con i poveri, rifuggendo da presunte opere altruistiche che riducono l’altro alla passività.

Tra le cause principali della povertà c’è un sistema economico che saccheggia la natura – penso in particolare alla deforestazione, ma anche alle catastrofi ambientali e alla perdita della biodiversità. Occorre ribadire che il creato non è una proprietà di cui possiamo disporre a nostro piacere, e ancor meno è una proprietà solo di pochi. Il creato è un dono meraviglioso che Dio ci ha dato perché ce ne prendiamo cura e lo utilizziamo a beneficio di tutti, con rispetto. Vi incoraggio pertanto a continuare nel vostro impegno perché il creato rimanga un patrimonio di tutti, da consegnare in tutta la sua bellezza alle generazioni future.

Molti dei Paesi nei quali operate conoscono lo scandalo della guerra. Lavorando per lo sviluppo dei popoli, voi cooperate anche a costruire la pace, cercando con perseverante tenacia di disarmare le menti, di avvicinare le persone, di costruire ponti fra le culture e le religioni. La fede vi aiuterà a farlo anche nei Paesi più difficili, dove la spirale della violenza sembra non lasciare spazio alla ragionevolezza. Un segno di pace e di speranza è la vostra attività nei campi profughi, dove incontrate gente disperata, volti segnati dalla sopraffazione, bambini che hanno fame di cibo, di libertà, di futuro. Quanta gente nel mondo fugge dagli orrori della guerra! Quante persone sono perseguitate a motivo della loro fede, costrette ad abbandonare le loro case, i loro luoghi di culto, le loro terre, i loro affetti! Quante vite spezzate! Quanta sofferenza e quanta distruzione! Di fronte a tutto ciò, il discepolo di Cristo non si tira indietro, non volta la faccia dall’altra parte, ma cerca di farsi carico di questa umanità dolorante, con prossimità e accoglienza evangelica.

Penso ai migranti e ai rifugiati, i quali cercano di lasciarsi alle spalle dure condizioni di vita e pericoli di ogni sorta. È necessaria la collaborazione di tutti, istituzioni, ONG e comunità ecclesiali, per promuovere percorsi di convivenza armonica tra persone e culture diverse. I movimenti migratori sollecitano adeguate modalità di accoglienza che non lascino i migranti in balia del mare e di bande di trafficanti senza scrupoli. Al tempo stesso, è necessaria una fattiva collaborazione fra gli Stati, per regolare e gestire efficacemente tali fenomeni.

Cari fratelli e sorelle, in oltre quarant’anni di vita, nella vostra Federazione hanno operato volontari che sono stati veri testimoni di carità, operatori di pace, artefici di giustizia e di solidarietà. Vi incoraggio a proseguire con gioia su questa strada di fedeltà all’uomo e a Dio, ponendo sempre più al centro la persona di Gesù. Vi aiuterà molto trovare ogni giorno il tempo per l’incontro personale con Dio nella preghiera: questa sarà la vostra forza nei momenti più difficili, di delusione, di solitudine, di incomprensione. Affido ciascuno di voi e gli organismi della vostra Federazione alla protezione di Maria Santissima. Vi accompagni anche la mia Benedizione. E voi ricordatevi di pregare per me! Grazie.

Papa Francesco. Testo dell’Omelia feriale quotidiana a s. Marta. Visita alla FAO per la II Conferenza Internazionale sulla Nutrizione. Diretta e testo del Discorso

20 novembre 2014

20 novembre 2014

Ap 5,1-10   Sal 149   Lc 19,41-44

 

 

COME SIAMO DAVANTI A DIO?

(….)

Gesù piange su Gerusalemme perché non ha riconosciuto Colui che porta la pace……il Signore piange per la chiusura del cuore della città eletta, del popolo eletto. Non aveva tempo per aprirgli la porta! Era troppa indaffarata, troppo soddisfatta di se stessa. E Gesù continua a bussare alle porte, come ha bussato alla porta del cuore di Gerusalemme: alle porte dei suoi fratelli, delle sue sorelle; alle porte nostre, alle porte del nostro cuore, alle porte della sua Chiesa. Gerusalemme si sentiva contenta, tranquilla con la sua vita e non aveva bisogno del Signore: non se ne era accorta che aveva bisogno di salvezza. E per questo ha chiuso il suo cuore davanti al Signore…..Il pianto di Gesù” su Gerusalemme  è il pianto sulla sua Chiesa, oggi, su di noi…

E perché Gerusalemme non aveva ricevuto il Signore? Perché era tranquilla con quello che aveva, non voleva problemi. Ma anche – lo dice il Signore nel Vangelo – ‘se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che ti porta la pace. Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata’. Aveva paura di essere visitata dal Signore; aveva paura della gratuità della visita del Signore. Era sicura nelle cose che lei poteva gestire. Noi siamo sicuri nelle cose che noi possiamo gestire… Ma la visita del Signore, le sue sorprese, noi non possiamo gestirle.

E di questo aveva paura Gerusalemme: di essere salvata per la strada delle sorprese del Signore. Aveva paura del Signore, del suo Sposo, del suo Amato. E così Gesù piange. Quando il Signore visita il suo popolo, ci porta la gioia, ci porta la conversione. E tutti noi abbiamo paura non dell’allegria – no! – ma sì della gioia che porta il Signore, perché non possiamo controllarla. Abbiamo paura della conversione, perché convertirsi significa lasciare che il Signore ci conduca…

Gerusalemme era tranquilla, contenta  il tempio funzionava. I sacerdoti facevano i sacrifici, la gente veniva in pellegrinaggio, i dottori della legge avevano sistemato tutto, tutto! Tutto chiaro! Tutti i comandamenti chiari… E con tutto questo Gerusalemme aveva la porta chiusa. La croce, prezzo di quel rifiuto ci mostra l’amore di Gesù, ciò che lo porta a piangere anche oggi – tante volte – per la sua Chiesa….

Io mi domando: oggi noi cristiani, che conosciamo la fede, il catechismo, che andiamo a Messa tutte le domeniche, noi cristiani, noi pastori siamo contenti di noi? Perché abbiamo tutto sistemato e non abbiamo bisogno di nuove visite del Signore… E il Signore continua a bussare alla porta, di ognuno di noi e della sua Chiesa, dei pastori della Chiesa. Eh sì, la porta del cuore nostro, della Chiesa, dei pastori non si apre: il Signore piange, anche oggi….

Pensiamo a noi: come stiamo in questo momento davanti a Dio?”.

 

 

 

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Visita alla FAO in occasione della II Conferenza Internazionale sulla Nutrizione (20 novembre 2014)

Diretta alle 10,55

http://www.ctv.va/content/ctv/it/livetv.html

 

DISCORSO ALLA PLENARIA DELLA CONFERENZA

Signor Presidente,
Signore e Signori,

con sentimento di rispetto e apprezzamento mi presento oggi qui, alla Seconda Conferenza Internazionale sulla Nutrizione. La ringrazio, signor Presidente, per la calorosa accoglienza e per le parole di benvenuto. Saluto cordialmente il Direttore Generale della FAO, il professor José Graziano da Silva, e il Direttore Generale dell’OMS, la dottoressa Margaret Chan, e mi rallegro per la vostra decisione di riunire in questa Conferenza rappresentanti di Stati, istituzioni internazionali, organizzazioni della società civile, del mondo dell’agricoltura e del settore privato, al fine di studiare insieme le forme d’intervento per assicurare la nutrizione, così come i cambiamenti necessari che si devono apportare alle strategie attuali. La totale unità di propositi e di azioni, ma soprattutto lo spirito di fratellanza, possono essere decisivi per soluzioni adeguate. La Chiesa, come voi sapete, cerca sempre di essere attenta e sollecita nei confronti di tutto ciò che si riferisce al benessere spirituale e materiale delle persone, anzitutto di quanti vivono emarginati e sono esclusi, affinché siano garantite la loro sicurezza e la loro dignità.

1. I destini di ogni nazione sono più che mai collegati tra loro, come i membri di una stessa famiglia, che dipendono gli uni dagli altri. Ma viviamo in un’epoca in cui i rapporti tra le nazioni sono troppo spesso rovinati dal sospetto reciproco, che a volte si tramuta in forme di aggressione bellica ed economica, mina l’amicizia tra fratelli e rifiuta o scarta chi già è escluso. Lo sa bene chi manca del pane quotidiano e di un lavoro dignitoso. Questo è il quadro del mondo, in cui si devono riconoscere i limiti di impostazioni basate sulla sovranità di ognuno degli Stati, intesa come assoluta, e sugli interessi nazionali, condizionati spesso da ridotti gruppi di potere. Lo spiega bene la lettura della vostra agenda di lavoro volta a elaborare nuove norme, forme e maggiori impegni per nutrire il mondo. In questa prospettiva spero che, nella formulazione di tali impegni, gli Stati s’ispirino alla convinzione che il diritto all’alimentazione sarà garantito solo se ci preoccupiamo del suo soggetto reale, vale a dire la persona che patisce gli effetti della fame e della denutrizione. Il soggetto reale!

Oggi si parla molto di diritti, dimenticando spesso i doveri; forse ci siamo preoccupati troppo poco di quanti soffrono la fame. È inoltre doloroso constatare che la lotta contro la fame e la denutrizione viene ostacolata dalla “priorità del mercato”, e dalla “preminenza del guadagno”, che hanno ridotto il cibo a una merce qualsiasi, soggetta a speculazione, anche finanziaria. E mentre si parla di nuovi diritti, l’affamato è lì, all’angolo della strada, e chiede diritto di cittadinanza, chiede di essere considerato nella sua condizione, di ricevere una sana alimentazione di base. Ci chiede dignità, non elemosina. (more…)

I “Nobel dei Missionari” 2014. Dedicato da ora al B. Paolo VI° il Premio “Cuore Amico”

19 ottobre 2014

Sono stati consegnati presso Radio Vaticana i riconoscimenti del Premio Cuore Amico, che da 24 anni identifica l’esemplare opera di evangelizzazione in favore dei poveri da parte di religiosi e laici. Da quest’anno  il premio sarà dedicato alla figura di Paolo VI.

Lo chiamano “il Nobel dei missionari” e quest’anno è stato consegnato alla vigilia della Giornata missionaria mondiale e della Beatificazione di Paolo VI, al quale da quest’anno il riconoscimento sarà dedicato e in onore del quale la cerimonia di premiazione è stata spostata da Brescia a Roma.

Papa Montini riconosceva ai missionari un ruolo di grande importanza

“Perché il Vangelo non si diffonde da sé? La fede deve essere portata, deve essere annunciata dalla viva voce, da persona a persona. Affinché il mistero d’amore e di salvezza da parte di Dio si diffonda nel mondo, è necessario il ministero di amore e di sacrificio dell’uomo che accetta l’incarico, il rischio, l’onore di comunicare quel mistero agli altri uomini: quell’uomo indispensabile è il missionario” ( Paolo VI° nel Viaggio Apostolico in Uganda).

Il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto emerito della Congregazione per i Vescovi ha commentato: “Un sentimento profondo di stima e anche di simpatia verso Cuore Amico per le due dimensioni: missionarietà e l’attenzione ai poveri. Due cose che stavano particolarmente a cuore a Paolo VI che ha fatto tanto per le missioni. Credo che uno degli aspetti meno conosciuti di Paolo VI è proprio questa attenzione ai poveri e quello che lui ha fatto per i poveri. Dobbiamo dire che aveva il genio dell’aiuto ai poveri”.

In passato Cuore Amico ha premiato  Giovanni Paolo II, nel 1998, e Chiara Lubich l’anno successivo; quest’anno i riconoscimenti – che prevedono anche un premio in denaro a sostegno dell’attività missionaria – sono stati dati a

padre Paolo Dall’Oglio, a suor Bruna Chiarini e al laico Giuseppe Tonello.

