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IL SACRO CUORE E IL SACERDOZIO Madre Luisa Margherita Claret de la Touche Serva di Dio

23 giugno 2017

Parte prima

IL SACERDOTE, CREAZIONE DELL’AMORE INFINITO

Risultato immagine per Madre Luisa Margherita Claret de la Touche

CAPITOLO III

Gesù perdona

Dio è Amore. La sua vita è l’amore: ogni suo movimento, sia nella profondità del suo intimo che fuori di sé, è un movimento d’amore. Se genera nel suo seno, è il Verbo, sublime parola d’amore che Dio dice a se stesso. Se la bellezza e la grandezza del suo Figlio increato lo rapiscono e provocano un movimento d’amore, e se il Figlio, allo stesso tempo, rapito d’amore per il Padre, ha un moto simile, ne procede lo Spirito Santo, sospiro d’amore esalato dal Padre e dal Figlio.

Tutto ciò che Dio crea fuori di sé è creazione di amore, perché crea soltanto per amore, e ogni suo moto verso le creature è un moto d’amore. Comandi; proibisca, punisca, perdoni, assecondi o riprenda, è sempre l’amore.

Ma questo amore ineffabile prende nomi diversi, secondo il suo agire: quando comanda, è potenza; quando asseconda, bontà; quando punisce, giustizia; quando perdona, misericordia. Così l’amore vive, agisce in Dio, e quale che sia la sua forma, è un unico amore, un’unica azione, un’unica forza. Dio, nella sua unità assoluta, immensa, profonda, senza limite, incommensurabile, eterna.

L’uomo è stato creato dall’amore, un amore fecondo, generoso, abbondante, che chiede solo di espandersi; amore di un Padre che vuole comunicare la sua vita; amore di artista che vuole generare capolavori. L’amore che asseconda colmò l’uomo innocente dei suoi doni. Dopo il peccato, l’amore che punisce, la giustizia, stava per colpire; ma l’amore che perdona, la misericordia, era pronto a fermare il braccio già alzato per colpire.

Il Verbo di Dio, generato dall’amore, che viveva nel seno dell’amore, l’Amore stesso, si offrì per pagare il debito del colpevole. Fu amore che perdona e, durante una lunga catena di secoli, questo amore misericordioso si innalzò come un baluardo nel seno stesso di Dio, per riparare l’uomo peccatore dai colpi della giustizia irritata.

Dopo che l’umanità ebbe per molto tempo sofferto e pianto, dopo aver più volte bussato con una lunga attesa alla pietà di Dio, e averla commossa, il Verbo discese sulla terra. Si rivestì della nostra carne. Prese su di sé le nostre debolezze e la nostra mortalità: fu il nostro Cristo, il nostro Gesù. Venne, Amore ineffabile, Misericordia incarnata, non solo per insegnare la verità, non solo. per illuminare con la luce di Dio l’intelligenza umana, ma soprattutto per portare sulla terra il perdono del Padre, lavare nel proprio sangue le iniquità del mondo, spezzare i legami che trattenevano l’anima dell’uomo prigioniero del peccato. Gesù era lui stesso il grande perdono di Dio, perdono sostanziale e vivo, perdono efficace e salvatore.

Non ci stupirà allora se diremo che l’inclinazione di Gesù fu la Misericordia, che il movimento soprannaturale, ma naturale per il suo cuore, fu sempre perdonare e assolvere.

Se noi seguiamo Cristo nei tre anni della sua vita pubblica; se noi camminiamo dietro di lui durante questo periodo così laborioso e fecondo del suo apostolato, lo vedremo senza sosta alla ricerca dei peccatori, continuamente impegnato a spezzare i legami di iniquità che avvolgono gli uomini. « Dio dirà Gesù non ha inviato il suo unico Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui »?

La missione di Cristo sarà compiuta in pienezza: sarà ardente nella ricerca delle anime, saprà abbassarsi fino alla miseria più profonda del peccatore, per sollevarlo, fino alla santità di Dio.

Gesù ama coloro che vuole perdonare, che assolve. E tuttavia i peccatori, di fronte a Dio, sono i nemici mortali. Innanzittuto sono ingrati: avevano ricevuto tutto da Dio e, disprezzando la sua generosità divina, hanno dimenticato la sua bontà e calpestato il suo cuore. Poi sono ribelli: obbligati dal loro essere creature alla dipendenza e alla docilità, hanno scosso da sé il giogo dell’autorità di Dio, così legittima e dolce, e si sono fatti da se stessi maestri. Infine sono traditori: era stato loro affidato il governo del mondo; dovevano custodire, per condurle a Dio, le creature inferiori e, tradendo la fiducia di Dio, hanno distolto le creature dal loro fine, costringendole quasi ad abbandonare il loro Maestro, loro Creatore, loro Signore.

E Gesù li ama, questi peccatori. E’ il suo amore per loro che l’ha fatto scendere dal cielo e venire sulla terra a faticare, soffrire e morire nel dolore e nell’ignominia.

Mentre cammina sulla terra che presto sarà arrossata dal suo sangue, guardate come frequenta volentieri i peccatori, come s’intrattiene con loro, come accoglie con gioia tutti quelli che si presentano a lui. è spesso in mezzo a loro e testimonia loro tale e tanta bontà che i farisei gelosi dicono ai suoi discepoli: « Perché il vostro Maestro mangia con pubblicani e peccatori? ». E prendono pretesto per negare la divinità della sua missione dalla sua bontà misericordiosa: « Se fosse davvero un profeta dicevano nella amarezza del loro cuore egoista e privo di compassione saprebbe che questa donna che lo tocca è una peccatrice », e non ne sopporterebbe il contatto. Erano ben lontani dal conoscere Gesù quelli che credevano che la miseria dovesse disgustarlo, e che il peccatore che piange fosse indegno della sua misericordia.

Un’espressione di Gesù, semplice e profonda, ci rivela, in poche parole, sia l’inclinazione tutta misericordiosa del suo cuore, sia la missione affidatagli dal Padre, di perdonare e di assolvere: « Sono venuto disse un giorno a cercare e a salvare ciò che era perduto ».

Difatti, non è venuto solo per accogliere quelli che andavano a lui, per perdonare chi era pentito: ma per andare incontro ai peccatori, per cercare dappertutto quelle anime accecate dal peccato, trattenute dalla vergogna o dominate dalla viltà.

Durante questi tre anni di apostolato non farà altro che cercare le anime: girerà senza sosta città e villaggi della Giudea e della Galilea; dirigerà la sua barca su tutte le rive del lago di Genezareth; si spingerà nel deserto; passerà per i territori pagani di Tiro e Sidone, seguirà le rive del Giordano e le coste del mare; andrà a mescolarsi, rischiando la vita, alle folle dei pellegrini per le feste di Gerusalemme, frequenterà il portico del tempio dove discutono i dottori, la piscina delle pecore dove i malati si affollano.

Niente lo scoraggerà nelle sue ricerche; nulla spegnerà il suo desiderio inesauribile di trovare uomini da salvare. L’ardente passione per la salvezza dell’uomo trasporta Gesù, raddoppia le sue forze, gli fa accettare fatiche innumerevoli, fino a condurlo al Pretorio e al Golgota.

Colui che Gesù ha scelto per continuare la sua vita sulla terra, questo privilegiato che una partecipazione all’unzione di Cristo Salvatore rende salvatore e liberatore delle anime, il sacerdote, deve avere nel suo cuore questa fiamma ardente, questo veemente desiderio, questa passione santa per la salvezza dei fratelli. Investito da Cristo del potere altissimo di perdonare e assolvere, non deve desiderare altro che di poter servirsene e, con ardore generoso, deve andare alla ricerca degli uomini con tutto lo slancio del suo cuore e, se necessario, anche con lunghi cammini o viaggi pericolosi.

Deve tentare tutto per salvare un’anima: dimenticarsi di se stesso, abbandonare vedute personali, cacciare lontano da sé ogni desiderio di riposo e ogni ricerca di soddisfazioni. Gesù non ha calcolato le sue forze e il suo tempo, li ha consumati interamente. Si è donato completamente, non ha sognato gioie troppo umane, una vita calma, la tranquillità assicurata. Non ha pensato di poter essere salvatore risparmiandosi, o di poter dare vita a molti senza gettare e perdere la propria.

Il prete di Cristo, erede dei suoi sentimenti, ha il cuore grande, l’anima ardente. Mietitore infaticabile nel raccogliere, per darli a Dio, molti covoni di uomini, vuole versare in abbondanza il perdono del Padre. Non gli importa se il sole brucia, se il sudore bagna il suo corpo stanco. Lo sa: quando sarà giunta la sera della sua vita, quando sarà finita l’ora del lavoro, troverà nell’amore di Cristo un refrigerio inesprimibile.

La Maddalena e Zaccheo

Nel suo cammino Gesù, sempre teso a perdonare e assolvere, incontrò tipi diversi di persone. Alcune, come Maddalena, venivano da lui di propria iniziativa.

La nausea del peccato si era un giorno impadronita della donna di Magdala. Una grazia interiore aveva spinto il suo cuore a tornare al bene; una parola di Gesù, udita quasi per caso, aveva vinto le sue ultime resistenze. Era venuta a prostrarsi ai piedi del Cristo. In mezzo alle lacrime aveva fatto la confessione umiliante dei suoi errori. Addolorata, ma anche piena di fiducia, era rimasta là, baciando i piedi di Gesù e attendendo quell’assoluzione che doveva liberarla dalle sue catene, quel perdono che l’avrebbe resa per sempre la felice conquista dell’Amore Infinito.

