Archive for the ‘Pace’ Category

La Tregua di Natale

23 dicembre 2016

Il canto Stille Nacht risuona da duecento anni nella notte di Natale. Tradotto in tutte le lingue – per noi Astro del Ciel – fu il canto che nella nel 1914 permise una commovente tregua tra inglesi e tedeschi in guerra.
Fu la tregua di Natale.
Quando la musica unisce i nemici…
(cit.) (more…)

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Le carezze di Dio sono il cuore della dottrina cristiana

7 dicembre 2016

Giuda e la pecora smarrita (6 dicembre 2016)

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giuda e la pecora smarrita

Martedì, 5 dicembre 2016

 

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.281, 07/12/2016)

Il «lieto annuncio del Natale» è che «viene il Signore con la sua potenza», ma soprattutto che quella potenza «sono le sue carezze», la sua «tenerezza». Una tenerezza che, come il buon pastore con le pecore, è per ognuno di noi: Dio non dimentica mai nessuno di noi, neanche se ci fossimo tragicamente «smarriti» come accadde a Giuda il quale, perso nel suo «buio interiore», è in qualche modo il prototipo, l’«icona» della pecorella della parabola evangelica.

Nell’omelia della messa celebrata a Santa Marta martedì 6 dicembre, Papa Francesco è entrato nel cuore di questo «lieto annuncio» di fronte al quale, si legge nella liturgia del giorno, siamo chiamati a «sincera esultanza». E «davanti al Natale — ha detto il Pontefice — chiediamo questa grazia di ricevere questo lieto annuncio con sincera esultanza e di rallegrarci», ma anche «di lasciare che il Signore ci consoli». Perché, si è chiesto, nella liturgia si parla anche di consolazione? Perché, è stata la sua risposta, «viene il Signore e quando viene il Signore tocca l’anima con questi sentimenti». Infatti «lui viene come un giudice, sì, ma un giudice che carezza, un giudice che è pieno di tenerezza» e «fa di tutto per salvarci». Dio, ha continuato, «giudica con amore, tanto, tanto, tanto che ha inviato suo figlio, e Giovanni sottolinea: non a giudicare ma a salvare, non a condannare ma a salvare». Perciò «sempre il giudizio di Dio ci porta a questa speranza di essere salvati».

Andando più in profondità nella meditazione, il Papa ha preso come riferimento il vangelo del giorno, nel quale Matteo (18, 12-14) parla del buon pastore. Questo giudice «che carezza» e che viene «a salvare», ha detto Francesco, ha «l’atteggiamento del pastore: “Cosa vi pare? Se una delle sue pecore si smarrisce, non lascerà le 99 sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita?”». Anche il Signore, quando viene, «non dice: “Ma, faccio i conti e ne perdo una, 99… è ragionevole…”. No, no. Una è unica». Il pastore infatti, non possiede semplicemente 99 pecore, ma ne «ha una, una, una, una, una…»: cioè «ognuna è diversa». Ed egli «ama ognuna personalmente. Non ama la massa indistinta. No! Ci ama per nome, ci ama come siamo».

Seguendo il filo dell’analogia, il Pontefice ha spiegato che quella pecora smarrita il pastore «la conosceva bene», non si era persa, «conosceva bene il cammino»: si era persa «perché aveva il cuore smarrito, aveva il cuore malato. Era accecata da qualcosa interiore e, mossa da quella dissociazione interiore, fuggì al buio per sfogarsi». Ma «non era una ragazzata quella che ha fatto lei… È scappata: una fuga proprio per allontanarsi dal Signore, per saziare quel buio interiore che la portava alla doppia vita», a «essere nel gregge e scappare dal buio, nel buio». Ed ecco il messaggio consolatorio: «Il Signore conosce queste cose e lui va a cercarla».

È a questo punto che Papa Francesco ha introdotto un altro elemento nella sua meditazione: «Per me, la figura che più mi fa capire l’atteggiamento del Signore con la pecora smarrita è l’atteggiamento del Signore con Giuda. La pecora smarrita più perfetta nel Vangelo è Giuda». Egli infatti, ha ricordato il Pontefice, è «un uomo che sempre, sempre aveva qualcosa di amarezza nel cuore, qualcosa da criticare degli altri, sempre in distacco»: un uomo che non conosceva «la dolcezza della gratuità di vivere con tutti gli altri». E giacché questa “pecora” «non era soddisfatta», allora «scappava».

Giuda, ha detto il Papa, «scappava perché era ladro», altri «sono lussuriosi» e ugualmente «scappano perché c’è quel buio nel cuore che li distacca dal gregge». Siamo di fronte a «quella doppia vita» che è «di tanti cristiani» e anche — ha aggiunto «con dolore» — di «preti» e «vescovi». Del resto, anche «Giuda era vescovo, era uno dei primi vescovi…».

Quindi anche Giuda è una «pecora smarrita» ha concluso Francesco aggiungendo: «Poveretto! Poveretto questo fratello Giuda come lo chiamava don Mazzolari, in quel sermone tanto bello: “Fratello Giuda, cosa succede nel tuo cuore?”».

Si tratta di una realtà alla quale anche i cristiani di oggi non sono estranei. Perciò «anche noi dobbiamo capire le pecore smarrite». Infatti, ha sottolineato il Papa, «anche noi abbiamo sempre qualcosina, piccolina o non tanto piccolina, delle pecore smarrite». Dobbiamo quindi capire che «non è uno sbaglio quello che ha fatto la pecora smarrita: è una malattia, è una malattia che aveva nel cuore» e di cui il diavolo approfitta. Riprendendo il paragone usato in precedenza, il Pontefice ha ripercorso gli ultimi momenti della vita di Giuda: «quando è andato al tempio a fare la doppia vita», quando ha dato «il bacio al Signore all’orto», e poi «le monete che ha ricevuto dai sacerdoti…». E ha commentato: «non è uno sbaglio. Lo ha fatto… Era nel buio! Aveva il cuore diviso, dissociato. “Giuda, Giuda…». Perciò si può dire che egli «è l’icona della pecora smarrita».

Gesù, «il pastore, va a cercarlo: “Fa’ quello che devi fare, amico”, e lo bacia». Ma Giuda «non capisce». E alla fine, quando si rende conto di «quello che la propria doppia vita ha fatto nella comunità, il male che ha seminato, col suo buio interiore, che lo portava a scappare sempre, cercando luci che non erano la luce del Signore» ma «luci artificiali», come quelle degli «addobbi di Natale», quando capisce tutto questo, alla fine «si è disperato». Ed è quello che accade «se le pecore smarrite non accettano le carezze del Signore».

Ma c’è ancora un ulteriore livello di profondità al quale è scesa la riflessione del Papa. Il quale, facendo notare che «il Signore è buono, anche per queste pecore» e non smette mai di andare a cercarle», ha evidenziato una parola che ritroviamo nella Bibbia, «una parola che dice che Giuda si è impiccato, impiccato e “pentito”». E ha commentato: «Io credo che il Signore prenderà quella parola e la porterà con sé, non so, può darsi, ma quella parola ci fa dubitare». Soprattutto ha sottolineato: «Ma quella parola cosa significa? Che fino alla fine l’amore di Dio lavorava in quell’anima, fino al momento della disperazione». Ed è proprio questo, ha detto chiudendo il cerchio della sua riflessione, «l’atteggiamento del buon pastore con le pecore smarrite».

Ecco allora «l’annuncio» di cui si parlava all’inizio dell’omelia, «il lieto annuncio che ci porta il Natale e che ci chiede questa sincera esultanza che cambia il cuore, che ci porta a lasciarci consolare dal Signore e non dalle consolazioni che noi andiamo a cercare per sfogarci, per fuggire dalla realtà, fuggire dalla tortura interiore, dalla divisione interiore». Il «lieto annuncio», la «sincera esultanza», la «consolazione», il «rallegrarsi nel Signore» scaturiscono dal fatto che «viene il Signore con la sua potenza. E quale è la potenza del Signore? Le carezze del Signore!». È come il buon pastore che «quando ha trovato la pecora smarrita non l’ha insultata, no», anzi, le avrà detto: «Ma hai fatto tanto male? Vieni, vieni…». E allo stesso modo, «nell’orto degli ulivi» cosa ha detto alla “pecora smarrita”, Giuda? Lo ha chiamato «amico. Sempre le carezze».

Di fronte a tutto ciò il Papa a questo punto ha affermato: «Chi non conosce le carezze del Signore non conosce la dottrina cristiana. Chi non si lascia carezzare dal Signore è perduto». Ed è proprio «questo il lieto annuncio, questa è la sincera esultanza che noi oggi vogliamo. Questa è la gioia, questa è la consolazione che cerchiamo: che venga il Signore con la sua potenza, che sono le carezze, a trovarci, a salvarci, come la pecora smarrita e a portarci nel gregge della sua Chiesa».

La conclusione è stata, come di consueto, una preghiera: «Che il Signore ci dia questa grazia, di aspettare il Natale con le nostre ferite, con i nostri peccati, sinceramente riconosciuti, di aspettare la potenza di questo Dio che viene a consolarci, che viene con potere, ma il suo potere è la tenerezza, le carezze che sono nate dal suo cuore, il suo cuore tanto buono che ha dato la vita per noi».

Il Papa incoraggia i cattolici in Azerbaigian: avanti, senza paura!

2 ottobre 2016

2016-10-02 Radio Vaticana

 

 

“Il Papa visita una piccola comunità di periferia, che parla tante lingue, come ha fatto lo Spirito Santo a Gerusalemme nel Cenacolo, e gli dà forza per andare avanti”. Francesco pronuncia queste parole a braccio, dopo l’Angelus, davanti ai fedeli cattolici riuniti nella piccola Chiesa dell’Immacolata Concezione a Baku, in Azerbaigian, dove è giunto in mattinata per completare il suo 16.mo viaggio internazionale. Solo poche centinaia di fedeli in un Paese musulmano: a loro durante l’omelia della Messa, parla della fede che non è un “superpotere” ma è il “filo d’oro che ci lega a Dio“ e nella vita cristiana può fare meraviglie se è unita al servizio. Il servizio della nostra inviata Gabriella Ceraso:

 

 

Dalla “terra del fuoco”, ricca di petrolio sulle rive sul Mar Caspio, dove il Cristianesimo dei primi secoli ha resistito all’ondata di islamizzazione e all’ateismo comunista, il Papa rilancia la bellezza della vita cristiana, “dono di Dio” che desidera, dice, fare di ciascuno di noi un “capolavoro del creato”. Francesco parla in una Chiesa gremita e simbolica, l’Immacolata Concezione, l’unica parrocchia cattolica di un Paese musulmano di oltre 9 milioni di abitanti e ad ascoltalo c’è una folla festosa e attenta.

Qualcuno può pensare che il Papa perda tempo a visitare una piccola comunità di periferia: in questo imita lo Spirito Santo. Anche Lui è sceso dal cielo sulla piccola comunità nel Cenacolo per dargli forza, nonostante le porte fossero chiuse. Ma lì, come oggi a Baku, dice Francesco, c’erano due sole cose necessarie:

“In quella comunità c’era la Madre – non dimenticare la Madre! – e in quella comunità c’era la carità, l’amore fraterno che lo Spirito Santo ha riversato in loro. Coraggio! Avanti! Go ahead! Senza paura, avanti!”.

Nell’omelia il Papa si è soffermato sulla fede e sul servizio, aspetti essenziali nella vita cristiana, chiarendone il significato a  partire dalla fede:

“Non è una forza magica che scende dal cielo, non è una “dote” che si riceve una volta per sempre e nemmeno un super-potere che serve a risolvere i problemi della vita. Perché una fede utile a soddisfare i nostri bisogni sarebbe una fede egoistica, tutta centrata su di noi”.

E la fede non va neanche confusa – ha precisato – col sentirsi bene o con l’essere consolati:

“La fede è il filo d’oro che ci lega al Signore, la pura gioia di stare con Lui, di essere uniti a Lui; è il dono che vale la vita intera, ma che porta frutto se facciamo la nostra parte”.

E la nostra parte è il servizio. Inseparabile e intrecciato alla fede, come i fili dei preziosi tappeti azeri. Il “servizio” è da intendersi come “disponibilità totale”, “senza calcoli né utili”, come è stato l’amore di Dio per noi. Esso è, dunque, il riassunto dello stile di vita cristiana:

“Servire Dio nell’adorazione e nella preghiera; essere aperti e disponibili; amare concretamente il prossimo; adoperarsi con slancio per il bene comune”.

Ma ci sono anche tentazioni – avverte il Papa – che possono allontanarci da questo stile. Ne cita due: un “cuore tiepido” che vive solo per “soddisfare i propri desideri” e “risparmia tempo” per Dio e per gli altri; e l’eccessiva “attività”, il ”pensare da padroni” e darsi da fare solo per guadagnare prestigio. Nessuna delle due tentazioni toccherà il “piccolo e tanto prezioso gregge di Baku”. “La Chiesa – afferma Francesco – vi guarda e vi incoraggia”:

“Cascuno di voi è come uno splendido filo di seta, ma solo se sono ben intrecciati fra loro i diversi fili creano una bella composizione; da soli, non servono. Restate sempre uniti, vivendo umilmente in carità e gioia; il Signore, che crea l’armonia nelle differenze, vi custodirà”.

La storia di fede dell’Azerbaigian, che dopo la persecuzione ha resistito compiendo meraviglie, emerge nella preghiera dell’Angelus:

“Vorrei ricordare i tanti cristiani coraggiosi, che hanno avuto fiducia nel Signore e sono stati fedeli nelle avversità. Come fece san Giovanni Paolo II, a voi tutti rivolgo le parole dell’Apostolo Pietro: ‘onore a voi che credete!'”.

Siate sempre – è questo l’incoraggiamento finale del Pontefice ai cattolici di Baku – “testimoni gioiosi di fede speranza e carità, uniti fra di voi e con i vostri Pastori”.

 

(Da Radio Vaticana)

 

 

Ecumenical Prayer and Concluding Ceremony of the World Day for Peace – 2016.09.20

20 settembre 2016

 

 

 

Grazie Cracovia, ci vediamo a Panama! #NosVemosenPanama #GMG #ThanksWYD

31 luglio 2016

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Video-messaggio per la pace in Siria, 05.07.2016

5 luglio 2016
Pubblicato il 05 lug 2016

Vinciamo l’indifferenza, la pace in Siria è possibile

In un video-messaggio, Papa Francesco aderisce alla campagna di Caritas Internationalis per la pace in Siria e invita quanti sono coinvolti nei negoziati a prendere sul serio gli accordi, così come la Comunità Internazionale a fare il possibile nella costruzione di un governo di unità nazionale. “Non c’è una soluzione militare per la Siria – precisa – ma solo una politica”.

