Archive for the ‘Giovani’ Category

Rugby di Pasqua: meta «regalata» al compagno

18 aprile 2017

Roberto Mazzoli

Domenica 16 aprile 2017

Si ferma a pochi passi dalla meta per far realizzare un sogno a un compagno di gioco. E così una partita di rugby tra le squadre Under14 dell’Urbino e del Fano si trasforma in una piccola lezione di vita. Protagonista è Giacomo Ronconi, classe 2003. È considerato tra i “vecchi” della sua squadra. A 10 minuti dalla fine della partita s’invola verso i pali avversari saltando tutti gli ostacoli verso la sua terza meta. Giunto a un passo dalla segnatura si arresta tra l’incredulità generale e, con l’ovale ben saldo tra le braccia, si volta cercando con lo sguardo Gianluca Tortora, chiamandolo poi a gran voce. Si tratta del rugbista più piccolo del gruppo, ha iniziato a giocare da pochi mesi e mai prima d’ora è riuscito a segnare. «Tieni, fai meta tu!». Per Gianluca si realizza un sogno: è la sua prima realizzazione ufficiale, un “momento di gloria” che fa scattare in piedi tutta la panchina. «Siamo orgogliosi di lui – dicono oggi gli allenatori – perché questo gesto vale più di tante vittorie».

E nel suo messaggio per la Pasqua l’assistente del Csi di Fano, don Steven Carboni, mette l’accento proprio su questo insegnamento semplice che arriva dai bambini. «Storie come questa – spiega – hanno un gusto dal sapore pasquale perché parlano di un sacrificio non fine a se stesso; perché raccontano che è bello e possibile correre e spendersi per dare gioia a tutti gli altri; perché sanno di umiltà, capace di mettere al centro qualcuno che non ha bisogno di mettere al centro se stesso».

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Fonte:

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/rugby-di-pasqua-meta-regalata-al-compagno


Gruppo di giovani alla GMG di Cracovia. #Krakow2016

29 luglio 2016

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Francesco al Villaggio per la terra: rendete il deserto una foresta

25 aprile 2016

 

2016-04-24 Radio Vaticana

 

 

È stata una visita a sorpresa quella che Papa Francesco ha compiuto nel pomeriggio di oggi al “Villaggio per la terra”, la manifestazione in corso al Galoppatoio di Villa Borghese a Roma, organizzata da Earth Day Italia e dal Movimento dei Focolari di Roma. Vi ringrazio, ha detto il Papa alle migliaia di persone presenti, perché trasformate il deserto in foresta. Il servizio di Alessandro De Carolis:

 

Un pomeriggio in un Villaggio speciale, costruito per quattro giorni nel cuore di Roma, per mostrare il volto nascosto della Città eterna, quello che ogni giorno tesse senza clamore reti di solidarietà, dialogo interreligioso, convivenza, con iniziative spesso troppo piccole per attirare l’occhio dei media ma che sono piccoli mattoni dell’edificio della civiltà. In questo Villaggio, Papa Francesco è arrivato poco prima delle 17, immergendosi nella folla di circa 3.500 persone che lo ha accolto con affetto, sulle note del “Gen Verde”, la band dei Focolari, rappresentati dalla presidente, Maria Voce, e dal copresidente, Jesus Moran, oltre che dalle centinaia di persone che in questi giorni partecipano all’esperienza della Mariapoli .

“Siete persone che fanno sì che il deserto diventi foresta”, ha detto il Papa, che ha ringraziato le persone per il loro impegno espresso a vari livelli della società: dalla prossimità ai detenuti, alla lotta al gioco d’azzardo. Pierluigi Sassi, presidente di Earth day Italia, ha parlato delle attività incentrate sull’educazione ambientale, dialogo interreligioso e minori non accompagnati, e un’esperienza europea del Progetto Erasmus per studenti.

“Una volta – ha ricordato Francesco – qualcuno mi ha detto che la parola ‘conflitto’ in cinese è formata da due segni: ‘rischio’ e ‘opportunità’”. Bisogna “correre il rischio” di avvicinarsi per conoscere la realtà, ha aggiunto il Papa, che ha insistito sull’importanza della gratuità. “Mai, mai, mai girarsi per non vedere”. Sembra, ha stigmatizzato, che in questo mondo “se non paghi non puoi vivere”: al centro del mondo “c’è il dio denaro: chi non può avvicinarsi per adorarlo, finisce nella fame, nella malattia e nello sfruttamento”. Francesco ha poi messo in risalto l’importanza del perdono: il rammarico, il risentimento – ha ribadito – ci allontana. Bisogna sempre costruire, nella consapevolezza che tutti abbiamo qualcosa da farci perdonare, tutti dobbiamo lavorare insieme, rispettarci, e così vedremo questo “miracolo”: di un deserto che diventa foresta.

(Da Radio Vaticana)

Videomessaggio del Santo Padre ai ragazzi riuniti nello Stadio Olimpico di Roma in occasione del Giubileo dei Ragazzi e delle Ragazze (23 aprile 2016)

24 aprile 2016

GIUBILEO DELLA MISERICORDIA

VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI RAGAZZI RIUNITI NELLO STADIO OLIMPICO DI ROMA IN OCCASIONE DEL
GIUBILEO DEI RAGAZZI E DELLE RAGAZZE

Sabato, 23 aprile 2016

 

 

Care ragazze e ragazzi, buonasera!

Siete raccolti per un momento di festa e di gioia. Non sono riuscito a venire e mi dispiace. E ho deciso di salutarvi con questo video. Mi sarebbe piaciuto tanto poter venire allo Stadio, ma non sono riuscito a farlo…

Vi ringrazio per aver accolto l’invito a venire a celebrare il Giubileo qui, a Roma. Questa mattina avete trasformato la Piazza San Pietro in un grande confessionale e poi avete attraversato la Porta Santa. Non dimenticate che la Porta indica l’incontro con Cristo, che ci introduce all’amore del Padre e ci chiede di diventare misericordiosi, come Lui è misericordioso.

Domani, poi, celebreremo insieme la Messa. Era giusto che ci fosse anche uno spazio per stare insieme con gioia e ascoltare alcune testimonianze importanti, che vi possono aiutare a crescere nella fede e nella vita.

So che avete una bandana con scritte le Opere di misericordia corporale: mettete in testa queste opere, perché sono lo stile di vita cristiana. Come sapete le Opere di misericordia sono gesti semplici, che appartengono alla vita di tutti i giorni, permettendo di riconoscere il Volto di Gesù nel volto di tante persone. Anche giovani! Anche giovani come voi, che hanno fame, sete; che sono profughi o forestieri o ammalati e richiedono il nostro aiuto, la nostra amicizia.

Essere misericordiosi vuol dire anche essere capaci di perdono. E questo non è facile! Può succedere che, a volte, in famiglia, a scuola, in parrocchia, in palestra o nei luoghi di divertimento qualcuno ci possa fare dei torti e ci sentiamo offesi; oppure in qualche momento di nervosismo possiamo essere noi ad offendere gli altri. Non rimaniamo con il rancore o il desiderio di vendetta! Non serve a nulla: è un tarlo che ci mangia l’anima e non ci permette di essere felici. Perdoniamo! Perdoniamo e dimentichiamo il torto ricevuto, così possiamo comprendere l’insegnamento di Gesù ed essere suoi discepoli e testimoni di misericordia.

Ragazzi, quante volte mi capita di dover telefonare a degli amici, però succede che non riesco a mettermi in contatto perché non c’è campo. Sono certo che capita anche a voi, che il cellulare in alcuni posti non prenda… Bene, ricordate che se nella vostra vita non c’è Gesù è come se non ci fosse campo! Non si riesce a parlare e ci si rinchiude in se stessi. Mettiamoci sempre dove si prende! La famiglia, la parrocchia, la scuola, perché in questo mondo avremo sempre qualcosa da dire di buono e di vero.

Adesso vi saluto tutti, vi auguro di vivere con gioia questo momento e vi aspetto tutti domani in Piazza San Pietro. Ciao!

 

 

 

Halloween: per capirci qualcosa. Testo tratto dal sito di don Andrea Lonardo

30 ottobre 2015

La notte di Halloween e la festa cristiana dei santi:

Opposizione o continuità?

 

Il nome Halloween è indiscutibilmente termine di origine cristiana; è parola composta da hallow, ‘santificare’, ed eve, abbreviazione di evening, ‘sera’. Halloween, insomma, deriva da All Hallow’s Eve e vuol dire semplicemente ‘Sera della festa dei Santi’, ‘Vigilia della festa dei santi’.

La chiesa cattolica fa memoria, infatti, il 1° novembre di tutti i santi e la sera del 31 ottobre è appunto la vigilia della festa. Ma il 1° novembre era il giorno della festa celtica di Samhain ed alcune delle tradizioni dell’odierna Halloween vi rimandano.

Cosa è avvenuto? Perché questa coincidenza? Halloween è una festa pagana o cristiana? Siamo dinanzi ad una espropriazione cristiana o ad un camuffamento sincretista di riti magici? Cosa è bene fare in campo educativo? Incoraggiare o opporsi alla celebrazione di Halloween? È bene allora tracciare la traiettoria storica che permette di rispondere a queste domande.

