Archive for the ‘Catechesi’ Category

Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte Seconda la Celebrazione del mistero Cristiano/ Sezione Prima L’Economia Sacramentale:Capitolo Secondo La Celbrazione Sacramentale del Mistero Pasquale(Articolo1Celebrare la Liturgia della Chiesa: IV. Dove celebrare?)

15 novembre 2018

1179 Il culto “in spirito e verità” ( ⇒ Gv 4,24 ) della Nuova Alleanza non è legato ad un luogo esclusivo. Tutta la terra è santa e affidata ai figli degli uomini. Quando i fedeli si riuniscono in uno stesso luogo, la realtà più importante è costituita dalle “pietre vive”, messe insieme “per la costruzione di un edificio spirituale” ( ⇒ 1Pt 2,4-5 ). Il Corpo di Cristo risorto è il tempio spirituale da cui sgorga la sorgente d’acqua viva. Incorporati a Cristo dallo Spirito Santo, “noi siamo il tempio del Dio vivente” ( ⇒ 2Cor 6,16 ).

1180 Quando non viene ostacolato l’esercizio della libertà religiosa, [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Dignitatis humanae, 4] i cristiani costruiscono edifici destinati al culto divino. Tali chiese visibili non sono semplici luoghi di riunione, ma significano e manifestano la Chiesa che vive in quel luogo, dimora di Dio con gli uomini riconciliati e uniti in Cristo.

1181 “La casa di preghiera – in cui l’Eucaristia è celebrata e conservata; in cui i fedeli si riuniscono; in cui la presenza del Figlio di Dio nostro Salvatore, che si è offerto per noi sull’altare del sacrificio, viene venerata a sostegno e consolazione dei fedeli – dev’essere nitida e adatta alla preghiera e alle sacre funzioni” [Conc. Ecum. Vat. II, Presbyterorum ordinis, 5; cf Id. , Sacrosanctum concilium, 122-127]. In questa “casa di Dio”, la verità e l’armonia dei segni che la costituiscono devono manifestare Cristo che in quel luogo è presente e agisce [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 7].
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Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte Seconda la Celebrazione del mistero Cristiano/ Sezione Prima L’Economia Sacramentale:Capitolo Secondo La Celbrazione Sacramentale del Mistero Pasquale(Articolo1Celebrare la Liturgia della Chiesa: III. Quando celebrare?)

14 novembre 2018

Il tempo liturgico

1163 “La santa Madre Chiesa considera suo dovere celebrare con sacra memoria in determinati giorni nel corso dell’anno, l’opera salvifica del suo Sposo divino. Ogni settimana, nel giorno a cui ha dato il nome di “domenica”, fa la memoria della Risurrezione del Signore, che una volta all’anno, unitamente alla sua beata Passione, celebra a Pasqua, la più grande delle solennità. Nel ciclo annuale poi presenta tutto il mistero di Cristo. . . Ricordando in tal modo i misteri della Redenzione, essa apre ai fedeli le ricchezze delle azioni salvifiche e dei meriti del suo Signore, così che siano resi in qualche modo presenti in ogni tempo, perché i fedeli possano venirne a contatto ed essere ripieni della grazia della salvezza” [ Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 102].

1164 Fin dalla legge mosaica il Popolo di Dio ha conosciuto feste in data fissa, a partire dalla Pasqua, per commemorare le stupende azioni del Dio Salvatore, rendergliene grazie, perpetuarne il ricordo e insegnare alle nuove generazioni a conformare ad esse la loro condotta di vita. Nel tempo della Chiesa, posto tra la Pasqua di Cristo, già compiuta una volta per tutte, e la sua consumazione nel Regno di Dio, la Liturgia celebrata in giorni fissi è totalmente impregnata della novità del Mistero di Cristo.

1165 Quando la Chiesa celebra il Mistero di Cristo, una parola scandisce la sua preghiera: Oggi!, come eco della preghiera che le ha insegnato il suo Signore [Cf ⇒ Mt 6,11 ] e dell’invito dello Spirito Santo [ Cf ⇒ Eb 3,7-4,11; ⇒ Sal 95,7 ]. Questo “oggi” del Dio vivente in cui l’uomo è chiamato ad entrare è l’“Ora” della Pasqua di Gesù, che attraversa tutta la storia e ne è il cardine:

La vita si è posata su tutti gli esseri e tutti sono investiti da una grande luce; l’Oriente degli orienti ha invaso l’universo, e Colui che era “prima della stella del mattino” e prima degli astri, immortale e immenso, il grande Cristo, brilla su tutti gli esseri più del sole. Perciò, per noi che crediamo in lui, sorge un giorno di luce, lungo, eterno, che non si spegne più: la Pasqua mistica [Sant’Ippolito di Roma, De paschate, 1-2].

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Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte Seconda la Celebrazione del mistero Cristiano/ Sezione Prima L’Economia Sacramentale:Capitolo Secondo La Celbrazione Sacramentale del Mistero Pasquale(Articolo1Celebrare la Liturgia della Chiesa: II. Come Celebrare?)

12 novembre 2018

Segni e simboli

1145 Una celebrazione sacramentale è intessuta di segni e di simboli. Secondo la pedagogia divina della salvezza, il loro significato si radica nell’opera della creazione e nella cultura umana, si precisa negli eventi materiali dell’Antica Alleanza e si rivela pienamente nella persona e nell’opera di Cristo.

1146 Segni del mondo degli uomini. Nella vita umana segni e simboli occupano un posto importante. In quanto essere corporale e spirituale insieme, l’uomo esprime e percepisce le realtà spirituali attraverso segni e simboli materiali. In quanto essere sociale, l’uomo ha bisogno di segni e di simboli per comunicare con gli altri per mezzo del linguaggio, dei gesti, di azioni. La stessa cosa avviene nella sua relazione con Dio.

1147 Dio parla all’uomo attraverso la creazione visibile. L’universo materiale si presenta all’intelligenza dell’uomo perché vi legga le tracce del suo Creatore [Cf ⇒ Sap 13,1; ⇒ Rm 1,19-20; ⇒ At 14,17 ]. La luce e la notte, il vento e il fuoco, l’acqua e la terra,l’albero e i frutti parlano di Dio, simboleggiano ad un tempo la sua grandezza e la sua vicinanza.

1148 In quanto creature, queste realtà sensibili possono diventare il luogo in cui si manifesta l’azione di Dio che santifica gli uomini, e l’azione degli uomini che rendono a Dio il loro culto. Ugualmente avviene per i segni e i simboli della vita sociale degli uomini: lavare e ungere, spezzare il pane e condividere il calice possono esprimere la presenza santificante di Dio e la gratitudine dell’uomo verso il suo Creatore.

1149 Le grandi religioni dell’umanità testimoniano, spesso in modo impressionante, tale senso cosmico e simbolico dei riti religiosi. La Liturgia della Chiesa presuppone, integra e satifica elementi della creazione e della cultura umana conferendo loro la dignità di segni della grazia, della nuova creazione in Gesù Cristo.

1150 Segni dell’Alleanza. Il popolo eletto riceve da Dio segni e simboli distintivi che caratterizzano la sua vita liturgica: non sono più soltanto celebrazioni di cicli cosmici e di gesti sociali, ma segni dell’Alleanza, simboli delle grandi opere compiute da Dio per il suo popolo. Tra questi segni liturgici dell’Antica Alleanza si possono menzionare la circoncisione, l’unzione e la consacrazione dei re e dei sacerdoti, l’imposizione delle mani, i sacrifici, e soprattutto la Pasqua. In questi segni la Chiesa riconosce una prefigurazione dei sacramenti della Nuova Alleanza.

1151 Segni assunti da Cristo. Nella sua predicazione il Signore Gesù si serve spesso dei segni della creazione per far conoscere i misteri del Regno di Dio [Cf ⇒ Lc 8,10 ]. Compie le guarigioni o dà rilievo alla sua predicazione con segni o gesti simbolici[Cf ⇒ Gv 9,6; 1151 ⇒ Mc 7,33-35; ⇒ Mc 8,22-25 ]. Conferisce un nuovo significato ai fatti e ai segni dell’Antica Alleanza, specialmente all’Esodo e alla Pasqua, [Cf ⇒ Lc 9,31; 1151 ⇒ Lc 22,7-20 ] poiché egli stesso è il significato di tutti questi segni.

1152 Segni sacramentali. Dopo la Pentecoste, è mediante i segni sacramentali della sua Chiesa che lo Spirito Santo opera la santificazione. I sacramenti della Chiesa non aboliscono, ma purificano e integrano tutta la ricchezza dei segni e dei simboli del cosmo e della vita sociale. Inoltre essi danno compimento ai tipi e alle figure dell’Antica Alleanza, significano e attuano la salvezza operata da Cristo, prefigurano e anticipano la gloria del cielo.

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Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte Seconda la Celebrazione del Mistero Cristiano(Sezione Prima l’Economia Sacramentale) /Capitolo Secondo la Celebrazione Sacramentale e il Mistero Pasquale: Articolo 1 , Celebrare la Liturgia della Chiesa( Chi Celebra?)

11 novembre 2018

1135 La catechesi della Liturgia implica prima di tutto la comprensione dell’economia sacramentale (capitolo primo). A questa luce si rivela la novità della sua celebrazione. In questo capitolo si tratterà dunque della celebrazione dei sacramenti della Chiesa. Si esporrà ciò che, nella diversità delle tradizioni liturgiche, è comune alla celebrazione dei sette sacramenti; quanto invece è specifico di ciascuno di essi sarà presentato più avanti. Questa catechesi fondamentale delle celebrazioni sacramentali risponderà alle prime domande che i fedeli si pongono a proposito di questo argomento:
– chi celebra?
– come celebrare?
– quando celebrare?
– dove celebrare?

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Genesi, Commento Teologico Volume Unico ( l’autore è Mons. Costantino di Bruno),TERZO VOLUME Dalla benedizione di Giacobbe alla discesa di Giuseppe in Egitto

9 novembre 2018

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Isacco è come se passasse alla storia sotto silenzio e come se fosse solo figlio di Abramo e padre di Giacobbe ed Esaù.
Invece ha una sua particolare identità. È l’uomo dell’arrendevolezza, della mitezza, della pace.
È l’uomo che porta sulle sue spalle la benedizione data da Dio ad Abramo e da lui ricevuta.
È l’uomo protetto e benedetto da Dio, mai però sottoposto a particolari prove nella fede.
Per un inganno della moglie e del figlio Giacobbe, la benedizione non viene conferita al primogenito Esaù, viene data invece al secondogenito che è Giacobbe.
Giacobbe è l’uomo senza terra, senza paese, senza città, senza famiglia, senza fratelli, senza figli.
È l’uomo che possiede ogni cosa e tuttavia non ha nulla che possa dire veramente suo.
Solo Dio è veramente suo, perché solo Dio è il suo Pastore, la sua Guida, il suo Difensore, il suo Custode, la sua Roccia, la sua costante Protezione.

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Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte Seconda La Celebrazione del Mistero Cristiano: Sezione Prima L’Economia Sacramentale( Capitolo Primo il Mistero Pasquale nel Tempo della Chiesa, Articolo 2 il MisteroPasquale nei Sacramenti della Chiesa / V I Sacramenti della Vita Eterna)

9 novembre 2018

1130 La Chiesa celebra il Mistero del suo Signore “finché egli venga” e “Dio sia tutto in tutti” ( ⇒ 1Cor 11,26; ⇒ 1Cor 15,28 ). Dall’età apostolica la Liturgia è attirata verso il suo termine dal gemito dello Spirito nella Chiesa: “Marana tha!” ( ⇒ 1Cor 16,22 ). La Liturgia condivide così il desiderio di Gesù: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi. . . finché essa non si compia nel regno di Dio” ( ⇒ Lc 22,15-16 ). Nei sacramenti di Cristo la Chiesa già riceve la caparra della sua eredità, già partecipa alla vita eterna, pur “nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo” ( ⇒ Tt 2,13 ). “Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni!… Vieni, Signore Gesù!” ( ⇒ Ap 22,17; ⇒ Ap 22,20 ).
San Tommaso riassume così le diverse dimensioni del segno sacramentale: “Il sacramento è segno commemorativo del passato, ossia della passione del Signore; è segno dimostrativo del frutto prodotto in noi dalla sua passione, cioè della grazia; è segno profetico, che preannunzia la gloria futura” [San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, 60, 3].

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Genesi, Commento Teologico Volume Unico ( l’autore è Mons. Costantino di Bruno), SECONDO VOLUME Dalla vocazione di Abramo alla morte di Sara (cc. 1-26).

8 novembre 2018

 

Abramo e Sara

In questo Secondo Volume Dio si rivela il Signore, il Creatore, la Vita, la Benedizione, la Speranza, il Presente, il Futuro, la Salvezza, la Custodia, la Protezione, la Difesa di Abramo.
Dio è tutto questo per Abramo, ad una sola condizione: che lui obbedisca sempre alla voce del suo Signore.
Qual è la novità che emerge nella relazione di Dio con Abramo?
Essa è questa: non c’è una parola iniziale di Dio, un comando dato una volta per tutte, al quale Abramo deve obbedire perché Dio sia il perenne Creatore della sua vita, il perenne Liberatore dalla sua morte.
Abramo deve oggi giorno camminare alla presenza del suo Dio. Ogni giorno deve obbedire alla nuova parola che Dio gli rivolge.
Abramo è costantemente dalla Parola del suo Dio e Signore.
La vita di Abramo è dall’ascolto della Parola del suo Dio.
Dio parla ed Abramo ascolta. Dio dice e Abramo esegue. Dio comanda e Abramo obbedisce. Dio ordina ed Abramo realizza.
Il presente e il futuro di Abramo non sono da Abramo, sono perennemente da Dio. Sono in Dio.
Ma c’è un’altra verità che viene rivelata ed è questa: in Abramo non c’è solo la vita di Abramo, Dio ha posto la vita dell’intera umanità.