Armenia, firma dichiarazione comune e Khor Virap 26.06.2016

27 giugno 2016
Pubblicato il 27 giu 2016

Il mondo ha bisogno di pace, non di armi

Papa Francesco e il Catholicos di tutti gli armeni, Karekin II, hanno firmato una dichiarazione comune a Etchmiadzin, rimarcando la centralità del Vangelo “in un mondo lacerato da conflitti e desideroso di conforto e speranza”. Dall’inviata Barbara Castelli.

Videomessaggio Armenia 23-06-2016

23 giugno 2016

In un videomessaggio al popolo armeno alla vigilia del suo viaggio apostolico, Papa Francesco ha sottolineato come il paese caucasico ha sempre trovato la forza di rialzarsi
anche dalle sofferenze più forti.

 

 

Papa: cristiani si guardino allo specchio prima di giudicare

21 giugno 2016

 

2016-06-20 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prima di giudicare gli altri guardarsi allo specchio per vedere come siamo. E’ l’esortazione di Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta, l’ultima con omelia, prima della pausa estiva. Il Pontefice ha sottolineato che ciò che distingue il giudizio di Dio dal nostro non è l’onnipotenza ma la misericordia. Il servizio diAlessandro Gisotti:

Il giudizio appartiene solo a Dio, perciò se non vogliamo essere giudicati, anche noi non dobbiamo giudicare gli altri. E’ quanto sottolineato da Francesco nella Messa a Casa Santa Marta, incentrata sul Vangelo odierno. Tutti noi, ha osservato, vogliamo che nel Giorno del Giudizio “il Signore ci guardi con benevolenza, che il Signore si dimentichi di tante cose brutte che abbiamo fatto nella vita”.

 

Gesù ci chiama ipocriti quando giudichiamo gli altri
Per questo, se “tu giudichi continuamente gli altri – ha ammonito – con la stessa misura tu sarai giudicato”. Il Signore, ha proseguito, ci chiede dunque di guardarci allo specchio:

“Guardati allo specchio, ma non per truccarti, perché non si vedano le rughe. No, no, no, quello non è il consiglio! Guardati allo specchio per guardare te, come tu sei. ‘Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?’ O come dirai a tuo fratello ‘Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio’, mentre nel tuo occhio c’è la trave?’ E come ci qualifica il Signore, quando facciamo questo? Una sola parola: ‘Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello’.

 

Pregare per gli altri, invece di giudicarli
Il Signore, ha detto il Papa, si vede che “un po’ si arrabbia qui”, ci dà degli ipocriti quando ci mettiamo “al posto di Dio”. Questo, ha aggiunto, è quello che il serpente ha convinto a fare ad Adamo ed Eva: “Se voi mangiate di questo, sarete come Lui”. Loro, ha detto, “volevano mettersi al posto di Dio”:

“Per questo è tanto brutto giudicare. Il giudizio solo a Dio, solo a Lui! A noi l’amore, la comprensione, il pregare per gli altri quando vediamo cose che non sono buone, ma anche parlare loro: ‘Ma, senti, io vedo questo, forse…’ Ma mai giudicare. Mai. E questa è ipocrisia, se noi giudichiamo.”

 

Al nostro giudizio manca la misericordia, solo Dio può giudicare
Quando giudichiamo, ha detto ancora, “ci mettiamo al posto di Dio”, ma “il nostro giudizio è un povero giudizio”, mai “può essere un vero giudizio”. “E perché – si domanda il Papa – il nostro non può essere come quello di Dio? Perché Dio è Onnipotente e noi no?” No, è la risposta di Francesco, “perché al nostro giudizio manca la misericordia. E quando Dio giudica, giudica con misericordia”:

“Pensiamo oggi a questo che il Signore ci dice: non giudicare, per non essere giudicato; la misura, il modo, la misura con la quale giudichiamo sarà la stessa che useranno con noi; e, terzo, guardiamoci allo specchio prima di giudicare. ‘Ma questa fa quello… questo fa quello…’ ‘Ma, aspetta un attimo…’, mi guardo allo specchio e poi penso. Al contrario sarò un ipocrita, perché mi metto al posto di Dio e, anche, il mio giudizio è un povero giudizio; gli manca qualcosa di tanto importante che ha il giudizio di Dio, gli manca la misericordia. Che il Signore ci faccia capire bene queste cose”.

 

(Da Radio Vaticana)

 

 

Messa Santa Marta 09-06-2016

9 giugno 2016

 

Papa Francesco, nell’omelia della messa del mattino a Casa Santa Marta, ha ricordato che Gesù insegna ai suoi discepoli il ”sano realismo”, perché volere “questo o niente” non è cattolico, è “eretico”.

 

 

Udienza presidente Svizzera 07-05-2016

7 maggio 2016

La collaborazione tra Stato e Chiesa nell’educazione professionale dei giovani, le migrazioni e la politica di accoglienza, e i conflitti in Medio Oriente e Africa sono stati al centro dell’incontro con il presidente della Confederazione elvetica Johann Schneider Ammann.

 

 

 

 

 

 

 

Francesco chiede rilascio p. Tom e tutti i rapiti in zone di guerra

10 aprile 2016

 

2016-04-10 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Appello del Papa stamane al Regina Caeli per il rilascio nello Yemen di padre Tom e di tutte le persone rapite in zone di guerra. Quindi l’invito, nella catechesi, rivolto ai cristiani perché facciano arrivare a tutti un raggio della Risurrezione del Signore. Nell’odierna Giornata dell’Università cattolica del Sacro Cuore, Francesco ha auspicato che questa sappia formare i giovani nel contesto attuale. Il servizio di Roberta Gisotti.

L’accorato appello di Papa Francesco, subito dopo la preghiera mariana,

“nella speranza donataci da Cristo risorto, rinnovo il mio appello per la liberazione di tutte le persone sequestrate in zone di conflitto armato; in particolare desidero ricordare il sacerdote salesiano Tom Uzhunnalil, rapito ad Aden nello Yemen il 4 marzo scorso.”

Ispirato dal Vangelo domenicale – in cui si narra la terza apparizione di Gesù risorto sul lago di Galilea ai discepoli che stanchi e delusi per la mancata pesca notturna non lo riconoscono ma si fidano di lui e gettate nuovamente le reti fanno una miracolosa pesca abbondante – il Papa ha sottolineato:

“La presenza di Gesù risorto trasforma ogni cosa: il buio è vinto dalla luce, il lavoro inutile diventa nuovamente fruttuoso e promettente, il senso di stanchezza e di abbandono lascia il posto a un nuovo slancio e alla certezza che Lui è con noi”.

E, “se a uno sguardo superficiale – ha rimarcato Francesco – può sembrare a volte che le tenebre del male e la fatica del vivere quotidiano abbiano il sopravvento”:

“la Chiesa sa con certezza che su quanti seguono il Signore Gesù risplende ormai intramontabile la luce della Pasqua”.

Questo perché, ha spiegato il Papa, “il grande annuncio della Risurrezione infonde nei cuori dei credenti un’intima gioia e una speranza invincibile.”

“Cristo è veramente risorto! Anche oggi la Chiesa continua a far risuonare questo annuncio festoso: la gioia e la speranza continuano a scorrere nei cuori, nei volti, nei gesti, nelle parole”.

“Tutti noi cristiani siamo chiamati a comunicare questo messaggio di risurrezione a quanti incontriamo”:

“specialmente a chi soffre, a chi è solo, a chi si trova in condizioni precarie, agli ammalati, ai rifugiati, agli emarginati. A tutti facciamo arrivare un raggio della luce di Cristo risorto, un segno della sua misericordiosa potenza”.

Prima dei saluti finali ai fedeli in Piazza San Pietro, e ai partecipanti oggi alla Maratona di Roma, il Papa ha ricordato l’odierna Giornata nazionale per l’Università cattolica del Sacro Cuore, sul tema “Nell’Italia di domani io ci sarò”.

“Auspico che questa grande Università, che continua a rendere un importante servizio alla gioventù italiana, possa proseguire con rinnovato impegno la sua missione formativa, aggiornandola sempre più alle esigenze odierne”.

(Da Radio Vaticana)

Premio Carlo Magno a Papa Francesco. Lombardi: per il suo impegno per la pace

23 dicembre 2015

 

2015-12-23 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Papa Francesco è stato conferito il Premio Carlo Magno, attribuito dalla città di Aquisgrana a personalità che si siano contraddistinte per il loro ruolo in favore dei valori europei. Il Papa – si legge nella motivazione – porta un messaggio di speranza all’Europa in un momento di crisi che ha messo in secondo piano “tutte le conquiste del processo di integrazione”. Si citano in particolare gli interventi del Pontefice durante il suo viaggio a Strasburgo nel novembre dell’anno scorso. Il Papa – si afferma – è la “voce della coscienza” che chiede di mettere l’uomo al centro, “un’autorità morale straordinaria”. Sul Premio Carlo Magno a Papa Francesco ascoltiamo il commento del direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, al microfono di Sergio Centofanti:

R.  –  Sappiamo che Papa Francesco non ha mai accettato premi né onorificenze dedicate alla sua persona. Quindi questo è un fatto del tutto eccezionale e ci possiamo interrogare perché lo abbia accettato. Io gliel’ho chiesto e lui mi ha risposto che questo è un premio per la pace ed egli in questo tempo in cui vediamo questi gravi rischi che ci sono per la pace nel mondo – parla spesso anche della Terza guerra mondiale a pezzi – ritiene che parlare della pace, incoraggiare ad agire per la pace, sia fondamentale. Quindi il Papa interpreta questo premio non tanto come qualcosa dato a lui stesso per onorare lui, ma come l’occasione di un nuovo messaggio di impegno per la pace, dedicato e rivolto a tutta l’Europa che è un continente che deve costruire e continuare a costruire la pace al suo interno ed essere attivo, avere un grande ruolo per la pace nel mondo. Quindi un premio per la pace, un’occasione di preghiera per la pace, tutti insieme, il Papa con tutti i popoli e le persone di buona volontà che manifesta l’anelito, il desiderio, l’impegno di costruire la pace nel continente e anche in tutto il mondo.

D. – Questo è un importante premio europeo ma il Papa non è europeo…

R. – Sì mi pare anche significativo questo aspetto. Il primo Papa non europeo di questo tempo moderno riceve un grande premio europeo. Questo perché con il suo grande discorso a Strasburgo che tutti ricordiamo, egli ha saputo già rivolgersi all’Europa, al continente, con prospettive molto ampie e con prospettive di incoraggiamento, in un momento, in un periodo, già di anni, in cui la costruzione fa fatica, incontra grandi difficoltà. Il Papa ha saputo rilanciare gli orizzonti più solidi, più profondi, più belli, di valori: il rispetto della persona umana, l’impegno per la solidarietà con tutti i popoli, la costruzione della pace… I grandi valori su cui nasce l’idea dell’Europa e deve rinascere e deve continuare a essere attuale e viva e capace di dare un contributo ricco anche di prospettiva ideale per l’umanità intera. Un Papa che guarda all’Europa con consapevolezza anche dall’esterno dell’Europa, in un orizzonte di carattere globale, è capace, ha l’autorità di ridire all’Europa la sua vocazione più profonda e più importante, e di incoraggiarla a non avere paura, a non scoraggiarsi, per continuare a proporre questi ideali all’umanità intera, con la sua ricchezza di risorse di intelligenza, di storia, di cultura che devono continuare a essere impiegate per il bene dell’umanità intera.

D. – Ricordiamo che anche Giovanni Paolo II nel 2004 ha ricevuto questo premio…

R. – Sì, è vero, Papa Francesco non è il primo. Giovanni Paolo II anch’egli è stato un grande Papa della pace, un grande costruttore, ispiratore dell’Europa con i suoi due polmoni, della riconciliazione, dell’unione fra l’est e l’ovest dell’Europa. Direi che però Giovanni Paolo II era un Papa profondamente europeo nella sua storia personale e quindi credo che i suoi meriti per l’Europa potevano essere letti in una chiave differente. Invece con Papa Francesco mi pare che la prospettiva sia proprio quella della vocazione dell’Europa nell’orizzonte globale, perché Papa Francesco sta parlando in questo tempo al mondo intero, con l’Enciclica Laudato sì, con i suoi discorsi sulla pace nel mondo, sul dialogo interreligioso, sulla solidarietà fra tutti i popoli. Quindi è proprio con l’importanza di questi messaggi che si propone come un grande ispiratore del continente europeo oggi.

Ma riascoltiamo la parte finale del discorso di Papa Francesco all’Europarlamento il 25 novembre 2014:

“Cari Eurodeputati, è giunta l’ora di costruire insieme l’Europa che ruota non intorno all’economia, ma intorno alla sacralità della persona umana, dei valori inalienabili; l’Europa che abbraccia con coraggio il suo passato e guarda con fiducia il futuro per vivere pienamente e con speranza il suo presente. È giunto il momento di abbandonare l’idea di un’Europa impaurita e piegata su sé stessa per suscitare e promuovere l’Europa protagonista, portatrice di scienza, di arte, di musica, di valori umani e anche di fede. L’Europa che contempla il cielo e persegue degli ideali; l’Europa che guarda e difende e tutela l’uomo; l’Europa che cammina sulla terra sicura e salda, prezioso punto di riferimento per tutta l’umanità! Grazie”.

Papa Francesco è la terza personalità non-europea a ricevere questo premio e contemporaneamente il terzo americano. Nel 2000 l’onore era spettato al presidente statunitense Bill Clinton e nel 1959 a George C. Marshal, l’ideatore del Piano Marshal per la ricostruzione dopo la guerra. Tra gli altri premiati: Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Angela Merkel, Jean-Claude Juncker, Václav Havel, Frère Roger Schutz di Taizé. Helmut Kohl, François Mitterrand.

La consegna del Premio avverrà in data da destinarsi nel prossimo anno a Roma.

