Archive for the ‘Gesù Cristo’ Category

Pensiero del giorno/Regina Mundi

22 settembre 2018

Gesù, vero Dio e vero uomo, non è semplicemente uno dei mediatori tra Dio e l’uomo, ma è “il mediatore” della nuova ed eterna alleanza (cfr Eb 8,6; 9,15; 12,24); «uno solo, infatti, è Dio – dice Paolo – e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2,5; cfr Gal 3,19-20). In Lui noi vediamo e incontriamo il Padre; in Lui possiamo invocare Dio con il nome di “Abbà, Padre”; in Lui ci viene donata la salvezza.
Benedetto XVI – Udienza generale 16 gennaio 2013

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Pensiero Notturno:Chi è Gesù per me !

16 settembre 2018

Per me Gesù è uno di noi, è un confidente, un amico che non ti abbandona mai, Lui c’è sempre per te ed è sempre disponibile.
Quando ti senti solo e non hai nessuno a cui rivolgerti, vai da Gesù, chi meglio di Lui conosce ciò che ti angoscia e ti tortura l’anima? Lui per primo ha sofferto per non lasciarti solo, Lui per primo ha portato la Sua e la nostra croce per salvarci e per dirci :- Coraggio io sono con te, non ti lascerò mai solo, ne mai mi dimenticherò di te ,io sono qui e aspetto che tu mi chiami per venirti incontro ad aiutarti e a consolarti, perché tu sei prezioso per me più dell’oro fino. Io ti conosco prima ancora che tu nascesti e già da allora Io ti ho amato e ti amerò per sempre, quindi non avere paura a venire da me io sono qui davanti al Tabernacolo che ti aspetto, donami il tuo cuore ed io ti donerò il Mio colmo del mio Amore per te!
In questi momenti dobbiamo ricordarci che non apparteniamo a noi stessi, perché siamo stati comprati a caro prezzo con il sangue dell’Agnello durante la sua Passione ; ma Gesù sulla croce non ci ricorda solo che è morto per noi, infatti attraverso di essa Lui ha sconfitto la morte, ci ha liberati dal pungiglione dei nostri peccati ed è tornato a noi vittorioso con la Sua risurrezione.
Se stiamo aggrappati a Lui e abbracciamo la nostra croce accanto alla Sua noi verremo non solo purificati dei nostri peccati , ma verremo perfezionati e limati dai nostri difetti, affinchè possiamo ritenerci degni di essere Figli di Dio e come tali di poter fare parte del Regno dei cieli.

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Preghiera del giorno: Esaltazione della Santa Croce/ L’ Amore della Croce

14 settembre 2018

 

Mi abbandono, o Dio, nelle tue mani. Gira e rigira quest’argilla, come creta nelle mani del vasaio. Dàlle una forma e poi spezzala, se vuoi. Domanda, ordina, cosa vuoi che io faccia? Innalzato, umiliato, perseguitato, incompreso, calunniato, sconsolato, sofferente, inutile a tutto, non mi resta che dire, sull’esempio di tua Madre: «Sia fatto di me secondo la tua Parola». Dammi 1′ amore per eccellenza, 1′ amore della Croce, ma non delle croci eroiche che potrebbero nutrire 1’amor proprio, ma di quelle croci volgari, che purtroppo porto con ripugnanza… di quelle che si incontrano ogni giorno nella contraddizione, nell’ insuccesso, nei falsi giudizi, nella freddezza, nel rifiuto e nel disprezzo degli altri, nel malessere e nei difetti del corpo, nelle tenebre della mente e nel silenzio e nell’aridità del cuore. Allora, solamente, Tu saprai che Ti amo, anche se non lo saprò io, ma questo mi basta. Amen.

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CROCIFISSO MIRACOLOSO venerato dell’Eremo del Deserto di Varazze

14 settembre 2018

Nel marzo del 1641, i pirati turchi, in una della loro scorribande, fecero prigioniero un cavaliere portoghese, di cui non si conosce il nome, proveniente dall’India, e lo condussero ad Algeri. Costui aveva acquistato a Goa, in India, un artistico crocifisso in avorio, pregevole opera scolpita da un valente artista convertito delle Indie Portoghesi, ed intendeva portarlo in patria. La cattura glielo impedì e l’immagine sacra cadde in mano ai maomettani, e fu esposta nelle piazze di Algeri, dove il Crocifisso subì nel suo simulacro un secondo martirio: fu oggetto di ingiurie, bestemmie e derisioni, e fu colpito con lance e pugnali, di cui sono ancora visibili i segni. Allora avvenne il miracolo, attestato dai documenti autentici dell’epoca, che impressionò profondamente gli animi degli islamici: alla presenza di centinaia di persone, comparvero sul crocifisso delle gocce di sangue che sgorgarono dal volto, dalle mani, dalla ferita del costato e dalle scalfitture prodotte dai pugnali. A tutte queste vicende aveva assistito padre Michelangelo di Gesù (Marchese) missionario carmelitano scalzo ligure, schiavo anch’egli ad Algeri, e religioso di virtù eroiche. Egli, sottoponendosi a durissimo lavoro, riuscì a raccogliere la somma necessaria per acquistare il crocifisso miracoloso.
Quando nel 1643 padre Michelangelo fu liberato portò con sé in Italia il crocifisso che offrì in dono al Preposito Generale dei Carmelitani scalzi, il genovese padre Paolo Simone Rivarola che lo destinò al Deserto di Varazze, dove giunse nel 1646 e dove venne religiosamente conservato.

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Liturgia dell’Esaltazione della Santa Croce

14 settembre 2018

14 SETTEMBRE
ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE
Festa

MISSALE ROMANUM VETUS ORDO

LETTURE: Nm 21, 4b-9; Sal 77; Fil 2, 6-11; Gv 3, 13-17

Gli Orientali oggi celebrano la Croce con una solennità paragonabile a quella della Pasqua. Costantino aveva fatto costruire a Gerusalemme una basilica sul Golgota e un’altra sul Sepolcro di Cristo Risorto. La dedicazione di queste basiliche avvenne il 13 settembre del 335. Il giorno seguente si richiamava il popolo al significato profondo delle due chiese, mostrando ciò che restava del legno della Croce del Salvatore. Da quest’uso ebbe origine la celebrazione del 14 settembre. A questo anniversario si aggiunse poi il ricordo della vittoria di Eraclio sui Persiani (628), ai quali l’imperatore strappò le reliquie della Croce, che furono solennemente riportate a Gerusalemme. Da allora la Chiesa celebra in questo giorno il trionfo della Croce che è segno e strumento della nostra salvezza. «Nell’albero della Croce tu (o Dio) hai stabilito la salvezza dell’uomo, perché donde sorgeva la morte di là risorgesse la vita, e chi dall’albero traeva vittoria, dall’albero venisse sconfitto, per Cristo nostro Signore» (prefazio).

L’uso liturgico che vuole la Croce presso l’altare quando si celebra la Messa, rappresenta un richiamo alla figura biblica del serpente di rame che Mosè innalzò nel deserto: guardandolo gli Ebrei, morsicati dai serpenti erano guariti. Giovanni nel racconto della Passione dovette aver presente il profondo simbolismo di questo avvenimento dell’Esodo (cf prima lettura), e la profezia di Zaccaria, quando scrive: «Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto » (Zc 12,10; Gv 19,37).

Il simbolo della croce ha sacralizzato per secoli ogni angolo della terra e ogni manifestazione sociale e privata. Oggi rischia di essere spazzato via o peggio strumentalizzato da una moda consumistica. Tuttavia rimane sempre un simbolo che fa volgere lo sguardo a tutti i «crocifissi» di sempre: i poveri, gli ammalati, i vecchi, gli sfruttati, i bambini subnormali, ecc. Essi sono i più degni di essere collocati nel «vivo» delle nostre messe. A noi, figli del «benessere», verrà la salvezza tramite loro, per i quali è sempre valida la parola del Vangelo: «Avevo fame… avevo sete… ero forestiero… ero nudo… ero malato…» (Mt 25).

La croce è gloria ed esaltazione di Cristo

Dai «Discorsi» di sant’Andrea di Creta, vescovo
(Disc. 10 sull’Esaltazione della santa croce; PG 97, 1018-1019. 1022-1023).
Noi celebriamo la festa della santa croce, per mezzo della quale sono state cacciate le tenebre ed è ritornata la luce. Celebriamo la festa della santa croce, e così, insieme al Crocifisso, veniamo innalzati e sublimati anche noi. Infatti ci distacchiamo dalla terra del peccato e saliamo verso le altezze. E’ tale e tanta la ricchezza della croce che chi la possiede ha un vero tesoro. E la chiamo giustamente così, perché di nome e di fatto è il più prezioso di tutti i beni. E’ in essa che risiede tutta la nostra salvezza. Essa è il mezzo e la via per il ritorno allo stato originale.
Se infatti non ci fosse la croce, non ci sarebbe nemmeno Cristo crocifisso. Se non ci fosse la croce, la Vita non sarebbe stata affissa al legno. Se poi la Vita non fosse stata inchiodata al legno, dal suo fianco non sarebbero sgorgate quelle sorgenti di immortalità, sangue e acqua, che purificano il mondo. La sentenza di condanna scritta per il nostro peccato non sarebbe stata lacerata, noi non avremmo avuto la libertà, non potremmo godere dell’albero della vita, il paradiso non sarebbe stato aperto per noi. Se non ci fosse la croce, la morte non sarebbe stata vinta, l’inferno non sarebbe stato spogliato.
E’ dunque la croce una risorsa veramente stupenda e impareggiabile, perché, per suo mezzo, abbiamo conseguito molti beni, tanto più numerosi quanto più grande ne è il merito, dovuto però in massima parte ai miracoli e alla passione del Cristo. E’ preziosa poi la croce perché è insieme patibolo e trofeo di Dio. Patibolo per la sua volontaria morte su di essa. Trofeo perché con essa fu vinto il diavolo e col diavolo fu sconfitta la morte. Inoltre la potenza dell’inferno venne fiaccata, e così la croce è diventata la salvezza comune di tutto l’universo.
La croce è gloria di Cristo, esaltazione di Cristo. La croce è il calice prezioso e inestimabile che raccoglie tutte le sofferenze di Cristo, è la sintesi completa della sua passione. Per convincerti che la croce è la gloria di Cristo, senti quello che egli dice: «Ora il figlio dell’uomo è stato glorificato e anche Dio è stato glorificato in lui, e lo glorificherà subito» (Gv 13, 31-32).
E di nuovo: «Glorificami, Padre, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17, 5). E ancor: «Padre glorifica il tuo nome. Venne dunque una voce dal cielo: L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò» (Gv 12, 28), per indicare quella glorificazione che fu conseguita allora sulla croce. Che poi la croce sia anche esaltazione di Cristo.

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IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE di LORENZO SCUPOLI “Non riceve la corona se non chi ha combattuto secondo le regole” (2Tm 2,5).

9 settembre 2018

CAPITOLO XX
Il modo di combattere contro la negligenza

Perché tu non cada nella misera schiavitù della negligenza, cosa che non solo impedirebbe il cammino della perfezione ma ti darebbe in mano ai nemici, devi fuggire ogni curiosità e attaccamento terreno e qualunque occupazione non conveniente al tuo stato. Poi ti devi sforzare per corrispondere presto a ogni buona ispirazione e a qualunque ordine dei tuoi superiori, facendo ogni cosa quando e come a loro piacerà. Non ritardare neppure per un brevissimo momento, perché quel solo primo indugietto porta appresso il secondo e questo il terzo e gli altri ai quali il senso si piega e cede più facilmente che ai primi, essendo già allettato e preso dal piacere che ne ha gustato: per cui o si incomincia l’azione troppo tardi o come noiosa alle volte la si lascia del tutto. E così a poco a poco si va facendo l’abitudine alla negligenza ed essa poi cresce talmente che, nel momento stesso in cui da quella siamo tenuti legati, ci proponiamo di voler essere un’altra volta molto solleciti e diligenti poiché ci accorgiamo, con rossore di noi stessi, d’essere stati fino a tal punto negligentissimi.
Questa negligenza scorre dappertutto e con il suo veleno non solo infetta la volontà facendole aborrire l’opera, ma acceca anche l’intelletto perché non veda quanto vani e mal fondati siano i proponimenti di eseguire per l’avvenire presto e diligentemente quello che, dovendosi effettuare allora, volontariamente si lascia del tutto oppure si rimanda ad altro tempo. Né basta eseguire presto l’opera dovuta, ma bisogna farla nel tempo proprio richiesto dalla qualità e dall’essere di quell’opera e con tutta quella diligenza ad essa conveniente, perché abbia ogni possibile perfezione. Infatti non è diligenza, ma finissima negligenza fare l’azione prima del tempo e sbrigarsela presto e senza farla bene, perché poi quietamente ci diamo al riposo accidioso, al quale era fisso il nostro pensiero mentre con rapidità si compiva l’azione. Tutto questo gran male avviene perché non si considera il valore della buona opera fatta a suo tempo e con l’animo risoluto ad andare incontro alla fatica e alla difficoltà, che il vizio della negligenza porta ai principianti.

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IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE di LORENZO SCUPOLI “Non riceve la corona se non chi ha combattuto secondo le regole” (2Tm 2,5).

8 settembre 2018

CAPITOLO XIX
Il modo di combattere contro il vizio della carne

Contro questo vizio devi combattere in un modo particolare e diverso dagli altri. Perciò, perché tu sappia combattere ordinatamente, devi osservare tre tempi: prima di essere tentati, quando siamo tentati e dopo che la tentazione è passata.
Prima della tentazione la battaglia sarà contro le cause che sogliono cagionare questa tentazione. Anzitutto devi combattere non affrontando il vizio, ma fuggendo con tutte le tue forze qualsiasi occasione e persona da cui te ne possa venire un minimo pericolo. E bisognando talora trattarci fallo molto presto con un volto modesto e grave, e le parole devono avere sapore di asprezza piuttosto che di amorevolezza e di eccessiva affabilità.
Non ti fidare del fatto che tu non senta né abbia in tanti e tanti anni di esperienza sentito stimoli carnali, perché questo maledetto vizio quello che non ha fatto in molti anni lo fa in un’ora e spesso ordisce le sue trame occultamente; e tanto più nuoce e ferisce incurabilmente, quanto più si mostra innocuo e meno dà sospetto di sé.
E molte volte vi è più da temere (come spesso l’esperienza ha mostrato e mostra tuttora) dove l’abitudine è protratta sotto pretesto di cose lecite, come di parentela o di debito ufficio oppure di virtù che sia nella persona amata: infatti con il troppo e imprudente praticare si va mescolando il velenoso diletto del senso che, stillando inavvertitamente a poco a poco e penetrando fino nell’essenza dell’anima, va offuscando sempre più la ragione in modo che si cominciano a stimare come niente le cose pericolose, gli sguardi amorevoli, le parole dolci dell’una e dell’altra parte e i gusti della conversazione; e così, passandosi dall’una all’altra parte, si viene poi a cadere in rovina o in qualche tentazione dolorosa e difficile da superare.
Di nuovo ti dico di fuggire, perché tu sei paglia; e non ti fidare del fatto che sei bagnata e ben piena d’acqua di buona e forte volontà, risoluta e pronta piuttosto alla morte che all’offesa divina: con la pratica frequente a poco a poco il fuoco con il suo calore, asciugando l’acqua della buona volontà, quando neppure vi si pensa le si attaccherà in modo che non porterà rispetto né a parentela né ad amici; non temerà Dio, non stimerà l’onore, né la vita, né tutte le pene dell’inferno. Perciò fuggi, fuggi se davvero non vuoi essere colta all’improvviso, presa e uccisa.

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IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE di LORENZO SCUPOLI “Non riceve la corona se non chi ha combattuto secondo le regole” (2Tm 2,5).

7 settembre 2018

CAPITOLO XVII
L’ordine da osservare nel combattere contro le nostre passioni viziose

E molto importante sapere l’ordine da osservare per combattere come si deve e non a caso e con superficialità, come fanno molti non senza loro danno. L’ordine con cui si deve combattere contro i nemici e le tue cattive inclinazioni è che tu, entrando nel tuo cuore i veda con diligente esame da qual sorta di pensieri e di affetti esso è circondato e da quale passione è più posseduto e tiranneggiato; e contro quella principalmente tu prenda le armi e ingaggi la battaglia. E se avviene che tu sia assalita da altri nemici, devi sempre combattere contro quello che attualmente e più da vicino ti fa guerra, ritornando però poi all’impresa principale.

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Il Volto Santo di Gesù

4 febbraio 2018

La devozione al Santo Volto

Ad un’anima privilegiata, Madre Maria Pierini De Micheli, morta in odore di santità, nel mese di Giugno 1938 mentre pregava davanti al Santissimo Sacramento, in un globo di luce si presentò la Santissima Vergine Maria, con un piccolo scapolare in mano ( lo scapolare fu poi sostituito dalla medaglia per ragioni di comodità, con l’approvazione ecclesiastica): esso era formato di due flanelline bianche, unite da un cordoncino: in una flanellina era impressa l’immagine del Santo Volto di Gesù, con questa dicitura intorno: “Illumina, Domine, vultum tuum super nos” (Signore, guardaci con misericordia) nell’altra era impressa un’ostia, circondata da raggi, con questa scritta intorno: “Mane nobiscum, Domine” (resta con noi, o Signore).

La Santissima Vergine si accostò alla Suora e le disse:

“Questo scapolare, o la medaglia che lo sostituisce, è un pegno d’amore e di misericordia, che Gesù vuole dare al mondo, in questi tempi di sensualità e di odio contro Dio e la Chiesa. …Si tendono reti diaboliche per strappare la fede dai cuori. …E’ necessario un rimedio divino. E questo rimedio è il Santo Volto di Gesù. Tutti coloro che indosseranno uno scapolare come questo, o una medaglia simile, e faranno, potendo, ogni martedì una visita al SS.Sacramento, in riparazione degli oltraggi, che ricevette il Santo Volto del mio Figlio Gesù, durante la sua passione e che riceve ogni giorno nel Sacramento Eucaristico:
1 – Saranno fortificati nella fede.
2 – Saranno pronti a difenderla.
3 – Avranno le grazie per superare le difficoltà spirituali interne ed esterne.
4 – Saranno aiutati nei pericoli dell’anima e del corpo.
5 – Avranno una morte serena sotto lo sguardo del mio Divin Figlio.

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GIOVANNI BLANLO L’INFANZIA SPIRITUALE CON MEDITAZIONI E PRATICHE PER ONORARE IL BAMBINO GESÙ Traduzione Italiana con note del Sac. Maurilio Andreoletti

10 gennaio 2018

PARTE PRIMA

Natura e stato dell’Infanzia Spirituale

CAPITOLO PRIMO

Necessità di diventar fanciulli

Una tale necessità ci è insegnata dal Vangelo, il quale ci assicura che, se non ci facciamo piccoli come fanciulli, non entreremo nel regno dei Cieli (Matth., 18, 3), Anzi Nostro Signore conferma questa verità col giuramento: «In verità, io vi dico che chiunque non riceverà il regno di Dio come un fanciullo, non vi entrerà giammai» (Luc 18, 17).
Però l’Infanzia di cui parliamo non è altro che il seguito del Battesimo; infatti, siccome alla nascita naturale segue l’infanzia naturale, così al Battesimo, che è la nascita soprannaturale, segue l’Infanzia Spirituale per la quale l’uomo battezzato, animato da un nuovo Spirito, incomincia a condurre una vita nuova, la quale ha qualche proporzione e somiglianza con l’infanzia naturale. Perciò S. Pietro, ai primi cristiani, dopo il loro Battesimo, rivolgeva queste parole che la Chiesa adopera nella prima domenica dopo Pasqua, nella quale i battezzati deponevano la veste bianca che avevano portato per otto giorni, domenica che perciò si chiama in Albis: Deponete ogni malizia e ogni frode, le finzioni e le insidie. Come bambini di fresco nati, bramate il latte spirituale, sincero, affinché per esso cresciate a salute (Petr. 2, 1-2).
Per salvarsi è dunque necessario, e di necessità di salute, divenire fanciulli: il Figlio di Dio, il quale è la Verità, ce lo ha detto con giuramento: Amen dico vobis. Lo crederà chi vorrà, lo intenderà chi potrà, ma è parola di Gesù Cristo.
E’ cosa talmente vera che il Figlio di Dio, benché sia la sapienza e la grandezza medesima, si fece egli medesimo piccolo bambino volle nascere nel seno di una vergine, ricevendone il latte e lasciandosi condurre da lei; volle insomma assoggettarsi a tutte le necessità dell’infanzia, per insegnarci che dobbiamo essere fanciulli, come volle essere egli medesimo per meritarci la grazia di questo stato col mistero della sua Infanzia. Per noi, dice il Profeta Isaia, si è fatto fanciullo (Is. 9, 6); bisogna dunque che un gran mistero sia nascosto sotto lo stato d’Infanzia, poiché la Scrittura così di frequente attribuisce al Figlio di Dio questa qualità di infante: Puer.
Questa scienza dell’Infanzia Spirituale in Gesù, è nascosta ai sapienti del mondo, perchè è la scienza dei piccoli e dà ad .essi il dono dell’intelligenza (Ps. 118, 130). Gesù Cristo, infatti, esultante di gioia nello Spirito Santo e adorando i giudizi di Dio suo Padre, protesta che i prudenti del secolo non intendono nulla di questa scienza, perché è per loro un mistero nascosto, il quale venne rivelato ai piccoli (Luc. 10, 21); non già che sia una scienza piccola, ma sembra piccola e disprezzabile ai belli spiriti che si stimano grandi, epperò viene chiamata la scienza dei piccoli: oppure si dice scienza dei piccoli perché rende gli uomini piccoli in sé e ai loro propri occhi, e fa che conoscano il proprio niente e la grandezza di Dio, il quale solo è grande.
Oh follia e accecamento degli uomini! Per non voler riconoscere le proprie piccolezze, non diventano mai veramente grandi; ostentano di essere savi, e sono pazzi; né mai diventano uomini, perché non vogliono essere fanciulli!
E’ questa la scienza dei Santi, la sapienza dei perfetti, la quale non fu conosciuta da nessuno tra i prìncipi del secolo (I Cor., 2, 8) e sembra pazzia e sciocchezza agli occhi carnali dell’umana prudenza.
E’ quel tesoro evangelico nascosto nel cuore del fedele; e questo tesoro, una volta che sia stato trovato, genera il disprezzo per quanto v’è nel mondo, e principalmente induce chi lo ha travato a disprezzare talmente se stesso che varrebbe essere schernito da tutti, mentre prima voleva essere onorato da tutti.

