Archive for the ‘Famiglia’ Category

La lettera di Sant’Agostino che insegna all’uomo come amare la donna/Gelsomino Del Guercio/Aleteia | Feb 16, 2017

11 luglio 2017

Il santo lo descrive allontanando equivoci e invocandone la purezza

Nella concezione agostiniana dell’amore, l’uomo è in grado di amare grazie all’Amore di cui Dio gli ha fatto dono. Un uomo che non avesse conosciuto l’Amore di Dio prima di farne esperienza umana, non sarebbe in grado di provarne appieno la gioia.
È per questa ragione che l’amore tra un uomo ed una donna è descritto da Sant’Agostino con parole così ispirate, nonostante il Santo fosse pienamente consapevole dei rischi correlati agli equivoci della possessività, del desiderio, della cupiditas, di tutto quanto sembra oro, insomma, ma non luccica (www.cristianità.it).

Lettera di Sant’Agostino:

Giovane amico, se ami questo è il miracolo della vita.
Entra nel sogno con occhi aperti e vivilo con amore fermo.

Il sogno non vissuto è una stella da lasciare in cielo.
Ama la tua donna senza chiedere altro all’infuori dell’eterna domanda che fa vivere di
nostalgia i vecchi cuori.


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Ma ricordati che più ti amerà e meno te lo saprà dire. Guardala negli occhi affinché le dita
si vincolino con il disperato desiderio di unirsi ancora; e le mani e gli occhi dicano le
sicure promesse del vostro domani.

Ma ricorda ancora, che se i corpi si riflettono negli occhi, le anime si vedono nelle
sventure.

Non sentirti umiliato nel riconoscere una sua qualità che non possiedi.
Non crederti superiore poiché solo la vita dirà la vostra diversa sventura.
Non imporre la tua volontà a parole, ma soltanto con l’esempio.

Questa sposa, tua compagna di quell’ignoto cammino che è la vita, amala e difendila,
poiché domani ti potrà essere di rifugio.

E sii sincero giovane amico, se l’amore sarà forte ogni destino vi farà sorridere.


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Amala come il sole che invochi al mattino. Rispettala come un fiore che aspetta la luce dell’amore.
Sii questo per lei, e poiché questo deve essere lei per te, ringraziate insieme Dio, che vi
ha concesso la grazia più luminosa della vita!

(S. Agostino)

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“AMORIS LÆTITIA”. Esortazione Apostolica Postsinodale del Santo Padre Francesco

10 aprile 2016

ESORTAZIONE APOSTOLICA
POSTSINODALE

AMORIS LAETITIA

DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
AI VESCOVI
AI PRESBITERI E AI DIACONI
ALLE PERSONE CONSACRATE
AGLI SPOSI CRISTIANI
E A TUTTI I FEDELI LAICI
SULL’AMORE NELLA FAMIGLIA

 
(more…)

Oggi la pubblicazione dell’Esortazione Amoris laetitia di Papa Francesco

8 aprile 2016

 

2016-04-07 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C’è grande attesa per la presentazione dell’Esortazione Apostolica post-sinodale del Papa “Amoris  laetitia”, sull’amore nella famiglia. Il testo redatto da Papa Francesco al termine dei due Sinodi sulla Famiglia del 2014 e del 2015 sarà presentato oggi nella Sala Stampa Vaticana. Sul percorso che ha portato a questo importante documento ascoltiamo il servizio di Paolo Ondarza:

 

 

Due Sinodi per camminare insieme
Camminare insieme: il significato del termine sinodo rende davvero bene l’idea di ciò che è stato il lungo, esaltante, a tratti faticoso, itinerario che ha portato alla stesura dell’esortazione Amoris Laetitia. Non uno, ma due i Sinodi voluti dal Papa attorno alla famiglia, “luce nel buio del mondo”. Il primo, straordinario, svoltosi in Vaticano dal 5 al 19 ottobre 2014 attorno a “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”, il secondo, ordinario, un anno dopo, dal 4 al 25 ottobre 2015 su “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”: in tutto 5 settimane che hanno coinvolti oltre a vescovi e sacerdoti, religiosi e religiose, e coppie di sposi in qualità di esperti o uditori.

Parresìa
Precedute da questionari diffusi nelle parrocchie delle diocesi di tutto il mondo, entrambe le assemblee dei vescovi sono state espressione della sollecitudine della Chiesa nei confronti della famiglia e del sacramento del matrimonio, la cui verità fondamentale di unione indissolubile tra uomo e donna – ha detto il Santo Padre – non è mai stata posta in dubbio. Da subito Francesco ha chiesto ai Padri, provenienti da ogni continente, di parlare con ‘parresia’ e di guardare alle mutate condizioni culturali di una società in continuo cambiamento con “zelo pastorale”.

Famiglie ferite
Se l’attenzione mediatica è stata eccessivamente rivolta alla comunione per i divorziati risposati, il tema è stato effettivamente oggetto di vivace dibattito, tanto che i paragrafi più discussi dell’ultima Relazione Finale sono stati quelli relativi  alle “situazioni difficili” e “famiglie ferite” per le quali la parola chiave è stata “discernimento”. Ma lo sguardo del sinodo ha abbracciato molto di più: dalla bellezza e forza della testimonianza di tante famiglie nel mondo, alla valorizzazione della donna; dall’importanza dei nonni alla tutela dei bambini e dei malati; dalle minacce del fanatismo, dell’individualismo, e del gender, alla precarietà lavorativa. Dalla tutela della vita, dal concepimento alla morte naturale; dal dramma dei migranti e dei profughi, alla richiesta ai governi di politiche familiari. L’assise ha inoltre ribadito l’invito del Catechismo a non discriminare le persone omosessuali specificando che il matrimonio è solo tra un uomo e una donna. Inoltre i temi legati alla pastorale: l’accompagnamento dei fidanzati, l’esigenza di un linguaggio rinnovato per l’annuncio del Vangelo, la Chiesa come comunità di famiglie.

Il Vangelo non è pietra morta da scagliare contro gli altri
Non tutte le sfide hanno trovato una soluzione – ha rilevato il Papa – ma esse sono state poste sotto la luce della fede, “affrontate senza paura, senza nascondere la testa sotto la sabbia”. Il Sinodo, insomma, è stato prova della vivacità della Chiesa Cattolica che – ha detto  Francesco – “non ha paura di sporcarsi le mani discutendo animatamente”. Questo significa aver camminato insieme, secondo il Santo Padre:

“Significa aver testimoniato a tutti che il Vangelo rimane per la Chiesa la fonte viva, di eterna novità, contro chi vuole indottrinarlo in pietre morte, da scagliare contro gli altri. Significa anche aver spogliato i cuori chiusi, che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite”.

Dio non desidera altro che tutti gli uomini siano salvati
I Sinodi si sono posti in continuità con il Giubileo della misericordia:

“Senza mai cadere nel pericolo del relativismo, abbiamo cercato di abbracciare pienamente e coraggiosamente la bontà e la misericordia di Dio, che supera i nostri calcoli umani, e che non desidera altro che tutti gli uomini siano salvati”.

Vero difensore della dottrina non è chi difende la lettera, ma lo spirito
Tante le tentazioni lungo questo cammino attorno al  rapporto tra dottrina e pastorale. Il Papa ha citato quella dei  tradizionalisti, cioè di “volersi chiudere dentro la lettera, dentro la legge, senza farsi sorprendere da Dio”, ma anche quella dei progressisti e liberalisti, “che in nome di una misericordia ingannatrice, fasciano le ferite senza prima curarle”:

“L’esperienza del Sinodo ci ha fatto anche capire meglio che i veri difensori della dottrina non sono quelli che difendono la lettera, ma lo spirito; non le idee, ma l’uomo; non le formule, ma la gratuità dell’amore di Dio e del suo perdono. Ciò non significa in alcun modo diminuire l’importanza delle formule – sono necessarie – l’importanza delle Leggi e dei Comandamenti divini; ma esaltare la grandezza del vero Dio, che non ci tratta secondo i nostri meriti, ma unicamente secondo la generosità illimitata della sua misericordia”.

Chiesa ha le porte spalancate 
I Sinodi sulla famiglia sono stati espressione di una Chiesa che, per usare ancora le parole del Papa, “non guarda l’umanità da un castello di vetro per giudicare le persone”, ma si rimbocca le maniche per versare l’olio sulle ferite degli uomini e indicare loro la Verità:

“Questa è la Chiesa: la vera sposa di Cristo, che cerca di essere fedele al suo sposo e alla sua dottrina. È la Chiesa che non ha paura di mangiare e di bere con le prostitute e i pubblicani. La Chiesa che ha le porte spalancate per ricevere i bisognosi, i pentiti, e non solo i giusti o coloro che credono di essere perfetti”.

(Da Radio Vaticana)

 

Papa Francesco in Kenya: Omelia Messa a Nairobi

26 novembre 2015

Famiglie cristiane contro i deserti dell’egoismo

 

 

 

 

A Nairobi Papa Francesco ha celebrato la messa nel campus dell’università per tutto il Kenya, chiedendo di opporre resistenza a pratiche che favoriscono l’arroganza degli uomini, feriscono le donne e minacciano la vita di chi non è ancora nato. Dall’inviato Alessandro Di Bussolo.

 

Francesco: urgente alleanza tra famiglie e parrocchie, no a chiese-musei

9 settembre 2015

2015-09-09 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ indispensabile “ravvivare l’alleanza tra la famiglia e la comunità cristiana”. E’ quanto affermato da Papa Francesco nell’udienza generale in Piazza San Pietro dedicata al legame tra famiglie e parrocchie. Il Pontefice ha ribadito che le chiese devono essere case accoglienti con le porte aperte, altrimenti diventano musei. Dal Papa, infine, un’esortazione a rafforzare il legame tra famiglie e chiese contro i “centri di potere” della nostra società. Il servizio di Alessandro Gisotti:

 

“I grandi eventi delle potenze mondane si scrivono nei libri di storia e lì rimangono. Ma la storia degli affetti umani si scrive direttamente nel cuore di Dio; ed è la storia che rimane in eterno”. Papa Francesco ha iniziato la sua catechesi con un’immagine poetica di grande impatto. Ancora una volta, nell’appuntamento del mercoledì in Piazza San Pietro, il Papa torna dunque a soffermarsi sulla famiglia, questa volta puntando lo sguardo sul rapporto con la comunità cristiana.

 

Gesù ci insegna “legame naturale” tra Chiesa e famiglia
Un legame, osserva subito, “naturale, perché la Chiesa è una famiglia spirituale e la famiglia è una piccola Chiesa”. Francesco rammenta così che Gesù stesso imparò la storia umana per questa via e la percorse fino in fondo:

“E’ bello ritornare a contemplare Gesù e i segni di questo legame! Egli nacque in una famiglia e lì ‘imparò il mondo’: una bottega, quattro case, un paesino da niente. Eppure, vivendo per trent’anni questa esperienza, Gesù assimilò la condizione umana, accogliendola nella sua comunione con il Padre e nella sua stessa missione apostolica”.

 

Le chiese siano accoglienti, non con le porte chiuse
Poi, soggiunge, quando Gesù comincia la sua vita pubblica forma intorno a sé una comunità, un’assemblea di persone e questo è proprio il “significato della parola chiesa”. L’assemblea formata dal Signore, sottolinea, ha la “forma di una famiglia ospitale, non di una setta esclusiva, chiusa”. Gesù, riprende, non “cessa di accogliere e di parlare con tutti” e questa, avverte, “è una lezione forte per la Chiesa”. Di qui l’incoraggiamento “a ravvivare l’alleanza tra la famiglia e la comunità cristiana”:

“Potremmo dire che la famiglia e la parrocchia sono i due luoghi in cui si realizza quella comunione d’amore che trova la sua fonte ultima in Dio stesso. Una Chiesa davvero secondo il Vangelo non può che avere la forma di una casa accogliente, con le porte aperte, sempre. Le chiese, le parrocchie, le istituzioni, con le porte chiuse non si devono chiamare chiese, si devono chiamare musei!”.

 

Famiglie e chiese alleate contro i centri di potere
Oggi, riprende, questa tra famiglie e chiese è “un’alleanza cruciale contro i centri di potere ideologici, finanziari, politici”. Noi, esorta, siamo chiamati a riporre la nostra speranza “nei centri dell’amore”, che sono le famiglie, “ricchi di calore umano, basati sulla solidarietà e la partecipazione”. Certo, riconosce, “c’è bisogno di una fede generosa per ritrovare l’intelligenza e il coraggio per rinnovare questa alleanza”:

“Le famiglie a volte si tirano indietro, dicendo di non essere all’altezza: ‘Padre, siamo una povera famiglia e anche un po’ sgangherata’, ‘Non ne siamo capaci’, ‘Abbiamo già tanti problemi in casa’, ‘Non abbiamo le forze’. Questo è vero. Ma nessuno è degno, nessuno è all’altezza, nessuno ha le forze! Senza la grazia di Dio, non potremmo fare nulla. Tutto ci viene dato, gratuitamente dato! E il Signore non arriva mai in una nuova famiglia senza fare qualche miracolo”.