Cristo aveva riconosciuto in lei un’anima di elezione, uno di quei cuori ardenti che il piacere può affascinare per qualche istante, ma per i quali gli amori terreni sono troppo freddi, instabili e brevi. Questi cuori, attratti dall’Amore Infinito ma all’oscuro della via che vi conduce, si lasciano qualche volta ingannare dal miraggio degli affetti umani; scendono a poco a poco fino in fondo, ma non sanno rassegnarsi a rimanervi.

Maddalena era fatta così. La sorella di Marta e di Lazzaro, tradita dal suo cuore, aveva dimenticato le tradizioni sante del suo popolo e gli esempi dei suoi; era caduta nel peccato, gettando la sua famiglia nel dolore e nella vergogna. Ma la sua anima era troppo alta per sentirsi soddisfatta nel male; il suo cuore era troppo grande per accontentarsi dell’amore delle creature; doveva appartenere a Cristo, e Cristo la conquistò.

Una dolce emozione penetrò il cuore di Cristo quando vide davanti a sé questa donna, che era sì caduta ma che una sua sola parola avrebbe rialzato, rendendola bella con il perdono. Gesù vedeva in lei virtù ammirevoli: la fede, giacché di sua iniziativa veniva a chiedere perdono; la speranza, una fiducia senza limiti la trattenevano ai piedi di Gesù; l’amore l’aveva soggiogata e vinta. La parola di Gesù « Ti sono rimessi i tuoi peccati » è la risposta alle lacrime e alla fiducia amorosa di Maria.

In seguito Gesù non l’abbandona. Continua a formare la sua anima, le chiede a volte atti di eroismo. La conduce lentamente verso l’eterna beatitudine, da Magdala a Betania, da Betania al Calvario e di lì al cielo, passando per l’abnegazione del « Noli me tangere » e per le persecuzioni di Gerusalemme.

Gesù fa di questa peccatrice un miracolo di amore. Sarà la santa, l’amante, la prediletta del suo cuore e l’opera del suo perdono misericordioso.

Tra le persone che Cristo ha incontrato, altre, come Zaccheo, avevano peccato seguendo la strada larga e facile che traccia lo spirito del mondo. Il ricco pubblicano di Gerico, arrivato all’opulenza con mezzi più o meno onesti, gioiva dei piaceri della vita, senza fastidi e senza rimorsi. Una grazia segreta aveva però una volta messo in lui un vago desiderio di una vita migliore. Ma non era stato che un pensiero momentaneo, su cui l’urgenza degli affari, l’amministrazione delle sue ricchezze non gli avevano permesso di soffermarsi. La fama dei miracoli di Gesù era comunque arrivata fino a lui; improvvisamente viene a sapere che presto arriverà nella sua città. Una curiosità che lui pensa naturale e che non è altro che un tocco benefico della grazia lo spinge a desiderare di vederlo. Non ci tiene a parlargli. Gli sembra di non avere niente da dirgli, vuole solo vederlo, studiare quest’uomo straordinario il cui nome è sulla bocca di tutti, e che le folle acclamano.

Le critiche e il disprezzo dei Giudei non avevano affatto turbato Zaccheo nella sua vita lussuosa e comoda; e il rispetto umano non lo ostacola molto, quando vuole vedere Gesù. Sale su uno dei sicomori che crescono lungo la via principale di Gerico, e da lassù aspetta il passaggio del Maestro.

Mentre lo guarda avanzare lentamente, circondato dalla folla, sente all’improvviso lo sguardo di Gesù fissato su di lui. Quello sguardo profondo e dolce, luminoso, che penetra fino in fondo all’anima, lo scuote stranamente; ed ecco che si sente chiamare per nome: « Zaccheo, sbrigati a scendere, perché oggi vengo a pranzo a casa tua ». A casa sua! Non riusciva a convincersi di aver capito bene. Sconvolto fin nel profondo del cuore per questa delicatezza del Maestro, non poteva nemmeno rispondere. Corse a casa sua; diede ordini, fece preparare tutto: voleva che Gesù trovasse da lui un’ospitalità abbondante e magnifica.

Ben presto, il Figlio di Davide, il grande profeta di Israele, sempre seguito dalla folla, si presenta alla porta della sua sontuosa abitazione. Nell’animo di Zaccheo si succedono varie emozioni: una viva luce gli fa vedere l’ingiustizia della sua vita. La bontà di Gesù, che si è degnato di sceglierlo come ospite, malgrado il disprezzo generale di cui è oggetto da parte dei Gìudei, gli sembra così misericordiosa e dolce che il suo cuore ne è profondamente toccato. Vedendo il Cristo poveramente vestito, che vive di elemosina, che passa facendo del bene, diffondendo la luce e la pace, il viso sereno, lo sguardo colmo di misericordia e la mano sempre alzata per benedire, il ricco pubblicano capisce la vanità delle false ricchezze in cui fino allora ha riposto la propria felicità. Capisce di essere fatto per qualcosa di più grande, più utile, migliore.

In piedi di fronte a Gesù, che ha accolto come un re nella sua casa, con il cuore aperto, con la volontà interamente volta al bene, Zaccheo inizia a dire: « Ecco, io do la metà dei miei beni ai poveri, e se ho fatto torto a qualcuno in qualche cosa, gli renderò quattro volte tanto ».

Non dice che « darà »: dà, ha già deciso, e se ha commesso ingiustizie (è facile commetterne quando l’amore delle ricchezze domina il cuore), le ripara generosamente.

è grande la gioia di Gesù quando Zaccheo risponde così fedelmente alla sua grazia. Il suo sguardo misericordioso non si è posato invano su quell’uomo; i suoi approcci pieni d’amore questa volta non sono stati respinti. Vedendo l’opera sublime compiuta dalla sua misericordia, Gesù esclama: « Oggi la salvezza è veramente entrata in questa casa! ». E, tuffando di nuovo il suo sguardo limpido nelle profondità intime di quell’anima rigenerata dal suo amore, dice: « Quello è davvero un figlio di Abramo ».

Poi aggiunge, splendida sintesi della sua vita: « Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto ».

La Samaritana

Gesù non incontrava tutti i giorni sul suo cammino anime facili da conquistare. A volte doveva bussare per molto tempo alla porta degli uomini, stancarsi a cercarli, lottare con loro. Ne vediamo un esempio nella conversione della Samaritana. Il Signore, nel suo amore preveniente, aveva visto nella città di Sichar molti che attendevano la salvezza. In mezzo a loro, aveva vista una donna peccatrice e, nella sua misericordia, aveva deciso non solo di allontanarla dal male, ma di farne l’apostolo dei suoi concittadini.

Molto spesso Gesù aveva preso di fronte al Padre l’atteggiamento umile di chi supplica; molto spesso aveva donato la grazia del suo amore a persone che colpevolmente avevano resistito alla sua volontà di salvezza. Un giorno, tuttavia, volle tentare una specie di ultimo assalto, e prese con i discepoli la via della Samaria. Si avvicinavano a Sichar. Il sole di mezzogiorno splendeva sulla pianura, coprendo di luce dorata il Garizim, laggiù all’orizzonte. Il grano, non ancora maturo, ondeggiava lontano sotto il soffio del vento. Sul bordo della strada, la fontana del Patriarca, all’ombra dei palmizi. Gesù si fermò, stanco. Lasciò che i discepoli continuassero il cammino verso la città, e andò a sedersi, pensoso e triste, accanto al pozzo di Giacobbe.

Ci dobbiamo stupire di fronte a questa debolezza di un Dio, a questa stanchezza che è anch’essa un mistero? Senza dubbio, non era solo la fatica del viaggio che pesava su Gesù. Era piuttosto il peso dei peccati degli uomini che premeva sulle spalle di colui che per questi peccati si offriva come vittima di amore. Era un peso che lo piegava. Le lunghe resistenze della peccatrice di Sichar, l’avvertire che molti lottavano contro la sua misericordia, gettavano Gesù in una tristezza profonda. Anche il battito del suo cuore, pieno di amore, risentiva di questo dolore; anche il suo corpo era piegato, indebolito.

Ben presto, vide venirgli proprio quella donna per la cui salvezza aveva già molto sofferto e pianto. Cosa si poteva ancora fare? Dottrine piene di errori, di cui era stata nutrita fin dall’infanzia nella sua terra di Samaria, in cui qualche brandello della rivelazione di Dio si mescolava all’idolatria più grossolana; influenze diverse esercitate su di lei dai molti uomini cui si era di volta in volta data; tutto questo aveva falsato il suo animo e corrotto il suo giudizio. Un carattere tenace, razionale, portato all’ironia; una natura sensuale, nemica del lavoro e dello sforzo erano altrettanti ostacoli sul cammino della sua conversione. Gesù non si lascia scoraggiare. Non è venuto per i sani, ma per i malati. E’ la risurrezione e la vita, e vuole risuscitare questa donna, che vede con chiarezza morta al suo amore.

Gesù inizia dunque con la peccatrice il colloquio che ci ha trasmesso il Vangelo. Il rispetto di Gesù per la persona, la prudenza che accompagna tutte le sue parole e tutte le sue azioni, la sua dolcezza e pazienza, la sua umiltà si rivelano qui altrettanto che la sua profonda conoscenza del cuore dell’uomo. Chiede dapprima alla Samaritana un piccolo servizio. Sopporta, senza scomporsi, le sue impertinenze. Penetra a poco a poco nel suo cuore, stimolando abilmente la sua naturale curiosità. La porta anche a dichiarare l’irregolarità della sua posizione. è soltanto quando lei stessa dice « Non ho marito » e che Gesù le mostra di conoscere il peccato in cui lei vive. Ma lo fa semplicemente, senza traccia di rimproveri, sapendo bene che lei non può accoglierli; senza ferirla con il disprezzo, senza umiliarla con parole dure.