 

(Da Radio Vaticana)

Papa: vinciamo con la misericordia la guerra mondiale a pezzi

19 dicembre 2015

 

2015-12-19 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutti abbiamo bisogno della misericordia di Dio, soprattutto in questa guerra mondiale a pezzi che stiamo vivendo. Papa Francesco lo ha ribadito nel discorso rivolto ai dipendenti delle Ferrovie dello Stato Italiane ricevuti in Aula Paolo VI. Il Pontefice ha ringraziato quanti ogni giorno lavorano per realizzare la rete ferroviaria italiana, rammentando quanti sono morti sul lavoro. Il servizio di Alessandro Gisotti:

 

 

Non solo treni e binari, ma anche strutture per aiutare i più poveri. Francesco ha ricordato gli Help Center, sportelli antenna per le persone in difficoltà, che vedono l’impegno delle Ferrovie con gli Enti locali, un’iniziativa che coopera a “tenere unito il Paese non solo dal punto di vista geografico, ma anche sul piano sociale”.

 

La misericordia è la prima e più vera medicina
Un’altra iniziativa importante, ha detto, è quella dell’Ostello Don Luigi Di Liegro alla Stazione Termini dove proprio ieri Francesco ha aperto la Porta della Carità:

“L’Anno Santo, che è iniziato da poco, ci insegni anzitutto questo, e imprima nella nostra mente e nei nostri cuori che la misericordia è la prima e più vera medicina per l’uomo – quante guarigioni fa una carezza, eh?, misericordiosa … – una medicina della quale ognuno ha urgente bisogno. Essa fluisce in modo continuo e sovrabbondante da Dio, ma dobbiamo anche diventare capaci di donarcela a vicenda, perché ciascuno possa vivere in pienezza la sua umanità”.

 

La misericordia più forte della guerra mondiale a pezzi
Proprio a questo, ha proseguito, ci richiamano le Porte Sante, che in questi giorni vengono aperte in tutte le diocesi del mondo: “chi le attraversa con amore – ha detto – troverà perdono e consolazione, e sarà spinto a donare e donarsi con più generosità, per la salvezza propria e dei fratelli”. “Lasciamoci tutti trasformare – ha ripreso – dal passaggio attraverso questa porta spirituale, in modo che segni interiormente la nostra vita”:

“Lasciamoci coinvolgere dal Giubileo della Misericordia: di un po’ di misericordia abbiamo bisogno tutti, eh? Lasciamoci coinvolgere dal Giubileo della Misericordia in modo da rinnovare il tessuto di tutta la nostra società, rendendola più giusta e solidale, soprattutto in questa terza guerra mondiale che è scoppiata: a pezzi, ma la stiamo vivendo”.

 

Anno Santo faccia aumentare l’amore vicendevole
Francesco ha così fatto riferimento ad una recente pubblicazione delle Ferrovie  intitolata “Giubileo” che raccoglie fotografie sui viaggi dei Pontefici in treno:

“Che la stima che ci lega, della quale è segno l’odierno incontro, possa rafforzarsi in quest’Anno Santo, cosicché l’Italia e tutti i Paesi del mondo diventino luoghi di reti solidali, più autenticamente umani, più capaci di gioire dell’amore di Dio e della comunione vicendevole”.

(Da Radio Vaticana)

Papa all’Angelus: convertirsi è impegno concreto di giustizia e solidarietà

13 dicembre 2015

 

2015-12-13 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

All’Angelus in Piazza San Pietro, Papa Francesco, ha affermato che convertirsi significa un concreto impegno alla giustizia e alla solidarietà. Quindi ha lanciato un appello per l’attuazione dell’accordo di Parigi sul Clima. Il servizio di Sergio Centofanti:

 

Nel Vangelo della terza Domenica di Avvento, Giovanni il Battista invita tutti a convertirsi, condividendo i beni essenziali con i poveri. Ai soldati dice di non estorcere niente a nessuno e agli esattori delle tasse dice di non esigere nulla di più della somma dovuta. Ecco la riflessione del Papa:

“Cosa vuol dire questo? Non fare tangenti! E’ chiaro! … Dagli ammonimenti di Giovanni Battista comprendiamo quali fossero le tendenze generali di chi in quell’epoca deteneva il potere, sotto le forme diverse … le cose non sono cambiate tanto!”.

Convertirsi è un impegno concreto:

“Bisogna cambiare direzione di marcia e intraprendere la strada della giustizia, della solidarietà, della sobrietà: sono i valori imprescindibili di una esistenza pienamente umana e autenticamente cristiana”.

Dopo la preghiera dell’Angelus, il Papa ha ricordato l’accordo sul clima da molti definito storico firmato alla Conferenza di Parigi:

“La sua attuazione richiederà un corale impegno e una generosa dedizione da parte di ciascuno. Auspicando che venga garantita una particolare attenzione alle popolazioni più vulnerabili, esorto l’intera comunità internazionale a proseguire con sollecitudine il cammino intrapreso nel segno di una solidarietà che diventi sempre più fattiva”.

Ha poi ricordato che  martedì prossimo a Nairobi inizierà la Conferenza Ministeriale dell’Organizzazione Internazionale del Commercio lanciando un appello a tenere conto dei Paesi più poveri. Quindi, si è riferito all’apertura delle Porte Sante nelle cattedrali di tutto il mondo e delle ‘Porte della Misericordia’ che si aprono nei luoghi di disagio e di emarginazione”:

“A questo proposito, saluto i detenuti delle carceri di tutto il mondo, specialmente quelli del carcere di Padova, che oggi sono uniti a noi, in questo momento, spiritualmente, per pregare e li ringrazio per il dono del concerto”.

Infine, ha salutato i membri del Movimento dei Focolari e di alcune comunità islamiche, presenti in Piazza San Pietro e riuniti oggi a Roma per un convegno sul dialogo interreligioso:

“Andate avanti, andate avanti con coraggio nel vostro percorso di dialogo e di fraternità, perché tutti siamo figli di Dio”.

 

(Da Radio Vaticana)

Viaggio del Papa in Africa, allarme degli 007 francesi. Vaticano: “Il programma non cambia”

24 novembre 2015
 
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Padre Lombardi: “Non ci risultano elementi nuovi di preoccupazione per cui il programma continua ad essere quello previsto. Il Papa spera vivamente di portare il suo messaggio di pace”. Il Pontefice farà tappa in Kenya, Uganda e Centrafrica. A Bangui anticiperà l’apertura dell’Anno Santo il 29 novembre.
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24 novembre 2015
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“Non ci risultano elementi nuovi di preoccupazione per cui il programma continua ad essere quello previsto.
Il Papa spera vivamente di portare il suo messaggio di pace”.
Così padre Lombardi, Direttore della sala stampa vaticana, ha commentato l’allarme lanciato dai servizi francesi riguardo ai rischi legati alla visita di Papa Francesco nella Repubblica Centrafricana. Il Paese è lacerato da anni di guerra civile e dunque le intelligence mettono in guardia già da giorni sulla difficoltà di garantire la sicurezza.
Prima volta in Africa per il Pontefice
Il viaggio comincerà domani, 25 novembre.
Per Francesco sarà la sua prima volta nel continente africano e porterà la sua parola di incoraggiamento e speranza a Kenya, Uganda e Centrafrica.
I videomessaggi
Ieri ha anticipato il saluto con videomessaggi alle popolazioni che si appresta a incontrare.
“Verrò da voi come messaggero di pace”: Papa Francesco si è rovolto così agli abitanti della Repubblica Centrafricana.
Ed è proprio nella capitale del Paese, Bangui, che anticiperà l’apertura dell’Anno Santo il 29 novembre.
Il Papa ha parlato, con un altro videomessaggio, anche al Kenya e all’Uganda. “Non vedo l’ora di incontrarvi”, ha sottolineato.
“Vengo come un ministro del Vangelo, per proclamare l’amore di Gesù Cristo e del suo messaggio di riconciliazione, di perdono e di pace”. Ma “allo stesso tempo, desidero incontrare tutte le persone del Kenya e dell’Uganda, e offrire a tutti una parola di incoraggiamento. Viviamo in un’epoca in cui i credenti, e le persone di buona volontà, sono chiamate a promuovere la comprensione e il rispetto reciproco, e a sostenersi gli uni con gli altri come membri della nostra famiglia umana”.
Poi ha annunciato che momenti importanti della visita in Africa “saranno gli incontri con i giovani, che sono la vostra più grande risorsa e la nostra speranza più promettente per un futuro di solidarietà, di pace e di progresso”.

Padre Lombardi: non è tempo di rinunciare al Giubileo

14 novembre 2015

 

2015-11-14 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non è proprio il tempo di rinunciare al Giubileo, di fronte all’odio l’Anno Santo è un messaggio di misericordia contro la paura. E’ quanto afferma ai microfoni della Radio Vaticana il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi:

 

 

In questi giorni tristi per l’imperversare di una violenza omicida folle e orribile, molti si domandano come reagire. Alcuni si fanno già la domanda su come vivere l’attesa del Giubileo. Attenzione! Questi omicidi posseduti da un odio insensato si chiamano terroristi proprio perché vogliono diffondere il terrore. Se noi ci lasciamo spaventare, hanno già raggiunto un loro primo obiettivo. E’ una ragione di più per resistere con decisione e con coraggio alla tentazione della paura.

Naturalmente bisogna essere prudenti e non irresponsabili, prendere le precauzioni che siano ragionevoli. Ma dobbiamo continuare a vivere costruendo pace e fiducia reciproca. Perciò direi che il Giubileo della misericordia si manifesta ancora più necessario. Un messaggio di misericordia, cioè di amore di Dio che ha come conseguenza anche l’amore reciproco e la riconciliazione. E’ esattamente la risposta che bisogna dare in tempi di tentazione di sfiducia.

Giovanni Paolo II diceva che il messaggio della misericordia era stato la grande risposta di Dio e dei credenti nel tempo oscuro e orribile della seconda guerra mondiale, dei massacri operati dai totalitarismi, della diffusione dell’odio fra i popoli e le persone.

Anche oggi, quando il Papa Francesco parla della terza guerra mondiale a pezzi, è necessario il messaggio della misericordia per renderci capaci di riconciliazione, di costruire ponti nonostante tutto, di avere il coraggio dell’amore.

Non è proprio tempo di rinunciare al Giubileo o di averne paura. Ne abbiamo più bisogno che mai. Dobbiamo viverlo con saggezza, ma anche con coraggio e con slancio spirituale, continuando a guardare in avanti con speranza nonostante gli attacchi dell’odio. Papa Francesco ci guida e ci invita ad avere fiducia nello Spirito del Signore che ci accompagna.

 

(Da Radio Vaticana)

Papa applaudito al Congresso: costruire il bene comune, no ad ogni forma di violenza

24 settembre 2015

 

2015-09-24 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Storico discorso del Papa al Congresso degli Stati Uniti d’America. Francesco, primo pontefice in questa sede, ha parlato a tutti gli americani di accoglienza e dialogo per la costruzione del bene comune. “Sono un figlio di questo grande continente” ha detto. In un lungo intervento più volte applaudito ha esortato all’accoglienza, al rispetto delle libertà, esprimendosi contro ogni violenza, la pena di morte, il commercio di armi e un’economia che prevale sull’uomo. Migliaia di persone hanno salutato l’arrivo del Papa a Capitol Hill e dopo quando si è affacciato dal balcone di saluto dei presidenti che guarda l’area monumentale del National Mall. Da qui il Papa ha benedetto e salutato la folla. Il nostro inviato Massimiliano Menichetti:

 

Il Papa parla alla Plenaria del Congresso degli Stati Uniti dopo il lungo applauso e l’entusiasmo che lo ha accolto. Standing ovation in molti punti del suo discorso a partire dal saluto: sono contento di essere nella “terra dei liberi e casa dei valorosi”.

Il compito dei parlamentari
“Sono un figlio di questo grande continente” dice presentando immediatamente le sfide che ha la politica, che hanno i delegati eletti ovvero il perseguimento del bene comune, favorire l’unità, proteggere chi vulnerabile. Traccia un parallelismo con Mosè e sottolinea che come al patriarca e legislatore del popolo d’Israele, ai parlamentari è richiesto “di proteggere, con gli strumenti della legge, l’immagine e la somiglianza modellate da Dio su ogni volto umano”:

“Oggi vorrei rivolgermi non solo a voi, ma, attraverso di voi, all’intero popolo degli Stati Uniti”.

Il bene condiviso
Uomini e donne dice il Papa che “non si preoccupano semplicemente di pagare le tasse”, ma costruiscono, “sostengono” giorno dopo giorno “la vita della società”, dando “una mano a chi ha più bisogno”. Poi guarda alle radici degli Stati Uniti e lega la realtà di oggi ai sacrifici di sempre, anche a costo della vita, per un futuro migliore, per un bene condiviso e cita gli americani: Abraham Lincoln, Martin Luther King, Dorothy Day e Thomas Merton:

“Un popolo con questo spirito può attraversare molte crisi, tensioni e conflitti, mentre sempre sarà in grado di trovare la forza per andare avanti e farlo con dignità”.

Abraham Lincoln – la libertà – le minacce
Nel centocinquantesimo anniversario dell’assassinio del custode della libertà, il Presidente Lincoln, il Papa sottolinea che un futuro di libertà “richiede amore per il bene comune e collaborazione in uno spirito di sussidiarietà e solidarietà”. Francesco mostra preoccupazione per quella che definisce l’inquietante odierna situazione sociale e politica del mondo:

“Il nostro mondo è sempre più un luogo di violenti conflitti, odi e brutali atrocità, commesse perfino in nome di Dio e della religione. Sappiamo che nessuna religione è immune da forme di inganno individuale o estremismo ideologico”.

Centrale per il Papa è salvaguardare la libertà religiosa, la libertà intellettuale e le libertà individuali, ma senza cadere nelle polarizzazioni: “solo bene solo male”, “giusti e peccatori”. “Imitare l’odio e la violenza dei tiranni e degli assassini – rimarca –  è il modo migliore di prendere il loro posto e questo – aggiunge – è qualcosa che voi, come popolo, rifiutate”:

“La nostra, invece, dev’essere una risposta di speranza e di guarigione, di pace e di giustizia”, questo “per risolvere le molte crisi economiche e geopolitiche” in atto.

La pace – il rispetto degli impegni
Gli sforzi esorta Francesco devono “puntare a restaurare la pace, rimediare agli errori, mantenere gli impegni, e così promuovere il benessere degli individui e dei popoli”. In questa costruzione fondamentale parte importante è anche la voce della fede “che cerca di far emergere il meglio in ogni persona e in ogni società”. E contribuisce a eliminare le nuove forme globali di schiavitù, “nate da gravi ingiustizie le quali possono essere superate solo grazie a nuove politiche e a nuove forme di consenso sociale”:

“Se la politica dev’essere veramente al servizio della persona umana, ne consegue che non può essere sottomessa al servizio dell’economia e della finanza”. “Politica – dice – è espressione del nostro insopprimibile bisogno di vivere insieme in unità”.

