Archive for the ‘Chiesa’ Category

Miracolo eucaristico di Sokólka: l’ostia è tessuto cardiaco di una persona in agonia!

14 settembre 2017

Le analisi di laboratorio confermano che la struttura della fibra del muscolo cardiaco e quella del pane erano legate in un modo impossibile per ingerenza umana

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Un avviso alle porte della chiesa: dalla Rete alla prassi e ritorno

8 agosto 2017

Lilli Genco, Bruno Mastroianni e Alessandro Palermo, tre amici digitali con i quali condivido parecchie passioni, hanno appena postato su Facebook, più o meno contemporaneamente, la foto di un avviso affisso all’ingresso della chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie a Lucera (Foggia). Si tratta di un decalogo “sovversivo”, in base a un principio d’accoglienza, delle regole che abitualmente disciplinano l’abbigliamento e il contegno di chi accede a un luogo sacro: «Entri chi ha il cuore in tempesta, seppur in pantaloncini», recita l’articolo 1, e così via.

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Santa Maria Maggiore: si rinnova il “miracolo delle neve” – Radio Vaticana

4 agosto 2017

La rievocazione del prodigio si rinnova anche quest’anno, nel giorno in cui si fa memoria della Dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma: l’interno della chiesa si imbiancherà di nuovo con una pioggia di petali che scenderanno a simulare la miracolosa nevicata che il 5 agosto di quasi 1.700 anni fa diede origine alla costruzione del tempio mariano, poi sostituito dall’attuale Basilica papale.

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Perché la presenza di Padre Paolo Dall’Oglio dava fastidio alla Siria – Aleteia.it

1 agosto 2017

Quattro anni fa la scomparsa in Siria. Il giornalista amico: sul suo rapimento troppe speculazioni, Paolo mai mi ha fatto trapelare che fosse seguito o pedinato

“Sognate la Siria libera“. Ecco le ultime parole di padre Paolo Dall’ Oglio. Le ultime tracce di padre Paolo Dall’Oglio si perdono a Raqqa, pochi minuti dopo le 22.37 del 28 luglio di quattro anni fa.

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Bergoglio nomina fratel Gabriele Faraghini rettore del Pontificio Seminario romano maggiore – La Stampa

31 luglio 2017

La nuova guida dei futuri preti fa parte dei Piccoli Fratelli di Jesus Caritas, istituto religioso della famiglia spirituale di Charles de Foucauld

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4 incredibili miracoli eucaristici al di là di ogni spiegazione scientifica

18 luglio 2017

Queste ostie miracolose continuano a sconcertare gli scettici

La Chiesa cattolica insegna un dogma chiamato “transustanziazione”, che il Catechismo spiega così: “Con la consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo del Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo Sangue” (CCC 1376).

Ciò significa che, mentre le apparenze di pane e di vino rimangono, la sostanza è completamente cambiata (grazie alla potenza di Dio) in corpo e sangue di Cristo. È un insegnamento basato sulla scrittura e sulla tradizione, e sin dai tempi degli apostoli rimane invariato nella sua essenza.

Tuttavia la Chiesa ha riconosciuto che, occasionalmente, Dio interviene in modo più visibile e può cambiare persino le apparenze del pane e del vino nel Suo corpo e nel sangue. Dio può anche conservare miracolosamente un’ostia consacrata per un lungo periodo di tempo, superiore al naturale tempo di conservazione del pane.

Leggi anche: I demoni tremano di fronte alla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia

Sebbene la Chiesa non basi il suo insegnamento su questi miracoli, ma sulla parola di Cristo, quando Dio sceglie di fare miracoli del genere solitamente moltissime persone sono portate a credere fermamente nella Presenza Eucaristica di Gesù Cristo.

Ecco quattro dei più incredibili miracoli eucaristici esaminati dai migliori scienziati di tutto il mondo, che alla fine hanno dovuto concludere che la scienza non è stata in grado di spiegare il fenomeno miracoloso.

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Sacro Cuore di Gesù e Maria, le cose da sapere

20 giugno 2017

23/06/2017

Questa solennità ha una data mobile e viene celebrata il venerdì dopo il Corpus Domini; il sabato che segue è dedicato al Cuore Immacolato di Maria. Fu la mistica francese santa Margherita Maria Alacoque la messaggera del culto che nel 1856 papa Pio IX estese a tutta la Chiesa cattolica.

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Dalla Liturgia delle ore (Ufficio delle letture)

18 giugno 2017

INNO

O Cristo, Verbo del Padre,
re glorioso fra gli angeli,
luce e salvezza del mondo,
in te crediamo.

Cibo e bevanda di vita,
balsamo, veste, dimora,
forza, rifugio, conforto,
in te speriamo.

Illumina col tuo Spirito
l’oscura notte del male,
orienta il nostro cammino
incontro al Padre. Amen.

1 ant.     Dite agli invitati:
Ecco, ho preparato il mio banchetto,
venite alle nozze, alleluia.


SECONDA LETTURA         

Dalle «Opere» di san Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa

(Opusc. 57, nella festa del Corpo del Signore, lect. 1-4)

O prezioso e meraviglioso convito!

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Dalla Liturgia delle ore (Ufficio delle letture)

17 giugno 2017

INNO


O re d’eterna gloria,
che irradi sulla Chiesa
i doni del tuo Spirito,
assisti i tuoi fedeli.

Illumina le menti,
consola i nostri cuori,
rafforza i nostri passi
sulla via della pace.

E quando verrà il giorno
del tuo avvento glorioso,
accoglici, o Signore,
nel regno dei beati.

A te sia lode, o Cristo,
speranza delle genti,
al Padre e al Santo Spirito
nei secoli dei secoli. Amen.


SECONDA LETTURA         

Dal «Commento sui salmi» di sant’Ambrogio, vescovo

(Sal 1, 9-12; CSEL 64, 7. 9-10)

Canterò con lo spirito, ma canterò anche con l’intelligenza

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Dalla Liturgia delle ore (Ufficio delle letture)

16 giugno 2017

INNO


Creati per la gloria del tuo nome,
redenti dal tuo sangue sulla croce,
segnati dal sigillo del tuo Spirito,
noi t’invochiamo: salvaci, o Signore!

Tu spezza le catene della colpa,
proteggi i miti, libera gli oppressi
e conduci nel cielo ai quieti pascoli
il popolo che crede nel tuo amore.

Sia lode e onore a te, pastore buono,
luce radiosa dell’eterna luce,
che vivi con il Padre e il Santo Spirito
nei secoli dei secoli glorioso. Amen.


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Dalla Liturgia delle ore (Ufficio delle letture)

14 giugno 2017

INNO


Cristo, sapienza eterna,
donaci di gustare
la tua dolce amicizia.

Angelo del consiglio,
guida e proteggi il popolo,
che spera nel tuo nome.

Sii tu la nostra forza,
la roccia che ci salva
dagli assalti del male.

A te la gloria e il regno,
la potenza e l’onore,
nei secoli dei secoli. Amen.


SECONDA LETTURA 
        


Dalle «Omelie sul libro di Giosuè» di Origène, sacerdote


(Om. 4, 1; PG 12, 842-843)

Il passaggio del Giordano

    
Nel Giordano l’arca dell’alleanza guidava il popolo di Dio. Si ferma la schiera dei sacerdoti e dei leviti e le acque, come per riverenza ai ministri di Dio, arrestano il loro corso e si accumulano in un ammasso rigido, concedendo un passaggio senza danno al popolo di Dio. Ora non meravigliarti, o cristiano, quando ti vengono riferiti questi avvenimenti riguardanti il popolo ebraico, dal momento che a te, uscito dal Giordano per mezzo del sacramento del battesimo, la divina parola promette cose molto più grandi ed elevate, e ti offre un viaggio e un passaggio verso il cielo, attraverso l’etere. Ascolta infatti Paolo che dice riguardo ai giusti: «Saremo rapiti tra le nubi per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore» (1 Ts 4, 17). Non vi è assolutamente nulla che il giusto debba temere. Ogni creatura infatti gli è soggetta.
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Il vescovo che dorme in ufficio per lasciare il suo appartamento ai rifugiati

12 giugno 2017

Sempre Família | Giu 12, 2017

L’arcivescovo polacco Konrad Krajewski, Elemosiniere di Sua Santità, ritiene che il suo gesto “non ha nulla di eroico”

Nella Curia Romana c’è un’istituzione molto peculiare, chiamata Elemosineria apostolica. Come suggerisce il nome – sì, la parola deriva da “elemosina” – svolge a nome del Papa il servizio di assistenza verso i poveri. Risale al XIII secolo e le sue funzioni furono definite dal Beato Papa Gregorio X (1271-1276).

L’elemosiniere attuale è l’arcivescovo polacco Konrad Krajewski, di 53 anni. Dottore in liturgia, è stato cerimoniere pontificio tra il 1998 e il 2013, anno in cui è stato nominato al nuovo incarico. Papa Francesco desiderava rinnovare l’Elemosineria apostolica, ridotta ormai a un ufficio che faceva alcune donazioni benedizioni apostoliche su pergamena.

“La scrivania non fa per te, puoi venderla; non aspettare la gente che bussa, devi cercare i poveri”, ha detto il Papa a Krajewski nel nominarlo elemosiniere.

Da allora, l’istituzione è stata molto attiva. In questi anni l’Elemosineria apostolica ha reso possibile la realizzazione di un dormitorio per i senzatetto che vivono attorno al Vaticano, con docce, barbiere e lavanderia.

Gran parte dei fondi utilizzati per queste opere proviene dall’invio di pergamena con la Benedizione Apostolica a nome del Papa, che può essere richiesta da fedeli laici, sacerdoti, religiosi o istituzioni. Il ricavato è completamente stanziato per sostenere le opere dell’Elemosineria apostolica e per coprire i costi di preparazione e spedizione delle pergamente.

Tutte queste opere di carità vengono fatte a nome del Papa, ma anche Krajewski ha compreso la necessità di rendere la sua propria vita un dono d’amore verso i bisognosi. Da alcuni mesi dorme nell’ufficio dell’Elemosineria, all’interno del Vaticano, dopo aver messo il suo appartimento a disposizione di famiglie di rifugiati.

Krajewski offre alloggio nel suo appartamento fino a quando le famiglie non riescano a trovare un lavoro, diventare indipendenti e trovare un posto definitivo in cui vivere. Per lui si tratta di un gesto “naturale e spontaneo”, che “non ha nulla di eroico”. Il Vangelo “ci insegna ad aiutare chi vive nel bisogno, e la prima necessità è la dimora”, sostiene l’Arcivescovo.

“Da qualche settimana sono arrivate altre famiglie e, la cosa bella, per la prima volta in casa mia è nata anche una bella bambina. E io, lo confesso, mi sento una specie di nonno, uno zio. È la vita che continua, dono di Dio”, conclude Monsignor Krajewski.

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Celebrazioni Papali. Pentecoste

3 giugno 2017

4 giugno 2017, Domenica di Pentecoste, il Santo Padre Francesco celebrerà la Santa Messa in Piazza San Pietro: 

https://t.co/60gdD8EE2J

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DOMENICA DELLE PALME (ANNO A) – 9 APRILE 2017

6 aprile 2017

Monsignor Nunzio Galantino commenta il Rito romano

06/04/2017


TESTIMONI CREDIBILI DELLA RISURREZIONE

Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».

Matteo 26,14- 27,66


 
La celebrazione della domenica delle Palme potrebbe in un certo senso anche apparire “contraddittoria”, almeno se ci si ferma ai sentimenti che può suscitare in noi. Da una parte, la festosa processione delle Palme; dall’ altra, il solenne annunzio della Passione! Eppure, a uno sguardo più approfondito, questa contraddizione si riduce fino a scomparire. Soprattutto se ricordiamo che la sofferenza di Gesù non è fine a sé stessa, ma il modo più pieno con cui il Signore vuole comunicarci l’amore suo e del Padre verso di noi. Un amore da accogliere con gioia, da vivere in pienezza e testimoniare in maniera credibile.

Per questo, a partire da oggi e per tutta la Settimana Santa, la Chiesa ci invita a vivere (“fare memoria”) in più tappe il “racconto d’ amore” di Dio Padre, con un solo obiettivo: cambiare il nostro cuore e aprirlo alla salvezza in Gesù Cristo!

TUTTO INIZIA CON UNA FESTA

Il “racconto d’ amore” di Dio, dunque, comincia con una festa: l’ingresso di Gesù a Gerusalemme per dare inizio all’ atto decisivo di questo progetto di salvezza. Egli entra a Gerusalemme per coinvolgere altri in questo itinerario, per tradurre le parole d’amore annunciate in fatti concreti.

I diversi momenti e i numerosi personaggi che affollano il racconto della Passione ci dicono, però, che alla proposta di amore del Signore si può rispondere in tanti modi, la si può anche rifiutare o magari rimanerne ai margini. C’è un solo modo per uscire dall’ anonimato, per abbandonare la marginalità, per partecipare in pieno e con coerenza al pellegrinaggio della vita e al racconto di amore del Padre: alzare lo sguardo verso colui che hanno trafitto! Lasciarci raggiungere dall’eccesso di amore che ha portato Gesù sulla croce. È questa la strada messa a nostra disposizione per dare scacco matto alla presunzione, alla superficialità e al nostro peccato.

E siamo chiamati a fare questo percorso non da spettatori, ma da protagonisti. Ricordando che nella sofferenza di Gesù – per l’abbandono dei suoi, l’ingratitudine del popolo, la condanna dei capi del popolo – c’è la sofferenza di tutti gli uomini, qualunque sia il suo aspetto.

UOMINI E DONNE DELLA PASSIONE.

Cristo ha scelto di non evitare la sofferenza, di non scartare la croce. Perciò, nel seguirlo – e in particolare durante questa Settimana – proviamo a non esaurire tutta la nostra attenzione sulle statue della passione, bensì a volgerla in maniera partecipata e concreta verso gli uomini e le donne della passione: in loro, infatti, si prolunga la presenza del Cristo che patisce e, al tempo stesso, la nostra occasione per rispondere alla sua chiamata d’amore.

Rammentando che, come per il Cristo, anche per questi uomini e donne la sofferenza non può essere fine a sé stessa. Anche per loro deve potersi aprire la via della Risurrezione attraverso “angeli” (messaggeri) e testimoni credibili.


Fonte:

http://m.famigliacristiana.it/blogpost/domenica-delle-palme-anno-a—9-aprile-2017.htm

INCONTRO CON I PARROCI DELLA DIOCESI DI ROMA

2 marzo 2017

 

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di San Giovanni in Laterano
Giovedì, 2 marzo 2017

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Il progresso della fede nella vita del sacerdote

«Signore, accresci in noi la fede!» (Lc 17,5). Questa domanda sorse spontanea nei discepoli quando il Signore stava parlando loro della misericordia e disse che dobbiamo perdonare settanta volte sette. “Accresci in noi la fede”, chiediamo anche noi, all’inizio di questa conversazione. Lo chiediamo con la semplicità del Catechismo, che ci dice: «Per vivere, crescere e perseverare nella fede sino alla fine, dobbiamo nutrirla con la Parola di Dio; dobbiamo chiedere al Signore di accrescerla». E’ una fede che «deve operare “per mezzo della carità” (Gal 5,6; cfr Gc 2,14-26), essere sostenuta dalla speranza (cfr Rm 15,13) ed essere radicata nella fede della Chiesa» (n. 162).

Mi aiuta appoggiarmi a tre punti fermi: la memoria, la speranza e il discernimento del momento. La memoria, come dice il Catechismo, è radicata nella fede della Chiesa, nella fede dei nostri padri; la speranza è ciò che ci sostiene nella fede; e il discernimento del momento lo tengo presente al momento di agire, di mettere in pratica quella “fede che opera per mezzo della carità”.

Lo formulo in questo modo:

– Dispongo di una promessa – è sempre importante ricordare la promessa del Signore che mi ha posto in cammino –.

– Sono in cammino – ho speranza –: la speranza mi indica l’orizzonte, mi guida: è la stella e anche ciò che mi sostiene, è l’ancora, ancorata in Cristo.

– E, nel momento specifico, ad ogni incrocio di strade devo discernere un bene concreto, il passo avanti nell’amore che posso fare, e anche il modo in cui il Signore vuole che lo faccia.

Fare memoria delle grazie passate conferisce alla nostra fede la solidità dell’incarnazione; la colloca all’interno di una storia, la storia della fede dei nostri padri, che «morirono nella fede, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano» (Eb 11,13)[1]. Noi, «circondati da tale moltitudine di testimoni», guardando dove essi guardano, teniamo lo sguardo «fisso su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12,2).

La speranza, da parte sua, è quella che apre la fede alle sorprese di Dio. Il nostro Dio è sempre più grande di tutto ciò che possiamo pensare e immaginare di Lui, di ciò che gli appartiene e del suo modo di agire nella storia. L’apertura della speranza conferisce alla nostra fede freschezza e orizzonte. Non è l’apertura di un’immaginazione velleitaria che proietterebbe fantasie e propri desideri, ma l’apertura che provoca in noi il vedere la spogliazione di Gesù, «il quale, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio» (Eb 12,2). La speranza che attrae, paradossalmente, non la genera l’immagine del Signore trasfigurato, ma la sua immagine ignominiosa. «Attirerò tutti a me» (Gv 12,32). E’ il donarsi totale del Signore sulla croce quello che ci attrae, perché rivela la possibilità di essere più autentica. È la spogliazione di colui che non si impadronisce della promesse di Dio, ma, come vero testatore, passa la fiaccola dell’eredità ai suoi figli: «Dove c’è un testamento, è necessario che la morte del testatore sia dichiarata» (Eb 9,16).

