Archive for the ‘Fede’ Category

Padre nostro

22 ottobre 2017

 

 

 

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GIUGNO: Mese dedicato al Sacro Cuore di Gesù

14 giugno 2017

 

 

Quando cado rialzami Signore ti prego non mi abbandonare….

 

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NOVENA AL SACRO CUORE DI GESU’

Cuore adorabile di Gesù, dolce mia vita, nei miei presenti bisogni ricorro a te e affido alla tua potenza, alla tua sapienza, alla tua bontà, tutte le sofferenze del mio cuore, ripetendo mille volte:
“O Cuore Sacratissimo, fonte di amore, per i miei presenti bisogni pensaci tu”.

Gloria al Padre
Cuore di Gesù, mi unisco alla tua intima unione con il Padre Celeste.

Cuore amatissimo di Gesù, oceano di misericordia, ricorro a te per aiuto nelle mie presenti necessità e con pieno abbandono affido alla tua potenza, alla tua sapienza, alla tua bontà,
la tribolazione che mi opprime, ripetendo ancor mille volte:
“O Cuore tenerissimo, unico mio tesoro, per i miei presenti bisogni pensaci tu”.

Gloria al Padre
Cuore di Gesù, mi unisco alla tua intima unione con il Padre Celeste.

Cuore amorosissimo di Gesù, delizia di chi t’invoca!
Nell’impotenza in cui mi trovo ricorro a te, dolce conforto dei tribolati e affido alla tua potenza,
alla tua sapienza, alla tua bontà, tutte le mie pene e ripeto ancor mille volte:
“O Cuore generosissimo, riposo unico di chi spera in te, per i miei presenti bisogni pensaci tu”.

Gloria al Padre
Cuore di Gesù, mi unisco alla tua intima unione con il Padre Celeste.

O Maria, mediatrice di tutte le grazie, una tua parola mi salverà dalle mie presenti difficoltà.
Dì questa parola, o Madre di misericordia e ottienimi la grazia (esporre la grazia che si desidera) dal cuore di Gesù.

Ave Maria

 

 

 

La Grande Promessa del Sacro Cuore di Gesù – Io prometto nell’eccesso della misericordia del mio Cuore che il mio amore onnipotente concederà a tutti quelli che si comunicheranno il primo venerdì del mese per nove mesi consecutivi la grazia della penitenza finale. Essi non moriranno in mia disgrazia, né senza ricevere i Sacramenti, e il mio Cuore sarà loro rifugio sicuro in quell’ora estrema.

LE DODICI PROMESSE DI GESÙ AI DEVOTI DEL SUO SACRO CUORE

(Gesù a Santa Margherita Maria Alacoque)

1. Darò loro tutte le grazie necessarie al loro stato.
2. Metterò la pace nelle loro famiglie.
3. Li consolerò in tutte le loro pene.
4. Sarò loro rifugio sicuro durante la vita e soprattutto alla loro morte.
5. Spargerò abbondanti benedizioni su tutte le loro imprese.
6. I peccatori troveranno nel mio Cuore la fonte e l’oceano infinito della misericordia.
7. Le anime tiepide diventeranno ferventi.
8. Le anime ferventi si eleveranno a grande perfezione.
9. Benedirò le case dove l’immagine del mio Sacro Cuore sarà esposta e onorata.
10. Darò ai sacerdoti il dono di toccare i cuori più induriti.
11. Le persone che propagheranno questa devozione avranno il loro nome scritto nel mio Cuore, dove non sarà mai cancellato.
12. Io prometto nell’eccesso della misericordia del mio Cuore che il mio amore onnipotente concederà a tutti quelli che si comunicheranno il primo venerdì del mese per nove mesi consecutivi la grazia della penitenza finale. Essi non moriranno in mia disgrazia, né senza ricevere i Sacramenti, e il mio Cuore sarà loro rifugio sicuro in quell’ora estrema.

