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Papa Francesco Omelia Messa con l’imposizione del Pallio, festa dei santi Pietro e Paolo

29 giugno 2017

 

 

 

 

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Pietro
Giovedì, 29 giugno 2017

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La Liturgia di oggi ci offre tre parole essenziali per la vita dell’apostolo: confessione, persecuzione, preghiera.

La confessione è quella di Pietro nel Vangelo, quando la domanda del Signore da generale diventa particolare. Infatti Gesù dapprima chiede: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (Mt 16,13). Da questo “sondaggio” emerge da più parti che il popolo considera Gesù un profeta. E allora il Maestro pone ai discepoli la domanda davvero decisiva: «Ma voi, chi dite che io sia?» (v. 15). A questo punto risponde solo Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (v. 16). Ecco la confessione: riconoscere in Gesù il Messia atteso, il Dio vivente, il Signore della propria vita.

Questa domanda vitale Gesù la rivolge oggi a noi, a tutti noi, in particolare a noi Pastori. È la domanda decisiva, davanti alla quale non valgono risposte di circostanza, perché è in gioco la vita: e la domanda della vita chiede una risposta di vita. Perché a poco serve conoscere gli articoli di fede se non si confessa Gesù Signore della propria vita. Oggi Egli ci guarda negli occhi e chiede: “Chi sono io per te?”. Come a dire: “Sono ancora io il Signore della tua vita, la direzione del tuo cuore, la ragione della tua speranza, la tua fiducia incrollabile?”. Con San Pietro, anche noi rinnoviamo oggi la nostra scelta di vita come discepoli e apostoli; passiamo nuovamente dalla prima alla seconda domanda di Gesù, per essere “suoi” non solo a parole, ma coi fatti e nella vita.

Chiediamoci se siamo cristiani da salotto, che chiacchierano su come vanno le cose nella Chiesa e nel mondo, oppure apostoli in cammino, che confessano Gesù con la vita perché hanno Lui nel cuore. Chi confessa Gesù sa che non è tenuto soltanto a dare pareri, ma a dare la vita; sa che non può credere in modo tiepido, ma è chiamato a “bruciare” per amore; sa che nella vita non può “galleggiare” o adagiarsi nel benessere, ma deve rischiare di prendere il largo, rilanciando ogni giorno nel dono di sé. Chi confessa Gesù fa come Pietro e Paolo: lo segue fino alla fine; non fino a un certo punto, ma fino alla fine, e lo segue sulla sua via, non sulle nostre vie. La sua via è la via della vita nuova, della gioia e della risurrezione, la via che passa anche attraverso la croce e le persecuzioni.

Ecco la seconda parola, persecuzioni. Non solo Pietro e Paolo hanno dato il sangue per Cristo, ma l’intera comunità agli inizi è stata perseguitata, come ci ha ricordato il Libro degli Atti degli Apostoli (cfr 12,1). Anche oggi in varie parti del mondo, a volte in un clima di silenzio – non di rado silenzio complice –, tanti cristiani sono emarginati, calunniati, discriminati, fatti oggetto di violenze anche mortali, spesso senza il doveroso impegno di chi potrebbe far rispettare i loro sacrosanti diritti.

Vorrei sottolineare soprattutto quanto l’Apostolo Paolo afferma prima di «essere – come lui scrive – versato in offerta» (2 Tm 4,6). Per lui vivere era Cristo (cfr Fil 1,21), e Cristo crocifisso (cfr 1 Cor 2,1), che ha dato la vita per lui (cfr Gal 2,20). Così, da discepolo fedele, Paolo ha seguito il Maestro offrendo anche lui la vita. Senza la croce non c’è Cristo, ma senza la croce non c’è nemmeno il cristiano. Infatti, «è proprio della virtù cristiana non solo operare il bene, ma anche saper sopportare i mali» (Agostino, Disc. 46,13), come Gesù. Sopportare il male non è solo avere pazienza e tirare avanti con rassegnazione; sopportare è imitare Gesù: è portare il peso, portarlo sulle spalle per Lui e per gli altri. È accettare la croce, andando avanti con fiducia perché non siamo soli: il Signore crocifisso e risorto è con noi. Così, con Paolo possiamo dire che «in tutto siamo tribolati, ma non schiacciati; sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati» (2 Cor 4,8-9).

Sopportare è saper vincere con Gesù alla maniera di Gesù, non alla maniera del mondo. Ecco perché Paolo – lo abbiamo sentito – si ritiene un vincitore che sta per ricevere la corona (cfr 2 Tm 4,8) e scrive: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (v. 7). L’unica condotta della sua buona battaglia è stata vivere per: non per sé stesso, ma per Gesù e per gli altri. Ha vissuto “correndo”, cioè senza risparmiarsi, anzi consumandosi. Una cosa dice di aver conservato: non la salute, ma la fede, cioè la confessione di Cristo. Per amore suo ha vissuto le prove, le umiliazioni e le sofferenze, che non vanno mai cercate, ma accettate. E così, nel mistero del dolore offerto per amore, in questo mistero che tanti fratelli perseguitati, poveri e malati incarnano anche oggi, risplende la forza salvifica della croce di Gesù.

La terza parola è preghiera. La vita dell’apostolo, che sgorga dalla confessione e sfocia nell’offerta, scorre ogni giorno nella preghiera. La preghiera è l’acqua indispensabile che nutre la speranza e fa crescere la fiducia. La preghiera ci fa sentire amati e ci permette di amare. Ci fa andare avanti nei momenti bui, perché accende la luce di Dio. Nella Chiesa è la preghiera che ci sostiene tutti e ci fa superare le prove. Lo vediamo ancora nella prima Lettura: «Mentre Pietro era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui» (At 12,5). Una Chiesa che prega è custodita dal Signore e cammina accompagnata da Lui. Pregare è affidargli il cammino, perché se ne prenda cura. La preghiera è la forza che ci unisce e sorregge, il rimedio contro l’isolamento e l’autosufficienza che conducono alla morte spirituale. Perché lo Spirito di vita non soffia se non si prega e senza preghiera non si aprono le carceri interiori che ci tengono prigionieri.

I Santi Apostoli ci ottengano un cuore come il loro, affaticato e pacificato dalla preghiera: affaticato perché chiede, bussa e intercede, carico di tante persone e situazioni da affidare; ma al tempo stesso pacificato, perché lo Spirito porta consolazione e fortezza quando si prega. Quanto è urgente nella Chiesa avere maestri di preghiera, ma prima di tutto essere uomini e donne di preghiera, che vivono la preghiera!

Il Signore interviene quando preghiamo, Lui che è fedele all’amore che gli abbiamo confessato e ci sta vicino nelle prove. Egli ha accompagnato il cammino degli Apostoli e accompagnerà anche voi, cari Fratelli Cardinali, qui riuniti nella carità degli Apostoli che hanno confessato la fede con il sangue. Sarà vicino anche a voi, cari Fratelli Arcivescovi che, ricevendo il pallio, sarete confermati a vivere per il gregge, imitando il Buon Pastore, che vi sostiene portandovi sulle spalle. Lo stesso Signore, che ardentemente desidera vedere tutto riunito il suo gregge, benedica e custodisca il Patriarca Ecumenico, il caro fratello Bartolomeo, e la Delegazione che ha qui inviato in segno di comunione apostolica.

 

 

Omelia di Papa Francesco del 23.6.2017 – Per ascoltare la voce del Signore, bisogna farsi piccoli

26 giugno 2017

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Nella tenda di Abramo

Lunedì, 26 giugno 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Dovremmo avere tutti il dna di Abramo, padre nella fede, e vivere con lo stile cristiano dello «spogliamento», sempre «in cammino» senza mai cercare la comodità ma con la capacità di «bene dire». Sicuri che non servono oroscopi o negromanti per conoscere il futuro, perché basta fidarsi della «promessa di Dio». Ecco le coordinate «semplici» della vista cristiana che Papa Francesco ha riproposto nella messa celebrata lunedì 26 giugno a Santa Marta.

La prima lettura, ha fatto subito notare il Papa riferendosi al passo tratto dal libro della Genesi (12, 1-9), «ci parla dell’inizio della nostra famiglia, dell’inizio di noi cristiani come popolo». E «incominciò così, con Abramo — ha spiegato — e per questo noi diciamo che Abramo è nostro padre». Ma proprio «il modo come è stato chiamato Abramo segna anche lo stile della vita cristiana, lo stile». Abramo, infatti, risponde alla domanda su «come dobbiamo essere cristiani: se tu vuoi, facilmente vai lì, leggi questo e avrai lo stile». Uno stile che certo si trova «anche nei Vangeli». Ma proprio «come nel seme c’è la adn [l’acido deossiribonucleico, il dna] del frutto che verrà dopo, così in Abramo c’è lo stile della vita cristiana, lo stile di noi come popolo».

E «una prima dimensione di questo stile è lo spogliamento» ha fatto presente Francesco. «La prima parola» che il Signore dice ad Abramo è: «Vattene». Dunque, «essere cristiano porta sempre questa dimensione di spogliamento che trova la sua pienezza nello spogliamento di Gesù nella croce». Per questo «c’è sempre un “vattene”, “lascia”, per dare il primo passo: “Lascia e vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre”» è il comando del Signore per Abramo.

Ma «se facciamo un po’ di memoria — ha proseguito il Papa — vedremo che nei Vangeli la vocazione dei discepoli è un “vattene”, “lascia” e “vieni”». Così è «anche nei profeti, pensiamo a Eliseo, lavorando la terra: “Lascia e vieni” —“Ma almeno permettimi di salutare i genitori” — “Ma va e torna”». È sempre lo stile del «lascia e vieni».

«Un cristiano deve avere questa capacità di essere spogliato» ha insistito il Pontefice. «Al contrario, non ci sono cristiani autentici» e certo «non lo sono quelli che non si lasciano, diciamo, spogliare e crocifiggere con Gesù in croce», come per esempio ha fatto san Paolo. E «Abramo, dice la lettera agli Ebrei, “per fede obbedì” partendo per una terra che doveva ricevere in eredità e partì senza sapere dove andava». Del resto, ha affermato il Papa, «il cristiano non ha oroscopo per vedere il futuro; non va dalla negromante con la sfera di cristallo» perché «vuole che gli legga la mano: no, non sa dove va, va guidato».

«Lo spogliamento», dunque, «è come una prima dimensione della nostra vita cristiana». E questo «perché? Per una ascesi ferma? No, per andare verso una promessa». Ed ecco, allora, «la seconda» dimensione indicata da Francesco: «Noi siamo uomini e donne che camminiamo verso una promessa, verso un incontro, verso qualcosa — una terra, dice ad Abramo — che dobbiamo ricevere in eredità».

«A me piace vedere — ha confidato il Pontefice — come si ripete in questo passo, e in quelli di questo capitolo che seguono, che Abramo non edifica una casa: pianta una tenda, perché sa che è in cammino e si fida di Dio, si fida». E «lui, il Signore, gli farà sapere quale sarà la terra. Abbiamo letto che l’ha fatta vedere: “Alla tua discendenza, io darò questa terra”». Da parte sua, «Abramo cosa edifica, una casa? No, un altare per adorare il Signore: fa il sacrificio e poi prende la tenda e continua a camminare».

È perciò «sempre in cammino». Un atteggiamento che ci ricorda che «il cristiano fermo non è vero cristiano: il cammino incomincia tutti i giorni al mattino, il cammino di affidarsi al Signore, il cammino aperto alle sorprese del Signore, tante volte non buone, tante volte brutte — pensiamo a una malattia, a una morte — ma aperto, perché io so che tu mi porterai a un posto sicuro, a una terra che tu hai preparato per me». Ecco allora, ha proseguito il Papa, «l’uomo in cammino, l’uomo che vive in una tenda, una tenda spirituale: l’anima nostra, quando si sistema troppo, si installa troppo, perde questa dimensione di andare verso la promessa e invece di camminare verso la promessa, porta la promessa e possiede la promessa». Ma «questo non va, non è propriamente cristiano».

«Un’altra caratteristica, un’altra dimensione della vita cristiana che vediamo qui, in questo seme dell’inizio della nostra famiglia, è la benedizione» ha spiegato Francesco. «Per cinque volte — ha fatto notare — va detta la parola “benedizione”, cinque volte in questo piccolo pezzo di nove versetti» tratto dalla Genesi. Perché «il cristiano è un uomo, una donna che “benedice”, cioè dice bene di Dio e dice bene degli altri, e che si fa benedire da Dio e dagli altri per il modo come va avanti».

Riepilogando, ha affermato il Papa, «questo è uno schema, diciamo così, della nostra vita cristiana: lo spogliamento, la promessa e la benedizione, sia quella che Dio ci dà sia quella che noi diamo agli altri». Perché, ha avvertito, «tutti, anche voi laici, dovete benedire gli altri, dire bene degli altri e dire bene a Dio degli altri. E questo è “benedire”». Ma «noi siamo abituati — ha messo in guardia Francesco — a non dire bene tante volte e la lingua si muove un po’ come vuole, no?».

Per questa ragione, ha aggiunto, «mi piace il comandamento che Dio dà al nostro padre Abramo, come sintesi della vita, come deve essere lui: “Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile”». Dunque, ha spiegato, «“cammina nella mia presenza”, cioè davanti a me, lasciandoti spogliare da me e prendendo le promesse che io ti faccio, fidandoti di me, “e sii irreprensibile”». In fondo, ha commentato Francesco, «la vita cristiana è così semplice». E ha suggerito di non dimenticare lo stile dello «spogliamento, la promessa con il fidarsi di Dio e la tenda — senza sistemarsi e installarsi troppo — e la benedizione».

Papa Francesco Omelia messa per il Corpus Domini

19 giugno 2017

 

 

 

 

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Giovanni in Laterano
Domenica, 18 giugno 2017

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Nella solennità del Corpus Domini torna più volte il tema della memoria: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere […]. Non dimenticare il Signore, […] che nel deserto ti ha nutrito di manna» (cfrDt 8,2.14.16) – disse Mosè al popolo. «Fate questo in memoria di me» (1 Cor 11,24) – dirà Gesù a noi. «Ricordati di Gesù Cristo» (2 Tm 2,8), dirà Paolo al suo discepolo. Il «pane vivo, disceso dal cielo» (Gv 6,51) è il sacramento della memoria che ci ricorda, in modo reale e tangibile, la storia d’amore di Dio per noi.

Ricordati, dice oggi la Parola divina a ciascuno di noi. Dal ricordo delle gesta del Signore ha preso forza il cammino del popolo nel deserto; nel ricordo di quanto il Signore ha fatto per noi si fonda la nostra personale storia di salvezza. Ricordare è essenziale per la fede, come l’acqua per una pianta: come non può restare in vita e dare frutto una pianta senza acqua, così la fede se non si disseta alla memoria di quanto il Signore ha fatto per noi. «Ricordati di Gesù Cristo».

Ricordati. La memoria è importante, perché ci permette di rimanere nell’amore, di ri-cordare, cioè di portare nel cuore, di non dimenticare chi ci ama e chi siamo chiamati ad amare. Eppure questa facoltà unica, che il Signore ci ha dato, è oggi piuttosto indebolita. Nella frenesia in cui siamo immersi, tante persone e tanti fatti sembrano scivolarci addosso. Si gira pagina in fretta, voraci di novità ma poveri di ricordi. Così, bruciando i ricordi e vivendo all’istante, si rischia di restare in superficie, nel flusso delle cose che succedono, senza andare in profondità, senza quello spessore che ci ricorda chi siamo e dove andiamo. Allora la vita esteriore diventa frammentata, quella interiore inerte.

