Archive for the ‘Formazione, Educazione’ Category

Scholas. Prof. Florin: Francesco esorta le università a fare rete

28 maggio 2016

 

2016-05-28 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Il pensiero pedagogico di Papa Francesco”. E’ il tema al centro della seconda giornata del Congresso mondiale della Fondazione pontificia Scholas Occurrentes, in corso alla Casina Pio IV in Vaticano. L’evento che riunisce i rappresentanti di oltre 40 università di tutto il mondo si concluderà domani con l’udienza del Papa all’Aula Nuova del Sinodo. Una delle nuove iniziative annunciate durante questo Congresso è la nascita delle “Cattedre Scholas”, su cui si sofferma il prof. Italo Florin, direttore della Scuola di Alta Formazione Eis dell’Università Lumsa, che è tra i principali partner di Scholas Occurrentes. L’intervista è di Alessandro Gisotti:

R. – Si tratta di una iniziativa certamente originale, in campo accademico: una rete di Università che, spinte dal pensiero del Papa, orientate dai valori che questo pensiero ha in campo educativo, cerca di tradurli non semplicemente facendone oggetto di studio accademico, quindi rimanendo all’interno delle mura dell’Università, ma mettendoli immediatamente in contatto con le realtà che hanno bisogno di essere sostenute. In questo modo, le Università diventano punti di aiuto, punti di sostegno di situazioni educative fragili oppure anche molto interessanti ma che hanno bisogno di essere sostenute. Le Università, compromettendosi con realtà sociali significative, hanno modo di apprendere, hanno modo di crescere, hanno modo di rivitalizzarsi. La “Cattedra Scholas”, quindi, non è tanto un corso di laurea, un insegnamento. La cattedra esprime un’idea: l’idea di “andare a scuola” dal Papa, di tradurre il pensiero del Papa in azione, in servizio e di imparare facendo.

D. – Sicuramente si può dire che questa è una concretizzazione della “cultura dell’incontro”, che Francesco sta testimoniando in persona, ma poi anche con i suoi insegnamenti…

R. – Certamente, la parola “incontro” è la parola che meglio esprime il senso delle “Cattedre Scholas”. Incontro significa incontro tra pensiero e realtà, tra persone, tra culture, tra posizioni diverse, punti di vista diversi. E’ interessante che in questo seminario di lancio delle cattedre siano presenti circa una cinquantina di Università del mondo di orientamenti valoriali, di religioni, di culture molto diverse, ma che sono state attratte da questo messaggio e che concretamente hanno deciso di cominciare a dare vita a questa grande rete. Alla fine di questo seminario, noi ci aspettiamo che ogni Università assuma degli impegni precisi, dica dove vuole impegnarsi e si dia anche un progetto, un tempo, in modo da arrivare – noi pensiamo fra un anno – a un altro grande seminario, nel quale questa volta parleranno le esperienze realizzate. Si cercherà di apprendere ancora e di continuare magari allargando la rete.

D. – Come docente universitario, qual è secondo lei il contributo che Francesco sta dando al mondo del sapere, in particolare a quello accademico?

R. – Devo dire che il pensiero del Papa è una fonte incredibile di risorse e di stimoli per la pedagogia, per l’educazione, per chi si occupa dei giovani. Io direi che il primo grande messaggio che il Papa comunica a chi educa è che educare vuol dire rivolgersi alla totalità della persona e cercare di non perdere nessuna delle dimensioni costitutive. Il Papa spesso ripete, in una forma molto sintetica, l’idea di armonia, dicendo: “E’ importante che ci sia, presente nell’educazione, la mente, ma anche la mano, ma anche il cuore”. Come a dire: la dimensione razionale e, però, poi anche la passione e la concretezza. Ecco, credo che questo sia il messaggio forte che poi deve trovare molte traduzioni.

D. – Non a caso la mano che abbraccia e tocca il mondo è proprio il simbolo di Scholas…

R. – E’ proprio questo e questa idea anche del compromettersi con la realtà, del non aver paura. Il Papa una volta, parlando agli educatori, ha detto: “Non guardate la vita dal balcone”. Spesso, noi studiosi guardiamo la vita dal balcone, diamo giudizi, critichiamo, formuliamo ipotesi, però stiamo al balcone. Il Papa ci dice: “Scendete, la vita è in cortile non nel balcone!” Bisogna che noi andiamo dove ci sono gli uomini, dove ci sono i giovani. Dobbiamo incontrare le persone.