L’uomo più veloce del mondo è devoto alla Medaglia Miracolosa – Top Stories – Aleteia.org – Italiano

18 agosto 2016

Conosci il significato di questa Medaglia?

ALETEIA
16 AGOSTO 2016

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Usain Bolt è attualmente l’uomo più veloce al mondo: per le terze Olimpiadi consecutive (dopo Pechino 2008 e Londra 2012), il 14 di agosto ha ottenuto la medaglia d’oro nei 100 metri. Ma queste tre medaglie d’oro non sono le uniche che porta. L’atleta ne indossa un’altra sempre al collo, conosciuta come Medaglia Miracolosa, frutto delle apparizioni della Madonna a Santa Caterina Labouré.

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SANTISSIMITÀ TRINITÀ, IL MISTERO (INCOMPRENSIBILE) DELL’AMORE

22 maggio 2016

21/05/2016

Questa solennità ricorre ogni anno la domenica dopo Pentecoste e fu introdotta nella liturgia cattolica nel 1334 da papa Giovanni XXII. Propone uno sguardo alla realtà di Dio amore e al mistero della salvezza realizzato dal Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo. Benedetto XVI così ha spiegato questa realtà: «La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati»

 

La solennità della Santissima Trinità ricorre ogni anno la domenica dopo Pentecoste, quindi come festa del Signore. Si colloca pertanto come riflessione su tutto il mistero che negli altri tempi è celebrato nei suoi diversi momenti e aspetti. Fu introdotta soltanto nel 1334 da papa Giovanni XXII, mentre l’antica liturgia romana non la conosceva. Propone uno sguardo riconoscente al compimento del mistero della salvezza realizzato dal Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo. La messa inizia con l’esaltazione del Dio Trinità “perché grande è il suo amore per noi”.

La Trinità di Masaccio

La Trinità di Masaccio

LE ORIGINI STORICE DI QUESTA FESTA

Sebbene il dogma trinitario fosse già stato codificato nella Chiesa sin dall’epoca del Simbolo apostolico fino all’VIII secolo la Chiesa non celebrò nessuna ricorrenza in suo onore. La prima testimonianza in merito ci viene dal monaco Alcuino di York, che decise la redazione di una Messa votiva in onore del mistero della Santissima Trinità (a quanto pare, in comunità d’intenti con San Bonifacio, apostolo della Germania). Tale Messa era però soltanto un fatto privato, un ausilio alla devozione personale — almeno fino al 1022, in cui fu riconosciuta ufficialmente dal Concilio di Seligenstadt. Nel 920, intanto, Stefano vescovo di Liegi aveva istituito nella sua diocesi una festa dedicata alla Santissima Trinità e per la sua celebrazione aveva fatto comporre un Ufficio liturgico. Il suo successore, Richiero, mantenne tale festività — che andò col tempo diffondendosi, grazie anche all’appoggio dell’Ordine monastico (in particolare di Bernone, abate di Reichenau agli inizi dell’XI secolo), tanto che un documento del 1091 dell’Abbazia di Cluny ci attesta che la sua celebrazione era ormai ben radicata. Nella seconda metà dell’XI secolo, Papa Alessandro II espresse il suo giudizio su questa festa: pur rilevando la sua ampia diffusione, non la ritenne obbligatoria per la Chiesa universale, per il fatto che «ogni giorno l’adorabile Trinità è senza posa invocata con la ripetizione delle parole: Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto, e in tante altre formule di lode».
Nonostante ciò, la festa proseguì nella sua diffusione (sia in Inghilterra, per opera di San Tommaso di Canterbury, sia in Francia, grazie anche all’ordine cistercense), tanto che, agli inizi del Duecento, l’abate Ruperto afferma: «Subito dopo aver celebrato la solennità della venuta dello Spirito Santo, cantiamo la gloria della Santissima Trinità nell’Ufficio della Domenica che segue, e questa disposizione è molto appropriata poiché subito dopo la discesa di quel divino Spirito cominciarono la predicazione e la fede e, nel battesimo, la fede, la confessione del nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.» (Ruperto abate, Dei divini Uffici, I, XII, c. I). Visto il riconoscimento de facto di tale festività in tanta parte della Chiesa, Papa Giovanni XXII, nella prima metà del Trecento, in un decreto sancì che la Chiesa cattolica accettava la festa della Santissima Trinità e la estendeva a tutte le Chiese locali