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GIOVANNI BLANLO L’INFANZIA SPIRITUALE,CON MEDITAZIONI E PRATICHE PER ONORARE IL BAMBINO GESÙ Traduzione Italiana con note del Sac. Maurilio Andreoletti

9 gennaio 2018

INTRODUZIONE

Il sulpiziano Giovanni Blanlo (1617-57), autore di questo trattato dell’Infanzia Spirituale, ebbe dal Signore il dono di un talento superiore e precoce: a ventidue anni era già professore rinomatissimo di filosofia in uno dei più celebri Collegi di Parigi; ma non si lasciava abbagliare dagli splendidi successi delle sue lezioni e conduceva una vita pia e mortificata, sotto la direzione del gran Servo di Dio Giovanni Olier, il quale lo accettò nella Società dei Preti addetti al Seminario e alla Parrocchia di S. Sulpizio, detti Signori (Messieurs) di S. Sulpizio, come anche oggi si chiamano;
Alla scuola di un tal maestro, Giovanni Blanlo si elevò in breve tempo alla pratica eroica di tutte le virtù cristiane. Docile alle istruzioni del suo santo direttore, era divotissimo della S. Infanzia di Gesù e in tal modo si portò all’eroismo nell’umiltà e nella mortificazione. Per umiltà si sforzò di tener nascosti i suoi talenti e non volle essere ordinato sacerdote; morì, infatti, non essendo che suddiacono. Per la sua austerità e per il suo spirito di orazione «non era inferiore ai celebri anacoreti della Tibaide» (1).
Per obbedienza e dietro preghiera di vari suoi discepoli che gli erano carissimi, scrisse questo opuscolo dell’Infanzia Spirituale; non volle tuttavia che fosse stampato, ma che rimanesse nascosto insieme ad altri suoi scritti di gran pregio; i suoi discepoli lo pubblicarono dopo la sua morte, e si può dire che questo libro è il vero codice dell’Infanzia Spirituale.
La morte di Giovanni Blanlo fu ammirabile e preziosa davanti al Signore. Il Servo di Dio Giovanni Olier, vicino a morire, disse a coloro che lo assistevano: «Chi desidera venire con me?» Blanlo, che era presente, rispose subito: «Io, Padre mio, vengo volentieri». Ebbene, gli rispose il Servo di Dio, preparati. E infatti, alla sera ai quello stesso giorno fu colpito da grave polmonite e prima ancora che si facessero i funerali del suo santo maestro, morì in odore di santità (2).
Crediamo bene riportare questo brano della prefazione della prima edizione: «Il lettore non disprezzi questo libro per la sua piccolezza, esso risponde alla piccolezza del Bambino Gesù e all’umiltà dell’Infanzia Spirituale… E’ piccolo, ma è prezioso; è breve, ma ci insegna in compendio una scienza sublime… L’Autore, nella sua profonda umiltà, lo tenne nascosto; ma la sua morte, che fu preziosa agli occhi di Dio, è e sarà preziosa anche davanti agli uomini, poiché ha scoperto loro questo piccolo libro, il quale era un tesoro nascosto. Non v’è nulla di più prezioso, di più semplice, di più solido, di più devoto; ma si sa anche che il pio Autore aveva ricevuto da Dio grazie e lumi affatto speciali… Questo piccolo trattato potrebbe chiamarsi la perla evangelica e il segreto della vera devozione… Tenerlo nascosto ci sarebbe sembrato una vera colpa, e speriamo con ragione che le anime divote della S. Infanzia del Verbo Incarnato, lo accoglieranno con gioia, lo leggeranno con amore c vi troveranno abbondanti consolazioni».

***

Giovanni Blanlo è il teologo che ha meglio spiegato l’Infanzia Spirituale, forse perché ne era più intimamente penetrato in tutta la sua vita; per altro, espone la dottrina del suo maestro e direttore spirituale Giovanni Olier, il quale a sua volta la teneva dal Padre de Condren suo maestro immediato e per il tramite di questi, dal celebre e santo Cardinale de Bérulle (1575­1629).
«La divozione di Gesù Infante, era già antica ai tempi del Bérulle (3), ma questi la ringiovanì, la trasformò e la fece sua; essa incomincia o ricomincia cori lui e negli ambienti più accessibili all’azione di questo grande uomo: l’Oratorio ed i monasteri del Carmelo; durante i primi sessant’anni del secolo XVII si propaga con un prodigioso successo in tutta la Francia; ma quanto più diventa popolare, tanto più sfugge alle direttive della Scuola Francese di spiritualità, riprendendo insensibilmente la sua figura primitiva» (4).
Infatti S. Agostino; S. Leone, S. Gerolamo e S. Paola, poi, S. Francesco, S. Alfonso de’ Liguori erano ferventi ed affettuosi divoti di Gesù Bambino.
Per intendere ciò che dice a Brémond nelle parole citate, è d’uopo ricordare che per quei maestri sommi che furono de Bérulle, de Condren e Olier, la divozione a Gesù Bambino non era affettuosa, né sentimentale, bensì austera, rigida ed aliena da tenerezza, nemmeno quando lo contemplavano unito con l’amabile Vergine Madre (5). Nell’Infanzia di Gesù consideravano sopratutto l’umiliazione e, come dicono loro, l’annientamento – «L’Infanzia, dice Bérulle, è lo stato più opposto alla sapienza…; lo stato più vile e più abbietto dopo quello della morte; il Verbo Divino lo ha scelto perché non ha potuto trovare altro stato più umile né più abbietto. Perciò il Verbo si è annientato due volte: la prima col farsi uomo, poi col farsi bambino». Per il Condren l’Infanzia è uno stato «vergognoso» (honteux) per il Verbo, il bambino essendo un composto di quattro bassezze o umiliazioni. In tal modo la divozione a Gesù Bambino, per loro è divozione che non parla se non di rinuncia e di morte a noi medesimi.
«Lo “spirito d’infanzia” poi, non lo proponevano come imitazione di Gesù Bambino, ma come adempimento del precetto di Cristo: Se non diverrete simili a questo fanciullo, non entrerete nel regno dei Cieli (Matt. 18, 3). Ciò che volevano diffondere non era una divozione speciale, ossia un complesso di pratiche in onore di Gesù Bambino, ma uno spirito, lo “spirito d’infanzia”. La prima, idea di questo “Spirito” veniva dal Bérulle, ma fu ripresa, approfondita e precisata dal Condren il quale la trasmise ai suoi discepoli: Amelote, Olier, Renty… E nel primo pensiero del Bérulle il fanciullo di cui dobbiamo riprodurre le disposizioni, non era Gesù medesimo, ma quel fanciullo galileo che il Divin Maestro proponeva come modello agli Apostoli; dimodochè quando pure non conoscessimo il Vangelo dell’Infanzia, dovremmo sempre averne lo spirito, atteso il precetto di Gesù» (6).
Ma a poco a poco, la rigidità dei primi maestri dell’Oratorio si mitigò e lo Spirito d’Infanzia divenne l’imitazione di Gesù Bambino, rivestendosi così di dolcezza e di soavità. Pertanto, questo opuscolo del Blanlo può dirsi un opuscolo di transizione, perché vi si trovano già accenni all’amabilità di Gesù Infante.

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Lectio Divina: Gesù e la nostra santificazione

12 dicembre 2017

“Io non conosco nulla di meglio per staccarci dal mondo di ciò che eleva; ne conosco nulla che tanti ci elevi come lo studio, la contemplazione e la scienza di Gesù.” Ed ancora “Siate Gesù: Gesù nell’orazione, Gesù nella conversazione, Gesù nella prova, Gesù per Iddio, Gesù per il prossimo, Gesù unicamente e sempre”.

Debbiamo pensare a Gesù come un vivente, attualmente vivente che è nel mondo, e che ci ha scelto nel mondo tra mille.

Ha le sue vedute su di noi. Egli conosce il Santo differente tra Tutti gli altri santi cui portiamo il germe, e che Egli creerà con il peggio e con il meglio di noi stessi, se non resistiamo al suo amore. Il dramma della nostra vita sta in questa resistenza che noi opponiamo al paziente lavorio di Gesù.

Sono convinto che sono uno scelto fra mille? Se è così, a che punto è il mio dramma?
Sento, con impegno sentito e sereno il germe del santo che è in me?
Perché dopo tante comunioni, tante promesse, sono incapace di diventare santo?
Senza sfiduciarci, rinnoviamo a Gesù la promessa di diventarlo.

Il Desurmont descrive con finezza il procedimento secondo il quale giunge alla santità un imitatore di Gesù. L’operazione dello Spirito Santo assecondata dalla buona volontà dell’individuo, forma, conserva, matura nell’anima il gusto celeste della rassomiglianza con Gesù.

Quando lo Spirito Santo ha stabilito di formare in un’anima questo istinto celeste, comincia con l’ispirarle un interesse vivo per la persona del Salvatore. Poco a poco senza conoscere le cause, l’anima sente attrattiva per tutto ciò che si riferisce a Lui; prova il bisogno di dargli piacere, di conversare con Lui, di unirsi a Lui, poiché è legge di natura che si sia felici e fieri di rassomigliare a colui che stimiamo e amiamo, presto l’anima concepisce il desiderio di imitare Gesù.

Insensibilmente arriva ad una specie di passione per Gesù: i suoi desideri, la sua gioia, la sua gloria, la soddisfazione di tutte le sue aspirazioni, il termine di tutti i suoi progetti, la luce di tutti i suoi passi sono in Gesù e in tutti i suoi esempi divini.

L’abate Chautard suggeriva spesso il quarto d’ora di santità: lo spazio di quindici minuti, lungo la giornata, in cui ci si propone di vivere da santi, con più tenacia del solito.
Farà bene anche a me; stabilirò, circa dieci muniti durante i quali agirò alla presenza di Gesù, in stretta dipendenza da Lui ascoltando, chiedendo, non negandogli nulla, ripetendo sovente l’esercizio.

Il P. Doyle sceglieva una giornata nel corso della quale si proponeva di essere più attento a non dire mai di no a Gesù.

Chi torna dalla comunione e subito si abbandona ai propri e soliti pensieri, o parla di cose inutili, o parla con asprezza ecc. costui non dimostra di essere stato vicino alla Persona di Gesù; di averlo visto confitto in Croce durante la Santa Messa; non si è stupito di averlo ricevuto nel cuore, forse anche nelle mani, non dà a vedere che sente quell’adorabile Persona presente in lui con l’umanità sacrosanta.

La sua comunione non è stata un incontro personale: ne resta molto ridotta l’efficacia santificante. Se noi avessimo la fede viva, la fede che hanno i Santi, come loro vedremmo Gesù. “Ci sono dei sacerdoti che lo vedono tutti i giorni nella Messa” (San Curato Dars).

Chi si è comunicato con Gesù deve vivere come parla, eseguire per primo ciò che chiede agli altri perché cosi appunto, ha fatto Gesù. Quale fortuna per le anime che vedono nel consacrato una vita conforme ai principi del Vangelo, una esatta imitazione di Gesù.

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Cristo Re, identikit della festa che chiude l’anno liturgico

26 novembre 2017

È la solennità che celebra la regalità di Cristo, Signore del tempo e della storia, inizio e fine di tutte le cose e al quale tutti gli uomini e le altre creature sono soggetti. Il colore liturgico è il bianco. Fu introdotta da papa Pio XI, con l’ enciclica “Quas primas” dell’ 11 dicembre 1925, a coronamento del Giubileo che si celebrava in quell’anno.

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Lectio Divina: Io Sono

24 ottobre 2017

«Io sono il pane della vita» (Gv 6,48)

II Concilio Vaticano II insegna che l’Eucaristia è «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (Lumen gentìum, n.11).

«È il cuore e il culmine della vita della Chiesa» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1407). È chiamata il Santissimo Sacramento, il «Sacramento dei sacramenti» in quanto si pone come il fine specifico di tutti gli altri (San Tommaso d’Aquino, La somma teologica. III, 65, 3) e perché in essa «è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua» (Presbyterorum ordinis, N. 5).

Giovanni Paolo II fin dagli inizi del suo pontificato ha costantemente ribadito la verità della centralità dell’Eucaristia nella vita della Chiesa: «Non possiamo, neanche per un attimo, dimenticare che l’Eucaristia è un bene peculiare di tutta la Chiesa. È il dono più grande che, nell’ordine della grazia e del Sacramento, il divino Sposo abbia offerto e offra incessantemente alla sua Sposa. E proprio perché si tratta di un tale dono, dobbiamo tutti, in spirito di profonda fede, lasciarci guidare dal senso di una responsabilità veramente cristiana. Un dono ci obbliga sempre più profondamente perché ci parla non tanto con la forza di uno stretto diritto, quanto con la forza dell’affidamento personale, e così – senza obblighi legali – esige fiducia e gratitudine. L’Eucaristia è proprio tale dono, è tale bene. Dobbiamo rimanere fedeli nei particolari a ciò che essa esprime in sé e a ciò che a noi chiede, cioè il rendimento di grazie» (Lettera Dominicae Cenae).

Ringraziare significa mostrarsi felici del dono ricevuto, accorgersi che è espressione di un amore particolare, riconoscerne la grandezza, la bellezza, la preziosità. Il ringraziamento sgorga tanto più vivido, pieno e sincero quanto più in profondità si comprendono i motivi che hanno ispirato il regalo.

Dono, accoglimento, gratitudine, ri-conoscenza, appello alla consapevolezza. Non è scontato penetrare negli abissi del mistero. Perché allora l’Eucaristia? Perché Cristo si offre a noi come cibo e bevanda? Perché ha ingiunto agli apostoli di “fare l’Eucaristia in memoria di Lui”? È proprio così importante ripetere i suoi gesti e le sue parole, celebrare il “memoriale” della sua vita, morte, risurrezione e intercessione presso il Padre?
Non bastava il semplice ricordo di Lui e di ciò che ha fatto?
Perché la Chiesa fin dagli albori è sempre rimasta fedele al comando del Signore Gesù? Gli Atti degli Apostoli testificano che i membri della primitiva comunità di Gerusalemme «erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere… Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità dì cuore» (At 2,42.46).

«Soprattutto “il primo giorno della settimana”, cioè la domenica, il giorno della Risurrezione di Gesù, i cristiani si riunivano “per spezzare il pane” (At 20, 7). Da quei tempi la celebrazione dell’Eucaristia si è perpetuata fino ai nostri giorni, così che oggi la ritroviamo ovunque nella Chiesa, con la stessa struttura fondamentale. Essa rimane il centro della vita della Chiesa» (Catechismo della Chiesa Cattolica, IL 1343).

Perché tutto questo? Perché il dono del pane dal cielo? Semplicemente perché possiamo vivere: vivere spiritualmente, vivere dentro, vivere in grazia, vivere in santità. Lasciamo la parola al santo cappuccino di Pietrelcina che nel periodo di soggiorno a Venafro si cibò solo di Eucaristia. Egli diceva: «Come potrei vivere senza accostarmi a ricevere Gesù per una sola mattina? Ho talmente fame e sete prima di riceverlo, che quasi vengo a mancare».

Ad una figlia spirituale scriveva: «La santa Eucaristia è il massimo dei miracoli; è il segno ultimo e più grande dell’amore di Gesù per noi ed egli tutto questo l’ha operato per darci una vita piena, abbondante, perfetta. Questo è ciò che ci va dando ogni giorno più ancora nella santa Comunione. Conserviamo perciò con maggior gelosia il prezioso deposito della vera fede in questo sacramento, riconosciamo con senso di gratitudine sempre maggiore l’immenso beneficio della bontà di Dio, amiamo con maggiore trasporto questo Dio d’amore, compiamo con maggiore diligenza tutte le opere sante per piacere a questo Dio fatto uomo, per goderne il frutto qui in terra ed ottenerne più ricca la ricompensa nei cieli» (Padre Pio, Dolcissimo Iddio, 41 lettere inedite alla diletta figlia spirituale, pp, 89-90).

Spesso ripeteva: «è più facile che il mondo si regga senza sole che senza la Messa» (N. Castello – A. Negrisolo, il beato Padre Pio, Miracolo eucaristico, p. 28). L’Eucaristia non sempre è aspettata, vivamente desiderata, ben preparata, ringraziata, ricordata, assimilata, vissuta. Perciò non fruttifica in noi che parzialmente. Convinciamoci dunque dell’assoluta necessarietà di Cristo, il Pane di vita, per vivere una vita cristiana generosa e convinta, per assurgere alla perfezione della carità.

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

8 ottobre 2017

PARTE TERZA
L’AMORE DEL VERBO INCARNATO PER 1 SUOI SACERDOTI

CAPITOLO VI
Amore di Cristo per i suoi sacerdoti oggi

Un così grande numero di doni d’amore non ha esaurito il cuore infinitamente amante di Cristo. All’aurora di questo ventesimo secolo è così ardente, così tenero nei confronti del sacerdozio come al tempo in cui personalmente formava i suoi sacerdoti e, dopo averli educati con la sua parola e con l’esempio, li inviava in missione. Dall’alto del trono della gloria, dal buio dei suoi tabernacoli solitari e troppo abbandonati, Cristo ha visto gli uomini, traviati da un soffio d’indipendenza, spezzare il giogo benefico della legge e uscire dalla retta via. Ha visto le onde del male avventarsi sulle anime. Ha visto l’idolatria della materia, il culto della ragione umana rimpiazzare nell’uomo la fede nell’Essere creatore, la coscienza del proprio nulla e la speranza nel suo destino immortale.

Ha visto l’egoismo freddo e i suoi calcoli indegni divorare, come un cancro, il cuore dell’uomo, creato per un amore infinito e per gli slanci del dono di sé. Ha visto lo scetticismo, la negazione di ogni azione soprannaturale, l’avidità dell’oro e gli avvilimenti dell’impurità agire come solventi potenti su tutte le società umane, e, spezzando ogni legame, disgregare e distruggere la famiglia, la fraternità sociale e l’omogeneità delle nazioni.

Ha visto il mondo vacillare sulle sue fondamenta e, mosso da una immensa pietà per quest’umanità riscattata dal suo sangue, per questa umanità ingrata che si distoglie da lui, si è chinato verso i suoi sacerdoti e ha detto loro: Venite a me, miei fedeli, miei prediletti; venite ad aiutarmi a riconquistare le anime! Ecco che, nuovamente, io vi mando per ammaestrare le nazioni: offrite loro la salvezza con la verità delle vostre parole e con la luce del vostro esempio.

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Pensiero del Giorno: Io Sono, la Via , la Verità e la Vita

28 settembre 2017

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Gesù è la Via,  perché è la porta che ti conduce al pascolo ed  è la strada per arrivare al Regno dei cieli;  è  Verità perché è Parola di Dio incarnata ; è Vita perché mediante il dono del Battesimo ci ha dato la Vita nella vita e attraverso l’Eucaristia ci fa dono della vita eterna.

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO , Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

25 settembre 2017

PARTE TERZA

L’AMORE DEL VERBO INCARNATO PER 1 SUOI SACERDOTI

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CAPITOLO V

Amore di Cristo per i suoi sacerdoti dopo l’ascensione

Appena formato nel seno di Maria, il cuore di Cristo aveva palpitato d’amore per il suo sacerdozio. Il figlio di Zaccaria era stato il primo ad avvertirne gli effetti e, come abbiamo visto, tutta la vita di Gesù è stata una lunga serie di testimonianze di questo amore. Nelle ultime ore della sua vita, fino alla sua morte, amò i suoi sacerdoti. Dopo la risurrezione, si dedica ad essi completamente, li ricolma della pienezza delle sue grazie e li uguaglia, per così dire, a se stesso.

