Archive for the ‘Chiesa’ Category

Auguri Papa Benedetto XVI 2018-04-16

16 aprile 2018

Nel giorno del suo 91.mo compleanno, le immagini della vita quotidiana del Papa emerito tra preghiera e incontri in Vaticano.

 

 

 

 

Auguri Benedetto XVI, il Papa della dolcezza

Giornata di festa per il Papa emerito che oggi compie 91 anni, in un clima di quiete e serenità nel monastero “Mater Ecclesiae” in Vaticano.

Compie oggi 91 anni il Papa emerito Benedetto XVI, nato il 16 aprile 1927 a Marktl, in Germania. Eletto al soglio di Pietro il 19 aprile del 2005. La sua rinuncia risale all’11 febbraio 2013, è Papa emerito dal 28 febbraio 2013.

Il 17 aprile dello scorso anno, davanti la sua residenza, il convento “Mater Ecclesiae” in Vaticano, si tenne una festa bavarese per i 90 anni. Un compleanno all’insegna della birra, dei tipici bretzel e della musica eseguita da una compagnia di Schützen con il loro folkloristico costume. A conclusione dell’incontro, prima di impartire la benedizione a tutti i presenti, Benedetto XVI aveva ringraziato per averlo fatto tornare alla sua “bellissima terra”.

Cinque anni prima, nella Messa celebrata nella Cappella Paolina, il 16 aprile 2012, Benedetto aveva affermato di trovarsi “di fronte all’ultimo tratto” del percorso della sua vita. “Non so cosa mi aspetta – aveva detto – so però che la luce di Dio c’è, che Egli è risorto, che la sua luce è più forte di ogni oscurità; che la bontà di Dio è più forte di ogni male di questo mondo. E questo mi aiuta a procedere con sicurezza. Questo aiuta noi ad andare avanti, e in questa ora ringrazio di cuore tutti coloro che continuamente mi fanno percepire il sì di Dio attraverso la loro fede”.

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Francesco ai Missionari della misericordia: sentirsi per primi perdonati

11 aprile 2018

“Non si tratta di diventare preti ‘invasati’, quasi che si fosse depositari di un qualche carisma straordinario. No. Preti normali, semplici, miti, equilibrati, ma capaci di lasciarsi costantemente rigenerare dallo Spirito”.
 

 

“La misericordia prende per mano, e infonde la certezza che l’amore con cui Dio ama sconfigge ogni forma di solitudine e di abbandono”.

 

Nel lungo discorso che rivolge ai missionari della misericordia, Papa Francesco chiarisce che il vero peccato “è abbandonare Dio”, voltargli le spalle per “guardare solo a sé stessi”.
Tanti uomini e donne oggi sperimentano la sofferenza dell’abbandono, l’apparente silenzio del Signore, nella propria vita e nelle vicende del mondo, ma in realtà nulla può arginare il “cuore inquieto” del Padre Celeste, che non sta “ozioso ad aspettare il peccatore”, ma gli corre incontro per offrirgli il suo perdono, una porta di speranza sul futuro.
Dio “ha ‘tatuato’ sulla sua mano” il nome di tutti i suoi figli e chiede ai sacerdoti di essere “collaboratori di misericordia”, senza inquisire o insistere nel far provare vergogna.

“Noi, con ‘la spiritualità delle lamentele’, abbiamo il rischio di perdere il senso della consolazione. (…) Delle volte è forte, ma sempre c’è una consolazione minima che è data a tutti: la pace. La pace è il primo grado di consolazione. Non perderlo. Perché proprio è l’ossigeno puro, senza smog, del nostro rapporto con Dio”.

Senso dell’umorismo e santità secondo Papa Francesco

9 aprile 2018
L’Esortazione apostolica Gaudete et exsultate affronta anche il tema dell’umorismo che, dice Francesco, è una grazia da chiedere tutti i giorni
Sergio Centofanti – Città del Vaticano

 

 

 

“Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo”: è quanto afferma il Papa in un passo dell’Esortazione apostolica Gaudete et exsultate. Francesco ricorda che il cristiano, “senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza” perché la fede è «gioia nello Spirito Santo»
(Rm 14,17).

Papa Francesco e il senso dell'umorismo

Il malumore non è un segno di santità

“Ordinariamente – osserva – la gioia cristiana è accompagnata dal senso dell’umorismo, così evidente, ad esempio, in san Tommaso Moro, in san Vincenzo de Paoli o in san Filippo Neri.
Il malumore non è un segno di santità: «Caccia la malinconia dal tuo cuore» (Qo 11,10).
E’ così tanto quello che riceviamo dal Signore «perché possiamo goderne» (1 Tm 6,17), che a volte la tristezza è legata all’ingratitudine, con lo stare talmente chiusi in sé stessi da diventare incapaci di riconoscere i doni di Dio”.

 

La preghiera del buon umore di san Tommaso Moro

Francesco raccomanda, in particolare, di recitare la preghiera attribuita a san Tommaso Moro:
«Dammi, Signore, una buona digestione, e anche qualcosa da digerire.
Dammi la salute del corpo, con il buon umore necessario per mantenerla.
Dammi, Signore, un’anima santa che sappia far tesoro di ciò che è buono e puro, e non si spaventi davanti al peccato, ma piuttosto trovi il modo di rimettere le cose a posto.
Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti, e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa tanto ingombrante che si chiama “io”.
Dammi, Signore, il senso dell’umorismo.
Fammi la grazia di capire gli scherzi, perché abbia nella vita un po’ di gioia e possa comunicarla agli altri.
Così sia».

 

Uscire dal nostro guscio per scoprire la gioia

“Se lasciamo che il Signore ci faccia uscire dal nostro guscio e ci cambi la vita – scrive il Papa – allora potremo realizzare ciò che chiedeva san Paolo: «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti» (Fil 4,4)”.
“Ci sono momenti duri, tempi di croce – sottolinea – ma niente può distruggere la gioia soprannaturale, che «si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto».
E’ una sicurezza interiore, una serenità piena di speranza che offre una soddisfazione spirituale incomprensibile secondo i criteri mondani”.

 

Dio ci vuole positivi, non complicati

Francesco ricorda una delle sue citazioni preferite del Siracide, l’amore paterno di Dio che ci invita: «Figlio, […] trattati bene […].
Non privarti di un giorno felice» (Sir 14,11.14).
Il Signore “ci vuole positivi, grati e non troppo complicati:
«Nel giorno lieto sta’ allegro […].
Dio ha creato gli esseri umani retti, ma essi vanno in cerca di infinite complicazioni» (Qo 7,14.29).
In ogni situazione, occorre mantenere uno spirito flessibile, e fare come san Paolo:
«Ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione» (Fil 4,11).
E’ quello che viveva san Francesco d’Assisi, capace di commuoversi di gratitudine davanti a un pezzo di pane duro, o di lodare felice Dio solo per la brezza che accarezzava il suo volto”.

Una gioia che nasce dalla fraternità

Il Papa non parla della “gioia consumista e individualista così presente in alcune esperienze culturali di oggi.
Il consumismo infatti non fa che appesantire il cuore; può offrire piaceri occasionali e passeggeri, ma non gioia”.
Si riferisce invece “a quella gioia che si vive in comunione, che si condivide e si partecipa, perché «si è più beati nel dare che nel ricevere» (At 20,35) e «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7).
L’amore fraterno moltiplica la nostra capacità di gioia, poiché ci rende capaci di gioire del bene degli altri”.

Chiedere la grazia del senso dell’umorismo

“Il senso dell’umorismo è una grazia che io chiedo tutti i giorni” – aveva detto nel novembre 2016 nel corso di una intervista rilasciata a Tv2000 e InBlu Radio – perché “il senso dell’umorismo ti solleva, ti fa vedere il provvisorio della vita e prendere le cose con uno spirito di anima redenta.
E’ un atteggiamento umano, ma è il più vicino alla grazia di Dio”.
“Io – aveva raccontato il Papa – ho conosciuto un prete, un grande sacerdote, un grande pastore, per citarne uno, che aveva un senso dell’umorismo grande, ma faceva tanto bene anche con quello, perché relativizzava le cose:
‘L’Assoluto è Dio, ma questo si arrangia … stai tranquillo …’.
Ma senza dirlo così, sapeva farlo sentire, con il senso dell’umorismo.
E di lui si diceva: ‘Ma questo sa ridere degli altri, di se stesso, anche della propria ombra’”.

 

Benedetto XVI e gli angeli che volano perché si prendono alla leggera

Infine, ricordiamo anche Benedetto XVI quando, in una intervista rilasciata il 5 agosto 2006 a tre TV tedesche e alla Radio Vaticana, ha parlato dell’importanza dell’umorismo, del  “saper vedere anche l’aspetto divertente della vita e la sua dimensione gioiosa e non prendere tutto così tragicamente”.
Questo – aveva sottolineato – lo trovava un aspetto molto importante anche per il suo ministero.
Benedetto nell’occasione aveva citato lo scrittore inglese Gilbert K. Chesterton che, con una battuta, spiegava che gli angeli possono volare “perché si prendono alla leggera”.
“Perché non si prendono troppo sul serio”, aveva aggiunto Benedetto XVI, che così concludeva: “E noi forse potremmo anche volare un po’ di più, se non ci dessimo così tanta importanza”.

L’Esortazione Apostolica Gaudete et Exsultate

9 aprile 2018

Santità: l’avventura di chi non si accontenta

Nel video di Vatican Media in collaborazione con l’agenzia La Machi le immagini della Gaudete et Exsultate : la chiamata alla santità nel mondo contemporaneo secondo Papa Francesco

 

 

 

Sei uno di quelli che non si accontentano di un’esistenza mediocre?
Papa Francesco ti ha scritto una lunga lettera.

E’ un messaggio per quelli che, come te, vivono i rischi, le sfide e le opportunità di oggi.

Che crescono i propri figli con amore.
Che lavorano tanto per riuscire a mettere il cibo in tavola.
Un messaggio per gli anziani.
Per i religiosi e le religiose.
Per chi si sta preparando al futuro.

Perchè tutti siamo chiamati ad essere santi.
Anche tu, lo sapevi?
Ciò non significa pensare di essere migliore di chiunque altro perché sai di più o fai più di altri.
E non significa nemmeno illuderti con un moralismo senza carità.

Significa invece confidare nella Grazia, che ti aiuti a raggiungere la santità.
Gesù ti indicherà la via.
Gesù è la via.
Seguire Lui, oggi, significa andare contro corrente.

Non trascurare le sofferenze e le ingiustizie di questo mondo.
Significa essere coraggiosi, lottare, essere umili e avere senso dell’umorismo.

 

Non aver paura della santità!

Credenti come corpi estranei nel mondo di oggi

2 marzo 2018

Nella seconda predica di Quaresima in Vaticano, alla presenza del Papa e della Curia Romana, il cappuccino Padre Raniero Cantalamessa ha parlato delle virtù cristiane, soffermandosi sulla carità

 

 

La santità cristiana consiste nella “imitazione” di Cristo e nella “perfetta unione” con il Signore.

 

A proposito della Lettera ai Romani, padre Cantalamessa osserva come San Paolo sottolinei tutte le principali virtù cristiane, “o frutti dello Spirito”: “il servizio, la carità, l’umiltà, l’obbedienza, la purezza”. Il predicatore si concentra sulla carità, intesa come “forma di tutte le virtù”, che si traduce in amore, gioia, pace.

“La carità non abbia finzioni”; cioè – aggiunge padre Cantalamessa – sia “senza ipocrisia” e l’amore sia “vero, autentico, non finto”. Perché, secondo gli insegnamenti di Gesù, il cuore è “il ‘luogo’ in cui si decide il valore di ciò che l’uomo fa”. 

 

San Paolo quindi spiega che il più grande atto di carità esteriore, “il distribuire ai poveri tutte le proprie sostanze”, non gioverebbe a nulla, senza la carità interiore e “sarebbe l’opposto della carità sincera”. La carità ipocrita, aggiunge padre Cantalamessa, è infatti “proprio quella che fa del bene, senza voler bene, che mostra all’esterno qualcosa che non ha un corrispettivo nel cuore”. In questo caso, si ha una “parvenza di carità, che può, al limite, nascondere egoismo, ricerca di sé, strumentalizzazione del fratello, o anche semplice rimorso di coscienza”.

 

“Non si tratta, dunque, di attenuare l’importanza delle opere di carità, quanto di assicurare a esse un fondamento sicuro contro l’egoismo e le sue infinite astuzie. San Paolo vuole che i cristiani siano ‘radicati e fondati nella carità’, cioè che la carità sia la radice e il fondamento di tutto.
Quando noi amiamo ‘dal cuore’, è l’amore stesso di  Dio ‘effuso nel nostro cuore dallo Spirito Santo’ che passa attraverso di noi. Diventare ‘partecipi della natura divina’ significa, infatti, diventare partecipi dell’azione divina, l’azione divina di amare, dal momento che Dio è amore.
E’ l’amore di Dio che passa attraverso di noi”.