Questa dolcezza, questo sguardo che legge nel profondo del suo cuore, danno alla donna il coraggio di confidarsi con Gesù. E lui, con bontà, risponde alle sue domande, chiarisce i suoi dubbi, illumina i suoi pensieri. E le annuncia la sua missione. La Samaritana, tutta agitata, ritorna in fretta in città. Un turbamento strano si è impadronito di lei, è assalita da pensieri che non ha mai avuto. Sotto l’influenza della grazia si opera in lei, che ancora non ne ha coscienza, un cambiamento. Quando entra in Sichar, si sente spinta a dire a tutti quelli che incontra: « Venite, venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto: non sarà il Cristo? ». Non sa ancora se deve credere; ma capisce che quest’uomo così puro, così solenne e dolce insieme, che le ha parlato lungo la strada, non è un uomo qualunque. La Samaritana vuole che gli altri giudichino.

La sera di quello stesso giorno, quando, chiamato dagli abitanti, Gesù entra in Sichar, ritrova la peccatrice. L’amore l’ha trasformata. Viene incontro al suo Salvatore, non per confessare delle colpe che Gesù già conosce, ma per ricevere un perdono che la sua fede e il suo pentimento reclamano, e che Gesù è impaziente di darle. La misericordia aveva vinto ancora una volta. Aveva fatto di una creatura miserabile in cui tutto sembrava impuro e viziato una persona arricchita dall’amore, un apostolo della verità, un trofeo di gloria per il Cristo. Era un miracolo nuovo. E quando, due giorni più tardi, Gesù partì dalla città, proprio coloro che aveva attirato verso il suo amore, illuminato con la sua verità e salvato con la sua misericordia, gli diedero per la prima volta, a una sola voce, il nome di Salvatore.

Già diciannove secoli hanno ripetuto questa parola di gioia dei Samaritani: « è veramente il Salvatore del mondo ». E Molti altri secoli, forse, la ripeteranno; gli echi dell’eternità la faranno risuonare senza fine. Gesù è il Salvatore del mondo perché è la Misericordia; e il mondo ha molto bisogno di una misericordia che perdona…

L’indemoniato

Gesù passava di città in città, di villaggio in villaggio facendo del bene. Si trovò spesso di fronte a una categoria di uomini le cui sofferenze lo colpivano in modo particolare e profondo.

Le folle, entusiasmate dai suoi prodigi, gli portavano da ogni parte una moltitudine di ammalati e di indemoniati perché li liberasse. Molti fra loro, senza dubbio, potevano anche non essere in stato di peccato; il diavolo può, per un permesso di Dio, possedere i corpi; ma è soltanto con la volontà dell’uomo che può possedere la sua anima. Altri tuttavia soffrivano sotto il giogo pesante di una duplice possessione: del corpo, e anche dell’anima. Possiamo immaginare il dolore di Gesù vedendo gli orribili stravolgimenti operati nel cuore dell’uomo dalla presenza dello spirito del male. Guardiamo allora con quale dolcezza e pietà, con quale premura rendeva presente la sua potenza divina per scacciare lo spirito delle tenebre. A prima vista, quando leggiamo i Vangeli, Gesù sembra fare uso soltanto della sua autorità sovrana e dell’onnipotenza della sua parola per liberare gli indemoniati. Ma un passo del Vangelo ci fa vedere che utilizzava anche altri mezzi.

Un giorno, Gesù scendeva dal Tabor. Tornava dall’aver lasciato apparire ai suoi tre discepoli prediletti un riflesso splendente della sua gloria, e il suo volto conservava ancora le tracce della luce divina della Trasfigurazione. Una grande folla era raccolta ai piedi della montagna; alcuni discepoli discutevano; l’atmosfera era eccitata. Gesù, arrivando, si preoccupò della causa di tanta agitazione. Gli risposero che un giovane, posseduto dal diavolo, era stato portato ai discepoli perché facessero su di lui gli esorcismi, ma che questi non avevano risolto nulla. Ed ecco che Gesù chiama a sé il padre del giovane indemoniato. Gli chiede anzitutto un gesto di fede e di confidenza; poi si fa portare il giovane, parla con potenza allo spirito maligno, libera l’indemoniato e lo rende, guarito, a suo padre. La folla si ritira. Gesù entra in una casa vicina con i discepoli, e questi lo interrogano sul loro insuccesso, che li ha stupiti. E Gesù fa vedere loro l’insufficienza della loro fede. Li invita a non fidarsi soltanto delle loro azioni, ma ad entrare nella potenza divina per una confidenza umile, senza limite, nella bontà infinita di Dio. Poi aggiunge: « Sono necessari preghiera e digiuno per cacciare questo genere di demoni ».

Una piccola frase. Ci dice che Gesù pregava, che faceva penitenza per la salvezza degli uomini. Quelle lunghe preghiere che occupavano un’intera notte, quelle privazioni di ogni genere cui si sottoponeva volontariamente; quei lunghi viaggi a piedi, quei digiuni prolungati, quel dormire sulla nuda terra: sono i mezzi che servivano a Gesù per liberarci dalla schiavitù di satana.

Possiamo chiederci se ce n’era bisogno. Verbo del Padre, per cui tutte le cose sono state fatte, una sola parola uscita dalla sua bocca, un solo moto della sua volontà sarebbe stato più che sufficiente a cacciare qualunque demonio. Non dimentichiamo però che Gesù si era fatto nostro modello. Quello che lui poteva fare per virtù divina, non lo possiamo certo fare noi, per quanta ricchezza possiamo avere di doni divini.

L’umanità di Gesù priva di peccato non era di nessun ostacolo all’azione della sua divinità. Poteva sempre agire in Dio. Non aveva certo bisogno di ricorrere ad altri mezzi. La nostra umanità, macchiata dal peccato, oscurata da quella moltitudine innumerevole di imperfezioni e debolezze in cui cadiamo ogni giorno, è un ostacolo permanente all’azione dell’amore di Dio in noi, e alla piena effusione dei suoi doni nella nostra vita.

Il prete è rivestito, in Cristo, dei suoi poteri di Dio e, chiunque e comunque sia come persona, resta sempre un prete. Dal giorno in cui il carattere del sacerdozio è stato impresso in lui, ha potuto compiere gli atti del sacerdote. è entrato nella partecipazione della potenza divina per consacrare, assolvere, sacrificare. Può peccare: è sempre prete; prete indegno, è vero, oggetto d’orrore per Dio e di scandalo per il mondo. Il suo carattere sacro, splendente sulla sua fronte, non farà che illuminare la profondità della sua miseria e il triste naufragio d’ogni sua grandezza: ma è sempre prete: Tu es saceddos in aeternum.

Può consacrare, assolvere, sacrificare; ma la pioggia di grazie speciali che Dio offre al prete; la potenza d’amore sugli uomini per condurli a Dio; l’autorità sugli spiriti malvagi per metterli in fuga; la luce interiore per discernere la voce di ogni uomo, i disegni di Dio su di lui, la via lungo la quale condurlo; il coraggio per sostenere le fatiche dell’apostolato o i rigori della persecuzione; la sapienza per difendere la verità; la forza per conservarsi casto; i privilegi, i doni, le grazie destinate da Dio al suo sacerdote, gli sono date soltanto in misura del suo amore e della sua purezza.

Per ottenere, per conservare, per accrescere in sé l’amore e la purezza, il prete deve ricorrere alla preghiera e alla penitenza. è per questo che Gesù disse ai discepoli: « per cacciare questo genere di demoni… »; per avere una potenza, in tutto simile alla mia; per fare ciò che io faccio, alla grande grazia del sacerdozio che io vi comunicherò e di cui siete già in parte rivestiti, aggiungete ancora la preghiera e la penitenza.

Il sacerdote perdona con Gesù

Il prete, seguendo Gesù, incontra gli uomini che Gesù stesso ha incontrato. Qualche volta, trova sulla sua strada anche qualcuno posseduto da uno spirito malvagio. Potrà tentare molte strade: convincerlo, ad esempio. Ma questi uomini sono ormai troppo lontani dal prete perché possa loro giungere la sua voce. Potrà cercare di conquistarseli con benefici e gesti di amicizia, ma essi fuggono la sua presenza e respingono i suoi doni.

Non resterà allora che inginocchiarsi in preghiera, chiedere misericordia, importunare l’amore di Dio; bisognerà aggiungere alle proprie suppliche le opere della penitenza, rinnovare nella propria carne le sofferenze di Cristo o, almeno, imporre ai propri sensi il giogo salutare della mortificazione che Gesù ha costantemente portato su di sé. Così, unendo la preghiera e la penitenza alla fermezza di una fede illuminata e di una confidenza senza limiti, il prete acquisterà la potenza per scacciare i demoni da coloro che ne sono posseduti, e per distruggere l’influenza nefasta che essi esercitano sul mondo.