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Dall’Afghanistan al Centrafrica testimoniando Gesù – Famiglia Cristiana

19 settembre 2015

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Suor Nobili (ballerina), suor Scuccia (cantante), fra’ Brustenghi (tenore): giovani per Dio

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Preghiera dell’alunno e dell’insegnante per l’inizio del nuovo anno scolastico

14 settembre 2015

Preghiera dell’alunno
Signore aiutami a studiare, mantieni sveglia la mia mente veloce e attenta la mia penna, fammi fare buon uso del tempo che mi doni senza sprecare nemmeno un istante. Fammi crescere ogni istante nella Tua grazia e nel Tuo amore, sotto il Tuo sguardo dolce e nel Tuo abbraccio caldo di Padre. Fa che il mio studio sia sempre a disposizione di chi mi è vicino oggi e di chi lo sarà domani, e se mi costa sacrificio sia la tua mano forte a sostenermi. Se mi sento incompreso sia il Tuo cuore grande ad incoraggiarmi, e se la prova mi va male sia la Tua immensa Grazia a non farmi abbandonare. Sussurrami con amore i concetti più difficili e io non me li dimenticherò mai, e ogni pagina che studio sarà un incontro segreto con te. Amen.

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Migliaia di giovani da tutto il mondo per i 200 anni di don Bosco. Vatican Insider

16 agosto 2015

I GIOVANI RADUNATI AL COLLE DON BOSCO

da qui

Folla al Colle (Castelnuovo), nei luoghi del Santo, per la giornata conclusiva delle celebrazioni

MARIA TERESA MARTINENGO
TORINO

Da Torino verso le periferie esistenziali e geografiche del mondo per offrire ai giovani una esperienza educativa che dia speranza. Nell’omelia della Messa conclusiva del bicentenario – celebrata davanti a migliaia di giovani da tutto il mondo al Colle – il rettor maggiore dei Salesiani, don Angel Fernandez Artime, ha sottolineato l’emozione di ricordare don Bosco nel giorno dell’anniversario della nascita, il 16 agosto 1815, proprio nel luogo in cui tutto è cominciato, sulle colline dei Becchi.

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San Luigi Gonzaga. Omelia di San Giovanni Paolo II

21 giugno 2015

Guercino, La vocazione di S. Luigi Gonzaga, XVII sec., Metropolitan Museum, New York

VISITA PASTORALE A MANTOVA

CELEBRAZIONE DELLA PAROLA IN MEMORIA DI SAN LUIGI GONZAGA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Piazza della Repubblica di Castiglione delle Stiviere – Sabato, 22 giugno 1991

 

Carissimi ragazzi e ragazze di Mantova! 
Carissimi giovani provenienti dalla Lombardia e dalle Regioni vicine!

Questo è il giorno fatto dal Signore!

1. Giorno di gioia è questo, perché segnato dal ricordo di un vostro concittadino: san Luigi Gonzaga, il Santo della gioventù. Sono, pertanto, veramente lieto di rievocare insieme a voi la sua memoria e il suo esempio, in occasione del IV centenario della morte, avvenuta a Roma il 21 giugno del 1591. 400 anni or sono egli moriva, a soli 23 anni, invocando il nome di Gesù, stringendo il Crocifisso in una mano e nell’altra una candela ardente, simbolo di quella vita soprannaturale, ricevuta in dono nel sacramento del Battesimo.

Una simile morte, confortata dalla benedizione del Papa Gregorio XIV, rappresentava il coronamento di una esistenza permeata interamente dalla grazia e dall’amore divino. Una vita consacrata totalmente a Dio; una esistenza consumata nel servizio appassionato dei fratelli. Servendo gli ammalati, contrasse anch’egli la peste e si spense tra sofferenze indicibili senza, tuttavia, mai perdere la serenità dello spirito.

San Luigi è senz’altro un santo da riscoprire nella sua alta statura cristiana. È un modello da additare anche alla gioventù del nostro tempo, un maestro di perfezione ed una sperimentata guida verso la santità. “Il Dio che mi chiama è Amore – si legge in uno dei suoi appunti -, come posso arginare questo amore, quando per farlo sarebbe troppo piccolo il mondo intero?”.

2. San Luigi, celeste patrono dei giovani, lascia che io, ora, ti affidi la gioventù di Mantova, dell’Italia e del Mondo intero! Tu, che hai amato la vita e per questo l’hai spesa tutta e presto per i grandi ideali cristiani, accompagna i tuoi coetanei e le tue coetanee della presente generazione verso la piena fedeltà al progetto della salvezza divina.

Fa’ che, come te, ogni ragazzo e ogni ragazza sappia riscoprire la propria vocazione alla santità nella donazione generosa a Dio e ai fratelli. Proprio di una simile testimonianza evangelica ha bisogno l’odierna società. San Luigi, oggi ti sentiamo presente tra di noi: trasmettici nuovamente l’eloquente tuo messaggio spirituale!

3. Pensavo al vostro santo conterraneo quando, nel 1985, in occasione dell’Anno Internazionale della Gioventù, ho indirizzato una particolare Lettera apostolica ai giovani e alle giovani del mondo. Di quello scritto, centrato sull’incontro di Gesù col giovane ricco (cf. Lc 10, 25-28; Mt 19, 16-22), mi ritornano adesso alla mente alcuni passaggi, che bene si addicono alla straordinaria avventura spirituale di san Luigi.

Anch’egli era un giovane ricco; pure a lui il Signore ha rivolto la proposta: “Vieni e seguimi” (Mt 19, 21). Ma quanto diversa è stata la sua risposta rispetto a quella del giovane di cui narrano i Vangeli! Questi “se ne andò triste, poiché aveva molte ricchezze” (Mt 19, 22). Non ebbe, cioè, il coraggio di abbandonare tutto fidandosi di Dio. San Luigi, invece, disse “sì” all’invito di Cristo: si fidò di lui, lasciando ogni privilegio e ricchezza; da nobile che era, si fece povero per amore del Vangelo.

Nella sua breve, ma intensa esistenza si avverte la freschezza del Vangelo divenuto vita vissuta. Egli è un autentico testimone di Cristo, che risponde senza paura alle sfide del mondo. Diventa, così, un maestro da seguire, un modello da imitare. Sì, una figura che provoca anche l’universo giovanile del nostro tempo, diviso tra l’intima tensione a dare un significato pieno alla vita e le mode superficiali della cultura individualistica e del consumismo edonista. Come Cristo, anche Luigi è diventato “segno di contraddizione”. Egli provoca ciascuno di voi, carissimi ragazzi e ragazze, conterranei di così fulgido esempio di santità.

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Papa: solidarietà non tramonta, Papa Wojtyla lo ha insegnato

25 aprile 2015

2015-04-25 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una delle “parole-chiave” del magistero sociale di Giovanni Paolo II è stata la “solidarietà”. Lo ha ricordato Papa Francesco nel ricevere in udienza i membri della Fondazione intitolata al Pontefice proclamato Santo il 27 aprile di un anno fa. La solidarietà, ha ripetuto Francesco, non tramonta e mantiene intatta la sua “forza profetica”. Il servizio di Alessandro De Carolis:

Il mondo ha imparato a definire Francesco il Papa della solidarietà, ma su questo valore – considerato da qualcuno fuori moda – già un suo predecessore, proclamato Santo un anno fa, aveva basato magistero e azione. Francesco parla ai membri della Fondazione “Giovanni Paolo II” e riconosce che proprio la Canonizzazione di Papa Wojtyla, il 27 aprile 2014, ha dato “nuovo impulso” e reso in certo modo “più universale” il lavoro della Fondazione, proteso da oltre 30 anni alla diffusione degli insegnamenti del Pontefice polacco e al sostegno di studenti e pellegrini in arrivo a Roma:

“Vi ringrazio in particolare per le iniziative di carattere educativo che portate avanti in favore dei giovani. In effetti, san Giovanni Paolo II ha sempre avuto un grande amore per i giovani e una speciale cura pastorale per loro. E voi contribuite a far sì che il suo carisma e la sua paternità continuino a portare frutti”.

Un campo di impegno della Fondazione riguarda la formazione di sacerdoti e laici. Grazie a voi, riconosce Francesco, possono essere “più preparati ad accompagnare le comunità nel confronto con le sfide culturali e pastorali dei nostri giorni”. Ed è qui che il Papa ricorda come nulla di tale servizio sarebbe possibile senza che in chi lo offre batta un cuore solidale:

“Per questo scopo potete attingere anche dal ricco magistero di dottrina sociale che san Giovanni Paolo II ci ha lasciato, e che si dimostra quanto mai attuale. Basta pensare a una delle parole-chiave di questo suo magistero che è ‘solidarietà,. Una parola che qualcuno ha forse pensato dovesse tramontare, ma che in realtà conserva oggi tutta la sua forza profetica”.

Papa Francesco conclude invitando la “rete” degli appartenenti alla Fondazione Giovanni Paolo II a vivere “per primi” la solidarietà reciproca. Alimentatela “continuamente – afferma – con la fraternità cristiana, a sua volta animata dalla preghiera e dalla docilità alla Parola di Dio”.

(Da Radio Vaticana)

San Casimiro Principe polacco. Discorso di San Giovanni Paolo II ai fedeli di origine lituana giunti a Roma in occasione del V° centenario della morte di San Casimiro

4 marzo 2015

 

Lunedì, 5 marzo 1984

Cari fratelli e sorelle.

