Archive for the ‘Donna’ Category

Intervista a M.Ignazia Angelini, badessa di Viboldone.

19 novembre 2014

«Ci sono donne che parlano nella Chiesa odierna: la voce che nasce dal “patire Dio” o – che in radice è il medesimo – dal patire il dolore umano, non resta senza ascolto. Alcune, poi, dicono ovvietà convinte che sia rassicurante, in un’epoca così minacciata di disorientamento; oppure per compiacere e custodire un assetto che ritengono protettivo. Altre si fanno imprenditrici di nuove formule vincenti di comunicazione, che fanno colpo, ma rimangono nel “già detto”. Altre intuiscono la svolta epocale, e silenziosamente cercano nuove narrazioni dell’umano a partire dalle radici, dall’origine; annodano legami ricchi di senso, intessono una rete di ravvivata comunicazione, nuova perché radicata nelle antiche originarie parole di cui il Vangelo è sorgente. Per intendere questa voce di donne, che cerca nella notte di un’epoca complessa e stanca i presagi dell’aurora, è necessario avere orecchio, che non sempre gli ambiti ecclesiali riescono a offrire o a promuovere». Parla con franchezza disarmante madre Ignazia Angelini, badessa del monastero benedettino di Viboldone.

Tra le sante, quali le sembrano parlare alle donne di oggi?
«Ho la netta percezione che le donne delle nostre generazioni contemporanee abbiano bisogno di ritrovare il dialogo diretto con le sante dei secoli passati, oltre il velo della interpretazione recepita, al maschile, che – filtrandone la forza propria e racchiudendola in categorie prefissate e note – ne ha ridotto la risonanza innovatrice e la forza vitale a simbolo di una cultura in declino, ancor prima di essere comprese. Penso all’attualità di Lidia, donna di gratuità semplicissima, che è con la sua marginale e incisiva presenza accanto a Paolo all’origine dell’evangelizzazione dell’Europa; alle prime martiri Perpetua e Felicita; a Sincletica, eloquente nella sua debolezza; a Macrina, al fine umorismo di Scolastica – la donna-simbolo che “più ha potuto perché più ha amato”. Penso a Chiara, Ildegarda, Geltrude, Caterina, ma anche ad Annalena Tonelli, Madeleine Delbrel, Simone Weil. All’anonima donna irachena esposta per la sua fede. Persone la cui voce è un mormorio leggero, dai margini, mischiate alla comune umanità, la cui fecondità è legata alla sensibilità dell’orecchio, allo sguardo del cuore capaci di abitare nei luoghi marginali cogliendovi il bagliore di tempi irrevocabilmente nuovi, imbevuti di Vangelo ma bisognosi di aiuto per liberare la grazia in essi custodita. Nessuna donna segnata dalla ricerca di Dio è senza voce. Bisogna però considerare che, di molte, la voce ci giunge filtrata da interpreti maschi che facilmente vi sovrappongono la propria idea e così manipolano l’originaria empatia. Le donne sanno cogliere nel frammento il simbolo dell’universo, e questo fa ricco ma vulnerabilissimo il suono della loro voce. Di ciascuna occorre riscoprire la voce viva».

 

 

A suo parere, la vita monastica femminile ha smarrito elementi preziosi? Di quali, invece, si è arricchita?
«La vita monastica declinata al femminile è nata all’ombra di quella maschile e per lungo tempo si è universalmente ritenuto che dovesse stare lì, protetta da regole. In questa marcia forzata ha perso tante energie buone. Ma la sua forza e ricchezza è anzitutto nel silenzio che ascolta: forse ha perduto quel silenzio che è ascolto della Parola. Ma dove ha custodito questo silenzio fecondo, la vita monastica femminile s’è fatta scrigno per la gratuita forza di innovare, scavalcando mitemente – e con vena umoristica, se penso anzitutto al riso di santa Scolastica, alla libertà di Ildegarda – ogni dominazione attraverso un’affezione pura e intensa. I ministeri non codificati delle donne monache nella Chiesa sono miriadi: la capacità di intercedere, di narrare storie ricche di senso e di intessere legami, di prendersi cura e guarire, di custodire ogni traccia di vita, di intuire tramite empatia armonie nascoste e tenaci, ha permesso loro di esprimere una parola, a volte decisiva, nella storia della Chiesa e dell’umanità. Oggi mi pare che le monache fatichino a far udire la propria voce, un po’ soffocata dagli stereotipi; forse devono, insieme, ritrovarla: anzitutto voce di gratuità e di domande feconde, fuori di ogni idealizzazione prefissata e semplicemente esponendosi alla potenza del Vangelo. Ricomprendersi oggi come donne in preghiera è una sfida alta. La cosiddetta clausura è – per fare un esempio a me molto caro – un linguaggio che per sé parla di Vangelo a quanti vivono in reclusione. L’unificazione del cuore (attinta tramite la lotta dei pensieri cattivi, lotta ai moti di auto specchiamento, all’unico Vangelo), dinamismo proprio della vita monastica, oggi richiede con urgenza di essere riproposta come empatia, consapevole esposizione al dialogo entro la cultura della frammentazione, della complessità, della precarietà. Così comprendo il richiamo insistente di papa Francesco -–anche e in modo perentorio alle monache – a comprendersi come “donne in uscita”…».

Cosa testimoniano le claustrali a una società convulsa e ipertecnologica?
«Oggettivamente, pensando alla nostra storia nella Chiesa locale, dico: il monastero alle porte della grande città annuncia che, appunto, c’è una soglia “altra” da varcare. Uscire dalla mondanità, anche quella spirituale. Entrare nella casa di Dio, casa di preghiera, casa a tutti semplicemente ospitale, casa il cui recinto (“clausura”) ha il solo significato di delineare una porta attraverso cui, umilmente entrando, ci si incontra. Ci si riconosce da sempre amati».

Che cosa cerca chi bussa alla porta del vostro parlatorio?
«Ascolto. Attenzione. Cuore. Respiro. Limpidità di una evangelica parola “vicina”, confermata dalla trasparenza della vita fraterna. A volte cerca eccezionalità, rapporti elitari, esperienza estetizzante, il vuoto come condizione per la ricerca di sé, prodotti gastronomici o per la fitness: ma ha sbagliato indirizzo».

Quali segni di appartenenza esclusiva a Dio (dal velo all’abito) comunicano il senso della vostra scelta?
«Nessun segno esteriore per sé è inequivoco e parla senza un corpo vivente, uno sguardo che lo interpreti: solo se confermato dallo sguardo limpido del cuore veramente appartenente a Dio, e dalla fraternità sobria circolante fra di noi. Forse, parla il luogo che abitiamo stabilmente, imbevuto della preghiera di generazioni e della bellezza semplicissima di un’arte povera».

Quale “fascino” esercita la vostra vita su chi vuole entrare in monastero?
«L’attrazione della casa di preghiera per tutti i popoli. L’attrazione di una casa come tutte, laboriosa e ospitale, edificata come fraternità basata sull’ascolto delle Scritture, laboratorio di narrazioni di salvezza sempre ricercate a partire dalla realtà, dalla crisi, dai conflitti. Illusorio è il fascino di donne velate, che nascondendosi attirano gli sguardi. Il fascino di una pace immaginaria, esenzione dalla lotta contro le passioni cattive».

«Nel silenzio ricevuto come dono, la parola diventa sguardo»: occorre riscoprirlo?
«“Per te il silenzio è lode”: così inizia il salmo 65. Questo versetto ha attirato, soggiogato ed educato generazioni di monache e monaci. Introducendoli, come soglia benedetta, alla percezione di fede del mistero: di che cosa sia stare dinanzi a Dio rivelatosi in Gesù, il Verbo fatto carne fino al silenzio della fine, allo svuotamento di sé nella morte, spinto da quell’amore “fino alla fine” che lo costituisce Figlio. Silenzio come esperienza della fede è tutt’altro che lo zittire della paura, dell’ignavia, della ipocrisia, dell’astuzia o della stupidità. È grembo del nascere della Parola. Attraverso il consenso corporeo. È come quando si incontra lo sguardo di chi soffre, dell’innocente condannato, di un bambino che ride. Lo sguardo dell’aurora, o il venire della sera: lo spazio del consenso incondizionato al venire della grazia, eccesso che da ogni parte segna il limite delle nostre capacità imprenditoriali e apre lo spazio dell’obbedienza. Tutto il bene della vita richiede anzitutto silenzio».

 

pubblicato su Avvenire del 18 novembre 2014

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Messaggio di papa Francesco al Vescovo di Avila per l’apertura dell’Anno Giubilare Teresiano

15 ottobre 2014

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AL VESCOVO DI AVILA IN OCCASIONE DELL’APERTURA
DELL’ANNO GIUBILARE TERESIANO

 

Dal Vaticano, 15 ottobre 2014

A Monsignor Jesús García Burillo
Vescovo di Ávila

Caro Fratello,

Il 28 marzo 1515 nacque ad Ávila una bambina che con il tempo sarebbe stata conosciuta come santa Teresa di Gesù. All’approssimarsi del quinto centenario della sua nascita, volgo lo sguardo a quella città per rendere grazie a Dio per il dono di questa grande donna e incoraggiare i fedeli dell’amata diocesi di Ávila e tutti gli spagnoli a conoscere la storia di questa insigne fondatrice, come pure a leggere i suoi libri che, insieme alle sue figlie nei numerosi conventi carmelitani sparsi nel mondo, ci continuano a dire chi e come fu Madre Teresa e che cosa può insegnare a noi uomini e donne di oggi.