Ma la solennità di oggi ci ricorda che nella frammentazione della vita il Signore ci viene incontro con una fragilità amorevole, che è l’Eucaristia. Nel Pane di vita il Signore viene a visitarci facendosi cibo umile che con amore guarisce la nostra memoria, malata di frenesia. Perché l’Eucaristia è il memoriale dell’amore di Dio. Lì «si fa memoria della sua passione» (Solennità del SS. Corpo e Sangue di Cristo, Antifona al Magnificat dei II Vespri), dell’amore di Dio per noi, che è la nostra forza, il sostegno del nostro camminare. Ecco perché ci fa tanto bene il memoriale eucaristico: non è una memoria astratta, fredda e nozionistica, ma la memoria vivente e consolante dell’amore di Dio. Memoria anamneticae mimetica. Nell’Eucaristia c’è tutto il gusto delle parole e dei gesti di Gesù, il sapore della sua Pasqua, la fragranza del suo Spirito. Ricevendola, si imprime nel nostro cuore la certezza di essere amati da Lui. E mentre dico questo, penso in particolare a voi, bambini e bambine che da poco avete ricevuto la Prima Comunione e siete qui presenti numerosi.

Così l’Eucaristia forma in noi una memoria grata, perché ci riconosciamo figli amati e sfamati dal Padre; una memoria libera, perché l’amore di Gesù, il suo perdono, risana le ferite del passato e pacifica il ricordo dei torti subiti e inflitti; una memoria paziente, perché nelle avversità sappiamo che lo Spirito di Gesù rimane in noi. L’Eucaristia ci incoraggia: anche nel cammino più accidentato non siamo soli, il Signore non si scorda di noi e ogni volta che andiamo da Lui ci ristora con amore.

L’Eucaristia ci ricorda anche che non siamo individui, ma un corpo. Come il popolo nel deserto raccoglieva la manna caduta dal cielo e la condivideva in famiglia (cfr Es 16), così Gesù, Pane del cielo, ci convoca per riceverlo, riceverlo insieme e condividerlo tra noi. L’Eucaristia non è un sacramento “per me”, è il sacramento di molti che formano un solo corpo, il santo popolo fedele di Dio. Ce lo ha ricordato San Paolo: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane» (1 Cor 10,17). L’Eucaristia è il sacramento dell’unità. Chi la accoglie non può che essere artefice di unità, perché nasce in lui, nel suo “DNA spirituale”, la costruzione dell’unità. Questo Pane di unità ci guarisca dall’ambizione di prevalere sugli altri, dall’ingordigia di accaparrare per sé, dal fomentare dissensi e spargere critiche; susciti la gioia (lui dice: gloria) di amarci senza rivalità, invidie e chiacchiere maldicenti.

E ora, vivendo l’Eucaristia, adoriamo e ringraziamo il Signore per questo sommo dono: memoria viva del suo amore, che forma di noi un solo corpo e ci conduce all’unità.

 

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 13 giugno 2017

14 giugno 2017

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Annuncio decisivo

Martedì, 13 giugno 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

L’«annuncio del Vangelo» non ammette «sfumature» o incertezze, non si nasconde dietro i “forse” o i “sì e no”. È solamente “sì” la parola su cui si fonda l’annuncio cristiano. Ed è questa la forza che «porta alla testimonianza», a essere «sale della terra» e «luce del mondo» e a «glorificare Dio». Le immagini e le parole «forti» proposte dalla liturgia di martedì 13 giugno sono state al centro della meditazione di Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta.

«Immagini forti — ha detto il Pontefice — per significare quanto sia schiacciante, contundente, decisivo l’annuncio del Vangelo». Non si tratta quindi, ha spiegato, «di quelle parole, di quelle sfumature che sono un po’ “sì-sì”, “no-no”, e che alla fine ti portano a cercare una sicurezza artificiale, come per esempio è la casistica». Siamo invece di fronte a «parole forti: “sì”, è così. Parole che indicano la forza del Vangelo, la forza dell’annuncio cristiano, quella forza che ti porta alla testimonianza e anche a glorificare Dio».

San Paolo, ad esempio, nella seconda lettera ai Corinzi, (1,18-22), spiega che nel “sì”, sono racchiuse «tutte le promesse di Dio: in Gesù sono compiute. Sono “sì”», perché «lui è la pienezza delle promesse. In lui si compie tutto quello che è stato promesso e per questo lui è pienezza, è “sì”». Ha detto Francesco: «In Gesù non c’è un “no”: sempre “sì”, per la gloria del Padre». E ha aggiunto: «Ma anche noi partecipiamo di questo “sì” di Gesù, perché lui ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo, ci ha dato la “caparra” dello Spirito». Quindi «partecipiamo perché siamo unti, sigillati e abbiamo in mano quella sicurezza — la “caparra” dello Spirito». Quello Spirito «che ci porterà al “sì” definitivo», alla «nostra pienezza», e che «ci aiuterà a diventare luce e sale», cioè a dare «testimonianza».

Di contro, «chi nasconde la luce fa una contro-testimonianza; è un po’ “sì” e un po’ “no”. Ha la luce, ma non la dona, non la fa vedere e se non la fa vedere non glorifica il Padre che è nei cieli». Allo stesso modo, c’è chi «ha il sale, ma lo prende per se stesso e non lo dona perché si eviti la corruzione». Il Signore, invece, ci ha insegnato «parole decisive» e ha detto: «Il vostro parlare sia questo: sì, no. Il superfluo proviene dal maligno».

Questo «atteggiamento di sicurezza e di testimonianza», ha spiegato il Pontefice, è stato affidato dal Signore «alla Chiesa e a tutti noi battezzati», ai quali si richiede «sicurezza nella pienezza delle promesse in Cristo: in Cristo tutto è compiuto», e «testimonianza verso gli altri». Questo, ha aggiunto, «è essere cristiano: illuminare, aiutare a che il messaggio e le persone non si corrompano, come fa il sale».

Ma se non si accettano «il “sì” in Gesù» e la «“caparra” dello Spirito», allora «la testimonianza sarà debole».

La «proposta cristiana», ha specificato il Papa, è tanto «semplice» quanto «decisiva» e «bella», e «dà tanta speranza». Basta quindi domandarsi: «Io sono luce per gli altri? Io sono sale per gli altri, che insaporisce la vita e la difende dalla corruzione? Io sono aggrappato a Gesù Cristo, che è il “sì”? Io mi sento unto, sigillato? Io so che ho questa sicurezza che andrà a essere piena nel cielo, ma almeno ne è “caparra”, adesso, lo Spirito?».

Per meglio comprendere le similitudini della luce e del sale, Francesco ha ricordato che anche «nel parlato quotidiano, quando una persona è piena di luce, diciamo: “questa è una persona solare”». Qui, ha spiegato, siamo di fronte al «riflesso del Padre in Gesù, nel quale le promesse sono tutte compiute», e al «riflesso dell’unzione dello Spirito che tutti noi abbiamo».

Ma, ha concluso, quale è il fine di tutto questo? Perché, insomma, «abbiamo ricevuto questo?». La risposta si trova nelle letture del giorno. Infatti san Paolo dice: «E per questo, attraverso Cristo, sale a Dio il nostro “amen” per la sua gloria», quindi «per glorificare Dio». E Gesù — nel vangelo di Matteo (5, 13-16) — dice ai discepoli: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre». Ancora una volta, «per glorificare Dio». Perciò, ha suggerito il Papa, «chiediamo questa grazia: di essere aggrappati, radicati nella pienezza delle promesse in Cristo Gesù, che è “sì”, totalmente “sì”», e di «portare questa pienezza con il sale e la luce della nostra testimonianza agli altri per dare gloria al Padre che è nei cieli».

Omelia di Papa Francesco del 26 maggio 2017 – Le tre dimensioni del cristiano

26 maggio 2017

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Topografia dello spirito

Venerdì, 26 maggio 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Ci sono tre «luoghi referenziali» nella vita di ogni cristiano: la «Galilea», il «cielo» e il «mondo». A questi corrispondono altrettante «parole» — «memoria, preghiera e missione» — che identificano il cammino di ognuno. È questa la «topografia dello spirito» delineata da Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta venerdì 26 maggio

Seguendo le letture liturgiche, il Pontefice ha innanzitutto sottolineato come Gesù, nei quaranta giorni intercorsi fra la risurrezione e l’ascensione, «si tratteneva con i discepoli: insegnava loro, li accompagnava, li preparava per ricevere lo Spirito Santo… dava loro la forza». E sono proprio le Scritture, ha detto, a indicare «tre luoghi referenziali del nostro cammino cristiano, tre parole che indicano sempre come deve essere il nostro cammino».

Il Papa è entrato subito nel dettaglio facendo emergere la «prima parola», ovvero: «Galilea». Venne detta «alla prima apostola, la Maddalena: “Dite ai discepoli che vadano in Galilea”». Si tratta, ha spiegato Francesco, di una parola «referenziale», densa di significati per i discepoli. In Galilea, infatti, «c’è stato il primo incontro con Gesù, è il posto dove Gesù ha incontrato loro, li ha scelti, ha insegnato loro dall’inizio, li ha invitati a seguirlo». Un “luogo” che ritorna anche nella vita di ogni cristiano: «Ognuno di noi ha la propria Galilea» ha sottolineato il Papa. È «il momento nel quale abbiamo incontrato Gesù, si è manifestato, lo abbiamo conosciuto, anche abbiamo avuto questa gioia, questo entusiasmo di seguirlo». Ognuno, quindi, ha la propria Galilea differente da quella degli altri: «Io ho incontrato il Signore così: questa famiglia con la mamma, la nonna, il catechista…” — “Invece io ho incontrato il Signore così…”».

La Galilea, in fin dei conti, indica per ognuno «la grazia della memoria», perché «per essere un buon cristiano è necessario sempre avere la memoria del primo incontro con Gesù o dei successivi incontri». Sarà questa «nel momento della prova» a dare la «certezza».

La «seconda parola» che s’incontra in questa ideale «topografia dello spirito» è «cielo». La si incontra, ad esempio, nel brano in cui «si racconta l’ascensione del Signore»: gli apostoli, infatti, «avevano gli occhi fissi al cielo a tal punto che alcuni angeli sono andati a dire loro: “Ma, che state a guardare il cielo… Lui se n’è andato. È là. Tornerà, ma è là».

Il cielo, ha spiegato il Pontefice, è «dove adesso è Gesù, ma non staccato da noi; fisicamente sì, ma è sempre collegato con noi per intercedere per noi». Lì Gesù mostra al Padre «le piaghe, il prezzo che ha pagato per noi, per la nostra salvezza». Quindi, ha aggiunto, «come era necessario ricordare il primo incontro con la grazia della memoria, dobbiamo chiedere la grazia di contemplare il cielo, la grazia della preghiera, il rapporto con Gesù nella preghiera che in questo momento ci ascolta, è con noi». E come a Paolo, dice: «Non temere perché io sono con te». È quindi il cielo «il secondo luogo referenziale della vita».

Infine il terzo: il «mondo». Sempre nel vangelo dell’ascensione si legge che Gesù dice ai discepoli: «Andate nel mondo e fate discepoli». Da qui capiamo, ha detto Francesco, che «il posto del cristiano è il mondo per annunciare la parola di Gesù, per dire che siamo salvati, che lui è venuto per darci la grazia, per portarci tutti con lui davanti al Padre».

Ecco allora delineata la «topografia dello spirito cristiano». Si tratta, ha spiegato di nuovo il Papa, di «tre luoghi referenziali della nostra vita: la memoria (la Galilea), la preghiera, l’intercessione (il cielo), e la missione, andare nel mondo». E ha aggiunto: «un cristiano deve muoversi in queste tre dimensioni e chiedere la grazia della memoria», dicendo, ad esempio: «Che non mi dimentichi del momento che tu mi hai eletto, che non mi dimentichi dei momenti che ci siamo incontrati». Poi, occorre «pregare, guardare il cielo perché lui è per intercedere, lì». E infine «andare in missione». Che non vuol dire, ha puntualizzato, «che tutti devono andare all’estero; andare in missione è vivere e dare testimonianza del Vangelo, è far sapere alla gente come è Gesù». Questo, ha spiegato, si fa «con la testimonianza e con la parola, perché se io dico come Gesù è, come è la vita cristiana e vivo come un pagano, quello non funziona. La missione non è efficace».

In sintesi: la «Galilea della memoria, il cielo dell’intercessione e della preghiera, la missione al mondo». E, ha concluso il Papa, «se noi viviamo così la vita cristiana, la nostra vita sarà bella, anche sarà gioiosa». Una conseguenza ripresa dall’ultima frase pronunciata da Gesù nel vangelo del giorno (Giovanni, 16, 20-23): «Quel giorno, il giorno nel quale voi vivrete la vita cristiana così, saprete tutto e nessuno potrà togliervi la vostra gioia». Parole applicabili a ogni cristiano: «Nessuno, perché io ho la memoria dell’incontro con Gesù, ho la certezza che Gesù è in cielo in questo momento e intercede per me, è con me, e io prego e ho il coraggio di dire, di uscire da me e dire agli altri e dare testimonianza con la mia vita che il Signore è risorto, è vivo». Quindi: «memoria, preghiera, missione».

Papa Francesco a Fatima Omelia Messa con la canonizzazione di Giacinta e Francesco

14 maggio 2017

 

 

 

 

 

SANTA MESSA CON IL RITO DELLA CANONIZZAZIONE
DEI BEATI FRANCISCO MARTO E JACINTA MARTO

OMELIA DEL SANTO PADRE

Solennità della Beata Vergine Maria di Fátima
Sagrato del Santuario Sabato, 13 maggio 2017

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«Apparve nel cielo […] una donna vestita di sole»: attesta il veggente di Patmos nell’Apocalisse (12,1), osservando anche che ella era in procinto di dare alla luce un figlio. Poi, nel Vangelo, abbiamo sentito Gesù dire al discepolo: «Ecco tua madre» (Gv 19,26-27). Abbiamo una Madre! Una “Signora tanto bella”, commentavano tra di loro i veggenti di Fatima sulla strada di casa, in quel benedetto giorno 13 maggio di cento anni fa. E, alla sera, Giacinta non riuscì a trattenersi e svelò il segreto alla mamma: “Oggi ho visto la Madonna”. Essi avevano visto la Madre del cielo. Nella scia che seguivano i loro occhi, si sono protesi gli occhi di molti, ma… questi non l’hanno vista. La Vergine Madre non è venuta qui perché noi la vedessimo: per questo avremo tutta l’eternità, beninteso se andremo in Cielo.