 

 

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Quest’ultimo, direttore generale del Fondo ecuadoriano Popolorum Progressio per l’impegno in favore di uno sviluppo sostenibile e possibile per l’Ecuador, ha commentato così la vittoria:

“Fare cose è abbastanza facile, basta averne i mezzi. Costruire persone è la sfida che noi abbiamo in questo momento: le persone sono già costruite, ma dobbiamo aiutarle a crescere. Il nostro slogan è ‘Investiamo in umanità’. In un tempo in cui si investe in azioni, nelle banche in materie prime, in terra, in Ecuador, investire in umanità è qualcosa fuori moda. Però noi siamo sicuri che se le persone crescono migliorano le famiglie”.

Suor Bruna Chiarini è missionaria in Burundi e nei suoi 40 anni in Africa si è occupata della formazione dei catechisti e di insegnamento, ma da qualche tempo si dedica al reinserimento degli orfani di guerra nella società; uno dei compiti secondo lei fondamentali per un missionario:

“Il missionario va per annunciare la parola di Dio. È quello che ho fatto e sono convinta che la gloria di Dio è l’uomo rimesso in piedi e quindi il messaggio è un segno di speranza, non solo la speranza nell’aldilà, ma la speranza ancora qui. Quindi l’intervento è quello di dare speranza con gesti concreti e di speranza”.

 

Particolarmente toccante la testimonianza di Francesca Dall’Oglio, sorella del sacerdote di cui si sono perse le tracce in Siria oltre un anno fa e che ha ritirato il premio in sua vece:

“Lui purtroppo non è qui, non sappiamo nulla di lui, ma so che sarebbe felice di essere qui. E comunque gli giunge il nostro amore, la condivisione di questo incontro. Vorrei pregare per la pace in Medio Oriente e per tutti coloro che vivono situazioni di guerra”.

 

Messaggio di papa Francesco per la 101^ Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato 18 gennaio 2015: ” Chiesa senza frontiere, Madre di tutti”

23 settembre 2014

“Chiesa senza frontiere, Madre di tutti”

Cari fratelli e sorelle!

Gesù è «l’evangelizzatore per eccellenza e il Vangelo in persona» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 209). La sua sollecitudine, particolarmente verso i più vulnerabili ed emarginati, invita tutti a prendersi cura delle persone più fragili e a riconoscere il suo volto sofferente, soprattutto nelle vittime delle nuove forme di povertà e di schiavitù. Il Signore dice: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,35-36). Missione della Chiesa, pellegrina sulla terra e madre di tutti, è perciò di amare Gesù Cristo, adorarlo e amarlo, particolarmente nei più poveri e abbandonati; tra di essi rientrano certamente i migranti ed i rifugiati, i quali cercano di lasciarsi alle spalle dure condizioni di vita e pericoli di ogni sorta. Pertanto, quest’anno la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato ha per tema: Chiesa senza frontiere, madre di tutti.

In effetti, la Chiesa allarga le sue braccia per accogliere tutti i popoli, senza distinzioni e senza confini e per annunciare a tutti che «Dio è amore» (1 Gv 4,8.16). Dopo la sua morte e risurrezione, Gesù ha affidato ai discepoli la missione di essere suoi testimoni e di proclamare il Vangelo della gioia e della misericordia. Nel giorno di Pentecoste, con coraggio ed entusiasmo, essi sono usciti dal Cenacolo; la forza dello Spirito Santo ha prevalso su dubbi e incertezze e ha fatto sì che ciascuno comprendesse il loro annuncio nella propria lingua; così fin dall’inizio la Chiesa è madre dal cuore aperto sul mondo intero, senza frontiere. Quel mandato copre ormai due millenni di storia, ma già dai primi secoli l’annuncio missionario ha messo in luce la maternità universale della Chiesa, sviluppata poi negli scritti dei Padri e ripresa dal Concilio Ecumenico Vaticano II. I Padri conciliari hanno parlato di Ecclesia mater per spiegarne la natura. Essa infatti genera figli e figlie e «li incorpora e li avvolge con il proprio amore e con le proprie cure» (Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 14).

La Chiesa senza frontiere, madre di tutti, diffonde nel mondo la cultura dell’accoglienza e della solidarietà, secondo la quale nessuno va considerato inutile, fuori posto o da scartare. Se vive effettivamente la sua maternità, la comunità cristiana nutre, orienta e indica la strada, accompagna con pazienza, si fa vicina nella preghiera e nelle opere di misericordia.

Oggi tutto questo assume un significato particolare. Infatti, in un’epoca di così vaste migrazioni, un gran numero di persone lascia i luoghi d’origine e intraprende il rischioso viaggio della speranza con un bagaglio pieno di desideri e di paure, alla ricerca di condizioni di vita più umane. Non di rado, però, questi movimenti migratori suscitano diffidenze e ostilità, anche nelle comunità ecclesiali, prima ancora che si conoscano le storie di vita, di persecuzione o di miseria delle persone coinvolte. In tal caso, sospetti e pregiudizi si pongono in conflitto con il comandamento biblico di accogliere con rispetto e solidarietà lo straniero bisognoso.

Da una parte si avverte nel sacrario della coscienza la chiamata a toccare la miseria umana e a mettere in pratica il comandamento dell’amore che Gesù ci ha lasciato quando si è identificato con lo straniero, con chi soffre, con tutte le vittime innocenti di violenze e sfruttamento. Dall’altra, però, a causa della debolezza della nostra natura, «sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 270).

Il coraggio della fede, della speranza e della carità permette di ridurre le distanze che separano dai drammi umani. Gesù Cristo è sempre in attesa di essere riconosciuto nei migranti e nei rifugiati, nei profughi e negli esuli, e anche in questo modo ci chiama a condividere le risorse, talvolta a rinunciare a qualcosa del nostro acquisito benessere. Lo ricordava il Papa Paolo VI, dicendo che «i più favoriti devono rinunciare ad alcuni dei loro diritti per mettere con maggiore liberalità i loro beni al servizio degli altri» (Lett. ap.Octogesima adveniens, 14 maggio 1971, 23).

Del resto, il carattere multiculturale delle società odierne incoraggia la Chiesa ad assumersi nuovi impegni di solidarietà, di comunione e di evangelizzazione. I movimenti migratori, infatti, sollecitano ad approfondire e a rafforzare i valori necessari a garantire la convivenza armonica tra persone e culture. A tal fine non può bastare la semplice tolleranza, che apre la strada al rispetto delle diversità e avvia percorsi di condivisione tra persone di origini e culture differenti. Qui si innesta la vocazione della Chiesa a superare le frontiere e a favorire «il passaggio da un atteggiamento di difesa e di paura, di disinteresse o di emarginazione … ad un atteggiamento che abbia alla base la ‘cultura dell’incontro’, l’unica capace di costruire un mondo più giusto e fraterno» (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2014).

I movimenti migratori hanno tuttavia assunto tali dimensioni che solo una sistematica e fattiva collaborazione che coinvolga gli Stati e le Organizzazioni internazionali può essere in grado di regolarli efficacemente e di gestirli. In effetti, le migrazioni interpellano tutti, non solo a causa dell’entità del fenomeno, ma anche «per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose chesollevano, per le sfide drammatiche che pongono alle comunità nazionali e a quella internazionale» (Benedetto XVI, Lett. Enc.Caritas in veritate, 29 giugno 2009, 62).

Nell’agenda internazionale trovano posto frequenti dibattiti sull’opportunità, sui metodi e sulle normative per affrontare il fenomeno delle migrazioni. Vi sono organismi e istituzioni, a livello internazionale, nazionale e locale, che mettono il loro lavoro e le loro energie al servizio di quanti cercano con l’emigrazione una vita migliore. Nonostante i loro generosi e lodevoli sforzi, è necessaria un’azione più incisiva ed efficace, che si avvalga di una rete universale di collaborazione, fondata sulla tutela della dignità e della centralità di ogni persona umana. In tal modo, sarà più incisiva la lotta contro il vergognoso e criminale traffico di esseri umani, contro la violazione dei diritti fondamentali, contro tutte le forme di violenza, di sopraffazione e di riduzione in schiavitù. Lavorare insieme, però, richiede reciprocità e sinergia, con disponibilità e fiducia, ben sapendo che «nessun Paese può affrontare da solo le difficoltà connesse a questo fenomeno, che è così ampio da interessare ormai tutti i Continenti nel duplice movimento di immigrazione e di emigrazione» (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2014).

Alla globalizzazione del fenomeno migratorio occorre rispondere con la globalizzazione della carità e della cooperazione, in modo da umanizzare le condizioni dei migranti. Nel medesimo tempo, occorre intensificare gli sforzi per creare le condizioni atte a garantire una progressiva diminuzione delle ragioni che spingono interi popoli a lasciare la loro terra natale a motivo di guerre e carestie, spesso l’una causa delle altre.

Alla solidarietà verso i migranti ed i rifugiati occorre unire il coraggio e la creatività necessarie a sviluppare a livello mondiale un ordine economico-finanziario più giusto ed equo insieme ad un accresciuto impegno in favore della pace, condizione indispensabile di ogni autentico progresso.

Cari migranti e rifugiati! Voi avete un posto speciale nel cuore della Chiesa, e la aiutate ad allargare le dimensioni del suo cuore per manifestare la sua maternità verso l’intera famiglia umana. Non perdete la vostra fiducia e la vostra speranza! Pensiamo alla santa Famiglia esule in Egitto: come nel cuore materno della Vergine Maria e in quello premuroso di san Giuseppe si è conservata la fiducia che Dio mai abbandona, così in voi non manchi la medesima fiducia nel Signore. Vi affido alla loro protezione e a tutti imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 3 settembre 2014

 

FRANCESCO

MESSAGGIO PER LA GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO 2014

Martino Martini s.j. nel 4° centenario dalla nascita. Il Novus Atlas Sinensis

21 settembre 2014

http://www.pimemilano.com/index.php?l=it&idn=1809

 

Novus Atlas Sinensis di Martino Martini S.I. (Trento 1614 – Hangzhou 1661)

 

 

 

Gesuita, missionario in Cina dal 1642 alla morte, specializzato in matematica, versato negli studi di geodesia, cartografia, magnetismo e appassionato di tutto quanto costituisce il sapere scientifico del suo tempo, padre Martini lega la sua fama proprio alla sua abilità di geografo e cartografo. Il suo Novus Atlas Sinensis (1655), infatti, riscuote subito un grande successo e diventa uno straordinario strumento di conoscenza della realtà cinese, contribuendo ad aprire la strada all’esplorazione culturale e, più tardi, commerciale della Cina da parte degli europei. L’opera era destinata a restare per oltre un secolo la più importante fonte occidentale sulla geografia dell’Impero Cinese.

Nella lunga “Prefazione al lettore”, padre Martini descrive i confini geografici della Cina, analizza l’origine dei suoi nomi, tratta le difese naturali, il clima, i prodotti tipici e la geografia umana. La popolazione è descritta con molta precisione: usi, costumi, abiti, arti, abitudini alimentari, abitazioni, mezzi di trasporto, invenzioni, stili di vita. Descrive, poi, la Grande Muraglia e si dilunga a trattare l’origine “idraulica” della civiltà cinese, sviluppatasi sui due fiumi principali (Fiume Giallo e Yangzi). Inoltre fornisce brevi cenni cronologici e preziose indicazioni circa la trascrizione in caratteri latini dei nomi cinesi. Seguono le quindici tavole a colori, una per ogni provincia in cui al tempo era diviso l’impero cinese. Ogni provincia è trattata in un capitolo in cui si descrivono nei dettagli le città, la popolazione, i prodotti e le attività economiche principali, gli aspetti oroidrografici, eventuali fortezze o postazioni militari, basi di difesa costiera. L’Atlas si conclude con un elenco delle latitudini e longitudini – calcolate personalmente da p. Martini – di tutte le località citate nel testo: un contributo di valore inestimabile per la cartografia del tempo, per le conoscenze geografiche e per lo sviluppo della navigazione (e, quindi, dei commerci) in Estremo Oriente.

martino

Come se non bastasse, Martini compie la scelta abile e lungimirante, di comporre l’opera in lingua latina, a qual tempo ancora “lingua franca” in tutta Europa e di affidare la pubblicazione dell’Atlas al cartografo ufficiale della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, Jean Blaeu, di Amsterdam: non occorre altro perché diventi in breve tempo un successo editoriale senza precedenti nella storia dell’editoria europea, ambìto e ricercato da tutti coloro che sono interessati, a diverso titolo, a navigare in Estremo Oriente e a viaggiare all’interno della Cina. Negli anni successivi ne vengono stampate edizioni in varie altre lingue europee: francese e olandese (1655), tedesco (1656), spagnolo (1658-59). La prima edizione in lingua italiana del Novus Atlas Sinensis (con riproduzione anastatica anche delle tavole a colori) è stata resa disponibile a cura del Centro Studi Martino Martini dell’Università di Trento, che sta attualmente concludendo la pubblicazione dell’Opera Omnia di Martino Martini.