Ma dopo che è salito al cielo? Nella beatitudine in cui regna, nella gloria eterna che gli apparteneva di diritto e che tuttavia ha voluto conquistare, il suo amore non è cambiato. Ciò che amava nella sua vita terrena, lo ama di un amore eterno, senza turbamenti e senza fine.

Così, vediamo Cristo, nel momento in cui abbandona la terra, lasciare ai suoi sacerdoti un altro segno della tua tenerezza. Mentre sale verso il cielo, dalle sue mani benedicenti cade sui discepoli un dono di grazia immenso, precursore di quei doni ancor più meravigliosi che presto lo Spirito comunicherà loro.

L’autore ispirato nota espressamente che dopo l’Ascensione gli apostoli lasciarono il monte degli Ulivi e rientrarono pieni di gioia in Gerusalemme.’ Avevano perso la presenza visibile, così consolante e fortificante, del Maestro. Si vedevano soli di fronte a un avvenire colmo di persecuzioni e sofferenze; senza forza, senza luce, in un’at

tesa colma di incertezza, con il peso di una missione schiacciante. Tristezza, inquietudine, scoraggiamento, dolore travagliavano il loro cuore, e tuttavia tornavano colmi di gioia.

Questa gioia, era il dono di Cristo al suo sacerdozio. Non era affatto una consolazione vana, un godimento terreno; ma una unzione santa, uscita dalla carità di Dio e passata dalle mani di Gesù fin nel più intimo del cuore degli apostoli. Era, se così ci si può esprimere, la gioia sacerdotale.

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PROMESSE di nostro Signore a coloro che onorano e venerano il Santo Crocifisso

14 settembre 2017

Il Signore nel 1960 avrebbe fatto queste promesse ad una sua umile serva:

 

1) Quelli che espongono il Crocifisso nelle loro case o posti di lavoro e lo decorano con fiori, raccoglieranno molte benedizioni e ricco frutto nel loro lavoro e nelle loro iniziative, insieme ad un immediato aiuto e conforto nei loro problemi e sofferenze.

 

2) Coloro i quali guardano al Crocifisso anche soltanto pochi minuti, quando saranno tentati o sono nella battaglia e nello sforzo, soprattutto quando saranno tentati dalla collera, padroneggeranno subito se stessi, la tentazione e il peccato.

 

3) Quelli che mediteranno ogni giorno, per 15 minuti, sulla Mia Agonia sulla Croce, sosteranno di sicuro le loro sofferenze e i loro fastidi, prima con pazienza più tardi con gioia.

 

4) Quelli che molto spesso meditano sulle Mie ferite sulla Croce, con profondo dolore per i loro peccati e le loro colpe, acquisteranno presto un profondo odio al peccato.

 

5) Coloro i quali spesso e almeno due volte al giorno offriranno al Padre celeste le mie tre ore di Agonia sulla Croce per tutte le negligenze, le indifferenze e le mancanze nel seguire le buone ispirazioni ne abbrevieranno la punizione o ne saranno completamente risparmiati.

 

6) Quelli che volentieri recitano giornalmente il Rosario delle Sante Piaghe, con devozione e grande fiducia mentre meditano sulla Mia Agonia sulla Croce, otterranno la grazia di adempiere bene i loro doveri e con il loro esempio indurranno gli altri a fare altrettanto.

 

7) Coloro i quali ispireranno ad altri ad onorare il Crocifisso, il Mio preziosissimo Sangue e le Mie Piaghe e che inoltre faranno conoscere il Mio Rosario delle S. Piaghe otterranno presto risposta a tutte le loro preghiere.

 

8) Coloro i quali fanno la Via Crucis giornalmente per un certo periodo di tempo e la offrono per la conversione dei peccatori possono salvare un’intera Parrocchia.

 

9) Coloro i quali per 3 volte consecutive (non nello stesso giorno) visitano un immagine di Me Crocifisso, la onorano e offrono al Padre Celeste la Mia Agonia e Morte, il Mio preziosissimo Sangue e le Mie Piaghe per i loro peccati avranno una bella morte e moriranno senza agonia e paura.

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Miracolo eucaristico di Sokólka: l’ostia è tessuto cardiaco di una persona in agonia!

14 settembre 2017

Le analisi di laboratorio confermano che la struttura della fibra del muscolo cardiaco e quella del pane erano legate in un modo impossibile per ingerenza umana

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

10 settembre 2017

PARTE TERZA

L’AMORE DEL VERBO INCARNATO PER 1 SUOI SACERDOTI

CAPITOLO II

Amore di Cristo per i suoi sacerdoti durante la vita nascosta e la vita pubblica

Gesù ha amato i suoi sacerdoti fin dall’aurora della sua vita, da quell’istante in cui i primi lineamenti della sua umanità sono stati formati in Maria. E come un recipiente si impregna e conserva a lungo il profumo del primo liquore di cui è stato riempito, così il cuore di Cristo era stato, fin dall’inizio, colmato di amore per i suoi preti, essendone compenetrato più profondamente che da qualsiasi altro amore. In tutta la sua vita ha lasciato trasparire questa predilezione per il suo sacerdozio. Dei lunghi anni della sua vita nascosta a Nazareth ci è giunto soltanto un frammento. Salito a Gerusalemme per la festa, all’età di dodici anni, Gesù rimane, all’insaputa di Maria e Giuseppe, in città e viene ritrovato dopo tre lunghi giorni di ricerche. è rimasto al Tempio. Viene ritrovato là, non in adorazione davanti all’Arca, non accanto all’altare dei sacrifici, ma con i dottori e i sacerdoti, mentre li ascolta e li interroga? Più tardi, nella vita pubblica, questo rispetto per i sacerdoti rimane. Un giorno, guarisce un lebbroso: « Va’ dice , e fatti vedere dal sacerdote ». Rendigli omaggio, riconosci la sua autorità, fa’ ciò che vuole, sembra aggiungere. Obbligato, per illuminare il popolo, a sferzare i vizi e le degradazioni di questo sacerdozio giudaico, un tempo così grande e ora caduto così in basso, Cristo non dimentica di far notare la dignità sacerdotale, e di indicare i sacerdoti e i dottori dispensatori della verità e maestri degli uomini: « Sono seduti sulla cattedra di Mosè: fate quello che dicono, ma non fate quello che fanno ».

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

29 agosto 2017

PARTE SECONDA

LE VIRTU’ SACERDOTALI DEL CUORE DI CRISTO

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CAPITOLO IX

L’amore

La Bibbia ci dice che il Paradiso terrestre era stato ornato dal Creatore di ogni sorta di delizie. Dio si incontrava con l’uomo e si intratteneva con lui, e le bellezze della natura, in quest’aurora del mondo, erano lo scenario meraviglioso di questi incontri. Là, il cielo era sempre mite, la terra sempre feconda. L’albero della vita, crescendo al centro del giardino, dava i suoi frutti immortali; e quattro fiumi, nascendo da lui e scorrendo fuori del giardino portavano lontano la vita e la fertilità.

Il cuore di Cristo è simile a questo paradiso, dato come dimora ai primi rappresentanti della nostra umanità. è un giardino di delizie, spalancato da Dio di fronte a uomini con un desiderio insaziabile di luce, di verità e di amore.

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Miracolo Eucaristico in Portogallo a Santarem nel 1247

23 agosto 2017

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Preghiera per adorare l’Eucaristia

19 luglio 2017

Da recitare davanti al Santissimo: “Gesù mio, Ti amo con tutto il cuore…”

Signore mio Gesù Cristo,
che per l’amore che nutri per gli uomini
sei giorno e notte in questo Sacramento pieno di pietà e d’amore,
aspettando, chiamando e ricevendo quanti vengono a visitarti,
credo che Tu sia presente nel Santissimo Sacramento dell’Altare.

Ti adoro dall’abisso del mio nulla
e Ti rendo grazie per tutti i doni che mi hai fatto,
soprattutto per avermi dato in questo Sacramento
il Tuo Corpo, il Tuo Sangue, la Tua Anima e la Tua Divinità,
per avermi dato come avvocato la Tua Santissima Madre,
la Vergine Maria,
e per avermi chiamato a farti visita in questo momento.

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4 incredibili miracoli eucaristici al di là di ogni spiegazione scientifica

18 luglio 2017

Queste ostie miracolose continuano a sconcertare gli scettici

La Chiesa cattolica insegna un dogma chiamato “transustanziazione”, che il Catechismo spiega così: “Con la consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo del Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo Sangue” (CCC 1376).

Ciò significa che, mentre le apparenze di pane e di vino rimangono, la sostanza è completamente cambiata (grazie alla potenza di Dio) in corpo e sangue di Cristo. È un insegnamento basato sulla scrittura e sulla tradizione, e sin dai tempi degli apostoli rimane invariato nella sua essenza.

Tuttavia la Chiesa ha riconosciuto che, occasionalmente, Dio interviene in modo più visibile e può cambiare persino le apparenze del pane e del vino nel Suo corpo e nel sangue. Dio può anche conservare miracolosamente un’ostia consacrata per un lungo periodo di tempo, superiore al naturale tempo di conservazione del pane.

Leggi anche: I demoni tremano di fronte alla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia

Sebbene la Chiesa non basi il suo insegnamento su questi miracoli, ma sulla parola di Cristo, quando Dio sceglie di fare miracoli del genere solitamente moltissime persone sono portate a credere fermamente nella Presenza Eucaristica di Gesù Cristo.

Ecco quattro dei più incredibili miracoli eucaristici esaminati dai migliori scienziati di tutto il mondo, che alla fine hanno dovuto concludere che la scienza non è stata in grado di spiegare il fenomeno miracoloso.

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Preghiera del giorno. Nel Nome di Gesù

1 luglio 2017

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Io credo nel Nome di Gesù, io spero nel Nome di Gesù e nel Nome di Gesù io amo.

Gesù, nel tuo Nome domando perdono, nel tuo Nome ti chiedo la guarigione fisica e spirituale.

Prego in tuo nome Dio Padre Onnipotente, affinché mi protegga sotto le sue ali dai pericoli del demonio, del mondo e della carne.

Signore, io sono nulla senza di te, senza te io sono niente.

Ascolta la mia preghiera, scrutami nel profondo del mio cuore e non troverai malizia, ma l’anima di una donna che vuole esserti fedele in mezzo alle intemperie che ci propone la vita di ogni giorno,

Signore tu sai che io ho bisogno di te, senza te nulla mi è possibile, nemmeno sfuggire al pungiglione della morte, ma il mio credo mi impone a credere e a sperare e quindi ad amare nel tuo Nome, poiché nel tuo Nome tutto è possibile anche sconfiggere la morte.

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

26 giugno 2017

Parte prima

IL SACERDOTE, CREAZIONE DELL’AMORE INFINITO

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CAPITOLO IV

Gesù consola

Il dolore non è stato affatto creato per l’uomo; doveva essere l’eredità soltanto degli angeli ribelli e decaduti che, separandosi dall’Amore eterno con un atto libero e abusivo della loro volontà, si erano votati per sempre a un odio eterno.

Dopo il peccato dell’uomo, quando il progetto divino, realizzato dall’Amore Infinito per la felicità della sua creatura prediletta, fu sconvolto e distrutto, il dolore, infrangendo le sue dighe, si precipitò sull’umanità come un torrente in piena.

L’uomo cominciò allora a soffrire in ogni parte del suo essere. Soffrire nel corpo: il lavoro e le sue fatiche, le intemperie del clima, le molestie delle malattie, gli accidenti improvvisi si unirono per fargli sperimentare la sofferenza. La meravigliosa struttura del suo corpo, la raffinatezza dei suoi organi, la perfezione dei suoi sensi, che dovevano servire a moltiplicare le sue gioie, contribuirono soltanto più, dopo il peccato, a moltiplicare i suoi tormenti. Nessuna delle sue membra, neppure una fibra della sua persona può essere, presto o tardi, risparmiata dal dolore.

Soffri nel suo cuore. Questo strumento armonioso dell’amore, che non doveva risuonare se non sotto il tocco delicato della mano di Dio, si trovò ad essere tormentato dalle mani inesperte delle creature. Le sue corde fragili e melodiose si spezzarono l’una dopo l’altra sotto i colpi dell’ingratitudine, dell’odio, dell’abbandono per gli strappi causati dalla morte, per le tristi infedeltà e le disillusioni amare.

Soffri nella sua anima. Creata a immagine di Dio, era stata dotata di possibilità meravigliose, il cui esercizio pieno e perfetto doveva offrire gioie sublimi. Ma il peccato, gettandovi le sue ombre, paralizzando i suoi slanci, vi fece entrare il dolore. L’intelligenza dell’uomo soffrì la sua impotenza a conoscere, a penetrare i misteri appena intravisti. La sua memoria soffrì il ricordo dei dolori passati o delle gioie perdute. La sua volontà soffrì le proprie ribellioni, incertezze e instabilità. L’uomo soffrì nella sua immaginazione i timori per il futuro; soffrì infine in tutto il suo essere e in ogni tempo della sua vita.

Già nella culla, piangeva; lacrime senza dubbio incoscienti, ma reali. E vagiva con gemiti di pianto. La sua infanzia, la sua adolescenza, la sua maturità ebbero le loro preoccupazioni e i loro lutti. La sua vecchiaia ebbe la solitudine, le infermità e i rimpianti. Poi venne la morte, con l’agonia e l’angoscia e le ultime lacrime, versate già sull’orlo della tomba.

Attraverso i secoli, questo dolore umano salì come un grido disperato verso il cielo, chiamando un Consolatore, perché l’uomo, quando soffre, ha bisogno di essere consolato. è troppo debole per portare da solo il peso del dolore; ha bisogno di un aiuto, di un sostegno; ha bisogno di una mano per asciugare le sue lacrime e per fasciare le sue ferite; di un braccio per essere sorretto, di una voce che lo incoraggi e lo sollevi, di un cuore amico in cui possa rifugiarsi.

Dal seno dell’Amore Infinito un’eco rispose a questo appello, a questa supplica: l’incarnazione del Verbo. Gesù, l’Agnello di Dio, colmo di dolcezza e tenerezza, venne in mezzo alla nostra desolazione. Venne non solo per portare all’uomo ignorante la luce della verità e al peccatore il perdono delle colpe; all’uomo sofferente e solo portò il balsamo celeste della consolazione.

Nessuno meglio del Verbo incarnato poteva essere il consolatore. Abbraccia tutti i dolori e ha tanto amore da poterli alleviare. E’ Dio. Conosce, nella sua intelligenza infinita, ogni minima delicatezza delle sue creature, e sa bene i turbamenti che il peccato vi ha portato. Vede le lotte intime dell’uomo, i suoi dolori più segreti.

E’ Uomo. Ha sperimentato in se stesso tutte le sofferenze dell’umanità. Nella sua Passione, la sua carne, bagnata dal sangue dell’agonia, straziata dalla flagellazione, ferita dalle spine e dai chiodi, ha sofferto il martirio più doloroso. Il suo cuore così ricco di amore è stato spezzato da ingratitudini e gelosie, dall’odio e dall’abbandono. La sua anima ha conosciuto la tristezza e il terrore, torture indicibili e angosce mortali.

Conosce i nostri dolori. E questo illumina le sue parole: « Venite a me, voi tutti che soffrite e che siete oppressi, io vi consolerò ». Cristo chiama i sofferenti di questo mondo, gli addolorati, i disperati; tutti coloro che portano, nel corpo, nel cuore o nell’anima, una ferita sanguinante che deve essere guarita.

Sembra impossibile che possiamo essere consolati: le nostre sofferenze sono troppo numerose, i nostri dolori troppo profondi, fino a sembrare qualche volta senza rimedio. Cristo ci consola con il suo Cuore, in cui l’Amore Infinito si è stabilito, da cui si spandono su di noi le ondate della consolazione di Dio.

Durante la sua vita, abbiamo visto Gesù, tenero come una madre, chinarsi sull’umanità sofferente e versarvi il balsamo che allevia il dolore e guarisce la malattia. E dopo il suo ritorno trionfale nella gloria, quando non può più continuare la sua missione di consolatore in forma umana, non abbandona i suoi; invia lo Spirito Santo, lo Spirito di amore che procede dal Padre e dal Figlio. Cristo stesso consolerà gli uomini attraverso la conoscenza delle verità eterne, attraverso la consacrazione soprannaturale dell’Amore Infinito.

Ma questa azione di consolatore si manifesterà soprattutto attraverso la Chiesa, e nella Chiesa attraverso il prete. La Chiesa e il sacerdozio sono i grandi doni che Cristo consolatore ha fatto al suo popolo. La Chiesa, autenticamente madre, sempre pronta ad asciugare le lacrime; sempre pronta ad accogliere nelle sue braccia, a cullare sul suo cuore i figli che soffrono. Il sacerdote, rappresentante di Gesù, colmo della grazia dello Spirito Santo, che si china, come Gesù, su ogni dolore umano, e su ogni sofferenza versa la consolazione…

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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

23 giugno 2017

Parte prima

IL SACERDOTE, CREAZIONE DELL’AMORE INFINITO

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CAPITOLO III

Gesù perdona

Dio è Amore. La sua vita è l’amore: ogni suo movimento, sia nella profondità del suo intimo che fuori di sé, è un movimento d’amore. Se genera nel suo seno, è il Verbo, sublime parola d’amore che Dio dice a se stesso. Se la bellezza e la grandezza del suo Figlio increato lo rapiscono e provocano un movimento d’amore, e se il Figlio, allo stesso tempo, rapito d’amore per il Padre, ha un moto simile, ne procede lo Spirito Santo, sospiro d’amore esalato dal Padre e dal Figlio.

Tutto ciò che Dio crea fuori di sé è creazione di amore, perché crea soltanto per amore, e ogni suo moto verso le creature è un moto d’amore. Comandi; proibisca, punisca, perdoni, assecondi o riprenda, è sempre l’amore.

Ma questo amore ineffabile prende nomi diversi, secondo il suo agire: quando comanda, è potenza; quando asseconda, bontà; quando punisce, giustizia; quando perdona, misericordia. Così l’amore vive, agisce in Dio, e quale che sia la sua forma, è un unico amore, un’unica azione, un’unica forza. Dio, nella sua unità assoluta, immensa, profonda, senza limite, incommensurabile, eterna.

L’uomo è stato creato dall’amore, un amore fecondo, generoso, abbondante, che chiede solo di espandersi; amore di un Padre che vuole comunicare la sua vita; amore di artista che vuole generare capolavori. L’amore che asseconda colmò l’uomo innocente dei suoi doni. Dopo il peccato, l’amore che punisce, la giustizia, stava per colpire; ma l’amore che perdona, la misericordia, era pronto a fermare il braccio già alzato per colpire.

Il Verbo di Dio, generato dall’amore, che viveva nel seno dell’amore, l’Amore stesso, si offrì per pagare il debito del colpevole. Fu amore che perdona e, durante una lunga catena di secoli, questo amore misericordioso si innalzò come un baluardo nel seno stesso di Dio, per riparare l’uomo peccatore dai colpi della giustizia irritata.

Dopo che l’umanità ebbe per molto tempo sofferto e pianto, dopo aver più volte bussato con una lunga attesa alla pietà di Dio, e averla commossa, il Verbo discese sulla terra. Si rivestì della nostra carne. Prese su di sé le nostre debolezze e la nostra mortalità: fu il nostro Cristo, il nostro Gesù. Venne, Amore ineffabile, Misericordia incarnata, non solo per insegnare la verità, non solo. per illuminare con la luce di Dio l’intelligenza umana, ma soprattutto per portare sulla terra il perdono del Padre, lavare nel proprio sangue le iniquità del mondo, spezzare i legami che trattenevano l’anima dell’uomo prigioniero del peccato. Gesù era lui stesso il grande perdono di Dio, perdono sostanziale e vivo, perdono efficace e salvatore.

Non ci stupirà allora se diremo che l’inclinazione di Gesù fu la Misericordia, che il movimento soprannaturale, ma naturale per il suo cuore, fu sempre perdonare e assolvere.

Se noi seguiamo Cristo nei tre anni della sua vita pubblica; se noi camminiamo dietro di lui durante questo periodo così laborioso e fecondo del suo apostolato, lo vedremo senza sosta alla ricerca dei peccatori, continuamente impegnato a spezzare i legami di iniquità che avvolgono gli uomini. « Dio dirà Gesù non ha inviato il suo unico Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui »?

La missione di Cristo sarà compiuta in pienezza: sarà ardente nella ricerca delle anime, saprà abbassarsi fino alla miseria più profonda del peccatore, per sollevarlo, fino alla santità di Dio.