Ma Ella, presagendo e avvertendoci sul rischio dell’inferno a cui conduce una vita – spesso proposta e imposta – senza Dio e che profana Dio nelle sue creature, è venuta a ricordarci la Luce di Dio che dimora in noi e ci copre, perché, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura, il «figlio fu rapito verso Dio» (Ap 12,5). E, secondo le parole di Lucia, i tre privilegiati si trovavano dentro la Luce di Dio che irradiava dalla Madonna. Ella li avvolgeva nel manto di Luce che Dio Le aveva dato. Secondo il credere e il sentire di molti pellegrini, se non proprio di tutti, Fatima è soprattutto questo manto di Luce che ci copre, qui come in qualsiasi altro luogo della Terra quando ci rifugiamo sotto la protezione della Vergine Madre per chiederLe, come insegna la Salve Regina, “mostraci Gesù”.

Carissimi pellegrini, abbiamo una Madre, abbiamo una Madre! Aggrappati a Lei come dei figli, viviamo della speranza che poggia su Gesù, perché, come abbiamo ascoltato nella seconda Lettura, «quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo» (Rm 5,17). Quando Gesù è salito al cielo, ha portato accanto al Padre celeste l’umanità – la nostra umanità – che aveva assunto nel grembo della Vergine Madre, e mai più la lascerà. Come un’ancora, fissiamo la nostra speranza in quella umanità collocata nel Cielo alla destra del Padre (cfr Ef 2,6). Questa speranza sia la leva della vita di tutti noi! Una speranza che ci sostiene sempre, fino all’ultimo respiro.

Forti di questa speranza, ci siamo radunati qui per ringraziare delle innumerevoli benedizioni che il Cielo ha concesso lungo questi cento anni, passati sotto quel manto di Luce che la Madonna, a partire da questo Portogallo ricco di speranza, ha esteso sopra i quattro angoli della Terra. Come esempi, abbiamo davanti agli occhi San Francesco Marto e Santa Giacinta, che la Vergine Maria ha introdotto nel mare immenso della Luce di Dio portandoli ad adorarLo. Da ciò veniva loro la forza per superare le contrarietà e le sofferenze. La presenza divina divenne costante nella loro vita, come chiaramente si manifesta nell’insistente preghiera per i peccatori e nel desiderio permanente di restare presso “Gesù Nascosto” nel Tabernacolo.

Nelle sue Memorie (III, n. 6), Suor Lucia dà la parola a Giacinta appena beneficiata da una visione: «Non vedi tante strade, tanti sentieri e campi pieni di persone che piangono per la fame e non hanno niente da mangiare? E il Santo Padre in una chiesa, davanti al Cuore Immacolato di Maria, in preghiera? E tanta gente in preghiera con lui?». Grazie, fratelli e sorelle, di avermi accompagnato! Non potevo non venire qui per venerare la Vergine Madre e affidarLe i suoi figli e figlie. Sotto il suo manto non si perdono; dalle sue braccia verrà la speranza e la pace di cui hanno bisogno e che io supplico per tutti i miei fratelli nel Battesimo e in umanità, in particolare per i malati e i persone con disabilità, i detenuti e i disoccupati, i poveri e gli abbandonati. Carissimi fratelli, preghiamo Dio con la speranza che ci ascoltino gli uomini; e rivolgiamoci agli uomini con la certezza che ci soccorre Dio.

Egli infatti ci ha creati come una speranza per gli altri, una speranza reale e realizzabile secondo lo stato di vita di ciascuno. Nel “chiedere” ed “esigere” da ciascuno di noi l’adempimento dei doveri del proprio stato (Lettera di Suor Lucia, 28 febbraio 1943), il cielo mette in moto qui una vera e propria mobilitazione generale contro questa indifferenza che ci raggela il cuore e aggrava la nostra miopia. Non vogliamo essere una speranza abortita! La vita può sopravvivere solo grazie alla generosità di un’altra vita. «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24): lo ha detto e lo ha fatto il Signore, che sempre ci precede. Quando passiamo attraverso una croce, Egli vi è già passato prima. Così non saliamo alla croce per trovare Gesù; ma è stato Lui che si è umiliato ed è sceso fino alla croce per trovare noi e, in noi, vincere le tenebre del male e riportarci verso la Luce.

Sotto la protezione di Maria, siamo nel mondo sentinelle del mattino che sanno contemplare il vero volto di Gesù Salvatore, quello che brilla a Pasqua, e riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è missionaria, accogliente, libera, fedele, povera di mezzi e ricca di amore.

Omelia di Papa Francesco dell’11 maggio 2017 – Quando il popolo di Dio si ferma, diventa prigioniero

11 maggio 2017

 

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

In cammino

Giovedì, 11 maggio 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Un «popolo in cammino» che, «fra grazia e peccato», va avanti nella storia verso «la pienezza dei tempi». E in questo popolo c’è ogni singolo cristiano che percorre il suo personale itinerario verso il giorno in cui si troverà «faccia a faccia» con quel Dio che nel frattempo «mai ci lascia soli». È un quadro che abbraccia l’intera storia della salvezza, quello tracciato da Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta giovedì 11 maggio.Una meditazione suggerita dal brano degli Atti degli apostoli (13, 13-25) nel quale si legge di una predica di san Paolo ad Antiochia in Pisìdia. In questo passo, ha fatto notare il Pontefice, «attira l’attenzione» il fatto che «Paolo, per parlare di Gesù, parte da lontano: incomincia da quando il popolo uscì dall’Egitto». Stessa cosa, ha aggiunto il Papa, fece Stefano che «prima di essere lapidato, annuncia Gesù Cristo ma incomincia da Abramo, più lontano». E così fa Gesù con i discepoli di Emmaus, quando «incominciando da Mosè, spiegava i profeti».

Un particolare che ha sollecitato la curiosità del Pontefice: «Perché non andavano subito al centro della predica, che è Gesù Cristo, come per esempio ha fatto Marco, all’inizio del Vangelo?». Invece, ha detto, «la predica di quasi tutti incomincia dall’inizio, dalla storia». Ciò è dovuto al fatto che «Dio si è fatto conoscere nella storia: la salvezza di Dio, quella meraviglia della sua misericordia che abbiamo menzionato nella preghiera, oggi, all’inizio, ha una grande storia, una lunga storia; una storia di grazia e di peccato».

Francesco ha quindi approfondito proprio questo aspetto suggerendo, ad esempio, di leggere le genealogie di Gesù scritte da Matteo e Luca, dove si incontrano «tanti uomini e donne buoni, tanti santi e tanti peccatori». In questa sequenza «andava avanti la promessa di Dio e quando fu la pienezza dei tempi, inviò il suo Figlio». Ecco la prima considerazione: «La salvezza di Dio è in cammino verso la pienezza dei tempi», un cammino dove ci sono «santi e peccatori». Il Signore, ha spiegato il Papa, «guida il suo popolo, con momenti buoni e momenti brutti, con libertà e schiavitù; ma guida il popolo verso la pienezza», quando cioè «è apparso Gesù».

Ha quindi continuato il Pontefice: «La cosa non è finita lì: Gesù se n’è andato, ma non ci ha lasciati soli: ci ha lasciato lo Spirito». Quello Spirito che «ci fa capire il messaggio di Gesù». Comincia, così, «un secondo cammino, quello del popolo di Dio dopo Gesù», in attesa di «un’altra pienezza dei tempi, quando Gesù verrà per la seconda volta». È il cammino della Chiesa che «va avanti», con «tanti santi e tanti peccatori; fra grazia e peccato», con l’atteggiamento che si ritrova nell’Apocalisse: «Vieni, o Signore Gesù; vieni. Ti aspettiamo».

Questo secondo cammino, ha spiegato il Papa, serve «per capire, per approfondire la persona di Gesù, per approfondire la fede», grazie allo «Spirito Santo che Gesù ci ha lasciato». E serve, ha aggiunto, anche, a «capire la morale, i comandamenti». Infatti, ha fatto notare, «una cosa che un tempo sembrava normale, che non era peccato», oggi è considerata «peccato mortale»: in realtà «era peccato, ma il momento storico non permetteva che lo percepisse come tale».

Per meglio comprendere questo concetto, Francesco ha fatto alcuni esempi, cominciando dalla schiavitù: «Quando andavamo a scuola — ha ricordato — ci raccontavano cosa facevano agli schiavi, li portavano da un posto, li vendevano in un altro, in America latina si vendevano, si compravano». Oggi viene considerato «peccato mortale», prima no; «anzi, alcuni dicevano che si poteva fare questo, perché questa gente non aveva anima!». Evidentemente «si doveva andare avanti per capire meglio la fede, per capire meglio la morale». E non è che oggi non ci siano schiavi: «ce ne sono di più, ma almeno sappiamo che è peccato mortale».

Stesso processo è avvenuto riguardo alla «pena di morte che era normale, un tempo. E oggi diciamo che è inammissibile». O ancora pensiamo alle «guerre di religione»: oggi, ha detto il Pontefice, «sappiamo che questo è non solo peccato mortale, è un sacrilegio, proprio, un’idolatria».

Questo cammino è costellato anche da tanti santi che aiutano a «chiarire» la fede e la morale. I santi «che tutti conosciamo e i santi nascosti: la Chiesa è piena di santi nascosti!». Proprio questa santità, ha specificato il Papa, «è quella che ci porta avanti, verso la seconda pienezza dei tempi, quando il Signore verrà, alla fine, per essere tutto in tutti».

È questo il modo in cui, ha spiegato, il Signore «ha voluto farsi conoscere dal suo popolo: in cammino». E lo stesso «popolo di Dio è in cammino, sempre». Di più: «quando il popolo di Dio si ferma, diventa prigioniero, come un asinello in una stalla», sta lì e «non capisce, non va avanti, non approfondisce la fede, l’amore, non purifica l’anima».

Proseguendo nella meditazione, il Pontefice ha infine evidenziato «un’altra pienezza dei tempi, la terza», cioè, «la nostra». Ossia: «ognuno di noi è in cammino verso la pienezza del proprio tempo. Ognuno di noi arriverà al momento del tempo pieno e la vita finirà e dovrà trovare il Signore. E questo è il momento nostro, personale». Gli apostoli e i primi predicatori, ha spiegato, «avevano bisogno di far capire che Dio ha amato, ha scelto, ha amato il suo popolo in cammino, sempre. Gesù ha inviato lo Spirito Santo perché noi possiamo andare in cammino». E ancora oggi «è lo Spirito che ci spinge a camminare». Questa, ha detto il Papa, «è la grande opera di misericordia di Dio. E ognuno di noi è in cammino verso la pienezza dei tempi personale».

A conclusione, Francesco, ha invitato tutti a porsi delle domande: «Io credo che la promessa di Dio era in cammino? Io credo che il popolo di Dio, la Chiesa, è in cammino? Io credo che io sono in cammino?». E ha aggiunto: «Quando io vado a confessarmi dico, sì, tre o quattro cose che ho sbagliato», oppure «penso che quel passo che io faccio è un passo nel cammino verso la pienezza dei tempi?». Tanti santi nell’Antico testamento (come Davide) e anche dopo la venuta dello Spirito Santo (come Saulo) «hanno chiesto perdono», ma occorre comprendere che «chiedere perdono a Dio non è una cosa automatica». È, invece, «capire che sono in cammino, in un popolo in cammino e che un giorno — forse oggi, domani o fra trent’anni — mi troverò faccia a faccia con quel Signore che mai ci lascia soli, ma ci accompagna nel cammino». Occorre comprendere, dunque, che questo cammino «è la grande opera di misericordia di Dio».

Omelia di Papa Francesco del 4.5.2017–La Chiesa deve essere in cammino, in ascolto e nella gioia

4 maggio 2017

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Mai seduti

Giovedì, 4 maggio 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

 

Una Chiesa che «non resta seduta», che «sa ascoltare» l’«inquietudine della gente» e che come una «madre» genera i suoi figli «senza proselitismo» testimoniando «la gioia di essere cristiani». È la missione ecclesiale delineata da Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta la mattina di giovedì 4 maggio. Una missione che riguarda non solo la Chiesa di oggi ma la Chiesa di ogni tempo, come si evince dalla lettura dei primi capitoli degli Atti degli apostoli proposta dalla liturgia in questo periodo immediatamente successivo alla Pasqua.

Apostoli che — ha sottolineato il Pontefice — per prima cosa hanno ricevuto da Gesù una promessa: «Io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo». Conferma si trova nel Vangelo di Marco, dove si legge «che quando gli apostoli predicavano il Signore agiva con loro e confermava la parola con i segni miracolosi». Quindi, ha detto Francesco: «il Signore, testimone di obbedienza, è presente nella predicazione; dall’inizio, accompagna i discepoli, mai li lascia soli, neppure nei momenti più brutti. Mai».

Su questa base ha inizio la storia della Chiesa che, ha spiegato il Papa, si trova ben riassunta nei «primi otto capitoli del libro degli Atti degli apostoli». Qui, infatti, «c’è la predicazione, il battesimo, le conversioni, i miracoli, le persecuzioni, la gioia e anche quel brutto peccato di quelli che si accostano alla Chiesa per fare i propri affari, quei benefattori della Chiesa che poi alla fine truffano la Chiesa». Ad esempio, in questi primi capitoli, si ritrovano le vicende di Anania e Saffira.

Nella liturgia del giorno è presentato un passo (Atti degli apostoli 8, 26-40) nel quale si parla della «conversione di un “ministro dell’economia”», un funzionario eunuco della regina di Etiopia. dal quale «lo Spirito dice a Filippo di andare». Papa Francesco, invitando i presenti a leggere personalmente l’intera lettura — «tre minuti: leggetelo tranquilli, vi farà bene» — si è soffermato su «tre parole» chiave.

Innanzitutto ha notato come «lo Spirito, l’angelo, a Filippo disse: “Alzati e va’”». Si tratta, ha spiegato, del «segno dell’evangelizzazione, è un segno della Chiesa». E ancora: «la vocazione della Chiesa è evangelizzare; è la grande sua consolazione: evangelizzare». Ma come? «Alzati e va’». Ha spiegato il Pontefice: «Non dice: “Rimani seduta, tranquilla, a casa tua”. No! La Chiesa sempre per essere fedele al Signore deve essere in piedi e in cammino: “Alzati e va”». Infatti, «una Chiesa che non si alza, che non è in cammino, si ammala e finisce chiusa con tanti traumi psicologici e spirituali, chiusa nel piccolo mondo delle chiacchiere, delle cose… chiusa, senza orizzonti». L’invito invece è chiaro: «Alzati e va’, in piedi e in cammino».

Continuando nel racconto emerge la seconda parola. Lo Spirito infatti invita Filippo ad accostarsi al carro del funzionario «che era un proselito giudeo. Dall’Etiopia era venuto a Gerusalemme ad adorare Dio». Dal testo emerge «che il suo cuore era inquieto perché leggeva le Scritture mentre andava sul carro». E — ha notato il Papa — lo Spirito non dice a Filippo: «predica a lui», ma: «accostati, ascolta».

Ecco l’altra parola chiave, il «secondo passo»: quello della «Chiesa che sa ascoltare, la Chiesa che sa che in ogni cuore c’è un’inquietudine: tutti gli uomini, tutte le donne hanno un’inquietudine nel cuore, buona o brutta, ma c’è l’inquietudine. Ascolta quell’inquietudine». Bisogna ascoltare, ha aggiunto, «cosa sente la gente, cosa sente il cuore di questa gente, cosa pensa». Anche se pensa «cose sbagliate», perché occorre «capire bene dove è l’inquietudine». Infatti «tutti abbiamo l’inquietudine dentro» e la Chiesa deve «trovare l’inquietudine della gente».

