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Papa Francesco a Fatima Omelia Messa con la canonizzazione di Giacinta e Francesco

14 maggio 2017

 

 

 

 

 

SANTA MESSA CON IL RITO DELLA CANONIZZAZIONE
DEI BEATI FRANCISCO MARTO E JACINTA MARTO

OMELIA DEL SANTO PADRE

Solennità della Beata Vergine Maria di Fátima
Sagrato del Santuario Sabato, 13 maggio 2017

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«Apparve nel cielo […] una donna vestita di sole»: attesta il veggente di Patmos nell’Apocalisse (12,1), osservando anche che ella era in procinto di dare alla luce un figlio. Poi, nel Vangelo, abbiamo sentito Gesù dire al discepolo: «Ecco tua madre» (Gv 19,26-27). Abbiamo una Madre! Una “Signora tanto bella”, commentavano tra di loro i veggenti di Fatima sulla strada di casa, in quel benedetto giorno 13 maggio di cento anni fa. E, alla sera, Giacinta non riuscì a trattenersi e svelò il segreto alla mamma: “Oggi ho visto la Madonna”. Essi avevano visto la Madre del cielo. Nella scia che seguivano i loro occhi, si sono protesi gli occhi di molti, ma… questi non l’hanno vista. La Vergine Madre non è venuta qui perché noi la vedessimo: per questo avremo tutta l’eternità, beninteso se andremo in Cielo.

Ma Ella, presagendo e avvertendoci sul rischio dell’inferno a cui conduce una vita – spesso proposta e imposta – senza Dio e che profana Dio nelle sue creature, è venuta a ricordarci la Luce di Dio che dimora in noi e ci copre, perché, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura, il «figlio fu rapito verso Dio» (Ap 12,5). E, secondo le parole di Lucia, i tre privilegiati si trovavano dentro la Luce di Dio che irradiava dalla Madonna. Ella li avvolgeva nel manto di Luce che Dio Le aveva dato. Secondo il credere e il sentire di molti pellegrini, se non proprio di tutti, Fatima è soprattutto questo manto di Luce che ci copre, qui come in qualsiasi altro luogo della Terra quando ci rifugiamo sotto la protezione della Vergine Madre per chiederLe, come insegna la Salve Regina, “mostraci Gesù”.

Carissimi pellegrini, abbiamo una Madre, abbiamo una Madre! Aggrappati a Lei come dei figli, viviamo della speranza che poggia su Gesù, perché, come abbiamo ascoltato nella seconda Lettura, «quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo» (Rm 5,17). Quando Gesù è salito al cielo, ha portato accanto al Padre celeste l’umanità – la nostra umanità – che aveva assunto nel grembo della Vergine Madre, e mai più la lascerà. Come un’ancora, fissiamo la nostra speranza in quella umanità collocata nel Cielo alla destra del Padre (cfr Ef 2,6). Questa speranza sia la leva della vita di tutti noi! Una speranza che ci sostiene sempre, fino all’ultimo respiro.

Forti di questa speranza, ci siamo radunati qui per ringraziare delle innumerevoli benedizioni che il Cielo ha concesso lungo questi cento anni, passati sotto quel manto di Luce che la Madonna, a partire da questo Portogallo ricco di speranza, ha esteso sopra i quattro angoli della Terra. Come esempi, abbiamo davanti agli occhi San Francesco Marto e Santa Giacinta, che la Vergine Maria ha introdotto nel mare immenso della Luce di Dio portandoli ad adorarLo. Da ciò veniva loro la forza per superare le contrarietà e le sofferenze. La presenza divina divenne costante nella loro vita, come chiaramente si manifesta nell’insistente preghiera per i peccatori e nel desiderio permanente di restare presso “Gesù Nascosto” nel Tabernacolo.

Nelle sue Memorie (III, n. 6), Suor Lucia dà la parola a Giacinta appena beneficiata da una visione: «Non vedi tante strade, tanti sentieri e campi pieni di persone che piangono per la fame e non hanno niente da mangiare? E il Santo Padre in una chiesa, davanti al Cuore Immacolato di Maria, in preghiera? E tanta gente in preghiera con lui?». Grazie, fratelli e sorelle, di avermi accompagnato! Non potevo non venire qui per venerare la Vergine Madre e affidarLe i suoi figli e figlie. Sotto il suo manto non si perdono; dalle sue braccia verrà la speranza e la pace di cui hanno bisogno e che io supplico per tutti i miei fratelli nel Battesimo e in umanità, in particolare per i malati e i persone con disabilità, i detenuti e i disoccupati, i poveri e gli abbandonati. Carissimi fratelli, preghiamo Dio con la speranza che ci ascoltino gli uomini; e rivolgiamoci agli uomini con la certezza che ci soccorre Dio.

Egli infatti ci ha creati come una speranza per gli altri, una speranza reale e realizzabile secondo lo stato di vita di ciascuno. Nel “chiedere” ed “esigere” da ciascuno di noi l’adempimento dei doveri del proprio stato (Lettera di Suor Lucia, 28 febbraio 1943), il cielo mette in moto qui una vera e propria mobilitazione generale contro questa indifferenza che ci raggela il cuore e aggrava la nostra miopia. Non vogliamo essere una speranza abortita! La vita può sopravvivere solo grazie alla generosità di un’altra vita. «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24): lo ha detto e lo ha fatto il Signore, che sempre ci precede. Quando passiamo attraverso una croce, Egli vi è già passato prima. Così non saliamo alla croce per trovare Gesù; ma è stato Lui che si è umiliato ed è sceso fino alla croce per trovare noi e, in noi, vincere le tenebre del male e riportarci verso la Luce.

Sotto la protezione di Maria, siamo nel mondo sentinelle del mattino che sanno contemplare il vero volto di Gesù Salvatore, quello che brilla a Pasqua, e riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è missionaria, accogliente, libera, fedele, povera di mezzi e ricca di amore.

Omelia di Papa Francesco dell’11 maggio 2017 – Quando il popolo di Dio si ferma, diventa prigioniero

11 maggio 2017

 

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

In cammino

Giovedì, 11 maggio 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Un «popolo in cammino» che, «fra grazia e peccato», va avanti nella storia verso «la pienezza dei tempi». E in questo popolo c’è ogni singolo cristiano che percorre il suo personale itinerario verso il giorno in cui si troverà «faccia a faccia» con quel Dio che nel frattempo «mai ci lascia soli». È un quadro che abbraccia l’intera storia della salvezza, quello tracciato da Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta giovedì 11 maggio.Una meditazione suggerita dal brano degli Atti degli apostoli (13, 13-25) nel quale si legge di una predica di san Paolo ad Antiochia in Pisìdia. In questo passo, ha fatto notare il Pontefice, «attira l’attenzione» il fatto che «Paolo, per parlare di Gesù, parte da lontano: incomincia da quando il popolo uscì dall’Egitto». Stessa cosa, ha aggiunto il Papa, fece Stefano che «prima di essere lapidato, annuncia Gesù Cristo ma incomincia da Abramo, più lontano». E così fa Gesù con i discepoli di Emmaus, quando «incominciando da Mosè, spiegava i profeti».

Un particolare che ha sollecitato la curiosità del Pontefice: «Perché non andavano subito al centro della predica, che è Gesù Cristo, come per esempio ha fatto Marco, all’inizio del Vangelo?». Invece, ha detto, «la predica di quasi tutti incomincia dall’inizio, dalla storia». Ciò è dovuto al fatto che «Dio si è fatto conoscere nella storia: la salvezza di Dio, quella meraviglia della sua misericordia che abbiamo menzionato nella preghiera, oggi, all’inizio, ha una grande storia, una lunga storia; una storia di grazia e di peccato».

Francesco ha quindi approfondito proprio questo aspetto suggerendo, ad esempio, di leggere le genealogie di Gesù scritte da Matteo e Luca, dove si incontrano «tanti uomini e donne buoni, tanti santi e tanti peccatori». In questa sequenza «andava avanti la promessa di Dio e quando fu la pienezza dei tempi, inviò il suo Figlio». Ecco la prima considerazione: «La salvezza di Dio è in cammino verso la pienezza dei tempi», un cammino dove ci sono «santi e peccatori». Il Signore, ha spiegato il Papa, «guida il suo popolo, con momenti buoni e momenti brutti, con libertà e schiavitù; ma guida il popolo verso la pienezza», quando cioè «è apparso Gesù».

Ha quindi continuato il Pontefice: «La cosa non è finita lì: Gesù se n’è andato, ma non ci ha lasciati soli: ci ha lasciato lo Spirito». Quello Spirito che «ci fa capire il messaggio di Gesù». Comincia, così, «un secondo cammino, quello del popolo di Dio dopo Gesù», in attesa di «un’altra pienezza dei tempi, quando Gesù verrà per la seconda volta». È il cammino della Chiesa che «va avanti», con «tanti santi e tanti peccatori; fra grazia e peccato», con l’atteggiamento che si ritrova nell’Apocalisse: «Vieni, o Signore Gesù; vieni. Ti aspettiamo».

Questo secondo cammino, ha spiegato il Papa, serve «per capire, per approfondire la persona di Gesù, per approfondire la fede», grazie allo «Spirito Santo che Gesù ci ha lasciato». E serve, ha aggiunto, anche, a «capire la morale, i comandamenti». Infatti, ha fatto notare, «una cosa che un tempo sembrava normale, che non era peccato», oggi è considerata «peccato mortale»: in realtà «era peccato, ma il momento storico non permetteva che lo percepisse come tale».

Per meglio comprendere questo concetto, Francesco ha fatto alcuni esempi, cominciando dalla schiavitù: «Quando andavamo a scuola — ha ricordato — ci raccontavano cosa facevano agli schiavi, li portavano da un posto, li vendevano in un altro, in America latina si vendevano, si compravano». Oggi viene considerato «peccato mortale», prima no; «anzi, alcuni dicevano che si poteva fare questo, perché questa gente non aveva anima!». Evidentemente «si doveva andare avanti per capire meglio la fede, per capire meglio la morale». E non è che oggi non ci siano schiavi: «ce ne sono di più, ma almeno sappiamo che è peccato mortale».

Stesso processo è avvenuto riguardo alla «pena di morte che era normale, un tempo. E oggi diciamo che è inammissibile». O ancora pensiamo alle «guerre di religione»: oggi, ha detto il Pontefice, «sappiamo che questo è non solo peccato mortale, è un sacrilegio, proprio, un’idolatria».

Questo cammino è costellato anche da tanti santi che aiutano a «chiarire» la fede e la morale. I santi «che tutti conosciamo e i santi nascosti: la Chiesa è piena di santi nascosti!». Proprio questa santità, ha specificato il Papa, «è quella che ci porta avanti, verso la seconda pienezza dei tempi, quando il Signore verrà, alla fine, per essere tutto in tutti».

È questo il modo in cui, ha spiegato, il Signore «ha voluto farsi conoscere dal suo popolo: in cammino». E lo stesso «popolo di Dio è in cammino, sempre». Di più: «quando il popolo di Dio si ferma, diventa prigioniero, come un asinello in una stalla», sta lì e «non capisce, non va avanti, non approfondisce la fede, l’amore, non purifica l’anima».

Proseguendo nella meditazione, il Pontefice ha infine evidenziato «un’altra pienezza dei tempi, la terza», cioè, «la nostra». Ossia: «ognuno di noi è in cammino verso la pienezza del proprio tempo. Ognuno di noi arriverà al momento del tempo pieno e la vita finirà e dovrà trovare il Signore. E questo è il momento nostro, personale». Gli apostoli e i primi predicatori, ha spiegato, «avevano bisogno di far capire che Dio ha amato, ha scelto, ha amato il suo popolo in cammino, sempre. Gesù ha inviato lo Spirito Santo perché noi possiamo andare in cammino». E ancora oggi «è lo Spirito che ci spinge a camminare». Questa, ha detto il Papa, «è la grande opera di misericordia di Dio. E ognuno di noi è in cammino verso la pienezza dei tempi personale».

A conclusione, Francesco, ha invitato tutti a porsi delle domande: «Io credo che la promessa di Dio era in cammino? Io credo che il popolo di Dio, la Chiesa, è in cammino? Io credo che io sono in cammino?». E ha aggiunto: «Quando io vado a confessarmi dico, sì, tre o quattro cose che ho sbagliato», oppure «penso che quel passo che io faccio è un passo nel cammino verso la pienezza dei tempi?». Tanti santi nell’Antico testamento (come Davide) e anche dopo la venuta dello Spirito Santo (come Saulo) «hanno chiesto perdono», ma occorre comprendere che «chiedere perdono a Dio non è una cosa automatica». È, invece, «capire che sono in cammino, in un popolo in cammino e che un giorno — forse oggi, domani o fra trent’anni — mi troverò faccia a faccia con quel Signore che mai ci lascia soli, ma ci accompagna nel cammino». Occorre comprendere, dunque, che questo cammino «è la grande opera di misericordia di Dio».

Omelia di Papa Francesco del 4.5.2017–La Chiesa deve essere in cammino, in ascolto e nella gioia

4 maggio 2017

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Mai seduti

Giovedì, 4 maggio 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

 

Una Chiesa che «non resta seduta», che «sa ascoltare» l’«inquietudine della gente» e che come una «madre» genera i suoi figli «senza proselitismo» testimoniando «la gioia di essere cristiani». È la missione ecclesiale delineata da Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta la mattina di giovedì 4 maggio. Una missione che riguarda non solo la Chiesa di oggi ma la Chiesa di ogni tempo, come si evince dalla lettura dei primi capitoli degli Atti degli apostoli proposta dalla liturgia in questo periodo immediatamente successivo alla Pasqua.

Apostoli che — ha sottolineato il Pontefice — per prima cosa hanno ricevuto da Gesù una promessa: «Io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo». Conferma si trova nel Vangelo di Marco, dove si legge «che quando gli apostoli predicavano il Signore agiva con loro e confermava la parola con i segni miracolosi». Quindi, ha detto Francesco: «il Signore, testimone di obbedienza, è presente nella predicazione; dall’inizio, accompagna i discepoli, mai li lascia soli, neppure nei momenti più brutti. Mai».

Su questa base ha inizio la storia della Chiesa che, ha spiegato il Papa, si trova ben riassunta nei «primi otto capitoli del libro degli Atti degli apostoli». Qui, infatti, «c’è la predicazione, il battesimo, le conversioni, i miracoli, le persecuzioni, la gioia e anche quel brutto peccato di quelli che si accostano alla Chiesa per fare i propri affari, quei benefattori della Chiesa che poi alla fine truffano la Chiesa». Ad esempio, in questi primi capitoli, si ritrovano le vicende di Anania e Saffira.

Nella liturgia del giorno è presentato un passo (Atti degli apostoli 8, 26-40) nel quale si parla della «conversione di un “ministro dell’economia”», un funzionario eunuco della regina di Etiopia. dal quale «lo Spirito dice a Filippo di andare». Papa Francesco, invitando i presenti a leggere personalmente l’intera lettura — «tre minuti: leggetelo tranquilli, vi farà bene» — si è soffermato su «tre parole» chiave.

Innanzitutto ha notato come «lo Spirito, l’angelo, a Filippo disse: “Alzati e va’”». Si tratta, ha spiegato, del «segno dell’evangelizzazione, è un segno della Chiesa». E ancora: «la vocazione della Chiesa è evangelizzare; è la grande sua consolazione: evangelizzare». Ma come? «Alzati e va’». Ha spiegato il Pontefice: «Non dice: “Rimani seduta, tranquilla, a casa tua”. No! La Chiesa sempre per essere fedele al Signore deve essere in piedi e in cammino: “Alzati e va”». Infatti, «una Chiesa che non si alza, che non è in cammino, si ammala e finisce chiusa con tanti traumi psicologici e spirituali, chiusa nel piccolo mondo delle chiacchiere, delle cose… chiusa, senza orizzonti». L’invito invece è chiaro: «Alzati e va’, in piedi e in cammino».

Continuando nel racconto emerge la seconda parola. Lo Spirito infatti invita Filippo ad accostarsi al carro del funzionario «che era un proselito giudeo. Dall’Etiopia era venuto a Gerusalemme ad adorare Dio». Dal testo emerge «che il suo cuore era inquieto perché leggeva le Scritture mentre andava sul carro». E — ha notato il Papa — lo Spirito non dice a Filippo: «predica a lui», ma: «accostati, ascolta».