(Da Radio Vaticana)

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Intervista a p.Jean Pierre Sonnet s.j. : Raccontare la fede ai figli

6 dicembre 2014

 
Padre Jean Pierre Sonnet è un gesuita francese, teologo, scrittore e poeta. Insegna Esegesi dell’Antico testamento alla Gregoriana.

 

 

«Perché i figli (ciò che siamo stati capaci di accogliere come dono) sono il racconto della nostra vita; e il figlio, come fu per Abramo, per Isacco, per Elisabetta e per Maria, è colui attraverso il quale Dio visita la nostra storia…. E i veri maestri in questo non possono che essere i genitori. Io appartengo a un ordine religioso al quale per secoli le famiglie hanno affidato i figli affinché fossero educati alla fede. Oggi credo sia giunto il tempo di riaffidare i figli ai genitori aiutandoli nel difficile compito di indicare la strada di Dio. I genitori, soprattutto oggi, sono gli unici a poterlo fare. E il racconto resta una strada privilegiata di educazione».
Nonostante l’attuale crisi del rapporto fra le generazioni?
«La nostra è una cultura in cui ogni generazione deve reinventarsi al ritmo delle nuove tecniche. Non è più il padre che trasmette le conoscenze al figlio: anzi, fa persino la figura dell’incapace. Ma di cosa si ricorderanno un giorno i figli divenuti adulti? Non credo della penultima versione dell’iPhone, ma della voce della mamma.
Così come non dimentico mia mamma che cantava canzoncine con delle storie bibliche. Una sulla storia di Zaccheo la ricordo molto bene… e io che giravo intorno al tavolo in cucina…».

Perché lo ricorda così bene?

«Perché le storie raccontate dai genitori si legano ai ricordi della vita. E quelle storie hanno una loro storia nella nostra vita: rilette a varie età mostrano contenuti sempre diversi. Per questo i genitori devono cominciare da subito a raccontare. Il racconto è un po’ come un’opera di artigianato che si trasmette di padre in figlio: ci lavora il padre e poi ci lavorano i figli e spesso anche i figli dei figli».

Tanti genitori oggi non raccontano e non saprebbero nemmeno cosa raccontare.

«Da giovane prete, in Francia, mi capitava di passare ore in confessionale e spesso per penitenza invitavo a raccontare una storia biblica ai figli o ai nipoti. Una donna anziana un giorno mi rispose: ‘Padre, non sarebbe meglio un rosario?’. Quella donna evidentemente non aveva sperimentato quell’alleanza speciale che c’è fra nonni e nipoti quando si raccontano storie. Anche Papa Francesco ha parlato del suo particolare rapporto con nonna Rosa. Nella dedica che ho fatto nella copia di questo libro che ho inviato a Francesco ho scritto: ‘A Papa Francesco che ci ha raccontato di come nonna Rosa gli raccontava’. Ecco, i nonni hanno un dono speciale. E se, come i genitori, hanno paura di raccontare, credo che nostro compito, il compito della Chiesa, sia di incoraggiarli, di confermarli in questa loro funzione essenziale: ‘Quando tuo figlio domani ti chiederà perché? Tu gli risponderai: Con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall’Egitto…’ (Es 13, 14). Quando Dio si rivela a Mosè nel roveto ardente (Es 3, 6) gli dice: ‘Io sono il Dio di tuo padre.
Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe’, e in Dt 26, 5 Dio insegna a raccontare: ‘Mio padre era un arameo errante…’. Insomma, le generazioni sono direttamente implicate nella trasmissione del mistero e della fede».

Legandolo alla famiglia, lei scrive che il racconto è ospitale
come una casa.
«Noi abitiamo le storie come una casa nella quale col tempo cambiamo l’arredamento: nella casa c’è posto per tutti, così come del racconto c’è una versione adatta a ciascuno. Le parabole che raccontava Gesù hanno vari livelli di comprensione e ognuno trova il suo. Il racconto è una dimensione che non esclude e che tutti possono approfondire. Il racconto aggrega. Pensi alle storie che, soprattutto una volta, nelle case si narravano sugli antenati: ti facevano sentire parte di una storia, di una famiglia».

Un cristiano non può fare a meno di raccontare?

