Archive for the ‘Dottrina sociale della Chiesa’ Category

Papa a fine Sinodo: vero difensore dottrina non è chi difende le idee ma l’uomo

25 ottobre 2015

 

2015-10-24 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Chiesa non distribuisce anatemi, ma proclama la misericordia di Dio, al di là di quanti vogliono indottrinare il Vangelo per trasformarlo in pietre morte da scagliare contro gli altri: è quanto ha affermato il Papa, ieri pomeriggio, a conclusione dei lavori del Sinodo sulla famiglia. Il servizio di Sergio Centofanti:

 

 

Questioni affrontate senza mettere la testa sotto la sabbia
Un discorso intenso e forte. Papa Francesco, dopo aver ringraziato tutti i partecipanti ai lavori, ha passato in rassegna i vari significati di questo Sinodo. Certamente – ha detto –  non sono state trovate “soluzioni esaurienti a tutte le difficoltà e ai dubbi che sfidano e minacciano la famiglia” ma queste sono state messe “sotto la luce della Fede” e affrontate “senza paura e senza nascondere la testa sotto la sabbia”. Un Sinodo – ha detto – che ha “sollecitato tutti a comprendere l’importanza dell’istituzione della famiglia e del Matrimonio tra uomo e donna, fondato sull’unità e sull’indissolubilità, e ad apprezzarla come base fondamentale della società e della vita umana”.

 

Non nascondersi dietro dottrina per scagliare pietre
E’ stato un Sinodo che ha “dato prova della vivacità della Chiesa Cattolica, che non ha paura di scuotere le coscienze anestetizzate o di sporcarsi le mani discutendo animatamente e francamente sulla famiglia”. E poi ecco ancora cosa significa questo Sinodo per Papa Francesco:

“Significa aver testimoniato a tutti che il Vangelo rimane per la Chiesa la fonte viva di eterna novità, contro chi vuole ‘indottrinarlo’ in pietre morte da scagliare contro gli altri. Significa anche aver spogliato i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite”.

 

Superare ermeneutica cospirativa
Altro significato del sinodo è “aver affermato che la Chiesa è Chiesa dei poveri in spirito e dei peccatori in ricerca del perdono e non solo dei giusti e dei santi, anzi dei giusti e dei santi quando si sentono poveri e peccatori”:

“Significa aver cercato di aprire gli orizzonti per superare ogni ermeneutica cospirativa o chiusura di prospettive, per difendere e per diffondere la libertà dei figli di Dio, per trasmettere la bellezza della Novità cristiana, qualche volta coperta dalla ruggine di un linguaggio arcaico o semplicemente non comprensibile”.

 

Libertà di espressione, Chiesa non usa moduli preconfezionati
“Nel cammino di questo Sinodo – ha sottolineato ancora – le opinioni diverse che si sono espresse liberamente – e purtroppo talvolta con metodi non del tutto benevoli – hanno certamente arricchito e animato il dialogo, offrendo un’immagine viva di una Chiesa che non usa ‘moduli preconfezionati’, ma che attinge dalla fonte inesauribile della sua fede acqua viva per dissetare i cuori inariditi.

 

Inculturazione
Aldilà delle “questioni dogmatiche ben definite dal Magistero della Chiesa” – ha detto Papa Francesco – si è vista la diversa sensibilità dei pastori dei vari continenti secondo le loro culture: “L’inculturazione – ha affermato – non indebolisce i valori veri, ma dimostra la loro vera forza e la loro autenticità, poiché essi si adattano senza mutarsi, anzi essi trasformano pacificamente e gradualmente le varie culture.

 

No a relativismo e a demonizzazione degli altri
“Abbiamo visto, anche attraverso la ricchezza della nostra diversità – ha aggiunto – che la sfida che abbiamo davanti è sempre la stessa: annunciare il Vangelo all’uomo di oggi, difendendo la famiglia da tutti gli attacchi ideologici e individualistici”:

“E, senza mai cadere nel pericolo del relativismo oppure di demonizzare gli altri, abbiamo cercato di abbracciare pienamente e coraggiosamente la bontà e la misericordia di Dio che supera i nostri calcoli umani e che non desidera altro che «TUTTI GLI UOMINI SIANO SALVATI» (1 Tm 2,4), per inserire e per vivere questo Sinodo nel contesto dell’Anno Straordinario della Misericordia che la Chiesa è chiamata a vivere”.

 

Veri difensori dottrina sono quanti difendono non formule ma amore gratuito di Dio
Quindi ha sottolineato:

“L’esperienza del Sinodo ci ha fatto anche capire meglio che i veri difensori della dottrina non sono quelli che difendono la lettera ma lo spirito; non le idee ma l’uomo; non le formule ma la gratuità dell’amore di Dio e del suo perdono. Ciò non significa in alcun modo diminuire l’importanza delle formule, delle leggi e dei comandamenti divini, ma esaltare la grandezza del vero Dio, che non ci tratta secondo i nostri meriti e nemmeno secondo le nostre opere, ma unicamente secondo la generosità illimitata della sua Misericordia (cfr Rm 3,21-30; Sal 129; Lc 11,37-54)”.

 

Chiesa non distribuisce anatemi ma proclama misericordia di Dio
Il Papa invita a “superare le costanti tentazioni del fratello maggiore (cfr Lc 15,25-32) e degli operai gelosi (cfr Mt 20,1-16)”. Questo “significa valorizzare di più le leggi e i comandamenti creati per l’uomo e non viceversa (cfr Mc 2,27)”:

“Il primo dovere della Chiesa non è quello di distribuire condanne o anatemi, ma è quello di proclamare la misericordia di Dio, di chiamare alla conversione e di condurre tutti gli uomini alla salvezza del Signore (cfr Gv 12,44-50)”.

 

La misericordia in Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI
Infine cita tre Papi: il beato Paolo VI laddove dice che “Dio, in Cristo, si rivela infinitamente buono”; san Giovanni Paolo II che affermava: “La Chiesa vive una vita autentica quando professa e proclama la misericordia […] e quando accosta gli uomini alle fonti della misericordia del Salvatore, di cui essa è depositaria e dispensatrice”; e Papa Benedetto XVI: “La misericordia è in realtà il nucleo centrale del messaggio evangelico, è il nome stesso di Dio”.

 

(Da Radio Vaticana)

Papa applaudito al Congresso: costruire il bene comune, no ad ogni forma di violenza

24 settembre 2015

 

2015-09-24 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Storico discorso del Papa al Congresso degli Stati Uniti d’America. Francesco, primo pontefice in questa sede, ha parlato a tutti gli americani di accoglienza e dialogo per la costruzione del bene comune. “Sono un figlio di questo grande continente” ha detto. In un lungo intervento più volte applaudito ha esortato all’accoglienza, al rispetto delle libertà, esprimendosi contro ogni violenza, la pena di morte, il commercio di armi e un’economia che prevale sull’uomo. Migliaia di persone hanno salutato l’arrivo del Papa a Capitol Hill e dopo quando si è affacciato dal balcone di saluto dei presidenti che guarda l’area monumentale del National Mall. Da qui il Papa ha benedetto e salutato la folla. Il nostro inviato Massimiliano Menichetti:

 

Il Papa parla alla Plenaria del Congresso degli Stati Uniti dopo il lungo applauso e l’entusiasmo che lo ha accolto. Standing ovation in molti punti del suo discorso a partire dal saluto: sono contento di essere nella “terra dei liberi e casa dei valorosi”.

Il compito dei parlamentari
“Sono un figlio di questo grande continente” dice presentando immediatamente le sfide che ha la politica, che hanno i delegati eletti ovvero il perseguimento del bene comune, favorire l’unità, proteggere chi vulnerabile. Traccia un parallelismo con Mosè e sottolinea che come al patriarca e legislatore del popolo d’Israele, ai parlamentari è richiesto “di proteggere, con gli strumenti della legge, l’immagine e la somiglianza modellate da Dio su ogni volto umano”:

“Oggi vorrei rivolgermi non solo a voi, ma, attraverso di voi, all’intero popolo degli Stati Uniti”.

Il bene condiviso
Uomini e donne dice il Papa che “non si preoccupano semplicemente di pagare le tasse”, ma costruiscono, “sostengono” giorno dopo giorno “la vita della società”, dando “una mano a chi ha più bisogno”. Poi guarda alle radici degli Stati Uniti e lega la realtà di oggi ai sacrifici di sempre, anche a costo della vita, per un futuro migliore, per un bene condiviso e cita gli americani: Abraham Lincoln, Martin Luther King, Dorothy Day e Thomas Merton:

“Un popolo con questo spirito può attraversare molte crisi, tensioni e conflitti, mentre sempre sarà in grado di trovare la forza per andare avanti e farlo con dignità”.

Abraham Lincoln – la libertà – le minacce
Nel centocinquantesimo anniversario dell’assassinio del custode della libertà, il Presidente Lincoln, il Papa sottolinea che un futuro di libertà “richiede amore per il bene comune e collaborazione in uno spirito di sussidiarietà e solidarietà”. Francesco mostra preoccupazione per quella che definisce l’inquietante odierna situazione sociale e politica del mondo:

“Il nostro mondo è sempre più un luogo di violenti conflitti, odi e brutali atrocità, commesse perfino in nome di Dio e della religione. Sappiamo che nessuna religione è immune da forme di inganno individuale o estremismo ideologico”.

Centrale per il Papa è salvaguardare la libertà religiosa, la libertà intellettuale e le libertà individuali, ma senza cadere nelle polarizzazioni: “solo bene solo male”, “giusti e peccatori”. “Imitare l’odio e la violenza dei tiranni e degli assassini – rimarca –  è il modo migliore di prendere il loro posto e questo – aggiunge – è qualcosa che voi, come popolo, rifiutate”:

“La nostra, invece, dev’essere una risposta di speranza e di guarigione, di pace e di giustizia”, questo “per risolvere le molte crisi economiche e geopolitiche” in atto.

