Archive for the ‘Evangelizzazione’ Category

Il mistero dell’incarnazione Dai «Discorsi» di san Pietro Crisologo, vescovo (Disc. 148; PL 52, 596-598)

30 luglio 2017

Risultato immagine per san Pietro Crisologo, vescovo

Quando la Vergine concepisce, vergine partorisce e vergine rimane. Non rientra nell’ordine della natura, ma dei segni divini. Non c’entra la ragione, ma la potenza superiore, non la natura, ma il Creatore. Non è cosa normale, ma singolare; è un fatto divino, non umano. La nascita di Cristo non fu dettata dalla necessità, ma da una libera scelta. Fu un sacramento di pietà, fu la restaurazione della salvezza umana. Colui che senza nascere aveva formato l’uomo da un intatto limo, quando egli stesso nacque, formò un uomo da un intatto corpo. La mano che si era degnata di prendere del fango per plasmare il nostro corpo, si degnò di prendere anche la carne per la nostra restaurazione. Ora che il Creatore dimori nella sua creatura e che Dio si trovi nella nostra carne, è un onore per l’uomo, non una sconvenienza per Dio.
O uomo, perché hai di te un concetto così basso quando sei stato tanto prezioso per Dio? Perché mai, tu che sei così onorato da Dio, ti spogli irragionevolmente del tuo onore? Perché indaghi da che cosa sei stato tratto e non ricerchi per qual fine sei stato creato? Tutto questo edificio del mondo, che i tuoi occhi contemplano, non è stato forse fatto per te? La luce infusa in te scaccia le tenebre che ti circondano. Per te è stata regolata la notte, per te definito il giorno, per te il cielo è stato illuminato dal diverso splendore del sole, della luna e delle stelle. Per te la terra è dipinta di fiori, di boschi e di frutti. Per te è stata creata la mirabile e bella famiglia di animali che popolano l’aria, i campi e l’acqua, perché una desolata solitudine non appannasse la gioia del mondo appena fatto.
Tuttavia il tuo creatore trovò ancora qualcosa da aggiungere per onorarti. Ha stampato in te la sua immagine, perché l’immagine visibile rendesse presente al mondo il creatore invisibile, e ti ha posto in terra a fare le sue veci, perché un possedimento così vasto, qual è il mondo, non fosse privo di un vicario del Signore.
Dio, nella sua infinita bontà, prese in sé ciò che aveva fatto in te per sé. Volle essere visto nell’uomo direttamente e in se stesso. Egli, che nell’uomo aveva prima voluto essere visto per riflesso, fece sì che diventasse sua proprietà l’uomo che prima aveva ottenuto di essere solo sua immagine riflessa.

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Nostra Signora del Carmelo

16 luglio 2017

Maria concepì prima nella mente che nel corpo

Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa (Disc. 1 per il Natale del Signore, 2, 3; PL 54, 191-192)

Viene scelta una vergine di discendenza regale della stirpe di Davide, che, destinata ad una sacra maternità, concepì il Figlio, Uomo-Dio, prima nel suo cuore che nel suo corpo. E perché, ignorando il disegno divino, non avesse a temere di fronte ad un evento eccezionale, apprende dal colloquio con l’angelo ciò che lo Spirito Santo avrebbe operato in lei. E colei che sta per divenire Madre di Dio, non pensa che ciò avvenga a scapito del pudore. Perché infatti non dovrebbe credere alla novità del concepimento, dato che le viene promesso l’intervento efficace della potenza dell’Altissimo? Inoltre la sua fede, già perfetta, viene confermata dalla testimonianza di un miracolo precedente: contro ogni aspettativa, viene accordata, cioè, ad Elisabetta la fecondità. Così non si poteva dubitare che, chi aveva dato la fecondità ad una donna sterile, la poteva dare anche a una vergine.
Pertanto il Verbo di Dio, Dio egli stesso e Figlio di Dio, che in principio era presso Dio e per mezzo del quale tutto è stato fatto, e senza del quale niente è stato fatto di tutto ciò che esiste (cfr. Gv 1, 3), si è fatto uomo per liberare l’uomo dalla morte eterna. Ma, abbassandosi fino ad assumere la nostra umile condizione, non diminuì la sua maestà. Così, restando quello che era, ed assumendo ciò che non era, unì la vera natura di servo a quella che lo fa uguale a Dio Padre. Congiunse le due nature con un vincolo così meraviglioso, che né la gloria a cui era chiamata assorbì la natura inferiore, né l’assunzione di questa natura, diminuì la natura superiore.

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Signore mio, Mio Dio

3 luglio 2017

Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa
(Om. 26, 7-9; PL 76, 1201-1202)
«Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù» (Gv 20, 24). Questo solo discepolo era assente. Quando ritornò udì il racconto dei fatti accaduti, ma rifiutò di credere a quello che aveva sentito. Venne ancora il Signore e al discepolo incredulo offrì il costato da toccare, mostrò le mani e, indicando la cicatrice delle sue ferite, guarì quella della sua incredulità.
Che cosa, fratelli, intravedere in tutto questo? Attribuite forse a un puro caso che quel discepolo scelto dal Signore sia stato assente, e venendo poi abbia udito il fatto, e udendo abbia dubitato, e dubitando abbia toccato, e toccando abbia creduto?
No, questo non avvenne a caso, ma per divina disposizione. La clemenza del Signore ha agito in modo meraviglioso, poiché quel discepolo, con i suoi dubbi, mentre nel suo maestro toccava le ferite del corpo, guariva in noi le ferite dell’incredulità. L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più, riguardo alla fede, che non la fede degli altri discepoli. Mentre infatti quello viene ricondotto alla fede col toccare, la nostra mente viene consolidata nella fede con il superamento di ogni dubbio. Così il discepolo, che ha dubitato e toccato, è divenuto testimone della verità della risurrezione.
Toccò ed esclamò: «Mio Signore e mio Dio!».
Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto» (Gv 20, 28-29). Siccome l’apostolo Paolo dice: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono», è chiaro che la fede è prova di quelle cose che non si possono vedere. Le cose che si vedono non richiedono più la fede, ma sono oggetto di conoscenza. Ma se Tommaso vide e toccò, come mai gli vien detto: «Perché mi hai veduto, ha creduto?» Altro però fu ciò che vide e altro ciò in cui credette. La divinità infatti non può essere vista da uomo mortale. Vide dunque un uomo e riconobbe Dio, dicendo: «Mio Signore e mio Dio!». Credette pertanto vedendo. Vide un vero uomo e disse che era quel Dio che non poteva vedere.

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Papa Francesco Messa con ordinazioni presbiterali maggio 2017

7 maggio 2017

 

   

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana
IV Domenica di Pasqua, 7 maggio 2017

[Multimedia]

Fratelli carissimi,

questi nostri figli sono stati chiamati all’ordine del presbiterato. Riflettiamo a quale ministero saranno elevati nella Chiesa. Come voi ben sapete, fratelli, il Signore Gesù è il solo Sommo Sacerdote del Nuovo Testamento, ma in Lui anche tutto il popolo santo di Dio è stato costituito popolo sacerdotale. Nondimeno, tra tutti i suoi discepoli, il Signore Gesù vuole sceglierne alcuni in particolare, perché esercitando pubblicamente nella Chiesa in suo nome l’officio sacerdotale a favore di tutti gli uomini, continuassero la sua personale missione di maestro, sacerdote e pastore. Sono stati eletti dal Signore Gesù non per fare carriera, ma per fare questo servizio.

Come, infatti, per questo Egli era stato inviato dal Padre, così Egli inviò a sua volta nel mondo prima gli Apostoli e poi i Vescovi e i loro successori, ai quali infine furono dati come collaboratori i presbiteri, che, ad essi uniti nel ministero sacerdotale, sono chiamati al servizio del Popolo di Dio.

Dopo matura riflessione e preghiera, ora stiamo per elevare all’ordine dei presbiteri questi nostri fratelli, perché al servizio di Cristo, Maestro, Sacerdote, Pastore, cooperino ad edificare il Corpo di Cristo che è la Chiesa in Popolo di Dio e Tempio santo dello Spirito Santo.

Essi saranno infatti configurati a Cristo Sommo ed Eterno Sacerdote, saranno consacrati come veri sacerdoti del Nuovo Testamento, e a questo titolo, che li unisce nel sacerdozio al loro Vescovo, saranno predicatori del Vangelo, Pastori del Popolo di Dio, e presiederanno le azioni di culto, specialmente nella celebrazione del sacrificio del Signore.

Quanto a voi, figli e fratelli dilettissimi, che state per essere promossi all’ordine del presbiterato, considerate che esercitando il ministero della Sacra Dottrina sarete partecipi della missione di Cristo, unico Maestro. Dispensate a tutti quella Parola di Dio, che voi stessi avete ricevuto con gioia, da bambini. Leggete e meditate assiduamente la Parola del Signore per credere ciò che avete letto, insegnare ciò che avete appreso nella fede, vivere ciò che avete insegnato.

Sia dunque nutrimento al Popolo di Dio la vostra dottrina, semplice, come parlava il Signore, che arrivava al cuore. Non fate omelie troppo intellettuali ed elaborate: parlate in modo semplice, parlate ai cuori. E questa predica sarà vero nutrimento. E sia gioia e sostegno ai fedeli anche il profumo della vostra vita, perché la parola senza l’esempio della vita non serve, meglio tornare indietro. La doppia vita è una malattia brutta, nella Chiesa.

Riconoscete dunque ciò che fate. Imitate ciò che celebrate perché partecipando al mistero della morte e risurrezione del Signore, portiate la morte di Cristo nelle vostre membra e camminiate con Lui in novità di vita. Un presbitero che ha studiato forse tanta teologia e ha fatto una, due, tre lauree ma non ha imparato a portare la Croce di Cristo, non serve. Sarà un buon accademico, un buon professore, ma non un sacerdote.

Con il Battesimo aggregherete nuovi fedeli al Popolo di Dio. Con il Sacramento della Penitenza rimetterete i peccati nel nome di Cristo e della Chiesa. Per favore, vi chiedo in nome di Cristo e della Chiesa di essere misericordiosi, sempre; di non caricare sulle spalle dei fedeli pesi che non possono portare, e neppure voi. Gesù rimproverò per questo i dottori della legge e li chiamò ipocriti. Con l’olio santo darete sollievo agli infermi. Uno dei compiti – forse noioso, anche doloroso – è andare a trovare gli ammalati. Fatelo, voi. Sì, va bene che vadano i fedeli laici, i diaconi, ma non tralasciate di toccare la carne di Cristo sofferente negli ammalati: questo santifica voi, vi avvicina al Cristo. Celebrando i sacri riti e innalzando nelle varie ore del giorno la preghiera di lode e di supplica, vi farete voce del Popolo di Dio e dell’umanità intera.

Consapevoli di essere stati scelti fra gli uomini e costituiti in loro favore per attendere alle cose di Dio, esercitate in letizia e carità sincera l’opera sacerdotale di Cristo. Siate gioiosi, mai tristi. Gioiosi. Con la gioia del servizio di Cristo, anche in mezzo alle sofferenze, alle incomprensioni, ai propri peccati. Abbiate sempre davanti agli occhi l’esempio del Buon Pastore, che non è venuto per essere servito ma per servire. Per favore, non siate “signori”, non siate “chierici di Stato”, ma pastori, pastori del Popolo di Dio.

Francesco visita l’Armenia, “primo Paese cristiano”

24 giugno 2016

2016-06-24 Radio Vaticana

 

 

 

Papa Francesco si appresta a partire per l’Armenia, 14.mo viaggio apostolico del Pontificato. Alle 9 la partenza da Roma e dopo 4 ore di volo l’arrivo a Yerevan con la cerimonia di benvenuto in aeroporto e subito i primi incontri. L’attesa è grande, ce la racconta il nostro inviato Giancarlo La Vella:

Un viaggio apostolico carico di significati, prima tappa della visita nel Caucaso, che verrà completata a settembre prossimo col la Georgia e l’Azerbaigian. Papa Francesco va in Armenia 15 anni dopo la visita di Giovanni Paolo II. Sarà un nuovo abbraccio con il Paese che per primo, nel 301 dopo Cristo, al culmine dell’opera evangelizzatrice di San Gregorio l’Illuminatore, proclamò il Cristianesimo come religione di Stato. Ben 79 anni prima dell’Editto di Teodosio, col quale l’Impero Romano rese ufficiale la fede in Cristo, dopo averla ammessa nel 313 con l’Editto di Milano. Ma sarà un dialogo, profondo, quello del Papa, con un Paese ferito alla ricerca della pace. Dopo la lunga stagione in cui fu inglobata nell’Unione Sovietica – il russo è la seconda lingua più parlata – l’Armenia deve risolvere ancora oggi il conflitto territoriale con l’Azerbaigian. Al centro della questione, la regione del Nagorno-Karabach, enclave a maggioranza armena in territorio azero. Ma, soprattutto, la ferita più profonda risale al 1915, quando un milione e mezzo di armeni, soprattutto cristiani, vennero orrendamente trucidati per mano dell’esercito ottomano – una vicenda che divide Armenia e Turchia. Ankara non accetta il termine “genocidio” per definire quel massacro. Il Papa incontrerà le autorità civili e quelle religiose, quella armeno apostolica e quella armeno cattolica. Significativa la visita al Memoriale di Tzitzernakaberde, che ricorda proprio l’eccidio armeno, la visita ad un orfanotrofio di Gyumri, nell’ambito pelle opere di misericordia che il Papa compie in questo Giubileo straordinario, poi l’incontro di ecumenico e la preghiera per la pace; infine, la visita al Monastero di Khor Virap, al confine con la Turchia, da dove il Pontefice libererà due colombe, simbolo di pace, verso il Monte Ararat, dove, secondo la tradizione biblica, si arenò l’Arca di Noè alla fine del Diluvio Universale. Rientro in Vaticano nella serata di domenica prossima.

 

(Da Radio Vaticana)

 

 

 

Giubileo dei diaconi 29-05-2016

29 maggio 2016

Nell’Omelia per la messa del Giubileo dei Diaconi Papa Francesco ha parlato del servizio della vita cristiana e del ruolo del diacono nell’annunciazione di Gesù.

 

 

 

Scholas. Prof. Florin: Francesco esorta le università a fare rete

28 maggio 2016

 

2016-05-28 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Il pensiero pedagogico di Papa Francesco”. E’ il tema al centro della seconda giornata del Congresso mondiale della Fondazione pontificia Scholas Occurrentes, in corso alla Casina Pio IV in Vaticano. L’evento che riunisce i rappresentanti di oltre 40 università di tutto il mondo si concluderà domani con l’udienza del Papa all’Aula Nuova del Sinodo. Una delle nuove iniziative annunciate durante questo Congresso è la nascita delle “Cattedre Scholas”, su cui si sofferma il prof. Italo Florin, direttore della Scuola di Alta Formazione Eis dell’Università Lumsa, che è tra i principali partner di Scholas Occurrentes. L’intervista è di Alessandro Gisotti:

R. – Si tratta di una iniziativa certamente originale, in campo accademico: una rete di Università che, spinte dal pensiero del Papa, orientate dai valori che questo pensiero ha in campo educativo, cerca di tradurli non semplicemente facendone oggetto di studio accademico, quindi rimanendo all’interno delle mura dell’Università, ma mettendoli immediatamente in contatto con le realtà che hanno bisogno di essere sostenute. In questo modo, le Università diventano punti di aiuto, punti di sostegno di situazioni educative fragili oppure anche molto interessanti ma che hanno bisogno di essere sostenute. Le Università, compromettendosi con realtà sociali significative, hanno modo di apprendere, hanno modo di crescere, hanno modo di rivitalizzarsi. La “Cattedra Scholas”, quindi, non è tanto un corso di laurea, un insegnamento. La cattedra esprime un’idea: l’idea di “andare a scuola” dal Papa, di tradurre il pensiero del Papa in azione, in servizio e di imparare facendo.

D. – Sicuramente si può dire che questa è una concretizzazione della “cultura dell’incontro”, che Francesco sta testimoniando in persona, ma poi anche con i suoi insegnamenti…

R. – Certamente, la parola “incontro” è la parola che meglio esprime il senso delle “Cattedre Scholas”. Incontro significa incontro tra pensiero e realtà, tra persone, tra culture, tra posizioni diverse, punti di vista diversi. E’ interessante che in questo seminario di lancio delle cattedre siano presenti circa una cinquantina di Università del mondo di orientamenti valoriali, di religioni, di culture molto diverse, ma che sono state attratte da questo messaggio e che concretamente hanno deciso di cominciare a dare vita a questa grande rete. Alla fine di questo seminario, noi ci aspettiamo che ogni Università assuma degli impegni precisi, dica dove vuole impegnarsi e si dia anche un progetto, un tempo, in modo da arrivare – noi pensiamo fra un anno – a un altro grande seminario, nel quale questa volta parleranno le esperienze realizzate. Si cercherà di apprendere ancora e di continuare magari allargando la rete.