Ecco l’altra parola chiave, il «secondo passo»: quello della «Chiesa che sa ascoltare, la Chiesa che sa che in ogni cuore c’è un’inquietudine: tutti gli uomini, tutte le donne hanno un’inquietudine nel cuore, buona o brutta, ma c’è l’inquietudine. Ascolta quell’inquietudine». Bisogna ascoltare, ha aggiunto, «cosa sente la gente, cosa sente il cuore di questa gente, cosa pensa». Anche se pensa «cose sbagliate», perché occorre «capire bene dove è l’inquietudine». Infatti «tutti abbiamo l’inquietudine dentro» e la Chiesa deve «trovare l’inquietudine della gente».

Una dinamica ben raccontata nel passo in cui si legge che il funzionario, avvicinato da Filippo, «ha avuto l’ispirazione di fare una domanda: “Ma dimmi, questo, di che persona parla?”— “Il profeta”. E lo ha fatto salire sul carro». Filippo «incominciò a predicare, a spiegare con mitezza. E quella inquietudine trovava una spiegazione che riempiva la speranza di quel cuore». Tutto ciò, ha spiegato il Pontefice, «è stato possibile perché Filippo si è accostato lì e ha ascoltato».E ha ribadito: «Ascoltare, conoscere l’inquietudine della nostra gente».

Vi è, infine, una terza parola, ed è «gioia». Il Papa, ripercorrendo il brano, ha evidenziato l’evoluzione della scena: «Quel ministro ascoltava e la fede, lo Spirito, lavorava dentro; il Signore lavorava lì. Ascoltava e ha capito che quella profezia era di Gesù e la fede in Gesù è cresciuta in lui al punto che», arrivati vicino all’acqua, «è stato lui a chiedere il battesimo, perché lo Spirito aveva lavorato nel cuore». Quindi «lasciamo lavorare lo Spirito nel cuore della gente», ha invitato il Pontefice.

Da qui l’importante finale: dopo aver battezzato il funzionario, Filippo venne condotto dallo Spirito «da un’altra parte, ad Azoto», e l’eunuco «pieno di gioia, proseguiva la sua strada». Ecco dunque la terza parola: «La gioia del cristiano».

Nel terminare la sua riflessione, Papa Francesco ne ha riassunto i passaggi principali: innanzitutto «la Chiesa in piedi, che esce: “Alzati e va!”»; quindi «la Chiesa sorella, madre, che ascolta per trovare l’inquietudine e con la grazia dello Spirito Santo, con il Signore che è lì che conferma la parola con i segni, trova la parola da dire»; e poi «la Chiesa madre che dà alla luce tanti figli» con un «metodo che non è proselitista», ma «è il metodo della testimonianza all’obbedienza». Una Chiesa «che oggi ci dice: “Gioisci!”».

E la «gioia di essere cristiani», ha concluso il Pontefice, si vive «anche nei brutti momenti». Infatti «dopo la lapidazione di Stefano scoppiò una grande persecuzione e i cristiani si sparsero dappertutto, come il seme che porta il vento. E sono stati loro a predicare la parola di Gesù».

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 24 aprile 2017

24 aprile 2017

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

La fede è concreta

Lunedì, 24 aprile 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Cosa significa vivere davvero la Pasqua, lo «spirito pasquale»? Domanda necessaria, perché per il cristiano c’è il rischio della «idealizzazione» e di dimenticare che «la nostra fede è concreta». Nella prima messa celebrata a Santa Marta dopo le festività pasquali, nella mattina di lunedì 24 aprile, Papa Francesco ha tracciato il percorso da seguire: «andare sulle strade dello Spirito, senza compromessi», testimoniando con coraggio e franchezza la verità.

Per comprendere questo programma di vita occorre un «passaggio di mentalità», liberarsi dai lacci del «razionalismo» e aderire alla «libertà» dello Spirito. Ed è ciò che Gesù spiegava a Nicodemo nel celebre episodio evangelico della visita notturna (Giovanni, 3, 1-8) preso in esame dal Pontefice commentando la liturgia odierna.

«Questo fariseo — ha detto il Papa — era un uomo buono. Era inquieto, non capiva. Il suo cuore era nella notte». Si trattava però di «una notte diversa da quella di Giuda, perché questa è una notte che lo portava ad avvicinarsi a Gesù, l’altro ad allontanarsi». Andato da Gesù per «chiedere spiegazioni», riceve una risposta che «non capisce». Sembra quasi che «Gesù volesse complicare le cose o metterlo in imbarazzo». Risponde infatti: «in verità io ti dico: se uno non nasce dall’alto, non può vedere il Regno di Dio». Nicodemo domanda: «Ma come si può nascere un’altra volta?». Sembra, ha fatto notare Francesco, «un po’ ironico, ma non è così». È invece l’espressione di un grande tormento interiore. Gesù allora spiega che si tratta di «un passaggio da una mentalità a un’altra» e «con tanta pazienza, con tanto amore, a quest’uomo di buona volontà, lo aiuta in questo passaggio».

Anche il Pontefice si è soffermato sulla risposta di Gesù: «Ma cosa significa “nascere dallo Spirito”? Cosa significa “dovete nascere dall’alto: il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va. Così è chiunque è nato dallo Spirito”». E ha sottolineato come in questo messaggio si percepisca «un’aria di libertà».

Resta, comunque, un discorso, non facile e, «per capirlo meglio — ha suggerito il Papa — ci illumina la prima lettura». Nel brano proposto dalla liturgia (Atti degli apostoli, 4, 23-31) s’incontra infatti «il finale di una storia che la liturgia ha proposto durante tutta la settimana della Pasqua. La storia della guarigione, da parte di Pietro e Giovanni, di quello storpio che era portato tutti i giorni presso la porta del Tempio, detta “la bella”, per chiedere l’elemosina». La lettura di questo episodio getta luce sul discorso a Nicodemo. Lo ha spiegato il Papa facendo notare che «tutta la gente che era lì al portico di Salomone», aveva «visto» e si era stupita. Si tratta proprio di «quel sentimento — più di un sentimento: quello stato d’animo che fa in noi la presenza del Signore. Lo stupore. L’incontro con il Signore porta allo stupore».

Di fronte a ciò i capi, i sommi sacerdoti, i dottori della legge, si erano «scandalizzati» e, consapevoli che il miracolo fosse pubblico, si chiedevano: «Cosa facciamo?». Lo stesso, ha ricordato il Pontefice, accadde quando Gesù guarì il cieco dalla nascita. Quindi i presenti si chiedevano: «Come facciamo per coprire questo? Perché la gente ha visto, la gente crede, abbiamo l’evidenza… Come nascondere questo?». Del resto, vedevano quello storpio che secondo la narrazione «ballava di gioia per far capire loro che Gesù l’aveva guarito». I dottori della legge si misero d’accordo di chiamare i due apostoli e «di dire loro di non parlare più, di non predicare più», ma quando fecero «loro la proposta», Pietro — proprio lui che «aveva rinnegato Gesù tre volte» rispose: «No! Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato. E… continueremo così».

Ecco il dettaglio che chiarisce tutto. Le «due parole» che sono poi le stesse con le quali Giovanni inizia la prima lettera: «quello che abbiamo visto e ascoltato». Si tratta, ha fatto notare il Papa, della «concretezza. La concretezza di un fatto. La concretezza della fede. La concretezza dell’incarnazione del Verbo».

Di fronte a ciò, ha continuato a spiegare il Pontefice, «i capi vogliono entrare nei negoziati per arrivare a compromessi». Ma gli apostoli «non vogliono compromessi; hanno coraggio. Hanno la franchezza, la franchezza dello Spirito». Una «franchezza che significa parlare apertamente, con coraggio». È, quindi «questo il punto: la concretezza della fede». Una conclusione che coinvolge ogni cristiano. Ha infatti ricordato Francesco: «Alle volte noi dimentichiamo che la nostra fede è concreta: il Verbo si è fatto carne, non si è fatto idea: si è fatto carne». Non a caso «quando recitiamo il Credo, diciamo tutte cose concrete: “Credo in Dio Padre, che ha fatto il cielo e la terra, credo in Gesù Cristo che è nato, che è morto…”, sono tutte cose concrete. Il Credo nostro non dice: “Io credo che devo fare questo, che devo fare questo, che devo fare questo o che le cose sono per queste…”: no! Sono cose concrete». E la «concretezza della fede» porta «alla franchezza, alla testimonianza fino al martirio, che è contro i compromessi o l’idealizzazione della fede». Si potrebbe dire che per quei dottori della legge «il Verbo non si è fatto carne: si è fatto legge». Per loro era importante solo stabilire: «si deve fare questo fino a qui e non di più; si deve fare questo… E così erano ingabbiati in questa mentalità razionalistica». Una mentalità, però, ha avvisato il Papa, «che non è finita con loro». Infatti nella storia tante volte quella Chiesa «che ha condannato il razionalismo, l’illuminismo», è anch’essa «caduta in una teologia del “si può e non si può”, “fino a qui, fino a là”, e ha dimenticato la forza, la libertà dello Spirito, questo rinascere dallo Spirito che ti dà la libertà, la franchezza della predica, l’annuncio che Gesù Cristo è il Signore».

Secondo questa chiave di lettura, ha chiarito il Pontefice, si capisce anche «la storia delle persecuzioni». E infatti nella prima lettura si legge: «Si sollevarono i re della terra, i principi si allearono insieme contro il Signore e contro il suo Cristo. Davvero in questa città Erode e Ponzio Pilato, con le nazioni e il popolo di Israele si sono alleati contro il Tuo Unto, il Signore».

Ecco allora l’insegnamento ancora attuale: «Chiediamo al Signore questa esperienza dello Spirito che va e viene e ci porta avanti, dello Spirito che ci dà l’unzione della fede, l’unzione delle concretezze della fede». Risuonano di nuovo le parole dette a Nicodemo: «Non meravigliarti se ti ho detto: “Dovete nascere dall’alto”. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va. Così è chiunque è nato dallo Spirito”». Chi è nato dallo Spirito «sente la voce, segue il vento, segue la voce dello Spirito senza conoscere dove finirà. Perché ha fatto un’opzione per la concretezza della fede e la rinascita nello Spirito».

Per questo Papa Francesco ha concluso con una preghiera: «Il Signore ci dia a tutti noi questo Spirito pasquale, di andare sulle strade dello Spirito senza compromessi, senza rigidità, con la libertà di annunciare Gesù Cristo come Lui è venuto: in carne».

PAPA FRANCESCO BELLISSIMA OMELIA A BRACCIO MESSA PASQUA 2017

16 aprile 2017

 

 

 

 

 

 

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Pietro
Domenica di Pasqua, 16 aprile 2017

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Oggi la Chiesa ripete, canta, grida: “Gesù è risorto!”. Ma come mai? Pietro, Giovanni, le donne sono andate al Sepolcro ed era vuoto, Lui non c’era. Sono andati col cuore chiuso dalla tristezza, la tristezza di una sconfitta: il Maestro, il loro  Maestro, quello che amavano tanto è stato giustiziato, è morto. E dalla morte non si torna. Questa è la sconfitta, questa è la strada della sconfitta, la strada verso il sepolcro. Ma l’Angelo dice loro: “Non è qui, è risorto”. E’ il primo annuncio: “E’ risorto”. E poi la confusione, il cuore chiuso, le apparizioni. Ma i discepoli restano chiusi tutta la giornata nel Cenacolo, perché avevano paura che accadesse a loro lo stesso che accadde a Gesù. E la Chiesa non cessa di dire alle nostre sconfitte, ai nostri cuori chiusi e timorosi: “Fermati, il Signore è risorto”. Ma se il Signore è risorto, come mai succedono queste cose? Come mai succedono tante disgrazie, malattie, traffico di persone, tratte di persone, guerre, distruzioni, mutilazioni, vendette, odio? Ma dov’è il Signore? Ieri ho telefonato a un ragazzo con una malattia grave, un ragazzo colto, un ingegnere e parlando, per dare un segno di fede, gli ho detto: “Non ci sono spiegazioni per quello che succede a te. Guarda Gesù in Croce, Dio ha fatto questo col suo Figlio, e non c’è un’altra spiegazione”. E lui mi ha risposto: “Sì, ma ha domandato al Figlio e il Figlio ha detto di sì. A me non è stato chiesto se volevo questo”. Questo ci commuove, a nessuno di noi viene chiesto: “Ma sei contento con quello che accade nel mondo? Sei disposto a portare avanti questa croce?”. E la croce va avanti, e la fede in Gesù viene giù. Oggi la Chiesa continua  a dire: “Fermati, Gesù è risorto”. E questa non è una fantasia, la Risurrezione di Cristo non è una festa con tanti fiori. Questo è bello, ma non è questo è di più; è il mistero della pietra scartata che finisce per essere il fondamento della nostra esistenza. Cristo è risorto, questo significa. In questa cultura dello scarto dove quello che non serve prende la strada dell’usa e getta, dove quello che non serve viene scartato, quella pietra – Gesù – è scartata ed è fonte di vita. E anche noi, sassolini per terra, in questa terra di dolore, di tragedie, con la fede nel Cristo Risorto abbiamo un senso, in mezzo a tante calamità. Il senso di guardare oltre, il senso di dire: “Guarda non c’è un muro; c’è un orizzonte, c’è la vita, c’è la gioia, c’è la croce con questa ambivalenza. Guarda avanti, non chiuderti. Tu sassolino, hai un senso nella vita perché sei un sassolino presso quel sasso, quella pietra che la malvagità del peccato ha scartato”. Cosa ci dice la Chiesa oggi davanti a tante tragedie? Questo, semplicemente. La pietra scartata non risulta veramente scartata. I sassolini che credono e si attaccano a quella pietra non sono scartati, hanno un senso e con questo sentimento la Chiesa ripete dal profondo del cuore: “Cristo è risorto”. Pensiamo un po’, ognuno di noi pensi, ai problemi quotidiani, alle malattie che abbiamo vissuto o che qualcuno dei nostri parenti ha; pensiamo alle guerre, alle tragedie umane e, semplicemente, con voce umile, senza fiori, soli, davanti a Dio, davanti a noi diciamo “Non so come va questo, ma sono sicuro che Cristo è risorto e io ho scommesso su questo”. Fratelli e sorelle, questo è quello che ho voluto dirvi. Tornate a casa oggi, ripetendo nel vostro cuore: “Cristo è risorto”.

Papa Francesco omelia s Messa delle Palme 2017

9 aprile 2017

 

 

 

 

 

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Pietro
XXXII Giornata Mondiale della GioventùDomenica, 9 aprile 2017

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Questa celebrazione ha come un doppio sapore, dolce e amaro, è gioiosa e dolorosa, perché in essa celebriamo il Signore che entra in Gerusalemme ed è acclamato dai suoi discepoli come re; e nello stesso tempo viene proclamato solennemente il racconto evangelico della sua Passione. Per questo il nostro cuore sente lo struggente contrasto, e prova in qualche minima misura ciò che dovette sentire Gesù nel suo cuore in quel giorno, giorno in cui gioì con i suoi amici e pianse su Gerusalemme.

Da 32 anni la dimensione gioiosa di questa domenica è stata arricchita dalla festa dei giovani: la Giornata Mondiale della Gioventù, che quest’anno viene celebrata a livello diocesano, ma che in questa Piazza vivrà tra poco un momento sempre emozionante, di orizzonti aperti, con il passaggio della Croce dai giovani di Cracovia a quelli di Panamá.

Il Vangelo proclamato prima della processione (cfr Mt 21,1-11) descrive Gesù che scende dal monte degli Ulivi in groppa a un puledro di asino, sul quale nessuno era mai salito; dà risalto all’entusiasmo dei discepoli, che accompagnano il Maestro con acclamazioni festose; ed è verosimile immaginare come questo contagiò i ragazzi e i giovani della città, che si unirono al corteo con le loro grida. Gesù stesso riconosce in tale accoglienza gioiosa una forza inarrestabile voluta da Dio, e ai farisei scandalizzati risponde: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre» (Lc 19,40).

Ma questo Gesù, che secondo le Scritture entra proprio in quel modo nella Città santa, non è un illuso che sparge illusioni, non è un profeta “new age”, un venditore di fumo, tutt’altro: è un Messia ben determinato, con la fisionomia concreta del servo, il servo di Dio e dell’uomo che va alla passione; è il grande Paziente del dolore umano.

Mentre dunque anche noi facciamo festa al nostro Re, pensiamo alle sofferenze che Lui dovrà patire in questa Settimana. Pensiamo alle calunnie, agli oltraggi, ai tranelli, ai tradimenti, all’abbandono, al giudizio iniquo, alle percosse, ai flagelli, alla corona di spine…, e infine pensiamo alla via crucis, fino alla crocifissione.