LA SPIEGAZIONE DI BENEDETTO XVI

 Nell’Angelus del 2009 papa Ratzinger così spiegò questa solennità: «Quest’oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l’ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore “non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza” (Prefazio): è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica. Lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il “nome” della Santissima Trinità, perché tutto l’essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l’Amore creatore. Tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. “O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!” (Sal 8,2) – esclama il salmista. Parlando del “nome” la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il “tessuto” di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all’Amore. “In lui – disse san Paolo nell’Areòpago di Atene – viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28). La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati. Usando un’analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore».

Santa Trinità, icona

Santa Trinità, icona

UN MISTERO INCOMPRENSIBILE MA NON CONTRO LA RAGIONE

Il mistero della Santissima Trinità è un mistero e come tale non può essere compreso. Ma non per questo è qualcosa d’irragionevole. Nella dottrina cattolica ciò che è mistero è sì indimostrabile con la ragione, ma non è irrazionale, cioè non è in contraddizione con la ragione. La ragione conduce all’unicità di Dio: Dio è assoluto e logicamente non possono esistere più assoluti. Ebbene, la ragionevolezza del mistero della Trinità sta nel fatto che esso non afferma l’esistenza di tre dei, bensì di un solo Dio che però è in tre Persone uguali e distinte. Nel Credo si afferma: «Credo in un solo Dio in tre Persone uguali e distinte, Padre, Figlio e Spirito Santo».  Quale è il Padre, tale è il Figlio e tale è lo Spirito Santo. Increato è il Padre, increato è il Figlio, increato è lo Spirito Santo. Onnipotente è il Padre, onnipotente è il Figlio, onnipotente è lo Spirito Santo. Tuttavia non vi sono tre increati, tre assoluti, tre onnipotenti, ma un increato, un assoluto e un onnipotente. Dio e Signore è il Padre, Dio e Signore è il Figlio, Dio e Signore è lo Spirito Santo; tuttavia non vi sono tre dei e signori, ma un solo Dio, un solo Signore (Simbolo atanasiano).

UN’ANALOGIA PER CAPIRE

Per capire qualcosa della Trinità, ma senza la possibilità di esaurirne il mistero, si può utilizzare questa analogia. La Sacra Scrittura dice che quando Dio creò l’uomo, lo creò a sua “immagine” (Genesi 1,27). Dunque, nell’uomo si trova una lontana ma comunque presente immagine della Santissima Trinità. L’uomo possiede la mente e la mente genera il pensiero. Il pensiero, contemplato dalla mente, è amato, e così dal pensiero e dalla mente procede l’amore. Ora mente, pensiero, amore, sono tre cose ben distinte fra loro, ma assolutamente inseparabili l’una dall’altra, tanto che si può dire che siano nell’uomo una cosa sola. Nella Trinità il Padre è mente, che da tutta l’eternità genera il suo Pensiero perfettissimo (il Logos). Il Pensiero, generato eternamente dal Padre, sussiste, come persona distinta, ed è lo Spirito Santo. Ma come la mente, il pensiero e l’amore sono nell’uomo tre cose distinte, ma assolutamente inseparabili, così il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, sebbene sussistano come persone distinte, sono però un Dio solo.

http://www.famigliacristiana.it/articolo/santissimita-trinita-il-mistero-incomprensibile-dell-amore.aspx

35 anni fa l’attentato a San Giovanni Paolo II

13 maggio 2016

2016-05-13 Radio Vaticana

 