D. – Come docente universitario, qual è secondo lei il contributo che Francesco sta dando al mondo del sapere, in particolare a quello accademico?

R. – Devo dire che il pensiero del Papa è una fonte incredibile di risorse e di stimoli per la pedagogia, per l’educazione, per chi si occupa dei giovani. Io direi che il primo grande messaggio che il Papa comunica a chi educa è che educare vuol dire rivolgersi alla totalità della persona e cercare di non perdere nessuna delle dimensioni costitutive. Il Papa spesso ripete, in una forma molto sintetica, l’idea di armonia, dicendo: “E’ importante che ci sia, presente nell’educazione, la mente, ma anche la mano, ma anche il cuore”. Come a dire: la dimensione razionale e, però, poi anche la passione e la concretezza. Ecco, credo che questo sia il messaggio forte che poi deve trovare molte traduzioni.

D. – Non a caso la mano che abbraccia e tocca il mondo è proprio il simbolo di Scholas…

R. – E’ proprio questo e questa idea anche del compromettersi con la realtà, del non aver paura. Il Papa una volta, parlando agli educatori, ha detto: “Non guardate la vita dal balcone”. Spesso, noi studiosi guardiamo la vita dal balcone, diamo giudizi, critichiamo, formuliamo ipotesi, però stiamo al balcone. Il Papa ci dice: “Scendete, la vita è in cortile non nel balcone!” Bisogna che noi andiamo dove ci sono gli uomini, dove ci sono i giovani. Dobbiamo incontrare le persone.

(Da Radio Vaticana)

Udienza Congregazione don Orione 27-05-2016

27 maggio 2016

Papa Francesco ai membri della Piccola Opera della Divina Provvidenza, fondata da San Luigi Orione: c’è bisogno di sacerdoti che vadano oltre i confini delle istituzioni di carità, per portare misericordia a tutti.

 

Papa: Spirito Santo trasforma fedeli abitudinari in missionari coraggiosi

3 dicembre 2015

 

2015-12-03 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In un “mondo secolarizzato” accogliente verso i valori evangelici di amore e pace, ma che non ritiene Gesù il Figlio di Dio, la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti. Così il Papa questa mattina incontrando i partecipanti alla plenaria della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. “La missione – ha detto Francesco – trasforma, rinnova e rinvigorisce la fede e la vita cristiana”. Paolo Ondarza:

 

 

Mondo secolarizzato accoglie valori evangelici, ma non riconosce Gesù
L’esperienza di fede è oggi esposta ad un’ambiguità: “il mondo secolarizzato – spiega Francesco – è accogliente verso i valori evangelici dell’amore, della giustizia, della pace, della sobrietà”, ma “non mostra uguale disponibilità verso la persona di Gesù: non lo ritiene né Messia, né Figlio di Dio:

“Al più lo considera un uomo illuminato. Separa, dunque, il messaggio dal Messaggero, il dono dal Donatore”.

 

La Chiesa riscopra la missione che trasforma e rinnova
Una situazione di scollamento – constata il Papa – in cui è vitale riscoprire la “missio ad gentes”:

“La missione non risponde in primo luogo ad iniziative umane; protagonista è lo Spirito Santo, suo è il progetto. E la Chiesa è serva della missione”.

“Non è la Chiesa che fa la missione – spiega il Santo Padre – ma è la missione che fa la Chiesa, rinnovandola e rinvigorendone fede, entusiasmo, motivazioni e identità cristiana”. La missione dunque trasforma la Chiesa al suo interno ecco perché – è il desiderio del Papa – ogni parrocchia deve percorrere questa strada:

“In tal modo, lo Spirito Santo trasformerà i fedeli abitudinari in discepoli, i discepoli disaffezionati in missionari, tirandoli fuori dalle paure e dalle chiusure e proiettandoli in ogni direzione, sino ai confini del mondo”.

 

Chiese giovani donano sacerdoti in un momento di crisi vocazionale
Francesco ripensa al recente viaggio in Africa, ai tanti anonimi buoni samaritani incontrati, ed esprime l’auspicio che le Chiese di antica tradizione riscoprano lo slancio e l’entusiasmo missionario familiare tra le giovani Chiese, oggi capaci non solo ricevere, ma anche di dare sacerdoti in un momento di crisi vocazionale, segno di una “raggiunta maturità” e dell’“alba del nuovo giorno” :

“Paolo e Barnaba non avevano il Dicastero missionario alle spalle. Eppure, hanno annunciato la Parola, hanno dato vita a diverse comunità e versato il sangue per il Vangelo”.

 

La Chiesa vive “in uscita”
Forte l’esortazione alla Chiesa a porsi in ascolto della Parola e ad andare con slancio e freschezza missionaria sino ai confini del mondo, ad ascoltare il grido dei poveri e dei lontani, ad incontrare tutti e annunciare la gioia del Vangelo, speranza che non delude:

“Tutte le Chiese (…) se costrette nei propri orizzonti, corrono il pericolo di atrofizzarsi e spegnersi. La Chiesa vive e cresce ‘in uscita’, prendendo l’iniziativa e facendosi prossimo”.

Un rinnovato richiamo, quindi, ad “uscire dai recinti, emigrare in territori in cui siamo tentati di chiuderci”, per poter sempre camminare e seminare “oltre, più in là”.

 

(Da Radio Vaticana)

Papa ai catechisti ugandesi: siate maestri ma soprattutto testimoni

27 novembre 2015

 

2015-11-27 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il messaggio che portate si radicherà quanto più voi sarete non solo dei maestri, ma anche dei testimoni. Così il Papa agli insegnanti e catechisti nella comunità ugandese di Munyonyo. Francesco ha benedetto la prima pietra della nuova chiesa. Nel suo saluto, l’arcivescovo di Kampala, mons. Cyprian Kizito Lwanga, ha evidenziato la gioia nell’avere il Papa “nella terra dei Martiri” e per la prima volta a Munyonyo dove a fine ‘800 il Re Mwanga decise l’eliminazione dei cristiani. Al temine dell’incontro Francesco ha piantato simbolicamente un albero versandoci dell’acqua insieme con l’arcivescovo e con i rappresentanti di altre confessioni cristiane, a ricordare la dimensione ecumenica dei martiri ugandesi. Il servizio di Massimiliano Menichetti:

 

 

L’affetto e il desiderio d’incontro accompagnano Papa Francesco in un abbraccio continuo di colori e suoni in questo suo viaggio in Africa. Anche nella comunità ugandese di Munyonyo i canti e i balli, bucando il buio della sera, hanno dato il benvenuto al Pontefice accolto dal superiore dei Francescani Conventuali, cui è affidato il Santuario. Migliaia le persone presenti. Il Pontefice, rivolgendosi a insegnanti e catechisti, che nel Paese sono oltre 14.500, ha subito parlato del loro mandato evidenziando che Gesù è “il primo e più grande maestro”:

“Insieme ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, che sono stati ordinati per predicare il Vangelo e prendersi cura del gregge del Signore, voi, come catechisti, avete una parte di rilievo nel portare la Buona Notizia ad ogni villaggio e casolare del vostro Paese”.

Il Papa ha ringraziato per “i sacrifici”, “la dedizione e devozione” nell’insegnare:

“Istruite gli adulti e aiutate i genitori a crescere i loro figli nella fede e portate a tutti la gioia e la speranza della vita eterna. Grazie! Grazie per la vostra dedizione, per l’esempio che offrite, per la vicinanza al popolo di Dio nella sua vita quotidiana e per i tanti modi con cui piantate e coltivate i semi della fede in tutta questa vasta terra! Grazie specialmente per il fatto di insegnare ai bambini e ai giovani come pregare”.

Guardando alle difficoltà Francesco ha incoraggiato a perseverare chiedendo a “vescovi e sacerdoti” l’aiuto per una “formazione dottrinale, spirituale e pastorale” per rendere “sempre più efficace” il lavoro di insegnati e catechisti:

“Anche quando il compito appare gravoso, le risorse risultano troppo poche e gli ostacoli troppo grandi, vi farà bene ricordare che il vostro è un lavoro santo”.

Francesco ha ricordato la forza della preghiera e che lo Spirito Santo è “presente dove il nome di Cristo viene proclamato” e che è proprio Lui che “darà la luce e la forza di cui avete bisogno!”:

“Il messaggio che portate si radicherà tanto più profondamente nei cuori delle persone quanto più voi sarete non solo dei maestri, ma anche dei testimoni. E questa è un’altra cosa importante: voi dovete essere maestri, ma questo non serve se voi non siete testimoni”.

“Che il vostro esempio faccia vedere a tutti la bellezza della preghiera – ha rimarcato – il potere della misericordia e del perdono, la gioia di condividere l’Eucaristia con tutti i fratelli e le sorelle”:

“La comunità cristiana in Uganda è cresciuta grandemente grazie alla testimonianza dei martiri. Essi hanno reso testimonianza alla verità che rende liberi; furono disposti a versare il proprio sangue per rimanere fedeli a ciò che sapevano essere buono, bello e vero”.

Ribandendo lo splendore della luce emersa dal sangue dei Martiri ugandesi ha ricordato che “Munyonyo, è il “luogo dove il Re Mwanga decise di eliminare i seguaci di Cristo”. Ma “egli – ha continuato – non riuscì in questo intento, così come il Re Erode non riuscì ad uccidere Gesù”. La luce rifulse nelle tenebre – ha proseguito – e le tenebre non hanno prevalso (cfr Gv 1,5). Dopo aver visto la coraggiosa testimonianza di sant’Andrea Kaggwa e dei suoi compagni, i cristiani in Uganda divennero ancora più convinti delle promesse di Cristo”. Francesco ha affidato ai Martiri tutti gli uomini e le donne per una “convincente testimonianza dello splendore della verità di Dio e della gioia del Vangelo”. Poi il mandato:

“Andate senza paura in ogni città e villaggio di questo Paese, senza paura, per diffondere il buon seme della Parola di Dio, e abbiate fiducia nella sua promessa che tornerete festosi, con covoni ricolmi di un abbondante raccolto”.

Quindi la benedizione, “Dio vi benedica” ha detto in lingua swahili: Omukama Abawe Omukisa!

 

(Da Radio Vaticana)

Papa Francesco in Kenya: Omelia Messa a Nairobi

26 novembre 2015

Famiglie cristiane contro i deserti dell’egoismo

 

 

 

 

A Nairobi Papa Francesco ha celebrato la messa nel campus dell’università per tutto il Kenya, chiedendo di opporre resistenza a pratiche che favoriscono l’arroganza degli uomini, feriscono le donne e minacciano la vita di chi non è ancora nato. Dall’inviato Alessandro Di Bussolo.

 

Papa Francesco in Kenya: felice di essere in Africa

25 novembre 2015

 

2015-11-25 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Papa Francesco ha iniziato oggi a Nairobi, in Kenya, il suo primo viaggio apostolico in Africa. L’aereo papale è atterrato alle 16.45 locali (le 14.45 in Italia), con circa un quarto d’ora di anticipo sul programma. Un viaggio di sei giorni che porterà Francesco anche in Uganda e in Centrafrica. A Bangui, nella Cattedrale, aprirà la Porta Santa del Giubileo della Misericordia, una decina di giorni prima dell’inizio ufficiale dell’Anno Santo.

Al suo arrivo, il Papa ha lanciato questo tweet: “Mungu abariki Kenya! Che Dio benedica il Kenya!“. Nel saluto ai giornalisti del seguito Papa Francesco ha detto di recarsi con gioia in questo continente per incontrare i keniani, gli ugandesi e i fratelli della Repubblica centrafricana, auspicando che questo viaggio possa dare frutti spirituali e materiali. A un giornalista che gli chiedeva se fosse preoccupato per le questioni della sicurezza, ha risposto con un sorriso dicendo di essere preoccupato per le zanzare.

Il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha ricordato ai giornalisti che come al solito, ieri sera il Papa si è recato a pregare la Madonna a Santa Maria Maggiore, in forma privatissima, per chiedere la protezione di Maria per questo viaggio.

Il Papa è stato accolto all’aeroporto internazionale di Nairobi dal presidente Uhuru Kenyatta, dal cardinale John Njue, arcivescovo di Nairobi, accompagnato dai vescovi keniani, e da una piccola folla di fedeli con canti e balli tradizionali. Il Pontefice terrà il primo discorso del viaggio nel giardino del Palazzo presidenziale in occasione dell’incontro con le autorità del Kenya e il corpo diplomatico. Di lì il trasferimento alla nunziatura apostolica di Nairobi dove pernotterà. Da Nairobi, la cronaca dell’inviata, Adriana Masotti:

 

Gli appuntamenti
Qui in Kenya lo aspettano tutti il Papa, cattolici e non: in migliaia si sono mossi da tutto il Paese per poterlo incontrare e anche dai Paesi confinanti come il Sud Sudan in prevalenza di religione cristiana. Il primo appuntamento del Papa, subito dopo l’arrivo, sarà quello con il presidente, le autorità e il corpo diplomatico. In questo momento il rapporto tra Stato e Chiesa è buono e si sta lavorando ad un Concordato. Tra gli altri appuntamenti di domani l’incontro ecumenico ed interreligioso e la Messa al Campus dell’Università, un momento aperto a tutti e un’opportunità per tanti, si parla di un milione e mezzo, per vedere il Papa.

 

Papa in prima pagina
I mass-media hanno dedicato in questi giorni ampio spazio alla visita. Oggi non solo i primi titoli sono dedicati a Francesco, ma ci sono anche inserti di più pagine con foto, approfondimenti, la sua biografia, le visite precedenti di Giovanni Paolo II e altro ancora. E poi articoli sulla sicurezza, sottolineando però che non è straordinaria, ma che si è fatto ciò che si fa per qualunque altra autorità in visita al Paese.

 

No corruzione, sì riconciliazione
Altro tema la corruzione endemica in Kenya e che il governo cerca di contrastare con nuove misure. Papa Francesco è visto come il Papa della speranza, un Papa con il sorriso, umile, ma deciso. La Chiesa cattolica è molto importante per il Paese con i suoi ospedali, i dispensari, le scuole di qualità a servizio della gente. Qui ci si aspetta che Francesco parli di giustizia e di riconciliazione, ma anche di risorse naturali e sostenibilità ambientale.

 

Dall’Onu ai giovani
Domani  Francesco incontrerà il personale dell’Onu che lavora qui per tutta l’Africa. Le parole del Papa, dunque, avranno un uditorio qualificato e ci si augura lascino un segno. Si attende poi un incoraggiamento ai giovani perché non perdano la speranza nel futuro e un appello al rispetto reciproco tra le religioni e le diverse etnie presenti. C’è necessità di un Paese unito contro il terrorismo, come i vescovi e il presidente Kenyatta continuano a raccomandare.

 

(Da Radio Vaticana)

Il Papa in volo per il Kenya

25 novembre 2015

 

2015-11-25 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Papa Francesco e’ arrivato alle 7 e 40 all’aeroporto di Fiumicino ed alle 8.01 l’aereo papale è decollato alla volta del Kenya, prima tappa del viaggio apostolico che lo portera’ anche in Uganda e nella Repubblica Centrafricana. L’arrivo all’aeroporto internazionale “Jomo Kenyatta” di Nairobi e’ previsto alle ore 17 locali (15 italiane).  Con la sorveglianza dall’alto di un elicottero della polizia, il Pontefice e’ giunto a bordo della Ford Focus del Vaticano che si e’ fermata in pista, a pochi metri dall’airbus A330-200 dell’Alitalia “Giotto”, con cui sta volando per Nairobi. Papa Francesco, sempre con la consueta borsa nera nella mano sinistra, e’ stato accolto, tra gli altri, da mons. Reali, vescovo della diocesi di Porto-Santa Rufina, nella cui giurisdizione si trova l’aeroporto di Fiumicino e da altre autorita’ civili e militari, con le quali si e’ intrattenuto cordialmente. Subito dopo il Pontefice, sorridente, e’ salito di buona lena sulla scaletta e prima di entrare nell’airbus ha salutato i presenti con un cenno della mano.

 

Il telegramma del Papa al Presidente italiano Mattarella
Il Papa, come e’ tradizione per ogni viaggio internazionale del pontificato, ha inviato un messaggio al presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella. “Nel momento in cui mi accingo a compiere un viaggio apostolico in Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana, mosso dal vivo desiderio di incontrare i fratelli nella fede e gli abitanti di quelle care nazioni – si legge nel telegramma – mi e’ gradito rivolgere a Lei, signor presidente, l’espressione del mio deferente saluto che accompagno con fervide preghiere per il bene e la prosperita’ dell’intero popolo italiano”.