Alla scuola della santa camminatrice impariamo a essere pellegrini. L’immagine del cammino può sintetizzare molto bene la lezione della sua vita e della sua opera. Teresa intese la vita come un cammino di perfezione lungo il quale Dio conduce l’uomo, di mansione in mansione, fino a Lui e, allo stesso tempo, lo mette in viaggio verso gli uomini. Per quali cammini vuole portarci il Signore, seguendo le orme di santa Teresa e tenuti per mano da lei? Ne vorrei ricordare quattro che mi fanno molto bene: quelli della gioia, della preghiera, della fraternità e del proprio tempo.

Teresa di Gesù invita le sue monache a «procedere con letizia» servendo (Cammino 18, 5). La vera santità è gioia, perché «un santo triste è un triste santo». I santi, prima di essere eroi coraggiosi, sono frutto della grazia di Dio agli uomini. Ogni santo ci mostra un tratto del multiforme volto di Dio. In santa Teresa contempliamo il Dio che, essendo «sovrana Maestà, eterna Sapienza» (Poesia 2), si rivela vicino e compagno e prova gioia a conversare con gli uomini: Dio si rallegra con noi. E, sentendo il suo amore, nella santa nasceva una gioia contagiosa che non poteva dissimulare e che trasmetteva attorno a sé. Questa gioia è un cammino che bisogna percorrere per tutta la vita. Non è istantanea, superficiale, tumultuosa. Bisogna cercarla già «agli inizi» (Vita 13, 1). Esprime la gioia interiore dell’anima, è umile e «modesta» (cfr. Fondazioni 12, 1). Non si raggiunge con la scorciatoia facile che evita la rinuncia, la sofferenza o la croce, ma si trova patendo travagli e dolori (cfr. Vita 6, 2; 30, 8), guardando al Crocifisso e cercando il Risorto (cfr. Cammino 26, 4). Perciò la gioia di santa Teresa non è egoista né autoreferenziale. Come quella del cielo, consiste nel «gioire della gioia di tutti» (Cammino 30, 5), mettendosi al servizio degli altri con amore disinteressato. Come disse a uno dei suoi monasteri in difficoltà, la santa dice anche oggi a noi, soprattutto ai giovani: «Non smettete di camminare gioiosi!» (Lettera 284, 4). Il Vangelo non è un sacco di piombo che si trascina pesantemente, ma una fonte di gioia che colma di Dio il cuore e lo spinge a servire i fratelli!

La Santa percorse anche il cammino della preghiera, che definì in modo bello come «un rapporto d’amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama» (Vita 8, 5). Quando i tempi sono «difficili», «sono necessari forti amici di Dio» per sostenere i deboli» (Vita 15, 5). Pregare non è un modo di fuggire, e neppure di mettersi in una bolla, né di isolarsi, ma di avanzare in un’amicizia che quanto più cresce tanto più si entra in contatto con il Signore, «vero amico» e fedele «compagno» di viaggio, con il quale «tutto si può sopportare», perché sempre «Egli ci dà aiuto e coraggio, non ci viene mai meno» (Vita 22, 6). Per pregare «l’essenziale non è già nel molto pensare, ma nel molto amare» (Quarte Mansioni 1, 7), nel volgere gli occhi per guardare chi non smette di guardarci amorevolmente e di sopportarci pazientemente (cfr. Cammino 26, 3-4). Dio può condurre le anime a sé attraverso molte strade, ma la preghiera è il «cammino sicuro» (Vita 21, 5). Lasciarla significa perdersi (cfr. Vita 19, 6). Questi consigli della santa sono di perenne attualità. Andate avanti, quindi, lungo il cammino della preghiera, con determinazione, senza fermarvi, fino alla fine! Ciò vale in particolare per tutti i membri della vita consacrata. In una cultura del provvisorio, vivete la fedeltà del «sempre, sempre, sempre» (Vita 1, 4); in un mondo senza speranza, mostrate la fecondità di un «cuore innamorato» (Poesia 5), E in una società con tanti idoli siate testimoni che «solo Dio basta» (Poesia 9).

Questo cammino non possiamo farlo da soli, ma insieme. Per la santa riformatrice il sentiero della preghiera passa per la via della fraternità in seno alla Chiesa madre. Fu questa la sua risposta provvidenziale, nata dall’ispirazione divina e dal suo intuito femminile, ai problemi della Chiesa e della società del suo tempo: fondare piccole comunità di donne che, a imitazione del «collegio apostolico» seguissero Cristo vivendo in modo semplice il Vangelo e sostenendo tutta la Chiesa con una vita fatta preghiera. Per questo «sorelle» ci ha «riunite qui» (Cammino 8, 1) e questa fu la promessa: «Egli, Gesù Cristo, sarebbe stato con noi» (Vita 32, 11). Che bella definizione della fraternità nella Chiesa: camminare insieme con Cristo come fratelli! A tal fine Teresa di Gesù non ci raccomanda molte cose, ma solo tre: amarsi molto gli uni gli altri, distaccarsi da tutto e vera umiltà, che «sebbene sia da me nominata per ultima, è la virtù principale e le abbraccia tutte» (Cammino 4, 4). Come vorrei, in questi tempi, delle comunità cristiane più fraterne dove si faccia questo cammino: procedere nella verità dell’umiltà che ci libera da noi stessi per amare di più e meglio gli altri, soprattutto i più poveri! Non c’è nulla di più bello di vivere e morire come figli di questa Chiesa madre!

Proprio perché è madre dalle porte aperte, la Chiesa è sempre in cammino verso gli uomini per portare loro quell’«acqua viva» (cfr.Gv 4, 10) che irriga l’orto del loro cuore assetato. La santa scrittrice e maestra di preghiera fu allo stesso tempo fondatrice e missionaria per le strade della Spagna. La sua esperienza mistica non la separò dal mondo né dalle preoccupazioni della gente. Al contrario, le diede nuovo impulso e coraggio per l’operato e i doveri di ogni giorno, perché «il Signore si aggira» anche «fra le pentole» (Fondazioni 5, 8). Lei visse le difficoltà del suo tempo — tanto complicato — senza cedere alla tentazione del lamento amaro, ma piuttosto accettandole nella fede come un’opportunità per fare un passo avanti nel cammino. Perché «ogni tempo è buono per Dio, quando vuole favorire di grandi grazie coloro che lo servono» (Fondazioni 4, 5). Oggi Teresa ci dice: prega di più per capire bene che cosa succede attorno a te e così agire meglio. La preghiera vince il pessimismo e genera buone iniziative (cfr.Settime Mansioni 4, 6). È questo il realismo teresiano, che esige opere invece di emozioni e amore invece di sogni; il realismo dell’amore umile di fronte a un ascetismo affannoso! A volte la santa abbrevia le sue amene lettere dicendo: «Siamo in cammino (Lettera 469, 7.9), come espressione dell’urgenza di continuare fino alla fine il compito iniziato. Quando il mondo arde, non si può perdere tempo in affari di poca importanza. Magari contagiasse tutti questa santa fretta di uscire a percorrere i cammini del nostro tempo, con il Vangelo in mano e lo Spirito nel cuore!

«È tempo di camminare!» (Anna de san Bartolomeo, Últimas acciones de la vida de santa Teresa). Queste parole di santa Teresa d’Ávila, dette poco prima di morire, sono la sintesi della sua vita e diventano per noi, soprattutto per la famiglia carmelitana, per i suoi concittadini e per tutti gli spagnoli, una preziosa eredità da conservare e da arricchire.

Caro Fratello, con il mio saluto cordiale, dico a tutti: «È tempo di camminare, procedendo lungo le strade della gioia, della preghiera, della fraternità, del tempo vissuto come grazia! Percorriamo i cammini della vita tenuti per mano da santa Teresa. Le sue orme ci conducono sempre a Gesù.

Vi chiedo, per favore, di pregare per me, perché ne ho bisogno. Che Gesù vi benedica e la Vergine Maria si prenda cura di voi!

Fraternamente,

Francesco

Intervista ad Agnese Cini

15 ottobre 2014

​Intervista ad Agnese Cini, 77 anni, teologa e fondatrice dell’associazione Biblia.

Il testo biblico ha segnato profondamente la sua esperienza.
«Ho voluto trasmettere questa passione ai capi dell’Associazione guide e scout cattolici italiani dando inizio ai “campi Bibbia”, dove si studia, si legge, si gioca e si canta con la Scrittura, in una situazione di essenzialità e amicizia. Allo stesso tempo mi sono resa conto che, insieme all’età che avanzava, doveva crescere anche una conoscenza più profonda; così presi la licenza e il dottorato in teologia biblica. Mi illudevo in quegli anni di poter poi insegnare in qualche seminario, per portare una voce e una sensibilità femminile ai futuri sacerdoti che anche di donne avrebbero dovuto occuparsi nel loro mandato. Ma i tempi non erano maturi e non fui accolta».

Come ha tesaurizzato la sua preparazione culturale e spirituale?
«Già prima del Concilio si avvertiva il desiderio di avvicinarsi personalmente alla Bibbia, non solo attraverso le omelie o la catechesi nelle parrocchie. Così trent’anni fa ho fondato “Biblia”, associazione laica di cultura biblica, aperta a chiunque desideri conoscere o approfondire l’Antico e il Nuovo Testamento e le sue riletture. Abbiamo circa 500 soci e altrettanti simpatizzanti, proponiamo in varie città convegni e corsi; i nostri relatori provengono per la maggior parte dal mondo cristiano, ebraico e universitario. Dal 2010 abbiamo sottoscritto un protocollo d’intesa con il ministero dell’Istruzione, perché le nuove generazioni ignorino meno di quella attuale la ricchezza dei testi biblici e i valori che essi propongono».