35 anni fa,  era il pomeriggio del 13 maggio 1981, Giovanni Paolo II veniva colpito, in Piazza San Pietro, da due colpi di pistola sparati da Ali Ağca. Come oggi, era la festa della Madonna di Fatima. Per Papa Wojtyla fu la mano di Maria a proteggerlo. Il proiettile che gli aveva perforato il torace e che avrebbe dovuto ucciderlo è ora incastonato nella corona della statua della Vergine a Fatima. Il servizio di Alessandro Gisotti:

13 maggio 1981, Piazza San Pietro, festa della Madonna di Fatima. Come di consueto, in occasione delle udienze generali, Giovanni Paolo II in piedi sulla papa-mobile sta salutando e benedicendo i pellegrini. E’ il momento dell’incontro, dei gesti d’affetto tra il Santo Padre e i fedeli: le mani che si sfiorano, uno scambio di sorrisi, un bimbo preso in braccio e coccolato con dolcezza. La gente non lo sa, ma di lì a poco, il Pontefice ha in programma un importante annuncio: la nascita del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Annuncio che dovrà rimandare. Il cielo sopra Roma si annuvola, quasi a presagire l’impensabile che sta per diventare realtà.

Sono le 17.17. Un rumore sordo, ripetuto. Non c’è dubbio: si tratta di spari di arma da fuoco. Il Papa si accascia nella sua giardinetta, sorretto dal suo segretario, don Stanislao Dziwisz. La gente è atterrita. Ci sono fedeli che rompono in pianto, c’è chi si inginocchia, chi inizia a pregare con il Rosario stretto tra le mani. Una commozione che non lascia, non può lasciare immune Benedetto Nardacci, il cronista della nostra emittente che sta seguendo l’udienza:

“La folla è tutta in piedi … La folla è tutta in piedi; non commenta quasi la scena tragica cui hanno assistito. Sono quasi tutti in silenzio, aspettano notizie. (…) Il Santo Padre è stato evidentemente, certamente colpito. E’ stato certamente colpito, lo abbiamo visto sdraiato nella vetturetta scoperta che è entrata in velocità dentro il Vaticano. Ecco. Per la prima volta si parla di terrorismo anche in Vaticano. Si parla di terrorismo in una città dalla quale sono sempre partiti messaggi di amore, messaggi di concordia, messaggi di pacificazione”. 
Sono momenti concitati, confusi. Nella Piazza ammutolita si propagano notizie contrastanti sull’identità dell’attentatore, sul numero degli spari, e soprattutto sulla gravità della ferita inferta a Karol Wojtyla. Si sente il suono di una sirena, un’autoambulanza. Lo conferma il direttore generale della Radio Vaticana, padre Roberto Tucci, che, pochi minuti dopo l’attentato, raggiunge Nardacci in Piazza San Pietro:
“Padre Tucci, dai microfoni della Radio Vaticana, in Piazza San Pietro. Non si sa ancora l’entità della ferita. Alle 17.29 ho visto io stesso uscire a grande velocità, dall’ingresso di Porta Sant’Anna, un’ambulanza. Mi è stato riferito – ma non posso assicurare che la notizia corrisponda a verità – che l’autoambulanza, che portava il Santo Padre, si è diretta all’ospedale Gemelli”.
Un viaggio, quello dal Vaticano al Gemelli, che dura solo un quarto d’ora. Eppure sono minuti interminabili. Nell’ambulanza, ricorda il suo medico personale Renato Buzzonetti, il Papa “pregò ininterrottamente in lingua polacca: ‘Gesù mio. Madre mia’”. L’intervento chirurgico è lungo, complicato: Karol Wojtyla ha perso molto sangue, è ferito gravemente in più parti, preoccupa soprattutto la perforazione dell’apparato intestinale. E tuttavia, chi opera il Papa si rende conto che la pallottola ha seguito una traiettoria anomala: una deviazione di pochi millimetri e il proiettile non gli avrebbe dato scampo. Durante l’intervento al terzo piano del Gemelli, il tempo sembra sospeso. I media di tutto il mondo attendono con apprensione l’esito dell’operazione: 

R. – The surgery on Pope John Paul …“L’operazione chirurgica del Papa si è conclusa dopo 4 ore 20 minuti”, è l’annuncio in diretta del canale americano Abc e aggiunge: “La Radio Vaticana ha detto che le condizioni del Papa non sono gravi”. 