Una dinamica ben raccontata nel passo in cui si legge che il funzionario, avvicinato da Filippo, «ha avuto l’ispirazione di fare una domanda: “Ma dimmi, questo, di che persona parla?”— “Il profeta”. E lo ha fatto salire sul carro». Filippo «incominciò a predicare, a spiegare con mitezza. E quella inquietudine trovava una spiegazione che riempiva la speranza di quel cuore». Tutto ciò, ha spiegato il Pontefice, «è stato possibile perché Filippo si è accostato lì e ha ascoltato».E ha ribadito: «Ascoltare, conoscere l’inquietudine della nostra gente».

Vi è, infine, una terza parola, ed è «gioia». Il Papa, ripercorrendo il brano, ha evidenziato l’evoluzione della scena: «Quel ministro ascoltava e la fede, lo Spirito, lavorava dentro; il Signore lavorava lì. Ascoltava e ha capito che quella profezia era di Gesù e la fede in Gesù è cresciuta in lui al punto che», arrivati vicino all’acqua, «è stato lui a chiedere il battesimo, perché lo Spirito aveva lavorato nel cuore». Quindi «lasciamo lavorare lo Spirito nel cuore della gente», ha invitato il Pontefice.

Da qui l’importante finale: dopo aver battezzato il funzionario, Filippo venne condotto dallo Spirito «da un’altra parte, ad Azoto», e l’eunuco «pieno di gioia, proseguiva la sua strada». Ecco dunque la terza parola: «La gioia del cristiano».

Nel terminare la sua riflessione, Papa Francesco ne ha riassunto i passaggi principali: innanzitutto «la Chiesa in piedi, che esce: “Alzati e va!”»; quindi «la Chiesa sorella, madre, che ascolta per trovare l’inquietudine e con la grazia dello Spirito Santo, con il Signore che è lì che conferma la parola con i segni, trova la parola da dire»; e poi «la Chiesa madre che dà alla luce tanti figli» con un «metodo che non è proselitista», ma «è il metodo della testimonianza all’obbedienza». Una Chiesa «che oggi ci dice: “Gioisci!”».

E la «gioia di essere cristiani», ha concluso il Pontefice, si vive «anche nei brutti momenti». Infatti «dopo la lapidazione di Stefano scoppiò una grande persecuzione e i cristiani si sparsero dappertutto, come il seme che porta il vento. E sono stati loro a predicare la parola di Gesù».

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 24 aprile 2017

24 aprile 2017

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

La fede è concreta

Lunedì, 24 aprile 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Cosa significa vivere davvero la Pasqua, lo «spirito pasquale»? Domanda necessaria, perché per il cristiano c’è il rischio della «idealizzazione» e di dimenticare che «la nostra fede è concreta». Nella prima messa celebrata a Santa Marta dopo le festività pasquali, nella mattina di lunedì 24 aprile, Papa Francesco ha tracciato il percorso da seguire: «andare sulle strade dello Spirito, senza compromessi», testimoniando con coraggio e franchezza la verità.

Per comprendere questo programma di vita occorre un «passaggio di mentalità», liberarsi dai lacci del «razionalismo» e aderire alla «libertà» dello Spirito. Ed è ciò che Gesù spiegava a Nicodemo nel celebre episodio evangelico della visita notturna (Giovanni, 3, 1-8) preso in esame dal Pontefice commentando la liturgia odierna.

«Questo fariseo — ha detto il Papa — era un uomo buono. Era inquieto, non capiva. Il suo cuore era nella notte». Si trattava però di «una notte diversa da quella di Giuda, perché questa è una notte che lo portava ad avvicinarsi a Gesù, l’altro ad allontanarsi». Andato da Gesù per «chiedere spiegazioni», riceve una risposta che «non capisce». Sembra quasi che «Gesù volesse complicare le cose o metterlo in imbarazzo». Risponde infatti: «in verità io ti dico: se uno non nasce dall’alto, non può vedere il Regno di Dio». Nicodemo domanda: «Ma come si può nascere un’altra volta?». Sembra, ha fatto notare Francesco, «un po’ ironico, ma non è così». È invece l’espressione di un grande tormento interiore. Gesù allora spiega che si tratta di «un passaggio da una mentalità a un’altra» e «con tanta pazienza, con tanto amore, a quest’uomo di buona volontà, lo aiuta in questo passaggio».

Anche il Pontefice si è soffermato sulla risposta di Gesù: «Ma cosa significa “nascere dallo Spirito”? Cosa significa “dovete nascere dall’alto: il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va. Così è chiunque è nato dallo Spirito”». E ha sottolineato come in questo messaggio si percepisca «un’aria di libertà».

Resta, comunque, un discorso, non facile e, «per capirlo meglio — ha suggerito il Papa — ci illumina la prima lettura». Nel brano proposto dalla liturgia (Atti degli apostoli, 4, 23-31) s’incontra infatti «il finale di una storia che la liturgia ha proposto durante tutta la settimana della Pasqua. La storia della guarigione, da parte di Pietro e Giovanni, di quello storpio che era portato tutti i giorni presso la porta del Tempio, detta “la bella”, per chiedere l’elemosina». La lettura di questo episodio getta luce sul discorso a Nicodemo. Lo ha spiegato il Papa facendo notare che «tutta la gente che era lì al portico di Salomone», aveva «visto» e si era stupita. Si tratta proprio di «quel sentimento — più di un sentimento: quello stato d’animo che fa in noi la presenza del Signore. Lo stupore. L’incontro con il Signore porta allo stupore».

Di fronte a ciò i capi, i sommi sacerdoti, i dottori della legge, si erano «scandalizzati» e, consapevoli che il miracolo fosse pubblico, si chiedevano: «Cosa facciamo?». Lo stesso, ha ricordato il Pontefice, accadde quando Gesù guarì il cieco dalla nascita. Quindi i presenti si chiedevano: «Come facciamo per coprire questo? Perché la gente ha visto, la gente crede, abbiamo l’evidenza… Come nascondere questo?». Del resto, vedevano quello storpio che secondo la narrazione «ballava di gioia per far capire loro che Gesù l’aveva guarito». I dottori della legge si misero d’accordo di chiamare i due apostoli e «di dire loro di non parlare più, di non predicare più», ma quando fecero «loro la proposta», Pietro — proprio lui che «aveva rinnegato Gesù tre volte» rispose: «No! Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato. E… continueremo così».

Ecco il dettaglio che chiarisce tutto. Le «due parole» che sono poi le stesse con le quali Giovanni inizia la prima lettera: «quello che abbiamo visto e ascoltato». Si tratta, ha fatto notare il Papa, della «concretezza. La concretezza di un fatto. La concretezza della fede. La concretezza dell’incarnazione del Verbo».

Di fronte a ciò, ha continuato a spiegare il Pontefice, «i capi vogliono entrare nei negoziati per arrivare a compromessi». Ma gli apostoli «non vogliono compromessi; hanno coraggio. Hanno la franchezza, la franchezza dello Spirito». Una «franchezza che significa parlare apertamente, con coraggio». È, quindi «questo il punto: la concretezza della fede». Una conclusione che coinvolge ogni cristiano. Ha infatti ricordato Francesco: «Alle volte noi dimentichiamo che la nostra fede è concreta: il Verbo si è fatto carne, non si è fatto idea: si è fatto carne». Non a caso «quando recitiamo il Credo, diciamo tutte cose concrete: “Credo in Dio Padre, che ha fatto il cielo e la terra, credo in Gesù Cristo che è nato, che è morto…”, sono tutte cose concrete. Il Credo nostro non dice: “Io credo che devo fare questo, che devo fare questo, che devo fare questo o che le cose sono per queste…”: no! Sono cose concrete». E la «concretezza della fede» porta «alla franchezza, alla testimonianza fino al martirio, che è contro i compromessi o l’idealizzazione della fede». Si potrebbe dire che per quei dottori della legge «il Verbo non si è fatto carne: si è fatto legge». Per loro era importante solo stabilire: «si deve fare questo fino a qui e non di più; si deve fare questo… E così erano ingabbiati in questa mentalità razionalistica». Una mentalità, però, ha avvisato il Papa, «che non è finita con loro». Infatti nella storia tante volte quella Chiesa «che ha condannato il razionalismo, l’illuminismo», è anch’essa «caduta in una teologia del “si può e non si può”, “fino a qui, fino a là”, e ha dimenticato la forza, la libertà dello Spirito, questo rinascere dallo Spirito che ti dà la libertà, la franchezza della predica, l’annuncio che Gesù Cristo è il Signore».

Secondo questa chiave di lettura, ha chiarito il Pontefice, si capisce anche «la storia delle persecuzioni». E infatti nella prima lettura si legge: «Si sollevarono i re della terra, i principi si allearono insieme contro il Signore e contro il suo Cristo. Davvero in questa città Erode e Ponzio Pilato, con le nazioni e il popolo di Israele si sono alleati contro il Tuo Unto, il Signore».

Ecco allora l’insegnamento ancora attuale: «Chiediamo al Signore questa esperienza dello Spirito che va e viene e ci porta avanti, dello Spirito che ci dà l’unzione della fede, l’unzione delle concretezze della fede». Risuonano di nuovo le parole dette a Nicodemo: «Non meravigliarti se ti ho detto: “Dovete nascere dall’alto”. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va. Così è chiunque è nato dallo Spirito”». Chi è nato dallo Spirito «sente la voce, segue il vento, segue la voce dello Spirito senza conoscere dove finirà. Perché ha fatto un’opzione per la concretezza della fede e la rinascita nello Spirito».

Per questo Papa Francesco ha concluso con una preghiera: «Il Signore ci dia a tutti noi questo Spirito pasquale, di andare sulle strade dello Spirito senza compromessi, senza rigidità, con la libertà di annunciare Gesù Cristo come Lui è venuto: in carne».

PAPA FRANCESCO BELLISSIMA OMELIA A BRACCIO MESSA PASQUA 2017

16 aprile 2017

 

 

 

 

 

 

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Pietro
Domenica di Pasqua, 16 aprile 2017

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Oggi la Chiesa ripete, canta, grida: “Gesù è risorto!”. Ma come mai? Pietro, Giovanni, le donne sono andate al Sepolcro ed era vuoto, Lui non c’era. Sono andati col cuore chiuso dalla tristezza, la tristezza di una sconfitta: il Maestro, il loro  Maestro, quello che amavano tanto è stato giustiziato, è morto. E dalla morte non si torna. Questa è la sconfitta, questa è la strada della sconfitta, la strada verso il sepolcro. Ma l’Angelo dice loro: “Non è qui, è risorto”. E’ il primo annuncio: “E’ risorto”. E poi la confusione, il cuore chiuso, le apparizioni. Ma i discepoli restano chiusi tutta la giornata nel Cenacolo, perché avevano paura che accadesse a loro lo stesso che accadde a Gesù. E la Chiesa non cessa di dire alle nostre sconfitte, ai nostri cuori chiusi e timorosi: “Fermati, il Signore è risorto”. Ma se il Signore è risorto, come mai succedono queste cose? Come mai succedono tante disgrazie, malattie, traffico di persone, tratte di persone, guerre, distruzioni, mutilazioni, vendette, odio? Ma dov’è il Signore? Ieri ho telefonato a un ragazzo con una malattia grave, un ragazzo colto, un ingegnere e parlando, per dare un segno di fede, gli ho detto: “Non ci sono spiegazioni per quello che succede a te. Guarda Gesù in Croce, Dio ha fatto questo col suo Figlio, e non c’è un’altra spiegazione”. E lui mi ha risposto: “Sì, ma ha domandato al Figlio e il Figlio ha detto di sì. A me non è stato chiesto se volevo questo”. Questo ci commuove, a nessuno di noi viene chiesto: “Ma sei contento con quello che accade nel mondo? Sei disposto a portare avanti questa croce?”. E la croce va avanti, e la fede in Gesù viene giù. Oggi la Chiesa continua  a dire: “Fermati, Gesù è risorto”. E questa non è una fantasia, la Risurrezione di Cristo non è una festa con tanti fiori. Questo è bello, ma non è questo è di più; è il mistero della pietra scartata che finisce per essere il fondamento della nostra esistenza. Cristo è risorto, questo significa. In questa cultura dello scarto dove quello che non serve prende la strada dell’usa e getta, dove quello che non serve viene scartato, quella pietra – Gesù – è scartata ed è fonte di vita. E anche noi, sassolini per terra, in questa terra di dolore, di tragedie, con la fede nel Cristo Risorto abbiamo un senso, in mezzo a tante calamità. Il senso di guardare oltre, il senso di dire: “Guarda non c’è un muro; c’è un orizzonte, c’è la vita, c’è la gioia, c’è la croce con questa ambivalenza. Guarda avanti, non chiuderti. Tu sassolino, hai un senso nella vita perché sei un sassolino presso quel sasso, quella pietra che la malvagità del peccato ha scartato”. Cosa ci dice la Chiesa oggi davanti a tante tragedie? Questo, semplicemente. La pietra scartata non risulta veramente scartata. I sassolini che credono e si attaccano a quella pietra non sono scartati, hanno un senso e con questo sentimento la Chiesa ripete dal profondo del cuore: “Cristo è risorto”. Pensiamo un po’, ognuno di noi pensi, ai problemi quotidiani, alle malattie che abbiamo vissuto o che qualcuno dei nostri parenti ha; pensiamo alle guerre, alle tragedie umane e, semplicemente, con voce umile, senza fiori, soli, davanti a Dio, davanti a noi diciamo “Non so come va questo, ma sono sicuro che Cristo è risorto e io ho scommesso su questo”. Fratelli e sorelle, questo è quello che ho voluto dirvi. Tornate a casa oggi, ripetendo nel vostro cuore: “Cristo è risorto”.

Papa Francesco omelia s Messa delle Palme 2017

9 aprile 2017

 

 

 

 

 

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Pietro
XXXII Giornata Mondiale della GioventùDomenica, 9 aprile 2017

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Questa celebrazione ha come un doppio sapore, dolce e amaro, è gioiosa e dolorosa, perché in essa celebriamo il Signore che entra in Gerusalemme ed è acclamato dai suoi discepoli come re; e nello stesso tempo viene proclamato solennemente il racconto evangelico della sua Passione. Per questo il nostro cuore sente lo struggente contrasto, e prova in qualche minima misura ciò che dovette sentire Gesù nel suo cuore in quel giorno, giorno in cui gioì con i suoi amici e pianse su Gerusalemme.

Da 32 anni la dimensione gioiosa di questa domenica è stata arricchita dalla festa dei giovani: la Giornata Mondiale della Gioventù, che quest’anno viene celebrata a livello diocesano, ma che in questa Piazza vivrà tra poco un momento sempre emozionante, di orizzonti aperti, con il passaggio della Croce dai giovani di Cracovia a quelli di Panamá.

Il Vangelo proclamato prima della processione (cfr Mt 21,1-11) descrive Gesù che scende dal monte degli Ulivi in groppa a un puledro di asino, sul quale nessuno era mai salito; dà risalto all’entusiasmo dei discepoli, che accompagnano il Maestro con acclamazioni festose; ed è verosimile immaginare come questo contagiò i ragazzi e i giovani della città, che si unirono al corteo con le loro grida. Gesù stesso riconosce in tale accoglienza gioiosa una forza inarrestabile voluta da Dio, e ai farisei scandalizzati risponde: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre» (Lc 19,40).