Cosa pensa delle recenti nomine femminili all’interno della Curia romana?
«La donna nella Chiesa ha avuto sempre un ruolo marginale, anche se indispensabile: presente nelle opere di carità, segreteria, catechesi e quant’altro, ma meno nelle sfere decisionali, istituzionali o accademiche. Ma donne coraggiose e teologhe decise stanno ormai sempre più affermandosi anche nel mondo ecclesiale e nelle università pontificie. Fra l’altro ho scoperto che le associazioni di dialogo interreligioso e interconfessionale sono state fondate e rette da donne, forse per il loro forte desiderio di collaborare alla crescita della Chiesa accanto agli uomini (non sopra né sotto, come recita un bellissimo midrash); forse per la loro capacità dialogica e vitale (hanno spesso dovuto crescere ed educare figli). È tempo che queste ondate sporadiche diventino una componente essenziale della Chiesa, come vogliono i tempi, come esprimono le parole profetiche di Papa Francesco, com’è il mondo stesso composto per volere divino di maschi e femmine».

Le figure di donna dell’Antico Testamento a lei più care?
«Le donne sono ben presenti e attive nella storia della salvezza. Tutte hanno qualcosa da insegnarci, a partire da Eva, madre di tutti i viventi, e dalle quattro matriarche Sara, Rebecca, Lia e Rachele. Una caratteristica comune a molte è l’astuzia che, unita alla tipica sensibilità femminile, sembra incarnare il famoso detto di Gesù rivolto ai dodici discepoli: “Siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”. Basti pensare alla fede coraggiosa di Tamar e a quella scelta dalle straniere Rachav e Rut, alla scaltrezza politica della bella Betsabea, madre di Salomone: tutte menzionate nella genealogia matteana di Gesù, quindi sue antenate! Altre eroine indimenticabili? La profetessa Debora e la coraggiosa Giaele, la regina Ester e l’intrepida Giuditta che salvarono il loro popolo; la sterile e fedele Anna, che pregando ottenne la grazia di un figlio poi offerto al Signore ringraziandolo con un famoso “Cantico”. Anche se in minoranza, rappresentano un faro prezioso per tutte le donne che desiderano impegnarsi seriamente nella propria missione per divenire (ciascuna secondo le proprie peculiarità, insieme all’uomo) un’immagine di Dio sulla terra. La loro presenza attiva e coraggiosa invita le donne a sentirsi pienamente corresponsabili della storia dell’umanità, che ha bisogno di uomini e di donne a guidarne le sorti».

E nel Nuovo Testamento?
«Le donne sono meno presenti, ma alcune, e solo loro, hanno avuto il privilegio di una rivelazione particolarmente chiara e importante: la Samaritana, alla quale Gesù rivelò di essere il Messia atteso, e Maria Maddalena, cui Gesù confidò di essere il Risorto. Mi è sempre stata cara la cananea, che per prima aprì la strada e il cuore di Gesù all’attenzione per i pagani. Devo però confessare che da qualche tempo Maria è la figura che sento più vicina. Non solo perché, come lei, ho perso il mio amato figlio maggiore, morto tragicamente a 38 anni, ma anche perché ho visto in lei un modello prezioso per ogni mamma: la sua presenza fedele e discreta accanto a Gesù mi insegna a cercare di stare vicino ai figli senza abbandonarli mai né opprimerli con ordini o consigli non richiesti, lasciarli fare le loro scelte, con lievi osservazioni se occorre, ma con dolcezza e rispetto».

Fra le bibliste, qualcuna ha segnato particolarmente la sua formazione?
«Ci sono state nel passato donne che studiavano, scrivevano e testimoniavano la loro fede. Alcune che mi hanno particolarmente colpita: la “madre del sufismo” Rabi’ah, Caterina da Siena, Teresa d’Avila, Edith Stein e Liana Millu. Arrivando a oggi, la filosofa ebrea Cathérine Chalier, Anne Marie Pelletier e Fiorenza Schüssler».

Qualche suggerimento per favorire la conoscenza della Scrittura fra le donne?
«Penso che se la donna non è stata e non è oggi abbastanza presente nelle istituzioni ecclesiastiche e accademiche sia in gran parte anche colpa sua. Se vuole aver parte alla crescita della fede, deve certamente esserne una testimone credibile, ma occorre anche una preparazione accurata, bisogna studiare incessantemente ed essere preparate. Solo così possiamo dare una mano a correggere quell’ignoranza dei testi biblici accusata da più parti».

 

Intervista a cura di Avvenire del 15 ottobre 2014

Intervista a M. Pia Veladiano. Il mondo rovesciato del Magnificat

11 ottobre 2014

Magnificat di Betsy Shank

Opera di  Betsy Shank

Intervista a Maria Pia Veladiano a cura di Laura Badaracchi  in “Avvenire” del 8 ottobre 2014
«La storia di una Chiesa senza la parola, la responsabilità, l’autorità delle donne è semplicemente una storia di infedeltà al Vangelo. Quando preghiamo con il Magnificat accogliamo come dono e insieme come compito quel ‘rovesciare i potenti dai troni’ che ci porta fuori dal mondo del dominio e dentro quello della reciprocità. Conosciamo bene dagli studi storici la condizione di marginalità politica e sociale della donna contemporanea a Gesù. Nel Vangelo non c’è niente che dica anche solo contiguità con questa geometria delle posizioni di genere. C’è un mondo ‘di fatto’ rovesciato, di donne e uomini che si alzano e camminano, parlano, toccano Gesù, mostrano un altro mondo
possibile, fatto nuovo».

Giornalista e scrittrice, docente di Lettere e da poco preside, Mariapia Veladiano riprende il cantico mariano per eccellenza come chiave di lettura. «Papa Francesco
sembra avere una specie di imprinting sul tema del potere, dello scandalo del potere che inchioda tre quarti del mondo all’ingiustizia e attraversa la Chiesa e la marginalità della donna nella Chiesa sta dentro questo scandalo. Che è peccato, per chi crede», osserva. E torna di nuovo al testo evangelico dopo aver enunciato i suoi riferimenti spirituali: «Ho incontrato Bonhoeffer e sant’Ignazio al momento giusto e non li ho mai più lasciati. Il momento giusto è stato per me intorno ai vent’anni, quando quel che si è ricevuto come ovvio diventa nostro per scelta oppure viene lasciato cadere, magari a poco a poco, senza che ci sia una decisione. Bonhoeffer mi ha portato la fede come libertà e rigore. Ignazio ha aggiunto quel tanto di follia che arriva alla fede quando la vita ci viene restituita come nemmeno potevamo prima immaginare o sperare. Se da una vita così sopra le righe può arrivare quel miracolo di sapienza e misura che sono gli Esercizi spirituali, allora c’è speranza per tutti! E poi entrambi mi hanno rinviata al Vangelo e basta».
Figure bibliche femminili, sante, mistiche a cui è particolarmente legata?
«Giuditta. Si resta senza fiato a leggere il suo affrontare solitario una situazione che sembra mettere all’angolo perfino la fede. E ci si chiede da dove arrivi la sua forza. Prima va dai i capi di Betulia, intortolati in una fede impaurita e ricattatoria. Poi prega con una preghiera straordinaria: ‘Infondi a questa vedova la forza di fare quello che ho deciso’. E qui si capisce che la sua forza arriva da Dio. Giuditta non si sottrae a quel che capita. Non ha scrupoli. Lo scrupolo è spesso mancanza di fede. Non credere che Dio può dove noi non arriviamo. Lei può parlare così perché non è sola. Non siamo soli, mai. E poi c’è il corpo. Nella storia di Giuditta la salvezza del popolo passa attraverso la sua fede e il suo corpo di donna dalla bellezza che seduce. La salvezza di tutti noi passa attraverso l’incarnazione. Eppure di Giuditta si è impadronito un immaginario maschile che l’ha fissata nello
stereotipo della bellezza o della violenza».
Ritiene che i media abbiano una visione stereotipata della donna credente?
«In generale credo che oggi prevalga una visione semplificata di tutto. E quindi anche della donna e della donna credente. C’è un difetto di pensiero che vive di velocità, di povertà di linguaggio, di chiamiamoli dibattiti che dal parlamento, ai consigli comunali, alla televisione, esibiscono prevaricazione e maleducazione. È stato uno scivolamento progressivo del nostro vivere incivile e credo che solo la scuola, e in parte la Chiesa, soprattutto la Chiesa a servizio dei poveri, abbiano fatto argine al processo in questi anni. Penso alla Caritas, un vero luogo di pensiero: i suoi rapporti annuali, a rileggerli nel tempo, mostrano di aver saputo comprendere con bell’anticipo quel che sarebbe capitato. Quanto agli stereotipi, mi preoccupano di più quelli che abitano dentro la Chiesa.
Per restare alle donne. Quanta parte dei padri riuniti in sinodo in questi giorni sarebbero davvero felici di vedere donne teologhe a dirigere una università teologica?

Bene, capiterà. Magari presto. Infondo pochi si aspettavano quel che il Concilio Vaticano II è stato per la Chiesa».