Il discernimento, infine, è ciò che concretizza la fede, ciò che la rende «operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6), ciò che ci permette di dare una testimonianza credibile: «Con le mie opere ti mostrerò la mia fede» (Gc 2,18). Il discernimento guarda in primo luogo ciò che piace al nostro Padre, «che vede nel segreto» (Mt 6,4.6), non guarda i modelli di perfezione dei paradigmi culturali. Il discernimento è “del momento” perché è attento, come la Madonna a Cana, al bene del prossimo che può fare in modo che il Signore anticipi “la sua ora”, o che “salti” un sabato per rimettere in piedi colui che stava paralizzato. Il discernimento del momento opportuno (kairos) è fondamentalmente ricco di memoria e di speranza: ricordando con amore, punta lo sguardo con lucidità a ciò che meglio guida alla Promessa.

E ciò che meglio guida è sempre in relazione con la croce. Con quello spossessarmi della mia volontà, con quel dramma interiore del «non come voglio io, ma come vuoi tu» (Mt 26,39) che mi pone nelle mani del Padre e fa in modo che sia Lui a guidare la mia vita.

Crescere nella fede

Torno per un momento al tema del “crescere”. Se rileggete con attenzione Evangelii gaudium – che è un documento programmatico – vedrete che parla sempre di “crescita” e di “maturazione”, sia nella fede sia nell’amore, nella solidarietà come nella comprensione della Parola[2]. Evangelii gaudium ha una prospettiva dinamica. «Il mandato missionario del Signore comprende l’appello alla crescita della fede quando indica: “insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,20). Così appare chiaro che il primo annuncio deve dar luogo anche ad un cammino di formazione e di maturazione» (n. 160).

Sottolineo questo: cammino di formazione e di maturazione nella fede. E prendere questo sul serio implica che «non sarebbe corretto interpretare questo appello alla crescita esclusivamente o prioritariamente come formazione (meramente) dottrinale» (n. 161). La crescita nella fede avviene attraverso gli incontri con il Signore nel corso della vita. Questi incontri si custodiscono come un tesoro nella memoria e sono la nostra fede viva, in una storia di salvezza personale.

In questi incontri l’esperienza è quella di una incompiuta pienezza. Incompiuta, perché dobbiamo continuare a camminare; pienezza, perché, come in tutte le cose umane e divine, in ogni parte si trova il tutto[3]. Questa maturazione costante vale per il discepolo come per il missionario, per il seminarista come per il sacerdote e il vescovo. In fondo è quel circolo virtuoso a cui si riferisce il Documento di Aparecida che ha coniato la formula “discepoli missionari”.

Il punto fermo della croce

Quando parlo di punti fermi o di “fare perno”, l’immagine che ho presente è quella del giocatore di basket o pallacanestro, che inchioda il piede come “perno” a terra e compie movimenti per proteggere la palla, o per trovare uno spazio per passarla, o per prendere la rincorsa e andare a canestro. Per noi quel piede inchiodato al suolo, intorno al quale facciamo perno, è la croce di Cristo. Una frase scritta sul muro della cappella della Casa di Esercizi di San Miguel (Buenos Aires) diceva: “Fissa sta la Croce, mentre il mondo gira” [“Stat crux dum volvitur orbis”, motto di san Bruno e dei Certosini]. Poi uno si muove, proteggendo la palla, con la speranza di fare canestro e cercando di capire a chi passarla.

La fede – il progresso e la crescita nella fede – si fonda sempre sulla Croce: «E’ piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione» di «Cristo crocifisso: scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani» (1 Cor 1,21.23). Tenendo dunque, come dice la Lettera agli Ebrei, «fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento», noi ci muoviamo e ci esercitiamo nella memoria – ricordando la «moltitudine di testimoni» – e corriamo con speranza «nella corsa che ci sta davanti», discernendo le tentazioni contro la fede, «senza stancarci né perderci d’animo» (cfr Eb 12,1-3).

Memoria deuteronomica

In Evangelii gaudium ho voluto porre in rilievo quella dimensione della fede che chiamo deuteronomica, in analogia con la memoria di Israele:

«La gioia evangelizzatrice brilla sempre sullo sfondo della memoria grata: è una grazia che abbiamo bisogno di chiedere. Gli Apostoli mai dimenticarono il momento in cui Gesù toccò loro il cuore: “Erano circa le quattro del pomeriggio” (Gv 1,39)» (n. 13).

Nella «“moltitudine di testimoni” […] si distinguono alcune persone che hanno inciso in modo speciale per far germogliare la nostra gioia credente: “Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la Parola di Dio” (Eb 13,7). A volte si tratta di persone semplici e vicine che ci hanno iniziato alla vita della fede: “Mi ricordo della tua schietta fede, che ebbero anche tua nonna Loide e tua madre Eunice” (2 Tm 1,5). Il credente è fondamentalmente “uno che fa memoria”» (ibid.).

La fede si alimenta e si nutre della memoria. La memoria dell’Alleanza che il Signore ha fatto con noi: Egli è il Dio dei nostri padri e nonni. Non è Dio dell’ultimo momento, un Dio senza storia di famiglia, un Dio che per rispondere ad ogni nuovo paradigma dovrebbe scartare come vecchi e ridicoli i precedenti. La storia di famiglia non “passa mai di moda”. Appariranno vecchi i vestiti e i cappelli dei nonni, le foto avranno color seppia, ma l’affetto e l’audacia dei nostri padri, che si spesero perché noi potessimo essere qui e avere quello che abbiamo, sono una fiamma accesa in ogni cuore nobile.

Teniamo ben presente che progredire nella fede non è soltanto un proposito volontaristico di credere di più d’ora innanzi: è anche esercizio di ritornare con la memoria alle grazie fondamentali. Si può “progredire all’indietro”, andando a cercare nuovamente tesori ed esperienze che erano dimenticati e che molte volte contengono le chiavi per comprendere il presente. Questa è la cosa veramente “rivoluzionaria”: andare alle radici. Quanto più lucida è la memoria del passato, tanto più chiaro si apre il futuro, perché si può vedere la strada realmente nuova e distinguerla dalle strade già percorse che non hanno portato da nessuna parte. La fede cresce ricordando, collegando le cose con la storia reale vissuta dai nostri padri e da tutto il popolo di Dio, da tutta la Chiesa.

Perciò l’Eucaristia è il Memoriale della nostra fede, ciò che ci situa sempre di nuovo, quotidianamente, nell’avvenimento fondamentale della nostra salvezza, nella Passione, Morte e Risurrezione del Signore, centro e perno della storia. Ritornare sempre a questo Memoriale – attualizzarlo in un Sacramento che si prolunga nella vita – questo è progredire nella fede. Come diceva sant’Alberto Hurtado: «La Messa è la mia vita e la mia vita è una Messa prolungata»[4].

Per risalire alle sorgenti della memoria, mi aiuta sempre rileggere un passo del profeta Geremia e un altro del profeta Osea, nei quali essi ci parlano di ciò che il Signore ricorda del suo Popolo. Per Geremia, il ricordo del Signore è quello della sposa amata della giovinezza, che poi gli è stata infedele. «Mi ricordo di te – dice a Israele –, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, […]. Israele era sacro al Signore» (2,2-3).

Il Signore rimprovera al suo popolo la sua infedeltà, che si è rivelata una cattiva scelta: «Due sono le colpe che ha commesso il mio popolo: ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua. […] Ma tu rispondi: “No, è inutile, perché io amo gli stranieri, voglio andare con loro» (2,13.25).

Per Osea, il ricordo del Signore è quello del figlio coccolato e ingrato: «Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio. Ma più li chiamavo, più si allontanavano da me; […] agli idoli bruciavano incensi. A Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare. […] Il mio popolo è duro a convertirsi» (11,1-4.7). Oggi come allora, l’infedeltà e l’ingratitudine dei pastori si ripercuote sui più poveri del popolo fedele, che restano in balia degli estranei e degli idolatri.

Speranza non solo nel futuro

La fede si sostiene e progredisce grazie alla speranza. La speranza è l’ancora ancorata nel Cielo, nel futuro trascendente, di cui il futuro temporale – considerato in forma lineare – è solo una espressione. La speranza è ciò che dinamizza lo sguardo all’indietro della fede, che conduce a trovare cose nuove nel passato – nei tesori della memoria – perché si incontra con lo stesso Dio che spera di vedere nel futuro. La speranza inoltre si estende fino ai limiti, in tutta la larghezza e in tutto lo spessore del presente quotidiano e immediato, e vede possibilità nuove nel prossimo e in ciò che si può fare qui, oggi. La speranza è saper vedere, nel volto dei poveri che incontro oggi, lo stesso Signore che verrà un giorno a giudicarci secondo il protocollo di Matteo 25: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (v. 40).

Così la fede progredisce esistenzialmente credendo in questo “impulso” trascendente che si muove – che è attivo e operante – verso il futuro, ma anche verso il passato e in tutta l’ampiezza del momento presente. Possiamo intendere così la frase di Paolo ai Galati, quando dice che ciò che vale è «la fede che si rende operosa per mezzo della carità» (5,6): una carità che, quando fa memoria, si attiva confessando, nella lode e nella gioia, che l’amore le è stato già dato; una carità che quando guarda in avanti e verso l’alto, confessa il suo desiderio di dilatare il cuore nella pienezza del Bene più grande; queste due confessioni di una fede ricca di gratitudine e di speranza, si traducono nell’azione presente: la fede si confessa nella pratica, uscendo da sé stessi, trascendendosi nell’adorazione e nel servizio.

 

Discernimento del momento

Vediamo così come la fede, dinamizzata dalla speranza di scoprire Cristo nello spessore del presente, è legata al discernimento.

E’ proprio del discernimento fare prima un passo indietro, come chi retrocede un po’ per vedere meglio il panorama. C’è sempre una tentazione nel primo impulso, che porta a voler risolvere qualcosa immediatamente. In questo senso credo che ci sia un primo discernimento, grande e fondante, cioè quello che non si lascia ingannare dalla forza del male, ma che sa vedere la vittoria della Croce di Cristo in ogni situazione umana. A questo punto mi piacerebbe rileggere con voi un intero brano di Evangelii gaudium, perché aiuta a discernere quella insidiosa tentazione che chiamo pessimismo sterile:

«Una delle tentazioni più serie che soffocano il fervore e l’audacia è il senso di sconfitta, che ci trasforma in pessimisti scontenti e disincantati dalla faccia scura. Nessuno può intraprendere una battaglia se in anticipo non confida pienamente nel trionfo. Chi comincia senza fiducia ha perso in anticipo metà della battaglia e sotterra i propri talenti. Anche se con la dolorosa consapevolezza delle proprie fragilità, bisogna andare avanti senza darsi per vinti, e ricordare quello che disse il Signore a san Paolo: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Cor 12,9). Il trionfo cristiano è sempre una croce, ma una croce che al tempo stesso è vessillo di vittoria, che si porta con una tenerezza combattiva contro gli assalti del male. Il cattivo spirito della sconfitta è fratello della tentazione di separare prima del tempo il grano dalla zizzania, prodotto di una sfiducia ansiosa ed egocentrica. […] In ogni caso, in quelle circostanze siamo chiamati ad essere persone-anfore per dare da bere agli altri. A volte l’anfora si trasforma in una pesante croce, ma è proprio sulla Croce dove, trafitto, il Signore si è consegnato a noi come fonte di acqua viva. Non lasciamoci rubare la speranza!» (85-86).

Queste formulazioni «non lasciamoci rubare…», mi vengono dalle regole di discernimento di sant’Ignazio, che è solito rappresentare il demonio come un ladro. Si comporta come un capitano – dice Ignazio – che per vincere e rubare ciò che desidera ci combatte nella nostra parte più debole (cfr Esercizi Spirituali, 327). E nel nostro caso, nell’attualità, credo che cerchi di rubarci la gioia – che è come rubarci il presente[5]– e la speranza – l’uscire, il camminare –, che sono le grazie che più chiedo e faccio chiedere per la Chiesa in questo tempo.

E’ importante a questo punto fare un passo avanti e dire che la fede progredisce quando, nel momento presente, discerniamo come concretizzare l’amore nel bene possibile, commisurato al bene dell’altro. Il primo bene dell’altro è poter crescere nella fede. La supplica comunitaria dei discepoli «Accresci in noi la fede!» (Lc 17,6) sottende la consapevolezza che la fede è un bene comunitario. Bisogna considerare, inoltre, che cercare il bene dell’altro ci fa rischiare. Come dice Evangelii gaudium:

«Un cuore missionario è consapevole […] che egli stesso deve crescere nella comprensione del Vangelo e nel discernimento dei sentieri dello Spirito, e allora non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada» (45).

In questo discernimento è implicito l’atto di fede in Cristo presente nel più povero, nel più piccolo, nella pecora perduta, nell’amico insistente. Cristo presente in chi ci viene incontro – facendosi vedere, come Zaccheo o la peccatrice che entra con il suo vaso di profumo, o quasi senza farsi notare, come l’emorroissa –; o Cristo presente in chi noi stessi accostiamo, sentendo compassione quando lo vediamo da lontano, disteso sul bordo della strada. Credere che lì c’è Cristo, discernere il modo migliore per fare un piccolo passo verso di Lui, per il bene di quella persona, è progresso nella fede. Come pure lodare è progresso nella fede, e desiderare di più è progresso nella fede.

Può farci bene soffermarci ora un po’ su questo progresso nella fede che avviene grazie al discernimento del momento. Il progresso della fede nella memoria e nella speranza è più sviluppato. Invece, questo punto fermo del discernimento, forse non tanto. Può persino sembrare che dove c’è fede non dovrebbe esserci bisogno di discernimento: si crede e basta. Ma questo è pericoloso, soprattutto se si sostituiscono i rinnovati atti di fede in una Persona – in Cristo nostro Signore –, che hanno tutto il dinamismo che abbiamo appena visto, con atti di fede meramente intellettuali, il cui dinamismo si esaurisce nel fare riflessioni ed elaborare formulazioni astratte. La formulazione concettuale è un momento necessario del pensiero, come scegliere un mezzo di trasporto è necessario per giungere a una meta. Ma la fede non si esaurisce in una formulazione astratta né la carità in un bene particolare, ma il proprio della fede e della carità è crescere e progredire aprendosi a una maggiore fiducia e a un bene comune più grande. Il proprio della fede è essere “operante”, attiva, e così per la carità. E la pietra di paragone è il discernimento. Infatti la fede può fossilizzarsi, nel conservare l’amore ricevuto, trasformandolo in un oggetto da chiudere in un museo; e la fede può anche volatilizzarsi, nella proiezione dell’amore desiderato, trasformandolo in un oggetto virtuale che esiste solo nell’isola delle utopie. Il discernimento dell’amore reale, concreto e possibile nel momento presente, in favore del prossimo più drammaticamente bisognoso, fa sì che la fede diventi attiva, creativa ed efficace.

L’icona di Simon Pietro “passato al vaglio”

Per concretizzare questa riflessione riguardo a una fede che cresce con il discernimento del momento, contempliamo l’icona di Simon Pietro “passato al vaglio” (cfr Lc 22,31), che il Signore ha preparato in maniera paradigmatica, perché con la sua fede provata confermasse tutti noi che “amiamo Cristo senza averlo visto” (cfr 1 Pt 1,8).

Entriamo in pieno nel paradosso per cui colui che deve confermarci nella fede è lo stesso al quale spesso il Signore rimprovera la sua “poca fede”. Il Signore di solito indica come esempi di grande fede altre persone. Con notevole enfasi loda molte volte la fede di persone semplici e di altre che non appartengono al popolo d’Israele – pensiamo al centurione (cfr Lc 7,9) e alla donna siro-fenicia (cfr 15,28) –, mentre ai discepoli – e a Simon Pietro in particolare – rimprovera spesso la loro «poca fede» (Mt 14,31).

Tenendo presente che le riflessioni del Signore riguardo alla grande fede e alla poca fede hanno un intento pedagogico e sono uno stimolo ad incrementare il desiderio di crescere nella fede, ci concentriamo su un passaggio centrale nella vita di Simon Pietro, quello in cui Gesù gli dice che “ha pregato” per la sua fede. E’ il momento che precede la passione; gli apostoli hanno appena discusso su chi tra loro sia il traditore e chi sia il più grande, e Gesù dice a Simone:

«Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,31-32).

Precisiamo i termini, poiché le richieste del Signore al Padre sono cose di cui far tesoro nel cuore. Consideriamo che il Signore “prega”[6] per Simone ma pensando a noi. “Venir meno” traduce ekleipo – da cui “eclissarsi” – ed è molto plastica l’immagine di una fede eclissata dallo scandalo della passione. E’ quell’esperienza che chiamiamo desolazione: qualcosa copre la luce.

Tornare indietro (epistrepsas) esprime qui il senso di “convertirsi”, di ritornare alla consolazione precedente dopo un’esperienza di desolazione e di essere passati al vaglio da parte del demonio.