 

Superare atteggiamenti direttivi verso le famiglie
Naturalmente, aggiunge Francesco, “anche la comunità cristiana deve fare la sua parte”, cercando “di superare atteggiamenti troppo direttivi e troppo funzionali”. Al tempo stesso, prosegue, “le famiglie prendano l’iniziativa e sentano la responsabilità di portare i loro doni preziosi per la comunità”:

“Tutti dobbiamo essere consapevoli che la fede cristiana si gioca sul campo aperto della vita condivisa con tutti, la famiglia e la parrocchia debbono compiere il miracolo di una vita più comunitaria per l’intera società”.

Al momento dei saluti ai pellegrini, il Papa ha ricordato la memoria liturgica del gesuita San Pietro Claver, patrono delle missioni d’Africa. “Cari giovani – ha affermato – il suo instancabile servizio agli ultimi vi sproni a scelte di solidarietà verso i bisognosi; il suo vigore spirituale aiuti voi, cari ammalati, ad affrontare la croce con coraggio; il suo amore per Cristo sia modello per voi, cari sposi novelli, affinché l’amore sia il centro della vostra nuova famiglia”.

 

(Da Radio Vaticana)

Udienza generale: amore famiglie vince desertificazione città. Ampia sintesi

2 settembre 2015

2015-09-02 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oggi all’udienza generale in Piazza San Pietro, proseguendo la sua catechesi sulla famiglia, Papa Francesco ha affrontato la modalità in cui essa vive la responsabilità di comunicare la fede, di trasmettere la fede, sia al suo interno che all’esterno.  ”In un primo momento – ha detto – ci possono venire alla mente alcune espressioni evangeliche che sembrano contrapporre i legami della famiglia e il seguire Gesù. Per  esempio, quelle parole forti che tutti conosciamo e abbiamo sentito: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10,37-38)”.

”Naturalmente, Gesù non vuole cancellare il quarto comandamento con questo, che è il primo grande comandamento verso le persone. I primi tre riguardano Dio, questo le persone … è grande! E neppure possiamo pensare che il Signore, dopo aver compiuto il suo primo miracolo per gli sposi di Cana, dopo aver consacrato il legame coniugale tra l’uomo e la donna, dopo aver restituito figli e figlie alla vita famigliare, ci chieda di essere insensibili a questi legami! Quella non è la spiegazione, no. Al contrario, quando Gesù afferma il primato della fede in Dio, non trova un paragone più significativo degli affetti famigliari. E, d’altra parte, questi stessi legami familiari, all’interno dell’esperienza della fede e dell’amore di Dio, vengono trasformati, vengono “riempiti” di un senso più grande e diventano capaci di andare oltre sé stessi, per creare una paternità e una maternità più ampie, e per accogliere come fratelli e sorelle anche coloro che sono ai margini di ogni legame. Un giorno, a chi gli disse che fuori c’erano sua madre e i suoi fratelli che lo cercavano, Gesù rispose, indicando i suoi discepoli: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre» (Mc 3,34-35)”.

”La sapienza degli affetti che non si comprano e non si vendono è la dote migliore del genio famigliare. Proprio in famiglia impariamo a crescere in quell’atmosfera di sapienza degli affetti. La loro “grammatica” si impara lì, altrimenti è ben difficile impararla. Ed è proprio questo il linguaggio attraverso il quale Dio si fa comprendere da tutti”.

”L’invito a mettere i legami famigliari nell’ambito dell’obbedienza della fede e dell’alleanza con il Signore non li mortifica; al contrario, li protegge, li svincola dall’egoismo, li custodisce dal degrado, li porta in salvo per la vita che non muore. La circolazione di uno stile famigliare nelle relazioni umane è una benedizione per i popoli: riporta la speranza sulla terra. Quando gli affetti famigliari si lasciano convertire alla testimonianza del Vangelo, diventano capaci di cose impensabili, che fanno toccare con mano le opere che di Dio, quelle opere che  Dio compie nella storia, come quelle che Gesù ha compiuto per gli uomini, le donne, i bambini che ha incontrato. Un solo sorriso miracolosamente strappato alla disperazione di un bambino abbandonato, che ricomincia a vivere, ci spiega l’agire di Dio nel mondo più di mille trattati teologici. Un solo uomo e una sola donna, capaci di rischiare e di sacrificarsi per un figlio d’altri, e non solo per il proprio, ci spiegano cose dell’amore che molti scienziati non comprendono più. E dove ci sono questi affetti famigliari, vengono questi gesti dal cuore che ci parlano più forte delle parole … il gesto dell’amore! Questo fa pensare”.

”La famiglia che risponde alla chiamata di Gesù riconsegna la regìa del mondo all’alleanza dell’uomo e della donna con Dio. Pensate allo sviluppo di questa testimonianza, oggi. Immaginiamo che il timone della storia (della società, dell’economia, della politica) venga consegnato – finalmente! – all’alleanza dell’uomo e della donna, perché lo governino con lo sguardo rivolto alla generazione che viene. I temi della terra e della casa, dell’economia e del lavoro, suonerebbero una musica molto distinta diversa!”.

”Se ridaremo protagonismo – a partire dalla Chiesa – alla famiglia che ascolta la parola di Dio e la mette in pratica, diventeremo come il vino buono delle nozze di Cana, fermenteremo come il lievito di Dio!

In effetti, l’alleanza della famiglia con Dio è chiamata oggi a contrastare la desertificazione comunitaria della città moderna. Ma le nostre città sono diventate destertificate per mancanza d’amore, per mancanza di sorriso. Tanti divertimenti … tanti. Tante cose per perdere tempo, per far ridere, ma l’amore manca. È proprio la famiglia! È proprio la  famiglia, quel papà, quella mamma che lavorano e con i figli … Il sorriso di una famiglia è capace di vincere questa desertificazione delle nostre città. E questa è la vittoria dell’amore della famiglia. Nessuna ingegneria economica e politica è in grado di sostituire questo apporto delle famiglie. Il progetto di Babele edifica grattacieli senza vita. Lo Spirito di Dio, invece, fa fiorire i deserti (cfr Is 32,15). Dobbiamo uscire dalle torri e dalle camere blindate delle élites, per frequentare di nuovo le case e gli spazi aperti delle moltitudini, aperti all’amore della famiglia”.

”La comunione dei carismi – quelli donati al Sacramento del matrimonio e quelli concessi alla consacrazione per il Regno di Dio – è destinata a trasformare la Chiesa in un luogo pienamente famigliare per l’incontro con Dio. Andiamo avanti su questa strada, non perdiamo la speranza. Dove c’è una famiglia con amore, quella famiglia è capace di riscaldare il cuore di tutta una città con la sua testimonianza d’amore. Pregate per me, preghiamo gli uni per gli altri, perché diventiamo capaci di riconoscere e di sostenere le visite di Dio. Lo Spirito porterà lieto scompiglio nelle famiglie cristiane, e la città dell’uomo uscirà dalla sua depressione! Grazie”.

 

(Da Radio Vaticana)

 

 

 

Dopo 20 anni l'”Evangelium Vitae” è sempre attuale

25 marzo 2015

 

2015-03-25 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Rispettare la dignità umana e promuovere la vita è una luce che la Chiesa continua ad accendere a difesa dell’umanità e del Vangelo”. Così si è espresso mons. Jean-Marie Mate Musivi Mupendawatu, segretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, a margine della giornata di studio, tenutasi oggi presso l’aula San Pio X, per i vent’anni della “Evangelium vitae”. L’anniversario, che coincide con il giorno in cui la Chiesa ricorda l’Annunciazione del Signore, è stato preceduto ieri sera da una veglia internazionale di preghiera, che si è svolta contemporaneamente presso i santuari di Fatima, Lourdes, Guadalupe e presso la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Il servizio di Elvira Ragosta:

 

 

A vent’anni esatti dalla pubblicazione dell’”Evangelium vitae”,  mons. Mupendawatu  sottolinea l’attualità dell’Enciclica con cui San Giovanni Paolo II ha manifestato la verità sul valore e l’inviolabilità della vita umana, da quella nascente a quella sua via del tramonto:

“Rispettare questa dignità e promuovere questa vita stessa che è dono di Dio nell’uomo è un compito non solo della Chiesa, ma di tutta l’umanità, di tutto il mondo. E’ una luce che ancora oggi la Chiesa continua ad accendere per tutti, perché la difesa della vita è la difesa dell’umanità, di noi stessi”.

Lo “scarto” dell’aborto e dell’eutanasia

E sulla continuità tra il contenuto dell’”Evangelium vitae” e le parole di Papa Francesco nel condannare la cultura dello scarto, il segretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari aggiunge:

“Lo scarto oggi – possiamo dire – che è il bambino cui non si dà questa opportunità di nascere, come Dio vuole. Questa è quindi spesso per decisione degli uomini, certamente per decisioni immorali, di diventare scarto per la nostra società. E ce ne sono tanti, tanti… Non solo questo, c’è anche l’eutanasia: quindi anche gli anziani, i malati fanno parte di questo scarto di cui parla Francesco oggi. Tutte le vittime dei conflitti, delle guerre, i morti che sono provocati dall’odio, dal non riconoscere il fratello, dal non riconoscere che la vita è di Dio. Noi l’amministriamo, ma non siamo noi i padroni della vita”.

Segnali di vita e cultura di morte
Ma come e quanto è cambiato il contesto socioculturale dell’”Evangelium vitae” in questi vent’anni? Mons. Mauro Cozzoli, consultore del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari e ordinario di Teologia morale alla Pontificia Università Lateranense:

“Non è cambiato molto anzi per certi aspetti, pur essendo tanti i segnali di una cultura della vita e sono davvero tanti, magari si vedono meno, però ci sono. Peraltro, lo slittamento, lo smottamento verso una cultura della morte purtroppo c’è stato ed è in atto. I delitti contro la vita sono tantissimi, da quelli microscopici a quelli macroscopici”.

L’amore è della famiglia
Di sfida antropologica parla mons. Carlos Simòn Vazquez, Sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia, e sul ruolo della famiglia in questa sfida afferma:

“La famiglia è in grado di manifestare al mondo che l’uomo è un essere irrepetibile, unico, prezioso. La famiglia è in grado di mostrare questa singolarità. Questa unione famiglia e vita ha come denominatore comune l’amore. E quindi riscoprire la questione antropologia porterebbe alla riscoperta di questa logica dell’amore sia nell’istituto familiare e matrimoniale, sia nella vita. E questa è la bella notizia, la buona notizia che il mondo di oggi può ricevere”.

Nel messaggio fatto pervenire alla Giornata di studi da parte del presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, mons. Zygmunt Zimowski, oltre a sottolineare l’importanza dell’iniziativa, si rivolge agli operatori Sanitari e scrive loro: “Dobbiamo essere coraggiosi difensori della vita umana”.

(Da Radio Vaticana)

Educare al vero, al bene, al bello. Sull’Insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Messaggio della CEI ai giovani ed ai genitori

18 gennaio 2015

Messaggio della Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana in vista della scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica

Cari studenti e cari genitori,
in occasione dell’iscrizione al prossimo anno scolastico, sarete invitati anche a scegliere se avvalervi o non avvalervi dell’insegnamento della religione cattolica. Anche se ormai questa procedura è divenuta abituale, vogliamo invitarvi a riflettere sull’importanza di questa decisione che consente di mantenere o di escludere una parte significativa del curricolo di studio.

Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che questa scelta non è una dichiarazione di appartenenza religiosa, né pretende di condizionare la coscienza di qualcuno, ma esprime solo la richiesta alla scuola di voler essere istruiti anche sui contenuti della religione cattolica che costituisce una chiave di lettura fondamentale della realtà in cui noi tutti oggi viviamo.

Il mondo si sta trasformando sempre più velocemente, i conflitti e le contrapposizioni diventano sempre più drammatici e anche la società italiana è diventata sempre più plurale e multiforme, ma la storia da cui veniamo è un dato immodificabile e le tracce che in essa ha lasciato e continua ad offrire la Chiesa costituiscono un contributo evidente ed efficace per la crescita della società di tutti.