«Il nucleo della nostra fede è narrativo. Gli ebrei raccontano: ‘Eravamo schiavi e Dio ci ha liberati…’. Per noi cristiani ‘il Signore Gesù alla vigilia della sua morte prese il pane…’, oppure: ‘Il Signore Gesù ci ha liberati dalla morte…’. Storie del passato, ma strettamente legate alla vita di oggi. Tocca a noi continuare a renderle vive. Il Salmo 78 ci invita: ‘Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai nostri figli…’. E i bambini sono affascinati dal passato, soprattutto se è possibile riviverlo per il presente».

Lo dicevamo all’inizio: in tante famiglie non si raccontano nemmeno più le favole… E poi qual è il momento per raccontare?
«Io sono un prete, non ho figli, ma ho 18 nipoti e seguo tante famiglie. La mia esperienza mi dice che bisogna sfruttare il sacro momento in cui il bambino si corica, non ha più la tv e i videogiochi. C’è il libricino illustrato e la voce della mamma, del papà, dei nonni. Perché in quel momento non raccontare storie bibliche? Ce n’è una per ogni situazione. Ma si può raccontare anche in vacanza, durante una gita, camminando insieme. Del resto l’elaborazione del racconto apre a un cammino interiore e la Bibbia è densa di personaggi che raccontano e camminano. Gesù è un grande camminatore e un grande narratore. Spero davvero che il Sinodo sulla famiglia proponga strade e offra consigli a questo riguardo: questa è la chiesa domestica».

 

pubblicato su Avvenire del 5 dicembre 2014

A. Lonardo. Recensione a “La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa” di P.Gulisano e B.O’Neill. La festa cristiana dei santi: opposizione o continuità?

31 ottobre 2014

Differenza santi beati canonizzazione beatificazione

Il nome Halloween è indiscutibilmente termine di origine cristiana; è parola composta da hallow, ‘santificare’, ed eve, abbreviazione di evening, ‘sera’. Halloween, insomma, deriva da All Hallow’s Eve e vuol dire semplicemente ‘Sera della festa dei Santi’, ‘Vigilia della festa dei santi’.
La chiesa cattolica fa memoria, infatti, l’1 novembre di tutti i santi e la sera del 31 ottobre è appunto la vigilia della festa.
Ma l’1 novembre era il giorno della festa celtica di Samhain ed alcune delle tradizioni dell’odierna Halloween vi rimandano.
Cosa è avvenuto? Perché questa coincidenza? Halloween è una festa pagana o cristiana? Siamo dinanzi ad una espropriazione cristiana o ad un camuffamento sincretista di riti magici? Cosa è bene fare in campo educativo? Incoraggiare o opporsi alla celebrazione di Halloween?

P.Gulisano e B.O’Neill tracciano con il loro libretto La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa (Ancora, Milano, 2006, pp.96, euro 7.00) la traiettoria storica che permette di rispondere a queste domande.

Il passaggio da Samahin ad Halloween manifesta un atteggiamento tipico del cristianesimo che non disprezza mai quanto gli preesiste storicamente, ma ne sa cogliere il valore per riproporlo alla luce della pienezza di vita che proviene dal vangelo[1]. I due Autori invitano così a raccontare alle nuove generazioni come avvenne che questa antica festa divenne cristiana[2]:
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Papa Francesco. Udienza ai partecipanti all’incontro mondiale dei Direttori di “Scholas occurrentes”

4 settembre 2014

 

E’ stata presentata in Vaticano una piattaforma digitale per collegare le scuole di tutto il mondo, per connettere istituzioni educative e promuovere l’incontro e la pace.

 

https://www.youtube.com/watch?v=NrCcdxd8fo8

 

 

Alle ore 16.30 di oggi, nell’Aula del Sinodo, il Santo Padre Francesco incontrerà i partecipanti al III Congresso di “Scholas occurrentes” (Vaticano, 1-4 settembre 2014), la «Rete mondiale delle scuole per l’incontro», che riunisce realtà educative di culture e religioni diverse ed è nata su impulso proprio di Papa Francesco.

 

INTERVENTO IN LINGUA SPAGNOLA DI PAPA FRANCESCO

https://www.youtube.com/watch?v=lal12wXkao8

Nel corso dell’Udienza il Santo Padre rivolgerà ai presenti un breve discorso in lingua spagnola ed è previsto un collegamento in Videoconferenza via Internet con studenti aderenti alla rete di Scholas nei 5 continenti (Salvador, Sud Africa, Turchia europea, Israele, Australia).