(tratto da : Isabella Doniselli Eramo, Martino Martini S.J., mediatore culturale tra Cina ed Europa nel XVII secolo, in Quaderni Asiatici n. 70, giugno 2005, pagg. 137-146)

 

 

Hélder Câmara. Un ritratto

27 agosto 2014
Moriva il 27 agosto di 15 anni fa Hélder Câmara, uno dei vescovi latinoamericani più amati, grazie alla sua passione per una Chiesa povera e dei poveri, alla sua attenzione per le persone e alla sua fede incarnata. Il ritratto di un pastore che può essere certamente considerato un precursore di papa Francesco in un articolo di G. Fazzini pubblicato su “Popoli”
«Il vescovo rosso Câmara sulla via della beatificazione», strillava Il Messaggero del 29 maggio scorso. Un titolo che la dice lunga su come una parte dell’opinione pubblica ha accolto la notizia dell’imminente apertura del processo canonico che potrebbe portare sugli altari dom Hélder Câmara, arcivescovo di Olinda-Recife. Tra i protagonisti della storia recente (non solo ecclesiale) dell’America Latina, Câmara stesso, per tutta la sua vita, ha dovuto fare i conti con quella pesante etichetta: «Quando do da mangiare a un povero mi chiamano santo – è una delle sue frasi passate alla storia -, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora mi chiamano comunista».
Curioso: anche papa Francesco, rispondendo alle domande di un gruppo di giovani belgi, pochi mesi fa aveva chiarito: «Ho sentito che una persona ha detto: con tutto questo parlare dei poveri, questo Papa è un comunista! No, questa è una bandiera del Vangelo, la povertà senza ideologia; i poveri sono al centro del Vangelo di Gesù».
Ecco: se c’è un motivo per cui valga la pena oggi, a 15 anni esatti dalla morte, rievocare la figura di dom Hélder – nato nel 1909 e morto il 27 agosto 1999 -, è la sua passione per i poveri, il suo straordinario impegno per rendere la Chiesa più fedele a quella di Gesù: «Una Chiesa povera per i poveri». In questo si può affermare, senza tema di smentite, che Câmara ha anticipato papa Bergoglio.
IL PICCOLO VESCOVO
Ne riceviamo ripetute conferme a Recife. La Igreja das Fronteiras, presso cui era la residenza di Câmara, è ancora oggi il cuore pulsante della sua memoria. Sulla piazza antistante una statua del «bispinho» («piccolo vescovo», com’era soprannominato), ti accoglie a braccia aperte. A lato ha sede l’Instituto dom Hélder Câmara. Qui incontriamo uno dei membri, un’anziana ma lucida signora, Bete Barbosa, che cura le pubblicazioni di Câmara: «In molti atteggiamenti e parole di papa Francesco – dice – ritroviamo accenti simili a quelli di dom Hélder. A cominciare dalla premura per le persone, per i loro bisogni».
Le fa eco Luis Tenderini, 70 anni, italiano di origine, ma in Brasile da oltre 40 anni. A lungo braccio destro di Câmara in diocesi e fondatore di Emmaus Recife su incoraggiamento dello stesso dom Hélder, ci fa da guida preziosa e racconta: «Del primo incontro personale con lui, nel luglio 1979, quando mi invitò a collaborare nell’attività pastorale, ricorderò sempre il gesto finale: terminato il colloquio, mi accompagnò al portone d’uscita, aspettando che girassi l’angolo prima di rientrare. Più tardi ho scoperto che faceva la stessa cosa con chiunque lo visitasse».
Un altro tratto che accomuna decisamente l’attuale Papa e il «vescovo rosso» è lo stile di sobrietà estrema e la distanza siderale da quella mondanità che Bergoglio non smette di indicare come uno dei mali della Chiesa attuale. Oggi fa colpo la decisione di Francesco di vivere in un modesto alloggio a Santa Marta, rinunciando al tradizionale appartamento pontificio. Ma dom Câmara aveva fatto lo stesso, anni prima, decidendo di prendere dimora in due modesti locali adiacenti alla Igreja das Fronteiras (vedi sotto).
Anche la tomba di Câmara parla di essenzialità: una semplice lastra di marmo chiaro, su cui sono incisi solo il nome e le date di nascita e morte, con una colomba stilizzata. È collocata nella cattedrale di Olinda, antica città coloniale a pochi chilometri da Recife. Da quella chiesa, oggi meta di pellegrini e turisti, si gode una vista spettacolare sulla città sottostante e sull’intera baia.
Ancora. Papa Bergoglio parla dei poveri come della «carne di Cristo». Câmara, per tutta la sua vita, ha manifestato una premura per gli ultimi che, prima ancora di assumere i toni della denuncia sociale, si configurava come attenzione alle persone in gesti semplici. In proposito, ecco una preziosa testimonianza di Marcelo Barros, abate benedettino e teologo della liberazione, collaboratore di dom Hélder per 12 anni: «In ogni fratello e sorella che incontrava lui vedeva la presenza divina – ha scritto tempo fa su Nigrizia -. Una volta alla settimana ci riunivamo a casa sua. Mentre parlavamo, molte persone bussavano alla porta. Egli stesso si alzava e le riceveva. A volte si dilungava nell’ascolto. Diceva: “Ci tengo a riceverli personalmente, perché non voglio perdere il privilegio di accogliere il Signore stesso”».
PROTAGONISTA DEL CONCILIO
È interessante osservare come, al pari di Oscar Romero, altro gigante della Chiesa latinoamericana, anche monsignor Câmara abbia percorso un cammino personale di «conversione», prima di prendere le posizioni coraggiose che conosciamo. Nato in una famiglia numerosa, era cresciuto in un ambiente ecclesiale piuttosto conservatore. Ordinato sacerdote nel 1931, si converte ai poveri quando, nel 1952, diventa ausiliare del cardinale di Rio de Janeiro: è in quel periodo che il giovane e dinamico vescovo si conquista sul campo il soprannome di «vescovo delle favelas».
Il carisma di dom Hélder si dilata presto fuori dai confini della città. Nel 1952 è tra i promotori della Conferenza episcopale brasiliana, di cui diventa segretario per 12 anni. Tre anni dopo, lancia la convocazione a Rio della prima Conferenza dei vescovi latino-americani, da cui nascerà il Celam (Consiglio episcopale latinoamericano).
Nel 1964 – anno del golpe che instaura il regime militare in Brasile – Câmara viene nominato arcivescovo di Recife, capitale del Pernambuco, nel Nord-Est, la regione più povera del Paese. Il giorno dell’ingresso ufficiale, il nuovo arcivescovo non vuole essere accolto dentro la cattedrale, ma sulla piazza, in mezzo alla gente. Negli anni successivi l’impegno di dom Hélder a servizio dei più deboli continuerà senza sosta, con prese di posizione coraggiose che lo renderanno famoso in tutto il mondo. Una frase riassume efficacemente il senso profondamente evangelico delle sue battaglie: «La rivoluzione sociale di cui il mondo ha bisogno non è un colpo di Stato, non è una guerra. È una trasformazione profonda e radicale che suppone Grazia divina».
Pur senza prendere mai la parola durante le sessioni di lavoro, fu uno dei protagonisti del Concilio Vaticano II, tra gli ispiratori del famoso «Patto delle catacombe»; per comprenderne il ruolo cruciale basta leggere le sue circolari raccolte in Roma, due del mattino (San Paolo 2011). Nel 1970 il Sunday Times arrivò a definire dom Hélder «l’uomo più influente dell’America Latina dopo Fidel Castro».
Il paradosso è che l’interessato non aveva progettato una «carriera» da profeta. Anzi, all’età di 34 anni, in un momento di sconforto, aveva scritto: «Attraverserò la vita senza lasciare nessun segno incisivo. Guarderò da lontano san Francesco Saverio senza poterlo imitare. Ancor più da lontano guarderò san Francesco d’Assisi. Al mio funerale qualcuno dirà che non ho prodotto tutto quello che avrei potuto produrre».
Oggi sappiamo bene che non è così: Câmara, infatti, va annoverato fra coloro che hanno impresso una svolta decisiva alla Chiesa del nostro tempo. Bastino queste ultime parole a mostrarne l’attualità: «Se Marx avesse visto intorno a sé una Chiesa incarnata, continuatrice dell’incarnazione di Cristo; se avesse vissuto con cristiani che amavano, in modo reale e con i fatti, gli uomini come espressione per eccellenza dell’amore di Dio, se avesse vissuto nei giorni del Vaticano II, che ha riassunto tutto ciò che di meglio dice e insegna la teologia circa le realtà terrene, Marx non avrebbe presentato la religione come l’oppio dei popoli e la Chiesa come alienata e alienante».
Gerolamo Fazzini
 
I PREMI E L’AMACA
La canonica di dom Hélder Câmara oggi è diventata un museo. Più ancora della cattedrale di Olinda, dove si trova la tomba, è lì che ogni domenica una piccola folla si raduna per vedere il piccolo studio del bispinho, con la biblioteca (dove campeggiano ancora volumi di Guitton, De Lubac, M.L. King, Frère Schutz, Garaudy) e la camera, dove ancora è appesa la coloratissima amaca che egli usava negli ultimi tempi per dormire.
Al piano superiore è stata allestita da poco tempo un’esposizione permanente di oggetti che raccontano la vita intensa di questo personaggio, tra le voci più autorevoli al mondo nella denuncia delle ingiustizie e del sottosviluppo. Lo attestano i numerosissimi riconoscimenti internazionali, dalle medaglie alle cittadinanze onorarie, alle lauree honoris causa di svariate istituzioni accademiche di tutto il mondo, conservati nel piccolo museo.

Il tweet del Papa

23 agosto 2014

Un cristiano sa dare. La sua vita è piena di atti generosi – ma nascosti – verso il prossimo.