Martin Luther King – Immigrazione e accoglienza
Pensando alla marcia che Martin Luther King ha guidato da Selma a Montgomery per i pieni diritti civili e politici per gli Afro-Americani. Parla di un “sogno” che continua ad ispirare milioni di persone che negli ultimi secoli sono giunti in questa terra:

“Noi, gente di questo continente, non abbiamo paura degli stranieri, perché molti di noi una volta eravamo stranieri. Vi dico questo come figlio di immigrati, sapendo che anche tanti di voi sono discendenti di immigrati”.

“Educhiamo le nuove generazioni a non voltare le spalle al loro “prossimo” – legge – puro sottolineando che i flussi di rifugiati sono di proporzioni che non si vedevano dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Una sfida per il Papa che non deve spaventare per dare una risposta che sia umana, giusta e e fraterna”. “Fai agli altri  ciò che vorresti che gli altri facessero a te” – dice -.

“In una parola, se vogliamo sicurezza, diamo sicurezza; se vogliamo vita, diamo vita; se vogliamo opportunità, provvediamo opportunità”.

No alla pena di morte
Da qui il no netto alla pena di morte:

“Ogni vita è sacra, ogni persona umana è dotata di una inalienabile dignità, e la società può solo beneficiare dalla riabilitazione di coloro che sono condannati per crimini”.

Dorothy Day – la giustizia sociale – la cura del Creato
Poi menzionando la serva di Dio Dorothy Day, che ha fondato il Catholic Worker Movement, esempio di impegno sociale e giustizia “per far uscire la gente dalla povertà estrema”, Francesco rimarca che in tempi di crisi e “di difficoltà economica non si deve perdere lo spirito di solidarietà globale” e portare la speranza a chi intrappolato nel “cerchio della povertà” e della fame. Fondamentale per spezzare questa catena “un’economia che cerca di essere moderna, inclusiva e sostenibile”, al “servizio al bene comune” e rispettosa del Creato. Più volte ha citato la sua Enciclica “Laudato sì”:

“Ora è il momento di azioni coraggiose e strategie dirette a implementare una «cultura della cura»”.

Il Papa esorta a prendersi cura della natura, a combattere la povertà anche orientando tecnologie e limitando i poteri.

Thomas Merton – la costruzione di ponti tra i popoli

Tratteggiando la figura del monaco cistercense Thomas Merton, uomo di preghiera, un pensatore – precisa – che ha sfidato le certezze del suo tempo promuovendo la “pace tra popoli e religioni”. Ha esortato alla costruzione di ponti riferendosi indirettamente ai rinnovati rapporti Cuba-Usa. Un buon leader politico opta sempre per «iniziare processi più che possedere spazi» – continua il Papa – tra gli applausi:

“Essere al servizio del dialogo e della pace significa anche essere veramente determinati a ridurre e, nel lungo termine, a porre fine ai molti conflitti armati in tutto il mondo”.

No alla vendita di armi
Il Papa ha condannato i profitti derivanti dalla vendita di armi: “Un denaro intriso di sangue, spesso innocente”.

“Davanti a questo vergognoso e colpevole silenzio, è nostro dovere affrontare il problema e fermare il commercio di armi”.

Le famiglie
Poi lo sguardo del Papa va al Meeting Mondiale delle famiglie di Filadelfia dove sarà sabato e domenica. Ribadisce la centralità della “famiglia nella costruzione di questo Paese!”. Io  posso solo riproporre – aggiunge – l’importanza  e, soprattutto,  la ricchezza  e la  bellezza  della  vita  familiare. Eppure non ha nascosto la preoccupazione per nuove minacce verso questa realtà che “forse come mai in precedenza” la “assediano dall’interno e dall’esterno”:

“Relazioni fondamentali sono state messe in discussione, come anche la base stessa del matrimonio e della famiglia”.

I giovani – l’auspicio per gli Usa
Volgendosi ai giovani rimarca che vivono in una cultura che li spinge a non formare una famiglia, “perché mancano loro possibilità per il futuro” o perché disorientati, “intrappolati” a volte “in un labirinto  senza speranza, segnato da violenze, abusi e disperazione”. “I loro problemi – dice – sono i nostri  problemi”.

Quindi torna a citare Lincoln, Martin Luther King, Dorothy Day e Merton che hanno testimoniato che la grandezza di una nazione è tale quando difende la libertà, consente alla gente di “sognare” pieni diritti per tutti, quando lotta per la giustizia e la causa degli oppressi, il dialogo e semina pace:

“Il mio auspicio è che questo spirito continui a svilupparsi e a crescere, in modo che il maggior numero possibile di giovani possa ereditare e dimorare in una terra che ha ispirato così tante persone a sognare”.

Il saluto alla folla nel National Mall
Emozionante poi il saluto in spagnolo alla folla radunata davanti al balcone di Capitol Hill, nell’area monumentale del National Mall. Il Papa si è rivolto ai bambini “i più importanti” ha detto poi ha benedetto tutti e chiesto sostegno per questo viaggio:

“E vi chiedo per favore di pregare per me e se tra di voi c’è qualcuno che non crede o non può pregare, vi chiedo per favore che mi auguri cose buone”.

(Da Radio Vaticana)

Il Papa: basta guerra in Terra Santa, porre fine a persecuzione cristiani

18 maggio 2015

 

2015-05-18 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pregate per la pace fra i popoli e per i cristiani perseguitati. E’ l’esortazione rivolta da Papa Francesco ad un gruppo di religiose carmelitane e Suore del Rosario, giunte a Roma da Betlemme e dal Medio Oriente per la Canonizzazione di Miriam di Gesù Crocifisso e Alfonsina Danil Ghattas. Il servizio di Alessandro Gisotti:

 

 

 

Un incontro breve, ma significativo all’insegna della preghiera per la pace di cui è così assetata la Terra Santa. All’indomani della Canonizzazione di quattro consacrate, tra cui due suore palestinesi, il Papa ha voluto ringraziare le religiose convenute dal Medio Oriente per l’evento. Quindi ha affidato loro una missione:

“Pregare le due nuove sante per la pace nella vostra terra, perché finisca questa guerra interminabile e ci sia la pace fra i popoli. E pregare per i cristiani perseguitati, cacciati via dalle case, dalla terra e anche della ‘persecuzione con guanti bianchi’, la persecuzione e il ‘terrorismo bianco’, anche il ‘terrorismo in guanti bianchi’. E’ nascosta, ma si fa!”

Francesco, che ha voluto pregare l’Ave Maria assieme alle suore per la pace in Terra Santa, ha anche avuto modo di scherzare sull’entusiasmo delle religiose:

“Io sono molto contento di questo pellegrinaggio delle suore per la Canonizzazione delle nuove sante. Il presidente dello Stato di Palestina mi ha detto che era partito dalla Giordania un aereo pieno di suore! Povero pilota… Grazie tante!”.

 

(Da Radio Vaticana)

 

Papa abbraccia Abu Mazen: sia un angelo di pace

16 maggio 2015

Papa abbraccia Abu Mazen: sia un angelo di pace

Credit Foto – Ansa Papa Francesco ha ricevuto il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), stamane nel palazzo apostolico vaticano, in vista della canonizzazione, domani a piazza San Pietro, delle due prime sante palestinesi dell’epoca contemporanea, e dopo la sigla, mercoledì scorso, di un’intesa bilaterale tra Santa Sede e «Stato di Palestina» che regolerà, con un accordo che verrà firmato nel prossimo futuro, lo statuto della Chiesa nel paese mediorientale. Jorge Mario Bergoglio ha regalato al leader palestinese, come è sua consuetudine con i Capi di Stato e di Governo, un medaglione con la figura dell’Angelo della Pace, commentando: «L’angelo della pace distrugge lo spirito cattivo della guerra. Ho pensato a lei: che lei possa essere un angelo della pace». Papa Francesco aveva definito Abu Mazen «uomo di pace» durante la visita a Betlemme nel maggio del 2014, così come aveva definito l’allora presidente israeliano Shimon Peres «uomo di pace» nella successiva tappa a Gerusalemme. Il Pontefice argentino aveva poi invitato entrambi i presidenti ad una veglia di preghiera per la pace, presente anche il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, che si è svolta nei giardini vaticani il successivo otto giugno. Arrivando nella sala del Tronetto, antistante la biblioteca papale, Abu Mazen ha salutato il Papa con una battuta: «La vedo più giovane». Poi il Papa gli ha fatto cenno di precederlo attraverso la porta per passare in biblioteca, cosa che il leader palestinese alla fine ha fatto dopo aver tentato di far passare il Papa per primo. Il colloquio a porte chiuse tra il Papa e Mahmoud Abbas, alla presenza del segretario particolare di Bergoglio per la traduzione italiano-arabo, l’egiziano copto Yoannis Lahzi Gaid, è durato venti minuti. Il presidente palestinese ha successivamente incontrato il card. Pietro Parolin, Segretario di Stato, accompagnato da mons. Paul Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati. Abbas, in tutto, è rimasto in Vaticano un’ora e mezza. «Nel corso dei cordiali colloqui – sottolinea la nota diramata a conclusione dalla sala stampa vaticana – è stata manifestata grande soddisfazione per l’intesa raggiunta sul testo di un Accordo comprensivo tra le Parti circa alcuni aspetti essenziali della vita e dell’attività della Chiesa cattolica in Palestina, che sarà firmato in un futuro prossimo. Successivamente, si è parlato del processo di pace con Israele, esprimendo l’auspicio che si possano riprendere i negoziati diretti tra le Parti per trovare una soluzione giusta e duratura al conflitto. A tale scopo si è ribadito l’augurio che, con il sostegno della Comunità internazionale, Israeliani e Palestinesi prendano con determinazione decisioni coraggiose a favore della pace. Infine, con riferimento ai conflitti che affliggono il Medio Oriente, nel riaffermare l’importanza di combattere il terrorismo, è stata sottolineata la necessità del dialogo interreligioso». Mahmoud Abbas, che ieri ha incontrato il premier italiano Matteo Renzi e il presidente Sergio Mattarella, parteciperà domani alla canonizzazione di due beate palestinesi, «per la quale ha ringraziato il Santo Padre». Di tratta di Maria Alfonsina Danil Ghattas e Maria di Gesù Crocifisso, le prime due sante palestinese dell’epoca moderna, che il Papa domani canonizzerà insieme alle beate Giovanna Emilia De Villeneuve e Maria Cristina dell’Immacolata Concezione. Oggi il leader palestinese ha regalato al Papa una cassetta di madreperla contenente due reliquie delle future sante. «Ci vediamo domani», ha detto Abu Mazen accomiatandosi dal Papa. Domani, nonostante lo Stato di Israele abbia reagito con perplessità alla recente sigla dell’accordo tra Palestina e Santa Sede, sarà rappresentata domani dall’ambasciatore presso la Santa Sede, Zion Evrony, accompagnato dalla consorte e dal seguito, alla messa di domani. (Vatican Insider) Iacopo Scaramuzzi sanfrancescopatronoditalia.it

Papa ai bambini: “fabbricate” la pace, no a trafficanti d’armi

11 maggio 2015

 

2015-05-11 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“La pace è un prodotto artigianale” che si costruisce “ogni giorno” volendo bene agli altri, ma la pace non esiste “dove non c’è la giustizia” e dove prosperano i trafficanti di armi. È l’insegnamento centrale che ha caratterizzato il festoso incontro di Papa Francesco in Aula Paolo VI con i settemila bambini e ragazzi provenienti da scuole di tutta Italia, che hanno aderito al progetto educativo della Fondazione “Fabbrica della pace”, condotto in collaborazione col Ministero dell’Istruzione e la Cei. La cronaca nel servizio di Alessandro De Carolis:

 

 

 

La casa della pace e quella della guerra vengono costruite tutti i giorni. Con una differenza: la prima è un laboratorio artigianale, la seconda è un’industria. La prima cerca la persona con gesti di fraternità e accoglienza, la seconda la distrugge per avidità e soldi. Nell’Aula Paolo VI, che pare più che altro un’immensa aula scolastica in un giorno di festa, Papa Francesco si lascia sommergere dai giovanissimi “operai” della “Fabbrica della pace”, che lo accolgono con musica e un entusiasmo “bollente”, lo eleggono uno di loro donandogli un caschetto bianco, e gli rivolgono una raffica di domande, tredici, alle quali Francesco – catechista con la cattedra che gli costruiscono gli stessi bambini accoccolandoglisi accanto – replica a braccio, una a una, partendo dalla madre di tutte le domande, “come si fa la pace”:

“La pace non è un prodotto industriale: la pace è un prodotto artigianale. Si costruisce ogni giorno con il nostro lavoro, con la nostra vita, con il nostro amore, con la nostra vicinanza, con il nostro volerci bene (…) Quello che toglie la pace è il non volerci bene. Quello toglie la pace! Quello che toglie la pace è la gelosia, le invidie, l’avarizia, il togliere le cose degli altri: quello toglie la pace”.

“L’industria della morte”
Francesco scorre l’elenco e risponde alle vocine squillanti e a quesiti grandi il doppio di chi li ha posti: perché l’accoglienza verso gli immigrati è così difficile, perché “le persone potenti non aiutano la scuola”…. Il Papa allarga l’orizzonte e si chiede perché tante persone potenti non vogliano la pace:

“Perché vivono dalle guerre! L’industria delle armi: questo è grave! I potenti, alcuni potenti, guadagnano nella vita con la fabbrica delle armi (…) E’ l’industria della morte! E guadagnano (…) Si guadagna di più con la guerra! Si guadagnano i soldi, ma si perdono le vite, si perde la cultura, si perde l’educazione, si perdono tante cose. E’ per questo che non la vogliono. Un anziano prete che io ho conosciuto anni fa diceva questo: il diavolo entra per i portafogli. Per la cupidigia. E per questo non vogliono la pace!”.

Rialzati, Dio ti perdona
Le domande diventano più stringenti man mano che al microfono si presentano bambini segnati da situazioni che non dovrebbero aver vissuto. Uno bloccato su una carrozzina gli dice che a settembre andrà a Lourdes con l’Unitalsi, un altro si fa portavoce di un amico ricoverato al Bambin Gesù, uno dal carcere minorile di Casal del Marmo gli fa chiedere se la cella sia una soluzione… Francesco non cerca scuse: non c’è risposta al dolore di un bambino, ma deve esserci – asserisce – una società che faccia di tutto per curarli e reinserirli. E non vi sia storia di sbagli sulla quale, dice, non risplenda il sole di questa certezza:

“Dio perdona tutto! Capito? Siamo noi a non saper perdonare. Siamo noi a non trovare strade di perdono (…) E il perdono cosa significa? Sei caduto? Alzati! Io ti aiuterò ad alzarti, a reinserirti nella società. Sempre c’è il perdono e noi dobbiamo imparare a perdonare ma così: aiutando a reinserire chi ha sbagliato”.