 

Il messaggio del Presidente Mattarella al Papa
Questa il messaggio del Presidente Mattarella inviato a  Papa Francesco: “Desidero farle pervenire il mio piu’ sincero ringraziamento per il messaggio che ha voluto cortesemente indirizzarmi nel momento in cui si accinge a partire per il viaggio apostolico in Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana. L’Italia e la comunita’ internazionale guardano con grande attenzione al suo primo viaggio nel continente africano, il cui potenziale di crescita e sviluppo e’ tuttora ostacolato da guerre, instabilita’ politica, poverta’ e allarmanti disuguaglianze sociali. La sua presenza sara’ di sostegno e incoraggiamento alle locali comunita’ cristiane e rechera’ un importante segnale di pace, fraternita’ e dialogo ai paesi visitati e all’intero continente, fornendo altresi’ un prezioso messaggio di speranza per il futuro. Mi e’ gradita, Santita’, l’occasione per rinnovarle i sensi della mia piu’ profonda stima e considerazione”.

 

(Da Radio Vaticana)

Papa applaudito al Congresso: costruire il bene comune, no ad ogni forma di violenza

24 settembre 2015

 

2015-09-24 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Storico discorso del Papa al Congresso degli Stati Uniti d’America. Francesco, primo pontefice in questa sede, ha parlato a tutti gli americani di accoglienza e dialogo per la costruzione del bene comune. “Sono un figlio di questo grande continente” ha detto. In un lungo intervento più volte applaudito ha esortato all’accoglienza, al rispetto delle libertà, esprimendosi contro ogni violenza, la pena di morte, il commercio di armi e un’economia che prevale sull’uomo. Migliaia di persone hanno salutato l’arrivo del Papa a Capitol Hill e dopo quando si è affacciato dal balcone di saluto dei presidenti che guarda l’area monumentale del National Mall. Da qui il Papa ha benedetto e salutato la folla. Il nostro inviato Massimiliano Menichetti:

 

Il Papa parla alla Plenaria del Congresso degli Stati Uniti dopo il lungo applauso e l’entusiasmo che lo ha accolto. Standing ovation in molti punti del suo discorso a partire dal saluto: sono contento di essere nella “terra dei liberi e casa dei valorosi”.

Il compito dei parlamentari
“Sono un figlio di questo grande continente” dice presentando immediatamente le sfide che ha la politica, che hanno i delegati eletti ovvero il perseguimento del bene comune, favorire l’unità, proteggere chi vulnerabile. Traccia un parallelismo con Mosè e sottolinea che come al patriarca e legislatore del popolo d’Israele, ai parlamentari è richiesto “di proteggere, con gli strumenti della legge, l’immagine e la somiglianza modellate da Dio su ogni volto umano”:

“Oggi vorrei rivolgermi non solo a voi, ma, attraverso di voi, all’intero popolo degli Stati Uniti”.

Il bene condiviso
Uomini e donne dice il Papa che “non si preoccupano semplicemente di pagare le tasse”, ma costruiscono, “sostengono” giorno dopo giorno “la vita della società”, dando “una mano a chi ha più bisogno”. Poi guarda alle radici degli Stati Uniti e lega la realtà di oggi ai sacrifici di sempre, anche a costo della vita, per un futuro migliore, per un bene condiviso e cita gli americani: Abraham Lincoln, Martin Luther King, Dorothy Day e Thomas Merton:

“Un popolo con questo spirito può attraversare molte crisi, tensioni e conflitti, mentre sempre sarà in grado di trovare la forza per andare avanti e farlo con dignità”.

Abraham Lincoln – la libertà – le minacce
Nel centocinquantesimo anniversario dell’assassinio del custode della libertà, il Presidente Lincoln, il Papa sottolinea che un futuro di libertà “richiede amore per il bene comune e collaborazione in uno spirito di sussidiarietà e solidarietà”. Francesco mostra preoccupazione per quella che definisce l’inquietante odierna situazione sociale e politica del mondo:

“Il nostro mondo è sempre più un luogo di violenti conflitti, odi e brutali atrocità, commesse perfino in nome di Dio e della religione. Sappiamo che nessuna religione è immune da forme di inganno individuale o estremismo ideologico”.

Centrale per il Papa è salvaguardare la libertà religiosa, la libertà intellettuale e le libertà individuali, ma senza cadere nelle polarizzazioni: “solo bene solo male”, “giusti e peccatori”. “Imitare l’odio e la violenza dei tiranni e degli assassini – rimarca –  è il modo migliore di prendere il loro posto e questo – aggiunge – è qualcosa che voi, come popolo, rifiutate”:

“La nostra, invece, dev’essere una risposta di speranza e di guarigione, di pace e di giustizia”, questo “per risolvere le molte crisi economiche e geopolitiche” in atto.

La pace – il rispetto degli impegni
Gli sforzi esorta Francesco devono “puntare a restaurare la pace, rimediare agli errori, mantenere gli impegni, e così promuovere il benessere degli individui e dei popoli”. In questa costruzione fondamentale parte importante è anche la voce della fede “che cerca di far emergere il meglio in ogni persona e in ogni società”. E contribuisce a eliminare le nuove forme globali di schiavitù, “nate da gravi ingiustizie le quali possono essere superate solo grazie a nuove politiche e a nuove forme di consenso sociale”:

“Se la politica dev’essere veramente al servizio della persona umana, ne consegue che non può essere sottomessa al servizio dell’economia e della finanza”. “Politica – dice – è espressione del nostro insopprimibile bisogno di vivere insieme in unità”.

Martin Luther King – Immigrazione e accoglienza
Pensando alla marcia che Martin Luther King ha guidato da Selma a Montgomery per i pieni diritti civili e politici per gli Afro-Americani. Parla di un “sogno” che continua ad ispirare milioni di persone che negli ultimi secoli sono giunti in questa terra:

“Noi, gente di questo continente, non abbiamo paura degli stranieri, perché molti di noi una volta eravamo stranieri. Vi dico questo come figlio di immigrati, sapendo che anche tanti di voi sono discendenti di immigrati”.

“Educhiamo le nuove generazioni a non voltare le spalle al loro “prossimo” – legge – puro sottolineando che i flussi di rifugiati sono di proporzioni che non si vedevano dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Una sfida per il Papa che non deve spaventare per dare una risposta che sia umana, giusta e e fraterna”. “Fai agli altri  ciò che vorresti che gli altri facessero a te” – dice -.

“In una parola, se vogliamo sicurezza, diamo sicurezza; se vogliamo vita, diamo vita; se vogliamo opportunità, provvediamo opportunità”.

No alla pena di morte
Da qui il no netto alla pena di morte:

“Ogni vita è sacra, ogni persona umana è dotata di una inalienabile dignità, e la società può solo beneficiare dalla riabilitazione di coloro che sono condannati per crimini”.

Dorothy Day – la giustizia sociale – la cura del Creato
Poi menzionando la serva di Dio Dorothy Day, che ha fondato il Catholic Worker Movement, esempio di impegno sociale e giustizia “per far uscire la gente dalla povertà estrema”, Francesco rimarca che in tempi di crisi e “di difficoltà economica non si deve perdere lo spirito di solidarietà globale” e portare la speranza a chi intrappolato nel “cerchio della povertà” e della fame. Fondamentale per spezzare questa catena “un’economia che cerca di essere moderna, inclusiva e sostenibile”, al “servizio al bene comune” e rispettosa del Creato. Più volte ha citato la sua Enciclica “Laudato sì”:

“Ora è il momento di azioni coraggiose e strategie dirette a implementare una «cultura della cura»”.

Il Papa esorta a prendersi cura della natura, a combattere la povertà anche orientando tecnologie e limitando i poteri.

Thomas Merton – la costruzione di ponti tra i popoli

Tratteggiando la figura del monaco cistercense Thomas Merton, uomo di preghiera, un pensatore – precisa – che ha sfidato le certezze del suo tempo promuovendo la “pace tra popoli e religioni”. Ha esortato alla costruzione di ponti riferendosi indirettamente ai rinnovati rapporti Cuba-Usa. Un buon leader politico opta sempre per «iniziare processi più che possedere spazi» – continua il Papa – tra gli applausi:

“Essere al servizio del dialogo e della pace significa anche essere veramente determinati a ridurre e, nel lungo termine, a porre fine ai molti conflitti armati in tutto il mondo”.

No alla vendita di armi
Il Papa ha condannato i profitti derivanti dalla vendita di armi: “Un denaro intriso di sangue, spesso innocente”.

“Davanti a questo vergognoso e colpevole silenzio, è nostro dovere affrontare il problema e fermare il commercio di armi”.

Le famiglie
Poi lo sguardo del Papa va al Meeting Mondiale delle famiglie di Filadelfia dove sarà sabato e domenica. Ribadisce la centralità della “famiglia nella costruzione di questo Paese!”. Io  posso solo riproporre – aggiunge – l’importanza  e, soprattutto,  la ricchezza  e la  bellezza  della  vita  familiare. Eppure non ha nascosto la preoccupazione per nuove minacce verso questa realtà che “forse come mai in precedenza” la “assediano dall’interno e dall’esterno”:

“Relazioni fondamentali sono state messe in discussione, come anche la base stessa del matrimonio e della famiglia”.

I giovani – l’auspicio per gli Usa
Volgendosi ai giovani rimarca che vivono in una cultura che li spinge a non formare una famiglia, “perché mancano loro possibilità per il futuro” o perché disorientati, “intrappolati” a volte “in un labirinto  senza speranza, segnato da violenze, abusi e disperazione”. “I loro problemi – dice – sono i nostri  problemi”.

Quindi torna a citare Lincoln, Martin Luther King, Dorothy Day e Merton che hanno testimoniato che la grandezza di una nazione è tale quando difende la libertà, consente alla gente di “sognare” pieni diritti per tutti, quando lotta per la giustizia e la causa degli oppressi, il dialogo e semina pace:

“Il mio auspicio è che questo spirito continui a svilupparsi e a crescere, in modo che il maggior numero possibile di giovani possa ereditare e dimorare in una terra che ha ispirato così tante persone a sognare”.

Il saluto alla folla nel National Mall
Emozionante poi il saluto in spagnolo alla folla radunata davanti al balcone di Capitol Hill, nell’area monumentale del National Mall. Il Papa si è rivolto ai bambini “i più importanti” ha detto poi ha benedetto tutti e chiesto sostegno per questo viaggio:

“E vi chiedo per favore di pregare per me e se tra di voi c’è qualcuno che non crede o non può pregare, vi chiedo per favore che mi auguri cose buone”.

(Da Radio Vaticana)

Papa ai bambini: “fabbricate” la pace, no a trafficanti d’armi

11 maggio 2015

 

2015-05-11 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“La pace è un prodotto artigianale” che si costruisce “ogni giorno” volendo bene agli altri, ma la pace non esiste “dove non c’è la giustizia” e dove prosperano i trafficanti di armi. È l’insegnamento centrale che ha caratterizzato il festoso incontro di Papa Francesco in Aula Paolo VI con i settemila bambini e ragazzi provenienti da scuole di tutta Italia, che hanno aderito al progetto educativo della Fondazione “Fabbrica della pace”, condotto in collaborazione col Ministero dell’Istruzione e la Cei. La cronaca nel servizio di Alessandro De Carolis:

 

 

 

La casa della pace e quella della guerra vengono costruite tutti i giorni. Con una differenza: la prima è un laboratorio artigianale, la seconda è un’industria. La prima cerca la persona con gesti di fraternità e accoglienza, la seconda la distrugge per avidità e soldi. Nell’Aula Paolo VI, che pare più che altro un’immensa aula scolastica in un giorno di festa, Papa Francesco si lascia sommergere dai giovanissimi “operai” della “Fabbrica della pace”, che lo accolgono con musica e un entusiasmo “bollente”, lo eleggono uno di loro donandogli un caschetto bianco, e gli rivolgono una raffica di domande, tredici, alle quali Francesco – catechista con la cattedra che gli costruiscono gli stessi bambini accoccolandoglisi accanto – replica a braccio, una a una, partendo dalla madre di tutte le domande, “come si fa la pace”:

“La pace non è un prodotto industriale: la pace è un prodotto artigianale. Si costruisce ogni giorno con il nostro lavoro, con la nostra vita, con il nostro amore, con la nostra vicinanza, con il nostro volerci bene (…) Quello che toglie la pace è il non volerci bene. Quello toglie la pace! Quello che toglie la pace è la gelosia, le invidie, l’avarizia, il togliere le cose degli altri: quello toglie la pace”.

“L’industria della morte”
Francesco scorre l’elenco e risponde alle vocine squillanti e a quesiti grandi il doppio di chi li ha posti: perché l’accoglienza verso gli immigrati è così difficile, perché “le persone potenti non aiutano la scuola”…. Il Papa allarga l’orizzonte e si chiede perché tante persone potenti non vogliano la pace:

“Perché vivono dalle guerre! L’industria delle armi: questo è grave! I potenti, alcuni potenti, guadagnano nella vita con la fabbrica delle armi (…) E’ l’industria della morte! E guadagnano (…) Si guadagna di più con la guerra! Si guadagnano i soldi, ma si perdono le vite, si perde la cultura, si perde l’educazione, si perdono tante cose. E’ per questo che non la vogliono. Un anziano prete che io ho conosciuto anni fa diceva questo: il diavolo entra per i portafogli. Per la cupidigia. E per questo non vogliono la pace!”.

Rialzati, Dio ti perdona
Le domande diventano più stringenti man mano che al microfono si presentano bambini segnati da situazioni che non dovrebbero aver vissuto. Uno bloccato su una carrozzina gli dice che a settembre andrà a Lourdes con l’Unitalsi, un altro si fa portavoce di un amico ricoverato al Bambin Gesù, uno dal carcere minorile di Casal del Marmo gli fa chiedere se la cella sia una soluzione… Francesco non cerca scuse: non c’è risposta al dolore di un bambino, ma deve esserci – asserisce – una società che faccia di tutto per curarli e reinserirli. E non vi sia storia di sbagli sulla quale, dice, non risplenda il sole di questa certezza:

“Dio perdona tutto! Capito? Siamo noi a non saper perdonare. Siamo noi a non trovare strade di perdono (…) E il perdono cosa significa? Sei caduto? Alzati! Io ti aiuterò ad alzarti, a reinserirti nella società. Sempre c’è il perdono e noi dobbiamo imparare a perdonare ma così: aiutando a reinserire chi ha sbagliato”.

La pace di ogni giorno
E poi, quasi a voler estrarre l’essenza di tutto quanto affermato, un bambino di 9 anni gli chiede: ma cos’è in fondo la pace di cui “sento parlare tanto”?:

“La pace è prima di tutto che non ci siano le guerre, ma anche che ci sia la gioia, che ci sia l’amicizia fra tutti, che ogni giorno si faccia un passo avanti per la giustizia, perché non ci siano bambini affamati, perché non ci siano bambini malati che non abbiano la possibilità di essere aiutati nella salute… Fare tutto questo è fare la pace”.

Senza pace non c’è giustizia
Sappiate anche pregare per la pace, soggiunge Francesco, a chi gli chiede se la religione possa aiutare nella vita. E a un altro che domanda: “Ma secondo te, Papa, un giorno saremo tutti uguali?”, Francesco esclama in modo trascinante:

“Tutti abbiamo gli stessi diritti! Quando non si vede questo, quella società o questo mondo è ingiusto. Non è con giustizia. E dove non c’è al giustizia, non può esserci la pace. Capito? Lo diciamo, questo piacerebbe… vediamo se siete bravi: mi piacerebbe ripeterlo insieme più di una volta… State attenti è così: ‘Dove non c’è la giustizia, non c’è la pace!’… tutti: (bambini): ‘Dove non c’è la giustizia, non c’è la pace!’. Un po’ più forte…(bambini): ‘Dove non c’è la giustizia, non c’è la pace!’”.

All’incontro in Aula Paolo VI ha preso parte anche Emma Bonino, cui Papa Francesco aveva  telefonato il primo maggio scorso per informarsi sulla sua salute e per incoraggiarla “a tenere duro”.

(Da Radio Vaticana) 

Papa: cristiani non si dividano su vita, matrimonio, sessualità

4 maggio 2015

 

2015-05-04 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il cammino ecumenico è imprescindibile, ma non vanno sottaciute le tematiche sulla vita, la famiglia e la sessualità per il timore di ulteriori divisioni: lo ha detto Papa Francesco incontrando in Vaticano la signora Antje Jackelén, arcivescovo di Uppsala, della Chiesa Evangelica-Luterana di Svezia. Il servizio di Sergio Centofanti:

 

 

Non si può prescindere dall’ecumenismo
“Ormai non si può prescindere dall’ecumenismo”, Papa Francesco lo ribadisce con forza invitando tutti i fedeli “a intraprendere, riconoscendo i segni dei tempi, la via dell’unità per superare la divisione tra i cristiani, che non solo si oppone apertamente alla volontà di Cristo ma è anche di scandalo al mondo e danneggia la più santa delle cause: la predicazione del Vangelo a ogni creatura”.