Altre volte il prete incontrerà qualcuno come la Samaritana, che bisognerà saper attendere per molto tempo, e presso cui bisognerà agire con molta prudenza. Incontrando persone così, pregherà per loro. Sarà paziente per attenderle, coglierà con attenzione ogni occasione per far loro un po’ di bene. Trattando con loro, imporrà il rispetto con una modesta gravità. Le convincerà non con discussioni violente o con infuocate controversie, ma con parole misurate, benevole, semplici e luminose, sempre umili. Toccherà il loro cuore con una bontà senza debolezza e un autentico interessamento. Come Gesù, non si stupirà mai del male (questo genere di stupori fa soffrire molto i peccatori… ). Non sembrerà mai stanco di ascoltare, e nemmeno scandalizzato dalle loro confessioni. E arriverà così, poco alla volta, a rivelare loro Cristo, il Salvatore.

Se il prete incontra degli Zaccheo, di quegli uomini cioè in fondo buoni, ma senza luce, che non vedono altro che i loro affari, sciupati dai piaceri e irritati dall’intolleranza di qualche cristiano con lo spirito del fariseo, si avvicini a loro a cuore aperto e dia, con la propria vita, l’esempio di quel che è un cristiano, fino a far vedere in sé Gesù: Gesù con il suo amore grande, con la sua semplicità; e questi uomini riconosceranno da se stessi la miseria della loro vita, la vanità dei beni cui sono attaccati. Guadagnati dalla mansuetudine e dagli esempi del prete, torneranno a Gesù, Unico Sacerdote.

E se Cristo mette sulla strada qualche Maddalena, il prete la accolga come un dono dalle sue mani. La purifichi, la istruisca, la circondi di attenzioni vigilanti. La coltivi con amore, perché produca quei frutti squisiti di virtù perfette che Cristo attende da lei. Persone così sono un dono divino che Gesù fa al sacerdote, ed egli può amarle, docili sotto la sua mano e obbedienti alla sua voce, e le può aver care più delle altre; ma sempre e soltanto con l’amore di Cristo.

Questo amore di Cristo, tenero come il cuore di una madre, ardente come il cuore di una vergine, puro come il cuore di un bambino, forte, generoso e fedele come il cuore di un padre! Come il prete partecipa alla potenza di Cristo, così deve anche partecipare a questo amore. Non è autenticamente sacerdote se non vive della vita di Gesù, se non agisce attraverso le azioni di Gesù, se non ama attraverso l’amore di Gesù. Deve aderire a Cristo, ispirarsi ai suoi esempi, consigliarsi con lui, lasciarsi istruire da lui.

La missione del prete è difficile. è una missione tutta di amore e di misericordia. Esige illuminazioni profonde, molta prudenza, una dedizione senza limiti e una pazienza che non si stanca. Solo Gesù Cristo, Dio e Uomo, poteva realizzarla completamente; e lo possono fare coloro che, trasformati da Cristo e viventi di lui, non hanno, con lui, che un solo cuore e un’anima sola.

Gesù, abbiamo detto, è l’amore che perdona. Per questo, anche se è particolarmente unito alle anime belle e pure che hanno sempre conservato lo splendore della somiglianza con Dio, ha una inclinazione, forse ancora più affettuosa, per quelle che ha purificato. « C’è più gioia in cielo per un peccatore che si converte che per novantanove giusti ». Questo cielo è il cuore di Cristo, tabernacolo dell’Amore Infinito da cui prorompe la gioia quando in un uomo si realizza la missione del Salvatore.

Gesù ha spesso pianto sui peccati del mondo. Ha versato lacrime amare e lacrime di sangue su chi rifiutava la sua misericordia. Molte volte ha sparso il suo dolore sull’infedeltà di Gerusalemme. Molte volte, prosternato al cospetto del Padre, ha prolungato la sua preghiera e pianto per ottenere a un uomo la grazia preziosa del pentimento. Al Getsemani, non solo i suoi occhi ma il suo corpo intero piangeva lacrime di sangue. La terra era impregnata di questa rugiada d’amore che Gesù versava su di essa per fecondarla. Gesù ha pianto spesso su di noi.

Il Vangelo non parla del suo sorriso; tuttavia ha sorriso spesso. Sorrideva a Maria, sua madre immacolata. Sorrideva all’innocenza dei bambini che gli si avvicinavano a frotte. Sorrideva ai discepoli, alla sera di giornate faticose, per riconfortarli e rallegrarli. Sorrideva alla sofferenza come a una sposa molto amata attraverso cui generava popoli di salvati e di eletti.

Ma il sorriso più dolce di Cristo, quello che riservava al Padre e di cui nessuno ha sorpreso la gioia, veniva la sera, quando Gesù si ritirava in solitudine a pregare: in quelle sere che venivano dopo un giorno in cui aveva perdonato, in cui aveva spezzato le catene ai prigionieri del male. E’ allora che viveva la gioia. E là, sotto la volta del cielo in cui scintillavano le stelle, di fronte al suo Padre dei cieli che lo stringeva con amore, sorrideva estaticamente, in un rapimento divino.

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Peghiera del giorno: A Gesù Maestro , del Beato Giacomo Alberione

22 giugno 2017

Risultato immagine per  gesù maestro

O Gesù Maestro, santifica la mia mente ed accresci la mia fede.
O Gesù, docente nella Chiesa, attira tutti alla tua scuola.
O Gesù Maestro, liberami dall’errore, dai pensieri vani e dalle tenebre eterne.

O Gesù, via tra il Padre e noi, tutto offro e tutto attendo da te.
O Gesù, via di santità, fammi tuo fedele imitatore.
O Gesù via, rendimi perfetto come il Padre che è nei cieli.

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Sacro Cuore di Gesù e Maria, le cose da sapere

20 giugno 2017

23/06/2017

Questa solennità ha una data mobile e viene celebrata il venerdì dopo il Corpus Domini; il sabato che segue è dedicato al Cuore Immacolato di Maria. Fu la mistica francese santa Margherita Maria Alacoque la messaggera del culto che nel 1856 papa Pio IX estese a tutta la Chiesa cattolica.

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GIUGNO: Mese dedicato al Sacro Cuore di Gesù

14 giugno 2017

 

 

Quando cado rialzami Signore ti prego non mi abbandonare….

 

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NOVENA AL SACRO CUORE DI GESU’

Cuore adorabile di Gesù, dolce mia vita, nei miei presenti bisogni ricorro a te e affido alla tua potenza, alla tua sapienza, alla tua bontà, tutte le sofferenze del mio cuore, ripetendo mille volte:
“O Cuore Sacratissimo, fonte di amore, per i miei presenti bisogni pensaci tu”.

Gloria al Padre
Cuore di Gesù, mi unisco alla tua intima unione con il Padre Celeste.

Cuore amatissimo di Gesù, oceano di misericordia, ricorro a te per aiuto nelle mie presenti necessità e con pieno abbandono affido alla tua potenza, alla tua sapienza, alla tua bontà,
la tribolazione che mi opprime, ripetendo ancor mille volte:
“O Cuore tenerissimo, unico mio tesoro, per i miei presenti bisogni pensaci tu”.

Gloria al Padre
Cuore di Gesù, mi unisco alla tua intima unione con il Padre Celeste.

Cuore amorosissimo di Gesù, delizia di chi t’invoca!
Nell’impotenza in cui mi trovo ricorro a te, dolce conforto dei tribolati e affido alla tua potenza,
alla tua sapienza, alla tua bontà, tutte le mie pene e ripeto ancor mille volte:
“O Cuore generosissimo, riposo unico di chi spera in te, per i miei presenti bisogni pensaci tu”.

Gloria al Padre
Cuore di Gesù, mi unisco alla tua intima unione con il Padre Celeste.

O Maria, mediatrice di tutte le grazie, una tua parola mi salverà dalle mie presenti difficoltà.
Dì questa parola, o Madre di misericordia e ottienimi la grazia (esporre la grazia che si desidera) dal cuore di Gesù.

Ave Maria

 

 

 

La Grande Promessa del Sacro Cuore di Gesù – Io prometto nell’eccesso della misericordia del mio Cuore che il mio amore onnipotente concederà a tutti quelli che si comunicheranno il primo venerdì del mese per nove mesi consecutivi la grazia della penitenza finale. Essi non moriranno in mia disgrazia, né senza ricevere i Sacramenti, e il mio Cuore sarà loro rifugio sicuro in quell’ora estrema.

LE DODICI PROMESSE DI GESÙ AI DEVOTI DEL SUO SACRO CUORE

(Gesù a Santa Margherita Maria Alacoque)

1. Darò loro tutte le grazie necessarie al loro stato.
2. Metterò la pace nelle loro famiglie.
3. Li consolerò in tutte le loro pene.
4. Sarò loro rifugio sicuro durante la vita e soprattutto alla loro morte.
5. Spargerò abbondanti benedizioni su tutte le loro imprese.
6. I peccatori troveranno nel mio Cuore la fonte e l’oceano infinito della misericordia.
7. Le anime tiepide diventeranno ferventi.
8. Le anime ferventi si eleveranno a grande perfezione.
9. Benedirò le case dove l’immagine del mio Sacro Cuore sarà esposta e onorata.
10. Darò ai sacerdoti il dono di toccare i cuori più induriti.
11. Le persone che propagheranno questa devozione avranno il loro nome scritto nel mio Cuore, dove non sarà mai cancellato.
12. Io prometto nell’eccesso della misericordia del mio Cuore che il mio amore onnipotente concederà a tutti quelli che si comunicheranno il primo venerdì del mese per nove mesi consecutivi la grazia della penitenza finale. Essi non moriranno in mia disgrazia, né senza ricevere i Sacramenti, e il mio Cuore sarà loro rifugio sicuro in quell’ora estrema.