La pace – il rispetto degli impegni
Gli sforzi esorta Francesco devono “puntare a restaurare la pace, rimediare agli errori, mantenere gli impegni, e così promuovere il benessere degli individui e dei popoli”. In questa costruzione fondamentale parte importante è anche la voce della fede “che cerca di far emergere il meglio in ogni persona e in ogni società”. E contribuisce a eliminare le nuove forme globali di schiavitù, “nate da gravi ingiustizie le quali possono essere superate solo grazie a nuove politiche e a nuove forme di consenso sociale”:

“Se la politica dev’essere veramente al servizio della persona umana, ne consegue che non può essere sottomessa al servizio dell’economia e della finanza”. “Politica – dice – è espressione del nostro insopprimibile bisogno di vivere insieme in unità”.

Martin Luther King – Immigrazione e accoglienza
Pensando alla marcia che Martin Luther King ha guidato da Selma a Montgomery per i pieni diritti civili e politici per gli Afro-Americani. Parla di un “sogno” che continua ad ispirare milioni di persone che negli ultimi secoli sono giunti in questa terra:

“Noi, gente di questo continente, non abbiamo paura degli stranieri, perché molti di noi una volta eravamo stranieri. Vi dico questo come figlio di immigrati, sapendo che anche tanti di voi sono discendenti di immigrati”.

“Educhiamo le nuove generazioni a non voltare le spalle al loro “prossimo” – legge – puro sottolineando che i flussi di rifugiati sono di proporzioni che non si vedevano dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Una sfida per il Papa che non deve spaventare per dare una risposta che sia umana, giusta e e fraterna”. “Fai agli altri  ciò che vorresti che gli altri facessero a te” – dice -.

“In una parola, se vogliamo sicurezza, diamo sicurezza; se vogliamo vita, diamo vita; se vogliamo opportunità, provvediamo opportunità”.

No alla pena di morte
Da qui il no netto alla pena di morte:

“Ogni vita è sacra, ogni persona umana è dotata di una inalienabile dignità, e la società può solo beneficiare dalla riabilitazione di coloro che sono condannati per crimini”.

Dorothy Day – la giustizia sociale – la cura del Creato
Poi menzionando la serva di Dio Dorothy Day, che ha fondato il Catholic Worker Movement, esempio di impegno sociale e giustizia “per far uscire la gente dalla povertà estrema”, Francesco rimarca che in tempi di crisi e “di difficoltà economica non si deve perdere lo spirito di solidarietà globale” e portare la speranza a chi intrappolato nel “cerchio della povertà” e della fame. Fondamentale per spezzare questa catena “un’economia che cerca di essere moderna, inclusiva e sostenibile”, al “servizio al bene comune” e rispettosa del Creato. Più volte ha citato la sua Enciclica “Laudato sì”:

“Ora è il momento di azioni coraggiose e strategie dirette a implementare una «cultura della cura»”.

Il Papa esorta a prendersi cura della natura, a combattere la povertà anche orientando tecnologie e limitando i poteri.

Thomas Merton – la costruzione di ponti tra i popoli

Tratteggiando la figura del monaco cistercense Thomas Merton, uomo di preghiera, un pensatore – precisa – che ha sfidato le certezze del suo tempo promuovendo la “pace tra popoli e religioni”. Ha esortato alla costruzione di ponti riferendosi indirettamente ai rinnovati rapporti Cuba-Usa. Un buon leader politico opta sempre per «iniziare processi più che possedere spazi» – continua il Papa – tra gli applausi:

“Essere al servizio del dialogo e della pace significa anche essere veramente determinati a ridurre e, nel lungo termine, a porre fine ai molti conflitti armati in tutto il mondo”.

No alla vendita di armi
Il Papa ha condannato i profitti derivanti dalla vendita di armi: “Un denaro intriso di sangue, spesso innocente”.

“Davanti a questo vergognoso e colpevole silenzio, è nostro dovere affrontare il problema e fermare il commercio di armi”.

Le famiglie
Poi lo sguardo del Papa va al Meeting Mondiale delle famiglie di Filadelfia dove sarà sabato e domenica. Ribadisce la centralità della “famiglia nella costruzione di questo Paese!”. Io  posso solo riproporre – aggiunge – l’importanza  e, soprattutto,  la ricchezza  e la  bellezza  della  vita  familiare. Eppure non ha nascosto la preoccupazione per nuove minacce verso questa realtà che “forse come mai in precedenza” la “assediano dall’interno e dall’esterno”:

“Relazioni fondamentali sono state messe in discussione, come anche la base stessa del matrimonio e della famiglia”.

I giovani – l’auspicio per gli Usa
Volgendosi ai giovani rimarca che vivono in una cultura che li spinge a non formare una famiglia, “perché mancano loro possibilità per il futuro” o perché disorientati, “intrappolati” a volte “in un labirinto  senza speranza, segnato da violenze, abusi e disperazione”. “I loro problemi – dice – sono i nostri  problemi”.

Quindi torna a citare Lincoln, Martin Luther King, Dorothy Day e Merton che hanno testimoniato che la grandezza di una nazione è tale quando difende la libertà, consente alla gente di “sognare” pieni diritti per tutti, quando lotta per la giustizia e la causa degli oppressi, il dialogo e semina pace:

“Il mio auspicio è che questo spirito continui a svilupparsi e a crescere, in modo che il maggior numero possibile di giovani possa ereditare e dimorare in una terra che ha ispirato così tante persone a sognare”.

Il saluto alla folla nel National Mall
Emozionante poi il saluto in spagnolo alla folla radunata davanti al balcone di Capitol Hill, nell’area monumentale del National Mall. Il Papa si è rivolto ai bambini “i più importanti” ha detto poi ha benedetto tutti e chiesto sostegno per questo viaggio:

“E vi chiedo per favore di pregare per me e se tra di voi c’è qualcuno che non crede o non può pregare, vi chiedo per favore che mi auguri cose buone”.

(Da Radio Vaticana)

Papa: teologo è figlio del suo popolo, non separare dottrina e pastorale

5 settembre 2015

 

2015-09-04 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dottrina e pastorale sono legate come la preghiera e la vita. Così, in sintesi, Papa Francesco nel videomessaggio inviato al Congresso Internazionale di Teologia a Buenos Aires, svoltosi nel centenario della Facoltà di teologia dell’Università Cattolica Argentina e nel 50.mo anniversario del Concilio Vaticano II. Nel suo intervento, per la tre giorni di lavori, il Pontefice ha sottolineato l’importanza della memoria delle origini per poter affrontare con dinamismo le sfide del quotidiano, gioiosi nell’amore di Cristo. Massimiliano Menichetti:

 

Teologo è del popolo, credente, profeta
Memoria, studio e preghiera intrecciati alla concretezza della vita, dell’annuncio di Cristo. E’ la sfida che Papa Francesco ha ribadito ai tanti teologi riuniti per il Congresso Internazionale a Buenos Aires. Il teologo è principalmente figlio del suo popolo – ha spiegato – che “incontra le persone, le storie”, conosce “la tradizione”. “E’ l’uomo che impara ad apprezzare quello ha ricevuto come un segno della presenza di Dio”. Il teologo “è un credente” – ha proseguito – “che ha esperienza di Gesù Cristo e ha scoperto che senza di lui non può vivere”. Il teologo è un profeta perché riflettendo “la tradizione che ha ricevuto dalla Chiesa”, “mantiene viva la consapevolezza del passato”, creando l’invito al futuro in cui Gesù sconfigge l’autoreferenzialità e la mancanza di “speranza”. Centrale è la preghiera, via e realtà “tra passato e presente, tra il presente e il futuro”.

 

La memoria della Tradizione
Francesco ha sottolineato l’importanza di recuperare “la memoria del passaggio di Dio” nella “vita della Chiesa”, per sconfiggere divisioni e tentazioni. Guardando ai 100 anni della Facoltà teologica e ai 50 dal Concilio Vaticano II ha tracciato il legame tra tradizione e presente, tra studio e testimonianza in un “Cattolicesimo” che abbraccia tutto il tempo per poter essere “vero” e “autentico”. Ha spiegato che non può esistere una “Chiesa particolare isolata”, con la “pretesa di essere proprietaria e unica interprete della realtà e dell’azione dello Spirito”; così come – ha detto – non ci può essere una Chiesa universale che “ignora”, “rinnega” la realtà locale. Centrale è la tradizione della Chiesa definita “fiume vivo” che risale alle origini e si proietta verso il futuro, che “irriga” terre diverse, e “alimenta” varie aree geografiche del mondo”. Così – ha detto Francesco – si continua a ad “incarnare il Vangelo in ogni angolo” del pianeta in un modo “sempre nuovo”.

 

Relativismo e dignità della persona 
In questo senso il compito del teologo è “di discernere”, “riflettere” su cosa significhi essere un cristiano di oggi. Perché – spiega il Papa – il cristiano di oggi in Argentina non è lo stesso di 100 anni fa e non lo è allo stesso modo “in India, in Canada, a Roma”. Volgendo lo sguardo in particolare alle sfide che affronta l’Argentina ha parlato di multiculturalismo, relativismo e globalizzazione, che a volte “minimizzano” la dignità della persona “rendendola un bene di scambio”. Ha ribadito la via del Vangelo, che “continua ad essere presente per placare la sete” “del popolo” e che permette di allontanare due grandi “tentazioni”: quella che condanna ogni cosa rifugiandosi “nel conservatorismo o nel fondamentalismo” e quella che consacra tutte le novità, tutto ciò che ha un “nuovo gusto”, relativizzando “la saggezza”.

 

Dottrina e pastorale
In questo contesto – ha proseguito – lo studio della teologia acquista un valore di primaria importanza”, ma ha chiarito che non può esistere il concetto di mera “dottrina” “staccata dalla pastorale” e indicando i padri della Chiesa come “Ireneo, Agostino, Basilio, Ambrogio” ha rimarcato che “sono stati grandi teologi perché erano grandi pastori”. Quindi è tornato a ribadire la necessità dell’incontro, con le famiglie, i poveri, gli afflitti, le periferie, vie per una “migliore comprensione della fede”. “Una teologia che nasce al suo interno – ha sottolineato – ha il sentore di una proposta che può essere bella, ma non reale”. Le “domande del nostro popolo – ha aggiunto -, la loro angoscia, i loro sogni, le loro lotte, le loro preoccupazioni hanno un valore ermeneutico”, che non “possiamo” ignorare.