Papa Francesco, incontrando tantissimi di noi lo scorso 10 maggio 2014, ci ha ricordato quanto sia importante non solo andare a scuola, ma anche amare la scuola in tutte le sue ricchezze e potenzialità: «Io amo la scuola perché ci educa al vero, al bene e al bello. Vanno insieme tutti e tre. L’educazione non può essere neutra. O è positiva o è negativa; o arricchisce o impoverisce; o fa crescere la persona o la deprime, persino può corromperla… La missione della scuola è di sviluppare il senso del vero, il senso del bene e il senso del bello. E questo avviene attraverso un cammino ricco, fatto di tanti “ingredienti”. Ecco perché ci sono tante discipline! Perché lo sviluppo è frutto di diversi elementi che agiscono insieme e stimolano l’intelligenza, la coscienza, l’affettività, il corpo, eccetera. Per esempio, se studio questa Piazza, Piazza San Pietro, apprendo cose di architettura, di storia, di religione, anche di astronomia – l’obelisco richiama il sole, ma pochi sanno che questa piazza è anche una grande meridiana. In questo modo coltiviamo in noi il vero, il bene e il bello; e impariamo che queste tre dimensioni non sono mai separate, ma sempre intrecciate».

Proprio a partire da questo stimolo a imparare e coltivare il vero, il bene e il bello, noi Vescovi delle diocesi italiane vi invitiamo a compiere la scelta di avvalervi dell’IRC non solo perché consapevoli dell’importanza e del valore educativo di questa disciplina scolastica, ma anche e soprattutto sulla base di una reale conoscenza dei contenuti specifici di questa materia su cui siete chiamati a pronunciarvi, riferendovi in concreto alle Indicazioni didattiche proprie dell’IRC.

Se vorrete avvalervi dell’opportunità offerta dall’insegnamento della religione cattolica, sappiate inoltre che potrete trovare negli insegnanti delle persone professionalmente molto qualificate, ma anche testimoni credibili, capaci di cogliere gli interrogativi più sinceri di ogni persona, accompagnando ciascuno nel suo personale ed autonomo percorso di crescita.

Ci auguriamo che possiate continuare ad incontrarvi ancora numerosi nelle classi, così da poter iniziare o continuare tra voi e con i vostri docenti un proficuo dialogo educativi.

Viaggio apostolico in Sri Lanka e Filippine. 4^ giornata. Dirette. Sintesi e Testo completo dei discorsi e dell’Omelia

16 gennaio 2015

Venerdì, 16 gennaio 2015

http://www.ctv.va/content/ctv/it/livetv.html

ore 9.15 circa Cerimonia di benvenuto al Palazzo Presidenziale e visita di Cortesia al Presidente

ore 10.15 : Incontro con Autorità e con il Corpo Diplomatico nella Rizal Ceremonial Hall del Palazzo Presidenziale

 “La mia visita è anzitutto pastorale. Avviene in un momento in cui la Chiesa in questo Paese si sta preparando a celebrare il quinto centenario della prima proclamazione del Vangelo di Gesù Cristo su questi lidi. Il messaggio cristiano ha avuto un immenso influsso sulla cultura filippina. È mia speranza che tale importante anniversario faccia risaltare la sua costante fecondità e la sua capacità di ispirare una società degna della bontà, della dignità e delle aspirazioni del popolo filippino.

……Come una famiglia, ogni società attinge dalle sue più profonde risorse per far fronte a nuove sfide. Oggi le Filippine, insieme a molte altre nazioni dell’Asia, si trova davanti all’esigenza di costruire una società moderna fondata su solide basi – una società rispettosa degli autentici valori umani, che tuteli la nostra dignità e i diritti umani, fondati su Dio, e che sia pronta ad affrontare nuovi e complessi problemi etici e politici. ….Indispensabile per la realizzazione di questi obiettivi nazionali è l’imperativo morale di assicurare la giustizia sociale e il rispetto della dignità umana. La grande tradizione biblica prescrive per tutti i popoli il dovere di ascoltare la voce dei poveri e di spezzare le catene dell’ingiustizia e dell’oppressione, che danno origine a palesi e scandalose disuguaglianze sociali. La riforma delle strutture sociali che perpetuano la povertà e l’esclusione dei poveri, prima di tutto richiede una conversione della mente e del cuore. I Vescovi delle Filippine hanno chiesto che quest’anno sia proclamato “Anno dei Poveri”. Spero che questa profetica istanza determini in ciascuno, a tutti i livelli della società, il fermo rifiuto di ogni forma di corruzione che distolga risorse dai poveri. Possa essa ispirare la volontà di uno sforzo concertato per includere ogni uomo, donna e bambino nella vita della comunità.”

 

TESTO COMPLETO DEL DISCORSO

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SANTA MESSA CON VESCOVI, SACERDOTI, RELIGIOSE E RELIGIOSI

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cattedrale del’Immacolata Concezione, Manila
Venerdì, 16 gennaio 2015

[Multimedia]


 

«Mi ami?» [la gente: “Sì!”] Grazie! Ma io stavo leggendo la parola di Gesù! Dice il Signore:«Mi ami? … Pasci i miei agnelli» (Gv21,15.16). Le parole di Gesù a Pietro nel Vangelo di oggi sono le prime parole che vi rivolgo, cari fratelli Vescovi e Sacerdoti, Religiosi e Religiose, e giovani Seminaristi. Queste parole ci ricordano una cosa essenziale: ogni ministero pastorale nasce dall’amore. Ogni ministero pastorale nasce dall’amore! Ogni vita consacrata è un segno dell’amore riconciliatore di Cristo. Come santa Teresa di Gesù Bambino, nella varietà delle nostre vocazioni, ognuno di noi è chiamato, in qualche modo, ad essere l’amore nel cuore della Chiesa.

Vi saluto con grande affetto. E vi chiedo di portare il mio affetto a tutti i vostri fratelli e sorelle anziani e malati e a tutti coloro che non si sono potuti unire a noi oggi. Mentre la Chiesa nelle Filippine guarda al quinto centenario della sua evangelizzazione, sentiamo gratitudine per l’eredità lasciata da tanti vescovi, sacerdoti e religiosi delle generazioni passate. Essi si sono sforzati non solo di predicare il Vangelo e di costruire la Chiesa in questo Paese, ma anche di forgiare una società ispirata al messaggio evangelico della carità, del perdono e della solidarietà al servizio del bene comune. Oggi voi portate avanti quell’opera d’amore. Come loro, siete chiamati a costruire ponti, a pascere il gregge di Cristo, e a preparare valide vie per il Vangelo in Asia all’alba di una nuova era.

«L’amore di Cristo infatti ci possiede» (2 Cor 5,14). Nella prima Lettura di oggi san Paolo ci dice che l’amore che siamo chiamati a proclamare è un amore riconciliatore, che promana dal cuore del Salvatore crocifisso. Siamo chiamati ad essere «ambasciatori in nome di Cristo» (2 Cor 5,20). Il nostro è un ministero di riconciliazione. Proclamiamo la Buona Novella dell’amore, della misericordia e della compassione senza fine di Dio. Proclamiamo la gioia del Vangelo. Poiché il Vangelo è la promessa della grazia di Dio, che sola può portare pienezza e risanamento al nostro mondo malato. Il Vangelo può ispirare la costruzione di un ordine sociale veramente giusto e redento.

Essere ambasciatore di Cristo significa prima di tutto invitare ogni persona ad un rinnovato incontro con il Signore Gesù (cfrEvangelii gaudium, 3). Il nostro incontro personale con Lui. Questo invito dev’essere al centro della vostra commemorazione dell’evangelizzazione delle Filippine. Ma il Vangelo è anche un appello alla conversione, ad un esame della nostra coscienza, come individui e come popolo. Come i Vescovi delle Filippine hanno giustamente insegnato, la Chiesa nelle Filippine è chiamata a riconoscere e combattere le cause della disuguaglianza e dell’ingiustizia, profondamente radicate, che macchiano il volto della società filippina, in palese contrasto con l’insegnamento di Cristo. Il Vangelo chiama ogni singolo cristiano a vivere una vita onesta, integra e impegnata per il bene comune. Ma chiama anche le comunità cristiane a creare “circoli di onestà”, reti di solidarietà che possono estendersi nella società per trasformarla con la loro testimonianza profetica.

I poveri. I poveri sono al centro del Vangelo, sono al cuore del Vangelo; se togliamo i poveri dal Vangelo non possiamo capire pienamente il messaggio di Gesù Cristo. Come ambasciatori di Cristo, noi, vescovi, sacerdoti e religiosi, dovremmo essere i primi ad accogliere la sua grazia riconciliatrice nei nostri cuori. San Paolo spiega che cosa questo significhi. Significa rifiutare prospettive mondane, guardando ogni cosa di nuovo alla luce di Cristo. Ciò comporta che noi siamo i primi ad esaminare la nostra coscienza, a riconoscere i nostri fallimenti e cadute e ad imboccare la via della conversione continua, della conversione quotidiana. Come possiamo proclamare la novità e il potere liberante della Croce agli altri, se proprio noi non permettiamo alla Parola di Dio di scuotere il nostro orgoglio, la nostra paura di cambiare, i nostri meschini compromessi con la mentalità di questo mondo, la nostra mondanità spirituale (cfr Evangelii gaudium, 93)?

Per noi sacerdoti e persone consacrate, conversione alla novità del Vangelo comporta un quotidiano incontro col Signore nella preghiera. I santi ci insegnano che questa è la sorgente di ogni zelo apostolico! Per i religiosi, vivere la novità del Vangelo significa trovare sempre di nuovo nella vita e nell’apostolato della comunità l’incentivo per una sempre più stretta unione col Signore nella perfetta carità. Per tutti noi, significa vivere in modo da riflettere la povertà di Cristo, la cui intera vita era incentrata sul fare la volontà del Padre e servire gli altri. La grande minaccia a ciò, naturalmente, è cadere in un certo materialismo che può insinuarsi nella nostra vita e compromettere la testimonianza che offriamo. Solo diventando noi stessi poveri, diventando noi stessi poveri, eliminando il nostro autocompiacimento, potremo identificarci con gli ultimi tra i nostri fratelli e sorelle. Vedremo le cose sotto una luce nuova e così potremo rispondere con onestà e integrità alla sfida di annunciare la radicalità del Vangelo in una società abituata all’esclusione, alla polarizzazione e alla scandalosa disuguaglianza.

Qui desidero dire una parola speciale ai giovani sacerdoti e religiosi e ai seminaristi presenti. Vi chiedo di condividere la gioia e l’entusiasmo del vostro amore per Cristo e per la Chiesa con chiunque, ma soprattutto con i vostri coetanei. Siate presenti in mezzo ai giovani che possono essere confusi e abbattuti, e che tuttavia continuano a vedere la Chiesa come loro compagna di cammino e fonte di speranza.

Siate vicini a quanti, vivendo in mezzo ad una società appesantita dalla povertà e dalla corruzione, sono scoraggiati, tentati di mollare tutto, di lasciare la scuola e di vivere per la strada. Proclamate la bellezza e la verità del matrimonio cristiano ad una società che è tentata da modi confusi di vedere la sessualità, il matrimonio e la famiglia. Come sapete queste realtà sono sempre più sotto l’attacco di forze potenti che minacciano di sfigurare il piano creativo di Dio e di tradire i veri valori che hanno ispirato e dato forma a quanto di bello c’è nella vostra cultura.

La cultura filippina, infatti, è stata plasmata dalla creatività della fede. I Filippini sono dovunque conosciuti per il loro amore a Dio, per la loro fervente pietà e la loro calorosa e cordiale devozione alla Madonna e al suo Rosario; il loro amore a Dio, per la loro fervente pietà e la loro calorosa e cordiale devozione alla Madonna e al suo Rosario. Questa grande eredità contiene un forte potenziale missionario. È il modo in cui il vostro popolo ha inculturato il Vangelo e continua ad accogliere il suo messaggio (cfrEvangelii gaudium, 122). Nel vostro impegno di preparazione del quinto centenario, costruite su queste solide basi.

Cristo è morto per tutti, affinché, uniti a Lui nella morte, potessimo vivere non più per noi stessi ma per Lui (cfr 2 Cor 5,15). Cari fratelli Vescovi, Sacerdoti e Religiosi, imploro da Maria, Madre della Chiesa, di suscitare in tutti voi una tale abbondanza di zelo, che possiate spendervi con abnegazione al servizio dei fratelli e delle sorelle. In tal modo, possa l’amore riconciliatore di Cristo penetrare ancora più interamente nel tessuto della società filippina e, attraverso di voi, nei più lontani angoli del mondo. Amen.

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ore 17.30: Incontro con le Famiglie nel Mall of Asia Arena a Manila

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Mall of Asia Arena, Manila
Venerdì, 16 gennaio 2015

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Care famiglie,
Cari amici in Cristo,

Sono grato per la vostra presenza qui questa sera e per la testimonianza del vostro amore per Gesù e la sua Chiesa. Ringrazio il Vescovo Reyes, Presidente della Commissione Episcopale per la Famiglia e la Vita, per le sue parole di benvenuto a vostro nome. In maniera particolare ringrazio coloro che hanno presentato le testimonianze – grazie! – e ed hanno condiviso la loro vita di fede con noi. La Chiesa nelle Filippine è benedetta dall’apostolato di molti movimenti che si occupano della famiglia, e io li ringrazio per la loro testimonianza!