Gesù ama coloro che vuole perdonare, che assolve. E tuttavia i peccatori, di fronte a Dio, sono i nemici mortali. Innanzittuto sono ingrati: avevano ricevuto tutto da Dio e, disprezzando la sua generosità divina, hanno dimenticato la sua bontà e calpestato il suo cuore. Poi sono ribelli: obbligati dal loro essere creature alla dipendenza e alla docilità, hanno scosso da sé il giogo dell’autorità di Dio, così legittima e dolce, e si sono fatti da se stessi maestri. Infine sono traditori: era stato loro affidato il governo del mondo; dovevano custodire, per condurle a Dio, le creature inferiori e, tradendo la fiducia di Dio, hanno distolto le creature dal loro fine, costringendole quasi ad abbandonare il loro Maestro, loro Creatore, loro Signore.

E Gesù li ama, questi peccatori. E’ il suo amore per loro che l’ha fatto scendere dal cielo e venire sulla terra a faticare, soffrire e morire nel dolore e nell’ignominia.

Mentre cammina sulla terra che presto sarà arrossata dal suo sangue, guardate come frequenta volentieri i peccatori, come s’intrattiene con loro, come accoglie con gioia tutti quelli che si presentano a lui. è spesso in mezzo a loro e testimonia loro tale e tanta bontà che i farisei gelosi dicono ai suoi discepoli: « Perché il vostro Maestro mangia con pubblicani e peccatori? ». E prendono pretesto per negare la divinità della sua missione dalla sua bontà misericordiosa: « Se fosse davvero un profeta dicevano nella amarezza del loro cuore egoista e privo di compassione saprebbe che questa donna che lo tocca è una peccatrice », e non ne sopporterebbe il contatto. Erano ben lontani dal conoscere Gesù quelli che credevano che la miseria dovesse disgustarlo, e che il peccatore che piange fosse indegno della sua misericordia.

Un’espressione di Gesù, semplice e profonda, ci rivela, in poche parole, sia l’inclinazione tutta misericordiosa del suo cuore, sia la missione affidatagli dal Padre, di perdonare e di assolvere: « Sono venuto disse un giorno a cercare e a salvare ciò che era perduto ».

Difatti, non è venuto solo per accogliere quelli che andavano a lui, per perdonare chi era pentito: ma per andare incontro ai peccatori, per cercare dappertutto quelle anime accecate dal peccato, trattenute dalla vergogna o dominate dalla viltà.

Durante questi tre anni di apostolato non farà altro che cercare le anime: girerà senza sosta città e villaggi della Giudea e della Galilea; dirigerà la sua barca su tutte le rive del lago di Genezareth; si spingerà nel deserto; passerà per i territori pagani di Tiro e Sidone, seguirà le rive del Giordano e le coste del mare; andrà a mescolarsi, rischiando la vita, alle folle dei pellegrini per le feste di Gerusalemme, frequenterà il portico del tempio dove discutono i dottori, la piscina delle pecore dove i malati si affollano.

Niente lo scoraggerà nelle sue ricerche; nulla spegnerà il suo desiderio inesauribile di trovare uomini da salvare. L’ardente passione per la salvezza dell’uomo trasporta Gesù, raddoppia le sue forze, gli fa accettare fatiche innumerevoli, fino a condurlo al Pretorio e al Golgota.

Colui che Gesù ha scelto per continuare la sua vita sulla terra, questo privilegiato che una partecipazione all’unzione di Cristo Salvatore rende salvatore e liberatore delle anime, il sacerdote, deve avere nel suo cuore questa fiamma ardente, questo veemente desiderio, questa passione santa per la salvezza dei fratelli. Investito da Cristo del potere altissimo di perdonare e assolvere, non deve desiderare altro che di poter servirsene e, con ardore generoso, deve andare alla ricerca degli uomini con tutto lo slancio del suo cuore e, se necessario, anche con lunghi cammini o viaggi pericolosi.

Deve tentare tutto per salvare un’anima: dimenticarsi di se stesso, abbandonare vedute personali, cacciare lontano da sé ogni desiderio di riposo e ogni ricerca di soddisfazioni. Gesù non ha calcolato le sue forze e il suo tempo, li ha consumati interamente. Si è donato completamente, non ha sognato gioie troppo umane, una vita calma, la tranquillità assicurata. Non ha pensato di poter essere salvatore risparmiandosi, o di poter dare vita a molti senza gettare e perdere la propria.

Il prete di Cristo, erede dei suoi sentimenti, ha il cuore grande, l’anima ardente. Mietitore infaticabile nel raccogliere, per darli a Dio, molti covoni di uomini, vuole versare in abbondanza il perdono del Padre. Non gli importa se il sole brucia, se il sudore bagna il suo corpo stanco. Lo sa: quando sarà giunta la sera della sua vita, quando sarà finita l’ora del lavoro, troverà nell’amore di Cristo un refrigerio inesprimibile.

La Maddalena e Zaccheo

Nel suo cammino Gesù, sempre teso a perdonare e assolvere, incontrò tipi diversi di persone. Alcune, come Maddalena, venivano da lui di propria iniziativa.

La nausea del peccato si era un giorno impadronita della donna di Magdala. Una grazia interiore aveva spinto il suo cuore a tornare al bene; una parola di Gesù, udita quasi per caso, aveva vinto le sue ultime resistenze. Era venuta a prostrarsi ai piedi del Cristo. In mezzo alle lacrime aveva fatto la confessione umiliante dei suoi errori. Addolorata, ma anche piena di fiducia, era rimasta là, baciando i piedi di Gesù e attendendo quell’assoluzione che doveva liberarla dalle sue catene, quel perdono che l’avrebbe resa per sempre la felice conquista dell’Amore Infinito.

Cristo aveva riconosciuto in lei un’anima di elezione, uno di quei cuori ardenti che il piacere può affascinare per qualche istante, ma per i quali gli amori terreni sono troppo freddi, instabili e brevi. Questi cuori, attratti dall’Amore Infinito ma all’oscuro della via che vi conduce, si lasciano qualche volta ingannare dal miraggio degli affetti umani; scendono a poco a poco fino in fondo, ma non sanno rassegnarsi a rimanervi.

Maddalena era fatta così. La sorella di Marta e di Lazzaro, tradita dal suo cuore, aveva dimenticato le tradizioni sante del suo popolo e gli esempi dei suoi; era caduta nel peccato, gettando la sua famiglia nel dolore e nella vergogna. Ma la sua anima era troppo alta per sentirsi soddisfatta nel male; il suo cuore era troppo grande per accontentarsi dell’amore delle creature; doveva appartenere a Cristo, e Cristo la conquistò.

Una dolce emozione penetrò il cuore di Cristo quando vide davanti a sé questa donna, che era sì caduta ma che una sua sola parola avrebbe rialzato, rendendola bella con il perdono. Gesù vedeva in lei virtù ammirevoli: la fede, giacché di sua iniziativa veniva a chiedere perdono; la speranza, una fiducia senza limiti la trattenevano ai piedi di Gesù; l’amore l’aveva soggiogata e vinta. La parola di Gesù « Ti sono rimessi i tuoi peccati » è la risposta alle lacrime e alla fiducia amorosa di Maria.

In seguito Gesù non l’abbandona. Continua a formare la sua anima, le chiede a volte atti di eroismo. La conduce lentamente verso l’eterna beatitudine, da Magdala a Betania, da Betania al Calvario e di lì al cielo, passando per l’abnegazione del « Noli me tangere » e per le persecuzioni di Gerusalemme.

Gesù fa di questa peccatrice un miracolo di amore. Sarà la santa, l’amante, la prediletta del suo cuore e l’opera del suo perdono misericordioso.

Tra le persone che Cristo ha incontrato, altre, come Zaccheo, avevano peccato seguendo la strada larga e facile che traccia lo spirito del mondo. Il ricco pubblicano di Gerico, arrivato all’opulenza con mezzi più o meno onesti, gioiva dei piaceri della vita, senza fastidi e senza rimorsi. Una grazia segreta aveva però una volta messo in lui un vago desiderio di una vita migliore. Ma non era stato che un pensiero momentaneo, su cui l’urgenza degli affari, l’amministrazione delle sue ricchezze non gli avevano permesso di soffermarsi. La fama dei miracoli di Gesù era comunque arrivata fino a lui; improvvisamente viene a sapere che presto arriverà nella sua città. Una curiosità che lui pensa naturale e che non è altro che un tocco benefico della grazia lo spinge a desiderare di vederlo. Non ci tiene a parlargli. Gli sembra di non avere niente da dirgli, vuole solo vederlo, studiare quest’uomo straordinario il cui nome è sulla bocca di tutti, e che le folle acclamano.

Le critiche e il disprezzo dei Giudei non avevano affatto turbato Zaccheo nella sua vita lussuosa e comoda; e il rispetto umano non lo ostacola molto, quando vuole vedere Gesù. Sale su uno dei sicomori che crescono lungo la via principale di Gerico, e da lassù aspetta il passaggio del Maestro.

Mentre lo guarda avanzare lentamente, circondato dalla folla, sente all’improvviso lo sguardo di Gesù fissato su di lui. Quello sguardo profondo e dolce, luminoso, che penetra fino in fondo all’anima, lo scuote stranamente; ed ecco che si sente chiamare per nome: « Zaccheo, sbrigati a scendere, perché oggi vengo a pranzo a casa tua ». A casa sua! Non riusciva a convincersi di aver capito bene. Sconvolto fin nel profondo del cuore per questa delicatezza del Maestro, non poteva nemmeno rispondere. Corse a casa sua; diede ordini, fece preparare tutto: voleva che Gesù trovasse da lui un’ospitalità abbondante e magnifica.

Ben presto, il Figlio di Davide, il grande profeta di Israele, sempre seguito dalla folla, si presenta alla porta della sua sontuosa abitazione. Nell’animo di Zaccheo si succedono varie emozioni: una viva luce gli fa vedere l’ingiustizia della sua vita. La bontà di Gesù, che si è degnato di sceglierlo come ospite, malgrado il disprezzo generale di cui è oggetto da parte dei Gìudei, gli sembra così misericordiosa e dolce che il suo cuore ne è profondamente toccato. Vedendo il Cristo poveramente vestito, che vive di elemosina, che passa facendo del bene, diffondendo la luce e la pace, il viso sereno, lo sguardo colmo di misericordia e la mano sempre alzata per benedire, il ricco pubblicano capisce la vanità delle false ricchezze in cui fino allora ha riposto la propria felicità. Capisce di essere fatto per qualcosa di più grande, più utile, migliore.

In piedi di fronte a Gesù, che ha accolto come un re nella sua casa, con il cuore aperto, con la volontà interamente volta al bene, Zaccheo inizia a dire: « Ecco, io do la metà dei miei beni ai poveri, e se ho fatto torto a qualcuno in qualche cosa, gli renderò quattro volte tanto ».

Non dice che « darà »: dà, ha già deciso, e se ha commesso ingiustizie (è facile commetterne quando l’amore delle ricchezze domina il cuore), le ripara generosamente.

è grande la gioia di Gesù quando Zaccheo risponde così fedelmente alla sua grazia. Il suo sguardo misericordioso non si è posato invano su quell’uomo; i suoi approcci pieni d’amore questa volta non sono stati respinti. Vedendo l’opera sublime compiuta dalla sua misericordia, Gesù esclama: « Oggi la salvezza è veramente entrata in questa casa! ». E, tuffando di nuovo il suo sguardo limpido nelle profondità intime di quell’anima rigenerata dal suo amore, dice: « Quello è davvero un figlio di Abramo ».

Poi aggiunge, splendida sintesi della sua vita: « Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto ».

La Samaritana

Gesù non incontrava tutti i giorni sul suo cammino anime facili da conquistare. A volte doveva bussare per molto tempo alla porta degli uomini, stancarsi a cercarli, lottare con loro. Ne vediamo un esempio nella conversione della Samaritana. Il Signore, nel suo amore preveniente, aveva visto nella città di Sichar molti che attendevano la salvezza. In mezzo a loro, aveva vista una donna peccatrice e, nella sua misericordia, aveva deciso non solo di allontanarla dal male, ma di farne l’apostolo dei suoi concittadini.

Molto spesso Gesù aveva preso di fronte al Padre l’atteggiamento umile di chi supplica; molto spesso aveva donato la grazia del suo amore a persone che colpevolmente avevano resistito alla sua volontà di salvezza. Un giorno, tuttavia, volle tentare una specie di ultimo assalto, e prese con i discepoli la via della Samaria. Si avvicinavano a Sichar. Il sole di mezzogiorno splendeva sulla pianura, coprendo di luce dorata il Garizim, laggiù all’orizzonte. Il grano, non ancora maturo, ondeggiava lontano sotto il soffio del vento. Sul bordo della strada, la fontana del Patriarca, all’ombra dei palmizi. Gesù si fermò, stanco. Lasciò che i discepoli continuassero il cammino verso la città, e andò a sedersi, pensoso e triste, accanto al pozzo di Giacobbe.

Ci dobbiamo stupire di fronte a questa debolezza di un Dio, a questa stanchezza che è anch’essa un mistero? Senza dubbio, non era solo la fatica del viaggio che pesava su Gesù. Era piuttosto il peso dei peccati degli uomini che premeva sulle spalle di colui che per questi peccati si offriva come vittima di amore. Era un peso che lo piegava. Le lunghe resistenze della peccatrice di Sichar, l’avvertire che molti lottavano contro la sua misericordia, gettavano Gesù in una tristezza profonda. Anche il battito del suo cuore, pieno di amore, risentiva di questo dolore; anche il suo corpo era piegato, indebolito.

Ben presto, vide venirgli proprio quella donna per la cui salvezza aveva già molto sofferto e pianto. Cosa si poteva ancora fare? Dottrine piene di errori, di cui era stata nutrita fin dall’infanzia nella sua terra di Samaria, in cui qualche brandello della rivelazione di Dio si mescolava all’idolatria più grossolana; influenze diverse esercitate su di lei dai molti uomini cui si era di volta in volta data; tutto questo aveva falsato il suo animo e corrotto il suo giudizio. Un carattere tenace, razionale, portato all’ironia; una natura sensuale, nemica del lavoro e dello sforzo erano altrettanti ostacoli sul cammino della sua conversione. Gesù non si lascia scoraggiare. Non è venuto per i sani, ma per i malati. E’ la risurrezione e la vita, e vuole risuscitare questa donna, che vede con chiarezza morta al suo amore.

Gesù inizia dunque con la peccatrice il colloquio che ci ha trasmesso il Vangelo. Il rispetto di Gesù per la persona, la prudenza che accompagna tutte le sue parole e tutte le sue azioni, la sua dolcezza e pazienza, la sua umiltà si rivelano qui altrettanto che la sua profonda conoscenza del cuore dell’uomo. Chiede dapprima alla Samaritana un piccolo servizio. Sopporta, senza scomporsi, le sue impertinenze. Penetra a poco a poco nel suo cuore, stimolando abilmente la sua naturale curiosità. La porta anche a dichiarare l’irregolarità della sua posizione. è soltanto quando lei stessa dice « Non ho marito » e che Gesù le mostra di conoscere il peccato in cui lei vive. Ma lo fa semplicemente, senza traccia di rimproveri, sapendo bene che lei non può accoglierli; senza ferirla con il disprezzo, senza umiliarla con parole dure.

Questa dolcezza, questo sguardo che legge nel profondo del suo cuore, danno alla donna il coraggio di confidarsi con Gesù. E lui, con bontà, risponde alle sue domande, chiarisce i suoi dubbi, illumina i suoi pensieri. E le annuncia la sua missione. La Samaritana, tutta agitata, ritorna in fretta in città. Un turbamento strano si è impadronito di lei, è assalita da pensieri che non ha mai avuto. Sotto l’influenza della grazia si opera in lei, che ancora non ne ha coscienza, un cambiamento. Quando entra in Sichar, si sente spinta a dire a tutti quelli che incontra: « Venite, venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto: non sarà il Cristo? ». Non sa ancora se deve credere; ma capisce che quest’uomo così puro, così solenne e dolce insieme, che le ha parlato lungo la strada, non è un uomo qualunque. La Samaritana vuole che gli altri giudichino.

La sera di quello stesso giorno, quando, chiamato dagli abitanti, Gesù entra in Sichar, ritrova la peccatrice. L’amore l’ha trasformata. Viene incontro al suo Salvatore, non per confessare delle colpe che Gesù già conosce, ma per ricevere un perdono che la sua fede e il suo pentimento reclamano, e che Gesù è impaziente di darle. La misericordia aveva vinto ancora una volta. Aveva fatto di una creatura miserabile in cui tutto sembrava impuro e viziato una persona arricchita dall’amore, un apostolo della verità, un trofeo di gloria per il Cristo. Era un miracolo nuovo. E quando, due giorni più tardi, Gesù partì dalla città, proprio coloro che aveva attirato verso il suo amore, illuminato con la sua verità e salvato con la sua misericordia, gli diedero per la prima volta, a una sola voce, il nome di Salvatore.

Già diciannove secoli hanno ripetuto questa parola di gioia dei Samaritani: « è veramente il Salvatore del mondo ». E Molti altri secoli, forse, la ripeteranno; gli echi dell’eternità la faranno risuonare senza fine. Gesù è il Salvatore del mondo perché è la Misericordia; e il mondo ha molto bisogno di una misericordia che perdona…

L’indemoniato

Gesù passava di città in città, di villaggio in villaggio facendo del bene. Si trovò spesso di fronte a una categoria di uomini le cui sofferenze lo colpivano in modo particolare e profondo.

Le folle, entusiasmate dai suoi prodigi, gli portavano da ogni parte una moltitudine di ammalati e di indemoniati perché li liberasse. Molti fra loro, senza dubbio, potevano anche non essere in stato di peccato; il diavolo può, per un permesso di Dio, possedere i corpi; ma è soltanto con la volontà dell’uomo che può possedere la sua anima. Altri tuttavia soffrivano sotto il giogo pesante di una duplice possessione: del corpo, e anche dell’anima. Possiamo immaginare il dolore di Gesù vedendo gli orribili stravolgimenti operati nel cuore dell’uomo dalla presenza dello spirito del male. Guardiamo allora con quale dolcezza e pietà, con quale premura rendeva presente la sua potenza divina per scacciare lo spirito delle tenebre. A prima vista, quando leggiamo i Vangeli, Gesù sembra fare uso soltanto della sua autorità sovrana e dell’onnipotenza della sua parola per liberare gli indemoniati. Ma un passo del Vangelo ci fa vedere che utilizzava anche altri mezzi.

Un giorno, Gesù scendeva dal Tabor. Tornava dall’aver lasciato apparire ai suoi tre discepoli prediletti un riflesso splendente della sua gloria, e il suo volto conservava ancora le tracce della luce divina della Trasfigurazione. Una grande folla era raccolta ai piedi della montagna; alcuni discepoli discutevano; l’atmosfera era eccitata. Gesù, arrivando, si preoccupò della causa di tanta agitazione. Gli risposero che un giovane, posseduto dal diavolo, era stato portato ai discepoli perché facessero su di lui gli esorcismi, ma che questi non avevano risolto nulla. Ed ecco che Gesù chiama a sé il padre del giovane indemoniato. Gli chiede anzitutto un gesto di fede e di confidenza; poi si fa portare il giovane, parla con potenza allo spirito maligno, libera l’indemoniato e lo rende, guarito, a suo padre. La folla si ritira. Gesù entra in una casa vicina con i discepoli, e questi lo interrogano sul loro insuccesso, che li ha stupiti. E Gesù fa vedere loro l’insufficienza della loro fede. Li invita a non fidarsi soltanto delle loro azioni, ma ad entrare nella potenza divina per una confidenza umile, senza limite, nella bontà infinita di Dio. Poi aggiunge: « Sono necessari preghiera e digiuno per cacciare questo genere di demoni ».

Una piccola frase. Ci dice che Gesù pregava, che faceva penitenza per la salvezza degli uomini. Quelle lunghe preghiere che occupavano un’intera notte, quelle privazioni di ogni genere cui si sottoponeva volontariamente; quei lunghi viaggi a piedi, quei digiuni prolungati, quel dormire sulla nuda terra: sono i mezzi che servivano a Gesù per liberarci dalla schiavitù di satana.

Possiamo chiederci se ce n’era bisogno. Verbo del Padre, per cui tutte le cose sono state fatte, una sola parola uscita dalla sua bocca, un solo moto della sua volontà sarebbe stato più che sufficiente a cacciare qualunque demonio. Non dimentichiamo però che Gesù si era fatto nostro modello. Quello che lui poteva fare per virtù divina, non lo possiamo certo fare noi, per quanta ricchezza possiamo avere di doni divini.

L’umanità di Gesù priva di peccato non era di nessun ostacolo all’azione della sua divinità. Poteva sempre agire in Dio. Non aveva certo bisogno di ricorrere ad altri mezzi. La nostra umanità, macchiata dal peccato, oscurata da quella moltitudine innumerevole di imperfezioni e debolezze in cui cadiamo ogni giorno, è un ostacolo permanente all’azione dell’amore di Dio in noi, e alla piena effusione dei suoi doni nella nostra vita.