Sono molto lieto di rivolgere oggi il mio saluto a voi lituani provenienti da tutto il mondo, che siete venuti a Roma per commemorare il cinquecentesimo anniversario della morte di san Casimiro, patrono della Lituania. Pur non risiedendo ora in Lituania, voi siete tuttavia uniti da un comune patrimonio che vi è stato trasmesso dai vostri antenati e nutrite leale solidarietà con i vostri fratelli e sorelle nella vostra terra d’origine che non possono essere qui con noi. Molti di loro compiranno oggi una celebrazione insieme ai loro vescovi, nella città di Vilnius, dove per secoli sono stati venerati i resti di san Casimiro. Uniamoci oggi spiritualmente a loro nella preghiera, implorando l’intercessione speciale di san Casimiro per il popolo e la nazione lituana.

Molti lituani, a partire dal XIX secolo e in particolare dopo la seconda guerra mondiale, hanno dovuto lasciare la loro patria per varie ragioni. Emigrando in terre nuove, hanno portato con sé i loro tesori spirituali e culturali, specialmente la loro venerazione per san Casimiro. Molte istituzioni religiose e sociali portano il suo nome. Molte chiese, costruite con grande sforzo e sacrificio, sono state dedicate a questo nobile santo. Associazioni di giovani come i Cavalieri di Lituania e i boy scout lituani hanno scelto san Casimiro come loro patrono. La Chiesa è stata benedetta dalla fondazione delle Suore di san Casimiro e intere province di frati Mariani e Francescani si sono poste sotto la sua speciale protezione. Qui a Roma esiste il Pontificio collegio lituano che, sotto l’egida di san Casimiro, ha preparato e prepara giovani di origine lituana a servire la Chiesa. San Casimiro è diventato un forte legame tra coloro che ancora vivono in patria e i lituani di tutto il mondo.

Secoli fa, la Chiesa ha proclamato santo san Casimiro e l’ha proposto a noi non soltanto perché fosse venerato, ma anche perché noi potessimo imitare le sue eroiche virtù e seguire il suo esempio di santità. La sua testimonianza di grande fede e fervida pietà continua ad avere uno speciale significato per noi oggi. Ai giovani egli offre una chiamata carica di sfide. La sua vita di purezza e preghiera vi chiama a praticare la vostra fede con coraggio e zelo, a rifiutare le ingannevoli tentazioni della moderna società permissiva e a vivere le vostre convinzioni con fede impavida e con gioia.

La sua vita ci mostra anche l’importanza della famiglia cristiana, san Casimiro visse in una famiglia formata da dodici figli e fin dalla più tenera età imparò che ogni figlio è un dono unico di Dio e che una casa costruita sull’amore di Dio è realmente una perla di grande valore.

I religiosi e le religiose possono trovare in san Casimiro un ispiratore per le loro vite consacrate, ricordando come egli abbracciò una vita di celibato, si sottomise umilmente alla volontà di Dio in ogni cosa, si dedicò con amore tenero alla beata vergine Maria e sviluppò una fervente pratica di adorazione di Cristo presente nel santissimo Sacramento. Per tutti egli fu un luminoso esempio di povertà e di amore pronto al sacrificio per i poveri e bisognosi.

Cari figli e figlie della Lituania, celebrando il cinquecentesimo anniversario della morte di san Casimiro, vi rivolgo questo speciale appello: rimanete uniti e solidali con la Chiesa nella vostra terra d’origine. I vostri fratelli e sorelle che ancora vivono là guardano ardentemente a voi nelle loro pene e nelle loro gioie, nelle quotidiane difficoltà della vita. Essi apprezzano il vostro sostegno. Contano sulle vostre preghiere. Siate saldi nella predicazione del dono della fede cristiana che avete ricevuto, ricordando come i vostri antenati la preservarono e difesero sino allo spargimento del loro sangue. E venite in soccorso di coloro che vivono in Lituania rivolgendo fervide preghiere a Dio e raccomandandoli alla protezione di san Casimiro. Soprattutto, affidateli, nella preghiera, al nostro Signore e Redentore, la sorgente di tutto il nostro coraggio e della nostra speranza.

Vi incoraggio a conservare con cura le molte tradizioni religiose e culturali che avete ereditato. L’anima stessa della Lituania si riflette nella vostra cultura, quella cultura che ha contribuito grandemente, nel corso della storia, a trasmettere i valori del Vangelo da una generazione all’altra. Rimanete dunque fedeli al vostro patrimonio religioso e culturale. Siatene giustamente orgogliosi. Fatene il fondamento dell’educazione dei giovani, nel vostro tentativo di fare di essi leali figli e figlie della Chiesa. E io vi chiedo di unirvi a me nella preghiera per l’incremento delle vocazioni religiose. Che il Signore chiami molti dei vostri giovani a una vita di gioioso servizio nel sacerdozio o nella vita religiosa.

Questo quinto centenario della morte di san Casimiro ricorre felicemente durante l’Anno Santo della Redenzione, un tempo di grazia per tutti nella Chiesa, un avvenimento che ci chiama tutti alla conversione e al rinnovamento spirituale. San Casimiro vi ispiri a ricevere in abbondanza le grazie speciali del Giubileo. Che il suo esempio vi spinga ad una ricerca ancora maggiore della santità e a un amore sempre più profondo per Cristo nostro Redentore.

A tutti voi qui presenti oggi, alle vostre famiglie e parenti rimasti a casa e a tutti coloro che lottano per vivere la fede cristiana in Lituania, imparto di cuore la mia Apostolica Benedizione.

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San Gabriele dell’Addolorata. Messaggio di San Giovanni Paolo II ai giovani dinanzi al Santuario di San Gabriele

27 febbraio 2015

 VISITA PASTORALE IN ABBRUZZO

 Teramo – Domenica, 30 giugno 1985

 

Carissimi giovani d’Abruzzo e Molise!

1 Sono veramente lieto di incontrarmi con voi presso questo suggestivo Santuario di San Gabriele dell’Addolorata, ai piedi del Gran Sasso d’Italia, che con la sua ardita impennata invita non solo a compiere escursioni turistiche, ma anche ascensioni spirituali. Già il 30 agosto del 1980 ebbi modo di ammirare il versante aquilano di questo stupendo massiccio dell’Appennino, in occasione del mio incontro con i lavoratori addetti alla monumentale opera del traforo. Ho appreso con piacere che essa oggi è una felice realtà, destinata ad unire sempre di più le genti d’Abruzzo e Molise e a favorire reciproca conoscenza e utili scambi culturali, sociali ed economici.

Esprimo il mio cordiale saluto a tutti voi, cari giovani, ragazzi e ragazze, e vi ringrazio per la vostra presenza così numerosa ed entusiastica. Saluto in particolare il Vescovo diocesano, Monsignor Abele Conigli; il Preposito Generale dei Passionisti, Padre Paul Boyle; e il Commissario Prefettizio di Isola del Gran Sasso: ad essi va la mia più viva gratitudine per il gentile invito rivoltomi e per la calorosa accoglienza, ben degna del senso di ospitalità proprio del popolo abruzzese.

Le ricorrenze del primo centenario della venuta di San Gabriele in Abruzzo e del 25° della sua proclamazione a Patrono principale dell’Abruzzo e del Molise hanno offerto, cari giovani, a voi e a me l’occasione propizia per visitare questo santuario e per venerare le sacre spoglie del “Santo del sorriso”. Questo pellegrinaggio vi ha raccolti da ogni parte delle due Regioni, in rappresentanza dei movimenti ecclesiali giovanili, appartenenti all’Azione cattolica, Comunione e Liberazione, Agesci, Neo-catecumenato, Gen, Cursillos e altri gruppi. Sono venuto per voi; per vedervi, per parlarvi, per guardarvi negli occhi, come faceva Gesù (cf. Mc 10, 20); sono venuto per affidarvi una parola particolare, in questo Anno Internazionale della Gioventù, che vi sia di stimolo a vivere sempre più profondamente le esigenze del Vangelo, nella splendida luce dell’esempio di un giovane, più o meno della vostra età, San Gabriele dell’Addolorata.

2 Il primo sentimento che nasce nel mio cuore è quello della gioia, come ho già accennato. La gioia cristiana fu la nota caratteristica di San Gabriele, il quale, pur nella continua meditazione della Passione di Nostro Signore e della Beata Vergine Addolorata, ne visse in profondità ogni interiore risonanza, e ne fece oggetto di conversione e di corrispondenza epistolare. Le fonti storico-biografiche affermano che: “Aveva sortito da natura un carattere molto vivace, soave, gioviale, insinuante, insieme risoluto e generoso, e aveva un cuore sensibilissimo e pieno d’affetto . . . di parola pronta, propria, arguta, facile e piena di grazia, che colpiva e metteva in attenzione” (Fonti storico-biografiche, pp. 24-25). Scriveva ai familiari: “La contentezza e la gioia che io provo entro queste sacre mura è quasi indicibile”; “piena di contenuto è la mia vita”; “la mia vita è un continuo godere”; e ancora: “vivo contento d’essermi ritirato in questa santa religione” (Scritti, p. 185, 192, 206, 322).

A questo livello si innalza la gioia cristiana, ogniqualvolta si intraprende un effettivo cammino di fede, di speranza e di carità autenticamente evangeliche. Anche voi, cari giovani abruzzesi e molisani, sulla scia di così luminoso esempio che incessantemente si irradia da questo Santuario, siete invitati a riscoprire le radici profonde della gioia, cioè della buona novella recata sulla terra dalla venuta di Gesù: “Non temete, ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo” (Lc 2, 10). Abbiate sempre più chiara coscienza di questa realtà interiore che contraddistingue ogni seguace di Cristo, chiamato a viverla intensamente e a proclamarla come espressione della nuova alleanza, suggellata dal sangue dell’Agnello e come segno pasquale della risurrezione e dell’Alleluia.