“Confermare” (sterizon) si dice nel senso di “consolidare” (histemi) la fede affinché d’ora in avanti sia “determinata” (cfr Lc 9,51). Una fede che nessun vento di dottrina possa smuovere (cfr Ef 4,14). Più avanti ci soffermeremo ancora su questo “passare al vaglio”. Possiamo rileggere così le parole del Signore:

“Simone, Simone, […] io ho pregato il Padre per te, perché la tua fede non rimanga eclissata (dal mio volto sfigurato, in te che lo hai visto trasfigurato); e tu, una volta che sarai uscito da questa esperienza di desolazione di cui il demonio ha approfittato per passarti al vaglio, conferma (con questa tua fede provata) la fede dei tuoi fratelli”.

Così, vediamo che la fede di Simon Pietro ha un carattere speciale: è una fede provata, e con essa egli ha la missione di confermare e consolidare la fede dei suoi fratelli, la nostra fede. La fede di Simon Pietro è minore di quella di tanti piccoli del popolo fedele di Dio. Ci sono persino dei pagani, come il centurione, che hanno una fede più grande nel momento di implorare la guarigione di un malato della loro famiglia. La fede di Simone è più lenta di quella di Maria Maddalena e di Giovanni. Giovanni crede al solo vedere il segno del sudario e riconosce il Signore sulla riva del lago al solo ascoltare le sue parole. La fede di Simon Pietro ha momenti di grandezza, come quando confessa che Gesù è il Messia, ma a questi momenti ne seguono quasi immediatamente altri di grande errore, di estrema fragilità e totale sconcerto, come quando vuole allontanare il Signore dalla croce, o quando affonda senza rimedio nel lago o quando vuole difendere il Signore con la spada. Per non parlare del momento vergognoso dei tre rinnegamenti davanti ai servi.

Possiamo distinguere tre tipi di pensieri, carichi di affetti[7], che interagiscono nelle prove di fede di Simon Pietro: alcuni sono i pensieri che gli vengono dal suo stesso modo di essere; altri pensieri li provoca direttamente il demonio (dallo spirito malvagio); e un terzo tipo di pensieri sono quelli che vengono direttamente dal Signore o dal Padre (dallo spirito buono).

a) I due nomi e il desiderio di camminare verso Gesù sulle acque

Vediamo, in primo luogo, come si relaziona il Signore con l’aspetto più umano della fede di Simon Pietro. Parlo di quella sana autostima con cui uno crede in sé stesso e nell’altro, nella capacità di essere degno di fiducia, sincero e fedele, su cui si basa ogni amicizia umana. Ci sono due episodi nella vita di Simon Pietro nei quali si può vedere una crescita nella fede che si potrebbe chiamare sincera. Sincera nel senso di senza complicazioni, nella quale un’amicizia cresce approfondendo chi è ciascuno senza che vi siano ombre. Uno è l’episodio dei due nomi; l’altro, quando Simon Pietro chiede al Signore di comandargli di andare verso di Lui camminando sulle acque.

Simone appare sulla scena quando suo fratello Andrea lo va a cercare e gli dice: «Abbiamo trovato il Messia» (Gv 1,41); e lui segue suo fratello che lo porta da Gesù. E lì avviene immediatamente il cambio di nome. Si tratta di una scelta che fa il Signore in vista di una missione, quella di essere Pietra, fondamento solido di fede su cui edificherà la sua Chiesa. Notiamo che, più che cambiargli il nome di Simone, di fatto, ciò che il Signore fa è aggiungere quello di Pietro.

Questo fatto è già in sé motivo di tensione e di crescita. Pietro si muoverà sempre intorno al perno che è il Signore, girando e sentendo il peso e il movimento dei suoi due nomi: quello di Simone – il pescatore, il peccatore, l’amico… – e quello di Pietro – la Roccia su cui si costruisce, colui che ha le chiavi, che dice l’ultima parola, che cura e pasce le pecore –. Mi fa bene pensare che Simone è il nome con cui Gesù lo chiama quando parlano e si dicono le cose come amici, e Pietro è il nome con cui il Signore lo presenta, lo giustifica, lo difende e lo pone in risalto in maniera unica come suo uomo di totale fiducia, davanti agli altri. Anche se è lui che gli dà il nome di “Pietra”, Gesù lo chiama Simone.

La fede di Simon Pietro progredisce e cresce nella tensione tra questi due nomi, il cui punto fisso – il perno – è centrato in Gesù.

Avere due nomi lo decentra. Non può centrarsi in nessuno di essi. Se volesse che Simone fosse il suo punto fisso, dovrebbe sempre dire: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore» (Lc 5,8). Se pretendesse di centrarsi esclusivamente sull’essere Pietro e dimenticasse o coprisse tutto ciò che è di Simone, diventerebbe una pietra di scandalo, come gli accadde quando “non si comportava rettamente secondo la verità del Vangelo”, come gli disse Paolo perché aveva nascosto il fatto di essere andato a mangiare con i pagani (cfr Gal 2,11-14). Mantenersi Simone (pescatore e peccatore) e Pietro (Pietra e chiave per gli altri) lo obbligherà a decentrarsi costantemente per ruotare solo intorno a Cristo, l’unico centro.

L’icona di questo decentramento, la sua messa in atto, è quando chiede a Gesù di comandargli di andare verso di Lui sulle acque. Lì Simon Pietro mostra il suo carattere, il suo sogno, la sua attrazione per l’imitazione di Gesù. Quando affonda, perché smette di guardare il Signore e guarda l’agitarsi delle onde, mostra le sue paure e i suoi fantasmi. E quando lo prega di salvarlo e il Signore gli tende la mano, mostra di sapere bene chi è Gesù per lui: il suo Salvatore. E il Signore gli rafforza la fede, concedendogli quello che desidera, dandogli una mano e chiudendo la questione con quella frase affettuosa e rassicurante: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (Mt 14,31).

Simon Pietro in tutte le situazioni “limite” in cui potrà mettersi, guidato dalla sua fede in Gesù discernerà sempre qual è la mano che lo salva. Con quella certezza che, anche quando non capisce bene quello che Gesù dice o fa, gli farà dire: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68). Umanamente, questa consapevolezza di avere “poca fede”, insieme con l’umiltà di lasciarsi aiutare da chi sa e può farlo, è il punto di sana autostima in cui si radica il seme di quella fede “per confermare gli altri”, per “edificare sopra di essa”, che è quella che Gesù vuole da Simon Pietro e da noi che partecipiamo del ministero. Direi che è una fede condivisibile, forse perché non è tanto ammirevole. La fede di uno che avesse imparato a camminare senza tribolazioni sulle acque sarebbe affascinante, ma ci allontanerebbe. Invece, questa fede da buon amico, consapevole della sua pochezza e che confida pienamente in Gesù, ci suscita simpatia e – questa è la sua grazia – ci conferma!

b) La preghiera di Gesù e il vaglio del demonio

Nel passo centrale di Luca che abbiamo preso come guida, possiamo vedere ciò che produce il vaglio del demonio nella personalità di Simon Pietro e come Gesù prega affinché la debolezza, e perfino il peccato, si trasformino in grazia e grazia comunitaria.

Ci concentriamo sulla parola “vaglio” (siniazo: setacciare il grano), che evoca il movimento di spiriti, grazie al quale, alla fine, si discerne ciò che viene dallo spirito buono da ciò che viene da quello cattivo. In questo caso colui che vaglia – colui che rivendica il potere di vagliare – è lo spirito maligno. E il Signore non lo impedisce, ma, approfittando della prova, rivolge la sua preghiera al Padre perché rafforzi il cuore di Simon Pietro. Gesù prega affinché Simon Pietro “non cada nella tentazione”. Il Signore ha fatto tutto il possibile per custodire i suoi nella sua Passione. Tuttavia non può evitare che ognuno sia tentato dal demonio, che si introduce nella parte più debole. In questo tipo di prove, che Dio non manda direttamente ma non impedisce, Paolo ci dice che il Signore ha cura che non siamo tentati al di sopra delle nostre forze (cfr 1 Cor 10,13).

Il fatto che il Signore dica espressamente che prega per Simone è estremamente importante, perché la tentazione più insidiosa del demonio è che, insieme a una certa prova particolare, ci fa sentire che Gesù ci ha abbandonato, che in qualche modo ci ha lasciato soli e non ci ha aiutato come avrebbe dovuto. Il Signore stesso ha sperimentato e vinto questa tentazione, prima nell’orto e poi sulla croce, affidandosi nelle mani del Padre quando si sentì abbandonato. È in questo punto della fede che abbiamo bisogno di essere in modo speciale e con cura rafforzati e confermati. Nel fatto che il Signore prevenga ciò che succederà a Simon Pietro e gli assicuri di avere già pregato perché la sua fede non venga meno, troviamo la forza di cui abbiamo bisogno.

Questa “eclisse” della fede davanti allo scandalo della passione è una delle cose per cui il Signore prega in modo particolare. Il Signore ci chiede di pregare sempre, con insistenza; ci associa alla sua preghiera, ci fa domandare di “non cadere in tentazione e di essere liberati dal male”, perché la nostra carne è debole; ci rivela anche che ci sono demoni che non si vincono se non con la preghiera e la penitenza e, in certe cose, ci rivela che Egli prega in modo speciale. Questa è una di quelle. Come si è riservato l’umile compito di lavare i piedi ai suoi, come una volta risorto si è occupato personalmente di consolare i suoi amici, allo stesso modo questa preghiera con la quale, rafforzando la fede di Simon Pietro, rafforza quella di tutti gli altri, è una cosa di cui il Signore si fa carico personalmente. E bisogna tenerne conto: è a questa preghiera, che il Signore ha fatto una volta e continua a fare – «sta alla destra di Dio e intercede per noi» (Rm 8,34) – che dobbiamo ricorrere per rafforzare la nostra fede.

Se la lezione data a Simon Pietro di lasciarsi lavare i piedi ha confermato l’atteggiamento di servizio del Signore e lo ha fissato nella memoria della Chiesa come un fatto fondamentale, questa lezione, data nello stesso contesto, deve porsi anch’essa come icona della fede tentata e vagliata per la quale il Signore prega. Come sacerdoti che prendiamo parte al ministero petrino, in ciò che sta a noi, partecipiamo della stessa missione: non solo dobbiamo lavare i piedi ai nostri fratelli, come facciamo il Giovedì Santo, ma dobbiamo confermarli nella loro fede, testimoniando come il Signore ha pregato per la nostra.

Se nelle prove che hanno origine nella nostra carne il Signore ci incoraggia e ci rafforza, operando molte volte miracoli di guarigione, in queste tentazioni che vengono direttamente dal demonio, il Signore adopera una strategia più complessa. Vediamo che ci sono alcuni demoni che espelle direttamente e senza riguardi; altri li neutralizza, mettendoli a tacere; altri li fa parlare, chiede il loro nome, come quello che era “Legione”; ad altri risponde ampiamente con la Scrittura, sopportando un lungo procedimento, come nel caso delle tentazioni nel deserto. Questo demonio, che tenta il suo amico all’inizio della sua passione, lo sconfigge pregando, non perché lo lasci in pace, ma perché il suo vaglio diventi motivo di forza a beneficio degli altri.

Abbiamo qui alcuni grandi insegnamenti sulla crescita nella fede. Uno riguarda lo scandalo della sofferenza dell’Innocente e degli innocenti. Questo ci tocca più di quanto crediamo, tocca persino quelli che lo provocano e quelli che fingono di non vederlo. Fa bene ascoltare dalla bocca del Signore, nel momento preciso in cui sta per prendere su di sé questo scandalo nella passione, che Egli prega perché non venga meno la fede di colui che lascia in vece propria, e perché sia lui a confermare noialtri. L’eclisse della fede provocata dalla passione non è qualcosa che ognuno possa risolvere e superare individualmente.

Un’altra lezione importante è che quando il Signore ci mette alla prova, non lo fa mai basandosi sulla nostra parte più debole. Questo è tipico del demonio, che sfrutta le nostre debolezze, che cerca la nostra parte più debole e che si accanisce ferocemente contro i più deboli di questo mondo. Perciò l’infinita e incondizionata misericordia del Padre per i più piccoli e peccatori, e la compassione e il perdono infinito che Gesù esercita fino al punto di dare la vita per i peccatori, non è solo perché Dio è buono, ma è anche frutto del discernimento ultimo di Dio sul male per sradicarlo dalla sua relazione con la fragilità della carne. In ultima istanza, il male non è legato con la fragilità e il limite della carne. Per questo il Verbo si fa carne senza alcun timore e dà testimonianza che può vivere perfettamente in seno alla Santa Famiglia e crescere custodito da due umili creature quali san Giuseppe e la Vergine Maria sua madre.

Il male ha la sua origine in un atto di orgoglio spirituale e nasce dalla superbia di una creatura perfetta, Lucifero. Poi si contagia ad Adamo ed Eva, ma trovando appoggio nel loro “desiderio di essere come dei”, non nella loro fragilità. Nel caso di Simon Pietro, il Signore non teme la sua fragilità di uomo peccatore né la sua paura di camminare sulle acque in mezzo a una tempesta. Teme, piuttosto, la discussione su chi sia il più grande.

E’ in questo contesto che dice a Simon Pietro che il demonio ha chiesto il permesso di vagliarlo. E possiamo pensare che il vaglio è iniziato lì, nella discussione su chi fosse colui che lo avrebbe tradito, sfociata poi nella discussione su chi fosse il più grande. Tutto il passo di Luca che segue immediatamente l’istituzione dell’Eucaristia è un vaglio: discussioni, predizione del rinnegamento, offerta della spada (cfr 22,23-38). La fede di Simon Pietro è vagliata nella tensione tra il desiderio di essere leale, di difendere Gesù e quello di essere il più grande e il rinnegamento, la vigliaccheria e il sentirsi il peggiore di tutti. Il Signore prega affinché Satana non oscuri la fede di Simone in questo momento, in cui guarda a sé stesso per farsi grande, per disprezzarsi o rimanere sconcertato e perplesso.

Se vi è una formulazione elaborata da Pietro circa queste cose, è quella di una “fede provata”, come ci mostra la sua Prima Lettera, in cui Pietro avverte che non c’è da meravigliarsi delle prove, come se fossero qualcosa di strano (cfr 4,12), ma si deve resistere al demonio «saldi nella fede» (5,9). Pietro definisce sé stesso «testimone delle sofferenze di Cristo» (5,1) e scrive le sue lettere al fine di «ridestare […] il giusto modo di pensare» (2 Pt 3,1) (eilikrine dianoian: giudizio illuminato da un raggio di sole), che sarebbe la grazia contraria all’“eclisse” della fede.

Il progresso della fede, quindi, avviene grazie a questo vaglio, a questo passare attraverso tentazioni e prove. Tutta la vita di Simon Pietro può essere vista come un progresso nella fede grazie all’accompagnamento del Signore, che gli insegna a discernere, nel proprio cuore, ciò che viene dal Padre e ciò che viene dal demonio.

c) Il Signore che mette alla prova facendo crescere la fede dal bene al meglio e la tentazione sempre presente

Infine, l’incontro presso il lago di Tiberiade. Un ulteriore passo in cui il Signore mette alla prova Simon Pietro facendolo crescere dal bene al meglio. L’amore di amicizia personale si consolida come ciò che “alimenta” il gregge e lo rafforza nella fede (cfr Gv 21,15-19).

Letta in questo contesto delle prove di fede di Simon Pietro che servono a rafforzare la nostra, possiamo vedere qui come si tratta di una prova molto speciale del Signore. In genere si dice che il Signore lo ha interrogato tre volte perché Simon Pietro lo aveva rinnegato tre volte. Può essere che questa debolezza fosse presente nell’animo di Simon Pietro (o in quello di chi legge la sua storia) e che il dialogo sia servito a curarla. Ma possiamo anche pensare che il Signore guarì quel rinnegamento con lo sguardo che fece piangere amaramente Simon Pietro (cfr Lc 22,62). In questo interrogatorio possiamo vedere un modo di procedere del Signore, cioè partire da una cosa buona – che tutti riconoscevano e di cui Simon Pietro poteva essere contento –: «Mi ami più di costoro?» (v. 15); confermarlo semplificandolo in un semplice «mi ami?» (v. 16), che toglie ogni desiderio di grandezza e rivalità dall’anima di Simone; per finire in quel «mi vuoi bene come amico?» (v. 17), che è ciò che più desiderava Simon Pietro ed evidentemente è ciò che più sta a cuore a Gesù. Se veramente è amore di amicizia, non c’entra per niente alcun tipo di rimprovero o correzione in questo amore: l’amicizia è amicizia ed è il valore più alto che corregge e migliora tutto il resto, senza bisogno di parlare del motivo.

Forse la più grande tentazione del demonio era questa: insinuare in Simon Pietro l’idea di non ritenersi degno di essere amico di Gesù perché lo aveva tradito. Ma il Signore è fedele. Sempre. E rinnova di volta in volta la sua fedeltà. «Se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2 Tm 2,13), come dice Paolo al suo figlio nella fede Timoteo. L’amicizia possiede questa grazia: che un amico che è più fedele può, con la sua fedeltà, rendere fedele l’altro che non lo è tanto. E se si tratta di Gesù, Lui più di chiunque altro ha il potere di rendere fedeli i suoi amici. È in questa fede – la fede in un Gesù amico fedele – che Simon Pietro viene confermato e inviato a confermarci tutti quanti. In questo preciso senso si può leggere la triplice missione di pascere le pecore e gli agnelli. Considerando tutto ciò che la cura pastorale comporta, quello di rafforzare gli altri nella fede in Gesù, che ci ama come amici, è un elemento essenziale. A questo amore si riferisce Pietro nella sua Prima Lettera: è una fede in Gesù Cristo che – dice – «amate, pur senza averlo visto, e ora, senza vederlo, credete in lui», e questa fede ci fa esultare «di gioia indicibile e gloriosa», sicuri di raggiungere «la meta della (nostra) fede: la salvezza delle anime» (cfr 1 Pt 1,7-9).