Le Scritture parlano poco di san Giuseppe e, là dove lo fanno, spesso lo troviamo mentre riposa, con un angelo che in sogno gli rivela la volontà di Dio. Nel brano evangelico che abbiamo appena ascoltato, troviamo Giuseppe che riposa non una, ma due volte. Questa sera vorrei riposare nel Signore con tutti voi. Ho bisogno di riposare nel Signore con le famiglie, e ricordare la mia famiglia: mio padre, mia madre, mio nonno, mia nonna… Oggi io riposo con voi e vorrei riflettere con voi sul dono della famiglia.

Ma prima vorrei dire qualcosa sul sogno. Il mio inglese però è così povero! Se me lo permettete, chiederò a Mons. Miles di tradurre e parlerò in spagnolo. A me piace molto il sogno in una famiglia. Tutte le mamme e tutti i papà hanno sognato il loro figlio per nove mesi. E’ vero o no? [Sì!] Sognare come sarà questo figlio… Non è possibile una famiglia senza il sogno. Quando in una famiglia si perde la capacità di sognare, i bambini non crescono e l’amore non cresce, la vita si affievolisce e si spegne. Per questo vi raccomando che la sera, quando fate l’esame di coscienza, ci sia anche questa domanda: oggi ho sognato il futuro dei miei figli? Oggi ho sognato l’amore del mio sposo, della mia sposa? Oggi ho sognato i miei genitori, i miei nonni che hanno portato avanti la storia fino a me. E’ tanto importante sognare. Prima di tutto, sognare in una famiglia. Non perdete questa capacità di sognare!

E quante difficoltà nella vita dei coniugi si risolvono se noi conserviamo uno spazio per il sogno, se ci fermiamo a pensare al coniuge, e sogniamo la bontà che hanno le cose buone. Per questo è molto importante recuperare l’amore attraverso il ‘progetto’ di tutti i giorni. Non smettete mai di essere fidanzati!

Il riposo di Giuseppe gli ha rivelato la volontà di Dio. In questo momento di riposo nel Signore, facendo una sosta tra i nostri numerosi doveri e attività quotidiani, Dio parla anche a noi. Ci parla nella Lettura che abbiamo ascoltato, nelle preghiere e nelle testimonianze, e nel silenzio del nostro cuore. Riflettiamo su che cosa il Signore ci sta dicendo, specialmente nel Vangelo di questa sera. Ci sono tre aspetti di questo brano che vi prego di considerare. Primo: riposare nel Signore. Secondo: alzarsi con Gesù e Maria. Terzo: essere voce profetica.

 

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Papa Francesco: Lineamenta per il Sinodo dei Vescovi. Messaggio alla Conferenza di Vienna sulle armi nucleari.

10 dicembre 2014

“Al termine della III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi su Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione, celebrata nel 2014, Papa Francesco ha deciso di rendere pubblica la Relatio Synodi, documento con il quale si sono conclusi i lavori sinodali. Allo stesso tempo, il Santo Padre ha indicato che questo documento costituirà i Lineamenta per la XIV Assemblea Generale Ordinaria sul tema La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo, che avrà luogo dal 4 al 25 ottobre 2015.

La Relatio Synodi, che viene inviata come Lineamenta, si è conclusa con queste parole: “Le riflessioni proposte, frutto del lavoro sinodale svoltosi in grande libertà e in uno stile di reciproco ascolto, intendono porre questioni e indicare prospettive che dovranno essere maturate e precisate dalla riflessione delle Chiese locali nell’anno che ci separa dall’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi” (Relatio Synodi n. 62).

Ai Lineamenta viene aggiunta una serie di domande per conoscere la recezione del documento e per sollecitare l’approfondimento del lavoro iniziato nel corso dell’Assemblea Straordinaria. Si tratta di “ripensare con rinnovata freschezza ed entusiasmo quanto la rivelazione trasmessa nella fede della Chiesa ci dice sulla bellezza, sul ruolo e sulla dignità della famiglia” (Relatio Synodi, n. 4). In questa prospettiva, siamo chiamati a vivere “un anno per maturare con vero discernimento spirituale, le idee proposte e trovare soluzioni concrete a tante difficoltà e innumerevoli sfide che le famiglie devono affrontare” (Papa Francesco, Discorso conclusivo, 18 ottobre 2014). Il risultato di questa consultazione insieme alla Relatio Synodi costituirà il materiale per l’Instrumetum laboris della XIV Assemblea Generale Ordinaria del 2015″.

TESTO COMPLETO DEI LINEAMENTA 

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
IN OCCASIONE DELLA CONFERENZA SULL’IMPATTO UMANITARIO DELLE ARMI NUCLEARI

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A Sua Eccellenza il Signor Sebastian Kurz
Ministro Federale per l’Europa, l’Integrazione
e gli Affari Esteri della Repubblica d’Austria
Presidente della Conferenza sull’Impatto Umanitario delle Armi Nucleari

Sono lieto di salutare Lei, Signor Presidente, e tutti i rappresentanti delle varie Nazioni e delle Organizzazioni Internazionali, come pure della società civile, che partecipano alla Conferenza di Vienna sull’impatto umanitario delle armi nucleari.

Le armi nucleari sono un problema globale, che colpisce tutte le nazioni, e avranno un impatto sulle generazioni future, come pure sul pianeta, che è la nostra casa. Occorre un’etica globale se vogliamo ridurre la minaccia nucleare ed operare per un disarmo nucleare. Ora più che mai, l’interdipendenza tecnologica, sociale e politica esige urgentemente un’etica di solidarietà (cfr Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 38), che incoraggi i popoli ad operare insieme per un mondo più sicuro ed un futuro che sia radicato sempre più nei valori morali e sulla responsabilità in una dimensione globale.

Le conseguenze umanitarie delle armi nucleari sono prevedibili e planetarie. Mentre spesso ci si concentra sul potenziale delle armi nucleari per le uccisioni di massa, si deve porre maggior attenzione sulle “sofferenze non necessarie” causate dal loro uso. I codici militari e il diritto internazionale, tra gli altri, hanno da tempo condannato persone che hanno inflitto sofferenze non necessarie. Se simili sofferenze sono condannate nel corso di una guerra convenzionale, allora dovrebbero ben di più essere condannate nel caso di conflitto nucleare. Vi sono coloro, tra noi, che sono vittime di tali armi; essi ci mettono in guardia a non commettere gli stessi irreparabili errori, che hanno devastato popolazioni e la creazione. Porgo i miei calorosi saluti agli Hibakusha, come pure alle altre vittime degli esperimenti delle armi nucleari, presenti a questo incontro. Incoraggio tutti loro ad essere voci profetiche, richiamando la famiglia umana ad un più profondo apprezzamento della bellezza, dell’amore, della cooperazione e della fraternità, ricordando allo stesso tempo al mondo i rischi delle armi nucleari, le quali hanno il potenziale di distruggere noi e la civiltà.

La deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca assicurata non possono essere la base di un’etica di fraternità e di pacifica coesistenza tra i popoli e gli Stati. I giovani d’oggi e di domani hanno diritto a molto di più. Hanno il diritto ad un pacifico ordine mondiale, basato sull’unità della famiglia umana, fondato sul rispetto, sulla cooperazione, sulla solidarietà e sulla compassione. Il tempo di contrastare la logica della paura con l’etica della responsabilità è adesso, così da promuovere un clima di fiducia e di dialogo sincero.

Spendere in armi nucleari dilapida la ricchezza delle nazioni. Dare priorità a simili spese è un errore e uno sperpero di risorse che sarebbero molto meglio investite nelle aree dello sviluppo umano integrale, dell’educazione, della salute e della lotta all’estrema povertà. Quando tali risorse sono dilapidate, i poveri e i deboli che vivono ai margini della società ne pagano il prezzo.

Il desiderio di pace, di sicurezza e di stabilità è uno dei desideri più profondi del cuore umano, poiché esso è radicato nel Creatore, che fa membri della famiglia umana tutti i popoli. Tale aspirazione non può mai essere soddisfatta soltanto da mezzi militari, e meno che mai dal possesso di armi nucleari ed altre armi di distruzione di massa. La pace non “può ridursi unicamente a rendere stabile l’equilibrio delle forze avverse; essa non è effetto di una dispotica dominazione” (Gaudium et spes, 78). La pace deve essere costruita sulla giustizia, sullo sviluppo socio-economico, sulla libertà, sul rispetto dei diritti umani fondamentali, sulla partecipazione di tutti agli affari pubblici e sulla costruzione di fiducia fra i popoli. Papa Paolo VI sintetizzò tutto questo nella sua Enciclica Populorum progressio: “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace” (76). E’ nostra responsabilità di prendere azioni concrete che promuovano la pace e la sicurezza, rimanendo, però, sempre attenti al limite costituito da approcci a breve termine a problemi di sicurezza nazionale ed internazionale. Dobbiamo essere profondamente impegnati nel rafforzare la fiducia reciproca, poiché solo mediante tale fiducia si può stabilire una pace vera e duratura fra le nazioni (cfr Giovanni XXIII, Pacem in terris, 113).

Nel contesto della presente Conferenza, desidero incoraggiare un dialogo sincero e aperto tra parti che sono all’interno di ogni Stato che possiede armi nucleari, fra vari Stati che hanno armi nucleari, e fra questi e gli Stati sprovvisti di armi nucleari. Un simile dialogo deve essere inclusivo, coinvolgendo le organizzazioni internazionali, le comunità religiose e la società civile; esso deve essere orientato verso il bene comune e non verso la protezione di interessi particolari. “Un mondo senza armi nucleari” è un obiettivo condiviso da tutte le nazioni, del quale si sono fatti portavoce i leader mondiali, come pure l’aspirazione di milioni di uomini e donne. Il futuro e la sopravvivenza della famiglia umana si impernia sull’andar oltre a tale obiettivo e assicurarsi che esso divenga realtà.

Sono convinto che il desiderio di pace e di fraternità, profondamente radicato nel cuore umano, porterà frutti in modi concreti al fine di assicurare che le armi nucleari vengano vietate una volta per tutte, a beneficio della nostra casa comune. La sicurezza del nostro stesso futuro dipende dal garantire la pacifica sicurezza degli altri, poiché se la pace, la sicurezza e la stabilità non vengono fondate sul piano globale, non saranno per nulla godute. Siamo responsabili individualmente e collettivamente del benessere sia presente che futuro dei nostri fratelli e sorelle. E’ mia viva speranza che tale responsabilità plasmi i nostri sforzi a favore del disarmo nucleare, poiché un mondo senza armi nucleari è davvero possibile.

Dal Vaticano, 7 dicembre 2014.

FRANCISCUS PP.

Intervista a p.Jean Pierre Sonnet s.j. : Raccontare la fede ai figli

6 dicembre 2014

 
Padre Jean Pierre Sonnet è un gesuita francese, teologo, scrittore e poeta. Insegna Esegesi dell’Antico testamento alla Gregoriana.

 

 

«Perché i figli (ciò che siamo stati capaci di accogliere come dono) sono il racconto della nostra vita; e il figlio, come fu per Abramo, per Isacco, per Elisabetta e per Maria, è colui attraverso il quale Dio visita la nostra storia…. E i veri maestri in questo non possono che essere i genitori. Io appartengo a un ordine religioso al quale per secoli le famiglie hanno affidato i figli affinché fossero educati alla fede. Oggi credo sia giunto il tempo di riaffidare i figli ai genitori aiutandoli nel difficile compito di indicare la strada di Dio. I genitori, soprattutto oggi, sono gli unici a poterlo fare. E il racconto resta una strada privilegiata di educazione».
Nonostante l’attuale crisi del rapporto fra le generazioni?
«La nostra è una cultura in cui ogni generazione deve reinventarsi al ritmo delle nuove tecniche. Non è più il padre che trasmette le conoscenze al figlio: anzi, fa persino la figura dell’incapace. Ma di cosa si ricorderanno un giorno i figli divenuti adulti? Non credo della penultima versione dell’iPhone, ma della voce della mamma.
Così come non dimentico mia mamma che cantava canzoncine con delle storie bibliche. Una sulla storia di Zaccheo la ricordo molto bene… e io che giravo intorno al tavolo in cucina…».

Perché lo ricorda così bene?

«Perché le storie raccontate dai genitori si legano ai ricordi della vita. E quelle storie hanno una loro storia nella nostra vita: rilette a varie età mostrano contenuti sempre diversi. Per questo i genitori devono cominciare da subito a raccontare. Il racconto è un po’ come un’opera di artigianato che si trasmette di padre in figlio: ci lavora il padre e poi ci lavorano i figli e spesso anche i figli dei figli».

Tanti genitori oggi non raccontano e non saprebbero nemmeno cosa raccontare.