Diffondetela negli ambienti dove vivete o svolgete le vostre attività: nella famiglia, nella scuola, nei posti di lavoro, di gioco e di divertimento; comunicatela soprattutto alle persone sole, anziane, ammalate o emarginate dalla società; a quelle assorbite dalla routine del tran-tran quotidiano; a quelle che invano la cercano dove essa non è: nei micidiali surrogati della droga e dell’alcool; o nel fatale e vuoto ricorso al consumismo e al disimpegno; e soprattutto a quelle che dovessero lasciarsi suggestionare dalle deplorevoli iniziative ispirate in qualunque modo alla violenza o alla mancanza di rispetto per la persona altrui. A tutti questi fratelli e sorelle, che, in un modo o nell’altro, consapevolmente o inconsapevolmente, attendono una vostra parola, un vostro sorriso e la vostra amicizia, non fate mancare la vostra presenza, non rifiutate di mostrare la vostra gioia, le ragioni della vostra speranza.

3 Certamente conoscerete la vita di San Gabriele: nato ad Assisi nel 1838 nell’illustre famiglia del Governatore dello Stato Pontificio, Sante Possenti, ricevette nel Battesimo il nome di Francesco. A 18 anni entrò a far parte della famiglia Passionista, compiendo il noviziato a Morrovalle. Nel luglio del 1859 giunse con i suoi confratelli ad Isola del Gran Sasso, ultima tappa del suo peregrinare: qui infatti morì il 27 febbraio del 1862, all’età di 24 anni. Come vedete, non ci fu niente di eccezionale esternamente, ma quanta ricchezza interiore vibrò nel suo animo sensibile e generoso, e quale totale dono di sé egli seppe fare a Dio e alla Vergine, nell’assoluta fedeltà alla Regola e allo spirito di orazione e di penitenza!

In conformità al carisma proprio della Congregazione della Passione di Gesù Cristo, egli trovò il segreto della sua perfezione nella meditazione del Cristo crocifisso e della madre sua Addolorata ai piedi della Croce. Alla scuola di Gesù e di Maria, egli seppe raggiungere nel breve spazio di pochi anni le vette più alte della perfezione con slancio davvero mirabile: “ad Iesum per Mariam!”.

Egli si pose come grano, destinato a morire per portare frutto (Gv 24, 12), nel solco fecondo della Croce di Cristo per recare il suo contributo all’azione salvifica che ivi si attua ogni giorno fino alla fine del mondo. Nella Croce egli percepì l’incontro salvifico della colpa con l’innocenza, della cattiveria con la bontà, dell’odio con l’amore, della morte con la vita; nella croce seppe ravvisare la composizione della giustizia con la misericordia, del dolore con la speranza, della gioia col sacrificio. A Colei che egli contemplava ai piedi della croce, non cessava di ripetere: “Il mio paradiso sono i tuoi dolori, o Madre mia” (Fonti storico-biografiche, p. 136).

4 Carissimi giovani, San Gabriele, vostro coetaneo, oggi vi ricorda che, se volete essere veramente cristiani, non potete rifiutarvi di partecipare alla Passione del Signore e di portare dietro a lui la vostra croce: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà” (Lc 9, 23-24).

È questa la legge dell’ascetica cristiana, ribadita, peraltro, anche dalla sapienza umana: “Per crucem ad lucem”; “per angusta ad augusta”. E lo stesso sommo poeta Dante Alighieri significativamente ammoniva: “. . . seggendo in piuma / In fama non si vien, né sotto coltre” (Dante Alighieri, La Divina Commedia, “Inferno”, XXIV, 47-48).

Se la vita viene svuotata della croce non ha più senso, sapore e valore. Chi tentasse di chiudere le pagine del Vangelo che documentano il tragico epilogo della vita terrena di Gesù, vagheggiando un Vangelo più facile, più comodo, più conforme ad un modo accomodante della vita, ridurrebbe il Vangelo di Gesù a un documento del passato, a una parola inerte, a un racconto senza vita e senza capacità di salvezza. Il Signore ha salvato il mondo con la Croce: ha ridato all’umanità la speranza e il diritto alla vita con la sua morte. Non si può onorare Cristo, se non lo si riconosce come Salvatore, se non si riconosce il mistero della sua santa croce. È tutto qui il nucleo del messaggio vissuto da San Gabriele dell’Addolorata e raccomandato ai giovani.

5 Carissimi, ricordatevi sempre che anche voi collaborerete alla redenzione del mondo, se saprete trasformare in energia morale le immancabili difficoltà inerenti alle vostre specifiche situazioni esistenziali; se saprete portare la croce, se saprete cioè affrontare la vita con coraggio, senza mollezze e senza viltà; se saprete comprendere il dolore altrui ed essere dei buoni samaritani verso i fratelli che incontrerete lungo la via della vostra vicenda umana; se saprete finalmente stabilire col Cristo una profonda comunione affettiva ed effettiva.

Accogliete con generosità questa consegna che ogni viene deposta nelle vostre mani e traducetela in pratica con quell’entusiasmo di cui voi siete capaci. In questo modo riuscirete a fugare le incertezze e i timori che non mancano di affacciarsi sull’orizzonte, e sarete davvero i portatori di una nuova civiltà, nella quale si realizzino la giustizia, la verità, la solidarietà e l’amore.

A vent’anni dalla fine del Concilio Vaticano II vi ripeto con gli stessi caldi accenti di quella grande assise ecumenica: “La Chiesa vi guarda con fiducia e amore . . . Anche voi guardatela, e ritroverete in essa il volto di Cristo, il vero eroe, umile e saggio, il profeta della verità e dell’amore, il compagno e amico dei giovani” (Padri Conciliari, Nuntius quibusdam hominibus ordinibus, Oecumenicae Synodi tempore exeunte, missus: “Ad iuvenes”, 8 dicembre 1965: AAS 58 [1966] 18).

6 Un’ultima esortazione desidero rivolgervi. La riassumo in una sola parola: coerenza. Siate coerenti con la vostra vocazione e con la fede cristiana.

La fede è un dono da custodire, ma non in maniera intimistica e individualistica. La fede pervade le profondità del cuore, lo riempie in misura esuberante, e perciò si effonde nelle azioni. All’essere cristiani deve conseguentemente far riscontro il vivere da cristiani.

Siate fieri di professarvi apertamente per quel che siete. Siate lieti di testimoniare con la condotta i valori morali contenuti nella Legge di Dio, specialmente quelli che una mentalità corrente tende ad offuscare, quali, per esempio, la purezza, l’onestà del costume, la santità del matrimonio e della famiglia. Ricordate la parola del Signore: “Chi mi riconoscerà davanti agli uomini anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Mt 10, 32).

Ogni battezzato deve essere un apostolo, cioè un inviato a trasmettere ovunque la luce del Vangelo, a portare in ogni dimensione della vita l’animazione del fermento cristiano.

Miei giovani amici! Il mondo dei vostri coetanei, il campo della cultura e dell’arte, il settore della vita civica e la politica, come ogni ambiente dell’attività umana, non possono essere estranei al vostro impegno di apostolato. Dico dell’apostolato individuale e di quello associativo. Ricordatelo sempre: dal vostro impegno dipende in gran parte il progresso della civiltà e della cultura dell’amore, di cui ha immenso bisogno la vostra epoca.

A ciò vi sia di sostegno e di conforto la mia speciale Benedizione Apostolica che ora, invocando l’intercessione di San Gabriele, imparto di cuore a voi tutti e ai vostri amici.

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La pastorale giovanile con il cuore già a Cracovia 2016

13 febbraio 2015

 

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Viaggio apostolico in Sri Lanka e Filippine. 6^ giornata. Santa Messa. Testo dell’Omelia. Discorso ai giovani filippini.

18 gennaio 2015

SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Rizal Park, Manila
Domenica, 18 gennaio 2015

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«Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (Is 9,5). E’ per me una particolare gioia celebrare la domenica del Santo Niño con voi. L’immagine del Santo Bambino Gesù ha accompagnato la diffusione del Vangelo in questo Paese fin dall’inizio. Vestito con gli abiti regali, coronato e dotato di scettro, globo e croce, Egli ci ricorda continuamente il legame tra il Regno di Dio e il mistero dell’infanzia spirituale. Egli ci parla di questo nel Vangelo odierno: «Chi non accoglie il Regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso» (Mc 10,15). Il Santo Niño continua a proclamare che la luce della grazia di Dio è brillata su un mondo che abitava nelle tenebre, portando la Buona Novella della nostra liberazione dalla schiavitù, e guidandoci sul sentiero della pace, del diritto e della giustizia. Egli inoltre ci ricorda che siamo stati chiamati a diffondere il Regno di Cristo nel mondo.

Nel corso della mia visita vi ho sentito cantare la canzone “Siamo tutti figli di Dio”. Questo è ciò che il Santo Niño viene a dirci. Ci ricorda la nostra più profonda identità. Tutti noi siamo figli di Dio, membri della famiglia di Dio. Oggi san Paolo ci ha detto che in Cristo siamo diventati figli adottivi di Dio, fratelli e sorelle in Cristo. Questo è quello che siamo. Questa è la nostra identità. Ne abbiamo visto una bellissima espressione quando i Filippini si sono stretti intorno ai fratelli e alle sorelle colpiti dal tifone.