 

Nei suoi romanzi le figure femminili sono portatrici di un messaggio profondo: quale?
«Che la vita può essere riparata. E non con un atto di sovrumano individuale eroismo, non perché uno su mille ce la fa, santo o superman, ma perché possiamo trovare compagnia e in compagnia la fatica è più leggera e la paura fa meno paura. Le solitudini del nostro tempo sono spesso delle condanne crudeli. Un genitore anziano, un figlio con disabilità, il lavoro perso e si affonda. Ma c’è un mondo intorno. L’individualismo egoista non è un destino. Credo che le donne dei romanzi raccontino questa possibilità di sentire tutta la vita nel suo bene e nel suo dolore, di poter resistere e vivere».
Ha suggerimenti perché le credenti possano trovare più spazi per essere ascoltate?
«Vedo la stessa fatica che le donne in generale devono affrontare per ‘esserci’ nella società. Si trovano a dover essere più brave. Più preparate, più determinate. A far fatica più degli uomini, non solo nella Chiesa. E la crisi non aiuta. Vista la struttura attuale della Chiesa, di fatto governata solo da uomini, sarebbe un bel segno spiazzante, controvento rispetto alla società tutta, un percorso rapido e ben visibile di riconoscimento della donna nei ruoli di responsabilità. Potrebbe essere una buona preghiera per questi giorni di Sinodo!».
L’atteggiamento rivendicativo della teologia femminista sembra non aver raggiunto l’obiettivo. Quale potrebbe essere la strada per un riconoscimento delle peculiarità della
donna credente?
«Ma la teologia al femminile ha avuto il compito necessario di mostrare che la teologia era malata degli stessi stereotipi sul femminile che attraversavano la società. E di liberare il pensiero teologico da una posizione difensiva in cui si era confinato rispetto al femminile e rispetto a quello che, secondo uno stereotipo appunto, al femminile appariva connesso, cioè il corpo, la sensibilità, l’accudimento, la tenerezza. Adesso semplicemente servono percorsi strutturati che prevedano la corresponsabilità delle donne nella Chiesa. Strutturati vuol dire che non dipendano dalla benevolenza di un vescovo, di un parroco o di un Papa illuminato».

Intervista a sr. Albarosa Ines Bassani, consultore della Congregazione delle cause dei Santi

3 ottobre 2014

Opera di Lucy D’Souza

Sr Albarosa Ines Bassani, vicentina, nel 2012, per la prima volta nella storia ecclesiale, è stata scelta come consultore della Congregazione delle cause dei Santi, prima fra le donne assieme a suor Grazia Loparco, salesiana. Di seguito un’intervista a cura di Avvenire.

Come il suo fondatore Antonio Farina, il vescovo dei poveri che sarà proclamato santo da papa Francesco il prossimo 23 novembre, ha valorizzato la specificità del carisma femminile?
«Negli anni Trenta dell’Ottocento, la donna non era considerata all’altezza di un’istruzione religiosa neppure elementare. Il suo ruolo era subalterno al mondo maschile sia da nubile che da sposata; il suo compito era quello di accudire i figli, restando analfabeta. Le donne erano l’anello più fragile della società, prede della malavita e della prostituzione. Senza avere neppure la coscienza di essere di pari dignità all’uomo. Il viceparroco don Farina intuì che la donna era la prima educatrice dei figli, a cui dare gli strumenti per educarli ed elevare così la società; fondò la Pia opera di Santa Dorotea e una scuola di carità gratuita e femminile affidata a insegnanti laici. Pensò a donne consacrate dedicate alle donne e nel 1836 fondò il nostro Istituto di consacrate ‘per la società, nel mondo’. Scelse una divisa delle donne del popolo: cuffietta, vestito lungo nero, mantella. ‘Le mie
sono maestre per scuole di periferia. Se non possono tornare a casa la sera, si fermino a casa di una famiglia o del parroco’, scriveva, e la Chiesa lo bacchettò. La sua logica non era soccorrere la donna, ma darle gli strumenti per inserirsi nella società ed essere autonoma».

 

Un’ottica profetica della missione al femminile…
«Sì. Perché abbracciava bambine povere e ricche, sorde e cieche. Come vescovo – direttore della scuola civile pubblica – il Farina ha avuto per le suore un pensiero che chiamo la punta di diamante dell’emancipazione femminile. Sembra che sia stato il primo a dare un testo di formazione professionale alle suore. Diceva alle prime Dorotee infermiere, che assistevano anziani e malati anche a domicilio: ‘Dopo il Vangelo e la Regola, il vostro vademecum è il manuale di nozioni scientifiche’, che aveva fatto tradurre aggiungendo un’appendice di catechismo, perché curando fossero anche educatrici e catechiste».

 

Come fondatore, fa un passo indietro?
«L’impostazione che dà all’Istituto dimostra la sua grande stima per la donna. La Chiesa metteva accanto alla madre generale un direttore ecclesiastico imposto dal vescovo, con questa motivazione annotata in alcuni documenti rinvenuti nell’Archivio segreto vaticano: ‘La donna non ha la capacità di governare, troppo impressionabile’. Farina, che diventa vescovo nel 1850, avvia le suore a gestirsi da sole economicamente e complessivamente; la Chiesa arriverà verso la fine del secolo a dare questa autonomia alle madri generali».

 

Qual è stato il suo percorso di studi?
«A Vicenza ho frequentato l’Istituto Farina, dove nutrivo ammirazione per le mie insegnanti Dorotee grazie all’apertura culturale e al clima affettuoso. Ho capito che il Signore mi chiamava a essere come loro: un richiamo molto più profondo che mi ha disturbata parecchio. Una chiamata scomoda che mi tormentava, ma se non dicevo sì non sarei stata contenta. Quindi la mia vocazione è stata quella di arrendermi a Dio, pur temendo che l’istituzione mi soffocasse; invece le superiore mi hanno fatto essere me stessa. Mi sono realizzata come donna con il dono di avere uno sguardo sul mondo: ho viaggiato, conoscendo varie culture. Mi sento fuori dagli schemi, con una carica di entusiasmo che mi ha riempito la vita. Dopo la laurea in Scienze naturali all’Università di Parma – dove ho vissuto il ’68 in mezzo ai ragazzi -, ho insegnato per un decennio ».

 

Poi la superiora generale le chiese di occuparsi della storia del suo Istituto.
«La grafia del Farina era difficile: ho cominciato a trascrivere le sue lettere alle suore, in parallelo all’insegnamento. Mi affascinava il lavoro poliziesco della ricerca storica, applicando allo studio la metodologia scientifica. Ho fatto il segugio nei depositi dell’Archivio segreto vaticano, raccogliendo circa 66 volumi di documenti pari a 20mila pagine. Poi ho frequentato i corsi di archivistica e di postulatore in Vaticano, fino a scrivere la Positio per la causa di beatificazione del Farina: 2mila pagine».

 

Il ‘quid’ femminile è stato determinante in questa esperienza?
«Ho una doppia chance come donna: il mio carattere e l’essere religiosa, che suscitano delicatezza e fiducia nei miei confronti. Il sapore della ricerca mi ha riempito la vita, anche se ho incontrato poche donne nell’Archivio vaticano; però ci sono eserciti di suore traduttrici che nell’Annuario pontificio non compaiono».

 

Nella sua vita c’è posto anche per il versante ‘laico’ della cultura?
«Con sorpresa sono stata nominata nel 2001 per meriti culturali dall’Accademia Olimpica di Vicenza. Nata nel 1555, è la più antica d’Italia e ha fatto costruire da Andrea Palladio il Teatro Olimpico; in passato aveva avuto fra i suoi membri qualche prete, tra cui Farina, ma mai una suora. Una bellissima opportunità di prospettiva laica, aconfessionale».

 

Cosa pensa delle nomine di donne in posti di responsabilità nella Curia romana?
«C’è un passaggio: i tempi della Chiesa non sono i nostri. Da Giovanni Paolo II a oggi sta maturando gradualmente un apprezzamento della donna. Si sta superando la paura della presenza femminile. Sono fiduciosa: riconoscere la ricchezza culturale della femminilità è una ricchezza per la Chiesa, anche per la nostra sensibilità psicologica e spirituale».

 

Intervista a cura di Laura Badaracchi, pubblicata in “Avvenire” del 2 ottobre 2014

“Gita al Faro” di Virginia Woolf. Audiolibro

28 settembre 2014

Opera di Virginia Woolf, pubblicata la prima volta nel 1927. È diviso in tre capitoli, ognuno dei quali marca il trascorrere del tempo: “La finestra”, “Il tempo passa”, “Il faro”. Voce di Rosario Tronnolone, per Radio Vaticana

 

1^ puntata

 

2^ puntata

Intervista a sr. Mary Melone

27 settembre 2014

 

È la prima rettore donna, e religiosa, di un ateneo pontificio in Italia. Ma il percorso accademico della francescana cinquantenne suor Mary Melone, dal giugno scorso alla guida della Pontificia università Antonianum per un triennio, annovera diverse tappe: prima donna professore stabile presso la facoltà di Teologia dello stesso ateneo romano, prima donna ad assumere l’incarico di decano. A sceglierla come leader, la Congregazione per l’educazione cattolica. Che l’apporto delle teologhe stia crescendo lo attesta anche la recente nomina nella Commissione teologica internazionale di altre cinque donne: a suor Sara Butler e Barbara Hallensleben si aggiungono suor Prudence Allen, suor Alenka Arko, Moira Mary Mc-Queen, Tracey Rowland e Marianne Schlosser.

 

 

Suor Mary, perché ha scelto di specializzarsi proprio in teologia dogmatica?
«La scelta di dedicarmi a questi studi, come sempre avviene nella vita consacrata, è stata condivisa con la famiglia religiosa a cui appartengo, le Francescane Angeline, e inserita in un più ampio progetto comunitario. All’interno del quale la specializzazione in teologia dogmatica, oltre che a rispondere ai miei interessi personali, è stata considerata anche come un’opportunità per contribuire all’ambito della formazione e agli studi legati al nostro carisma e alla nostra spiritualità».