Dalla “sensa veneziana” al “grillo fiorentino”, i riti più famosi dell’Ascensione – it.aleteia.org

28 maggio 2017

Sacro e profano si mescolano nel giorno che ricorda l’ascensione al cielo di Gesù

Al giorno dell’Ascensione si collegano molte feste popolari italiane in cui rivivono antiche tradizioni, soprattutto legate al valore terapeutico, che verrebbe conferito da una benedizione divina alle acque.

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Ascensione del Signore Nostro Gesù Cristo

28 maggio 2017

ASCENSIONE DEL SIGNORE NOSTRO GESU’ CRISTO    – Solennità 
Nel giorno dell’Ascensione Gesù, prima di salire al Padre, manda nel mondo i suoi testimoni: saranno loro, e tutto il popolo profetico, a manifestare Gesù Cristo salv…
www.santiebeati.it/dettaglio/20263

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DOMENICA DELLE PALME (ANNO A) – 9 APRILE 2017

6 aprile 2017

Monsignor Nunzio Galantino commenta il Rito romano

06/04/2017


TESTIMONI CREDIBILI DELLA RISURREZIONE

Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».

Matteo 26,14- 27,66


 
La celebrazione della domenica delle Palme potrebbe in un certo senso anche apparire “contraddittoria”, almeno se ci si ferma ai sentimenti che può suscitare in noi. Da una parte, la festosa processione delle Palme; dall’ altra, il solenne annunzio della Passione! Eppure, a uno sguardo più approfondito, questa contraddizione si riduce fino a scomparire. Soprattutto se ricordiamo che la sofferenza di Gesù non è fine a sé stessa, ma il modo più pieno con cui il Signore vuole comunicarci l’amore suo e del Padre verso di noi. Un amore da accogliere con gioia, da vivere in pienezza e testimoniare in maniera credibile.

Per questo, a partire da oggi e per tutta la Settimana Santa, la Chiesa ci invita a vivere (“fare memoria”) in più tappe il “racconto d’ amore” di Dio Padre, con un solo obiettivo: cambiare il nostro cuore e aprirlo alla salvezza in Gesù Cristo!

TUTTO INIZIA CON UNA FESTA

Il “racconto d’ amore” di Dio, dunque, comincia con una festa: l’ingresso di Gesù a Gerusalemme per dare inizio all’ atto decisivo di questo progetto di salvezza. Egli entra a Gerusalemme per coinvolgere altri in questo itinerario, per tradurre le parole d’amore annunciate in fatti concreti.

I diversi momenti e i numerosi personaggi che affollano il racconto della Passione ci dicono, però, che alla proposta di amore del Signore si può rispondere in tanti modi, la si può anche rifiutare o magari rimanerne ai margini. C’è un solo modo per uscire dall’ anonimato, per abbandonare la marginalità, per partecipare in pieno e con coerenza al pellegrinaggio della vita e al racconto di amore del Padre: alzare lo sguardo verso colui che hanno trafitto! Lasciarci raggiungere dall’eccesso di amore che ha portato Gesù sulla croce. È questa la strada messa a nostra disposizione per dare scacco matto alla presunzione, alla superficialità e al nostro peccato.

E siamo chiamati a fare questo percorso non da spettatori, ma da protagonisti. Ricordando che nella sofferenza di Gesù – per l’abbandono dei suoi, l’ingratitudine del popolo, la condanna dei capi del popolo – c’è la sofferenza di tutti gli uomini, qualunque sia il suo aspetto.

UOMINI E DONNE DELLA PASSIONE.

Cristo ha scelto di non evitare la sofferenza, di non scartare la croce. Perciò, nel seguirlo – e in particolare durante questa Settimana – proviamo a non esaurire tutta la nostra attenzione sulle statue della passione, bensì a volgerla in maniera partecipata e concreta verso gli uomini e le donne della passione: in loro, infatti, si prolunga la presenza del Cristo che patisce e, al tempo stesso, la nostra occasione per rispondere alla sua chiamata d’amore.

Rammentando che, come per il Cristo, anche per questi uomini e donne la sofferenza non può essere fine a sé stessa. Anche per loro deve potersi aprire la via della Risurrezione attraverso “angeli” (messaggeri) e testimoni credibili.


Fonte:

http://m.famigliacristiana.it/blogpost/domenica-delle-palme-anno-a—9-aprile-2017.htm

Preghiera del giorno: Il nostro pane quotidiano  

17 gennaio 2017

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O Gesù,  fare la volontà del Padre tuo,  agire in vista di lui fu il tuo cibo,  fu ciò di cui vivesti.  Sia anche questo il nostro cibo,  la nostra vita:  agire incessantemente in vista di te,  vivere di ciò,  vivere del pensiero della tua volontà,  del pensiero della tua gloria,  di questa ricerca,  di questa realizzazione.

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Preghiera del giorno: Mio Dio , di Charles de Foucauld

11 gennaio 2017

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Mio Dio, come sei buono  tu che ci permetti di chiamarti «Padre nostro».  Come devo tener presenti  tutti gli istanti della mia vita passata  in quest’ordine così dolce.  Quale riconoscenza,  quale gioia, quale amore  ma soprattutto quale fiducia  tutto questo deve ispirarmi.  Dal momento che sei mio Padre, o mio Dio,  quanto devo sperare in te.

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Preghiera del giorno: Padre mio, di Charles de Foucault

3 gennaio 2017

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Padre mio,  io mi abbandono a Te,  fa di me ciò che ti piace;  qualunque cosa tu faccia di me,  ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto,  perché la tua volontà si compia in me  e in tutte le tue creature;  non desidero niente altro, mio Dio.

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Preghiera del giorno: La Tua Volontà, di Charles de Foucauld

29 dicembre 2016

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Mio Signore e mio Dio, 
non è con la bocca soltanto, 
ma dal profondo del cuore 
che io voglio fare la tua volontà, 
l’intera tua volontà, 
la sola tua volontà, 
la tua volontà e non la mia: 
fammela conoscere mio Dio 
e fammela compiere. 
Dammi la fede e l’obbedienza di Abramo, 
fammi ascoltare la tua voce, 
la tua voce interiore, 
la voce di coloro attraverso i quali tu mi parli… 
dammi la fede, mio Dio. 

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Preghiera del giorno: Come piace a te di Charles de Foucauld

23 dicembre 2016

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Sacro Cuore di Gesù,

grazie del dono eterno della santa Eucaristia:

grazie di essere sempre con noi,

sempre davanti ai nostri occhi, ogni giorno in noi.

Grazie di donarti, di offrirti,

di abbandonarti tutto intero a noi,

di essere fino a questo punto nostro Sposo!

Mio Dio, vieni in me: ti amo, ti adoro,

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La vera storia del Presepe

18 dicembre 2016

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Nelle cronache del 1200 si legge
che San Francesco inventò a
Greccio, vicino a Rieti, il
primo presepe.
Francesco era famoso in tutta la
cristianità per la vita che
conduceva, e molti giovani
avevano lasciato beni e
professione per seguirlo nel suo
ideale di povertà. Egli parlava
del Vangelo con tale entusiasmo
che la gente e persino gli
uccelli lo ascoltavano attenti.
Nell’anno 1210 era stato a Roma
da papa Onorio III e gli aveva
chiesto l’approvazione della sua
Regola di vita con i fratelli,
in povertà assoluta, predicando
il Vangelo nella semplicità. Qualche anno dopo-era il 1219-
egli, “armato” solo del perdono e della parola di Gesù,
partì crociato in oriente. Fu ricevuto dal sultano al-
Malik- al-Kamil e poté visitare in pace i luoghi santi
della vita del Signore. Il ricordo più intenso di questo
viaggio fu la visita all’umile grotta di Betlemme ove il
Signore volle nascere.

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Preghiera del giorno: Tutte le Ostie , di Charles de Foucault

14 dicembre 2016

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Cuore Sacro del mio Signore Gesù,

ti adoro qui, nell’Ostia esposta

su questo altare e in tutte le Ostie consacrate della terra.

Ti adoro in Cielo, dovunque tu sei,

in tutti i momenti della tua vita mortale,

nella tua vita nascosta di Nazareth, con la santa Vergine e san Giuseppe,

santa Maddalena, san Giovanni,

san Pietro, san Paolo,

il mio buon Angelo custode, tutti quelli che ti amano.

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Preghiera del giorno: La tua casa , di Charles de Foucault

12 dicembre 2016

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Mio Dio, nella santa Eucaristia

mi arricchisci ogni giorno

dei beni della tua casa:

in questo tabernacolo, in questa cappella

sei realmente presente, come

lo sei stato nella grotta di Betlemme,

nella santa casa di Nazareth e in quella di Betania.

È la tua casa di adesso, mio Dio:

le altre (quelle che hanno ascoltato

la tua voce e dato riposo al tuo corpo)

sono molto sante, ma tu non ci sei più

ed esse non sono che pietre.

Tu sei presente in ogni tabernacolo:

lì è il tuo corpo e la tua anima,

la tua divinità e la tua umanità.

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Preghiera del giorno: Sempre con noi, di Charles de Foucault

6 dicembre 2016

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Tu sei sempre con noi

mediante la santa Eucaristia,

sempre con noi mediante la tua grazia,

sempre con noi mediante la tua Provvidenza

che ci protegge senza interruzione,

sempre con noi mediante il tuo Amore…

O mio Dio, quale felicità! Dio con noi,

Dio in noi, Dio nel quale ci muoviamo e siamo,

Dio che è a due metri da me in questo

tabernacolo: che cosa ci manca ancora?

Quanto sono felice!

«Emmanuele, Dio-con-noi»,

ecco per così dire la prima parola del Vangelo…

«Io sono con voi fino alla fine del mondo»,

ecco l’ultima. Quanto sono felice! Quanto sei buono!