 

“La situazione della comunità di Roma descritta da Paolo rappresenta, in miniatura, la situazione attuale di tutta la Chiesa. E non parlo delle persecuzioni e del martirio a cui sono esposti i nostri fratelli di fede in tanti Paesi del mondo; parlo dell’ostilità, del rifiuto e spesso del profondo disprezzo con cui non solo i cristiani, ma i credenti in Dio – tutti i credenti in Dio – sono guardati in una società secolarizzata, specialmente in certi strati di questa società, quelli più influenti: quelli dei media, della finanza e della cultura.
I credenti sono considerati dei corpi estranei in una società tecnologizzata, evoluta”.

Si tratta di capire, va avanti il predicatore, quale sia “l’atteggiamento del cuore da coltivare nei confronti di una umanità che, nel suo insieme, rifiuta Cristo”: quello – rivela – di una “profonda compassione” che porta ad amarli e soffrire per loro, “a farsene carico davanti a Dio, come Gesù si è fatto carico di tutti noi davanti al Padre”, con un atteggiamento di misericordia. Per quanto riguarda i rapporti all’interno della comunità, per “gestire i conflitti di opinioni che emergono tra le diverse sue componenti”, il predicatore ricorda che “le esigenze della carità che l’Apostolo inculca in questo caso ci interessano in sommo grado perché – chiarisce – sono le stesse che si impongono in ogni tipo di conflitto intraecclesiale, compresi quelli che viviamo oggi, sia a livello di Chiesa universale sia della comunità particolare in cui ognuno vive”, come ad esempio le parrocchie.

San Paolo fornisce tre criteri: seguire la propria coscienza, rispettare la coscienza altrui e astenersi dal giudicare il fratello, evitare di dare scandalo
.
A questi, se ne aggiunge un altro “universale e assoluto, quello della signoria di Cristo”.

 

Nel Sesto Centenario della Nascita di Santa Rita da Cascia, G. Paolo II

24 febbraio 2018

Al venerabile fratello
Ottorino Pietro Alberti
arcivescovo di Spoleto e vescovo di Norcia.

Lettera di Papa Giovanni Paolo II
Con la recente lettera, relativa alle celebrazioni tuttora in corso per il VI Centenario della nascita di santa Rita da Cascia, Ella ha voluto rinnovarmi l’amabile invito, già manifestato nel marzo dello scorso anno, perché con una speciale visita o con altra iniziativa partecipassi di persona all’unanime coro di lodi che si leva nel mondo cristiano in onore di Colei, che il mio predecessore Leone XIII di v.m. chiamò “la perla preziosa dell’Umbria”.

Tale richiesta, che so condivisa non solo dai figli delle diocesi a Lei affidate, ma dall’innumerevole schiera dei devoti della Santa, si incontra con il mio vivo desiderio di non lasciar passare il presente “Anno Ritiano” senza che io ricordi ed esalti la sua mistica e tanto cara figura. Perciò, unendomi spiritualmente ai pellegrini che anche da terre lontane giungono in gran folla a Cascia, sono lieto di deporre un fiore di pietà e di venerazione sulla sua Tomba, nel ricordo degli insigni esempi delle sue alte virtù.

E sono anche grato alla Provvidenza divina per alcuni singolari collegamenti, che uniscono il presente Centenario ad altre ricorrenze altamente suggestive per chi sappia leggere nella giusta prospettiva le vicende della storia umana. Non dimentico, infatti, la visita da me compiuta a Norcia per celebrare, a quindici secoli dalla sua nascita, il grande patriarca del monachesimo occidentale San Benedetto. Ne posso omettere la recente apertura del Centenario di San Francesco d’Assisi. Sono due figure, queste, a fianco delle quali l’umile Donna di Roccaporena si colloca come una sorella minore, quasi a comporre un “trittico ideale” di radiante santità, che attesta ed insieme sollecita ad approfondire, nel senso della coerenza, l’ininterrotto filone di grazia che solca la terra feconda dell’Umbria cristiana.

Ma non posso neppure tralasciare un’altra felice coincidenza, ravvisabile nel fatto che Rita viene al mondo un anno dopo la morte di Caterina da Siena, quasi a segnare una continuità non priva di meraviglioso spirituale significato.

È noto a tutti come l’itinerario terreno della Santa di Cascia si articoli in diversi stati di vita, cronologicamente successivi e – quel che più conta – disposti in un ordine ascendente, che segna le diverse fasi di sviluppo della sua vita d’unione con Dio. Perché Rita è santa? Non tanto per la fama dei prodigi che la devozione popolare attribuisce all’efficacia della sua intercessione presso Dio onnipotente, quanto per la stupefacente “normalità” dell’esistenza quotidiana, da lei vissuta prima come sposa e madre, poi come vedova ed infine come monaca agostiniana.

Era una sconosciuta giovinetta di codesta Terra, che nel calore dell’ambiente familiare aveva appreso l’abitudine alla tenera pietà verso il Creatore nella visione, che è già una lezione, del suggestivo scenario della catena appenninica. Dove fu allora la ragione della sua santità? E dove l’eroicità delle sue virtù? Vita tranquilla ed umbratile era la sua, senza il rilievo di avvenimenti esterni, allorché, contro le personali sue preferenze, abbracciò lo stato matrimoniale. Così divenne sposa, rivelandosi subito come vero angelo del focolare e svolgendo un’azione risolutiva nel trasformare il costume del coniuge. E fu anche madre, allietata dalla nascita di due figlioli, per i quali, dopo la proditoria uccisione del marito, tanto trepidò e sofferse, nel timore che nelle loro anime insorgesse fin l’ombra di un desiderio di vendetta contro gli assassini del padre. Da parte sua, li aveva generosamente perdonati, determinando anche la pacificazione delle famiglie.

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Giornata di preghiera e digiuno per la pace

23 febbraio 2018

Si celebra oggi 23 febbraio, primo venerdì di Quaresima, una Giornata di preghiera e digiuno per la pace, in particolare per il Sud Sudan e la Repubblica Democratica del Congo. L’iniziativa è stata lanciata da Papa Francesco durante l’Angelus di domenica 4 febbraio.

La risposta delle altre confessioni cristiane

L’invito del Papa è stato accolto dal Consiglio mondiale delle Chiese il quale ha reso noto che nella sola Repubblica Democratica del Congo, oltre 4 milioni di persone sono sfollate e più di 13 milioni di congolesi assoluto bisogno di assistenza umanitaria. Stessa tragica situazione nel Sud Sudan dove 2 milioni di persone sono fuggite dal Paese ed altrettanti sono sfollati interni. Nel martoriato Paese africano quasi i due terzi della popolazione hanno bisogno di aiuti umanitari. Il card. Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani ha invitato il segretario generale del Consiglio Mondiale delle Chiese, il pastore Olav Fykse Tveit a partecipare a questa Giornata di preghiera che diventa – ha scritto in una lettera – “un segno di solidarietà e vicinanza a coloro che soffrono in queste nazioni e soprattutto ai molti cristiani di diverse Chiese che vivono lì e, inoltre, un passo concreto nella testimonianza condivisa del Vangelo della pace, di cui il mondo ha tanto bisogno”. Il pastore Tveit ha raccolto l’invito che ha rivolto alle Chiese membre del Consiglio, ribadendo come siano proprio i bambini, i giovani e le donne ad essere le persone più colpite dalla crisi.

 

 

Bambini sud sudanesi vittime del conflitto

 

 

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Preghiera:
Accoglici Madre

 

 

 

A te levo i miei occhi, santa Madre di Dio.
Vorrei fare della mia casa una casa nella quale Gesù sia presente,
come ha promesso a quelli che si riuniscono nel suo nome.
Tu hai accolto il messaggio dell’Angelo come un messaggio che viene da Dio,
e hai ricevuto, per la tua fede, la grazia incomparabile di accogliere in te Dio stesso.
Tu hai aperto ai pastori e ai Magi la porta della tua casa
in modo che nessuno si stupisse della sua povertà o della sua ricchezza.
Sii tu, nella mia casa, colei che accoglie.
Perchè quanti hanno bisogno di conforto siano confortati;
quanti desiderano rendere grazie possano farlo;
quanti cercano la pace possano trovarla.
E possa ognuno ritornare nella sua casa con la gioia di avere incontrato Gesù, Via, Verità e Vita.

 

Risultati immagini per maria di nazareth

 

 

Verso il Natale.Inizia l’Avvento. Ecco come vivere il tempo dell’attesa

28 novembre 2017

Che cos’è l’Avvento? Quanto dura? Quali paramenti indossa il sacerdote? Come si articola questo tempo di attesa? Quali letture sono proposte nella Messa? Ecco le risposte

Giacomo Gambassi lunedì 27 novembre 2017  (qui l’articolo originale)

Papa Francesco durante la preghiera dell’Angelus


Inizia domenica 3 dicembre 2017 l’Avvento, il tempo forte dell’Anno liturgico che prepara al Natale. La prima domenica di Avvento apre il nuovo Anno liturgico. Quattro sono le domeniche di Avvento nel rito romano, mentre nel rito ambrosiano sono sei e infatti l’Avvento è già cominciato domenica 12 novembre (però nel computo delle sei domeniche va esclusa la domenica 24 dicembre che è definita «domenica prenatalizia»). «Uno dei temi più suggestivi del tempo di Avvento» è «la visita del Signore all’umanità», aveva spiegato lo scorso anno papa Francesco nel suo primo Angelus d’Avvento in piazza San Pietro. E aveva invitato alla «sobrietà, a non essere dominati dalle cose di questo mondo, dalle realtà materiali». Inoltre in una delle omelia durante la Messa mattutina a Casa Santa Marta il Pontefice aveva indicato «la grazia che noi vogliamo nell’Avvento»: «camminare e andare incontro al Signore», cioè «un tempo per non stare fermo».

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Nuovi vescovi, “occasione di rendimento di grazie”

24 novembre 2017

Annunciate le nomine di due ausiliari, contestualmente a quella di Leuzzi a Teramo-Atri. 

Ricciardi: «Portare a chi soffre la carezza della Chiesa di Roma». 

Libanori: «Nuova opportunità per servire»

Di Federica Cifelli pubblicato il 23 novembre 2017

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Ineffabilis Deus,

2 novembre 2017

COSTITUZIONE APOSTOLICA
«INEFFABILIS DEUS»
DEFINIZIONE DOGMATICA DELL’IMMACOLATO
CONCEPIMENTO DELLA B. V. MARIA

Dio ineffabile, le cui vie sono la misericordia e la verità, la cui volontà è onnipotente, e la cui sapienza si estende con potenza da un’estremità all’altra [del mondo] e tutto governa con bontà (cfr Sap 8, 1), avendo previsto da tutta l’eternità la luttuosissima rovina dell’intero genere umano, che sarebbe derivata dal peccato di Adamo, decretò, con disegno nascosto dai secoli, di compiere l’opera prima della sua bontà con un mistero ancor più profondo, mediante l’incarnazione del Verbo. Perché l’uomo, spinto — contro il proposito della divina misericordia — al peccato dall’astuzia e dalla malizia del demonio, non doveva più perire; anzi la caduta della natura nel primo Adamo doveva essere riparata con migliore fortuna nel secondo. Dio quindi, fin da principio e prima dei secoli, scelse e preordinò al suo Figlio una madre, nella quale si sarebbe incarnato e dalla quale poi, nella felice pienezza dei tempi, sarebbe nato; e, a preferenza di ogni altra creatura, la fece segno a tanto amore da compiacersi in lei sola con una singolarissima benevolenza. Per questo mirabilmente la ricolmò, più di tutti gli angeli e di tutti i santi, dell’abbondanza di tutti i doni celesti, presi dal tesoro della sua divinità. Così ella, sempre assolutamente libera da ogni macchia di peccato, tutta bella e perfetta, possiede una tale pienezza di innocenza e di santità, di cui, dopo Dio, non se ne può concepire una maggiore, e di cui, all’infuori di Dio, nessuna mente può riuscire a comprendere la profondità. E certo era del tutto conveniente che una Madre così venerabile risplendesse sempre adorna dei fulgori della santità più perfetta, e, immune interamente dalla macchia del peccato originale, riportasse il più completo trionfo sull’antico serpente; poiché a essa Dio Padre aveva disposto di dare l’unigenito suo Figlio — generato dal suo seno, uguale a se stesso e amato come se stesso — in modo tale che egli fosse, per natura, Figlio unico e comune di Dio Padre e della Vergine; poiché lo stesso Figlio aveva stabilito di renderla sua madre in modo sostanziale; poiché lo Spirito Santo aveva voluto e fatto sì che da lei fosse concepito e nascesse colui, dal quale egli stesso procede.