 

(Da Radio Vaticana)

Giustizia e pace: cambiare rotta seguendo l’Enciclica del Papa

1 luglio 2015

 

2015-07-01 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Cambia il Pianeta – Cura le persone” è la campagna lanciata oggi nel corso della presentazione, in Sala Stampa Vaticana, della Conferenza: “Le persone e il pianeta al primo posto: l’imperativo di cambiare rotta”, in programma domani e venerdì a Roma. L’incontro è organizzato dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace insieme alla rete Cisde, associazioni di ong cattoliche. Ce ne parla Benedetta Capelli:

 

 

L’Enciclica di Papa Francesco: “Laudato si’” è la guida, il faro che indica la strada per invertire la rotta sul fronte dei cambiamenti climatici. I relatori che in Sala Stampa vaticana hanno presentato la Conferenza di domani e venerdì a Roma lo hanno sottolineato più volte mettendone in luce la prospettiva innovativa e il richiamo urgente all’azione. Secondo il card. Peter Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, bisogna partire dall’osservazione del Papa ovvero che il clima è un bene comune, che siamo di fronte ad una delle sfide più importanti di questi tempi, che l’attività umana ha danneggiato l’ambiente con inevitabili ripercussioni a livello sociale, economico e politico. Pertanto è necessario cercare nuovi modi di intendere l’economia e il progresso. L’intervento del porporato è stato letto da Flaminia Giovanelli, sottosegretario del dicastero vaticano:

“Yet the single biggest obstacle…
L’unico grandissimo ostacolo ancora all’imperativo di cambiare corso non è economico, scientifico o anche tecnologico, ma piuttosto interno alle nostre menti e ai nostri cuori. Le stesse menti, che impediscono di prendere decisioni radicali e invertire il trend del riscaldamento globale, impediscono anche di raggiungere l’obiettivo di eliminare la povertà. E’ necessario un approccio nel complesso più responsabile per affrontare entrambi i problemi: la riduzione dell’inquinamento e lo sviluppo dei Paesi e delle regioni più povere”.

Bernd Nilles, segretario generale della Cisde, “International Alliance of Catholic Development Organisation”, ha messo in luce la necessità di lavorare insieme perché la solidarietà aiuta ad affrontare alla radice i problemi. Il suo è un invito alla partecipazione, a combattere la sfida del cambiamento climatico mettendo in campo soluzioni che possono partire dal basso, dai nostri stili di vita, dal far sentire la propria voce facendo pressioni sui governi e per questo la Conferenza di Parigi sul clima sarà cruciale. E in vista di questo appuntamento ha lanciato una campagna ad hoc:

“We launched today…
Abbiamo lanciato oggi, con questa conferenza stampa, la nuova campagna internazionale ‘Change for the planet, care for the people’ sullo stile di vita, che invita le persone a cambiare la propria vita e a percorrere una strada verso un futuro sostenibile”.

Sette i punti toccati dal prof. Ottmar Edenhofer, co-chair dell'”Intergovernmental Panel on Climate Change”, per raccontare l’Enciclica del Papa che non è solo un testo sul clima ma riguarda anche la povertà e l’ineguaglianza. “Difficile ma non impossibile”: così Naomi Klein, giornalista e scrittrice canadese, da anni teorica e attivista del movimento no-global, ha voluto invitare la politica a non nascondersi di fronte alla sfida dei cambiamenti climatici. Un intervento di grande impatto per lei che si definisce “femminista, ebrea e laica”, stupita dall’invito ma particolarmente colpita dall’Enciclica di Papa Francesco, che ha invitato a leggere con il cuore. Sotto accusa anche il sentirsi più forti della natura che ha portato all’incapacità di rispettare il creato:

“We can save ourselves…
Possiamo salvarci, ma solo se abbandoniamo il dominio e la supremazia e impariamo a lavorare con la natura”.

Nella sua analisi, Naomi Klein evidenzia come i modelli economici dominanti abbiano calpestato le persone:

“The truth is that we have arrived…
La verità è che siamo arrivati ad un punto pericoloso, in parte perché molti degli esperti economici ci hanno deluso, esercitando le loro forti capacità tecnocratiche senza saggezza. Hanno prodotti modelli che davano scandalosamente pochissimo valore alla vita umana, soprattutto a quella dei poveri, proteggendo i profitti aziendali e la crescita economica a tutti i costi.

“La posta in gioco è alta – afferma – e non possiamo dividerci, né permettere alle differenze di dividerci”. Naomi Klein ha ricordato la marcia di 400 mila persone nel settembre scorso a New York e il grido lanciato che va ascoltato:

“But difficult is not the same…
‘Difficile’ non è ‘impossibile’. Smettere di avere fiducia in un lavoro che può salvare innumerevoli vite e prevenire tanta sofferenza, semplicemente perché è difficile, costoso e richiede sacrificio, non è un atteggiamento pratico: è il tipo più vigliacco di resa”.

(Da Radio Vaticana)

“Laudato si'”: il pianeta ha bisogno di un'”ecologia integrale”

18 giugno 2015

2015-06-18 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ecologia integrale diventi un nuovo paradigma di giustizia, perché la natura non è una “mera cornice” della vita umana: questo il cuore della seconda Enciclica di Papa Francesco, “Laudato si’ sulla cura della casa comune”, pubblicata oggi. Il documento prende il titolo dall’invocazione di San Francesco d’Assisi nel “Cantico delle creature”. Suddivisa in sei capitoli, l’Enciclica raccoglie, in un’ottica di collegialità, anche diverse riflessioni delle Conferenze episcopali del mondo e si conclude con due preghiere, una interreligiosa ed una cristiana, per la salvaguardia del Creato. Il servizio di Isabella Piro:

 

“Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra”: Francesco di Roma si pone sulla scia di Francesco d’Assisi per spiegare l’importanza di un’ecologia integrale che diventi un nuovo paradigma di giustizia, in cui la preoccupazione per la natura, l’equità verso i poveri, l’impegno nella società, ma anche la gioia e la pace interiore risultano inseparabili. Nei sei capitoli dell’Enciclica, il Papa evidenzia che la nostra terra, maltrattata e saccheggiata, richiede una “conversione ecologica”, un “cambiamento di rotta” affinché l’uomo si assuma la responsabilità di un impegno per “la cura della casa comune”. Impegno che include anche lo sradicamento della miseria, l’attenzione per i poveri, l’accesso equo, per tutti, alle risorse del Pianeta.
1° capitolo: no alla cultura dello scarto. Tutelare diritto all’acqua
Il Papa mette in guardia dalle gravi conseguenze dell’inquinamento e da quella “cultura dello scarto” che sembra trasformare la terra, “nostra casa, in un immenso deposito di immondizia”. Dinamiche che si possono contrastare adottando modelli produttivi diversi, basati sul riutilizzo, il riciclo, l’uso limitato di risorse non rinnovabili. Anche i cambiamenti climatici sono “un problema globale”, spiega l’Enciclica, così come l’accesso all’acqua potabile, che va tutelato in quanto “diritto umano essenziale, fondamentale ed universale”, “radicato nell’inalienabile dignità” dell’uomo. Centrale, inoltre, la tutela della biodiversità perché ogni anno, a causa nostra, “scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che i nostri figli non potranno vedere”. E “non ne abbiamo il diritto”, sottolinea Francesco, evidenziando poi l’esistenza di un “debito ecologico”, soprattutto tra il Nord e il Sud del mondo, connesso a squilibri commerciali. “Il debito estero dei Paesi poveri – infatti – si è trasformato in uno strumento di controllo, ma non accade la stessa cosa con il debito ecologico”.

Creare sistema normativo per proteggere ecosistemi
“Il deterioramento dell’ambiente e quello della società – afferma il Papa – colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta”, spesso considerati “un mero danno collaterale”. Per questo, un vero approccio ecologico deve essere anche sociale. La soluzione, allora, non è la riduzione della natalità, ma il contrasto ad un consumismo “estremo e selettivo” di una parte della popolazione mondiale. Di fronte, poi, ad un certo intorpidimento e ad una “spensierata irresponsabilità” nell’uomo contemporaneo, urge “creare un sistema normativo” per assicurare la protezione degli ecosistemi.

2° capitolo: ambiente è dono di Dio, eredità comune da non distruggere
Si ribadisce la “tremenda responsabilità” dell’essere umano nei confronti del Creato e si ricorda che “l’ambiente è un dono collettivo, patrimonio di tutta l’umanità”, “eredità comune” da amministrare e non da distruggere. Seguendo il racconto biblico della Creazione, Papa Francesco evidenzia le tre relazioni fondamentali dell’uomo: con Dio, con il prossimo e con la terra. Ogni creatura ha una sua funzione, nessuna è superflua e tutto è “carezza di Dio”, scrive il Pontefice, ricordando che “ogni maltrattamento verso qualsiasi creatura è contrario alla dignità umana”. Tuttavia, la cura degli altri esseri viventi va sempre accompagnata dalla “compassione e preoccupazione” per l’uomo. Ed è per questo che serve la consapevolezza di una comunione universale. In quest’ottica, rientra il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni: la tradizione cristiana, infatti, “non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, ed ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata”.

3° capitolo: no a tecnocrazia. Essere amministratori responsabili del Creato
Tecnologia, antropocentrismo, lavoro ed ogm: l’Enciclica si snoda lungo questi quattro percorsi. Innanzitutto, pur riconoscendo i benefici del progresso tecnologico per lo sviluppo sostenibile, mette in guardia dalla tecnocrazia che dà “a coloro che detengono la conoscenza ed il potere economico di sfruttarla, un dominio impressionante sul mondo intero”. Allo stesso tempo, l’antropocentrismo moderno, che non riconosce la natura come norma, perde la possibilità di riconoscere il posto dell’essere umano nel mondo ed il suo ruolo di “amministratore responsabile” dell’universo.