Lui lo aveva detto chiaramente ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). Non ha mai promesso onori e successi. I Vangeli parlano chiaro. Ha sempre avvertito i suoi amici che la sua strada era quella, e che la vittoria finale sarebbe passata attraverso la passione e la croce. E anche per noi vale lo stesso. Per seguire fedelmente Gesù, chiediamo la grazia di farlo non a parole ma nei fatti, e di avere la pazienza di sopportare la nostra croce: di non rifiutarla, non buttarla via, ma, guardando Lui, accettarla e portarla, giorno per giorno.

E questo Gesù, che accetta di essere osannato pur sapendo bene che lo attende il “crucifige!”, non ci chiede di contemplarlo soltanto nei quadri o nelle fotografie, oppure nei video che circolano in rete. No. E’ presente in tanti nostri fratelli e sorelle che oggi, oggi patiscono sofferenze come Lui: soffrono per un lavoro da schiavi, soffrono per i drammi familiari, soffrono per le malattie… Soffrono a causa delle guerre e del terrorismo, a causa degli interessi che muovono le armi e le fanno colpire. Uomini e donne ingannati, violati nella loro dignità, scartati…. Gesù è in loro, in ognuno di loro, e con quel volto sfigurato, con quella voce rotta chiede – ci chiede – di essere guardato, di essere riconosciuto, di essere amato.

Non è un altro Gesù: è lo stesso che è entrato in Gerusalemme tra lo sventolare di rami di palma e di ulivo. E’ lo stesso che è stato inchiodato alla croce ed è morto tra due malfattori. Non abbiamo altro Signore all’infuori di Lui: Gesù, umile Re di giustizia, di misericordia e di pace.

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 6 febbraio 2017

6 aprile 2017

 

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Come un granello di sabbia

Giovedì, 6 aprile 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Ogni cristiano dovrebbe dedicare un giorno alla «memoria» per rileggere la propria storia personale inserendola nella storia di un popolo: «Io non sono solo, sono un popolo», un «popolo sognato da Dio». È l’invito fatto da Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta giovedì 6 aprile.

Partendo dalla liturgia della parola, che presenta la figura di Abramo, padre nella fede, il Pontefice ha fatto notare come nel tempo di quaresima il credente sia spesso incoraggiato «a fermarsi un po’ e a pensare». Non a caso i due passi della Scrittura della liturgia del giorno (Genesi, 17, 3-9 e Giovanni, 8, 51-59) dicono: «Fermati. Fermati un po’. Pensa a tuo padre». E al centro dell’attenzione c’è Abramo.

Nella prima lettura, infatti, «si parla di quel dialogo di Dio con Abramo, quando Dio fa l’alleanza con lui», e nel vangelo Gesù e i farisei lo chiamano «padre» perchè egli «è colui che incominciò a generare questo popolo che oggi è la Chiesa, siamo noi: uomo leale». Raccogliendo dunque l’invito delle Scritture, ha aggiunto il Pontefice, «ci farà bene pensare a nostro padre Abramo».

Quali sono allora gli aspetti fondamentali della vicenda di Abramo di cui è importante fare memoria? Innanzitutto, egli «obbedì quando fu chiamato ad andare, e ad andarsene in un’altra terra che avrebbe ricevuto in eredità». Abramo, cioè, «si fidò. Obbedì. E se ne andò senza sapere dove andava». Egli quindi fu «uomo di fede, uomo di speranza». A cento anni e con la moglie sterile, «credette quando gli fu detto che avrebbe avuto un figlio». Credette «contro ogni speranza. Questo è nostro padre» ha sottolineato Francesco, aggiungendo: «Se qualcuno cercasse di fare la descrizione della vita di Abramo, potrebbe dire: “Questo è un sognatore”». Ma attenzione: Abramo «non era un pazzo», il suo era il «sogno della speranza».

Un’identità confermata anche in seguito: «Messo alla prova, dopo avere avuto il figlio», quando poi il ragazzo divenne adolescente, «gli viene chiesto di offrirlo in sacrificio: obbedì e andò avanti contro ogni speranza». Ecco chi è il «nostro padre Abramo»: uno «che va avanti, avanti, avanti». Nel Vangelo, Gesù dice: Abramo «esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia». Ha spiegato il Pontefice: egli ebbe la gioia «di vedere la pienezza della promessa dell’alleanza, la gioia di vedere che Dio non lo aveva ingannato, che Dio è sempre fedele alla sua alleanza». E anche i credenti, oggi, sono chiamati a fare quanto è indicato nel salmo responsoriale (104): «Ricordate le meraviglie che ha compiuto, i suoi prodigi e i giudizi dalla sua bocca». Perché tutti i cristiani sono «stirpe di Abramo». E come «quando — ha detto Francesco — noi pensiamo a nostro padre che se n’è andato: ricordare papà, le cose buone di papà». Così possiamo anche ricordare quanto era «grande» il «nostro padre Abramo».

La grandezza del patriarca è stata fondata su un «patto» con Dio. «Da parte di Abramo», ha evidenziato il Pontefice, c’è stata «l’obbedienza: obbedì sempre». Da parte di Dio una promessa: «Quanto a me, ecco la mia alleanza con te: diventerai padre di una moltitudine di nazioni. Non ti chiamerai più Abram ma Abraham, perché padre di una moltitudine di nazioni». E Abramo ha creduto.

Il Papa si è soffermato sulla bellezza e la grandezza della promessa di Dio che ad Abramo, il quale «aveva cento anni senza figli, con la moglie sterile», disse: «Ti renderò molto, molto fecondo. Ti farò diventare nazioni e da te usciranno dei re». E poi, in un altro dialogo: «Senti, guarda, guarda in cielo: sei capace di contare le stelle?” — “Oh no, impossibile…” — “Così sarà la tua discendenza. Guarda la spiaggia del mare: sei capace di contare ognuno dei granelli di quella sabbia?” — “Ma è impossibile!” — “Così sarà la tua discendenza”».

Quindi, passando dalla memoria alla vita quotidiana, Francesco ha sottolineato: «Oggi noi in obbedienza all’invito della Chiesa, ci fermiamo e possiamo dire, con verità: “Io sono una di quelle stelle. Io sono un granello della sabbia”».

Ma il legame con Abramo, ha continuato il Papa, non esaurisce l’identità cristiana: «Noi siamo figli di Abramo, ma prima di Abramo c’è un altro Padre. E prima di noi c’è un altro Figlio. E nella storia nostra, fra nostro padre Abramo e noi, c’è l’altra storia, la grande, la storia del Padre dei cieli e di Gesù». È questo il motivo, ha spiegato il Pontefice, per cui Gesù nel brano evangelico «rispose ai farisei e ai dottori della legge: “Abramo esultò nella speranza di vedere il mio giorno. Lo vide e fu pieno di gioia”». Proprio questo è «il grande messaggio. Oggi la Chiesa ci invita a fermarci, a guardare le nostre radici, a guardare nostro padre che ci ha fatto popolo, cielo pieno di stelle, spiagge piene di granelli di sabbia». Ogni cristiano, quindi, è invitato a «guardare la storia» e a rendersi conto: «Io non sono solo, sono un popolo. Andiamo insieme. La Chiesa è un popolo. Ma un popolo sognato da Dio, un popolo che ha dato un padre sulla terra che obbedì, e abbiamo un fratello che ha dato la sua vita per noi, per farci popolo». Partendo da questa consapevolezza, «possiamo guardare il Padre, ringraziare; guardare Gesù, ringraziare; e guardare Abramo e noi, che siamo parte del cammino».

Al termine della sua meditazione, il Papa ha suggerito un impegno pratico: «Facciamo di oggi un giorno di memoria» per comprendere come «in questa grande storia, nella cornice di Dio e Gesù, c’è la piccola storia di ognuno di noi». Perciò, ha aggiunto, «vi invito a prendere, oggi, cinque minuti, dieci minuti, seduti, senza radio, senza tv; seduti, e pensare alla propria storia: le benedizioni e i guai, tutto. Le grazie e i peccati: tutto». Ognuno, ha detto, in questa memoria potrà incontrare «la fedeltà di quel Dio che è rimasto fedele alla sua alleanza, è rimasto fedele alla promessa che aveva fatto ad Abramo, è rimasto fedele alla salvezza che aveva promesso in suo Figlio Gesù».

Questa la conclusione del Pontefice: «Sono sicuro che in mezzo alle cose forse brutte — perché tutti ne abbiamo, tante cose brutte, nella vita — se oggi facciamo questo, scopriremo la bellezza dell’amore di Dio, la bellezza della sua misericordia, la bellezza della speranza. E sono sicuro che tutti noi saremo pieni di gioia».

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 4 aprile 2017

4 aprile 2017

 

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Nel segno della croce

Martedì, 4 aprile 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Farsi «il segno della croce» distrattamente e ostentare «il simbolo dei cristiani» come fosse «il distintivo di una squadra» o «un ornamento», magari con «pietre preziose, gioielli e oro», non ha nulla a che vedere con «il mistero» di Cristo. Tanto che Papa Francesco ha suggerito un esame di coscienza proprio sulla croce, per verificare come ciascuno di noi porta nella quotidianità l’unico vero «strumento di salvezza». Ecco le linee di riflessione che il Pontefice ha proposto nella messa celebrata martedì mattina, 4 aprile, a Santa Marta.

«Attira l’attenzione — ha fatto notare subito, riferendosi al passo dell’evangelista Giovanni (8, 21-30) — che in questo breve passo del Vangelo per tre volte Gesù dice ai dottori della legge, agli scribi, ad alcuni farisei: “Morirete nei vostri peccati”». Lo ripete «tre volte». E «lo dice — ha aggiunto — perché non capivano il mistero di Gesù, perché avevano il cuore chiuso e non erano capaci di aprire un po’, di cercare di capire quel mistero che era il Signore». Infatti, ha spiegato il Papa, «morire nel proprio peccato è una cosa brutta: significa che tutto finisce lì, nella sporcizia del peccato».

Ma poi «questo dialogo — nel quale per tre volte Gesù ripete “morirete nei vostri peccati” — continua e, alla fine, Gesù guarda indietro alla storia della salvezza e fa ricordare loro qualcosa: “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono e che non faccio nulla da me stesso”». Il Signore dice proprio: «quando avrete innalzato il figlio dell’uomo».

Con queste parole — ha affermato il Pontefice, riferendosi al brano tratto dal libro dei Numeri (21, 4-9) — «Gesù fa ricordare quello che è accaduto nel deserto e abbiamo sentito nella prima lettura». È il momento in cui «il popolo annoiato, il popolo che non può sopportare il cammino, si allontana dal Signore, sparla di Mosè e del Signore, e trova quei serpenti che mordono e fanno morire». Allora «il Signore dice a Mosè di fare un serpente di bronzo e innalzarlo, e la persona che subisce una ferita del serpente, e che guarda quello di bronzo, sarà guarita».

«Il serpente — ha proseguito il Papa — è il simbolo del cattivo, è il simbolo del diavolo: era il più astuto degli animali nel paradiso terrestre». Perché «il serpente è quello che è capace di sedurre con le bugie», è «il padre della menzogna: questo è il mistero». Ma allora «dobbiamo guardare il diavolo per salvarci? Il serpente è il padre del peccato, quello che ha fatto peccare l’umanità». In realtà «Gesù dice: “Quando io sarò innalzato in alto, tutti verranno a me”. Ovviamente questo è il mistero della croce».

«Il serpente di bronzo guariva — ha detto Francesco — ma il serpente di bronzo era segno di due cose: del peccato fatto dal serpente, della seduzione del serpente, dell’astuzia del serpente; e anche era segnale della croce di Cristo, era una profezia». E «per questo il Signore dice loro: “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono”». Così possiamo dire, ha affermato il Papa, che «Gesù si è “fatto serpente”, Gesù si “è fatto peccato” e ha preso su di sé le sporcizie tutte dell’umanità, le sporcizie tutte del peccato. E si è “fatto peccato”, si è fatto innalzare perché tutta la gente lo guardasse, la gente ferita dal peccato, noi. Questo è il mistero della croce e lo dice Paolo: “Si è fatto peccato” e ha preso l’apparenza del padre del peccato, del serpente astuto».

«Chi non guardava il serpente di bronzo dopo essere ferito da un serpente nel deserto — ha spiegato il Pontefice — moriva nel peccato, il peccato di mormorazione contro Dio e contro Mosè». Allo stesso modo, «chi non riconosce in quell’uomo innalzato, come il serpente, la forza di Dio che si è fatto peccato per guarirci, morirà nel proprio peccato». Perché «la salvezza viene soltanto dalla croce, ma da questa croce che è Dio fatto carne: non c’è salvezza nelle idee, non c’è salvezza nella buona volontà, nella voglia di essere buoni». In realtà, ha insistito il Papa, «l’unica salvezza è in Cristo crocifisso, perché soltanto lui, come il serpente di bronzo significava, è stato capace di prendere tutto il veleno del peccato e ci ha guarito lì».

«Ma cosa è la croce per noi?» è la questione posta da Francesco. «Sì, è il segno dei cristiani, è il simbolo dei cristiani, e noi facciamo il segno della croce ma non sempre lo facciamo bene, alle volte lo facciamo così… perché non abbiamo questa fede alla croce» ha evidenziato il Papa. La croce, poi, ha affermato, «per alcune persone è un distintivo di appartenenza: “Sì, io porto la croce per far vedere che sono cristiano”». E «sta bene», però «non solo come distintivo, come se fosse una squadra, il distintivo di una squadra»; ma, ha detto Francesco, «come memoria di colui che si è fatto peccato, che si è fatto diavolo, serpente, per noi; si è abbassato fino ad annientarsi totalmente».

Inoltre, è vero, «altri portano la croce come un ornamento, portano croci con pietre preziose, per farsi vedere». Ma, ha fatto presente il Pontefice, «Dio disse a Mosè: “Chi guarda il serpente sarà guarito”; Gesù dice ai suoi nemici: “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora conoscerete”». In sostanza, ha spiegato, «chi non guarda la croce, così, con fede, morirà nei propri peccati, non riceverà quella salvezza».

«Oggi — ha rilanciato il Papa — la Chiesa ci propone un dialogo con questo mistero della croce, con questo Dio che si è fatto peccato, per amore a me». E «ognuno di noi può dire: “per amore a me”». Così, ha proseguito, è opportuno domandarci: «Come porto io la croce: come un ricordo? Quando faccio il segno della croce, sono consapevole di quello che faccio? Come porto io la croce: soltanto come un simbolo di appartenenza a un gruppo religioso? Come porto io la croce: come ornamento, come un gioiello con tante pietre preziose d’oro?». Oppure «ho imparato a portarla sulle spalle, dove fa male?».

«Ognuno di noi oggi — ha suggerito il Pontefice a conclusione della sua meditazione — guardi il crocifisso, guardi questo Dio che si è fatto peccato perché noi non moriamo nei nostri peccati e risponda a queste domande che io vi ho suggerito».

Visita Pastorale: Santa Messa in Piazza Martiri (Carpi, 2 aprile 2017)

2 aprile 2017

SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Piazza Martiri (Carpi)
V Domenica di Quaresima, 2 aprile 2017

[Multimedia]

 

 

Le Letture di oggi ci parlano del Dio della vita, che vince la morte. Soffermiamoci, in particolare, sull’ultimo dei segni miracolosi che Gesù compie prima della sua Pasqua, al sepolcro del suo amico Lazzaro.

Lì tutto sembra finito: la tomba è chiusa da una grande pietra; intorno, solo pianto e desolazione. Anche Gesù è scosso dal mistero drammatico della perdita di una persona cara: «Si commosse profondamente» e fu «molto turbato» (Gv 11,33). Poi «scoppiò in pianto» (v. 35) e si recò al sepolcro, dice il Vangelo, «ancora una volta commosso profondamente» (v. 38). È questo il cuore di Dio: lontano dal male ma vicino a chi soffre; non fa scomparire il male magicamente, ma con-patisce la sofferenza, la fa propria e la trasforma abitandola.

Notiamo però che, in mezzo alla desolazione generale per la morte di Lazzaro, Gesù non si lascia trasportare dallo sconforto. Pur soffrendo Egli stesso, chiede che si creda fermamente; non si rinchiude nel pianto, ma, commosso, si mette in cammino verso il sepolcro. Non si fa catturare dall’ambiente emotivo rassegnato che lo circonda, ma prega con fiducia e dice: «Padre, ti rendo grazie» (v. 41). Così, nel mistero della sofferenza, di fronte al quale il pensiero e il progresso si infrangono come mosche sul vetro, Gesù ci offre l’esempio di come comportarci: non fugge la sofferenza, che appartiene a questa vita, ma non si fa imprigionare dal pessimismo.