Non avversari o concorrenti, ma fratelli nella fede
Il Papa parla di “profondo rispetto ed apprezzamento nei confronti di quei fratelli e sorelle separati a cui nella coesistenza quotidiana talvolta si rischia di rivolgere scarsa considerazione”:

“In realtà, essi non vanno percepiti come avversari o come concorrenti, ma riconosciuti per quello che sono: fratelli e sorelle nella fede. Cattolici e Luterani sono tenuti a ricercare e a promuovere l’unità nelle diocesi, nelle parrocchie, nelle comunità in tutto il mondo. Sulla via verso la piena e visibile unità nella fede, nella vita sacramentale e nel mistero ecclesiale rimane ancora molto lavoro da fare; ma possiamo essere certi che lo Spirito Paraclito sarà sempre luce e forza per l’ecumenismo spirituale e per il dialogo teologico”.

Compiere ulteriori passi nel cammino dell’unità
Il Pontefice ricorda con piacere il recente documento intitolato ‘Dal conflitto alla comunione – la commemorazione comune luterano-cattolica della Riforma nel 2017’, pubblicato dalla Commissione luterano-cattolica per l’unità: “Ci auguriamo di cuore che tale iniziativa possa incoraggiare a compiere, con l’aiuto di Dio e la nostra collaborazione con Lui e tra di noi, ulteriori passi nel cammino dell’unità”.

Non dividersi su vita, matrimonio, famiglia, sessualità
“La chiamata all’unità nella sequela di Nostro Signore Gesù Cristo – osserva – comporta anche un’impellente esortazione all’impegno comune sul piano caritativo, in favore di tutti coloro che nel mondo soffrono a causa della miseria e della violenza, e hanno bisogno in modo particolare della nostra misericordia; specialmente la testimonianza dei nostri fratelli e sorelle perseguitati ci spinge a crescere nella comunione fraterna”. Quindi, aggiunge:

“Di urgente attualità è poi la questione della dignità della vita umana, sempre da rispettare, come pure lo sono le tematiche attinenti alla famiglia, al matrimonio e alla sessualità che non possono essere taciute o ignorate per timore di mettere a repentaglio il consenso ecumenico già raggiunto. Sarebbe un peccato se in queste importanti questioni si consolidassero nuove differenze confessionali”.

Il grazie del Papa alla Chiesa luterana svedese
Infine, il Papa ringrazia la Chiesa luterana svedese per l’accoglienza di tanti migranti sudamericani nei tempi delle dittature: “Accoglienza fraterna che ha fatto crescere le famiglie”.

(Da Radio Vaticana)

Papa Francesco alla Comunità di vita cristiana /4 – L’impegno in politica

1 maggio 2015

“Io cattolico guardo dal balcone? Non si può guardare dal balcone! Immischiati lì! Dà il meglio”. Papa Francesco risponde sull’impegno in politica dei cattolici, qui la risposta integrale (“Un partito solo dei cattolici non serve”)

 

 

Pubblicato il 30 apr 2015

Papa Francesco ha incontrato il 30 aprile 2015, nell’Aula Paolo VI in Vaticano i membri della Comunità di vita cristiana (CVX) – Lega Missionaria Studenti d’Italia e ha risposto a quattro domande.

Questa è la quarta (Gianni): “Santo Padre, quale discernimento può venirci dalla spiritualità ignaziana per aiutarci a mantenere vivo il rapporto tra la fede in Gesù Cristo e la responsabilità ad agire sempre per la costruzione di una società più giusta e solidale?

Il Papa: ecumenismo non è opzione, ci unisca sangue dei martiri

30 aprile 2015

 

2015-04-30 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“La causa dell’unità non è un impegno opzionale”. E’ quanto affermato da Papa Francesco ricevendo i membri della Commissione internazionale anglicana-cattolica, riuniti per una nuova sessione di lavoro. Il Pontefice ha inoltre sottolineato che il sangue dei nuovi martiri deve unire i cristiani “al di là di ogni divisione”. Infine, l’esortazione a non scoraggiarsi dinnanzi alle difficoltà nel ricercare l’unità, confidando sempre nella potenza dello Spirito Santo. Il servizio di Alessandro Gisotti:

 

 

 

“Oggi il mondo ha urgentemente bisogno della testimonianza comune e gioiosa, dei cristiani, dalla difesa della vita” alla “promozione della pace e della giustizia”. Lo sottolinea con forza Papa Francesco che, incontrando i membri della Commissione internazionale anglicana-cattolica, ha elogiato l’impegno a “superare gli ostacoli che si frappongono alla piena comunione”.

L’ecumenismo non è un impegno opzionale nella vita delle Chiese
Tra breve, ha osservato il Papa, saranno pubblicate “cinque dichiarazioni comuni prodotte finora nella seconda fase del dialogo anglicano-cattolico”, un traguardo che “ci ricorda che le relazioni ecumeniche ed il dialogo non sono elementi secondari della vita delle Chiese”:

“La causa dell’unità non è un impegno opzionale e le divergenze che ci dividono non devono essere accettate come inevitabili. Alcuni vorrebbero che, dopo cinquant’anni, ci fossero risultati maggiori quanto all’unità. Nonostante le difficoltà, non possiamo lasciarci prendere dallo sconforto, ma dobbiamo confidare ancora di più nella potenza dello Spirito Santo, che può sanarci e riconciliarci e fare ciò che umanamente sembra impossibile”.

La testimonianza dei nuovi martiri più forte di ogni divisione
Francesco ha, quindi, sottolineato che “esiste un legame forte che già ci unisce, al di là di ogni divisione: è la testimonianza dei cristiani, appartenenti a Chiese e tradizioni diverse, vittime di persecuzioni e violenze solo a causa della fede che professano” ed ha citato in particolare i martiri dell’Uganda “metà cattolici, metà anglicani”:

“Il sangue di questi martiri nutrirà una nuova era di impegno ecumenico, una nuova appassionata volontà di adempiere il testamento del Signore: che tutti siano una cosa sola (cfr Gv 17,21). La testimonianza di questi nostri fratelli e sorelle ci esorta ad essere ancora più coerenti con il Vangelo e a sforzarci di realizzare, con determinazione, ciò che il Signore vuole per la sua Chiesa”.

Il Papa ha concluso il suo intervento invocando “i doni dello Spirito Santo, per essere in grado di rispondere coraggiosamente ai ‘segni dei tempi’, che chiamano tutti i cristiani all’unità e alla testimonianza comune”.

(Da Radio Vaticana)

Commozione del Papa per la morte del card. Canestri: umile e fedele

30 aprile 2015

 

2015-04-30 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Papa Francesco ha espresso la sua “profonda commozione” per la scomparsa, ieri a Roma, all’età di 96 anni, del cardinale Giovanni Canestri, arcivescovo emerito di Genova. In un telegramma al cardinale vicario Agostino Vallini, il Papa  manifesta “sincera ammirazione” per questo “stimato uomo di Chiesa che visse con umiltà e fedeltà il suo lungo e fecondo sacerdozio ed episcopato a servizio del Vangelo e delle anime lui affidate”.

Ricorda “con gratitudine il suo fervido ministero dapprima come viceparroco, negli anni duri della guerra, nelle periferie romane segnate da sofferenze e povertà; poi come parroco in due popolose borgate, intento ad educare specialmente i giovani alla gioia della fede. Nominato vescovo ausiliare di Roma – sottolinea il Papa – si dedicò con intensità apostolica alle esigenze spirituali e materiali della gente, mentre partecipava assiduamente ai lavori del Concilio Vaticano II. Nel ministero episcopale a Tortona, in seguito come vicegerente e poi arcivescovo di Cagliari e infine di Genova-Bobbio – prosegue Francesco – ha testimoniato saggezza pastorale, generosa attenzione alle necessità degli altri, andando incontro a tutti con bontà e mansuetudine”.

I funerali del cardinale Canestri si terranno sabato mattina, 2 maggio alle 8.30, nella Basilica di San Pietro a Roma presieduti dal cardinale decano Angelo Sodano. Al termine della celebrazione Papa Francesco presiederà il rito dell’Ultima Commendatio e della Valedictio.

Il porporato aveva a suo tempo manifestato il desiderio che la sua salma riposasse nella Cattedrale di San Lorenzo. Nel pomeriggio dello stesso giorno infatti la salma sarà trasferita a Genova e, al suo arrivo sarà accolta in Cattedrale. Qui resterà esposta per la preghiera dei fedeli nei giorni di domenica 3 maggio, dalle ore 8 alle 12 e dalle 15 alle 19, e lunedì 4 maggio dalle 9 alle 12. I funerali a Genova si terranno lunedì pomeriggio 4 maggio alle ore 16, presieduti dal cardinale Angelo Bagnasco e concelebrati dai vescovi della Liguria. Dopo la celebrazione, a porte chiuse, la salma del porporato verrà tumulata in San Lorenzo presso l’altare del SS. Sacramento.

Nato a Castelspina, Diocesi di Alessandria, il 30 settembre 1918, Giovanni Canestri aveva ricevuto l’ordinazione sacerdotale il 12 aprile 1941 dalle mani di mons. Luigi Traglia nella Basilica di San Giovanni in Laterano a Roma, dove svolse la sua azione pastorale come parroco e direttore spirituale del Pontificio Seminario Romano Maggiore. L’8 luglio 1961, Giovanni XXIII lo eleggeva vescovo titolare di Tenedo, nominandolo nel contempo ausiliare del cardinale vicario di Roma. Ricevuta l’ordinazione episcopale il 30 luglio successivo, il giovane vescovo partecipò ai lavori del Concilio Ecumenico Vaticano II, intervenendo durante le Congregazioni generali sui temi dell’ecumenismo e della libertà religiosa. Il 7 gennaio 1971 venne trasferito alla Sede episcopale residenziale di Tortona. Resse il governo pastorale della Diocesi per soli quattro anni. L’8 febbraio 1975, infatti, Paolo VI lo richiamò a Roma, promuovendolo arcivescovo titolare di Monterano ed affidandogli l’incarico di vicegerente. Il 22 marzo 1984 venne nominato da Giovanni Paolo II arcivescovo di Cagliari. Il 6 luglio 1987 assunse la guida dell’arcidiocesi di Genova-Bobbio, raccogliendo il Pastorale dalle mani del card. Siri. Creato cardinale, guidò la sede metropolitana di Genova fino all’aprile del 1995. Gli succedette il cardianle Dionigi Tettamanzi e da quell’anno si trasferì a Roma con il titolo di arcivescovo emerito dell’Arcidiocesi di Genova.

 

 

(Da Radio Vaticana)

Papa a vescovi Gabon: uniti nel difendere vita e persona umana

20 aprile 2015

 

2015-04-20 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non esitare ad “alzare la voce” per difendere “la persona umana e la sacralità della vita”. E’ una delle raccomandazioni di Papa Francesco ai vescovi del Gabon, in visita ad Limina. Nel discorso consegnato ai presuli, guidati da mons. Mathieu Madega Lebouakehan, presidente della Conferenza episcopale del Paese africano, il Papa ha raccomandato pure una particolare attenzione ai giovani, affinché resistano “alle ideologie”, “alle sette”, “alle illusioni di una falsa modernità” e “al miraggio di ricchezze materiali” del mondo di oggi. Il servizio di Giada Aquilino:

 

 

Comunione e fratellanza
Una Chiesa “famiglia di Dio”, unita attorno all’annuncio del Vangelo come messaggio di pace, gioia e salvezza, “che libera l’uomo dalle forze del male al fine di condurlo verso il Regno di Dio”. Nelle parole del Papa è questa l’immagine della Chiesa in Gabon, a 170 anni dalla sua fondazione. Ai vescovi del Paese africano, Francesco – ricordando i “valorosi missionari” che hanno predicato nella loro terra come pure i primi cristiani del Gabon – raccomanda quella comunione e quella fratellanza capaci di “immunizzare” dalla minaccia rappresentata da “considerazioni tribali ed etniche discriminatorie”, che sono la “negazione” del Vangelo. La “collaborazione fraterna” – prosegue – deve permettere di “soddisfare al meglio i bisogni, come le sfide della Chiesa e di garantire uno spirito di collegialità per il bene comune di tutta la società”. In tal senso è stata istituita dai vescovi una giornata di preghiera per il Gabon: così – osserva il Papa – la Chiesa, attraverso il messaggio cristiano di costruzione di un “mondo sempre più giusto e fraterno”, dimostra di condividere le preoccupazioni della popolazione. In questo quadro, è stato inaugurato nel 2011 a Libreville un Centro studi per la dottrina sociale e il dialogo interreligioso.

Difesa della persona umana e della vita
Il Pontefice incoraggia i presuli a non esitare ad “alzare la voce” per difendere “la persona umana e la sacralità della vita”, in particolare nell’ambito educativo, con le istituzioni cattoliche che – grazie anche ad un accordo tra Santa Sede e Repubblica gabonese – portano avanti la promozione dell’uomo, “con un’opzione preferenziale per i più poveri”. “Attenzione fraterna” va posta “alla vita e alla missione dei sacerdoti”, attraverso il dialogo, “senza tuttavia esitare a punire situazioni che lo richiedano”, nella giustizia e nella carità. I candidati al sacerdozio, che – con “entusiasmo” a volte anche intervallato dal “dubbio” – vogliono dedicare “la loro vita al Signore”, hanno bisogno di un incoraggiamento e di una formazione basata sul Vangelo e sui valori culturali del loro Paese, nonché sul senso di onestà e responsabilità. Nell’Anno della vita consacrata, il Pontefice sollecita un “dialogo costruttivo e una collaborazione permanente” con i religiosi e le religiose del Paese, come pure con i tanti fedeli laici impegnati a vari livelli nella vita delle comunità locali. D’altra parte la Chiesa è “missionaria per natura”: quindi, “la formazione umana e cristiana dei laici – sottolinea Francesco – è un modo importante per contribuire all’opera di evangelizzazione e di sviluppo delle persone”, avendo al contempo il desiderio di essere sempre ‘in uscita’ verso le periferie della società”.

Resistere a illusioni e miraggi
A proposito dei giovani, esorta i vescovi a presentare loro il vero volto di Cristo, “loro amico e guida”, in modo che trovino in Lui un solido ancoraggio “per resistere alle ideologie”, “alle sette” come pure “alle illusioni di una falsa modernità” e “al miraggio di ricchezze materiali”. Il pensiero del Pontefice va infine alle famiglie, in vista del prossimo Sinodo ad esse dedicato.

(Da Radio Vaticana)

Educare al vero, al bene, al bello. Sull’Insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Messaggio della CEI ai giovani ed ai genitori

18 gennaio 2015

Messaggio della Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana in vista della scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica

Cari studenti e cari genitori,
in occasione dell’iscrizione al prossimo anno scolastico, sarete invitati anche a scegliere se avvalervi o non avvalervi dell’insegnamento della religione cattolica. Anche se ormai questa procedura è divenuta abituale, vogliamo invitarvi a riflettere sull’importanza di questa decisione che consente di mantenere o di escludere una parte significativa del curricolo di studio.

Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che questa scelta non è una dichiarazione di appartenenza religiosa, né pretende di condizionare la coscienza di qualcuno, ma esprime solo la richiesta alla scuola di voler essere istruiti anche sui contenuti della religione cattolica che costituisce una chiave di lettura fondamentale della realtà in cui noi tutti oggi viviamo.

Il mondo si sta trasformando sempre più velocemente, i conflitti e le contrapposizioni diventano sempre più drammatici e anche la società italiana è diventata sempre più plurale e multiforme, ma la storia da cui veniamo è un dato immodificabile e le tracce che in essa ha lasciato e continua ad offrire la Chiesa costituiscono un contributo evidente ed efficace per la crescita della società di tutti.

Papa Francesco, incontrando tantissimi di noi lo scorso 10 maggio 2014, ci ha ricordato quanto sia importante non solo andare a scuola, ma anche amare la scuola in tutte le sue ricchezze e potenzialità: «Io amo la scuola perché ci educa al vero, al bene e al bello. Vanno insieme tutti e tre. L’educazione non può essere neutra. O è positiva o è negativa; o arricchisce o impoverisce; o fa crescere la persona o la deprime, persino può corromperla… La missione della scuola è di sviluppare il senso del vero, il senso del bene e il senso del bello. E questo avviene attraverso un cammino ricco, fatto di tanti “ingredienti”. Ecco perché ci sono tante discipline! Perché lo sviluppo è frutto di diversi elementi che agiscono insieme e stimolano l’intelligenza, la coscienza, l’affettività, il corpo, eccetera. Per esempio, se studio questa Piazza, Piazza San Pietro, apprendo cose di architettura, di storia, di religione, anche di astronomia – l’obelisco richiama il sole, ma pochi sanno che questa piazza è anche una grande meridiana. In questo modo coltiviamo in noi il vero, il bene e il bello; e impariamo che queste tre dimensioni non sono mai separate, ma sempre intrecciate».

Proprio a partire da questo stimolo a imparare e coltivare il vero, il bene e il bello, noi Vescovi delle diocesi italiane vi invitiamo a compiere la scelta di avvalervi dell’IRC non solo perché consapevoli dell’importanza e del valore educativo di questa disciplina scolastica, ma anche e soprattutto sulla base di una reale conoscenza dei contenuti specifici di questa materia su cui siete chiamati a pronunciarvi, riferendovi in concreto alle Indicazioni didattiche proprie dell’IRC.