Difesa della natura incompatibile con la giustificazione dell’aborto
Ne deriva una logica “usa e getta” che giustifica ogni tipo di scarto, che porta a sfruttare i bambini, ad abbandonare gli anziani, a ridurre altri in schiavitù, a sopravvalutare la capacità del mercato di autoregolarsi, a praticare la tratta di esseri umani ed il commercio di “diamanti insanguinati”. È la stessa logica di molte mafie, dei trafficanti di organi, del narcotraffico e dello scarto dei nascituri perché non corrispondono ai progetti dei genitori. Di fronte a tutto questo, occorre una “coraggiosa rivoluzione culturale” che mantenga in primo piano il valore delle relazioni tra le persone e la tutela di ogni vita umana, perché la difesa della natura “non è compatibile con la giustificazione dell’aborto”.

Proteggere il lavoro. Dibattito su ogm sia ampio e responsabile
Quindi, il Papa ribadisce la necessità di difendere il lavoro: tutti devono potervi accedere, perché esso “è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano”. “Rinunciare ad investire sulle persone in nome di un profitto immediato è un pessimo affare per la società”, afferma il Pontefice, evidenziando la necessità, a volte, di “porre limiti a coloro che detengono grandi risorse e potere finanziario”, affinché tutti possano beneficiare davvero della libertà economica. Quanto agli ogm, definiti “una questione di carattere complesso”, il Papa ne mette in luce, da una parte, il contributo alla soluzione di problemi economici, ma dall’altra le difficoltà legate alla “concentrazione di terre produttive nelle mani di pochi”. Per questo, afferma, serve “un dibattito scientifico e sociale responsabile ed ampio, in grado di chiamare le cose con il loro nome”.

4° capitolo: ecologia integrale è inseparabile da bene comune
L’ecologia integrale divenga, dunque, un nuovo paradigma di giustizia, perché l’uomo è connesso alla natura ed essa non è “una mera cornice” della nostra vita. “Non ci sono due crisi separate, una ambientale ed un’altra sociale – scrive il Papa – bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale”. Di qui, il richiamo alla “amicizia civica” ed alla solidarietà, sia intra- che inter-generazionale, la cui lesione “provoca danni ambientali”. L’ecologia integrale “è inseparabile dalla nozione di bene comune” e ciò implica il compiere scelte solidali sulla base di “una opzione preferenziale per i più poveri”.

Tutelare ricchezze culturali dell’umanità. Accettare proprio corpo, dono di Dio
Non solo: la vera ecologia riguarda anche la cura delle “ricchezze culturali dell’umanità”, come ad esempio delle “comunità aborigene”, e dell’ambiente urbano, per migliorare la qualità della vita umana negli spazi pubblici, nelle abitazioni, nei trasporti che in molte città, scrive il Papa, comportano “un trattamento indegno delle persone”. Centrale è anche l’accettazione del proprio corpo come dono di Dio per accogliere il mondo intero come casa comune donata dal Padre e vincere, così, la logica del dominio.

5° capitolo: Vertici mondiali sull’ambiente hanno deluso le aspettative
Cosa possiamo e dobbiamo fare, dunque? chiede Francesco. E la risposta è “dialogare ed agire”. Certo, spiega, “la Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica”, ma l’esortazione è comunque “ad un dibattito onesto e trasparente, perché le necessità o le ideologie non ledano il bene comune”. Il dialogo è ineludibile tra economia e politica, sottolinea il Pontefice, affinché “si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana”.  Il Pontefice chiama quindi in causa la politica internazionale e non risparmia un giudizio severo sui vertici mondiali relativi all’ambiente che, negli ultimi anni, “non hanno risposto alle aspettative” per una “mancanza di decisione politica”.

Serve governance globale. Dominio assoluto della finanza non ha futuro
Al contrario, serve una governance globale che si occupi dei beni comuni globali, perché spesso “sotto il rivestimento della cura per l’ambiente”, si aggiungono nuove ingiustizie per i Paesi più bisognosi di sviluppo e finisce per “piovere sempre sul bagnato”. Non solo: Francesco pone l’accento sulle criticità di un sistema che mira al “salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione”, e di un “dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi”.

No alla corruzione. Ridefinire il progresso per migliorare vita delle persone
Al livello nazionale, invece, la politica e l’economia devono uscire dalla logica di corto respiro, focalizzata sul profitto e sul successo elettorale a breve termine, dando spazio a processi decisionali onesti e trasparenti, lontani dalla corruzione che, in cambio di favori, “nasconde il vero impatto ambientale” dei progetti. Ciò che occorre, in sostanza, è “una nuova economia più attenta ai principi etici”, una “nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa”, un ritmo di produzione e di consumo più lento, così da “ridefinire il progresso”, legandolo al “miglioramento della qualità reale della vita delle persone”. Anche i diversi movimenti ecologisti e le religioni, in dialogo con la scienza, devono orientarsi alla cura della natura, alla difesa dei poveri, alla costruzione di una rete di rispetto e di fraternità. E non è un caso se Francesco cita il Patriarca ortodosso Bartolomeo, il filosofo protestante Paul Ricœur, il mistico islamico Ali A-Khawas. Numerose anche le citazioni del teologo Romano Guardini.

6° capitolo: la sobrietà è liberante. Vale la pena di essere buoni e onesti
Educazione e formazione restano dunque, le sfide centrali da affrontare. Di qui, il richiamo a “puntare su un altro stile di vita” perché “non tutto è perduto” e “l’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune”. Bastano piccoli gesti quotidiani, spiega il Papa: fare la raccolta differenziata dei rifiuti, ridurre il consumo di acqua, spegnere le luci inutili, coprirsi un po’ invece di accendere il riscaldamento e soprattutto “spezzare la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo”. “La sobrietà – scrive il Pontefice – vissuta con libertà e consapevolezza, è liberante” e “la felicità richiede di saper limitare quelle necessità che ci stordiscono”, lasciandoci invece aperti alle “molteplici possibilità che offre la vita”.  In questo modo, diventa possibile sentire che “abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo, che vale la pena di essere buoni e onesti”.

L’Eucaristia unisce cielo e terra. Al di là del sole, c’è la bellezza di Dio
Il Papa invita, infine, a guadare ai Sacramenti, esempi di come la natura sia stata assunta da Dio. In particolare, spiega, l’Eucaristia “unisce cielo e terra” e “ci orienta ad essere custodi di tutto il Creato”. Le lotte e le preoccupazioni per questo pianeta “non ci tolgano la gioia e la speranza” perché nel cuore del mondo c’è sempre l’amore del Signore.  E allora “Laudato si’!”, scrive Francesco in una delle due preghiere che concludono l’Enciclica e che fa eco all’invocazione del Poverello di Assisi: “Camminiamo cantando!” perché “al di là del sole, alla fine, ci incontreremo faccia a faccia con la bellezza di Dio”.

(Da Radio Vaticana)

Le nuove schiavitù regresso dell’umanità

18 aprile 2015

18 aprile 2015

 

 

 

Cercare nuovi metodi per combattere le schiavitù di oggi. E’ l’invito del Papa ai membri della Pontificia Accademia delle scienze sociali impegnati nella plenaria dedicata alla tratta di persone.

 

Papa udienza Accademia scienze sociali 18-04-2015

Dopo 20 anni l'”Evangelium Vitae” è sempre attuale

25 marzo 2015

 

2015-03-25 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Rispettare la dignità umana e promuovere la vita è una luce che la Chiesa continua ad accendere a difesa dell’umanità e del Vangelo”. Così si è espresso mons. Jean-Marie Mate Musivi Mupendawatu, segretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, a margine della giornata di studio, tenutasi oggi presso l’aula San Pio X, per i vent’anni della “Evangelium vitae”. L’anniversario, che coincide con il giorno in cui la Chiesa ricorda l’Annunciazione del Signore, è stato preceduto ieri sera da una veglia internazionale di preghiera, che si è svolta contemporaneamente presso i santuari di Fatima, Lourdes, Guadalupe e presso la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Il servizio di Elvira Ragosta:

 

 

A vent’anni esatti dalla pubblicazione dell’”Evangelium vitae”,  mons. Mupendawatu  sottolinea l’attualità dell’Enciclica con cui San Giovanni Paolo II ha manifestato la verità sul valore e l’inviolabilità della vita umana, da quella nascente a quella sua via del tramonto:

“Rispettare questa dignità e promuovere questa vita stessa che è dono di Dio nell’uomo è un compito non solo della Chiesa, ma di tutta l’umanità, di tutto il mondo. E’ una luce che ancora oggi la Chiesa continua ad accendere per tutti, perché la difesa della vita è la difesa dell’umanità, di noi stessi”.

Lo “scarto” dell’aborto e dell’eutanasia

E sulla continuità tra il contenuto dell’”Evangelium vitae” e le parole di Papa Francesco nel condannare la cultura dello scarto, il segretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari aggiunge:

“Lo scarto oggi – possiamo dire – che è il bambino cui non si dà questa opportunità di nascere, come Dio vuole. Questa è quindi spesso per decisione degli uomini, certamente per decisioni immorali, di diventare scarto per la nostra società. E ce ne sono tanti, tanti… Non solo questo, c’è anche l’eutanasia: quindi anche gli anziani, i malati fanno parte di questo scarto di cui parla Francesco oggi. Tutte le vittime dei conflitti, delle guerre, i morti che sono provocati dall’odio, dal non riconoscere il fratello, dal non riconoscere che la vita è di Dio. Noi l’amministriamo, ma non siamo noi i padroni della vita”.