Milioni di fedeli, che in ogni angolo della terra e soprattutto in Polonia, si sono raccolti in preghiera possono tirare un sospiro di sollievo. Intanto, la polizia italiana interroga l’attentatore, il giovane estremista turco Ali Agca. Proprio a lui, Giovanni Paolo II si rivolge nel primo Regina Caeli dopo l’attentato che lo ha ridotto in fin di vita. E’ il 17 maggio 1981, il Papa parla dal suo letto di sofferenza al Policlinico Gemelli:
“Vi ringrazio commosso per le vostre preghiere e tutti vi benedico (…) Prego per il fratello che mi ha colpito, al quale ho sinceramente perdonato (…) A Te Maria ripeto: ‘Totus tuus ego sum’”.
L’affidamento a Maria e il perdono: due dimensioni già fortemente presenti nella vita e nel Magistero del Papa, che da quel momento diventano un tutt’uno con la figura e la testimonianza di Karol Wojtyla. Quel perdono che ha pronunciato con voce flebile, poco dopo l’attentato, Giovanni Paolo II lo porta di persona al “fratello che lo ha colpito”, nel Natale del 1983, al Carcere romano di Rebibbia. Alla Vergine porta invece tutto se stesso, il suo cuore, la sua vita. E’ il 13 maggio del 1982, un anno esatto dopo l’attentato: il Papa è al Santuario mariano di Fatima per ringraziare la Madonna che lo ha salvato. Giovanni Paolo II non ha dubbi: fu la mano di Maria a “guidare la traiettoria della pallottola e il Papa agonizzante si fermò sulla soglia della morte”. 
“Totus Tuus Maria”, “Tutto tuo, Maria”: il motto sullo stemma episcopale si fa invocazione. Un affidamento totale che Papa Wojtyla ripeterà fino agli ultimi istanti della sua vita terrena:
“In te confido e a te ancora una volta dichiaro: Totus tuus, Maria! Totus tuus! Amen”

 

 

Dall’Afghanistan al Centrafrica testimoniando Gesù – Famiglia Cristiana

19 settembre 2015

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Suor Nobili (ballerina), suor Scuccia (cantante), fra’ Brustenghi (tenore): giovani per Dio

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Angelus: per credere non bastano neanche i miracoli se il cuore è chiuso

9 agosto 2015

2015-08-09 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si potrebbe assistere anche ad un miracolo, ma se il cuore non si apre all’amore di Dio, la fede non sboccia: è quanto ha detto Papa Francesco all’Angelus ai tanti pellegrini presenti in Piazza San Pietro nonostante un’altra calda giornata estiva. Il servizio di Sergio Centofanti:

 

Commentando il Vangelo domenicale, in cui la gente si scandalizza perché Gesù afferma di essere il vero pane disceso dal cielo, spiegando che nessuno può andare a Lui, se non lo attira il Padre, Papa Francesco riflette sulla “dinamica della fede, che è una relazione: la relazione tra la persona umana, tutti noi, e la Persona di Gesù, dove un ruolo decisivo gioca il Padre e naturalmente anche lo Spirito Santo, che qui rimane sottinteso”:

“Non basta incontrare Gesù per credere in Lui, non basta leggere la Bibbia, il Vangelo – questo è importante, ma non basta – non basta nemmeno assistere a un miracolo (…) Tante persone sono state a stretto contatto con Gesù e non gli hanno creduto, anzi, lo hanno anche disprezzato e condannato”.