Se vorrete avvalervi dell’opportunità offerta dall’insegnamento della religione cattolica, sappiate inoltre che potrete trovare negli insegnanti delle persone professionalmente molto qualificate, ma anche testimoni credibili, capaci di cogliere gli interrogativi più sinceri di ogni persona, accompagnando ciascuno nel suo personale ed autonomo percorso di crescita.

Ci auguriamo che possiate continuare ad incontrarvi ancora numerosi nelle classi, così da poter iniziare o continuare tra voi e con i vostri docenti un proficuo dialogo educativi.

Viaggio Apostolico in Sri Lanka e Filippine. 5^ giornata. Santa Messa. Omelia. Discorso all’incontro con sacerdoti, religiosi, seminaristi e famiglie dei superstiti

17 gennaio 2015

SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Tacloban International Airport
Sabato, 17 gennaio 2015

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Che parole consolanti abbiamo appena udito! Ancora una volta, ci è stato detto che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, il nostro Salvatore, il nostro sommo sacerdote che ci offre misericordia, grazia e sostegno in tutto ciò di cui abbiamo bisogno (cfr Eb 4,14-16). Egli guarisce le nostre ferite, perdona i nostri peccati e ci chiama ad essere suoi discepoli, come fece con san Matteo (cfr Mc 2,14). Lodiamolo per il suo amore, la sua misericordia e la sua compassione. Lodiamo il nostro grande Dio!

Rendo grazie al Signore Gesù perché questa mattina possiamo essere insieme. Sono giunto per stare con voi, in questa città che è stata devastata dal tifone Yolanda quattordici mesi fa. Vi porto l’amore di un padre, le preghiere di tutta la Chiesa, la promessa che non siete dimenticati mentre continuate la ricostruzione. Qui, la tempesta più forte mai registrata sul pianeta è stata vinta dalla forza più potente dell’universo: l’amore di Dio. Siamo qui questa mattina per dare testimonianza di quell’amore, del suo potere di trasformare morte e distruzione in vita e comunione. La risurrezione di Cristo, che celebriamo in questa Messa, è la nostra speranza, è una realtà di cui facciamo esperienza anche ora. E sappiamo che la risurrezione avviene soltanto dopo la croce, quella croce che voi avete portato con fede, dignità e forza data da Dio.

Siamo riuniti insieme prima di tutto per pregare per coloro che sono morti, per quanti sono ancora dispersi e per i feriti. Presentiamo a Dio le anime dei morti, le nostre madri, i nostri padri, i figli e le figlie, i familiari, gli amici e i vicini. Abbiamo fiducia che, giungendo alla presenza di Dio, essi abbiano trovato misericordia e pace (cfr Eb 4,16). Rimane, tuttavia, molta tristezza a causa della loro assenza. Per voi che li avete conosciuti e amati – e che ancora li amate – il dolore di averli persi è reale. Ma guardiamo al futuro con gli occhi della fede. Il nostro dolore è un seme che un giorno sboccerà nella gioia che il Signore ha promesso a quanti hanno creduto alle sue parole: “Beati voi afflitti, perché sarete consolati” (cfr Mt 5,4).

Siamo qui raccolti oggi, inoltre, per rendere grazie a Dio per il suo aiuto nel momento del bisogno. Egli è stato la nostra forza in questi mesi veramente difficili. Si sono perdute tante vite, c’è stata tanta sofferenza e distruzione. E tuttavia siamo ancora in grado di radunarci e di ringraziarlo. Sappiamo che Egli si prende cura di noi; sappiamo che in Gesù Figlio suo, abbiamo un sommo sacerdote in grado di compatire il nostro dolore (cfr Eb 4,15), di soffrire con noi. La com-passione di Dio, il suo soffrire insieme con noi, offre un significato e un valore eterni ai nostri sforzi. Il vostro desiderio di ringraziarlo per ogni grazia e benedizione, anche quando avete perso così tanto, non è soltanto un trionfo della capacità di ripresa e della forza del popolo filippino; è anche un segno della bontà di Dio, della sua vicinanza, della sua tenerezza, del suo potere salvifico.

Rendiamo grazie a Dio Altissimo anche per quanto è stato fatto per aiutare, ricostruire, assistere in questi mesi di bisogno senza precedenti. Penso in primo luogo a quanti hanno accolto e dato riparo al gran numero di famiglie sfollate, agli anziani, ai giovani. Com’è duro lasciare la propria casa e i propri mezzi di sussistenza! Ringraziamo quanti si sono presi cura dei senza tetto, degli orfani e delle persone sole. Sacerdoti, religiosi e religiose che hanno dato tutto ciò che potevano. A quanti di voi hanno ospitato e nutrito le persone in cerca di sicurezza in chiese, conventi, rettorie e che continuano ad assistere coloro che sono ancora in difficoltà, esprimo la mia gratitudine. Siete un onore per la Chiesa, siete l’orgoglio della vostra nazione. Io ringrazio personalmente ognuno di voi, poiché qualunque cosa voi avete fatto per l’ultimo dei fratelli e delle sorelle di Cristo, lo avete fatto a Lui (cfr Mt 25,41).

In questa Messa vogliamo anche ringraziare Dio per quegli uomini e donne che hanno prestato servizio come operatori dei salvataggi e dei soccorsi. Lo ringraziamo per le tante persone che da tutto il mondo hanno offerto generosamente il proprio tempo, soldi e beni. Stati, organizzazioni e singole persone in ogni parte della terra hanno messo al primo posto i bisognosi; si tratta di un esempio che dovrebbe essere seguito. Chiedo ai governanti, alle agenzie internazionali, ai benefattori e alle persone di buona volontà di non stancarsi. Rimane ancora molto da fare. Anche se le prime pagine dei giornali sono cambiate, le necessità rimangono.

La prima Lettura di oggi, dalla Lettera agli Ebrei, ci esorta a stare saldi nella nostra confessione, di perseverare nella fede, ad accostarci con fiducia al trono della grazia di Dio (cfr Eb 4,16). Tali parole hanno una speciale risonanza in questo luogo: in mezzo a tanta sofferenza, voi non avete mai cessato di confessare la vittoria della croce, il trionfo dell’amore di Dio. Avete visto la potenza di quell’amore rivelata nella generosità di moltissime persone, nei tanti piccoli miracoli della bontà. Ma avete constatato anche, nello “sciacallaggio”, nelle ruberie e nelle mancate risposte a questo grande dramma umano, altrettanti tragici segni del male dal quale Cristo è venuto a salvarci. Preghiamo affinché anche questo ci conduca ad una fiducia più grande nella potenza della grazia di Dio per vincere il peccato e l’egoismo. Preghiamo in particolare affinché renda ciascuno sempre più sensibile al grido dei nostri fratelli e delle nostre sorelle nel bisogno. Preghiamo affinché ci conduca a respingere ogni forma di ingiustizia e corruzione, le quali, derubando i poveri, avvelenano le radici stesse della società.

Cari fratelli e sorelle, in questa grande prova avete sentito in modo speciale la grazia di Dio mediante la presenza e l’amorevole cura della Beata Vergine Maria, Nostra Signora del Perpetuo Soccorso. Ella è nostra madre. Vi aiuti Lei a perseverare nella fede e nella speranza e a raggiungere quanti sono nel bisogno. Con i santi Lorenzo Ruiz e Pedro Calungsod e tutti i santi, Ella continui ad impetrare la misericordia di Dio e l’amorevole compassione per questo Paese e per tutti gli amati filippini. Amen.

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cattedrale di Palo
Sabato, 17 gennaio 2015

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Cari fratelli e sorelle,

vi saluto tutti con grande affetto nel Signore. Sono lieto che ci possiamo incontrare in questa Cattedrale della Trasfigurazione del Signore. Questa casa di preghiera, insieme a molte altre, è stata restaurata grazie alla notevole generosità di tanta gente. Si erge come segno eloquente dell’immenso sforzo di ricostruzione, che voi e i vostri vicini avete intrapreso dopo la devastazione causata dal tifone Yolanda. E’ anche un memoriale per tutti noi del fatto che, anche nei disastri e nelle sofferenze, il nostro Dio opera continuamente, facendo nuove tutte le cose.

Molti di voi hanno sofferto tanto, non solo per la distruzione causata dall’uragano, ma per la perdita di familiari e amici. Oggi affidiamo alla misericordia di Dio quanti sono morti, e invochiamo la sua consolazione e la sua pace su coloro che ancora piangono. Ricordiamo in modo speciale coloro a cui il dolore rende difficile vedere il modo di andare avanti. Allo stesso tempo, ringraziamo il Signore per quanti hanno faticato in questi mesi per portare via le macerie, per visitare i malati e i morenti, per confortare i sofferenti e per seppellire i morti. La loro bontà ed il generoso aiuto giunto da moltissime persone di tutto il mondo sono un segno reale che Dio non ci abbandona mai!

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Viaggio apostolico in Sri Lanka e Filippine. 4^ giornata. Dirette. Sintesi e Testo completo dei discorsi e dell’Omelia

16 gennaio 2015

Venerdì, 16 gennaio 2015

http://www.ctv.va/content/ctv/it/livetv.html

ore 9.15 circa Cerimonia di benvenuto al Palazzo Presidenziale e visita di Cortesia al Presidente

ore 10.15 : Incontro con Autorità e con il Corpo Diplomatico nella Rizal Ceremonial Hall del Palazzo Presidenziale

 “La mia visita è anzitutto pastorale. Avviene in un momento in cui la Chiesa in questo Paese si sta preparando a celebrare il quinto centenario della prima proclamazione del Vangelo di Gesù Cristo su questi lidi. Il messaggio cristiano ha avuto un immenso influsso sulla cultura filippina. È mia speranza che tale importante anniversario faccia risaltare la sua costante fecondità e la sua capacità di ispirare una società degna della bontà, della dignità e delle aspirazioni del popolo filippino.

……Come una famiglia, ogni società attinge dalle sue più profonde risorse per far fronte a nuove sfide. Oggi le Filippine, insieme a molte altre nazioni dell’Asia, si trova davanti all’esigenza di costruire una società moderna fondata su solide basi – una società rispettosa degli autentici valori umani, che tuteli la nostra dignità e i diritti umani, fondati su Dio, e che sia pronta ad affrontare nuovi e complessi problemi etici e politici. ….Indispensabile per la realizzazione di questi obiettivi nazionali è l’imperativo morale di assicurare la giustizia sociale e il rispetto della dignità umana. La grande tradizione biblica prescrive per tutti i popoli il dovere di ascoltare la voce dei poveri e di spezzare le catene dell’ingiustizia e dell’oppressione, che danno origine a palesi e scandalose disuguaglianze sociali. La riforma delle strutture sociali che perpetuano la povertà e l’esclusione dei poveri, prima di tutto richiede una conversione della mente e del cuore. I Vescovi delle Filippine hanno chiesto che quest’anno sia proclamato “Anno dei Poveri”. Spero che questa profetica istanza determini in ciascuno, a tutti i livelli della società, il fermo rifiuto di ogni forma di corruzione che distolga risorse dai poveri. Possa essa ispirare la volontà di uno sforzo concertato per includere ogni uomo, donna e bambino nella vita della comunità.”

 

TESTO COMPLETO DEL DISCORSO

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SANTA MESSA CON VESCOVI, SACERDOTI, RELIGIOSE E RELIGIOSI

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cattedrale del’Immacolata Concezione, Manila
Venerdì, 16 gennaio 2015

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«Mi ami?» [la gente: “Sì!”] Grazie! Ma io stavo leggendo la parola di Gesù! Dice il Signore:«Mi ami? … Pasci i miei agnelli» (Gv21,15.16). Le parole di Gesù a Pietro nel Vangelo di oggi sono le prime parole che vi rivolgo, cari fratelli Vescovi e Sacerdoti, Religiosi e Religiose, e giovani Seminaristi. Queste parole ci ricordano una cosa essenziale: ogni ministero pastorale nasce dall’amore. Ogni ministero pastorale nasce dall’amore! Ogni vita consacrata è un segno dell’amore riconciliatore di Cristo. Come santa Teresa di Gesù Bambino, nella varietà delle nostre vocazioni, ognuno di noi è chiamato, in qualche modo, ad essere l’amore nel cuore della Chiesa.

Vi saluto con grande affetto. E vi chiedo di portare il mio affetto a tutti i vostri fratelli e sorelle anziani e malati e a tutti coloro che non si sono potuti unire a noi oggi. Mentre la Chiesa nelle Filippine guarda al quinto centenario della sua evangelizzazione, sentiamo gratitudine per l’eredità lasciata da tanti vescovi, sacerdoti e religiosi delle generazioni passate. Essi si sono sforzati non solo di predicare il Vangelo e di costruire la Chiesa in questo Paese, ma anche di forgiare una società ispirata al messaggio evangelico della carità, del perdono e della solidarietà al servizio del bene comune. Oggi voi portate avanti quell’opera d’amore. Come loro, siete chiamati a costruire ponti, a pascere il gregge di Cristo, e a preparare valide vie per il Vangelo in Asia all’alba di una nuova era.

«L’amore di Cristo infatti ci possiede» (2 Cor 5,14). Nella prima Lettura di oggi san Paolo ci dice che l’amore che siamo chiamati a proclamare è un amore riconciliatore, che promana dal cuore del Salvatore crocifisso. Siamo chiamati ad essere «ambasciatori in nome di Cristo» (2 Cor 5,20). Il nostro è un ministero di riconciliazione. Proclamiamo la Buona Novella dell’amore, della misericordia e della compassione senza fine di Dio. Proclamiamo la gioia del Vangelo. Poiché il Vangelo è la promessa della grazia di Dio, che sola può portare pienezza e risanamento al nostro mondo malato. Il Vangelo può ispirare la costruzione di un ordine sociale veramente giusto e redento.

Essere ambasciatore di Cristo significa prima di tutto invitare ogni persona ad un rinnovato incontro con il Signore Gesù (cfrEvangelii gaudium, 3). Il nostro incontro personale con Lui. Questo invito dev’essere al centro della vostra commemorazione dell’evangelizzazione delle Filippine. Ma il Vangelo è anche un appello alla conversione, ad un esame della nostra coscienza, come individui e come popolo. Come i Vescovi delle Filippine hanno giustamente insegnato, la Chiesa nelle Filippine è chiamata a riconoscere e combattere le cause della disuguaglianza e dell’ingiustizia, profondamente radicate, che macchiano il volto della società filippina, in palese contrasto con l’insegnamento di Cristo. Il Vangelo chiama ogni singolo cristiano a vivere una vita onesta, integra e impegnata per il bene comune. Ma chiama anche le comunità cristiane a creare “circoli di onestà”, reti di solidarietà che possono estendersi nella società per trasformarla con la loro testimonianza profetica.

I poveri. I poveri sono al centro del Vangelo, sono al cuore del Vangelo; se togliamo i poveri dal Vangelo non possiamo capire pienamente il messaggio di Gesù Cristo. Come ambasciatori di Cristo, noi, vescovi, sacerdoti e religiosi, dovremmo essere i primi ad accogliere la sua grazia riconciliatrice nei nostri cuori. San Paolo spiega che cosa questo significhi. Significa rifiutare prospettive mondane, guardando ogni cosa di nuovo alla luce di Cristo. Ciò comporta che noi siamo i primi ad esaminare la nostra coscienza, a riconoscere i nostri fallimenti e cadute e ad imboccare la via della conversione continua, della conversione quotidiana. Come possiamo proclamare la novità e il potere liberante della Croce agli altri, se proprio noi non permettiamo alla Parola di Dio di scuotere il nostro orgoglio, la nostra paura di cambiare, i nostri meschini compromessi con la mentalità di questo mondo, la nostra mondanità spirituale (cfr Evangelii gaudium, 93)?

Per noi sacerdoti e persone consacrate, conversione alla novità del Vangelo comporta un quotidiano incontro col Signore nella preghiera. I santi ci insegnano che questa è la sorgente di ogni zelo apostolico! Per i religiosi, vivere la novità del Vangelo significa trovare sempre di nuovo nella vita e nell’apostolato della comunità l’incentivo per una sempre più stretta unione col Signore nella perfetta carità. Per tutti noi, significa vivere in modo da riflettere la povertà di Cristo, la cui intera vita era incentrata sul fare la volontà del Padre e servire gli altri. La grande minaccia a ciò, naturalmente, è cadere in un certo materialismo che può insinuarsi nella nostra vita e compromettere la testimonianza che offriamo. Solo diventando noi stessi poveri, diventando noi stessi poveri, eliminando il nostro autocompiacimento, potremo identificarci con gli ultimi tra i nostri fratelli e sorelle. Vedremo le cose sotto una luce nuova e così potremo rispondere con onestà e integrità alla sfida di annunciare la radicalità del Vangelo in una società abituata all’esclusione, alla polarizzazione e alla scandalosa disuguaglianza.