Segnali di vita e cultura di morte
Ma come e quanto è cambiato il contesto socioculturale dell’”Evangelium vitae” in questi vent’anni? Mons. Mauro Cozzoli, consultore del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari e ordinario di Teologia morale alla Pontificia Università Lateranense:

“Non è cambiato molto anzi per certi aspetti, pur essendo tanti i segnali di una cultura della vita e sono davvero tanti, magari si vedono meno, però ci sono. Peraltro, lo slittamento, lo smottamento verso una cultura della morte purtroppo c’è stato ed è in atto. I delitti contro la vita sono tantissimi, da quelli microscopici a quelli macroscopici”.

L’amore è della famiglia
Di sfida antropologica parla mons. Carlos Simòn Vazquez, Sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia, e sul ruolo della famiglia in questa sfida afferma:

“La famiglia è in grado di manifestare al mondo che l’uomo è un essere irrepetibile, unico, prezioso. La famiglia è in grado di mostrare questa singolarità. Questa unione famiglia e vita ha come denominatore comune l’amore. E quindi riscoprire la questione antropologia porterebbe alla riscoperta di questa logica dell’amore sia nell’istituto familiare e matrimoniale, sia nella vita. E questa è la bella notizia, la buona notizia che il mondo di oggi può ricevere”.

Nel messaggio fatto pervenire alla Giornata di studi da parte del presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, mons. Zygmunt Zimowski, oltre a sottolineare l’importanza dell’iniziativa, si rivolge agli operatori Sanitari e scrive loro: “Dobbiamo essere coraggiosi difensori della vita umana”.

(Da Radio Vaticana)

Intervista a papa Francesco. Anticipazione dal libro “Papa Francesco. Questa economia uccide”

14 gennaio 2015

Anticipiamo uno stralcio di «Papa Francesco. Questa economia uccide», il libro sul magistero sociale di Bergoglio scritto da Andrea Tornielli, coordinatore di «Vatican Insider», e Giacomo Galeazzi, vaticanista de «La Stampa». Il volume raccoglie e analizza i discorsi, i documenti e gli
interventi di Francesco su povertà, immigrazione, giustizia sociale, salvaguardia del creato. E mette a confronto esperti di economia, finanza e dottrina sociale della Chiesa – tra questi il professor Stefano Zamagni e il banchiere Ettore Gotti Tedeschi – raccontando anche le reazioni che
certe prese di posizione del Pontefice hanno suscitato. Il libro si conclude con un’intervista che Francesco ha rilasciato agli autori all’inizio di ottobre 2014. Pubblicato su “La Stampa” dell’ 11 gennaio 2015

 

 

 
«Marxista», «comunista» e «pauperista»: le parole di Francesco sulla povertà e sulla giustizia sociale, i suoi frequenti richiami all’attenzione verso i bisognosi, gli hanno attirato critiche e anche accuse talvolta espresse con durezza e sarcasmo. Come vive tutto questo Papa Bergoglio? Perché il tema della povertà è stato così presente nel suo magistero?
Santità, il capitalismo come lo stiamo vivendo negli ultimi decenni è, secondo lei, un sistema in qualche modo irreversibile?
«Non saprei come rispondere a questa domanda. Riconosco che la globalizzazione ha aiutato molte persone a sollevarsi dalla povertà, ma ne ha condannate tante altre a morire di fame. È vero che in termini assoluti è cresciuta la ricchezza mondiale, ma sono anche aumentate le disparità e sono sorte nuove povertà. Quello che noto è che questo sistema si mantiene con quella cultura dello scarto, della quale ho già parlato varie volte. C’è una politica, una sociologia, e anche un atteggiamento dello scarto. Quando al centro del sistema non c’è più l’uomo ma il denaro, quando il denaro diventa un idolo, gli uomini e le donne sono ridotti a semplici strumenti di un sistema sociale ed economico caratterizzato, anzi dominato da profondi squilibri. E così si “scarta” quello che non serve a questa logica: è quell’atteggiamento che scarta i bambini e gli anziani, e che ora colpisce anche i giovani. Mi ha impressionato apprendere che nei Paesi sviluppati ci sono tanti milioni di giovani al di sotto dei 25 anni che non hanno lavoro. Li ho chiamati i giovani “né-né”, perché non studiano né lavorano: non studiano perché non hanno possibilità di farlo, non lavorano perché manca il lavoro. Ma vorrei anche ricordare quella cultura dello scarto che porta a rifiutare i bambini anche con l’aborto. Mi colpiscono i tassi di natalità così bassi qui in Italia: così si perde il legame con il futuro. Come pure la cultura dello scarto porta all’eutanasia nascosta degli anziani, che vengono abbandonati. Invece di essere considerati come la nostra memoria, il legame con il nostro passato è una risorsa di saggezza per il presente. A volte mi chiedo: quale sarà il prossimo scarto?
Dobbiamo fermarci in tempo. Fermiamoci, per favore! E dunque, per cercare di rispondere alla domanda, direi: non consideriamo questo stato di cose come irreversibile, non rassegniamoci.
Cerchiamo di costruire una società e un’economia dove l’uomo e il suo bene, e non il denaro, siano al centro».
Un cambiamento, una maggiore attenzione alla giustizia sociale può avvenire grazie a più etica nell’economia oppure è giusto ipotizzare anche cambiamenti strutturali al sistema?
«Innanzitutto è bene ricordare che c’è bisogno di etica nell’economia, e c’è bisogno di etica anche nella politica. Più volte vari capi di Stato e leader politici che ho potuto incontrare dopo la mia elezione a vescovo di Roma mi hanno parlato di questo. Hanno detto: voi leader religiosi dovete aiutarci, darci delle indicazioni etiche. Sì, il pastore può fare i suoi richiami, ma sono convinto che ci sia bisogno, come ricordava Benedetto XVI nell’enciclica “Caritas in veritate”, di uomini e donnecon le braccia alzate verso Dio per pregarlo, consapevoli che l’amore e la condivisione da cui deriva l’autentico sviluppo, non sono un prodotto delle nostre mani, ma un dono da chiedere. E al tempo stesso sono convinto che ci sia bisogno che questi uomini e queste donne si impegnino, ad ogni livello, nella società, nella politica, nelle istituzioni e nell’economia, mettendo al centro il bene comune. Non possiamo più aspettare a risolvere le cause strutturali della povertà, per guarire le
nostre società da una malattia che può solo portare verso nuove crisi. I mercati e la speculazione finanziaria non possono godere di un’autonomia assoluta. Senza una soluzione ai problemi dei poveri non risolveremo i problemi del mondo. Servono programmi, meccanismi e processi orientati a una migliore distribuzione delle risorse, alla creazione di lavoro, alla promozione integrale di chi è escluso».
Perché le parole forti e profetiche di Pio XI nell’enciclica Quadragesimo Anno contro l’imperialismo internazionale del denaro, oggi suonano per molti – anche cattolici – esagerate e radicali?
«Pio XI sembra esagerato a coloro che si sentono colpiti dalle sue parole, punti sul vivo dalle sue profetiche denunce. Ma il Papa non era esagerato, aveva detto la verità dopo la crisi economicofinanziaria del 1929, e da buon alpinista vedeva le cose come stavano, sapeva guardare lontano.
Temo che gli esagerati siano piuttosto coloro che ancora oggi si sentono chiamati in causa dai richiami di Pio XI…».
Restano ancora valide le pagine della “Populorum progressio” nelle quali si dice che la proprietà privata non è un diritto assoluto ma è subordinata al bene comune, e quelle del catechismo di San Pio X che elenca tra i peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio l’opprimere i poveri e il defraudare della giusta mercede gli operai?
«Non solo sono affermazioni ancora valide, ma più il tempo passa e più trovo che siano comprovate dall’esperienza».
Hanno colpito molti le sue parole sui poveri «carne di Cristo». La disturba l’accusa di «pauperismo»?
«Prima che arrivasse Francesco d’Assisi c’erano i “pauperisti”, nel Medio Evo ci sono state molte correnti pauperistiche. Il pauperismo è una caricatura del Vangelo e della stessa povertà. Invece san Francesco ci ha aiutato a scoprire il legame profondo tra la povertà e il cammino evangelico. Gesù afferma che non si possono servire due padroni, Dio e la ricchezza. È pauperismo? Gesù ci dice qual è il “protocollo” sulla base del quale noi saremo giudicati, è quello che leggiamo nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo: ho avuto fame, ho avuto sete, sono stato in carcere, ero malato, ero nudo e mi avete aiutato, vestito, visitato, vi siete presi cura di me. Ogni volta che facciamo questo a un nostro fratello, lo facciamo a Gesù. Avere cura del nostro prossimo: di chi è povero, di chi soffre nel corpo nello spirito, di chi è nel bisogno. Questa è la pietra di paragone. È pauperismo? No, è Vangelo. La povertà allontana dall’idolatria, dal sentirci autosufficienti. Zaccheo, dopo aver incrociato lo sguardo misericordioso di Gesù, ha donato la metà dei suoi averi ai poveri. Quello del Vangelo è un messaggio rivolto a tutti, il Vangelo non condanna i ricchi ma l’idolatria della ricchezza, quell’idolatria che rende insensibili al grido del povero. Gesù ha detto che prima di offrire il nostro dono davanti all’altare dobbiamo riconciliarci con il nostro fratello per essere in pace con lui. Credo che possiamo, per analogia, estendere questa richiesta anche all’essere in pace con questi fratelli poveri».
Lei ha sottolineato la continuità con la tradizione della Chiesa in questa attenzione ai poveri. Può fare qualche esempio in questo senso?
«Un mese prima di aprire il Concilio Ecumenico Vaticano II, Papa Giovanni XXIII disse: “La Chiesa si presenta quale è e vuole essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri”. Negli anni successivi la scelta preferenziale per i poveri è entrata nei documenti del
magistero. Qualcuno potrebbe pensare a una novità, mentre invece si tratta di un’attenzione che ha la sua origine nel Vangelo ed è documentata già nei primi secoli di cristianesimo. Se ripetessi alcunibrani delle omelie dei primi Padri della Chiesa, del II o del III secolo, su come si debbano trattare i poveri, ci sarebbe qualcuno ad accusarmi che la mia è un’omelia marxista. “Non è del tuo avere che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché è quel che è dato in comune per l’uso di tutti, ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi”.