«Da giovane prete, in Francia, mi capitava di passare ore in confessionale e spesso per penitenza invitavo a raccontare una storia biblica ai figli o ai nipoti. Una donna anziana un giorno mi rispose: ‘Padre, non sarebbe meglio un rosario?’. Quella donna evidentemente non aveva sperimentato quell’alleanza speciale che c’è fra nonni e nipoti quando si raccontano storie. Anche Papa Francesco ha parlato del suo particolare rapporto con nonna Rosa. Nella dedica che ho fatto nella copia di questo libro che ho inviato a Francesco ho scritto: ‘A Papa Francesco che ci ha raccontato di come nonna Rosa gli raccontava’. Ecco, i nonni hanno un dono speciale. E se, come i genitori, hanno paura di raccontare, credo che nostro compito, il compito della Chiesa, sia di incoraggiarli, di confermarli in questa loro funzione essenziale: ‘Quando tuo figlio domani ti chiederà perché? Tu gli risponderai: Con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall’Egitto…’ (Es 13, 14). Quando Dio si rivela a Mosè nel roveto ardente (Es 3, 6) gli dice: ‘Io sono il Dio di tuo padre.
Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe’, e in Dt 26, 5 Dio insegna a raccontare: ‘Mio padre era un arameo errante…’. Insomma, le generazioni sono direttamente implicate nella trasmissione del mistero e della fede».

Legandolo alla famiglia, lei scrive che il racconto è ospitale
come una casa.
«Noi abitiamo le storie come una casa nella quale col tempo cambiamo l’arredamento: nella casa c’è posto per tutti, così come del racconto c’è una versione adatta a ciascuno. Le parabole che raccontava Gesù hanno vari livelli di comprensione e ognuno trova il suo. Il racconto è una dimensione che non esclude e che tutti possono approfondire. Il racconto aggrega. Pensi alle storie che, soprattutto una volta, nelle case si narravano sugli antenati: ti facevano sentire parte di una storia, di una famiglia».

Un cristiano non può fare a meno di raccontare?

«Il nucleo della nostra fede è narrativo. Gli ebrei raccontano: ‘Eravamo schiavi e Dio ci ha liberati…’. Per noi cristiani ‘il Signore Gesù alla vigilia della sua morte prese il pane…’, oppure: ‘Il Signore Gesù ci ha liberati dalla morte…’. Storie del passato, ma strettamente legate alla vita di oggi. Tocca a noi continuare a renderle vive. Il Salmo 78 ci invita: ‘Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai nostri figli…’. E i bambini sono affascinati dal passato, soprattutto se è possibile riviverlo per il presente».

Lo dicevamo all’inizio: in tante famiglie non si raccontano nemmeno più le favole… E poi qual è il momento per raccontare?
«Io sono un prete, non ho figli, ma ho 18 nipoti e seguo tante famiglie. La mia esperienza mi dice che bisogna sfruttare il sacro momento in cui il bambino si corica, non ha più la tv e i videogiochi. C’è il libricino illustrato e la voce della mamma, del papà, dei nonni. Perché in quel momento non raccontare storie bibliche? Ce n’è una per ogni situazione. Ma si può raccontare anche in vacanza, durante una gita, camminando insieme. Del resto l’elaborazione del racconto apre a un cammino interiore e la Bibbia è densa di personaggi che raccontano e camminano. Gesù è un grande camminatore e un grande narratore. Spero davvero che il Sinodo sulla famiglia proponga strade e offra consigli a questo riguardo: questa è la chiesa domestica».

 

pubblicato su Avvenire del 5 dicembre 2014

Sinodo sulla famiglia: il problema, forse, è a monte

30 ottobre 2014

Circa il sinodo sulla famiglia: la via del cuore divino e umano di Cristo mi pare porti sulla scia di papa Francesco, la via intellettualista porta altrove.Quando metteremo in discussione le fondamenta del discernere invece che le conseguenze di esse? Quando cercheremo le vie del discernere spirituale e umano di Cristo? Ma forse il Signore ci condurrà a questo solo attraverso un cammino nella storia se l’uomo non si mette a cercare molto intensamente, per grazia e per risposta alla grazia, la luce di Cristo.

Atti finali del Sinodo: Messaggio. “Relatio Synodi”. Testo e audio del Discorso conclusivo di Papa Francesco.

18 ottobre 2014

 

Synod14 – 14a Congregazione generale: Omelia di S.E. Mons. Paul Bùi Văn Đoc, Arcivescovo di Thành-Phô Hô Chí Minh (Viêt Nam) durante la preghiera dell’Ora Terza

Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio della III Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi (5-19 ottobre 2014) sul tema Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione

 

 Messaggio della III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi

 

Synod14 – “Relatio Synodi” della III Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi: “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione” (5-19 ottobre 2014)

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE A CONCLUSIONE DEL SINODO

SINTESI

…..Cari fratelli e sorelle, le tentazioni non ci devono né spaventare né sconcertare e nemmeno scoraggiare, perché nessun discepolo è più grande del suo maestro; quindi se Gesù è stato tentato – e addirittura chiamato Beelzebul (cf. Mt 12, 24) – i suoi discepoli non devono attendersi un trattamento migliore…..

….. il compito del Papa è quello di garantire l’unità della Chiesa; è quello di ricordare ai pastori che il loro primo dovere è nutrire il gregge che il Signore ha loro affidato e di cercare di accogliere – con paternità e misericordia e senza false paure – le pecorelle smarrite. Ho sbagliato, qui. Ho detto accogliere: andare a trovarle.

Il suo compito è di ricordare a tutti che l’autorità nella Chiesa è servizio (cf. Mc 9, 33-35) come ha spiegato con chiarezza Papa Benedetto XVI, con parole che cito testualmente: «La Chiesa è chiamata e si impegna ad esercitare questo tipo di autorità che è servizio, e la esercita non a titolo proprio, ma nel nome di Gesù Cristo … attraverso i Pastori della Chiesa, infatti, Cristo pasce il suo gregge: è Lui che lo guida, lo protegge, lo corregge, perché lo ama profondamente. Ma il Signore Gesù, Pastore supremo delle nostre anime, ha voluto che il Collegio Apostolico, oggi i Vescovi, in comunione con il Successore di Pietro … partecipassero a questa sua missione di prendersi cura del Popolo di Dio, di essere educatori nella fede, orientando, animando e sostenendo la comunità cristiana, o, come dice il Concilio, “curando, soprattutto che i singoli fedeli siano guidati nello Spirito Santo a vivere secondo il Vangelo la loro propria vocazione, a praticare una carità sincera ed operosa e ad esercitare quella libertà con cui Cristo ci ha liberati”(Presbyterorum Ordinis, 6) … è attraverso di noi – continua Papa Benedetto – che il Signore raggiunge le anime, le istruisce, le custodisce, le guida. Sant’Agostino, nel suo Commento al Vangelo di San Giovanni, dice: “Sia dunque impegno d’amore pascere il gregge del Signore” (123,5); questa è la suprema norma di condotta dei ministri di Dio, un amore incondizionato, come quello del Buon Pastore, pieno di gioia, aperto a tutti, attento ai vicini e premuroso verso i lontani (cf. S. Agostino, Discorso 340, 1; Discorso 46, 15), delicato verso i più deboli, i piccoli, i semplici, i peccatori, per manifestare l’infinita misericordia di Dio con le parole rassicuranti della speranza (cf. Id., Lettera 95, 1)» (Benedetto XVI, Udienza Generale, Mercoledì, 26 maggio 2010).

Quindi, la Chiesa è di Cristo – è la Sua Sposa – e tutti i vescovi, in comunione con il Successore di Pietro, hanno il compito e il dovere di custodirla e di servirla, non come padroni ma come servitori. Il Papa, in questo contesto, non è il signore supremo ma piuttosto il supremo servitore – il “servus servorum Dei”; il garante dell’ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla Tradizione della Chiesa, mettendo da parte ogni arbitrio personale, pur essendo – per volontà di Cristo stesso – il “Pastore e Dottore supremo di tutti i fedeli” (Can. 749) e pur godendo “della potestà ordinaria che è suprema, piena, immediata e universale nella Chiesa” (cf. Cann. 331-334).

 

TESTO COMPLETO

AUDIO DEL DISCORSO DEL SANTO PADRE

 

“Tra matrimonio indissolubile e misericordia”. E. Bianchi

14 ottobre 2014
Subito dopo l’elezione di papa Francesco, il cardinal Ravasi dichiarò: “C’è un respiro nuovo che aspettavamo”. Oggi, dopo venti mesi di pontificato, possiamo dire che si è creato un altro clima nel tessuto ecclesiale: un clima di libertà di parola nel quale con parresia ogni cattolico, vescovo o semplice fedele, può lasciar parlare la propria coscienza e dire quello che pensa, senza essere subito messo a tacere, censurato o addirittura punito, come avveniva negli ultimi decenni.

Questo non significa clima idilliaco, perché conflitti anche aspri sono presenti in seno alla chiesa – come del resto è testimoniato già negli scritti del Nuovo Testamento – ma se questi sono vissuti senza scomuniche reciproche, se ciascuno ascolta le ragioni dell’altro senza fare di lui un nemico, se tutti hanno cura di mantenere la comunione, allora anche i conflitti sono fecondi e servono ad approfondire e a meglio dar ragione delle speranze che abitano il cuore dei cristiani.

Purtroppo si può constatare che ormai ci sono “nemici del papa”: persone che non si limitano a criticarlo con rispetto, come avveniva con Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, ma si spingono fino a disprezzarlo. Un vescovo che dichiara ai suoi preti che l’esortazione apostolica Evangelii gaudium“avrebbe potuto scriverla un campesino” esprime un giudizio di disprezzo, ma profeticamente dichiara che quella lettera è leggibile e comprensibile anche da un povero e semplice cristiano della periferia del mondo. Così, al di là delle intenzioni, quelle parole sprezzanti costituiscono un elogio. Alcuni giungono anche a delegittimare l’elezione di Bergoglio in un conclave che non si sarebbe svolto secondo le regole, altri sostengono che vi siano sono ancora due papi, entrambi successori di Pietro ma con compiti diversi… Conosciamo da tempo costoro come persone inclini a inseguire le proprie ipotesi ecclesiastiche anziché l’oggettività della grande tradizione cattolica nella quale vale il primato del vangelo.
Certamente la composizione di questo sinodo, il nuovo modo di procedere nei lavori, l’invito del papa a parlare chiaro, con coraggio anche criticando il suo pensiero o manifestando un parere diverso, la richiesta di franchezza negli interventi hanno creato un’atmosfera sinodale inedita rispetto a tutti i sinodi precedenti. Papa Francesco vuole che l’assise sia vissuta nello spirito della collegialità episcopale e della sinodalità ecclesiale e non sia una semplice celebrazione: e Francesco ha tutta la saldezza per dire che comunque il sinodo si svolge secondo la grande tradizione cum Petro et sub Petro, cioè con il papa presente e al quale, in quanto successore di Pietro, spetta personalmente il discernimento finale.

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Discorso su Paolo VI° all’Assemblea Plenaria dell’Episcopato d’Italia. 14 aprile 1964

7 ottobre 2014

Signori Cardinali,
Venerati Confratelli,
Abbiamo accolto con spontaneo favore, nonostante la pressione delle sempre insorgenti occupazioni, la domanda che Ci è stata rivolta di ricevere in Udienza la Conferenza Episcopale Italiana, convocata a Roma in assemblea plenaria per dare modo ai Vescovi italiani di meglio conoscere gli schemi, che saranno trattati nella prossima terza sessione del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo, e di studiare insieme alcuni temi di comune interesse pastorale. Ringraziamo dell’opportunità, che così Ci è offerta, d’incontrarci con i Nostri diletti e venerati Confratelli dell’Episcopato Italiano; di porgere a voi, che vediamo così solleciti e così numerosi, presenti a questa importante riunione, il Nostro cordiale e riverente saluto, e di assicurarvi, ancora una volta, dell’interesse particolare, con cui seguiamo le vostre fatiche pastorali, esempio, stimolo e conforto al Nostro ministero apostolico, e della comunione di carità e di preghiera, con cui spiritualmente Ci associamo fraternamente, ogni giorno, a tutto il Ceto episcopale della santa Chiesa di Dio, nel quale Ceto il gruppo eletto e cospicuo dei Vescovi italiani occupa per Noi, com’è naturale e doveroso, un posto di speciale ed affettuosa considerazione.

E siamo lieti di ravvisare in questa convocazione un segno della buona e saggia efficienza della Conferenza Episcopale Italiana, che va assumendo coscienza della sua funzione importantissima e ormai acquisita al programma della vita ecclesiastica in Italia; e va acquistando insieme sempre migliore capacità di compierla degnamente, quella funzione. Ne esprimiamo la Nostra compiacenza a chi presiede la Conferenza stessa (Ci duole di sapere indisposto, e perciò assente, il Signor Cardinale Siri, e formuliamo per lui i Nostri voti migliori ed a lui inviamo il Nostro benedicente saluto; così vada il Nostro memore augurio ai Signori Cardinali pure assenti per indisposizione: Fossati e Castaldo); esprimiamo la compiacenza medesima a chi, nella Segreteria e nelle Commissioni, le presta opera assidua e preziosa, ed a chi, compreso dei compiti della Conferenza, corrisponde ai suoi inviti ed alle sue iniziative e ne auspica e ne stimola l’incremento. È bene che sia così.