“Questo è accaduto – ha proseguito – perché il loro cuore era chiuso all’azione dello Spirito di Dio”:

“Se tu hai il cuore chiuso, la fede non entra. Dio Padre sempre ci attira verso Gesù: siamo noi ad aprire il nostro cuore o a chiuderlo. Invece la fede, che è come un seme nel profondo del cuore, sboccia quando ci lasciamo ‘attirare’ dal Padre verso Gesù, e ‘andiamo a Lui’ con animo aperto, col cuore aperto, senza pregiudizi; allora riconosciamo nel suo volto il Volto di Dio e nelle sue parole la Parola di Dio, perché lo Spirito Santo ci ha fatto entrare nella relazione d’amore e di vita che c’è tra Gesù e Dio Padre e lì noi riceviamo il dono, il regalo della fede”.

Con questo atteggiamento di fede – afferma il Papa – possiamo comprendere anche il senso delle parole di Gesù: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51)”:

“In Gesù, nella sua ‘carne’ – cioè nella sua umanità concreta – è presente tutto l’amore di Dio, che è lo Spirito Santo. Chi si lascia attirare da questo amore va verso Gesù e va con fede e riceve da Lui la vita, la vita eterna”.

“Colei che ha vissuto questa esperienza in modo esemplare – ha detto Papa Francesco – è la Vergine di Nazaret, Maria: la prima persona umana che ha creduto in Dio accogliendo la carne di Gesù. Impariamo da Lei, nostra Madre – ha concluso – la gioia e la gratitudine per il dono della fede. Un dono che non è ‘privato’, un dono che non è proprietà privata, ma è un dono da condividere: è un dono «per la vita del mondo»!”.

 

(Da Radio Vaticana)

Il Papa: basta guerra in Terra Santa, porre fine a persecuzione cristiani

18 maggio 2015

 

2015-05-18 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pregate per la pace fra i popoli e per i cristiani perseguitati. E’ l’esortazione rivolta da Papa Francesco ad un gruppo di religiose carmelitane e Suore del Rosario, giunte a Roma da Betlemme e dal Medio Oriente per la Canonizzazione di Miriam di Gesù Crocifisso e Alfonsina Danil Ghattas. Il servizio di Alessandro Gisotti:

 

 

 

Un incontro breve, ma significativo all’insegna della preghiera per la pace di cui è così assetata la Terra Santa. All’indomani della Canonizzazione di quattro consacrate, tra cui due suore palestinesi, il Papa ha voluto ringraziare le religiose convenute dal Medio Oriente per l’evento. Quindi ha affidato loro una missione:

“Pregare le due nuove sante per la pace nella vostra terra, perché finisca questa guerra interminabile e ci sia la pace fra i popoli. E pregare per i cristiani perseguitati, cacciati via dalle case, dalla terra e anche della ‘persecuzione con guanti bianchi’, la persecuzione e il ‘terrorismo bianco’, anche il ‘terrorismo in guanti bianchi’. E’ nascosta, ma si fa!”

Francesco, che ha voluto pregare l’Ave Maria assieme alle suore per la pace in Terra Santa, ha anche avuto modo di scherzare sull’entusiasmo delle religiose:

“Io sono molto contento di questo pellegrinaggio delle suore per la Canonizzazione delle nuove sante. Il presidente dello Stato di Palestina mi ha detto che era partito dalla Giordania un aereo pieno di suore! Povero pilota… Grazie tante!”.