Attorno a quel sepolcro, avviene così un grande incontro-scontro. Da una parte c’è la grande delusione, la precarietà della nostra vita mortale che, attraversata dall’angoscia per la morte, sperimenta spesso la disfatta, un’oscurità interiore che pare insormontabile. La nostra anima, creata per la vita, soffre sentendo che la sua sete di eterno bene è oppressa da un male antico e oscuro. Da una parte c’è questa disfatta del sepolcro. Ma dall’altra parte c’è la speranza che vince la morte e il male e che ha un nome: la speranza si chiama Gesù. Egli non porta un po’ di benessere o qualche rimedio per allungare la vita, ma proclama: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (v. 25). Per questo decisamente dice: «Togliete la pietra!» (v. 39) e a Lazzaro grida a gran voce: «Vieni fuori!» (v. 43).

Cari fratelli e sorelle, anche noi siamo invitati a decidere da che parte stare. Si può stare dalla parte del sepolcro oppure dalla parte di Gesù. C’è chi si lascia chiudere nella tristezza e chi si apre alla speranza. C’è chi resta intrappolato nelle macerie della vita e chi, come voi, con l’aiuto di Dio solleva le macerie e ricostruisce con paziente speranza.

Di fronte ai grandi “perché” della vita abbiamo due vie: stare a guardare malinconicamente i sepolcri di ieri e di oggi, o far avvicinare Gesù ai nostri sepolcri. Sì, perché ciascuno di noi ha già un piccolo sepolcro, qualche zona un po’ morta dentro il cuore: una ferita, un torto subìto o fatto, un rancore che non dà tregua, un rimorso che torna e ritorna, un peccato che non si riesce a superare. Individuiamo oggi questi nostri piccoli sepolcri che abbiamo dentro e lì invitiamo Gesù. È strano, ma spesso preferiamo stare da soli nelle grotte oscure che abbiamo dentro, anziché invitarvi Gesù; siamo tentati di cercare sempre noi stessi, rimuginando e sprofondando nell’angoscia, leccandoci le piaghe, anziché andare da Lui, che dice: «Venite a me, voi che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Non lasciamoci imprigionare dalla tentazione di rimanere soli e sfiduciati a piangerci addosso per quello che ci succede; non cediamo alla logica inutile e inconcludente della paura, al ripetere rassegnato che va tutto male e niente è più come una volta. Questa è l’atmosfera del sepolcro; il Signore desidera invece aprire la via della vita, quella dell’incontro con Lui, della fiducia in Lui, della risurrezione del cuore, la via dell’“Alzati! Alzati, vieni fuori!”. E’ questo che ci chiede il Signore, e Lui è accanto a noi per farlo.

Sentiamo allora rivolte a ciascuno di noi le parole di Gesù a Lazzaro: “Vieni fuori!”; vieni fuori dall’ingorgo della tristezza senza speranza; sciogli le bende della paura che ostacolano il cammino; ai lacci delle debolezze e delle inquietudini che ti bloccano, ripeti che Dio scioglie i nodi. Seguendo Gesù impariamo a non annodare le nostre vite attorno ai problemi che si aggrovigliano: sempre ci saranno problemi, sempre, e quando ne risolviamo uno, puntualmente ne arriva un altro. Possiamo però trovare una nuova stabilità, e questa stabilità è proprio Gesù, questa stabilità si chiama Gesù, che è la risurrezione e la vita: con lui la gioia abita il cuore, la speranza rinasce, il dolore si trasforma in pace, il timore in fiducia, la prova in offerta d’amore. E anche se i pesi non mancheranno, ci sarà sempre la sua mano che risolleva, la sua Parola che incoraggia e dice a tutti noi, a ognuno di noi: “Vieni fuori! Vieni a me!”. Dice a tutti noi: “Non abbiate paura”.

Anche a noi, oggi come allora, Gesù dice: “Togliete la pietra!”. Per quanto pesante sia il passato, grande il peccato, forte la vergogna, non sbarriamo mai l’ingresso al Signore. Togliamo davanti a Lui quella pietra che Gli impedisce di entrare: è questo il tempo favorevole per rimuovere il nostro peccato, il nostro attaccamento alle vanità mondane, l’orgoglio che ci blocca l’anima, tante inimicizie tra noi, nelle famiglie,… Questo è il momento favorevole per rimuovere tutte queste cose.

Visitati e liberati da Gesù, chiediamo la grazia di essere testimoni di vita in questo mondo che ne è assetato, testimoni che suscitano e risuscitano la speranza di Dio nei cuori affaticati e appesantiti dalla tristezza. Il nostro annuncio è la gioia del Signore vivente, che ancora oggi dice, come a Ezechiele: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio» (Ez 37,12).

Omelia di Papa Francesco del 28 marzo 2017 – Come guarire dall’accidia

28 marzo 2017

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Radici secche

Martedì, 28 marzo 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

C’è un peccato che «paralizza» il cuore dell’uomo, lo fa «vivere nella tristezza» e gli fa «dimenticare la gioia». Si tratta dell’«accidia», quell’atteggiamento che porta le persone a essere come alberi dalle «radici secche» e a «non avere voglia di andare avanti». Per costoro la parola di Gesù è come una scossa: «alzati!», prendi in mano la tua vita e «vai avanti!». Sono le parole che il Papa ha ripetuto nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta nella mattina di martedì 28 marzo.

Tutta la meditazione del Pontefice, seguendo la liturgia del giorno, è stata accompagnata da uno dei simboli più importanti e ricorrenti nella Bibbia, quello dell’acqua. Nella prima lettura, infatti Ezechiele (47, 1-9.12) «ci parla dell’acqua, di un’acqua che usciva dal tempio di Dio, l’acqua di Dio, un’acqua benedetta». Si tratta, ha specificato il Papa, di «un torrente d’acqua, tanta acqua». Un’acqua «risanatrice». Il profeta descrive «tanti alberi verdi, belli» che crescevano «vicino a quell’acqua»: sono chiaramente un simbolo per significare «la grazia, l’amore, la benedizione di Dio». Questi alberi, infatti «erano verdi, belli, non erano secchi». E se si accostano queste parole a quelle del salmo 1 — «Beato il giusto perché sarà come un albero che cresce lungo i corsi d’acqua — si comprende immediatamente la simbologia applicata alla «persona giusta e buona».

Anche nel Vangelo di Giovanni (5, 1-16), ha fatto notare il Pontefice, si incontra l’acqua. È quella della piscina di Betzàta, una piscina «con cinque portici sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi, paralitici». La tradizione, ha spiegato Francesco, voleva che ogni tanto scendesse dal cielo un angelo a muovere le acque e che le prime persone che in quel momento si fossero gettate lì sarebbero state guarite. Quindi questa gente stava sempre ad aspettare, «chiedendo la guarigione».

Fra di loro c’era un paralitico che era lì da ben trentotto anni. E Gesù, «che conosceva il cuore di quell’uomo» e sapeva che da molto tempo era in quelle condizioni, «gli disse: “Vuoi guarire?”». Innanzitutto, ha osservato il Papa, occorre notare quanto sia «bello» che Gesù dica al paralitico e, attraverso di lui, anche agli uomini del nostro tempo: «Vuoi guarire? Vuoi essere felice? Vuoi migliorare la tua vita? Vuoi essere pieno dello Spirito Santo? Vuoi guarire?».

Di fronte a una domanda del genere, ha continuato Francesco, «tutti gli altri che erano lì, infermi, ciechi, zoppi, paralitici avrebbero detto: “Sì, Signore, sì!”». Invece costui sembra proprio «un uomo strano» e «rispose a Gesù: “Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita; mentre infatti sto per andarvi un altro scende prima di me”». La sua risposta, cioè, «è una lamentela: “Ma guarda, Signore, quanto brutta, quanto ingiusta è stata la vita con me. Tutti gli altri possono andare e guarire e io da 38 anni che cerco ma…”».

Ha spiegato il Pontefice: «Quest’uomo era come l’albero, era vicino all’acqua ma aveva le radici secche, aveva le radici secche e quelle radici non arrivavano all’acqua, non poteva prendere la salute dall’acqua». Una realtà che ben «si capisce dall’atteggiamento, dalle lamentele» e dal suo cercare sempre «di dare la colpa all’altro: “Ma sono gli altri che vanno prima di me, io sono un poveraccio qui da 38 anni…”».

Appare qui ben descritto «il peccato dell’accidia», un «brutto peccato». Quest’uomo, ha detto il Papa, «era malato non tanto dalla paralisi ma dall’accidia, che è peggio di avere il cuore tiepido, peggio ancora». L’accidia, ha continuato, è quel vivere tanto per vivere, è quel «non avere voglia di andare avanti, non avere voglia di fare qualcosa nella vita»: è l’«aver perso la memoria della gioia». Addirittura «quest’uomo neppure di nome conosceva la gioia, l’aveva persa».

Si tratta, ha ribadito il Pontefice, di una «malattia brutta», che porta a nascondersi dietro giustificazioni del tipo: «Ma sono comodo così, mi sono abituato… Ma la vita è stata ingiusta con me…». Così dietro le parole del paralitico, «si vede il risentimento, l’amarezza di quel cuore». Eppure «Gesù non lo rimprovera», lo guarda e gli dice: «Alzati, prendi la barella e vai via». E quell’uomo prende la barella e va via.

Il racconto evangelico continua, specificando che il fatto avvenne di sabato e che l’uomo incontrò i dottori della legge che gli obbiettarono: «Ma no, non ti è lecito, perché il codice dice che il sabato non si può fare questo… E chi ti ha guarito?». Riferendosi a Gesù continuavano: «No, quello no, perché va contro il codice, non è di Dio quell’uomo». Di fronte a questa scena il Papa ha tracciato un breve profilo di quell’uomo, una persona che «non sapeva come arrangiarsi nella vita» e che a Gesù «neppure aveva detto “grazie”». Neanche gli aveva chiesto il nome. L’uomo si è semplicemente «alzato con quell’accidia» che lo contraddistingueva e se ne è andato. Un distacco che fa ancora una volta apparire quanto l’accidia sia «un brutto peccato».

Questo peccato, ha spiegato il Papa, può coinvolgere ogni uomo: è «vivere perché è gratis l’ossigeno, l’aria», è «vivere sempre guardando gli altri che sono più felici di me, vivere nella tristezza, dimenticare la gioia». È, insomma, «un peccato che paralizza, ci fa paralitici. Non ci lascia camminare». E anche a noi Gesù oggi dice: «Alzati, prendi la tua vita come sia, bella, brutta come sia, prendila e vai avanti. Non avere paura, vai avanti con la tua barella — “Ma, Signore, non è l’ultimo modello…” — Ma vai avanti! Con quella barella brutta, forse, ma vai avanti! È la tua vita è la tua gioia».

La prima domanda che il Signore pone a tutti, oggi, è quindi: «Vuoi guarire?». E se la risposta è «Sì, Signore», Gesù esorta: «Alzati!». Perciò, ha concluso il Pontefice richiamando l’antifona della messa («“Voi che avete sete venite alle acque — sono acque gratis, non a pagamento — voi dissetatevi con gioia”»), se «noi diciamo al Signore: “Sì, voglio guarire. Sì, Signore, aiutami che voglio alzarmi”, sapremo com’è la gioia della salvezza».

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 23 marzo 2017

23 marzo 2017

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Una giornata per ascoltare

Giovedì, 23 marzo 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Fra le tante giornate speciali che si celebrano per i più svariati motivi, sarebbe utile dedicare una «giornata per ascoltare». Immersi come siamo nella «confusione», nelle parole, nella fretta, nel nostro egoismo, nella «mondanità», rischiamo infatti di rimanere «sordi alla parola di Dio», di far «indurire» il nostro cuore, e di «perdere la fedeltà» al Signore. Occorre «fermarsi» e «ascoltare».

Lo ha suggerito Papa Francesco celebrando la messa a Santa Marta giovedì 23 marzo. All’omelia, riprendendo i testi della liturgia del giorno, ha subito fatto notare: «Proprio a metà del tempo di quaresima, in questo cammino verso la Pasqua, il messaggio della Chiesa oggi è molto semplice: “Fermatevi. Fermatevi un attimo”». Ma «perché — si è chiesto — dobbiamo fermarci?». La risposta è giunta dal ritornello del salmo responsoriale (94): «Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore». Quindi: «Fermatevi per ascoltare».

Da qui è partita la riflessione del Pontefice, che ha preso poi in esame la lettura del profeta Geremia (7, 23-28) nella quale si racconta, tramite le parole di Dio stesso, «il dramma di quel popolo che non ha voluto, non ha saputo ascoltare. “Ascoltate la mia voce, e io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo”». L’invito del Signore è chiaro: «Camminate sempre sulla strada che vi prescriverò, perché siate felici». Cioè, ha spiegato il Papa, è come se il Signore avesse detto al suo popolo: «Le cose che io vi dirò sono per la vostra felicità. Non siate sciocchi. Credete a questo. Fermatevi: ascoltate». Un invito, però, caduto nel vuoto. Tanto che «poi il Signore un po’ si lamenta; è il lamento di un papà addolorato: “Ma essi non ascoltarono, né prestarono orecchio alla mia parola, anzi, procedettero ostinatamente secondo il loro cuore malvagio. Invece di rivolgersi verso di me, mi hanno voltato le spalle”».

Subito Francesco ha riportato il racconto biblico alla situazione dell’uomo di oggi: «Quando noi non ci fermiamo per ascoltare la voce del Signore finiamo per allontanarci, ci allontaniamo da lui, voltiamo le spalle». Un atteggiamento, ha aggiunto, che porta delle conseguenze: «se non si ascolta la voce del Signore, si ascoltano altre voci. E di tanto chiuderci le orecchie, diventiamo sordi: sordi alla parola di Dio». Nessuno può chiamarsi fuori da questa situazione, come ha evidenziato il Papa rivolgendosi ai fedeli presenti: «Tutti noi, se oggi ci fermiamo un po’ e guardiamo il nostro cuore, vedremo quante volte — quante volte! — abbiamo chiuso le orecchie e quante volte siamo diventati sordi».

Cosa comporta tale sordità? «Quando un popolo, una comunità, ma diciamo anche una comunità cristiana, una parrocchia, una diocesi — ha spiegato il Pontefice — chiude le orecchie e diventa sorda alla parola del Signore, cerca altre voci, altri signori e va a finire con gli idoli, gli idoli che il mondo, la mondanità, la società gli offrono». Ci si allontana, cioè, «dal Dio vivo».

Ma non è questa l’unica conseguenza. Il Papa ha infatti fatto notare che «voltare le spalle fa che il nostro cuore si indurisca. E quando non si ascolta, il cuore diviene più duro, più chiuso in se stesso, ma duro e incapace di ricevere qualcosa». Quindi: «non solo chiusura», ma anche «durezza di cuore». In questa situazione l’uomo, «vive in quel mondo, in quell’atmosfera che non gli fa bene», in una realtà che «lo allontana ogni giorno di più da Dio».

È un processo negativo che conduce dal «non ascoltare la parola di Dio» all’allontanarsi, quindi al «cuore indurito, chiuso in se stesso», fino a perdere «il senso della fedeltà». Infatti, sempre nel brano di Geremia, si legge il lamento del Signore: «La fedeltà è sparita». Anche qui, immediato, da parte del Papa, il riferimento alla contemporaneità: è allora, ha detto, che «diventiamo cattolici “infedeli”, cattolici “pagani” o, più brutto ancora, cattolici “atei”, perché non abbiamo un riferimento di amore al Dio vivente». Quel «non ascoltare e voltare le spalle» che «ci fa indurire il cuore», porta quindi l’uomo «su quella strada della infedeltà».