La pace di ogni giorno
E poi, quasi a voler estrarre l’essenza di tutto quanto affermato, un bambino di 9 anni gli chiede: ma cos’è in fondo la pace di cui “sento parlare tanto”?:

“La pace è prima di tutto che non ci siano le guerre, ma anche che ci sia la gioia, che ci sia l’amicizia fra tutti, che ogni giorno si faccia un passo avanti per la giustizia, perché non ci siano bambini affamati, perché non ci siano bambini malati che non abbiano la possibilità di essere aiutati nella salute… Fare tutto questo è fare la pace”.

Senza pace non c’è giustizia
Sappiate anche pregare per la pace, soggiunge Francesco, a chi gli chiede se la religione possa aiutare nella vita. E a un altro che domanda: “Ma secondo te, Papa, un giorno saremo tutti uguali?”, Francesco esclama in modo trascinante:

“Tutti abbiamo gli stessi diritti! Quando non si vede questo, quella società o questo mondo è ingiusto. Non è con giustizia. E dove non c’è al giustizia, non può esserci la pace. Capito? Lo diciamo, questo piacerebbe… vediamo se siete bravi: mi piacerebbe ripeterlo insieme più di una volta… State attenti è così: ‘Dove non c’è la giustizia, non c’è la pace!’… tutti: (bambini): ‘Dove non c’è la giustizia, non c’è la pace!’. Un po’ più forte…(bambini): ‘Dove non c’è la giustizia, non c’è la pace!’”.

All’incontro in Aula Paolo VI ha preso parte anche Emma Bonino, cui Papa Francesco aveva  telefonato il primo maggio scorso per informarsi sulla sua salute e per incoraggiarla “a tenere duro”.

(Da Radio Vaticana) 

Papa: umanità promuova pace imparando da errori II Guerra Mondiale

6 maggio 2015

 

2015-05-06 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al termine dell’udienza generale il Papa ha lanciato un appello per la pace in occasione del 70.mo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale. Queste le sue parole:

 

 

“Nei prossimi giorni sarà commemorato in alcune capitali il 70.mo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa. In tale occasione affido al Signore, per intercessione di Maria Regina della Pace, l’auspicio che la società umana impari dagli errori del passato e che di fronte anche ai conflitti attuali, che stanno lacerando alcune regioni del mondo, tutti i responsabili civili si impegnino nella ricerca del bene comune e nella promozione della cultura della pace”.

 

(Da Radio Vaticana)

Papa: cristiano non è masochista, sopporta tribolazioni con fiducia

5 maggio 2015

 

2015-05-05 Radio Vaticana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tribolazioni, affidamento, pace. Sono le tre parole attorno alle quali Papa Francesco ha sviluppato l’omelia nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha sottolineato che il cristiano non ha un “atteggiamento sadomasochista” difronte alle difficoltà, ma si affida al Signore con fiducia e speranza. Il servizio di Alessandro Gisotti:

 

 

San Paolo viene perseguitato, ma nonostante mille tribolazioni resta saldo nella fede e incoraggia i fratelli a sperare nel Signore. Papa Francesco ha preso spunto dal passo degli Atti degli Apostoli, nella Prima Lettura, per soffermarsi su tre punti: tribolazioni, affidamento, pace. E subito ha evidenziato che per entrare nel Regno di Dio bisogna “passare per momenti bui, momenti difficili”.

Cristiano sopporta tribolazioni con coraggio
Tuttavia, ha avvertito, questo “non è un atteggiamento sadomasochista”, ma è “la lotta cristiana” contro il principe di questo mondo che cerca di staccarci “dalla Parola di Gesù, dalla fede, dalla speranza”. “Sopportare le tribolazioni”: è una frase, ha rilevato il Papa, che l’Apostolo Paolo usa tanto:

“ ‘Sopportare’: è più di avere pazienza, è portare sulle spalle, portare il peso delle tribolazioni. E anche la vita del cristiano ha dei momenti così. Ma Gesù ci dice: ‘Abbiate coraggio in quel momento. Io ho vinto, anche voi sarete vincitori’. Questa prima parola ci illumina per andare nei momenti più difficili della vita, quei momenti che anche ci fanno soffrire”.

E dopo aver dato questo consiglio, ha proseguito, Paolo “organizza quella Chiesa”, “prega sui presbiteri impone le mani e li affida al Signore”.

Affidarsi al Signore nei momenti difficili
La seconda parola: “affidamento”. “Un cristiano – ha detto – può portare avanti le tribolazioni e anche le persecuzioni affidandosi al Signore”. Soltanto Lui, ha ribadito, “è capace di darci la forza, di darci la perseveranza nella fede, di darci la speranza”:

“Affidare al Signore qualcosa, affidare al Signore questo momento difficile, affidare al Signore me stesso, affidare al Signore i nostri fedeli, noi sacerdoti, vescovi, affidare al Signore le nostre famiglie, i nostri amici e dire al Signore: ‘Prenditi cura di questi, sono i tuoi’. E’ una preghiera che non sempre noi la facciamo, la preghiera di affidamento: ‘Signore ti affido questo, portalo Tu avanti’, è una bella preghiera cristiana. E’ l’atteggiamento della fiducia nel potere del Signore, anche nella tenerezza del Signore che è Padre”.

Quando una persona fa “questa preghiera” dal cuore, ha soggiunto, allora sente che è affidata al Signore, è sicura: “Lui non delude mai”. La tribolazione, è stata la riflessione del Papa, ci fa soffrire, ma “l’affidamento al Signore ti dà speranza e di qui viene la terza parola: la pace”.

La pace del Signore rafforza la fede e la speranza
Francesco ha rammentato quello che Gesù dice come “congedo” ai suoi discepoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Ma, ha evidenziato, “non una pace, una semplice tranquillità”, ma una pace che “va dentro, anche una pace che ti dà forza, che rafforza quello che oggi abbiamo chiesto al Signore: la nostra fede e la nostra speranza”:

“Tre parole: tribolazioni, affidamento e pace. Nella vita dobbiamo andare su strade di tribolazione ma è la legge della vita. Ma in quei momenti affidarsi al Signore e Lui ci risponde con la pace. Questo Signore che è Padre ci ama tanto e mai delude. Continuiamo adesso la celebrazione eucaristica con il Signore, chiedendo che rafforzi la nostra fede e la nostra speranza, chiedendo di darci la fiducia di vincere le tribolazioni perché Lui ha vinto il mondo, e ci doni a tutti la sua pace”.

(Da Radio Vaticana)

VIII^ di Natale. Santa Messa nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio. 58^ Giornata Mondiale sulla pace: ” Non più schiavi ma fratelli”

31 dicembre 2014

Giovedì 1° gennaio 2015
SOLENNITÀ DI MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO

Cappella Papale

Basilica Vaticana, ore 10

LIBRETTO DELLA CELEBRAZIONE

Il Santo Padre Francesco celebrerà la Santa Messa della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio nell’ottava di Natale, ricorrendo la XLVIII Giornata Mondiale della Pace sul tema: «Non più schiavi, ma fratelli».

 

Basilica Vaticana
Giovedì
, 1° gennaio 2015

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Tornano oggi alla mente le parole con le quali Elisabetta pronunciò la sua benedizione sulla Vergine Santa: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga a me?» (Lc 1,42-43).

Questa benedizione si pone in continuità con la benedizione sacerdotale che Dio aveva suggerito a Mosè perché la trasmettesse ad Aronne e a tutto il popolo: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,24-26). Celebrando la solennità di Maria Santissima, la Santa Madre di Dio, la Chiesa ci ricorda che Maria è la prima destinataria di questa benedizione. In Lei essa trova compimento: infatti, nessun’altra creatura ha visto brillare su di sé il volto di Dio come Maria, che ha dato un volto umano al Verbo eterno, così che tutti lo possiamo contemplare.

Oltre alla contemplazione del volto di Dio, noi possiamo anche lodarlo e glorificarlo come i pastori, che se ne tornarono da Betlemme con un canto di ringraziamento dopo aver visto il Bambino e la sua giovane mamma (cfr Lc 2,16). Erano insieme, come sono stati insieme al Calvario, perché Cristo e la sua Madre sono inseparabili: tra loro esiste un rapporto strettissimo, come tra ogni figlio e la sua madre. La carne di Cristo – che è cardine della nostra salvezza (Tertulliano) – è stata intessuta nel grembo di Maria (cfr Sal139,13). Tale inseparabilità è significata anche dal fatto che Maria, prescelta per essere Madre del Redentore, ne ha condiviso intimamente tutta la missione rimanendo accanto al Figlio fino alla fine sul calvario.

Maria è così unita a Gesù perché ha avuto di Lui la conoscenza del cuore, la conoscenza della fede, nutrita dall’esperienza materna e dal legame intimo con il suo Figlio. La Vergine Santa è la donna di fede, che ha fatto posto a Dio nel suo cuore, nei suoi progetti; è la credente capace di cogliere nel dono del Figlio l’avvento di quella «pienezza del tempo» (Gal 4,4) nella quale Dio, scegliendo l’umile via dell’esistenza umana, è entrato personalmente nel solco della storia della salvezza. Per questo non si può capire Gesù senza sua Madre.

Altrettanto inseparabili sono Cristo e la Chiesa, perché la Chiesa e Maria vanno sempre insieme e questo è proprio il mistero della donna nella comunità ecclesiale, e non si può capire la salvezza operata da Gesù senza considerare la maternità della Chiesa. Separare Gesù dalla Chiesa sarebbe voler introdurre una «dicotomia assurda», come scrisse il beato Paolo VI (cfr Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 16). Non è possibile «amare il Cristo, ma non la Chiesa, ascoltare il Cristo, ma non la Chiesa, appartenere al Cristo, ma al di fuori della Chiesa» (Ibid.) Infatti è proprio la Chiesa, la grande famiglia di Dio, che ci porta Cristo. La nostra fede non è una dottrina astratta o una filosofia, ma è la relazione vitale e piena con una persona: Gesù Cristo, il Figlio unigenito di Dio fattosi uomo, morto e risorto per salvarci e vivo in mezzo a noi. Dove lo possiamo incontrare? Lo incontriamo nella Chiesa, nella nostra Santa Madre Chiesa Gerarchica. È la Chiesa che dice oggi: “Ecco l’agnello di Dio”; è la Chiesa che lo annuncia; è nella Chiesa che Gesù continua a compiere i suoi gesti di grazia che sono i Sacramenti.

Questa azione e missione della Chiesa esprime la sua maternità. Infatti essa è come una madre che custodisce Gesù con tenerezza e lo dona a tutti con gioia e generosità. Nessuna manifestazione di Cristo, neanche la più mistica, può mai essere staccata dalla carne e dal sangue della Chiesa, dalla concretezza storica del Corpo di Cristo. Senza la Chiesa, Gesù Cristo finisce per ridursi a un’idea, a una morale, a un sentimento. Senza la Chiesa, il nostro rapporto con Cristo sarebbe in balia della nostra immaginazione, delle nostre interpretazioni, dei nostri umori.

Cari fratelli e sorelle! Gesù Cristo è la benedizione per ogni uomo e per l’intera umanità. La Chiesa, donandoci Gesù, ci offre la pienezza della benedizione del Signore. Proprio questa è la missione del popolo di Dio: irradiare su tutti popoli la benedizione di Dio incarnata in Gesù Cristo. E Maria, la prima e perfetta discepola di Gesù, la prima e perfetta credente, modello della Chiesa in cammino, è Colei che apre questa strada di maternità della Chiesa e ne sostiene sempre la missione materna rivolta a tutti gli uomini. La sua testimonianza discreta e materna cammina con la Chiesa fin dalle origini. Ella, Madre di Dio, è anche Madre della Chiesa e, per mezzo della Chiesa, è Madre di tutti gli uomini e di tutti i popoli.

Che questa Madre dolce e premurosa ci ottenga la benedizione del Signore per l’intera famiglia umana. In modo speciale oggi, Giornata Mondiale della Pace, invochiamo la sua intercessione perché il Signore doni pace a questi nostri giorni: pace nei cuori, pace nelle famiglie, pace tra le Nazioni. Quest’anno, in particolare, il messaggio per la Giornata della Pace è: «Non più schiavi, ma fratelli». Tutti siamo chiamati a essere liberi, tutti a essere figli e ciascuno secondo le proprie responsabilità, a lottare contro le moderne forme di schiavitù. Da ogni popolo, cultura e religione, uniamo le nostre forze. Ci guidi e ci sostenga Colui che, per renderci tutti fratelli, si è fatto nostro servo.

Guardiamo Maria, contempliamo la Santa Madre di Dio. E vorrei proporvi di salutarla insieme, come ha fatto quel coraggioso popolo di Efeso, che gridava davanti ai suoi pastori quando entravano in Chiesa: “Santa Madre di Dio!”. Che bel saluto per la nostra Madre… Dice una storia, non so se è vera, che alcuni, fra quella gente, avevano i bastoni in mano, forse per far capire ai Vescovi cosa sarebbe accaduto loro se non avessero avuto il coraggio di proclamare Maria “Madre di Dio”. Invito tutti voi, senza bastoni, ad alzarvi e per tre volte salutarla, in piedi, con questo saluto della primitiva Chiesa: “Santa Madre di Dio!”.

Messaggio di papa francesco per la 48^ Giornata Mondiale della pace 2015. 1 gennaio 2015. “Non più schiavi ma fratelli”, No longer slaves, but brothers and sisters Non plus esclaves, mais frères No esclavos, sino hermanos Já não escravos, mas irmãos Już nie niewolnicy, lecz bracia Уже не рабы, но братья

10 dicembre 2014

CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE

No longer slaves, but brothers and sisters

 Non plus esclaves, mais frères

 No esclavos, sino hermanos

Já não escravos, mas irmãos

Już nie niewolnicy, lecz bracia

 Уже не рабы, но братья

 

 

Non più schiavi, ma fratelli

1. All’inizio di un nuovo anno, che accogliamo come una grazia e un dono di Dio all’umanità, desidero rivolgere, ad ogni uomo e donna, così come ad ogni popolo e nazione del mondo, ai capi di Stato e di Governo e ai responsabili delle diverse religioni, i miei fervidi auguri di pace, che accompagno con la mia preghiera affinché cessino le guerre, i conflitti e le tante sofferenze provocate sia dalla mano dell’uomo sia da vecchie e nuove epidemie e dagli effetti devastanti delle calamità naturali. Prego in modo particolare perché, rispondendo alla nostra comune vocazione di collaborare con Dio e con tutti gli uomini di buona volontà per la promozione della concordia e della pace nel mondo, sappiamo resistere alla tentazione di comportarci in modo non degno della nostra umanità.