La Conferenza Episcopale Italiana è organismo di recente istituzione, ma ormai di indispensabile funzionalità. Non è da supporre che l’Episcopato Italiano possa ormai mancare di questa sua unitaria espressione, di questo strumento di unione, di coordinamento, di mutua collaborazione, di promozione al livello degli Episcopati degli altri Paesi. Se la sua posizione geografica, storica, spirituale lo pone in speciale posizione – di ossequio, di fedeltà, di cooperazione, di conversazione – verso la Sede Apostolica, non per questo può mancare d’una sua propria configurazione canonica e morale, di una sua propria responsabilità collettiva nella cura della vita religiosa di questo Paese, e di un suo piano d’azione pastorale, conforme certamente alle istruzioni direttive della Santa Sede, ma studiato e svolto da organi propri e con mezzi propri.

Grandi problemi si prospettano all’Episcopato Italiano, a cominciare da quello che nasce dal numero eccessivo delle diocesi, per passare a quello della preservazione della fede nel popolo italiano, minacciata dalla evoluzione stessa della vita moderna, e direttamente dal laicismo e dal comunismo, per cercare poi di risolvere quello delle vocazioni e dei Seminari, quello dell’istruzione religiosa, quello dell’assetto sociale cristiano, quello della stampa cattolica, quello della cultura e della scuola nostra, e così via.

Noi pensiamo che tutti quanti qui siamo abbiamo la persuasione che questi ed altri problemi, interessanti la stabilità e l’efficienza della Chiesa in Italia, non possono essere risolti da quel vecchio medico, che in altre circostanze è il tempo; nella presente condizione di cose il tempo non corre a nostro vantaggio; da sé i nostri problemi non si risolvono; né è da credere che la nostra fiducia nella Provvidenza, fiducia sempre doverosa e sempre immensa, esoneri noi Pastori, noi responsabili, dal compiere ogni possibile sforzo per offrire alla Provvidenza l’occasione di suoi misericordiosi interventi. Come non è da credere che a tali problemi ciascun Vescovo, e nemmeno ciascuna regione possa da sé dare sufficiente soluzione; se, per ipotesi, ciò fosse in alcun caso possibile, ivi nascerebbe il dovere di aiuto e di solidarietà per quanti meno fortunati – la maggioranza certamente – non possono da sé vincere difficoltà, di solito gravissime e aventi di per sé dimensioni nazionali.

Cioè: bisogna procedere uniti. È venuto il momento (e dovremmo noi dolerci di ciò?) di dare a noi stessi e di imprimere alla vita ecclesiastica italiana un forte e rinnovato spirito di unità. Non è la prima volta che il cattolicesimo italiano cerca di attestarsi in concordia unitaria; l’organizzazione, ad esempio, dell’Azione Cattolica su base nazionale è stata utile ai fini ch’erano nella mente dei Papi, dei Sacerdoti e dei Laici, che in tale forma e in tale misura l’hanno promossa. Ma lo spirito d’unità attende ulteriore approfondimento e nuove manifestazioni; oltre che esigenze operative pratiche, ragioni religiose intrinseche alla vita soprannaturale della Chiesa reclamano l’effusione di questo spirito di unità; crediamo che ciò rappresenti questione vitale per la Chiesa e che risponda alla maturità del nostro tempo.

Ora a tale animazione unitaria, nello spirito e nelle opere, Noi crediamo possa egregiamente provvedere una Conferenza Episcopale Italiana consapevole della sua missione, ed animata da sapiente e coraggioso proposito di svolgerla concretamente e tempestivamente. Sono a questo fine rivolti i Nostri voti, ai quali questa riunione offre argomento di espressione e di speranza.

Come vedete, venerati Confratelli, questo dice la Nostra stima e la Nostra fiducia nella Conferenza Episcopale, che qui vi raccoglie, ed implica il proposito, da parte Nostra, di sostenerla, di riconoscerla, di richiederle consiglio ed aiuto, di impegnarla a lavoro utile per sé e per la Chiesa intera, e, com’è ovvio, di assisterla, perché siamo ad essa collegati, sia come Vescovo di Roma e Primate d’Italia, e sia come onerati, dal Nostro ufficio apostolico, della «sollicitudo omnium ecclesiarum» (2 Cor. 11, 28).

Questo per la Conferenza. E per il Concilio che cosa vi diremo, Venerati Confratelli?

 

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Civiltà Cattolica: G. Pani s.j. Matrimonio e seconde nozze al Concilio di Trento.

6 ottobre 2014
MATRIMONIO E «SECONDE NOZZE» AL CONCILIO DI TRENTO
Giancarlo Pani S.I.

Il matrimonio sembra essere divenuto nella Chiesa un segno di contraddizione: se da un lato si esalta il valore del sacramento, la dignità dell’amore coniugale e la bellezza della famiglia, dall’altro si assiste alla drammatica realtà di famiglie distrutte, come pure alla sofferenza di chi vive un matrimonio fallito, spiritualmente e umanamente, che non può essere più ricomposto (1). Forse anche questo è uno dei segni dei tempi che san Giovanni XXIII esortava, oltre che a leggere e ad interpretare, anche ad avere a cuore. Proprio il discorso sui segni dei tempi terminava con una affermazione sorprendente: «La Chiesa non è un museo di archeologia» (2). Radicata nella fede ricevuta dagli apostoli, essa deve saper guardare il presente e proiettarsi nel futuro, per aggiornarsi, per essere vicina agli uomini e rinnovarsi sotto l’azione dello Spirito.

In tale prospettiva è singolare la storia di uno dei decreti più innovativi del Concilio di Trento: quello sul matrimonio, detto Tametsi. Il decreto vieta i matrimoni clandestini, sancisce la libertà del consenso, l’unità e l’indissolubilità del vincolo, la celebrazione del sacramento alla presenza del sacerdote e dei testimoni; impone, inoltre, la trascrizione dell’atto nei registri parrocchiali. Sulla novità e modernità del decreto si è scritto molto, soprattutto per quanto riguarda l’indissolubilità del matrimonio.

Non se ne vuole qui ripercorrere la storia, ma prestare attenzione a un quesito insolito che porta il Tridentino a esprimersi in una direzione inattesa. Nel dibattito sul vincolo matrimoniale, i padri si sono dovuti pronunciare sulla possibilità delle seconde nozze per i cattolici greci dei domini di Venezia, nelle isole del Mediterraneo. Questi avevano forme «singolari» di legami con la comunità degli orientali. All’epoca, i vescovi erano per lo più veneziani e seguivano il rito latino, mentre i sacerdoti del clero locale erano ortodossi. In tali comunità era invalso l’uso, da parte dei vescovi latini, di permettere che i fedeli vivessero secondo i riti ortodossi, salvo la dichiarazione di obbedienza al Papa, che si doveva rinnovare tre volte l’anno. Tra quei riti era in vigore una consuetudine che dava la possibilità di contrarre nuove nozze in caso di adulterio della moglie e che si fondava su una antichissima tradizione. La Chiesa orientale affermava e riconosceva rigorosamente l’indissolubilità del matrimonio; tuttavia, in qualche caso particolare, con il discernimento del vescovo, tollerava un rito penitenziale per coloro che, fallito il matrimonio e non avendo più la possibilità di ricostruirlo, passavano a nuove nozze. Del problema si era parlato al Concilio di Firenze, nel 1439, ma non era stata presa in proposito alcuna decisione (3).

Ecco le principali tappe della discussione tridentina.

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Papa Francesco: Incontro di con gli atleti disabili famiglie e dirigenti del Comitato Paralimpico, Udienza alla Plenaria delle Conferenze Episcopali Europee, Udienza alla Plenaria della Congregazione per il Clero, Incontro e veglia di preghiera per la famiglia. Sintesi, testi completi e viedeoregistrazioni.

4 ottobre 2014

4 ottobre 2014

Gal 6,14-18   Sal 15   Mt 11,25-30

 

 INCONTRO CON GLI ATLETI DISABILI, LE FAMIGLIE E I DIRIGENTI DEL COMITATO PARALIMPICO

 

Cari atleti, cari amici, buongiorno!

Vi ringrazio per la vostra presenza – numerosa e festosa! –, e ringrazio il Presidente del Comitato Italiano Paralimpico per le sue cortesi parole.

Siete venuti da tante parti del mondo, e ognuno di voi porta con sé la propria esperienza di sportivo e prima di tutto di uomo e di donna: porta le conquiste, i traguardi raggiunti con tanta fatica, anche con tante difficoltà che ha dovuto affrontare. Ciascuno di voi però è testimone di quanto sia importante vivere queste gioie e queste fatiche nell’incontro con gli altri, poter condividere la propria “corsa”, trovare un gruppo di amici che ti danno una mano e dove tu dai una mano agli altri. E così ognuno riesce a dare il meglio di sé!

Lo sport promuove contatti e relazioni con persone che provengono da culture e ambienti diversi, ci abitua a vivere accogliendo le differenze, a fare di esse un’occasione preziosa di reciproco arricchimento e scoperta. Soprattutto, lo sport diventa un’occasione preziosa per riconoscersi come fratelli e sorelle in cammino, per favorire la cultura dell’inclusione e respingere la cultura dello scarto.

Tutto questo risalta ancora maggiormente nella vostra esperienza, perché la disabilità che sperimentate in qualche aspetto del vostro fisico, mediante la pratica sportiva e il sano agonismo si trasforma in un messaggio di incoraggiamento per tutti coloro che vivono situazioni analoghe alle vostre, e diventa un invito ad impegnare tutte le energie per fare cose belle insieme, superando le barriere che possiamo incontrare intorno a noi, e prima di tutto quelle che ci sono dentro di noi.

La vostra testimonianza, cari atleti, è un grande segno di speranza. E’ una prova del fatto che in ogni persona ci sono potenzialità che a volte non immaginiamo, e che possono svilupparsi con la fiducia e la solidarietà. Dio Padre è il primo a sapere questo! Dio conosce perfettamente i vostri cuori: sa tutto. E’ il primo a sapere questo! Lui ci conosce meglio di chiunque altro, e ci guarda con fiducia, ci ama come siamo, ma ci fa crescere secondo quello che possiamo diventare. Così, nel vostro sforzo per uno sport senza barriere, per un mondo senza esclusi, non siete mai soli! Dio nostro Padre è con voi!

Che dunque lo sport sia per tutti voi una palestra nella quale allenarvi quotidianamente al rispetto di voi stessi e degli altri, una palestra che vi dia l’occasione di conoscere persone e ambienti nuovi e vi aiuti a sentirvi parte attiva della società. Che possiate sperimentare, anche attraverso la pratica sportiva, la vicinanza di Dio e l’amicizia dei fratelli e delle sorelle.

Vi ringrazio di questo incontro. Benedico tutti voi e i vostri cari. E, per favore, ricordatevi di pregare per me! Grazie!

Adesso chiedo al Signore che vi benedica tutti, benedica tutta la vostra vita, benedica il vostro cammino, benedica i vostri cuori.

 

 

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INCONTRO PER LA FAMIGLIA E VEGLIA DI PREGHIERA

 

LIBRETTO DELLA CELEBRAZIONE 

Diretta dalle ore 18,00

http://www.ctv.va/content/ctv/it/livetv.html

Il Santo Padre partecipa all’Incontro per la famiglia promossa dai Vescovi italiani. Alla vigilia dell’Assemblea Straordinaria del Sinodo dei Vescovi dedicato alle sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione.

Il testo completo e sintesi dell’Omelia e di discorsi saranno pubblicati appena disponibile.