L’idea giunge da una iniziativa di Bergoglio, che come arcivescovo di Buenos Aires, stava già facendo un tentativo di creare una rete di scuole che basate sulla tecnologia, lo sport e l’arte.

Le due parole chiave dell’iniziativa sono incontro e pace perchè ” lo sport, l’arte e specialmente la tecnologia devono aiutare la cultura dell’incontro e in queste occasioni anziché farsi la guerra devono crescere come fratelli, senza perdere le proprie identità”.

 

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DISCURSO DEL SANTO PADRE FRANCISCO
A LOS PARTICIPANTES EN EL ENCUENTRO MUNDIAL
DE LOS DIRECTORES DE “SCHOLAS OCCURRENTES”

Aula del Sínodo
Jueves 4 de septiembre de 2014

 

Estoy como aquel que le dijeron: “Diga algo”. Y entonces dice: “Bueno, voy a improvisar”. Y saca lo que tenía hecho.

Son los puntos que más o menos quería decirles, a los cuales incorporo los que he visto aquí.

Primero de todo, muchas gracias. La presencia aquí es algo raro. Yo le decía al Presidente de la Academia Pontificia, Mons. Sánchez Sorondo, que se estaba haciendo movimiento. Es algo raro por el movimiento, por el trabajo, por la intensidad, por la gente que va y que viene, por la creatividad del protocolo… en el marco de estas III Jornadas de la Red Mundial de Escuelas para el Encuentro. Entonces, la idea es el encuentro. Esta cultura del encuentro que es el desafío. Hoy ya nadie duda que el mundo está en guerra. Y nadie duda, por supuesto, que el mundo está en desencuentro. Y hay que proponer una cultura del encuentro de alguna manera. Una cultura de la integración, del encuentro, de los puentes, ¿no es cierto? Y este trabajo, lo están haciendo ustedes. Yo le agradezco a la Pontificia Academia de las Ciencias, a Mons. Marcelo Sánchez Sorondo, que haya facilitado todo esto. Se ha movido mucha gente. Yo sé que estos dos cuando se juntan son un peligro. Mueven mucho. Pero recuerdo ese refrán africano: “Para educar a un hijo hace falta una aldea”. Para educar a una persona, hace falta todo esto. (more…)

Convegno Pastorale diocesano di Roma. Interventi del card. Vallini, di don Palmieri e di due catechisti

17 giugno 2014

Santo Padre,
il calore e l’entusiasmo con cui questa assemblea diocesana La accoglie dicono la gioia e l’affetto verso la sua Persona, nostro Vescovo, che consideriamo un dono di Dio alla, Chiesa del nostro tempo. La ringraziamo per questo incontro che costituisce una tappa importante nel cammino pastorale della Chiesa di Roma.
Siamo qui, Santo Padre, i Vescovi suoi collaboratori, i parroci, i vicari parrocchiali, i diaconi permanenti, i membri dei consigli pastorali parrocchiali, i catechisti, gli animatori della carità, degli oratori, delle cappellanie universitarie, tutti impegnati nella trasmissione della fede attraverso gli itinerari di iniziazione cristiana.

Ci siamo preparati a questo convegno pastorale studiando e cercando di fare nostro lo spirito e la passione per il Signore Gesù che anima l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium e gli orientamenti in essa contenuti, che abbiamo accolto come una vera luce sul nostro cammino di Chiesa “per avanzare – come Ella scrive – nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose
come stanno” (n.25), e convinti – sono ancora Sue parole – che “quando la Chiesa chiama all’impegno evangelizzatore, non fa altro che indicare ai cristiani il vero dinamismo della realizzazione personale” (n. 10).

Santo Padre,

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Un popolo che genera i suoi figli. Convegno diocesano di Roma. Videoregistrazione. Strumento di lavoro. Discorso del Papa

16 giugno 2014

 

REGISTRAZIONE DELL’INCONTRO

 

 

 

http://www.vicariatusurbis.org/SITO/STRUMENTO%20DI%20LAVORO.pdf

 

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO DIOCESANO DI ROMA DEDICATO AL TEMA:
UN POPOLO CHE GENERA I SUOI FIGLI, COMUNITÀ E FAMIGLIE
NELLE GRANDI TAPPE DELL’INIZIAZIONE CRISTIANA”

Lunedì, 16 giugno 2014

Video

Prima di tutto, buonasera a tutti!