Ma questo Gesù, che secondo le Scritture entra proprio in quel modo nella Città santa, non è un illuso che sparge illusioni, non è un profeta “new age”, un venditore di fumo, tutt’altro: è un Messia ben determinato, con la fisionomia concreta del servo, il servo di Dio e dell’uomo che va alla passione; è il grande Paziente del dolore umano.

Mentre dunque anche noi facciamo festa al nostro Re, pensiamo alle sofferenze che Lui dovrà patire in questa Settimana. Pensiamo alle calunnie, agli oltraggi, ai tranelli, ai tradimenti, all’abbandono, al giudizio iniquo, alle percosse, ai flagelli, alla corona di spine…, e infine pensiamo alla via crucis, fino alla crocifissione.

Lui lo aveva detto chiaramente ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). Non ha mai promesso onori e successi. I Vangeli parlano chiaro. Ha sempre avvertito i suoi amici che la sua strada era quella, e che la vittoria finale sarebbe passata attraverso la passione e la croce. E anche per noi vale lo stesso. Per seguire fedelmente Gesù, chiediamo la grazia di farlo non a parole ma nei fatti, e di avere la pazienza di sopportare la nostra croce: di non rifiutarla, non buttarla via, ma, guardando Lui, accettarla e portarla, giorno per giorno.

E questo Gesù, che accetta di essere osannato pur sapendo bene che lo attende il “crucifige!”, non ci chiede di contemplarlo soltanto nei quadri o nelle fotografie, oppure nei video che circolano in rete. No. E’ presente in tanti nostri fratelli e sorelle che oggi, oggi patiscono sofferenze come Lui: soffrono per un lavoro da schiavi, soffrono per i drammi familiari, soffrono per le malattie… Soffrono a causa delle guerre e del terrorismo, a causa degli interessi che muovono le armi e le fanno colpire. Uomini e donne ingannati, violati nella loro dignità, scartati…. Gesù è in loro, in ognuno di loro, e con quel volto sfigurato, con quella voce rotta chiede – ci chiede – di essere guardato, di essere riconosciuto, di essere amato.

Non è un altro Gesù: è lo stesso che è entrato in Gerusalemme tra lo sventolare di rami di palma e di ulivo. E’ lo stesso che è stato inchiodato alla croce ed è morto tra due malfattori. Non abbiamo altro Signore all’infuori di Lui: Gesù, umile Re di giustizia, di misericordia e di pace.

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 6 febbraio 2017

6 aprile 2017

 

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Come un granello di sabbia

Giovedì, 6 aprile 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Ogni cristiano dovrebbe dedicare un giorno alla «memoria» per rileggere la propria storia personale inserendola nella storia di un popolo: «Io non sono solo, sono un popolo», un «popolo sognato da Dio». È l’invito fatto da Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta giovedì 6 aprile.

Partendo dalla liturgia della parola, che presenta la figura di Abramo, padre nella fede, il Pontefice ha fatto notare come nel tempo di quaresima il credente sia spesso incoraggiato «a fermarsi un po’ e a pensare». Non a caso i due passi della Scrittura della liturgia del giorno (Genesi, 17, 3-9 e Giovanni, 8, 51-59) dicono: «Fermati. Fermati un po’. Pensa a tuo padre». E al centro dell’attenzione c’è Abramo.

Nella prima lettura, infatti, «si parla di quel dialogo di Dio con Abramo, quando Dio fa l’alleanza con lui», e nel vangelo Gesù e i farisei lo chiamano «padre» perchè egli «è colui che incominciò a generare questo popolo che oggi è la Chiesa, siamo noi: uomo leale». Raccogliendo dunque l’invito delle Scritture, ha aggiunto il Pontefice, «ci farà bene pensare a nostro padre Abramo».

Quali sono allora gli aspetti fondamentali della vicenda di Abramo di cui è importante fare memoria? Innanzitutto, egli «obbedì quando fu chiamato ad andare, e ad andarsene in un’altra terra che avrebbe ricevuto in eredità». Abramo, cioè, «si fidò. Obbedì. E se ne andò senza sapere dove andava». Egli quindi fu «uomo di fede, uomo di speranza». A cento anni e con la moglie sterile, «credette quando gli fu detto che avrebbe avuto un figlio». Credette «contro ogni speranza. Questo è nostro padre» ha sottolineato Francesco, aggiungendo: «Se qualcuno cercasse di fare la descrizione della vita di Abramo, potrebbe dire: “Questo è un sognatore”». Ma attenzione: Abramo «non era un pazzo», il suo era il «sogno della speranza».

Un’identità confermata anche in seguito: «Messo alla prova, dopo avere avuto il figlio», quando poi il ragazzo divenne adolescente, «gli viene chiesto di offrirlo in sacrificio: obbedì e andò avanti contro ogni speranza». Ecco chi è il «nostro padre Abramo»: uno «che va avanti, avanti, avanti». Nel Vangelo, Gesù dice: Abramo «esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia». Ha spiegato il Pontefice: egli ebbe la gioia «di vedere la pienezza della promessa dell’alleanza, la gioia di vedere che Dio non lo aveva ingannato, che Dio è sempre fedele alla sua alleanza». E anche i credenti, oggi, sono chiamati a fare quanto è indicato nel salmo responsoriale (104): «Ricordate le meraviglie che ha compiuto, i suoi prodigi e i giudizi dalla sua bocca». Perché tutti i cristiani sono «stirpe di Abramo». E come «quando — ha detto Francesco — noi pensiamo a nostro padre che se n’è andato: ricordare papà, le cose buone di papà». Così possiamo anche ricordare quanto era «grande» il «nostro padre Abramo».

La grandezza del patriarca è stata fondata su un «patto» con Dio. «Da parte di Abramo», ha evidenziato il Pontefice, c’è stata «l’obbedienza: obbedì sempre». Da parte di Dio una promessa: «Quanto a me, ecco la mia alleanza con te: diventerai padre di una moltitudine di nazioni. Non ti chiamerai più Abram ma Abraham, perché padre di una moltitudine di nazioni». E Abramo ha creduto.

Il Papa si è soffermato sulla bellezza e la grandezza della promessa di Dio che ad Abramo, il quale «aveva cento anni senza figli, con la moglie sterile», disse: «Ti renderò molto, molto fecondo. Ti farò diventare nazioni e da te usciranno dei re». E poi, in un altro dialogo: «Senti, guarda, guarda in cielo: sei capace di contare le stelle?” — “Oh no, impossibile…” — “Così sarà la tua discendenza. Guarda la spiaggia del mare: sei capace di contare ognuno dei granelli di quella sabbia?” — “Ma è impossibile!” — “Così sarà la tua discendenza”».

Quindi, passando dalla memoria alla vita quotidiana, Francesco ha sottolineato: «Oggi noi in obbedienza all’invito della Chiesa, ci fermiamo e possiamo dire, con verità: “Io sono una di quelle stelle. Io sono un granello della sabbia”».

Ma il legame con Abramo, ha continuato il Papa, non esaurisce l’identità cristiana: «Noi siamo figli di Abramo, ma prima di Abramo c’è un altro Padre. E prima di noi c’è un altro Figlio. E nella storia nostra, fra nostro padre Abramo e noi, c’è l’altra storia, la grande, la storia del Padre dei cieli e di Gesù». È questo il motivo, ha spiegato il Pontefice, per cui Gesù nel brano evangelico «rispose ai farisei e ai dottori della legge: “Abramo esultò nella speranza di vedere il mio giorno. Lo vide e fu pieno di gioia”». Proprio questo è «il grande messaggio. Oggi la Chiesa ci invita a fermarci, a guardare le nostre radici, a guardare nostro padre che ci ha fatto popolo, cielo pieno di stelle, spiagge piene di granelli di sabbia». Ogni cristiano, quindi, è invitato a «guardare la storia» e a rendersi conto: «Io non sono solo, sono un popolo. Andiamo insieme. La Chiesa è un popolo. Ma un popolo sognato da Dio, un popolo che ha dato un padre sulla terra che obbedì, e abbiamo un fratello che ha dato la sua vita per noi, per farci popolo». Partendo da questa consapevolezza, «possiamo guardare il Padre, ringraziare; guardare Gesù, ringraziare; e guardare Abramo e noi, che siamo parte del cammino».

Al termine della sua meditazione, il Papa ha suggerito un impegno pratico: «Facciamo di oggi un giorno di memoria» per comprendere come «in questa grande storia, nella cornice di Dio e Gesù, c’è la piccola storia di ognuno di noi». Perciò, ha aggiunto, «vi invito a prendere, oggi, cinque minuti, dieci minuti, seduti, senza radio, senza tv; seduti, e pensare alla propria storia: le benedizioni e i guai, tutto. Le grazie e i peccati: tutto». Ognuno, ha detto, in questa memoria potrà incontrare «la fedeltà di quel Dio che è rimasto fedele alla sua alleanza, è rimasto fedele alla promessa che aveva fatto ad Abramo, è rimasto fedele alla salvezza che aveva promesso in suo Figlio Gesù».

Questa la conclusione del Pontefice: «Sono sicuro che in mezzo alle cose forse brutte — perché tutti ne abbiamo, tante cose brutte, nella vita — se oggi facciamo questo, scopriremo la bellezza dell’amore di Dio, la bellezza della sua misericordia, la bellezza della speranza. E sono sicuro che tutti noi saremo pieni di gioia».

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 4 aprile 2017

4 aprile 2017

 

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Nel segno della croce

Martedì, 4 aprile 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Farsi «il segno della croce» distrattamente e ostentare «il simbolo dei cristiani» come fosse «il distintivo di una squadra» o «un ornamento», magari con «pietre preziose, gioielli e oro», non ha nulla a che vedere con «il mistero» di Cristo. Tanto che Papa Francesco ha suggerito un esame di coscienza proprio sulla croce, per verificare come ciascuno di noi porta nella quotidianità l’unico vero «strumento di salvezza». Ecco le linee di riflessione che il Pontefice ha proposto nella messa celebrata martedì mattina, 4 aprile, a Santa Marta.

«Attira l’attenzione — ha fatto notare subito, riferendosi al passo dell’evangelista Giovanni (8, 21-30) — che in questo breve passo del Vangelo per tre volte Gesù dice ai dottori della legge, agli scribi, ad alcuni farisei: “Morirete nei vostri peccati”». Lo ripete «tre volte». E «lo dice — ha aggiunto — perché non capivano il mistero di Gesù, perché avevano il cuore chiuso e non erano capaci di aprire un po’, di cercare di capire quel mistero che era il Signore». Infatti, ha spiegato il Papa, «morire nel proprio peccato è una cosa brutta: significa che tutto finisce lì, nella sporcizia del peccato».

Ma poi «questo dialogo — nel quale per tre volte Gesù ripete “morirete nei vostri peccati” — continua e, alla fine, Gesù guarda indietro alla storia della salvezza e fa ricordare loro qualcosa: “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono e che non faccio nulla da me stesso”». Il Signore dice proprio: «quando avrete innalzato il figlio dell’uomo».

Con queste parole — ha affermato il Pontefice, riferendosi al brano tratto dal libro dei Numeri (21, 4-9) — «Gesù fa ricordare quello che è accaduto nel deserto e abbiamo sentito nella prima lettura». È il momento in cui «il popolo annoiato, il popolo che non può sopportare il cammino, si allontana dal Signore, sparla di Mosè e del Signore, e trova quei serpenti che mordono e fanno morire». Allora «il Signore dice a Mosè di fare un serpente di bronzo e innalzarlo, e la persona che subisce una ferita del serpente, e che guarda quello di bronzo, sarà guarita».

«Il serpente — ha proseguito il Papa — è il simbolo del cattivo, è il simbolo del diavolo: era il più astuto degli animali nel paradiso terrestre». Perché «il serpente è quello che è capace di sedurre con le bugie», è «il padre della menzogna: questo è il mistero». Ma allora «dobbiamo guardare il diavolo per salvarci? Il serpente è il padre del peccato, quello che ha fatto peccare l’umanità». In realtà «Gesù dice: “Quando io sarò innalzato in alto, tutti verranno a me”. Ovviamente questo è il mistero della croce».

«Il serpente di bronzo guariva — ha detto Francesco — ma il serpente di bronzo era segno di due cose: del peccato fatto dal serpente, della seduzione del serpente, dell’astuzia del serpente; e anche era segnale della croce di Cristo, era una profezia». E «per questo il Signore dice loro: “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono”». Così possiamo dire, ha affermato il Papa, che «Gesù si è “fatto serpente”, Gesù si “è fatto peccato” e ha preso su di sé le sporcizie tutte dell’umanità, le sporcizie tutte del peccato. E si è “fatto peccato”, si è fatto innalzare perché tutta la gente lo guardasse, la gente ferita dal peccato, noi. Questo è il mistero della croce e lo dice Paolo: “Si è fatto peccato” e ha preso l’apparenza del padre del peccato, del serpente astuto».

«Chi non guardava il serpente di bronzo dopo essere ferito da un serpente nel deserto — ha spiegato il Pontefice — moriva nel peccato, il peccato di mormorazione contro Dio e contro Mosè». Allo stesso modo, «chi non riconosce in quell’uomo innalzato, come il serpente, la forza di Dio che si è fatto peccato per guarirci, morirà nel proprio peccato». Perché «la salvezza viene soltanto dalla croce, ma da questa croce che è Dio fatto carne: non c’è salvezza nelle idee, non c’è salvezza nella buona volontà, nella voglia di essere buoni». In realtà, ha insistito il Papa, «l’unica salvezza è in Cristo crocifisso, perché soltanto lui, come il serpente di bronzo significava, è stato capace di prendere tutto il veleno del peccato e ci ha guarito lì».

«Ma cosa è la croce per noi?» è la questione posta da Francesco. «Sì, è il segno dei cristiani, è il simbolo dei cristiani, e noi facciamo il segno della croce ma non sempre lo facciamo bene, alle volte lo facciamo così… perché non abbiamo questa fede alla croce» ha evidenziato il Papa. La croce, poi, ha affermato, «per alcune persone è un distintivo di appartenenza: “Sì, io porto la croce per far vedere che sono cristiano”». E «sta bene», però «non solo come distintivo, come se fosse una squadra, il distintivo di una squadra»; ma, ha detto Francesco, «come memoria di colui che si è fatto peccato, che si è fatto diavolo, serpente, per noi; si è abbassato fino ad annientarsi totalmente».

Inoltre, è vero, «altri portano la croce come un ornamento, portano croci con pietre preziose, per farsi vedere». Ma, ha fatto presente il Pontefice, «Dio disse a Mosè: “Chi guarda il serpente sarà guarito”; Gesù dice ai suoi nemici: “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete”». In sostanza, ha spiegato, «chi non guarda la croce, così, con fede, morirà nei propri peccati, non riceverà quella salvezza».