E non finisce qui. C’è «di più». Il vuoto interiore che creiamo con la nostra infedeltà, infatti, «come si riempie?». Si riempie, ha risposto il Pontefice, «in un modo di confusione» in cui «non si sa dove è Dio, dove non è», e «si confonde Dio con il diavolo». È proprio la situazione descritta nel vangelo di Luca (11, 14-23), nel quale si narra l’episodio in cui «a Gesù, che fa dei miracoli, che fa tante cose per la salvezza e la gente è contenta, è felice», alcuni dicono: «E questo lo fa perché è un figlio del diavolo. Fa il potere di Belzebù». Questa, ha spiegato Francesco, «è la bestemmia. La bestemmia è la parola finale di questo percorso che incomincia con il non ascoltare, che indurisce il cuore, ti porta alla confusione, ti fa dimenticare la fedeltà e, alla fine, bestemmi». Ha commentato il Papa: «Guai al popolo che si dimentica di quello stupore, di quello stupore del primo incontro con Gesù». È lo stupore descritto anche nel Vangelo — «le folle furono prese da stupore» — che «apre le porte alla parola di Dio».

Perciò, ha concluso il Pontefice invitando tutti a un serio esame di coscienza, «ognuno di noi oggi può chiedersi: “Mi fermo per ascoltare la parola di Dio, prendo la Bibbia in mano, e mi sta parlando?»; e ancora: «Il mio cuore si è indurito? Mi sono allontanato dal Signore? Ho perso la fedeltà al Signore e vivo con gli idoli che mi offre la mondanità di ogni giorno? Ho perso la gioia dello stupore del primo incontro con Gesù?».

Di qui l’invito: «Oggi è una giornata per ascoltare. “Ascoltate, oggi, la voce del Signore”, abbiamo pregato. “Non indurite il vostro cuore”». E il suggerimento per la preghiera personale: «Chiediamo questa grazia: la grazia di ascoltare perché il nostro cuore non si indurisca».

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 21 marzo 2017

21 marzo 2017

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

La grazia della vergogna

Martedì, 21 marzo 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.67, 22/03/2017)

Bisogna chiedere a Dio «la grazia della vergogna», perché «è una grande grazia vergognarsi dei propri peccati e così ricevere il perdono e la generosità di darlo agli altri». È l’invito rivolto da Papa Francesco ai partecipanti alla messa celebrata stamane, martedì 21 marzo, a Santa Marta.

Commentando come di consueto le letture del giorno, il Pontefice si è dapprima soffermato sul brano tratto dal vangelo di Matteo (18, 21-35). Gesù, ha spiegato, parla «ai suoi discepoli sulla correzione fraterna, sulla pecora smarrita, della misericordia del pastore. E Pietro pensa di aver capito tutto e coraggioso com’era lui, anche generoso, dice: “Ma, adesso quante volte io devo perdonare, con questo che tu hai detto della correzione fraterna e della pecora smarrita? Sette volte va bene?”. E Gesù dice: “Sempre”, con quella forma “settanta volte sette”». In realtà, ha fatto notare il Papa, «è difficile capire il mistero del perdono, perché è un mistero: perché devo perdonare — si è chiesto — se la giustizia mi permette di andare avanti e chiedere che quella giustizia faccia quello che deve fare?».

La risposta, ha suggerito il Papa, la offre la Chiesa, che «oggi ci fa entrare in questo mistero del perdono, che è la grande opera di misericordia di Dio». E lo fa anzitutto con la prima lettura, tratta dal libro del profeta Daniele (3, 25.34-43), attraverso la quale «ci porta alla preghiera di Azaria, momento molto triste della storia del popolo di Dio. Sono spogliati di tutto, hanno perso tutto e hanno la tentazione di credere che Dio li ha abbandonati». Descritta la scena, Francesco ha ripetuto le loro parole: «Potessimo essere accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato. Potessimo trovare misericordia, tale sia oggi il cuore contrito, lo spirito umiliato e il nostro sacrificio davanti a te. Signore, non coprirci di vergogna, fa’ con noi secondo la tua clemenza, la tua grande misericordia. Salvaci con i tuoi prodigi».

In particolare il Pontefice ha ribadito: «Signore non coprirci di vergogna». Essi, ha commentato, «sentivano la vergogna dentro perché sono rimasti così, come dice prima: “a causa dei nostri peccati”». Insomma «Azaria ha capito bene che quella situazione del popolo di Dio è per i peccati. E si vergogna. E dalla vergogna chiede perdono». Ecco dunque il “primo passo” da compiere: «la grazia della vergogna. Per entrare nel mistero del perdono dobbiamo vergognarci». Ma, ha precisato il Papa, «non possiamo da soli, la vergogna è una grazia: “Signore, che io abbia vergogna di quello che ho fatto”. E così la Chiesa si mette davanti a questo mistero del peccato e ci fa vedere l’uscita, la preghiera, il pentimento e la vergogna».

Successivamente, ha proseguito Francesco, «la Chiesa riprende il passo del Vangelo e spiega cosa significa quel “settanta volte sette”». Vuol dire, ha chiarito, «che sempre dobbiamo perdonare. E Gesù racconta questa parabola dei due servi: il primo è andato a regolare i conti col padrone e il padrone vuole fare giustizia e lui lo supplicava: “Abbi pazienza”, chiese perdono e poi il padrone ebbe compassione e lo perdonò». Ma poi, uscito, trovò l’altro, il cui debito «era molto piccolo, gli doveva cento denari, spiccioli». E invece di perdonarlo, «lo prende al collo e: “Pagami, pagami!”». Allora «il padrone, quando sa questo, si sdegna e chiama agli aguzzini e lo fa andare in carcere: “Così anche il padre mio celeste farà con voi, se non perdonerete di cuore ciascuno al proprio fratello”».

Ecco allora la necessità di chiedersi: «perché è successo questo? Quest’uomo che era stato perdonato ma di tanti soldi, al punto che doveva essere venduto come schiavo lui, la moglie, i figli e venduto tutto quello che aveva», poi esce «ed è incapace di perdonare piccole cose». Insomma, «non ha capito il mistero del perdono».

Ricorrendo a una sorta di dialogo immaginario con i presenti il Papa ha quindi chiesto: «Se io domando: “Ma tutti voi siete peccatori?” — “Sì, padre, tutti” — “E per avere il perdono dei peccati?” — “Ci confessiamo” — “E come vai a confessarti?” — “Ma, io vado, dico i miei peccati, il prete mi perdona, mi dà tre Avemaria da pregare e poi torno in pace”». In questo caso, ha ammonito il Pontefice, «tu non hai capito. Tu soltanto sei andato al confessionale a fare un’operazione bancaria, a fare una pratica di ufficio. Tu non sei andato vergognato lì di quello che hai fatto. Hai visto alcune macchie nella tua coscienza e hai sbagliato perché hai creduto che il confessionale fosse una tintoria» in grado soltanto di togliere «le macchie. Sei stato incapace di vergognarti dei tuoi peccati. Sì, sei perdonato, perché Dio è grande, ma non è entrato nella tua coscienza, tu non sei stato cosciente di quello che ha fatto Dio, della meraviglia che ha fatto nel tuo cuore; e per questo esci, trovi un amico, un’amica e incominci a sparlare di un altro, dell’altra e continui a peccare».

L’esperienza concreta di ogni giorno lo insegna: «il mistero del perdono è tanto difficile» da capire. Perciò, ha fatto notare Francesco, «oggi la Chiesa è saggia quando ci fa riflettere su questi due passi». Infatti, «io posso perdonare» solamente «se mi sento perdonato. Se tu non hai coscienza di essere perdonato mai potrai perdonare, mai». In fondo, in ogni persona «sempre c’è quell’atteggiamento di voler fare i conti con gli altri». Mentre «il perdono è totale. Ma soltanto si può fare quando io sento il mio peccato, mi vergogno, ho vergogna e chiedo il perdono a Dio e mi sento perdonato dal Padre. E così posso perdonare. Se no, non si può perdonare, ne siamo incapaci. Per questo il perdono è un mistero».

Ecco l’insegnamento della parabola del servo, «al quale sono state perdonate tante, tante, tante cose», ma che tuttavia «non ha capito nulla: è uscito felice, si è tolto un peso di dosso, ma non ha capito la generosità di quel padrone. È uscito dicendo nel suo cuore: “Me la sono cavata bene, sono stato furbo!” o altre cose». E attualizzando la riflessione, il Pontefice ha ammonito: «uscendo dal confessionale, quante volte noi non diciamo ma sentiamo che ce la siamo cavata». Però, ha aggiunto, «questo non è ricevere il perdono: questa è l’ipocrisia di rubare un perdono, un perdono finto. E così, siccome io non ho l’esperienza di essere perdonato, non posso perdonare gli altri, non ho capacità, come quest’ipocrita che è stato incapace di perdonare il suo compagno».

Da qui la consegna conclusiva del Papa: «Chiediamo oggi al Signore la grazia di capire questo “settanta volte sette”. Del resto se il Signore mi ha perdonato tanto, chi sono io per non perdonare?».

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 20 marzo 2017

20 marzo 2017

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giuseppe il sognatore

Lunedì, 20 marzo 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Nella solennità liturgica di san Giuseppe — quest’anno posticipata di un giorno per la concomitanza con la terza domenica di Quaresima — Papa Francesco ha celebrato la messa a Santa Marta, lunedì 20 marzo, soffermandosi proprio sulla figura del santo patrono della Chiesa universale. In lui il Pontefice ha indicato il modello di «uomo giusto», di «uomo capace di sognare», di «custodire» e «portare avanti» il «sogno di Dio» sull’uomo. Per questo lo ha proposto come esempio per tutti e in particolar modo per i giovani, ai quali Giuseppe insegna a non perdere mai «la capacità di sognare, di rischiare» e di assumersi «compiti difficili».

E tanti sogni per il loro futuro avevano sicuramente le tredici studentesse che proprio un anno fa morirono in un incidente stradale in Catalogna mentre partecipavano al programma di studi Erasmus. Per loro il Pontefice ha voluto espressamente offrire la celebrazione eucaristica, alla quale hanno partecipato anche i familiari delle sette ragazze italiane morte nello schianto del bus.

La meditazione di Francesco ha preso spunto dalla liturgia della parola che parla di «discendenza, eredità, paternità, filiazione, stabilità»: tutte espressioni, ha fatto notare, «che sono un promessa ma poi si concentrano in un uomo, in un uomo che non parla, non dice una sola parola, un uomo del quale si dice che era giusto, soltanto. E poi un uomo che noi vediamo che agisce come un uomo obbediente». Giuseppe, appunto.

Un uomo, ha proseguito il Papa, «del quale non sappiamo neppure l’età» e che «porta sulle sue spalle tutte queste promesse di discendenza, di eredità, di paternità, di filiazione, di stabilità del popolo». Una grande responsabilità che però, come si legge nel vangelo di Matteo (1, 16.18-21.24), si ritrova tutta concentrata «in un sogno». Apparentemente, ha detto il Pontefice, tutto ciò sembra «troppo sottile», troppo labile. Eppure proprio questo «è lo stile di Dio» nel quale Giuseppe si ritrova appieno: lui, un «sognatore» è capace «di accettare questo compito, questo compito gravoso e che ha tanto da dirci a noi in questo tempo di forte senso di orfanezza». Così egli accoglie «la promessa di Dio e la porta avanti in silenzio con fortezza, la porta avanti perché quello che Dio vuole sia compiuto».

Ecco quindi delineata «la figura di Giuseppe: l’uomo nascosto, l’uomo del silenzio, l’uomo che fa da padre adottivo ; l’uomo che ha la più grande autorità in quel momento senza farla vedere». Un uomo, ha aggiunto il Papa, che potrebbe «dirci tante cose», eppure «non parla», che potrebbe «comandare», giacché comanda sul Figlio di Dio, eppure «obbedisce». A lui, al suo cuore, Dio confida «cose deboli»: infatti «una promessa è debole», così come è debole «un bambino», ma anche «una ragazza della quale lui ha avuto un sospetto». Debolezze che poi continuano anche negli eventi successivi: «pensiamo alla nascita del bambino, alla fuga in Egitto…».

«Tutte queste debolezze», ha spiegato il Pontefice, Giuseppe «le prende in mano, le prende nel cuore e le porta avanti come si portano avanti le debolezze, con tenerezza, con tanta tenerezza, con la tenerezza con la quale si prende in braccio un bambino». La liturgia, perciò, offre l’esempio dell’«uomo che non parla ma obbedisce, l’uomo della tenerezza, l’uomo capace di portare avanti le promesse perché divengano salde, sicure; l’uomo che garantisce la stabilità del regno di Dio, la paternità di Dio, la nostra filiazione come figlio di Dio». Ecco perché, ha rivelato il Papa, «Giuseppe mi piace pensarlo come il custode delle debolezze», anche «delle nostre debolezze». Infatti egli «è capace di far nascere tante cose belle dalle nostre debolezze, dai nostri peccati». Egli «è custode delle debolezze perché divengano salde nella fede».

Un compito fondamentale che Giuseppe «ha ricevuto in sogno», perché lui era «un uomo capace di sognare». Quindi egli non solo «è custode delle nostre debolezze, ma anche possiamo dire che è il custode del sogno di Dio: il sogno di nostro Padre, il sogno di Dio, della redenzione, di salvarci tutti, di questa ricreazione, è confidato a lui».

«Grande questo falegname!» ha esclamato il Pontefice, sottolineando ancora una volta come egli, «zitto, lavora, custodisce, porta avanti le debolezze, è capace di sognare». E a lui, ha detto Francesco, «io oggi vorrei chiedere: ci dia a tutti noi la capacità di sognare perché quando sogniamo le cose grandi, le cose belle, ci avviciniamo al sogno di Dio, le cose che Dio sogna su di noi». In conclusione, una particolare intercessione: «Che ai giovani dia — perché lui era giovane — la capacità di sognare, di rischiare e prendere i compiti difficili che hanno visto nei sogni». E a tutti i cristiani, infine, doni «la fedeltà che generalmente cresce in un atteggiamento giusto, cresce nel silenzio e cresce nella tenerezza che è capace di custodire le proprie debolezze e quelle degli altri».

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 16 marzo 2017

16 marzo 2017

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Come se niente fosse

Giovedì, 16 marzo 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.63, 17/03/2017)

I senzatetto, i nuovi poveri senza soldi per l’affitto, i disoccupati e i bambini che chiedono l’elemosina — guardati male perché appartengono a «quell’etnia che ruba» — sembrano ormai far parte del «panorama della città». Proprio «come una statua, la fermata del bus, l’ufficio della posta». E vengono trattati con la stessa indifferenza, come se non esistessero, come se la loro situazione fosse persino «normale» e non arrivi a toccare il cuore. Ma così si scivola «dal peccato alla corruzione» a cui non c’è rimedio, ha messo in guardia Papa Francesco nella messa celebrata a Santa Marta giovedì mattina, 16 marzo. Insomma, ha insistito il Pontefice, è come quando pensiamo di cavarcela con «un’Avemaria e un Padrenostro», continuando poi «a vivere come se niente fosse», vedendo in tv e sui giornali bambini uccisi da una bomba sganciata su un ospedale o una scuola.

«Nell’antifona d’inizio», ha fatto subito notare il Papa nella sua omelia citando il salmo 139 (23-24), «abbiamo pregato: “Scruta, Dio, il mio cuore; vedi se percorro la via di menzogna, e guidami sulla via della vita”». Perché, ha spiegato, «possiamo percorrere una vita di menzogna, di apparenze: appare una cosa e la realtà è un’altra». Proprio «per questo chiediamo al Signore che lui scruti la verità della nostra vita: e se io percorro una vita di menzogna, che mi porti sulla via della vita, della vera vita».

«Questa preghiera — ha spiegato Francesco — è in armonia con quello che il profeta Geremia ci dice nella prima lettura» (17, 5-10) presentando «queste due opzioni che sono pilastri di vita: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo; benedetto l’uomo che confida nel Signore”». Dunque, «maledetto e benedetto». Da una parte c’è «l’uomo che confida nell’uomo, pone nella carne il suo sostegno, cioè nelle cose che lui può gestire, nella vanità, nell’orgoglio, nelle ricchezze, in se stesso» e «si sente come se fosse un dio, allontana il suo cuore dal Signore». Proprio «questo allontanamento dal Signore “non vedrà venire il bene”» scrive il profeta Geremia. E l’uomo «sarà come un tamerisco nella steppa», cioè «senza frutto, non sarà fecondo: tutto finisce con lui, non lascerà vita, si chiude quella vita con la propria morte, perché la sua fiducia era in se stesso».

«Invece “benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia”» ha affermato il Pontefice, ripetendo sempre le parole di Geremia. Quell’uomo infatti «si fida del Signore, si aggrappa al Signore, si lascia condurre dal Signore». Colui che confida nel Signore sarà, scrive Geremia, «come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo». In una parola, «sarà fecondo». Mentre colui che confida in se stesso «sarà “come un tamerisco nella steppa”, sterile».