L’Apostolo ci dice che, dal momento che Dio ci ha scelti, noi siamo stati abbondantemente benedetti! Dio «ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo» (Ef 1,3). Queste parole hanno una speciale risonanza nelle Filippine, perché è il primo Paese cattolico in Asia; questo è già uno speciale dono di Dio, una benedizione speciale. Ma è anche una vocazione. I Filippini sono chiamati ad essere eccellenti missionari della fede in Asia.

Dio ci ha scelti e benedetti per uno scopo: essere santi e irreprensibili ai suoi occhi (Ef 1,4). Egli ha scelto ciascuno di noi per essere testimone in questo mondo della sua verità e della sua giustizia. Ha creato il mondo come uno splendido giardino e ci ha chiesto di averne cura. Tuttavia, con il peccato, l’uomo ha sfigurato quella naturale bellezza; mediante il peccato, l’uomo ha anche distrutto l’unità e la bellezza della nostra famiglia umana, creando strutture sociali che hanno reso permanente la povertà, l’ignoranza e la corruzione.

Qualche volta, vedendo i problemi, le difficoltà e le ingiustizie, siamo tentati di rinunciare. Sembra quasi che le promesse del Vangelo non si possano attuare, siano irreali. Ma la Bibbia ci dice che la grande minaccia al piano di Dio per noi è ed è sempre stata la menzogna. Il diavolo è il padre della menzogna. Spesso egli nasconde le sue insidie dietro l’apparenza della sofisticazione, il fascino di essere “moderni”, di essere “come tutti gli altri”. Egli ci distrae con il miraggio di piaceri effimeri e di passatempi superficiali. In tal modo noi sprechiamo i doni ricevuti da Dio, giocherellando con congegni futili; sprechiamo il nostro denaro nel gioco d’azzardo e nel bere; ci ripieghiamo su noi stessi. Trascuriamo di rimanere centrati sulle cose che realmente contano. Trascuriamo di rimanere interiormente come bambini. Questo è il peccato : dimenticarsi interiormente di essere figli di Dio. I bambini infatti, come ci insegna il Signore, hanno la loro propria saggezza, che non è la saggezza del mondo. Ecco perché il messaggio del Santo Niño è così importante. Egli parla a ciascuno di noi profondamente. Ci ricorda la nostra più profonda identità, ciò che siamo chiamati ad essere in quanto famiglia di Dio.

Il Santo Niño ci ricorda anche che questa identità va protetta. Il Cristo Bambino è il protettore di questo grande Paese. Quando Egli venne in questo mondo, la sua stessa vita si trovò minacciata da un re corrotto. Gesù stesso si trovò nella necessità di venire protetto. Egli ha avuto un protettore sulla terra: san Giuseppe. Ha avuto una famiglia qui sulla terra: la Santa Famiglia di Nazaret. In tal modo Egli ci ricorda l’importanza di proteggere le nostre famiglie e quella più grande famiglia che è la Chiesa, la famiglia di Dio, e il mondo, la nostra famiglia umana. Oggi purtroppo la famiglia ha bisogno di essere protetta da attacchi insidiosi e da programmi contrari a tutto quanto noi riteniamo vero e sacro, a tutto ciò che nella nostra cultura è più nobile e bello.

Nel Vangelo Gesù accoglie i bambini, li abbraccia e li benedice. Anche noi abbiamo il compito di proteggere, guidare e incoraggiare i nostri giovani, aiutandoli a costruire una società degna del suo grande patrimonio spirituale e culturale. In modo specifico, abbiamo bisogno di vedere ogni bambino come un dono da accogliere, da amare e da proteggere. E dobbiamo prenderci cura dei giovani, non permettendo che siano derubati della speranza e condannati a vivere sulla strada.

E’ un fragile bambino che portò la bontà di Dio, la misericordia e la giustizia nel mondo. Egli resistette alla disonestà e alla corruzione, che sono l’eredità del peccato, e trionfò su di esse con il potere della croce. Ora, al termine della mia visita alle Filippine, vi affido a Lui, a Gesù che venne fra di noi come bambino. Egli renda capace tutto l’amato popolo di questo Paese di lavorare unito, proteggendosi gli uni gli altri, a partire dalle vostre famiglie e comunità, nella costruzione di un mondo di giustizia, onestà e pace. Il Santo Niño continui a benedire le Filippine e a sostenere i cristiani di questa grande nazione nella loro vocazione ad essere testimoni e missionari della gioia del Vangelo, in Asia e nel mondo intero.

Per favore, non dimenticate di pregare per me. Dio vi benedica!

 

INCONTRO CON I GIOVANI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Campo sportivo dell’Università Santo Tomas di Manila
Domenica, 18 gennaio 2015

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Discorso pronunciato dal Santo Padrea braccio

Prima di tutto una notizia triste. Ieri, mentre stava per iniziare la Messa, è caduta una delle torri e cadendo ha colpito una ragazza ed è morta. Il suo nome è Cristal. Lei ha lavorato nell’organizzazione di quella Messa. Aveva 27 anni, era giovane come voi e lavorava per un’associazione. Era una volontaria. Vorrei che noi tutti insieme, voi giovani come lei, pregassimo in silenzio un minuto e poi invochiamo la nostra Madre del cielo.

[Silenzio … Ave Maria]

Facciamo una preghiera anche per suo papà e sua mamma. Era figlia unica. Sua mamma sta venendo da Hong Kong. Suo papà è venuto a Manila ad aspettare la mamma.

E’ una gioia per me essere oggi con voi. Saluto cordialmente ciascuno di voi e ringrazio tutti coloro che hanno reso possibile questo incontro. Nel corso della mia visita alle Filippine, ho voluto in modo particolare incontrarmi con voi giovani, per ascoltarvi e parlare con voi. Desidero esprimere l’amore e la speranza che la Chiesa ha per voi. E voglio incoraggiarvi, come cittadini cristiani di questo Paese, a dedicarvi con passione e con onestà al grande impegno di rinnovare la vostra società e di contribuire a costruire un mondo migliore.

In modo speciale, ringrazio i giovani che mi hanno rivolto parole di benvenuto: Jun, Leandro e Rikki. Grazie tante!

Un po’… sulla piccola rappresentazione delle donne. Troppo poco! Le donne hanno molto da dirci nella società di oggi. A volte siamo troppo maschilisti, e non lasciamo spazio alla donna. Ma la donna sa vedere le cose con occhi diversi dagli uomini. La donna sa fare domande che noi uomini non riusciamo a capire. Fate attenzione: lei [indica Jun] oggi ha fatto l’unica domanda che non ha risposta. E non le venivano le parole, ha dovuto dirlo con le lacrime. Così, quando verrà il prossimo Papa a Manila, che ci siano più donne!

Ti ringrazio, Jun, che hai presentato con tanto coraggio la tua esperienza. Come ho detto prima, il nucleo della tua domanda quasi non ha risposta. Solo quando siamo capaci di piangere sulle cose che voi avete vissuto possiamo capire qualcosa e rispondere qualcosa. La grande domanda per tutti: perché i bambini soffrono? Perché i bambini soffrono? Proprio quando il cuore riesce a porsi la domanda e a piangere, possiamo capire qualcosa. C’è una compassione mondana che non serve a niente! Una compassione che tutt’al più ci porta a mettere mano al borsellino e a dare una moneta. Se Cristo avesse avuto questa compassione avrebbe passato, curato tre o quattro persone e sarebbe tornato al Padre. Solamente quando Cristo ha pianto ed è stato capace di piangere ha capito i nostri drammi.

Cari ragazzi e ragazze, al mondo di oggi manca il pianto! Piangono gli emarginati, piangono quelli che sono messi da parte, piangono i disprezzati, ma quello che facciamo una vita più meno senza necessità non sappiamo piangere. Certe realtà della vita si vedono soltanto con gli occhi puliti dalle lacrime. Invito ciascuno di voi a domandarsi: io ho imparato a piangere? Quando vedo un bambino affamato, un bambino drogato per la strada, un bambino senza casa, un bambino abbandonato, un bambino abusato, un bambino usato come schiavo per la società? O il mio è il pianto capriccioso di chi piange perché vorrebbe avere qualcosa di più? Questa è la prima cosa che vorrei dirvi: impariamo a piangere, come lei [Jun] ci ha insegnato oggi. Non dimentichiamo questa testimonianza. La grande domanda: perché i bambini soffrono?, l’ha fatta piangendo e la grande risposta che possiamo dare tutti noi è imparare a piangere.

Gesù nel Vangelo ha pianto, ha pianto per l’amico morto. Ha pianto nel suo cuore per quella famiglia che aveva perso la figlia. Ha pianto nel suo cuore quando ha visto quella povera madre vedova che portava al cimitero suo figlio. Si è commosso e ha pianto nel suo cuore quando ha visto la folla come pecore senza pastore. Se voi non imparate a piangere non siete buoni cristiani. E questa è una sfida. Jun ci ha lanciato questa sfida. E quando ci fanno la domanda: perché i bambini soffrono?, perché succede questo o quest’altro di tragico nella vita?, che la nostra risposta sia il silenzio o la parola che nasce dalle lacrime. Siate coraggiosi, non abbiate paura di piangere!