Tuttavia, sorge una nuova tentazione. Questa volta contro il suo migliore amico. La tentazione di voler indagare sul rapporto di Gesù con Giovanni, il discepolo amato. Il Signore lo corregge severamente su questo punto: «A te che importa? Tu seguimi» (Gv 21,22).

* * *

Vediamo come la tentazione è sempre presente nella vita di Simon Pietro. Egli ci mostra in prima persona come progredisce la fede confessando e lasciandosi mettere alla prova. E mostrando altresì che anche il peccato stesso entra nel progresso della fede. Pietro ha commesso il peggiore peccati – rinnegare il Signore – e tuttavia lo hanno fatto Papa. È importante per un sacerdote saper inserire le proprie tentazioni e i propri peccati nell’ambito di questa preghiera di Gesù perché non venga meno la nostra fede, ma maturi e serva a rafforzare a sua volta la fede di coloro che ci sono stati affidati.

Mi piace ripetere che un sacerdote o un vescovo che non si sente peccatore, che non si confessa, si chiude in sé, non progredisce nella fede. Ma bisogna stare attenti a che la confessione e il discernimento delle proprie tentazioni includano e tengano conto di questa intenzione pastorale che il Signore vuole dare loro.

Raccontava un giovane uomo che si stava recuperando nell’Hogar de Cristo di padre Pepe a Buenos Aires, che la mente gli giocava contro e gli diceva che non doveva stare lì, e che lui lottava contro quel sentimento. E diceva che padre Pepe lo aveva aiutato molto. Che un giorno gli aveva detto che non ce la faceva più, che sentiva molto la mancanza della sua famiglia, di sua moglie e dei due figli, e che se ne voleva andare. «E il prete mi disse: “E prima, quando andavi in giro a drogarti e a vendere droga, ti mancavano i tuoi? Pensavi a loro?”. Io feci segno di no con la testa, in silenzio – disse l’uomo – e il prete, senza dirmi nient’altro, mi diede una pacca sulla spalla e mi disse: “Vai, basta così”. Come per dirmi: renditi conto di quello che ti succede e di quello che dici. “Ringrazia il cielo che adesso senti la mancanza”.

Quell’uomo diceva che il prete era un grande. Che gli diceva le cose in faccia. E questo lo aiutava a combattere, perché era lui che doveva metterci la sua volontà.

Racconto questo per far vedere che quello che aiuta nella crescita della fede è tenere insieme il proprio peccato, il desiderio del bene degli altri, l’aiuto che riceviamo e quello che dobbiamo dare noi. Non serve dividere: non vale sentirci perfetti quando svolgiamo il ministero e, quando pecchiamo, giustificarci per il fatto che siamo come tutti gli altri. Bisogna unire le cose: se rafforziamo la fede degli altri, lo facciamo come peccatori. E quando pecchiamo, ci confessiamo per quel che siamo, sacerdoti, sottolineando che abbiamo una responsabilità verso le persone, non siamo come tutti. Queste due cose si uniscono bene se mettiamo davanti la gente, le nostre pecore, i più poveri specialmente. È quello che fa Gesù quando chiede a Simon Pietro se lo ama, ma non gli dice nulla né del dolore né della gioia che questo amore gli provoca, lo fa guardare ai suoi fratelli in questo modo: pasci le mie pecore, conferma la fede dei tuoi fratelli. Quasi a dirgli, come a quel giovane uomo dell’Hogar de Cristo: “Ringrazia se adesso senti la mancanza”.

“Ringrazia se senti di avere poca fede”, vuol dire che stai amando i tuoi fratelli. “Ringrazia se ti senti peccatore e indegno del ministero”, vuol dire che ti accorgi che se fai qualcosa è perché Gesù prega per te, e senza di Lui non puoi fare nulla (cfr Gv 15,5).

Dicevano i nostri anziani che la fede cresce facendo atti di fede. Simon Pietro è l’icona dell’uomo a cui il Signore Gesù fa fare in ogni momento atti di fede. Quando Simon Pietro capisce questo “dinamica” del Signore, questa sua pedagogia, non perde occasione per discernere, in ogni momento, quale atto di fede può fare nel suo Signore. E in questo non si sbaglia. Quando Gesù agisce come suo padrone, dandogli il nome di Pietro, Simone lo lascia fare. Il suo “così sia” è silenzioso, come quello di san Giuseppe, e si dimostrerà reale nel corso della sua vita. Quando il Signore lo esalta e lo umilia, Simon Pietro non guarda a sé stesso, ma sta attento a imparare la lezione di ciò che viene dal Padre è ciò che viene dal diavolo. Quando il Signore lo rimprovera perché si è fatto grande, si lascia correggere. Quando il Signore gli fa vedere in modo spiritoso che non deve fingere davanti agli esattori delle tasse, va a pescare il pesce con la moneta. Quando il Signore lo umilia e gli preannuncia che lo rinnegherà, è sincero nel dire ciò che sente, come lo sarà nel piangere amaramente e nel lasciarsi perdonare. Tanti momenti così diversi nella sua vita eppure un’unica lezione: quella del Signore che conferma la sua fede perché lui confermi quella del suo popolo. Chiediamo anche noi a Pietro di confermarci nella fede, perché noi possiamo confermare quella dei nostri fratelli.

Roma, 2 marzo 2017

[1] Cfr Discorso ai Rappresentanti Pontifici, 21 giugno 2013.

[2] Cfr nn. 160, 161, 164, 190.

[3] Cfr J.M. Bergoglio, Messaggio nella Messa per l’Educazione, Pasqua 2008.

[4] Un fuego que enciende otros fuegos, Santiago de Chile, 2004, 69-70; cfr Doc. de Aparecida 191.

[5] Si veda anche ES 333: «Quinta regola. Dobbiamo fare molta attenzione al corso dei nostri pensieri. Se nei pensieri tutto è buono il principio, il mezzo e la fine e se tutto è orientato verso il bene, questo è un segno dell’angelo buono. Può darsi invece che nel corso dei pensieri si presenti qualche cosa cattiva o distrattiva o meno buona di quella che l’anima prima si era proposta di fare, oppure qualche cosa che indebolisce l’anima, la rende inquieta, la mette in agitazione e le toglie la pace, la tranquillità e la calma che aveva prima: questo allora è un chiaro segno che quei pensieri provengono dallo spirito cattivo, nemico del nostro bene e della nostra salvezza eterna».

[6] Cfr Omelia a Santa Marta, 3 giugno 2014. Ricordiamo che il Signore prega perché siamo uno, perché il Padre ci custodisca dal demonio e dal mondo, perché ci perdoni quando “non sappiamo quello che facciamo”.

[7] Si tratta di pensieri che il Signore discerne nei suoi discepoli quando, risorto, dice loro: «Perché siate turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?» (Lc 24,38).

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12 dicembre 2016

Perché l’Avvento? Lo sposo sta arrivando, e sarà per sempre

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Mentre raddrizziamo le nostre vie e accendiamo le nostre candele, non trascuriamo di attendere, come Maria

ELIZABETH SCALIA/ALETEIA
1 DICEMBRE 2016

“Avvento” non significa “aspettativa” come alcuni potrebbero pensare. È una traduzione del termine greco “parusia”, che vuol dire “presenza”, o più accuratamente “arrivo” – ovvero l’inizio di una presenza. Nell’antichità la parola era un termine tecnico per indicare la presenza di un re o di un governante, e anche del dio che veniva adorato, che concede la sua parusia ai suoi devoti per un certo periodo di tempo. “Avvento”, allora, significa una presenza iniziata, e la presenza è quella di Dio.

Come molti cattolici, sono stata interpellata più di una volta da amici evangelici che si chiedono perché i cattolici diano tanta importanza agli aspetti “rituali” non esposti in modo esplicito nella Scrittura – cose come l’Avvento e i suoi paramenti viola, le candele che segnano le settimane e le antifone maggiori, le cui splendide immagini intensificano il nostro desiderio, anche se paradossalmente approfondiscono allo stesso tempo il nostro senso di appagamento.

“Gesù è venuto una volta per tutte, non continua a venire”, mi ha ricordato un’amica. “Il Natale è un bellissimo periodo, ma perché avete bisogno anche di un intero periodo di preparazione? A che serve?”

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Basilica di San Pietro, chiusura della Porta Santa e messa di chiusura del Giubileo della misericordia, 20-11-2016

20 novembre 2016

Il Papa ha chiuso la Porta Santa del Giubileo della Misericordia

La preghiera di Papa Francesco prima della chiusura, nell’atrio della Basilica di San Pietro. Siamo “incoraggiati a testimoniare nelle parole e nelle opere la tenerezza del tuo amore misericordioso”.

 

 

 

 

 

 

 

SANTA MESSA PER LA CHIUSURA DEL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA

CAPPELLA PAPALE

OMELIA DEL SANTO PADRE

Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo
Piazza San Pietro Domenica, 20 novembre 2016

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La solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo corona l’anno liturgico e questo Anno santo della misericordia. Il Vangelo presenta infatti la regalità di Gesù al culmine della sua opera di salvezza, e lo fa in un modo sorprendente. «Il Cristo di Dio, l’eletto, il Re» (Lc 23,35.37) appare senza potere e senza gloria: è sulla croce, dove sembra più un vinto che un vincitore. La sua regalità è paradossale: il suo trono è la croce; la sua corona è di spine; non ha uno scettro, ma gli viene posta una canna in mano; non porta abiti sontuosi, ma è privato della tunica; non ha anelli luccicanti alle dita, ma le mani trafitte dai chiodi; non possiede un tesoro, ma viene venduto per trenta monete.

Davvero il regno di Gesù non è di questo mondo (cfr Gv 18,36); ma proprio in esso, ci dice l’Apostolo Paolo nella seconda lettura, troviamo la redenzione e il perdono (cfr Col 1,13-14). Perché la grandezza del suo regno non è la potenza secondo il mondo, ma l’amore di Dio, un amore capace di raggiungere e risanare ogni cosa. Per questo amore Cristo si è abbassato fino a noi, ha abitato la nostra miseria umana, ha provato la nostra condizione più infima: l’ingiustizia, il tradimento, l’abbandono; ha sperimentato la morte, il sepolcro, gli inferi. In questo modo il nostro Re si è spinto fino ai confini dell’universo per abbracciare e salvare ogni vivente. Non ci ha condannati, non ci ha nemmeno conquistati, non ha mai violato la nostra libertà, ma si è fatto strada con l’amore umile che tutto scusa, tutto spera, tutto sopporta (cfr 1 Cor 13,7). Solo questo amore ha vinto e continua a vincere i nostri grandi avversari: il peccato, la morte, la paura.

Oggi, cari fratelli e sorelle, proclamiamo questa singolare vittoria, con la quale Gesù è divenuto il Re dei secoli, il Signore della storia: con la sola onnipotenza dell’amore, che è la natura di Dio, la sua stessa vita, e che non avrà mai fine (cfr 1 Cor 13,8). Con gioia condividiamo la bellezza di avere come nostro re Gesù: la sua signoria di amore trasforma il peccato in grazia, la morte in risurrezione, la paura in fiducia.

Sarebbe però poca cosa credere che Gesù è Re dell’universo e centro della storia, senza farlo diventare Signore della nostra vita: tutto ciò è vano se non lo accogliamo personalmente e se non accogliamo anche il suo modo di regnare. Ci aiutano in questo i personaggi che il Vangelo odierno presenta. Oltre a Gesù, compaiono tre figure: il popolo che guarda, il gruppo che sta nei pressi della croce e un malfattore crocifisso accanto a Gesù.

Anzitutto, il popolo: il Vangelo dice che «stava a vedere» (Lc 23,35): nessuno dice una parola, nessuno si avvicina. Il popolo sta lontano, a guardare che cosa succede. È lo stesso popolo che per le proprie necessità si accalcava attorno a Gesù, ed ora tiene le distanze. Di fronte alle circostanze della vita o alle nostre attese non realizzate, anche noi possiamo avere la tentazione di prendere le distanze dalla regalità di Gesù, di non accettare fino in fondo lo scandalo del suo amore umile, che inquieta il nostro io, che scomoda. Si preferisce rimanere alla finestra, stare a parte, piuttosto che avvicinarsi e farsi prossimi. Ma il popolo santo, che ha Gesù come Re, è chiamato a seguire la sua via di amore concreto; a domandarsi, ciascuno ogni giorno: “che cosa mi chiede l’amore, dove mi spinge? Che risposta do a Gesù con la mia vita?”

C’è un secondo gruppo, che comprende diversi personaggi: i capi del popolo, i soldati e un malfattore. Tutti costoro deridono Gesù. Gli rivolgono la stessa provocazione: «Salvi se stesso!» (cfr Lc 23,35.37.39) È una tentazione peggiore di quella del popolo. Qui tentano Gesù, come fece il diavolo agli inizi del Vangelo (cfr Lc 4,1-13), perché rinunci a regnare alla maniera di Dio, ma lo faccia secondo la logica del mondo: scenda dalla croce e sconfigga i nemici! Se è Dio, dimostri potenza e superiorità! Questa tentazione è un attacco diretto all’amore: «salva te stesso» (vv. 37.39); non gli altri, ma te stesso. Prevalga l’io con la sua forza, con la sua gloria, con il suo successo. È la tentazione più terribile, la prima e l’ultima del Vangelo. Ma di fronte a questo attacco al proprio modo di essere, Gesù non parla, non reagisce. Non si difende, non prova a convincere, non fa un’apologetica della sua regalità. Continua piuttosto ad amare, perdona, vive il momento della prova secondo la volontà del Padre, certo che l’amore porterà frutto.

Per accogliere la regalità di Gesù, siamo chiamati a lottare contro questa tentazione, a fissare lo sguardo sul Crocifisso, per diventargli sempre più fedeli. Quante volte invece, anche tra noi, si sono ricercate le appaganti sicurezze offerte dal mondo. Quante volte siamo stati tentati di scendere dalla croce. La forza di attrazione del potere e del successo è sembrata una via facile e rapida per diffondere il Vangelo, dimenticando in fretta come opera il regno di Dio. Quest’Anno della misericordia ci ha invitato a riscoprire il centro, a ritornare all’essenziale. Questo tempo di misericordia ci chiama a guardare al vero volto del nostro Re, quello che risplende nella Pasqua, e a riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è accogliente, libera, fedele, povera nei mezzi e ricca nell’amore, missionaria. La misericordia, portandoci al cuore del Vangelo, ci esorta anche a rinunciare ad abitudini e consuetudini che possono ostacolare il servizio al regno di Dio; a trovare il nostro orientamento solo nella perenne e umile regalità di Gesù, non nell’adeguamento alle precarie regalità e ai mutevoli poteri di ogni epoca.

Nel Vangelo compare un altro personaggio, più vicino a Gesù, il malfattore che lo prega dicendo: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (v. 42). Questa persona, semplicemente guardando Gesù, ha creduto nel suo regno. E non si è chiuso in se stesso, ma con i suoi sbagli, i suoi peccati e i suoi guai si è rivolto a Gesù. Ha chiesto di esser ricordato e ha provato la misericordia di Dio: «oggi con me sarai nel paradiso» (v. 43). Dio, appena gliene diamo la possibilità, si ricorda di noi. Egli è pronto a cancellare completamente e per sempre il peccato, perché la sua memoria non registra il male fatto e non tiene sempre conto dei torti subiti, come la nostra. Dio non ha memoria del peccato, ma di noi, di ciascuno di noi, suoi figli amati. E crede che è sempre possibile ricominciare, rialzarsi.

Chiediamo anche noi il dono di questa memoria aperta e viva. Chiediamo la grazia di non chiudere mai le porte della riconciliazione e del perdono, ma di saper andare oltre il male e le divergenze, aprendo ogni possibile via di speranza. Come Dio crede in noi stessi, infinitamente al di là dei nostri meriti, così anche noi siamo chiamati a infondere speranza e a dare opportunità agli altri. Perché, anche se si chiude la Porta santa, rimane sempre spalancata per noi la vera porta della misericordia, che è il Cuore di Cristo. Dal costato squarciato del Risorto scaturiscono fino alla fine dei tempi la misericordia, la consolazione e la speranza.

Tanti pellegrini hanno varcato le Porte sante e fuori del fragore delle cronache hanno gustato la grande bontà del Signore. Ringraziamo per questo e ricordiamoci che siamo stati investiti di misericordia per rivestirci di sentimenti di misericordia, per diventare noi pure strumenti di misericordia. Proseguiamo questo nostro cammino, insieme. Ci accompagni la Madonna, anche lei era vicino alla croce, lei ci ha partorito lì come tenera Madre della Chiesa che tutti desidera raccogliere sotto il suo manto. Ella sotto la croce ha visto il buon ladrone ricevere il perdono e ha preso il discepolo di Gesù come suo figlio. È la Madre di misericordia, a cui ci affidiamo: ogni nostra situazione, ogni nostra preghiera, rivolta ai suoi occhi misericordiosi, non resterà senza risposta.