La santa Eucaristia è Gesù, è tutto Gesù!

Nella santa Eucaristia tu sei tutto intero,

completamente vivo, o mio Amato Gesù,

così pienamente come lo eri

nella casa della santa Famiglia di Nazareth,

nella casa di Maddalena a Betania,

come lo eri in mezzo ai tuoi apostoli.

Allo stesso modo tu sei qui,

o mio Amato e mio Tutto.

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Preghiera del giorno: Preghiera a Gesù agonizzante nel Gethsemani

25 novembre 2016

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O Gesù, che nell’eccesso del tuo amore e per vincere la durezza dei nostri cuori, doni tante grazie a chi medita e propaga la devozione della tua SS. Passione del Gethsemani, ti prego di voler disporre il cuore e l’anima mia a pensare spesso alla tua amarissima Agonia nell’Orto, per compatirti e unirmi a te il più possibile.
Gesù benedetto, che sopportasti in quella notte il peso di tutte le nostre colpe e che per esse hai pagato completamente, fammi il grandissimo dono di una perfetta contrizione per le mie numerose colpe che ti fecero sudare sangue.
Gesù benedetto, dammi di poter riportare completa e definitiva vittoria nelle tentazioni e specialmente in quella cui vado maggiormente soggetto.
O Gesù appassionato, per le ansie, i timori e le sconosciute ma intensissime pene che hai sofferto nella notte in cui fosti tradito,dammi una grande luce per compiere la tua volontà e fammi pensare e ripensare all’enorme sforzo e all’impressionante lotta che vittoriosamente sostenesti per fare non la tua ma la volontà del Padre.
Sii benedetto, o Gesù, per l’agonia e le lacrime che versasti in quella notte santissima.
Sii benedetto, o Gesù, per il sudore che avesti e per le angoscie mortali che provasti nella più agghiacciante solitudine che mai uomo potrà concepire.

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I Simboli che circondano il cuore dolcissimo di Gesù, Quinta parte

20 settembre 2016

Nulla osta per la stampa Asti, 2 Giugno 1983

 

P. Severino Dalmaso Superiore Generale O.S.J.

 

Visto: Nulla osta Asti 22683

 

Can. Pietro Dacquino

 

Imprimatur Asti, 2361983

 

fi Franco Sibilla Vescovo

CAPITOLO V

 Risultato immagine per sacro cuore di gesù

«LA FERITA»

 

Supponiamo che ci fosse un amico che fosse molto ricco di denari e di bontà e ci invitasse nella sua casa e ci aprisse il suo tesoro dicendoci: «Guarda qui e vedi quanto oro e argento; guarda qui, perle e gemme preziose: prendine pure finché vuoi, il tesoro è mio, ma io lo apro a te e tu guardalo come cosa tua…». Se succedesse mai di trovare un amico simile, che diremo mai? Ma per quanto ci guardiamo intorno non troveremo mai e poi mai un simile amico nel mondo; però ne troveremo sempre uno nel Santo Tabernacolo, ed è Gesù. Il Suo Cuore non è il tesoro della Chiesa e questo tesoro non lo apre Egli a noi e non ce lo dona? Quel Cuore ferito è il tesoro aperto e dato a noi.

 

Il Sacro Cuore presentato al mondo non è solamente un ricordo, ma è soprattutto un dono, perché il cuore è l’amore, e chi non sa che amare vuol dire donarsi? E ciò perché l’amore è il primo fra tutti i doni, anzi è il vero dono essenziale, di cui gli altri doni non sono che le conseguenze e i segni; e come il vero orologio è il sole, di cui i nostri orologi non sono che i rappresentanti e gli interpreti, così è fra gli esseri intelligenti e liberi: il vero dono è quello dell’amore e i soliti doni non sono altro che i rappresentanti e gli interpreti del nostro amore, i raggi e i messaggeri del cuore.

 

Per vedere questa verità torniamo a Gesù! Gesù ci amò e ci ama di immenso amore; e ora, che cos’è questo amore? Non è proprio questo il gran dono sostanziale e inequivocabile che Gesù ci fece? I segni poi e le conseguenze di questo amore sono la Incarnazione, la Passione, il Calvario, il Tabernacolo, la Chiesa. E noi, possedendo l’amore di Gesù, noi siamo sicuri di possedere il Suo Cuore, quando anche non ce ne avesse fatto apertamente un dono.

 

Ma i grandi amori quando mai sono sazi? Perciò Gesù ha voluto donarci direttamente anche il cuore, e questo dono ci fu sul Calvario misteriosamente indicato dalla lancia, e poi ci fu apertamente fatto nell’ultima età da Gesù medesimo, quando lo manifestò e lo fece nostro pubblicamente per tutta la Chiesa e privatamente per ciascuno di noi. Noi dunque possediamo il Cuor di Gesù; è l’ultimo dono fatto e confermato al mondo da Gesù. Ma dandoci Egli il Suo Cuore, non è chiaro che ci ha donate tutte anche le dovizie che in esso sono raccolte? Chi possiede, per esempio, una sorgente è padrone dei rivi, e chi ha una miniera è lui il padrone dei diamanti che ci sono dentro. E Gesù, lo Sposo divino, donandoci il suo Cuore ci fa padroni di quei rivi di grazia e di quei tesori celesti, dei quali il Sacro Cuore è l’arca e la fonte!

 

Vediamo un po’, Reverendo Padre mio, l’elenco sommario di queste ricchezze. Quel Cuore ferito è il segno autentico della morte di Gesù, e Gesù donandoci il Cuore ci comunica volentieri i meriti della sua morte.

 

Quel Cuore ferito è la vittima di propiziazione per i peccati nostri, essendo il Cuore dell’Agnello di Dio, prefigurato dagli agnelli immolati nel tempio antico ogni dì; e Gesù, dandoci il Suo Cuore, ci dà in esso il prezzo del perdono.

 

Quel Cuore ferito è la culla della Chiesa, la quale nasceva dal Sacro Cuore, fluiva nell’acqua e nel sangue, cioè dal Battesimo e dall’Eucarestia, come fiume di vita per il popolo credente. E Gesù, dandoci il Suo Cuore, ci attesta che per noi è la sua Chiesa e per noi tutte le grazie, delle quali la Chiesa è custode.

 

Finalmente quel Cuore ferito ma vivo, ricordando che Gesù Cristo è morto, ci ricorda ancora che Egli è risorto e salito al Cielo per prenderne il possesso per noi e per garantire a noi la celeste eredità. Adunque, donandoci il suo Cuore divino con tutte le misericordie, i meriti e i diritti suoi, ci dà in esso un pegno del Paradiso e una garanzia della vita eterna, essendo Egli l’arbitro supremo dei beni celesti.

 

Ecco adunque che cosa è, che cosa significa quel Cuore ferito che ci sta davanti, visione di eterno amore. Quel Cuore è il dono che Gesù ci fa e la ferita è la donazione; quel Cuore è il tesoro della Redenzione, della vita eterna, e la ferita ce lo apre e mette a nostra disposizione i suoi doni, cioè il merito della morte di Gesù, il perdono dei nostri peccati, le ricchezze spirituali della Chiesa e il diritto al Paradiso.

 

Ecco il tesoro di Gesù aperto a tutti. E non è questo quel Cuore Divino, da cui prese la Maddalena tanto dolore e Pietro un perdono così bello e il buon ladrone la chiave del Paradiso, e Paolo uno zelo così ardente, e Agostino tanto amore e Francesco d’Assisi tanto distacco e San Luigi tanta purità e Santa Margherita Alacoque tanta virtù e i Santi tutti quanto hanno di bontà e santità? E noi? E noi, quando arricchiremo colle dovizie del Cuor di Gesù? Oh! quando daremo a Gesù il nostro cuore!!!

 

Ma un vaso di spine può egli riceverne semi preziosi? Prima, adunque, dobbiamo sbarazzare il nostro cuore sradicandone i germogli di peccato, e allora Gesù vi potrà piantare i semi della sua grazia e i germi del suo spirito, affinché verdeggino e fioriscano in opere virtuose e in meriti di vita eterna.

 

Quando il Verbo si incarnava, era la Sapienza, era la Verità eterna che si incarnava. «Io sono la verità» dice Gesù. Essendo Gesù il grande Maestro del mondo, in Lui tutto parla ed ammaestra; Egli parla colla parola e coi fatti; Egli insegna cogli esempi e coi suoi misteri, e, o sia veduto in quello che fa o ascoltato in quello che dice, Egli è sempre un vangelo. E che cosa è il vangelo poi, se non la raccolta delle parole, dei fatti e dei misteri Suoi?

 

E il Cuor di Gesù non è desso il vangelo? Il Sacro Cuore non è desso il compendio del vangelo? E che cosa insegna il vangelo, che il Sacro Cuore non ci ripeta? Oh! sì! sì! quel Cuore ferito è proprio un libro aperto, il libro della legge.