Tradizione della Chiesa sull’immacolato concepimento di Maria

La Chiesa cattolica, che istruita dallo Spirito di Dio, è colonna e fondamento della verità, ha sempre ritenuto come divinamente rivelata e come contenuta nel deposito della celeste rivelazione questa dottrina circa l’innocenza originale dell’augusta Vergine, che è così perfettamente in armonia con la meravigliosa sua santità e con la sua eminente dignità di Madre di Dio; e come tale non cessò mai di spiegarla, insegnarla e favorirla ogni giorno più, in molti modi, e con atti solenni. Ma questa stessa dottrina, ammessa fin dai tempi antichi, profondamente radicata nell’animo dei fedeli e mirabilmente propagata nel mondo cattolico dalla cura e dallo zelo dei Vescovi, fu nel modo più chiaro professata dalla Chiesa, quando essa non esitò a proporre la concezione della Vergine al culto pubblico e alla venerazione dei fedeli (1). Con tale significativo atto essa, infatti, mostrava che la Concezione di Maria doveva essere venerata come singolare, meravigliosa, differentissima da quella di tutti gli altri uomini e pienamente santa; poiché la Chiesa celebra soltanto le feste dei santi. È perciò costume della Chiesa, sia negli uffici ecclesiastici, sia nella santa liturgia, usare e applicare all’origine della Vergine le medesime espressioni, con le quali le divine Scritture parlano della Sapienza increata e ne rappresentano le eterne origini; avendo Dio prestabilita con un solo e medesimo decreto l’origine di Maria e l’incarnazione della divina Sapienza.

Tutte queste dottrine e questi fatti, da per tutto e generalmente accettati dai fedeli, mostrano con quanta cura la stessa Chiesa romana, madre e maestra di tutte le Chiese, abbia favorito la dottrina dell’immacolata concezione della Vergine. Sembra tuttavia assai conveniente ricordare in particolare gli atti più importanti della Chiesa in questa materia; tanta è infatti la dignità e autorità di questa Chiesa quanta assolutamente le spetta, perché essa è da ritenere il centro della verità e dell’unità cattolica, è la sola che ha custodito inviolabilmente la religione, e da essa tutte le altre Chiese debbono ricevere la tradizione della fede. Ebbene questa Chiesa romana nulla ebbe più a cuore che professare, sostenere, propagare e difendere in tutti i modi più significativi l’immacolata concezione della Vergine, il suo culto e la sua dottrina. Tale premura è apertamente e chiaramente attestata da innumerevoli atti insigni dei romani Pontefici Nostri predecessori, ai quali, nella persona del primo degli apostoli, fu dallo stesso Cristo Signore affidato il compito e l’autorità suprema di pascere gli agnelli e le pecore, di confermare i fratelli e di reggere e governare la Chiesa.

I Papi favorirono il culto dell’Immacolata Concezione

Infatti i Nostri predecessori hanno ritenuto loro gloria l’avere, con la propria apostolica autorità, istituita nella Chiesa romana la festa della Concezione, dotandola e onorandola di un ufficio proprio e di una messa propria, in cui con la massima chiarezza si afferma la prerogativa dell’immunità da ogni macchia originale. Inoltre con ogni cura promossero e accrebbero il culto già stabilito, accordando indulgenze; concedendo a città, province e regni la facoltà di scegliersi per patrona la Madre di Dio sotto il titolo dell’Immacolata Concezione; approvando confraternite, congregazioni e famiglie religiose, istituite in onore dell’Immacolata Concezione; tributando lodi alla pietà di coloro che innalzavano monasteri, ospizi, altari, templi sotto il titolo dell’Immacolata Concezione, oppure si impegnavano con giuramento a difendere a ogni costo l’immacolata concezione della Madre di Dio. Di più, con la più grande gioia ordinarono che la festa della Concezione fosse celebrata in tutta la Chiesa con solennità uguale alla festa della Natività; che fosse celebrata dalla Chiesa universale con ottava, e scrupolosamente osservata da tutti i fedeli come festa di precetto; che ogni anno, nel giorno della festa dell’Immacolata Concezione di Maria, si tenesse, nella Nostra patriarcale basilica Liberiana, cappella papale. Desiderando poi confermare sempre più nell’animo dei fedeli questa dottrina dell’immacolata concezione della Madre di Dio e stimolare la loro pietà al culto e alla venerazione della Vergine concepita senza peccato originale, furono felicissimi di concedere la facoltà di nominare l’immacolata concezione della medesima Vergine nelle litanie lauretane e nello stesso prefazio della messa; in modo che la norma della fede fosse stabilita dalla norma della preghiera. Noi, pertanto, posti sulle orme di predecessori così illustri, non solo abbiamo approvato e accettato le loro piissime e sapientissime disposizioni, ma, memori di ciò che aveva istituito Sisto IV (2), abbiamo ben volentieri confermato con la Nostra autorità l’ufficio proprio dell’Immacolata Concezione e ne abbiamo concesso l’uso a tutta la Chiesa (3).

I Papi precisarono l’oggetto del culto dell’Immacolata Concezione di Maria

Ma siccome tutto ciò che si riferisce al culto è strettamente connesso col suo oggetto e non può avere né consistenza né durata, se questo oggetto è mal definito o incerto, i romani Pontefici Nostri predecessori, mentre premurosamente si studiarono di accrescere il culto della Concezione, si preoccuparono anche di spiegarne e inculcarne con ogni impeto l’oggetto e la dottrina. Infatti essi insegnarono chiaramente e apertamente che, nella festa da loro stabilita, si celebrava la concezione della Vergine, e proscrissero, come falsa e contraria al pensiero della Chiesa, l’opinione di coloro che stimavano e affermavano che la Chiesa onorasse non proprio la concezione di Maria, ma la sua santificazione. Né credettero di dover avere maggiori riguardi verso coloro che, per far vacillare la dottrina dell’immacolata concezione, escogitarono una distinzione fra il primo e il secondo istante della concezione, e pretesero che della concezione si festeggiasse non il primo, ma il secondo momento. E in realtà gli stessi Nostri predecessori stimarono loro preciso dovere non solo sostenere con ogni impegno la festa della concezione della Beatissima Vergine, ma anche asserire che vero oggetto del culto era la concezione, considerata nel suo primo istante. Di qui le parole assolutamente perentorie con cui Alessandro VII, Nostro predecessore, espresse il vero pensiero della Chiesa. Egli dichiarò infatti: «È certamente antica la pietà dei fedeli verso la Beatissima Madre Vergine Maria, i quali ritengono che la sua anima, fin dal primo istante della sua creazione e della sua infusione nel corpo, per una speciale grazia e privilegio di Dio, in vista dei meriti di Gesù Cristo, suo figlio e redentore del genere umano, fu preservata immune da ogni macchia di peccato originale; e in questo senso celebrano solennemente la festa della sua concezione» (4).

I Papi proibirono la dottrina contraria

Ma soprattutto i Nostri predecessori si adoperarono con ogni cura, zelo e sforzo a mantenere intatta la dottrina dell’immacolata concezione della Madre di Dio. Infatti, non solo essi assolutamente non tollerarono che venisse da chiunque in qualunque modo biasimata o censurata, ma andarono ancora molto più oltre, proclamando con chiare e reiterate dichiarazioni che la dottrina, con la quale professiamo l’immacolata concezione della Vergine, è e deve essere a buon diritto ritenuta in tutto conforme al culto della Chiesa; è antica e quasi universale; è tale che la Chiesa romana ha preso a favorirla e difenderla; ed è del tutto degna di avere un posto nella stessa sacra liturgia e nelle preghiere più solenni. E non contenti di ciò, affinché la dottrina circa l’immacolata concezione di Maria si conservasse integra, proibirono severissimamente di sostenere, sia in pubblico sia in privato, l’opinione a essa contraria, che vollero in più modi come ferita a morte. E perché queste ripetute e chiarissime dichiarazioni non tornassero vane, vi aggiunsero anche delle sanzioni. Tutto ciò fu espresso dal già ricordato Nostro predecessore Alessandro VII con le seguenti parole:

«Noi abbiamo ben presente che la santa Chiesa romana celebra solennemente la festa della Concezione della intemerata e sempre Vergine Maria, e ha approvato un tempo un ufficio speciale e proprio per detta festa, secondo le disposizioni che allora furono date da Sisto IV, Nostro predecessore. Desideriamo quindi favorire questa lodevole e pia devozione, la festa e il culto a essa prestato e rimasto immutato nella Chiesa romana fin dalla istituzione della medesima; e, dietro l’esempio dei romani Pontefici Nostri predecessori, difendere questo devoto modo di venerare e onorare la Beatissima Vergine, preservata dal peccato originale, per virtù della grazia preveniente dello Spirito Santo. È inoltre Nostra viva preoccupazione conservare nel gregge di Cristo l’unità dello spirito nel vincolo della pace, col togliere le offese e le contese, e rimuovere gli scandali. Perciò, accogliendo le istanze e le suppliche a Noi presentate dai predetti Vescovi, dai capitoli delle loro chiese, e dal re Filippo e dai suoi regni, rinnoviamo le costituzioni e i decreti emanati dai romani Pontefici Nostri predecessori, e specialmente da Sisto IV, Paolo V e Gregorio XV, a difesa della sentenza che sostiene che l’anima della Beata Vergine Maria, nella sua creazione e infusione nel corpo, ebbe il dono della grazia dello Spirito Santo e fu preservata dal peccato originale, e in favore della festa e del culto della concezione della medesima Vergine Madre di Dio, intesi secondo la pia sentenza sopra esposta; e ordiniamo che tali costituzioni e decreti siano pienamente osservati, sotto pena di incorrere nelle censure e nelle altre sanzioni previste dalle costituzioni stesse.

«Decretiamo altresì che tutti coloro che continueranno a interpretare le costituzioni e i decreti sopra ricordati in modo da rendere vano il favore attribuito dalle costituzioni e dai decreti a quella sentenza, alla festa e al culto; che andranno contro questa sentenza, questa festa e questo culto con dispute; o in qualsiasi modo (direttamente o indirettamente) o sotto qualsivoglia pretesto (di esaminare la sua definibilità, di interpretare la sacra Scrittura o i santi padri, o di commentare i dottori) per iscritto o a voce oseranno parlare, predicare, trattare, disputare, precisando, affermando, adducendo argomenti, lasciati poi insoluti, o in qualsiasi altro modo impensabile, oltre a incorrere nelle pene e censure contenute nelle costituzioni di Sisto IV — alle quali vogliamo che essi siano sottoposti e di fatto con questa costituzione li sottoponiamo — sono da Noi privati della facoltà di predicare, di tenere pubbliche lezioni, di insegnare, e di interpretare; sono privati della voce attiva e passiva in ogni specie di elezioni; incorrono “per il fatto stesso”, senza bisogno di alcuna dichiarazione, nella pena dell’inabilità perpetua a predicare, a tenere pubbliche lezioni, a insegnare, e a interpretare. Da tali pene poi non potranno essere assolti o dispensati se non da Noi o dai Sommi Pontefici, Nostri successori. Oltre che a queste pene, Noi li assoggettiamo — e con la presente costituzione li dichiariamo soggetti — a tutte quelle altre pene che potranno essere inflitte ad arbitrio Nostro o dei Sommi Pontefici Nostri successori; confermando, al riguardo, le già ricordate costituzioni di Paolo V e Gregorio XV.

«Da ultimo proibiamo e decretiamo soggetti alle pene e alle censure contenute nell’Indice dei libri proibiti, e ordiniamo che siano “per il fatto stesso” e senza bisogno di alcuna dichiarazione considerati proibiti i libri, le prediche, i trattati, le disquisizioni, pubblicati o ancora da pubblicarsi dopo il ricordato decreto di Paolo V, nei quali la suddetta sentenza, festa e culto siano posti in dubbio, o in qualsiasi modo avversati».