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Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte Seconda la Celebrazione del Mistero Cristiano/ Sezione Prima Economia Sacramentale : Capitolo Primo il Mistero Pasquale nel tempo della Chiesa; Articolo 2 il Mistero Pasquale nei Sacramenti della Chiesa (IV. I sacramenti della salvezza)

8 novembre 2018

1127 Degnamente celebrati nella fede, i sacramenti conferiscono la grazia che significano [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1605 e 1606]. Sono efficaci perché in essi agisce Cristo stesso: è lui che battezza, è lui che opera nei suoi sacramenti per comunicare la grazia che il sacramento significa. Il Padre esaudisce sempre la preghiera della Chiesa del suo Figlio, la quale, nell’Epiclesi di ciascun sacramento, esprime la propria fede nella potenza dello Spirito. Come il fuoco trasforma in sé tutto ciò che tocca, così lo Spirito Santo trasforma in vita divina ciò che è sottomesso alla sua potenza.

1128 E’ questo il significato dell’affermazione della Chiesa: [Cf ibid., 1608] i sacramenti agiscono ex opere operato (lett. “per il fatto stesso che l’azione viene compiuta”), cioè in virtù dell’opera salvifica di Cristo, compiuta una volta per tutte. Ne consegue che “il sacramento non è realizzato dalla giustizia dell’uomo che lo conferisce o lo riceve, ma dalla potenza di Dio” [San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, 68, 8]. Quando un sacramento viene celebrato in conformità all’intenzione della Chiesa, la potenza di Cristo e del suo Spirito agisce in esso e per mezzo di esso, indipendentemente dalla santità personale del ministro. Tuttavia i frutti dei sacramenti dipendono anche dalle disposizioni di colui che li riceve.
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MOVIMENTO APOSTOLICO CATECHESI GENESI Commento teologico Volume unico( l’autore è Mons. Costantino di Bruno), CATANZARO 2010PRIMO VOLUME Dalla creazione del cielo e della terra alla vocazione di Abramo (cc. 1-11)

7 novembre 2018

La Genesi inizia con Dio che è all’opera per la creazione del cielo e della terra e di quanto in essi è contenuto.
Niente è da se stesso. Niente è dal caso. Niente è dall’incontro fortuito di alcune particelle. Il niente è il niente e nulla potrà mai essere prodotto dal niente.
Ciò che non esiste mai potrà dare origine all’esistenza e ciò che non è, mai potrà generare ciò che è e diviene.
Tutto ciò che è, visibile ed invisibile, lontano o vicino, sulla terra e nel cielo, è dalla Parola creatrice di Dio.
Dio vuole. Dio dice. La sua Parola chiama le cose per nome ed essere sono create.
Non c’è generazione. Non c’è emanazione. Non c’è impasto di natura divina. Non c’è nulla di materia preesistente. Il nulla è assoluto.
C’è solo Dio. Esiste solo Lui. Solo Lui crea. Solo Lui chiama all’esistenza.
Dio non solo chiama ogni essere all’esistenza, gli conferisce anche la legge perenne della sua vita.
Ogni singolo essere esiste dalla sua Parola. Ogni singolo essere può dare esistenza ad altri esseri, ma solo se questo è scritto nella loro natura dalla divina Parola di Dio nell’atto della loro creazione.
Non esiste un evoluzionismo cieco. Esiste una “vita” che è da altra vita, perché così Dio ha predisposto e voluto, comandato e ordinato.
Sulla sua creazione Dio ha posto un custode, un guardiano, un governatore: l’uomo, creato da Dio maschio e femmina.

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Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte Seconda la Celebrazione del Mistero Cristiano/ Sezione Prima Economia Sacramentale : Capitolo Primo il Mistero Pasquale nel tempo della Chiesa; Articolo 2 il Mistero Pasquale nei Sacramenti della Chiesa(3 I Sacramenti della Fede)

7 novembre 2018

1122 Cristo ha inviato i suoi Apostoli perché “nel suo Nome”, siano “predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati” ( ⇒ Lc 24,47 ). “Ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” ( ⇒ Mt 28,19 ). La missione di battezzare, dunque la missione sacramentale, è implicita nella missione di evangelizzare, poiché il sacramento è preparato dalla Parola di Dio e dalla fede, la quale è consenso a questa Parola:

Il Popolo di Dio viene adunato innanzitutto per mezzo della Parola del Dio vivente. . . La predicazione della Parola è necessaria per lo stesso ministero dei sacramenti, trattandosi di sacramenti della fede, la quale nasce e si alimenta con la Parola [Conc. Ecum. Vat. II, Presbyterorum ordinis, 4].

1123 “I sacramenti sono ordinati alla santificazione degli uomini, all’edificazione del Corpo di Cristo, e, infine, a rendere culto a Dio; in quanto segni, hanno poi anche la funzione di istruire. Non solo suppongono la fede, ma con le parole e gli elementi rituali la nutrono, la irrobustiscono e la esprimono; perciò vengono chiamati sacramenti della fede ” [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 59].
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Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte seconda la celebrazione del Mistero Cristiano:Sezione Prima l’ Economia Sacramentale, Capitolo Primo il Mistero Pasquale nel Tempo della Chiesa /Articolo 2 il mistero Pasquale nei sacramenti della Chiesa: 2, I Sacramenti della Chiesa

6 novembre 2018

1117 Per mezzo dello Spirito che la guida “alla verità tutta intera” ( ⇒ Gv 16,13 ), la Chiesa ha riconosciuto a poco a poco questo tesoro ricevuto da Cristo e ne ha precisato la “dispensazione”, come ha fatto per il canone delle divine Scritture e la dottrina della fede, quale fedele amministratrice dei misteri di Dio [Cf ⇒ Mt 13,52; ⇒ 1Cor 4,1 ]. Così la Chiesa, nel corso dei secoli, è stata in grado di discernere che, tra le sue celebrazioni liturgiche, ve ne sono sette le quali costituiscono, nel senso proprio del termine, sacramenti istituiti dal Signore.

1118 I sacramenti sono “della Chiesa” in un duplice significato: sono “da essa” e “per essa”. Sono “dalla Chiesa” per il fatto che questa è il sacramento dell’azione di Cristo che opera in lei grazie alla missione dello Spirito Santo. E sono “per la Chiesa”, sono cioè quei “sacramenti che fanno la Chiesa”, [Sant’Agostino, De civitate Dei, 22, 17; cf San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, III, 64, 2, ad 3] in quanto manifestano e comunicano agli uomini, soprattutto nell’Eucaristia, il Mistero della comunione del Dio Amore, Uno in tre Persone.

1119 Poiché con il Cristo-Capo forma “quasi un’unica persona mistica”, [Pio XII, Lett. enc. Mystici Corporis] la Chiesa agisce nei sacramenti come “comunità sacerdotale”, “organicamente strutturata” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 11]. Mediante il Battesimo e la Confermazione, il popolo sacerdotale è reso idoneo a celebrare la Liturgia; d’altra parte alcuni fedeli, “insigniti dell’Ordine sacro, sono posti in nome di Cristo a pascere la Chiesa con la parola e la grazia di Dio” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 11].

1120 Il ministero ordinato o sacerdozio ministeriale [Cf ibid., 10] è al servizio del sacerdozio battesimale. Esso garantisce che, nei sacramenti, è proprio il Cristo che agisce per mezzo dello Spirito Santo a favore della Chiesa. La missione di salvezza affidata dal Padre al proprio Figlio incarnato è affidata agli Apostoli e da essi ai loro successori; questi ricevono lo Spirito di Gesù per operare in suo nome e in persona di lui [Cf ⇒ Gv 20,21-23; ⇒ Lc 24,47; ⇒ Mt 28,18-20 ]. Il ministro ordinato è dunque il legame sacramentale che collega l’azione liturgica a ciò che hanno detto e fatto gli Apostoli, e, tramite loro, a ciò che ha detto e operato Cristo, sorgente e fondamento dei sacramenti.

1121 I tre sacramenti del Battesimo, della Confermazione e dell’Ordine conferiscono, oltre la grazia, un carattere sacramentale o “sigillo” in forza del quale il cristiano partecipa al sacerdozio di Cristo e fa parte della Chiesa secondo stati e funzioni diverse. Questa configurazione a Cristo e alla Chiesa, realizzata dallo Spirito, è indelebile; [Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1609] essa rimane per sempre nel cristiano come disposizione positiva alla grazia, come promessa e garanzia della protezione divina e come vocazione al culto divino e al servizio della Chiesa. Tali sacramenti non possono dunque mai essere ripetuti.

Continua….

Catechismo della Chiesa Cattolica, Sezione Prima L’Economia Sacramentale/Capitolo Primo il Mistero Pasquale nel della Chiesa, Artico2 IL MISTERO PASQUALE NEI SACRAMENTI DELLA CHIESAo 2,

5 novembre 2018

1113 Tutta la vita liturgica della Chiesa gravita attorno al Sacrificio eucaristico e ai sacramenti [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 6]. Nella Chiesa vi sono sette sacramenti: il Battesimo, la Confermazione o Crismazione, l’Eucaristia, la Penitenza, l’Unzione degli infermi, l’Ordine, il Matrimonio [Cf Concilio di Lione II: Denz. -Schönm., 860; Concilio di Firenze: ibid., 1310; Concilio di Trento: ibid., 1601]. In questo articolo viene trattato ciò che è comune ai sette sacramenti della Chiesa, dal punto di vista dottrinale. Quanto è loro comune riguardo alla celebrazione sarà esposto nel capitolo secondo, mentre ciò che è proprio a ciascuno di essi costituirà l’oggetto della sezione seconda.

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Catechismo della Chiesa Cattolica, Sezione Prima L’Economia Sacramentale/Capitolo Primo il Mistero Pasquale nel della Chiesa, Articolo 1 Sintesi

3 novembre 2018

1110 Nella Liturgia della Chiesa Dio Padre è benedetto e adorato come la sorgente di tutte le benedizioni della creazione e della salvezza, con le quali ci ha benedetti nel suo Figlio, per donarci lo Spirito dell’adozione filiale.

1111 L’opera di Cristo nella Liturgia è sacramentale perché il suo Mistero di salvezza vi è reso presente mediante la potenza del suo Santo Spirito; perché il suo Corpo, che è la Chiesa, è come il sacramento (segno e strumento) nel quale lo Spirito Santo dispensa il Mistero della salvezza; perché, attraverso le sue azioni liturgiche, la Chiesa pellegrina nel tempo partecipa già, pregustandola, alla Liturgia celeste.

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Catechismo della Chiesa Cattolica , Sezione Prima L’Economia Sacramentale/Articolo 1 III. Lo Spirito Santo e la Chiesa nella Liturgia

2 novembre 2018

1091 Nella Liturgia lo Spirito Santo è il pedagogo della fede del Popolo di Dio, l’artefice di quei “capolavori di Dio” che sono i sacramenti della Nuova Alleanza. Il desiderio e l’opera dello Spirito nel cuore della Chiesa è che noi viviamo della vita del Cristo risorto. Quando egli incontra in noi la risposta di fede da lui suscitata, si realizza una vera cooperazione. Grazie ad essa, la Liturgia diventa l’opera comune dello Spirito Santo e della Chiesa.

1092 In questa comunicazione sacramentale del Mistero di Cristo, lo Spirito Santo agisce allo stesso modo che negli altri tempi dell’Economia della salvezza: egli prepara la Chiesa ad incontrare il suo Signore; ricorda e manifesta Cristo alla fede dell’assemblea; rende presente e attualizza il Mistero di Cristo per mezzo della sua potenza trasformatrice; infine, lo Spirito di comunione unisce la Chiesa alla vita e alla missione di Cristo.

Lo Spirito Santo prepara ad accogliere Cristo

1093 Nell’Economia sacramentale lo Spirito Santo dà compimento alle figure dell’ Antica Alleanza. Poiché la Chiesa di Cristo era “mirabilmente preparata nella storia del popolo d’Israele e nell’Antica Alleanza”, [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 2] la Liturgia della Chiesa conserva come parte integrante e insostituibile, facendoli propri, alcuni elementi del culto dell’Antica Alleanza:
– in modo particolare la lettura dell’Antico Testamento;
– la preghiera dei Salmi;
– e, soprattutto, il memoriale degli eventi salvifici e delle realtà prefigurative che hanno trovato il loro compimento nel Mistero di Cristo (la Promessa e l’Alleanza, l’Esodo e la Pasqua, il Regno ed il Tempio, l’Esilio ed il Ritorno).

1094 Proprio su questa armonia dei due Testamenti [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 14-16] si articola la catechesi pasquale del Signore [Cf ⇒ Lc 24,13-49 ] e in seguito quella degli Apostoli e dei Padri della Chiesa. Tale catechesi svela ciò che rimaneva nascosto sotto la lettera dell’Antico Testamento: il Mistero di Cristo. Essa è chiamata “tipologica” in quanto rivela la novità di Cristo a partire dalle “figure” (tipi) che lo annunziavano nei fatti, nelle parole e nei simboli della prima Alleanza. Attraverso questa rilettura nello Spirito di Verità a partire da Cristo, le figure vengono svelate [Cf ⇒ 2Cor 3,14-16 ]. Così, il diluvio e l’arca di Noè prefiguravano la salvezza per mezzo del Battesimo, [Cf ⇒ 1Pt 3,21 ] come pure la Nube e la traversata del Mar Rosso; l’acqua dalla roccia era figura dei doni spirituali di Cristo; [Cf ⇒ 1Cor 10,1-6 ] la manna nel deserto prefigurava l’Eucaristia, “il vero Pane dal cielo” [Cf ⇒ Gv 6,32 ].