«Oggi — ha rilanciato il Papa — la Chiesa ci propone un dialogo con questo mistero della croce, con questo Dio che si è fatto peccato, per amore a me». E «ognuno di noi può dire: “per amore a me”». Così, ha proseguito, è opportuno domandarci: «Come porto io la croce: come un ricordo? Quando faccio il segno della croce, sono consapevole di quello che faccio? Come porto io la croce: soltanto come un simbolo di appartenenza a un gruppo religioso? Come porto io la croce: come ornamento, come un gioiello con tante pietre preziose d’oro?». Oppure «ho imparato a portarla sulle spalle, dove fa male?».

«Ognuno di noi oggi — ha suggerito il Pontefice a conclusione della sua meditazione — guardi il crocifisso, guardi questo Dio che si è fatto peccato perché noi non moriamo nei nostri peccati e risponda a queste domande che io vi ho suggerito».

Visita Pastorale: Santa Messa in Piazza Martiri (Carpi, 2 aprile 2017)

2 aprile 2017

SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Piazza Martiri (Carpi)
V Domenica di Quaresima, 2 aprile 2017

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Le Letture di oggi ci parlano del Dio della vita, che vince la morte. Soffermiamoci, in particolare, sull’ultimo dei segni miracolosi che Gesù compie prima della sua Pasqua, al sepolcro del suo amico Lazzaro.

Lì tutto sembra finito: la tomba è chiusa da una grande pietra; intorno, solo pianto e desolazione. Anche Gesù è scosso dal mistero drammatico della perdita di una persona cara: «Si commosse profondamente» e fu «molto turbato» (Gv 11,33). Poi «scoppiò in pianto» (v. 35) e si recò al sepolcro, dice il Vangelo, «ancora una volta commosso profondamente» (v. 38). È questo il cuore di Dio: lontano dal male ma vicino a chi soffre; non fa scomparire il male magicamente, ma con-patisce la sofferenza, la fa propria e la trasforma abitandola.

Notiamo però che, in mezzo alla desolazione generale per la morte di Lazzaro, Gesù non si lascia trasportare dallo sconforto. Pur soffrendo Egli stesso, chiede che si creda fermamente; non si rinchiude nel pianto, ma, commosso, si mette in cammino verso il sepolcro. Non si fa catturare dall’ambiente emotivo rassegnato che lo circonda, ma prega con fiducia e dice: «Padre, ti rendo grazie» (v. 41). Così, nel mistero della sofferenza, di fronte al quale il pensiero e il progresso si infrangono come mosche sul vetro, Gesù ci offre l’esempio di come comportarci: non fugge la sofferenza, che appartiene a questa vita, ma non si fa imprigionare dal pessimismo.

Attorno a quel sepolcro, avviene così un grande incontro-scontro. Da una parte c’è la grande delusione, la precarietà della nostra vita mortale che, attraversata dall’angoscia per la morte, sperimenta spesso la disfatta, un’oscurità interiore che pare insormontabile. La nostra anima, creata per la vita, soffre sentendo che la sua sete di eterno bene è oppressa da un male antico e oscuro. Da una parte c’è questa disfatta del sepolcro. Ma dall’altra parte c’è la speranza che vince la morte e il male e che ha un nome: la speranza si chiama Gesù. Egli non porta un po’ di benessere o qualche rimedio per allungare la vita, ma proclama: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (v. 25). Per questo decisamente dice: «Togliete la pietra!» (v. 39) e a Lazzaro grida a gran voce: «Vieni fuori!» (v. 43).

Cari fratelli e sorelle, anche noi siamo invitati a decidere da che parte stare. Si può stare dalla parte del sepolcro oppure dalla parte di Gesù. C’è chi si lascia chiudere nella tristezza e chi si apre alla speranza. C’è chi resta intrappolato nelle macerie della vita e chi, come voi, con l’aiuto di Dio solleva le macerie e ricostruisce con paziente speranza.

Di fronte ai grandi “perché” della vita abbiamo due vie: stare a guardare malinconicamente i sepolcri di ieri e di oggi, o far avvicinare Gesù ai nostri sepolcri. Sì, perché ciascuno di noi ha già un piccolo sepolcro, qualche zona un po’ morta dentro il cuore: una ferita, un torto subìto o fatto, un rancore che non dà tregua, un rimorso che torna e ritorna, un peccato che non si riesce a superare. Individuiamo oggi questi nostri piccoli sepolcri che abbiamo dentro e lì invitiamo Gesù. È strano, ma spesso preferiamo stare da soli nelle grotte oscure che abbiamo dentro, anziché invitarvi Gesù; siamo tentati di cercare sempre noi stessi, rimuginando e sprofondando nell’angoscia, leccandoci le piaghe, anziché andare da Lui, che dice: «Venite a me, voi che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Non lasciamoci imprigionare dalla tentazione di rimanere soli e sfiduciati a piangerci addosso per quello che ci succede; non cediamo alla logica inutile e inconcludente della paura, al ripetere rassegnato che va tutto male e niente è più come una volta. Questa è l’atmosfera del sepolcro; il Signore desidera invece aprire la via della vita, quella dell’incontro con Lui, della fiducia in Lui, della risurrezione del cuore, la via dell’“Alzati! Alzati, vieni fuori!”. E’ questo che ci chiede il Signore, e Lui è accanto a noi per farlo.

Sentiamo allora rivolte a ciascuno di noi le parole di Gesù a Lazzaro: “Vieni fuori!”; vieni fuori dall’ingorgo della tristezza senza speranza; sciogli le bende della paura che ostacolano il cammino; ai lacci delle debolezze e delle inquietudini che ti bloccano, ripeti che Dio scioglie i nodi. Seguendo Gesù impariamo a non annodare le nostre vite attorno ai problemi che si aggrovigliano: sempre ci saranno problemi, sempre, e quando ne risolviamo uno, puntualmente ne arriva un altro. Possiamo però trovare una nuova stabilità, e questa stabilità è proprio Gesù, questa stabilità si chiama Gesù, che è la risurrezione e la vita: con lui la gioia abita il cuore, la speranza rinasce, il dolore si trasforma in pace, il timore in fiducia, la prova in offerta d’amore. E anche se i pesi non mancheranno, ci sarà sempre la sua mano che risolleva, la sua Parola che incoraggia e dice a tutti noi, a ognuno di noi: “Vieni fuori! Vieni a me!”. Dice a tutti noi: “Non abbiate paura”.

Anche a noi, oggi come allora, Gesù dice: “Togliete la pietra!”. Per quanto pesante sia il passato, grande il peccato, forte la vergogna, non sbarriamo mai l’ingresso al Signore. Togliamo davanti a Lui quella pietra che Gli impedisce di entrare: è questo il tempo favorevole per rimuovere il nostro peccato, il nostro attaccamento alle vanità mondane, l’orgoglio che ci blocca l’anima, tante inimicizie tra noi, nelle famiglie,… Questo è il momento favorevole per rimuovere tutte queste cose.

Visitati e liberati da Gesù, chiediamo la grazia di essere testimoni di vita in questo mondo che ne è assetato, testimoni che suscitano e risuscitano la speranza di Dio nei cuori affaticati e appesantiti dalla tristezza. Il nostro annuncio è la gioia del Signore vivente, che ancora oggi dice, come a Ezechiele: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio» (Ez 37,12).

Omelia di Papa Francesco del 28 marzo 2017 – Come guarire dall’accidia

28 marzo 2017

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Radici secche

Martedì, 28 marzo 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

C’è un peccato che «paralizza» il cuore dell’uomo, lo fa «vivere nella tristezza» e gli fa «dimenticare la gioia». Si tratta dell’«accidia», quell’atteggiamento che porta le persone a essere come alberi dalle «radici secche» e a «non avere voglia di andare avanti». Per costoro la parola di Gesù è come una scossa: «alzati!», prendi in mano la tua vita e «vai avanti!». Sono le parole che il Papa ha ripetuto nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta nella mattina di martedì 28 marzo.

Tutta la meditazione del Pontefice, seguendo la liturgia del giorno, è stata accompagnata da uno dei simboli più importanti e ricorrenti nella Bibbia, quello dell’acqua. Nella prima lettura, infatti Ezechiele (47, 1-9.12) «ci parla dell’acqua, di un’acqua che usciva dal tempio di Dio, l’acqua di Dio, un’acqua benedetta». Si tratta, ha specificato il Papa, di «un torrente d’acqua, tanta acqua». Un’acqua «risanatrice». Il profeta descrive «tanti alberi verdi, belli» che crescevano «vicino a quell’acqua»: sono chiaramente un simbolo per significare «la grazia, l’amore, la benedizione di Dio». Questi alberi, infatti «erano verdi, belli, non erano secchi». E se si accostano queste parole a quelle del salmo 1 — «Beato il giusto perché sarà come un albero che cresce lungo i corsi d’acqua — si comprende immediatamente la simbologia applicata alla «persona giusta e buona».

Anche nel Vangelo di Giovanni (5, 1-16), ha fatto notare il Pontefice, si incontra l’acqua. È quella della piscina di Betzàta, una piscina «con cinque portici sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi, paralitici». La tradizione, ha spiegato Francesco, voleva che ogni tanto scendesse dal cielo un angelo a muovere le acque e che le prime persone che in quel momento si fossero gettate lì sarebbero state guarite. Quindi questa gente stava sempre ad aspettare, «chiedendo la guarigione».

Fra di loro c’era un paralitico che era lì da ben trentotto anni. E Gesù, «che conosceva il cuore di quell’uomo» e sapeva che da molto tempo era in quelle condizioni, «gli disse: “Vuoi guarire?”». Innanzitutto, ha osservato il Papa, occorre notare quanto sia «bello» che Gesù dica al paralitico e, attraverso di lui, anche agli uomini del nostro tempo: «Vuoi guarire? Vuoi essere felice? Vuoi migliorare la tua vita? Vuoi essere pieno dello Spirito Santo? Vuoi guarire?».

Di fronte a una domanda del genere, ha continuato Francesco, «tutti gli altri che erano lì, infermi, ciechi, zoppi, paralitici avrebbero detto: “Sì, Signore, sì!”». Invece costui sembra proprio «un uomo strano» e «rispose a Gesù: “Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita; mentre infatti sto per andarvi un altro scende prima di me”». La sua risposta, cioè, «è una lamentela: “Ma guarda, Signore, quanto brutta, quanto ingiusta è stata la vita con me. Tutti gli altri possono andare e guarire e io da 38 anni che cerco ma…”».

Ha spiegato il Pontefice: «Quest’uomo era come l’albero, era vicino all’acqua ma aveva le radici secche, aveva le radici secche e quelle radici non arrivavano all’acqua, non poteva prendere la salute dall’acqua». Una realtà che ben «si capisce dall’atteggiamento, dalle lamentele» e dal suo cercare sempre «di dare la colpa all’altro: “Ma sono gli altri che vanno prima di me, io sono un poveraccio qui da 38 anni…”».

Appare qui ben descritto «il peccato dell’accidia», un «brutto peccato». Quest’uomo, ha detto il Papa, «era malato non tanto dalla paralisi ma dall’accidia, che è peggio di avere il cuore tiepido, peggio ancora». L’accidia, ha continuato, è quel vivere tanto per vivere, è quel «non avere voglia di andare avanti, non avere voglia di fare qualcosa nella vita»: è l’«aver perso la memoria della gioia». Addirittura «quest’uomo neppure di nome conosceva la gioia, l’aveva persa».

Si tratta, ha ribadito il Pontefice, di una «malattia brutta», che porta a nascondersi dietro giustificazioni del tipo: «Ma sono comodo così, mi sono abituato… Ma la vita è stata ingiusta con me…». Così dietro le parole del paralitico, «si vede il risentimento, l’amarezza di quel cuore». Eppure «Gesù non lo rimprovera», lo guarda e gli dice: «Alzati, prendi la barella e vai via». E quell’uomo prende la barella e va via.

Il racconto evangelico continua, specificando che il fatto avvenne di sabato e che l’uomo incontrò i dottori della legge che gli obbiettarono: «Ma no, non ti è lecito, perché il codice dice che il sabato non si può fare questo… E chi ti ha guarito?». Riferendosi a Gesù continuavano: «No, quello no, perché va contro il codice, non è di Dio quell’uomo». Di fronte a questa scena il Papa ha tracciato un breve profilo di quell’uomo, una persona che «non sapeva come arrangiarsi nella vita» e che a Gesù «neppure aveva detto “grazie”». Neanche gli aveva chiesto il nome. L’uomo si è semplicemente «alzato con quell’accidia» che lo contraddistingueva e se ne è andato. Un distacco che fa ancora una volta apparire quanto l’accidia sia «un brutto peccato».

Questo peccato, ha spiegato il Papa, può coinvolgere ogni uomo: è «vivere perché è gratis l’ossigeno, l’aria», è «vivere sempre guardando gli altri che sono più felici di me, vivere nella tristezza, dimenticare la gioia». È, insomma, «un peccato che paralizza, ci fa paralitici. Non ci lascia camminare». E anche a noi Gesù oggi dice: «Alzati, prendi la tua vita come sia, bella, brutta come sia, prendila e vai avanti. Non avere paura, vai avanti con la tua barella — “Ma, Signore, non è l’ultimo modello…” — Ma vai avanti! Con quella barella brutta, forse, ma vai avanti! È la tua vita è la tua gioia».

La prima domanda che il Signore pone a tutti, oggi, è quindi: «Vuoi guarire?». E se la risposta è «Sì, Signore», Gesù esorta: «Alzati!». Perciò, ha concluso il Pontefice richiamando l’antifona della messa («“Voi che avete sete venite alle acque — sono acque gratis, non a pagamento — voi dissetatevi con gioia”»), se «noi diciamo al Signore: “Sì, voglio guarire. Sì, Signore, aiutami che voglio alzarmi”, sapremo com’è la gioia della salvezza».

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 23 marzo 2017

23 marzo 2017

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Una giornata per ascoltare

Giovedì, 23 marzo 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Fra le tante giornate speciali che si celebrano per i più svariati motivi, sarebbe utile dedicare una «giornata per ascoltare». Immersi come siamo nella «confusione», nelle parole, nella fretta, nel nostro egoismo, nella «mondanità», rischiamo infatti di rimanere «sordi alla parola di Dio», di far «indurire» il nostro cuore, e di «perdere la fedeltà» al Signore. Occorre «fermarsi» e «ascoltare».

Lo ha suggerito Papa Francesco celebrando la messa a Santa Marta giovedì 23 marzo. All’omelia, riprendendo i testi della liturgia del giorno, ha subito fatto notare: «Proprio a metà del tempo di quaresima, in questo cammino verso la Pasqua, il messaggio della Chiesa oggi è molto semplice: “Fermatevi. Fermatevi un attimo”». Ma «perché — si è chiesto — dobbiamo fermarci?». La risposta è giunta dal ritornello del salmo responsoriale (94): «Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore». Quindi: «Fermatevi per ascoltare».

Da qui è partita la riflessione del Pontefice, che ha preso poi in esame la lettura del profeta Geremia (7, 23-28) nella quale si racconta, tramite le parole di Dio stesso, «il dramma di quel popolo che non ha voluto, non ha saputo ascoltare. “Ascoltate la mia voce, e io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo”». L’invito del Signore è chiaro: «Camminate sempre sulla strada che vi prescriverò, perché siate felici». Cioè, ha spiegato il Papa, è come se il Signore avesse detto al suo popolo: «Le cose che io vi dirò sono per la vostra felicità. Non siate sciocchi. Credete a questo. Fermatevi: ascoltate». Un invito, però, caduto nel vuoto. Tanto che «poi il Signore un po’ si lamenta; è il lamento di un papà addolorato: “Ma essi non ascoltarono, né prestarono orecchio alla mia parola, anzi, procedettero ostinatamente secondo il loro cuore malvagio. Invece di rivolgersi verso di me, mi hanno voltato le spalle”».