Consensi di dotti, Vescovi e famiglie religiose; il Concilio di Trento in armonia con la tradizione

D’altra parte tutti sanno con quanto zelo la dottrina dell’Immacolata Concezione della Vergine Madre di Dio sia stata tramandata, sostenuta e difesa dalle più illustri famiglie religiose, dalle più celebri accademie teologiche e dai dottori più profondi nella scienza delle cose divine. Tutti parimenti conoscono quanto siano stati solleciti i Vescovi nel sostenere apertamente, anche nelle assemblee ecclesiastiche, che la Santissima Vergine Maria, Madre di Dio, in previsione dei meriti del redentore Cristo Gesù, non fu mai soggetta al peccato originale e fu perciò redenta in una maniera più sublime. A tutto ciò si aggiunge il fatto della massima importanza e autorità che lo stesso Concilio di Trento, quando promulgò il decreto dogmatico sul peccato originale, nel quale, secondo le testimonianze della Sacra Scrittura, dei santi Padri e dei più autorevoli concili, stabilì e definì che tutti gli uomini nascono contagiati dal peccato originale, dichiarò tuttavia solennemente che non era sua intenzione comprendere in detto decreto, e nell’estensione di una definizione così generale, la Beata e Immacolata Vergine Maria, Madre di Dio. Con tale dichiarazione infatti i padri tridentini fecero abbastanza chiaramente comprendere, per quelle circostanze, che la Beatissima Vergine Maria fu esente dalla colpa originale; e dimostrarono perciò apertamente che né dalle divine Scritture, né dall’autorità dei padri si può dedurre alcun argomento che sia in qualunque modo in contraddizione con questa prerogativa della Vergine (5).

E in verità, illustri e venerande testimonianze dell’antica Chiesa orientale e occidentale sono là ad attestare che questa dottrina dell’Immacolata Concezione della Beatissima Vergine, sempre più splendidamente spiegata, chiarita e confermata presso tutte le nazioni del mondo cattolico dall’autorevolissimo sentire, dal magistero, dallo zelo, dalla scienza e dalla sapienza della Chiesa, è sempre esistita nella Chiesa medesima, come ricevuta per tradizione, e rivestita del carattere di dottrina rivelata. Infatti la Chiesa di Cristo, custode e vindice delle dottrine a lei affidate, non le ha mai alterate, né con aggiunte né con diminuzioni; ma tratta con tutti gli accorgimenti e la sapienza quelle che l’antichità ha delineato e i padri hanno seminato; e cerca di limare e affinare quelle antiche dottrine della divina rivelazione, in modo che ricevano chiarezza, luce e precisione. Così, mentre conservano la loro pienezza, la loro integrità e il loro carattere, si sviluppano soltanto secondo la loro propria natura, ossia nello stesso pensiero, nello stesso senso.

Pensiero dei padri e degli scrittori ecclesiastici

Ora, i padri e gli scrittori ecclesiastici, ammaestrati dai divini insegnamenti, nei libri che scrissero per spiegare la Scrittura, per difendere i dogmi e per istruire i fedeli, ebbero soprattutto a cuore di predicare ed esaltare, in molteplice e meravigliosa gara, la somma santità, la dignità e l’immunità della Vergine da ogni macchia di peccato, e la sua piena vittoria sul crudelissimo nemico del genere umano. Per tale motivo, nello spiegare le parole con le quali Dio, fin dalle origini del mondo, annunziò i rimedi preparati dalla sua misericordia per la rigenerazione degli uomini, confuse l’audacia del serpente ingannatore e rialzò mirabilmente le speranze del genere umano: «Porrò inimicizia fra te e la donna, fra la stirpe tua e la stirpe di lei» (Gn 3, 15), essi insegnarono che con questa divina profezia fu chiaramente e apertamente indicato il misericordiosissimo Redentore del genere umano, cioè il Figlio unigenito di Dio, Gesù Cristo; fu designata la sua Beatissima Madre, la Vergine Maria; e fu insieme nettamente espressa l’inimicizia dell’uno e dell’altra contro il demonio. In conseguenza di ciò, come Cristo, mediatore fra Dio e gli uomini, assunta la natura umana, distrusse il decreto di condanna che c’era contro di noi, attaccandolo trionfalmente alla croce; così la Santissima Vergine, unita con Lui da un legame strettissimo e indissolubile, fu insieme con Lui e per mezzo di Lui, l’eterna nemica del velenoso serpente, e ne schiacciò la testa col suo piede immacolato.

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Miracolo eucaristico di Sokólka: l’ostia è tessuto cardiaco di una persona in agonia!

14 settembre 2017

Le analisi di laboratorio confermano che la struttura della fibra del muscolo cardiaco e quella del pane erano legate in un modo impossibile per ingerenza umana

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Un avviso alle porte della chiesa: dalla Rete alla prassi e ritorno

8 agosto 2017

Lilli Genco, Bruno Mastroianni e Alessandro Palermo, tre amici digitali con i quali condivido parecchie passioni, hanno appena postato su Facebook, più o meno contemporaneamente, la foto di un avviso affisso all’ingresso della chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie a Lucera (Foggia). Si tratta di un decalogo “sovversivo”, in base a un principio d’accoglienza, delle regole che abitualmente disciplinano l’abbigliamento e il contegno di chi accede a un luogo sacro: «Entri chi ha il cuore in tempesta, seppur in pantaloncini», recita l’articolo 1, e così via.

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Santa Maria Maggiore: si rinnova il “miracolo delle neve” – Radio Vaticana

4 agosto 2017

La rievocazione del prodigio si rinnova anche quest’anno, nel giorno in cui si fa memoria della Dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma: l’interno della chiesa si imbiancherà di nuovo con una pioggia di petali che scenderanno a simulare la miracolosa nevicata che il 5 agosto di quasi 1.700 anni fa diede origine alla costruzione del tempio mariano, poi sostituito dall’attuale Basilica papale.

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Perché la presenza di Padre Paolo Dall’Oglio dava fastidio alla Siria – Aleteia.it

1 agosto 2017

Quattro anni fa la scomparsa in Siria. Il giornalista amico: sul suo rapimento troppe speculazioni, Paolo mai mi ha fatto trapelare che fosse seguito o pedinato

“Sognate la Siria libera“. Ecco le ultime parole di padre Paolo Dall’ Oglio. Le ultime tracce di padre Paolo Dall’Oglio si perdono a Raqqa, pochi minuti dopo le 22.37 del 28 luglio di quattro anni fa.

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Bergoglio nomina fratel Gabriele Faraghini rettore del Pontificio Seminario romano maggiore – La Stampa

31 luglio 2017

La nuova guida dei futuri preti fa parte dei Piccoli Fratelli di Jesus Caritas, istituto religioso della famiglia spirituale di Charles de Foucauld

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4 incredibili miracoli eucaristici al di là di ogni spiegazione scientifica

18 luglio 2017

Queste ostie miracolose continuano a sconcertare gli scettici

La Chiesa cattolica insegna un dogma chiamato “transustanziazione”, che il Catechismo spiega così: “Con la consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo del Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo Sangue” (CCC 1376).

Ciò significa che, mentre le apparenze di pane e di vino rimangono, la sostanza è completamente cambiata (grazie alla potenza di Dio) in corpo e sangue di Cristo. È un insegnamento basato sulla scrittura e sulla tradizione, e sin dai tempi degli apostoli rimane invariato nella sua essenza.

Tuttavia la Chiesa ha riconosciuto che, occasionalmente, Dio interviene in modo più visibile e può cambiare persino le apparenze del pane e del vino nel Suo corpo e nel sangue. Dio può anche conservare miracolosamente un’ostia consacrata per un lungo periodo di tempo, superiore al naturale tempo di conservazione del pane.

Leggi anche: I demoni tremano di fronte alla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia

Sebbene la Chiesa non basi il suo insegnamento su questi miracoli, ma sulla parola di Cristo, quando Dio sceglie di fare miracoli del genere solitamente moltissime persone sono portate a credere fermamente nella Presenza Eucaristica di Gesù Cristo.

Ecco quattro dei più incredibili miracoli eucaristici esaminati dai migliori scienziati di tutto il mondo, che alla fine hanno dovuto concludere che la scienza non è stata in grado di spiegare il fenomeno miracoloso.

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Sacro Cuore di Gesù e Maria, le cose da sapere

20 giugno 2017

23/06/2017

Questa solennità ha una data mobile e viene celebrata il venerdì dopo il Corpus Domini; il sabato che segue è dedicato al Cuore Immacolato di Maria. Fu la mistica francese santa Margherita Maria Alacoque la messaggera del culto che nel 1856 papa Pio IX estese a tutta la Chiesa cattolica.

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Dalla Liturgia delle ore (Ufficio delle letture)

18 giugno 2017

INNO

O Cristo, Verbo del Padre,
re glorioso fra gli angeli,
luce e salvezza del mondo,
in te crediamo.

Cibo e bevanda di vita,
balsamo, veste, dimora,
forza, rifugio, conforto,
in te speriamo.

Illumina col tuo Spirito
l’oscura notte del male,
orienta il nostro cammino
incontro al Padre. Amen.

1 ant.     Dite agli invitati:
Ecco, ho preparato il mio banchetto,
venite alle nozze, alleluia.


SECONDA LETTURA         

Dalle «Opere» di san Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa

(Opusc. 57, nella festa del Corpo del Signore, lect. 1-4)

O prezioso e meraviglioso convito!

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Dalla Liturgia delle ore (Ufficio delle letture)

17 giugno 2017

INNO


O re d’eterna gloria,
che irradi sulla Chiesa
i doni del tuo Spirito,
assisti i tuoi fedeli.

Illumina le menti,
consola i nostri cuori,
rafforza i nostri passi
sulla via della pace.

E quando verrà il giorno
del tuo avvento glorioso,
accoglici, o Signore,
nel regno dei beati.

A te sia lode, o Cristo,
speranza delle genti,
al Padre e al Santo Spirito
nei secoli dei secoli. Amen.


SECONDA LETTURA         

Dal «Commento sui salmi» di sant’Ambrogio, vescovo

(Sal 1, 9-12; CSEL 64, 7. 9-10)

Canterò con lo spirito, ma canterò anche con l’intelligenza

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Dalla Liturgia delle ore (Ufficio delle letture)

16 giugno 2017

INNO


Creati per la gloria del tuo nome,
redenti dal tuo sangue sulla croce,
segnati dal sigillo del tuo Spirito,
noi t’invochiamo: salvaci, o Signore!

Tu spezza le catene della colpa,
proteggi i miti, libera gli oppressi
e conduci nel cielo ai quieti pascoli
il popolo che crede nel tuo amore.

Sia lode e onore a te, pastore buono,
luce radiosa dell’eterna luce,
che vivi con il Padre e il Santo Spirito
nei secoli dei secoli glorioso. Amen.


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Dalla Liturgia delle ore (Ufficio delle letture)

14 giugno 2017

INNO


Cristo, sapienza eterna,
donaci di gustare
la tua dolce amicizia.

Angelo del consiglio,
guida e proteggi il popolo,
che spera nel tuo nome.

Sii tu la nostra forza,
la roccia che ci salva
dagli assalti del male.

A te la gloria e il regno,
la potenza e l’onore,
nei secoli dei secoli. Amen.


SECONDA LETTURA 
        


Dalle «Omelie sul libro di Giosuè» di Origène, sacerdote


(Om. 4, 1; PG 12, 842-843)

Il passaggio del Giordano

    
Nel Giordano l’arca dell’alleanza guidava il popolo di Dio. Si ferma la schiera dei sacerdoti e dei leviti e le acque, come per riverenza ai ministri di Dio, arrestano il loro corso e si accumulano in un ammasso rigido, concedendo un passaggio senza danno al popolo di Dio. Ora non meravigliarti, o cristiano, quando ti vengono riferiti questi avvenimenti riguardanti il popolo ebraico, dal momento che a te, uscito dal Giordano per mezzo del sacramento del battesimo, la divina parola promette cose molto più grandi ed elevate, e ti offre un viaggio e un passaggio verso il cielo, attraverso l’etere. Ascolta infatti Paolo che dice riguardo ai giusti: «Saremo rapiti tra le nubi per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore» (1 Ts 4, 17). Non vi è assolutamente nulla che il giusto debba temere. Ogni creatura infatti gli è soggetta.
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Il vescovo che dorme in ufficio per lasciare il suo appartamento ai rifugiati

12 giugno 2017

Sempre Família | Giu 12, 2017

L’arcivescovo polacco Konrad Krajewski, Elemosiniere di Sua Santità, ritiene che il suo gesto “non ha nulla di eroico”

Nella Curia Romana c’è un’istituzione molto peculiare, chiamata Elemosineria apostolica. Come suggerisce il nome – sì, la parola deriva da “elemosina” – svolge a nome del Papa il servizio di assistenza verso i poveri. Risale al XIII secolo e le sue funzioni furono definite dal Beato Papa Gregorio X (1271-1276).

L’elemosiniere attuale è l’arcivescovo polacco Konrad Krajewski, di 53 anni. Dottore in liturgia, è stato cerimoniere pontificio tra il 1998 e il 2013, anno in cui è stato nominato al nuovo incarico. Papa Francesco desiderava rinnovare l’Elemosineria apostolica, ridotta ormai a un ufficio che faceva alcune donazioni benedizioni apostoliche su pergamena.