1095 Per questo la Chiesa, specialmente nei tempi di Avvento, di Quaresima e soprattutto nella notte di Pasqua, rilegge e rivive tutti questi grandi eventi della storia della salvezza nell’“oggi” della sua Liturgia. Ma questo esige pure che la catechesi aiuti i fedeli ad aprirsi a tale intelligenza “spirituale” dell’Economia della salvezza, come la Liturgia della Chiesa la manifesta e ce la fa vivere.

1096 Liturgia ebraica e Liturgia cristiana. Una migliore conoscenza della fede e della vita religiosa del popolo ebraico, quali sono professate e vissute ancora al presente, può aiutare a comprendere meglio certi aspetti della Liturgia cristiana. Per gli ebrei e per i cristiani la Sacra Scrittura è una parte essenziale delle loro liturgie: per la proclamazione della Parola di Dio, la risposta a questa Parola, la preghiera di lode e di intercessione per i vivi e per i morti, il ricorso alla misericordia divina. La Liturgia della Parola, nella sua specifica struttura, ha la sua origine nella preghiera ebraica. La preghiera delle Ore e altri testi e formulari liturgici hanno in essa i loro corrispettivi, come pure le stesse formule delle nostre preghiere più degne di venerazione, tra le quali il “Pater” [Padre nostro]. Anche le preghiere eucaristiche si ispirano a modelli della tradizione ebraica. Il rapporto tra la Liturgia ebraica e quella cristiana, ma anche le differenze tra i loro contenuti, sono particolarmente visibili nelle grandi feste dell’anno liturgico, come la Pasqua. Cristiani ed ebrei celebrano la Pasqua: Pasqua della storia, tesa verso il futuro, presso gli ebrei; presso i cristiani, Pasqua compiuta nella morte e nella Risurrezione di Cristo, anche se ancora in attesa della definitiva consumazione.

1097 Nella Liturgia della Nuova Alleanza, ogni azione liturgica, specialmente la celebrazione dell’Eucaristia e dei sacramenti, è un incontro tra Cristo e la Chiesa. L’assemblea liturgica riceve la propria unità dalla “comunione dello Spirito Santo” che riunisce i figli di Dio nell’unico Corpo di Cristo. Essa supera le affinità umane, razziali, culturali e sociali.

1098 L’assemblea deve prepararsi ad incontrare il suo Signore, essere “un popolo ben disposto”. Questa preparazione dei cuori è l’opera comune dello Spirito Santo e dell’assemblea, in particolare dei suoi ministri. La grazia dello Spirito Santo cerca di risvegliare la fede, la conversione del cuore e l’adesione alla volontà del Padre. Queste disposizioni sono il presupposto per l’accoglienza delle altre grazie offerte nella celebrazione stessa e per i frutti di vita nuova che essa è destinata a produrre in seguito.

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Catechismo della Chiesa Cattolica , Sezione Prima L’Economia Sacramentale/Articolo 1 LA LITURGIA – OPERA DELLA SANTA TRINITA’II. L’Opera di Cristo nella Liturgia ,

31 ottobre 2018

Cristo glorificato…

1084 “Assiso alla destra del Padre” da dove effonde lo Spirito Santo nel suo Corpo che è la Chiesa, Cristo agisce ora attraverso i sacramenti, da lui istituiti per comunicare la sua grazia. I sacramenti sono segni sensibili (parole e azioni), accessibili alla nostra attuale umanità. Essi realizzano in modo efficace la grazia che significano, mediante l’azione di Cristo e la potenza dello Spirito Santo.

1085 Nella Liturgia della Chiesa Cristo significa e realizza principalmente il suo Mistero pasquale. Durante la sua vita terrena, Gesù annunziava con il suo insegnamento e anticipava con le sue azioni il suo Mistero pasquale. Venuta la sua Ora, [Cf ⇒ Gv 13,1; 1085 ⇒ Gv 17,1 ] egli vive l’unico avvenimento della storia che non passa: Gesù muore, è sepolto, risuscita dai morti e siede alla destra del Padre “una volta per tutte” ( ⇒ Rm 6,10; ⇒ Eb 7,27; ⇒ Eb 9,12 ). E’ un evento reale, accaduto nella nostra storia, ma è unico: tutti gli altri avvenimenti della storia accadono una volta, poi passano, inghiottiti nel passato. Il Mistero pasquale di Cristo, invece, non può rimanere soltanto nel passato, dal momento che con la sua morte egli ha distrutto la morte, e tutto ciò che Cristo è, tutto ciò che ha compiuto e sofferto per tutti gli uomini, partecipa dell’eternità divina e perciò abbraccia tutti i tempi e in essi è reso presente. L’evento della croce e della Risurrezione rimane e attira tutto verso la Vita.

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Catechismo della Chiesa Cattolica , Sezione Prima L’Economia Sacramentale

30 ottobre 2018

1076 Il giorno di Pentecoste, con l’effusione dello Spirito Santo, la Chiesa viene manifestata al mondo [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 6; Id., Lumen gentium, 2]. Il dono dello Spirito inaugura un tempo nuovo nella “dispensazione del Mistero”: il tempo della Chiesa, nel quale Cristo manifesta, rende presente e comunica la sua opera di salvezza per mezzo della Liturgia della sua Chiesa, “finché egli venga” ( ⇒ 1Cor 11,26 ). In questo tempo della Chiesa, Cristo vive e agisce ora nella sua Chiesa e con essa in una maniera nuova, propria di questo tempo nuovo. Egli agisce per mezzo dei sacramenti; è ciò che la Tradizione comune dell’Oriente e dell’Occidente chiama “l’Economia sacramentale”; questa
consiste nella comunicazione (o “dispensazione”) dei frutti del Mistero pasquale di Cristo nella celebrazione della Liturgia “sacramentale” della Chiesa.
E’ perciò importante mettere in luce per prima cosa questa “dispensazione sacramentale” (capitolo primo). In tal modo appariranno più chiaramente la natura e gli aspetti essenziali della celebrazione liturgica (capitolo secondo) .

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Catechismo della Chiesa Cattolica: Parte Seconda la Celebrazione del Mistero Cristiano

29 ottobre 2018

Perché la Liturgia?

1066 Nel Simbolo della fede, la Chiesa confessa il Mistero della Santa Trinità e il suo “benevolo disegno” [Cf ⇒ Ef 1,9 ] su tutta la creazione: il Padre compie il “Mistero della sua volontà” donando il suo Figlio diletto e il suo Santo Spirito per la salvezza del mondo e per la gloria del suo Nome. Questo è il Mistero di Cristo, [Cf ⇒ Ef 3,4 ] rivelato e realizzato nella storia secondo un piano, una “disposizione” sapientemente ordinata che san Paolo chiama “l’Economia del Mistero” [Cf ⇒ Ef 3,9 ] e che la tradizione patristica chiamerà “l’Economia del Verbo incarnato” o “l’Economia della salvezza”.

1067 “Quest’opera della Redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio, che ha il suo preludio nelle mirabili gesta divine operate nel popolo dell’Antico Testamento, è stata compiuta da Cristo Signore, specialmente per mezzo del Mistero pasquale della sua beata Passione, Risurrezione da morte e gloriosa Ascensione, Mistero col quale “morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ci ha ridonato la vita”. Infatti dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa” [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 5]. Per questo, nella Liturgia, la Chiesa celebra principalmente il Mistero pasquale per mezzo del quale Cristo ha compiuto l’opera della nostra salvezza.

1068 Questo Mistero di Cristo la Chiesa annunzia e celebra nella sua Liturgia, affinché i fedeli ne vivano e ne rendano testimonianza nel mondo:

La Liturgia, infatti, mediante la quale, massimamente nel divino sacrificio dell’Eucaristia, “si attua l’opera della nostra Redenzione”, contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il Mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 5].

Che cosa significa il termine Liturgia?

1069 Il termine “Liturgia” significa originalmente “opera pubblica”, “servizio da parte del/e in favore del popolo”. Nella tradizione cristiana vuole significare che il Popolo di Dio partecipa all’“opera di Dio” [Cf ⇒ Gv 17,4 ]. Attraverso la Liturgia Cristo, nostro Redentore e Sommo Sacerdote, continua nella sua Chiesa, con essa e per mezzo di essa, l’opera della nostra Redenzione.

1070 Il termine “Liturgia” nel Nuovo Testamento è usato per designare non soltanto la celebrazione del culto divino, [Cf ⇒ At 13,2; ⇒ Lc 1,23 ] ma anche l’annunzio del Vangelo [Cf ⇒ Rm 15,16; ⇒ Fil 2,14-17; 1070 ⇒ Fil 2,30 ] e la carità in atto [Cf ⇒ Rm 15,27; 1070 ⇒ 2Cor 9,12; ⇒ Fil 2,25 ]. In tutti questi casi, si tratta del servizio di Dio e degli uomini. Nella celebrazione liturgica, la Chiesa è serva, a immagine del suo Signore, l’unico “Liturgo”, [Cf ⇒ Eb 8,2; 1070 ⇒ Eb 8,6 ] poiché partecipa del suo sacerdozio (culto) profetico (annunzio) e regale (servizio della carità):

Giustamente perciò la Liturgia è ritenuta quell’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo, mediante il quale con segni sensibili viene significata e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal Corpo Mistico di Gesù Cristo, cioè dal Capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo Corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado [Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum concilium, 7].

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CAMMINARE ALLA PRESENZA DEL SIGNORE Morandini Giuseppe

25 ottobre 2018

IN CAMMINO CON GESÙ (I discepoli di Emmaus)
13 Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Èmmaus, 14 e conversavano di tutto quello che era accaduto. 15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. 16 Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. 17 Ed egli disse loro: “Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?”. Si fermarono, col volto triste; 18 uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: “Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?”. 19 Domandò: “Che cosa?”. Gli risposero: “Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22 Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro 23 e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto”.25 Ed egli disse loro: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! 26 Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. 27 E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 28 Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29 Ma essi insistettero: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”. Egli entrò per rimanere con loro. 30 Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. 32 Ed essi si dissero l’un l’altro: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?”. 33 E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”. 35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane (Lc 24, 13-35).

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23 ottobre 2018

 


“In paradiso gli Angeli…”
L’ultimo saluto che il sacerdote rivolge al fedele defunto, prima che lasci la chiesa per essere portato al cimitero, dice: “In paradiso ti accompagnino gli Angeli… e ti introducano nella santa città…” (Liturgia dei defunti).
Il cammino è terminato. La meta è raggiunta, per chi è stato fedele al suo Signore.
Dopo il giudizio particolare, che è essenzialmente un “rispecchiarsi nel volto di Cristo, immagine del Padre, per verificarne la propria somiglianza di figli”, si apre il regno “preparato fin dall’inizio del mondo”.
L’ultimo tratto della corsa, anche nello sport, è sempre il più difficile. Figurarsi quello della vita umana…
Incerti sono il giorno della morte, l’ora, le circostanze particolari.
Una frase tremenda è sulla bocca di tanti, anche credenti, oggi: “Si muore soli!…” È vero, ma solo in parte. Se fosse totalmente vero, la “compagnia” della fede sarebbe vanificata proprio in un momento estremamente decisivo.
C’è una solitudine che, in certe circostanze, ci fa sentire distinti e separati dagli altri: è quella delle decisioni, delle scelte, dei giudizi con responsabilità personale.
Non deve esistere, per il credente, una solitudine che lo fa sentire lontano da Dio, soprattutto in momenti determinanti come la morte.

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17 ottobre 2018

 

Il volto della Madre
Dio è padre e madre, perché è amore infinito. L’amore è perfetto e fecondo nella paternità e maternità.
Nella sua infinita sapienza egli ha voluto donarci l’immagine del suo amore paterno, nel figlio Gesù. L’icona del suo amore materno ce l’ha donata, in modo particolare, in Maria di Nazareth, il “volto che a Cristo più si assomiglia” (Dante).
“Vergine madre, figlia del tuo Figlio – umile ed alta più che creatura, – termine fisso d’eterno consiglio, – tu sei colei che l’umana natura nobilitasti sì che il suo fattore – non disdegnò di farsi sua fattura” (Dante). Il poeta ha detto tutto e bene, con poche parole. E per noi aggiunge: “Donna, sei tanto grande e tanto vali, – che qual vuol grazia e a te non ricorre, – sua desianza vuol volar senz’ali. – … In te misericordia, in te pietate, – in te magnificenza, in te s’aduna quantunque in creatura è di bontate”.

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15 ottobre 2018

 

Nata dal cuore trafitto
L’evangelista Giovanni, narrando la morte di Gesù, termina con queste parole: “Uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia, e subito ne uscì sangue ed acqua” (Gv 19,34).
Sant’Agostino commenta: “Dal cuore trafitto di Cristo è nata la Chiesa”. L’acqua è il simbolo del Battesimo, il sangue della Eucaristia. Sono i due Sacramenti che costituiscono la Chiesa per la potenza misteriosa della morte e risurrezione di Cristo.
La Chiesa è, così, primo e fondamentale “segno” di Cristo Signore e salvatore dell’umanità. È “luce delle genti” in Gesù, “vera luce, che illumina ogni uomo” (Gv 1,9).
È “corpo mistico” di Cristo, di cui egli è il capo. È “comunione di santi”, che “ricevono dalla pienezza del Salvatore, grazia su grazia” (Gv 1,16).
È “famiglia dei figli di Dio”, in cui Gesù è il primogenito, modellata sull’immagine della divina Trinità.
È “popolo pellegrinante” nella storia degli uomini, alla sequela del suo fondatore e maestro, animato dallo Spirito santo, dono del Risorto, sino alla fine dei secoli.