Sono parole di sant’Ambrogio, servite a Papa Paolo VI per affermare, nella “Populorum progressio”, che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto, e che nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario. San Giovanni Crisostomo affermava: “Non condividere i propri beni con i poveri significa derubarli e privarli della vita. I beni che possediamo non sono nostri, ma loro”. (…) Come si può vedere, questa attenzione per i poveri è nel Vangelo, ed è nella tradizione della Chiesa, non è un’invenzione del comunismo e non bisogna ideologizzarla, come alcune volte è accaduto nel corso della storia. La Chiesa quando invita a vincere quella che ho chiamato la “globalizzazione dell’indifferenza” è lontana da qualunque interesse politico e da qualunque ideologia: mossa unicamente dalle parole di Gesù vuole offrire il suo contributo alla costruzione di un mondo dove ci si custodisca l’un l’altro e ci si prenda cura l’uno dell’altro».

Lettera di papa Francesco all’Assemblea Straordinaria della CEI. Lettera per il G20

11 novembre 2014

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALL’ASSEMBLEA GENERALE STRAORDINARIA
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

[ASSISI, 10-13 NOVEMBRE 2014]

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Cari Fratelli nell’episcopato,

con queste righe desidero esprimere la mia vicinanza a ciascuno di voi e alle Chiese in mezzo alle quali lo Spirito di Dio vi ha posto come Pastori. Questo stesso Spirito possa animare con la sua sapienza creativa l’Assemblea generale che state iniziando, dedicata specialmente alla vita e alla formazione permanente dei presbiteri.

A tale proposito, il vostro convenire ad Assisi fa subito pensare al grande amore e alla venerazione che san Francesco nutriva per la Santa Madre Chiesa Gerarchica, e in particolare proprio per i sacerdoti, compresi quelli da lui riconosciuti come “pauperculos huius saeculi” (dal Testamento).

Tra le principali responsabilità che il ministero episcopale vi affida c’è quella di confermare, sostenere e consolidare questi vostri primi collaboratori, attraverso i quali la maternità della Chiesa raggiunge l’intero popolo di Dio. Quanti ne abbiamo conosciuti! Quanti con la loro testimonianza hanno contribuito ad attrarci a una vita di consacrazione! Da quanti di loro abbiamo imparato e siamo stati plasmati! Nella memoria riconoscente ciascuno di noi ne conserva i nomi e i volti. Li abbiamo visti spendere la vita tra la gente delle nostre parrocchie, educare i ragazzi, accompagnare le famiglie, visitare i malati a casa e all’ospedale, farsi carico dei poveri, nella consapevolezza che “separarsi per non sporcarsi con gli altri è la sporcizia più grande” (L. Tolstoj). Liberi dalle cose e da sé stessi, rammentano a tutti che abbassarsi senza nulla trattenere è la via per quell’altezza che il Vangelo chiama carità; e che la gioia più vera si gusta nella fraternità vissuta.

I sacerdoti santi sono peccatori perdonati e strumenti di perdono. La loro esistenza parla la lingua della pazienza e della perseveranza; non sono rimasti turisti dello spirito, eternamente indecisi e insoddisfatti, perché sanno di essere nelle mani di Uno che non viene meno alle promesse e la cui Provvidenza fa sì che nulla possa mai separarli da tale appartenenza. Questa consapevolezza cresce con la carità pastorale con cui circondano di attenzione e di tenerezza le persone loro affidate, fino a conoscerle ad una ad una.

Sì, è ancora tempo di presbiteri di questo spessore, “ponti” per l’incontro tra Dio e il mondo, sentinelle capaci di lasciar intuire una ricchezza altrimenti perduta.

Preti così non si improvvisano: li forgia il prezioso lavoro formativo del Seminario e l’Ordinazione li consacra per sempre uomini di Dio e servitori del suo popolo. Ma può accadere che il tempo intiepidisca la generosa dedizione degli inizi, e allora è vano cucire toppe nuove su un vestito vecchio: l’identità del presbitero, proprio perché viene dall’alto, esige da lui un cammino quotidiano di riappropriazione, a partire da ciò che ne ha fatto un ministro di Gesù Cristo.

La formazione di cui parliamo è un’esperienza di discepolato permanente, che avvicina a Cristo e permette di conformarsi sempre più a Lui. Perciò essa non ha un termine, perché i sacerdoti non smettono mai di essere discepoli di Gesù, di seguirlo. Quindi, la formazione in quanto discepolato accompagna tutta la vita del ministro ordinato e riguarda integralmente la sua persona e il suo ministero. La formazione iniziale e quella permanente sono due momenti di una sola realtà: il cammino del discepolo presbitero, innamorato del suo Signore e costantemente alla sua sequela (cfr Discorso alla Plenaria della Congregazione per il Clero, 3 ottobre 2014).

Del resto, fratelli, voi sapete che non servono preti clericali il cui comportamento rischia di allontanare la gente dal Signore, né preti funzionari che, mentre svolgono un ruolo, cercano lontano da Lui la propria consolazione. Solo chi tiene fisso lo sguardo su ciò che è davvero essenziale può rinnovare il proprio sì al dono ricevuto e, nelle diverse stagioni della vita, non smettere di fare dono di sé; solo chi si lascia conformare al Buon Pastore trova unità, pace e forza nell’obbedienza del servizio; solo chi respira nell’orizzonte della fraternità presbiterale esce dalla contraffazione di una coscienza che si pretende epicentro di tutto, unica misura del proprio sentire e delle proprie azioni.

Vi auguro giornate di ascolto e di confronto, che portino a tracciare itinerari di formazione permanente, capaci di coniugare la dimensione spirituale con quella culturale, la dimensione comunitaria con quella pastorale: sono questi i pilastri di vite formate secondo il Vangelo, custodite nella disciplina quotidiana, nell’orazione, nella custodia dei sensi, nella cura di sé, nella testimonianza umile e profetica; vite che restituiscono alla Chiesa la fiducia che essa per prima ha posto in loro.

Vi accompagno con la mia preghiera e la mia Benedizione, che estendo, per intercessione della Vergine Madre, a tutti i sacerdoti della Chiesa in Italia e a quanti lavorano al servizio della loro formazione; e vi ringrazio per le vostre preghiere per me e per il mio ministero.

Dal Vaticano, 8 novembre 2014

 

Francesco

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AL PRIMO MINISTRO DELL’AUSTRALIA IN OCCASIONE DEL VERTICE DEL G20
[BRISBANE, 15-16 NOVEMBRE 2014]

[Multimedia]


 

A Sua Eccellenza Tony Abbott
Primo Ministro dell’Australia

Il 15 e 16 novembre prossimo a Brisbane, Ella presiederà il Vertice dei Capi di Stato e di Governo dei 20 Paesi con le maggiori economie, portando in tal maniera a termine la Presidenza australiana del Gruppo dei 20 nell’anno trascorso. La Presidenza ha dato prova di rappresentare una eccellente opportunità per tutti di apprezzare il significativo contributo dato dall’Oceania nella gestione delle problematiche mondiali e dei suoi sforzi per promuovere una costruttiva integrazione di tutti i Paesi.

L’agenda del G20 a Brisbane è particolarmente concentrata sugli sforzi per rilanciare un progetto di crescita sostenibile dell’economia mondiale, allontanando in tal modo lo spettro della recessione globale. Dal lavoro preparatorio è emerso un punto cruciale, vale a dire, l’imperativo di creare opportunità d’impiego dignitose, stabili e a favore di tutti. Questo presuppone e richiede un miglioramento nella qualità della spesa pubblica e degli investimenti, la promozione di investimenti privati, un equo e adeguato sistema di tassazione, uno sforzo concertato per combattere l’evasione fiscale e una regolamentazione del settore finanziario, che garantisca onestà, sicurezza e trasparenza.

Vorrei chiedere ai Capi di Stato e di Governo del G20 di non dimenticare che dietro queste discussioni politiche e tecniche sono in gioco molte vite e che sarebbe davvero increscioso se tali discussioni dovessero rimanere puramente al livello di dichiarazioni di principio. Nel mondo, incluso all’interno degli stessi Paesi appartenenti al G20, ci sono troppe donne e uomini che soffrono a causa di grave malnutrizione, per la crescita del numero dei disoccupati, per la percentuale estremamente alta di giovani senza lavoro e per l’aumento dell’esclusione sociale che può portare a favorire l’attività criminale e perfino il reclutamento di terroristi. Oltre a ciò, si riscontra una costante aggressione all’ambiente naturale, risultato di uno sfrenato consumismo e tutto questo produrrà serie conseguenze per l’economia mondiale.

È mia speranza che possa essere raggiunto un sostanziale ed effettivo consenso circa i temi posti in agenda. Allo stesso modo, spero che le valutazioni dei risultati di questo consenso non si restringeranno agli indici globali, ma prenderanno parimenti in considerazione il reale miglioramento delle condizioni di vita delle famiglie più povere e la riduzione di tutte le forme di inaccettabile disuguaglianza. Formulo queste speranze in vista dell’Agenda post-2015, che sarà approvata dalla corrente sessione dell’Assemblea delle Nazioni Unite, che dovrebbe includere gli argomenti vitali del lavoro dignitoso per tutti e del cambiamento climatico.

I Vertici del G20, che iniziarono con la crisi finanziaria del 2008, si sono svolti sul drammatico sfondo di conflitti militari, e questo ha prodotto disaccordi tra i membri del Gruppo. È motivo di gratitudine che tali disaccordi non abbiano impedito un dialogo genuino all’interno del G20, con riferimento sia ai temi specificamente in agenda che a quelli della sicurezza globale e della pace. Ma questo non basta. Il mondo intero si attende dal G20 un accordo sempre più ampio che possa portare, nel quadro dell’ordinamento delle Nazioni Unite, a un definitivo arresto nel Medio Oriente dell’ingiusta aggressione rivolta contro differenti gruppi, religiosi ed etnici, incluse le minoranze. Dovrebbe inoltre condurre ad eliminare le cause profonde del terrorismo, che ha raggiunto proporzioni finora inimmaginabili; tali cause includono la povertà, il sottosviluppo e l’esclusione. È diventato sempre più evidente che la soluzione a questo grave problema non può essere esclusivamente di natura militare, ma che si deve anche concentrare su coloro che in un modo o nell’altro incoraggiano gruppi terroristici con l’appoggio politico, il commercio illegale di petrolio o la fornitura di armi e tecnologia. Vi è inoltre la necessità di uno sforzo educativo e di una consapevolezza più chiara che la religione non può essere sfruttata come via per giustificare la violenza.