 

Visita Tribunale Rota Romana 18.11.2016

19 novembre 2016

 

 

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL CORSO DI FORMAZIONE PER I VESCOVI SUL NUOVO PROCESSO MATRIMONIALE
[17-19 NOVEMBRE 2016]

Tribunale Apostolico della Rota Romana
Venerdì, 18 novembre 2016

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Cari Fratelli,

la vostra presenza a questo corso di formazione, promosso dal Tribunale Apostolico della Rota Romana, sottolinea quanto i Vescovi, pur costituiti in forza dell’Ordinazione come maestri della fede (cfr Lumen gentium, 25), abbiano la necessità di apprendere continuamente. Si tratta di comprendere i bisogni e le domande dell’uomo di oggi e cercare le risposte nella Parola di Dio e nelle verità della fede, studiate e conosciute sempre meglio. L’esercizio del munus docendi è intimamente congiunto con quelli sanctificandi e regendi. Mediante queste tre funzioni si esprime il ministero pastorale del Vescovo, fondato nel volere di Cristo, nell’assistenza dello Spirito Santo e finalizzato ad attualizzare il messaggio di Gesù. L’inculturazione del Vangelo si fonda proprio su questo principio che vede unite la fedeltà all’annuncio evangelico e la sua comprensione e traduzione nel tempo.

Il Beato Paolo VI, nella Evangelii nuntiandi, esortava ad evangelizzare non in modo superficiale, ma calandosi nella concretezza delle situazioni e delle persone. Queste le sue parole: «Occorre evangelizzare non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici, […] partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio» (n. 20). Proprio l’attenzione alle persone è il motivo teologico ed ecclesiologico sotteso a questo corso di formazione. La salute spirituale, la salus animarum delle persone a noi affidate costituisce il fine di ogni azione pastorale.

Nella Prima Lettera di Pietro troviamo un punto di riferimento fondamentale dell’ufficio episcopale: «Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti, ma volentieri, come piace a Dio, non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge» (5,2-3). Questa esortazione illumina l’intera missione del Vescovo, presentandone la potestà spirituale come un servizio per la salvezza degli uomini. In tale prospettiva, occorre eliminare con decisione ogni impedimento di carattere mondano che rende difficile a un largo numero di fedeli l’accesso ai Tribunali ecclesiastici. Questioni di tipo economico e organizzativo non possono costituire un ostacolo per la verifica canonica circa la validità di un matrimonio.

Nell’ottica di un sano rapporto tra giustizia e carità, la legge della Chiesa non può prescindere dal fondamentale principio della salus animarum. Pertanto, i tribunali ecclesiastici sono chiamati ad essere espressione tangibile di un servizio diaconale del diritto nei riguardi di questo fine primario. Esso è opportunamente posto come parola finale del Codice di diritto canonico, perché lo sovrasta come legge suprema e come valore che supera il diritto stesso, indicando così l’orizzonte della misericordia.

In questa prospettiva la Chiesa cammina da sempre, come madre che accoglie e ama, sull’esempio di Gesù Buon Samaritano. Chiesa del Verbo Incarnato, si “incarna” nelle vicende tristi e sofferte della gente, si china sui poveri e su quanti sono lontani dalla comunità ecclesiale o si considerano fuori da essa a causa del loro fallimento coniugale. Tuttavia, essi sono e restano incorporati a Cristo in virtù del Battesimo. Pertanto, a noi spetta la grave responsabilità di esercitare il munus, ricevuto da Gesù divino Pastore medico e giudice delle anime, di non considerarli mai estranei al Corpo di Cristo, che è la Chiesa. Siamo chiamati a non escluderli dalla nostra ansia pastorale, ma dedicarci a loro e alla loro situazione irregolare e sofferta con ogni sollecitudine e carità.

Cari fratelli Vescovi, voi provenite da diversi Paesi e avete portato in questo incontro le sollecitazioni e le domande che emergono nell’ambito della pastorale matrimoniale delle rispettive Diocesi. Tali istanze richiedono risposte e provvedimenti non sempre facili. Sono certo che queste giornate di studio vi aiuteranno a individuare l’approccio più opportuno alle diverse problematiche. Ringrazio quindi il Decano Mons. Pinto per aver promosso questo Corso formativo, come pure i relatori per il loro competente apporto giuridico, teologico e pastorale.

Tornerete nelle vostre Diocesi arricchiti di nozioni e di suggerimenti utili per svolgere con più efficacia il vostro ministero, specialmente in ordine al nuovo processo matrimoniale. Esso rappresenta un aiuto importante per far crescere nel gregge a voi affidato la misura della statura di Cristo Buon Pastore, dal quale dobbiamo ogni giorno apprendere la sapiente ricerca dell’unum necessarium: la salus animarum. Essa è il bene supremo e si identifica con Dio stesso, come ha insegnato san Gregorio Nazianzeno. Confidate nell’assistenza indefettibile dello Spirito Santo, che conduce invisibilmente ma realmente la Chiesa.

Preghiamolo perché aiuti voi e aiuti anche il Successore di Pietro a rispondere, con disponibilità e umiltà, al grido di aiuto di tanti nostri fratelli e sorelle che hanno bisogno di fare verità sul loro matrimonio e sul cammino della loro vita.

Basilica di San Pietro, saluto pellegrini olandesi, 15-11-2016

16 novembre 2016

 

 

 

 

SALUTO DI PAPA FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL PELLEGRINAGGIO DELLE DIOCESI OLANDESI

Basilica Vaticana, Altare della Cattedra
Martedì, 15 novembre 2016

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Cari fratelli e sorelle,

sono molto lieto di salutarvi qui nella Basilica di San Pietro in occasione della “Giornata Olandese” del Giubileo della Misericordia. È bello che siate venuti insieme, Pastori e fedeli di tutte le Diocesi neerlandesi, in un comune pellegrinaggio a Roma. In questo modo manifestate la vita e la comunione della Chiesa nei Paesi Bassi e l’unità con il Successore di Pietro.

L’Anno Santo ci fa entrare ancora di più in rapporto con Gesù Cristo, volto della misericordia del Padre. Non arriviamo mai ad esaurire questo grande mistero dell’amore di Dio! È la sorgente della nostra salvezza: tutto il mondo, tutti noi abbiamo bisogno della misericordia di Dio. Essa ci salva, ci dà vita, ci ricrea come veri figli e figlie di Dio. E noi sperimentiamo la bontà salvifica di Dio in modo particolare nel sacramento della Penitenza e Riconciliazione. La Confessione è il luogo in cui si riceve in dono il perdono e la misericordia di Dio, che ha iniziato la trasformazione di ciascuno di noi e la riforma della vita della Chiesa.

Vi incoraggio perciò ad aprire i vostri cuori e a lasciarvi plasmare dalla misericordia di Dio. Così diventerete a vostra volta strumenti della misericordia. Abbracciati dal Padre misericordioso che ci offre sempre il suo perdono, sarete capaci di testimoniare il suo amore nella vita di ogni giorno. Gli uomini e le donne di oggi hanno sete di Dio, hanno sete della sua bontà e del suo amore. E anche voi, come “canali” della misericordia, potete aiutare a placare questa sete; potete aiutare tante persone a riscoprire Cristo, Salvatore e Redentore dell’umanità; come discepoli missionari di Gesù potete “irrigare” la società con l’annuncio del Vangelo e con la carità, soprattutto verso i più bisognosi e le persone abbandonate a sé stesse.

Affido voi e tutta la Chiesa nei Paesi Bassi alla materna protezione di Maria Santissima, Madre della Misericordia, e vi benedico di cuore. Per favore, pregate anche per me.

 

 

La giustizia di Dio è misericordia

15 novembre 2016

· Luterani e cattolici cinque secoli dopo la Riforma ·

Udienza plenaria Pontificio consiglio unità dei cristiani 10-11-2016

10 novembre 2016

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALLA PLENARIA DELPONTIFICIO CONSIGLIO PER LA PROMOZIONE DELL’UNITÀ DEI CRISTIANI

Sala Clementina
Giovedì, 10 novembre 2016

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Signori Cardinali,
cari fratelli Vescovi e Sacerdoti,cari fratelli e sorelle,

sono lieto di incontrarvi in occasione della vostra Sessione Plenaria, che tratta il tema “Unità dei cristiani: quale modello di piena comunione?”. Ringrazio il Cardinale Koch per le parole che mi ha rivolto a nome di tutti voi. Nel corso di quest’anno ho avuto l’opportunità di vivere tanti significativi incontri ecumenici, sia qui a Roma sia durante i viaggi. Ognuno di questi incontri è stato per me fonte di consolazione, perché ho potuto constatare che il desiderio di comunione è vivo e intenso. In quanto Vescovo di Roma e Successore di Pietro, consapevole della responsabilità affidatami dal Signore, desidero ribadire che l’unità dei cristiani è una delle mie principali preoccupazioni, e prego perché essa sia sempre più condivisa da ogni battezzato.

L’unità dei cristiani è un’esigenza essenziale della nostra fede. Un’esigenza che sgorga dall’intimo del nostro essere credenti in Gesù Cristo. Invochiamo l’unità, perché invochiamo Cristo. Vogliamo vivere l’unità, perché vogliamo seguire Cristo, vivere il suo amore, godere del mistero del suo essere uno con il Padre, che poi è l’essenza dell’amore divino. Gesù stesso, nello Spirito Santo, ci associa alla sua preghiera: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi […] Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me […] Perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17,21.23.26). Secondo la preghiera sacerdotale di Gesù, ciò a cui aneliamo è l’unità nell’amore del Padre che viene a noi donato in Gesù Cristo, amore che informa anche il pensiero e le dottrine. Non basta essere concordi nella comprensione del Vangelo, ma occorre che tutti noi credenti siamo uniti a Cristo e in Cristo. È la nostra conversione personale e comunitaria, il nostro graduale conformarci a Lui (cfr Rm 8,28), il nostro vivere sempre più in Lui (cfr Gal 2,20), che ci permettono di crescere nella comunione tra di noi. Questa è l’anima che sostiene anche le sessioni di studio e ogni altro tipo di sforzo per giungere a punti di vista più ravvicinati.

Tenendo bene a mente questo, è possibile smascherare alcuni falsi modelli di comunione che in realtà non portano all’unità ma la contraddicono nella sua essenza.

Innanzitutto, l’unità non è il frutto dei nostri sforzi umani o il prodotto costruito da diplomazie ecclesiastiche, ma è un dono che viene dall’alto. Noi uomini non siamo in grado di fare l’unità da soli, né possiamo deciderne le forme e i tempi. Qual è allora il nostro ruolo? Che cosa dobbiamo fare noi per promuovere l’unità dei cristiani? Nostro compito è quello di accogliere questo dono e di renderlo visibile a tutti. Da questo punto di vista, l’unità, prima che traguardo, è cammino, con le sue tabelle di marcia e i suoi ritmi, i suoi rallentamenti e le sue accelerazioni, e anche le sue soste. L’unità come cammino richiede pazienti attese, tenacia, fatica e impegno; non annulla i conflitti e non cancella i contrasti, anzi, a volte può esporre al rischio di nuove incomprensioni. L’unità può essere accolta solo da chi decide di mettersi in cammino verso una meta che oggi potrebbe apparire piuttosto lontana. Tuttavia, colui che percorre questa strada è confortato dalla continua esperienza di una comunione gioiosamente intravista, anche se non ancora pienamente raggiunta, ogni volta che si mette da parte la presunzione e ci si riconosce tutti bisognosi dell’amore di Dio. E quale legame unisce tutti noi cristiani più dell’esperienza di essere peccatori ma allo stesso tempo oggetto della infinita misericordia di Dio a noi rivelata da Gesù Cristo? Parimenti, l’unità di amore è già realtà quando coloro che Dio ha scelto e chiamato a formare il suo popolo annunciano insieme le meraviglie che Egli ha compiuto per loro, soprattutto offrendo una testimonianza di vita piena di carità verso tutti (cfr 1 Pt 2,4-10). Per questo, amo ripetere che l’unità si fa camminando, per ricordare che quando camminiamo insieme, cioè ci incontriamo come fratelli, preghiamo insieme, collaboriamo insieme nell’annuncio del Vangelo e nel servizio agli ultimi siamo già uniti. Tutte le divergenze teologiche ed ecclesiologiche che ancora dividono i cristiani saranno superate soltanto lungo questa via, senza che noi oggi sappiamo come e quando, ma ciò avverrà secondo quello che lo Spirito Santo vorrà suggerire per il bene della Chiesa.

In secondo luogo, l’unità non è uniformità. Le differenti tradizioni teologiche, liturgiche, spirituali e canoniche, che si sono sviluppate nel mondo cristiano, quando sono genuinamente radicate nella tradizione apostolica, sono una ricchezza e non una minaccia per l’unità della Chiesa. Cercare di sopprimere tale diversità è andare contro lo Spirito Santo, che agisce arricchendo la comunità dei credenti con una varietà di doni. Nel corso della storia, vi sono stati tentativi di questo genere, con conseguenze che talvolta fanno soffrire ancora oggi. Se invece ci lasciamo guidare dallo Spirito, la ricchezza, la varietà, la diversità non diventano mai conflitto, perché Egli ci spinge a vivere la varietà nella comunione della Chiesa. Compito ecumenico è rispettare le legittime diversità e portare a superare le divergenze inconciliabili con l’unità che Dio chiede. Il permanere di tali divergenze non ci deve paralizzare, ma spingere a cercare insieme il modo di affrontare con successo tali ostacoli.

Infine, l’unità non è assorbimento. L’unità dei cristiani non comporta un ecumenismo “in retromarcia”, per cui qualcuno dovrebbe rinnegare la propria storia di fede; e neppure tollera il proselitismo, che anzi è un veleno per il cammino ecumenico. Prima di vedere ciò che ci separa, occorre percepire anche in modo esistenziale la ricchezza di ciò che ci accumuna, come la Sacra Scrittura e le grandi professioni di fede dei primi Concili ecumenici. Così facendo, noi cristiani possiamo riconoscerci come fratelli e sorelle che credono nell’unico Signore e Salvatore Gesù Cristo, impegnati insieme a cercare il modo di obbedire oggi alla Parola di Dio che ci vuole uniti. L’ecumenismo è vero quando si è capaci di spostare l’attenzione da sé stessi, dalle proprie argomentazioni e formulazioni, alla Parola di Dio che esige di essere ascoltata, accolta e testimoniata nel mondo. Per questo, le varie comunità cristiane sono chiamate non a “farsi concorrenza”, ma a collaborare. La mia recente visita a Lund mi ha fatto ricordare quanto sia attuale quel principio ecumenico lì formulato dal Consiglio Ecumenico delle Chiese già nel 1952, che raccomanda ai cristiani di «fare insieme tutte le cose, salvo in quei casi in cui le profonde difficoltà di convinzioni avessero imposto di agire separatamente».

Vi ringrazio per il vostro impegno, vi assicuro il mio ricordo nella preghiera e confido nel vostro per me. Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga.

LETTERA APOSTOLICA DIES DOMINI DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II AL L’EPISCOPATO, AL CLERO E AI FEDELI SULLA SANTIFICAZIONE DELLA DOMENICA

6 novembre 2016

CAPITOLO QUINTO

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DIES DIERUM

La domenica festa primordiale,
rivelatrice del senso del tempo

Cristo Alfa e Omega del tempo

74. « Nel cristianesimo il tempo ha un’importanza fondamentale. Dentro la sua dimensione viene creato il mondo, al suo interno si svolge la storia della salvezza, che ha il suo culmine nella “pienezza del tempo” dell’Incarnazione e il suo traguardo nel ritorno glorioso del Figlio di Dio alla fine dei tempi. In Gesù Cristo, Verbo incarnato, il tempo diventa una dimensione di Dio, che in se stesso è eterno ». (118)

Gli anni dell’esistenza terrena di Cristo, alla luce del Nuovo Testamento, costituiscono realmente il centro del tempo. Questo centro ha il suo culmine nella risurrezione. Se è vero, infatti, che egli è Dio fatto uomo fin dal primo istante del concepimento nel grembo della Vergine Santa, è anche vero che solo con la risurrezione la sua umanità è totalmente trasfigurata e glorificata, rivelando così pienamente la sua identità e gloria divina. Nel discorso tenuto nella sinagoga di Antiochia di Pisidia (cfr At 13, 33), Paolo applica appunto alla risurrezione di Cristo l’affermazione del Salmo 2: « Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato » (v. 7). Proprio per questo, nella celebrazione della Veglia pasquale, la Chiesa presenta il Cristo risorto come « Principio e Fine, Alfa e Omega ». Queste parole, pronunciate dal celebrante nella preparazione del cero pasquale, sul quale è incisa la cifra dell’anno in corso, mettono in evidenza il fatto che « Cristo è il Signore del tempo; è il suo principio e il suo compimento; ogni anno, ogni giorno ed ogni momento vengono abbracciati nella sua incarnazione e risurrezione, per ritrovarsi in questo modo nella “pienezza del tempo” ». (119)

75. Essendo la domenica la Pasqua settimanale, in cui è rievocato e reso presente il giorno nel quale Cristo risuscitò dai morti, essa è anche il giorno che rivela il senso del tempo. Non c’è parentela con i cicli cosmici, secondo cui la religione naturale e la cultura umana tendono a ritmare il tempo, indulgendo magari al mito dell’eterno ritorno. La domenica cristiana è altra cosa! Sgorgando dalla Risurrezione, essa fende i tempi dell’uomo, i mesi, gli anni, i secoli, come una freccia direzionale che li attraversa orientandoli al traguardo della seconda venuta di Cristo. La domenica prefigura il giorno finale, quello della Parusía, già in qualche modo anticipata dalla gloria di Cristo nell’evento della Risurrezione.