Il prete è rivestito, in Cristo, dei suoi poteri di Dio e, chiunque e comunque sia come persona, resta sempre un prete. Dal giorno in cui il carattere del sacerdozio è stato impresso in lui, ha potuto compiere gli atti del sacerdote. è entrato nella partecipazione della potenza divina per consacrare, assolvere, sacrificare. Può peccare: è sempre prete; prete indegno, è vero, oggetto d’orrore per Dio e di scandalo per il mondo. Il suo carattere sacro, splendente sulla sua fronte, non farà che illuminare la profondità della sua miseria e il triste naufragio d’ogni sua grandezza: ma è sempre prete: Tu es saceddos in aeternum.

Può consacrare, assolvere, sacrificare; ma la pioggia di grazie speciali che Dio offre al prete; la potenza d’amore sugli uomini per condurli a Dio; l’autorità sugli spiriti malvagi per metterli in fuga; la luce interiore per discernere la voce di ogni uomo, i disegni di Dio su di lui, la via lungo la quale condurlo; il coraggio per sostenere le fatiche dell’apostolato o i rigori della persecuzione; la sapienza per difendere la verità; la forza per conservarsi casto; i privilegi, i doni, le grazie destinate da Dio al suo sacerdote, gli sono date soltanto in misura del suo amore e della sua purezza.

Per ottenere, per conservare, per accrescere in sé l’amore e la purezza, il prete deve ricorrere alla preghiera e alla penitenza. è per questo che Gesù disse ai discepoli: « per cacciare questo genere di demoni… »; per avere una potenza, in tutto simile alla mia; per fare ciò che io faccio, alla grande grazia del sacerdozio che io vi comunicherò e di cui siete già in parte rivestiti, aggiungete ancora la preghiera e la penitenza.

Il sacerdote perdona con Gesù

Il prete, seguendo Gesù, incontra gli uomini che Gesù stesso ha incontrato. Qualche volta, trova sulla sua strada anche qualcuno posseduto da uno spirito malvagio. Potrà tentare molte strade: convincerlo, ad esempio. Ma questi uomini sono ormai troppo lontani dal prete perché possa loro giungere la sua voce. Potrà cercare di conquistarseli con benefici e gesti di amicizia, ma essi fuggono la sua presenza e respingono i suoi doni.

Non resterà allora che inginocchiarsi in preghiera, chiedere misericordia, importunare l’amore di Dio; bisognerà aggiungere alle proprie suppliche le opere della penitenza, rinnovare nella propria carne le sofferenze di Cristo o, almeno, imporre ai propri sensi il giogo salutare della mortificazione che Gesù ha costantemente portato su di sé. Così, unendo la preghiera e la penitenza alla fermezza di una fede illuminata e di una confidenza senza limiti, il prete acquisterà la potenza per scacciare i demoni da coloro che ne sono posseduti, e per distruggere l’influenza nefasta che essi esercitano sul mondo.

Altre volte il prete incontrerà qualcuno come la Samaritana, che bisognerà saper attendere per molto tempo, e presso cui bisognerà agire con molta prudenza. Incontrando persone così, pregherà per loro. Sarà paziente per attenderle, coglierà con attenzione ogni occasione per far loro un po’ di bene. Trattando con loro, imporrà il rispetto con una modesta gravità. Le convincerà non con discussioni violente o con infuocate controversie, ma con parole misurate, benevole, semplici e luminose, sempre umili. Toccherà il loro cuore con una bontà senza debolezza e un autentico interessamento. Come Gesù, non si stupirà mai del male (questo genere di stupori fa soffrire molto i peccatori… ). Non sembrerà mai stanco di ascoltare, e nemmeno scandalizzato dalle loro confessioni. E arriverà così, poco alla volta, a rivelare loro Cristo, il Salvatore.

Se il prete incontra degli Zaccheo, di quegli uomini cioè in fondo buoni, ma senza luce, che non vedono altro che i loro affari, sciupati dai piaceri e irritati dall’intolleranza di qualche cristiano con lo spirito del fariseo, si avvicini a loro a cuore aperto e dia, con la propria vita, l’esempio di quel che è un cristiano, fino a far vedere in sé Gesù: Gesù con il suo amore grande, con la sua semplicità; e questi uomini riconosceranno da se stessi la miseria della loro vita, la vanità dei beni cui sono attaccati. Guadagnati dalla mansuetudine e dagli esempi del prete, torneranno a Gesù, Unico Sacerdote.

E se Cristo mette sulla strada qualche Maddalena, il prete la accolga come un dono dalle sue mani. La purifichi, la istruisca, la circondi di attenzioni vigilanti. La coltivi con amore, perché produca quei frutti squisiti di virtù perfette che Cristo attende da lei. Persone così sono un dono divino che Gesù fa al sacerdote, ed egli può amarle, docili sotto la sua mano e obbedienti alla sua voce, e le può aver care più delle altre; ma sempre e soltanto con l’amore di Cristo.

Questo amore di Cristo, tenero come il cuore di una madre, ardente come il cuore di una vergine, puro come il cuore di un bambino, forte, generoso e fedele come il cuore di un padre! Come il prete partecipa alla potenza di Cristo, così deve anche partecipare a questo amore. Non è autenticamente sacerdote se non vive della vita di Gesù, se non agisce attraverso le azioni di Gesù, se non ama attraverso l’amore di Gesù. Deve aderire a Cristo, ispirarsi ai suoi esempi, consigliarsi con lui, lasciarsi istruire da lui.

La missione del prete è difficile. è una missione tutta di amore e di misericordia. Esige illuminazioni profonde, molta prudenza, una dedizione senza limiti e una pazienza che non si stanca. Solo Gesù Cristo, Dio e Uomo, poteva realizzarla completamente; e lo possono fare coloro che, trasformati da Cristo e viventi di lui, non hanno, con lui, che un solo cuore e un’anima sola.

Gesù, abbiamo detto, è l’amore che perdona. Per questo, anche se è particolarmente unito alle anime belle e pure che hanno sempre conservato lo splendore della somiglianza con Dio, ha una inclinazione, forse ancora più affettuosa, per quelle che ha purificato. « C’è più gioia in cielo per un peccatore che si converte che per novantanove giusti ». Questo cielo è il cuore di Cristo, tabernacolo dell’Amore Infinito da cui prorompe la gioia quando in un uomo si realizza la missione del Salvatore.

Gesù ha spesso pianto sui peccati del mondo. Ha versato lacrime amare e lacrime di sangue su chi rifiutava la sua misericordia. Molte volte ha sparso il suo dolore sull’infedeltà di Gerusalemme. Molte volte, prosternato al cospetto del Padre, ha prolungato la sua preghiera e pianto per ottenere a un uomo la grazia preziosa del pentimento. Al Getsemani, non solo i suoi occhi ma il suo corpo intero piangeva lacrime di sangue. La terra era impregnata di questa rugiada d’amore che Gesù versava su di essa per fecondarla. Gesù ha pianto spesso su di noi.

Il Vangelo non parla del suo sorriso; tuttavia ha sorriso spesso. Sorrideva a Maria, sua madre immacolata. Sorrideva all’innocenza dei bambini che gli si avvicinavano a frotte. Sorrideva ai discepoli, alla sera di giornate faticose, per riconfortarli e rallegrarli. Sorrideva alla sofferenza come a una sposa molto amata attraverso cui generava popoli di salvati e di eletti.

Ma il sorriso più dolce di Cristo, quello che riservava al Padre e di cui nessuno ha sorpreso la gioia, veniva la sera, quando Gesù si ritirava in solitudine a pregare: in quelle sere che venivano dopo un giorno in cui aveva perdonato, in cui aveva spezzato le catene ai prigionieri del male. E’ allora che viveva la gioia. E là, sotto la volta del cielo in cui scintillavano le stelle, di fronte al suo Padre dei cieli che lo stringeva con amore, sorrideva estaticamente, in un rapimento divino.

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Peghiera del giorno: A Gesù Maestro , del Beato Giacomo Alberione

22 giugno 2017

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O Gesù Maestro, santifica la mia mente ed accresci la mia fede.
O Gesù, docente nella Chiesa, attira tutti alla tua scuola.
O Gesù Maestro, liberami dall’errore, dai pensieri vani e dalle tenebre eterne.

O Gesù, via tra il Padre e noi, tutto offro e tutto attendo da te.
O Gesù, via di santità, fammi tuo fedele imitatore.
O Gesù via, rendimi perfetto come il Padre che è nei cieli.

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Sacro Cuore di Gesù e Maria, le cose da sapere

20 giugno 2017

23/06/2017

Questa solennità ha una data mobile e viene celebrata il venerdì dopo il Corpus Domini; il sabato che segue è dedicato al Cuore Immacolato di Maria. Fu la mistica francese santa Margherita Maria Alacoque la messaggera del culto che nel 1856 papa Pio IX estese a tutta la Chiesa cattolica.

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GIUGNO: Mese dedicato al Sacro Cuore di Gesù

14 giugno 2017

 

 

Quando cado rialzami Signore ti prego non mi abbandonare….

 

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NOVENA AL SACRO CUORE DI GESU’

Cuore adorabile di Gesù, dolce mia vita, nei miei presenti bisogni ricorro a te e affido alla tua potenza, alla tua sapienza, alla tua bontà, tutte le sofferenze del mio cuore, ripetendo mille volte:
“O Cuore Sacratissimo, fonte di amore, per i miei presenti bisogni pensaci tu”.

Gloria al Padre
Cuore di Gesù, mi unisco alla tua intima unione con il Padre Celeste.

Cuore amatissimo di Gesù, oceano di misericordia, ricorro a te per aiuto nelle mie presenti necessità e con pieno abbandono affido alla tua potenza, alla tua sapienza, alla tua bontà,
la tribolazione che mi opprime, ripetendo ancor mille volte:
“O Cuore tenerissimo, unico mio tesoro, per i miei presenti bisogni pensaci tu”.

Gloria al Padre
Cuore di Gesù, mi unisco alla tua intima unione con il Padre Celeste.

Cuore amorosissimo di Gesù, delizia di chi t’invoca!
Nell’impotenza in cui mi trovo ricorro a te, dolce conforto dei tribolati e affido alla tua potenza,
alla tua sapienza, alla tua bontà, tutte le mie pene e ripeto ancor mille volte:
“O Cuore generosissimo, riposo unico di chi spera in te, per i miei presenti bisogni pensaci tu”.

Gloria al Padre
Cuore di Gesù, mi unisco alla tua intima unione con il Padre Celeste.

O Maria, mediatrice di tutte le grazie, una tua parola mi salverà dalle mie presenti difficoltà.
Dì questa parola, o Madre di misericordia e ottienimi la grazia (esporre la grazia che si desidera) dal cuore di Gesù.

Ave Maria

 

 

 

La Grande Promessa del Sacro Cuore di Gesù – Io prometto nell’eccesso della misericordia del mio Cuore che il mio amore onnipotente concederà a tutti quelli che si comunicheranno il primo venerdì del mese per nove mesi consecutivi la grazia della penitenza finale. Essi non moriranno in mia disgrazia, né senza ricevere i Sacramenti, e il mio Cuore sarà loro rifugio sicuro in quell’ora estrema.

LE DODICI PROMESSE DI GESÙ AI DEVOTI DEL SUO SACRO CUORE

(Gesù a Santa Margherita Maria Alacoque)

1. Darò loro tutte le grazie necessarie al loro stato.
2. Metterò la pace nelle loro famiglie.
3. Li consolerò in tutte le loro pene.
4. Sarò loro rifugio sicuro durante la vita e soprattutto alla loro morte.
5. Spargerò abbondanti benedizioni su tutte le loro imprese.
6. I peccatori troveranno nel mio Cuore la fonte e l’oceano infinito della misericordia.
7. Le anime tiepide diventeranno ferventi.
8. Le anime ferventi si eleveranno a grande perfezione.
9. Benedirò le case dove l’immagine del mio Sacro Cuore sarà esposta e onorata.
10. Darò ai sacerdoti il dono di toccare i cuori più induriti.
11. Le persone che propagheranno questa devozione avranno il loro nome scritto nel mio Cuore, dove non sarà mai cancellato.
12. Io prometto nell’eccesso della misericordia del mio Cuore che il mio amore onnipotente concederà a tutti quelli che si comunicheranno il primo venerdì del mese per nove mesi consecutivi la grazia della penitenza finale. Essi non moriranno in mia disgrazia, né senza ricevere i Sacramenti, e il mio Cuore sarà loro rifugio sicuro in quell’ora estrema.

Dalla “sensa veneziana” al “grillo fiorentino”, i riti più famosi dell’Ascensione – it.aleteia.org

28 maggio 2017

Sacro e profano si mescolano nel giorno che ricorda l’ascensione al cielo di Gesù

Al giorno dell’Ascensione si collegano molte feste popolari italiane in cui rivivono antiche tradizioni, soprattutto legate al valore terapeutico, che verrebbe conferito da una benedizione divina alle acque.

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Ascensione del Signore Nostro Gesù Cristo

28 maggio 2017

ASCENSIONE DEL SIGNORE NOSTRO GESU’ CRISTO    – Solennità 
Nel giorno dell’Ascensione Gesù, prima di salire al Padre, manda nel mondo i suoi testimoni: saranno loro, e tutto il popolo profetico, a manifestare Gesù Cristo salv…
www.santiebeati.it/dettaglio/20263

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DOMENICA DELLE PALME (ANNO A) – 9 APRILE 2017

6 aprile 2017

Monsignor Nunzio Galantino commenta il Rito romano

06/04/2017


TESTIMONI CREDIBILI DELLA RISURREZIONE

Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».

Matteo 26,14- 27,66


 
La celebrazione della domenica delle Palme potrebbe in un certo senso anche apparire “contraddittoria”, almeno se ci si ferma ai sentimenti che può suscitare in noi. Da una parte, la festosa processione delle Palme; dall’ altra, il solenne annunzio della Passione! Eppure, a uno sguardo più approfondito, questa contraddizione si riduce fino a scomparire. Soprattutto se ricordiamo che la sofferenza di Gesù non è fine a sé stessa, ma il modo più pieno con cui il Signore vuole comunicarci l’amore suo e del Padre verso di noi. Un amore da accogliere con gioia, da vivere in pienezza e testimoniare in maniera credibile.

Per questo, a partire da oggi e per tutta la Settimana Santa, la Chiesa ci invita a vivere (“fare memoria”) in più tappe il “racconto d’ amore” di Dio Padre, con un solo obiettivo: cambiare il nostro cuore e aprirlo alla salvezza in Gesù Cristo!

TUTTO INIZIA CON UNA FESTA

Il “racconto d’ amore” di Dio, dunque, comincia con una festa: l’ingresso di Gesù a Gerusalemme per dare inizio all’ atto decisivo di questo progetto di salvezza. Egli entra a Gerusalemme per coinvolgere altri in questo itinerario, per tradurre le parole d’amore annunciate in fatti concreti.

I diversi momenti e i numerosi personaggi che affollano il racconto della Passione ci dicono, però, che alla proposta di amore del Signore si può rispondere in tanti modi, la si può anche rifiutare o magari rimanerne ai margini. C’è un solo modo per uscire dall’ anonimato, per abbandonare la marginalità, per partecipare in pieno e con coerenza al pellegrinaggio della vita e al racconto di amore del Padre: alzare lo sguardo verso colui che hanno trafitto! Lasciarci raggiungere dall’eccesso di amore che ha portato Gesù sulla croce. È questa la strada messa a nostra disposizione per dare scacco matto alla presunzione, alla superficialità e al nostro peccato.

E siamo chiamati a fare questo percorso non da spettatori, ma da protagonisti. Ricordando che nella sofferenza di Gesù – per l’abbandono dei suoi, l’ingratitudine del popolo, la condanna dei capi del popolo – c’è la sofferenza di tutti gli uomini, qualunque sia il suo aspetto.

UOMINI E DONNE DELLA PASSIONE.

Cristo ha scelto di non evitare la sofferenza, di non scartare la croce. Perciò, nel seguirlo – e in particolare durante questa Settimana – proviamo a non esaurire tutta la nostra attenzione sulle statue della passione, bensì a volgerla in maniera partecipata e concreta verso gli uomini e le donne della passione: in loro, infatti, si prolunga la presenza del Cristo che patisce e, al tempo stesso, la nostra occasione per rispondere alla sua chiamata d’amore.

Rammentando che, come per il Cristo, anche per questi uomini e donne la sofferenza non può essere fine a sé stessa. Anche per loro deve potersi aprire la via della Risurrezione attraverso “angeli” (messaggeri) e testimoni credibili.


Fonte:

http://m.famigliacristiana.it/blogpost/domenica-delle-palme-anno-a—9-aprile-2017.htm

Preghiera del giorno: Il nostro pane quotidiano  

17 gennaio 2017

Risultato immagine per gesù

O Gesù,  fare la volontà del Padre tuo,  agire in vista di lui fu il tuo cibo,  fu ciò di cui vivesti.  Sia anche questo il nostro cibo,  la nostra vita:  agire incessantemente in vista di te,  vivere di ciò,  vivere del pensiero della tua volontà,  del pensiero della tua gloria,  di questa ricerca,  di questa realizzazione.

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Preghiera del giorno: Mio Dio , di Charles de Foucauld

11 gennaio 2017

Risultato immagine per mio dio

Mio Dio, come sei buono  tu che ci permetti di chiamarti «Padre nostro».  Come devo tener presenti  tutti gli istanti della mia vita passata  in quest’ordine così dolce.  Quale riconoscenza,  quale gioia, quale amore  ma soprattutto quale fiducia  tutto questo deve ispirarmi.  Dal momento che sei mio Padre, o mio Dio,  quanto devo sperare in te.

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Preghiera del giorno: Padre mio, di Charles de Foucault

3 gennaio 2017

Risultato immagine per padre mio

Padre mio,  io mi abbandono a Te,  fa di me ciò che ti piace;  qualunque cosa tu faccia di me,  ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto,  perché la tua volontà si compia in me  e in tutte le tue creature;  non desidero niente altro, mio Dio.

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Preghiera del giorno: La Tua Volontà, di Charles de Foucauld

29 dicembre 2016

Risultato immagine per la volontà di Dio

Mio Signore e mio Dio, 
non è con la bocca soltanto, 
ma dal profondo del cuore 
che io voglio fare la tua volontà, 
l’intera tua volontà, 
la sola tua volontà, 
la tua volontà e non la mia: 
fammela conoscere mio Dio 
e fammela compiere. 
Dammi la fede e l’obbedienza di Abramo, 
fammi ascoltare la tua voce, 
la tua voce interiore, 
la voce di coloro attraverso i quali tu mi parli… 
dammi la fede, mio Dio. 

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Preghiera del giorno: Come piace a te di Charles de Foucauld

23 dicembre 2016

Risultato immagine per sacro cuore di gesù

Sacro Cuore di Gesù,

grazie del dono eterno della santa Eucaristia:

grazie di essere sempre con noi,

sempre davanti ai nostri occhi, ogni giorno in noi.

Grazie di donarti, di offrirti,

di abbandonarti tutto intero a noi,

di essere fino a questo punto nostro Sposo!

Mio Dio, vieni in me: ti amo, ti adoro,

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La vera storia del Presepe

18 dicembre 2016

Risultato immagine per presepe

Nelle cronache del 1200 si legge
che San Francesco inventò a
Greccio, vicino a Rieti, il
primo presepe.
Francesco era famoso in tutta la
cristianità per la vita che
conduceva, e molti giovani
avevano lasciato beni e
professione per seguirlo nel suo
ideale di povertà. Egli parlava
del Vangelo con tale entusiasmo
che la gente e persino gli
uccelli lo ascoltavano attenti.
Nell’anno 1210 era stato a Roma
da papa Onorio III e gli aveva
chiesto l’approvazione della sua
Regola di vita con i fratelli,
in povertà assoluta, predicando
il Vangelo nella semplicità. Qualche anno dopo-era il 1219-
egli, “armato” solo del perdono e della parola di Gesù,
partì crociato in oriente. Fu ricevuto dal sultano al-
Malik- al-Kamil e poté visitare in pace i luoghi santi
della vita del Signore. Il ricordo più intenso di questo
viaggio fu la visita all’umile grotta di Betlemme ove il
Signore volle nascere.

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Preghiera del giorno: Tutte le Ostie , di Charles de Foucault

14 dicembre 2016

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Cuore Sacro del mio Signore Gesù,

ti adoro qui, nell’Ostia esposta

su questo altare e in tutte le Ostie consacrate della terra.

Ti adoro in Cielo, dovunque tu sei,

in tutti i momenti della tua vita mortale,

nella tua vita nascosta di Nazareth, con la santa Vergine e san Giuseppe,

santa Maddalena, san Giovanni,

san Pietro, san Paolo,

il mio buon Angelo custode, tutti quelli che ti amano.