Ecco dunque, ha spiegato il Papa, che «questa opzione, tra questi due modi di vita che divengono poi pilastri di vita, viene dal cuore: la fecondità dell’uomo che confida nel Signore e la sterilità dell’uomo che confida in se stesso, nelle sue cose, nel suo mondo, nelle sue fantasie o anche nelle sue ricchezze, nel suo potere». Geremia non manca di metterci in guardia: «Stai attento, non fidarti del tuo cuore: “niente è più infido del cuore e difficilmente guarisce!”». Dunque, ha insistito Francesco, «il nostro cuore ci tradisce se noi non stiamo attenti, se non siamo in continua vigilanza, se siamo pigri, se viviamo con leggerezza, un po’ così, guardando soltanto le cose». E «questa strada è una strada pericolosa, è una strada scivolosa, quando mi fido soltanto del mio cuore: perché lui è infido, è pericoloso».

Proprio «questo — ha proseguito il Papa facendo riferimento al passo di Luca (16, 19-31) — è accaduto a questo signore ricco del Vangelo: quando una persona vive nel suo ambiente chiuso, respira quell’aria dei suoi beni, della sua soddisfazione, della vanità, di sentirsi sicuro e si fida soltanto di se stesso, perde l’orientamento, perde la bussola e non sa dove sono i limiti». Il suo problema è che «vive soltanto lì: non esce fuori di sé».

È la storia, appunto, dell’uomo ricco di cui parla Gesù ai farisei nel racconto di Luca: «Viveva bene, non gli mancava nulla, aveva tanti amici», perché «quando ci sono i soldi ci sono gli amici e quando non ci sono i soldi non ci sono le feste, gli amici volano via, se ne vanno». Dunque quell’uomo «era sempre con amici, alle feste», però alla sua «porta c’era quel povero». Ma «lui sapeva chi era quel povero — lo sapeva! — perché poi, quando parla con il padre Abramo, dice: “inviami Lazzaro!”». Perciò «sapeva anche come si chiamava ma non gli importava». E allora «era un uomo peccatore? Sì. Ma dal peccato si può andare indietro, si chiede perdono e il Signore perdona».

Quanto a quell’uomo ricco, invece, «il cuore lo ha portato su una strada di morte, a tal punto che non si può tornare indietro: c’è un punto, c’è un momento, c’è un limite dal quale difficilmente si torna indietro». Ed «è quando il peccato si trasforma in corruzione».

Perciò, ha spiegato il Papa, quell’uomo ricco «non era un peccatore, era un corrotto perché sapeva delle tante miserie, ma lui era felice lì e non gli importava niente». Ecco che tornano con forza le parole di Geremia: «Maledetto l’uomo che confida in se stesso, che confida nel suo cuore: “niente è più infido del cuore, e difficilmente guarisce” e quando tu sei in quella strada di malattia, difficilmente guarirai».

A questo punto Francesco ha voluto proporre un esame di coscienza: «Io oggi farò una domanda a tutti noi: cosa sentiamo nel cuore quando andiamo per strada e vediamo i senzatetto, vediamo i bambini da soli che chiedono l’elemosina?». Magari pensiamo che «sono di quella etnia che ruba». Ma «cosa sento io» quando vedo «i senzatetto, i poveri, quelli abbandonati, anche i senzatetto ben vestiti, perché non hanno soldi per pagare l’affitto, perché non hanno lavoro?». E tutto «questo — ha affermato il Papa — è parte del panorama, del paesaggio di una città, come una statua, la fermata del bus, l’ufficio della posta: e anche i senzatetto sono parte della città? È normale questo? State attenti, stiamo attenti! Quando queste cose nel nostro cuore risuonano come normali — “ma sì, la vita è così, io mangio, bevo, ma per togliermi un po’ di senso di colpa do un’offerta e vado avanti” — la strada non va bene».

Se facciamo questi pensieri vuol dire che «siamo, in quel momento, su quella strada scivolosa», che porta «dal peccato alla corruzione». Per questo, ha proseguito il Pontefice, è opportuno domandarci: «Cosa sento io quando al telegiornale, sui giornali, vedo che è caduta una bomba là, su un ospedale, e sono morti tanti bambini, su una scuola, povera gente?». Magari «dico un’Avemaria, un Padrenostro per loro e continuo a vivere come se niente fosse». Invece è bene chiederci se il dramma di tanta gente «entra nel mio cuore» oppure se sono proprio «come quel ricco» di cui parla il Vangelo, a cui «non entrò mai nel cuore Lazzaro», del quale «avevano più pietà i cani». E «se io fossi così come quel ricco, sarei in cammino dal peccato alla corruzione».

«Per questo — ha concluso Francesco riferendosi alle parole del salmo 139 proclamate nell’antifona d’ingresso — chiediamo al Signore: “Scruta, o Signore, il mio cuore; vedi se la mia strada è sbagliata, se io sono su quella strada scivolosa dal peccato alla corruzione, dalla quale non si può tornare indietro”». Perché, ha ribadito, «abitualmente il peccatore, se si pente, torna indietro; il corrotto difficilmente, perché è chiuso in se stesso». Perciò «oggi la preghiera» da fare è proprio: «Scruta, Signore, il mio cuore e fammi capire in quale strada sono, su quale strada sto andando».

Al termine della celebrazione, il Papa ha rivolto un particolare saluto ai cardinali Angelo Comastri e Crescenzio Sepe che hanno concelebrato con lui per i cinquant’anni della loro ordinazione sacerdotale.

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 14 marzo 2017

14 marzo 2017

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Presi per mano

Martedì, 14 marzo 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

La conversione che viene richiesta a ogni cristiano, in particolar modo nel periodo quaresimale, è un percorso impegnativo ma con «regole» molto «semplici» che occorre far proprie «non a parole», bensì nella concretezza della vita. Ed è, soprattutto, un cammino nel quale nessuno è solo: basta lasciarsi «prendere per mano» dal «Padre che ci vuole bene».

Dopo la pausa della settimana di esercizi spirituali ad Ariccia insieme alla Curia romana, Papa Francesco ha ripreso le consuete celebrazioni eucaristiche mattutine nella cappella di Santa Marta e, nell’omelia di martedì 14 marzo, si è soffermato sul tema della conversione. Punto di partenza della meditazione è stato l’invito che il profeta Isaia (1, 10.16-20) fa nel passo proposto dalla liturgia della parola: «Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male: imparate a fare il bene. Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova».

Due espressioni, ha sottolineato il Pontefice, «attirano l’attenzione» in questo brano: «allontanatevi dal male e imparate a fare il bene». Di fatto, ha detto, è proprio questo «il cammino della conversione: è semplice».

Questa indicazione prende le mosse da ciò che ogni persona vive sulla propria pelle: «Ognuno di noi — ha infatti spiegato Francesco — ogni giorno fa qualcosa di brutto: la Bibbia dice che il più santo pecca sette volte al giorno… Ma il problema sta nel fatto di non abituarsi a vivere nelle cose brutte». Così, ha proseguito, «se io faccio una cosa brutta me ne accorgo e ho voglia di allontanarmi». Dice in proposito Isaia: «Allontanatevi dal male», da «quello che avvelena l’anima, che rimpicciolisce l’anima, che ti fa malato». Quindi ecco il primo atteggiamento richiesto: «allontanarsi dal male».

Ma non basta. Perché poi si legge: «Imparate a fare il bene». E, ha riconosciuto il Papa, «non è facile fare il bene: dobbiamo impararlo, sempre». Fortunatamente c’è il Signore che «insegna». Perciò gli uomini devono fare «come i bambini» e «imparare». Ciò significa che «nella strada della vita, della vita cristiana si impara tutti i giorni. Si deve imparare tutti i giorni a fare qualcosa, a essere migliori del giorno prima». Questa è quindi «la regola della conversione: allontanarsi dal male e imparare a fare il bene». Ha spiegato il Pontefice: «Convertirsi non è andare da una fata che con la bacchetta magica ci converta: no! È un cammino. È un cammino di allontanarsi e di imparare». È un cammino che richiede «coraggio, per allontanarsi» dal male, e «umiltà per imparare» a fare il bene. E che, soprattutto, ha bisogno di «cose concrete».

Non a caso, ha fatto notare il Papa, il Signore, tramite il profeta, indica alcuni esempi concreti: «Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova». Ma se ne potrebbero elencare tante altre. Importante è comprendere che «si impara a fare il bene con cose concrete, non con parole». E infatti Gesù, come si legge nel vangelo del giorno (Matteo, 23, 1-12), «rimprovera questa classe dirigente del popolo di Israele, perché “dicono e non fanno”, non conoscono la concretezza. E se non c’è concretezza, non ci può essere la conversione».

A questo punto, dopo avere individuato cosa fare nel cammino della conversione, il Papa è passato a riflettere sul “come” agire. E, sempre seguendo la lettura del brano di Isaia, si è innanzitutto soffermato su una «bella parola» detta dal Signore: «Su, venite, discutiamo». Il Signore, cioè, «prima, ci invita, dopo, ci aiuta». E usa la parola “su”, ovvero «la stessa parola che ha detto ai paralitici: “Su, alzati. Prendi la tua barella e vattene”. Su. La stessa parola che ha detto alla figlia di Giairo, la stessa parola che ha detto al figlio della vedova alla porta di Naim: su».

Dio sempre invita ad alzarsi, ma sempre «ci dà la mano per andare su». E lo fa, ha detto il Pontefice, con la caratteristica dell’umiltà. Nel passo di Isaia si legge: «Venite e discutiamo». Cioè: Dio «si abbassa, come uno di noi, il nostro Dio è umile». Ecco quindi la logica che porta alla conversione: «prima l’invito, poi l’aiuto, il camminare insieme per aiutarci, per spiegarci le cose, per prenderci per mano e portarci per mano». E «il risultato di questo», ha sottolineato Francesco, «è una cosa meravigliosa: “Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve”». Il Signore, cioè, «è capace di fare questo miracolo», quello «di cambiarci. Non da un giorno all’altro: no, no, no! Con la strada. Nella strada».

Questa quindi, ha suggerito il Papa, «è la strada della conversione quaresimale. Semplice. È un Padre che parla, è un Padre che ci vuole bene, ci vuole bene bene. E ci accompagna». L’unica cosa che ci viene richiesta è «di essere umili». Gesù infatti dice: «Chi si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato». Perciò, ha concluso il Pontefice: «Se tu lasci che il Signore ti prenda per mano e ti porti avanti, su, e ti alzi e vai con lui, con questo gesto di umiltà sarai esaltato, sarai perdonato, sarai reso bianco». Così, ha detto, «cresceremo come buoni cristiani».

Visita alla Chiesa Anglicana “All Saints” (26 febbraio 2017)

26 febbraio 2017

VISITA DI PAPA FRANCESCO
ALLA CHIESA ANGLICANA “ALL SAINTS” DI ROMA

Domenica, 26 febbraio 2017

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Omelia

Domande e risposte

OMELIA

Cari fratelli e sorelle,

vi ringrazio per il gentile invito a celebrare insieme questo anniversario parrocchiale. Sono trascorsi più di duecento anni da quando si tenne a Roma il primo servizio liturgico pubblico anglicano per un gruppo di residenti inglesi che vivevano in questa parte della città. Molto, a Roma e nel mondo, è cambiato da allora. Nel corso di questi due secoli molto è cambiato anche tra Anglicani e Cattolici, che nel passato si guardavano con sospetto e ostilità; oggi, grazie a Dio, ci riconosciamo come veramente siamo: fratelli e sorelle in Cristo, mediante il nostro comune battesimo. Come amici e pellegrini desideriamo camminare insieme, seguire insieme il nostro Signore Gesù Cristo.

Mi avete invitato a benedire la nuova icona di Cristo Salvatore. Cristo ci guarda, e il suo sguardo posato su di noi è uno sguardo di salvezza, di amore e di compassione. È lo stesso sguardo misericordioso che trafisse il cuore degli Apostoli, che iniziarono un cammino di vita nuova per seguire e annunciare il Maestro. In questa santa immagine Gesù, guardandoci, sembra rivolgere anche a noi una chiamata, un appello: “Sei pronto a lasciare qualcosa del tuo passato per me? Vuoi essere messaggero del mio amore, della mia misericordia?”.

La misericordia divina è la sorgente di tutto il ministero cristiano. Ce lo dice l’Apostolo Paolo, rivolgendosi ai Corinzi, nella lettura che abbiamo appena ascoltato. Egli scrive: «Avendo questo ministero, secondo la misericordia che ci è stata accordata, non ci perdiamo d’animo» (2 Cor 4,1). In effetti, san Paolo non ha sempre avuto un rapporto facile con la comunità di Corinto, come dimostrano le sue lettere. Ci fu anche una visita dolorosa a questa comunità e parole concitate vennero scambiate per iscritto. Ma questo brano mostra l’Apostolo che supera le divergenze del passato e, vivendo il suo ministero secondo la misericordia ricevuta, non si rassegna davanti alle divisioni ma si spende per la riconciliazione. Quando noi, comunità di cristiani battezzati, ci troviamo di fronte a disaccordi e ci poniamo davanti al volto misericordioso di Cristo per superarli, facciamo proprio come ha fatto san Paolo in una delle prime comunità cristiane.

Come si cimenta Paolo in questo compito, da dove comincia? Dall’umiltà, che non è solo una bella virtù, è una questione di identità: Paolo si comprende come un servitore, che non annuncia sé stesso, ma Cristo Gesù Signore (v. 5). E compie questo servizio, questo ministero secondo la misericordia che gli è stata accordata (v. 1); non in base alla sua bravura e contando sulle sue forze, ma nella fiducia che Dio lo guarda e sostiene con misericordia la sua debolezza. Diventare umili è decentrarsi, uscire dal centro, riconoscersi bisognosi di Dio, mendicanti di misericordia: è il punto di partenza perché sia Dio a operare. Un Presidente del Consiglio Ecumenico delle Chiese descrisse l’evangelizzazione cristiana come «un mendicante che dice a un altro mendicante dove trovare il pane» (Dr. D.T. Niles). Credo che san Paolo avrebbe approvato. Egli si sentiva “sfamato dalla misericordia” e la sua priorità era condividere con gli altri il suo pane: la gioia di essere amati dal Signore e di amarlo.

Questo è il nostro bene più prezioso, il nostro tesoro, e in questo contesto Paolo introduce una delle sue immagini più note, che possiamo applicare a tutti noi: «Abbiamo questo tesoro in vasi di creta» (v. 7). Siamo solo vasi di creta, ma custodiamo dentro di noi il più grande tesoro del mondo. I Corinzi sapevano bene che era sciocco preservare qualcosa di prezioso in vasi di creta, che erano a buon mercato, ma si crepavano facilmente. Tenere al loro interno qualcosa di pregiato voleva dire rischiare di perderlo. Paolo, peccatore graziato, umilmente riconosce di essere fragile come un vaso di creta. Ma ha sperimentato e sa che proprio lì, dove la miseria umana si apre all’azione misericordiosa di Dio, il Signore opera meraviglie. Così opera la «straordinaria potenza» di Dio (v. 7).

Fiducioso in questa umile potenza, Paolo serve il Vangelo. Parlando di alcuni suoi avversari a Corinto, li chiamerà «superapostoli» (2 Cor 12,11), forse, e con una certa ironia, perché lo avevano criticato per le sue debolezze, da cui loro si ritenevano esenti. Paolo, invece, insegna che solo riconoscendoci deboli vasi di creta, peccatori sempre bisognosi di misericordia, il tesoro di Dio si riversa in noi e sugli altri mediante noi. Altrimenti, saremo soltanto pieni di tesori nostri, che si corrompono e marciscono in vasi apparentemente belli. Se riconosciamo la nostra debolezza e chiediamo perdono, allora la misericordia risanatrice di Dio risplenderà dentro di noi e sarà pure visibile al di fuori; gli altri avvertiranno in qualche modo, tramite noi, la bellezza gentile del volto di Cristo.

A un certo punto, forse nel momento più difficile con la comunità di Corinto, Paolo cancellò una visita che aveva in programma di farvi, rinunciando anche alle offerte che avrebbe ricevuto (2 Cor 1,15-24). Esistevano tensioni nella comunione, ma non ebbero l’ultima parola. Il rapporto si rimise in sesto e l’Apostolo accettò l’offerta per il sostegno della Chiesa di Gerusalemme. I cristiani di Corinto ripresero a operare insieme alle altre comunità visitate da Paolo, per sostenere chi era nel bisogno. Questo è un segno forte di comunione ripristinata. Anche l’opera che la vostra comunità svolge insieme ad altre di lingua inglese qui a Roma può essere vista in questo modo. Una comunione vera e solida cresce e si irrobustisce quando si agisce insieme per chi ha bisogno. Attraverso la testimonianza concorde della carità, il volto misericordioso di Gesù si rende visibile nella nostra città.