In effetti, tutto quanto avverrà, fino alla fine del mondo, non sarà che una espansione e una esplicitazione di ciò che è avvenuto nel giorno in cui il corpo martoriato del Crocifisso è risuscitato per la potenza dello Spirito ed è diventato a sua volta la sorgente dello Spirito per l’umanità. Il cristiano sa, perciò, di non dover attendere un altro tempo di salvezza, giacché il mondo, quale che sia la sua durata cronologica, vive già nell’ultimo tempo. Dal Cristo glorificato non solo la Chiesa, ma il cosmo stesso e la storia sono continuamente retti e guidati. E questa energia di vita a spingere la creazione, che « geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto » (Rm 8, 22), verso la meta del suo pieno riscatto. Di questo cammino l’uomo non può avere che un oscuro intuito; i cristiani ne hanno la cifra e la certezza, e la santificazione della domenica è una testimonianza significativa che essi sono chiamati a dare, perché i tempi dell’uomo siano sempre sorretti dalla speranza.

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LETTERA APOSTOLICA DIES DOMINI DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II AL L’EPISCOPATO, AL CLERO E AI FEDELI SULLA SANTIFICAZIONE DELLA DOMENICA

5 novembre 2016

CAPITOLO QUARTO

DIES HOMINIS

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La domenica giorno di gioia,

riposo e solidarietà

La « gioia piena » di Cristo

55. « Sia benedetto Colui che ha elevato il grande giorno della domenica sopra tutti i giorni. Il cielo e la terra, gli angeli e gli uomini s’abbandonano alla gioia ».(99) Questi accenti della liturgia maronita ben rappresentano le intense acclamazioni di gaudio che da sempre, nella liturgia occidentale e in quella orientale, hanno caratterizzato la domenica. Del resto, storicamente, prima ancora che come giorno di riposo — oltre tutto allora non previsto dal calendario civile — i cristiani vissero il giorno settimanale del Signore risorto soprattutto come giorno di gioia. « Il primo giorno della settimana, siate tutti lieti » si legge nella Didascalia degli Apostoli. (100) E questo era ben sottolineato anche nella prassi liturgica, attraverso la scelta di gesti appropriati. (101) Sant’Agostino, facendosi interprete della diffusa coscienza ecclesiale, mette appunto in evidenza tale carattere della Pasqua settimanale: « Si tralasciano i digiuni e si prega stando in piedi come segno della risurrezione; per questo inoltre tutte le domeniche si canta l’alleluia ». (102)

56. Al di là delle singole espressioni rituali, che possono variare nel tempo secondo la disciplina ecclesiale, rimane il dato che la domenica, eco settimanale della prima esperienza del Risorto, non può non portare il segno della gioia con cui i discepoli accolsero il Maestro: « I discepoli gioirono al vedere il Signore » (Gv 20, 20). Si realizzava per loro, come poi si attuerà per tutte le generazioni cristiane, la parola detta da Gesù prima della passione: « Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia » (Gv 16, 20). Non aveva forse pregato egli stesso perché i discepoli avessero « la pienezza della sua gioia » (cfr Gv 17, 13)? Il carattere festoso dell’Eucaristia domenicale esprime la gioia che Cristo trasmette alla sua Chiesa attraverso il dono dello Spirito. La gioia è appunto uno dei frutti dello Spirito Santo (cfr Rm 14, 17; Gal 5, 22).

57. Per cogliere dunque in pienezza il senso della domenica, occorre riscoprire questa dimensione dell’esistenza credente. Certamente, essa deve caratterizzare tutta la vita, e non solo un giorno della settimana. Ma la domenica, in forza del suo significato di giorno del Signore risorto, nel quale si celebra l’opera divina della creazione e della « nuova creazione », è giorno di gioia a titolo speciale, anzi giorno propizio per educarsi alla gioia, riscoprendone i tratti autentici e le radici profonde. Essa non va infatti confusa con fatui sentimenti di appagamento e di piacere, che inebriano la sensibilità e l’affettività per un momento, lasciando poi il cuore nell’insoddisfazione e magari nell’amarezza. Cristianamente intesa, è qualcosa di molto più duraturo e consolante; sa resistere persino, come attestano i santi, (103) alla notte oscura del dolore, e, in certo senso, è una « virtù » da coltivare.

58. Non c’è tuttavia alcuna opposizione tra la gioia cristiana e le vere gioie umane. Queste anzi vengono esaltate e trovano il loro fondamento ultimo proprio nella gioia di Cristo glorificato (cfr At 2, 24-31), immagine perfetta e rivelazione dell’uomo secondo il disegno di Dio. Come scrisse nell’Esortazione sulla gioia cristiana il mio venerato predecessore Paolo VI, « per essenza, la gioia cristiana è partecipazione alla gioia insondabile, insieme divina e umana, che è nel cuore di Gesù Cristo glorificato ». (104) E lo stesso Pontefice concludeva la sua Esortazione chiedendo che, nel giorno del Signore, la Chiesa testimoniasse fortemente la gioia provata dagli Apostoli nel vedere il Signore la sera di Pasqua. Invitava pertanto i Pastori ad insistere « sulla fedeltà dei battezzati a celebrare nella gioia l’Eucaristia domenicale. Come potrebbero essi trascurare questo incontro, questo banchetto che Cristo ci prepara nel suo amore? Che la partecipazione ad esso sia insieme degnissima e gioiosa! È il Cristo, crocifisso e glorificato, che passa in mezzo ai suoi discepoli, per trascinarli insieme nel rinnovamento della sua risurrezione. È il culmine, quaggiù, dell’alleanza d’amore tra Dio e il suo popolo: segno e sorgente di gioia cristiana, tappa per la festa eterna ». (105) In questa prospettiva di fede, la domenica cristiana è un autentico « far festa », un giorno da Dio donato all’uomo per la sua piena crescita umana e spirituale.

Il compimento del sabato

59. Questo aspetto della domenica cristiana ne evidenzia in modo speciale la dimensione di compimento del sabato veterotestamentario. Nel giorno del Signore, che l’Antico Testamento, come s’è detto, lega all’opera della creazione (cfr Gn 2, 1-3; Es 20, 8-11) e dell’Esodo (cfr Dt 5, 12-15), il cristiano è chiamato ad annunciare la nuova creazione e la nuova alleanza compiute nel mistero pasquale di Cristo. La celebrazione della creazione, lungi dall’essere annullata, è approfondita in prospettiva cristocentrica, ossia alla luce del disegno divino « di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra » (Ef 1, 10). A sua volta, è dato senso pieno anche al memoriale della liberazione compiuta nell’Esodo, che diventa memoriale dell’universale redenzione compiuta da Cristo morto e risorto. La domenica, pertanto, più che una « sostituzione » del sabato, è la sua realizzazione compiuta, e in certo senso la sua espansione e la sua piena espressione, in ordine al cammino della storia della salvezza, che ha il suo culmine in Cristo.

60. In quest’ottica la teologia biblica dello « shabbat », senza recare pregiudizio al carattere cristiano della domenica, può essere pienamente recuperata. Essa ci riconduce sempre nuovamente e con stupore mai attenuato a quel misterioso inizio, in cui l’eterna Parola di Dio, con libera decisione d’amore, trasse dal nulla il mondo. Sigillo dell’opera creatrice fu la benedizione e consacrazione del giorno in cui Dio cessò « da ogni lavoro che egli creando aveva fatto » (Gn 2, 3). Da questo giorno del riposo di Dio prende senso il tempo, assumendo, nella successione delle settimane, non soltanto un ritmo cronologico, ma, per così dire, un respiro teologico. Il costante ritorno dello « shabbat » sottrae infatti il tempo al rischio del ripiegamento su di sé, perché resti aperto all’orizzonte dell’eterno, attraverso l’accoglienza di Dio e dei suoi kairoì, ossia dei tempi della sua grazia e dei suoi interventi di salvezza.

61. Lo « shabbat », il giorno settimo benedetto e consacrato da Dio, mentre chiude l’intera opera della creazione, si lega immediatamente all’opera del sesto giorno, in cui Dio fece l’uomo « a sua immagine e somiglianza » (cfr Gn 1, 26). Questa relazione più immediata tra il « giorno di Dio » e il « giorno dell’uomo » non sfuggì ai Padri nella loro meditazione sul racconto biblico della creazione. Dice a tal proposito Ambrogio: « Grazie dunque al Signore Dio nostro che fece un’opera ove egli potesse trovare riposo. Fece il cielo, ma non leggo che ivi abbia riposato; fece le stelle, la luna, il sole, e neppure qui leggo che abbia in essi riposato. Leggo invece che fece l’uomo e che allora si riposò, avendo in lui uno al quale poteva perdonare i peccati ». (106) Il « giorno di Dio » avrà così per sempre un collegamento diretto con il « giorno dell’uomo ». Quando il comandamento di Dio recita: « Ricordati del giorno di sabato per santificarlo » (Es 20, 8), la sosta comandata per onorare il giorno a lui dedicato non è affatto, per l’uomo, un’imposizione onerosa, ma piuttosto un aiuto perché egli avverta la sua vitale e liberante dipendenza dal Creatore, e insieme la vocazione a collaborare alla sua opera e ad accogliere la sua grazia. Onorando il « riposo » di Dio, l’uomo ritrova pienamente se stesso, e così il giorno del Signore si manifesta profondamente segnato dalla benedizione divina (cfr Gn 2, 3) e si direbbe dotato, in forza di essa, al pari degli animali e degli uomini (cfr Gn 1, 22.28), di una sorta di « fecondità ». Essa si esprime soprattutto nel ravvivare e, in certo senso, « moltiplicare » il tempo stesso, accrescendo nell’uomo, col ricordo del Dio vivente, la gioia di vivere e il desiderio di promuovere e donare la vita.

62. Il cristiano dovrà allora ricordare che, se per lui sono cadute le modalità del sabato giudaico, superate dal « compimento » domenicale, restano validi i motivi di fondo che impongono la santificazione del « giorno del Signore », fissati nella solennità del Decalogo, ma da rileggere alla luce della teologia e della spiritualità della domenica: « Osserva il giorno di sabato per santificarlo, come il Signore Dio tuo ti ha comandato. Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, ma il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero, che sta entro le tue porte, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te. Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato » (Dt 5, 12-15). L’osservanza del sabato appare qui intimamente legata all’opera di liberazione compiuta da Dio per il suo popolo.

63. Cristo è venuto a realizzare un nuovo « esodo », a rendere la libertà agli oppressi. Egli ha operato molte guarigioni il giorno di sabato (cfr Mt 12, 9-14 e paralleli), non certo per violare il giorno del Signore, ma per realizzarne il pieno significato: « Il sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato » (Mc 2, 27). Opponendosi all’interpretazione troppo legalistica di alcuni suoi contemporanei, e sviluppando l’autentico senso del sabato biblico, Gesù, « Signore del sabato » (Mc 2, 28), riconduce l’osservanza di questo giorno al suo carattere liberante, posto insieme a salvaguardia dei diritti di Dio e dei diritti dell’uomo. Si comprende così perché i cristiani, annunciatori della liberazione compiuta nel sangue di Cristo, si sentissero autorizzati a trasporre il senso del sabato nel giorno della risurrezione. La Pasqua di Cristo ha infatti liberato l’uomo da una schiavitù ben più radicale di quella gravante su un popolo oppresso: la schiavitù del peccato, che allontana l’uomo da Dio, lo allontana anche da se stesso e dagli altri, ponendo nella storia sempre nuovi germi di cattiveria e di violenza.

Il giorno del riposo

64. Per alcuni secoli i cristiani vissero la domenica solo come giorno del culto, senza potervi annettere anche il significato specifico del riposo sabbatico. Solo nel IV secolo, la legge civile dell’Impero Romano riconobbe il ritmo settimanale, facendo in modo che nel « giorno del sole » i giudici, le popolazioni delle città e le corporazioni dei vari mestieri cessassero di lavorare. (107) I cristiani si rallegrarono di veder così tolti gli ostacoli che fino ad allora avevano reso talvolta eroica l’osservanza del giorno del Signore. Essi potevano ormai dedicarsi alla preghiera comune senza impedimenti. (108)

Sarebbe quindi un errore vedere nella legislazione rispettosa del ritmo settimanale una semplice circostanza storica senza valore per la Chiesa e che essa potrebbe abbandonare. I Concili non hanno cessato di conservare, anche dopo la fine dell’Impero, le disposizioni relative al riposo festivo. Nei Paesi poi dove i cristiani sono in piccolo numero e dove i giorni festivi del calendario non corrispondono alla domenica, quest’ultima rimane pur sempre il giorno del Signore, il giorno in cui i fedeli si riuniscono per l’assemblea eucaristica. Ciò però avviene a prezzo di non piccoli sacrifici. Per i cristiani non è normale che la domenica, giorno di festa e di gioia, non sia anche giorno di riposo e resta comunque per essi difficile « santificare » la domenica, non disponendo di un tempo libero sufficiente.

65. D’altra parte, il legame tra il giorno del Signore e il giorno del riposo nella società civile ha una importanza e un significato che vanno al di là della prospettiva propriamente cristiana. L’alternanza infatti tra lavoro e riposo, inscritta nella natura umana, è voluta da Dio stesso, come si rileva dal brano della creazione nel Libro della Genesi (cfr 2, 2-3; Es 20, 8-11): il riposo è cosa « sacra », essendo per l’uomo la condizione per sottrarsi al ciclo, talvolta eccessivamente assorbente, degli impegni terreni e riprendere coscienza che tutto è opera di Dio. Il potere prodigioso che Dio dà all’uomo sulla creazione rischierebbe di fargli dimenticare che Dio è il Creatore, dal quale tutto dipende. Tanto più urgente è questo riconoscimento nella nostra epoca, nella quale la scienza e la tecnica hanno incredibilmente esteso il potere che l’uomo esercita attraverso il suo lavoro.

66. Infine, non bisogna perdere di vista che, anche nel nostro tempo, per molti il lavoro è una dura servitù, sia in ragione delle miserevoli condizioni in cui si svolge e degli orari che impone, specie nelle regioni più povere del mondo, sia perché sussistono, nelle stesse società economicamente più evolute, troppi casi di ingiustizia e di sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. Quando la Chiesa nel corso dei secoli ha legiferato sul riposo domenicale, (109) ha considerato soprattutto il lavoro dei servi e degli operai, non certo perché esso fosse un lavoro meno dignitoso rispetto alle esigenze spirituali della pratica domenicale, ma piuttosto perché più bisognoso di una regolamentazione che ne alleggerisse il peso, e consentisse a tutti di santificare il giorno del Signore. In questa chiave il mio predecessore Leone XIII nell’Enciclica Rerum novarum additava il riposo festivo come un diritto del lavoratore che lo Stato deve garantire. (110)

Resta anche nel nostro contesto storico l’obbligo di adoperarsi perché tutti possano conoscere la libertà, il riposo e la distensione che sono necessari alla loro dignità di uomini, con le connesse esigenze religiose, familiari, culturali, interpersonali, che difficilmente possono essere soddisfatte, se non viene salvaguardato almeno un giorno settimanale in cui godere insieme della possibilità di riposare e di far festa. Ovviamente, questo diritto del lavoratore al riposo presuppone il suo diritto al lavoro e, mentre riflettiamo su questa problematica connessa con la concezione cristiana della domenica, non possiamo non ricordare con intima partecipazione il disagio di tanti uomini e donne che, per la mancanza di posti di lavoro, sono costretti anche nei giorni lavorativi all’inattività.

67. Attraverso il riposo domenicale, le preoccupazioni e i compiti quotidiani possono ritrovare la loro giusta dimensione: le cose materiali per le quali ci agitiamo lasciano posto ai valori dello spirito; le persone con le quali viviamo riprendono, nell’incontro e nel dialogo più pacato, il loro vero volto. Le stesse bellezze della natura — troppe volte sciupate da una logica di dominio che si ritorce contro l’uomo — possono essere riscoperte e profondamente gustate. Giorno di pace dell’uomo con Dio, con se stesso e con i propri simili, la domenica diviene così anche momento in cui l’uomo è invitato a gettare uno sguardo rigenerato sulle meraviglie della natura, lasciandosi coinvolgere in quella stupenda e misteriosa armonia che, al dire di sant’Ambrogio, per una « legge inviolabile di concordia e di amore », unisce i diversi elementi del cosmo in un « vincolo di unione e di pace ». (111) L’uomo si fa allora più consapevole, secondo le parole dell’Apostolo, che « tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie, perché esso viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera » (1 Tm 4, 4-5). Se dunque, dopo sei giorni di lavoro — ridotti in verità già per molti a cinque — l’uomo cerca un tempo di distensione e di migliore cura di altri aspetti della propria vita, ciò risponde ad un bisogno autentico, in piena armonia con la prospettiva del messaggio evangelico. Il credente è chiamato perciò a soddisfare questa esigenza, armonizzandola con le espressioni della sua fede personale e comunitaria, manifestata nella celebrazione e santificazione del giorno del Signore.