E poi è venuto Leandro Santos. Lui ha posto delle domande sul mondo dell’informazione. Oggi con tanti media siamo superinformati: questo è un male? No. Questo è bene e aiuta, però corriamo il pericolo di vivere accumulando informazioni. E abbiamo tante informazioni, ma forse non sappiamo che farcene. Corriamo il rischio di diventare “giovani-museo” e non giovani sapienti. Mi potreste chiedere: Padre, come si arriva ad essere sapienti? E questa è un’altra sfida, la sfida dell’amore. Qual è la materia più importante che bisogna imparare all’università? Qual è la più importante da imparare nella vita? Imparare ad amare! E questa è la sfida pone a voi oggi. Imparare ad amare! Non solo accumulare informazioni e non sapere che farsene. E’ un museo. Ma attraverso l’amore far sì che questa informazione sia feconda. Per questo scopo il Vangelo ci propone un cammino sereno, tranquillo: usare i tre linguaggi: il linguaggio della mente, il linguaggio del cuore e il linguaggio delle mani. E questi tre linguaggi in modo armonioso: quello che pensi lo senti e lo realizzi. La tua informazione scende al cuore, lo commuove e lo realizza. E questo armoniosamente: pensare ciò che si sente e ciò che si fa. Sentire ciò che penso e che faccio; fare ciò che penso e che sento. I tre linguaggi. Siete capaci di ripetere i tre linguaggi a voce alta?

 

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Educare al vero, al bene, al bello. Sull’Insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Messaggio della CEI ai giovani ed ai genitori

18 gennaio 2015

Messaggio della Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana in vista della scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica

Cari studenti e cari genitori,
in occasione dell’iscrizione al prossimo anno scolastico, sarete invitati anche a scegliere se avvalervi o non avvalervi dell’insegnamento della religione cattolica. Anche se ormai questa procedura è divenuta abituale, vogliamo invitarvi a riflettere sull’importanza di questa decisione che consente di mantenere o di escludere una parte significativa del curricolo di studio.

Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che questa scelta non è una dichiarazione di appartenenza religiosa, né pretende di condizionare la coscienza di qualcuno, ma esprime solo la richiesta alla scuola di voler essere istruiti anche sui contenuti della religione cattolica che costituisce una chiave di lettura fondamentale della realtà in cui noi tutti oggi viviamo.

Il mondo si sta trasformando sempre più velocemente, i conflitti e le contrapposizioni diventano sempre più drammatici e anche la società italiana è diventata sempre più plurale e multiforme, ma la storia da cui veniamo è un dato immodificabile e le tracce che in essa ha lasciato e continua ad offrire la Chiesa costituiscono un contributo evidente ed efficace per la crescita della società di tutti.

Papa Francesco, incontrando tantissimi di noi lo scorso 10 maggio 2014, ci ha ricordato quanto sia importante non solo andare a scuola, ma anche amare la scuola in tutte le sue ricchezze e potenzialità: «Io amo la scuola perché ci educa al vero, al bene e al bello. Vanno insieme tutti e tre. L’educazione non può essere neutra. O è positiva o è negativa; o arricchisce o impoverisce; o fa crescere la persona o la deprime, persino può corromperla… La missione della scuola è di sviluppare il senso del vero, il senso del bene e il senso del bello. E questo avviene attraverso un cammino ricco, fatto di tanti “ingredienti”. Ecco perché ci sono tante discipline! Perché lo sviluppo è frutto di diversi elementi che agiscono insieme e stimolano l’intelligenza, la coscienza, l’affettività, il corpo, eccetera. Per esempio, se studio questa Piazza, Piazza San Pietro, apprendo cose di architettura, di storia, di religione, anche di astronomia – l’obelisco richiama il sole, ma pochi sanno che questa piazza è anche una grande meridiana. In questo modo coltiviamo in noi il vero, il bene e il bello; e impariamo che queste tre dimensioni non sono mai separate, ma sempre intrecciate».

Proprio a partire da questo stimolo a imparare e coltivare il vero, il bene e il bello, noi Vescovi delle diocesi italiane vi invitiamo a compiere la scelta di avvalervi dell’IRC non solo perché consapevoli dell’importanza e del valore educativo di questa disciplina scolastica, ma anche e soprattutto sulla base di una reale conoscenza dei contenuti specifici di questa materia su cui siete chiamati a pronunciarvi, riferendovi in concreto alle Indicazioni didattiche proprie dell’IRC.

Se vorrete avvalervi dell’opportunità offerta dall’insegnamento della religione cattolica, sappiate inoltre che potrete trovare negli insegnanti delle persone professionalmente molto qualificate, ma anche testimoni credibili, capaci di cogliere gli interrogativi più sinceri di ogni persona, accompagnando ciascuno nel suo personale ed autonomo percorso di crescita.

Ci auguriamo che possiate continuare ad incontrarvi ancora numerosi nelle classi, così da poter iniziare o continuare tra voi e con i vostri docenti un proficuo dialogo educativi.

Intervista a p.Jean Pierre Sonnet s.j. : Raccontare la fede ai figli

6 dicembre 2014

 
Padre Jean Pierre Sonnet è un gesuita francese, teologo, scrittore e poeta. Insegna Esegesi dell’Antico testamento alla Gregoriana.

 

 

«Perché i figli (ciò che siamo stati capaci di accogliere come dono) sono il racconto della nostra vita; e il figlio, come fu per Abramo, per Isacco, per Elisabetta e per Maria, è colui attraverso il quale Dio visita la nostra storia…. E i veri maestri in questo non possono che essere i genitori. Io appartengo a un ordine religioso al quale per secoli le famiglie hanno affidato i figli affinché fossero educati alla fede. Oggi credo sia giunto il tempo di riaffidare i figli ai genitori aiutandoli nel difficile compito di indicare la strada di Dio. I genitori, soprattutto oggi, sono gli unici a poterlo fare. E il racconto resta una strada privilegiata di educazione».
Nonostante l’attuale crisi del rapporto fra le generazioni?
«La nostra è una cultura in cui ogni generazione deve reinventarsi al ritmo delle nuove tecniche. Non è più il padre che trasmette le conoscenze al figlio: anzi, fa persino la figura dell’incapace. Ma di cosa si ricorderanno un giorno i figli divenuti adulti? Non credo della penultima versione dell’iPhone, ma della voce della mamma.
Così come non dimentico mia mamma che cantava canzoncine con delle storie bibliche. Una sulla storia di Zaccheo la ricordo molto bene… e io che giravo intorno al tavolo in cucina…».

Perché lo ricorda così bene?

«Perché le storie raccontate dai genitori si legano ai ricordi della vita. E quelle storie hanno una loro storia nella nostra vita: rilette a varie età mostrano contenuti sempre diversi. Per questo i genitori devono cominciare da subito a raccontare. Il racconto è un po’ come un’opera di artigianato che si trasmette di padre in figlio: ci lavora il padre e poi ci lavorano i figli e spesso anche i figli dei figli».

Tanti genitori oggi non raccontano e non saprebbero nemmeno cosa raccontare.

«Da giovane prete, in Francia, mi capitava di passare ore in confessionale e spesso per penitenza invitavo a raccontare una storia biblica ai figli o ai nipoti. Una donna anziana un giorno mi rispose: ‘Padre, non sarebbe meglio un rosario?’. Quella donna evidentemente non aveva sperimentato quell’alleanza speciale che c’è fra nonni e nipoti quando si raccontano storie. Anche Papa Francesco ha parlato del suo particolare rapporto con nonna Rosa. Nella dedica che ho fatto nella copia di questo libro che ho inviato a Francesco ho scritto: ‘A Papa Francesco che ci ha raccontato di come nonna Rosa gli raccontava’. Ecco, i nonni hanno un dono speciale. E se, come i genitori, hanno paura di raccontare, credo che nostro compito, il compito della Chiesa, sia di incoraggiarli, di confermarli in questa loro funzione essenziale: ‘Quando tuo figlio domani ti chiederà perché? Tu gli risponderai: Con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall’Egitto…’ (Es 13, 14). Quando Dio si rivela a Mosè nel roveto ardente (Es 3, 6) gli dice: ‘Io sono il Dio di tuo padre.
Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe’, e in Dt 26, 5 Dio insegna a raccontare: ‘Mio padre era un arameo errante…’. Insomma, le generazioni sono direttamente implicate nella trasmissione del mistero e della fede».

Legandolo alla famiglia, lei scrive che il racconto è ospitale
come una casa.
«Noi abitiamo le storie come una casa nella quale col tempo cambiamo l’arredamento: nella casa c’è posto per tutti, così come del racconto c’è una versione adatta a ciascuno. Le parabole che raccontava Gesù hanno vari livelli di comprensione e ognuno trova il suo. Il racconto è una dimensione che non esclude e che tutti possono approfondire. Il racconto aggrega. Pensi alle storie che, soprattutto una volta, nelle case si narravano sugli antenati: ti facevano sentire parte di una storia, di una famiglia».

Un cristiano non può fare a meno di raccontare?

«Il nucleo della nostra fede è narrativo. Gli ebrei raccontano: ‘Eravamo schiavi e Dio ci ha liberati…’. Per noi cristiani ‘il Signore Gesù alla vigilia della sua morte prese il pane…’, oppure: ‘Il Signore Gesù ci ha liberati dalla morte…’. Storie del passato, ma strettamente legate alla vita di oggi. Tocca a noi continuare a renderle vive. Il Salmo 78 ci invita: ‘Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai nostri figli…’. E i bambini sono affascinati dal passato, soprattutto se è possibile riviverlo per il presente».