23 agosto 2014, h 11,20

San Francesco di Sales. Il patrono dei blogger cattolici

3 luglio 2014

Un santo che non si risparmiava sulla verità detta in modo da poter essere compresa e accolta da tutti. Ecco in due parole il ritratto di Francesco di Sales, Dottore della Chiesa, vescovo di Ginevra, vissuto con i cattolici in minoranza in mezzo ai calvinisti che non volevano ascoltarlo, eppure non potevano farne a meno. Un evangelizzatore che pur di far arrivare il suo messaggio utilizzava i “nuovi media” della sua epoca, i fogli stampati e distribuiti nelle case per “disseminarli” tra il popolo, scritti “facili e di gradita lettura”. 
Ha detto Antonio Spadaro, direttore di Civiltà cattolica: «Il modello che abbiamo davanti agli occhi, quello di Francesco di Sales, dunque è quello di un giornalismo che comunica passione e ha un intento di coinvolgimento, partecipazione, formazione. La stessa attenzione alla “verità” non è una semplice e fredda attenzione alla “oggettività” o alla “neutralità”, ma alla comprensione del valore delle cose». 
Rileggiamo alcune delle massime di Francesco di Sales tratte dalla sua Opera omnia, e meditiamole, ricordando che il 26 gennaio 1923 in occasione del III centenario della morte del santo, Pio XI lo commemorò con l’enciclica Rerum Omnium Perturbationem, e lo proclamò non tanto “Patrono dei giornalisti” – come tutti usano dire – ma specialmente di “tutti quei cattolici che, con la pubblicazione o di giornali o dialtri scritti illustranopromuovono difendono la cristiana dottrina”. Ben a ragione quindi san Francesco di Sales dev’essere invocato come patrono dei blogger cattolici:

..vorremmo che … precipuo vantaggio ritraessero tutti quei cattolici, che con la pubblicazione o di giornali o di altri scritti illustrano, promuovono e difendono la cristiana dottrina. Ad essi è necessario, nelle discussioni, imitare e mantenere quel vigore, congiunto con moderazione e carità, tutto proprio di Francesco. Egli, infatti, con il suo esempio, insegna loro chiaramente la condotta da tenere. Innanzi tuttostudino con somma diligenza e giungano, per quanto possono, a possedere la dottrina cattolica; si guardino dal venir meno alla verità, né, con il pretesto di evitare l’offesa degli avversari, la attenuino o la dissimulino; abbiano cura della stessa forma ed eleganza del dire, e si studino di esprimere i pensieri con la perspicuità e l’ornamento delle parole, in maniera che i lettori si dilettino della verità. Se si presenta il caso di combattere gli avversari, sappiano, sì, confutare gli errori e resistere alla improbità dei perversi, ma in modo da dare a conoscere di essere animati da rettitudine e soprattutto mossi dalla carità. E poiché non consta che il Sales sia stato dato a Patrono dei ricordati scrittori cattolici con pubblico e solenne documento di questa Apostolica Sede, Noi, cogliendo questa fausta occasione, di certa scienza e con matura deliberazione, con la Nostra apostolica autorità diamo o confermiamo, e dichiariamo, mediante questa Lettera Enciclica, San Francesco di Sales, vescovo di Ginevra e Dottore della Chiesa, celeste Patrono di essi tutti, nonostante qualsiasi cosa in contrario.

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Venerdì Santo: Colletta per la Terra Santa

18 aprile 2014

 

Durante la cerimonia della Passione del Venerdì Santo è tradizione, in tutte le chiese del mondo raccogliere le offerte per la Terra Santa.

“Ogni giorno i Cristiani in varie regioni del Medio Oriente s’interrogano se restare o emigrare: vivono nell’insicurezza o subiscono violenza, talora, per il solo fatto di professare la loro e nostra fede. Ogni giorno ci sono fratelli e sorelle che resistono, scegliendo di restare là dove Dio ha compiuto in Cristo il disegno della universale riconciliazione”.

È quanto si legge nel messaggio per la “Collecta pro Terra Sancta” diffuso dalla Congregazione Vaticana per le Chiese Orientali.

Le Comunità Cattoliche di Terra Santa, grazie alla Colletta del Venerdì Santo, “riceveranno il sostegno per essere vicine ai poveri e ai sofferenti senza distinzione di credo o di etnia. Le parrocchie manterranno aperte le porte a ogni bisogno; così le scuole, ove Cristiani e Musulmani insieme preparano un futuro di rispetto e collaborazione; gli ospedali e ambulatori, gli ospizi e i centri di ritrovo continueranno a offrire la loro assistenza, affinché nello smarrimento di questi nostri giorni, la carità ecclesiale faccia risuonare la parola di Gesù: Coraggio… non temete”.

37° Convegno Nazionale delle Caritas Diocesane. Canale per seguire in diretta streaming

2 aprile 2014

 

 

Materiali ed interventi pubblicati

http://www.caritas.it/home_page/agenda/00004362_37__

Convegno_nazionale_delle_Caritas_diocesane.html

Martyria. Testo della Via crucis dei missionari martiri. 22^ Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri.

24 marzo 2014

Testo della via crucis con le meditazioni per i missionari martiri

http://www.giovani.missioitalia.it/images/materiale/Via_Crucis_Martiri_2014_libretto-1.pdf

Per il 2014, il tema Martyria vuole essere un richiamo alla dimensione essenziale dell’esperienza di fede: annunciare il Vangelo è la missione che il Signore Gesù ha affidato alla Chiesa e a ciascun credente. Tutti infatti siamo chiamati a testimoniare la nostra fede, a raccontare il nostro incontro col Risorto, a sopportare ogni sorta di tribolazione pur di trasmettere la Buona Notizia che noi stessi abbiamo ricevuto da altri. Papa Francesco, sin dall’inizio del suo pontificato, ci esorta ad attraversare le periferie: Martyria è dunque uscire da se stessi, per entrare nella casa dei poveri e rinascere con Lui ogni giorno attraverso un annuncio che instancabilmente ci spinge sulle strade del mondo!

Discorso di papa Francesco ai membri della Plenaria del Pontificio Consiglio degli Operatori Sanitari

24 marzo 2014

Sala Clementina
Lunedì, 24 marzo 2014

Cari fratelli e sorelle,

vi do il benvenuto in occasione della vostra Sessione Plenaria, e ringrazio Mons. Zimowski per le sue parole. A ciascuno di voi va la riconoscenza del Vescovo di Roma per l’impegno che ponete verso tanti fratelli e sorelle che portano il peso della malattia, della disabilità, di un’anzianità difficile.

Il vostro lavoro di questi giorni prende spunto da quanto il beato Giovanni Paolo II, trent’anni or sono, affermava circa la sofferenza nella Lettera apostolica Salvifici doloris: «Fare del bene con la sofferenza e fare del bene a chi soffre» (n. 30). Queste parole egli le ha vissute, le ha testimoniate in maniera esemplare. Il suo è stato un magistero vivente, che il Popolo di Dio ha ricambiato con tanto affetto e tanta venerazione, riconoscendo che Dio era con lui.

E’ vero, infatti, che anche nella sofferenza nessuno è mai solo, perché Dio nel suo amore misericordioso per l’uomo e per il mondo abbraccia anche le situazioni più disumane, nelle quali l’immagine del Creatore presente in ogni persona appare offuscata o sfigurata. Così è stato per Gesù nella sua Passione. In Lui ogni dolore umano, ogni angoscia, ogni patimento è stato assunto per amore, per la pura volontà di esserci vicino, di essere con noi. E qui, nella Passione di Gesù, c’è la più grande scuola per chiunque voglia dedicarsi al servizio dei fratelli malati e sofferenti.

L’esperienza della condivisione fraterna con chi soffre ci apre alla vera bellezza della vita umana, che comprende la sua fragilità. Nella custodia e nella promozione della vita, in qualunque stadio e condizione si trovi, possiamo riconoscere la dignità e il valore di ogni singolo essere umano, dal concepimento fino alla morte.

Domani celebreremo la Solennità dell’Annunciazione del Signore. «Ad accogliere “la Vita” a nome di tutti e a vantaggio di tutti è stata Maria, la Vergine Madre, la quale ha quindi legami personali strettissimi con il Vangelo della vita» (Giovanni Paolo II, Lett. enc. Evangelium vitae, 102). Maria ha offerto la propria esistenza, ha messo tutta se stessa a disposizione della volontà di Dio, diventando “luogo” della sua presenza, “luogo” in cui dimora il Figlio di Dio.

Cari amici, nel quotidiano svolgimento del nostro servizio, teniamo sempre presente la carne di Cristo presente nei poveri, nei sofferenti, nei bambini, anche indesiderati, nelle persone con handicap fisici o psichici, negli anziani.

Per questo invoco su ciascuno di voi, su tutte le persone ammalate e sofferenti con le loro famiglie, come su tutti coloro che se ne prendono cura, la materna protezione di Maria, Salus infirmorum, affinché illumini la vostra riflessione e la vostra azione nell’opera della difesa e della promozione della vita e nella pastorale della salute. Il Signore vi benedica.

 

Presentazione del Global Freedom Network nella sala Stampa Vaticana

17 marzo 2014

NUOVA INIZIATIVA DELLE CONFESSIONI RELIGIOSE PER SRADICARE

LA SCHIAVITÙ MODERNA E LA TRATTA DI ESSERI UMANI ENTRO IL 202O

Città del Vaticano,1 lunedì 17 marzo 2014 — Sradicare la schiavitù moderna e la tratta di esseri umani in tutto il mondo entro il 2020 è l’obiettivo di un accordo rivoluzionario annunciato oggi in Vaticano. Questo accordo senza precedenti tra i rappresentanti delle principali confessioni religiose inaugura il Global Freedom Network (GFN) che ha come partner principale anche la Walk Free Foundation.

Il memorandum di intesa e la dichiarazione comune che istituisce il Global Freedom Network ha avuto i seguenti firmatari:

 – Per conto di Sua Santità, Papa Francesco
Monsignor Marcelo Sánchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali

– Per conto del grande Imam di Al Azhar, Egitto
Dr Mahmoud Azab

– Per conto dell’arcivescovo di Canterbury, il rev.mo Justin Welby
Il rev.mo Sir David John Moxon, suo rappresentante presso la Santa Sede

– Per conto della Walk Free Foundation
Andrew Forrest, fondatore.

La dichiarazione comune resa dai firmatari del Global Freedom Network ha evidenziato la violenta capacità distruttiva della schiavitù moderna e della tratta di esseri umani e ha invitato le altre chiese cristiane e confessioni religiose del mondo a intervenire. Il Global Freedom Network è un’associazione aperta e altri leader spirituali saranno invitati a aderire a questa iniziativa e a sostenerla.

 DICHIARAZIONE COMUNE

La schiavitù moderna e la tratta di esseri umani sono un crimine contro l’umanità.

Lo sfruttamento fisico, economico e sessuale di uomini, donne e bambini condanna 30 milioni di persone alla deumanizzazione e al degrado. Ogni giorno in cui continuiamo a tollerare questa situazione violiamo la nostra umanità comune e offendiamo le coscienze di tutti i popoli.

Ogni forma di indifferenza nei confronti delle vittime di sfruttamento deve cessare. Invitiamo tutti i fedeli e i loro leader, tutti i governi e le persone di buona volontà a aderire al movimento contro la schiavitù moderna e la tratta di esseri umani e a sostenere il Global Freedom Network.

Solo attuando, in tutto il mondo, gli ideali della fede e i valori umani condivisi possiamo condurre il potere spirituale, lo sforzo congiunto e l’idea di liberazione a sradicare definitivamente la schiavitù moderna e la tratta di essere umani dal nostro mondo. Il male è opera dell’uomo è può essere combattuto da una volontà ispirata dalla fede e dall’impegno umano.

Ringraziamo coloro che sono già impegnati in questa battaglia e speriamo vivamente che questo nuovo progetto serva da ulteriore incoraggiamento per il loro impegno a favore della libertà dei nostri fratelli e sorelle più oppressi.

Nonostante gli sforzi di moltissime persone in tantissimi paesi, la schiavitù moderna e la tratta di esseri umani continuano a crescere. Le vittime sono tenute nascoste: in luoghi di prostituzione, in stabilimenti e nelle campagne, su pescherecci e strutture illegali, in case private dietro porte chiuse e in molti altri luoghi, in città, villaggi e bidonville delle nazioni più ricche e più povere del pianeta.

Il Global Freedom Network si avvarrà degli strumenti della fede: la preghiera, il digiuno e la carità. Ci sarà una giornata di preghiera per le vittime e per la loro libertà. Tutti i fedeli e le persone di buona volontà saranno invitati a meditare e ad agire. Delle reti di preghiera specifiche saranno costituite in tutte le parti del mondo.