Subito Francesco ha riportato il racconto biblico alla situazione dell’uomo di oggi: «Quando noi non ci fermiamo per ascoltare la voce del Signore finiamo per allontanarci, ci allontaniamo da lui, voltiamo le spalle». Un atteggiamento, ha aggiunto, che porta delle conseguenze: «se non si ascolta la voce del Signore, si ascoltano altre voci. E di tanto chiuderci le orecchie, diventiamo sordi: sordi alla parola di Dio». Nessuno può chiamarsi fuori da questa situazione, come ha evidenziato il Papa rivolgendosi ai fedeli presenti: «Tutti noi, se oggi ci fermiamo un po’ e guardiamo il nostro cuore, vedremo quante volte — quante volte! — abbiamo chiuso le orecchie e quante volte siamo diventati sordi».

Cosa comporta tale sordità? «Quando un popolo, una comunità, ma diciamo anche una comunità cristiana, una parrocchia, una diocesi — ha spiegato il Pontefice — chiude le orecchie e diventa sorda alla parola del Signore, cerca altre voci, altri signori e va a finire con gli idoli, gli idoli che il mondo, la mondanità, la società gli offrono». Ci si allontana, cioè, «dal Dio vivo».

Ma non è questa l’unica conseguenza. Il Papa ha infatti fatto notare che «voltare le spalle fa che il nostro cuore si indurisca. E quando non si ascolta, il cuore diviene più duro, più chiuso in se stesso, ma duro e incapace di ricevere qualcosa». Quindi: «non solo chiusura», ma anche «durezza di cuore». In questa situazione l’uomo, «vive in quel mondo, in quell’atmosfera che non gli fa bene», in una realtà che «lo allontana ogni giorno di più da Dio».

È un processo negativo che conduce dal «non ascoltare la parola di Dio» all’allontanarsi, quindi al «cuore indurito, chiuso in se stesso», fino a perdere «il senso della fedeltà». Infatti, sempre nel brano di Geremia, si legge il lamento del Signore: «La fedeltà è sparita». Anche qui, immediato, da parte del Papa, il riferimento alla contemporaneità: è allora, ha detto, che «diventiamo cattolici “infedeli”, cattolici “pagani” o, più brutto ancora, cattolici “atei”, perché non abbiamo un riferimento di amore al Dio vivente». Quel «non ascoltare e voltare le spalle» che «ci fa indurire il cuore», porta quindi l’uomo «su quella strada della infedeltà».

E non finisce qui. C’è «di più». Il vuoto interiore che creiamo con la nostra infedeltà, infatti, «come si riempie?». Si riempie, ha risposto il Pontefice, «in un modo di confusione» in cui «non si sa dove è Dio, dove non è», e «si confonde Dio con il diavolo». È proprio la situazione descritta nel vangelo di Luca (11, 14-23), nel quale si narra l’episodio in cui «a Gesù, che fa dei miracoli, che fa tante cose per la salvezza e la gente è contenta, è felice», alcuni dicono: «E questo lo fa perché è un figlio del diavolo. Fa il potere di Belzebù». Questa, ha spiegato Francesco, «è la bestemmia. La bestemmia è la parola finale di questo percorso che incomincia con il non ascoltare, che indurisce il cuore, ti porta alla confusione, ti fa dimenticare la fedeltà e, alla fine, bestemmi». Ha commentato il Papa: «Guai al popolo che si dimentica di quello stupore, di quello stupore del primo incontro con Gesù». È lo stupore descritto anche nel Vangelo — «le folle furono prese da stupore» — che «apre le porte alla parola di Dio».

Perciò, ha concluso il Pontefice invitando tutti a un serio esame di coscienza, «ognuno di noi oggi può chiedersi: “Mi fermo per ascoltare la parola di Dio, prendo la Bibbia in mano, e mi sta parlando?»; e ancora: «Il mio cuore si è indurito? Mi sono allontanato dal Signore? Ho perso la fedeltà al Signore e vivo con gli idoli che mi offre la mondanità di ogni giorno? Ho perso la gioia dello stupore del primo incontro con Gesù?».

Di qui l’invito: «Oggi è una giornata per ascoltare. “Ascoltate, oggi, la voce del Signore”, abbiamo pregato. “Non indurite il vostro cuore”». E il suggerimento per la preghiera personale: «Chiediamo questa grazia: la grazia di ascoltare perché il nostro cuore non si indurisca».

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 21 marzo 2017

21 marzo 2017

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

La grazia della vergogna

Martedì, 21 marzo 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.67, 22/03/2017)

Bisogna chiedere a Dio «la grazia della vergogna», perché «è una grande grazia vergognarsi dei propri peccati e così ricevere il perdono e la generosità di darlo agli altri». È l’invito rivolto da Papa Francesco ai partecipanti alla messa celebrata stamane, martedì 21 marzo, a Santa Marta.

Commentando come di consueto le letture del giorno, il Pontefice si è dapprima soffermato sul brano tratto dal vangelo di Matteo (18, 21-35). Gesù, ha spiegato, parla «ai suoi discepoli sulla correzione fraterna, sulla pecora smarrita, della misericordia del pastore. E Pietro pensa di aver capito tutto e coraggioso com’era lui, anche generoso, dice: “Ma, adesso quante volte io devo perdonare, con questo che tu hai detto della correzione fraterna e della pecora smarrita? Sette volte va bene?”. E Gesù dice: “Sempre”, con quella forma “settanta volte sette”». In realtà, ha fatto notare il Papa, «è difficile capire il mistero del perdono, perché è un mistero: perché devo perdonare — si è chiesto — se la giustizia mi permette di andare avanti e chiedere che quella giustizia faccia quello che deve fare?».

La risposta, ha suggerito il Papa, la offre la Chiesa, che «oggi ci fa entrare in questo mistero del perdono, che è la grande opera di misericordia di Dio». E lo fa anzitutto con la prima lettura, tratta dal libro del profeta Daniele (3, 25.34-43), attraverso la quale «ci porta alla preghiera di Azaria, momento molto triste della storia del popolo di Dio. Sono spogliati di tutto, hanno perso tutto e hanno la tentazione di credere che Dio li ha abbandonati». Descritta la scena, Francesco ha ripetuto le loro parole: «Potessimo essere accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato. Potessimo trovare misericordia, tale sia oggi il cuore contrito, lo spirito umiliato e il nostro sacrificio davanti a te. Signore, non coprirci di vergogna, fa’ con noi secondo la tua clemenza, la tua grande misericordia. Salvaci con i tuoi prodigi».

In particolare il Pontefice ha ribadito: «Signore non coprirci di vergogna». Essi, ha commentato, «sentivano la vergogna dentro perché sono rimasti così, come dice prima: “a causa dei nostri peccati”». Insomma «Azaria ha capito bene che quella situazione del popolo di Dio è per i peccati. E si vergogna. E dalla vergogna chiede perdono». Ecco dunque il “primo passo” da compiere: «la grazia della vergogna. Per entrare nel mistero del perdono dobbiamo vergognarci». Ma, ha precisato il Papa, «non possiamo da soli, la vergogna è una grazia: “Signore, che io abbia vergogna di quello che ho fatto”. E così la Chiesa si mette davanti a questo mistero del peccato e ci fa vedere l’uscita, la preghiera, il pentimento e la vergogna».

Successivamente, ha proseguito Francesco, «la Chiesa riprende il passo del Vangelo e spiega cosa significa quel “settanta volte sette”». Vuol dire, ha chiarito, «che sempre dobbiamo perdonare. E Gesù racconta questa parabola dei due servi: il primo è andato a regolare i conti col padrone e il padrone vuole fare giustizia e lui lo supplicava: “Abbi pazienza”, chiese perdono e poi il padrone ebbe compassione e lo perdonò». Ma poi, uscito, trovò l’altro, il cui debito «era molto piccolo, gli doveva cento denari, spiccioli». E invece di perdonarlo, «lo prende al collo e: “Pagami, pagami!”». Allora «il padrone, quando sa questo, si sdegna e chiama agli aguzzini e lo fa andare in carcere: “Così anche il padre mio celeste farà con voi, se non perdonerete di cuore ciascuno al proprio fratello”».

Ecco allora la necessità di chiedersi: «perché è successo questo? Quest’uomo che era stato perdonato ma di tanti soldi, al punto che doveva essere venduto come schiavo lui, la moglie, i figli e venduto tutto quello che aveva», poi esce «ed è incapace di perdonare piccole cose». Insomma, «non ha capito il mistero del perdono».

Ricorrendo a una sorta di dialogo immaginario con i presenti il Papa ha quindi chiesto: «Se io domando: “Ma tutti voi siete peccatori?” — “Sì, padre, tutti” — “E per avere il perdono dei peccati?” — “Ci confessiamo” — “E come vai a confessarti?” — “Ma, io vado, dico i miei peccati, il prete mi perdona, mi dà tre Avemaria da pregare e poi torno in pace”». In questo caso, ha ammonito il Pontefice, «tu non hai capito. Tu soltanto sei andato al confessionale a fare un’operazione bancaria, a fare una pratica di ufficio. Tu non sei andato vergognato lì di quello che hai fatto. Hai visto alcune macchie nella tua coscienza e hai sbagliato perché hai creduto che il confessionale fosse una tintoria» in grado soltanto di togliere «le macchie. Sei stato incapace di vergognarti dei tuoi peccati. Sì, sei perdonato, perché Dio è grande, ma non è entrato nella tua coscienza, tu non sei stato cosciente di quello che ha fatto Dio, della meraviglia che ha fatto nel tuo cuore; e per questo esci, trovi un amico, un’amica e incominci a sparlare di un altro, dell’altra e continui a peccare».

L’esperienza concreta di ogni giorno lo insegna: «il mistero del perdono è tanto difficile» da capire. Perciò, ha fatto notare Francesco, «oggi la Chiesa è saggia quando ci fa riflettere su questi due passi». Infatti, «io posso perdonare» solamente «se mi sento perdonato. Se tu non hai coscienza di essere perdonato mai potrai perdonare, mai». In fondo, in ogni persona «sempre c’è quell’atteggiamento di voler fare i conti con gli altri». Mentre «il perdono è totale. Ma soltanto si può fare quando io sento il mio peccato, mi vergogno, ho vergogna e chiedo il perdono a Dio e mi sento perdonato dal Padre. E così posso perdonare. Se no, non si può perdonare, ne siamo incapaci. Per questo il perdono è un mistero».

Ecco l’insegnamento della parabola del servo, «al quale sono state perdonate tante, tante, tante cose», ma che tuttavia «non ha capito nulla: è uscito felice, si è tolto un peso di dosso, ma non ha capito la generosità di quel padrone. È uscito dicendo nel suo cuore: “Me la sono cavata bene, sono stato furbo!” o altre cose». E attualizzando la riflessione, il Pontefice ha ammonito: «uscendo dal confessionale, quante volte noi non diciamo ma sentiamo che ce la siamo cavata». Però, ha aggiunto, «questo non è ricevere il perdono: questa è l’ipocrisia di rubare un perdono, un perdono finto. E così, siccome io non ho l’esperienza di essere perdonato, non posso perdonare gli altri, non ho capacità, come quest’ipocrita che è stato incapace di perdonare il suo compagno».

Da qui la consegna conclusiva del Papa: «Chiediamo oggi al Signore la grazia di capire questo “settanta volte sette”. Del resto se il Signore mi ha perdonato tanto, chi sono io per non perdonare?».

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 20 marzo 2017

20 marzo 2017

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giuseppe il sognatore

Lunedì, 20 marzo 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Nella solennità liturgica di san Giuseppe — quest’anno posticipata di un giorno per la concomitanza con la terza domenica di Quaresima — Papa Francesco ha celebrato la messa a Santa Marta, lunedì 20 marzo, soffermandosi proprio sulla figura del santo patrono della Chiesa universale. In lui il Pontefice ha indicato il modello di «uomo giusto», di «uomo capace di sognare», di «custodire» e «portare avanti» il «sogno di Dio» sull’uomo. Per questo lo ha proposto come esempio per tutti e in particolar modo per i giovani, ai quali Giuseppe insegna a non perdere mai «la capacità di sognare, di rischiare» e di assumersi «compiti difficili».

E tanti sogni per il loro futuro avevano sicuramente le tredici studentesse che proprio un anno fa morirono in un incidente stradale in Catalogna mentre partecipavano al programma di studi Erasmus. Per loro il Pontefice ha voluto espressamente offrire la celebrazione eucaristica, alla quale hanno partecipato anche i familiari delle sette ragazze italiane morte nello schianto del bus.

La meditazione di Francesco ha preso spunto dalla liturgia della parola che parla di «discendenza, eredità, paternità, filiazione, stabilità»: tutte espressioni, ha fatto notare, «che sono un promessa ma poi si concentrano in un uomo, in un uomo che non parla, non dice una sola parola, un uomo del quale si dice che era giusto, soltanto. E poi un uomo che noi vediamo che agisce come un uomo obbediente». Giuseppe, appunto.

Un uomo, ha proseguito il Papa, «del quale non sappiamo neppure l’età» e che «porta sulle sue spalle tutte queste promesse di discendenza, di eredità, di paternità, di filiazione, di stabilità del popolo». Una grande responsabilità che però, come si legge nel vangelo di Matteo (1, 16.18-21.24), si ritrova tutta concentrata «in un sogno». Apparentemente, ha detto il Pontefice, tutto ciò sembra «troppo sottile», troppo labile. Eppure proprio questo «è lo stile di Dio» nel quale Giuseppe si ritrova appieno: lui, un «sognatore» è capace «di accettare questo compito, questo compito gravoso e che ha tanto da dirci a noi in questo tempo di forte senso di orfanezza». Così egli accoglie «la promessa di Dio e la porta avanti in silenzio con fortezza, la porta avanti perché quello che Dio vuole sia compiuto».

Ecco quindi delineata «la figura di Giuseppe: l’uomo nascosto, l’uomo del silenzio, l’uomo che fa da padre adottivo ; l’uomo che ha la più grande autorità in quel momento senza farla vedere». Un uomo, ha aggiunto il Papa, che potrebbe «dirci tante cose», eppure «non parla», che potrebbe «comandare», giacché comanda sul Figlio di Dio, eppure «obbedisce». A lui, al suo cuore, Dio confida «cose deboli»: infatti «una promessa è debole», così come è debole «un bambino», ma anche «una ragazza della quale lui ha avuto un sospetto». Debolezze che poi continuano anche negli eventi successivi: «pensiamo alla nascita del bambino, alla fuga in Egitto…».