Lo dicevamo all’inizio: in tante famiglie non si raccontano nemmeno più le favole… E poi qual è il momento per raccontare?
«Io sono un prete, non ho figli, ma ho 18 nipoti e seguo tante famiglie. La mia esperienza mi dice che bisogna sfruttare il sacro momento in cui il bambino si corica, non ha più la tv e i videogiochi. C’è il libricino illustrato e la voce della mamma, del papà, dei nonni. Perché in quel momento non raccontare storie bibliche? Ce n’è una per ogni situazione. Ma si può raccontare anche in vacanza, durante una gita, camminando insieme. Del resto l’elaborazione del racconto apre a un cammino interiore e la Bibbia è densa di personaggi che raccontano e camminano. Gesù è un grande camminatore e un grande narratore. Spero davvero che il Sinodo sulla famiglia proponga strade e offra consigli a questo riguardo: questa è la chiesa domestica».

 

pubblicato su Avvenire del 5 dicembre 2014

A. Lonardo. Recensione a “La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa” di P.Gulisano e B.O’Neill. La festa cristiana dei santi: opposizione o continuità?

31 ottobre 2014

Differenza santi beati canonizzazione beatificazione

Il nome Halloween è indiscutibilmente termine di origine cristiana; è parola composta da hallow, ‘santificare’, ed eve, abbreviazione di evening, ‘sera’. Halloween, insomma, deriva da All Hallow’s Eve e vuol dire semplicemente ‘Sera della festa dei Santi’, ‘Vigilia della festa dei santi’.
La chiesa cattolica fa memoria, infatti, l’1 novembre di tutti i santi e la sera del 31 ottobre è appunto la vigilia della festa.
Ma l’1 novembre era il giorno della festa celtica di Samhain ed alcune delle tradizioni dell’odierna Halloween vi rimandano.
Cosa è avvenuto? Perché questa coincidenza? Halloween è una festa pagana o cristiana? Siamo dinanzi ad una espropriazione cristiana o ad un camuffamento sincretista di riti magici? Cosa è bene fare in campo educativo? Incoraggiare o opporsi alla celebrazione di Halloween?

P.Gulisano e B.O’Neill tracciano con il loro libretto La notte delle zucche. Halloween: storia di una festa (Ancora, Milano, 2006, pp.96, euro 7.00) la traiettoria storica che permette di rispondere a queste domande.

Il passaggio da Samahin ad Halloween manifesta un atteggiamento tipico del cristianesimo che non disprezza mai quanto gli preesiste storicamente, ma ne sa cogliere il valore per riproporlo alla luce della pienezza di vita che proviene dal vangelo[1]. I due Autori invitano così a raccontare alle nuove generazioni come avvenne che questa antica festa divenne cristiana[2]:
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La testimonianza di Mirjana al 25° Festival dei Giovani di Medjugorje 2014

4 settembre 2014

https://www.youtube.com/watch?v=iYksPjv3HR0

 

 

4 agosto 2014

Per prima cosa vorrei salutare di cuore tutti i giovani. Vorrei ringraziarvi.
Vorrei farlo come fa sempre la nostra Mamma Celeste. Ringraziarvi perchè siete qui. Grazie perchè avete risposto alla chiamata. Grazie perchè volete seguire vostra Madre.
Tante grazie per questo.

Vorrei che tutti fossimo Suoi apostoli. Anche sabato Lei ci ha chiamato a seguirLa, ad essere Suoi apostoli di luce che divulgano nel mondo l’Amore misericordioso. In modo particolare voi giovani, perchè su di voi si basa il mondo, voi siete quelli che porteranno il bene nel mondo. Per fare questo dovete camminare insieme a Lei e tenerLa per mano, perchè Lei ci porta sulla via retta e ci conduce a Suo Figlio.
Vi prego, ricordatevi: in questo mondo potete avere tutto ciò che esiste, ma se non avete la pace non avete nulla. L’unica vera pace è quella che viene da Gesù Cristo. Per questo la Madre è con noi. Da 33 anni ci guida e ci insegna. Non si è stancata di noi. Io non l’ho mai vista nè stanca nè nervosa nè arrabbiata. L’ho vista sempre piena d’Amore e decisa ad aiutare noi, i Suoi figli.

Lei ha bisogno di noi e dice: “Aprite i vostri cuori e Io sarò con voi”.
Per questo vi prego: cominciate pian pianino a camminare insieme alla Madre.
La prima cosa che ci ha chiesto all’inizio delle apparizioni è stato il Credo e 7 Pater, Ave, Gloria. Non potete dirmi che nelle 24 ore che il Padre Celeste ci ha dato non c’è tempo per questo.
Iniziamo piano. Iniziamo con la prima parte del Rosario. Poi digiuniamo il venerdì. Poi la seconda parte del Rosario. Poi la terza. Poi cominciamo a digiunare il mercoledì. Passo dopo passo. E’ importante camminare insieme a Lei.
Non perdete tempo a giudicare la vostra preghiera; lasciate che la giudichi Dio. E’ importante che noi preghiamo. E’ importante che abbiamo contatto con il nostro Padre Celeste. Non esiste uomo sulla terra che possa dire: “Io prego come devo. Faccio proprio come Dio vuole”. Ho paura di queste persone. Tutti siamo sulla via della santità; tutti proviamo ad essere come piace al Padre Celeste e proviamo a seguire nostra Madre. Lei ci guiderà e Gesù giudicherà quanto ci siamo riusciti.

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Papa Francesco incontra i giovani asiatici. Testo del Discorso

15 agosto 2014

TRASMISSIONI IN DIRETTA

http://www.ctv.va/content/ctv/it/livetv.html

ore 17.30: Presso il Santuario di Solmoe

TESTO DEL DISCORSO (appena disponibile)

 

Venerdì, 15 agosto 2014

 

Video

 

Dear Young Friends,

“It is good for us to be here!” (Mt 17:4). These words were spoken by Saint Peter on Mount Tabor as he stood in the presence of Jesus transfigured in glory. Truly it is good for us to be here, together, at this shrine of the Korean Martyrs, in whom the Lord’s glory was revealed at the dawn of the Church’s life in this country. In this great assembly, which brings together young Christians from throughout Asia, we can almost feel the glory of Jesus present in our midst, present in his Church which embraces every nation, language and people, present in the power of his Holy Spirit who makes all things new, young and alive!

I thank you for your warm welcome. Very warm, very warm! And I thank for the gift of your enthusiasm, your joyful songs, your testimonies of faith, and your beautiful expressions of the variety and richness of your different cultures. In a special way, I thank Mai, Giovanni e Marina, the three young people who shared with me your hopes, your problems and your concerns; I listened to them carefully, and I will keep them in mind. I thank Bishop Lazzaro You Heung-sik for his words of introduction and I greet all of you from my heart.

[T]

This afternoon I would like to reflect with you on part of the theme of this Sixth Asian Youth Day: “The Glory of the Martyrs Shines on You”. Just as the Lord made his glory shine forth in the heroic witness of the martyrs, so too he wants to make his glory shine in your lives, and through you, to light up the life of this vast continent. Today Christ is knocking at the door of your heart, of my heart. He calls you and me to rise, to be wide awake and alert, and to see the things in the life that really matter. What is more, he is asking you and me to go out on the highways and byways of this world, knocking on the doors of other people’s hearts, inviting them to welcome him into their lives.

This great gathering of Asian young people also allows us to see something of what the Church herself is meant to be in God’s eternal plan. Together with young people everywhere, you want to help build a world where we all live together in peace and friendship, overcoming barriers, healing divisions, rejecting violence and prejudice. And this is exactly what God wants for us. The Church is meant to be a seed of unity for the whole human family. In Christ, all nations and peoples are called to a unity which does not destroy diversity but acknowledges, reconciles and enriches it.

[T]

How distant the spirit of the world seems from that magnificent vision and plan! How often the seeds of goodness and hope which we try to sow seem to be choked by weeds of selfishness, hostility and injustice, not only all around us, but also in our own hearts. We are troubled by the growing gap in our societies between rich and poor. We see signs of an idolatry of wealth, power and pleasure which come at a high cost to human lives. Closer to home, so many of our own friends and contemporaries, even in the midst of immense material prosperity, are suffering from spiritual poverty, loneliness and quiet despair. God seems to be removed from the picture. It is almost as though a spiritual desert is beginning to spread throughout our world. It affects the young too, robbing them of hope and even, in all too many cases, of life itself.

[T]

Yet this is the world into which you are called to go forth and bear witness to the Gospel of hope, the Gospel of Jesus Christ, and the promise of his Kingdom – this is your theme, Marina. I will speak… In the parables, Jesus tells us that the Kingdom comes into the world quietly, growing silently yet surely wherever it is welcomed by hearts open to its message of hope and salvation. The Gospel teaches us that the Spirit of Jesus can bring new life to every human heart and can transform every situation, even the most apparently hopeless. Jesus can transform, can transform all situations! This is the message which you are called to share with your contemporaries: at school, in the workplace, in your families, your universities and your communities. Because Jesus rose from the dead, we know that he has “the words of eternal life” (Jn6:68), that his word has the power to touch every heart, to conquer evil with good, and to change and redeem the world.

Dear young friends, in this generation the Lord is counting on you! He’s counting on you! He entered your hearts on the day of your Baptism; he gave you his Spirit on the day of your Confirmation; and he strengthens you constantly by his presence in the Eucharist, so that you can be his witnesses before the world. Are you ready to say “yes”? Are you ready? [Yes!]

Thank you! Are you tired? [No!] Sure? [Yes!] Beloved friends of mine, as I was told yesterday: “You cannot speak to the young with paper; you must speak, address young people spontaneously from the heart”. But I have a great difficulty: I have poor English. [No!] Yes, yes! But if you wish I can say other things spontaneously… [Yes!] Are you tired? [No!] May I go on? [Yes!] But I will do so in Italian. [turning to the interpreter] Will you translate? Thank you! Go on!