Nel quadro dell’accordo, tutte le parti si impegnano a percorrere tutte le strade possibili per stimolare l’azione globale e sradicare la schiavitù moderna e la tratta di esseri umani. Nel primo anno saranno messi a punto dei piani per invitare:

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Video: Sulla via di Damasco, Venti anni con Nuovi Orizzonti

8 febbraio 2014

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-
e641e51c-2ab7-4b04-b582-ba887b3f6450.html

Nel ricordo di don Andrea Santoro. “La Chiesa altrove”

7 febbraio 2014

“Non c’è dono di Gesù, dell’amore del Padre che non passi attraverso una moneta, che è il dono della nostra vita, che è il dono di amare oltre misura, amando anche chi non ci ama, servendo chi non ci serve, dando la vita a chi a volte ce la rende impossibile” A. Santoro

Per ricordare don Andrea Santoro, ucciso in Turchia otto anni fa

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46° Anniversario della Comunità d s. Egidio. Omelia di mons. Becciu

7 febbraio 2014

Omelia di Mons. Giovanni Angelo Becciu,

Sostituto della Segreteria di Stato

Cari fratelli e sorelle,

vi ringrazio per avermi invitato a celebrare la Liturgia. È per me una grande gioia poter essere con voi in questa Basilica Lateranense dove ci raduna un sentimento di riconoscenza per i quarantasei anni della Comunità di Sant’Egidio. Diverse storie ci portano qui, ma unanime è il sentimento: la gratitudine a Dio per aver suscitato nella nostra città di Roma un’esperienza così viva di Vangelo, come riposta all’esigenza del Concilio Vaticano II di una Chiesa povera e per i poveri. (more…)

Superare i pregiudizi sui rifugiati

25 gennaio 2014

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem
-728b5471-3f9f-4500-9c5c-99e982920bcb.html

Messaggio del Papa per la XXII Giornata Mondiale del Malato

9 dicembre 2013

Fede e carità: «Anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3,16)

Cari fratelli e sorelle,

1. In occasione della XXII Giornata Mondiale del Malato, che quest’anno ha come tema Fede e carità: «Anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3,16), mi rivolgo in modo particolare alle persone ammalate e a tutti coloro che prestano loro assistenza e curaLa Chiesa riconosce in voi, cari ammalati, una speciale presenza di Cristo sofferente. E’ così: accanto, anzi, dentro la nostra sofferenza c’è quella di Gesù, che ne porta insieme a noi il peso e ne rivela il senso. Quando il Figlio di Dio è salito sulla croce ha distrutto la solitudine della sofferenza e ne ha illuminato l’oscurità. Siamo posti in tal modo dinanzi al mistero dell’amore di Dio per noi, che ci infonde speranza e coraggio: speranza, perché nel disegno d’amore di Dio anche la notte del dolore si apre alla luce pasquale; e coraggio, per affrontare ogni avversità in sua compagnia, uniti a Lui.

2. Il Figlio di Dio fatto uomo non ha tolto dall’esperienza umana la malattia e la sofferenza, ma, assumendole in sé, le ha trasformate e ridimensionate. Ridimensionate, perché non hanno più l’ultima parola, che invece è la vita nuova in pienezza; trasformate, perché in unione a Cristo da negative possono diventare positive. Gesù è la via, e con il suo Spirito possiamo seguirlo. Come il Padre ha donato il Figlio per amore, e il Figlio ha donato se stesso per lo stesso amore, anche noi possiamo amare gli altri come Dio ha amato noi, dando la vita per i fratelli. La fede nel Dio buono diventa bontà, la fede nel Cristo Crocifisso diventa forza di amare fino alla fine e anche i nemici. La prova della fede autentica in Cristo è il dono di sé diffondersi dell’amore per il prossimo, specialmente per chi non lo merita, per chi soffre, per chi è emarginato.

3. In forza del Battesimo e della Confermazione siamo chiamati a conformarci a Cristo, Buon Samaritano di tutti i sofferenti. «In questo abbiamo conosciuto l’amore; nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3,16). Quando ci accostiamo con tenerezza a coloro che sono bisognosi di cure, portiamo la speranza e il sorriso di Dio nelle contraddizioni del mondo. Quando la dedizione generosa verso gli altri diventa lo stile delle nostre azioni, facciamo spazio al Cuore di Cristo e ne siamo riscaldati, offrendo così il nostro contributo all’avvento del Regno di Dio.

4. Per crescere nella tenerezza, nella carità rispettosa e delicata, noi abbiamo un modello cristiano a cui dirigere con sicurezza lo sguardo. È la Madre di Gesù e Madre nostra, attenta alla voce di Dio e ai bisogni e difficoltà dei suoi figli. Maria, spinta dalla divina misericordia che in lei si fa carne, dimentica se stessa  e si incammina in fretta dalla Galilea alla Giudea per incontrare e aiutare la cugina Elisabetta; intercede presso il suo Figlio alle nozze di Cana, quando vede che viene a mancare il vino della festa; porta nel suo cuore, lungo il pellegrinaggio della vita, le parole del vecchio Simeone che le preannunciano una spada che trafiggerà la sua anima, e con fortezza rimane ai piedi della Croce di Gesù. Lei sa come si fa questa strada e per questo è la Madre di tutti i malati e i sofferenti. Possiamo ricorrere fiduciosi a lei con filiale devozione, sicuri che ci assisterà, ci sosterrà e non ci abbandonerà. È la Madre del Crocifisso Risorto: rimane accanto alle nostre croci e ci accompagna nel cammino verso la risurrezione e la vita piena.

5. San Giovanni, il discepolo che stava con Maria ai piedi della Croce, ci fa risalire alle sorgenti della fede e della carità, al cuore di Dio che «è amore» (1 Gv 4,8.16), e ci ricorda che non possiamo amare Dio se non amiamo i fratelli. Chi sta sotto la Croce con Maria, impara ad amare come Gesù. La Croce «è la certezza dell’amore fedele di Dio per noi. Un amore così grande che entra nel nostro peccato e lo perdona, entra nella nostra sofferenza e ci dona la forza per portarla, entra anche nella morte per vincerla e salvarci…La Croce di Cristo invita anche a lasciarci contagiare da questo amore, ci insegna a guardare sempre l’altro con misericordia e amore, soprattutto chi soffre, chi ha bisogno di aiuto» (Via Crucis con i giovani, Rio de Janeiro, 26 luglio 2013).

Affido questa XXII Giornata Mondiale del Malato all’intercessione di Maria, affinché aiuti le persone ammalate a vivere la propria sofferenza in comunione con Gesù Cristo, e sostenga coloro che se ne prendono cura. A tutti, malati, operatori sanitari e volontari, imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 6 dicembre 2013

FRANCESCO

Video: Sulla via di Damasco, Immigrazione

13 novembre 2013

http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#day=2013-
11-09&ch=2&v=288798&vd=2013-11-09&vc=2

Ad Assisi formazione missionaria per una “Chiesa di strada”

4 settembre 2013

Al via l’11esima Settimana nazionale di Spiritualità organizzata dalla Cei

di Domenico Agasso jr

Torino, 28/08/2013

È iniziata l’altro ieri ad Assisi l’11esima Settimana nazionale di Formazione e Spiritualità missionaria, organizzata dalla Conferenza episcopale italiana (Cei). Il tema di quest’edizione, che terminerà sabato, è “Sulle strade del mondo – Con il Vangelo nelle ricerche degli uomini”.

La Settimana, “che torna ora alla sede originaria di Assisi – spiegano dalla Cei (Ufficio nazionale per la Cooperazione missionaria tra le Chiese) – intende approfondire il tema scelto per l’anno pastorale successivo, che nel 2013-2014 sarà ‘Sulle strade del mondo’”; e dalla Cei sottolineano “la seconda parte del titolo: le strade ‘del mondo’, non immediatamente quelle ‘cristiane’ o ‘ecclesiali’”.

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Madre Teresa di Calcutta

26 agosto 2013

Madre  Teresa

“Essere cattolica ha per me un’importanza totale, assoluta. Siamo a completa disposizione della Chiesa. Professiamo un grande amore, profondo e personale, per il Santo Padre… Dobbiamo attestare la verità del Vangelo, proclamando la parola di Dio senza timore, apertamente, chiaramente, secondo quanto insegna la Chiesa”.

Il 26 agosto del 1910 nasce a Skopje in Jugoslavia Gonxha  Bojaxhiu, Madre Teresa di Calcutta.

Di famiglia fortemente cattolica, intorno al 1928, Madre Teresa di Calcutta si reca è a Dublino dalle Suore di Nostra Signora di Loreto, la cui Regola si ispira al tipo di spiritualità indicato negli “Esercizi spirituali” di Sant’Ignazio di Loyola.

Lentamente, Madre Teresa di Calcutta capisce che la sua missione è  quella di portare aiuto ai bisognosi così la sua Superiora la manda  in India, a Darjeeling, città situata ai portare aiuto ai bisognosi dell’Himalaia, dove, il 24 maggio 1929, ha inizio il suo noviziato.

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L’ottava opera di misericordia

12 agosto 2013

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Ho trovato un’ottava opera di misericordia: rallegrare le persone tristi!

Autore: Julie Lavergne

Fonte:http://www.qumran2.net/ritagli/index.php?ritaglio=8470

Madre Speranza di Gesù Alhama Valera

10 agosto 2013

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Madre Speranza di Gesù Alhama Valera,

fondatrice dei Figli e delle Ancelle

dell’Amore Misericordioso, serva di Dio.

 

4° ed ultima PARTE

IL PROCESSO DI CANONIZZAZIONE

  • 8 febbraio 1983: Giorno della morte di Madre Speranza.
  •  24 aprile 1988: Apertura del Processo diocesano nella diocesi di Orvieto-Todi.
  •  11 febbraio 1990: Chiusura del Processo diocesano nella diocesi di Orvieto-Todi.
  •  12 giugno 1992: A Roma la Congregazione delle Cause dei Santi concede il Decreto di validità giuridica degli atti del Processo Diocesano
  •  12 giugno 1993: Consegna alla Congregazione delle Cause dei Santi della Positio sulla vita e le virtù di Madre Speranza.
  •  25/5-16/7 2001: Processo diocesano a Vigevano su presunto miracolo per guarigione di un bambino
  •  11 gennaio 2002: Il congresso dei sette Consultori-teologi si esprime con voto unanime e favorevole (7/7) sulle virtù eroiche della Madre
  •  25 gennaio 2002: La Congregazione delle Cause dei santi riconosce la validità giuridica del Processo diocesano di Vigevano.
  •  5 marzo 2002: Il Congresso dei cardinali conferma con voto concorde ed affermativo il parere dei Teologi
  •  23 aprile 2002: Giunge il Decreto sulle virtù, letto alla presenza di Giovanni Paolo II nella Sala Clementina, il 23 aprile 2002: esso offriva una sintesi della vita e dell’opera della Serva di Dio; descriveva la ricchezza della sua dimensione spirituale e morale; sanciva la eroicità delle sue virtù teologali e cardinali; e le attribuiva il titolo di Venerabile.
  • 1° aprile 2004: Una prima Consulta Medica esamina gli atti del Processo di Vigevano e all’unanimità (5/5), non li ritiene sufficienti.
  •  3 marzo 2012: La Congregazione delle Cause dei Santi, presa visione della nuova documentazione presentata sul presunto miracolo, concede di accedere a una seconda Consulta Medica.
  •  14 giugno 2012: La seconda Consulta Medica arriva alle seguenti definizioni conclusive: «Diagnosi: intolleranza alimentare multipla alle proteine (7/7). Prognosi: riservata “quoad vitam” e “quoad valetudinem” (7/7). Terapia (dietetica): adeguata ma inefficace (5/7); adeguata ed efficace (2/7). Guarigione: molto rapida completa e duratura, non spiegabile “quoad modum” (5/7); progressiva completa e duratura, spiegabile con le conoscenze scientifiche attuali (2/7)».
  • 17 novembre 2012: Il Congresso dei sette Consultori Teologi si esprime con voto affermativo e unanime (7/7)
  • 18 giugno 2013: Il Congresso dei cardinali conferma con voto concorde ed affermativo il parere dei Teologi e dei Medici5 luglio 2013: Si approdava così, dopo tante peripezie processuali, al Decreto per la Beatificazione della Venerabile Madre Speranza Alhama Valera, che, da questo momento, la Chiesa ritiene beata. Il Decreto è firmato – con il consenso di Papa Francesco – dal Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, il Cardinale Angelo Amato SDB.