Nel messaggio per il 1° gennaio scorso, avevo osservato che al «desiderio di una vita piena … appartiene un anelito insopprimibile alla fraternità, che sospinge verso la comunione con gli altri, nei quali troviamo non nemici o concorrenti, ma fratelli da accogliere ed abbracciare».1 Essendo l’uomo un essere relazionale, destinato a realizzarsi nel contesto di rapporti interpersonali ispirati a giustizia e carità, è fondamentale per il suo sviluppo che siano riconosciute e rispettate la sua dignità, libertà e autonomia. Purtroppo, la sempre diffusa piaga dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo ferisce gravemente la vita di comunione e la vocazione a tessere relazioni interpersonali improntate a rispetto, giustizia e carità. Tale abominevole fenomeno, che conduce a calpestare i diritti fondamentali dell’altro e ad annientarne la libertà e dignità, assume molteplici forme sulle quali desidero brevemente riflettere, affinché, alla luce della Parola di Dio, possiamo considerare tutti gli uomini “non più schiavi, ma fratelli“.

In ascolto del progetto di Dio sull’umanità

2. Il tema che ho scelto per il presente messaggio richiama la Lettera di san Paolo a Filemone, nella quale l’Apostolo chiede al suo collaboratore di accogliere Onesimo, già schiavo dello stesso Filemone e ora diventato cristiano e, quindi, secondo Paolo, meritevole di essere considerato un fratello. Così scrive l’Apostolo delle genti: «E’ stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo» (Fm 15-16). Onesimo è diventato fratello di Filemone diventando cristiano. Così la conversione a Cristo, l’inizio di una vita di discepolato in Cristo, costituisce una nuova nascita (cfr 2 Cor 5,17; 1 Pt 1,3) che rigenera la fraternità quale vincolo fondante della vita familiare e basamento della vita sociale.

Nel Libro della Genesi (cfr 1,27-28) leggiamo che Dio creò l’uomo maschio e femmina e li benedisse, affinché crescessero e si moltiplicassero: Egli fece di Adamo ed Eva dei genitori, i quali, realizzando la benedizione di Dio di essere fecondi e moltiplicarsi, generarono la prima fraternità, quella di Caino e Abele. Caino e Abele sono fratelli, perché provengono dallo stesso grembo, e perciò hanno la stessa origine, natura e dignità dei loro genitori creati ad immagine e somiglianza di Dio.

Ma la fraternità esprime anche la molteplicità e la differenza che esiste tra i fratelli, pur legati per nascita e aventi la stessa natura e la stessa dignità. In quanto fratelli e sorelle, quindi, tutte le persone sono per natura in relazione con le altre, dalle quali si differenziano ma con cui condividono la stessa origine, natura e dignità. E’ in forza di ciò che la fraternità costituisce la rete di relazioni fondamentali per la costruzione della famiglia umana creata da Dio.

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Papa Francesco: Lineamenta per il Sinodo dei Vescovi. Messaggio alla Conferenza di Vienna sulle armi nucleari.

10 dicembre 2014

“Al termine della III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi su Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione, celebrata nel 2014, Papa Francesco ha deciso di rendere pubblica la Relatio Synodi, documento con il quale si sono conclusi i lavori sinodali. Allo stesso tempo, il Santo Padre ha indicato che questo documento costituirà i Lineamenta per la XIV Assemblea Generale Ordinaria sul tema La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo, che avrà luogo dal 4 al 25 ottobre 2015.

La Relatio Synodi, che viene inviata come Lineamenta, si è conclusa con queste parole: “Le riflessioni proposte, frutto del lavoro sinodale svoltosi in grande libertà e in uno stile di reciproco ascolto, intendono porre questioni e indicare prospettive che dovranno essere maturate e precisate dalla riflessione delle Chiese locali nell’anno che ci separa dall’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi” (Relatio Synodi n. 62).

Ai Lineamenta viene aggiunta una serie di domande per conoscere la recezione del documento e per sollecitare l’approfondimento del lavoro iniziato nel corso dell’Assemblea Straordinaria. Si tratta di “ripensare con rinnovata freschezza ed entusiasmo quanto la rivelazione trasmessa nella fede della Chiesa ci dice sulla bellezza, sul ruolo e sulla dignità della famiglia” (Relatio Synodi, n. 4). In questa prospettiva, siamo chiamati a vivere “un anno per maturare con vero discernimento spirituale, le idee proposte e trovare soluzioni concrete a tante difficoltà e innumerevoli sfide che le famiglie devono affrontare” (Papa Francesco, Discorso conclusivo, 18 ottobre 2014). Il risultato di questa consultazione insieme alla Relatio Synodi costituirà il materiale per l’Instrumetum laboris della XIV Assemblea Generale Ordinaria del 2015″.

TESTO COMPLETO DEI LINEAMENTA 

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
IN OCCASIONE DELLA CONFERENZA SULL’IMPATTO UMANITARIO DELLE ARMI NUCLEARI

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A Sua Eccellenza il Signor Sebastian Kurz
Ministro Federale per l’Europa, l’Integrazione
e gli Affari Esteri della Repubblica d’Austria
Presidente della Conferenza sull’Impatto Umanitario delle Armi Nucleari

Sono lieto di salutare Lei, Signor Presidente, e tutti i rappresentanti delle varie Nazioni e delle Organizzazioni Internazionali, come pure della società civile, che partecipano alla Conferenza di Vienna sull’impatto umanitario delle armi nucleari.

Le armi nucleari sono un problema globale, che colpisce tutte le nazioni, e avranno un impatto sulle generazioni future, come pure sul pianeta, che è la nostra casa. Occorre un’etica globale se vogliamo ridurre la minaccia nucleare ed operare per un disarmo nucleare. Ora più che mai, l’interdipendenza tecnologica, sociale e politica esige urgentemente un’etica di solidarietà (cfr Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 38), che incoraggi i popoli ad operare insieme per un mondo più sicuro ed un futuro che sia radicato sempre più nei valori morali e sulla responsabilità in una dimensione globale.

Le conseguenze umanitarie delle armi nucleari sono prevedibili e planetarie. Mentre spesso ci si concentra sul potenziale delle armi nucleari per le uccisioni di massa, si deve porre maggior attenzione sulle “sofferenze non necessarie” causate dal loro uso. I codici militari e il diritto internazionale, tra gli altri, hanno da tempo condannato persone che hanno inflitto sofferenze non necessarie. Se simili sofferenze sono condannate nel corso di una guerra convenzionale, allora dovrebbero ben di più essere condannate nel caso di conflitto nucleare. Vi sono coloro, tra noi, che sono vittime di tali armi; essi ci mettono in guardia a non commettere gli stessi irreparabili errori, che hanno devastato popolazioni e la creazione. Porgo i miei calorosi saluti agli Hibakusha, come pure alle altre vittime degli esperimenti delle armi nucleari, presenti a questo incontro. Incoraggio tutti loro ad essere voci profetiche, richiamando la famiglia umana ad un più profondo apprezzamento della bellezza, dell’amore, della cooperazione e della fraternità, ricordando allo stesso tempo al mondo i rischi delle armi nucleari, le quali hanno il potenziale di distruggere noi e la civiltà.

La deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca assicurata non possono essere la base di un’etica di fraternità e di pacifica coesistenza tra i popoli e gli Stati. I giovani d’oggi e di domani hanno diritto a molto di più. Hanno il diritto ad un pacifico ordine mondiale, basato sull’unità della famiglia umana, fondato sul rispetto, sulla cooperazione, sulla solidarietà e sulla compassione. Il tempo di contrastare la logica della paura con l’etica della responsabilità è adesso, così da promuovere un clima di fiducia e di dialogo sincero.

Spendere in armi nucleari dilapida la ricchezza delle nazioni. Dare priorità a simili spese è un errore e uno sperpero di risorse che sarebbero molto meglio investite nelle aree dello sviluppo umano integrale, dell’educazione, della salute e della lotta all’estrema povertà. Quando tali risorse sono dilapidate, i poveri e i deboli che vivono ai margini della società ne pagano il prezzo.

Il desiderio di pace, di sicurezza e di stabilità è uno dei desideri più profondi del cuore umano, poiché esso è radicato nel Creatore, che fa membri della famiglia umana tutti i popoli. Tale aspirazione non può mai essere soddisfatta soltanto da mezzi militari, e meno che mai dal possesso di armi nucleari ed altre armi di distruzione di massa. La pace non “può ridursi unicamente a rendere stabile l’equilibrio delle forze avverse; essa non è effetto di una dispotica dominazione” (Gaudium et spes, 78). La pace deve essere costruita sulla giustizia, sullo sviluppo socio-economico, sulla libertà, sul rispetto dei diritti umani fondamentali, sulla partecipazione di tutti agli affari pubblici e sulla costruzione di fiducia fra i popoli. Papa Paolo VI sintetizzò tutto questo nella sua Enciclica Populorum progressio: “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace” (76). E’ nostra responsabilità di prendere azioni concrete che promuovano la pace e la sicurezza, rimanendo, però, sempre attenti al limite costituito da approcci a breve termine a problemi di sicurezza nazionale ed internazionale. Dobbiamo essere profondamente impegnati nel rafforzare la fiducia reciproca, poiché solo mediante tale fiducia si può stabilire una pace vera e duratura fra le nazioni (cfr Giovanni XXIII, Pacem in terris, 113).

Nel contesto della presente Conferenza, desidero incoraggiare un dialogo sincero e aperto tra parti che sono all’interno di ogni Stato che possiede armi nucleari, fra vari Stati che hanno armi nucleari, e fra questi e gli Stati sprovvisti di armi nucleari. Un simile dialogo deve essere inclusivo, coinvolgendo le organizzazioni internazionali, le comunità religiose e la società civile; esso deve essere orientato verso il bene comune e non verso la protezione di interessi particolari. “Un mondo senza armi nucleari” è un obiettivo condiviso da tutte le nazioni, del quale si sono fatti portavoce i leader mondiali, come pure l’aspirazione di milioni di uomini e donne. Il futuro e la sopravvivenza della famiglia umana si impernia sull’andar oltre a tale obiettivo e assicurarsi che esso divenga realtà.

Sono convinto che il desiderio di pace e di fraternità, profondamente radicato nel cuore umano, porterà frutti in modi concreti al fine di assicurare che le armi nucleari vengano vietate una volta per tutte, a beneficio della nostra casa comune. La sicurezza del nostro stesso futuro dipende dal garantire la pacifica sicurezza degli altri, poiché se la pace, la sicurezza e la stabilità non vengono fondate sul piano globale, non saranno per nulla godute. Siamo responsabili individualmente e collettivamente del benessere sia presente che futuro dei nostri fratelli e sorelle. E’ mia viva speranza che tale responsabilità plasmi i nostri sforzi a favore del disarmo nucleare, poiché un mondo senza armi nucleari è davvero possibile.

Dal Vaticano, 7 dicembre 2014.

FRANCISCUS PP.

Colloquio-intervista tra A . Spadaro e O. Abboud

2 dicembre 2014

Di seguito, l’intervista, pubblicata sul quotidiano Repubblica del 28 novembre, tra Antonio Spadaro direttore della rivista La Civiltà Cattolica e Omar Abboud, il leader musulmano già direttore del Centro islamico di Buenos Aires, amico di Bergoglio cardinale, che il Papa ha voluto con sé lo scorso maggio al Muro del pianto di Gerusalemme assieme al rabbino Abraham Skorka.

 

 

Ma il dialogo tra fedi non dovrebbe essere già in corso? E piuttosto non sarebbe necessario puntare oltre?
Abboud: “In Argentina il nostro punto di vista è stato quello di costruire una convivenza, non una tolleranza. Nel 2005 abbiamo sottoscritto un documento ufficiale contro il terrorismo, in cui l’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, diceva che l’atteggiamento fondamentale non deve essere solo quello di attaccare le conseguenze del terrorismo, ma di studiarne le motivazioni. E questa è una fase di crescita rispetto al dialogo”.
Spadaro: “E dialogo significa accoglienza. La cosa che mi ha colpito di Bergoglio è che il suo concetto di dialogo non corrisponde a quello ordinario. Per noi è un confronto di idee. Il Papa invece ha una visione diversa, dove la priorità è data dall’azione. E il gesto simbolicamente più forte del viaggio in Terra Santa è stato l’abbraccio tra Francesco, Abboud e Skorka”.
Perché?
Spadaro: “Perché ha evidenziato una cosa: che il Papa, scegliendo di avere con sé un amico islamico e un amico ebreo, ha sconvolto l’immaginario del dialogo, ponendo la dimensione profetica dell’amicizia come modello”.
E oggi il Pontefice userà la platea della Turchia, di fronte a Iraq e Siria, per parlare ai terroristi che si sono impadroniti di pezzi di quei Paesi. Che cosa vi aspettate?
Abboud : “La verità non si può portare avanti prendendo seduti il tè. È necessario essere contundenti. Questo viaggio del Papa in Turchia è particolarmente significativo perché è un grandissimo Paese islamico, quello che più a lungo ha avuto la tradizione dei Califfi. E il Papa che viene dalla “fine del mondo” parlerà della violenza che si sta consumando in queste zone calde”.
Spadaro: “Francesco si prepara a incontrare un Paese che vive un difficile bilanciamento fra laicità e religione. Io penso che un punto importante sia ribadire l’importanza della cooperazione di tutte le parti della società per il bene comune. Riaffermerà il ruolo dei cristiani. E un altro punto importante è la condanna della strumentalizzazione delle religioni. Visto che proprio in Turchia ci troviamo al confine con l’Isis, una delle chiavi sarà che nessuno può uccidere in nome di Dio”.
Qui i cristiani si trovano in una posizione di grande difficoltà. Ricordiamo nel 2006 e nel 2010 gli omicidi a Trebisonda e a Iskenderun di don Andrea Santoro e di monsignor Luigi Padovese. E il mondo musulmano moderato si trova in una posizione di imbarazzo di fronte al fondamentalismo.
Abboud: “È vero che la religione spesso viene utilizzata per compiere alcuni atti di violenza, però noi non possiamo accettare in nessun modo che questa venga classificata come una guerra di religione”.