Ho sentito molto forte quello che Marina ha detto: il suo conflitto nella sua vita. Come fare? Se andare per la strada della vita consacrata, la vita religiosa, o studiare per diventare più preparata per aiutare gli altri. Questo è un conflitto apparente, perché quando il Signore chiama, chiama sempre per fare il bene agli altri, sia alla vita religiosa, alla vita consacrata, sia alla vita laicale, come padre e madre di famiglia. Ma lo scopo è lo stesso: adorare Dio e fare il bene agli altri. Che cosa deve fare Marina, e tanti di voi che si fanno la stessa domanda? Anch’io l’ho fatta al mio tempo: che strada devo scegliere? Ma tu non devi scegliere nessuna strada: la deve scegliere il Signore! Gesù l’ha scelta, tu devi sentire Lui e chiedere: Signore, che cosa devo fare? Questa è la preghiera che un giovane deve fare: “Signore, cosa vuoi tu da me?”. E con la preghiera e il consiglio di alcuni veri amici – laici, sacerdoti, suore, vescovi, papi… anche il Papa può dare un buon consiglio – con il consiglio di questi trovare la strada che il Signore vuole per me.

Let’s pray together!

[si rivolge al sacerdote traduttore] Tu fai ripetere in coreano: Signore cosa vuoi tu dalla mia vita? Tre volte.

Preghiamo! Let’s pray!

Sono sicuro che il Signore vi ascolterà. Anche te Marina, di sicuro. Grazie per la tua testimonianza. Scusami! Ho sbagliato nome: la domanda è stata fatta da Mai, non da Marina.

Mai ha parlato di un’altra cosa: dei martiri, dei santi, dei testimoni. E ci ha detto con un po’ di dolore, un po’ di nostalgia, che nella sua terra, la Cambogia, ancora non ci sono Santi, ma speriamo… Santi ci sono e tanti! Ma la Chiesa ancora non ha riconosciuto, non ha beatificato, non ha canonizzato nessuno. E io ti ringrazio tanto Mai di questo. Io ti prometto che mi occuperò, quando torno a casa, di parlare all’incaricato di queste cose, che è un bravo uomo, si chiama Angelo, e chiederò a lui di fare una ricerca su questo per portarlo avanti. Grazie, tante grazie!

It’s time to finish. Are you tired? [No!] Go on a little? [Yes!]

Veniamo adesso a Marina. Marina ha fatto due domande… non due domande, ha fatto due riflessioni e una domanda sulla felicità. Lei ci ha detto una cosa vera: la felicità non si compra. E quando tu compri una felicità, poi te ne accorgi che quella felicità se n’è andata… Non dura la felicità che si compra. Soltanto la felicità dell’amore, questa è quella che dura!

E la strada dell’amore è semplice: ama Dio e ama il prossimo, tuo fratello, quello che è vicino a te, quello che ha bisogno di amore e ha bisogno di tante cose. “Ma, padre, come so io se amo Dio?” Semplicemente se tu ami il prossimo, se tu non odi, se tu non hai odio nel tuo cuore, ami Dio. Quella è la prova sicura.

E poi Marina ha fatto una domanda – io capisco – una domanda dolorosa, e la ringrazio di averla fatta: la divisione tra i fratelli delle Coree. Ma ci sono due Coree? No, ce n’è una, ma è divisa, la famiglia è divisa. E c’è questo dolore… Come aiutare affinché questa famiglia si unisca? Io dico due cose: prima un consiglio, e poi una speranza.

Prima di tutto, il consiglio: pregare; pregare per i nostri fratelli del Nord: “Signore, siamo una famiglia, aiutaci, aiutaci per l’unità, Tu puoi farlo. Che non ci siano vincitori né vinti, soltanto una famiglia, che ci siano soltanto i fratelli”. Adesso vi invito a pregare insieme – dopo la traduzione – in silenzio, per l’unità delle due Coree.

In silenzio facciamo la preghiera. In silence we pray. [silenzio]

Adesso, la speranza. Qual è la speranza? Ci sono tante speranze, ma ce n’è una bella. La Corea è una, è una famiglia: voi parlate la stessa lingua, la lingua di famiglia; voi siete fratelli che parlate la stessa lingua. Quando [nella Bibbia] i fratelli di Giuseppe sono andati in Egitto a comprare da mangiare – perché avevano fame, avevano soldi, ma non avevano da mangiare – sono andati lì a comprare cibo, e hanno trovato un fratello! Perché? Perché Giuseppe se n’era accorto che parlavano la stessa lingua. Pensate ai vostri fratelli del Nord: loro parlano la stessa lingua e quando in famiglia si parla la stessa lingua, c’è anche una speranza umana.

Poco fa abbiamo visto una cosa bella, quello sketch del figliol prodigo, quel figlio che se n’era andato, aveva sprecato i soldi, tutto, aveva tradito il padre, la famiglia, aveva tradito tutto. Ad un certo momento, per le necessità, ma con molta vergogna, ha deciso di tornare. E aveva pensato a come chiedere perdono al suo papà. E ha pensato: “Padre, ho peccato, ho fatto questo di male, ma io voglio essere un dipendente, non tuo figlio” e tante belle cose. Ma ci dice il Vangelo che il padre lo ha visto da lontano. E perché lo ha visto? Perché tutti i giorni saliva sul terrazzo per vedere se tornava il figlio. E lo ha abbracciato: non lo ha lasciato parlare; non lo ha lasciato dire quel discorso e neppure chiedere perdono, lo ha lasciato in seguito… e ha fatto festa. Ha fatto festa! E questa è la festa che piace a Dio: quando noi torniamo a casa, torniamo da Lui. “Ma Padre, io sono un peccatore, io sono una peccatrice…”. Meglio ancora, ti aspetta! Farà ancora più festa! Perché lo stesso Gesù ci dice che in cielo si fa più festa per un peccatore che torna che per cento giusti che rimangono a casa.

Nessuno di noi sa cosa ci aspetta nella vita. E voi giovani: “Che cosa mi aspetta?”. Noi possiamo fare cose brutte, bruttissime, ma per favore non disperare, c’è sempre il Padre che ci aspetta! Tornare, tornare! Questa è la parola. Come back! Tornare a casa, perché mi aspetta il Padre. E se io sono molto peccatore, farà una grande festa. E voi sacerdoti, per favore, abbracciate i peccatori e siate misericordiosi. E sentire questo è bello! A me fa felice questo, perché Dio mai si stanca di perdonare; mai si stanca di aspettarci.

I had written three suggestions but I have talked about this: prayer, Eucharist and work for others, for the poor.

[T]

Now it is time for me to go. [No!] I look forward to seeing you in these days and speaking to you again when we gather for Holy Mass on Sunday. For now, let us thank the Lord for the blessings of this time together and ask him for the strength to be faithful and joyful witnesses of his love throughout Asia and the entire world.

May Mary, our Mother, watch over you and keep you ever close to Jesus her Son. And from his place in heaven, may Saint John Paul II, who initiated the World Youth Days, always be your guide. With great affection I give you my blessing.

And please, pray for me, don’t forget it: to pray for me! Thank you very much!

Conclusione delle Route nazionale degli Scout Agesci. Il saluto telefonico di papa Francesco

10 agosto 2014

 

Domenica, 10 agosto 2014

 

 

Questa mattina alle ore 11 il Papa Francesco si è rivolto – in collegamento telefonico in diretta – ai circa 30.000 Rovers e Scolte dell’AGESCI riuniti a San Rossore (Pisa) per la conclusione della Terza Route Nazionale, caratterizzata dal tema: “Strada di coraggio…diretti al futuro”. Al termine della celebrazione della Messa, presieduta dal Card. Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il Papa ha rivolto ai giovani le sue cordiali parole di incoraggiamento.

 

“Saluto tutti voi, cordialmente. E sono felice di questo vostro raduno. Mi spiace di non essere potuto venire, ma vi accompagno da qua, con molto affetto. Vi auguro che queste strade di coraggio, che sono diritte al futuro, siano per voi un grande bene. Coraggio! Questa è una virtù e un atteggiamento dei giovani. Il mondo ha bisogno di giovani coraggiosi, non timorosi. Di giovani che si muovano sulle strade e non che siano fermi: con i giovani fermi non andiamo avanti! Di giovani che sempre abbiano un orizzonte per andare e non giovani che vanno in pensione! E’ triste! E’ triste guardare un giovane in pensione. No, il giovane deve andare avanti con questa strada di coraggio. Avanti voi! Questa sarà la vostra vittoria, il vostro lavoro per aiutare a cambiare questo mondo, a farlo molto migliore. So che avete riflettuto sull’Apocalisse, pensando alla Città Nuova. Questo è il vostro compito: fare una città nuova. Sempre avanti con una città nuova: con la verità, la bontà, la bellezza che il Signore ci ha dato.

Cari giovani, cari ragazzi e ragazze vi saluto di qua e vi auguro il meglio. Non abbiate paura, non lasciatevi rubare la speranza. La vita è vostra! E’ vostra per farla fiorire, per dare frutti a tutti. L’umanità ci guarda e guarda anche a voi in questa strada di coraggio. E ricordatevi: la pensione arriva a 65 anni! Un giovane non deve andare in pensione, mai! Deve andare con coraggio avanti.

Prego per voi e chiedo al Signore che vi dia la benedizione.

Vi benedico nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

E, per favore, vi chiedo di pregare per me”.