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Preghiera del giorno: La tua casa , di Charles de Foucault

12 dicembre 2016

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Mio Dio, nella santa Eucaristia

mi arricchisci ogni giorno

dei beni della tua casa:

in questo tabernacolo, in questa cappella

sei realmente presente, come

lo sei stato nella grotta di Betlemme,

nella santa casa di Nazareth e in quella di Betania.

È la tua casa di adesso, mio Dio:

le altre (quelle che hanno ascoltato

la tua voce e dato riposo al tuo corpo)

sono molto sante, ma tu non ci sei più

ed esse non sono che pietre.

Tu sei presente in ogni tabernacolo:

lì è il tuo corpo e la tua anima,

la tua divinità e la tua umanità.

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Preghiera del giorno: Sempre con noi, di Charles de Foucault

6 dicembre 2016

Risultato immagine per gesù sempre con noi

Tu sei sempre con noi

mediante la santa Eucaristia,

sempre con noi mediante la tua grazia,

sempre con noi mediante la tua Provvidenza

che ci protegge senza interruzione,

sempre con noi mediante il tuo Amore…

O mio Dio, quale felicità! Dio con noi,

Dio in noi, Dio nel quale ci muoviamo e siamo,

Dio che è a due metri da me in questo

tabernacolo: che cosa ci manca ancora?

Quanto sono felice!

«Emmanuele, Dio-con-noi»,

ecco per così dire la prima parola del Vangelo…

«Io sono con voi fino alla fine del mondo»,

ecco l’ultima. Quanto sono felice! Quanto sei buono!

La santa Eucaristia è Gesù, è tutto Gesù!

Nella santa Eucaristia tu sei tutto intero,

completamente vivo, o mio Amato Gesù,

così pienamente come lo eri

nella casa della santa Famiglia di Nazareth,

nella casa di Maddalena a Betania,

come lo eri in mezzo ai tuoi apostoli.

Allo stesso modo tu sei qui,

o mio Amato e mio Tutto.

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Preghiera del giorno: Preghiera a Gesù agonizzante nel Gethsemani

25 novembre 2016

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O Gesù, che nell’eccesso del tuo amore e per vincere la durezza dei nostri cuori, doni tante grazie a chi medita e propaga la devozione della tua SS. Passione del Gethsemani, ti prego di voler disporre il cuore e l’anima mia a pensare spesso alla tua amarissima Agonia nell’Orto, per compatirti e unirmi a te il più possibile.
Gesù benedetto, che sopportasti in quella notte il peso di tutte le nostre colpe e che per esse hai pagato completamente, fammi il grandissimo dono di una perfetta contrizione per le mie numerose colpe che ti fecero sudare sangue.
Gesù benedetto, dammi di poter riportare completa e definitiva vittoria nelle tentazioni e specialmente in quella cui vado maggiormente soggetto.
O Gesù appassionato, per le ansie, i timori e le sconosciute ma intensissime pene che hai sofferto nella notte in cui fosti tradito,dammi una grande luce per compiere la tua volontà e fammi pensare e ripensare all’enorme sforzo e all’impressionante lotta che vittoriosamente sostenesti per fare non la tua ma la volontà del Padre.
Sii benedetto, o Gesù, per l’agonia e le lacrime che versasti in quella notte santissima.
Sii benedetto, o Gesù, per il sudore che avesti e per le angoscie mortali che provasti nella più agghiacciante solitudine che mai uomo potrà concepire.

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I Simboli che circondano il cuore dolcissimo di Gesù, Quinta parte

20 settembre 2016

Nulla osta per la stampa Asti, 2 Giugno 1983

 

P. Severino Dalmaso Superiore Generale O.S.J.

 

Visto: Nulla osta Asti 22683

 

Can. Pietro Dacquino

 

Imprimatur Asti, 2361983

 

fi Franco Sibilla Vescovo

CAPITOLO V

 Risultato immagine per sacro cuore di gesù

«LA FERITA»

 

Supponiamo che ci fosse un amico che fosse molto ricco di denari e di bontà e ci invitasse nella sua casa e ci aprisse il suo tesoro dicendoci: «Guarda qui e vedi quanto oro e argento; guarda qui, perle e gemme preziose: prendine pure finché vuoi, il tesoro è mio, ma io lo apro a te e tu guardalo come cosa tua…». Se succedesse mai di trovare un amico simile, che diremo mai? Ma per quanto ci guardiamo intorno non troveremo mai e poi mai un simile amico nel mondo; però ne troveremo sempre uno nel Santo Tabernacolo, ed è Gesù. Il Suo Cuore non è il tesoro della Chiesa e questo tesoro non lo apre Egli a noi e non ce lo dona? Quel Cuore ferito è il tesoro aperto e dato a noi.

 

Il Sacro Cuore presentato al mondo non è solamente un ricordo, ma è soprattutto un dono, perché il cuore è l’amore, e chi non sa che amare vuol dire donarsi? E ciò perché l’amore è il primo fra tutti i doni, anzi è il vero dono essenziale, di cui gli altri doni non sono che le conseguenze e i segni; e come il vero orologio è il sole, di cui i nostri orologi non sono che i rappresentanti e gli interpreti, così è fra gli esseri intelligenti e liberi: il vero dono è quello dell’amore e i soliti doni non sono altro che i rappresentanti e gli interpreti del nostro amore, i raggi e i messaggeri del cuore.

 

Per vedere questa verità torniamo a Gesù! Gesù ci amò e ci ama di immenso amore; e ora, che cos’è questo amore? Non è proprio questo il gran dono sostanziale e inequivocabile che Gesù ci fece? I segni poi e le conseguenze di questo amore sono la Incarnazione, la Passione, il Calvario, il Tabernacolo, la Chiesa. E noi, possedendo l’amore di Gesù, noi siamo sicuri di possedere il Suo Cuore, quando anche non ce ne avesse fatto apertamente un dono.

 

Ma i grandi amori quando mai sono sazi? Perciò Gesù ha voluto donarci direttamente anche il cuore, e questo dono ci fu sul Calvario misteriosamente indicato dalla lancia, e poi ci fu apertamente fatto nell’ultima età da Gesù medesimo, quando lo manifestò e lo fece nostro pubblicamente per tutta la Chiesa e privatamente per ciascuno di noi. Noi dunque possediamo il Cuor di Gesù; è l’ultimo dono fatto e confermato al mondo da Gesù. Ma dandoci Egli il Suo Cuore, non è chiaro che ci ha donate tutte anche le dovizie che in esso sono raccolte? Chi possiede, per esempio, una sorgente è padrone dei rivi, e chi ha una miniera è lui il padrone dei diamanti che ci sono dentro. E Gesù, lo Sposo divino, donandoci il suo Cuore ci fa padroni di quei rivi di grazia e di quei tesori celesti, dei quali il Sacro Cuore è l’arca e la fonte!

 

Vediamo un po’, Reverendo Padre mio, l’elenco sommario di queste ricchezze. Quel Cuore ferito è il segno autentico della morte di Gesù, e Gesù donandoci il Cuore ci comunica volentieri i meriti della sua morte.

 

Quel Cuore ferito è la vittima di propiziazione per i peccati nostri, essendo il Cuore dell’Agnello di Dio, prefigurato dagli agnelli immolati nel tempio antico ogni dì; e Gesù, dandoci il Suo Cuore, ci dà in esso il prezzo del perdono.

 

Quel Cuore ferito è la culla della Chiesa, la quale nasceva dal Sacro Cuore, fluiva nell’acqua e nel sangue, cioè dal Battesimo e dall’Eucarestia, come fiume di vita per il popolo credente. E Gesù, dandoci il Suo Cuore, ci attesta che per noi è la sua Chiesa e per noi tutte le grazie, delle quali la Chiesa è custode.

 

Finalmente quel Cuore ferito ma vivo, ricordando che Gesù Cristo è morto, ci ricorda ancora che Egli è risorto e salito al Cielo per prenderne il possesso per noi e per garantire a noi la celeste eredità. Adunque, donandoci il suo Cuore divino con tutte le misericordie, i meriti e i diritti suoi, ci dà in esso un pegno del Paradiso e una garanzia della vita eterna, essendo Egli l’arbitro supremo dei beni celesti.

 

Ecco adunque che cosa è, che cosa significa quel Cuore ferito che ci sta davanti, visione di eterno amore. Quel Cuore è il dono che Gesù ci fa e la ferita è la donazione; quel Cuore è il tesoro della Redenzione, della vita eterna, e la ferita ce lo apre e mette a nostra disposizione i suoi doni, cioè il merito della morte di Gesù, il perdono dei nostri peccati, le ricchezze spirituali della Chiesa e il diritto al Paradiso.

 

Ecco il tesoro di Gesù aperto a tutti. E non è questo quel Cuore Divino, da cui prese la Maddalena tanto dolore e Pietro un perdono così bello e il buon ladrone la chiave del Paradiso, e Paolo uno zelo così ardente, e Agostino tanto amore e Francesco d’Assisi tanto distacco e San Luigi tanta purità e Santa Margherita Alacoque tanta virtù e i Santi tutti quanto hanno di bontà e santità? E noi? E noi, quando arricchiremo colle dovizie del Cuor di Gesù? Oh! quando daremo a Gesù il nostro cuore!!!

 

Ma un vaso di spine può egli riceverne semi preziosi? Prima, adunque, dobbiamo sbarazzare il nostro cuore sradicandone i germogli di peccato, e allora Gesù vi potrà piantare i semi della sua grazia e i germi del suo spirito, affinché verdeggino e fioriscano in opere virtuose e in meriti di vita eterna.

 

Quando il Verbo si incarnava, era la Sapienza, era la Verità eterna che si incarnava. «Io sono la verità» dice Gesù. Essendo Gesù il grande Maestro del mondo, in Lui tutto parla ed ammaestra; Egli parla colla parola e coi fatti; Egli insegna cogli esempi e coi suoi misteri, e, o sia veduto in quello che fa o ascoltato in quello che dice, Egli è sempre un vangelo. E che cosa è il vangelo poi, se non la raccolta delle parole, dei fatti e dei misteri Suoi?

 

E il Cuor di Gesù non è desso il vangelo? Il Sacro Cuore non è desso il compendio del vangelo? E che cosa insegna il vangelo, che il Sacro Cuore non ci ripeta? Oh! sì! sì! quel Cuore ferito è proprio un libro aperto, il libro della legge.

 

I libri di Dio, che tutti possono leggere, sono due: il libro della natura e il libro del Cuor di Gesù. La natura è un libro immenso, in cui la terra di giorno e il cielo di notte ci presentano la grandezza di Dio: è il poema del Creatore. Il Cuor di Gesù poi è un libro il quale, coi suoi simboli, ci presenta in compendio le verità e i misteri dell’umana salute: è l’opera del Redentore. La natura è il libro della potenza infinita, e il Cuor di Gesù è il libro dell’infinito amore. Ed è questo il libro che Gesù presenta a tutto il mondo nella grande sera… Vedendo Gesù che la fede e le grandi verità del vangelo cominciavano a impallidire come astri fra le nebbie, che cosa fa questo amante Divino? Compendia se stesso e il vangelo nel Suo medesimo Cuore, e tutto all’improvviso lo presenta agli occhi di tutti i cristiani, i quali, o dissipati o indifferenti, amavano dimenticare Gesù e il vangelo. Ma siccome senza il vangelo non c’è luce religiosa e senza Gesù non c’è vita eterna, perciò Egli, sempre buono e misericordioso, si e presentato alle anime col Cuore ferito, quasi obbligandole a leggere in una occhiata in quel vangelo aperto le verità rivelate, cioè quelle verità che non si possono dimenticare senza perdersi.

 

Perciò si può proprio dire che il Cuor di Gesù ferito è dato a noi come l’ultimo vangelo. E difatti, la prima verità del vangelo non è l’infinito amore di Gesù per il suo Divin Padre e per noi? E il Cuor di Gesù ci ricorda e conferma l’uno e l’altro amore.

 

Nel vangelo noi vediamo Gesù non vivere, non faticare, non più patire che pel Suo Divin Padre, e nel medesimo tempo lo vediamo amar le anime sino alla morte e anteporle a tutto. E questa medesima verità ci indica il Cuor di Gesù.

 

Nel vangelo Gesù ne insegna che il vero male della terra non sono le infermità, la povertà, le disgrazie, ma bensì il peccato e la perdizione; e questa medesima è la dottrina ricordata dal Cuor di Gesù.

 

Vediamo nel vangelo che i veri beni e i veri mali dell’uomo non cominciano se non dopo la morte, e sono il Paradiso e l’inferno; e il Cuor di Gesù perché ci si manifesta se non per aiutarci ad evitare l’inferno e a meritarci il Paradiso? E siccome per raggiungere qualunque meta vi è la sua via, perciò il vangelo ci mostra la via del Paradiso nell’amore e nel sacrifizio. Ma quel Cuore ardente nelle sue fiamme e aperto dalla sua ferita, che altro ne insegna se non l’amore nel sacrifizio e il sacrifizio nell’amore?

 

Quel Cuore ferito è dunque un libro aperto, un compendio della rivelazione, il vangelo ultimo presentato a noi. E chi è che non possa leggere questo vangelo?

 

Dico che è l’ultimo, perché è l’amore nella ultima sua forma più piena e diretta, è il frutto della pianta, è la gemma della miniera, è la perla della conchiglia. è impossibile aspettare qualche cosa di più.

 

è l’ultimo vangelo, perché i doni, le grazie e gli effetti della Incarnazione e della Redenzione erano sì l’amore di Dio, ma l’amore diramato e goduto nei rivi suoi. Ma ora, nel Cuor di Gesù noi abbiamo la sorgente medesima di tutte le grazie celesti; e dopo la sorgente che rimane ancora da cercare? La divozione al Cuor di Gesù è proprio l’ultimo dono, che Dio ha destinato alla terra; dopo questo dono non ci resta altro che la fine del mondo (non so se mi sia spiegata bene).

 

è adunque manifesta l’importanza di questo libro, che è il Cuor di Gesù ferito, vangelo ultimo aperto davanti agli occhi di tutto il mondo. Qui si impara a conoscere Gesù e l’anima, il vero bene e il vero male; qui si impara l’arte di saper amare e patire e salvarsi. E intanto che cosa fanno gli uomini e che cosa studiano?

 

Oh! Cuor del mio Gesù, o libro degli eletti, concedi a noi di imparare in te e da te la scienza dell’amore e del sacrifizio, e ne avremo abbastanza per imparare l’arte della eterna felicità.

 

Il Cuor di Gesù è il nido dei giusti. Dio fu sempre sconosciuto ai popoli antichi e perfino al popolo di Israele, perché i pagani ne avevano un’idea falsa, e gli Ebrei non lo conobbero che dalla parte della potenza che li spaventava e della gloria che li abbagliava; ma quale idea avevano mai essi della bontà, della dolcezza e dell’amore di Dio? Il mondo non conobbe Dio se non dopo la Incarnazione, e lo conobbe in Gesù. Ma a poco a poco il mondo tornava a perdere la vera idea di Dio tra le nebbie degli errori moderni; e allora che fa Gesù? Risuscita l’idea di Dio e la ravviva nella dolce visione del Suo Cuore Divino, in cui è tutta la bontà, la dolcezza e l’amor di Dio per noi. E difatti, che cosa è il Cuor di Gesù? Non è per i giusti un nido, per i colpevoli un rifugio e per tutti la sorgente di ogni grazia?

 

Il cuore è una parola assai grande; essa non significa solamente quel muscolo che vibra nel petto umano e di cui palpita la vita; ma significa anche quel complesso di sentimenti, di affetti, di volontà, di carattere che formano la fisionomia morale di una persona. Adunque, noi adorando il Cuor di Gesù non solo adoriamo quel Cuore ferito, che appartiene al Verbo incarnato, ma ancora e soprattutto adoriamo in quel Cuore la misericordia, la bontà, la dolcezza, la clemenza, la liberalità, la potenza, l’amor di Dio: ecco il Cuore di Dio!!! Ecco quel Cuore, che Dio ebbe ab eterno e di cui il Cuore visibile di Gesù è il simbolo e la sintesi eloquente…

 

Ed ecco insieme il nido dei giusti; questo è il vero riposo. Difatti, l’anima nostra dove mai potrebbe trovare il suo benessere, il suo riposo? forse nella ricchezza o nei piaceri? forse nelle regge, nei teatri, nei cinema, nelle illusioni di questo brutto mondo, che non bastano neppure alle passioni e ai sensi? Eh! no! no! L’anima non si trova bene se non nella misericordia infinita, nella bontà, santità e purità di Dio, nella sua pazienza e liberalità, nella sua dolcezza ed amore e nelle grandi visioni della speranza cristiana. Perché, bisogna dire che l’anima ha bisogno di misericordia nelle sue miserie, di bontà fra le sue debolezze, di santità fra le sue passioni, di purità fra le sue tentazioni, di clemenza per le sue infedeltà, di liberalità nella sua indigenza, di amore tra le sue freddezze, di dolcezza fra le tante pene della vita presente e di speranza davanti alla felicità che ci aspetta. Insomma ha bisogno del Cuor di Gesù. Difatti, dove troveranno le anime nostre questi tesori della Divinità se non in questo Cuore divino?

 

Ecco adunque il nido dei giusti: ecco il Cuore di Gesù!… In questo Cuore possono entrare tutti; non solo è permesso, ma tutti siamo invitati. E l’invito è antico come l’amor del Verbo per le anime; questo Verbo Divino invita l’anima ad entrare come colomba nel nido nella caverna misteriosa, simbolo del Cuor di Gesù.

 

Nel vangelo Gesù fa lo stesso; questo Verbo incarnato invita i miseri, i bisognosi, gli afflitti, quelli che soffrono, e li invita tutti, tutti quanti e dice: «Io vi consolerò». Ma questo sollievo e conforto che Gesù promette, lo promette non già ai corpi, ma bensì alle anime, e questo conforto e sollievo non è altro se non il sollievo di trovare in Gesù la misericordia e la bontà, la dolcezza e l’amore, e di entrare così nel Suo medesimo Cuore; e lì l’anima nostra troverà il suo riposo.

 

La Chiesa, madre benigna, interprete di queste verità così dolci e dei sentimenti del Cuor di Gesù, esorta ogni anima a prendere il suo posto per sempre in questo nido di grazia e di amore. La Chiesa dice: «Se tu sei un’anima misera e colpevole, entra dice entra pure…, lì, in quel Cuore, troverai la compunzione e le lacrime, e lì, in quel nido, imparerai i gemiti della tortorella».

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I Simboli che circondano il Cuore dolcissimo di Gesù, Quarta Parte

12 settembre 2016

Nulla osta per la stampa Asti, 2 Giugno 1983

P. Severino Dalmaso Superiore Generale O.S.J.

Visto: Nulla osta Asti 22683

Can. Pietro Dacquino

Imprimatur Asti, 2361983

fi Franco Sibilla Vescovo

CAPITOLO IV

Risultato immagine per sacro cuore di gesù

«LA CORONA»

La corona del Cuor di Gesù è l’emblema di Gesù Cristo Re. Sì, quella corona, benché di spine, è il segno caratteristico di Gesù Cristo Re, è il segno della sua divina sovranità, perché chi è Dio è naturalmente Re. Pertanto Egli, rivelandosi al mondo, doveva affermare e confermare la Sua monarchia alta ed eterna, perché Gesù Cristo è Re assoluto, universale, eterno e divino. Ed è Re non pure in quanto è Dio, ma ancora in quanto è uomo, perché, per l’ipostatica unione e per l’unità di persona, anche come uomo è Dio, essendo bensì uomo nella sua natura umana, ma sempre Dio nella sua persona Divina. Perciò è suo ogni primato, né solamente nell’ordine delle cose spirituali, ma delle temporali ancora e delle politiche; e la terra è sua e i popoli appartengono a Lui…

Però, volendo Egli insegnare coll’esempio il distacco dal mondo e l’amore dell’umiltà, non volle nella sua vita mortale esercitare la politica monarchia, e perciò la sua vita è stata prima nascosta e poi travagliata, povera sempre; ma quanto a monarchia spirituale la dichiarò, la volle, la esercitò subito, sempre e da per tutto.

Oh! come è ammirabile il regno di Gesù! Questo regno è la Chiesa. Se noi guardiamo i sudditi, Gesù regna direttamente non sui corpi, come i Re, ma sulle anime e sui cuori, dove nessun conquistatore poté mai stendere lo scettro. E se guardiamo l’organismo è unico; la gerarchia dei suoi Sacerdoti scende dal Capo supremo all’ultimo Sacerdote, e influisce sopra tutti i cristiani; le leggi sono due amori grandi, di Dio e del prossimo; le tasse non sono che di opere buone; l’erario pubblico sono le ricchezze del tesoro di Cristo, dove i sudditi nulla mettono di loro e vi trovano tutto per sé; i tribunali poi sono di perdono e di pace, sparsi per tutta la terra, sono aperti a tutti i rei, e mentre nei tribunali del mondo chi si confessa reo è condannato, nei tribunali di Gesù chi si confessa reo è perdonato. Questo regno poi non ha nessun confine né nella terra né nei secoli, esso è universale ed eterno.