“La scrivania non fa per te, puoi venderla; non aspettare la gente che bussa, devi cercare i poveri”, ha detto il Papa a Krajewski nel nominarlo elemosiniere.

Da allora, l’istituzione è stata molto attiva. In questi anni l’Elemosineria apostolica ha reso possibile la realizzazione di un dormitorio per i senzatetto che vivono attorno al Vaticano, con docce, barbiere e lavanderia.

Gran parte dei fondi utilizzati per queste opere proviene dall’invio di pergamena con la Benedizione Apostolica a nome del Papa, che può essere richiesta da fedeli laici, sacerdoti, religiosi o istituzioni. Il ricavato è completamente stanziato per sostenere le opere dell’Elemosineria apostolica e per coprire i costi di preparazione e spedizione delle pergamente.

Tutte queste opere di carità vengono fatte a nome del Papa, ma anche Krajewski ha compreso la necessità di rendere la sua propria vita un dono d’amore verso i bisognosi. Da alcuni mesi dorme nell’ufficio dell’Elemosineria, all’interno del Vaticano, dopo aver messo il suo appartimento a disposizione di famiglie di rifugiati.

Krajewski offre alloggio nel suo appartamento fino a quando le famiglie non riescano a trovare un lavoro, diventare indipendenti e trovare un posto definitivo in cui vivere. Per lui si tratta di un gesto “naturale e spontaneo”, che “non ha nulla di eroico”. Il Vangelo “ci insegna ad aiutare chi vive nel bisogno, e la prima necessità è la dimora”, sostiene l’Arcivescovo.

“Da qualche settimana sono arrivate altre famiglie e, la cosa bella, per la prima volta in casa mia è nata anche una bella bambina. E io, lo confesso, mi sento una specie di nonno, uno zio. È la vita che continua, dono di Dio”, conclude Monsignor Krajewski.

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Celebrazioni Papali. Pentecoste

3 giugno 2017

4 giugno 2017, Domenica di Pentecoste, il Santo Padre Francesco celebrerà la Santa Messa in Piazza San Pietro: 

https://t.co/60gdD8EE2J

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DOMENICA DELLE PALME (ANNO A) – 9 APRILE 2017

6 aprile 2017

Monsignor Nunzio Galantino commenta il Rito romano

06/04/2017


TESTIMONI CREDIBILI DELLA RISURREZIONE

Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».

Matteo 26,14- 27,66


 
La celebrazione della domenica delle Palme potrebbe in un certo senso anche apparire “contraddittoria”, almeno se ci si ferma ai sentimenti che può suscitare in noi. Da una parte, la festosa processione delle Palme; dall’ altra, il solenne annunzio della Passione! Eppure, a uno sguardo più approfondito, questa contraddizione si riduce fino a scomparire. Soprattutto se ricordiamo che la sofferenza di Gesù non è fine a sé stessa, ma il modo più pieno con cui il Signore vuole comunicarci l’amore suo e del Padre verso di noi. Un amore da accogliere con gioia, da vivere in pienezza e testimoniare in maniera credibile.

Per questo, a partire da oggi e per tutta la Settimana Santa, la Chiesa ci invita a vivere (“fare memoria”) in più tappe il “racconto d’ amore” di Dio Padre, con un solo obiettivo: cambiare il nostro cuore e aprirlo alla salvezza in Gesù Cristo!

TUTTO INIZIA CON UNA FESTA

Il “racconto d’ amore” di Dio, dunque, comincia con una festa: l’ingresso di Gesù a Gerusalemme per dare inizio all’ atto decisivo di questo progetto di salvezza. Egli entra a Gerusalemme per coinvolgere altri in questo itinerario, per tradurre le parole d’amore annunciate in fatti concreti.

I diversi momenti e i numerosi personaggi che affollano il racconto della Passione ci dicono, però, che alla proposta di amore del Signore si può rispondere in tanti modi, la si può anche rifiutare o magari rimanerne ai margini. C’è un solo modo per uscire dall’ anonimato, per abbandonare la marginalità, per partecipare in pieno e con coerenza al pellegrinaggio della vita e al racconto di amore del Padre: alzare lo sguardo verso colui che hanno trafitto! Lasciarci raggiungere dall’eccesso di amore che ha portato Gesù sulla croce. È questa la strada messa a nostra disposizione per dare scacco matto alla presunzione, alla superficialità e al nostro peccato.

E siamo chiamati a fare questo percorso non da spettatori, ma da protagonisti. Ricordando che nella sofferenza di Gesù – per l’abbandono dei suoi, l’ingratitudine del popolo, la condanna dei capi del popolo – c’è la sofferenza di tutti gli uomini, qualunque sia il suo aspetto.

UOMINI E DONNE DELLA PASSIONE.

Cristo ha scelto di non evitare la sofferenza, di non scartare la croce. Perciò, nel seguirlo – e in particolare durante questa Settimana – proviamo a non esaurire tutta la nostra attenzione sulle statue della passione, bensì a volgerla in maniera partecipata e concreta verso gli uomini e le donne della passione: in loro, infatti, si prolunga la presenza del Cristo che patisce e, al tempo stesso, la nostra occasione per rispondere alla sua chiamata d’amore.

Rammentando che, come per il Cristo, anche per questi uomini e donne la sofferenza non può essere fine a sé stessa. Anche per loro deve potersi aprire la via della Risurrezione attraverso “angeli” (messaggeri) e testimoni credibili.


Fonte:

http://m.famigliacristiana.it/blogpost/domenica-delle-palme-anno-a—9-aprile-2017.htm

INCONTRO CON I PARROCI DELLA DIOCESI DI ROMA

2 marzo 2017

 

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di San Giovanni in Laterano
Giovedì, 2 marzo 2017

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Il progresso della fede nella vita del sacerdote

«Signore, accresci in noi la fede!» (Lc 17,5). Questa domanda sorse spontanea nei discepoli quando il Signore stava parlando loro della misericordia e disse che dobbiamo perdonare settanta volte sette. “Accresci in noi la fede”, chiediamo anche noi, all’inizio di questa conversazione. Lo chiediamo con la semplicità del Catechismo, che ci dice: «Per vivere, crescere e perseverare nella fede sino alla fine, dobbiamo nutrirla con la Parola di Dio; dobbiamo chiedere al Signore di accrescerla». E’ una fede che «deve operare “per mezzo della carità” (Gal 5,6; cfr Gc 2,14-26), essere sostenuta dalla speranza (cfr Rm 15,13) ed essere radicata nella fede della Chiesa» (n. 162).

Mi aiuta appoggiarmi a tre punti fermi: la memoria, la speranza e il discernimento del momento. La memoria, come dice il Catechismo, è radicata nella fede della Chiesa, nella fede dei nostri padri; la speranza è ciò che ci sostiene nella fede; e il discernimento del momento lo tengo presente al momento di agire, di mettere in pratica quella “fede che opera per mezzo della carità”.

Lo formulo in questo modo:

– Dispongo di una promessa – è sempre importante ricordare la promessa del Signore che mi ha posto in cammino –.

– Sono in cammino – ho speranza –: la speranza mi indica l’orizzonte, mi guida: è la stella e anche ciò che mi sostiene, è l’ancora, ancorata in Cristo.

– E, nel momento specifico, ad ogni incrocio di strade devo discernere un bene concreto, il passo avanti nell’amore che posso fare, e anche il modo in cui il Signore vuole che lo faccia.

Fare memoria delle grazie passate conferisce alla nostra fede la solidità dell’incarnazione; la colloca all’interno di una storia, la storia della fede dei nostri padri, che «morirono nella fede, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano» (Eb 11,13)[1]. Noi, «circondati da tale moltitudine di testimoni», guardando dove essi guardano, teniamo lo sguardo «fisso su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12,2).

La speranza, da parte sua, è quella che apre la fede alle sorprese di Dio. Il nostro Dio è sempre più grande di tutto ciò che possiamo pensare e immaginare di Lui, di ciò che gli appartiene e del suo modo di agire nella storia. L’apertura della speranza conferisce alla nostra fede freschezza e orizzonte. Non è l’apertura di un’immaginazione velleitaria che proietterebbe fantasie e propri desideri, ma l’apertura che provoca in noi il vedere la spogliazione di Gesù, «il quale, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio» (Eb 12,2). La speranza che attrae, paradossalmente, non la genera l’immagine del Signore trasfigurato, ma la sua immagine ignominiosa. «Attirerò tutti a me» (Gv 12,32). E’ il donarsi totale del Signore sulla croce quello che ci attrae, perché rivela la possibilità di essere più autentica. È la spogliazione di colui che non si impadronisce della promesse di Dio, ma, come vero testatore, passa la fiaccola dell’eredità ai suoi figli: «Dove c’è un testamento, è necessario che la morte del testatore sia dichiarata» (Eb 9,16).

Il discernimento, infine, è ciò che concretizza la fede, ciò che la rende «operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6), ciò che ci permette di dare una testimonianza credibile: «Con le mie opere ti mostrerò la mia fede» (Gc 2,18). Il discernimento guarda in primo luogo ciò che piace al nostro Padre, «che vede nel segreto» (Mt 6,4.6), non guarda i modelli di perfezione dei paradigmi culturali. Il discernimento è “del momento” perché è attento, come la Madonna a Cana, al bene del prossimo che può fare in modo che il Signore anticipi “la sua ora”, o che “salti” un sabato per rimettere in piedi colui che stava paralizzato. Il discernimento del momento opportuno (kairos) è fondamentalmente ricco di memoria e di speranza: ricordando con amore, punta lo sguardo con lucidità a ciò che meglio guida alla Promessa.

E ciò che meglio guida è sempre in relazione con la croce. Con quello spossessarmi della mia volontà, con quel dramma interiore del «non come voglio io, ma come vuoi tu» (Mt 26,39) che mi pone nelle mani del Padre e fa in modo che sia Lui a guidare la mia vita.

Crescere nella fede

Torno per un momento al tema del “crescere”. Se rileggete con attenzione Evangelii gaudium – che è un documento programmatico – vedrete che parla sempre di “crescita” e di “maturazione”, sia nella fede sia nell’amore, nella solidarietà come nella comprensione della Parola[2]. Evangelii gaudium ha una prospettiva dinamica. «Il mandato missionario del Signore comprende l’appello alla crescita della fede quando indica: “insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,20). Così appare chiaro che il primo annuncio deve dar luogo anche ad un cammino di formazione e di maturazione» (n. 160).

Sottolineo questo: cammino di formazione e di maturazione nella fede. E prendere questo sul serio implica che «non sarebbe corretto interpretare questo appello alla crescita esclusivamente o prioritariamente come formazione (meramente) dottrinale» (n. 161). La crescita nella fede avviene attraverso gli incontri con il Signore nel corso della vita. Questi incontri si custodiscono come un tesoro nella memoria e sono la nostra fede viva, in una storia di salvezza personale.

In questi incontri l’esperienza è quella di una incompiuta pienezza. Incompiuta, perché dobbiamo continuare a camminare; pienezza, perché, come in tutte le cose umane e divine, in ogni parte si trova il tutto[3]. Questa maturazione costante vale per il discepolo come per il missionario, per il seminarista come per il sacerdote e il vescovo. In fondo è quel circolo virtuoso a cui si riferisce il Documento di Aparecida che ha coniato la formula “discepoli missionari”.

Il punto fermo della croce

Quando parlo di punti fermi o di “fare perno”, l’immagine che ho presente è quella del giocatore di basket o pallacanestro, che inchioda il piede come “perno” a terra e compie movimenti per proteggere la palla, o per trovare uno spazio per passarla, o per prendere la rincorsa e andare a canestro. Per noi quel piede inchiodato al suolo, intorno al quale facciamo perno, è la croce di Cristo. Una frase scritta sul muro della cappella della Casa di Esercizi di San Miguel (Buenos Aires) diceva: “Fissa sta la Croce, mentre il mondo gira” [“Stat crux dum volvitur orbis”, motto di san Bruno e dei Certosini]. Poi uno si muove, proteggendo la palla, con la speranza di fare canestro e cercando di capire a chi passarla.

La fede – il progresso e la crescita nella fede – si fonda sempre sulla Croce: «E’ piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione» di «Cristo crocifisso: scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani» (1 Cor 1,21.23). Tenendo dunque, come dice la Lettera agli Ebrei, «fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento», noi ci muoviamo e ci esercitiamo nella memoria – ricordando la «moltitudine di testimoni» – e corriamo con speranza «nella corsa che ci sta davanti», discernendo le tentazioni contro la fede, «senza stancarci né perderci d’animo» (cfr Eb 12,1-3).