Sono contento di essere tra voi.

Ringrazio il Cardinale Vicario per le parole  di affetto e di fiducia che mi ha rivolto a nome di tutti voi. Grazie anche a Don Giampiero Palmieri e ai due catechisti Ada e Pierpaolo, che hanno illustrato la situazione. Io ho detto loro: “Avete detto tutto voi! Io do la benedizione e me ne vado”. Sono bravi.

Vorrei dire una cosa, senza dubbio: mi è piaciuto tanto che tu, don Giampiero, abbia menzionato l’Evangelii nuntiandi. Anche oggi è il documento pastorale più importante, che non è stato superato, del post-Concilio. Dobbiamo andare sempre lì. E’ un cantiere di ispirazione quell’Esortazione Apostolica. E l’ha fatta il grande Paolo VI, di suo pugno. Perché dopo quel Sinodo non si mettevano d’accordo se fare una Esortazione, se non farla…; e alla fine il relatore – era san Giovanni Paolo II – ha preso tutti i fogli e li ha consegnati al Papa, come dicendo: “Arrangiati tu, fratello!”. Paolo VI ha letto tutto e, con quella pazienza che aveva, cominciò a scrivere. E’ proprio, per me, il testamento pastorale del grande Paolo VI. E non è stata superata. E’ un cantiere di cose per la pastorale. Grazie per averla menzionata, e che sia sempre un riferimento!

In questo anno, visitando alcune parrocchie, ho avuto modo di incontrare tante persone, che spesso fugacemente ma con grande fiducia mi hanno espresso le loro speranze, le loro attese, insieme alle loro pene e ai loro problemi. Anche nelle tante lettere che ricevo ogni giorno leggo di uomini e donne che si sentono disorientati, perché la vita è spesso faticosa e non si riesce a trovarne il senso e il valore. E’ troppo accelerata!  Immagino quanto sia convulsa la giornata di un papà o di una mamma, che si alzano presto, accompagnano i figli a scuola, poi vanno a lavorare, spesso in luoghi dove sono presenti tensioni e conflitti, anche in luoghi lontani. Prima di venire qui, sono andato in cucina a prendere un caffè, c’era il cuoco e gli ho detto: “Tu per andare a casa tua di quanto tempo hai bisogno?”; “Di un’ora e mezza…”. Un’ora e mezza! E torna a casa, ci sono i figli, la moglie…. E devono attraversare Roma nel traffico. Spesso capita a tutti noi di sentirci soli così. Di sentirci addosso un peso che ci schiaccia, e ci domandiamo: ma questa è vita? Sorge nel nostro cuore la domanda: come facciamo perché i nostri figli, i nostri ragazzi, possano dare un senso alla loro vita? Perché anche loro avvertono che questo nostro modo di vivere a volte è disumano, e non sanno quale direzione prendere affinché la vita sia bella, e la mattina siano contenti di alzarsi.

Quando io confesso i giovani sposi e mi parlano dei figli, faccio sempre una domanda: “E tu hai tempo per giocare con i tuoi figli?”. E tante volte sento dal papà: “Ma, Padre, io quando vado a lavorare alla mattina, loro dormono, e quanto torno, alla sera, sono a letto, dormono”. Questa non è vita! E’ una croce difficile. Non è  umano. Quando ero Arcivescovo nell’altra diocesi avevo modo di parlare più frequentemente di oggi con i ragazzi e i giovani e mi ero reso conto che soffrivano di orfandad, cioè di orfanezza. I nostri bambini, i nostri ragazzi soffrono di orfanezza! Credo che lo stesso avvenga a Roma. I giovani sono orfani di una strada sicura da percorrere, di un maestro di cui fidarsi, di ideali che riscaldino il cuore, di speranze che sostengano la fatica del vivere quotidiano. Sono orfani, ma conservano vivo nel loro cuore il desiderio di tutto ciò! Questa è la società degli orfani. Pensiamo a questo, è importante. Orfani, senza memoria di famiglia: perché, per esempio, i nonni sono allontanati, in casa di riposo, non hanno quella presenza, quella memoria di famiglia; orfani, senza affetto d’oggi, o un affetto troppo di fretta: papà è stanco, mamma è stanca, vanno a dormire… E loro rimangono orfani. Orfani di gratuità: quello che dicevo prima, quella gratuità del papà e della mamma che sanno perdere il tempo per giocare con i figli. Abbiamo bisogno di senso di gratuità: nelle famiglie, nelle parrocchie, nella società tutta. E quando pensiamo che il Signore si è rivelato a noi nella gratuità, cioè come Grazia, la cosa è molto più importante. Quel bisogno di gratuità umana, che è come aprire il cuore alla grazia di Dio. Tutto è gratis: Lui viene e ci dà la sua grazia. Ma se noi non abbiamo il senso della gratuità nella famiglia, nella scuola, nella parrocchia ci sarà molto difficile capire cosa è la grazia di Dio, quella grazia che non si vende, che non si compra, che è un regalo, un dono di Dio: è Dio stesso. E per questo sono orfani di gratuità.