Per questo è naturale che i cristiani si adoperino perché, anche nelle circostanze speciali del nostro tempo, la legislazione civile tenga conto del loro dovere di santificare la domenica. È comunque un loro obbligo di coscienza quello di organizzare il riposo domenicale in modo che sia loro possibile partecipare all’Eucaristia, astenendosi dai lavori ed affari incompatibili con la santificazione del giorno del Signore, con la sua tipica gioia e con il necessario riposo dello spirito e del corpo. (112)

68. Dato poi che il riposo stesso, per non risolversi in vacuità o divenire fonte di noia, deve portare arricchimento spirituale, più grande libertà, possibilità di contemplazione e di comunione fraterna, i fedeli sceglieranno, tra i mezzi della cultura e i divertimenti che la società offre, quelli che si accordano meglio con una vita conforme ai precetti del Vangelo. In questa prospettiva, il riposo domenicale e festivo acquista una dimensione « profetica », affermando non solo il primato assoluto di Dio, ma anche il primato e la dignità della persona rispetto alle esigenze della vita sociale ed economica, e anticipando in certo modo i « cieli nuovi » e la « terra nuova », dove la liberazione dalla schiavitù dei bisogni sarà definitiva e totale. In breve, il giorno del Signore diventa così, nel modo più autentico, anche il giorno dell’uomo.

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LETTERA APOSTOLICA DIES DOMINI DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II AL L’EPISCOPATO, AL CLERO E AI FEDELI SULLA SANTIFICAZIONE DELLA DOMENICA

3 novembre 2016

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CAPITOLO TERZO

DIES ECCLESIAE

L’assemblea eucaristica cuore della domenica

La presenza del Risorto

  1. « Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28, 20). Questa promessa di Cristo continua a risuonare nella Chiesa, che in essa coglie il segreto fecondo della sua vita e la sorgente della sua speranza. Se la domenica è il giorno della risurrezione, essa non è solo la memoria di un evento passato: è celebrazione della viva presenza del Risorto in mezzo ai suoi.

Perché tale presenza sia annunciata e vissuta in modo adeguato, non basta che i discepoli di Cristo preghino individualmente e ricordino interiormente, nel segreto del cuore, la morte e la risurrezione di Cristo. Quanti infatti hanno ricevuto la grazia del battesimo, non sono stati salvati solo a titolo individuale, ma come membra del Corpo mistico, entrati a far parte del Popolo di Dio.(38) È importante perciò che si radunino, per esprimere pienamente l’identità stessa della Chiesa, la ekklesía, l’assemblea convocata dal Signore risorto, il quale ha offerto la sua vita « per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi » (Gv 11, 52). Essi sono diventati « uno » in Cristo (cfr Gal 3, 28), attraverso il dono dello Spirito. Questa unità si manifesta esteriormente quando i cristiani si riuniscono: prendono allora viva coscienza e testimoniano al mondo di essere il popolo dei redenti composto da « uomini di ogni tribù, lingua, popolo, nazione » (Ap 5, 9). Nell’assemblea dei discepoli di Cristo si perpetua nel tempo l’immagine della prima comunità cristiana disegnata con intento esemplare da Luca negli Atti degli Apostoli, quando riferisce che i primi battezzati « erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere » (2, 42).

L’assemblea eucaristica

  1. Questa realtà della vita ecclesiale ha nell’Eucaristia non solo una particolare intensità espressiva, ma in certo senso il suo luogo « sorgivo ».(39) L’Eucaristia nutre e plasma la Chiesa: « Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane » (1 Cor 10, 17). Per tale suo rapporto vitale con il sacramento del Corpo e del Sangue del Signore, il mistero della Chiesa è in modo supremo annunciato, gustato e vissuto nell’Eucaristia.(40)

L’intrinseca dimensione ecclesiale dell’Eucaristia si realizza ogni volta che essa viene celebrata. Ma a maggior ragione si esprime nel giorno in cui tutta la comunità è convocata per fare memoria della risurrezione del Signore. Significativamente il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che « la celebrazione domenicale del Giorno e dell’Eucaristia del Signore sta al centro della vita della Chiesa ».(41)

  1. È proprio nella Messa domenicale, infatti, che i cristiani rivivono in modo particolarmente intenso l’esperienza fatta dagli Apostoli la sera di Pasqua, quando il Risorto si manifestò ad essi riuniti insieme (cfr Gv 20, 19). In quel piccolo nucleo di discepoli, primizia della Chiesa, era in qualche modo presente il Popolo di Dio di tutti i tempi. Attraverso la loro testimonianza, rimbalza su ogni generazione di credenti il saluto di Cristo, ricco del dono messianico della pace, acquistata col suo sangue e offerta insieme col suo Spirito: « Pace a voi! ». Nel ritorno di Cristo tra loro « otto giorni dopo » (Gv 20, 26) può vedersi raffigurato in radice l’uso della comunità cristiana di riunirsi ogni ottavo giorno, nel « giorno del Signore » o domenica, a professare la fede nella sua risurrezione ed a raccogliere i frutti della beatitudine da lui promessa: « Beati quelli che pur non avendo visto crederanno! » (Gv 20, 29). Quest’intima connessione tra la manifestazione del Risorto e l’Eucaristia è adombrata dal Vangelo di Luca nella narrazione riguardante i due discepoli di Emmaus, ai quali Cristo stesso si accompagnò, guidandoli alla comprensione della Parola e sedendosi infine a mensa con loro. Essi lo riconobbero quando egli « prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro » (24, 30). I gesti di Gesù in questo racconto sono i medesimi da lui compiuti nell’Ultima Cena, con la chiara allusione alla « frazione del pane », come è denominata l’Eucaristia nella prima generazione cristiana.

L’Eucaristia domenicale

  1. Certo, l’Eucaristia domenicale non ha, in sé, uno statuto diverso da quella celebrata in ogni altro giorno, né è separabile dall’intera vita liturgica e sacramentale. Questa è per sua natura una epifania della Chiesa,(42) che trova il suo momento più significativo quando la comunità diocesana si raduna in preghiera col proprio Pastore: « La principale manifestazione della Chiesa si ha nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima Eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare cui presiede il Vescovo circondato dal suo presbiterio e dai ministri ».(43) Il rapporto col Vescovo e con l’intera comunità ecclesiale è insito in ogni celebrazione eucaristica, anche non presieduta dal Vescovo, in qualunque giorno della settimana essa venga celebrata. Ne è espressione la menzione del Vescovo nella preghiera eucaristica.

L’Eucaristia domenicale, tuttavia, con l’obbligo della presenza comunitaria e la speciale solennità che la contraddistinguono proprio perché celebrata « nel giorno in cui Cristo ha vinto la morte e ci ha resi partecipi della sua vita immortale »,(44) manifesta con un’ulteriore enfasi la propria dimensione ecclesiale, ponendosi come paradigmatica rispetto alle altre celebrazioni eucaristiche. Ogni comunità, radunando tutti i suoi membri per la « frazione del pane », si sperimenta quale luogo in cui il mistero della Chiesa concretamente si attua. Nella stessa celebrazione la comunità si apre alla comunione con la Chiesa universale,(45) implorando il Padre perché si ricordi « della Chiesa diffusa su tutta la terra », e la faccia crescere, nell’unità di tutti i fedeli col Papa e coi Pastori delle singole Chiese, fino alla perfezione dell’amore.

Il giorno della Chiesa

  1. Il dies Domini si rivela così anche dies Ecclesiae. Si comprende allora perché la dimensione comunitaria della celebrazione domenicale debba essere, sul piano pastorale, particolarmente sottolineata. Come ho avuto modo, in altra occasione, di ricordare, tra le numerose attività che una parrocchia svolge, « nessuna è tanto vitale o formativa della comunità quanto la celebrazione domenicale del giorno del Signore e della sua Eucaristia ».(46) In questo senso il Concilio Vaticano II ha richiamato la necessità di adoperarsi perché « il senso della comunità parrocchiale fiorisca soprattutto nella celebrazione comunitaria della Messa domenicale ».(47) Nella stessa linea si pongono i successivi orientamenti liturgici, chiedendo che, nella domenica e nei giorni festivi, le celebrazioni eucaristiche fatte normalmente in altre chiese ed oratori siano coordinate con la celebrazione della chiesa parrocchiale, e ciò proprio per « fomentare il senso della comunità ecclesiale, che è alimentato ed espresso in modo speciale nella celebrazione comunitaria della domenica, sia intorno al Vescovo, soprattutto nella cattedrale, sia nell’assemblea parrocchiale, il cui pastore fa le veci del Vescovo ».(48)
  2. L’assemblea domenicale è luogo privilegiato di unità: vi si celebra infatti il sacramentum unitatis che caratterizza profondamente la Chiesa, popolo adunato « dalla » e « nella » unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.(49) In essa le famiglie cristiane vivono una delle espressioni più qualificate della loro identità e del loro « ministero » di « chiese domestiche », quando i genitori partecipano con i loro figli all’unica mensa della Parola e del Pane di vita.(50) Va ricordato a tal proposito che spetta innanzitutto ai genitori educare i loro figli alla partecipazione alla Messa domenicale, aiutati in ciò dai catechisti, che devono preoccuparsi di inserire l’iniziazione alla Messa nel cammino formativo dei ragazzi loro affidati, illustrando il motivo profondo dell’obbligatorietà del precetto. A questo contribuirà anche, quando le circostanze lo consiglino, la celebrazione di Messe per fanciulli, secondo le varie modalità previste dalle norme liturgiche.(51)

Nelle Messe domenicali della parrocchia, in quanto « comunità eucaristica »,(52) è normale poi che si ritrovino i vari gruppi, movimenti, associazioni, le stesse piccole comunità religiose in essa presenti. Questo consente loro di fare esperienza di ciò che è ad essi più profondamente comune, al di là delle specifiche vie spirituali che legittimamente li caratterizzano, in obbedienza al discernimento dell’autorità ecclesiale.(53) È per questo che di domenica, giorno dell’assemblea, le Messe dei piccoli gruppi non sono da incoraggiare: non si tratta solo di evitare che le assemblee parrocchiali manchino del necessario ministero dei sacerdoti, ma anche di fare in modo che la vita e l’unità della comunità ecclesiale vengano pienamente salvaguardate e promosse.(54) Spetta all’oculato discernimento dei Pastori delle Chiese particolari autorizzare eventuali e ben circoscritte deroghe a questo orientamento, in considerazione di specifiche esigenze formative e pastorali, tenendo conto del bene di singoli o di gruppi, e specialmente dei frutti che possono derivarne all’intera comunità cristiana.

Popolo pellegrinante

  1. Nella prospettiva poi del cammino della Chiesa nel tempo, il riferimento alla risurrezione di Cristo e la scadenza settimanale di tale solenne memoria aiutano a ricordare il carattere pellegrinante e la dimensione escatologica del Popolo di Dio. Di domenica in domenica, infatti, la Chiesa procede verso l’ultimo « giorno del Signore », la domenica senza fine. In realtà, l’attesa della venuta di Cristo è inscritta nel mistero stesso della Chiesa (55) ed emerge in ogni celebrazione eucaristica. Ma il giorno del Signore, con la sua specifica memoria della gloria del Cristo risorto, richiama con maggior intensità anche la gloria futura del suo « ritorno ». Ciò fa della domenica il giorno in cui la Chiesa, manifestando più chiaramente il suo carattere « sponsale », anticipa in qualche modo la realtà escatologica della Gerusalemme celeste. Raccogliendo i suoi figli nell’assemblea eucaristica ed educandoli all’attesa dello « Sposo divino », essa fa come un « esercizio del desiderio »,(56) in cui pregusta la gioia dei cieli nuovi e della terra nuova, quando la città santa, la nuova Gerusalemme, scenderà dal cielo, da Dio, « pronta come una sposa adorna per il suo sposo » (Ap 21, 2).

Giorno della speranza

  1. Da questo angolo visuale, se la domenica è il giorno della fede, essa non è meno il giorno della speranza cristiana. La partecipazione alla « cena del Signore » è infatti anticipazione del banchetto escatologico per le « nozze dell’Agnello » (Ap 19, 9). Celebrando il memoriale di Cristo, risorto e asceso al cielo, la comunità cristiana si pone « nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo ».(57) Vissuta e alimentata con questo intenso ritmo settimanale, la speranza cristiana si fa lievito e luce della stessa speranza umana. Per questo, nella preghiera « universale », si raccolgono i bisogni non della sola comunità cristiana, ma dell’intera umanità; la Chiesa, radunata per la Celebrazione eucaristica, testimonia in questo modo al mondo di far sue « le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono ».(58) Coronando poi con l’offerta eucaristica domenicale la testimonianza che, in tutti i giorni della settimana, i suoi figli, immersi nel lavoro e nei vari impegni della vita, si sforzano di offrire con l’annuncio del Vangelo e la pratica della carità, la Chiesa manifesta in modo più evidente il suo essere « come sacramento, ossia segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano ».(59)

La mensa della Parola

  1. Nell’assemblea domenicale, come del resto in ogni Celebrazione eucaristica, l’incontro col Risorto avviene mediante la partecipazione alla duplice mensa della Parola e del Pane di vita. La prima continua a dare quell’intelligenza della storia della salvezza e, in particolare, del mistero pasquale che lo stesso Gesù risorto procurò ai discepoli: è lui che parla, presente com’è nella sua parola « quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura ».(60) Nella seconda si attua la reale, sostanziale e duratura presenza del Signore risorto attraverso il memoriale della sua passione e della sua risurrezione, e viene offerto quel pane di vita che è pegno della gloria futura. Il Concilio Vaticano II ha ricordato che « la liturgia della parola e la liturgia eucaristica sono congiunte tra di loro così strettamente da formare un solo atto di culto ».(61) Lo stesso Concilio ha anche stabilito che « la mensa della parola di Dio sia preparata ai fedeli con maggiore abbondanza, aprendo più largamente i tesori della Bibbia ».(62) Ha poi ordinato che nelle Messe della domenica, come in quelle delle feste di precetto, l’omelia non sia omessa se non per grave causa.(63) Queste felici disposizioni hanno trovato fedele espressione nella riforma liturgica, a proposito della quale Paolo VI, commentando la più abbondante offerta di letture bibliche nelle domeniche e nei giorni festivi, scriveva: « Tutto ciò è stato ordinato in modo da far aumentare sempre più nei fedeli “quella fame di ascoltare la parola del Signore” (Am 8, 11) che, sotto la guida dello Spirito Santo, spinga il popolo della nuova alleanza alla perfetta unità della Chiesa ».(64)
  2. A distanza di oltre trent’anni dal Concilio, mentre riflettiamo sull’Eucaristia domenicale, è necessario verificare come la Parola di Dio venga proclamata, nonché l’effettiva crescita, nel Popolo di Dio, della conoscenza e dell’amore della Sacra Scrittura.(65) L’uno e l’altro aspetto, quello della celebrazione e quello dell’esperienza vissuta, stanno in intima relazione. Da una parte, la possibilità offerta dal Concilio di proclamare la Parola di Dio nella lingua propria della comunità partecipante deve portarci a sentire una « nuova responsabilità » verso di essa, facendo risplendere, « fin dal modo stesso di leggere o di cantare, il carattere peculiare del testo sacro ».(66) Dall’altra, occorre che l’ascolto della Parola di Dio proclamata sia ben preparato nell’animo dei fedeli da una conoscenza appropriata della Scrittura e, ove pastoralmente possibile, da specifiche iniziative di approfondimento dei brani biblici, specie di quelli delle Messe festive. Se infatti la lettura del testo sacro, compiuta in spirito di preghiera e in docilità all’interpretazione ecclesiale,(67) non anima abitualmente la vita dei singoli e delle famiglie cristiane, è difficile che la sola proclamazione liturgica della Parola di Dio possa portare i frutti sperati. Sono dunque molto lodevoli quelle iniziative con cui le comunità parrocchiali, attraverso il coinvolgimento di quanti partecipano all’Eucaristia — sacerdote, ministri e fedeli — (68) preparano la liturgia domenicale già nel corso della settimana, riflettendo in anticipo sulla Parola di Dio che sarà proclamata. L’obiettivo a cui tendere è che tutta la celebrazione, in quanto preghiera, ascolto, canto, e non solo l’omelia, esprima in qualche modo il messaggio della liturgia domenicale, così che esso possa incidere più efficacemente su quanti vi prendono parte. Ovviamente molto è affidato alla responsabilità di coloro che esercitano il ministero della Parola. Ad essi incombe il dovere di preparare con particolare cura, nello studio del testo sacro e nella preghiera, il commento alla parola del Signore, esprimendone fedelmente i contenuti e attualizzandoli in rapporto agli interrogativi e alla vita degli uomini del nostro tempo.
  3. Occorre peraltro non dimenticare che la proclamazione liturgica della Parola di Dio, soprattutto nel contesto dell’assemblea eucaristica, non è tanto un momento di meditazione e di catechesi, ma è il dialogo di Dio col suo popolo, dialogo in cui vengono proclamate le meraviglie della salvezza e continuamente riproposte le esigenze dell’Alleanza. Da parte sua, il Popolo di Dio si sente chiamato a rispondere a questo dialogo di amore ringraziando e lodando, ma al tempo stesso verificando la propria fedeltà nello sforzo di una continua « conversione ». L’assemblea domenicale si impegna così all’interiore rinnovamento delle promesse battesimali, che sono in qualche modo implicite nella recita del Credo, e che la liturgia espressamente prevede nella celebrazione della veglia pasquale o quando viene amministrato il battesimo durante la Messa. In questo quadro, la proclamazione della Parola nella Celebrazione eucaristica della domenica acquista il tono solenne che già l’Antico Testamento prevedeva per i momenti di rinnovamento dell’Alleanza, quando veniva proclamata la Legge e la comunità di Israele era chiamata, come il popolo del deserto ai piedi del Sinai (cfr Es 19, 7-8; 24, 3.7), a ribadire il suo « sì », rinnovando la scelta di fedeltà a Dio e di adesione ai suoi precetti. Dio infatti, nel comunicare la sua Parola, attende la nostra risposta: risposta che Cristo ha già dato per noi con il suo « Amen » (cfr 2 Cor 1, 20-22), e che lo Spirito Santo fa risuonare in noi in modo che ciò che si è udito coinvolga profondamente la nostra vita.(69)

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LETTERA APOSTOLICA DIES DOMINI DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II ALL’EPISCOPATO, AL CLERO E AI FEDELI SULLA SANTIFICAZIONE DELLA DOMENICA

31 ottobre 2016

CAPITOLO PRIMO

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DIES DOMINI

La celebrazione
dell’opera del Creatore

« Tutto è stato fatto per mezzo di lui » (Gv 1, 3)

8. Nell’esperienza cristiana, la domenica è prima di tutto una festa pasquale, totalmente illuminata dalla gloria del Cristo risorto. È la celebrazione della « nuova creazione ». Ma proprio questo suo carattere, se compreso in profondità, appare inscindibile dal messaggio che la Scrittura, fin dalle prime sue pagine, ci offre sul disegno di Dio nella creazione del mondo. Se è vero, infatti, che il Verbo si è fatto carne nella « pienezza del tempo » (Gal 4, 4), non è meno vero che, in forza del suo stesso mistero di Figlio eterno del Padre, egli è origine e fine dell’universo. Lo afferma Giovanni, nel prologo del suo Vangelo: « Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste » (1, 3). Lo sottolinea ugualmente Paolo scrivendo ai Colossesi: « Per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili […]. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui » (1, 16). Questa presenza attiva del Figlio nell’opera creatrice di Dio si è rivelata pienamente nel mistero pasquale, in cui Cristo, risorgendo come « primizia di coloro che sono morti » (1 Cor 15, 20), ha inaugurato la nuova creazione ed ha avviato il processo che egli stesso porterà a compimento al momento del suo ritorno glorioso, « quando consegnerà il regno a Dio Padre […], perché Dio sia tutto in tutti » (1 Cor 15, 24.28).