La Turchia che da decenni chiede di entrare in Europa rappresenta però per il Vecchio continente la porta del mondo musulmano. Con quale riflesso oggi?
Spadaro: “Più che un riflesso, direi che qui si accende un riflettore. E non è un caso che il Papa stia facendo questi viaggi, prima l’Albania, ora la Turchia, prima ancora di visitare un grande Paese europeo. Questa dialettica costante fra centro e periferia viene messa in evidenza dalla geografia, direi quasi della geometria dei suoi viaggi. Il Papa parte dall’Albania, va a Strasburgo, e rimbalza in Turchia. Questo non è casuale”.
È molto significativo, no?
Spadaro: “Sì, perché il tragitto Tirana- Strasburgo-Ankara dà l’idea del compasso bergogliano. E la geometria significa relazioni. Il Papa ha detto che il centro si comprende dalla periferia, e questa è un’operazione ermeneutica, cioè lui non sta indicando solo dei contenuti ma un metodo”.
E qual è il suo atteggiamento verso il mondo musulmano?
Spadaro: “La sua visione è determinata dalla sua esperienza argentina. È un rapporto che considera innanzitutto l’accoglienza, ma senza avere paura del conflitto. Questo Papa ha la passione per i conflitti. Cioè lui nel conflitto si trova a suo agio. Vedi il recente Sinodo dei vescovi a ottobre. Il Papa potrebbe insistere sugli elementi di riconciliazione, di gioia. Insiste invece sul conflitto. E sul fatto che i conflitti vanno abbracciati, anzi accarezzati. Per lui questo diventa un luogo di discernimento, di scelta”.
E il mondo musulmano come guarda a Francesco?
Abboud: “Esistono dei leader islamici che considerano il Papa come una figura strategica per poter creare una nuova categoria di credenti: il risultato di come cristiani, musulmani, eccetera siano in grado di costruire un “noi”. Direi che la mano è tesa, e che questa occasione è grande”.

Viaggio papale in Turchia. Messale. Diretta. Sintesi e Testo completo dei Discorsi e delle Omelie. 2° giorno

29 novembre 2014

 

MESSALE

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PROGRAMMA DEL VIAGGIO APOSTOLICO

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DIRETTE del 2° giorno

Arrivo ad Instanbul ore 9.30 circa

Visita alla Moschea Blu e a s. Sofia ore 10.15 circa

Santa Messa ore 14.45 circa

Preghiera Ecumenica ore 17.00 circa

Preghiera per l’anno per la vita consacrata ore 19.00 circa

Divina Liturgia e Dichiarazione congiunta ore 20.20 circa

Congedo

http://www.ctv.va/content/ctv/it/livetv.html

Il testo dei Discorsi, preghiere ed Omelie saranno pubblicati non appena disponibili

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SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cattedrale Cattolica dello Spirito Santo, Istanbul
Sabato, 29 novembre 2014

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All’uomo assetato di salvezza, Gesù nel Vangelo si presenta come la fonte a cui attingere, la roccia da cui il Padre fa scaturire fiumi di acqua viva per tutti coloro che credono in Lui (cfr Gv 7,38). Con questa profezia, proclamata pubblicamente a Gerusalemme, Gesù preannuncia il dono dello Spirito Santo che riceveranno i suoi discepoli dopo la sua glorificazione, cioè la sua morte e risurrezione (cfr v. 39).

Lo Spirito Santo è l’anima della Chiesa. Egli dà la vita, suscita i differenti carismi che arricchiscono il popolo di Dio e, soprattutto,crea l’unità tra i credenti: di molti fa un corpo solo, il corpo di Cristo. Tutta la vita e la missione della Chiesa dipendono dallo Spirito Santo; Lui realizza ogni cosa.

La stessa professione di fede, come ci ricorda san Paolo nella prima Lettura di oggi, è possibile solo perché suggerita dallo Spirito Santo: «Nessuno può dire: “Gesù è Signore!”, se non sotto l’azione dello Spirito Santo» (1 Cor 12,3b). Quando noi preghiamo, è perché lo Spirito Santo suscita in noi la preghiera nel cuore. Quando spezziamo il cerchio del nostro egoismo, usciamo da noi stessi e ci accostiamo agli altri per incontrarli, ascoltarli, aiutarli, è lo Spirito di Dio che ci ha spinti. Quando scopriamo in noi una sconosciuta capacità di perdonare, di amare chi non ci vuole bene, è lo Spirito che ci ha afferrati. Quando andiamo oltre le parole di convenienza e ci rivolgiamo ai fratelli con quella tenerezza che riscalda il cuore, siamo stati certamente toccati dallo Spirito Santo.

È vero, lo Spirito Santo suscita i differenti carismi nella Chiesa; apparentemente, questo sembra creare disordine, ma in realtà, sotto la sua guida, costituisce un’immensa ricchezza, perché lo Spirito Santo è lo Spirito di unità, che non significa uniformità. Solo lo Spirito Santo può suscitare la diversità, la molteplicità e, nello stesso tempo, operare l’unità. Quando siamo noi a voler fare la diversità e ci chiudiamo nei nostri particolarismi ed esclusivismi, portiamo la divisione; e quando siamo noi a voler fare l’unità secondo i nostri disegni umani, finiamo per portare l’uniformità e l’omologazione. Se invece ci lasciamo guidare dallo Spirito, la ricchezza, la varietà, la diversità non diventano mai conflitto, perché Egli ci spinge a vivere la varietà nella comunione della Chiesa.

La moltitudine delle membra e dei carismi trova il suo principio armonizzatore nello Spirito di Cristo, che il Padre ha mandato e che continua a mandare, per compiere l’unità tra i credenti. Lo Spirito Santo fa l’unità della Chiesa: unità nella fede, unità nella carità, unità nella coesione interiore. La Chiesa e le Chiese sono chiamate a lasciarsi guidare dallo Spirito Santo, ponendosi in un atteggiamento di apertura, di docilità e di obbedienza. E’ Lui che armonizza la Chiesa. Mi viene in mente quella bella parola di San Basilio il Grande: “Ipse harmonia est”, Lui stesso è l’armonia.

Si tratta di una prospettiva di speranza, ma al tempo stesso faticosa, in quanto è sempre presente in noi la tentazione di fare resistenza allo Spirito Santo, perché scombussola, perché smuove, fa camminare, spinge la Chiesa ad andare avanti. Ed è sempre più facile e comodo adagiarsi nelle proprie posizioni statiche e immutate. In realtà, la Chiesa si mostra fedele allo Spirito Santo nella misura in cui non ha la pretesa di regolarlo e di addomesticarlo. E la Chiesa si mostra fedele allo Spirito Santo anche quando lascia da parte la tentazione di guardare sé stessa. E noi cristiani diventiamo autentici discepoli missionari, capaci di interpellare le coscienze, se abbandoniamo uno stile difensivo per lasciarci condurre dallo Spirito. Egli è freschezza, fantasia, novità.

Le nostre difese possono manifestarsi con l’arroccamento eccessivo sulle nostre idee, sulle nostre forze – ma così scivoliamo nel pelagianesimo –, oppure con un atteggiamento di ambizione e di vanità. Questi meccanismi difensivi ci impediscono di comprendere veramente gli altri e di aprirci ad un dialogo sincero con loro. Ma la Chiesa, scaturita dalla Pentecoste, riceve in consegna il fuoco dello Spirito Santo, che non riempie tanto la mente di idee, ma incendia il cuore; è investita dal vento dello Spirito che non trasmette un potere, ma abilita ad un servizio di amore, un linguaggio che ciascuno è in grado di comprendere.

Nel nostro cammino di fede e di vita fraterna, più ci lasceremo guidare con umiltà dallo Spirito del Signore, più supereremo le incomprensioni, le divisioni e le controversie e saremo segno credibile di unità e di pace. Segno credibile che il nostro Signore è risorto, è vivo.

Con questa gioiosa certezza, abbraccio tutti voi, cari fratelli e sorelle: il Patriarca Siro-Cattolico, il Presidente della Conferenza Episcopale, il Vicario Apostolico Mons. Pelâtre, gli altri Vescovi ed Esarchi, i presbiteri e i diaconi, le persone consacrate e i fedeli laici, appartenenti alle differenti comunità e ai diversi riti della Chiesa Cattolica. Desidero salutare con fraterno affetto il Patriarca di Costantinopoli, Sua Santità Bartolomeo I, il Metropolita Siro-Ortodosso, il Vicario Patriarcale Armeno Apostolico e gli esponenti delle Comunità Protestanti, che hanno voluto pregare con noi durante questa celebrazione. Esprimo loro la mia riconoscenza per questo gesto fraterno. Un pensiero affettuoso invio al Patriarca Armeno Apostolico Mesrob II, assicurandogli la mia preghiera.

Fratelli e sorelle, rivolgiamo il nostro pensiero alla Vergine Maria, la Santa Madre di Dio. Insieme a Lei, che ha pregato nel cenacolo con gli Apostoli in attesa della Pentecoste, preghiamo il Signore perché mandi il suo Santo Spirito nei nostri cuori e ci renda testimoni del suo Vangelo in tutto il mondo. Amen!

Viaggio papale in Turchia. Messale. Diretta. Sintesi e Testo completo dei Discorsi e dell’Omelia. 1° giorno

28 novembre 2014

 

MESSALE

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PROGRAMMA DEL VIAGGIO APOSTOLICO

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SALUTO DEL SANTO PADRE AI GIORNALISTI
DURANTE IL VOLO ROMA-ANKARA

Volo Papale
Venerdì, 28 novembre 2014

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(Padre Lombardi)

Santo Padre, grazie di venire a darci il suo saluto all’inizio di questo viaggio, per il quale Le facciamo i nostri auguri. Un viaggio che sappiamo impegnativo sia per l’area in cui ci rechiamo, sia per i rapporti ecumenici, i rapporti interreligiosi … Ecco, quindi è breve ma è molto intenso e importante. Noi La accompagniamo con la nostra preghiera, con la nostra attenzione e con il nostro sostegno, per quanto potremo fare, anche come informatori. Siamo un bel gruppetto, come vede: siamo 65 in questo viaggio, rappresentanti di diversi Paesi, di diversi media, come al solito è un po’ un mix che cerca di tenere conto sia dei media sia delle lingue, e così via. Molte sono persone che Lei già conosce, che seguono fedelmente questi viaggi. Abbiamo anche due signore turche che ci accompagnano in questo viaggio: la signora Esma Cakir, che La saluta con la mano, e la signora Yasemin Taskin, che La saluta con la mano, e che poi potranno farLe delle domande, anche durante il ritorno, naturalmente.

Poi abbiamo anche un’altra occasione di festa, questa mattina: c’è uno di noi, che è nascosto là in fondo, che compie 62 anni proprio oggi. E’ il suo compleanno: Jean-Louis de La Vaissière, e gli facciamo gli auguri insieme a Lei.

E ora, naturalmente, Le do il microfono, se Lei vuole dirci qualche cosa:

(Papa Francesco)

Buon giorno. Vi dò il benvenuto e vi ringrazio della vostra compagnia in questo viaggio, perché il vostro lavoro è un sostegno, un aiuto e anche un servizio al mondo: un servizio al mondo per far conoscere questa attività religiosa e umanitaria, perché la Turchia in questo momento è testimone e offre aiuto a tanti rifugiati delle zone in conflitto. Ringrazio per questo servizio. Ci ritroveremo al rientro per la conferenza stampa. Grazie tante e buon soggiorno.

(Padre Lombardi)

Grazie mille a Lei, Santo Padre. E buon viaggio. Noi La seguiremo con molta attenzione. Su un viaggio come questo, la presenza sul volo è molto importante, perché ci sono due tappe e quindi sono praticamente gli unici giornalisti che saranno presenti sia ad Ankara sia ad Istanbul per seguire da vicino il Suo viaggio. Quindi avranno un ruolo molto importante nell’informazione, e Le vogliono assicurare che faranno del loro meglio per collaborare al Suo ministero. Grazie, Santo Padre, e buon viaggio.

 

INCONTRO CON LE AUTORITÀ

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Ankara
Venerdì, 28 novembre 2014

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Signor Presidente,
Distinte Autorità,
Signore e Signori,

sono lieto di visitare il vostro Paese, ricco di bellezze naturali e di storia, ricolmo di tracce di antiche civiltà e ponte naturale tra due continenti e tra differenti espressioni culturali. Questa terra è cara ad ogni cristiano per aver dato i natali a san Paolo, che qui fondò diverse comunità cristiane; per aver ospitato i primi sette Concili della Chiesa e per la presenza, vicino ad Efeso, di quella che una venerata tradizione considera la “casa di Maria”, il luogo dove la Madre di Gesù visse per alcuni anni, meta della devozione di tanti pellegrini da ogni parte del mondo, non solo cristiani, ma anche musulmani.

Tuttavia, le ragioni della considerazione e dell’apprezzamento per la Turchia non sono da cercarsi unicamente nel suo passato, nei suoi antichi monumenti, ma si trovano nella vitalità del suo presente, nella laboriosità e generosità del suo popolo, nel suo ruolo nel concerto delle nazioni.

È per me motivo di gioia avere l’opportunità di proseguire con voi un dialogo di amicizia, di stima e di rispetto, nel solco di quello intrapreso dai miei predecessori, il beato Paolo VI, san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, dialogo preparato e favorito a sua volta dall’azione dell’allora Delegato Apostolico Mons. Angelo Giuseppe Roncalli, poi a san Giovanni XXIII, e dal Concilio Vaticano II.

Abbiamo bisogno di un dialogo che approfondisca la conoscenza e valorizzi con discernimento le tante cose che ci accomunano, e al tempo stesso ci permetta di considerare con animo saggio e sereno le differenze, per poter anche da esse trarre insegnamento.

Occorre portare avanti con pazienza l’impegno di costruire una pace solida, fondata sul rispetto dei fondamentali diritti e doveri legati alla dignità dell’uomo. Per questa strada si possono superare i pregiudizi e i falsi timori e si lascia invece spazio alla stima, all’incontro, allo sviluppo delle migliori energie a vantaggio di tutti.