Gesù ci ha fatto una grande promessa: «Non vi lascerò orfani» (Gv 14,18), perché Lui è la via da percorrere, il maestro da ascoltare, la speranza che non delude. Come non sentire ardere il cuore e dire a tutti, in particolare ai giovani: “Non sei orfano! Gesù Cristo ci ha rivelato che Dio è Padre e vuole aiutarti, perché ti ama”. Ecco il senso profondo dell’iniziazione cristiana: generare alla fede vuol dire annunziare che non siamo orfani. Perché anche la società rinnega i suoi figli! Per esempio a quasi un 40% dei giovani italiani non dà lavoro. Cosa significa? “Tu non mi importi! Tu sei materiale di scarto. Mi spiace, ma la vita è così”. Anche la società rende orfani i giovani. Pensate cosa significa che 75 milioni di giovani in questa civiltà Europea, giovani dai 25 anni in giù, non abbiano lavoro… Questa civiltà li lascia orfani. Noi siamo un popolo che vuole far crescere i suoi figli con questa certezza di avere un padre, di avere una famiglia, di avere una madre. La nostra società tecnologica — lo diceva già Paolo VI — moltiplica all’infinito le occasioni di piacere, di distrazione, di curiosità, ma non è capace di portare l’uomo alla vera gioia. Tante comodità, tante cose belle, ma la gioia dov’è? Per amare la vita non abbiamo bisogno di riempirla di cose, che poi diventano idoli; abbiamo bisogno che Gesù ci guardi. È il suo sguardo che ci dice: è bello che tu viva, la tua vita non è inutile, perché a te è affidato un grande compito. Questa è la vera sapienza: uno sguardo nuovo sulla vita che nasce dall’incontro di Gesù.

Il Cardinale Vallini ha parlato di questo cammino di conversione pastorale missionaria. E’ un cammino che si fa e si deve fare e noi abbiamo la grazia ancora di poterlo fare. Conversione non è facile, perché è cambiare la vita, cambiare metodo, cambiare tante cose, anche cambiare l’anima. Ma questo cammino di conversione ci darà l’identità di un popolo che sa generare i figli, non un popolo sterile! Se noi come Chiesa non sappiamo generare figli, qualcosa non funziona! La sfida grande della Chiesa oggi è diventare madre: madre! Non una Ong ben organizzata, con tanti piani pastorali… Ne abbiamo bisogno, certo… Ma quello non è l’essenziale, quello è un aiuto. A che cosa? Alla maternità della Chiesa. Se la Chiesa non è madre, è brutto dire che diventa una zitella, ma diventa una zitella! E’ così: non è feconda. Non solo fa figli la Chiesa, la sua identità è fare figli, cioè evangelizzare, come dicePaolo VI nell’Evangelii nuntiandiL’identità della Chiesa è questa: evangelizzare, cioè fare figli. Penso a nostra madre Sara, che era invecchiata senza figli; penso ad Elisabetta, la moglie di Zaccaria, invecchiata senza figli; penso a Noemi, un’altra donna invecchiata senza discendenza… E queste donne sterili hanno avuto figli, hanno avuto discendenza: il Signore è capace di farlo! Ma per questo la Chiesa deve fare qualcosa, deve cambiare, deve convertirsi per diventare madre. Deve essere feconda! La fecondità è la grazia che noi oggi dobbiamo chiedere allo Spirito Santo, perché possiamo andare avanti nella nostra conversione pastorale e missionaria. Non si tratta, non è questione di andare a cercare proseliti, no, no! Andare a suonare al citofono: “Lei vuol venire a questa associazione che si chiama Chiesa cattolica?…”. Bisogna fare la scheda, un socio di più… La Chiesa – ci ha detto Benedetto XVI – non cresce per proselitismo, cresce per attrazione, per attrazione materna, per questo offrire maternità; cresce per tenerezza, per la maternità, per la testimonianza che genera sempre più figli. E’ un po’ invecchiata la nostra Madre Chiesa… Non dobbiamo parlare della “nonna” Chiesa, ma è un po’ invecchiata…. Dobbiamo ringiovanirla! Dobbiamo ringiovanirla, ma non portandola dal medico che fa la cosmetica, no! Questo non è il vero ringiovanimento della Chiesa, questo non va. La Chiesa diventa più giovane quando è capace di generare più figli; diventa più giovane quanto più diventa madre. Questa è la nostra madre, la Chiesa; e il nostro amore di figli. Essere nella Chiesa è essere a casa, con mamma; a casa di mamma. Questa è la grandezza della rivelazione.