Memoria deuteronomica

In Evangelii gaudium ho voluto porre in rilievo quella dimensione della fede che chiamo deuteronomica, in analogia con la memoria di Israele:

«La gioia evangelizzatrice brilla sempre sullo sfondo della memoria grata: è una grazia che abbiamo bisogno di chiedere. Gli Apostoli mai dimenticarono il momento in cui Gesù toccò loro il cuore: “Erano circa le quattro del pomeriggio” (Gv 1,39)» (n. 13).

Nella «“moltitudine di testimoni” […] si distinguono alcune persone che hanno inciso in modo speciale per far germogliare la nostra gioia credente: “Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la Parola di Dio” (Eb 13,7). A volte si tratta di persone semplici e vicine che ci hanno iniziato alla vita della fede: “Mi ricordo della tua schietta fede, che ebbero anche tua nonna Loide e tua madre Eunice” (2 Tm 1,5). Il credente è fondamentalmente “uno che fa memoria”» (ibid.).

La fede si alimenta e si nutre della memoria. La memoria dell’Alleanza che il Signore ha fatto con noi: Egli è il Dio dei nostri padri e nonni. Non è Dio dell’ultimo momento, un Dio senza storia di famiglia, un Dio che per rispondere ad ogni nuovo paradigma dovrebbe scartare come vecchi e ridicoli i precedenti. La storia di famiglia non “passa mai di moda”. Appariranno vecchi i vestiti e i cappelli dei nonni, le foto avranno color seppia, ma l’affetto e l’audacia dei nostri padri, che si spesero perché noi potessimo essere qui e avere quello che abbiamo, sono una fiamma accesa in ogni cuore nobile.

Teniamo ben presente che progredire nella fede non è soltanto un proposito volontaristico di credere di più d’ora innanzi: è anche esercizio di ritornare con la memoria alle grazie fondamentali. Si può “progredire all’indietro”, andando a cercare nuovamente tesori ed esperienze che erano dimenticati e che molte volte contengono le chiavi per comprendere il presente. Questa è la cosa veramente “rivoluzionaria”: andare alle radici. Quanto più lucida è la memoria del passato, tanto più chiaro si apre il futuro, perché si può vedere la strada realmente nuova e distinguerla dalle strade già percorse che non hanno portato da nessuna parte. La fede cresce ricordando, collegando le cose con la storia reale vissuta dai nostri padri e da tutto il popolo di Dio, da tutta la Chiesa.

Perciò l’Eucaristia è il Memoriale della nostra fede, ciò che ci situa sempre di nuovo, quotidianamente, nell’avvenimento fondamentale della nostra salvezza, nella Passione, Morte e Risurrezione del Signore, centro e perno della storia. Ritornare sempre a questo Memoriale – attualizzarlo in un Sacramento che si prolunga nella vita – questo è progredire nella fede. Come diceva sant’Alberto Hurtado: «La Messa è la mia vita e la mia vita è una Messa prolungata»[4].

Per risalire alle sorgenti della memoria, mi aiuta sempre rileggere un passo del profeta Geremia e un altro del profeta Osea, nei quali essi ci parlano di ciò che il Signore ricorda del suo Popolo. Per Geremia, il ricordo del Signore è quello della sposa amata della giovinezza, che poi gli è stata infedele. «Mi ricordo di te – dice a Israele –, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, […]. Israele era sacro al Signore» (2,2-3).

Il Signore rimprovera al suo popolo la sua infedeltà, che si è rivelata una cattiva scelta: «Due sono le colpe che ha commesso il mio popolo: ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua. […] Ma tu rispondi: “No, è inutile, perché io amo gli stranieri, voglio andare con loro» (2,13.25).

Per Osea, il ricordo del Signore è quello del figlio coccolato e ingrato: «Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio. Ma più li chiamavo, più si allontanavano da me; […] agli idoli bruciavano incensi. A Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare. […] Il mio popolo è duro a convertirsi» (11,1-4.7). Oggi come allora, l’infedeltà e l’ingratitudine dei pastori si ripercuote sui più poveri del popolo fedele, che restano in balia degli estranei e degli idolatri.

Speranza non solo nel futuro

La fede si sostiene e progredisce grazie alla speranza. La speranza è l’ancora ancorata nel Cielo, nel futuro trascendente, di cui il futuro temporale – considerato in forma lineare – è solo una espressione. La speranza è ciò che dinamizza lo sguardo all’indietro della fede, che conduce a trovare cose nuove nel passato – nei tesori della memoria – perché si incontra con lo stesso Dio che spera di vedere nel futuro. La speranza inoltre si estende fino ai limiti, in tutta la larghezza e in tutto lo spessore del presente quotidiano e immediato, e vede possibilità nuove nel prossimo e in ciò che si può fare qui, oggi. La speranza è saper vedere, nel volto dei poveri che incontro oggi, lo stesso Signore che verrà un giorno a giudicarci secondo il protocollo di Matteo 25: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (v. 40).

Così la fede progredisce esistenzialmente credendo in questo “impulso” trascendente che si muove – che è attivo e operante – verso il futuro, ma anche verso il passato e in tutta l’ampiezza del momento presente. Possiamo intendere così la frase di Paolo ai Galati, quando dice che ciò che vale è «la fede che si rende operosa per mezzo della carità» (5,6): una carità che, quando fa memoria, si attiva confessando, nella lode e nella gioia, che l’amore le è stato già dato; una carità che quando guarda in avanti e verso l’alto, confessa il suo desiderio di dilatare il cuore nella pienezza del Bene più grande; queste due confessioni di una fede ricca di gratitudine e di speranza, si traducono nell’azione presente: la fede si confessa nella pratica, uscendo da sé stessi, trascendendosi nell’adorazione e nel servizio.

 

Discernimento del momento

Vediamo così come la fede, dinamizzata dalla speranza di scoprire Cristo nello spessore del presente, è legata al discernimento.

E’ proprio del discernimento fare prima un passo indietro, come chi retrocede un po’ per vedere meglio il panorama. C’è sempre una tentazione nel primo impulso, che porta a voler risolvere qualcosa immediatamente. In questo senso credo che ci sia un primo discernimento, grande e fondante, cioè quello che non si lascia ingannare dalla forza del male, ma che sa vedere la vittoria della Croce di Cristo in ogni situazione umana. A questo punto mi piacerebbe rileggere con voi un intero brano di Evangelii gaudium, perché aiuta a discernere quella insidiosa tentazione che chiamo pessimismo sterile:

«Una delle tentazioni più serie che soffocano il fervore e l’audacia è il senso di sconfitta, che ci trasforma in pessimisti scontenti e disincantati dalla faccia scura. Nessuno può intraprendere una battaglia se in anticipo non confida pienamente nel trionfo. Chi comincia senza fiducia ha perso in anticipo metà della battaglia e sotterra i propri talenti. Anche se con la dolorosa consapevolezza delle proprie fragilità, bisogna andare avanti senza darsi per vinti, e ricordare quello che disse il Signore a san Paolo: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Cor 12,9). Il trionfo cristiano è sempre una croce, ma una croce che al tempo stesso è vessillo di vittoria, che si porta con una tenerezza combattiva contro gli assalti del male. Il cattivo spirito della sconfitta è fratello della tentazione di separare prima del tempo il grano dalla zizzania, prodotto di una sfiducia ansiosa ed egocentrica. […] In ogni caso, in quelle circostanze siamo chiamati ad essere persone-anfore per dare da bere agli altri. A volte l’anfora si trasforma in una pesante croce, ma è proprio sulla Croce dove, trafitto, il Signore si è consegnato a noi come fonte di acqua viva. Non lasciamoci rubare la speranza!» (85-86).

Queste formulazioni «non lasciamoci rubare…», mi vengono dalle regole di discernimento di sant’Ignazio, che è solito rappresentare il demonio come un ladro. Si comporta come un capitano – dice Ignazio – che per vincere e rubare ciò che desidera ci combatte nella nostra parte più debole (cfr Esercizi Spirituali, 327). E nel nostro caso, nell’attualità, credo che cerchi di rubarci la gioia – che è come rubarci il presente[5]– e la speranza – l’uscire, il camminare –, che sono le grazie che più chiedo e faccio chiedere per la Chiesa in questo tempo.

E’ importante a questo punto fare un passo avanti e dire che la fede progredisce quando, nel momento presente, discerniamo come concretizzare l’amore nel bene possibile, commisurato al bene dell’altro. Il primo bene dell’altro è poter crescere nella fede. La supplica comunitaria dei discepoli «Accresci in noi la fede!» (Lc 17,6) sottende la consapevolezza che la fede è un bene comunitario. Bisogna considerare, inoltre, che cercare il bene dell’altro ci fa rischiare. Come dice Evangelii gaudium:

«Un cuore missionario è consapevole […] che egli stesso deve crescere nella comprensione del Vangelo e nel discernimento dei sentieri dello Spirito, e allora non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada» (45).

In questo discernimento è implicito l’atto di fede in Cristo presente nel più povero, nel più piccolo, nella pecora perduta, nell’amico insistente. Cristo presente in chi ci viene incontro – facendosi vedere, come Zaccheo o la peccatrice che entra con il suo vaso di profumo, o quasi senza farsi notare, come l’emorroissa –; o Cristo presente in chi noi stessi accostiamo, sentendo compassione quando lo vediamo da lontano, disteso sul bordo della strada. Credere che lì c’è Cristo, discernere il modo migliore per fare un piccolo passo verso di Lui, per il bene di quella persona, è progresso nella fede. Come pure lodare è progresso nella fede, e desiderare di più è progresso nella fede.

Può farci bene soffermarci ora un po’ su questo progresso nella fede che avviene grazie al discernimento del momento. Il progresso della fede nella memoria e nella speranza è più sviluppato. Invece, questo punto fermo del discernimento, forse non tanto. Può persino sembrare che dove c’è fede non dovrebbe esserci bisogno di discernimento: si crede e basta. Ma questo è pericoloso, soprattutto se si sostituiscono i rinnovati atti di fede in una Persona – in Cristo nostro Signore –, che hanno tutto il dinamismo che abbiamo appena visto, con atti di fede meramente intellettuali, il cui dinamismo si esaurisce nel fare riflessioni ed elaborare formulazioni astratte. La formulazione concettuale è un momento necessario del pensiero, come scegliere un mezzo di trasporto è necessario per giungere a una meta. Ma la fede non si esaurisce in una formulazione astratta né la carità in un bene particolare, ma il proprio della fede e della carità è crescere e progredire aprendosi a una maggiore fiducia e a un bene comune più grande. Il proprio della fede è essere “operante”, attiva, e così per la carità. E la pietra di paragone è il discernimento. Infatti la fede può fossilizzarsi, nel conservare l’amore ricevuto, trasformandolo in un oggetto da chiudere in un museo; e la fede può anche volatilizzarsi, nella proiezione dell’amore desiderato, trasformandolo in un oggetto virtuale che esiste solo nell’isola delle utopie. Il discernimento dell’amore reale, concreto e possibile nel momento presente, in favore del prossimo più drammaticamente bisognoso, fa sì che la fede diventi attiva, creativa ed efficace.

L’icona di Simon Pietro “passato al vaglio”

Per concretizzare questa riflessione riguardo a una fede che cresce con il discernimento del momento, contempliamo l’icona di Simon Pietro “passato al vaglio” (cfr Lc 22,31), che il Signore ha preparato in maniera paradigmatica, perché con la sua fede provata confermasse tutti noi che “amiamo Cristo senza averlo visto” (cfr 1 Pt 1,8).

Entriamo in pieno nel paradosso per cui colui che deve confermarci nella fede è lo stesso al quale spesso il Signore rimprovera la sua “poca fede”. Il Signore di solito indica come esempi di grande fede altre persone. Con notevole enfasi loda molte volte la fede di persone semplici e di altre che non appartengono al popolo d’Israele – pensiamo al centurione (cfr Lc 7,9) e alla donna siro-fenicia (cfr 15,28) –, mentre ai discepoli – e a Simon Pietro in particolare – rimprovera spesso la loro «poca fede» (Mt 14,31).

Tenendo presente che le riflessioni del Signore riguardo alla grande fede e alla poca fede hanno un intento pedagogico e sono uno stimolo ad incrementare il desiderio di crescere nella fede, ci concentriamo su un passaggio centrale nella vita di Simon Pietro, quello in cui Gesù gli dice che “ha pregato” per la sua fede. E’ il momento che precede la passione; gli apostoli hanno appena discusso su chi tra loro sia il traditore e chi sia il più grande, e Gesù dice a Simone:

«Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,31-32).