 

I libri di Dio, che tutti possono leggere, sono due: il libro della natura e il libro del Cuor di Gesù. La natura è un libro immenso, in cui la terra di giorno e il cielo di notte ci presentano la grandezza di Dio: è il poema del Creatore. Il Cuor di Gesù poi è un libro il quale, coi suoi simboli, ci presenta in compendio le verità e i misteri dell’umana salute: è l’opera del Redentore. La natura è il libro della potenza infinita, e il Cuor di Gesù è il libro dell’infinito amore. Ed è questo il libro che Gesù presenta a tutto il mondo nella grande sera… Vedendo Gesù che la fede e le grandi verità del vangelo cominciavano a impallidire come astri fra le nebbie, che cosa fa questo amante Divino? Compendia se stesso e il vangelo nel Suo medesimo Cuore, e tutto all’improvviso lo presenta agli occhi di tutti i cristiani, i quali, o dissipati o indifferenti, amavano dimenticare Gesù e il vangelo. Ma siccome senza il vangelo non c’è luce religiosa e senza Gesù non c’è vita eterna, perciò Egli, sempre buono e misericordioso, si e presentato alle anime col Cuore ferito, quasi obbligandole a leggere in una occhiata in quel vangelo aperto le verità rivelate, cioè quelle verità che non si possono dimenticare senza perdersi.

 

Perciò si può proprio dire che il Cuor di Gesù ferito è dato a noi come l’ultimo vangelo. E difatti, la prima verità del vangelo non è l’infinito amore di Gesù per il suo Divin Padre e per noi? E il Cuor di Gesù ci ricorda e conferma l’uno e l’altro amore.

 

Nel vangelo noi vediamo Gesù non vivere, non faticare, non più patire che pel Suo Divin Padre, e nel medesimo tempo lo vediamo amar le anime sino alla morte e anteporle a tutto. E questa medesima verità ci indica il Cuor di Gesù.

 

Nel vangelo Gesù ne insegna che il vero male della terra non sono le infermità, la povertà, le disgrazie, ma bensì il peccato e la perdizione; e questa medesima è la dottrina ricordata dal Cuor di Gesù.

 

Vediamo nel vangelo che i veri beni e i veri mali dell’uomo non cominciano se non dopo la morte, e sono il Paradiso e l’inferno; e il Cuor di Gesù perché ci si manifesta se non per aiutarci ad evitare l’inferno e a meritarci il Paradiso? E siccome per raggiungere qualunque meta vi è la sua via, perciò il vangelo ci mostra la via del Paradiso nell’amore e nel sacrifizio. Ma quel Cuore ardente nelle sue fiamme e aperto dalla sua ferita, che altro ne insegna se non l’amore nel sacrifizio e il sacrifizio nell’amore?

 

Quel Cuore ferito è dunque un libro aperto, un compendio della rivelazione, il vangelo ultimo presentato a noi. E chi è che non possa leggere questo vangelo?

 

Dico che è l’ultimo, perché è l’amore nella ultima sua forma più piena e diretta, è il frutto della pianta, è la gemma della miniera, è la perla della conchiglia. è impossibile aspettare qualche cosa di più.

 

è l’ultimo vangelo, perché i doni, le grazie e gli effetti della Incarnazione e della Redenzione erano sì l’amore di Dio, ma l’amore diramato e goduto nei rivi suoi. Ma ora, nel Cuor di Gesù noi abbiamo la sorgente medesima di tutte le grazie celesti; e dopo la sorgente che rimane ancora da cercare? La divozione al Cuor di Gesù è proprio l’ultimo dono, che Dio ha destinato alla terra; dopo questo dono non ci resta altro che la fine del mondo (non so se mi sia spiegata bene).

 

è adunque manifesta l’importanza di questo libro, che è il Cuor di Gesù ferito, vangelo ultimo aperto davanti agli occhi di tutto il mondo. Qui si impara a conoscere Gesù e l’anima, il vero bene e il vero male; qui si impara l’arte di saper amare e patire e salvarsi. E intanto che cosa fanno gli uomini e che cosa studiano?

 

Oh! Cuor del mio Gesù, o libro degli eletti, concedi a noi di imparare in te e da te la scienza dell’amore e del sacrifizio, e ne avremo abbastanza per imparare l’arte della eterna felicità.

 

Il Cuor di Gesù è il nido dei giusti. Dio fu sempre sconosciuto ai popoli antichi e perfino al popolo di Israele, perché i pagani ne avevano un’idea falsa, e gli Ebrei non lo conobbero che dalla parte della potenza che li spaventava e della gloria che li abbagliava; ma quale idea avevano mai essi della bontà, della dolcezza e dell’amore di Dio? Il mondo non conobbe Dio se non dopo la Incarnazione, e lo conobbe in Gesù. Ma a poco a poco il mondo tornava a perdere la vera idea di Dio tra le nebbie degli errori moderni; e allora che fa Gesù? Risuscita l’idea di Dio e la ravviva nella dolce visione del Suo Cuore Divino, in cui è tutta la bontà, la dolcezza e l’amor di Dio per noi. E difatti, che cosa è il Cuor di Gesù? Non è per i giusti un nido, per i colpevoli un rifugio e per tutti la sorgente di ogni grazia?

 

Il cuore è una parola assai grande; essa non significa solamente quel muscolo che vibra nel petto umano e di cui palpita la vita; ma significa anche quel complesso di sentimenti, di affetti, di volontà, di carattere che formano la fisionomia morale di una persona. Adunque, noi adorando il Cuor di Gesù non solo adoriamo quel Cuore ferito, che appartiene al Verbo incarnato, ma ancora e soprattutto adoriamo in quel Cuore la misericordia, la bontà, la dolcezza, la clemenza, la liberalità, la potenza, l’amor di Dio: ecco il Cuore di Dio!!! Ecco quel Cuore, che Dio ebbe ab eterno e di cui il Cuore visibile di Gesù è il simbolo e la sintesi eloquente…

 

Ed ecco insieme il nido dei giusti; questo è il vero riposo. Difatti, l’anima nostra dove mai potrebbe trovare il suo benessere, il suo riposo? forse nella ricchezza o nei piaceri? forse nelle regge, nei teatri, nei cinema, nelle illusioni di questo brutto mondo, che non bastano neppure alle passioni e ai sensi? Eh! no! no! L’anima non si trova bene se non nella misericordia infinita, nella bontà, santità e purità di Dio, nella sua pazienza e liberalità, nella sua dolcezza ed amore e nelle grandi visioni della speranza cristiana. Perché, bisogna dire che l’anima ha bisogno di misericordia nelle sue miserie, di bontà fra le sue debolezze, di santità fra le sue passioni, di purità fra le sue tentazioni, di clemenza per le sue infedeltà, di liberalità nella sua indigenza, di amore tra le sue freddezze, di dolcezza fra le tante pene della vita presente e di speranza davanti alla felicità che ci aspetta. Insomma ha bisogno del Cuor di Gesù. Difatti, dove troveranno le anime nostre questi tesori della Divinità se non in questo Cuore divino?

 

Ecco adunque il nido dei giusti: ecco il Cuore di Gesù!… In questo Cuore possono entrare tutti; non solo è permesso, ma tutti siamo invitati. E l’invito è antico come l’amor del Verbo per le anime; questo Verbo Divino invita l’anima ad entrare come colomba nel nido nella caverna misteriosa, simbolo del Cuor di Gesù.

 

Nel vangelo Gesù fa lo stesso; questo Verbo incarnato invita i miseri, i bisognosi, gli afflitti, quelli che soffrono, e li invita tutti, tutti quanti e dice: «Io vi consolerò». Ma questo sollievo e conforto che Gesù promette, lo promette non già ai corpi, ma bensì alle anime, e questo conforto e sollievo non è altro se non il sollievo di trovare in Gesù la misericordia e la bontà, la dolcezza e l’amore, e di entrare così nel Suo medesimo Cuore; e lì l’anima nostra troverà il suo riposo.

 

La Chiesa, madre benigna, interprete di queste verità così dolci e dei sentimenti del Cuor di Gesù, esorta ogni anima a prendere il suo posto per sempre in questo nido di grazia e di amore. La Chiesa dice: «Se tu sei un’anima misera e colpevole, entra dice entra pure…, lì, in quel Cuore, troverai la compunzione e le lacrime, e lì, in quel nido, imparerai i gemiti della tortorella».

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I Simboli che circondano il Cuore dolcissimo di Gesù, Quarta Parte

12 settembre 2016

Nulla osta per la stampa Asti, 2 Giugno 1983

P. Severino Dalmaso Superiore Generale O.S.J.

Visto: Nulla osta Asti 22683

Can. Pietro Dacquino

Imprimatur Asti, 2361983

fi Franco Sibilla Vescovo

CAPITOLO IV

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«LA CORONA»

La corona del Cuor di Gesù è l’emblema di Gesù Cristo Re. Sì, quella corona, benché di spine, è il segno caratteristico di Gesù Cristo Re, è il segno della sua divina sovranità, perché chi è Dio è naturalmente Re. Pertanto Egli, rivelandosi al mondo, doveva affermare e confermare la Sua monarchia alta ed eterna, perché Gesù Cristo è Re assoluto, universale, eterno e divino. Ed è Re non pure in quanto è Dio, ma ancora in quanto è uomo, perché, per l’ipostatica unione e per l’unità di persona, anche come uomo è Dio, essendo bensì uomo nella sua natura umana, ma sempre Dio nella sua persona Divina. Perciò è suo ogni primato, né solamente nell’ordine delle cose spirituali, ma delle temporali ancora e delle politiche; e la terra è sua e i popoli appartengono a Lui…

Però, volendo Egli insegnare coll’esempio il distacco dal mondo e l’amore dell’umiltà, non volle nella sua vita mortale esercitare la politica monarchia, e perciò la sua vita è stata prima nascosta e poi travagliata, povera sempre; ma quanto a monarchia spirituale la dichiarò, la volle, la esercitò subito, sempre e da per tutto.