Cattolici e Anglicani, siamo umilmente grati perché, dopo secoli di reciproca diffidenza, siamo ora in grado di riconoscere che la feconda grazia di Cristo è all’opera anche negli altri. Ringraziamo il Signore perché tra i cristiani è cresciuto il desiderio di una maggiore vicinanza, che si manifesta nel pregare insieme e nella comune testimonianza al Vangelo, soprattutto attraverso varie forme di servizio. A volte, il progresso nel cammino verso la piena comunione può apparire lento e incerto, ma oggi possiamo trarre incoraggiamento dal nostro incontro. Per la prima volta un Vescovo di Roma visita la vostra comunità. È una grazia e anche una responsabilità: la responsabilità di rafforzare le nostre relazioni a lode di Cristo, a servizio del Vangelo e di questa città.

Incoraggiamoci gli uni gli altri a diventare discepoli sempre più fedeli di Gesù, sempre più liberi dai rispettivi pregiudizi del passato e sempre più desiderosi di pregare per e con gli altri. Un bel segno di questa volontà è il “gemellaggio” realizzato tra la vostra parrocchia di All Saints e quella cattolica di Ognissanti. I Santi di ogni confessione cristiana, pienamente uniti nella Gerusalemme di lassù, ci aprano la via per percorrere quaggiù tutte le possibili vie di un cammino cristiano fraterno e comune. Dove ci si riunisce nel nome di Gesù, Egli è lì (cfr Mt 18,20), e rivolgendo il suo sguardo di misericordia chiama a spendersi per l’unità e per l’amore. Che il volto di Dio splenda su di voi, sulle vostre famiglie e su tutta questa comunità!

Domande e risposte

Domanda: Durante le nostre liturgie, molte persone entrano nella nostra chiesa e si meravigliano perché “sembra proprio una chiesa cattolica!”.

Molti cattolici hanno sentito parlare del Re Enrico VIII, ma sono ignari delle tradizioni anglicane e del progresso ecumenico di questo mezzo secolo.

Cosa vorrebbe dire loro circa il rapporto tra cattolici e anglicani oggi?

Risposta del Papa:

E’ vero, il rapporto tra cattolici e anglicani oggi è buono, ci vogliamo bene come fratelli! E’ vero che nella storia ci sono cose brutte dappertutto, e “strappare un pezzo” dalla storia e portarlo come se fosse un’ “icona” dei [nostri] rapporti non è giusto. Un fatto storico deve essere letto nell’ermeneutica di quel momento, non con un’altra ermeneutica. E i rapporti di oggi sono buoni, ho detto. E sono andati oltre, dalla visita del primate Michael Ramsey, e ancora di più… Ma anche nei santi, noi abbiamo una comune tradizione dei santi che il vostro parroco ha voluto sottolineare. E mai, mai le due Chiese, le due tradizioni hanno rinnegato i santi, i cristiani che hanno vissuto la testimonianza cristiana fino a quel punto. E questo è importante. Ma ci sono stati anche rapporti di fratellanza in tempi brutti, in tempi difficili, dov’erano tanto mischiati il potere politico, economico, religioso, dove c’era quella regola “cuius regio eius religio” ma anche in quei tempi c’erano alcuni rapporti…

[salta collegamento audio]

Io ho conosciuto in Argentina un vecchio gesuita, anziano, io ero giovane lui era anziano, padre Guillermo Furlong Cardiff, nato nella città di Rosario, di famiglia inglese; e lui da ragazzino è stato chierichetto – lui è cattolico, di famiglia inglese cattolica – lui è stato chierichetto a Rosario nei funerali della Regina Vittoria, nella chiesa anglicana. Anche a quei tempi c’era questo rapporto. E i rapporti fra cattolici e anglicani sono rapporti – non so se storicamente si può dire così, ma è una figura che ci aiuterà a pensare – due passi avanti, mezzo passo indietro, due passi avanti mezzo passo indietro… E’ così. Sono umani. E dobbiamo continuare in questo.

C’è un’altra cosa che ha mantenuto forte il collegamento tra le nostre tradizioni religiose: ci sono i monaci, i monasteri. E i monaci, sia cattolici sia anglicani, sono una grande forza spirituale delle nostre tradizioni.

E i rapporti, come vorrei dirvi, sono migliorati ancora di più, e a me piace, questo è buono. “Ma non facciamo tutte le cose uguali…”. Ma camminiamo insieme, andiamo insieme. Per il momento va bene così. Ogni giorno ha la propria preoccupazione. Non so, questo mi viene da dirti. Grazie.

Domanda: Il suo predecessore, Papa Benedetto XVI, ha messo in guardia circa il rischio, nel dialogo ecumenico, di dare la priorità alla collaborazione dell’azione sociale anziché seguire il cammino più esigente dell’accordo teologico.

A quanto pare, Lei sembra preferire il contrario, cioè “camminare e lavorare” insieme per raggiungere la mèta  dell’unità dei cristiani. Vero?

Risposta del Papa:

Io non conosco il contesto nel quale il Papa Benedetto ha detto questo, non conosco e per questo è un po’ difficile per me, mi mette in imbarazzo per rispondere… Ha voluto dire questo o no… Forse può essere stato in un colloquio con i teologi… Ma non sono sicuro. Ambedue le cose sono importanti. Questo certamente. Quale delle due ha la priorità?… E dall’altra parte c’è la famosa battuta del patriarca Atenagora – che è vera, perché io ho fatto la domanda al patriarca Bartolomeo e mi ha detto: “Questo è vero” -, quando ha detto al beato Papa Paolo VI: “Noi facciamo l’unità fra noi, e tutti i teologi li mettiamo in un’isola perché pensino!”. Era uno scherzo, ma ero, storicamente vero, perché io dubitavo ma il patriarca Bartolomeo mi ha detto che è vero. Ma qual è il nocciolo di questo, perché credo che quello che ha detto Papa Benedetto è vero: si deve cercare il dialogo teologico per cercare anche le radici…, sui Sacramenti…, su tante cose su cui ancora non siamo d’accordo… Ma questo non si può fare in laboratorio: si deve fare camminando, lungo la via. Noi siamo in cammino e in cammino facciamo anche queste discussioni. I teologi le fanno. Ma nel frattempo noi ci aiutiamo, noi, l’uno con l’altro, nelle nostre necessità, nella nostra vita, anche spiritualmente ci aiutiamo. Per esempio nel gemellaggio c’era il fatto di studiare insieme la Scrittura, e ci aiutiamo nel servizio della carità, nel servizio dei poveri, negli ospedali, nelle guerre… E’ tanto importante, è tanto importante questo. Non si può fare il dialogo ecumenico fermi. No. Il dialogo ecumenico si fa in cammino, perché il dialogo ecumenico è un cammino, e le cose teologiche si discutono in cammino. Credo che con questo non tradisco la mente di Papa Benedetto, neppure la realtà del dialogo ecumenico. Così la interpreto io. Se io conoscessi il contesto nel quale è stata detta quella espressione, forse direi altrimenti, ma è questo che mi viene da dire.

Domanda: La chiesa All Saints iniziò con un gruppo di fedeli britannici, ma è ormai una Congregazione internazionale con gente proveniente da diversi Paesi.

In alcune regioni dell’Africa, dell’Asia o del Pacifico, i rapporti ecumenici tra le Chiese sono migliori e più creativi che qui in Europa.

Cosa possiamo imparare dall’esempio delle Chiese del Sud del mondo?

Risposta del Papa:

Grazie. E’ vero. Le Chiese giovani hanno una vitalità diversa, perché sono giovani. E cercano un modo di esprimersi diversamente. Per esempio, una liturgia qui a Roma, o pensi a Londra o a Parigi, non è la stessa che una liturgia nel tuo Paese, dove la cerimonia liturgica, cattolica pure, si esprime con una gioia, con la danza e tante forme diverse proprie di quelle Chiese giovani. Le Chiese giovani hanno più creatività; e all’inizio anche qui in Europa era lo stesso: si cercava…. Quando tu leggi, per esempio, nella Didaché, come si faceva l’Eucaristia, l’incontro fra i cristiani, c’era una grande creatività. Poi crescendo, crescendo la Chiesa si è consolidata bene, è cresciuta a un’età adulta. Ma le chiese giovani hanno più vitalità e anche hanno il bisogno di collaborare, un bisogno forte. Per esempio io sto studiando, i miei collaboratori stanno studiando la possibilità di un viaggio in Sud Sudan. Perché? Perché sono venuti i Vescovi, l’anglicano, il presbiteriano e il cattolico, tre insieme a dirmi: “Per favore, venga in Sud Sudan, soltanto una giornata, ma non venga solo, venga con Justin Welby”, cioè con l’arcivescovo di Canterbury. Da loro, Chiesa giovane, è venuta questa creatività. E stiamo pensando se si può fare, se la situazione è troppo brutta laggiù… Ma dobbiamo fare perché loro, i tre, insieme vogliono la pace, e loro lavorano insieme per la pace… C’è un aneddoto molto interessante. Quando il Beato Paolo VI ha fatto la beatificazione dei martiri dell’Uganda – Chiesa giovane –,   fra i martiri – erano catechisti, tutti, giovani – alcuni erano cattolici e altri anglicani, e tutti sono stati martirizzati dallo stesso re, in odio alla fede e perché loro non hanno voluto seguire le proposte sporche del re. E Paolo VI si è trovato in imbarazzo perché diceva: “Io devo beatificare gli uni e gli altri, sono martiri gli uni e gli altri”. Ma, in quel momento della Chiesa Cattolica, non era tanto possibile fare quella cosa. C’era appena stato il Concilio… Ma quella Chiesa giovane oggi celebra gli uni e gli altri insieme; anche Paolo VI nell’omelia, nel discorso, nella Messa di beatificazione ha voluto nominare i catechisti anglicani martiri della fede allo stesso livello dei catechisti cattolici. Questo lo fa una Chiesa giovane. Le Chiese giovani hanno coraggio, perché sono giovani; come tutti i giovani hanno più coraggio di noi… non tanto giovani!

E poi, la mia esperienza. Io ero molto amico degli anglicani a Buenos Aires, perché la parte di dietro della parrocchia della Merced era comunicante con la cattedrale anglicana. Ero molto amico del Vescovo Gregory Venables, molto amico. Ma c’è un’altra esperienza: nel nord dell’Argentina ci sono le missioni anglicane con gli aborigeni e le missioni cattoliche con gli aborigeni, e il Vescovo anglicano e il Vescovo cattolico di là lavorano insieme, e insegnano. E quando la gente non può andare la domenica alla celebrazione cattolica va a quella anglicana, e gli anglicani vanno alla cattolica, perché non vogliono passare la domenica senza una celebrazione; e lavorano insieme. E qui la Congregazione per la Dottrina della Fede lo sa. E fanno la carità insieme. E i due i Vescovi sono amici e le due comunità sono amiche.

Credo che questa sia una ricchezza che le nostre Chiese giovani possono portare all’Europa e alle Chiese che hanno una grande tradizione. E loro dare a noi la solidità di una tradizione molto, molto curata e molto pensata. E’ più facile, è vero, l’ecumenismo nelle Chiese giovani. E’ vero. Ma credo che – e ritorno alla seconda domanda – è forse più solido nella ricerca teologica l’ecumenismo in una Chiesa più matura, più invecchiata nella ricerca, nello studio della storia, della teologia, della liturgia, come è la Chiesa in Europa. E credo che a noi farebbe bene, ad ambedue le Chiese: da qui, dall’Europa inviare alcuni seminaristi a fare esperienze pastorali nelle Chiese giovani, si impara tanto. Loro vengono, dalle chiese giovani, a studiare a Roma, almeno i cattolici, lo sappiamo. Ma inviare loro a vedere, a imparare dalle Chiese giovani sarebbe una grande ricchezza nel senso che Lei ha detto. E’ più facile l’ecumenismo lì, è più facile, cosa che non vuol dire più superficiale, no, non è superficiale. Loro non negoziano la fede e l’identità. Quell’aborigeno ti dice nel nord Argentina: “Io sono anglicano”. Ma non c’è il vescovo, non c’è il pastore, non c’è il reverendo… “Io voglio lodare Dio la domenica e vado alla cattedrale cattolica”, e viceversa. Sono ricchezze delle Chiese giovani. Non so, questo mi viene da dirti.

Omelia di Papa Francesco del 23 febbraio 2017 – Il cristiano non dia scandalo con una doppia vita

23 febbraio 2017

 

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Non rimandare la conversione

Giovedì, 23 febbraio 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Lo «scandalo» di chi si professa cristiano e poi mostra il suo vero volto con una vita che cristiana non è per nulla; e la controtestimonianza di chi «sfrutta» e «distrugge» le vite degli altri fingendo di essere un buon cattolico. Su questo si è incentrata la messa celebrata giovedì 23 febbraio a Santa Marta da Papa Francesco, il quale, commentando le severe parole usate da Gesù nel Vangelo, ha chiamato alla conversione i protagonisti di certe «doppie vite».

L’omelia del Pontefice ha preso le mosse dal salmo 1, nel quale si legge: «Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella vita dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia. La sua legge medita giorno e notte». La Scrittura, ha spiegato Francesco, si riferisce all’uomo che ha «la sua forza» nel Signore, «che si sente piccolo, che sa che senza il Signore non può fare nulla». Costui «è il benedetto del Signore».

Più avanti, ha aggiunto, il salmo propone anche la «contrapposizione tra quelli che seguono la legge del Signore e quelli arroganti, malvagi». È la stessa contrapposizione che si ritrova nel vangelo del giorno (Marco, 9, 41-50). Anche in quel brano «ci sono i buoni e ci sono i cattivi». Dietro le parole di Gesù si percepisce «la figura di questi giusti che si sentono piccoli, ma la loro fiducia è nel Signore». Un passo, ha fatto notare il Papa, in cui «per quattro volte» ritorna la parola «scandalo». E nell’usarla il Signore «è stato molto forte», tant’è che dice: «Guai a scandalizzare uno di questi piccoli. Guai!». Infatti, ha spiegato il Pontefice, «lo scandalo, per il Signore, è distruzione». E Gesù consiglia: «È meglio distruggere te stesso che distruggere gli altri. Tagliati la mano, tagliati il piede, togliti l’occhio, buttati a mare. Ma non scandalizzare i piccoli, cioè i giusti, quelli che si fidano del Signore, che semplicemente credono nel Signore».

A questo punto il Pontefice si è chiesto: «Ma cosa è lo scandalo?». La risposta tocca la vita concreta di ogni persona: «Lo scandalo è dire una cosa e farne un’altra; è la doppia vita». Un esempio? «Io sono molto cattolico, io vado sempre a messa, appartengo a questa associazione e a un’altra; ma la mia vita non è cristiana, non pago il giusto ai miei dipendenti, sfrutto la gente, sono sporco negli affari, faccio riciclaggio del denaro». Questa è una «doppia vita». Purtroppo, ha considerato il Papa, «tanti cattolici sono così, E questi scandalizzano».

Parole chiare che riportano ognuno alla vita di tutti giorni: «Quante volte abbiamo sentito», ha aggiunto Francesco, «nel quartiere e in altre parti: “Ma per essere cattolico come quello, meglio essere ateo”. È quello, lo scandalo», che «distrugge», che «butta giù». E «questo succede tutti i giorni: basta vedere il telegiornale o guardare i giornali. Sui giornali ci sono tanti scandali, e anche c’è la grande pubblicità degli scandali. E con gli scandali si distrugge».

A spiegazione ulteriore delle sue parole, il Pontefice ha raccontato un fatto recente relativo a «una ditta importante» che era «sull’orlo del fallimento». Giacché, ha detto, le autorità «volevano evitare uno sciopero giusto, ma che non avrebbe fatto bene», cercarono di mettersi in contatto con il responsabile della ditta. E dov’era costui mentre «la ditta stava fallendo» e la gente «non riceveva lo stipendio del proprio lavoro»? Questo dirigente, che pure diceva di essere «un uomo cattolico, molto cattolico», si trovava «su una spiaggia del Medio oriente» a fare «vacanze d’inverno». Il fatto, ha aggiunto il Papa, «non è uscito sui giornali», ma «la gente lo ha saputo». Questi «sono gli scandali, la doppia vita». E Gesù a chi si comporta così dice: «A questi piccoli, questi poveri che credono in me, non rovinarli con la tua doppia vita».