Ecco adunque con quanta verità Gesù Cristo è Re e come a Lui si addice bene la corona reale. Ma questa corona Gesù la porta sul Cuore, perché Egli regna per via di amore; non regna colla diplomazia, destreggiando e ingannando; non regna colla forza, spaventando i deboli e schiacciando i nemici; regna coll’amore. Egli ama e domanda di essere amato; tutta la sua legge è l’amore.

Ma la sua corona è di spine per ricordare a tutti in qual modo Egli fondò il suo regno e come fu consacrato Re della terra, cioè col sacrificio. La sua consacrazione pubblica, solenne, clamorosa si fece sul Golgota. Il monte delle umiliazioni e del dolore, del sangue e del sacrifizio è la reggia di Gesù, perché mentre gli altri re per farsi un trono oppure per conservarlo fanno morire i sudditi, Gesù invece per salvare i sudditi sacrificò se medesimo sul Calvario, dove il suo trono è la croce, il suo diadema le spine, la sua porpora il sangue, e le guardie e la corte sono i carnefici, i farisei, i nemici suoi e quel popolo ebreo, che lo ha rifiutato. Ecco la cerimonia della sua consacrazione reale!!! Ecco la pompa in mezzo alla quale fu dichiarato Re.

Oh! Gesù, Re d’amore, fammi la grazia di essere sempre la suddita del tuo eterno amore… Il mondo non ha mai voluto riconoscere la sovranità di Gesù, ma essa è così vera e sicura, che nell’ultimo giorno nessun’altra cosa risplenderà di così viva luce come la sovranità di Gesù. I diritti che ha Gesù per regnare sono ben diversi da quelli che vantano i re della terra; essi sono diritti proprii di Gesù soltanto, perché soltanto Gesù è veramente ed eternamente Re. Gesù è un monarca universale, assoluto e solo.

Per diritto di creazione. Gesù è il Creatore, essendo il Verbo incarnato, quel Verbo che creò tutte quante le cose. Gesù è creatore non già come uomo, bensì come Dio. Essendo Egli il Creatore, è il gran padrone delle sue creature; a Lui appartengono la terra, la luna e il sole, le stelle, il Paradiso, gli Angeli in Cielo, a Lui gli uomini in terra; noi siamo suoi e il nostro cuore appartiene a Gesù, come la pianta a colui che la piantò nel suo giardino, la statua a colui che la scolpì. Perciò chi non dà il suo cuore a Dio glielo ruba, perché è Gesù che ci ha creato in petto quel cuore che palpita di vita e vibra d’amore.

Ma perché Gesù ci ha dato un cuore? Forse perché ci servisse ad amare tutti e tutto fuorché Colui che lo fece? Questo sarebbe una grande mostruosità. Gesù ci ha dato il cuore e l’amore, affinché potessimo rivolare a Lui, nostro Dio e Creatore, nostra pace e felicità. E questa è la vera e suprema destinazione dell’amore; e di qui ne viene che il nostro cuore non è mai contento degli amori della terra, perché mentre noi amiamo e vagheggiamo la bellezza, la bontà, la pace, la felicità, cioè Dio, difatti, poi, che cosa troviamo negli amori della terra, se non illusioni e disillusioni, aurore e tramonti?

Come gli abissi del mare sono così vasti e profondi che non potevano essere fatti che per le grandi acque del mare, così è il nostro cuore: ha così larghe misure che solo l’amor di Dio lo può riempire.

Per diritto di eredità. Il Padre Eterno diede al Suo Verbo incarnato in eredità tutte le genti. Ma questo non vuol dire che i cuori appartengono a Gesù come la eredità all’erede?

Tutto serve e deve servire a Gesù, ma diversamente, secondo le diverse nature, e mentre certe cose Lo servono per necessità come gli astri, le stagioni e le bestie ecc…, altre cose invece lo debbono servire con libera volontà, e tali sono le ragionevoli creature; anche esse debbono appartenere a Gesù e servirlo, ma per elezione di volontà, ossia per amore.

Del resto non succede così anche a noi nel corso della vita? I campi, gli alberi, le fonti ci servono sì, ma necessariamente; gli animali della terra ci servono, ma istintivamente; non però così ci servono gli uomini: essi ci servono liberamente. Difatti, quando si chiama una persona a servizio, prima si interroga se vuole, e poi si viene ai patti; allora la serva liberamente comincia a servire e seguita liberamente. Questo è servire al modo umano.

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I SIMBOLI CHE CIRCONDANO IL CUORE DOLCISSIMO DI GESU’,Terza Parte

11 settembre 2016

CAPITOLO III

Nulla osta per la stampa Asti, 2 Giugno 1983

1. Severino Dalmaso Superiore Generale O.S.J.

Visto: Nulla osta Asti 22683

Can. Pietro Dacquino

Imprimatur Asti, 2361983

fi Franco Sibilla Vescovo

«LA CROCE»

Risultato immagine per sacro cuore di gesù

 

Dopo gli splendori e dopo le fiamme, nel Cuor dolcissimo di Gesù ci si presenta la Croce, quasi bandiera sulla vetta di una roccia; e come un giorno fu vista sulla cima del Golgota, così ora si vede sulla vetta del Cuor di Gesù. Questo è il terzo simbolo, che Gesù nel suo Cuore ci presenta, e noi lo dobbiamo studiare per poterlo capire; è la sua bandiera, è la bandiera della sua milizia, della sua vittoria e della sua gloria.

Bandiera della sua milizia, cioè bandiera della redenzione. La redenzione è la grande impresa di Gesù; e il carattere di Redentore è il suo proprio carattere. Egli per noi è tutto: è Dio, è Padre, è Monarca, è Pastore, è Amico, è tutto, ma soprattutto è Redentore, perché la redenzione era la nostra primissima necessità. Colla sua Croce Egli ci redense e non coi suoi miracoli; colla Croce e non coi discorsi oppure colle preghiere.

Egli guarisce i ciechi, i muti, i malati, ma non è qui dove d salva. Egli risuscita i morti, ma non è qui dove ci salva. Egli moltiplica i pani nel deserto e comanda alle tempeste del mare e si trasfigura sul Tabor, ma non è qui dove ci salva. Egli parla, istruisce e rivela dottrine sorprendenti, ma non è ancor qui dove ci salva. Egli si abbandona ai suoi nemici, si lascia flagellare, vituperare, crocifiggere, ed ecco dove e come ci salva.

Oh! mio Dio! e chi poteva pensarlo? Egli ci salva non col mostrarsi Dio, ma coll’abissarsi al di sotto di tutti gli uomini. Gesù Crocifisso era là sul Calvario, era l’obbrobrio della plebe. Ecco la Croce, ecco cioè il simbolo che raccoglie e ricorda tutte le privazioni, i patimenti, le umiliazioni, i sacrifizi coi quali Gesù ci salvò…

Bandiera delle sue vittorie. Allora il mondo era per gli uomini quello che è adesso per i Cattolici la Chiesa; il mondo era quello che formava i popoli, le famiglie, i costumi, e intanto questo mondo era impastato di vizi, di errori, di forza e non c’era una Chiesa accampata contro di lui. Ma gli errori erano rispettati come verità e i vizi erano adorati negli idoli; e la forza che difendeva gli idoli ed errori si chiamava Impero romano. Questo Impero, adunque, con tutti i suoi errori, vizi e violenze era il mondo di allora, il mondo che formava i popoli per l’inferno.

E questo mondo bisognava pur vincerlo. E lo vinse Gesù; lo vinse colle sue dottrine sante e colle sue massime di mortificazioni e umiltà; vinse i vizi collo spirito di sacrificio; vinse l’Impero Romano collo slancio dei martiri e colla virtù del martirio; insomma vinse il mondo colla Croce, perché la mortificazione, il sacrifizio, il martirio che cosa sono mai? non sono la croce? è stata la croce di Gesù; e questa croce Gesù consegnava poi alla Chiesa ed Egli colla sua Chiesa, quasi capitano col suo esercito, vinse il mondo e liberò i popoli dai loro errori, dai loro vizi e dalle loro violenze.

La croce è la bandiera delle sue vittorie ed è la bandiera della sua gloria. E qual è la gloria più grande di Gesù? Non è forse di aver attirato a sé e alla sua Chiesa le nazioni pagane per farne il suo popolo e il suo regno? L’aveva predetto: avrebbe attirato gli intelletti a credere i suoi misteri, le volontà ad osservare la sua legge, le libertà ad accettare il suo giogo, i cuori ad amarlo, i fedeli a seguirlo. Per Lui gli Apostoli, per Lui i martiri, per Lui gli anacoreti nei deserti, per Lui i monaci e le Suore nei loro chiostri, per Lui i Santi coi loro eroismi e i martiri coi loro sacrifizi.

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I SIMBOLI CHE CIRCONDANO IL CUORE DOLCISSIMO DI GESU’, Seconda Parte

7 settembre 2016

Nulla osta per la stampa Asti, 2 Giugno 1983

1.Severino Dalmaso Superiore Generale O.S.J.

Visto: Nulla osta Asti 22683

Can. Pietro Dacquino

Imprimatur Asti, 2361983

fi Franco Sibilla Vescovo

CAPITOLO II

 Risultato immagine per sacro cuore di gesù

«LE FIAMME»

 

Dopo gli splendori ci sono quelle fiamme sante che escono dal Cuor di Gesù e che tutto lo avvolgono. Gli splendori devono illuminare la mente che medita; invece le fiamme devono accendere un cuore che sente, perché quelle fiamme ci ricordano e ci rappresentano l’amore infinito. Questo amore è la suprema beltà del Cuor di Gesù; le fiamme del Cuor di Gesù simboleggiano l’amore di Gesù per la Divinità.

Adesso vediamo un pò come nasce l’amore nei nostri cuori. L’amore è la più nobile facoltà del nostro spirito, ma è come la radice sepolta dentro del campo: aspetta che piova e il sole, per nascere e mettere i suoi germogli. Così è l’amore chiuso dentro il cuore: aspetta le sue occasioni per risvegliarsi, per farsi sentire e vedere. E quali sarebbero queste occasioni? Non sono forse la bellezza, la bontà, la dolcezza, l’amore, l’amabilità? Questo è certo, nevvero Reverendo Padre mio? Come pure è certo che quanto maggiore è la amabilità che si presenta, tanto è ancor più grande l’amore che al vederla si accende.

E che diremo dell’amore dovuto a Dio? Non è Dio una infinita bellezza? Non è una bontà, una dolcezza, una amabilità infinita? Dio non solo si merita l’amore, ma un amore infinito. Questa verità la mente la intende, il cuore la sente: Dio infinitamente amabile merita un infinito amore. Oh sì, lo merita, ma dove lo troverà? Non lo troverà di certo se non nei due mondi che esistono, e sono il mondo eterno e il mondo creato, cioè l’Essere della Divinità colle sue perfezioni infinite, e il mondo temporaneo e creato con tutti gli esseri, cioè l’universo.

Adesso vediamo: quell’infinito amore che Dio si merita lo trova Egli nel mondo primo ed eterno, che è la sua stessa immensità, infinità e eternità? Oh! sì certamente, ivi lo trova e infinito; questo amore infinito è lo Spirito Santo. In noi intelletto e amore sono due facoltà dello spirito, ma in Dio sono due persone: il Verbo e lo Spirito Santo; e come il Verbo è la sapienza infinita della Divinità, così lo Spirito Santo è il Suo infinito amore, quell’amore con cui le Divine persone vicendevolmente si amano in un gaudio infinito; e questa infinita sapienza e amore sono la intrinseca gloria di Dio, gloria che non dipende dal creato e che Dio ebbe ed ha e sempre avrà in se stesso.

Adesso entriamo nel mondo creato: ci troveremo noi l’amore a Dio? Oh! che vi troveremo l’amore, ma non certamente l’amore infinito a Dio che si merita. In questo universo conosciamo Angeli a Dio fedeli e uomini buoni: essi amano Dio, ma essendo amori creati e naturalmente limitati, che cosa sono mai essi dinanzi a Dio se non stille dinanzi al mare e faville dinanzi al sole? Sono milioni e miliardi di amori, ma, fatto il conto, di essi ne viene forse fuori un amore infinito? Oh! no! no! la somma sarà sempre un amore finito, voglio dire un amore infinitamente lontano dall’infinita amabilità di Dio.

Padre mio, io faccio uno sciocco paragone: supponiamo che tutti i mondi che vanno circolando per l’azzurra immensità del Cielo, siano tutti popolati di creature innumerevoli e siano tutte piene di grazia e di amore; non sarebbe questo, Reverendo Padre, uno splendido culto d’amore tributato a Dio? Oh! sì! ma pure, quell’amore non sarebbe infinito.

Facciamo ancora un altro paragone più bello, maggiore.

 Supponiamo che Dio tutti gli anni creì dei nuovi mondi popolandoli di anime tutte sante e tutto amore. Oh! Padre, che bellezza!!! ma di qui risulterebbe forse quell’amore che Dio si merita, l’amore infinito? Oh! no! no! perché essendo amori finiti, messi tutti insieme non offrirebbero mai a Dio un amore infinito. E che debbo dire? che Dio non avrà mai dal creato un amore degno di sè?

Fu proprio così, finché il mondo non ebbe Gesù Cristo. Ma venuto in mezzo di noi Gesù, non fu più così, perché nella Sua Santa Umanità egli ama Dio con un amore degno di Dio; dico nella Sua Santa Umanità, perché Gesù Cristo, essendo Dio e uomo, possiede due amori, il Divino e l’umano, appartenenti l’uno e l’altro al Verbo. Io, parlando dell’amore di Gesù alla Divinità, non parlo nel Suo amore Divino ed eterno, ma invece del suo amore creato e umano, che armonizza perfettamente coll’amore Divino, ma ne è sempre distinto, come due corde tirate insieme che fanno concerto, ma l’una non è l’altra (non so se mi sia spiegata bene).

Ebbene, questo amore umano è quello che fiammeggia nel Cuor di Gesù ed è così ricco, così bello, alto, santo, profondo, sublime, che, sebbene umano, dà a Dio una gloria infinita, perché esso medesimo è un amore infinito, non già infinito nella sua sostanza, ma sì nella sua dignità, essendo l’amore umano del Verbo divino.

Ecco, adunque, quel nuovo amore, che il Verbo accese nel Suo Cuore adorabile per mettersi così fra le creature, e con quel Cuore amare Dio con un amore che fosse degno di Dio. Questo è quello che avvenne nella Incarnazione.

Immaginiamoci che adesso alla terra manchi il sole e che gli uomini tutti vivano e lavorino al chiaro della luna e delle lucerne. Oh! che vita misera, stentata sarebbe mai! Ma supponiamo che un bel giorno cresca la luce e finalmente spunti il sole inondando di luce e vita la terra: non sarebbe questa una incredibile mutazione di scena? Che gioia, che stupore, che vita nel mondo!!!

Così è stato nel mondo quando è nato Gesù. Prima di Gesù l’amore degli uomini a Dio era simile al chiaror della luna e delle lucerne; ma venuto Gesù fra di noi, Egli inondò di luce e amore il mondo, ed essendo il capo dell’universo e amando divinamente Dio, trasse presso di sè le anime e orientò verso Dio i cuori e gli amori creati. Allora il creato glorificò il Creatore come Egli merita e lo glorificò sopra tutto coll’amore.

Così Gesù esercita il Suo eterno pontificato, Egli Sacerdote supremo dell’universo. Il sacrifizio del Calvario è passato, i sacrifzi dell’altare finiranno e finirà questo culto composto di preghiere, di sacramenti, di cerimonie e di riti; ma resterà il culto di amore, e questo culto d’amore che adora, che ringrazia, che loda e benedice sarà la religione in Cielo degli Angeli e dei Beati associati a Gesù, e Gesù il Pontefice eterno. Il Suo Cuore è il centro di tutti gli amori celesti ed Egli li attira, li trasporta con sè alla prima sorgente degli esseri, dell’amore e di ogni felicità, la Triade sacrosanta. Così Dio sarà amato in eterno come deve essere amato. E questo immenso ed eterno inno di amore ha il suo principio nel Cuor di Gesù e il suo simbolo nelle fiamme che ne divampano…

Chi ama Dio ama anche tutto quello che appartiene a Dio e Gli è caro, e, sebbene tutte le cose sono di Dio, è però certo che le anime soprattutto sono di Dio e Gli sono carissime. L’amore di Dio produce sempre l’amor del prossimo, come vediamo nel Cuor di Gesù, in cui quanto è immenso l’amor verso Dio, altrettanto è inesauribile l’amor per le anime. Questo è il secondo significato di quelle fiamme che ardono nel Cuor di Gesù; esse ci ricordano l’amor suo per noi.

 

Dio è tutto, ma soprattutto è amore, tanto che gli attributi della Divinità sembrano tutti militare per l’amore; e noi nell’eternità di Dio vediamo l’amore immenso; nella sapienza l’amore eterno; nell’immensità l’amore che tutto sa; nell’onnipotenza l’amor che tutto può; nell’infinità l’amor infinito; la stessa giustizia milita per l’amore, perché come la misericordia lo asseconda, così la giustizia lo vendica e lo difende. Sebbene adunque i Divini attributi sono tutti essenzialmente uguali, pure l’amore nelle sue relazioni con noi è il più mirabile fra gli attributi di Dio ed è l’amore che solo ci spiega le opere, i benefizi e le grazie di Dio, perché se si togliesse l’amore, come si spiegherebbero le effusioni di Dio e le sue comunicazioni alle creature nei tre mondi della natura, della grazia e della gloria?

Gesù Cristo è Dio e Dio è l’amore sostanziale. Adunque era ben naturale che la qualità più evidente di Gesù fosse l’amore. Difatti, Egli è sempre amore e tutto per noi amore: amore nell’incarnazione, amore nella nostra vita mortale, amore nella redenzione, amore nella Eucarestia e poi, quando questo Divin amore manifestò il suo Cuore, «Ecco, disse, ecco quel Cuore che tanto ha amato gli uomini», e intanto quel Cuore era tutto circondato di fiamme.

E che cosa sono queste fiamme? Non è questo il simbolo, non è forse il linguaggio dell’amore? E perché queste fiamme? Il cuore non bastava a significare l’amore? Oh no, che non bastava. Primo, perché il cuore umano, benché sia il simbolo naturale dell’amore, è anche la sede delle passioni che lo turbano, per esempio l’ira, l’invidia, l’impazienza, la durezza, ecc… E poi, tutti quanti gli uomini nei loro amori presto si stancano e il cuore facilmente si muta, perché, dipendente come nell’essere così nell’amore, appena si vede venir meno i motivi che ebbe di amare subito sente venirsi meno l’amore, quasi fiamma a cui manca l’alimento.

Invece Dio è l’amore sostanziale, eterno e assoluto, e, indipendente nell’amore come nell’essere, sa amare l’uomo anche quando l’uomo non meriterebbe che un colpo della sua giustizia punitrice; e dopo tanti secoli di ingratitudini somme, la carità Divina verso il genere umano ardeva ancora, nè i torrenti di colpe infinite avevano potuto estinguerla.

E che fa Gesù? Rivela agli uomini dei tempi nostri il suo stesso Cuore. Ma il Cuor in mezzo alle fiamme è un Cuore riboccante di amore. Egli è pieno di pazienza, pieno di compassione e di misericordia, pieno di perdoni e di grazie. Ma perché, se non perché è pieno d’amore?

è questo adunque il secondo significato di quella sacra fiamma che esce dal Cuor di Gesù; questa fiamma dice che quel Cuore non solo ama Dio smisuratamente, ma ama immensamente anche noi. Oh! che divina consolazione!!! per noi poveri pellegrini di questa terra! Oh! perché lamentarsi del poco amore che troviamo nelle creature? Oh! no! no! no! consoliamoci piuttosto di quell’immenso amore che Dio ci porta, e procuriamo di corrispondere meglio coi nostri cuori a quel Cuore Divino, che ci ama tanto tanto per farci felici.

E poi, questo non è ancora niente: ciò che fa bello il cuore e attraente è l’amore; per questo il Cuor di Gesù è il più bello e il più attraente fra tutti i cuori creati e creabili, perché è pieno di amore e di tanto amore. Eppure questa amabilità di questo Cuore Divino ci sembrerà ancor più bella e attraente e irresistibile se noi, Reverendo Padre, la guardiamo da un lato tutto speciale, che sarebbe questo: il Cuor di Gesù è un amore il quale, essendo assistito e servito da una sapienza infinita, ama le anime non solo in generale, ma ancora in particolare; le ama ad una ad una con un particolarissimo amore, ama ciascuna delle anime che gli appartengono, come se non amasse nel mondo che una anima sola. Ecco uno dei lati più belli di questo grande amore, che è il Cuor dolcissimo di Gesù.