 

 

La sua tesi di dottorato verte sul canonico agostiniano Riccardo di San Vittore, che esercitò un grande influsso su Bonaventura da Bagnoregio e i mistici francescani. Come mai questa scelta? Quale l’apporto del teologo mistico al francescanesimo di ieri e di oggi?
«Il mio interesse per Riccardo di San Vittore nasce da un interesse per la pneumatologia (teologia dello Spirito Santo); la ricerca mi ha portato allo studio del trattato trinitario di Riccardo, che propone un’interpretazione quanto mai originale della terza persona della Trinità, da lui definita ilCondilectus, colui che ha origine dallo scambio di amore tra il Padre e il Figlio. Sebbene Bonaventura, come tutta la sua epoca, apprezzi Riccardo soprattutto per i suoi scritti di mistica, subirà anche l’influsso di questa visione teologica profondamente relazionale e comunionale. Visione che costituisce indubbiamente un compito anche per il pensiero francescano contemporaneo, chiamato a contribuire alla costruzione di una società in cui l’uomo riconosca sempre più la propria chiamata a ‘vivere in comunione’».

 

 

A suo parere, la concezione della donna nella Chiesa sta evolvendo in prospettiva conciliare?
«Credo che la visione della Chiesa che il Concilio ha voluto rimettere in luce – visione in cui la distinzione all’interno della comunità ecclesiale va ricondotta alla diversità di carismi e ministeri – stia sempre più maturando e lo spazio riconosciuto alla donna lo dimostra con particolare evidenza. Parlo di ‘spazio riconosciuto alla donna’, perché sono convinta che la donna abbia sempre contribuito alla vita delle comunità ecclesiali in modo determinante, ma il suo contributo non sempre è stato considerato o riconosciuto, perlomeno a livello istituzionale».

 

 

Il pensiero femminile teologico, in ambito accademico, comincia a trovare spazi di riflessione e dibattito in Italia? E all’estero?
«Le donne che si dedicano allo studio e all’insegnamento della teologia sono sempre più numerose nelle istituzioni accademiche e la loro presenza è sempre più qualificata e significativa, tanto per la loro produzione scientifica, quanto per il ruolo che hanno nella vita accademica. Inoltre molte teologhe sono membri delle diverse associazioni teologiche specialistiche, sia in Italia che all’estero. In Italia, in particolare, esiste un’associazione autonoma di teologhe, il Coordinamento teologhe italiane, che pone tra le sue finalità anche quella di favorire la visibilità della donna nel panorama culturale ed ecclesiale».

 

 

Come valorizzare il ruolo delle donne, laiche e religiose, nel mondo accademico pontificio?
«Credo che nel mondo accademico e pontificio il ruolo delle donne, laiche e religiose, di fatto sia sempre più valorizzato. Tuttavia, per promuoverlo ancora di più, a mio avviso sarebbe necessario che i criteri di genere – in virtù dei quali alcuni ruoli di responsabilità sono stati tradizionalmente solo maschili – oggi debbano essere sostituiti, laddove possibile, da criteri di competenza e di preparazione che sono più corrispondenti alla specificità delle istituzioni universitarie e che, di conseguenza, aprono all’apporto tanto degli uomini quanto delle donne. Bisogna ricordare che le donne hanno potuto accedere al dottorato in teologia solo dopo il Concilio. E che possono diventare rettori solo i professori stabili, gli ordinari e i titolari delle cattedre; non sempre le donne – che hanno un approccio specifico, legato alla loro sensibilità femminile – possono accedere a questo tipo di carriera accademica».

 

 

A partire da questo anno accademico la facoltà di Teologia della sua Università offre la possibilità di intraprendere la licenza in teologia dogmatica con un indirizzo sul pensiero teologico francescano. E parte un corso sulla vita consacrata femminile…
«La scelta di attivare questo indirizzo di alta specializzazione nasce, da una parte, dalla specificità della nostra Università, che è espressione del mondo francescano e, dall’altra, dalla convinzione che questo pensiero sia quanto mai attuale per il mondo di oggi. La Pontificia università Antonianum, promuovendo in modo particolare l’approccio alla grande eredità di Francesco e di maestri come Bonaventura e Scoto, ha sempre cercato di valorizzare le sue esigenze più profonde, che rappresentano altrettante frontiere per la teologia francescana. Inoltre in questo anno accademico inizia all’Istituto superiore di scienze religiose il corso di specializzazione sulla vita consacrata francescana femminile, per approfondire le esperienze fiorite tra il XIX e il XX secolo».

 

pubblicato su Avvenire del 25 settembre 2014

Kkottonangnae: Un silenzio che prega per i bimbi mai nati.

17 agosto 2014

il Papa ha visitato durante il terzo giorno della sua visita in Corea​ un giardino sulla collina di Kkottonangnae, nei pressi di Seul, dove sono concentrate numerose opere assistenziali e di carità. Una fitta foresta di semplici croci di legno verniciate di bianche sono il monumento ai bambini non nati.

 

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“E vallate di tristezza si stendono dinanzi a me, invano fiorite …” (O.Fallaci)

Donne: la scelta della solitudine

1 luglio 2014

Fin dalle origini però ci sono state donne che hanno deciso di vivere fuori dal chiasso del mondo, nell’isolamento, nel silenzio, nel raccoglimento. E non chiuse in un monastero. La loro scelta non è solo un fenomeno lontano nel tempo, bensì un modo di vivere praticato anche oggi, una via importante di ricerca del rapporto con Dio

 

Dall’Osservatore romano,  luglio 2014, n.25

http://vaticanresources.s3.amazonaws.com/pdf_supplement%2Fluglio_2014.pdf

Il cuore di Cristo e la donna

28 aprile 2014

La questione femminile viene talora ridotta alla pur sotto molti aspetti giusta rivendicazione di spazi, di responsabilità etc..Il punto però anche qui, come ho sottolineato anche in altre direzioni altrove, è che un certo femminismo può tendere a ricalcare una cultura, una mentalità, che aiuta forse meno pienamente di quanto sarebbe possibile a fare emergere più profondamente una spiritualità-cultura rinnovata che potrebbe favorire, tra l’altro, la scoperta più profonda della donna, dell’uomo, del loro rapporto, etc..La cultura attuale, che ancora risente di tanto razionalismo ad es., può orientare l’essere umano in direzioni variamente riduttive mentre vi è forse una rivoluzione più profonda da cercare prima di tutto, quella di una rinnovata spiritualità-cultura che liberi, tendenzialmente, le possibilità della fede, dell’umanità, contribuendo ad aprire sempre rinnovati orizzonti spirituali-culturali in Cristo, Dio e uomo, anche quello dei vangeli.Forse anche qui, su questi argomenti, si potrebbe porre più attenzione alla promessa di Maria: il mio cuore immacolato trionferà.

Video: Sulla via di Damasco, Dalla parte delle donne

9 aprile 2014

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem
-52fe4415-8d4a-45e3-ac86-f34bed584a99.html

Video: A sua immagine, La donna nella Chiesa

13 marzo 2014

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/Content
Item-5f047637-c059-4d9e-9e4f-6d4d9e9722f2.html

Donne nella Chiesa. Intervista al card. Kasper

3 marzo 2014

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Walter Kasper, 81 anni, già vescovo di Rottenburg-Stuttgart, sua diocesi di origine, fu creato cardinale da Giovanni Paolo II nello stesso Concistoro del 21 febbraio 2001 nel quale ricevette la porpora l’attuale pontefice, ed è stato il cardinale elettore più anziano all’ultimo Conclave. Dal 2010 è presidente emerito del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Papa Francesco il 20 febbraio gli ha affidato la relazione introduttiva al Sinodo straordinario sulla famiglia nel corso del Concistoro, elogiandola poi come esempio di «teologia in ginocchio».

«Il ruolo delle donne nella Chiesa va riconsiderato e integrato nella prospettiva del dinamismo sinodale e della conversione missionaria indicati dal Papa». A partire dalle sue riflessioni sulla famiglia presentate al recente Concistoro, si esprime così il cardinale tedesco Walter Kasper. E accetta di parlare riguardo alla dibattuta questione della presenza femminile negli ambiti decisionali della Chiesa.

Eminenza, nella sua relazione tenuta al Concistoro lei ha fatto riferimento alla condizione delle donne nel contesto attuale della famiglia. Quali sono i criteri di riferimento quando si considera il ruolo delle donne nella dimensione ecclesiale?
I punti di partenza per considerare il loro ruolo nella prospettiva ecclesiale sono due: la creazione e il battesimo. Dio ha creato l’uomo e la donna a sua immagine, con identica dignità, dunque non può esserci alcuna discriminazione per le donne. Con il battesimo uomo e donna sono cristiani allo stesso titolo.

Sono in preparazione due Sinodi sulla famiglia. Qual è stato fino a oggi il contributo delle donne nelle assemblee sinodali?
Finora ai Sinodi le donne sono state presenti generalmente in veste di uditrici e in posizione di scarso rilievo. Ci sono sempre due o tre uditrici che intervengono alla fine dei lavori, quando ormai hanno parlato tutti. Mi domando: come si possono preparare due Sinodi sulla famiglia senza coinvolgere in primis anche le donne? Senza le donne la famiglia semplicemente non esiste. È insensato parlare della famiglia senza ascoltarle. Credo che debbano essere chiamate e ascoltate fin da ora, nella fase della preparazione.