Parafrasando un altro passo del vangelo, il Pontefice ha immaginato il momento in cui chi dà scandalo busserà alla porta del Cielo: «Sono io, Signore!» — «Ma sì, non ti ricordi? Io andavo in chiesa, ti ero vicino, appartenevo a tale associazione, faccio questo… non ti ricordi di tutte le offerte che ho fatto?» — «Sì, ricordo. Le offerte, quelle le ricordo: tutte sporche. Tutte rubate ai poveri. Non ti conosco».

Il problema, ha spiegato il Papa, nasce da un atteggiamento che si ritrova ben descritto proprio nella prima lettura del giorno (Siracide, 5, 1-10): «Non confidare nelle tue ricchezze, e non dire “basto a me stesso”». E ancora: «Non seguire il tuo istinto e la tua forza, assecondando le passioni del tuo cuore». La doppia vita, cioè, «viene dal seguire le passioni del cuore, i peccati capitali che sono le ferite del peccato originale». Chi dà scandalo, ha detto Francesco, segue queste passioni anche se le nasconde. La Scrittura ammonisce queste persone che, pur riconoscendo il loro errore, contano sul fatto che «il Signore è paziente, si dimenticherà…». E invita tutti a «non rimandare la conversione».

Un invito ribadito dal Pontefice a ogni cristiano: «A ognuno di noi, farà bene, oggi, pensare se c’è qualcosa di doppia vita in noi, di apparire giusti, di sembrare buoni credenti, buoni cattolici, ma da sotto fare un’altra cosa». Si tratta di comprendere se l’atteggiamento è quello di chi dice: «Ma, sì, il Signore mi perdonerà poi tutto, ma io continuo…» e, pur consapevole dei propri errori, ripete: «Sì, questo non va bene, mi convertirò, ma oggi no: domani». Un esame di coscienza che deve portare alla conversione del cuore, a partire dalla consapevolezza che «lo scandalo distrugge».

PAPA FRANCESCO ANGELUS 19 FEBBRAIO 2017

19 febbraio 2017

 

 

 

 

 

 

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 16 febbraio 2017

16 febbraio 2017

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Il traffico d’armi alimenta i conflitti

Giovedì, 16 febbraio 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

«La guerra è finita»: il grido gioioso della vicina di casa a Buenos Aires, e l’abbraccio con mamma Regina, hanno così profondamente colpito e commosso il piccolo Jorge Mario da essere ancora vivissimi nel suo ricordo. E proprio il grido «la guerra è finita» — ha detto Papa Francesco nella messa celebrata giovedì mattina, 16 febbraio, nella cappella di Santa Marta — dovrebbe essere ripetuto oggi da ogni persona per avere finalmente la pace nel cuore ma anche in famiglia, nel quartiere, sul posto di lavoro e, via via, fino al mondo intero. Perché i conflitti, ha messo in guardia il Pontefice, cominciano dalle piccole cose e sfociano, con «il traffico delle armi», nei «bombardamenti di scuole e ospedali» per «il potere» e «un pezzo di terra in più». Ecco allora che la pace, ha affermato il Papa, è un lavoro artigianale che ciascuno di noi è chiamato a costruire ogni giorno e anche da invocare con la preghiera che non è mai «una formalità».

Nella prima lettura, ha fatto subito notare Francesco riferendosi al passo tratto dal libro della Genesi (9, 1-13) e anche al brano di Marco (8, 27-33), «ci sono tre parole, tre figure, tre immagini che ci aiuteranno a riflettere, a pensare e a capire meglio quello che Gesù spiega nel Vangelo ai suoi discepoli: l’immagine della colomba, dell’arcobaleno e dell’alleanza».

E infatti, ha spiegato il Papa, «dopo il diluvio, la prima immagine è quella colomba che, dopo aver girato varie volte, torna alla fine con un tenero ramoscello di ulivo nel becco». E «in quel momento si cominciò a pensare che fosse finita la tragedia, fosse finita la distruzione e tornasse la pace». Proprio «per questo la colomba con l’ulivo nel becco è un segno di pace, è il messaggio di Dio all’umanità». Dio «si pentì di quella distruzione e promise di non farla più: “Io voglio la pace”». Così «questa colomba è il segno di quello che Dio voleva dopo il diluvio: pace, che tutti gli uomini fossero in pace».

La «seconda figura», ha affermato Francesco, è «l’arcobaleno». Sì, quell’«arcobaleno che lo stesso Signore fa e dice che questo è il segno dell’alleanza che farà: “Questo è il segno dell’alleanza che io pongo tra me e voi per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi”, perché sia segno, ricordo, di questa pace che sarà alleanza».

«La terza parola è l’alleanza» ha proseguito il Pontefice. E infatti «Dio promette: “Mai distruggerò, mai, io mai, voglio pace, faccio questa alleanza con voi”, l’alleanza della pace». E, ha aggiunto, «Noè fece dei sacrifici e questo fu gradito a Dio».

«La colomba e l’arcobaleno sono fragili» ha affermato Francesco. «L’arcobaleno è bello dopo la tempesta, ma poi viene una nuvola, sparisce: è un segno effimero». Anche «la colomba è fragile perché basta che passi un rapace affamato». Del resto, ha ricordato il Papa, «lo abbiamo visto due anni fa dalla finestra, nell’Angelus della domenica, quando i due bambini hanno fatto uscire due colombe: è venuto un gabbiano e le ha uccise». Dunque «sono segni fragili». Invece «l’alleanza che Dio fa è forte, ma noi la riceviamo, l’accettiamo con debolezza». Così «Dio fa la pace con noi, ma non è facile custodire la pace: è un lavoro di tutti i giorni». Perché «dentro di noi ancora c’è quel seme, quel peccato originale, lo spirito di Caino che per invidia, gelosia, cupidigia e volere di dominazione, fa la guerra, una guerra che fa sparire l’arcobaleno, la colomba e distrugge l’alleanza con Dio».

«C’è una cosa dell’alleanza, una parola che si ripete, il “sangue”» ha fatto presente il Pontefice. A tal punto che Dio dice «del sangue vostro io chiederò conto; ne domanderò conto a ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello». Ecco che, ha affermato Francesco, «noi siamo custodi dei fratelli e quando c’è versamento di sangue c’è peccato e Dio ci chiederà conto». Oggi, ha detto il Papa, «nel mondo c’è versamento di sangue, oggi il mondo è in guerra: tanti fratelli e sorelle muoiono, anche innocenti, perché i grandi e i potenti vogliono un pezzo in più di terra, vogliono un po’ più di potere o vogliono fare un po’ più di guadagno col traffico delle armi». Ma «la parola del Signore è chiara: “Del sangue vostro, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto a ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello”». Perciò «anche a noi — sembra di essere in pace, qui — il Signore domanderà conto del sangue dei nostri fratelli e sorelle che soffrono la guerra».

A questo proposito, il Pontefice ha suggerito le linee per un esame di coscienza: «La domanda che io farei oggi è: come custodisco io la colomba? Cosa faccio perché l’arcobaleno sia sempre una guida? Cosa faccio perché non sia versato più sangue nel mondo?». È evidente, ha aggiunto, che «tutti noi siamo coinvolti in questo: la preghiera per la pace non è una formalità, il lavoro per la pace non è una formalità». Di più, «la guerra incomincia nel cuore dell’uomo, incomincia a casa, nelle famiglie, fra amici e poi va oltre, a tutto il mondo». Dunque, ha rilanciato le linee per la riflessione personale, «cosa faccio io quando sento che viene nel mio cuore qualcosa di rapace che vuole distruggere la pace? In famiglia, nel lavoro, nel quartiere, siamo seminatori di pace?».

Domanda cruciale, ha avvertito il Papa, perché «la guerra incomincia qui e finisce là». Sì, «le notizie le guardiamo sui giornali o sui telegiornali: oggi tanta gente muore e quel seme di guerra che fa l’invidia, la gelosia, la cupidigia nel mio cuore, è lo stesso — cresciuto, fatto albero — della bomba che cade su un ospedale, su una scuola e uccide i bambini, è lo stesso!». Perché davvero «la dichiarazione di guerra incomincia qui, in ognuno di noi». Ecco, allora, l’importanza di porre a se stessi la domanda «Come custodisco io la pace nel mio cuore, nel mio intimo, nella mia famiglia?». Perché si tratta «non solo di custodire la pace» ma anche di «farla con le mani, artigianalmente, tutti i giorni. Così riusciremo a farla nel mondo intero».

«La colomba, l’arcobaleno, il sangue», dunque. E «non è necessario versare sangue dei fratelli: soltanto un sangue è stato versato una volta per sempre, è quello del quale parla Gesù nel Vangelo: “Il Figlio dell’uomo sarà ucciso”». E proprio «il sangue di Cristo è quello che fa la pace, ma non quel sangue che io faccio col mio fratello, con la mia sorella o che fanno i trafficanti delle armi o i potenti della terra nelle grandi guerre». Ecco, ha insistito Francesco, «ci vuole la pace», ci vogliono «la colomba, l’arcobaleno e l’alleanza di pace». In proposito il Papa ha voluto condividere un suo ricordo personale, un «aneddoto, perché è una cosa che a me fa bene ricordare: ero bambino, avevo cinque anni e, ricordo, cominciò a suonare l’allarme dei vigili del fuoco, poi dei giornali e nella città». E «questo si faceva per attirare l’attenzione su un fatto o una tragedia o un’altra cosa. E subito sentii la vicina di casa che chiamava la mia mamma: “Signora Regina, venga, venga, venga!”. E mia mamma è uscita un po’ spaventata: “Cosa è successo?”. E quella donna dall’altra parte del giardino le diceva: “È finita la guerra!” e piangeva. E ho visto queste due donne abbracciarsi, baciarsi, piangere insieme perché quella guerra era finita».

In conclusione il Pontefice ha pregato «che il Signore ci dia la grazia di poter dire “è finita la guerra” piangendo: “È finita la guerra nel mio cuore, è finita la guerra nella mia famiglia, è finita la guerra nel mio quartiere, è finita la guerra nel posto di lavoro, è finita la guerra nel mondo”». E così saranno più forti «la colomba, l’arcobaleno e l’alleanza».

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 14 febbraio 2017

14 febbraio 2017

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Agnelli o lupi?

Martedì, 14 febbraio 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

Nella festa liturgica dei santi Cirillo e Metodio, «bravi araldi del Vangelo» che «hanno rischiato tutto» e «fatto più forte l’Europa», Papa Francesco si è soffermato a riflettere sulla «missionarietà della Chiesa» e sulle caratteristiche che deve avere chi è «inviato a proclamare la parola di Dio». Lo ha fatto durante la messa celebrata nella cappella di Santa Marta martedì 14 febbraio.

La meditazione del Pontefice ha preso spunto dalla orazione colletta del giorno, nella quale si chiede «che tutti i popoli — tutti gli uomini! — accolgano la parola di Dio e formino il santo popolo fedele di Dio». E se per «formare il popolo» occorre «accogliere la parola», allora «c’è bisogno di seminatori di parola, di missionari, di veri araldi». Come i santi Cirillo e Metodio, patroni d’Europa, i quali «sono stati bravi: bravi araldi, che portarono la parola di Dio. E anche sono riusciti a portarla nella lingua di quella gente, perché la capissero».

Anche nelle letture proposte dalla liturgia si parla di missionarietà, con Gesù che invia i discepoli (Luca 10, 1-9) e con Paolo e Barnaba che sono inviati (Atti degli apostoli 13, 46-49). Ma, si è chiesto Francesco, come deve essere «la personalità di un inviato, di un inviato a proclamare la parola di Dio?». Ne sono emerse tre caratteristiche.

Innanzitutto, «di Paolo e Barnaba si dice che parlavano con franchezza». Quindi, ha detto il Papa, la parola di Dio si deve portare «con franchezza, cioè apertamente; anche con forza, con coraggio». Sono proprio queste, ha spiegato, le traduzioni della parola greca usata da Paolo nella Scrittura: parresìa. Ciò significa che «la parola di Dio non si può portare come una proposta — “ma, se ti piace…” — o come un’idea filosofica o morale, buona — “ma, tu puoi vivere così…”». Essa invece «ha bisogno di essere proposta con questa franchezza, con quella forza, perché la parola penetri, come dice lo stesso Paolo, fino alle ossa».

Accade infatti che «la persona che non ha coraggio — coraggio spirituale, coraggio nel cuore, che non è innamorata di Gesù, e da lì viene il coraggio — dirà, sì, qualcosa di interessante, qualcosa di morale, qualcosa che farà bene, un bene filantropico», ma in lui non si troverà la parola di Dio. Così sarà «incapace di formare il popolo di Dio», perché «solo la parola di Dio proclamata con questa franchezza, con questo coraggio, è capace di formare il popolo di Dio».

La seconda caratteristica dell’inviato emerge dal brano evangelico. Qui Gesù dice: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai. Pregate dunque il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe». Ha commentato il Papa: «la parola di Dio va proclamata con preghiera», e ciò va fatto «sempre». Infatti, ha aggiunto, «senza preghiera, tu potrai fare una bella conferenza, una bella istruzione, buona, buona, ma non è la parola di Dio. Soltanto da un cuore in preghiera può uscire la parola di Dio». Occorre quindi la preghiera «perché il Signore accompagni questo seminare la parola, perché il Signore annaffi il seme perché germogli».

Infine, dal Vangelo emerge «un terzo tratto che è interessante». Si legge: «Ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». Cosa significa? «Il vero predicatore — ha spiegato il Pontefice — è quello che si sa debole, che sa che non può difendersi da se stesso». L’inviato «in mezzo ai lupi» potrebbe obbiettare: «Ma, Signore, perché mi mangino?». La risposta è: «Tu vai! Questo è il cammino». A tale riguardo Francesco ha richiamato una «riflessione molto profonda» di Giovanni Crisostomo: «Ma se tu non vai come agnello, ma vai come lupo tra i lupi, il Signore non ti protegge: difenditi da solo». Cioè: «quando il predicatore si crede troppo intelligente o quando quello che ha la responsabilità di portare avanti la parola di Dio vuol fare il furbo» e magari pensa: «Ah, io me la cavo con questa gente!», allora «finirà male», oppure «negozierà la parola di Dio: ai potenti, ai superbi…».

A supporto di questo pensiero, il Papa ha raccontato una vicenda («non so se è vera o no — ha detto — ma aiuta a pensare»). Riguarda una persona «che si vantava di predicare bene la parola di Dio e si sentiva lupo: “Io ho la forza, non ho bisogno, non sono un agnello”». Dopo la sua predica, andato in confessionale, gli si accostò «un “pesce grosso”, un grande peccatore», che «piangeva, piangeva, piangeva» per i «tanti peccati» e, «pentito, voleva chiedere perdono». Allora il confessore, pensando che fosse per merito della sua predica, «incominciò a gonfiarsi di vanità» e chiese al penitente: «Mi dica, qual è la parola che io ho detto che più ha toccato lei, nella quale lei ha sentito che doveva pentirsi?». E la risposta fu: «È stato quando lei ha detto: passiamo a un altro argomento».

È solo un aneddoto per spiegare che «quando quello che deve portare la parola di Dio lo fa come sicuro di se stesso e non come un agnello, finisce male». Se invece lo si fa «come un agnello, sarà il Signore a difendere gli agnelli. I lupi non potranno. Forse ti toglieranno la vita, ma il tuo cuore rimarrà fedele al Signore».

«Così — ha concluso il Papa — è la missionarietà della Chiesa. Così si proclama la parola di Dio. Così sono i grandi missionari, quelli che proclamano la parola non come cosa propria, ma con il coraggio, con la franchezza che viene da Dio» Sono coloro che, «siccome si sentono poca cosa, pregano». Quindi «i grandi araldi che hanno seminato e hanno aiutato a crescere le Chiese nel mondo, sono stati uomini coraggiosi, di preghiera e umili». Del resto, ha aggiunto il Pontefice, «lo stesso Gesù ce lo dice: “E quando voi avrete fatto tutto questo, dite: sono servo inutile”. Il vero predicatore si sente inutile perché sente che è la forza della parola, quella che porta avanti il regno di Dio».

L’invito dunque è quello di pregare i santi Cirillo e Metodio, «patroni d’Europa, araldi del Vangelo, che ci aiutino a proclamare la parola di Dio con coraggio, in preghiera e con umiltà».