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12 ottobre 2018

COMPAGNO DI VIAGGIO E GUIDA
L’apostolo Pietro è stato compagno di viaggio, è diventato la prima guida nella Chiesa, voluta da Gesù come famiglia dei figli di Dio. Ha camminato con Gesù insieme agli altri apostoli e discepoli. Ha provato momenti esaltanti, sul Tabor, nella confessione di Cesarea di Filippo… È stato tentato ed ha gettato i suoi dubbi e i suoi timori sul Maestro che annunciava la sua passione e morte. Ne è stato duramente rimproverato. Nella paura e nell’angoscia, rimasto solo, ha rinnegato il Signore. Gesù, con uno sguardo di compassione, di tenerezza e di perdono, lo ha reintegrato nella sua amicizia e nella sua compagnia. Ha pregato per lui, perché, superata la prova, esperto della debolezza e del perdono, fosse capace di diventare, per la volontà suprema del suo Signore, guida dei fratelli. “Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano. Ma io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede: e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,31-32).

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11 ottobre 2018

Con Dio, ma non soli
Può esistere, nel Cristianesimo, una “scelta di vita” per la “solitudine”? No, assolutamente!
Scegliere di stare “soli con Dio”, nel deserto, nell’eremo, nel monastero, nel profondo del proprio cuore, significa inequivocabilmente entrare sempre più profondamente in “compagnia” del Dio, che è Trinità; vivere la “comunione” del Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa; “respirare” con tutta l’umanità, nella quale Cristo si è incarnato, e che gode della sua Provvidenza.
Il nostro Dio non è solitudine. Chi cammina con lui non può camminare solo.
L’uomo è stato creato eretto, perché gli sia più facile guardare in alto e attorno a sé. Guardando in alto, attinge la luce per vedere gli uomini come creature e figli di Dio. Guardando attorno a sé, divinamente illuminato, diventa più capace di solidarietà e di amore. “Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio. Passando per la valle del pianto, la cambia in una sorgente… Cresce lungo il cammino il suo vigore, finché compare davanti a Dio” (Sal 84,6-7).

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10 ottobre 2018

UN AIUTO SIMILE A LUI
L’uomo porta nel cuore una solitudine esistenziale. È il marchio indelebile della sua natura creaturale. La nostalgia della sorgente. È inquieto, finché non torna al suo Creatore. La creatura allevia la solitudine dell’uomo in proporzione alla sua capacità di essere riflesso del volto del Creatore.
Dio è preoccupato della solitudine dell’uomo fin dai primi giorni della creazione. “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile” (Gen 2,18).

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9 ottobre 2018

Nel deserto, l’oasi del ristoro
Il cammino quotidiano della vita non è sempre facile. La stanchezza, la scoperta dei limiti personali, le ferite della convivenza, la polvere della strada… possono appesantire il nostro andare.
I discepoli di Gesù conoscono la povertà spirituale, la fragilità, la tentazione. Come le hanno sperimentate gli apostoli, quando il Maestro era presente in mezzo a loro fisicamente.
Il cammino dell’uomo nella fede, dopo il peccato originale, è lotta, è battaglia, anche contro le insidie del tentatore, nemico di Dio e delle sue creature.
Gesù è il vincitore assoluto del male. La sua vittoria è partecipata a coloro che credono in lui e in lui trovano la salvezza.

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8 ottobre 2018

Il pane della vita
“Indispensabile, per la vita, è il pane” (Sir 29,21). “Ogni uomo mangerà il pane con il sudore del suo volto” (Gen 3,19).
“L’uomo non vivrà di solo pane” (Lc 4,4), ha detto Gesù, riferendo un testo solenne della divina scrittura (Dt 8,3).
Alla fame spirituale di ogni essere intelligente, Dio, creatore e Signore, risponde con il cibo della sua parola.
Una risposta ancora più misteriosa e appagante la dà Gesù, offrendo se stesso come “pane di vita”.
Il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero. Il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo… Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame… Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno” (Gv 6).
Nel suo cammino spirituale quotidiano il discepolo di Gesù ha il pane “assicurato” nella garanzia della fede.
Non può venir meno per fame, a meno che “non dimentichi di mangiare il suo pane” (Sal 102,5).
La santa Messa quotidiana è la redenzione quotidiana”. Nel sacrificio della croce, che si attua nella cena eucaristica, il corpo e il sangue di Cristo, offerti al Padre nella potenza dello Spirito, si fanno cibo e bevanda di salvezza per la famiglia dei figli di Dio riunita per celebrare la Pasqua del Signore.
Restando ospite nel tabernacolo, nel segno del pane, Cristo Gesù si fa cibo quotidiano anche per i malati, viatico per i morenti.

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6 ottobre 2018

Parola e vita
La “vita eterna” è la vita di Dio, che rende “partecipi della natura divina” (1Pt 1,4). “Se uno mi ama, osserva la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo in lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,29).
L’inabitazione della divina Trinità nel cuore dei cristiani è una verità della fede, che apre prospettive infinite nelle relazioni interpersonali tra l’uomo e Dio. Il Trascendente, che è al di sopra del tempo e dello spazio, si rende misteriosamente e gratuitamente presente lì, nel cuore dell’uomo, per condividerne l’avventura della sua quotidianità di figlio di Dio.

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5 ottobre 2018

“La luce che illumina il cammino”
Gesù, “la luce vera, che illumina ogni uomo”, non è più visibilmente in mezzo a noi.
“Beati coloro che credono senza vedere”, ha detto il Signore all’apostolo Tommaso.
“Camminiamo nella fede, non nella visione”, scriveva Paolo ai primi cristiani.
Il Verbo di Dio, che è luce, risplende e illumina nella fede, attraverso le sue “tracce”, impresse nella creazione; i “segni dei tempi”, come arcobaleni nella storia dell’umanità. Soprattutto attraverso la “divina parola”, portata da lui sulla terra, come “buona novella” di salvezza.

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4 ottobre 2018

“Chi cammina con me cammina nella luce”
L’apostolo Giovanni dice nel prologo del suo Vangelo: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9).
Dal primo istante della sua incarnazione, il Figlio di Dio fatto uomo ha iniziato il cammino tra gli uomini per indicare loro la via della salvezza, che conduce alla casa del Padre. Si è fatto “buon Samaritano” dell’uomo ferito dal peccato, in ogni tempo e in ogni luogo della terra.
Gesù ha detto di sé: “lo sono la luce del mondo: chi cammina con me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).

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3 ottobre 2018

“Il Signore tuo Dio ti ha portato…”
Il Deuteronomio, soprattutto attraverso i discorsi di Mosè, narra i grandi avvenimenti dell’Esodo, del Sinai. Ricorda le ribellioni del popolo, il rinnovamento della promessa di fedeltà al Signore, l’accondiscendenza di Dio e la sua fedele amicizia con Mosè. Questa rievocazione è fatta con grande gioia e immensa gratitudine. Il “canto di Mosè” (cap. 32) ne è lo specchio.
“Ascoltate, o cieli; io voglio parlare: oda la terra le parole della mia bocca!… Voglio proclamare il nome del Signore: date gloria al nostro Dio!” (Dt 32,1-3).
Si sa bene che il cammino dell’Esodo – quarant’anni di peregrinazione nel deserto – non fu un tempo facile per il popolo ebraico. Anzi, fu tempo di prova, come dice la divina Scrittura:
“Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi” (Dt 8,2).

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2 ottobre 2018

Il silenzio di Dio non è assenza
La parola del Signore è la luce di chi cammina alla sua presenza. Il Signore parla e il suo servo lo ascolta, perché nella divina parola si nasconde il segreto della vita.
E quando il Signore tace? Quando la sua parola non sorge più come la luce del mattino? Quando non è più il pane quotidiano del pellegrino?
Tempo del silenzio e dell’assenza divina…
L’orante dei Salmi si esprime così: “Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto? Fino a quando nell’anima mia proverò affanni, tristezza nel cuore ogni momento? Guarda, rispondimi, Signore mio” (Sal 19,1-4).
“A te grido, Signore. Non restare in silenzio, mio Dio. Perché se tu non mi parli, io sono come chi scende nella fossa” (Sal 42,10).

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1 ottobre 2018

Dio ci tiene per mano
Dio non ha mani. La Rivelazione biblica gliele attribuisce per far comprendere a noi la molteplicità e lo splendore dell’opera della Creazione e per dare concretezza agli atteggiamenti infiniti di amore e di tenerezza della sua continua Provvidenza.
“I cieli, Signore, sono opera delle tue mani” (Sal 102,26).
“Nelle sue mani sono gli abissi della terra” (Sal 95,4).
“Le mani dell’Altissimo hanno teso l’arcobaleno” (Sir 43,12).
“Le tue mani mi hanno plasmato…” (Sal 119,73).
La mano di Dio conduce l’uomo.
“Mi guida sul giusto cammino” (Sal 23,3).

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29 settembre 2018

Dio ci chiama per nome
Nessuna creatura è anonima dinanzi a Dio.
“Dio conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome” (Sal 146,4). Ha dettato all’universo le sue leggi. Porta il nome di ogni uomo scritto sulle palme delle sue mani (cfr. Is 49, 16). Nulla gli è ignoto o nascosto della nostra esistenza. Dice il Salmo 138: “Signore, tu mi scruti e mi conosci… Penetri da lontano i miei pensieri… Ti son note tutte le mie vie. La mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta… Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza?… Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare, anche là mi guida la tua mano… Per te le tenebre sono come luce… Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio. Tu mi conosci fino in fondo… Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri… Guidami sulla via della vita”.

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CAMMINARE ALLA PRESENZA DEL SIGNORE Morandini Giuseppe

28 settembre 2018

 


“Io sono Dio onnipotente: cammina davanti a me e sii integro”. (Gen 17,1)
“Mi affido alle tue mani; tu mi liberi, Dio fedele”. (Sal 30,6)

PRESENTAZIONE
La prima persona che ha letto queste pagine ha detto: “Sono pensieri semplici, che rasserenano…”.
Indicare la via cristiana della serenità è l’intenzione di chi ha scritto in sincerità, gratitudine e gioia.
“Camminare alla presenza del Signore” per me è sempre stata la scelta di fondo, lo scenario sereno della mia vita. Il richiamo classico – non sempre positivo – “Dio ti vede” mi diceva, fin dall’infanzia: “… Ti vede, ti accompagna, ti aiuta, ti sorprende, ti perdona, ti accoglie,…”. L’occhio del Signore Dio ti vede con tenerezza.
Ora i passi del mio cammino si fanno più lenti… Auguro a me e a tutti di “camminare alla presenza del Signore” sino alla fine: all’incontro nella casa del Padre.

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Teologia Biblica: Maria, di Pedron Lino

27 settembre 2018

VI MARIA E LA CHIESA
Gli ultimi due brani che consideriamo sono mariologici ed ecclesiologici insieme.
1. LA MADRE DEI DISCEPOLI: MARIA CHIESA NASCENTE (Gv 19,25-27)
Questa scena è il momento della nascita della Chiesa e l’inizio della maternità spirituale della madre di Gesù. La madre di Gesù (V. 25) viene presentata come la madre (V. 26) che diventa la madre del discepolo (V. 27); ed egli sarà suo figlio.
La maternità corporale di Maria verso il Figlio di Dio fatto carne fonda una maternità spirituale che ne è l’adempimento (Grelot). Non si tratta solo di relazioni personali; nessuna delle due persone presenti viene designata con il nome: è la loro funzione che conta, perché personificano due gruppi. Il discepolo amato rappresenta tutti i credenti. La madre di Gesù, chiamata donna (cfr. 2,4) è l’immagine della figlia di Sion.
Le parole di Gesù: Ecco tuo figlio, sembrano riecheggiare l’annuncio profetico alla madre-Sion, che vede tornare dall’esilio i suoi figli: Vedi radunati insieme i tuoi figli; ecco: tutti i tuoi figli vengono da lontano (Is 60,4 LXX; cfr. Bar 4,37; 5,5). In Maria si realizza quindi la comunità messianica; la madre di Gesù, nella sua funzione materna, diventa così anche la Chiesa nascente.
Questo progressivo allargamento della prospettiva verso la Chiesa mostra che è fuori posto pensare qui soltanto alle cure personali ed esterne del discepolo verso la madre di Gesù; egli deve accogliere spiritualmente colei che è diventata sua madre. Quindi dobbiamo leggere così Gv 19,27: Da quell’ora il discepolo l’accolse nel suo intimo e non la prese nella sua casa (Lezionario) o la prese con sé. La portata inesauribile di questo simbolismo lega intimamente il mistero della Chiesa e il mistero di Maria (Grelot).
Da quell’ora, un’accoglienza come quella del discepolo è chiesta a tutte le generazioni dei discepoli e di quanti confessano e amano Cristo (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 22). Ma se Maria è qui immagine e inizio della Chiesa (LG 68), è allo stesso tempo madre della Chiesa, cioè di tutto il popolo di Dio (Paolo VI), la madre delle membra di Cristo, che siamo noi (s. Agostino).
Così la donna che era stata la madre di Gesù, diventa la madre spirituale dei fratelli di Gesù. Scrive Origene: Non c’è alcun figlio di Maria, se non Gesù… “Ecco il tuo figlio” equivale a dire: “Questo è Gesù che tu hai partorito”. Infatti chiunque è perfetto “non vive più”, ma in lui “vive Cristo”; e poiché in lui vive Cristo, vien detto a Maria: “Ecco il tuo figlio”, cioè Cristo (In Ev. Ioh. I,23, PG 14,32).