 

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DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALLA PLENARIA DELLA CONGREGAZIONE PER IL CLERO

Sala Clementina
Venerdì, 3 ottobre 2014

….”i presbiteri sono chiamati ad accrescere la consapevolezza di essere pastori, inviati per stare in mezzo al loro gregge, per rendere presente il Signore tramite l’Eucaristia e per dispensare la sua misericordia. Si tratta di “essere” preti, non limitandosi a “fare” i preti, liberi da ogni mondanità spirituale, consci che è la loro vita ad evangelizzare prima ancora delle loro opere. Quanto è bello vedere sacerdoti gioiosi nella loro vocazione, con una serenità di fondo, che li sostiene anche nei momenti di fatica e di dolore! E questo non accade mai senza la preghiera, quella del cuore, quel dialogo con il Signore…che è il cuore, per così dire, della vita sacerdotale. “

TESTO COMPLETO

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DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALL’ASSEMBLEA PLENARIA DEL
CONSIGLIO DELLE CONFERENZE EPISCOPALI D’EUROPA (CCEE)

Sala del Concistoro
Venerdì, 3 ottobre 2014

TESTO COMPLETO

Sala Stampa della Santa Sede: Aggregatore di link e di rinvii utili circa il Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia

3 ottobre 2014

http://synod14.vatican.va/content/sinodo/it/sinodo2014/events/topic.html/content/sinodoevents/it/2014/10/1/sinododeivescovi

Presentazione del card. Baldisseri della III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi: “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”

3 ottobre 2014

DIRETTA dalle 11.30

 

elenco partecipanti sinodo vescovi

 

SINTESI 

Nel clima di un confronto sereno e leale, i partecipanti saranno chiamati a non far prevalere il proprio punto di vista come esclusivo, ma a cercare insieme la verità. Non si può dimenticare che la Verità è in primo luogo la persona stessa di Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, e non un concetto astratto, frutto di speculazione filosofica o teologica. Gesù Cristo, il primo evangelizzatore, ha camminato tra la gente, si è rivelato con parole e segni, annunciando il Regno di Dio cominciando dai poveri e dai più deboli, spendendo la sua vita per amore di tutti fino al compimento pasquale…..

Altri elementi nuovi toccano l’organizzazione dei lavori, e dunque riguardano la metodologia interna dell’Assemblea. In primo luogo, la Relatio ante disceptationem presenterà qualche elemento di novità. Infatti, la Segreteria Generale ha chiesto ai Padri sinodali di trasmettere in anticipo il proprio contributo, segnalando l’argomento su cui intendono intervenire in Aula, rispettando l’ordine tematico. Nella stesura della Relatio ante disceptationem è stato tenuto conto di tali testi, utili al fine di poter organizzare con ordine l’agenda tematica. In questo modo, la suddetta Relatio diventa un testo di riferimento su cui lavorare durante gli interventi in Aula…..

In secondo luogo, durante il dibattito in Aula, che avrà luogo nella prima settimana, a partire dalla 2ª Congregazione generale, si seguirà l’ordine tematico stabilito seguendo l’Instrumentum laboris…..

In terzo luogo, la Relatio post disceptationem, al termine della prima settimana, costituirà la base per il prosieguo dei lavori della seconda settimana nei “circuli minores“, che i Padri prenderanno in esame in vista del Documento finale detto Relatio Synodi. Questo documento, infine, sarà consegnato al Santo Padre….

Le novità riguarderanno anche il rapporto con i mezzi di comunicazione. Ogni giorno ci sarà un Briefing diretto dalla Sala Stampa, con la collaborazione degli Addetti Stampa e la partecipazione di alcuni Padri sinodali….

I lavori dei Padri sinodali saranno accompagnati dalla preghiera del popolo di Dio. A Roma, nella Cappella della Salus Populi Romani della Basilica di Santa Maria Maggiore, alcuni momenti di preghiera saranno guidati dalla Diocesi di Roma, e ogni sera alle ore 18.00, un Vescovo o un Cardinale celebrerà la Santa Messa per la famiglia. Significativa sarà la presenza delle reliquie dei beati coniugi Zélie e Louis Martin, e della loro figlia Santa Teresa del Bambino Gesù, e quelle dei beati coniugi Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi. Nel mondo, si pregherà nei Santuari, specialmente quelli dedicati alla Sacra Famiglia, nei monasteri, nelle comunità di vita consacrata, nelle diocesi e nelle parrocchie.

TESTO COMPLETO DELL’INTERVENTO 

Prolusione del card. Bagnasco al Consiglio Episcopale della CEI sulla famiglia

23 settembre 2014

 

22 settembre 2014

 

Venerati e Cari Confratelli,

iniziamo il Consiglio Episcopale di settembre avendo nella memoria del cuore l’incontro con il Santo Padre Francesco, che ha aperto l’Assemblea Generale di Maggio, durante la quale – seguendo le indicazioni del Papa – abbiamo rivisitato il nostro Statuto e il Regolamento su alcuni punti. I risultati sono stati prontamente presentati al Santo Padre che ha espresso piena soddisfazione, ed hanno già ricevuto la “recognitio” della Santa Sede. Le modifiche apportate andranno in vigore – per espressa volontà del Sommo Pontefice – alla scadenza dell’attuale mandato del Presidente. Mentre ringrazio per la confermata fiducia del Vescovo di Roma, desidero, in questa autorevole sede, rinnovare la mia gratitudine a tutti i Confratelli per l’impegno generoso, responsabile e fraterno, che insieme abbiamo vissuto durante l’Assemblea Generale. Il Papa ci ha incoraggiati a proseguire con fiducia il servizio pastorale e ad essere – con tutta la comunità cristiana – una Chiesa in uscita. In questo orizzonte, a quasi un anno dall’Esortazione apostolica“Evangelii gaudium”, vero dono alla Chiesa, appena possibile sarà bello e doveroso chiederci a che punto siamo nella sua ricezione e applicazione.

1. Le persecuzioni
Durante il suo viaggio nella Corea del Sud, dove ha beatificato Paul Yun JI-Chung e i suoi 123 compagni, tutti martiri per la fede (16.8.2014), il Santo Padre ci ha messi ancora una volta di fronte alla testimonianza suprema a Cristo e alla Chiesa, il martirio. Come non ricordare qui anche l’uccisione delle tre Suore saveriane in Burundi? Dal feroce e continuo spargimento di sangue di tanti cristiani, si resta inorriditi e increduli poiché, fino a ieri, nella coscienza collettiva si pensava al martirio come ad una drammatica pagina di epoche lontane. Così non è! L’intolleranza religiosa, che violenta il diritto di professare la propria fede, è una vergogna terribilmente attuale. Per questo non possiamo tacere; la nostra voce di Pastori, insieme alle nostre Comunità, si è levata unanime e alta, ed ha accompagnato quella del Santo Padre: abbiamo pregato nel giorno della Madonna Assunta in tutte le Chiese del Paese, e abbiamo inviato un forte appello al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite perché la comunità internazionale uscisse dal silenzio imbarazzato e pauroso, e prendesse le misure necessarie affinché lo scempio abbia fine e i cristiani – come le altre minoranze religiose – possano tornare nelle loro case liberi e in pace.
Ma ciò non è ancora sufficiente: insieme ad un primo intervento economico che, attraverso la Nunziatura in Iraq e i Vescovi locali, arriverà ai perseguitati, c’è un’ altra doverosa forma di prossimità di cui siamo debitori. È la testimonianza più coraggiosa e convinta della fede: nel nostro Paese vivere da cristiani non pone a rischio la vita, ma non di rado provoca incomprensione e derisione. È un debito che abbiamo per rispetto al sangue dei martiri: “Oggi molto spesso sperimentiamo che la nostra fede viene messa alla prova dal mondo, e in moltissimi modi ci viene chiesto di scendere a compromessi sulla fede, di diluire le esigenze radicali del Vangelo e conformarci allo spirito del tempo. E tuttavia i martiri ci richiamano a mettere Cristo al di sopra di tutto e a vedere tutto il resto in questo mondo in relazione a Lui e al suo Regno eterno. Essi ci provocano a domandarci se ci sia qualcosa per cui saremmo disposti a morire” (Papa Francesco, Omelia Messa di beatificazione, Seoul 16.8.2014). La loro memoria ci impone di riconoscere e onorare anche quella moltitudine di “martiri anonimi” che ogni giorno, in molte parti del mondo, offrono la propria vita per Cristo, e soffrono pesanti persecuzioni.

2. Tensioni e conflitti
Intrecciato all’accanimento contro i cristiani, il mondo occidentale assiste da tempo ad un crescendo di violenza che mescola e confonde politica, cultura, civiltà e religione, con una strumentale identificazione di occidente e di cristianesimo. “La gloria di Dio è l’uomo vivente”: “Nessuno può usare il nome di Dio per commettere violenza! Uccidere in nome di Dio è un grande sacrilegio!” (Papa Francesco, Incontro con i leaders di altre religioni e altre denominazioni cristiane, Tirana 21.9.2014). L’uomo è vivo quando vive nella giustizia e nell’amore, non nel rancore e nell’odio. L’uomo che uccide è un uomo morto; morto nell’anima, nell’intelligenza, nella dignità. La ferocia esibita con evidente compiacimento, fiera di seminare orrore nel mondo, si colloca al di sotto dell’umano, è radice dei crimini contro l’umanità che dovrebbero essere esecrati da tutti ed ogni istituzione – politica, culturale, religiosa – dovrebbe prenderne la distanza in modo chiaro, pubblico e definitivo.

3. Un altro fenomeno, che non può non interrogare, è l’oscura seduzione che il fanatismo terroristico sembra esercitare nel vecchio mondo. Non ci si deve meravigliare più di tanto: il nostro continente è vecchio perché privo di ideali veri, senza una cultura alta capace di far vibrare le menti e gli animi, di suscitare sentimenti e passioni nobili, di sprigionare energie, di alimentare un giusto senso di appartenenza. È ricco di cose, ma povero di significati. Per questo è debole. L’unico ideale sembra essere il profitto e il potere. La parola d’ordine, invisibilmente concertata, sembra essere “omologare”, rendere tutto – persone, cose, religioni, civiltà, valori – appiattito, uniforme, svuotato: una specie di poltiglia incolore e insapore, talmente tiepida da suscitare indifferenza e nausea. La monotonia e la noia subentrano, la vita si veste di grigio: l’uomo non vive solo di pane, ma anche di ideali nobili, e quando questi sono negletti e derisi allora l’uomo si svuota, e rischia di diventare più sensibile a scopi che si presentano forti ed esaltanti anche se turpi. Prima che uno scontro di forze, forse dobbiamo pensare ad un confronto di significati. Dall’Iraq allaSiria, dalla Libia alla Terra Santa, dall’Ucraina alla Nigeria e ad altri Paesi dell’Africa, si sono aperti – con modi e motivazioni complesse e diversificate – forme gravi di conflitto e sopraffazione. Le varie figure di ribelli, mercenari, terroristi, qua e là si mescolano e si confondono in plotoni di morte, pilotati da entità-ombra, ciecamente obbedienti ad un’unica parola d’ordine: seminare strage e distruzione, terrore e orrore. In non poche aree è esplicito anche l’inaccettabile progetto di cancellare la presenza cristiana. Come non pensare alla volontà di un genocidio?
“La guerra è una follia” e l’aggressore bisogna fermarlo con i mezzi che la comunità internazionale valuta più necessari ha detto il Santo Padre al Sacrario di Redipuglia per commemorare l’inizio del centenario della Prima Guerra Mondiale (13.9.2014). Ma il nostro mondo dovrebbe fare anche un serio esame di coscienza sul vuoto spirituale che ha provocato e che alimenta. La coscienza, infatti, è il punto di forza di ogni uomo e di ogni popolo, e svuotare la coscienza – come si sta facendo – è un crimine incalcolabile contro l’umanità. Tra l’altro, significa anche oscurare la lucidità di analisi e snervare la capacità di prevenire e resistere a disegni di potere e di egemonia inaccettabili.

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Testo integrale del Messaggio del Santo Padre al I Congresso latinoamericano di Pastorale familiare che si celebra dal 4 al 9 agosto a Panama

6 agosto 2014

TESTO IN LINGUA ITALIANA

 

Cari fratelli:

Mi unisco col cuore a tutti i partecipanti a questo i Congresso latinoamericano di Pastorale familiare, organizzato dal Celam, e mi congratulo per questa iniziativa a favore di un valore tanto caro e importante oggi nelle nostre nazioni.

Che cos’è la famiglia? Al di là dei suoi problemi più pressanti e delle sue necessità perentorie, la famiglia è un “centro di amore”, dove regna la legge del rispetto e della comunione, capace di resistere all’impeto della manipolazione e della dominazione da parte dei “centri di potere” mondani. Nel cuore della famiglia, la persona si integra con naturalezza e armonia in un gruppo umano, superando la falsa opposizione tra individuo e società. In seno alla famiglia, nessuno viene messo da parte: vi troveranno accoglienza sia l’anziano sia il bambino. La cultura dell’incontro e del dialogo, l’apertura alla solidarietà e alla trascendenza hanno in essa la sua origine.

Per questo, la famiglia costituisce una grande “ricchezza sociale” (cfr. Benedetto XVI, Lettera enc. Caritas in veritate, 44). In questo senso, vorrei sottolineare due apporti primari: la stabilità e la fecondità.

Le relazioni basate sull’amore fedele, fino alla morte, come il matrimonio, la paternità, l’essere figli o fratelli, si apprendono e si vivono nel nucleo familiare. Quando queste relazioni formano il tessuto basico di una società umana, le donano coesione e consistenza. Non è quindi possibile fare parte di un popolo, sentirsi prossimo, prendersi cura di chi è più lontano e sfortunato, se nel cuore dell’uomo sono spezzate queste relazioni fondamentali, che gli danno sicurezza nell’apertura verso gli altri.