Questi conflitti lasciano profonde cicatrici e producono in varie parti del mondo situazioni umanitarie insopportabili. Colgo questa opportunità per chiedere agli Stati Membri del G20 di essere esempi di generosità e di solidarietà nel venire incontro alle tante necessità delle vittime di questi conflitti, e specialmente nei confronti dei rifugiati.

La situazione nel Medio Oriente ha riproposto il dibattito sulla responsabilità della comunità internazionale di proteggere gli individui  e i popoli da attacchi estremi ai diritti umani e contro il totale disprezzo del diritto umanitario. La comunità internazionale, e in particolare gli Stati Membri del G20 dovrebbero anche preoccuparsi della necessità di proteggere i cittadini di ogni Paese da forme di aggressione, che sono meno evidenti, ma ugualmente reali e gravi. Mi riferisco specificamente agli abusi nel sistema finanziario, come quelle transazioni che hanno portato alla crisi del 2008 e più in generale alla speculazione sciolta da vincoli politici o giuridici e alla mentalità che vede nella massimizzazione dei profitti il criterio finale di ogni attività economica. Una mentalità nella quale le persone sono in ultima analisi scartate non raggiungerà mai la pace e la giustizia. Tanto a livello nazionale come a livello internazionale, la responsabilità per i poveri e gli emarginati deve perciò essere elemento essenziale di ogni decisione politica.

Con la presente lettera, desidero esprimere il mio apprezzamento per il vostro lavoro, Signor Primo Ministro, ed offrire il mio incoraggiamento e la mia preghiera per le deliberazioni che dovranno essere adottate e per la riuscita del Vertice. Invoco la benedizione divina su tutti coloro che prendono parte a questo incontro e su tutti i cittadini dei Paesi del G20. In modo particolare, esprimo i miei più sentiti auguri, insieme alla mia preghiera, per la felice conclusione della presidenza dell’Australia e volentieri Le assicuro la mia più alta considerazione.

Dal Vaticano, 6 novembre 2014

Francesco

 

Papa Francesco. Udienza ai partecipanti all’incontro mondiale dei Direttori di “Scholas occurrentes”

4 settembre 2014

 

E’ stata presentata in Vaticano una piattaforma digitale per collegare le scuole di tutto il mondo, per connettere istituzioni educative e promuovere l’incontro e la pace.

 

https://www.youtube.com/watch?v=NrCcdxd8fo8

 

 

Alle ore 16.30 di oggi, nell’Aula del Sinodo, il Santo Padre Francesco incontrerà i partecipanti al III Congresso di “Scholas occurrentes” (Vaticano, 1-4 settembre 2014), la «Rete mondiale delle scuole per l’incontro», che riunisce realtà educative di culture e religioni diverse ed è nata su impulso proprio di Papa Francesco.

 

INTERVENTO IN LINGUA SPAGNOLA DI PAPA FRANCESCO

https://www.youtube.com/watch?v=lal12wXkao8

Nel corso dell’Udienza il Santo Padre rivolgerà ai presenti un breve discorso in lingua spagnola ed è previsto un collegamento in Videoconferenza via Internet con studenti aderenti alla rete di Scholas nei 5 continenti (Salvador, Sud Africa, Turchia europea, Israele, Australia).

L’idea giunge da una iniziativa di Bergoglio, che come arcivescovo di Buenos Aires, stava già facendo un tentativo di creare una rete di scuole che basate sulla tecnologia, lo sport e l’arte.

Le due parole chiave dell’iniziativa sono incontro e pace perchè ” lo sport, l’arte e specialmente la tecnologia devono aiutare la cultura dell’incontro e in queste occasioni anziché farsi la guerra devono crescere come fratelli, senza perdere le proprie identità”.

 

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DISCURSO DEL SANTO PADRE FRANCISCO
A LOS PARTICIPANTES EN EL ENCUENTRO MUNDIAL
DE LOS DIRECTORES DE “SCHOLAS OCCURRENTES”

Aula del Sínodo
Jueves 4 de septiembre de 2014

 

Estoy como aquel que le dijeron: “Diga algo”. Y entonces dice: “Bueno, voy a improvisar”. Y saca lo que tenía hecho.

Son los puntos que más o menos quería decirles, a los cuales incorporo los que he visto aquí.

Primero de todo, muchas gracias. La presencia aquí es algo raro. Yo le decía al Presidente de la Academia Pontificia, Mons. Sánchez Sorondo, que se estaba haciendo movimiento. Es algo raro por el movimiento, por el trabajo, por la intensidad, por la gente que va y que viene, por la creatividad del protocolo… en el marco de estas III Jornadas de la Red Mundial de Escuelas para el Encuentro. Entonces, la idea es el encuentro. Esta cultura del encuentro que es el desafío. Hoy ya nadie duda que el mundo está en guerra. Y nadie duda, por supuesto, que el mundo está en desencuentro. Y hay que proponer una cultura del encuentro de alguna manera. Una cultura de la integración, del encuentro, de los puentes, ¿no es cierto? Y este trabajo, lo están haciendo ustedes. Yo le agradezco a la Pontificia Academia de las Ciencias, a Mons. Marcelo Sánchez Sorondo, que haya facilitado todo esto. Se ha movido mucha gente. Yo sé que estos dos cuando se juntan son un peligro. Mueven mucho. Pero recuerdo ese refrán africano: “Para educar a un hijo hace falta una aldea”. Para educar a una persona, hace falta todo esto. (more…)