2. LA DONNA DELL’APOCALISSE (12,1-18), IMMAGINE DELLA CHIESA
La donna è il simbolo del popolo di Dio. La figura femminile del C. 12 è in contrapposizione alla prostituta dei Cc. 17-19, e diverrà nei Cc. 19 e 21 la sposa dell’Agnello, la Gerusalemme celeste.
Il figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con verga di ferro (V. 5: cit. del Sal 2,9), è senza dubbio il messia.
La donna che lo partorisce è presentata come una figura cosmica e celeste: ammantata di sole, con la luna sotto i piedi e sulla testa una corona di dodici stelle. Il testo probabilmente si ispira a Is 60, dove viene descritta la figlia di Sion messianica, tutta splendente della gloria di Dio (Is 60,1.19-20) e a Ct 6,10: Bella come la luna, brillante come il sole.
Le dodici stelle raffigurano le dodici tribù dei figli di Israele (12,12). La donna quindi è soprattutto la Chiesa. Le doglie del parto sono una metafora classica per descrivere la maternità escatologica di Sion (Mi 4,10; Is 26,17-18; 66,7-9; Gv 16,21). Non alludono qui alla nascita temporale del messia; sono un simbolo della Chiesa che deve partorire la totalità dei figli di Dio nelle sofferenze, durante tutto il tempo escatologico.
Il dragone, il serpente antico (V. 9) rimanda a Gen 3: è il nemico della donna e del suo seme; rappresenta le forze diaboliche avverse al popolo di Dio. Il figlio della donna è rapito al cielo (indica la glorificazione di Cristo), ma ella trova riparo nel deserto, dove ha un luogo preparato da Dio: è la Chiesa che è protetta e nutrita da Dio durante tutta la sua esistenza sulla terra.
Ci si può chiedere allora se c’è ancora posto per un’interpretazione mariologica di Ap 12. Questo secondo tipo di lettura non è solo possibile, ma necessario. Si noti anzitutto il simbolo della donna; sia in Lc (1,28) sia in Gv (2,4; 19,26) Maria era già considerta la figlia di Sion e proprio per questo viene chiamata da Gesù donna (a Cana e presso la croce). Maria era già l’immagine del popolo di Dio messianico, era già l’immagine della Chiesa. La donna partoriente dell’Apocalisse è la comunità messianica, che nel vangelo di Giovanni era rappresentata dalla madre di Gesù (T. Vetrali).
Come abbiamo visto sopra, il discepolo amato in Gv 19,25-27 era il simbolo di tutti i discepoli di Cristo, che diventano figli della madre di Gesù. In un modo simile la donna di Ap 12 non è solo la madre del messia, ma anche di tutti i rimanenti della sua discendenza, quelli che osservano i comandamenti di Dio e posseggono la testimonianza di Gesù (Ap 12,17).
Questi altri figli della donna sono proprio quelli che erano stati affidati da Gesù a sua madre (Gv 19,25-27). Il figlio maschio dell’Apocalisse si prolunga dunque negli altri discendenti della donna; così anche il simbolo della donna del libro dell’Apocalisse è l’allargamento, in senso collettivo ed ecclesiale, di ciò che era già la donna del vangelo, la madre di Gesù, la figlia di Sion, come figura della Chiesa.
Questa prospettiva ecclesiale del mistero mariano è stata espressa bene nel prefazio della festa dell’Immacolata: In lei (Maria) hai segnato l’inizio della Chiesa, sposa di Cristo senza macchia e senza ruga, splendente di bellezza.
VII CONCLUSIONE
Da tutto quanto abbiamo detto appare chiaramente il legame strettissimo tra Maria e la Chiesa. La madre di Gesù viene presentata nella Scrittura come l’immagine della Chiesa. Questo implica che tutta la Chiesa è mariana (card. Journet) e ci invita sempre più a scoprire il volto mariano della Chiesa (H. Urs Von Balthasar).
La teologia della figlia di Sion esprime il mistero dell’alleanza tra Dio e il suo popolo. L’alleanza è al centro della Scrittura. Ora Maria rappresenta precisamente il popolo di Dio che dice sì al suo Dio e che diventa il modello permanente per tutta la Chiesa.

Fine

Fonte

PAPA FRANCESCO UDIENZA GENERALE Piazza San Pietro Mercoledì, 26 settembre 2018

27 settembre 2018

Catechesi sul Viaggio nei Paesi Baltici
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nei giorni scorsi ho compiuto un viaggio apostolico in Lituania, Lettonia ed Estonia, in occasione del centenario dell’indipendenza di questi Paesi detti Baltici. Cento anni che essi hanno vissuto per metà sotto il giogo delle occupazioni, quella nazista, prima, e quella sovietica, poi. Sono popoli che hanno molto sofferto, e per questo il Signore li ha guardati con predilezione. Sono sicuro di questo. Ringrazio i Presidenti delle tre Repubbliche e le Autorità civili per la squisita accoglienza che ho ricevuto. Ringrazio i Vescovi e tutti coloro che hanno collaborato a preparare e realizzare questo evento ecclesiale.
La mia visita è avvenuta in un contesto assai mutato rispetto a quello che incontrò S. Giovanni Paolo II; perciò la mia missione era annunciare nuovamente a quei popoli la gioia del Vangelo e la rivoluzione della tenerezza, della misericordia, perché la libertà non basta a dare senso e pienezza alla vita senza l’amore, amore che sempre viene da Dio. Il Vangelo, che nel tempo della prova dà forza e anima la lotta per la liberazione, nel tempo della libertà è luce per il quotidiano cammino delle persone, delle famiglie, delle società ed è sale che dà sapore alla vita ordinaria e la preserva dalla corruzione della mediocrità e degli egoismi.
In Lituania i cattolici sono la maggioranza, mentre in Lettonia e in Estonia prevalgono i luterani e gli ortodossi, ma molti si sono allontanati dalla vita religiosa. Dunque la sfida è quella di rafforzare la comunione tra tutti i cristiani, già sviluppatasi durante il duro periodo della persecuzione. In effetti, la dimensione ecumenica era intrinseca a questo viaggio, e ha trovato espressione nel momento di preghiera nella Cattedrale di Riga e nell’incontro con i giovani a Tallinn.
Nel rivolgermi alle rispettive Autorità dei tre Paesi, ho messo l’accento sul contributo che essi danno alla comunità delle Nazioni e specialmente all’Europa: contributo di valori umani e sociali passati attraverso il crogiolo della prova. Ho incoraggiato il dialogo tra la generazione degli anziani e quella dei giovani, perché il contatto con le “radici” possa continuare a fecondare il presente e il futuro. Ho esortato a coniugare sempre la libertà con la solidarietà e l’accoglienza, secondo la tradizione di quelle terre.
Ai giovani e agli anziani erano dedicati due incontri specifici: con i giovani a Vilnius, con gli anziani a Riga. Nella piazza di Vilnius, piena di ragazzi e ragazze, era palpabile il motto della visita in Lituania: «Gesù Cristo nostra speranza». Le testimonianze hanno manifestato la bellezza della preghiera e del canto, dove l’anima si apre a Dio; la gioia di servire gli altri, uscendo dai recinti dell’“io” per essere in cammino, capaci di rialzarsi dopo le cadute. Con gli anziani, in Lettonia, ho sottolineato lo stretto legame tra pazienza e speranza. Coloro che sono passati attraverso dure prove sono radici di un popolo, da custodire con la grazia di Dio, perché i nuovi germogli possano attingervi e fiorire e portare frutto. La sfida per chi invecchia è non indurirsi dentro, ma rimanere aperto e tenero di mente e di cuore; e questo è possibile con la “linfa” dello Spirito Santo, nella preghiera e nell’ascolto della Parola.
Anche con i sacerdoti, i consacrati e i seminaristi, incontrati in Lituania, è apparsa essenziale, per la speranza, la dimensione della costanza: essere centrati in Dio, fermamente radicati nel suo amore. Che grande testimonianza in questo hanno dato e danno ancora tanti preti, religiosi e religiose anziani! Hanno sofferto calunnie, prigioni, deportazioni…, ma sono rimasti saldi nella fede. Ho esortato a non dimenticare, a custodire la memoria dei martiri, per seguire i loro esempi.
E a proposito di memoria, a Vilnius ho reso omaggio alle vittime del genocidio ebraico in Lituania, esattamente a 75 anni dalla chiusura del grande Ghetto, che fu anticamera della morte per decine di migliaia di ebrei. Nello stesso tempo ho visitato il Museo delle Occupazioni e delle Lotte per la Libertà: ho sostato in preghiera proprio nelle stanze dove venivano detenuti, torturati e uccisi gli oppositori del regime. Ne uccidevano più o meno quaranta per notte. È commovente vedere fino a che punto può arrivare la crudeltà umana. Pensiamo a questo.
Passano gli anni, passano i regimi, ma sopra la Porta dell’Aurora di Vilnius, Maria, Madre della Misericordia, continua a vegliare sul suo popolo, come segno di sicura speranza e di consolazione (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 68).
Segno vivo del Vangelo è sempre la carità concreta. Anche dove più forte è la secolarizzazione, Dio parla col linguaggio dell’amore, della cura, del servizio gratuito a chi è nel bisogno. E allora i cuori si aprono, e succedono miracoli: nei deserti germoglia vita nuova.
Nelle tre celebrazioni Eucaristiche – a Kaunas, Lituania, ad Aglona, Lettonia, e a Tallinn, Estonia – il santo Popolo fedele di Dio in cammino in quelle terre ha rinnovato il suo “sì” a Cristo nostra speranza; lo ha rinnovato con Maria, che sempre si mostra Madre dei suoi figli, specialmente dei più sofferenti; lo ha rinnovato come popolo scelto, sacerdotale e santo, nel cui cuore Dio risveglia la grazia del Battesimo.
Preghiamo per i nostri fratelli e sorelle della Lituania, della Lettonia, e dell’Estonia. Grazie!

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Teologia Biblica: Maria, di Pedron Lino

26 settembre 2018

V SPOSA DELLE NOZZE MESSIANICHE A CANA (Gv 2,1-12)
Questo brano è anzitutto cristologico, ma è anche uno dei grandi temi mariologici. Il tema cristologico fondamentale è la manifestazione messianica della gloria di Gesù (2,11): il vino buono conservato fino adesso rappresenta la manifestazione messianica, la grazia della verità presente in Gesù (1,17), il suo vangelo (s. Agostino, In Ioh., 9,2; PL 35,1459); per mezzo del simbolismo delle nozze, egli si manifesta come lo sposo della nuova comunità messianica (cfr. anche 3,28-29).

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Teologia Biblica: Maria, di Pedron Lino

25 settembre 2018

V LA MADRE DEL MESSIA
Gli altri tre brani mariani di Lc 1-2 presentano aspetti della manifestazione di Gesù-messia.
1. LA VISITAZIONE: MARIA ARCA DELL’ALLEANZA (Lc 1,39-56)
Dopo il parallelismo tra l’annuncio della nascita di Giovanni Battista e quello della nascita di Gesù, il racconto della visitazione presenta l’incontro delle due madri.
La fretta di Maria di recarsi da Elisabetta è l’espressione della sua gioia. Al saluto di Maria, Elisabetta sente nel suo grembo l’esultanza di Giovanni Battista: comprende che egli pieno di Spirito Santo (1,15), è il profeta dell’Altissimo che prepara le vie del Signore (1,76): egli infatti rivela a sua madre la presenza misteriosa del Signore nel grembo di Maria. Elisabetta, piena di Spirito Santo, rivolge a Maria una doppia benedizione (Vv. 42-45) che richiama molto da vicino la celebrazione d’Israele davanti all’arca dell’alleanza (1Sam 6,2-11) come già aveva accennato Lc 1,35.
Scrive sant’Ambrogio: Che cos’è l’arca se non santa Maria? (Sermo 42,6; PL 17,689). Il messaggio essenziale del brano però sta nella doppia proclamazione profetica di Elisabetta: È venuta da me la madre del mio Signore e beata colei che ha creduto: Maria non sarebbe diventata la madre del Signore se non fosse stata colei che ha creduto.
Il cantico della Vergine è l’inno in cui Maria loda Dio per l’opera compiuta in lei e in tutto il popolo di Dio. L’inno è composto in gran parte da citazioni bibliche; si notano soprattutto i contatti con il cantico di Anna (1Sam 2,1-10). La situazione di Maria non era solo simile a quella di Elisabetta, ma anche a quella di Anna madre di Samuele.
Il cantico della Vergine comprende due parti: la prima (Vv. 46-50) concerne la situazione personale di Maria; la seconda (Vv. 51-55) indica il senso dell’evento per Israele: in questa seconda parte Maria parla come la figlia di Sion escatologica, che vede realizzarsi adesso tutto ciò che Dio aveva promesso nel passato per il suo popolo.

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Teologia Biblica: Maria, di Pedron Lino

24 settembre 2018

MARIA NEL NUOVO TESTAMENTO
I INTRODUZIONE
La teologia biblica deve aprire gli orizzonti della storia della salvezza e mostrare il posto che vi occupa Maria, la figlia di Sion, nell’insieme del cammino del popolo di Dio. La mariologia prende il suo vero senso dalla cristologia, ma deve essere integrata nell’ecclesiologia come ha voluto il Concilio Vaticano II (LG c. VIII).
Per l’equilibrio e la fecondità della mariologia, sarà sempre necessario proporla con questo triplice sforzo di integrazione teologica: nell’AT, nel mistero di Cristo, nel mistero della Chiesa.