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Donne nella chiesa: Udienza del Papa alle partecipanti al Congresso nazionale del CIF

25 gennaio 2014

Alle ore 12.15 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza le partecipanti al 29° Congresso nazionale promosso dal C.I.F. (Centro Italiano Femminile) sul tema: “Cif: quel passo in più – ri-generare la vita, coltivare la speranza” (Roma, Domus Mariae, 24-26 gennaio 2014).

 

 

Care amiche del Centro Italiano Femminile,

in occasione del Congresso della vostra Associazione vi do il mio benvenuto e vi saluto cordialmente. Ringrazio la vostra Presidente per le parole con cui ha introdotto questo nostro incontro.

Rendo grazie con voi al Signore per tutto il bene che il Centro Italiano Femminile ha compiuto durante i suoi quasi settant’anni di vita, per le opere che ha attuato nel campo della formazione e della promozione umana, e per la testimonianza che ha dato circa il ruolo della donna nella società e nella comunità ecclesiale. Infatti, nell’arco di questi ultimi decenni, accanto ad altre trasformazioni culturali e sociali, anche l’identità e il ruolo della donna, nella famiglia, nella società e nella Chiesa, hanno conosciuto mutamenti notevoli, e in genere la partecipazione e la responsabilità delle donne è andata crescendo.

In questo processo è stato ed è importante anche il discernimento da parte del Magistero dei Papi. In modo speciale va menzionata la Lettera apostolica del 1988 Mulieris dignitatem, del beato Giovanni Paolo II, sulla dignità e vocazione della donna, documento che, in linea con l’insegnamento del Concilio Vaticano II, ha riconosciuto la forza morale della donna, la sua forza spirituale (cfr n. 30); e ricordiamo anche il Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1995 sul tema “La donna: educatrice di pace”.

Ho ricordato l’indispensabile apporto della donna nella società,in particolare con la sua sensibilità e intuizione verso l’altro, il debole e l’indifeso;mi sono rallegrato nel vedere molte donne condividere alcune responsabilità pastorali con i sacerdoti nell’accompagnamento di persone, famiglie e gruppi, come nella riflessione teologica; ed ho auspicato che si allarghino gli spazi per una presenza femminile più capillare ed incisiva nella Chiesa (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 103).

Questi nuovi spazi e responsabilità che si sono aperti, e che auspico vivamente possano ulteriormente espandersi alla presenza e all’attività delle donne, tanto nell’ambito ecclesiale quanto in quello civile e delle professioni, non possono far dimenticare il ruolo insostituibile della donna nella famiglia. Le doti di delicatezza, peculiare sensibilità e tenerezza, di cui è ricco l’animo femminile, rappresentano non solo una genuina forza per la vita delle famiglie, per l’irradiazione di un clima di serenità e di armonia, ma una realtà senza la quale la vocazione umana sarebbe irrealizzabile. E questo è importante. Senza questi atteggiamenti, senza queste doti della donna, la vocazione umana non può essere realizzata.

Se nel mondo del lavoro e nella sfera pubblica è importante l’apporto più incisivo del genio femminile, tale apporto rimane imprescindibile nell’ambito della famiglia, che per noi cristiani non è semplicemente un luogo privato, ma quella “Chiesa domestica”, la cui salute e prosperità è condizione per la salute e prosperità della Chiesa e della società stessa. Pensiamo alla Madonna: la Madonna nella Chiesa crea qualcosa che non possono creare i preti, i vescovi e i Papi. E’ lei l’autentico genio femminile. E pensiamo alla Madonna nelle famiglie. A cosa fa la Madonna in una famiglia. La presenza della donna nell’ambito domestico si rivela quanto mai necessaria, dunque, per la trasmissione alle generazioni future di solidi principi morali e per la stessa trasmissione della fede.

A questo punto viene spontaneo chiedersi: come è possibile crescere nella presenza efficace in tanti ambiti della sfera pubblica, nel mondo del lavoro e nei luoghi dove vengono adottate le decisioni più importanti, e al tempo stesso mantenere una presenza e un’attenzione preferenziale e del tutto speciale nella e per la famiglia? E qui è il campo del discernimento che, oltre alla riflessione sulla realtà della donna nella società, presuppone la preghiera assidua e perseverante.

E’ nel dialogo con Dio, illuminato dalla sua Parola, irrigato dalla grazia dei Sacramenti, che la donna cristiana cerca sempre nuovamente di rispondere alla chiamata del Signore, nel concreto della sua condizione. Una preghiera, questa, sempre sostenuta dalla presenza materna di Maria. Lei, che ha custodito il suo Figlio divino, che ha propiziato il suo primo miracolo alle nozze di Cana, che era presente sul Calvario ed alla Pentecoste, vi indichi la strada da percorrere per approfondire il significato e il ruolo della donna nella società e per essere pienamente fedeli al Signore Gesù Cristo e alla vostra missione nel mondo. Grazie!

Famiglia e teologia

7 gennaio 2014

02 gennaio 2014

Il nuovo anno si apre con un numero monotematico del nostro mensile dedicato alla famiglia, che sarà oggetto centrale di riflessioni e analisi nel mondo cattolico in preparazione al sinodo convocato per l’ottobre 2014 su questo tema. Le donne infatti — al centro delle relazioni che tengono insieme la famiglia e la animano, sia per quanto riguarda gli aspetti quotidiani concreti  che per quelli relazionali e affettivi — sono anche centrali nel fare della famiglia il luogo della trasmissione dell’esperienza di fede.

Ma quest’anno porta anche una novità: per rispondere alla richiesta, più volte ripetuta, di Papa Francesco di approfondire una teologia della donna, in modo da definire meglio il suo posto nella vita della Chiesa, aggiungiamo una pagina al nostro mensile dedicata esclusivamente a questo argomento. Ogni mese un teologo o una teologa  svilupperà in questo spazio le sue considerazioni su questa questione aperta e centrale nella Chiesa di oggi, arricchendo così di nuovo alimento la discussione in corso. Abbiamo deciso di chiedere la collaborazione anche — se non soprattutto — a non specialisti del tema. Pensiamo infatti che gli specialisti in genere già hanno scritto, e le loro riflessioni quindi sono disponibili anche senza il nostro intervento, e poi soprattutto che questo tema è così centrale nella vita cristiana contemporanea da essere necessariamente oggetto di pensiero e di proposte da parte di tutti, soprattutto di tutti coloro che nella loro vita hanno fatto della riflessione sulla Chiesa un momento centrale. La serie delle riflessioni teologiche è aperta da Pierangelo Sequeri, teologo molto ammirato e amato, che non si è mai dedicato alla questione femminile in particolare, e proprio per questo offre un’analisi fresca, nuova, molto stimolante per tutti. Egli ci dimostra ancora una volta come la teologia possa diventare pensiero vitale e utile per affrontare i problemi della vita della Chiesa. Continueremo per alcuni mesi con queste nuove pagine, per proporre, alla fine di questa esperienza, una tavola rotonda di discussione delle proposte fatte, che sarà pubblicata. Il nostro intento è dare il via ai lavori, offrendo le fatiche raccolte, per le conclusioni, a Papa Francesco. (l.s.)

L’OSSERVATORE ROMANO

Oggi in tv un programma sulle donne nella Chiesa

28 dicembre 2013

http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/
articolo/fede-faith-fe-televisione-television-television-30810/

Il quotidiano on line “La Perfetta Letizia” riflette sulle donne alla sequela di Gesù

27 dicembre 2013

Tra le iniziative dedicate al periodo di Natale c’è una riflessione speciale sulla donna, ispirata alla centralità della figura di Maria nell’Avvento. L’idea nasce dal quotidiano on line d’ispirazione cattolica, la Perfetta Letizia, e in particolare da una delle redattrici, Monica Cardarelli, che ha raccolto le testimonianze di donne impegnate nella società, nella Chiesa e nel mondo della cultura, attente a vivere alla “sequela” di Gesù.

Ascoltiamo da Monica Cardarelli il perché di questa iniziativa e che idea si vuol dare al lettore. L’intervista è di Gabriella Ceraso.

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Donne, Chiesa , Mondo. Inserto mensile de L’Osservatore Romano

21 dicembre 2013

http://vaticanresources.s3.amazonaws.com/files%2Fa9a04cff268ceb85f6bdd9a61a056119.pdf

Video: A sua immagine, Come il buon samaritano, Eleonora Cantamessa

13 dicembre 2013

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/
ContentItem-9cc16bf4-4da8-4326-b3a3-aa6e3403b353.html

Intervista a Maria Voce. Donne nella chiesa

2 dicembre 2013

(Intervista pubblicata su Corriere della Sera del 30 novembre 2013 a Maria Voce, presidente del Movimento dei Focolari dal 2008, dopo Chiara Lubich. Il 7 dicembre 2011 Benedetto XVI l’ha nominata consultrice del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, unica donna tra i 15 nuovi consultori.)