Già nel mattino della creazione, quindi, il progetto di Dio implicava questo « compito cosmico » di Cristo. Questa prospettiva cristocentrica, proiettata su tutto l’arco del tempo, era presente nello sguardo compiaciuto di Dio quando, cessando da ogni suo lavoro, « benedisse il settimo giorno e lo santificò » (Gn 2, 3). Nasceva allora — secondo l’autore sacerdotale del primo racconto biblico della creazione — il « sabato », che tanto caratterizza la prima Alleanza, ed in qualche modo preannuncia il giorno sacro della nuova e definitiva Alleanza. Lo stesso tema del « riposo di Dio » (cfr Gn 2, 2) e del riposo da lui offerto al popolo dell’Esodo con l’ingresso nella terra promessa (cfr Es 33, 14; Dt 3, 20; 12, 9; Gs 21, 44; Sal 95 [94], 11) è riletto nel Nuovo Testamento in una luce nuova, quella del definitivo « riposo sabbatico » (Eb 4, 9) in cui Cristo stesso è entrato con la sua risurrezione e in cui è chiamato ad entrare il popolo di Dio, perseverando sulle orme della sua obbedienza filiale (cfr Eb 4, 3-16). È necessario pertanto rileggere la grande pagina della creazione e approfondire la teologia del « sabato », per introdursi alla piena comprensione della domenica.

« In principio Dio creò il cielo e la terra » (Gn 1, 1)

9. Lo stile poetico del racconto genesiaco della creazione rende bene lo stupore che l’uomo avverte di fronte all’immensità del creato e il sentimento di adorazione che ne deriva verso Colui che ha tratto dal nulla tutte le cose. È una pagina di intenso significato religioso, un inno al Creatore dell’universo, additato come l’unico Signore di fronte alle ricorrenti tentazioni di divinizzare il mondo stesso. È insieme un inno alla bontà del creato, tutto plasmato dalla mano potente e misericordiosa di Dio.

« Dio vide che era cosa buona » (Gn 1, 10.12, ecc.). Questo ritornello che scandisce il racconto proietta una luce positiva su ogni elemento dell’universo, lasciando al tempo stesso intravedere il segreto per la sua appropriata comprensione e per la sua possibile rigenerazione: il mondo è buono nella misura in cui rimane ancorato alla sua origine e, dopo che il peccato lo ha deturpato, ridiventa buono, se torna, con l’aiuto della grazia, a Colui che lo ha fatto. Questa dialettica, ovviamente, non riguarda direttamente le cose inanimate e gli animali, ma gli esseri umani, ai quali è stato concesso il dono incomparabile, ma anche il rischio, della libertà. La Bibbia, subito dopo i racconti della creazione, mette appunto in evidenza il drammatico contrasto tra la grandezza dell’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, e la sua caduta, che apre nel mondo l’oscuro scenario del peccato e della morte (cfr Gn 3).

10. Uscito com’è dalle mani di Dio, il cosmo porta l’impronta della sua bontà. È un mondo bello, degno di essere ammirato e goduto, ma destinato anche ad essere coltivato e sviluppato. Il « completamento » dell’opera di Dio apre il mondo al lavoro dell’uomo. « Allora Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto » (Gn 2, 2). Attraverso questa evocazione antropomorfica del « lavoro » divino, la Bibbia non soltanto ci apre uno spiraglio sul misterioso rapporto tra il Creatore e il mondo creato, ma proietta luce anche sul compito che l’uomo ha verso il cosmo. Il « lavoro » di Dio è in qualche modo esemplare per l’uomo. Questi infatti non è solo chiamato ad abitare, ma anche a « costruire » il mondo, facendosi così « collaboratore » di Dio. I primi capitoli della Genesi, come scrivevo nell’Enciclica Laborem exercens, costituiscono in certo senso il primo « vangelo del lavoro ».(10) È una verità sottolineata anche dal Concilio Vaticano II: « L’uomo, creato a immagine di Dio, ha ricevuto il comando di sottomettere a sé la terra con tutto quanto essa contiene, e di governare il mondo nella giustizia e nella santità, e così pure di riportare a Dio se stesso e l’universo intero, riconoscendo in lui il Creatore di tutte le cose, in modo che, nella subordinazione di tutte le realtà all’uomo sia glorificato il nome di Dio su tutta la terra ».(11)

La vicenda esaltante dello sviluppo della scienza, della tecnica, della cultura nelle loro varie espressioni — sviluppo sempre più rapido, ed oggi addirittura vertiginoso — è il frutto, nella storia del mondo, della missione con la quale Dio ha affidato all’uomo e alla donna il compito e la responsabilità di riempire la terra e di soggiogarla attraverso il lavoro, nell’osservanza della sua Legge.

Lo « shabbat »: il gioioso riposo del Creatore

11. Se è esemplare per l’uomo, nella prima pagina della Genesi, il « lavoro » di Dio, altrettanto lo è il suo « riposo »: « Cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro« (Gn 2, 2). Anche qui siamo di fronte ad un antropomorfismo ricco di un fecondo messaggio.

Il « riposo » di Dio non può essere banalmente interpretato come una sorta di « inattività » di Dio. L’atto creatore che è a fondamento del mondo è infatti di sua natura permanente e Dio non cessa mai di operare, come Gesù stesso si preoccupa di ricordare proprio in riferimento al precetto del sabato: « Il Padre mio opera sempre e anch’io opero » (Gv 5, 17). Il riposo divino del settimo giorno non allude a un Dio inoperoso, ma sottolinea la pienezza della realizzazione compiuta e quasi esprime la sosta di Dio di fronte all’opera « molto buona » (Gn 1, 31) uscita dalle sue mani, per volgere ad essa uno sguardo colmo di gioioso compiacimento: uno sguardo « contemplativo », che non mira più a nuove realizzazioni, ma piuttosto a godere la bellezza di quanto è stato compiuto; uno sguardo portato su tutte le cose, ma in modo particolare sull’uomo, vertice della creazione. È uno sguardo in cui si può in qualche modo già intuire la dinamica « sponsale » del rapporto che Dio vuole stabilire con la creatura fatta a sua immagine, chiamandola ad impegnarsi in un patto di amore. È ciò che egli realizzerà progressivamente, nella prospettiva della salvezza offerta all’intera umanità, mediante l’alleanza salvifica stabilita con Israele e culminata poi in Cristo: sarà proprio il Verbo incarnato, attraverso il dono escatologico dello Spirito Santo e la costituzione della Chiesa come suo corpo e sua sposa, ad estendere l’offerta di misericordia e la proposta dell’amore del Padre all’intera umanità.

12. Nel disegno del Creatore c’è una distinzione, ma anche un intimo nesso tra l’ordine della creazione e l’ordine della salvezza. Già l’Antico Testamento lo sottolinea, quando pone il comandamento concernente lo « shabbat » in rapporto non soltanto col misterioso « riposo » di Dio dopo i giorni dell’attività creatrice (cfr Es 20, 8-11), ma anche con la salvezza da lui offerta ad Israele nella liberazione dalla schiavitù dell’Egitto (cfr Dt 5, 12-15). Il Dio che riposa il settimo giorno rallegrandosi per la sua creazione, è lo stesso che mostra la sua gloria liberando i suoi figli dall’oppressione del faraone. Nell’uno e nell’altro caso si potrebbe dire, secondo un’immagine cara ai profeti, che egli si manifesta come lo sposo di fronte alla sposa (cfr Os 2, 16-24; Ger 2, 2; Is 54, 4-8).

Per andare infatti al cuore dello « shabbat », del « riposo » di Dio, come alcuni elementi della stessa tradizione ebraica suggeriscono,(12) occorre cogliere l’intensità sponsale che caratterizza, dall’Antico al Nuovo Testamento, il rapporto di Dio con il suo popolo. Così la esprime, ad esempio, questa meravigliosa pagina di Osea: « In quel tempo farò per loro un’alleanza con le bestie della terra e gli uccelli del cielo e con i rettili del suolo; arco e spada e guerra eliminerò dal paese; e li farò riposare tranquilli. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore » (2, 20-22).

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LETTERA APOSTOLICA DIES DOMINI DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II ALL’EPISCOPATO, AL CLERO E AI FEDELI SULLA SANTIFICAZIONE DELLA DOMENICA

29 ottobre 2016

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Venerati Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
Carissimi Fratelli e Sorelle!

1. Il giorno del Signore — come fu definita la domenica fin dai tempi apostolici (1) — ha avuto sempre, nella storia della Chiesa, una considerazione privilegiata per la sua stretta connessione col nucleo stesso del mistero cristiano. La domenica infatti richiama, nella scansione settimanale del tempo, il giorno della risurrezione di Cristo. È la Pasqua della settimana, in cui si celebra la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, il compimento in lui della prima creazione, e l’inizio della « nuova creazione » (cfr 2 Cor 5, 17). È il giorno dell’evocazione adorante e grata del primo giorno del mondo, ed insieme la prefigurazione, nella speranza operosa, dell’« ultimo giorno », quando Cristo verrà nella gloria (cfr At 1, 11; 1 Ts 4, 13-17) e saranno fatte « nuove tutte le cose » (cfr Ap 21, 5).

Alla domenica, pertanto, ben s’addice l’esclamazione del Salmista: « Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso » (Sal 118 [117], 24). Questo invito alla gioia, che la liturgia di Pasqua fa proprio, porta il segno dello stupore da cui furono investite le donne che avevano assistito alla crocifissione di Cristo quando, recatesi al sepolcro « di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato » (Mc 16, 2), lo trovarono vuoto. È invito a rivivere, in qualche modo, l’esperienza dei due discepoli di Emmaus, che sentirono « ardere il cuore nel petto » mentre il Risorto si affiancava a loro lungo il cammino, spiegando le Scritture e rivelandosi nello « spezzare il pane » (cfr Lc 24, 32.35). È l’eco della gioia, prima esitante e poi travolgente, che gli Apostoli provarono la sera di quello stesso giorno, quando furono visitati da Gesù risorto e ricevettero il dono della sua pace e del suo Spirito (cfr Gv 20, 19-23).

2. La risurrezione di Gesù è il dato originario su cui poggia la fede cristiana (cfr 1 Cor 15, 14): stupenda realtà, colta pienamente nella luce della fede, ma storicamente attestata da coloro che ebbero il privilegio di vedere il Signore risorto; evento mirabile che non solo si distingue in modo assolutamente singolare nella storia degli uomini, ma si colloca al centro del mistero del tempo. A Cristo, infatti, come ricorda, nella suggestiva liturgia della notte di Pasqua, il rito di preparazione del cero pasquale, « appartengono il tempo e i secoli ». Per questo, commemorando non solo una volta all’anno, ma ogni domenica, il giorno della risurrezione di Cristo, la Chiesa intende additare ad ogni generazione ciò che costituisce l’asse portante della storia, al quale si riconducono il mistero delle origini e quello del destino finale del mondo.

C’è ragione dunque per dire, come suggerisce l’omelia di un autore del IV secolo, che il « giorno del Signore » è il « signore dei giorni ».(2) Quanti hanno ricevuto la grazia di credere nel Signore risorto non possono non cogliere il significato di questo giorno settimanale con l’emozione vibrante che faceva dire a san Girolamo: « La domenica è il giorno della risurrezione, è il giorno dei cristiani, è il nostro giorno ».(3) Essa è in effetti per i cristiani la « festa primordiale »,(4) posta non solo a scandire il succedersi del tempo, ma a rivelarne il senso profondo.

3. La sua importanza fondamentale, sempre riconosciuta in duemila anni di storia, è stata ribadita con forza dal Concilio Vaticano II: « Secondo la tradizione apostolica, che ha origine dal giorno stesso della risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama giustamente giorno del Signore o domenica ».(5) Paolo VI ha sottolineato nuovamente tale importanza nell’approvare il nuovo Calendario romano generale e le Norme universali che regolano l’ordinamento dell’Anno liturgico.(6) L’imminenza del terzo millennio, sollecitando i credenti a riflettere, alla luce di Cristo, sul cammino della storia, li invita a riscoprire con nuovo vigore il senso della domenica: il suo « mistero », il valore della sua celebrazione, il suo significato per l’esistenza cristiana ed umana.

Prendo atto volentieri dei molteplici interventi magisteriali e delle iniziative pastorali che, in questi anni del post-Concilio, voi, venerati Fratelli nell’episcopato, sia come singoli sia congiuntamente — ben coadiuvati dal vostro clero —, avete sviluppato su questo importante tema. Alle soglie del Grande Giubileo dell’anno 2000, ho voluto offrirvi questa Lettera apostolica per sostenere il vostro impegno pastorale in un settore tanto vitale. Ma insieme desidero rivolgermi a voi tutti, carissimi fedeli, quasi rendendomi presente spiritualmente nelle singole comunità dove ogni domenica vi raccogliete coi vostri Pastori per celebrare l’Eucaristia e il « giorno del Signore ». Molte delle riflessioni e dei sentimenti che animano questa Lettera apostolica sono maturati durante il mio servizio episcopale a Cracovia e poi, dopo l’assunzione del ministero di Vescovo di Roma e Successore di Pietro, nelle visite alle parrocchie romane, effettuate regolarmente proprio nelle domeniche dei diversi periodi dell’anno liturgico. In questa Lettera mi sembra così di continuare il dialogo vivo che amo intrattenere con i fedeli, riflettendo con voi sul senso della domenica, e sottolineando le ragioni per viverla come vero « giorno del Signore » anche nelle nuove circostanze del nostro tempo.

4. A nessuno sfugge infatti che, fino ad un passato relativamente recente, la « santificazione » della domenica era facilitata, nei Paesi di tradizione cristiana, da una larga partecipazione popolare e quasi dall’organizzazione stessa della società civile, che prevedeva il riposo domenicale come punto fermo nella normativa concernente le varie attività lavorative. Ma oggi, negli stessi Paesi in cui le leggi sanciscono il carattere festivo di questo giorno, l’evoluzione delle condizioni socio-economiche ha finito spesso per modificare profondamente i comportamenti collettivi e conseguentemente la fisionomia della domenica. Si è affermata largamente la pratica del « week-end », inteso come tempo settimanale di sollievo, da trascorrere magari lontano dalla dimora abituale, e spesso caratterizzato dalla partecipazione ad attività culturali, politiche, sportive, il cui svolgimento coincide in genere proprio coi giorni festivi. Si tratta di un fenomeno sociale e culturale che non manca certo di elementi positivi nella misura in cui può contribuire, nel rispetto di valori autentici, allo sviluppo umano e al progresso della vita sociale nel suo insieme. Esso risponde non solo alla necessità del riposo, ma anche all’esigenza di « far festa » che è insita nell’essere umano. Purtroppo, quando la domenica perde il significato originario e si riduce a puro « fine settimana », può capitare che l’uomo rimanga chiuso in un orizzonte tanto ristretto che non gli consente più di vedere il « cielo ». Allora, per quanto vestito a festa, diventa intimamente incapace di « far festa ».(7)

Ai discepoli di Cristo è comunque chiesto di non confondere la celebrazione della domenica, che dev’essere una vera santificazione del giorno del Signore, col « fine settimana », inteso fondamentalmente come tempo di semplice riposo o di evasione. È urgente a tal proposito un’autentica maturità spirituale, che aiuti i cristiani ad « essere se stessi », in piena coerenza con il dono della fede, sempre pronti a rendere conto della speranza che è in loro (cfr 1 Pt 3, 15). Ciò non può non comportare anche una comprensione più profonda della domenica, per poterla vivere, pure in situazioni difficili, con piena docilità allo Spirito Santo.

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