Interno del Santuario dell’Amore Misericordioso – Gesù è rappresentato ancora vivo sulla croce, con lo sguardo rivolto al cielo, mentre supplica il Padre: ” Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”. (Valeria Vezzil)

«Il Signore mi ha quasi obbligata ad aspirare  alla maggior perfezione, perché possa chiedermi quello che vuole.

Per animarmi a questo, devo ricorrere a tutti i mezzi, e il primo è di animarmi a far cose grandi per Lui, costi quel che costi»

Madre Speranza, 5 gennaio 1929

FINE

fonte: http://www.collevalenza.it/Madre.htm

Video: A sua immagine, Il papa a Lampedusa

10 agosto 2013

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-eba0
1fa3-65be-4478-8d6a-c8601ed08142.html#p=0

Madre Speranza di Gesù Alhama Valera

8 agosto 2013

madre speranza repertorio

Madre Speranza di Gesù Alhama Valera,

fondatrice dei Figli e delle Ancelle

dell’Amore Misericordioso, serva di Dio.

«Questa notte l’ho passata distratta (nel suo linguaggio vuol dire in estasi), il buon Gesù mi ha detto che vuol servirsi di me per cose grandi;

ho risposto che sono disposta a tutto, ma mi sento inutile e incapace a far niente di buono.

Mi ha risposto che vuol servirsi della mia nullità,

affinché si veda che é Lui che fa cose grandi e di tanto bene alla Chiesa e alle anime».

Madre Speranza, 2 gennaio 1928.

3° PARTE

Il Santuario dell’A.M.

Madre Speranza dagli anni 50 cominciò a concretizzare il progetto che già nel maggio 1949 aveva compreso essere volontà di Dio: la costruzione di un Santuario dedicato all’A.M. e delle opere annesse.

Presso il Santuario Madre Speranza consumò la sua vita, fino alla fine, essendo l’anima dell’annuncio dell’A.M. in questo Tempio. Questa fu la sua ultima “missione” o, meglio, “la sua missione”, la sua opera definitiva. In questo luogo fu “flauta” che suona (come era solita definirsi) e anima che si consuma per far conoscere a tutti che Dio è un Padre che ama, perdona, dimentica e non tiene in conto i peccati dei suoi figli quando li vede pentiti. Ogni giorno riceveva dalle cento alle centoventi persone, una per una, ascoltando, consolando ed infondendo speranza in tutti.

In una sua orazione composta per il Santuario, pregava: “Fa, Gesù mio, che a questo Santuario vengano persone dal mondo intero, non solo con il desiderio di guarire nel corpo dalle malattie più dolorose e strane, ma per curare la propria anima dalla lebbra del peccato mortale ed abituale… e fa, Gesù mio, che tutti vedano in Te non un giudice severo ma un Padre pieno di amore e di misericordia che non tiene in conto le debolezze dei suoi figli, le dimentica e le perdona”.

Il 22 novembre 1981 fu una giornata di gioia indefinibile per Madre Speranza e per Collevalenza per la venuta al Santuario del Santo Padre il Papa Giovanni Paolo II che ebbe modo di incontrare anche Madre Speranza Il 17 aprile 1982 il Santuario ottenne il riconoscimento a “Basilica minore”.

Santuario-dellAmore-Misericordioso

 La morte

Presso il Santuario, Madre Speranza fissò la sua residenza e qui visse fino al giorno della sua morte: 8 febbraio 1983. Aveva lasciato scritto questo suo desiderio: “Supplico i miei Figli e le mie Figlie che, di comune accordo, mi vogliano concedere una grazia da me tanto desiderata e precisamente: se il buon Gesù mi concede di poter consumare la mia vita qui, vicino al Suo Santuario, io vorrei che Voi lasciaste i resti di questa povera creatura il più vicino possibile a questo Santuario perché desidero che si consumino vicino ad esso come fortunatamente si sta consumando tutta la mia vita a servizio del medesimo”. La sua salma è tumulata nella Cripta del Santuario dell’A.M. per la benevolenza della Chiesa e per il riconoscimento da parte dello Stato italiano delle particolari benemerenze di Madre Speranza.

La missione

All’età di dodici anni, come raccontò la stessa Madre Speranza, avvenne un episodio che vedeva protagonista Santa Teresa del Bambino Gesù e che influì in un modo determinante nella sua spiritualità e diede un indirizzo alla sua vita. Questa la esortò ad impegnarsi per diffondere nel mondo la devozione dell’A.M., come anche lei aveva fatto in tutta la sua vita.

Ormai religiosa, probabilmente dalla seconda metà degli anni 20, Madre Speranza collaborò con il Padre Juan Gónzalez Arintero per la devozione all’A.M. che si stava diffondendo nel mondo. Per Madre Speranza questa fu un’esperienza vitale, che segnò e diede l’impronta a tutta la sua esistenza e alla sua missione. Ma anche per lei sarà un graduale cammino, al quale il Signore la spronerà perché diventi sempre più trasparenza del suo amore e della sua misericordia, come ella stessa scrisse nel suo diario il 7 febbraio del 1928. Per mantenere l’anonimato anche Madre Speranza firmò i suoi scritti con lo pseudonimo “Sulamitis”. Per il Padre Arintero e Madre Speranza, creature scelte dal Signore per divulgare la devozione e la dottrina dell’A.M., non si trattò certamente di inventare una dottrina nuova, ma di raccogliere la preziosa eredità di tanti altri che, nel corso dei secoli, furono chiamati dal Signore a preparare, per questi nostri tempi, una particolare rivelazione della misericordia di Dio. Emerge da tutto questo una idea dell’infinito amore di Dio per l’uomo che, nel suo provvidenziale disegno di salvezza, grazie alla generosità di tante creature, nel corso dei secoli, è andato annunciando la manifestazione della sua infinita misericordia.

Luogo privilegiato per questo annuncio rimarrà per Madre Speranza e per l’intera Famiglia religiosa il Santuario dell’A.M. di Collevalenza.

Ancora oggi Madre Speranza continua ad essere annuncio per le migliaia di pellegrini che arrivano a Collevalenza da ogni parte.

Padre Bartolomeo Sorge sj così sintetizza la nuova “missione” di Madre Speranza e della sua Famiglia Religiosa: “Davanti a quella tomba, non mi stanco di guardare al di là di ciò che rappresenta, perché vedo in essa il simbolo del futuro cammino della Chiesa. Quella tomba sintetizza mirabilmente il legame tra il carisma di Madre Speranza e la storia dei tempi nuovi. Perché? Arrivando a Collevalenza noi ammiriamo questa grande Basilica; è bella, è degna della gloria di Dio, immagine della Chiesa protesa verso il Cielo, una Chiesa dove gli uomini vanno e vengono in gran numero; è accogliente, aperta al mondo, nuova, nella quale tutti si sentono come in famiglia, accolti dai Figli e dalle Ancelle dell’A.M. attraverso un servizio sorridente e delicato. Ammiriamo questo tempio, questo “trionfo” come diceva Madre Speranza, e non ci rendiamo conto di che cosa sta succedendo nella Cripta. “Cripta”, per definizione, si intende il luogo più nascosto, più basso di tutto l’edificio… Nella Cripta, nel luogo più nascosto, due metri di terreno si sollevano, così come il chicco di grano che, gettato a terra, la muove e la solleva. Si guarda il campo sconfinato, grande, senza orizzonte, e non si vede che la terra si solleva un po’. E’ un chicco di grano piccolo, nascosto nella Cripta, nella base della Chiesa di Dio, che rimuove la terra e annuncia la nuova spiga, la Chiesa dei nostri tempi”.

FINE 3° PARTE

segue il 10 agosto 2013

fonte: http://www.collevalenza.it/Madre.htm

Video: Sulla via di Damasco, Immigrazione

7 agosto 2013

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem
-27cacf82-2f2b-4656-b491-e80ea284b17c.html

Madre Speranza di Gesù Alhama Valera

6 agosto 2013

madre-sper-quadro

Madre Speranza di Gesù Alhama Valera

fondatrice dei Figli e delle Ancelle

dell’Amore Misericordioso, serva di Dio.

« Fa, Gesù mio, che

sia sempre pronta al

servizio della tua volontà »

Madre Speranza

2° PARTE

La nuova fondazione di Ancelle dell’A.M. come Associazione civile

Nella povertà più assoluta, in un appartamento di Calle Velázquez 97, la notte di Natale del 1930 ha inizio, in forma privata, la nuova fondazione delle Ancelle dell’A.M.. Non potendo fondare una Congregazione religiosa, il 14 gennaio, Madre Speranza chiese ed ottenne l’iscrizione nel Registro Civile, con il nome di “Asociación de Esclavas del Amor Misericordioso”.

Nell’aprile del 1931 poté aprire il primo Collegio, sempre in Madrid, e a questo seguiranno, con un ritmo impressionante per una Associazione appena sorta, numerose fondazioni in altre parti di Spagna, con l’unico fine di annunciare l’A.M. attraverso l’esercizio della carità. Convinta che l’ignoranza poteva essere facile pretesto per introdurre qualunque ideologia, corse sempre e dovunque ci fosse necessità per rispondere al grande bisogno della Spagna di quel tempo: l’analfabetismo. Si dedicò anche ad assistere malati bisognosi a domicilio e ad accogliere anziani ed handicappati. Allo scoppio della guerra civile (1936) l’Associazione già contava nove case. In ognuna di esse, Madre Speranza voleva regnasse una particolare attenzione ai più poveri, a quelli che non potevano pagare, ed un clima di vera famiglia dove il cibo delle suore non poteva essere diverso da quello dei bambini e, se c’era qualcosa di più buono, era per questi ultimi.

L’Associazione diviene Congregazione

Il 6 gennaio 1935 l’Associazione fu accolta sotto la sua protezione dal Vescovo di Vitoria, Dr. Mateo Múgica che eresse l’Associazione a Congregazione di diritto diocesano. Da questo momento la nuova fondazione di Madre Speranza si chiamerà: Congregazione delle Ancelle dell’A.M.

Nel maggio del 1936, Madre Speranza, insieme alla Sig.na Pilar de Arratia, insigne benefattrice della Congregazione, venne a Roma dove prese in affitto una casa in una delle zone più povere, via Casilina 222, di proprietà delle Suore di Namur.

Gli anni che seguirono furono tra i più sofferti. L’aperta opposizione nei confronti della nuova fondazione scatenata dai Vescovi e Sacerdoti di Spagna non si era mai fermata. In questi anni, dal 1936 al 1941, detta opposizione incontrò un terreno propizio e favorevole per scatenare una forte lotta all’interno stesso dell’Istituto, fra alcuni membri di esso. Questi arrivarono a desiderare e provocare la rimozione di Madre Speranza dal Governo della Congregazione, ritenendola intransigente ed eccessivamente dura nel modo di impostare per sé e per gli altri la vita religiosa. Fu accusata di aver mancato a tutti e dieci i comandamenti, furono inventati fatti e diffusi scritti infamanti. Madre Speranza si vide ancora una volta sola con la netta percezione che questa volta si stava tentando di distruggere quello che lei aveva di più caro e per cui aveva speso la vita: la sua “amata Congregazione”. Le accuse, inviate alle Autorità ecclesiastiche, furono tali da obbligare il Nunzio apostolico ed il Santo Officio a dover intervenire.