A chiederle se le dispiace di non poter essere un sacerdote, lei che è una delle donne più influenti della Chiesa, si fa una risata sommessa: «Guardi, conosco pastore evangeliche legate al movimento, amiche e donne eccezionali che fanno molto bene nelle loro chiese, però io non ho mai pensato che la possibilità di diventare sacerdote aumentasse la dignità della donna. Sarebbe solo un servizio in più. Perché il punto è un altro: come donne, quello cui dobbiamo tendere, mi sembra, è vedere riconosciuta la pari dignità, la pari opportunità nella Chiesa cattolica. Servizio e non servitù, come dice lo stesso Papa Francesco…». Maria Voce guida dal 2008 i Focolari, due milioni e mezzo di aderenti in 182 Paesi, l’unico movimento guidato per statuto da una donna. È succeduta alla fondatrice, Chiara Lubich, che la chiamava «Emmaus» ed è sepolta poco distante, nella piccola cappella del centro mondiale di Rocca di Papa, con la vetrata che guarda tra i pini la sua casa e, di fronte alla lapide, un mosaico a rappresentare Maria come Madre della Chiesa. Il 7 dicembre saranno passati 70 anni dalla «consacrazione a Dio» di Chiara. Una donna laica che anticipò diversi temi del Concilio. «La Chiesa come apertura, comunione, amore reciproco…».
Qual è oggi il ruolo delle donne nella Chiesa, e quanto sono ascoltate?
«Il ruolo è quello di ogni essere umano, uomo o donna, che appartiene alla Chiesa come corpo mistico di Cristo. Come venga considerato da altri, invece, è una cosa un po’ diversa. Mi pare che ledonne non abbiano ancora molta voce in capitolo. Tante volte si riconoscono loro i valori di umiltà, docilità, flessibilità, però un po’ ci si approfitta di questo. Il Santo Padre, del resto, ha detto che gli  fa pena vedere la donna in servitù, non la donna a servizio: il servizio è una parola chiave del suo pontificato, ma in quanto servizio d’amore. Non nel senso di servizio perché sei considerata inferiore e quindi sottomessa. In questo credo ci sia ancora da fare».
Il Papa ha detto che bisogna pensare una «teologia della donna». Che significa, per lei?
«Io non sono una teologa. Ma il Papa ha dato il titolo: “Maria è più grande degli apostoli”. È bello che lo dica, è molto forte. Però da questo deve venire fuori la complementarietà. La partecipazione anche al magistero, in un certo senso…».
In che senso?
«Chiara pensava Maria come il cielo azzurro che contiene il sole, la luna e le stelle. In questa visione, se il sole è Dio e le stelle i santi, Maria è il cielo che li contiene, che contiene anche Dio: per volontà proprio di Dio che si è incarnato nel suo seno. La donna nella Chiesa è questo, deve
avere questa funzione, che può esistere solo nella complementarietà con il carisma petrino. Non può esserci soltanto Pietro a guidare la Chiesa, ma ci deve essere Pietro con gli apostoli e sostenuto e circondato dall’abbraccio di questa donna-madre che è Maria».
Per Francesco bisogna riflettere sul posto della donna «anche dove si esercita l’autorità». Come si potrebbe fare?
«Le donne potrebbero guidare dei dicasteri di Curia, per dire, non vedo difficoltà. Io non capisco perché, ad esempio, a capo di un dicastero sulla famiglia ci debba essere necessariamente un cardinale. Potrebbe benissimo esserci una coppia di laici che vivono cristianamente il loro
matrimonio e, con tutto il rispetto, sono di sicuro più al corrente di un cardinale dei problemi della famiglia. Lo stesso potrebbe valere per altri dicasteri. Mi pare normale».
Che altro?
«Penso alle Congregazioni generali prima del conclave. Potrebbero parteciparvi le madri superiori delle grandi congregazioni, magari rappresentanti elettivi delle diocesi. Se l’assise fosse più ampia, aiuterebbe anche il futuro Papa. Del resto, perché deve consultarsi solo con gli altri cardinali? È una limitazione».

Può valere anche per il gruppo cardinalizio di Consiglio voluto da Francesco?
«Certo. Non vedo un gruppo di sole donne che si aggiunge. Sarebbe più utile un organismo misto, con le donne e altri laici che assieme ai cardinali possano dare le informazioni necessarie e delle prospettive. Questo mi entusiasmerebbe».
E le donne cardinale? Si parlò di Madre Teresa, come l’avrebbe vista?
«Vorrei capire come si sarebbe vista lei! Una donna cardinale potrebbe essere un segno per l’umanità, ma non per me né per le donne in generale, credo. Non mi interessa. Sarebbe una persona eccezionale che è stata fatta cardinale. Va bene, ma poi? Grandi figure, sante e dottori della Chiesa, sono state valorizzate. Ma è la donna in quanto tale che non trova il suo posto. Ciò che va riconosciuto è il genio femminile nel quotidiano».

La famosa complementarietà…
«Certo. Parlavo di carisma petrino e carisma mariano. Ma in generale direi fra uomo e donna, la complementarietà iscritta nel disegno divino. L’uomo a immagine di Dio, “maschio e femmina li creò”, non si realizza altrimenti. Vale pure per i consacrati: anche se uno rinuncia al rapporto
sessuale non può rinunciare al rapporto, alla relazione con l’altro».

Omaggio a Maria Callas: New York, 2 dicembre 1923 – Parigi, 16 settembre 1977

2 dicembre 2013

Anna Maria Cecilia Sophia Kalogeropoulou, in arte Maria Callas, è stata un soprano greco, in possesso della nazionalità statunitense e naturalizzata italiana fino al 1966, quando vi rinunciò per ottenere quella greca.

Soprannominata la Divina, la Dea, la Diva, fu   la regina indiscussa della lirica mondiale, ma soprattutto in Italia.

Oggi, lunedì 2 dicembre 2013, si festeggia il 90esimo anniversario della sua nascita avvenuta nel 1923 a New York, per poi scomparire in solitudine a Parigi il 16 settembre 1977.

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Video: Sulla via di Damasco, Il talento delle donne

26 novembre 2013

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem
-c027eace-aba2-4fe7-b6fa-a0f964ab2ffd.html

Sabato a Maria. C.M.Martini. “Una chiesa in ascolto delle donne”

23 novembre 2013

Intervento di Carlo Maria Martini al Convegno sulla presenza delle donne nella Chiesa tenuto a Milano nell’aprile del 1981 e recentemente riedito dal libro “Lo straordinario dell’ordinario” con prefazione di Emma Cavallaro del Coordinamento Teologhe Italiane.

 
«Perché, si chiede ad esempio la donna, identificare l’immagine di Dio con quella trasmessaci da una cultura maschilista? Quale l’annuncio kerigmatico per lei, non rinchiuso in una visione moralistica? Quali indicazioni per un cammino spirituale e di santità che la stimolino
adeguatamente? Quali indicazioni per una rinnovata prassi pastorale, per un cammino vocazionale per il matrimonio, per la consacrazione religiosa, la famiglia, in considerazione della nuova coscienza di sé che la donna ha acquisito? Quali indicazioni per un linguaggio globale, anche
liturgico, che non faccia sentire esclusa, nella sua elaborazione, la donna?Perché così poche e inadeguate risposte alla valorizzazione del proprio corpo, dell’amore fisico, dei problemi della maternità responsabile?Perché la pur grande presenza delle donne nella Chiesa non ha inciso nelle sue strutture? E nella prassi pastorale perché attribuire alla donna solo quei compiti che lo schema ideologico e culturale
della società le attribuiva, e perché non esplicitare i suoi carismi “opera dello Spirito Santo”

I ruoli ecclesiali affidati alle donne sono allora secondo i carismi di una Chiesa condotta dallo Spirito oppure ancora frutto di una mentalità maschile?
Le donne si chiedono tutto questo. Non sempre lo esprimono. Sentono ancora timore a infrangere una “iconografia” della donna cristiana, dentro la quale peraltro stentano a riconoscersi e non riescono più ad adattarsi.
La Chiesa deve porsi in ascolto. Deve lasciarle esprimere da protagoniste. Il loro modo di leggere, interpretare la vita ha una rilevanza che deve segnare un cammino pastorale che non può vedere le donne perennemente soggette o brave e fedeli esecutrici, quasi vergognose o timide di fronte alla forza che potrebbero esprimere in novità.
I ministeri, carismi, servizi, sono doni per la comunità ed esigono una profonda e attenta rilettura che apra nuove vie alla comprensione del ruolo delle donne nella Chiesa.La filosofia e la teologia nelle loro varie branche, l’esegesi biblica, la pastorale hanno un compito urgente da svolgere con gli strumenti che a loro sono propri.
Le scienze umane aprono loro ampi spazi di documentazione e di fondazione. Ma anche la vita delle donne, anzi, dalla loro vita parte un richiamo fortissimo di novità. Le più mature non esprimono vane rivendicazioni di false parità: chiedono di costruire in pienezza e con coraggio,mettendo in discussione se stesse, la società e la Chiesa».