 

(Da Radio Vaticana)

 

Francesco: fede è storia di peccato e di grazia, tra servirsi e servire

30 aprile 2015

 

2015-04-30 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il cristiano è inserito in una storia di peccato e di grazia, sempre posto davanti all’alternativa: servire o servirsi dei fratelli. E’ quanto ha affermato Papa Francesco nella Messa del mattino presieduta a Casa Santa Marta. Ce ne parla Sergio Centofanti:

 

 

Il cristiano è uomo e donna di storia
“La storia e il servizio”: nell’omelia Papa Francesco si sofferma su questi “due tratti dell’identità del cristiano”. Innanzitutto, la storia. San Paolo, San Pietro e i primi discepoli “non annunziavano un Gesù senza storia: loro annunziavano Gesù nella storia del popolo, un popolo che Dio ha fatto camminare da secoli per arrivare” alla maturità, “alla pienezza dei tempi”. Dio entra nella storia e cammina col suo popolo:

“Il cristiano è uomo e donna di storia, perché non appartiene a se stesso, è inserito in un popolo, un popolo che cammina. Non si può pensare in un egoismo cristiano, no, questo non va. Il cristiano non è un uomo, una donna spirituale di laboratorio, è un uomo, è una donna spirituale inserita in un popolo, che ha una storia lunga e continua a camminare fino a che il Signore torni”.

Storia di grazia e di peccato
E’ una “storia di grazia, ma anche storia di peccato”:

“Quanti peccatori, quanti crimini. Anche oggi Paolo menziona il Re Davide, santo, ma prima di diventare santo è stato un grande peccatore. Un grande peccatore. La nostra storia deve assumere santi e peccatori. E la mia storia personale, di ognuno, deve assumere il nostro peccato, il proprio peccato e la grazia del Signore che è con noi, accompagnandoci nel peccato per perdonare e accompagnandoci nella grazia. Non c’è identità cristiana senza storia”.

Servire, non servirsi
Il secondo tratto dell’identità cristiano è il servizio: “Gesù lava i piedi ai discepoli invitandoci a fare come lui: servire:

“L’identità cristiana è il servizio, non l’egoismo. ‘Ma padre, tutti siamo egoisti’. Ah sì? E’ un peccato, è un’abitudine dalla quale dobbiamo staccarci. Chiedere perdono, che il Signore ci converta. Siamo chiamati al servizio. Essere cristiano non è un’apparenza o anche una condotta sociale, non è un po’ truccarsi l’anima, perché sia un po’ più bella. Essere cristiano è fare quello che ha fatto Gesù: servire”.

Il Papa esorta a porci questa domanda: “Nel mio cuore cosa faccio di più? Mi faccio servire dagli altri, mi servo degli altri, della comunità, della parrocchia, della mia famiglia, dei miei amici o servo, sono al servizio di?”.

 

 

(Da Radio Vaticana)

Papa Francesco ai formatori: siate testimoni, non solo maestri

11 aprile 2015

 

2015-04-11 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Siate testimoni, non solo maestri: è quanto ha detto Papa Francesco incontrando nell’Aula Paolo VI i partecipanti al Convegno dei formatori alla vita consacrata svoltosi in questi giorni a Roma in occasione dell’Anno dedicato alla vita consacrata. Oltre 1400 i presenti, giunti da tutto il mondo. Il servizio di Sergio Centofanti:

Di fronte ad “una indubbia diminuzione quantitativa” dei religiosi nel mondo – ha affermato il Papa – appare sempre “più urgente” il compito di “una formazione che plasmi davvero nel cuore dei giovani il cuore di Gesù, finché abbiano i suoi stessi sentimenti”. Infatti – ha sottolineato – “non c’è crisi vocazionale là dove ci sono consacrati capaci di trasmettere, con la propria testimonianza, la bellezza della consacrazione:

“E la testimonianza è feconda. E se non c’è una testimonianza, se non c’è coerenza, non ci saranno vocazioni. E a questa testimonianza siete chiamati. Questo è il vostro ministero, la vostra missione. Non siete soltanto ‘maestri’; siete soprattutto testimoni della sequela di Cristo nel vostro proprio carisma. E questo si può fare se ogni giorno si riscopre con gioia di essere discepoli di Gesù. Da qui deriva anche l’esigenza di curare sempre la vostra stessa formazione personale, a partire dall’amicizia forte con l’unico Maestro”.