Il 6, 7 e 8 agosto del 1940 Madre Speranza fu chiamata una prima volta dal Santo Officio a rispondere sulle accuse rivoltele, sulla ortodossia della dottrina dell’A.M., sulla sua condotta e sulla veridicità e natura di particolari fenomeni attribuiti alla sua persona. In data 10 aprile 1941 il Santo Officio accolse la Congregazione sotto la sua protezione affidandone la direzione al Vescovo di Tarazona; pur lasciando a Madre Speranza il titolo di Superiora generale e la possibilità di formare le suore, affidò alla Vicaria generale il governo della Congregazione. Madre Speranza accolse il provvedimento con spirito di sottomissione e di obbedienza e a questo esortò anche le sue figlie.

Fu destinata alla casa di Roma dove lavorò come una religiosa qualsiasi della Comunità: “La Madre sta come sempre – scrive Mª Pilar de Arratia -, alcuni giorni meglio, altri meno; appena si sente benino lavora nell’orto come un operaio, fino a che non ricade inferma. Sua continua preoccupazione sono le sue Figlie e che esse si facciano sante”.

Durante la seconda guerra mondiale, libera dal governo della Congregazione e libera dalle accuse, fece risplendere il suo spirito di abnegazione nel diffondere la Misericordia di Dio. Avviò un laboratorio di taglio e cucito, portato avanti solo dalle sue suore, per poter rispondere con più generosità a chi si trovasse nel bisogno e per poter accogliere gratuitamente un maggior numero di bambini poveri. Erano anni di timore, di paure, di bombardamenti, di fame. Madre Speranza si prodigò in ogni modo: accolse rifugiati politici, nascose ed assitette nei sotterranei della casa soldati fuggiti dal fronte, si preoccupò di dar da mangiare a chi non aveva niente. Fidando della Provvidenza, aprì una mensa dove arrivò ad accogliere oltre mille persone al giorno. In questi anni sorsero, in Italia, nuove e numerose fondazioni. Nel 1950, le suore mostrarono la loro generosa disponibilità ed abnegazione per accogliere oltre cinquecento pellegrini al giorno, che venivano a Roma per l’Anno Santo; riflesso di quella disponibilità infinita con la quale Dio sempre ci accoglie.

La fondazione dei Figli dell’A.M. e la sua passione per i sacerdoti

Fin dal dicembre del 1927, Madre Speranza si sentì chiamata da Dio ad offrirsi vittima di espiazione per i peccati commessi dai sacerdoti del mondo intero e perché fossero santi.

Il 15 agosto 1951, nella Cappella della Casa generalizia delle Suore, a Roma, nacque la Congregazione dei Figli dell’A.M., con la missione di annunciare l’A.M. e di aiutare e sostenere i sacerdoti del clero secolare, fomentando l’unione con questi.

Per i sacerdoti volle che tutte le Case della Congregazione fossero la loro casa, dove ognuno potesse recarsi a pieno diritto come a casa sua, senza pagare il pranzo o la permanenza.

Per i sacerdoti vincolò la missione dei Figli dell’A.M. che potranno dedicarsi a qualunque attività e a qualunque servizio apostolico sempre “uniti” ai sacerdoti.

Per i sacerdoti del clero secolare propose una forma nuova di appartenenza alla Congregazione dei Figli dell’A.M. che, pur lasciandoli a totale servizio delle proprie diocesi, li considera, a pieno diritto, membri della Comunità.

Il 18 agosto 1951, a tre giorni dalla nuova fondazione, Madre Speranza si trasferì a Collevalenza, piccolo paese dell’Umbria, per aprire una Comunità di Ancelle e la prima Comunità dei Figli dell’A.M.. I Figli trovarono alloggio nella casa parrocchiale e le Suore nella casa Valentini. Diede così inizio ad una nuova ed originale forma di vita religiosa che è la Famiglia dell’A.M.: Fratelli e Sorelle, figli della stessa madre, con lo stesso spirito, lo stesso carisma ed il compito di testimoniare ed annunciare al mondo l’A.M. e di aiutarsi mutuamente nella reciproca santificazione. Da questo momento Collevalenza diventò il centro di questo annuncio che Figli ed Ancelle, nel tempo, porteranno anche in altri luoghi con nuove fondazioni: Spagna, Italia, Germania, Brasile.

In questo tempo, e precisamente nel Capitolo generale del 1952, rimossa definitivamente dalla Santa Sede la proibizione a Madre Speranza di avere il Governo della Congregazione (toltale nel Capitolo del 1946), fu riconfermata all’unanimità Madre generale delle Ancelle dell’A.M. e lo rimarrà fino al 1976, quando sarà nominata Madre generale ad onorem.

Gli anni 60 furono, per Madre Speranza, anni di grandi prove e sofferenze che vennero proprio dall’interno della sua “amata Congregazione” da parte di alcune sue figlie che non seppero vedere nella nuova Opera del Santuario un piano di Dio, che temettero che Madre Speranza stesse “tradendo” il fine della Congregazione e stesse disattendendo la cura della medesima. Questo costò l’abbandono in massa di oltre una quarantina di suore, con la minaccia da parte di queste di una scissione della Congregazione stessa.

Nonostante queste prove e sofferenze, durante questi anni, la Chiesa, il 5 giugno del 1970, diede il conforto del “Decretum Laudis” per la Congregazione delle Ancelle; il 22 settembre 1976, approvò il nuovo ramo di Ancelle dell’A.M. chiamate ad inserirsi nei diversi ambienti di lavoro, senza alcun segno esterno di consacrazione; il 18 agosto 1982 l’approvazione Pontificia per i Figli.

FINE 2° PARTE

segue l’ 8 agosto 2013

fonte: http://www.collevalenza.it/Madre.htm

Madre Speranza di Gesù Alhama Valera

4 agosto 2013

Madre Speranza di Gesù da giovane

Madre Speranza di Gesù Alhama Valera,

fondatrice dei Figli e delle Ancelle

dell’Amore Misericordioso, serva di Dio.

 

“Benché estremamente piccoli, siamo

sufficientemente grandi perché Dio,

nostro buon Padre,

si preoccupi di noi

con la stessa sollecitudine che se fossimo

l’unica persona la mondo”

Madre Speranza di Gesù

1° PARTE

L’infanzia

Madre Speranza, primogenita di 9 fratelli, come risulta dai registri parrocchiali, nacque il 29 settembre 1893 a Santomera, Spagna, e fu battezzata nello stesso giorno; sui documenti civili, invece, è riportata la data del 30 settembre, giorno in cui di fatto si festeggiava il compleanno di Madre Speranza. Le fu imposto il nome di María Josefa, forse per attenzione alla nonna paterna che portava questo nome.

I primi anni della sua vita li passò, insieme alla sua famiglia, nella “barraca” che il Sig. Antón el Morga aveva dato ai genitori, José Antonio Alhama Palma e Mª del Carmen Valera Buitrago, viste le loro precarie condizioni. Il padre era operaio agricolo avventizio e la mamma dedita ai lavori domestici. Madre Speranza conobbe e condivise la povertà e la miseria della sua famiglia.

A quanto si racconta, un signore di nome Pepe Ireno, che aveva un podere vicino alla “barraca” dove viveva la famiglia di Madre Speranza , impressionato dalla sveltezza e dall’intelligenza fuori del comune della bambina, pensò che era una pena lasciarla in tanta povertà, abbandono e miseria; convinse i genitori ad affidarla al parroco di Santomera, don Manuel Aliaga, che viveva con due sorelle. Questi fu contento di portarla a casa sua dove, oltre a ricevere una buona educazione, avrebbe potuto imparare anche altre cose che, più tardi, le sarebbero state utili. La bambina si trasferì nella casa del parroco, molto probabilmente, all’età di 6 o 7 anni.

In cambio di piccoli servizi, le due sorelle del parroco, Inés e María, aiutate dalla Sig.ra María De Las Maravillas Fernández Serna e da una sua sorella religiosa, Carmen, si incaricarono di dare alla bambina un po’ di istruzione e di cultura, oltre che di insegnarle i lavori domestici. Non frequentò mai la scuola e tutta la sua cultura la acquisì a casa del parroco, dove rimase fino al 15 ottobre 1914, giorno in cui partì per farsi religiosa.

E’ da supporre che si accostò ufficialmente per la prima volta alla comunione all’età di dodici anni, come era prassi in quell’epoca. Abbiamo parlato della prima comunione ufficiale perché la bambina, all’età di otto anni, usando uno stratagemma, riuscì, come ella stessa direbbe, a “rubare” Gesù. Infatti, una mattina, essendo assente il parroco, era venuto a celebrare un sacerdote che non la conosceva; si tenne pronta e, al momento della comunione si portò alla balaustra e fece la sua prima comunione, dopo aver preso una tazza di caffè-latte con cioccolato! Fu tale la gioia di questo incontro con il “buen Jesús” che, da quel giorno, non osava nemmeno saltare alla corda per il timore di disturbarlo. Questo episodio, nella sua ingenuità, dimostra l’amore che Madre Speranza, fin da bambina, aveva per Gesù, tanto che fin da allora lo invitò a rimanere con lei, preoccupandosi di fargli costantemente compagnia, di non lasciarlo mai solo e di non dimenticarlo mai durante la giornata.

Sulla vita che Madre Speranza condusse da giovane si conoscono pochissime cose; si sa, tra l’altro, che qualche volta faceva visita ai genitori, aiutando la mamma nelle faccende e che era stimata per la sua simpatia e per la sua bontà.

La vocazione religiosa

Certamente l’ambiente in cui Madre Speranza trascorse la sua infanzia ed adolescenza favorì il formarsi in lei di un profondo senso religioso e del proposito di consacrarsi a Dio. Nel desiderio di rispondere alla chiamata del Signore, Madre Speranza fece la sua prima esperienza di vita religiosa presso una comunità di suore dedite all’assistenza dei malati. Essendo rimasta impressionata dalla poca carità usata verso i moribondi, prima che le si facesse “il cuore duro”, decise di andarsene ed abbandonò l’Istituto.

Questa esperienza non poteva certamente appagare quella sete d’amore e di bene che Madre Speranza sentiva nel suo cuore, non poteva neanche conciliarsi con quella radicalità di donazione che, più tardi, dimostrerà con la sua scelta. La negatività della prima esperienza non la farà retrocedere nel cammino e, all’età di 21 anni, entrerà in un convento di semiclausura, dedito all’insegnamento delle bambine povere.

Consigliata forse dal parroco, Don Manuel Aliaga, o dal Vescovo di Cartagena-Murcia, che ella conosceva bene, decise di entrare in un convento di clausura di Villena, lontano da Santomera più di 100 km. Il 15 ottobre 1914, festa di Santa Teresa d’Avila, con il desiderio di divenire come lei una grande santa, Madre Speranza lasciò Santomera accompagnata da suo padre e dal fratello Juan e si trasferì nel convento di Villena. Madre Speranza iniziò la sua formazione religiosa in vista dei voti che emise il 15 agosto 1916, assumendo il nome di “Esperanza de Jesús Agonizante”.

L’Istituto delle Figlie del Calvario, era stato fondato nel 1863 a Seo de Urgel (Lérida), da una giovane chiamata Esperanza Pujol e si dedicava all’educazione ed istruzione di bambine povere. Dove sorgeva il convento di Villena c’era una cappellina, forse del 1700, chiamata “El Calvario” o “Las Tres Cruces”; da questa prese nome anche il Monastero. La vita del convento era caratterizzata da una intensa contemplazione della Passione di Gesù. Si conservavano in esso “Los pasos de semana santa”, che certamente erano oggetto di culto per le religiose e le bambine accolte.

Madre Speranza, oltre alla enorme povertà materiale, trovò nella comunità anche mancanza di carità e una certa rilassatezza, dovute forse al fatto che era una comunità di sette suore molto anziane. La vita nel convento di Villena non doveva essere molto facile: “…la vida de sacrificio y penitencia que practicaban atemorizaba a las jóvenes que solicitaban su admisión”. Questa affermazione che ritroviamo nel libro di cepeda f.a., La Sierva de Dios M. Mª Antonia París, Madrid 1928, p. 300, può aiutarci a comprendere quali furono gli ideali che, fin dall’inizio, spinsero Madre Speranza, la quale si mostrò desiderosa di raggiungere la santità, innamorata, intraprendente, sensibile alle necessità dei più poveri, attiva ed impegnata in un cammino ascetico impostato con molto coraggio e decisione.