Hélder Câmara. Un ritratto

27 agosto 2014
Moriva il 27 agosto di 15 anni fa Hélder Câmara, uno dei vescovi latinoamericani più amati, grazie alla sua passione per una Chiesa povera e dei poveri, alla sua attenzione per le persone e alla sua fede incarnata. Il ritratto di un pastore che può essere certamente considerato un precursore di papa Francesco in un articolo di G. Fazzini pubblicato su “Popoli”
«Il vescovo rosso Câmara sulla via della beatificazione», strillava Il Messaggero del 29 maggio scorso. Un titolo che la dice lunga su come una parte dell’opinione pubblica ha accolto la notizia dell’imminente apertura del processo canonico che potrebbe portare sugli altari dom Hélder Câmara, arcivescovo di Olinda-Recife. Tra i protagonisti della storia recente (non solo ecclesiale) dell’America Latina, Câmara stesso, per tutta la sua vita, ha dovuto fare i conti con quella pesante etichetta: «Quando do da mangiare a un povero mi chiamano santo – è una delle sue frasi passate alla storia -, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora mi chiamano comunista».
Curioso: anche papa Francesco, rispondendo alle domande di un gruppo di giovani belgi, pochi mesi fa aveva chiarito: «Ho sentito che una persona ha detto: con tutto questo parlare dei poveri, questo Papa è un comunista! No, questa è una bandiera del Vangelo, la povertà senza ideologia; i poveri sono al centro del Vangelo di Gesù».
Ecco: se c’è un motivo per cui valga la pena oggi, a 15 anni esatti dalla morte, rievocare la figura di dom Hélder – nato nel 1909 e morto il 27 agosto 1999 -, è la sua passione per i poveri, il suo straordinario impegno per rendere la Chiesa più fedele a quella di Gesù: «Una Chiesa povera per i poveri». In questo si può affermare, senza tema di smentite, che Câmara ha anticipato papa Bergoglio.
IL PICCOLO VESCOVO
Ne riceviamo ripetute conferme a Recife. La Igreja das Fronteiras, presso cui era la residenza di Câmara, è ancora oggi il cuore pulsante della sua memoria. Sulla piazza antistante una statua del «bispinho» («piccolo vescovo», com’era soprannominato), ti accoglie a braccia aperte. A lato ha sede l’Instituto dom Hélder Câmara. Qui incontriamo uno dei membri, un’anziana ma lucida signora, Bete Barbosa, che cura le pubblicazioni di Câmara: «In molti atteggiamenti e parole di papa Francesco – dice – ritroviamo accenti simili a quelli di dom Hélder. A cominciare dalla premura per le persone, per i loro bisogni».
Le fa eco Luis Tenderini, 70 anni, italiano di origine, ma in Brasile da oltre 40 anni. A lungo braccio destro di Câmara in diocesi e fondatore di Emmaus Recife su incoraggiamento dello stesso dom Hélder, ci fa da guida preziosa e racconta: «Del primo incontro personale con lui, nel luglio 1979, quando mi invitò a collaborare nell’attività pastorale, ricorderò sempre il gesto finale: terminato il colloquio, mi accompagnò al portone d’uscita, aspettando che girassi l’angolo prima di rientrare. Più tardi ho scoperto che faceva la stessa cosa con chiunque lo visitasse».
Un altro tratto che accomuna decisamente l’attuale Papa e il «vescovo rosso» è lo stile di sobrietà estrema e la distanza siderale da quella mondanità che Bergoglio non smette di indicare come uno dei mali della Chiesa attuale. Oggi fa colpo la decisione di Francesco di vivere in un modesto alloggio a Santa Marta, rinunciando al tradizionale appartamento pontificio. Ma dom Câmara aveva fatto lo stesso, anni prima, decidendo di prendere dimora in due modesti locali adiacenti alla Igreja das Fronteiras (vedi sotto).
Anche la tomba di Câmara parla di essenzialità: una semplice lastra di marmo chiaro, su cui sono incisi solo il nome e le date di nascita e morte, con una colomba stilizzata. È collocata nella cattedrale di Olinda, antica città coloniale a pochi chilometri da Recife. Da quella chiesa, oggi meta di pellegrini e turisti, si gode una vista spettacolare sulla città sottostante e sull’intera baia.
Ancora. Papa Bergoglio parla dei poveri come della «carne di Cristo». Câmara, per tutta la sua vita, ha manifestato una premura per gli ultimi che, prima ancora di assumere i toni della denuncia sociale, si configurava come attenzione alle persone in gesti semplici. In proposito, ecco una preziosa testimonianza di Marcelo Barros, abate benedettino e teologo della liberazione, collaboratore di dom Hélder per 12 anni: «In ogni fratello e sorella che incontrava lui vedeva la presenza divina – ha scritto tempo fa su Nigrizia -. Una volta alla settimana ci riunivamo a casa sua. Mentre parlavamo, molte persone bussavano alla porta. Egli stesso si alzava e le riceveva. A volte si dilungava nell’ascolto. Diceva: “Ci tengo a riceverli personalmente, perché non voglio perdere il privilegio di accogliere il Signore stesso”».
PROTAGONISTA DEL CONCILIO
È interessante osservare come, al pari di Oscar Romero, altro gigante della Chiesa latinoamericana, anche monsignor Câmara abbia percorso un cammino personale di «conversione», prima di prendere le posizioni coraggiose che conosciamo. Nato in una famiglia numerosa, era cresciuto in un ambiente ecclesiale piuttosto conservatore. Ordinato sacerdote nel 1931, si converte ai poveri quando, nel 1952, diventa ausiliare del cardinale di Rio de Janeiro: è in quel periodo che il giovane e dinamico vescovo si conquista sul campo il soprannome di «vescovo delle favelas».
Il carisma di dom Hélder si dilata presto fuori dai confini della città. Nel 1952 è tra i promotori della Conferenza episcopale brasiliana, di cui diventa segretario per 12 anni. Tre anni dopo, lancia la convocazione a Rio della prima Conferenza dei vescovi latino-americani, da cui nascerà il Celam (Consiglio episcopale latinoamericano).
Nel 1964 – anno del golpe che instaura il regime militare in Brasile – Câmara viene nominato arcivescovo di Recife, capitale del Pernambuco, nel Nord-Est, la regione più povera del Paese. Il giorno dell’ingresso ufficiale, il nuovo arcivescovo non vuole essere accolto dentro la cattedrale, ma sulla piazza, in mezzo alla gente. Negli anni successivi l’impegno di dom Hélder a servizio dei più deboli continuerà senza sosta, con prese di posizione coraggiose che lo renderanno famoso in tutto il mondo. Una frase riassume efficacemente il senso profondamente evangelico delle sue battaglie: «La rivoluzione sociale di cui il mondo ha bisogno non è un colpo di Stato, non è una guerra. È una trasformazione profonda e radicale che suppone Grazia divina».
Pur senza prendere mai la parola durante le sessioni di lavoro, fu uno dei protagonisti del Concilio Vaticano II, tra gli ispiratori del famoso «Patto delle catacombe»; per comprenderne il ruolo cruciale basta leggere le sue circolari raccolte in Roma, due del mattino (San Paolo 2011). Nel 1970 il Sunday Times arrivò a definire dom Hélder «l’uomo più influente dell’America Latina dopo Fidel Castro».
Il paradosso è che l’interessato non aveva progettato una «carriera» da profeta. Anzi, all’età di 34 anni, in un momento di sconforto, aveva scritto: «Attraverserò la vita senza lasciare nessun segno incisivo. Guarderò da lontano san Francesco Saverio senza poterlo imitare. Ancor più da lontano guarderò san Francesco d’Assisi. Al mio funerale qualcuno dirà che non ho prodotto tutto quello che avrei potuto produrre».
Oggi sappiamo bene che non è così: Câmara, infatti, va annoverato fra coloro che hanno impresso una svolta decisiva alla Chiesa del nostro tempo. Bastino queste ultime parole a mostrarne l’attualità: «Se Marx avesse visto intorno a sé una Chiesa incarnata, continuatrice dell’incarnazione di Cristo; se avesse vissuto con cristiani che amavano, in modo reale e con i fatti, gli uomini come espressione per eccellenza dell’amore di Dio, se avesse vissuto nei giorni del Vaticano II, che ha riassunto tutto ciò che di meglio dice e insegna la teologia circa le realtà terrene, Marx non avrebbe presentato la religione come l’oppio dei popoli e la Chiesa come alienata e alienante».
Gerolamo Fazzini
 
I PREMI E L’AMACA
La canonica di dom Hélder Câmara oggi è diventata un museo. Più ancora della cattedrale di Olinda, dove si trova la tomba, è lì che ogni domenica una piccola folla si raduna per vedere il piccolo studio del bispinho, con la biblioteca (dove campeggiano ancora volumi di Guitton, De Lubac, M.L. King, Frère Schutz, Garaudy) e la camera, dove ancora è appesa la coloratissima amaca che egli usava negli ultimi tempi per dormire.
Al piano superiore è stata allestita da poco tempo un’esposizione permanente di oggetti che raccontano la vita intensa di questo personaggio, tra le voci più autorevoli al mondo nella denuncia delle ingiustizie e del sottosviluppo. Lo attestano i numerosissimi riconoscimenti internazionali, dalle medaglie alle cittadinanze onorarie, alle lauree honoris causa di svariate istituzioni accademiche di tutto il mondo, conservati nel piccolo museo.

Il manifesto UCID: la speranza cristiana fonte di slancio per intraprendere

25 giugno 2014

 

http://www.avvenire.it/Economia/Documents/Manifesto%20UCID.pdf

Video: A sua immagine, Un principe immigrato

28 maggio 2014

http://www.asuaimmagine.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/
ContentItem-26dda85e-4d5d-49ea-a853-05fa38f603fa.html#p=0

Un nuovo coordinamento delle realtà diocesane?

17 maggio 2014

Forse (ma non ho riflettuto abbastanza) è proprio un coordinamento spirituale-culturale-sociale, prepolitico, gradualmente vivo in ogni diocesi, il giusto punto di equilibrio, almeno di questa epoca.Forse un compattamento di molti cattolici in un partito potrebbe finire per tornare a mescolare troppo fede e politica con il rischio, ad es., di trasmettere un messaggio contraddittorio tra i valori evangelici e, purtroppo, le forti tentazioni del mondo politico.A questo possibile coordinamento ho accennato a più riprese, anche se, appunto, in forma non profondamente meditata.Accenni che evidenziavano appunto, tra l’altro, i problemi della frammentazione.Osservo ancora una volta che vi è una frammentazione profonda, spirituale-culturale: sembra mancare la ricerca (anche istituzionalizzata) di un nucleo spirituale-umano-culturale (in Cristo, Dio e uomo), che ponga in discussione e stimoli a cercare, personalmente, comunitariamente, etc., quali possano essere le sempre più autentiche impostazioni spirituali-umane-culturali essenziali, quelle, insomma che orientano la nostra vita, i nostri discernimenti, il nostro riflettere, etc..Un nucleo sempre più, vissutamente, centrato svela sempre più le vere radici dei problemi, delle questioni, etc. (vedere il paragrafo precedente).Dunque la ricerca, anche istituzionalizzata, di un tale nucleo, potrebbe stimolare una vissuta, personale e comunitaria, apertura, un dialogo, ai vari livelli, rinnovatori in profondità.Senza cercare vissutamente le radici si può maggiormente rischiare di finire, in diversi modi e misure, in forme varie di spiritualismo, di astrattismo, di pragmatismo, nel caso della proposta in questione ad es. di eticismo vario (più che di sempre più profonda spiritualità).Tutto ciò, la frammentazione delle competenze senza la vissuta ricerca di possibili vitali nuclei spirituali-culturali di sintesi, può accentuare i rischi ad es. anche di burocratismo.Potremmo osservare dunque che il problema anche della società e della politica sembra, almeno talora, essere quello di un certo spegnimento, in profondità, alle radici, spirituale-culturale, dovuto anche ad una frammentazione profonda.Tutte cose che operano, possono operare, a livello anche subliminale.
Un coordinamento, dunque, alle giuste, da ricercare, condizioni potrebbe rivelarsi utile e necessario: al tempo stesso sempre bene cercare, vissutamente in Cristo, i riferimenti profondi, che possono aiutare anche a vedere più distintamente le possibili vie, i possibili pericoli, etc..A proposito della ricerca di questo nucleo spirituale-culturale di stimolo, però, va osservato, tanto più che oggi non vi è l’abitudine a considerare un tale argomento, che le vie, almeno principali, in tale direzione sembrano essere due: quella, come in vari casi sembra stia avvenendo, di venirvi gradualmente condotti nella storia o quella di dare spazio a coloro che lo intravedono in vario modo e misura più profondamente.Si veda, ad es., la rivoluzione silenziosa di papa Benedetto e quella, sotto molti aspetti forse ancora più profonda, di papa Francesco.Questi ultimi esempi però possono al tempo stesso sottolineare anche essi alcuni pericoli dovuti, almeno talora, anche alla frammentazione: bisogna essere papa per aiutare a centrarsi sempre più in Cristo, Dio e uomo, o anche gli altri possono, in comunione col papa, contribuire?

Un piccolo es. delle possibili conseguenze della frammentazione spirituale-culturale può forse ritrovarsi in una certa disattenzione ad approfondire quali, come, siano le fonti della grazia.Non avvertendo più profondamente da ogni ambito il profondo bisogno di attingere a Cristo si può forse essere meno stimolati a cercare appunto le fonti suddette.Inoltre, sulla stessa scia, può forse accadere di essere talora ancora meno attenti a sottolineare, approfondire, ad es., gli aspetti comunitari di questa crescita e gli aspetti che coinvolgono tutto l’uomo e non solo, in un certo senso, il suo spirito.

Video: A sua immagine, La disoccupazione

14 aprile 2014

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentIt
em-90c10f8b-b96f-479c-97a9-5590406e8b6e.html