Oh! come è ammirabile il regno di Gesù! Questo regno è la Chiesa. Se noi guardiamo i sudditi, Gesù regna direttamente non sui corpi, come i Re, ma sulle anime e sui cuori, dove nessun conquistatore poté mai stendere lo scettro. E se guardiamo l’organismo è unico; la gerarchia dei suoi Sacerdoti scende dal Capo supremo all’ultimo Sacerdote, e influisce sopra tutti i cristiani; le leggi sono due amori grandi, di Dio e del prossimo; le tasse non sono che di opere buone; l’erario pubblico sono le ricchezze del tesoro di Cristo, dove i sudditi nulla mettono di loro e vi trovano tutto per sé; i tribunali poi sono di perdono e di pace, sparsi per tutta la terra, sono aperti a tutti i rei, e mentre nei tribunali del mondo chi si confessa reo è condannato, nei tribunali di Gesù chi si confessa reo è perdonato. Questo regno poi non ha nessun confine né nella terra né nei secoli, esso è universale ed eterno.

Ecco adunque con quanta verità Gesù Cristo è Re e come a Lui si addice bene la corona reale. Ma questa corona Gesù la porta sul Cuore, perché Egli regna per via di amore; non regna colla diplomazia, destreggiando e ingannando; non regna colla forza, spaventando i deboli e schiacciando i nemici; regna coll’amore. Egli ama e domanda di essere amato; tutta la sua legge è l’amore.

Ma la sua corona è di spine per ricordare a tutti in qual modo Egli fondò il suo regno e come fu consacrato Re della terra, cioè col sacrificio. La sua consacrazione pubblica, solenne, clamorosa si fece sul Golgota. Il monte delle umiliazioni e del dolore, del sangue e del sacrifizio è la reggia di Gesù, perché mentre gli altri re per farsi un trono oppure per conservarlo fanno morire i sudditi, Gesù invece per salvare i sudditi sacrificò se medesimo sul Calvario, dove il suo trono è la croce, il suo diadema le spine, la sua porpora il sangue, e le guardie e la corte sono i carnefici, i farisei, i nemici suoi e quel popolo ebreo, che lo ha rifiutato. Ecco la cerimonia della sua consacrazione reale!!! Ecco la pompa in mezzo alla quale fu dichiarato Re.

Oh! Gesù, Re d’amore, fammi la grazia di essere sempre la suddita del tuo eterno amore… Il mondo non ha mai voluto riconoscere la sovranità di Gesù, ma essa è così vera e sicura, che nell’ultimo giorno nessun’altra cosa risplenderà di così viva luce come la sovranità di Gesù. I diritti che ha Gesù per regnare sono ben diversi da quelli che vantano i re della terra; essi sono diritti proprii di Gesù soltanto, perché soltanto Gesù è veramente ed eternamente Re. Gesù è un monarca universale, assoluto e solo.

Per diritto di creazione. Gesù è il Creatore, essendo il Verbo incarnato, quel Verbo che creò tutte quante le cose. Gesù è creatore non già come uomo, bensì come Dio. Essendo Egli il Creatore, è il gran padrone delle sue creature; a Lui appartengono la terra, la luna e il sole, le stelle, il Paradiso, gli Angeli in Cielo, a Lui gli uomini in terra; noi siamo suoi e il nostro cuore appartiene a Gesù, come la pianta a colui che la piantò nel suo giardino, la statua a colui che la scolpì. Perciò chi non dà il suo cuore a Dio glielo ruba, perché è Gesù che ci ha creato in petto quel cuore che palpita di vita e vibra d’amore.

Ma perché Gesù ci ha dato un cuore? Forse perché ci servisse ad amare tutti e tutto fuorché Colui che lo fece? Questo sarebbe una grande mostruosità. Gesù ci ha dato il cuore e l’amore, affinché potessimo rivolare a Lui, nostro Dio e Creatore, nostra pace e felicità. E questa è la vera e suprema destinazione dell’amore; e di qui ne viene che il nostro cuore non è mai contento degli amori della terra, perché mentre noi amiamo e vagheggiamo la bellezza, la bontà, la pace, la felicità, cioè Dio, difatti, poi, che cosa troviamo negli amori della terra, se non illusioni e disillusioni, aurore e tramonti?

Come gli abissi del mare sono così vasti e profondi che non potevano essere fatti che per le grandi acque del mare, così è il nostro cuore: ha così larghe misure che solo l’amor di Dio lo può riempire.

Per diritto di eredità. Il Padre Eterno diede al Suo Verbo incarnato in eredità tutte le genti. Ma questo non vuol dire che i cuori appartengono a Gesù come la eredità all’erede?

Tutto serve e deve servire a Gesù, ma diversamente, secondo le diverse nature, e mentre certe cose Lo servono per necessità come gli astri, le stagioni e le bestie ecc…, altre cose invece lo debbono servire con libera volontà, e tali sono le ragionevoli creature; anche esse debbono appartenere a Gesù e servirlo, ma per elezione di volontà, ossia per amore.

Del resto non succede così anche a noi nel corso della vita? I campi, gli alberi, le fonti ci servono sì, ma necessariamente; gli animali della terra ci servono, ma istintivamente; non però così ci servono gli uomini: essi ci servono liberamente. Difatti, quando si chiama una persona a servizio, prima si interroga se vuole, e poi si viene ai patti; allora la serva liberamente comincia a servire e seguita liberamente. Questo è servire al modo umano.

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I SIMBOLI CHE CIRCONDANO IL CUORE DOLCISSIMO DI GESU’,Terza Parte

11 settembre 2016

CAPITOLO III

Nulla osta per la stampa Asti, 2 Giugno 1983

1. Severino Dalmaso Superiore Generale O.S.J.

Visto: Nulla osta Asti 22683

Can. Pietro Dacquino

Imprimatur Asti, 2361983

fi Franco Sibilla Vescovo

«LA CROCE»

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Dopo gli splendori e dopo le fiamme, nel Cuor dolcissimo di Gesù ci si presenta la Croce, quasi bandiera sulla vetta di una roccia; e come un giorno fu vista sulla cima del Golgota, così ora si vede sulla vetta del Cuor di Gesù. Questo è il terzo simbolo, che Gesù nel suo Cuore ci presenta, e noi lo dobbiamo studiare per poterlo capire; è la sua bandiera, è la bandiera della sua milizia, della sua vittoria e della sua gloria.

Bandiera della sua milizia, cioè bandiera della redenzione. La redenzione è la grande impresa di Gesù; e il carattere di Redentore è il suo proprio carattere. Egli per noi è tutto: è Dio, è Padre, è Monarca, è Pastore, è Amico, è tutto, ma soprattutto è Redentore, perché la redenzione era la nostra primissima necessità. Colla sua Croce Egli ci redense e non coi suoi miracoli; colla Croce e non coi discorsi oppure colle preghiere.

Egli guarisce i ciechi, i muti, i malati, ma non è qui dove d salva. Egli risuscita i morti, ma non è qui dove ci salva. Egli moltiplica i pani nel deserto e comanda alle tempeste del mare e si trasfigura sul Tabor, ma non è qui dove ci salva. Egli parla, istruisce e rivela dottrine sorprendenti, ma non è ancor qui dove ci salva. Egli si abbandona ai suoi nemici, si lascia flagellare, vituperare, crocifiggere, ed ecco dove e come ci salva.

Oh! mio Dio! e chi poteva pensarlo? Egli ci salva non col mostrarsi Dio, ma coll’abissarsi al di sotto di tutti gli uomini. Gesù Crocifisso era là sul Calvario, era l’obbrobrio della plebe. Ecco la Croce, ecco cioè il simbolo che raccoglie e ricorda tutte le privazioni, i patimenti, le umiliazioni, i sacrifizi coi quali Gesù ci salvò…

Bandiera delle sue vittorie. Allora il mondo era per gli uomini quello che è adesso per i Cattolici la Chiesa; il mondo era quello che formava i popoli, le famiglie, i costumi, e intanto questo mondo era impastato di vizi, di errori, di forza e non c’era una Chiesa accampata contro di lui. Ma gli errori erano rispettati come verità e i vizi erano adorati negli idoli; e la forza che difendeva gli idoli ed errori si chiamava Impero romano. Questo Impero, adunque, con tutti i suoi errori, vizi e violenze era il mondo di allora, il mondo che formava i popoli per l’inferno.

E questo mondo bisognava pur vincerlo. E lo vinse Gesù; lo vinse colle sue dottrine sante e colle sue massime di mortificazioni e umiltà; vinse i vizi collo spirito di sacrificio; vinse l’Impero Romano collo slancio dei martiri e colla virtù del martirio; insomma vinse il mondo colla Croce, perché la mortificazione, il sacrifizio, il martirio che cosa sono mai? non sono la croce? è stata la croce di Gesù; e questa croce Gesù consegnava poi alla Chiesa ed Egli colla sua Chiesa, quasi capitano col suo esercito, vinse il mondo e liberò i popoli dai loro errori, dai loro vizi e dalle loro violenze.

La croce è la bandiera delle sue vittorie ed è la bandiera della sua gloria. E qual è la gloria più grande di Gesù? Non è forse di aver attirato a sé e alla sua Chiesa le nazioni pagane per farne il suo popolo e il suo regno? L’aveva predetto: avrebbe attirato gli intelletti a credere i suoi misteri, le volontà ad osservare la sua legge, le libertà ad accettare il suo giogo, i cuori ad amarlo, i fedeli a seguirlo. Per Lui gli Apostoli, per Lui i martiri, per Lui gli anacoreti nei deserti, per Lui i monaci e le Suore nei loro chiostri, per Lui i Santi coi loro eroismi e i martiri coi loro sacrifizi.

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