Di fronte alle incerte prospettive dell’Istituto, “Las Hijas del Calvario”, grazie all’appoggio di Padre Juan Oteo, cmf, cominciarono a pensare di unirsi alle “Misioneras Claretianas”; un Istituto fondato a Santiago de Cuba il 25.8.1855 dallo zelante Vescovo S. Antonio Mª Claret e dalla M. Mª Antonia París per il ministero dell’educazione cristiana.

Dal momento che il Vescovo Antonio Mª Claret aveva appoggiato e promosso la fondazione delle Figlie del Calvario, alla comunità di Villena piacque la prospettiva dell’unione con un Istituto da lui fondato e incaricarono per le trattative Madre Mercedes Vilar Prat e Madre Speranza In data 30 luglio 1921, la Congregazione dei Religiosi accettò l’istanza con la quale le religiose di Villena chiedevano l’unione con le Religiose di Maria Immacolata, affidando l’esecuzione della suddetta unione al vescovo di Cartagena-Murcia, Mons. Vicente Alonso Salgado. Dopo un corso di esercizi spirituali, il 19 novembre cinque suore vestirono il nuovo abito e due giorni dopo emisero la professione perpetua nelle mani della priora generale delle religiose di Mª Immacolata. Madre Speranza, divenuta Claretiana, prese il nome di Sor Mª Esperanza de Santiago.

Madre Speranza visse nove anni tra le Religiose di Mª Immacolata e in questo tempo svolse diversi uffici: sacrestana, portinaia, assistente delle bambine, economa, “procuradora”. I primi cinque anni Madre Speranza li visse nella normalità di una intensa vita religiosa; gli ultimi quattro furono travagliati e sofferti anche perché fenomeni non comuni attirarono l’attenzione delle Madri Claretiane e dei Padri Claretiani, creando una certa divisione all’interno delle Congregazioni. Madre Speranza divenne causa di interesse anche di altre personalità in vista, sia della Spagna che di altre nazioni. Probabilmente proprio per tali divergenze, Madre Speranza fu sempre affidata alla guida dei più prestigiosi direttori di anime di quell’epoca, primo fra tutti il Padre Antonio Naval, quindi il fratello Padre Francisco Naval, Padre Juan Postíus. Seguirono molto da vicino la vita di Madre Speranza anche Padre Felipe Maroto cmf, ed altri noti canonisti e teologi.

Il 30 novembre 1921, dopo appena nove giorni dalla sua professione come Claretiana, Madre Speranza ebbe il suo primo trasferimento alla casa di Vicálvaro-Madrid. La vedremo poi a Vélez-Rubio (Almería), e di nuovo a Madrid in Calle Toledo e Calle del Pinar.

In questo tempo, Madre Speranza fu fortemente provata nella salute: la sofferenza non le diede tregua tanto da condurla alle porte della morte. A partire dal 1922 si può dire che per tutta la vita il Signore abbia chiamato Madre Speranza a partecipare più da vicino alla sofferenza con tante e svariate malattie che in diverse circostanze la condurranno al punto di morte. In questo travagliato e sofferto periodo, a detta di molti testimoni, Madre Speranza non trascurò di cogliere l’occasione per unirsi sempre più al Signore e per essere di esempio e di edificazione con la sua pazienza, mortificazione, carità e sottomissione ai medici.

E’ di questi anni anche il nuovo esperimento che le Claretiane stavano tentando: in collaborazione con la “Junta de Señoras”, che ebbe il merito di dare un’educazione gratuita a più di dodicimila bambini e bambine, si organizzò, in Calle Toledo, un collegio che potesse accogliere bambine povere. Questo esperimento fu proposto e pilotato da Madre Speranza che desiderava esprimere concretamente l’attenzione e l’accoglienza ad ogni bisognoso, a chi non aveva da mangiare, a chi era infermo e solo. Tale iniziativa fu appoggiata da Madre Pilar Antín, dal Consiglio generale armi ed incoraggiata dal Vescovo di Madrid, Mons. Leopoldo Eijo y Garay. Dopo pochi anni, per una serie di divergenze tra Madre Speranza e la “Junta de Señoras”, si andò maturando l’idea di lasciare Calle Toledo per avere una casa propria dove poter svolgere liberamente, senza restrizioni, la missione verso i poveri. Con la sola fede nella Divina Provvidenza e nella promessa del Signore che, se Doña Angelina (Presidente della “Junta”) non le apriva una porta, Lui le avrebbe aperto una casa, Madre Speranza si lanciò con tutta se stessa per portare a compimento questa ispirazione. Si cominciò quindi a preparare una nuova esperienza, sempre in Madrid. Con il consenso della Madre generale ed il consiglio di Padre Antonio Naval, che riteneva la fondazione opera di Dio, il 23 febbraio 1929 fu ufficialmente inaugurato dal Vescovo il collegio di “Nuestra Señora de la Esperanza”, in Calle del Pinar 7.

Madre Speranza si dedicò a quest’opera con tutte le sue forze, senza risparmiare nulla di sé. Ma, con il passare del tempo, andò percependo sempre più chiaramente, grazie anche all’aiuto del suo padre spirituale, che Dio desiderava un’Opera di maggior respiro, più dilatata e con più ampi orizzonti. In questo periodo Madre Speranza, mentre portava avanti un progetto di riforma all’interno del suo Istituto, percepì di essere chiamata non tanto a proporre una riforma nell’ambito delle Claretiane – sia pure con alcune deroghe alle Costituzioni – ma ad impegnarsi per realizzare la fondazione di due nuove Congregazioni, una femminile e l’altra maschile: le Congregazioni delle Ancelle e dei Figli dell’A.M..

La decisione di inoltrare a Roma la domanda di separazione dall’Istituto, appoggiata per altro dallo stesso Vescovo, scatenò numerose difficoltà all’interno delle Claretiane che, in questa petizione, vedevano una minaccia all’integrità dell’Istituto dato che diverse Suore erano disposte a sottoscrivere la loro adesione alla nuova fondazione. A seguito di un increscioso episodio, la Serva di Dio fu dichiarata apostata e trattata come tale. Questa, ascoltato il parere di Padre Francisco Naval cmf, visto il violento evolversi della situazione, decise di chiedere la dispensa dai voti.

FINE 1° PARTE

seguito il 6 agosto 2013

fonte: http://www.collevalenza.it/Madre.htm

Se il rosario lo spiega un piccolo africano…

3 agosto 2013

Se il rosario lo spiega un piccolo africano

di Davide Maggiore | 30 luglio 2013

La curiosità di un bambino in Kenya diventa la molla per pensare al valore dei segni cristiani  e alla futilità di certe nostre discussioni.

“Se è vero che sei cristiano, dov’è il tuo rosario?” A chiedermelo è un bambino di otto-dieci anni, che malgrado l’età già conosce la vita delle baraccopoli di Nairobi, e ora è tra i beneficiari di un progetto di recupero dei missionari comboniani, poco lontano dalla capitale kenyana.

Spiegare il significato e i modi della mia fede cattolica a volte non è facile neanche nella mia lingua madre, di fronte a persone di cui conosco le idee e con cui ho esperienze in comune. Figuriamoci in inglese, a un piccolo sconosciuto che vive in Africa! E in più, c’è la difficoltà data da quel particolare: il rosario, che qui i cattolici – effettivamente – portano spesso al collo.

Ecco, come spiegare a un bambino, sia pur cresciuto in baraccopoli, che il rosario, nella mia vita di cristiano, è finora entrato poco? E come potrei mai dirgli che, anzi, per molti anni l’ho considerato una pratica datata, tipica del cristianesimo dei nonni,  in fondo connessa in maniera molto tenue con la fede “in sé’? Scelgo la via più facile, fingere di non aver capito. “Il rosario?”, chiedo con tono curioso. E lui conferma: “Sì, il rosario. Qui tutti ne abbiamo uno, e tu?”

“L’ho lasciato a casa”, rispondo, cercando di sembrare un po’ sbadato. E, in effetti, non è neppure una bugia: sulla mia scrivania di Roma c’è una corona,  che mi è stata regalata anni fa da un francescano. Casualmente, all’indomani di una giornata di sconforto. Non ricordo quante volte l’ho usata, ma sta sul mio tavolo da lavoro appunto per ricordarmi di non disperare, mai. Al bambino questo non lo dico, ma preciso: “Io non lo indosso, perché si usa per pregare”.

“Certo che si usa per pregare!”, conferma lui, forse un po’ sbalordito dalla mia apparente ottusità. E però insiste: i cristiani lo portano anche al collo, in fondo pure i sacerdoti hanno il crocifisso, no? “È vero”, concludo a quel punto io, e gli sorrido. Perché grazie a quella sua infantile insistenza ho capito quale significato ha per lui indossarlo. Più o meno lo stesso che, per i miei nonni, aveva recitarlo. E – forse – anche di quella corona, inutilizzata ma visibile, sulla mia scrivania.

È un valore non soltanto di devozione, ma anche di testimonianza. Di memoria di quella rassicurazione dataci dal Maestro: “Io sono con voi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Una presenza che è la sostanza vera del cristianesimo e che però spesso scivola in secondo piano rispetto alle forme.

È stato impossibile, allora, non pensare a quante volte, tra cristiani e anche tra cattolici, ci siamo divisi sul significato di un gesto, di una pratica, di un segno, di un discorso. E, soprattutto, tra retoriche della “tradizione” e del “cambiamento”. Dando forse – diversamente da quel bambino kenyano con la sua corona – troppa importanza alla differenza tra il “vecchio” e il “nuovo”.    Che invece svanisce nell’ottica di quel “sempre”, promesso dal Vangelo.

fonte: http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=1376

Video: A sua immagine, Il pacifista che va dovunque c’è la guerra

25 luglio 2013

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem
-cb7cdfbf-6a21-470e-86f6-f0f3679c03f3.html#p=0

Video: Sulla via di Damasco, La missione

17 luglio 2013

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-1
fed62d9-ec3f-4845-ab1d-89d4a3ba4e07.html

Tweet odierno di Papa Francesco

22 giugno 2013

Madre Teresa di Calcutta

“Se abbiamo trovato il senso della vita in Gesù,

non possiamo essere indifferenti davanti a uno che soffre,

a uno che è triste.”

Papa Francesco, 22 giugno 2013

Video: Sulla via di Damasco, Farsi prossimo

20 maggio 2013

http://www.sullaviadidamasco.rai.it/dl/RaiTV/programmi/
media/ContentItem-b5de17fc-6002-4eca-aee4-b26844224
99e.html

Video: Sulla via di Damasco, Natale in una comunità di recupero

8 gennaio 2013

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-bc0
46885-24e5-4614-a240-75d76f40fed6.html

Video: A sua immagine, La mamma che salva le mamme e i loro bambini

21 novembre 2012

http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#day=2012-11
-17&ch=1&v=157851&vd=2012-11-17&vc=1

I link di Rai replay sono attivi solo per alcuni giorni.

Video: A sua immagine, I missionari contemplativi di madre Teresa

13 novembre 2012

http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#day=2012-11-10&ch
=1&v=156595&vd=2012-11-10&vc=1

Nel nostro sito si trova anche la puntata precedente.

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Video: Sulla via di Damasco, Ai confini del mondo

12 novembre 2012

http://www.sullaviadidamasco.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media
/ContentItem-92f59455-05bc-4a5c-bd52-6e9de71a7d99.html

Video: Giovanni Paolo II a Calcutta

1 novembre 2012

http://www.raistoria.rai.it/articoli/il-viaggio-in-india-di-
papa-wojtyla/11984/default.aspx

Video: A sua immagine, I missionari contemplativi di Madre Teresa

31 ottobre 2012

http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#day=2012-10-2
7&ch=1&v=154162&vd=2012-10-27&vc=1

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