Doris Lessing. Discorso tenuto all’accettazione del Premio Nobel 2007 per la Letteratura

19 novembre 2013

Discorso tenuto da Doris Lessing per l’accettazione del Premio Nobel per la Letteratura 2007.
La scrittrice  è morta domenica scorsa,  all’età di 94 anni . Nata in Iran, cresciuta nello Zimbabwe, dove è ambientato il primo dei suoi oltre 50 romanzi “L’erba canta” (1950), da oltre cinquanta anni viveva a Londra. L’autrice de “Il Taccuino d’oro” (1962), considerato il suo capolavoro e definito una sorta di “bibbia del femminismo”, fu premiata dall’Accademia di Svezia come “cantrice dell’esperienza femminile che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa”.
Ha avuto tre figli.
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“Mi trovo su una soglia a guardare attraverso nuvole di polvere che soffia, verso dove mi dicono che c’è ancora foresta non disboscata. Ieri sono passata in macchina fra migliaia di ceppi e resti bruciacchiati di incendi dove, nel 1956, c’era la più meravigliosa foresta che io abbia mai visto, ora tutta distrutta. La gente deve mangiare. Ha bisogno di carburante per accendere il fuoco. E’ il nordovest dello Zimbabwe all’inizio degli anni Ottanta, e sono venuta a trovare un amico che insegnava in una scuola di Londra. E’ qui per “aiutare l’Africa”, come diciamo noi. E’ un’anima dolce e idealista, e quello che ha trovato in questa scuola lo ha talmente scioccato che è entrato in una depressione dalla quale ha fatto fatica a riprendersi. Questa scuola è come ogni altra costruita dopo l’indipendenza. Consiste in quattro grandi stanze di mattoni una accanto all’altra, messe direttamente nella polvere, un due tre quattro, con mezza stanza a un’estremità, che è la biblioteca. In queste aule ci sono delle lavagne, ma il mio amico si tiene i gessi in tasca, perché altrimenti verrebbero rubati. Nella scuola non c’è un atlante o un mappamondo, non ci sono libri di testo né quaderni né biro… Nella biblioteca non ci sono libri del tipo che gli alunni vorrebbero leggere, ma solo tomi di università americane, difficili perfino da sollevare, rifiuti delle biblioteche bianche, gialli o titoli come Weekend a Parigi o Felicity trova l’amore. C’è una capra che cerca di trovare sostentamento in un po’ di erba vecchia. Il preside della scuola si è intascato i fondi ed è stato sospeso. Il mio amico non ha denaro perché tutti, alunni e insegnanti, glielo chiedono in prestito quando viene pagato e probabilmente non glielo restituiranno mai. Gli allievi hanno dai sei ai ventisei anni, perché alcuni che non hanno ricevuto un’istruzione da bambini sono qui per recuperare. Alcuni allievi percorrono molte miglia a piedi ogni mattina, che piova o faccia bello, attraversando anche i fiumi. Non possono fare i compiti perché nei villaggi non c’è la luce, e non si riesce a studiare facilmente alla luce di un ciocco di legna che brucia. Le ragazze devono andare a prendere l’acqua e cucinare prima di avviarsi a scuola, e poi quando tornano.

Intervista ad Andé Vauchez, Medioevo al femminile

13 novembre 2013
tratto da l’Avvenire del 13.11.2013
«Una delle ragioni per cui Francesco d’Assisi continua ad interessare così tanto la nostra epoca è legata probabilmente al fatto che viviamo in società per certi aspetti simili alla sua. Egli visse in un’epoca di forte crescita del divario fra ricchi e poveri. Un’epoca, come la nostra, di nuovi poveri».Parlare con il grande medievista francese André Vauchez, classe 1938, non significa solo risalire il fiume dei secoli, ma pure comprendere meglio il nostro. L’ex direttore dell’Ecole française a Roma (1995-2003), membro dell’Accademia dei Lincei e appassionato dell’Italia, dove ha trascorso quasi vent’anni, è adesso insignito del prestigioso Premio Balzan, che riceverà a Berna venerdì 15 novembre, insieme con gli altri premiati, Manuel Castells per la sociologia, Alain Aspects per l’informazione e la comunicazione quantistica, Pascale Cossart per la ricerca sulle malattie infettive. Nel suo appartamento parigino, rievoca alcuni temi cari, come la santità medievale, le grandi mistiche, il profetismo cristiano, il poverello di Assisi. «Non è un caso», dice sull’arrivo del nome Francesco al soglio di Pietro.

Professor Vauchez, lavorare in Francia sulla storia religiosa le ha valso incomprensioni, almeno all’inizio?

G. Ravasi. Una “Her story” del Vangelo

11 novembre 2013

Di seguito la recensione di G. Ravasi al libro di Michel Gourgues, Ni homme ni femme, Cerf, Paris-Médiaspaul, Montréal

«Trovo che amara più della morte è la donna: essa è tutta lacci, una rete il suo cuore, catene le sue braccia. Chi è gradito a Dio la sfugge, ma chi fallisce ne resta catturato». L’acida misoginia del Qohelet-Ecclesiaste (7,26) non è che la spia accesa e rovente di un contesto socio-culturale
patriarcale e maschilista che assedia le Scritture sacre ebraiche e che conferma quanto la parola divina sia “incarnata” ed esiga, perciò, una sana ermeneutica per evitare di precipitare nella soffocante palude del fondamentalismo. Queste coordinate così rigide sono state spezzate dall’irruzione del cristianesimo? Le Scritture sacre greche cristiane segnano al riguardo una svolta radicale?

A rispondere al quesito si sono dedicati vari esegeti e teologi, soprattutto quando le discipline sacre – per secoli appannaggio del ceto maschile – hanno registrato la cospicua presenza di donne, a tal punto da dare origine a una teologia femminista militante, pronta a ritrascrivere la his-story sacra in una her-story della salvezza.
Agli interrogativi sopra evocati risponde anche un apprezzato teologo domenicano, docente nella canadese Carleton University di Ottawa, Michel Gourgues. Il titolo rimanda a un lapidario asserto paolino: «Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più né maschio né femmina perché voi tutti siete uno solo in Cristo» (Galati 3,28).

Studiato anche nel suo contesto letterario, l’assioma rivela la sua qualità di memoria della primigenia tradizione gesuanica su questo tema. Il Gesù storico, infatti, è indubbiamente in distonia con l’eredità giudaica e Gourgues si premura di allestire nel primo capitolo del suo saggio il dossier di un tale atteggiamento inedito «in opere e in parole», rubricandolo sotto l’appello che Gesù rivolge a due donne: «Coraggio, figlia
mia!» (Marco 5,34.41).
Anche il Jesus remembered, ossia il Cristo descritto dagli evangelisti (per usare una locuzione dell’esegeta americano James D. G. Dunn), manifesta questa apertura, sia pure con qualche ombra, come quando il più “femminista” degli evangelisti, Luca, ricorda che Gesù era accompagnato da varie donne – tra le quali anche un’aristocratica come Giovanna moglie di Cuza sovrintendente alle finanze del re Erode Antipa – e che esse «servivano coi loro beni» sia lui sia gli apostoli (Luca 8,1- 3). In realtà, questo verbo del servizio, che è ripreso anche nel caso della suocera di Pietro (Marco 1,37) e in quello di Marta, la sorella di Lazzaro e Maria, amici di Gesù (Luca 10,40), riflette una prassi normale nell’orizzonte storico di allora (e non solo…), ma è pure applicato ai maschi discepoli ai quali si ricorda che, per essere primi nel regno di Dio, bisogna “servire” come ha fatto lo stesso Cristo (Marco 9,35; 10,42-45). Il verbo, in greco, è diakonéo e avrà nel linguaggio neotestamentario una connotazione spirituale ulteriore (donde il nostro “diacono”).
Tuttavia, il realismo dell’Incarnazione, ossia di una religione come quella cristiana che non è esoterica e alienante, mitica e misticoide, costringe anche a segnalare gli impacci, i ripiegamenti, i condizionamenti sociali e culturali. Proprio per questo Gourgues al titolo solare del suo saggio Ni
homme ni femme aggiunge un sottotitolo emblematico: «L’atteggiamento del primo cristianesimo riguardo alla donna. Evoluzioni e regressioni». Il capitolo quarto è appunto riservato ai «rischi dell’inculturazione» che trasforma il percorso certamente “progressivo” della prima cristianità in un itinerario sinusoidale con avancées et reculs, per usare le parole dello studioso canadese. Il sale del messaggio evangelico così saporoso può, infatti, insipidirsi o almeno attenuarsi di gusto nel confronto con le situazioni contingenti. È ciò che appare, ad esempio, in una serie di testi neotestamentari paolini, considerati da molti esegeti come secondari, frutto cioè dell’orizzonte teologico-pastorale legato all’Apostolo. Il cristianesimo, d’altronde, proprio per evitare la deriva settaria isolazionista, doveva confrontarsi con la legislazione, i costumi, le tradizioni dell’ambiente in cui si stava ramificando, ambiti nei quali risultava normale la “sottomissione” della donna al marito (si leggano Colossesi 3,18-19; Efesini 5,21-24; Tito 2,4-5, testi nei quali è reiterato il verbo tecnico giuridico dell’hypotássomai, l'”essere sottomessi”). Più pesante risulta, però, il monito che è registrato in un altro di tali scritti deuteropaolini, la Prima Lettera a Timoteo. All’interno di un’esortazione esplicitamente destinata alle donne cristiane, con una nota persino sul loro abbigliamento, si legge un paragrafo sconcertante per il lettore moderno credente o no: «La donna impari in silenzio, in piena sottomissione. Non permetto alla donna di insegnare né di dominare sull’uomo; rimanga piuttosto in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non Adamo fu ingannato, ma chi si rese colpevole di trasgressione fu la donna, che si lasciò sedurre. Ora lei sarà salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con saggezza» (1 Timoteo 2, 11-15).
Ovviamente non possiamo ora identificare le componenti culturali – soprattutto giudaiche – sottese a questo passo che ebbero poi incidenze in molte scelte pastorali. Gourgues esegue questa operazione con rigore e senza indulgenze apologetiche, considerando questo testo come «il punto estremo di un irrigidirsi (durcissement) progressivo dell’atteggiamento cristiano nei confronti della donna». Un approdo non definitivo, però, proprio perché lo stesso Gourgues identifica almeno tre tappe in un processo generale che è più complesso: l’affermazione dello specifico cristiano, libero e liberante rispetto al modello socio-culturale contingente, il riferimento dello specifico cristiano a quel modello nella concretezza delle situazioni e, infine, la scelta presente proprio nel testo della Prima Lettera a Timoteo, che presuppone l’adozione di quel modello socio-culturale e lo sforzo (teologicamente faticoso) di giustificarlo.

G. RAVASI