Qui desidero dire una parola speciale ai giovani sacerdoti e religiosi e ai seminaristi presenti. Vi chiedo di condividere la gioia e l’entusiasmo del vostro amore per Cristo e per la Chiesa con chiunque, ma soprattutto con i vostri coetanei. Siate presenti in mezzo ai giovani che possono essere confusi e abbattuti, e che tuttavia continuano a vedere la Chiesa come loro compagna di cammino e fonte di speranza.

Siate vicini a quanti, vivendo in mezzo ad una società appesantita dalla povertà e dalla corruzione, sono scoraggiati, tentati di mollare tutto, di lasciare la scuola e di vivere per la strada. Proclamate la bellezza e la verità del matrimonio cristiano ad una società che è tentata da modi confusi di vedere la sessualità, il matrimonio e la famiglia. Come sapete queste realtà sono sempre più sotto l’attacco di forze potenti che minacciano di sfigurare il piano creativo di Dio e di tradire i veri valori che hanno ispirato e dato forma a quanto di bello c’è nella vostra cultura.

La cultura filippina, infatti, è stata plasmata dalla creatività della fede. I Filippini sono dovunque conosciuti per il loro amore a Dio, per la loro fervente pietà e la loro calorosa e cordiale devozione alla Madonna e al suo Rosario; il loro amore a Dio, per la loro fervente pietà e la loro calorosa e cordiale devozione alla Madonna e al suo Rosario. Questa grande eredità contiene un forte potenziale missionario. È il modo in cui il vostro popolo ha inculturato il Vangelo e continua ad accogliere il suo messaggio (cfrEvangelii gaudium, 122). Nel vostro impegno di preparazione del quinto centenario, costruite su queste solide basi.

Cristo è morto per tutti, affinché, uniti a Lui nella morte, potessimo vivere non più per noi stessi ma per Lui (cfr 2 Cor 5,15). Cari fratelli Vescovi, Sacerdoti e Religiosi, imploro da Maria, Madre della Chiesa, di suscitare in tutti voi una tale abbondanza di zelo, che possiate spendervi con abnegazione al servizio dei fratelli e delle sorelle. In tal modo, possa l’amore riconciliatore di Cristo penetrare ancora più interamente nel tessuto della società filippina e, attraverso di voi, nei più lontani angoli del mondo. Amen.

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ore 17.30: Incontro con le Famiglie nel Mall of Asia Arena a Manila

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Mall of Asia Arena, Manila
Venerdì, 16 gennaio 2015

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Care famiglie,
Cari amici in Cristo,

Sono grato per la vostra presenza qui questa sera e per la testimonianza del vostro amore per Gesù e la sua Chiesa. Ringrazio il Vescovo Reyes, Presidente della Commissione Episcopale per la Famiglia e la Vita, per le sue parole di benvenuto a vostro nome. In maniera particolare ringrazio coloro che hanno presentato le testimonianze – grazie! – e ed hanno condiviso la loro vita di fede con noi. La Chiesa nelle Filippine è benedetta dall’apostolato di molti movimenti che si occupano della famiglia, e io li ringrazio per la loro testimonianza!

Le Scritture parlano poco di san Giuseppe e, là dove lo fanno, spesso lo troviamo mentre riposa, con un angelo che in sogno gli rivela la volontà di Dio. Nel brano evangelico che abbiamo appena ascoltato, troviamo Giuseppe che riposa non una, ma due volte. Questa sera vorrei riposare nel Signore con tutti voi. Ho bisogno di riposare nel Signore con le famiglie, e ricordare la mia famiglia: mio padre, mia madre, mio nonno, mia nonna… Oggi io riposo con voi e vorrei riflettere con voi sul dono della famiglia.

Ma prima vorrei dire qualcosa sul sogno. Il mio inglese però è così povero! Se me lo permettete, chiederò a Mons. Miles di tradurre e parlerò in spagnolo. A me piace molto il sogno in una famiglia. Tutte le mamme e tutti i papà hanno sognato il loro figlio per nove mesi. E’ vero o no? [Sì!] Sognare come sarà questo figlio… Non è possibile una famiglia senza il sogno. Quando in una famiglia si perde la capacità di sognare, i bambini non crescono e l’amore non cresce, la vita si affievolisce e si spegne. Per questo vi raccomando che la sera, quando fate l’esame di coscienza, ci sia anche questa domanda: oggi ho sognato il futuro dei miei figli? Oggi ho sognato l’amore del mio sposo, della mia sposa? Oggi ho sognato i miei genitori, i miei nonni che hanno portato avanti la storia fino a me. E’ tanto importante sognare. Prima di tutto, sognare in una famiglia. Non perdete questa capacità di sognare!

E quante difficoltà nella vita dei coniugi si risolvono se noi conserviamo uno spazio per il sogno, se ci fermiamo a pensare al coniuge, e sogniamo la bontà che hanno le cose buone. Per questo è molto importante recuperare l’amore attraverso il ‘progetto’ di tutti i giorni. Non smettete mai di essere fidanzati!

Il riposo di Giuseppe gli ha rivelato la volontà di Dio. In questo momento di riposo nel Signore, facendo una sosta tra i nostri numerosi doveri e attività quotidiani, Dio parla anche a noi. Ci parla nella Lettura che abbiamo ascoltato, nelle preghiere e nelle testimonianze, e nel silenzio del nostro cuore. Riflettiamo su che cosa il Signore ci sta dicendo, specialmente nel Vangelo di questa sera. Ci sono tre aspetti di questo brano che vi prego di considerare. Primo: riposare nel Signore. Secondo: alzarsi con Gesù e Maria. Terzo: essere voce profetica.

 

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Riconosciuto il martirio di Mons. Oscar Romero ucciso in odium fidei

10 gennaio 2015

 

 

L’arcivescovo salvadoregno Oscar Arnulfo Romero è stato assassinato in odium fidei. I teologi ne riconoscono il martirio. Ieri i membri del Congresso che li riunisce presso la Congregazione delle cause dei santi hanno espresso il loro voto unanimemente positivo sul martirio formale e materiale subìto dall’arcivescovo di San Salvador il 24 marzo 1980. Si tratta di un passo decisivo per il vescovo latinoamericano ucciso mentre celebrava l’Eucaristia e che già il popolo acclama come santo.

Ora, secondo la prassi canonica, per la beatificazione non resta che il giudizio del Congresso dei vescovi e dei cardinali e infine l’approvazione del Papa, con la conclusione dell’iter che lo porterà presto alla beatificazione.

Il pronunciamento sul martirio segna l’apice di una causa travagliata. Iniziata nel marzo 1994, dopo la chiusura dell’inchiesta diocesana l’anno seguente, il suo postulatore l’arcivescovo Vincenzo Paglia aveva cominciato l’iter presso la Congregazione vaticana nel 1997. Tuttavia la necessità di studiare e di esaminare a fondo la condotta e gli scritti di Romero nel difficile contesto della situazione sociale e politica salvadoregna del suo tempo ha determinato un andamento caratterizzato da interruzioni e soste, da concessioni e sospensioni, peraltro concluse positivamente. Nel 2007, in viaggio verso il Brasile, Benedetto XVI disse chiaramente che riteneva Romero degno degli altari. «Non dubito – disse parlando con i giornalisti sull’aereo – che la sua persona meriti la beatificazione».

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Primo venerdì di Avvento: la pace è un dono di Dio

6 dicembre 2014

RIFLESSIONE SULL’AVVENTO_PADRE RANIERO CANTALAMESSA

Primo venerdì di Avvento: la pace è un dono di Dio

Nel corso di questo periodo di Avvento, ogni venerdì, Papa Francesco assisterà, assieme alla Curia Romana a una riflessione sull’avvento tenuta da Padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia: il tema della prima riflessione è stato il versetto del Vangelo di Luca che introduce l’annuncio del Natalo, ovvero “Pace in terra agli uomini che Dio ama“.

La pace, ha detto Cantalamessa, è un tema di “dolorosa attualità” che dobbiamo costruire partendo dal significato biblico della stessa, anzi dalla ricchezza del significato che la Bibbia dà alla parola pace.

Infatti, ha spiegato il predicatore, “la prima ed essenziale pace – da cui dipendono quella interiore e quella tra i popoli – come ci insegna la Parola di Dio, è quella verticale, tra cielo e terra, tra Dio e l’umanità“. L’uomo deve prima di tutto comprendere che la pace “è un Dono di Dio, parte di quel piano di redenzione con cui ha risposto al peccato originale“.

Dio quando mise l’uomo nell’Eden aveva pensato un piano per questi, piano che, per opera della scelta dell’uomo di cadere nella tentazione del peccato, dovette modificare: “di fronte alla ribellione dell’uomo – il peccato originale –, ha ulteriormente commentato il sacerdote, Dio non abbandona l’umanità al suo destino, ma decide un nuovo piano per riconciliarlo con sé“.

Il nuovo piano di Dio trova compimento nella “nascita di Gesù, il suo farsi uomo, ma – continua Cantalamessa – soprattutto la sua morte di Croce permette la riconciliazione tra Dio e gli uomini, tra cielo e terra“.

Ed è proprio Gesù, grazie al suo sacrificio che “ci insegna a guardare a Dio con un occhio nuovo“: per placare Dio dal tradimento che l’uomo ha compiuto non è stato necessario un sacrificio altrui, ma è stato Dio stesso a sacrificare, in Gesù, se stesso, tornando a ricucire così i rapporti con l’umanità.

È alla luce di questo sacrificio che guardiamo alla pace come Dono di Dio in Gesù Cristo: è questa pace quella che ci rivela il volto di un Padre misericordioso, che ha sacrificato se stesso per il suo popolo, e non solo del Dio della legge e della giustizia come lo interpreta l’uomo di oggi che vive oggi un cristianesimo senza gioia, senza slancio.

 

 

Venerdì, 5_dic_2014

PapaFrancesco.net (Il sito su Papa Francesco)

Il Papa ai leader islamici: condannino il terrorismo

30 novembre 2014

30 novembre 2014

http://video.sky.it/news/mondo/papa_francesco_voglio_andare_in_iraq/v223134.vid

 

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Conclusa la visita di tre giorni di Bergoglio in Turchia. “Non si può dire che tutti gli islamici sono terroristi” afferma il Pontefice nella conferenza stampa tenuta nel volo di ritorno da Istanbul. E aggiunge: “Vorrei andare in Iraq

 

 

Spiega che quella nella Mosche Blu di Istanbul era “una vera preghiera”, e “sincera”, diretta in particolare al tema della pace (FOTO). Chiede a tutti i leader islamici che “condannino chiaramente il terrorismo”, spiegando con forza che “quello non è l’Islam”. Ribadisce di voler andare in Iraq, ma che in questo momento lo sconsiglia il fatto di creare “seri problemi” alle autorità. Percorre tanti temi papa Francesco nell’ampia conferenza stampa – oltre 45 minuti di risposte ai giornalisti – durante il volo di ritorno dalla Turchia.

“I leader islamici condannino il terrorismo” –
“Ho detto al presidente Erdogan: sarebbe bello che tutti i leader islamici, i leader politici, religiosi, accademici, condannino chiaramente il terrorismo e dicano che quello non e’ Islam”, racconta. “Abbiamo bisogno di una condanna mondiale, che gli islamici dicano chiaramente, noi non siamo quello, questo non è il Corano”.

“Non tutti gli islamici sono terroristi” – Rispondendo a una domanda sull’islamofobia di cui ha parlato Erdogan, Francesco osserva che “non si può dire che tutti gli islamici sono terroristi. Non si può. Tanti musulamani dicono ‘noi non siamo così, il Corano è un libro di pace, è un libro profetico di pace e quello dei terroristi non è islamismo’”. E, ugualmente, “non si può dire che tutti i cristiani sono fondamentalisti”. A proposito di Iraq, invece, afferma: “Voglio andare. Ho parlato col patriarca Sako, ho inviato il cardinale Filoni, e per il momento non è possibile. Non perché io non voglia. Se in questo momento andassi creerei un problema abbastanza serio alle autorità. Di sicurezza. Ma mi piacerebbe tanto”.

Armi chimiche –
Bergoglio parla poi dei conflitti in atto in questi nostri giorni. “Si moltiplicano- dice – perché si danno le armi”. E aggiunge: “L’anno scorso a settembre alla Siria si diceva che aveva le armi chimiche: io credo che la Siria non fosse in grado di fare le armi chimiche. Chi le ha vendute? Forse alcuni degli stessi che la accusavano di averle. Su questo affare delle armi c’è tanto mistero”. E in tema di armi atomiche, il Papa sottolinea che “da Hiroshima e Nagasaki l’umanità non ha imparato nulla”.

Viaggio papale in Turchia. Messale. Diretta. Sintesi e Testo completo dei Discorsi e dell’Omelia. 1° giorno

28 novembre 2014

 

MESSALE

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PROGRAMMA DEL VIAGGIO APOSTOLICO

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SALUTO DEL SANTO PADRE AI GIORNALISTI
DURANTE IL VOLO ROMA-ANKARA

Volo Papale
Venerdì, 28 novembre 2014

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(Padre Lombardi)

Santo Padre, grazie di venire a darci il suo saluto all’inizio di questo viaggio, per il quale Le facciamo i nostri auguri. Un viaggio che sappiamo impegnativo sia per l’area in cui ci rechiamo, sia per i rapporti ecumenici, i rapporti interreligiosi … Ecco, quindi è breve ma è molto intenso e importante. Noi La accompagniamo con la nostra preghiera, con la nostra attenzione e con il nostro sostegno, per quanto potremo fare, anche come informatori. Siamo un bel gruppetto, come vede: siamo 65 in questo viaggio, rappresentanti di diversi Paesi, di diversi media, come al solito è un po’ un mix che cerca di tenere conto sia dei media sia delle lingue, e così via. Molte sono persone che Lei già conosce, che seguono fedelmente questi viaggi. Abbiamo anche due signore turche che ci accompagnano in questo viaggio: la signora Esma Cakir, che La saluta con la mano, e la signora Yasemin Taskin, che La saluta con la mano, e che poi potranno farLe delle domande, anche durante il ritorno, naturalmente.

Poi abbiamo anche un’altra occasione di festa, questa mattina: c’è uno di noi, che è nascosto là in fondo, che compie 62 anni proprio oggi. E’ il suo compleanno: Jean-Louis de La Vaissière, e gli facciamo gli auguri insieme a Lei.

E ora, naturalmente, Le do il microfono, se Lei vuole dirci qualche cosa:

(Papa Francesco)

Buon giorno. Vi dò il benvenuto e vi ringrazio della vostra compagnia in questo viaggio, perché il vostro lavoro è un sostegno, un aiuto e anche un servizio al mondo: un servizio al mondo per far conoscere questa attività religiosa e umanitaria, perché la Turchia in questo momento è testimone e offre aiuto a tanti rifugiati delle zone in conflitto. Ringrazio per questo servizio. Ci ritroveremo al rientro per la conferenza stampa. Grazie tante e buon soggiorno.

(Padre Lombardi)

Grazie mille a Lei, Santo Padre. E buon viaggio. Noi La seguiremo con molta attenzione. Su un viaggio come questo, la presenza sul volo è molto importante, perché ci sono due tappe e quindi sono praticamente gli unici giornalisti che saranno presenti sia ad Ankara sia ad Istanbul per seguire da vicino il Suo viaggio. Quindi avranno un ruolo molto importante nell’informazione, e Le vogliono assicurare che faranno del loro meglio per collaborare al Suo ministero. Grazie, Santo Padre, e buon viaggio.

 

INCONTRO CON LE AUTORITÀ

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Ankara
Venerdì, 28 novembre 2014

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Signor Presidente,
Distinte Autorità,
Signore e Signori,

sono lieto di visitare il vostro Paese, ricco di bellezze naturali e di storia, ricolmo di tracce di antiche civiltà e ponte naturale tra due continenti e tra differenti espressioni culturali. Questa terra è cara ad ogni cristiano per aver dato i natali a san Paolo, che qui fondò diverse comunità cristiane; per aver ospitato i primi sette Concili della Chiesa e per la presenza, vicino ad Efeso, di quella che una venerata tradizione considera la “casa di Maria”, il luogo dove la Madre di Gesù visse per alcuni anni, meta della devozione di tanti pellegrini da ogni parte del mondo, non solo cristiani, ma anche musulmani.

Tuttavia, le ragioni della considerazione e dell’apprezzamento per la Turchia non sono da cercarsi unicamente nel suo passato, nei suoi antichi monumenti, ma si trovano nella vitalità del suo presente, nella laboriosità e generosità del suo popolo, nel suo ruolo nel concerto delle nazioni.

È per me motivo di gioia avere l’opportunità di proseguire con voi un dialogo di amicizia, di stima e di rispetto, nel solco di quello intrapreso dai miei predecessori, il beato Paolo VI, san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, dialogo preparato e favorito a sua volta dall’azione dell’allora Delegato Apostolico Mons. Angelo Giuseppe Roncalli, poi a san Giovanni XXIII, e dal Concilio Vaticano II.