E’ un invecchiamento che… credo… – non so se Don Giampiero o il Cardinale – ha parlato di fuga dalla vita comunitaria, questo è vero: l’individualismo ci porta alla fuga dalla vita comunitaria, e questo fa invecchiare la Chiesa. Andiamo a visitare un’istituzione che non è più madre, ci dà una certa identità, come la squadra di calcio:  “Sono di questa squadra, sono tifoso della cattolica!”. E questo avviene quando c’è la fuga dalla vita comunitaria, la fuga dalla famiglia. Dobbiamo recuperare la memoria, la memoria della Chiesa che è popolo di Dio. A noi oggi manca il senso della storia. Abbiamo paura del tempo: niente tempo, niente percorsi, niente, niente! Tutto adesso! Siamo nel regno del presente, della situazione. Soltanto questo spazio, questo spazio, questo spazio, e niente tempo. Anche nella comunicazione: luci, il momento, telefonino, il messaggio… Il linguaggio più abbreviato, più ridotto. Tutto si fa di fretta, perché siamo schiavi della situazione. Recuperare la memoria nella pazienza di Dio, che non ha avuto fretta nella sua storia di salvezza, che ci ha accompagnato lungo la storia, che ha preferito la storia lunga per noi, di tanti anni, camminando con noi.

Nel presente – ne parlerò dopo, se ho tempo – una sola parola dirò: accoglienza. Ecco, l’accoglienza. E un’altra che avete detto voi: tenerezza. Una madre è tenera, sa accarezzare. Ma quando noi vediamo la povera gente che va alla parrocchia con questo, con quell’altro e non sa come muoversi in questo ambiente, perché non va spesso in parrocchia, e trova una segretaria che sgrida, che chiude la porta: “No, Lei per fare questo deve pagare questo, questo e questo! E deve fare questo e questo… Prenda questa carta e deve fare…”. Questa gente non si sente a casa di mamma! Forse si sente nell’amministrazione, ma non a casa della madre. E le segretarie, le nuove “ostiarie” della Chiesa! Ma segretaria parrocchiale vuol dire aprire la porta della casa della madre, non chiuderla! E si può chiudere la porta in tante maniere. A Buenos Aires era famosa una segretaria parrocchiale: tutti la chiamavano la “tarantola”… non dico di più! Saper aprire la porta nel presente: accoglienza e tenerezza.

Anche i preti, i parroci e i viceparroci hanno tanto lavoro e io capisco che a volte sono un po’ stanchi; ma un parroco che è troppo impaziente non fa bene! A volte io capisco, capisco… Una volta ho dovuto sentire una signora, umile, molto umile, che aveva lasciato la Chiesa da giovane; adesso era madre di famiglia, è tornata alla Chiesa, e dice: “Padre, io ho lasciato la Chiesa perché in parrocchia, da ragazzina – non so se andava alla Cresima, non sono sicuro… – è venuta una donna con un bambino e ha chiesto al parroco di fare il Battesimo… – questo tanto tempo fa e non qui a Roma, da un’altra parte -, e il parroco ha detto di sì, ma che doveva pagare… «Ma non ho i soldi!». «Vai a casa tua, prendi quello che hai, portamelo e io ti battezzo il figlio»”.  E quella donna mi parlava in presenza di Dio! Questo succede… Questo non significa accogliere, questo è chiudere la porta! Nel presente: tenerezza e accoglienza.