Precisiamo i termini, poiché le richieste del Signore al Padre sono cose di cui far tesoro nel cuore. Consideriamo che il Signore “prega”[6] per Simone ma pensando a noi. “Venir meno” traduce ekleipo – da cui “eclissarsi” – ed è molto plastica l’immagine di una fede eclissata dallo scandalo della passione. E’ quell’esperienza che chiamiamo desolazione: qualcosa copre la luce.

Tornare indietro (epistrepsas) esprime qui il senso di “convertirsi”, di ritornare alla consolazione precedente dopo un’esperienza di desolazione e di essere passati al vaglio da parte del demonio.

“Confermare” (sterizon) si dice nel senso di “consolidare” (histemi) la fede affinché d’ora in avanti sia “determinata” (cfr Lc 9,51). Una fede che nessun vento di dottrina possa smuovere (cfr Ef 4,14). Più avanti ci soffermeremo ancora su questo “passare al vaglio”. Possiamo rileggere così le parole del Signore:

“Simone, Simone, […] io ho pregato il Padre per te, perché la tua fede non rimanga eclissata (dal mio volto sfigurato, in te che lo hai visto trasfigurato); e tu, una volta che sarai uscito da questa esperienza di desolazione di cui il demonio ha approfittato per passarti al vaglio, conferma (con questa tua fede provata) la fede dei tuoi fratelli”.

Così, vediamo che la fede di Simon Pietro ha un carattere speciale: è una fede provata, e con essa egli ha la missione di confermare e consolidare la fede dei suoi fratelli, la nostra fede. La fede di Simon Pietro è minore di quella di tanti piccoli del popolo fedele di Dio. Ci sono persino dei pagani, come il centurione, che hanno una fede più grande nel momento di implorare la guarigione di un malato della loro famiglia. La fede di Simone è più lenta di quella di Maria Maddalena e di Giovanni. Giovanni crede al solo vedere il segno del sudario e riconosce il Signore sulla riva del lago al solo ascoltare le sue parole. La fede di Simon Pietro ha momenti di grandezza, come quando confessa che Gesù è il Messia, ma a questi momenti ne seguono quasi immediatamente altri di grande errore, di estrema fragilità e totale sconcerto, come quando vuole allontanare il Signore dalla croce, o quando affonda senza rimedio nel lago o quando vuole difendere il Signore con la spada. Per non parlare del momento vergognoso dei tre rinnegamenti davanti ai servi.

Possiamo distinguere tre tipi di pensieri, carichi di affetti[7], che interagiscono nelle prove di fede di Simon Pietro: alcuni sono i pensieri che gli vengono dal suo stesso modo di essere; altri pensieri li provoca direttamente il demonio (dallo spirito malvagio); e un terzo tipo di pensieri sono quelli che vengono direttamente dal Signore o dal Padre (dallo spirito buono).

a) I due nomi e il desiderio di camminare verso Gesù sulle acque

Vediamo, in primo luogo, come si relaziona il Signore con l’aspetto più umano della fede di Simon Pietro. Parlo di quella sana autostima con cui uno crede in sé stesso e nell’altro, nella capacità di essere degno di fiducia, sincero e fedele, su cui si basa ogni amicizia umana. Ci sono due episodi nella vita di Simon Pietro nei quali si può vedere una crescita nella fede che si potrebbe chiamare sincera. Sincera nel senso di senza complicazioni, nella quale un’amicizia cresce approfondendo chi è ciascuno senza che vi siano ombre. Uno è l’episodio dei due nomi; l’altro, quando Simon Pietro chiede al Signore di comandargli di andare verso di Lui camminando sulle acque.

Simone appare sulla scena quando suo fratello Andrea lo va a cercare e gli dice: «Abbiamo trovato il Messia» (Gv 1,41); e lui segue suo fratello che lo porta da Gesù. E lì avviene immediatamente il cambio di nome. Si tratta di una scelta che fa il Signore in vista di una missione, quella di essere Pietra, fondamento solido di fede su cui edificherà la sua Chiesa. Notiamo che, più che cambiargli il nome di Simone, di fatto, ciò che il Signore fa è aggiungere quello di Pietro.

Questo fatto è già in sé motivo di tensione e di crescita. Pietro si muoverà sempre intorno al perno che è il Signore, girando e sentendo il peso e il movimento dei suoi due nomi: quello di Simone – il pescatore, il peccatore, l’amico… – e quello di Pietro – la Roccia su cui si costruisce, colui che ha le chiavi, che dice l’ultima parola, che cura e pasce le pecore –. Mi fa bene pensare che Simone è il nome con cui Gesù lo chiama quando parlano e si dicono le cose come amici, e Pietro è il nome con cui il Signore lo presenta, lo giustifica, lo difende e lo pone in risalto in maniera unica come suo uomo di totale fiducia, davanti agli altri. Anche se è lui che gli dà il nome di “Pietra”, Gesù lo chiama Simone.

La fede di Simon Pietro progredisce e cresce nella tensione tra questi due nomi, il cui punto fisso – il perno – è centrato in Gesù.

Avere due nomi lo decentra. Non può centrarsi in nessuno di essi. Se volesse che Simone fosse il suo punto fisso, dovrebbe sempre dire: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore» (Lc 5,8). Se pretendesse di centrarsi esclusivamente sull’essere Pietro e dimenticasse o coprisse tutto ciò che è di Simone, diventerebbe una pietra di scandalo, come gli accadde quando “non si comportava rettamente secondo la verità del Vangelo”, come gli disse Paolo perché aveva nascosto il fatto di essere andato a mangiare con i pagani (cfr Gal 2,11-14). Mantenersi Simone (pescatore e peccatore) e Pietro (Pietra e chiave per gli altri) lo obbligherà a decentrarsi costantemente per ruotare solo intorno a Cristo, l’unico centro.

L’icona di questo decentramento, la sua messa in atto, è quando chiede a Gesù di comandargli di andare verso di Lui sulle acque. Lì Simon Pietro mostra il suo carattere, il suo sogno, la sua attrazione per l’imitazione di Gesù. Quando affonda, perché smette di guardare il Signore e guarda l’agitarsi delle onde, mostra le sue paure e i suoi fantasmi. E quando lo prega di salvarlo e il Signore gli tende la mano, mostra di sapere bene chi è Gesù per lui: il suo Salvatore. E il Signore gli rafforza la fede, concedendogli quello che desidera, dandogli una mano e chiudendo la questione con quella frase affettuosa e rassicurante: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (Mt 14,31).

Simon Pietro in tutte le situazioni “limite” in cui potrà mettersi, guidato dalla sua fede in Gesù discernerà sempre qual è la mano che lo salva. Con quella certezza che, anche quando non capisce bene quello che Gesù dice o fa, gli farà dire: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68). Umanamente, questa consapevolezza di avere “poca fede”, insieme con l’umiltà di lasciarsi aiutare da chi sa e può farlo, è il punto di sana autostima in cui si radica il seme di quella fede “per confermare gli altri”, per “edificare sopra di essa”, che è quella che Gesù vuole da Simon Pietro e da noi che partecipiamo del ministero. Direi che è una fede condivisibile, forse perché non è tanto ammirevole. La fede di uno che avesse imparato a camminare senza tribolazioni sulle acque sarebbe affascinante, ma ci allontanerebbe. Invece, questa fede da buon amico, consapevole della sua pochezza e che confida pienamente in Gesù, ci suscita simpatia e – questa è la sua grazia – ci conferma!

b) La preghiera di Gesù e il vaglio del demonio

Nel passo centrale di Luca che abbiamo preso come guida, possiamo vedere ciò che produce il vaglio del demonio nella personalità di Simon Pietro e come Gesù prega affinché la debolezza, e perfino il peccato, si trasformino in grazia e grazia comunitaria.

Ci concentriamo sulla parola “vaglio” (siniazo: setacciare il grano), che evoca il movimento di spiriti, grazie al quale, alla fine, si discerne ciò che viene dallo spirito buono da ciò che viene da quello cattivo. In questo caso colui che vaglia – colui che rivendica il potere di vagliare – è lo spirito maligno. E il Signore non lo impedisce, ma, approfittando della prova, rivolge la sua preghiera al Padre perché rafforzi il cuore di Simon Pietro. Gesù prega affinché Simon Pietro “non cada nella tentazione”. Il Signore ha fatto tutto il possibile per custodire i suoi nella sua Passione. Tuttavia non può evitare che ognuno sia tentato dal demonio, che si introduce nella parte più debole. In questo tipo di prove, che Dio non manda direttamente ma non impedisce, Paolo ci dice che il Signore ha cura che non siamo tentati al di sopra delle nostre forze (cfr 1 Cor 10,13).

Il fatto che il Signore dica espressamente che prega per Simone è estremamente importante, perché la tentazione più insidiosa del demonio è che, insieme a una certa prova particolare, ci fa sentire che Gesù ci ha abbandonato, che in qualche modo ci ha lasciato soli e non ci ha aiutato come avrebbe dovuto. Il Signore stesso ha sperimentato e vinto questa tentazione, prima nell’orto e poi sulla croce, affidandosi nelle mani del Padre quando si sentì abbandonato. È in questo punto della fede che abbiamo bisogno di essere in modo speciale e con cura rafforzati e confermati. Nel fatto che il Signore prevenga ciò che succederà a Simon Pietro e gli assicuri di avere già pregato perché la sua fede non venga meno, troviamo la forza di cui abbiamo bisogno.

Questa “eclisse” della fede davanti allo scandalo della passione è una delle cose per cui il Signore prega in modo particolare. Il Signore ci chiede di pregare sempre, con insistenza; ci associa alla sua preghiera, ci fa domandare di “non cadere in tentazione e di essere liberati dal male”, perché la nostra carne è debole; ci rivela anche che ci sono demoni che non si vincono se non con la preghiera e la penitenza e, in certe cose, ci rivela che Egli prega in modo speciale. Questa è una di quelle. Come si è riservato l’umile compito di lavare i piedi ai suoi, come una volta risorto si è occupato personalmente di consolare i suoi amici, allo stesso modo questa preghiera con la quale, rafforzando la fede di Simon Pietro, rafforza quella di tutti gli altri, è una cosa di cui il Signore si fa carico personalmente. E bisogna tenerne conto: è a questa preghiera, che il Signore ha fatto una volta e continua a fare – «sta alla destra di Dio e intercede per noi» (Rm 8,34) – che dobbiamo ricorrere per rafforzare la nostra fede.

Se la lezione data a Simon Pietro di lasciarsi lavare i piedi ha confermato l’atteggiamento di servizio del Signore e lo ha fissato nella memoria della Chiesa come un fatto fondamentale, questa lezione, data nello stesso contesto, deve porsi anch’essa come icona della fede tentata e vagliata per la quale il Signore prega. Come sacerdoti che prendiamo parte al ministero petrino, in ciò che sta a noi, partecipiamo della stessa missione: non solo dobbiamo lavare i piedi ai nostri fratelli, come facciamo il Giovedì Santo, ma dobbiamo confermarli nella loro fede, testimoniando come il Signore ha pregato per la nostra.

Se nelle prove che hanno origine nella nostra carne il Signore ci incoraggia e ci rafforza, operando molte volte miracoli di guarigione, in queste tentazioni che vengono direttamente dal demonio, il Signore adopera una strategia più complessa. Vediamo che ci sono alcuni demoni che espelle direttamente e senza riguardi; altri li neutralizza, mettendoli a tacere; altri li fa parlare, chiede il loro nome, come quello che era “Legione”; ad altri risponde ampiamente con la Scrittura, sopportando un lungo procedimento, come nel caso delle tentazioni nel deserto. Questo demonio, che tenta il suo amico all’inizio della sua passione, lo sconfigge pregando, non perché lo lasci in pace, ma perché il suo vaglio diventi motivo di forza a beneficio degli altri.

Abbiamo qui alcuni grandi insegnamenti sulla crescita nella fede. Uno riguarda lo scandalo della sofferenza dell’Innocente e degli innocenti. Questo ci tocca più di quanto crediamo, tocca persino quelli che lo provocano e quelli che fingono di non vederlo. Fa bene ascoltare dalla bocca del Signore, nel momento preciso in cui sta per prendere su di sé questo scandalo nella passione, che Egli prega perché non venga meno la fede di colui che lascia in vece propria, e perché sia lui a confermare noialtri. L’eclisse della fede provocata dalla passione non è qualcosa che ognuno possa risolvere e superare individualmente.