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Teologia Biblica: Maria, di Pedron Lino

22 settembre 2018

V MARIA “PROFETICAMENTE ADOMBRATA” NELL’ANTICO TESTAMENTO
1. Is 7,14: CONTESTO ORIGINALE
La giovane donna (ebr. ‘almah) cui accenna il profeta è Abi moglie di Acaz, re di Giuda. Il figlio che darà alla luce è Ezechia, chiamato col nome augurale Emmanuele, cioè Dio con noi: un titolo che suonava come promessa nelle circostanze critiche del momento. E Dio dimostrerà realmente di essere con il suo popolo (Is 8,10): grazie a Ezechia la casa di Davide non si estinguerà.

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Teologia Biblica: Maria, di Pedron Lino

21 settembre 2018

IV DA ISRAELE POPOLO DELLA “MEMORIA” A MARIA CHE “CONSERVA TUTTO NEL CUORE”
E sua madre conservava tutte queste cose nel suo cuore (Lc 2,51): questo celebre ritornello del vangelo di Luca ci rivela quanto Maria avesse fatto propria la spiritualità del popolo di Israele.
1. LA “MEMORIA” NELL’AT
Lungo tutto l’AT si fa obbligo al popolo eletto di ricordare e meditare nel proprio cuore quanto Dio ha fatto in suo favore: Guardati e guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno viste; non ti sfuggano dal cuore, per tutto il tempo della tua vita. Le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli. Ricordati… interroga i tempi antichi… Guardatevi dal dimenticare l’alleanza del Signore vostro Dio… (Dt 4,9-10.23.32).
Il memoriale cui deve applicarsi ogni pio israelita corrisponde all’intera storia della salvezza dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra (Dt 4,32). Nulla di quanto il Signore ha fatto in favore del suo popolo deve essere dimenticato. La tradizione biblica definisce come sapiente la persona che ricorda, che custodisce nel suo cuore gli innumerevoli gesti di salvezza operati dal Signore (cfr. Sir 44,1-50,21; 50,27.28; Gdt 8,26-29).
La memoria di cui si parla nella Bibbia ha sempre un senso dinamico. Non è accademica, libresca, nozionistica. Essa guarda al passato per comprendere meglio il presente. Dio si è rivelato negli eventi trascorsi della storia di Israele. Per cui ritornare con la mente a quei fatti significa conoscere sempre meglio chi è il Signore e qual è la sua volontà per il tempo presente. Tutto scaturisce da questa convinzione: ciò che il Signore ha operato in passato è garanzia che egli farà altrettanto nel presente e nel futuro, perché il suo amore è immutabile. La fede nell’avvenire proviene da quanto si verificò nei tempi passati (Filone, Vita di Mosè II, 288).
La memoria privilegiata è sempre quella dell’esodo dall’Egitto. Come Dio liberò il suo popolo dalla mano del faraone, così lo libererà da ogni altra angustia (Dt 7,17-19) perché il suo amore è eterno (Sal 136).
I padri e i protagonisti della storia di Israele ebbero tante tribolazioni, ma il Signore li soccorse e li liberò. Dice il Sal 22,5-6 (il salmo che Gesù recitò in croce): In te hanno sperato i nostri padri, hanno sperato e tu li hai liberati; a te gridarono e furono salvati, sperando in te non rimasero delusi. Ricordando le numerose liberazioni che Dio aveva compiuto per i padri, Israele consolidava la speranza che Dio avrebbe visitato e redento il suo popolo mediante il Messia (cfr. Lc 1,67-79).

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Teologia Biblica: Maria, di Pedron Lino

20 settembre 2018

III MARIA PERSONIFICAZIONE DI GERUSALEMME
La città di Gerusalemme, cuore di Israele, prepara la tipologia di Maria almeno sotto due aspetti: come figlia di Sion e come madre universale.
1. FIGLIA DI SION
Origine e senso del titolo
Anche Gerusalemme, città posta sui monti, aveva la sua rocca, chiamata Sion. Su questa sommità il re Salomone (970 ca. – 930 ca.) costruì il tempio e la reggia. All’interno del tempio, precisamente nel santo dei santi, fece trasportare l’arca (1Re 8,1-8). Da allora col nome di Sion si volle indicare soprattutto il monte del tempio (Is 18,7; Ger 26,18; Sal 2,6; 48,2-3). Sion, pertanto, era considerata la zona più sacra di Gerusalemme, perché là dimorava il Signore nella sua casa. Perciò il colle di Sion passò ad indicare tutta Gerusalemme e qualche volta anche l’intero popolo di Israele, in quanto Gerusalemme era il centro religioso e politico della comunità ebraica.
Si deve anche notare che il linguaggio biblico, per designare una nazione o una città e i suoi abitanti, usa l’espressione figlia, seguita dal nome della rispettiva terra o località: figlia di Babilonia (Sal 137,8), figlia di Edom (Lam 4,21), figlia d’Egitto (Ger 46,11)… Così l’espressione figlia di Sion significa la città di Gerusalemme e quanti dimorano tra le sue mura (2Re 19,21; ecc.), oppure il suolo e il popolo di Israele (Sof 3,14, Lam 2,1).
Vi sono tre celebri oracoli dei profeti Zaccaria (2,14-15; 9,9-10), Sofonia (3,14-17) e Gioele (2,21-27) in cui la figlia di Sion è invitata a gioire intensamente. Il motivo di tanta letizia è che il suo Dio abita in mezzo ad essa; perciò non deve temere: il Signore, infatti, è il suo re e il suo salvatore. Con queste parole i profeti citati rivelavano ai loro fratelli lo stato di felicità che sarebbe seguito alla desolazione dell’esilio babilonese.
Applicazione mariana
Secondo molti esegeti odierni, nelle parole dell’angelo Gabriele a Maria, vi è l’eco abbastanza distinta del messaggio che i profeti sopra citati rivolgevano alla figlia di Sion. Anche Maria, infatti è invitata a rallegrarsi (Rallegrati, o piena di grazia!) e a non temere perché il Figlio di Dio prenderà dimora in lei facendo del suo grembo il nuovo tempio. Egli sarà re e salvatore della casa di Giacobbe, che è la Chiesa (cfr. Lc 1,28-33; 3,11).
In altre parole: Luca applica a Maria le profezie che Zaccaria, Sofonia e Gioele indirizzavano alla figlia di Sion. Mediante questo procedimento letterario egli intende identificare Maria con la figlia di Sion, cioè con Gerusalemme e tutto il popolo di Israele, erede delle promesse di salvezza.
La vergine di Nazaret, nella sua persona individua, sarebbe quindi la rappresentante del resto di Israele, cioè di questo popolo umile e povero che confida nel Signore (cfr. Sof 2,12-13). L’antico Israele, da secoli in cammino verso il messia redentore, si realizza perfettamente in questa sua figlia. Maria è il fiore di Israele.

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Teologia Biblica: Maria, di Pedron Lino

19 settembre 2018

II MARIA ARCA DELLA NUOVA ALLEANZA
1. ALLEANZA E ARCA NELL’ANTICO TESTAMENTO
Le tradizioni dell’AT associano strettamente la nozione di alleanza a quella di arca. Infatti appena fu conclusa l’alleanza fra Dio e il popolo di Israele al monte Sinai, il Signore diede quest’ordine: Essi mi faranno un santuario ed io abiterò in mezzo a loro (Es 25,8). Gli israeliti allora eressero la tenda del convegno e all’interno di essa, per ordine del Signore, collocarono l’arca dell’alleanza. Essa aveva la forma di un cofano rettangolare fatto con legno di acacia; misurava all’incirca cm. 112 di lunghezza e 66 di larghezza e di altezza (Es 25,10).
Dentro quest’arca erano custodite le due tavole dei comandamenti dati da Dio a Mosè sul Sinai come documento-base che avrebbe regolato l’alleanza (Es 25,16,31,18; Dt 10,1-5). In questo modo l’arca divenne il segno sensibile della presenza di Dio in mezzo al suo popolo: Stabilirò la mia dimora presso di voi, sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo (Lv 26,11).
Per rappresentare questa dimora di Dio in mezzo al suo popolo (la shekinàh), i libri dell’AT impiegano spesso l’immagine della nube. Con l’uso di questo elemento figurativo-simbolico, essi parlano di Dio che scende ad abitare sul monte Sinai (Es 24,16), nella tenda del convegno (Es 40,34-35) e, infine, nel santo dei santi del tempio di Gerusalemme (1Re 8,10-12; 2Cr 5,13). Qui l’arca ebbe sistemazione definitiva, dopo l’insediamento d’Israele in Palestina.

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Teologia Biblica: Maria,di Pedron Lino

18 settembre 2018

MARIA NELL’ANTICO TESTAMENTO
La persona e la missione di Maria, madre di Gesù, sono state prefigurate in vari modi nell’AT. Per verificare questa affermazione prenderemo come guida gli autori del NT. Essi, infatti, per primi hanno intravisto la figura della Vergine nelle persone e nelle istituzioni dell’antica alleanza.
Adottando questo criterio di lettura si ottengono molti risultati, e tutti convergono nel considerare Maria come il compimento d’Israele in cammino verso il messia redentore.
In questa breve esposizione metteremo in luce il modo col quale Matteo, Luca e Giovanni hanno riletto in chiave mariana diverse pagine dell’AT.

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Udienza Papa Francesco 28 febbraio 2018

28 febbraio 2018

 

Il pane e il vino rappresentano l’offerta della propria vita, “affinché sia trasformata dallo Spirito Santo nel sacrificio di Cristo e diventi con Lui una sola offerta spirituale gradita al Padre”. Il Signore “ci dà tanto”, aggiunge Papa Francesco, e “ci chiede poco”: “ci chiede, nella vita ordinaria, buona volontà; ci chiede cuore aperto, ci chiede voglia di essere migliori”.

 

 

 

 

 

Soprattutto in questo tempo di Quaresima, il Pontefice auspica che tutti i discepoli di Cristo possano coltivare “la spiritualità del dono di sé”, che “questo momento della Messa ci insegna”. Con “il cuore aperto alla potenza di Dio” è possibile trovare senso nelle proprie giornate, vivere in modo pieno “le relazioni con gli altri, le cose che facciamo, le sofferenze che incontriamo, aiutandoci a costruire la città terrena alla luce del Vangelo”.

Catechesi di Papa Francesco nell’Udienza Generale del 31 gennaio 2018

1 febbraio 2018

 

 

 

Come potremmo affrontare il nostro pellegrinaggio terreno, con le sue fatiche e le sue prove, senza essere regolarmente nutriti e illuminati dalla Parola di Dio che risuona nella liturgia? Certo non basta udire con gli orecchi, senza accogliere nel cuore il seme della divina Parola, permettendole di portare frutto. La Parola di Dio fa un cammino dentro di noi. La ascoltiamo con le orecchie, passa al cuore, non rimane nelle orecchie, deve andare al cuore e dal cuore passa alle mani, alle opere buone. Questo è il percorso che fa la Parola di Dio: dalle orecchie al cuore e alle mani. Impariamo queste cose.

Catechesi di Papa Francesco nell’Udienza Generale del 18 ottobre 2017

18 ottobre 2017

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 18 ottobre 2017

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La Speranza cristiana – 37. Beati i morti che muoiono nel Signore

Carissimi fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi vorrei mettere a confronto la speranza cristiana con la realtà della morte, una realtà che la nostra civiltà moderna tende sempre più a cancellare. Così, quando la morte arriva, per chi ci sta vicino o per noi stessi, ci troviamo impreparati, privi anche di un “alfabeto” adatto per abbozzare parole di senso intorno al suo mistero, che comunque rimane. Eppure i primi segni di civilizzazione umana sono transitati proprio attraverso questo enigma. Potremmo dire che l’uomo è nato con il culto dei morti.

Altre civiltà, prima della nostra, hanno avuto il coraggio di guardarla in faccia. Era un avvenimento raccontato dai vecchi alle nuove generazioni, come una realtà ineludibile che obbligava l’uomo a vivere per qualcosa di assoluto. Recita il salmo 90: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (v. 12). Contare i propri giorni fa si che il cuore diventi saggio! Parole che ci riportano a un sano realismo, scacciando il delirio di onnipotenza. Cosa siamo noi? Siamo «quasi un nulla», dice un altro salmo (cfr 88,48); i nostri giorni scorrono via veloci: vivessimo anche cent’anni, alla fine ci sembrerà che tutto sia stato un soffio. Tante volte io ho ascoltato anziani dire: “La vita mi è passata come un soffio…”.

Così la morte mette a nudo la nostra vita. Ci fa scoprire che i nostri atti di orgoglio, di ira e di odio erano vanità: pura vanità. Ci accorgiamo con rammarico di non aver amato abbastanza e di non aver cercato ciò che era essenziale. E, al contrario, vediamo quello che di veramente buono abbiamo seminato: gli affetti per i quali ci siamo sacrificati, e che ora ci tengono la mano.

Gesù ha illuminato il mistero della nostra morte. Con il suo comportamento, ci autorizza a sentirci addolorati quando una persona cara se ne va. Lui si turbò «profondamente» davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, e «scoppiò in pianto» (Gv 11,35). In questo suo atteggiamento, sentiamo Gesù molto vicino, nostro fratello. Lui pianse per il suo amico Lazzaro.