Abbiamo bisogno di un dialogo che approfondisca la conoscenza e valorizzi con discernimento le tante cose che ci accomunano, e al tempo stesso ci permetta di considerare con animo saggio e sereno le differenze, per poter anche da esse trarre insegnamento.

Occorre portare avanti con pazienza l’impegno di costruire una pace solida, fondata sul rispetto dei fondamentali diritti e doveri legati alla dignità dell’uomo. Per questa strada si possono superare i pregiudizi e i falsi timori e si lascia invece spazio alla stima, all’incontro, allo sviluppo delle migliori energie a vantaggio di tutti.

A tal fine, è fondamentale che i cittadini musulmani, ebrei e cristiani – tanto nelle disposizioni di legge, quanto nella loro effettiva attuazione –, godano dei medesimi diritti e rispettino i medesimi doveri. Essi in tal modo più facilmente si riconosceranno come fratelli e compagni di strada, allontanando sempre più le incomprensioni e favorendo la collaborazione e l’intesa. La libertà religiosa e la libertà di espressione, efficacemente garantite a tutti, stimoleranno il fiorire dell’amicizia, diventando un eloquente segno di pace.

Il Medio Oriente, l’Europa, il mondo attendono questa fioritura. Il Medio Oriente, in particolare, è da troppi anni teatro di guerre fratricide, che sembrano nascere l’una dall’altra, come se l’unica risposta possibile alla guerra e alla violenza dovesse essere sempre nuova guerra e altra violenza.

Per quanto tempo dovrà soffrire ancora il Medio Oriente a causa della mancanza di pace? Non possiamo rassegnarci alla continuazione dei conflitti come se non fosse possibile un cambiamento in meglio della situazione! Con l’aiuto di Dio, possiamo e dobbiamo sempre rinnovare il coraggio della pace! Questo atteggiamento conduce ad utilizzare con lealtà, pazienza e determinazione tutti i mezzi della trattativa, e a raggiungere così concreti obiettivi di pace e di sviluppo sostenibile.

Signor Presidente, per raggiungere una meta tanto alta ed urgente, un contributo importante può venire dal dialogo interreligioso e interculturale, così da bandire ogni forma di fondamentalismo e di terrorismo, che umilia gravemente la dignità di tutti gli uomini e strumentalizza la religione.

Occorre contrapporre al fanatismo e al fondamentalismo, alle fobie irrazionali che incoraggiano incomprensioni e discriminazioni, la solidarietà di tutti i credenti, che abbia come pilastri il rispetto della vita umana, della libertà religiosa, che è libertà del culto e libertà di vivere secondo l’etica religiosa, lo sforzo di garantire a tutti il necessario per una vita dignitosa, e la cura dell’ambiente naturale. Di questo hanno bisogno, con speciale urgenza, i popoli e gli Stati del Medio Oriente, per poter finalmente “invertire la tendenza” e portare avanti con esito positivo un processo di pacificazione, mediante il ripudio della guerra e della violenza e il perseguimento del dialogo, del diritto, della giustizia.

Fino ad oggi, infatti, siamo purtroppo ancora testimoni di gravi conflitti. In Siria e in Iraq, in particolar modo, la violenza terroristica non accenna a placarsi. Si registra la violazione delle più elementari leggi umanitarie nei confronti di prigionieri e di interi gruppi etnici; si sono verificate e ancora avvengono gravi persecuzioni ai danni di gruppi minoritari, specialmente – ma non solo -, i cristiani e gli yazidi: centinaia di migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case e la loro patria per poter salvare la propria vita e rimanere fedeli al proprio credo.

La Turchia, accogliendo generosamente una grande quantità di profughi, è direttamente coinvolta dagli effetti di questa drammatica situazione ai suoi confini, e la comunità internazionale ha l’obbligo morale di aiutarla nel prendersi cura dei profughi. Insieme alla necessaria assistenza umanitaria, non si può rimanere indifferenti di fronte a ciò che ha provocato queste tragedie. Nel ribadire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto, sempre però nel rispetto del diritto internazionale, voglio anche ricordare che non si può affidare la risoluzione del problema alla sola risposta militare.

E’ necessario un forte impegno comune, basato sulla fiducia reciproca, che renda possibile una pace duratura e consenta di destinare finalmente le risorse non agli armamenti, ma alle vere lotte degne dell’uomo: la lotta contro la fame e le malattie, la lotta per lo sviluppo sostenibile e la salvaguardia del creato, in soccorso di tante forme di povertà e marginalità che non mancano nemmeno nel mondo moderno.

La Turchia, per la sua storia, in ragione della sua posizione geografica e a motivo dell’importanza che riveste nella regione, ha una grande responsabilità: le sue scelte e il suo esempio possiedono una speciale valenza e possono essere di notevole aiuto nel favorire un incontro di civiltà e nell’individuare vie praticabili di pace e di autentico progresso.

Che l’Altissimo benedica e protegga la Turchia e la aiuti ad essere un valido e convinto artefice di pace! Grazie!

 

VISITA AL PRESIDENTE DEGLI AFFARI RELIGIOSI AL DIYANET

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Ankara
Venerdì, 28 novembre 2014

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Signor Presidente,
Autorità religiose e civili,
Signore e Signori,

E’ per me motivo di gioia incontrarvi oggi, nel corso della mia visita al vostro Paese. Ringrazio il Signor Presidente di questo importante Ufficio per il cordiale invito, che mi offre l’occasione di intrattenermi con leaders politici e religiosi, musulmani e cristiani.

E’ tradizione che i Papi, quando viaggiano in diversi Paesi come parte della loro missione, incontrino anche le autorità e le comunità di altre religioni. Senza questa apertura all’incontro e al dialogo, una visita papale non risponderebbe pienamente alle sue finalità, così come anch’io le intendo, nella scia dei miei venerati Predecessori. In questa prospettiva, sono lieto di ricordare in modo speciale l’incontro che il Papa Benedetto XVI ebbe, in questo medesimo luogo, nel novembre 2006.

Le buone relazioni e il dialogo tra leader religiosi rivestono infatti una grande importanza. Essi rappresentano un chiaro messaggio indirizzato alle rispettive comunità, per esprimere che il mutuo rispetto e l’amicizia sono possibili, nonostante le differenze. Tale amicizia, oltre ad essere un valore in sé, acquista speciale significato e ulteriore importanza in un tempo di crisi come il nostro, crisi che in alcune aree del mondo diventano veri drammi per intere popolazioni.

Vi sono infatti guerre che seminano vittime e distruzioni; tensioni e conflitti inter-etnici e interreligiosi; fame e povertà che affliggono centinaia di milioni di persone; danni all’ambiente naturale, all’aria, all’acqua, alla terra.

Veramente tragica è la situazione in Medio Oriente, specialmente in Iraq e Siria. Tutti soffrono le conseguenze dei conflitti e la situazione umanitaria è angosciante. Penso a tanti bambini, alle sofferenze di tante mamme, agli anziani, agli sfollati e ai rifugiati, alle violenze di ogni tipo. Particolare preoccupazione desta il fatto che, soprattutto a causa di un gruppo estremista e fondamentalista, intere comunità, specialmente – ma non solo – i cristiani e gli yazidi, hanno patito e tuttora soffrono violenze disumane a causa della loro identità etnica e religiosa. Sono stati cacciati con la forza dalle loro case, hanno dovuto abbandonare ogni cosa per salvare la propria vita e non rinnegare la fede. La violenza ha colpito anche edifici sacri, monumenti, simboli religiosi e il patrimonio culturale, quasi a voler cancellare ogni traccia, ogni memoria dell’altro.

In qualità di capi religiosi, abbiamo l’obbligo di denunciare tutte le violazioni della dignità e dei diritti umani. La vita umana, dono di Dio Creatore, possiede un carattere sacro. Pertanto, la violenza che cerca una giustificazione religiosa merita la più forte condanna, perché l’Onnipotente è Dio della vita e della pace. Da tutti coloro che sostengono di adorarlo, il mondo attende che siano uomini e donne di pace, capaci di vivere come fratelli e sorelle, nonostante le differenze etniche, religiose, culturali o ideologiche.

Alla denuncia occorre far seguire il comune lavoro per trovare adeguate soluzioni. Ciò richiede la collaborazione di tutte le parti: governi, leader politici e religiosi, rappresentanti della società civile, e tutti gli uomini e le donne di buona volontà. In particolare, i responsabili delle comunità religiose possono offrire il prezioso contributo dei  valori presenti nelle loro rispettive tradizioni. Noi, Musulmani e Cristiani, siamo depositari di inestimabili tesori spirituali, tra i quali riconosciamo elementi di comunanza, pur vissuti secondo le proprie tradizioni: l’adorazione di Dio misericordioso, il riferimento al patriarca Abramo, la preghiera, l’elemosina, il digiuno… elementi che, vissuti in maniera sincera, possono trasformare la vita e dare una base sicura alla dignità e alla fratellanza degli uomini. Riconoscere e sviluppare questa comunanza spirituale – attraverso il dialogo interreligioso – ci aiuta anche a promuovere e difendere nella società i valori morali, la pace e la libertà (cfr Giovanni Paolo II, Discorso alla Comunità cattolica di Ankara, 29 novembre 1979).  Il comune riconoscimento della sacralità della persona umana sostiene la comune compassione, la solidarietà e l’aiuto fattivo nei confronti dei più sofferenti. A questo proposito, vorrei esprimere il mio apprezzamento per quanto tutto il popolo turco, i musulmani e i cristiani, stanno facendo verso le centinaia di migliaia di persone che fuggono dai loro Paesi a causa dei conflitti. Ce ne sono due milioni. E’ questo un esempio concreto di come lavorare insieme per servire gli altri, un esempio da incoraggiare e sostenere.

Con soddisfazione ho appreso delle buone relazioni e della collaborazione tra il Diyanet e il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Auspico che esse proseguano e si consolidino, per il bene di tutti, perché ogni iniziativa di dialogo autentico è segno di speranza per un mondo che ha tanto bisogno di pace, sicurezza e prosperità. E anche dopo il dialogo con il Signor Presidente, auguro che questo dialogo interreligioso divenga creativo di nuove forme.

Signor Presidente, esprimo nuovamente la mia riconoscenza a Lei e ai Suoi collaboratori per questo incontro, che ricolma il mio cuore di gioia. Sono grato inoltre a tutti voi, per la vostra presenza e per le vostre preghiere che avrete la bontà di offrire per il mio servizio. Da parte mia, vi assicuro che pregherò altrettanto per voi. Il Signore ci benedica tutti.

Lettera di papa Francesco all’Assemblea Straordinaria della CEI. Lettera per il G20

11 novembre 2014

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALL’ASSEMBLEA GENERALE STRAORDINARIA
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

[ASSISI, 10-13 NOVEMBRE 2014]

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Cari Fratelli nell’episcopato,

con queste righe desidero esprimere la mia vicinanza a ciascuno di voi e alle Chiese in mezzo alle quali lo Spirito di Dio vi ha posto come Pastori. Questo stesso Spirito possa animare con la sua sapienza creativa l’Assemblea generale che state iniziando, dedicata specialmente alla vita e alla formazione permanente dei presbiteri.

A tale proposito, il vostro convenire ad Assisi fa subito pensare al grande amore e alla venerazione che san Francesco nutriva per la Santa Madre Chiesa Gerarchica, e in particolare proprio per i sacerdoti, compresi quelli da lui riconosciuti come “pauperculos huius saeculi” (dal Testamento).

Tra le principali responsabilità che il ministero episcopale vi affida c’è quella di confermare, sostenere e consolidare questi vostri primi collaboratori, attraverso i quali la maternità della Chiesa raggiunge l’intero popolo di Dio. Quanti ne abbiamo conosciuti! Quanti con la loro testimonianza hanno contribuito ad attrarci a una vita di consacrazione! Da quanti di loro abbiamo imparato e siamo stati plasmati! Nella memoria riconoscente ciascuno di noi ne conserva i nomi e i volti. Li abbiamo visti spendere la vita tra la gente delle nostre parrocchie, educare i ragazzi, accompagnare le famiglie, visitare i malati a casa e all’ospedale, farsi carico dei poveri, nella consapevolezza che “separarsi per non sporcarsi con gli altri è la sporcizia più grande” (L. Tolstoj). Liberi dalle cose e da sé stessi, rammentano a tutti che abbassarsi senza nulla trattenere è la via per quell’altezza che il Vangelo chiama carità; e che la gioia più vera si gusta nella fraternità vissuta.

I sacerdoti santi sono peccatori perdonati e strumenti di perdono. La loro esistenza parla la lingua della pazienza e della perseveranza; non sono rimasti turisti dello spirito, eternamente indecisi e insoddisfatti, perché sanno di essere nelle mani di Uno che non viene meno alle promesse e la cui Provvidenza fa sì che nulla possa mai separarli da tale appartenenza. Questa consapevolezza cresce con la carità pastorale con cui circondano di attenzione e di tenerezza le persone loro affidate, fino a conoscerle ad una ad una.

Sì, è ancora tempo di presbiteri di questo spessore, “ponti” per l’incontro tra Dio e il mondo, sentinelle capaci di lasciar intuire una ricchezza altrimenti perduta.

Preti così non si improvvisano: li forgia il prezioso lavoro formativo del Seminario e l’Ordinazione li consacra per sempre uomini di Dio e servitori del suo popolo. Ma può accadere che il tempo intiepidisca la generosa dedizione degli inizi, e allora è vano cucire toppe nuove su un vestito vecchio: l’identità del presbitero, proprio perché viene dall’alto, esige da lui un cammino quotidiano di riappropriazione, a partire da ciò che ne ha fatto un ministro di Gesù Cristo.

La formazione di cui parliamo è un’esperienza di discepolato permanente, che avvicina a Cristo e permette di conformarsi sempre più a Lui. Perciò essa non ha un termine, perché i sacerdoti non smettono mai di essere discepoli di Gesù, di seguirlo. Quindi, la formazione in quanto discepolato accompagna tutta la vita del ministro ordinato e riguarda integralmente la sua persona e il suo ministero. La formazione iniziale e quella permanente sono due momenti di una sola realtà: il cammino del discepolo presbitero, innamorato del suo Signore e costantemente alla sua sequela (cfr Discorso alla Plenaria della Congregazione per il Clero, 3 ottobre 2014).

Del resto, fratelli, voi sapete che non servono preti clericali il cui comportamento rischia di allontanare la gente dal Signore, né preti funzionari che, mentre svolgono un ruolo, cercano lontano da Lui la propria consolazione. Solo chi tiene fisso lo sguardo su ciò che è davvero essenziale può rinnovare il proprio sì al dono ricevuto e, nelle diverse stagioni della vita, non smettere di fare dono di sé; solo chi si lascia conformare al Buon Pastore trova unità, pace e forza nell’obbedienza del servizio; solo chi respira nell’orizzonte della fraternità presbiterale esce dalla contraffazione di una coscienza che si pretende epicentro di tutto, unica misura del proprio sentire e delle proprie azioni.

Vi auguro giornate di ascolto e di confronto, che portino a tracciare itinerari di formazione permanente, capaci di coniugare la dimensione spirituale con quella culturale, la dimensione comunitaria con quella pastorale: sono questi i pilastri di vite formate secondo il Vangelo, custodite nella disciplina quotidiana, nell’orazione, nella custodia dei sensi, nella cura di sé, nella testimonianza umile e profetica; vite che restituiscono alla Chiesa la fiducia che essa per prima ha posto in loro.

Vi accompagno con la mia preghiera e la mia Benedizione, che estendo, per intercessione della Vergine Madre, a tutti i sacerdoti della Chiesa in Italia e a quanti lavorano al servizio della loro formazione; e vi ringrazio per le vostre preghiere per me e per il mio ministero.

Dal Vaticano, 8 novembre 2014

 

Francesco

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AL PRIMO MINISTRO DELL’AUSTRALIA IN OCCASIONE DEL VERTICE DEL G20
[BRISBANE, 15-16 NOVEMBRE 2014]

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A Sua Eccellenza Tony Abbott
Primo Ministro dell’Australia

Il 15 e 16 novembre prossimo a Brisbane, Ella presiederà il Vertice dei Capi di Stato e di Governo dei 20 Paesi con le maggiori economie, portando in tal maniera a termine la Presidenza australiana del Gruppo dei 20 nell’anno trascorso. La Presidenza ha dato prova di rappresentare una eccellente opportunità per tutti di apprezzare il significativo contributo dato dall’Oceania nella gestione delle problematiche mondiali e dei suoi sforzi per promuovere una costruttiva integrazione di tutti i Paesi.

L’agenda del G20 a Brisbane è particolarmente concentrata sugli sforzi per rilanciare un progetto di crescita sostenibile dell’economia mondiale, allontanando in tal modo lo spettro della recessione globale. Dal lavoro preparatorio è emerso un punto cruciale, vale a dire, l’imperativo di creare opportunità d’impiego dignitose, stabili e a favore di tutti. Questo presuppone e richiede un miglioramento nella qualità della spesa pubblica e degli investimenti, la promozione di investimenti privati, un equo e adeguato sistema di tassazione, uno sforzo concertato per combattere l’evasione fiscale e una regolamentazione del settore finanziario, che garantisca onestà, sicurezza e trasparenza.