Per esempio, un re ama il suo popolo, e un buon generale ama il suo esercito; ma come la mente loro non conosce i singoli, ma solamente la moltitudine, così il loro amore si estende certo alla moltitudine, senza però riferirsi personalmente ai singoli.

Ma non è così Gesù. Egli conosce una per una le anime tutte quante e così le ama ad una ad una; ond’è che mentre il Re e il generale ama i singoli perché ama tutti, invece Gesù ama tutto il popolo delle anime, perché ciascuna delle anime presa a sè è per Gesù un amor particolare, solitario, indipendente. E difatti, non è Gesù che, come potenza infinita, crea le anime ad una ad una? E non è Egli che ad una ad una le conosce come sapienza infinita? E così Egli medesimo come infinito amore le ama una per una, come se ciascuna anima per Lui fosse sola al mondo.

Diamo uno sguardo al sole. Si potrebbe credere che il sole, occupato intorno a tutta l’universa natura, non si occuperà, poi, individualmente delle singole cose della terra; eppure non è così. Qual filo d’erba, che spunta dentro un fosso, o un fiorellino che spunta dentro a un vecchio muro, oppure una formica o un moscerino che sono nei campi o nell’aria, che il sole non li guardi e non li nutra di luce, di calore, di vita?

E così è il Cuor di Gesù con noi. è desso il sole del mondo spirituale. è questa verità medesima, che Gesù ci insegna ora coi fatti ora colle parabole. E Gesù che parla alle turbe, le istruisce, le attrae: ecco il sole della grazia, che opera sopra la moltitudine. Al pozzo di Sichem aspetta la Samaritana, la interroga, la istruisce, la converte: ecco il sole che si occupa di un solo fiore. E poi nelle parabole delle vergini e degli invitati alla cena Gesù, questo Divin amore, ci fa vedere come si occupi delle turbe; ma nella parabola del buon pastore e del figliuol prodigo, del samaritano, non vediamo Gesù occuparsi di ciascuna anima in particolare? Perché l’agnella smarrita, il figliuol prodigo perdonato, il vìandante ferito dai ladroni ci rappresentano le anime una ad una; ma è Gesù il buon Pastore, è Gesù il Padre, è Gesù il Samaritano, perché è Gesù l’amore che cerca, che accoglie, che risana. è un’anima sola, ma per Gesù vale molto di più che il sole e tutti gli astri del cielo.

Oh sì! sì! Gesù conosce ciascuno di noi e ci ama e si occupa di noi con divino amore; e sono quelle fiamme che ci ricordano questo amore; così ammirabile e così consolante…

Gesù dice: «Io ti amo; e tu mi ami?» Ecco una domanda a cui presto o tardi bisogna rispondere; ma la risposta non può essere che quella del cuore: amare Gesù e rendergli amore per amore.

Adesso guardiamo un po’ la natura del cuore umano. Chi è che non sa che il cuore è fatto per amare? è bensì vero che il cuore è agitato da tante passioni, come il mare da venti diversi; però come il mare è fatto per le acque grandi, così il cuore per l’amore. Ma perché noi abbiamo l’amore? La mente è fatta per la verità e l’amore per la amabilità, e l’amor grande per quello che è grandemente amabile, e il sommo per ciò che è sovranamente amabile. Adunque il cuore lo abbiamo per amare Dio, suprema amabilità, e segnatamente il Dio fattosi nostro, il Dio incarnato, Cristo Gesù. Alla natura dell’amore si aggiunge il precetto; sopra i dieci precetti sta quello dell’amore, e questo è il primo, e con quanta forza batte al cuore e insiste e incalza. Con questo precetto Dio assalta il cuore, investe la mente, impera alla volontà, esige ogni sforzo, e non solo domanda l’amore, ma lo vuole e lo vuol tutto quanto. Nella pienezza poi dei tempi, questo Dio, fattosi uomo, prima riconferma solennemente il precetto dell’amor di Dio, dichiarando essere questo il primo e il massimo di tutti i precetti, e poi quante volte ritorna al punto dell’amore?

E questo diritto di Gesù e questo nostro dovere apparirà ancora in un altro modo, se guardiamo il contegno di Gesù dinanzi a noi: che cosa è venuto a fare nel mondo? Con quale pompa si presentò? Forse tuonò dalle nuvole come sul monte Sinai? Ha forse detto: « O figli della terra, adoratemi e tremate»? Oh! no; era questo il linguaggio di Dio nei secoli antichi; ma dopo l’Incarnazione tutto tutto è cambiato; Egli alza la sua voce là dalla Giudea e grida a tutta la terra: « O voi che soffrite, qua, venite a me, sì, venite tutti a me: se siete infermi vi guarirò, se siete affamati io vi nutrirò, se siete peccatori io vi salverò; se siete afflitti io vi consolerò».

Gesù bisogna capirlo bene: Egli non vuole il timore, vuole l’amore; non ci vuole schiavi ma amici, ma figli, e per renderci facile questo santo amore e quasi naturale, oh! quante industrie non ha mai adoperato! E qual vi è posto del cuore umano che non abbia assalito? Guardiamolo e lo vedremo prendere tutti i profili e le tinte e le sfumature dell’amore e dell’amabilità. Non lo vediamo? Ebbene, guardiamolo in Betlem bambino che piange, in Nazaret fanciullo che lavora, nel deserto anacoreta che digiuna, nella Giudea maestro che illumina, sul Tabor uomo che si trasfigura, sul Calvario vittima che muore, nei Tabernacoli Dio che sta con noi.

E che fa? Ama. Che cosa vuole? Vuole essere amato; e per ottenere l’amore Egli è tornato al Cielo, ci manda l’amore eterno, l’amore sostanziale, lo Spirito Santo, affinché noi, animati dallo Spirito Santo, diventiamo capaci di rendere a Gesù amore per amor.

E dopo tutto questo, Gesù non è amato! ah! no che non è amato! Fu amato tanto nei tempi antichi; e l’amore a Gesù fu un amore domestico, un amore sociale, come si vede nella storia dei martirii e delle penitenze dei chiostri e delle crociate. Invece adesso non è più così; l’amore di Gesù arde sì, ma qua e là, ma arde come lampada solitaria nelle anime buone, le quali per amare

Gesù devono andare contro la corrente sociale, ed è che pochi Lo cercano, pochi Lo vogliono e pochi Lo amano. Oh! San Paolo! San Paolo! avevi proprio ragione quando gridavi: «Chi non ama Gesù è un anatema». Sì, la terra, il mare, il cielo dovrebbero dichiarare la guerra a costoro. E che cosa fanno nel mondo quelli che non amano Gesù?

Il primo nostro dovere sarà sempre il primo amore, giacché il cuore è fatto per questo. E che cosa sarebbe il mare senza le acque immense? E che cosa è un cuore senza l’amore di Dio?

E il mare del cuore ha la sua immensità, le sue tempeste e la sua calma. La sua immensità è la capacità di amare, le tempeste sono le passioni, la calma è l’amore a Gesù. Questo amante Divino ci tiene molto a dichiararsi padrone del mare, ma ci tiene molto di più ad essere padrone del nostro cuore. Il nostro cuore è fatto per amare Dio, il quale dandoci un cuore ce ne domanda l’amore.

Ma si presenta una difficoltà e sarebbe questa: noi siamo piccole creature, vicinissime al nulla e nulla abbiamo che sia veramente nostro, e Dio è l’essere eterno e immenso, infinita grandezza, pienezza infinita; e adunque come va che il tutto domanda al nulla? E conviene all’Essere infinito domandare l’amore a noi? Oh! sì! sì! che conviene, perché soltanto l’amore può dare a Dio la gloria sua, quella gloria che gli conviene e che Egli vuole da noi.

Ecco là il Cuore di Gesù. In quel Cuore Divino è Dio medesimo che si presenta a noi, non più come maestà, come grandezza, come giustizia e sapienza e potenza infinita, ma bensì come infinito amore; Dio ci ama e vuole essere amato, chè questa è la gloria dell’eterno amore…

E poi, tutti i divini attributi, coi quali noi stiamo in relazione con Dio, aspettano da noi ciascuno la sua propria corrispondenza, come, per esempio, alla maestà infinita dobbiamo il nostro rispetto, alla grandezza infinita le nostre adorazioni, alla potenza l’ammirazione, alla sapienza la fede, alla misericordia la fiducia, all’autorità l’obbedienza, alla giustizia il timore. E all’amore infinito qual tributo potremo mai rendere? Niente altro che il tributo dell’amore.

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I SIMBOLI CHE CIRCONDANO IL CUORE DOLCISSIMO DI GESU’

6 settembre 2016

I SIMBOLI CHE CIRCONDANO IL CUORE DOLCISSIMO DI Gesù

Nulla osta per la stampa Asti, 2 Giugno 1983

Severino Dalmaso Superiore Generale O.S.J.

Visto: Nulla osta Asti 22683

Can. Pietro Dacquino

Imprimatur Asti, 2361983

fi Franco Sibilla Vescovo

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PRESENTAZIONE

L’opuscolo «I simboli che circondano il Cuor dolcissimo di Gesù» è offerto alla meditazione dei lettori così come è sgorgato, nel 1929, dalla penna o meglio dal cuore di Maria Tartaglino, che con la sua fede semplice e profonda, alla luce dei doni dello Spirito Santo, è potuta entrare nel mistero del Cuore di Cristo e del Suo amore, per contemplarne «l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità» (cfr Ef 3, 18).

Maria Tartaglino è nata ad Asti il 17 settembre 1887 ed è morta il primo settembre 1944, primo venerdì del mese. La sua vita è stata tutta una partecipazione ai misteri di Cristo, soprattutto di Cristo crocifisso. Si è offerta vittima a Dio fin dalla sua giovinezza, per il bene della Chiesa e specialmente dei Sacerdoti.

Il Signore l’ha arricchita di doni particolari; ed essa, nella più grande umiltà, mise ogni impegno per essere fedele alla sua vocazione di vittima. Chiese molte volte al Signore, e con insistenza, di essere sconosciuta e disprezzata. E fu esaudita abbondantemente.

Questo opuscolo, scritto da lei che aveva frequentato solo la scuola elementare, è ricco di sapienza spirituale, che viene esposta con grande semplicità, con limpida chiarezza e con una unzione che sembra non di leggere, ma di ascoltare una persona vivente che parla al cuore.

Vorremmo raccomandare la lettura e la meditazione di questo opuscolo soprattutto ai Sacerdoti, che Cristo «ha scelto tra i fratelli con affetto di predilezione» (cfr prefazio della Messa crismale del giovedì santo). Vi troveranno tanta «dottrina cristiana», tanto «Vangelo»; saranno stimolati a credere di più all’amore che Cristo ha per loro e per tutte le anime, e saranno sempre più desiderosi di porre in Lui, Cuore Divino, la loro stabile dimora.

Al termine della lettura di queste pagine non potranno che riconoscere la verità di quanto disse Gesù: «Ti benedico, o Padre,… perchè hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25).

Per quanto riguarda i doni che possono essere affermati in queste pagine, non intendiamo prevenire minimamente il giudizio della Chiesa, alla quale ci sottomettiamo fedelmente.

Il grande «Cuore di Dio» benedica queste pagine e le diffonda perchè sia maggiormente conosciuto, maggiormente amato e maggiormente glorificato. è per questo fine che Maria Tartaglino le ha scritte.

Maria, madre di Cristo e della Chiesa, ci conduca al cuore di suo figlio Gesù.

Asti, 1 maggio 1983

festa di S. Giuseppe artigiano

  1. Alberto Chilovi O.S.J.

 

Alcune osservazioni utili

per una miglior comprensione del testo L’originale di «I simboli che circondano il Cuor dolcissimo di Gesù» consta di due quaderni manoscritti, di pagine 48 il primo e 104 il secondo. Contengono solo due correzioni.

La punteggiatura è inesistente, salvo i punti interrogativi ed esclamativi. Si direbbe che i due quaderni siano un pensiero unico, un unico periodo dalla prima all’ultima pagina. Non c’è alcuno spazio vuoto nè per una riga nè per una parola.

Perciò non c’è nè la parola Introduzione, nè Capitolo col relativo argomento, nè, tanto meno, alcun Indice. C’è soltanto il titolo: I simboli che circondano il Cuor dolcissimo di Gesù.

I due quaderni sono stati trascritti con assoluta fedeltà; è bastato mettere la punteggiatura mancante, separare i periodi venendo ogni volta a capo e suddividere il tutto in capitoli. Ne è risultato un ottimo trattato sul S. Cuore, ottimo anche dal punto di vista letterario.

«Quando scrivo diceva la Tartaglino sembra che una mano mi conduca».

Il manoscritto è indirizzato al Padre spirituale.

 

I SIMBOLI CHE CIRCONDANO IL CUOR DOLCISSIMO DI GESù

Jesu, Maria, Joseph!

Oh! quante cose ci sarebbero da dire del Cuore di Gesù! Ripensiamo, Reverendo Padre, a quei divini attributi che rendono Dio così vicino a noi, così nostro: per esempio la misericordia, la clemenza, la bontà, l’amore; e poi mettiamo anche le virtù praticate da Gesù su questa terra: la carità, la mansuetudine, la pazienza, il sacrificio, e mettiamo insieme questi tesori di santità, di grazia, di amore, di bontà e facciamone una sintesi luminosa e santa, ed eccoci il Cuore di Gesù in tutta la pienezza della sua divina realtà. Per quanto, Reverendo Padre, si dica di questo Cuore Divino, ce n’è sempre da dire, perché è una miniera da cui si possono trarre fuori sempre nuove gemme, è un oceano dove sempre si pescherà.

Reverendo Padre, non so se sia ispirazione di Dio: nella Santa Comunione e anche nella visita a Gesù Sacramentato mi sento spinta a scrivere i simboli che circondano questo Cuore Divino e mi sento che, se faccio questo, faccio un piacere grande a Gesù e che anzi proprio lo voglia.

Comunque sia, io lo farò, come sono capace, come Gesù mi fa capire.

Questi simboli del Cuor dolcissimo di Gesù, studiati e ben intesi, ci portano a quella conoscenza ed amore del dolce Dio incarnato, che sono la meta a cui questa gran divozione mira e conduce le anime a Gesù. Questo dolce Amore ci conceda questa grazia così grande, perché chi lo conosce e lo ama è già bene avviato alle feste dell’eterno Amore.

 

INTRODUZIONE

Il Re ha il suo giardino e lo ama, però lo fa coltivare dai suoi giardinieri; ma se il Re piantasse Lui medesimo un fiore e lo coltivasse da sè, chi è che non direbbe che quel fiore è carissimo al Re? e chi non loderebbe il fiore del Re? Il giardino della Chiesa è pieno di diverse divozioni, che Gesù lascia coltivare dai Suoi Ministri; ma questo fiore lo piantò e coltivò Lui medesimo. Erano grandi i pericoli e i bisogni della Chiesa, e ci voleva un aiuto grande; ma per la Chiesa e per le anime non c’è altro aiuto: ci vuole Gesù Cristo; e nel Cuore di Gesù abbiamo Gesù Cristo, ma Gesù Cristo nella sua forma più attraente e più dolce; questa forma è la bontà e l’amore. Gesù non ci presentò solamente il Cuore, ma ce lo rappresentò questo Cuore Divino circondato da cinque simboli, che, secondo me, come h capisco, sono gli splendori, le fiamme, la croce, le spine e la ferita. Questi simboli non sono là emblemi oziosi, hanno tutti un significato; abbiamo in questi simboli dei sicuri interpreti del Suo Cuore; basta interrogarli ed ascoltarli.

Questi simboli sono cinque: gli splendori, le fiamme, la croce, la corona e la ferita. Il significato di ciascun simbolo è diverso: gli splendori significano la divinità, la grazia e le virtù di questo Cuore Divino; le fiamme significano quell’amore infinito che pose in questo Cuore la Sua sede visibile; la croce significa la forza generosa dell’amor Suo e la condizione imposta all’amor nostro; la corona significa la sovranità di questo Cuore e la monarchia dell’amore; la ferita poi significa il compimento della redenzione nel dono che del Suo Cuore ci fa questo amante Divino. Ecco, Reverendo Padre mio, secondo la mia ignoranza, i significati profondi che sono chiusi in questi simboli sacrosanti. Essi non sono là come un semplice ornamento del Cuore Divino; questo Dio d’amore non fa nulla senza grandi ragioni.

Ecco, adunque, per quali motivi, volendo Gesù presentare il Suo Cuore al mondo, lo presentò così; il Cuore di Gesù presentato così è come un linguaggio simbolico popolare che tutti possono capire; questo Cuore è un libro che anche i più semplici possono leggere e capire. Oh! cieli! cieli! voi con le vostre cifre formate di astri e di soli, voi, oh! sì, voi ci racconterete la gloria di Dio; ma tu, Cuore amabile, tu, Sole degli ultimi secoli, tu coi simboli tuoi ci racconterai la gloria, la bellezza, l’amore di questo Dio d’amore per noi.

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ICONOGRAFIA DEL SACRO CUORE DI GESU’

5 settembre 2016

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Circolare n° 139 Il Sacro Cuore di Gesù il suo significato teologico e sociale

2 settembre 2016

Primo Sentiero

 

In occasione della Festa del Sacro Cuore di Gesù invitiamo i nostri amici

a riflettere sulla grandezza e la bellezza di questa verità cattolica

 

Risultato immagine per Sacro cuore di gesù, la storia sociale

 

 

Il Cristianesimo afferma che la salvezza è nell’adesione del cuore. Per il Cristianesimo la conoscenza è importante ma non determinante, nel senso che essa (la conoscenza) svolge una funzione ausiliare per l’esercizio della virtù ma non costituisce il criterio della salvezza. Il Cristianesimo non è una religione gnostica, ovvero una religione che fa della conoscenza l’unico criterio della salvezza: chi conosce si salva, chi non conosce non si salva

Che il criterio cristiano della salvezza non sia nella conoscenza ma nell’adesione del cuore, è esito del fatto che il Dio cristiano ha creato per amore e che per amore ha deciso d’incarnarsi, di fare esperienza della sofferenza e della morte.

Nel XVII secolo nacque e iniziò a diffondersi l’eresia giansenista, che si basava prevalentemente su due punti. Primo: il peccato originale ha talmente rovinato l’uomo che questi, senza la Grazia, non può fare il bene, neanche occasionalmente. Secondo: Dio ha già deciso chi deve essere salvato e chi dannato indipendentemente dai meriti e dai demeriti; insomma, una predestinazione in senso calvinista.  Dunque quella del giansenismo era una concezione antropologica dichiaratamente pessimistica e, nello stesso tempo, una concezione di Dio rigoristica ed angosciante. Il Sacro Cuore appare a santa Margherita Maria Alacoque affermando, invece, che bisogna abbandonarsi al Suo Amore, indicando cioè il Suo Cuore come criterio di vincolo a Lui ed anche come criterio di comprensione (per quanto possibile) della Sua tenerezza per l’uomo stesso. In una delle rivelazioni a santa Margherita il Sacro Cuore disse: “Ecco quel Cuore che ha talmente amato gli uomini da non aver risparmiato nulla, fino ad esaurirsi e consumarsi per testimoniare a loro il proprio amore.”

Dunque, con la devozione al Sacro Cuore, Gesù ricorda il suo immenso amore e la sua immensa misericordia per l’uomo. Un ricordo non astratto ma volto a far capire concretamente quanto la vita dell’uomo stesso possa cambiare abbandonandosi all’amore di Gesù. Egli rivelò a santa Margherita ben dodici promesse di una indiscutibile concretezza. Leggiamole. 1.  Ai devoti del mio Sacro Cuore darò tutte le grazie e gli aiuti necessari al loro stato. 2. Stabilirò e manterrò la pace in tutte le loro famiglie. 3.Li consolerò in tutte le loro afflizioni. 4. Sarò per loro sicuro rifugio in vita e soprattutto nell’ora della morte. 5.Spargerò abbondanti benedizioni su tutte le loro fatiche e imprese. 6.I peccatori troveranno nel mio Cuore un’inesauribile fonte di misericordia. 7.Le anime tiepide diventeranno ferventi con la pratica di questa devozione. 8.Le anime ferventi saliranno rapidamente ad un’alta perfezione. 9.La mia benedizione rimarrà nei luoghi in cui verrà esposta e venerata l’immagine del Sacro Cuore. 10.A tutti coloro che opereranno per la salvezza delle anime, darò grazie per poter convertire i cuori più induriti. 11.Le persone che diffonderanno questa devozione avranno i loro nomi scritti per sempre nel mio Cuore. 12.A tutti coloro che si comunicheranno nei primi venerdì di nove mesi consecutivi, darò la grazia della perseveranza finale e della salvezza eterna.

A proposito della devozione al Sacro Cuore di Gesù, Pio XI al paragrafo 4 della  Miserentissimus Redemptor, dell’8.5.1928, dice che “essa è non soltanto il simbolo, ma anche, per così dire, la sintesi di tutto il mistero della Redenzione (…) la più completa professione della Religione cristiana.”

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