E allora Gesù prega il Padre, sorgente della vita, e ordina a Lazzaro di uscire dal sepolcro. E così avviene. La speranza cristiana attinge da questo atteggiamento che Gesù assume contro la morte umana: se essa è presente nella creazione, essa è però uno sfregio che deturpa il disegno di amore di Dio, e il Salvatore vuole guarircene.

Altrove i vangeli raccontano di un padre che ha la figlia molto malata, e si rivolge con fede a Gesù perché la salvi (cfr Mc 5,21-24.35-43). E non c’è figura più commovente di quella di un padre o di una madre con un figlio malato. E subito Gesù si incammina con quell’uomo, che si chiamava Giairo. A un certo punto arriva qualcuno dalla casa di Giairo e gli dice che la bambina è morta, e non c’è più bisogno di disturbare il Maestro. Ma Gesù dice a Giairo: «Non temere, soltanto abbi fede!» (Mc 5,36). Gesù sa che quell’uomo è tentato di reagire con rabbia e disperazione, perché è morta la bambina, e gli raccomanda di custodire la piccola fiamma che è accesa nel suo cuore: la fede. “Non temere, soltanto abbi fede”. “Non avere paura, continua solo a tenere accesa quella fiamma!”. E poi, arrivati a casa, risveglierà la bambina dalla morte e la restituirà viva ai suoi cari.

Gesù ci mette su questo “crinale” della fede. A Marta che piange per la scomparsa del fratello Lazzaro oppone la luce di un dogma: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi tu questo?» (Gv 11,25-26). È quello che Gesù ripete ad ognuno di noi, ogni volta che la morte viene a strappare il tessuto della vita e degli affetti. Tutta la nostra esistenza si gioca qui, tra il versante della fede e il precipizio della paura. Dice Gesù: “Io non sono la morte, io sono la risurrezione e la vita, credi tu questo?, credi tu questo?”. Noi, che oggi siamo qui in Piazza, crediamo questo?

Siamo tutti piccoli e indifesi davanti al mistero della morte. Però, che grazia se in quel momento custodiamo nel cuore la fiammella della fede! Gesù ci prenderà per mano, come prese per mano la figlia di Giairo, e ripeterà ancora una volta: “Talità kum”, “Fanciulla, alzati!” (Mc 5,41). Lo dirà a noi, a ciascuno di noi: “Rialzati, risorgi!”. Io vi invito, adesso, a chiudere gli occhi e a pensare a quel momento: della nostra morte. Ognuno di noi pensi alla propria morte, e si immagini quel momento che avverrà, quando Gesù ci prenderà per mano e ci dirà: “Vieni, vieni con me, alzati”. Lì finirà la speranza e sarà la realtà, la realtà della vita. Pensate bene: Gesù stesso verrà da ognuno di noi e ci prenderà per mano, con la sua tenerezza, la sua mitezza, il suo amore. E ognuno ripeta nel suo cuore la parola di Gesù: “Alzati, vieni. Alzati, vieni. Alzati, risorgi!”.

Questa è la nostra speranza davanti alla morte. Per chi crede, è una porta che si spalanca completamente; per chi dubita è uno spiraglio di luce che filtra da un uscio che non si è chiuso proprio del tutto. Ma per tutti noi sarà una grazia, quando questa luce, dell’incontro con Gesù, ci illuminerà.

 

 

Saluti:

Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier les jeunes des collèges et lycées venus de France ainsi que les personnes venues de Suisse. Lorsque nos vies connaissent des épreuves et des deuils, Jésus nous dit à nous aussi : « Je suis la résurrection et la vie ». Je prie pour que votre pèlerinage à Rome vous aide à garder dans votre cœur la flamme de la foi et de l’espérance. Que Dieu vous bénisse.

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, specialmente i giovani dei collegi e dei licei provenienti dalla Francia, come anche i pellegrini giunti dalla Svizzera. Quando le nostre vite sperimentano prove e dolori, ricordiamoci che Gesù ci ha detto: “Io sono la risurrezione e la vita”. Prego che il vostro pellegrinaggio a Roma vi aiuti a mantenere viva nel vostro cuore la fiamma della fede e della speranza. Dio vi benedica.]

I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those from England, Scotland, Malta, the Netherlands, Norway, Sweden, Russia, Indonesia, Malaysia, Sri Lanka, China, Ghana, Lesotho, the Philippines, and the United States of America. May Jesus Christ strengthen you and your families in faith and make you witnesses of hope to the world, especially to those who mourn. May God bless you all!

[Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’Udienza odierna, specialmente quelli provenienti da Inghilterra, Scozia, Malta, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Russia, Indonesia, Malaysia, Sri Lanka, Cina, Ghana, Lesotho, Filippine e Stati Uniti d’America. Gesù Cristo rafforzi nella fede voi e le vostre famiglie e vi faccia testimoni di speranza in questo mondo, specialmente a quanti vivono nel dolore. Dio vi benedica tutti!]

Herzlich heiße ich die Pilger deutscher Sprache willkommen. Besonders grüße ich die Schützen und die anderen Vereine aus dem Landkreis Cloppenburg sowie die vielen Jugendlichen, vor allem die Schülerinnen der Liebfrauenschule in Bonn. Ich wünsche euch einen guten Aufenthalt in Rom und segne euch alle von Herzen.

[Un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua tedesca. Saluto in particolare gli “Schützen”, le associazioni provenienti dalla regione di Cloppenburg e i numerosi giovani, specialmente le studentesse della Liebfrauenschule di Bonn. Vi auguro un buon soggiorno a Roma e di cuore vi benedico tutti.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los provenientes de España y Latinoamérica. El Señor, única esperanza de la humanidad, nos conceda la gracia de mantener encendida la llama de la fe, y en el momento de nuestra muerte nos tome de la mano y nos diga: «¡Levántate!». Que Santa María, Madre de Dios, interceda por todos nosotros, ahora y en la hora de nuestra muerte. Así sea.

Dirijo uma cordial saudação aos peregrinos de língua portuguesa, com destaque para os diversos grupos vindos do Brasil, em particular os fiéis da arquidiocese de Natal com o seu Pastor e os da arquidiocese de Londrina, convidando todos a permanecer fiéis a Cristo Jesus, como os Protomártires do Brasil. O Espírito Santo vos ilumine para poderdes levar a Bênção de Deus a todos os homens. A Virgem Mãe vele sobre o vosso caminho e vos proteja.

[Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua portoghese, specialmente ai diversi gruppi venuti dal Brasile, in particolare ai fedeli dell’arcidiocesi di Natal con il suo Pastore e a quelli dell’arcidiocesi di Londrina, invitando tutti a rimanere fedeli a Cristo Gesù come i Protomartiri del Brasile. Lo Spirito Santo vi illumini affinché possiate portare la Benedizione di Dio a tutti gli uomini. La Vergine Madre vegli sul vostro cammino e vi protegga.]

أرحب بمودة بالحاضرين الناطقين باللغة العربية، وخاصة بالقادمين من‏ سوريا ومن الشرق الأوسط. ‏أمام رحيل الأشخاص المقربين تنهار خدعة إنكار الموت أو تجاهله، ونجد أنفسنا أمام اختيارين: إما الاستمرار ‏في تضليل أنفسنا وإما الاعتراف بتواضع بضآلتنا والإيمان بأن الله خلقنا للحياة. وحده نور يسوع يستطيع أن ‏يحول كآبة القبر إلى نصرة، ومرارة الفراق إلى عذوبة اللقاء، وهزيمة الصليب إلى فجر القيامة. وحده الايمان ‏يحول الحياة الأرضية من نهاية عبثية إلى بداية مجيدة لحياة أبدية. ليبارككم الربّ جميعا ويحرسكم من الشرير!‏‏‏‏ ‏‏

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua ‎araba, ‎in ‎‎‎particolare quelli ‎provenienti ‎dalla Siria e dal Medio Oriente. Crolla dinanzi alla partenza di persone care ‎l’inganno di negare o di ignorare la morte e ci troviamo di fronte a due scelte: o ‎continuare a illuderci oppure ammettere umilmente la nostra piccolezza e credere che Dio ci ha creato per la vita. Solo la luce di Gesù può ‎trasformare le tenebre della tomba in vittoria; l’amarezza della separazione nella ‎dolcezza dell’incontro; e la sconfitta della croce nell’alba della Risurrezione. Solo ‎la fede può mutare la vita terrena da una fine assurda ad un inizio glorioso per la ‎vita eterna. ‎Il ‎Signore vi benedica e vi protegga sempre dal maligno‎!]

Pozdrawiam pielgrzymów polskich. Dzisiaj, wspominając świętego Łukasza Ewangelistę, obchodzicie w Polsce patronalne święto Służby Zdrowia. Pamiętajcie w modlitwie o wszystkich, którzy z oddaniem i poświęceniem służą chorym. Niech nigdy nie zabraknie im sił w pełnionej posłudze, sukcesów i radości. Niech Bóg ich wspiera i wynagrodzi wszelkie dobro oraz nadzieję wlewaną w serca chorych. Wam wszystkim tu obecnym i waszym bliskim z serca błogosławię.

[Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. Oggi, ricordando san Luca Evangelista, in Polonia celebrate la festa patronale degli Operatori Sanitari. Ricordate nella preghiera tutti quelli che si prendono cura delle persone inferme con dedizione e spirito di sacrificio. Nel servizio che svolgono non vengano mai a mancare le forze, i buoni risultati e la gioia. Dio li sostenga e ricompensi il bene e la speranza che infondono nei cuori dei malati. Benedico di cuore voi, qui presenti, e i vostri cari.]

Van harte begroet ik de Nederlandstalige gelovigen, in het bijzonder de pelgrims uit het bisdom Rotterdam. Christus heeft de dood overwonnen. Hij is onze verrijzenis en ons leven. Wees voor jullie broeders en zusters als getuigen van deze boodschap van hoop. De Heer zegene u en al uw dierbaren.

[Con affetto saluto i fedeli di lingua neerlandese, in particolare i pellegrini provenienti dalla Diocesi di Rotterdam. Cristo ha vinto la morte. È Lui la nostra risurrezione e la nostra vita. Siate testimoni di questo messaggio di speranza davanti ai vostri fratelli e alle vostre sorelle. Il Signore benedica voi e i vostri cari.]

 

APPELLO

Desidero esprimere il mio dolore per la strage avvenuta qualche giorno fa a Mogadiscio, Somalia, che ha causato oltre trecento morti, tra cui alcuni bambini. Questo atto terroristico merita la più ferma deplorazione, anche perché si accanisce su una popolazione già tanto provata. Prego per i defunti e per i feriti, per i loro familiari e per tutto il popolo della Somalia. Imploro la conversione dei violenti e incoraggio quanti, con enormi difficoltà, lavorano per la pace in quella terra martoriata.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana!

Sono lieto di accogliere i fedeli della Diocesi di Conversano-Monopoli, con il Vescovo Monsignor Giuseppe Favale, qui convenuti per la ricorrenza dell’Anno mariano diocesano; i cresimati della Diocesi di Faenza-Modigliana, con il Vescovo Monsignor Mario Toso; le capitolari delle Figlie di Santa Maria di Leuca e le religiose partecipanti all’incontro promosso dall’USMI. Cari fratelli e sorelle, il vostro pellegrinaggio a Roma ravvivi la comunione con il Successore di Pietro e la Chiesa universale e vi renda testimoni di Cristo nelle vostre Chiese locali.

Saluto i pellegrini della Fondazione “Senior Italia”, in occasione della festa dei nonni; i partecipanti al pellegrinaggio promosso dalla Milizia dell’Immacolata; i membri dell’Associazione “Bimbo tu” di Bologna; l’Unione italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti e i fedeli delle diverse parrocchie ed associazioni.

Porgo infine il mio saluto ai giovani, ai malati ed agli sposi novelli. Oggi ricorre la festa di San Luca, evangelista e medico. Cari giovani, la sua testimonianza di vita vi sproni a scelte coraggiose di solidarietà e tenerezza; cari ammalati, sul suo insegnamento possiate trovare in Gesù il rimedio alle vostre sofferenze; e voi, cari sposi novelli, chiedete la sua intercessione perché nella vostra nuova famiglia non venga mai meno l’attenzione a quanti soffron0

 

 

Catechesi di Papa Francesco nell’Udienza Generale dell’11 ottobre 2017

11 ottobre 2017

 

“La rassegnazione non è una virtù cristiana. Come non è da cristiani alzare le spalle o piegare la testa davanti a un destino che ci sembra ineluttabile.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Udienza Generale di Papa Francesco del 4 ottobre 2017

4 ottobre 2017

Ecco, il vero cristiano è così: non lamentoso e arrabbiato, ma convinto, per la forza della risurrezione, che nessun male è infinito, nessuna notte è senza termine, nessun uomo è definitivamente sbagliato, nessun odio è invincibile dall’amore.

 

 

 

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 4 ottobre 2017

[Multimedia]

 

 

La Speranza cristiana – 35. Missionari di speranza oggi

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa catechesi voglio parlare sul tema “Missionari di speranza oggi”. Sono contento di farlo all’inizio del mese di ottobre, che nella Chiesa è dedicato in modo particolare alla missione, e anche nella festa di San Francesco d’Assisi, che è stato un grande missionario di speranza!

In effetti, il cristiano non è un profeta di sventura. Noi non siamo profeti di sventura. L’essenza del suo annuncio è l’opposto, l’opposto della sventura: è Gesù, morto per amore e che Dio ha risuscitato al mattino di Pasqua. E questo è il nucleo della fede cristiana. Se i Vangeli si fermassero alla sepoltura di Gesù, la storia di questo profeta andrebbe ad aggiungersi alle tante biografie di personaggi eroici che hanno speso la vita per un ideale. Il Vangelo sarebbe allora un libro edificante, anche consolatorio, ma non sarebbe un annuncio di speranza.