Vorrei chiedere ai Capi di Stato e di Governo del G20 di non dimenticare che dietro queste discussioni politiche e tecniche sono in gioco molte vite e che sarebbe davvero increscioso se tali discussioni dovessero rimanere puramente al livello di dichiarazioni di principio. Nel mondo, incluso all’interno degli stessi Paesi appartenenti al G20, ci sono troppe donne e uomini che soffrono a causa di grave malnutrizione, per la crescita del numero dei disoccupati, per la percentuale estremamente alta di giovani senza lavoro e per l’aumento dell’esclusione sociale che può portare a favorire l’attività criminale e perfino il reclutamento di terroristi. Oltre a ciò, si riscontra una costante aggressione all’ambiente naturale, risultato di uno sfrenato consumismo e tutto questo produrrà serie conseguenze per l’economia mondiale.

È mia speranza che possa essere raggiunto un sostanziale ed effettivo consenso circa i temi posti in agenda. Allo stesso modo, spero che le valutazioni dei risultati di questo consenso non si restringeranno agli indici globali, ma prenderanno parimenti in considerazione il reale miglioramento delle condizioni di vita delle famiglie più povere e la riduzione di tutte le forme di inaccettabile disuguaglianza. Formulo queste speranze in vista dell’Agenda post-2015, che sarà approvata dalla corrente sessione dell’Assemblea delle Nazioni Unite, che dovrebbe includere gli argomenti vitali del lavoro dignitoso per tutti e del cambiamento climatico.

I Vertici del G20, che iniziarono con la crisi finanziaria del 2008, si sono svolti sul drammatico sfondo di conflitti militari, e questo ha prodotto disaccordi tra i membri del Gruppo. È motivo di gratitudine che tali disaccordi non abbiano impedito un dialogo genuino all’interno del G20, con riferimento sia ai temi specificamente in agenda che a quelli della sicurezza globale e della pace. Ma questo non basta. Il mondo intero si attende dal G20 un accordo sempre più ampio che possa portare, nel quadro dell’ordinamento delle Nazioni Unite, a un definitivo arresto nel Medio Oriente dell’ingiusta aggressione rivolta contro differenti gruppi, religiosi ed etnici, incluse le minoranze. Dovrebbe inoltre condurre ad eliminare le cause profonde del terrorismo, che ha raggiunto proporzioni finora inimmaginabili; tali cause includono la povertà, il sottosviluppo e l’esclusione. È diventato sempre più evidente che la soluzione a questo grave problema non può essere esclusivamente di natura militare, ma che si deve anche concentrare su coloro che in un modo o nell’altro incoraggiano gruppi terroristici con l’appoggio politico, il commercio illegale di petrolio o la fornitura di armi e tecnologia. Vi è inoltre la necessità di uno sforzo educativo e di una consapevolezza più chiara che la religione non può essere sfruttata come via per giustificare la violenza.

Questi conflitti lasciano profonde cicatrici e producono in varie parti del mondo situazioni umanitarie insopportabili. Colgo questa opportunità per chiedere agli Stati Membri del G20 di essere esempi di generosità e di solidarietà nel venire incontro alle tante necessità delle vittime di questi conflitti, e specialmente nei confronti dei rifugiati.

La situazione nel Medio Oriente ha riproposto il dibattito sulla responsabilità della comunità internazionale di proteggere gli individui  e i popoli da attacchi estremi ai diritti umani e contro il totale disprezzo del diritto umanitario. La comunità internazionale, e in particolare gli Stati Membri del G20 dovrebbero anche preoccuparsi della necessità di proteggere i cittadini di ogni Paese da forme di aggressione, che sono meno evidenti, ma ugualmente reali e gravi. Mi riferisco specificamente agli abusi nel sistema finanziario, come quelle transazioni che hanno portato alla crisi del 2008 e più in generale alla speculazione sciolta da vincoli politici o giuridici e alla mentalità che vede nella massimizzazione dei profitti il criterio finale di ogni attività economica. Una mentalità nella quale le persone sono in ultima analisi scartate non raggiungerà mai la pace e la giustizia. Tanto a livello nazionale come a livello internazionale, la responsabilità per i poveri e gli emarginati deve perciò essere elemento essenziale di ogni decisione politica.

Con la presente lettera, desidero esprimere il mio apprezzamento per il vostro lavoro, Signor Primo Ministro, ed offrire il mio incoraggiamento e la mia preghiera per le deliberazioni che dovranno essere adottate e per la riuscita del Vertice. Invoco la benedizione divina su tutti coloro che prendono parte a questo incontro e su tutti i cittadini dei Paesi del G20. In modo particolare, esprimo i miei più sentiti auguri, insieme alla mia preghiera, per la felice conclusione della presidenza dell’Australia e volentieri Le assicuro la mia più alta considerazione.

Dal Vaticano, 6 novembre 2014

Francesco

 

Commenti all’Evangelii Gaudium (15) : Testo completo delle Relazioni dell’incontro internazionale “Il progetto pastorale di Evangelii Gaudium”. In lingua originale

12 ottobre 2014

AUDIO E VIDEO DI TUTTE LE RELAZIONI

 

Sintesi dell’Incontro Internazionale sulla Evangelii Gaudium – S.E.R. Mons. Octavio Ruiz Arenas

 

Segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione

L’Esortazione apostolica di Papa Francesco ci interpella in maniera chiara e diretta sul modo in cui stiamo adempiendo la missione che Gesù ha affidato a tutti noi suoi discepoli e, nello stesso tempo, ci invita a non perdere la gioia di annunciare il Vangelo, né l’entusiasmo missionario, né l’ideale dell’amore fraterno e il valore della comunità.

Le diverse relazioni che abbiamo ascoltato durante questo Incontro Internazionale sul Progetto pastorale di Evangelii gaudium certamente non ricoprono, ne intendevano farlo, tutta la ricchezza dottrinale e pastorale che si trova lungo l’Esortazione, piuttosto hanno cercato di offrirci uno sguardo complessivo per mettere in risalto il centro e l’asse di ogni azione pastorale, e anche lo spirito che in ogni momento la deve accompagnare, per continuare l’approfondimento degli spunti pastorali che ci offre il Papa Francesco perché la Chiesa realizzi integramente la sua missione evangelizzatrice.

Riprendendo le tematiche affrontate questi giorni, vorrei presentare alcuni punti che possono servire come sintesi di quanto abbiamo riflettuto.

1.      L’Evangelii gaudium è una Esortazione apostolica di Papa Francesco incentrata fondamentalmente sull’annuncio del Vangelo. Si tratta di un documento programmatico del suo pontificato che urge il rinnovamento dell’azione pastorale della Chiesa e invita a tutti i battezzati a una riflessione profonda sugli orientamenti pastorali ivi contenuti e a una sincera e coraggiosa valutazione dei processi e programmi che si stanno attuando nelle diverse diocesi, parrocchie, movimenti e le restanti realtà ecclesiali, affinché si possa attuare una autentica conversione pastorale, che permetta di porre la Chiesa in uno stato permanente di missione.

2.      Gli indirizzi pastorali che presenta l’Evangelii gaudium manifestano una grande sintonia e continuità con la dottrina espressa da Paolo VI nell’Evangelii nuntiandi. Le due Esortazioni puntano sulla missione fondamentale della Chiesa e presentano in modo chiaro l’essenza dell’annuncio della Buona Novella che è Gesù Cristo, anche se lo fanno in modo diverso.  Entrambe insistono sulla centralità del kerygma, indicano lo spirito dell’evangelizzazione e la forza dello Spirito del Risorto, che potenzia l’azione della Chiesa, e segnalano l’importanza della pietà popolare, della predicazione e del posto che occupa l’omelia. Comunque, Papa Francesco si rivolge alla Chiesa con un tono non tanto accademico ma piuttosto incisivo, per invitare alla conversione, sia personale che pastorale, affinché lo spirito missionario e il nuovo stile evangelizzatore che ci propone siano assunti in qualsiasi attività che venga realizzata dalla Chiesa.

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Presentazione del card. Baldisseri della III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi: “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”

3 ottobre 2014

DIRETTA dalle 11.30

 

elenco partecipanti sinodo vescovi

 

SINTESI 

Nel clima di un confronto sereno e leale, i partecipanti saranno chiamati a non far prevalere il proprio punto di vista come esclusivo, ma a cercare insieme la verità. Non si può dimenticare che la Verità è in primo luogo la persona stessa di Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, e non un concetto astratto, frutto di speculazione filosofica o teologica. Gesù Cristo, il primo evangelizzatore, ha camminato tra la gente, si è rivelato con parole e segni, annunciando il Regno di Dio cominciando dai poveri e dai più deboli, spendendo la sua vita per amore di tutti fino al compimento pasquale…..

Altri elementi nuovi toccano l’organizzazione dei lavori, e dunque riguardano la metodologia interna dell’Assemblea. In primo luogo, la Relatio ante disceptationem presenterà qualche elemento di novità. Infatti, la Segreteria Generale ha chiesto ai Padri sinodali di trasmettere in anticipo il proprio contributo, segnalando l’argomento su cui intendono intervenire in Aula, rispettando l’ordine tematico. Nella stesura della Relatio ante disceptationem è stato tenuto conto di tali testi, utili al fine di poter organizzare con ordine l’agenda tematica. In questo modo, la suddetta Relatio diventa un testo di riferimento su cui lavorare durante gli interventi in Aula…..

In secondo luogo, durante il dibattito in Aula, che avrà luogo nella prima settimana, a partire dalla 2ª Congregazione generale, si seguirà l’ordine tematico stabilito seguendo l’Instrumentum laboris…..

In terzo luogo, la Relatio post disceptationem, al termine della prima settimana, costituirà la base per il prosieguo dei lavori della seconda settimana nei “circuli minores“, che i Padri prenderanno in esame in vista del Documento finale detto Relatio Synodi. Questo documento, infine, sarà consegnato al Santo Padre….

Le novità riguarderanno anche il rapporto con i mezzi di comunicazione. Ogni giorno ci sarà un Briefing diretto dalla Sala Stampa, con la collaborazione degli Addetti Stampa e la partecipazione di alcuni Padri sinodali….

I lavori dei Padri sinodali saranno accompagnati dalla preghiera del popolo di Dio. A Roma, nella Cappella della Salus Populi Romani della Basilica di Santa Maria Maggiore, alcuni momenti di preghiera saranno guidati dalla Diocesi di Roma, e ogni sera alle ore 18.00, un Vescovo o un Cardinale celebrerà la Santa Messa per la famiglia. Significativa sarà la presenza delle reliquie dei beati coniugi Zélie e Louis Martin, e della loro figlia Santa Teresa del Bambino Gesù, e quelle dei beati coniugi Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi. Nel mondo, si pregherà nei Santuari, specialmente quelli dedicati alla Sacra Famiglia, nei monasteri, nelle comunità di vita consacrata, nelle diocesi e nelle parrocchie.

TESTO COMPLETO DELL’INTERVENTO 

Istituita per uscire da se stessa

5 settembre 2014

 La Chiesa non deve essere autoreferenziale

da: L’Osservatore Romano (20 settembre 2014 )

Jean Guitton«Discepoli di Emmaus» (1958)

La chiave della conversione permanente, in tutti i suoi aspetti, per ogni individuo e per l’intera Chiesa, è l’autotrascendenza. «Uscire da se stessi» è una categoria chiave per comprendere il pensiero e la proposta di Papa Francesco, perché, come lui stesso dice, il Vangelo «ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé» (Evangelii gaudium, n. 21).È il contrario dell’«autoreferenzialità» che tanto si critica. Si tratta di una categoria antropologica, teologica, spirituale e pastorale, che ha la propria origine nella Trinità stessa. Perché le tre Persone sono riferite l’una all’altra e sono in costante relazione, ma hanno voluto anche stabilire un’alleanza con noi. Da questa vita divina deriva un dinamismo di uscita da se stessi che la grazia imprime nel nostro cuore. Perciò la carità, che ci fa uscire da noi stessi per andare verso gli altri, è la più grande delle virtù.Quando diciamo che la Chiesa è missionaria per natura, stiamo esprimendo proprio questo: è stata istituita affinché uscisse costantemente da se stessa nel servizio, nel dialogo, nel dono di sé, nella missione. La metafisica, che cerca di capire la realtà nel profondo, ci insegna che il bene è di per sé diffusivo, ciò che è buono tende sempre a diffondersi. Se la realtà creata da Dio funziona così, e se il dinamismo della grazia è un dinamismo di uscita, allora l’unico modo per mantenerci vivi e crescere è uscire da noi stessi nella missione, e l’unico modo per una comunità di mantenersi viva e crescere è uscire da se stessa. Se una persona capisce questo, allora smette di vivere sulla difensiva, smette di essere ossessionata dal benessere e dai propri interessi, e scopre che il modo migliore per vivere bene è uscire da se stessi cercando il bene degli altri, comunicando il bene, aprendosi, donandosi, accogliendo, entrando in dialogo e in comunione. In fondo il Papa sta indicando alla Chiesa una strategia di sopravvivenza e di fedeltà a se stessa. Essere fedele alla sua propria natura, per la Chiesa, non è anzitutto custodire un deposito di dottrina, ma uscire da se stessa evangelizzando, servendo, comunicando vita, rendendo presente l’amore misericordioso di Dio che ci spinge avanti.

Víctor Manuel Fernández

Il testo integrale in lingua originale – See more at: http://www.osservatoreromano.va/it/news/cosa-significa-che-la-chiesa-e-missionaria#sthash.bb1IqH9q.dpuf

Papa Francesco. Udienza ai partecipanti all’incontro mondiale dei Direttori di “Scholas occurrentes”

4 settembre 2014

 

E’ stata presentata in Vaticano una piattaforma digitale per collegare le scuole di tutto il mondo, per connettere istituzioni educative e promuovere l’incontro e la pace.

 

https://www.youtube.com/watch?v=NrCcdxd8fo8

 

 

Alle ore 16.30 di oggi, nell’Aula del Sinodo, il Santo Padre Francesco incontrerà i partecipanti al III Congresso di “Scholas occurrentes” (Vaticano, 1-4 settembre 2014), la «Rete mondiale delle scuole per l’incontro», che riunisce realtà educative di culture e religioni diverse ed è nata su impulso proprio di Papa Francesco.

 

INTERVENTO IN LINGUA SPAGNOLA DI PAPA FRANCESCO

https://www.youtube.com/watch?v=lal12wXkao8

Nel corso dell’Udienza il Santo Padre rivolgerà ai presenti un breve discorso in lingua spagnola ed è previsto un collegamento in Videoconferenza via Internet con studenti aderenti alla rete di Scholas nei 5 continenti (Salvador, Sud Africa, Turchia europea, Israele, Australia).

L’idea giunge da una iniziativa di Bergoglio, che come arcivescovo di Buenos Aires, stava già facendo un tentativo di creare una rete di scuole che basate sulla tecnologia, lo sport e l’arte.

Le due parole chiave dell’iniziativa sono incontro e pace perchè ” lo sport, l’arte e specialmente la tecnologia devono aiutare la cultura dell’incontro e in queste occasioni anziché farsi la guerra devono crescere come fratelli, senza perdere le proprie identità”.

 

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DISCURSO DEL SANTO PADRE FRANCISCO
A LOS PARTICIPANTES EN EL ENCUENTRO MUNDIAL
DE LOS DIRECTORES DE “SCHOLAS OCCURRENTES”

Aula del Sínodo
Jueves 4 de septiembre de 2014

 

Estoy como aquel que le dijeron: “Diga algo”. Y entonces dice: “Bueno, voy a improvisar”. Y saca lo que tenía hecho.

Son los puntos que más o menos quería decirles, a los cuales incorporo los que he visto aquí.

Primero de todo, muchas gracias. La presencia aquí es algo raro. Yo le decía al Presidente de la Academia Pontificia, Mons. Sánchez Sorondo, que se estaba haciendo movimiento. Es algo raro por el movimiento, por el trabajo, por la intensidad, por la gente que va y que viene, por la creatividad del protocolo… en el marco de estas III Jornadas de la Red Mundial de Escuelas para el Encuentro. Entonces, la idea es el encuentro. Esta cultura del encuentro que es el desafío. Hoy ya nadie duda que el mundo está en guerra. Y nadie duda, por supuesto, que el mundo está en desencuentro. Y hay que proponer una cultura del encuentro de alguna manera. Una cultura de la integración, del encuentro, de los puentes, ¿no es cierto? Y este trabajo, lo están haciendo ustedes. Yo le agradezco a la Pontificia Academia de las Ciencias, a Mons. Marcelo Sánchez Sorondo, que haya facilitado todo esto. Se ha movido mucha gente. Yo sé que estos dos cuando se juntan son un peligro. Mueven mucho. Pero recuerdo ese refrán africano: “Para educar a un hijo hace falta una aldea”. Para educar a una persona, hace falta todo esto. (more…)