Papa Francesco ha esortato a fare memoria del primo incontro con il Signore, “quell’incontro che non si dimentica”, ma che tante volte finisce coperto “dal lavoro, da inquietudini e anche da peccati e mondanità”. “Per dare testimonianza è necessario” tornare “a quel primo stupore” e “da lì ripartire. Ma se non si segue questa strada ‘memoriosa’ c’è il pericolo di restare lì dove sono adesso e, anche, c’è il pericolo di non sapere perché io sono lì”.

“La vita consacrata è uno dei tesori più preziosi della Chiesa” – ha proseguito – ma a volte il servizio del formatore può essere percepito “come un peso, come se ci sottraesse a qualcosa di più importante. Ma questo è un inganno, è una tentazione”:

“È importante la missione, ma è altrettanto importante formare alla missione, formare alla passione dell’annuncio, formare a quella passione dell’andare ovunque, in ogni periferia, per dire a tutti l’amore di Gesù Cristo, specialmente ai lontani, raccontarlo ai piccoli e ai poveri, e lasciarsi anche evangelizzare da loro. Tutto questo richiede basi solide, una struttura cristiana della personalità che oggi le stesse famiglie raramente sanno dare. E questo aumenta la vostra responsabilità”.

Una delle qualità del formatore – ha osservato – “è quella di avere un cuore grande per i giovani, per formare in essi cuori grandi, capaci di accogliere tutti, cuori ricchi di misericordia, pieni di tenerezza” per essere capaci di chiedere e di dare ai giovani il massimo:

“E non è vero che i giovani di oggi siano mediocri e non generosi; ma hanno bisogno di sperimentare che «si è più beati nel dare che nel ricevere!» (At 20,35), che c’è grande libertà in una vita obbediente, grande fecondità in un cuore vergine, grande ricchezza nel non possedere nulla. Da qui la necessità di essere amorosamente attenti al cammino di ognuno ed evangelicamente esigenti in ogni fase del cammino formativo, a cominciare dal discernimento vocazionale, perché l’eventuale crisi di quantità non determini una ben più grave crisi di qualità”.

“E questo è il pericolo” – ha spiegato – perché i giovani che non sono equilibrati “inconsciamente cercano strutture forti che li proteggano”.

“E lì è il discernimento: sapere dire ‘no’. Ma non cacciare via: no, no. Io ti accompagno, vai, vai, vai … E anche, come si accompagna l’entrata, accompagnare l’uscita, perché lui o lei trovi la strada nella vita, con l’aiuto necessario là. Non con questa difesa qua, che è pane per oggi e fame per domani. Eh? La crisi di qualità …”.

Papa Francesco ha quindi invitato i giovani a guardare a tanti religiosi e religiose anziani che hanno dato tutta la loro vita alla consacrazione. E questo fa bene “perché i giovani hanno il fiuto per scoprire l’autenticità”. Poi ha esortato i formatori ad avere pazienza come Dio è paziente: saper aspettare e accompagnare: “in questa missione non vanno risparmiati né tempo né energie. E non bisogna scoraggiarsi quando i risultati non corrispondono alle attese”. “E’ doloroso” vedere un giovane che dopo tre, quattro anni lascia, ma questo è “il martirio” dei formatori, quando ci sono degli insuccessi o il loro lavoro non è apprezzato.

Infine ha rivolto un invito:

“Vi chiedo per favore di pregare per me, perché Dio mi dia anche un po’ di quella virtù che Lui ha: la pazienza”.

(Da Radio Vaticana)

Foto: Le frasi più significative de I dieci comandamenti, di Benigni

27 dicembre 2014

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-6bd55144-04ae-40cd-95d6-d192b7c46844.html

Mi pare, leggendo al volo, vi siano spunti semplici e genuini, nulla di nuovo, ma possono aiutare.Il punto è che bisogna anche insegnare a cercare seri riferimenti di fede, persone che abbiano camminato a lungo e seriamente nella fede in un sereno e impegnato cammino di formazione, di crescita, personale, comunitario, etc..