E per il futuro, speranza e pazienza. Dare testimonianza di speranza, andiamo avanti. E la famiglia? E’ pazienza. Quella che san Paolo ci dice: sopportarvi a vicenda, l’un l’altro. Sopportarci. E’ così.

Ma torniamo al testo. La gente che viene sa, per l’unzione dello Spirito Santo, che la Chiesa custodisce il tesoro dello sguardo di Gesù. E noi dobbiamo offrirlo a tutti. Quando arrivano in parrocchia – forse mi ripeto, perché ho fatto una strada diversa e mi sono allontanato dal testo -, quale atteggiamento dobbiamo avere? Dobbiamo accogliere sempre tutti con cuore grande, come in famiglia, chiedendo al Signore di farci capace di partecipare alle difficoltà e ai problemi che spesso i ragazzi e i giovani incontrano nella loro vita.

Dobbiamo avere il cuore di Gesù, il quale «vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore» (Mt 9,36). Vedendo le folle, ne sentì compassione. A me piace sognare una Chiesa che viva la compassione di Gesù. Compassione è “patire con”, sentire quello che sentono gli altri, accompagnare nei sentimenti. E’ la Chiesa madre, come una madre che carezza i suoi figli con la compassione. Una Chiesa che abbia un cuore senza confini, ma non solo il cuore: anche lo sguardo, la dolcezza dello sguardo di Gesù, che spesso è molto più eloquente di tante parole. Le persone si aspettano di trovare in noi lo sguardo di Gesù, a volte senza nemmeno saperlo, quello sguardo sereno, felice che entra nel cuore. Ma — come hanno detto i vostri rappresentanti – deve essere tutta la parrocchia ad essere una comunità accogliente, non solo i sacerdoti e i catechisti. Tutta la parrocchia! Accogliere…

Dobbiamo ripensare quanto le nostre parrocchie sono accoglienti, se gli orari delle attività favoriscono la partecipazione dei giovani, se siamo capaci di parlare i loro linguaggi, di cogliere anche negli altri ambienti (come ad esempio nello sport, nelle nuove tecnologie) le possibilità per annunciare il Vangelo. Diventiamo audaci nell’esplorare nuove modalità con cui le nostre comunità siano delle case dove la porta è sempre aperta. La porta aperta! Ma è importante che all’accoglienza segua una chiara proposta di fede; una proposta di fede tante volte non esplicita, ma con l’atteggiamento, con la testimonianza: in questa istituzione che si chiama Chiesa, in questa istituzione che si chiama parrocchia si respira un’aria di fede, perché si crede nel Signore Gesù.

Io chiederò a voi di studiare bene queste cose che ho detto: questa orfanezza, e studiare come far recuperare la memoria di famiglia; come fare affinché nelle parrocchie ci sia l’affetto, ci sia la gratuità, che la parrocchia non sia una istituzione legata solo alle situazioni del momento. No, che sia storica, che sia un cammino di conversione pastorale. Che nel presente sappia accogliere con tenerezza, e sappia mandare avanti i suoi figli con la speranza e la pazienza.

Io voglio tanto bene ai sacerdoti, perché fare il parroco non è facile. E’ più facile fare il vescovo che il parroco! Perché noi vescovi sempre abbiamo la possibilità di prendere le distanze, o nasconderci dietro il “Sua Eccellenza”, e quello ci difende! Ma fare il parroco, quando ti bussano alla porta: “Padre, questo, padre qua e padre là…”. Non è facile! Quando ti viene uno a dire i problemi della famiglia, o quel morto, o quando vengono a chiacchierare le cosiddette “ragazze della caritas” contro le cosiddette “ragazze delle catechesi”… Non è facile, fare il parroco!

Ma voglio dire una cosa, l’ho detta un’altra volta: la Chiesa italiana è tanto forte grazie ai parroci! Questi parroci che – adesso avranno un altro sistema – dormivano col telefono sopra il comodino e si alzavano a qualsiasi ora per andare a trovare un ammalato… Nessuno moriva senza i Sacramenti… Vicini! Parroci vicini! E poi? Hanno lasciato questa memoria di evangelizzazione…

Pensiamo alla Chiesa madre e diciamo alla nostra madre Chiesa quello che Elisabetta ha detto a Maria quando era diventata madre, in attesa del figlio: “Tu sei felice, perché hai creduto!”.

Vogliamo una Chiesa di fede, che creda che il Signore è capace di farla madre, di darle tanti figli. La nostra Santa Madre Chiesa. Grazie!