Ma i Vangeli non si chiudono col venerdì santo, vanno oltre; ed è proprio questo frammento ulteriore a trasformare le nostre vite. I discepoli di Gesù erano abbattuti in quel sabato dopo la sua crocifissione; quella pietra rotolata sulla porta del sepolcro aveva chiuso anche i tre anni entusiasmanti vissuti da loro col Maestro di Nazareth. Sembrava che tutto fosse finito, e alcuni, delusi e impauriti, stavano già lasciando Gerusalemme.

Ma Gesù risorge! Questo fatto inaspettato rovescia e sovverte la mente e il cuore dei discepoli. Perché Gesù non risorge solo per sé stesso, come se la sua rinascita fosse una prerogativa di cui essere geloso: se ascende verso il Padre è perché vuole che la sua risurrezione sia partecipata ad ogni essere umano, e trascini in alto ogni creatura. E nel giorno di Pentecoste i discepoli sono trasformati dal soffio dello Spirito Santo. Non avranno solamente una bella notizia da portare a tutti, ma saranno loro stessi diversi da prima, come rinati a vita nuova. La risurrezione di Gesù ci trasforma con la forza dello Spirito Santo. Gesù è vivo, è vivo fra noi, è vivente e ha quella forza di trasformare.

Com’è bello pensare che si è annunciatori della risurrezione di Gesù non solamente a parole, ma con i fatti e con la testimonianza della vita! Gesù non vuole discepoli capaci solo di ripetere formule imparate a memoria. Vuole testimoni: persone che propagano speranza con il loro modo di accogliere, di sorridere, di amare. Soprattutto di amare: perché la forza della risurrezione rende i cristiani capaci di amare anche quando l’amore pare aver smarrito le sue ragioni. C’è un “di più” che abita l’esistenza cristiana, e che non si spiega semplicemente con la forza d’animo o un maggiore ottimismo. La fede, la speranza nostra non è solo un ottimismo; è qualche altra cosa, di più! È come se i credenti fossero persone con un “pezzo di cielo” in più sopra la testa. È bello questo: noi siamo persone con un pezzo di cielo in più sopra la testa, accompagnati da una presenza che qualcuno non riesce nemmeno ad intuire.

Così il compito dei cristiani in questo mondo è quello di aprire spazi di salvezza, come cellule di rigenerazione capaci di restituire linfa a ciò che sembrava perduto per sempre. Quando il cielo è tutto nuvoloso, è una benedizione chi sa parlare del sole. Ecco, il vero cristiano è così: non lamentoso e arrabbiato, ma convinto, per la forza della risurrezione, che nessun male è infinito, nessuna notte è senza termine, nessun uomo è definitivamente sbagliato, nessun odio è invincibile dall’amore.

Certo, qualche volta i discepoli pagheranno a caro prezzo questa speranza donata loro da Gesù. Pensiamo a tanti cristiani che non hanno abbandonato il loro popolo, quando è venuto il tempo della persecuzione. Sono rimasti lì, dove si era incerti anche del domani, dove non si potevano fare progetti di nessun tipo, sono rimasti sperando in Dio. E pensiamo ai nostri fratelli, alle nostre sorelle del Medio Oriente che danno testimonianza di speranza e anche offrono la vita per questa testimonianza. Questi sono veri cristiani! Questi portano il cielo nel cuore, guardano oltre, sempre oltre. Chi ha avuto la grazia di abbracciare la risurrezione di Gesù può ancora sperare nell’insperato. I martiri di ogni tempo, con la loro fedeltà a Cristo, raccontano che l’ingiustizia non è l’ultima parola nella vita. In Cristo risorto possiamo continuare a sperare. Gli uomini e le donne che hanno un “perché” vivere resistono più degli altri nei tempi di sventura. Ma chi ha Cristo al proprio fianco davvero non teme più nulla. E per questo i cristiani, i veri cristiani, non sono mai uomini facili e accomodanti. La loro mitezza non va confusa con un senso di insicurezza e di remissività. San Paolo sprona Timoteo a soffrire per il vangelo, e dice così: «Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza» (2 Tm 1,7). Caduti, si rialzano sempre.

Ecco, cari fratelli e sorelle, perché il cristiano è un missionario di speranza. Non per suo merito, ma grazie a Gesù, il chicco di grano che, caduto nella terra, è morto e ha portato molto frutto (cfr Gv 12,24).

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Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 21 settembre 2017

22 settembre 2017

 

“MISERICORDIA IO VOGLIO E NON SACRIFICI “,  E’ LA PORTA PER INCONTRARE GESU’ E RICONOSCERSI COME SIAMO, LA VERITA’:  PECCATORI, E LUI VIENE, ED E’ TANTO BELLO INCONTRARE GESU’….!!!!

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Miserando atque eligendo

Giovedì, 21 settembre 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.217, 22/09/2017)

Miserando atque eligendo. C’è l’essenza e la radice della missione di Jorge Mario Bergoglio nella meditazione proposta nel giorno della festa di san Matteo, giovedì 21 settembre, durante la messa celebrata a Santa Marta. Il motto che il Papa ha scelto per sé proprio per rilanciare l’atteggiamento di Gesù verso il pubblicano è tratto dall’homilia 21 di san Beda il venerabile, proposta nell’Ufficio delle letture per la festa liturgica dell’evangelista.

E le modalità concrete, passo per passo, della conversione di Matteo — così come è stata fissata nel capolavoro del Caravaggio esposto nella chiesa romana di San Luigi dei francesi — sono state ripercorse, attualizzandole, dal Pontefice nella sua omelia. «Questo passo preso dal Vangelo di Matteo — ha subito fatto presente il Papa, riferendosi al brano suggerito dalla liturgia (9, 9-13) — racconta la conversione di Matteo: come il Signore lo chiamò, lo scelse per seguirlo». E «possiamo vederlo in tre passi: l’incontro, la festa e lo scandalo».

«L’incontro», anzitutto: «Gesù veniva da guarire un paralitico e mentre andava via — forse per uscire, erano alla porta questi che facevano pagare le imposte — trovò quest’uomo chiamato Matteo». E il Vangelo dice, appunto, che Gesù «vide un uomo chiamato Matteo — e dove era quell’uomo? — seduto al banco delle imposte». In fin dei conti Matteo «era uno di quelli che facevano pagare le imposte al popolo di Israele, per darle ai romani: un traditore della patria». Tanto che questi uomini, ha aggiunto il Papa, «erano disprezzati».

Ecco che Matteo, ha proseguito Francesco, «si sente guardato da Gesù» che, «dice il Vangelo, gli disse: “seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì». Ma «cosa è successo?» è la domanda suggerita da Francesco, prendendo spunto da questo incontro. Cosa ha convinto Matteo a seguire il Signore? «Quella è la forza dello sguardo di Gesù» — ha spiegato il Pontefice — che «sicuramente lo ha guardato con tanto amore, con tanta misericordia: quello sguardo di Gesù misericordioso» per dire: «Seguimi, vieni». E Matteo, da parte sua, aveva «uno sguardo sfiduciato, guardando di lato, con un occhio Dio e con l’altro il denaro, aggrappato ai soldi come lo dipinse il Caravaggio: proprio così, aggrappato e guardando di lato e anche con uno sguardo scontroso, burbero».

Invece lo sguardo di Gesù, è «amorevole, misericordioso». Di fronte a questo sguardo ecco che «la resistenza di quell’uomo che voleva i soldi — era tanto schiavo dei soldi — cade». Il Vangelo ci dice, infatti, che Matteo «si alzò e lo seguì».

Nella prospettiva di questa «lotta fra la misericordia e il peccato», ha affermato il Pontefice, è importante chiedersi: «Come è entrato l’amore di Gesù nel cuore di quell’uomo? Qual è stata la porta per poter entrare?». Il fatto, ha spiegato Francesco, è che «quell’uomo sapeva di essere peccatore: sapeva di non essere ben voluto da nessuno, anche disprezzato». Proprio «quella coscienza di peccatore aprì la porta alla misericordia di Gesù: lasciò tutto e se ne andò». Ecco «l’incontro fra il peccatore e Gesù: tutti i peccatori che trovarono Gesù hanno avuto il coraggio di seguirlo, ma se non si sentivano peccatori non potevano seguirlo». Per questa ragione, ha detto il Papa, «la prima condizione per essere salvato è sentirsi in pericolo; la prima condizione per essere guarito è sentirsi ammalato». Dunque, ha proseguito, «sentirsi peccatore è la prima condizione per ricevere questo sguardo di misericordia». Di più, ha aggiunto Francesco, «pensiamo allo sguardo di Gesù: tanto bello, tanto buono, tanto misericordioso, e anche noi quando preghiamo sentiamo questo sguardo su di noi: è lo sguardo dell’amore, lo sguardo della misericordia, lo sguardo che ci salva» e ci suggerisce di «non aver paura».

Matteo, ha affermato il Papa, «si sentì tanto felice e sicuramente, anche se non è nel testo, ha invitato Gesù a pranzo a casa sua, come ha fatto anche Zaccheo». È il momento della «festa», appunto. «Hanno fatto festa» ha affermato il Pontefice, evidenziando che «dopo quell’incontro viene la festa con tutti quelli dello stesso sindacato: erano tutti uguali. E lui ha chiamato gli amici che erano tutti così: peccatori, pubblicani e sicuramente domandavano al Signore cose e il Signore rispondeva mentre sedeva a tavola nella casa». Dunque «erano a tavola, mangiavano insieme con i peccatori: lo stesso è successo nel pranzo che aveva fatto Zaccheo per festeggiare la conversione, l’incontro con il Signore». E «questo ci fa pensare a quello che Gesù dice nel capitolo 15 di Luca: ci sarà più festa nel cielo per un peccatore che si converte che per cento giusti che rimangono giusti». Questa è, appunto, «la festa dell’incontro del Padre, la festa della misericordia; e Gesù spreca misericordia, per tutti».

Però mentre il Signore «sedeva a tavola» — è il terzo momento dopo l’incontro e la festa — ecco che arriva «lo scandalo». Il Vangelo, ha spiegato Francesco, racconta che «sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con Gesù e i suoi discepoli». E «vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: “come mai questo?”». Perché, ha spiegato il Papa, «uno scandalo incomincia sempre con questa frase: “Ma come mai?”». Perciò, ha aggiunto, «quando voi sentite questa frase, puzza: dietro viene lo scandalo, si strappano le vesti».

Ecco infatti che i farisei chiedono ai discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori? Il vostro maestro è un impuro, perché salutare questa gente ti contagia». Per loro «è la malattia, l’impurezza di non seguire la legge, e la legge dice che non si può andare da loro». Anzi, sono persone che ripetono che «la legge dice, la dottrina dice…: questi sapevano bene la dottrina, la sapevano benissimo, sapevano come si doveva andare sulla strada del regno di Dio, conoscevano meglio di tutti come si doveva fare». Ma, ha fatto notare il Papa, «avevano dimenticato il primo comandamento dell’amore e sono stati chiusi in questa gabbia dei sacrifici: “Facciamo un sacrificio a Dio, facciamo il sabato, tutto quello che si deve fare e così ci salviamo”». Invece no, ha rilanciato Francesco, perché «ci salva Dio, ci salva Gesù Cristo e questi non avevano capito, si sentivano sicuri, credevano che la salvezza veniva da loro».

Per questa ragione domandano ai discepoli: «Come mai?»: proprio quel «“come mai?” che tante volte abbiamo sentito fra i fedeli cattolici quando vedevano opere di misericordia: come mai?». Da parta sua, invece, «Gesù è chiaro, è molto chiaro: “Andate a imparare”». Perciò «li ha mandati a imparare: “Andate a imparare che cosa vuol dire misericordia, quello che io voglio, e non sacrifici, perché io non sono venuto, infatti, a chiamare i giusti ma i peccatori». Dunque, ha affermato il Pontefice, «se tu vuoi essere chiamato da Gesù, riconosciti peccatore».

Certo, «uno può dire: “Padre, ma è una grazia sentirsi peccatore, davvero?». Sì, perché vuol dire «sentire la verità». Ma «non peccatore in astratto: peccatore per questo, per questo, per questo, per questo. Peccato concreto, peccati concreti! E tutti noi ne abbiamo tanti!». Allora «andiamo lì e lasciamoci guardare da Gesù con quello sguardo misericordioso pieno di amore».

Ecco allora, ha detto Francesco ripercorrendo i punti essenziali della sua meditazione, «l’incontro fra la misericordia e il peccato; la festa, perché Gesù ci ha detto che c’è festa quando un peccatore si converte; e sempre lo scandalo: ce ne sono tanti, tanti, sempre, anche nella Chiesa oggi». Magari «dicono: no, non si può, è tutto chiaro, è tutto, no, no, sono peccatori quelli, dobbiamo allontanarli». E «anche tanti santi sono stati perseguitati o sospettati: pensiamo a santa Giovanna d’Arco, mandata al rogo perché pensavano fosse una strega e condannata: una santa! Pensate a santa Teresa, sospettata di eresia, pensate al beato Rosmini».

In conclusione il Papa ha rilanciato l’espressione evangelica: «Misericordia io voglio e non sacrifici», ricordando che «la porta per incontrare Gesù è riconoscersi come siamo, la verità: peccatori. E lui viene e ci incontriamo: è tanto bello incontrare Gesù!».