Un’altra lezione importante è che quando il Signore ci mette alla prova, non lo fa mai basandosi sulla nostra parte più debole. Questo è tipico del demonio, che sfrutta le nostre debolezze, che cerca la nostra parte più debole e che si accanisce ferocemente contro i più deboli di questo mondo. Perciò l’infinita e incondizionata misericordia del Padre per i più piccoli e peccatori, e la compassione e il perdono infinito che Gesù esercita fino al punto di dare la vita per i peccatori, non è solo perché Dio è buono, ma è anche frutto del discernimento ultimo di Dio sul male per sradicarlo dalla sua relazione con la fragilità della carne. In ultima istanza, il male non è legato con la fragilità e il limite della carne. Per questo il Verbo si fa carne senza alcun timore e dà testimonianza che può vivere perfettamente in seno alla Santa Famiglia e crescere custodito da due umili creature quali san Giuseppe e la Vergine Maria sua madre.

Il male ha la sua origine in un atto di orgoglio spirituale e nasce dalla superbia di una creatura perfetta, Lucifero. Poi si contagia ad Adamo ed Eva, ma trovando appoggio nel loro “desiderio di essere come dei”, non nella loro fragilità. Nel caso di Simon Pietro, il Signore non teme la sua fragilità di uomo peccatore né la sua paura di camminare sulle acque in mezzo a una tempesta. Teme, piuttosto, la discussione su chi sia il più grande.

E’ in questo contesto che dice a Simon Pietro che il demonio ha chiesto il permesso di vagliarlo. E possiamo pensare che il vaglio è iniziato lì, nella discussione su chi fosse colui che lo avrebbe tradito, sfociata poi nella discussione su chi fosse il più grande. Tutto il passo di Luca che segue immediatamente l’istituzione dell’Eucaristia è un vaglio: discussioni, predizione del rinnegamento, offerta della spada (cfr 22,23-38). La fede di Simon Pietro è vagliata nella tensione tra il desiderio di essere leale, di difendere Gesù e quello di essere il più grande e il rinnegamento, la vigliaccheria e il sentirsi il peggiore di tutti. Il Signore prega affinché Satana non oscuri la fede di Simone in questo momento, in cui guarda a sé stesso per farsi grande, per disprezzarsi o rimanere sconcertato e perplesso.

Se vi è una formulazione elaborata da Pietro circa queste cose, è quella di una “fede provata”, come ci mostra la sua Prima Lettera, in cui Pietro avverte che non c’è da meravigliarsi delle prove, come se fossero qualcosa di strano (cfr 4,12), ma si deve resistere al demonio «saldi nella fede» (5,9). Pietro definisce sé stesso «testimone delle sofferenze di Cristo» (5,1) e scrive le sue lettere al fine di «ridestare […] il giusto modo di pensare» (2 Pt 3,1) (eilikrine dianoian: giudizio illuminato da un raggio di sole), che sarebbe la grazia contraria all’“eclisse” della fede.

Il progresso della fede, quindi, avviene grazie a questo vaglio, a questo passare attraverso tentazioni e prove. Tutta la vita di Simon Pietro può essere vista come un progresso nella fede grazie all’accompagnamento del Signore, che gli insegna a discernere, nel proprio cuore, ciò che viene dal Padre e ciò che viene dal demonio.

c) Il Signore che mette alla prova facendo crescere la fede dal bene al meglio e la tentazione sempre presente

Infine, l’incontro presso il lago di Tiberiade. Un ulteriore passo in cui il Signore mette alla prova Simon Pietro facendolo crescere dal bene al meglio. L’amore di amicizia personale si consolida come ciò che “alimenta” il gregge e lo rafforza nella fede (cfr Gv 21,15-19).

Letta in questo contesto delle prove di fede di Simon Pietro che servono a rafforzare la nostra, possiamo vedere qui come si tratta di una prova molto speciale del Signore. In genere si dice che il Signore lo ha interrogato tre volte perché Simon Pietro lo aveva rinnegato tre volte. Può essere che questa debolezza fosse presente nell’animo di Simon Pietro (o in quello di chi legge la sua storia) e che il dialogo sia servito a curarla. Ma possiamo anche pensare che il Signore guarì quel rinnegamento con lo sguardo che fece piangere amaramente Simon Pietro (cfr Lc 22,62). In questo interrogatorio possiamo vedere un modo di procedere del Signore, cioè partire da una cosa buona – che tutti riconoscevano e di cui Simon Pietro poteva essere contento –: «Mi ami più di costoro?» (v. 15); confermarlo semplificandolo in un semplice «mi ami?» (v. 16), che toglie ogni desiderio di grandezza e rivalità dall’anima di Simone; per finire in quel «mi vuoi bene come amico?» (v. 17), che è ciò che più desiderava Simon Pietro ed evidentemente è ciò che più sta a cuore a Gesù. Se veramente è amore di amicizia, non c’entra per niente alcun tipo di rimprovero o correzione in questo amore: l’amicizia è amicizia ed è il valore più alto che corregge e migliora tutto il resto, senza bisogno di parlare del motivo.

Forse la più grande tentazione del demonio era questa: insinuare in Simon Pietro l’idea di non ritenersi degno di essere amico di Gesù perché lo aveva tradito. Ma il Signore è fedele. Sempre. E rinnova di volta in volta la sua fedeltà. «Se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2 Tm 2,13), come dice Paolo al suo figlio nella fede Timoteo. L’amicizia possiede questa grazia: che un amico che è più fedele può, con la sua fedeltà, rendere fedele l’altro che non lo è tanto. E se si tratta di Gesù, Lui più di chiunque altro ha il potere di rendere fedeli i suoi amici. È in questa fede – la fede in un Gesù amico fedele – che Simon Pietro viene confermato e inviato a confermarci tutti quanti. In questo preciso senso si può leggere la triplice missione di pascere le pecore e gli agnelli. Considerando tutto ciò che la cura pastorale comporta, quello di rafforzare gli altri nella fede in Gesù, che ci ama come amici, è un elemento essenziale. A questo amore si riferisce Pietro nella sua Prima Lettera: è una fede in Gesù Cristo che – dice – «amate, pur senza averlo visto, e ora, senza vederlo, credete in lui», e questa fede ci fa esultare «di gioia indicibile e gloriosa», sicuri di raggiungere «la meta della (nostra) fede: la salvezza delle anime» (cfr 1 Pt 1,7-9).

Tuttavia, sorge una nuova tentazione. Questa volta contro il suo migliore amico. La tentazione di voler indagare sul rapporto di Gesù con Giovanni, il discepolo amato. Il Signore lo corregge severamente su questo punto: «A te che importa? Tu seguimi» (Gv 21,22).

* * *

Vediamo come la tentazione è sempre presente nella vita di Simon Pietro. Egli ci mostra in prima persona come progredisce la fede confessando e lasciandosi mettere alla prova. E mostrando altresì che anche il peccato stesso entra nel progresso della fede. Pietro ha commesso il peggiore peccati – rinnegare il Signore – e tuttavia lo hanno fatto Papa. È importante per un sacerdote saper inserire le proprie tentazioni e i propri peccati nell’ambito di questa preghiera di Gesù perché non venga meno la nostra fede, ma maturi e serva a rafforzare a sua volta la fede di coloro che ci sono stati affidati.

Mi piace ripetere che un sacerdote o un vescovo che non si sente peccatore, che non si confessa, si chiude in sé, non progredisce nella fede. Ma bisogna stare attenti a che la confessione e il discernimento delle proprie tentazioni includano e tengano conto di questa intenzione pastorale che il Signore vuole dare loro.

Raccontava un giovane uomo che si stava recuperando nell’Hogar de Cristo di padre Pepe a Buenos Aires, che la mente gli giocava contro e gli diceva che non doveva stare lì, e che lui lottava contro quel sentimento. E diceva che padre Pepe lo aveva aiutato molto. Che un giorno gli aveva detto che non ce la faceva più, che sentiva molto la mancanza della sua famiglia, di sua moglie e dei due figli, e che se ne voleva andare. «E il prete mi disse: “E prima, quando andavi in giro a drogarti e a vendere droga, ti mancavano i tuoi? Pensavi a loro?”. Io feci segno di no con la testa, in silenzio – disse l’uomo – e il prete, senza dirmi nient’altro, mi diede una pacca sulla spalla e mi disse: “Vai, basta così”. Come per dirmi: renditi conto di quello che ti succede e di quello che dici. “Ringrazia il cielo che adesso senti la mancanza”.

Quell’uomo diceva che il prete era un grande. Che gli diceva le cose in faccia. E questo lo aiutava a combattere, perché era lui che doveva metterci la sua volontà.

Racconto questo per far vedere che quello che aiuta nella crescita della fede è tenere insieme il proprio peccato, il desiderio del bene degli altri, l’aiuto che riceviamo e quello che dobbiamo dare noi. Non serve dividere: non vale sentirci perfetti quando svolgiamo il ministero e, quando pecchiamo, giustificarci per il fatto che siamo come tutti gli altri. Bisogna unire le cose: se rafforziamo la fede degli altri, lo facciamo come peccatori. E quando pecchiamo, ci confessiamo per quel che siamo, sacerdoti, sottolineando che abbiamo una responsabilità verso le persone, non siamo come tutti. Queste due cose si uniscono bene se mettiamo davanti la gente, le nostre pecore, i più poveri specialmente. È quello che fa Gesù quando chiede a Simon Pietro se lo ama, ma non gli dice nulla né del dolore né della gioia che questo amore gli provoca, lo fa guardare ai suoi fratelli in questo modo: pasci le mie pecore, conferma la fede dei tuoi fratelli. Quasi a dirgli, come a quel giovane uomo dell’Hogar de Cristo: “Ringrazia se adesso senti la mancanza”.

“Ringrazia se senti di avere poca fede”, vuol dire che stai amando i tuoi fratelli. “Ringrazia se ti senti peccatore e indegno del ministero”, vuol dire che ti accorgi che se fai qualcosa è perché Gesù prega per te, e senza di Lui non puoi fare nulla (cfr Gv 15,5).

Dicevano i nostri anziani che la fede cresce facendo atti di fede. Simon Pietro è l’icona dell’uomo a cui il Signore Gesù fa fare in ogni momento atti di fede. Quando Simon Pietro capisce questo “dinamica” del Signore, questa sua pedagogia, non perde occasione per discernere, in ogni momento, quale atto di fede può fare nel suo Signore. E in questo non si sbaglia. Quando Gesù agisce come suo padrone, dandogli il nome di Pietro, Simone lo lascia fare. Il suo “così sia” è silenzioso, come quello di san Giuseppe, e si dimostrerà reale nel corso della sua vita. Quando il Signore lo esalta e lo umilia, Simon Pietro non guarda a sé stesso, ma sta attento a imparare la lezione di ciò che viene dal Padre è ciò che viene dal diavolo. Quando il Signore lo rimprovera perché si è fatto grande, si lascia correggere. Quando il Signore gli fa vedere in modo spiritoso che non deve fingere davanti agli esattori delle tasse, va a pescare il pesce con la moneta. Quando il Signore lo umilia e gli preannuncia che lo rinnegherà, è sincero nel dire ciò che sente, come lo sarà nel piangere amaramente e nel lasciarsi perdonare. Tanti momenti così diversi nella sua vita eppure un’unica lezione: quella del Signore che conferma la sua fede perché lui confermi quella del suo popolo. Chiediamo anche noi a Pietro di confermarci nella fede, perché noi possiamo confermare quella dei nostri fratelli.

Roma, 2 marzo 2017

[1] Cfr Discorso ai Rappresentanti Pontifici, 21 giugno 2013.

[2] Cfr nn. 160, 161, 164, 190.

[3] Cfr J.M. Bergoglio, Messaggio nella Messa per l’Educazione, Pasqua 2008.

[4] Un fuego que enciende otros fuegos, Santiago de Chile, 2004, 69-70; cfr Doc. de Aparecida 191.

[5] Si veda anche ES 333: «Quinta regola. Dobbiamo fare molta attenzione al corso dei nostri pensieri. Se nei pensieri tutto è buono il principio, il mezzo e la fine e se tutto è orientato verso il bene, questo è un segno dell’angelo buono. Può darsi invece che nel corso dei pensieri si presenti qualche cosa cattiva o distrattiva o meno buona di quella che l’anima prima si era proposta di fare, oppure qualche cosa che indebolisce l’anima, la rende inquieta, la mette in agitazione e le toglie la pace, la tranquillità e la calma che aveva prima: questo allora è un chiaro segno che quei pensieri provengono dallo spirito cattivo, nemico del nostro bene e della nostra salvezza eterna».

[6] Cfr Omelia a Santa Marta, 3 giugno 2014. Ricordiamo che il Signore prega perché siamo uno, perché il Padre ci custodisca dal demonio e dal mondo, perché ci perdoni quando “non sappiamo quello che facciamo”.

[7] Si tratta di pensieri che il Signore discerne nei suoi discepoli quando, risorto, dice loro: «Perché siate turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?» (Lc 24,38).

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