Inoltre, l’amore familiare è fecondo, e non soltanto perché genera nuove vite, ma perché amplia l’orizzonte dell’esistenza, genera un mondo nuovo; ci fa credere, contro ogni scoraggiamento e disfattismo, che una convivenza basata sul rispetto e la fiducia è possibile. Di fronte a una visione materialista del mondo, la famiglia non riduce l’uomo allo sterile utilitarismo, ma offre un canale per la realizzazione dei suoi desideri più profondi.

Infine, vorrei dirvi che, grazie all’esperienza fondante dell’amore familiare, l’uomo cresce anche nella sua apertura a Dio come Padre. Per questo il Documento di Aparecida afferma che la famiglia non deve essere considerata soltanto oggetto di evangelizzazione, ma anche agente di evangelizzazione (cfr. nn. 432, 435). In essa si riflette l’immagine di Dio che nel suo mistero più profondo è una famiglia e, in questo modo, permette di vedere l’amore umano come segno e presenza dell’amore divino (Lettera enc. Lumen fidei, 52). Nella famiglia la fede si assorbe insieme al latte materno. Per esempio, quel gesto semplice e spontaneo di chiedere la benedizione, che si conserva in molte delle nostre nazioni, riflette perfettamente la convinzione biblica secondo cui la benedizione di Dio si trasmette di padre in figlio.

Coscienti del fatto che l’amore familiare nobilita tutto ciò che fa l’uomo, dandogli un valore aggiunto, è importante incoraggiare le famiglie a coltivare relazioni sane tra i propri membri, a saper dirsi l’un l’altro “scusa”, “grazie”, “per favore”, e a rivolgersi a Dio usando il bel nome del Padre.

Che Nostra Signora di Guadalupe ottenga da Dio abbondanti benedizioni per le famiglie d’America e le renda fonti di vita, di concordia e di una fede robusta, alimentata dal Vangelo e dalle buone opere. Vi chiedo il favore di pregare per me, perché ne ho bisogno.

Fraternamente,

Francesco

TESTO UFFICIALE IN LINGUA SPAGNOLA

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Intervento della Santa Sede presso l’ONU sulla famiglia

4 luglio 2014

 

 

XXVI SESSIONE DEL CONSIGLIO PER I DIRITTI DELL’UOMO
(Argomento n. 8: dibattito generale)

INTERVENTO DELL’ARCIVESCOVO SILVANO TOMASI,
OSSERVATORE PERMANENTE DELLA SANTA SEDE
PRESSO L’UFFICIO DELLE NAZIONI UNITE
E ISTITUZIONI INTERNAZIONALI A GINEVRA*

Ginevra
Martedì, 24 giugno 2014

La famiglia non deve essere divisa o marginalizzata

Signor Presidente,

La mia Delegazione sostiene l’importanza attribuita dalle Nazioni Unite alla celebrazione del ventesimo anniversario dell’Anno Internazionale della Famiglia. Di recente a questo significativo evento è stato dato particolare risalto, il 15 maggio 2014, in occasione della Giornata Internazionale della Famiglia, con il tema: «La famiglia è importante per il raggiungimento degli obiettivi dello sviluppo». Di certo la scelta del tema è stata strettamente collegata alla Risoluzione 2012/2010 adottata dall’Ecosoc, che sottolinea l’esigenza di «intraprendere azioni concertate al fine di rafforzare politiche e programmi incentrati sulla famiglia quale approccio integrato e comprensivo allo sviluppo»; e invita gli Stati, le organizzazioni della società civile e le istituzioni accademiche a «continuare a fornire informazioni circa le loro attività a sostegno degli obiettivi e dei preparativi per il ventesimo anniversario».

Questo Consiglio è ben consapevole, Signor Presidente, dei dibattiti intensi che si sono tenuti in questa stessa sede sulla natura e sulla definizione della famiglia. Tali dibattiti spesso hanno portato gli Stati a concludere che la famiglia è più un problema che una risorsa per la società. Perfino il materiale delle Nazioni Unite preparato per celebrare questo anniversario affermava: «A causa dei rapidi cambiamenti socio-economici e demografici, le famiglie trovano sempre più difficile adempiere alle loro numerose responsabilità» (http://undesadspd.org/Family/InternationalObservances/TwentiethAnniversaryofIYF2014.aspx).

La mia Delegazione ritiene che, nonostante le sfide passate o anche presenti, la famiglia sia, di fatto, l’unità fondamentale della società umana. Dà costantemente prova di un vigore molto più grande di quello mostrato dalle tante forze che hanno cercato di eliminarla come reliquia del passato, o come ostacolo all’emancipazione dell’individuo, o alla creazione di una società più libera, ugualitaria e felice.

La famiglia e la società, legate l’una all’altra da vincoli vitali e organici, hanno funzioni complementari nella difesa e nella promozione del bene di ogni persona e dell’umanità (Pontificio Consiglio per la Famiglia, Carta dei Diritti della Famiglia, 1983). La dignità e i diritti dell’individuo non vengono sminuiti dall’attenzione dedicata alla famiglia. Al contrario, la maggior parte delle persone trae una protezione unica, nutrimento ed energia dinamica dall’appartenenza a una famiglia solida e sana, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Inoltre, è ampiamente dimostrato che il miglior interesse del bambino viene garantito in un ambiente familiare armonioso, nel quale l’educazione e la formazione dei figli si sviluppano nel contesto dell’esperienza vissuta con modelli basati sul ruolo genitoriale maschile e femminile.

La famiglia è la cellula fondamentale della società, nella quale le generazioni si incontrano, amano, educano, si sostengono reciprocamente e trasmettono il dono della vita, «dove si impara a convivere nella differenza e ad appartenere ad altri» (Papa Francesco, Evangelii gaudium, n. 66). Questa comprensione della famiglia è stata abbracciata attraverso la storia da tutte le culture. Quindi, a buon motivo la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ha riconosciuto alla famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna diritti e doveri unici, profondi e assoluti, dichiarando: «1. Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all’atto del suo scioglimento. 2. Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi. 3. La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato».

Signor Presidente, in occasione della celebrazione di questo storico anniversario, la Delegazione della Santa Sede dichiara fermamente che la famiglia è un’unità integra e integrale, che non deve essere divisa o marginalizzata. La famiglia e il matrimonio devono essere difesi e promossi non solo dallo Stato, ma anche dall’intera società. Entrambi esigono l’impegno deciso da parte di ogni persona, poiché è a partire dalla famiglia e dal matrimonio che si può dare una risposta completa alle sfide del presente e ai rischi del futuro (Pontificio Consiglio per la Famiglia, Famiglia e diritti umani, 2000). Il cammino da seguire viene indicato dai diritti fondamentali dell’uomo e dalle Convenzioni collegate, che assicurano l’universalità di tali diritti e il cui valore vincolante deve essere preservato e promosso dalla comunità internazionale.


*L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n. 149, Giov. 03/07/2014

Conferenza stampa di presentazione dell’Instrumentum Laboris: Interventi del card. Baldisseri, card. Erdo, mons. Forte

26 giugno 2014

Alle ore 11.30 di questa mattina, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, ha luogo la conferenza stampa di presentazione dell’Instrumentum laboris della III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, dal tema “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”, che si svolgerà dal 5 al 19 ottobre 2014.
Intervengono alla conferenza l’Em.mo Card. Lorenzo Baldisseri, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi; l’Em.mo Card. Péter Erdő, Arcivescovo di Esztergom-Budapest (Ungheria), Relatore Generale della III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi; l’Em.mo Card. André Vingt-Trois, Arcivescovo di Paris (Francia), Presidente Delegato; S.E. Mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto (Italia), Segretario Speciale e i coniugi Prof. Francesco Miano e Prof.ssa Pina De Simone, con una loro testimonianza.
Pubblichiamo di seguito gli interventi del Card. Lorenzo Baldisseri, del Card. Péter Erdő e di S.E. Mons. Bruno Forte:

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Sinodo dei Vescovi. Testo completo dell? Instrumentum laboris. Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’Evangelizzazione

26 giugno 2014

http://www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_20140626_instrumentum-laboris-familia_it.html

Discorso di papa Francesco al BICE

12 aprile 2014

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALLA DELEGAZIONE DELL’UFFICIO INTERNAZIONALE
CATTOLICO DELL’INFANZIA (BICE)

Venerdì, 11 aprile 2014

Vi ringrazio di questo incontro. Apprezzo il vostro impegno in favore dei bambini: è una espressione concreta e attuale della predilezione che il Signore Gesù ha per loro. A me piace dire che in una società ben costituita, i privilegi devono essere solo per i bambini e per gli anziani. Perché il futuro di un popolo è in mano loro! I bambini, perché certamente avranno la forza di portare avanti la storia, e gli anziani perché portano in sé la saggezza di un popolo e devono trasmettere questa saggezza.

Possiamo dire che il BICE è nato dalla maternità della Chiesa. Infatti prese origine dall’intervento del Papa Pio XII in difesa dell’infanzia all’indomani della II guerra mondiale. Da allora questa organizzazione si è sempre impegnata a promuovere la tutela dei diritti dei minori, contribuendo anche alla Convenzione dell’ONU del 1989. E in questo suo lavoro collabora costantemente con gli uffici della Santa Sede a New York, a Strasburgo e soprattutto a Ginevra.

Lei con delicatezza ha parlato del buon trattamento. La ringrazio per questa espressione delicata. Ma mi sento chiamato a farmi carico di tutto il male che alcuni sacerdoti – abbastanza, abbastanza in numero, ma non in proporzione alla totalità – a farmene carico e a chiedere perdono per il danno che hanno compiuto, per gli abusi sessuali sui bambini. La Chiesa è cosciente di questo danno. E’ un danno personale e morale loro, ma di uomini di Chiesa. E noi non vogliamo compiere un passo indietro in quello che si riferisce al trattamento di questo problema e alle sanzioni che devono essere comminate. Al contrario, credo che dobbiamo essere molto forti. Con i bambini non si scherza!

Ai nostri giorni, è importante portare avanti i progetti contro il lavoro-schiavo, contro il reclutamento di bambini-soldato e ogni tipo di violenza sui minori.

In positivo, occorre ribadire il diritto dei bambini a crescere in una famiglia, con un papà e una mamma capaci di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva. Continuando a maturare nella relazione, nel confronto con ciò che è la mascolinità e la femminilità di un padre e di una madre, e così preparando la maturità affettiva.

Ciò comporta al tempo stesso sostenere il diritto dei genitori all’educazione morale e religiosa dei propri figli. E a questo proposito vorrei manifestare il mio rifiuto per ogni tipo di sperimentazione educativa con i bambini. Con i bambini e i giovani non si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio! Gli orrori della manipolazione educativa che abbiamo vissuto nelle grandi dittature genocide del secolo XX non sono spariti; conservano la loro attualità sotto vesti diverse e proposte che, con pretesa di modernità, spingono i bambini e i giovani a camminare sulla strada dittatoriale del “pensiero unico”. Mi diceva, poco più di una settimana fa, un grande educatore: “A volte, non si sa se con questi progetti – riferendosi a progetti concreti di educazione – si mandi un bambino a scuola o in un campo di rieducazione”.

Lavorare per i diritti umani presuppone di tenere sempre viva la formazione antropologica, essere ben preparati sulla realtà della persona umana, e saper rispondere ai problemi e alle sfide posti dalle culture contemporanee e dalla mentalità diffusa attraverso i mass media. Ovviamente non si tratta di rifugiarci in ambienti protetti nasconderci, che al giorno d’oggi sono incapaci di dare vita, che sono legati a culture che già sono passate… No, questo no, non va bene. Ma affrontare con i valori positivi della persona umana le nuove sfide che ci pone la cultura nuova. Per voi, si tratta di offrire ai vostri dirigenti e operatori una formazione permanente sull’antropologia del bambino, perché è lì che i diritti e i doveri hanno il loro fondamento. Da essa dipende l’impostazione dei progetti educativi, che ovviamente devono continuare a progredire, maturare e adeguarsi ai segni dei tempi, rispettando sempre l’identità umana e la libertà di coscienza.

Grazie ancora. Vi auguro un buon lavoro.

Mi viene in mente il logo che la Commissione della protezione dell’infanzia e dell’adolescenza aveva a Buenos Aires, e che Norberto conosce molto bene. Il logo della Sacra Famiglia sopra un asinello che scappa in Egitto per difendere il Bambino. A volte per difendere, è necessario scappare; a volte è necessario fermarsi per proteggere; a volte è necessario combattere. Però sempre bisogna avere tenerezza.

Grazie per quello che fate!

Video: A sua immagine, La storia di Mario e Debora

8 aprile 2014

http://www.asuaimmagine.rai.it/dl/portali/site/page/Page-
b9cce9d6-87c0-4b45-ae8d-b97c7e8c6c69.html