«Tutte queste debolezze», ha spiegato il Pontefice, Giuseppe «le prende in mano, le prende nel cuore e le porta avanti come si portano avanti le debolezze, con tenerezza, con tanta tenerezza, con la tenerezza con la quale si prende in braccio un bambino». La liturgia, perciò, offre l’esempio dell’«uomo che non parla ma obbedisce, l’uomo della tenerezza, l’uomo capace di portare avanti le promesse perché divengano salde, sicure; l’uomo che garantisce la stabilità del regno di Dio, la paternità di Dio, la nostra filiazione come figlio di Dio». Ecco perché, ha rivelato il Papa, «Giuseppe mi piace pensarlo come il custode delle debolezze», anche «delle nostre debolezze». Infatti egli «è capace di far nascere tante cose belle dalle nostre debolezze, dai nostri peccati». Egli «è custode delle debolezze perché divengano salde nella fede».

Un compito fondamentale che Giuseppe «ha ricevuto in sogno», perché lui era «un uomo capace di sognare». Quindi egli non solo «è custode delle nostre debolezze, ma anche possiamo dire che è il custode del sogno di Dio: il sogno di nostro Padre, il sogno di Dio, della redenzione, di salvarci tutti, di questa ricreazione, è confidato a lui».

«Grande questo falegname!» ha esclamato il Pontefice, sottolineando ancora una volta come egli, «zitto, lavora, custodisce, porta avanti le debolezze, è capace di sognare». E a lui, ha detto Francesco, «io oggi vorrei chiedere: ci dia a tutti noi la capacità di sognare perché quando sogniamo le cose grandi, le cose belle, ci avviciniamo al sogno di Dio, le cose che Dio sogna su di noi». In conclusione, una particolare intercessione: «Che ai giovani dia — perché lui era giovane — la capacità di sognare, di rischiare e prendere i compiti difficili che hanno visto nei sogni». E a tutti i cristiani, infine, doni «la fedeltà che generalmente cresce in un atteggiamento giusto, cresce nel silenzio e cresce nella tenerezza che è capace di custodire le proprie debolezze e quelle degli altri».

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 16 marzo 2017

16 marzo 2017

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Come se niente fosse

Giovedì, 16 marzo 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.63, 17/03/2017)

I senzatetto, i nuovi poveri senza soldi per l’affitto, i disoccupati e i bambini che chiedono l’elemosina — guardati male perché appartengono a «quell’etnia che ruba» — sembrano ormai far parte del «panorama della città». Proprio «come una statua, la fermata del bus, l’ufficio della posta». E vengono trattati con la stessa indifferenza, come se non esistessero, come se la loro situazione fosse persino «normale» e non arrivi a toccare il cuore. Ma così si scivola «dal peccato alla corruzione» a cui non c’è rimedio, ha messo in guardia Papa Francesco nella messa celebrata a Santa Marta giovedì mattina, 16 marzo. Insomma, ha insistito il Pontefice, è come quando pensiamo di cavarcela con «un’Avemaria e un Padrenostro», continuando poi «a vivere come se niente fosse», vedendo in tv e sui giornali bambini uccisi da una bomba sganciata su un ospedale o una scuola.

«Nell’antifona d’inizio», ha fatto subito notare il Papa nella sua omelia citando il salmo 139 (23-24), «abbiamo pregato: “Scruta, Dio, il mio cuore; vedi se percorro la via di menzogna, e guidami sulla via della vita”». Perché, ha spiegato, «possiamo percorrere una vita di menzogna, di apparenze: appare una cosa e la realtà è un’altra». Proprio «per questo chiediamo al Signore che lui scruti la verità della nostra vita: e se io percorro una vita di menzogna, che mi porti sulla via della vita, della vera vita».

«Questa preghiera — ha spiegato Francesco — è in armonia con quello che il profeta Geremia ci dice nella prima lettura» (17, 5-10) presentando «queste due opzioni che sono pilastri di vita: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo; benedetto l’uomo che confida nel Signore”». Dunque, «maledetto e benedetto». Da una parte c’è «l’uomo che confida nell’uomo, pone nella carne il suo sostegno, cioè nelle cose che lui può gestire, nella vanità, nell’orgoglio, nelle ricchezze, in se stesso» e «si sente come se fosse un dio, allontana il suo cuore dal Signore». Proprio «questo allontanamento dal Signore “non vedrà venire il bene”» scrive il profeta Geremia. E l’uomo «sarà come un tamerisco nella steppa», cioè «senza frutto, non sarà fecondo: tutto finisce con lui, non lascerà vita, si chiude quella vita con la propria morte, perché la sua fiducia era in se stesso».

«Invece “benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia”» ha affermato il Pontefice, ripetendo sempre le parole di Geremia. Quell’uomo infatti «si fida del Signore, si aggrappa al Signore, si lascia condurre dal Signore». Colui che confida nel Signore sarà, scrive Geremia, «come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo». In una parola, «sarà fecondo». Mentre colui che confida in se stesso «sarà “come un tamerisco nella steppa”, sterile».

Ecco dunque, ha spiegato il Papa, che «questa opzione, tra questi due modi di vita che divengono poi pilastri di vita, viene dal cuore: la fecondità dell’uomo che confida nel Signore e la sterilità dell’uomo che confida in se stesso, nelle sue cose, nel suo mondo, nelle sue fantasie o anche nelle sue ricchezze, nel suo potere». Geremia non manca di metterci in guardia: «Stai attento, non fidarti del tuo cuore: “niente è più infido del cuore e difficilmente guarisce!”». Dunque, ha insistito Francesco, «il nostro cuore ci tradisce se noi non stiamo attenti, se non siamo in continua vigilanza, se siamo pigri, se viviamo con leggerezza, un po’ così, guardando soltanto le cose». E «questa strada è una strada pericolosa, è una strada scivolosa, quando mi fido soltanto del mio cuore: perché lui è infido, è pericoloso».

Proprio «questo — ha proseguito il Papa facendo riferimento al passo di Luca (16, 19-31) — è accaduto a questo signore ricco del Vangelo: quando una persona vive nel suo ambiente chiuso, respira quell’aria dei suoi beni, della sua soddisfazione, della vanità, di sentirsi sicuro e si fida soltanto di se stesso, perde l’orientamento, perde la bussola e non sa dove sono i limiti». Il suo problema è che «vive soltanto lì: non esce fuori di sé».

È la storia, appunto, dell’uomo ricco di cui parla Gesù ai farisei nel racconto di Luca: «Viveva bene, non gli mancava nulla, aveva tanti amici», perché «quando ci sono i soldi ci sono gli amici e quando non ci sono i soldi non ci sono le feste, gli amici volano via, se ne vanno». Dunque quell’uomo «era sempre con amici, alle feste», però alla sua «porta c’era quel povero». Ma «lui sapeva chi era quel povero — lo sapeva! — perché poi, quando parla con il padre Abramo, dice: “inviami Lazzaro!”». Perciò «sapeva anche come si chiamava ma non gli importava». E allora «era un uomo peccatore? Sì. Ma dal peccato si può andare indietro, si chiede perdono e il Signore perdona».

Quanto a quell’uomo ricco, invece, «il cuore lo ha portato su una strada di morte, a tal punto che non si può tornare indietro: c’è un punto, c’è un momento, c’è un limite dal quale difficilmente si torna indietro». Ed «è quando il peccato si trasforma in corruzione».

Perciò, ha spiegato il Papa, quell’uomo ricco «non era un peccatore, era un corrotto perché sapeva delle tante miserie, ma lui era felice lì e non gli importava niente». Ecco che tornano con forza le parole di Geremia: «Maledetto l’uomo che confida in se stesso, che confida nel suo cuore: “niente è più infido del cuore, e difficilmente guarisce” e quando tu sei in quella strada di malattia, difficilmente guarirai».

A questo punto Francesco ha voluto proporre un esame di coscienza: «Io oggi farò una domanda a tutti noi: cosa sentiamo nel cuore quando andiamo per strada e vediamo i senzatetto, vediamo i bambini da soli che chiedono l’elemosina?». Magari pensiamo che «sono di quella etnia che ruba». Ma «cosa sento io» quando vedo «i senzatetto, i poveri, quelli abbandonati, anche i senzatetto ben vestiti, perché non hanno soldi per pagare l’affitto, perché non hanno lavoro?». E tutto «questo — ha affermato il Papa — è parte del panorama, del paesaggio di una città, come una statua, la fermata del bus, l’ufficio della posta: e anche i senzatetto sono parte della città? È normale questo? State attenti, stiamo attenti! Quando queste cose nel nostro cuore risuonano come normali — “ma sì, la vita è così, io mangio, bevo, ma per togliermi un po’ di senso di colpa do un’offerta e vado avanti” — la strada non va bene».

Se facciamo questi pensieri vuol dire che «siamo, in quel momento, su quella strada scivolosa», che porta «dal peccato alla corruzione». Per questo, ha proseguito il Pontefice, è opportuno domandarci: «Cosa sento io quando al telegiornale, sui giornali, vedo che è caduta una bomba là, su un ospedale, e sono morti tanti bambini, su una scuola, povera gente?». Magari «dico un’Avemaria, un Padrenostro per loro e continuo a vivere come se niente fosse». Invece è bene chiederci se il dramma di tanta gente «entra nel mio cuore» oppure se sono proprio «come quel ricco» di cui parla il Vangelo, a cui «non entrò mai nel cuore Lazzaro», del quale «avevano più pietà i cani». E «se io fossi così come quel ricco, sarei in cammino dal peccato alla corruzione».

«Per questo — ha concluso Francesco riferendosi alle parole del salmo 139 proclamate nell’antifona d’ingresso — chiediamo al Signore: “Scruta, o Signore, il mio cuore; vedi se la mia strada è sbagliata, se io sono su quella strada scivolosa dal peccato alla corruzione, dalla quale non si può tornare indietro”». Perché, ha ribadito, «abitualmente il peccatore, se si pente, torna indietro; il corrotto difficilmente, perché è chiuso in se stesso». Perciò «oggi la preghiera» da fare è proprio: «Scruta, Signore, il mio cuore e fammi capire in quale strada sono, su quale strada sto andando».

Al termine della celebrazione, il Papa ha rivolto un particolare saluto ai cardinali Angelo Comastri e Crescenzio Sepe che hanno concelebrato con lui per i cinquant’anni della loro ordinazione sacerdotale.

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 14 marzo 2017

14 marzo 2017

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Presi per mano

Martedì, 14 marzo 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

La conversione che viene richiesta a ogni cristiano, in particolar modo nel periodo quaresimale, è un percorso impegnativo ma con «regole» molto «semplici» che occorre far proprie «non a parole», bensì nella concretezza della vita. Ed è, soprattutto, un cammino nel quale nessuno è solo: basta lasciarsi «prendere per mano» dal «Padre che ci vuole bene».

Dopo la pausa della settimana di esercizi spirituali ad Ariccia insieme alla Curia romana, Papa Francesco ha ripreso le consuete celebrazioni eucaristiche mattutine nella cappella di Santa Marta e, nell’omelia di martedì 14 marzo, si è soffermato sul tema della conversione. Punto di partenza della meditazione è stato l’invito che il profeta Isaia (1, 10.16-20) fa nel passo proposto dalla liturgia della parola: «Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male: imparate a fare il bene. Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova».

Due espressioni, ha sottolineato il Pontefice, «attirano l’attenzione» in questo brano: «allontanatevi dal male e imparate a fare il bene». Di fatto, ha detto, è proprio questo «il cammino della conversione: è semplice».

Questa indicazione prende le mosse da ciò che ogni persona vive sulla propria pelle: «Ognuno di noi — ha infatti spiegato Francesco — ogni giorno fa qualcosa di brutto: la Bibbia dice che il più santo pecca sette volte al giorno… Ma il problema sta nel fatto di non abituarsi a vivere nelle cose brutte». Così, ha proseguito, «se io faccio una cosa brutta me ne accorgo e ho voglia di allontanarmi». Dice in proposito Isaia: «Allontanatevi dal male», da «quello che avvelena l’anima, che rimpicciolisce l’anima, che ti fa malato». Quindi ecco il primo atteggiamento richiesto: «allontanarsi dal male».

Ma non basta. Perché poi si legge: «Imparate a fare il bene». E, ha riconosciuto il Papa, «non è facile fare il bene: dobbiamo impararlo, sempre». Fortunatamente c’è il Signore che «insegna». Perciò gli uomini devono fare «come i bambini» e «imparare». Ciò significa che «nella strada della vita, della vita cristiana si impara tutti i giorni. Si deve imparare tutti i giorni a fare qualcosa, a essere migliori del giorno prima». Questa è quindi «la regola della conversione: allontanarsi dal male e imparare a fare il bene». Ha spiegato il Pontefice: «Convertirsi non è andare da una fata che con la bacchetta magica ci converta: no! È un cammino. È un cammino di allontanarsi e di imparare». È un cammino che richiede «coraggio, per allontanarsi» dal male, e «umiltà per imparare» a fare il bene. E che, soprattutto, ha bisogno di «cose concrete».

Non a caso, ha fatto notare il Papa, il Signore, tramite il profeta, indica alcuni esempi concreti: «Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova». Ma se ne potrebbero elencare tante altre. Importante è comprendere che «si impara a fare il bene con cose concrete, non con parole». E infatti Gesù, come si legge nel vangelo del giorno (Matteo, 23, 1-12), «rimprovera questa classe dirigente del popolo di Israele, perché “dicono e non fanno”, non conoscono la concretezza. E se non c’è concretezza, non ci può essere la conversione».

A questo punto, dopo avere individuato cosa fare nel cammino della conversione, il Papa è passato a riflettere sul “come” agire. E, sempre seguendo la lettura del brano di Isaia, si è innanzitutto soffermato su una «bella parola» detta dal Signore: «Su, venite, discutiamo». Il Signore, cioè, «prima, ci invita, dopo, ci aiuta». E usa la parola “su”, ovvero «la stessa parola che ha detto ai paralitici: “Su, alzati. Prendi la tua barella e vattene”. Su. La stessa parola che ha detto alla figlia di Giairo, la stessa parola che ha detto al figlio della vedova alla porta di Naim: su».

Dio sempre invita ad alzarsi, ma sempre «ci dà la mano per andare su». E lo fa, ha detto il Pontefice, con la caratteristica dell’umiltà. Nel passo di Isaia si legge: «Venite e discutiamo». Cioè: Dio «si abbassa, come uno di noi, il nostro Dio è umile». Ecco quindi la logica che porta alla conversione: «prima l’invito, poi l’aiuto, il camminare insieme per aiutarci, per spiegarci le cose, per prenderci per mano e portarci per mano». E «il risultato di questo», ha sottolineato Francesco, «è una cosa meravigliosa: “Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve”». Il Signore, cioè, «è capace di fare questo miracolo», quello «di cambiarci. Non da un giorno all’altro: no, no, no! Con la strada. Nella strada».

Questa quindi, ha suggerito il Papa, «è la strada della conversione quaresimale. Semplice. È un Padre che parla, è un Padre che ci vuole bene, ci vuole bene bene. E ci accompagna». L’unica cosa che ci viene richiesta è «di essere umili». Gesù infatti dice: «Chi si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato». Perciò, ha concluso il Pontefice: «Se tu lasci che il Signore ti prenda per mano e ti porti avanti, su, e ti alzi e vai con lui, con questo gesto di umiltà sarai esaltato, sarai perdonato, sarai reso bianco». Così, ha detto, «cresceremo come buoni cristiani».