A tal fine, è fondamentale che i cittadini musulmani, ebrei e cristiani – tanto nelle disposizioni di legge, quanto nella loro effettiva attuazione –, godano dei medesimi diritti e rispettino i medesimi doveri. Essi in tal modo più facilmente si riconosceranno come fratelli e compagni di strada, allontanando sempre più le incomprensioni e favorendo la collaborazione e l’intesa. La libertà religiosa e la libertà di espressione, efficacemente garantite a tutti, stimoleranno il fiorire dell’amicizia, diventando un eloquente segno di pace.

Il Medio Oriente, l’Europa, il mondo attendono questa fioritura. Il Medio Oriente, in particolare, è da troppi anni teatro di guerre fratricide, che sembrano nascere l’una dall’altra, come se l’unica risposta possibile alla guerra e alla violenza dovesse essere sempre nuova guerra e altra violenza.

Per quanto tempo dovrà soffrire ancora il Medio Oriente a causa della mancanza di pace? Non possiamo rassegnarci alla continuazione dei conflitti come se non fosse possibile un cambiamento in meglio della situazione! Con l’aiuto di Dio, possiamo e dobbiamo sempre rinnovare il coraggio della pace! Questo atteggiamento conduce ad utilizzare con lealtà, pazienza e determinazione tutti i mezzi della trattativa, e a raggiungere così concreti obiettivi di pace e di sviluppo sostenibile.

Signor Presidente, per raggiungere una meta tanto alta ed urgente, un contributo importante può venire dal dialogo interreligioso e interculturale, così da bandire ogni forma di fondamentalismo e di terrorismo, che umilia gravemente la dignità di tutti gli uomini e strumentalizza la religione.

Occorre contrapporre al fanatismo e al fondamentalismo, alle fobie irrazionali che incoraggiano incomprensioni e discriminazioni, la solidarietà di tutti i credenti, che abbia come pilastri il rispetto della vita umana, della libertà religiosa, che è libertà del culto e libertà di vivere secondo l’etica religiosa, lo sforzo di garantire a tutti il necessario per una vita dignitosa, e la cura dell’ambiente naturale. Di questo hanno bisogno, con speciale urgenza, i popoli e gli Stati del Medio Oriente, per poter finalmente “invertire la tendenza” e portare avanti con esito positivo un processo di pacificazione, mediante il ripudio della guerra e della violenza e il perseguimento del dialogo, del diritto, della giustizia.

Fino ad oggi, infatti, siamo purtroppo ancora testimoni di gravi conflitti. In Siria e in Iraq, in particolar modo, la violenza terroristica non accenna a placarsi. Si registra la violazione delle più elementari leggi umanitarie nei confronti di prigionieri e di interi gruppi etnici; si sono verificate e ancora avvengono gravi persecuzioni ai danni di gruppi minoritari, specialmente – ma non solo -, i cristiani e gli yazidi: centinaia di migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case e la loro patria per poter salvare la propria vita e rimanere fedeli al proprio credo.

La Turchia, accogliendo generosamente una grande quantità di profughi, è direttamente coinvolta dagli effetti di questa drammatica situazione ai suoi confini, e la comunità internazionale ha l’obbligo morale di aiutarla nel prendersi cura dei profughi. Insieme alla necessaria assistenza umanitaria, non si può rimanere indifferenti di fronte a ciò che ha provocato queste tragedie. Nel ribadire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto, sempre però nel rispetto del diritto internazionale, voglio anche ricordare che non si può affidare la risoluzione del problema alla sola risposta militare.

E’ necessario un forte impegno comune, basato sulla fiducia reciproca, che renda possibile una pace duratura e consenta di destinare finalmente le risorse non agli armamenti, ma alle vere lotte degne dell’uomo: la lotta contro la fame e le malattie, la lotta per lo sviluppo sostenibile e la salvaguardia del creato, in soccorso di tante forme di povertà e marginalità che non mancano nemmeno nel mondo moderno.

La Turchia, per la sua storia, in ragione della sua posizione geografica e a motivo dell’importanza che riveste nella regione, ha una grande responsabilità: le sue scelte e il suo esempio possiedono una speciale valenza e possono essere di notevole aiuto nel favorire un incontro di civiltà e nell’individuare vie praticabili di pace e di autentico progresso.

Che l’Altissimo benedica e protegga la Turchia e la aiuti ad essere un valido e convinto artefice di pace! Grazie!

 

VISITA AL PRESIDENTE DEGLI AFFARI RELIGIOSI AL DIYANET

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Ankara
Venerdì, 28 novembre 2014

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Signor Presidente,
Autorità religiose e civili,
Signore e Signori,

E’ per me motivo di gioia incontrarvi oggi, nel corso della mia visita al vostro Paese. Ringrazio il Signor Presidente di questo importante Ufficio per il cordiale invito, che mi offre l’occasione di intrattenermi con leaders politici e religiosi, musulmani e cristiani.

E’ tradizione che i Papi, quando viaggiano in diversi Paesi come parte della loro missione, incontrino anche le autorità e le comunità di altre religioni. Senza questa apertura all’incontro e al dialogo, una visita papale non risponderebbe pienamente alle sue finalità, così come anch’io le intendo, nella scia dei miei venerati Predecessori. In questa prospettiva, sono lieto di ricordare in modo speciale l’incontro che il Papa Benedetto XVI ebbe, in questo medesimo luogo, nel novembre 2006.

Le buone relazioni e il dialogo tra leader religiosi rivestono infatti una grande importanza. Essi rappresentano un chiaro messaggio indirizzato alle rispettive comunità, per esprimere che il mutuo rispetto e l’amicizia sono possibili, nonostante le differenze. Tale amicizia, oltre ad essere un valore in sé, acquista speciale significato e ulteriore importanza in un tempo di crisi come il nostro, crisi che in alcune aree del mondo diventano veri drammi per intere popolazioni.

Vi sono infatti guerre che seminano vittime e distruzioni; tensioni e conflitti inter-etnici e interreligiosi; fame e povertà che affliggono centinaia di milioni di persone; danni all’ambiente naturale, all’aria, all’acqua, alla terra.

Veramente tragica è la situazione in Medio Oriente, specialmente in Iraq e Siria. Tutti soffrono le conseguenze dei conflitti e la situazione umanitaria è angosciante. Penso a tanti bambini, alle sofferenze di tante mamme, agli anziani, agli sfollati e ai rifugiati, alle violenze di ogni tipo. Particolare preoccupazione desta il fatto che, soprattutto a causa di un gruppo estremista e fondamentalista, intere comunità, specialmente – ma non solo – i cristiani e gli yazidi, hanno patito e tuttora soffrono violenze disumane a causa della loro identità etnica e religiosa. Sono stati cacciati con la forza dalle loro case, hanno dovuto abbandonare ogni cosa per salvare la propria vita e non rinnegare la fede. La violenza ha colpito anche edifici sacri, monumenti, simboli religiosi e il patrimonio culturale, quasi a voler cancellare ogni traccia, ogni memoria dell’altro.

In qualità di capi religiosi, abbiamo l’obbligo di denunciare tutte le violazioni della dignità e dei diritti umani. La vita umana, dono di Dio Creatore, possiede un carattere sacro. Pertanto, la violenza che cerca una giustificazione religiosa merita la più forte condanna, perché l’Onnipotente è Dio della vita e della pace. Da tutti coloro che sostengono di adorarlo, il mondo attende che siano uomini e donne di pace, capaci di vivere come fratelli e sorelle, nonostante le differenze etniche, religiose, culturali o ideologiche.

Alla denuncia occorre far seguire il comune lavoro per trovare adeguate soluzioni. Ciò richiede la collaborazione di tutte le parti: governi, leader politici e religiosi, rappresentanti della società civile, e tutti gli uomini e le donne di buona volontà. In particolare, i responsabili delle comunità religiose possono offrire il prezioso contributo dei  valori presenti nelle loro rispettive tradizioni. Noi, Musulmani e Cristiani, siamo depositari di inestimabili tesori spirituali, tra i quali riconosciamo elementi di comunanza, pur vissuti secondo le proprie tradizioni: l’adorazione di Dio misericordioso, il riferimento al patriarca Abramo, la preghiera, l’elemosina, il digiuno… elementi che, vissuti in maniera sincera, possono trasformare la vita e dare una base sicura alla dignità e alla fratellanza degli uomini. Riconoscere e sviluppare questa comunanza spirituale – attraverso il dialogo interreligioso – ci aiuta anche a promuovere e difendere nella società i valori morali, la pace e la libertà (cfr Giovanni Paolo II, Discorso alla Comunità cattolica di Ankara, 29 novembre 1979).  Il comune riconoscimento della sacralità della persona umana sostiene la comune compassione, la solidarietà e l’aiuto fattivo nei confronti dei più sofferenti. A questo proposito, vorrei esprimere il mio apprezzamento per quanto tutto il popolo turco, i musulmani e i cristiani, stanno facendo verso le centinaia di migliaia di persone che fuggono dai loro Paesi a causa dei conflitti. Ce ne sono due milioni. E’ questo un esempio concreto di come lavorare insieme per servire gli altri, un esempio da incoraggiare e sostenere.

Con soddisfazione ho appreso delle buone relazioni e della collaborazione tra il Diyanet e il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Auspico che esse proseguano e si consolidino, per il bene di tutti, perché ogni iniziativa di dialogo autentico è segno di speranza per un mondo che ha tanto bisogno di pace, sicurezza e prosperità. E anche dopo il dialogo con il Signor Presidente, auguro che questo dialogo interreligioso divenga creativo di nuove forme.

Signor Presidente, esprimo nuovamente la mia riconoscenza a Lei e ai Suoi collaboratori per questo incontro, che ricolma il mio cuore di gioia. Sono grato inoltre a tutti voi, per la vostra presenza e per le vostre preghiere che avrete la bontà di offrire per il mio servizio. Da parte mia, vi assicuro che pregherò altrettanto per voi. Il Signore ci benedica tutti.

Lettera di papa Francesco all’Assemblea Straordinaria della CEI. Lettera per il G20

11 novembre 2014

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALL’ASSEMBLEA GENERALE STRAORDINARIA
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

[ASSISI, 10-13 NOVEMBRE 2014]

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Cari Fratelli nell’episcopato,

con queste righe desidero esprimere la mia vicinanza a ciascuno di voi e alle Chiese in mezzo alle quali lo Spirito di Dio vi ha posto come Pastori. Questo stesso Spirito possa animare con la sua sapienza creativa l’Assemblea generale che state iniziando, dedicata specialmente alla vita e alla formazione permanente dei presbiteri.

A tale proposito, il vostro convenire ad Assisi fa subito pensare al grande amore e alla venerazione che san Francesco nutriva per la Santa Madre Chiesa Gerarchica, e in particolare proprio per i sacerdoti, compresi quelli da lui riconosciuti come “pauperculos huius saeculi” (dal Testamento).

Tra le principali responsabilità che il ministero episcopale vi affida c’è quella di confermare, sostenere e consolidare questi vostri primi collaboratori, attraverso i quali la maternità della Chiesa raggiunge l’intero popolo di Dio. Quanti ne abbiamo conosciuti! Quanti con la loro testimonianza hanno contribuito ad attrarci a una vita di consacrazione! Da quanti di loro abbiamo imparato e siamo stati plasmati! Nella memoria riconoscente ciascuno di noi ne conserva i nomi e i volti. Li abbiamo visti spendere la vita tra la gente delle nostre parrocchie, educare i ragazzi, accompagnare le famiglie, visitare i malati a casa e all’ospedale, farsi carico dei poveri, nella consapevolezza che “separarsi per non sporcarsi con gli altri è la sporcizia più grande” (L. Tolstoj). Liberi dalle cose e da sé stessi, rammentano a tutti che abbassarsi senza nulla trattenere è la via per quell’altezza che il Vangelo chiama carità; e che la gioia più vera si gusta nella fraternità vissuta.

I sacerdoti santi sono peccatori perdonati e strumenti di perdono. La loro esistenza parla la lingua della pazienza e della perseveranza; non sono rimasti turisti dello spirito, eternamente indecisi e insoddisfatti, perché sanno di essere nelle mani di Uno che non viene meno alle promesse e la cui Provvidenza fa sì che nulla possa mai separarli da tale appartenenza. Questa consapevolezza cresce con la carità pastorale con cui circondano di attenzione e di tenerezza le persone loro affidate, fino a conoscerle ad una ad una.

Sì, è ancora tempo di presbiteri di questo spessore, “ponti” per l’incontro tra Dio e il mondo, sentinelle capaci di lasciar intuire una ricchezza altrimenti perduta.

Preti così non si improvvisano: li forgia il prezioso lavoro formativo del Seminario e l’Ordinazione li consacra per sempre uomini di Dio e servitori del suo popolo. Ma può accadere che il tempo intiepidisca la generosa dedizione degli inizi, e allora è vano cucire toppe nuove su un vestito vecchio: l’identità del presbitero, proprio perché viene dall’alto, esige da lui un cammino quotidiano di riappropriazione, a partire da ciò che ne ha fatto un ministro di Gesù Cristo.

La formazione di cui parliamo è un’esperienza di discepolato permanente, che avvicina a Cristo e permette di conformarsi sempre più a Lui. Perciò essa non ha un termine, perché i sacerdoti non smettono mai di essere discepoli di Gesù, di seguirlo. Quindi, la formazione in quanto discepolato accompagna tutta la vita del ministro ordinato e riguarda integralmente la sua persona e il suo ministero. La formazione iniziale e quella permanente sono due momenti di una sola realtà: il cammino del discepolo presbitero, innamorato del suo Signore e costantemente alla sua sequela (cfr Discorso alla Plenaria della Congregazione per il Clero, 3 ottobre 2014).

Del resto, fratelli, voi sapete che non servono preti clericali il cui comportamento rischia di allontanare la gente dal Signore, né preti funzionari che, mentre svolgono un ruolo, cercano lontano da Lui la propria consolazione. Solo chi tiene fisso lo sguardo su ciò che è davvero essenziale può rinnovare il proprio sì al dono ricevuto e, nelle diverse stagioni della vita, non smettere di fare dono di sé; solo chi si lascia conformare al Buon Pastore trova unità, pace e forza nell’obbedienza del servizio; solo chi respira nell’orizzonte della fraternità presbiterale esce dalla contraffazione di una coscienza che si pretende epicentro di tutto, unica misura del proprio sentire e delle proprie azioni.

Vi auguro giornate di ascolto e di confronto, che portino a tracciare itinerari di formazione permanente, capaci di coniugare la dimensione spirituale con quella culturale, la dimensione comunitaria con quella pastorale: sono questi i pilastri di vite formate secondo il Vangelo, custodite nella disciplina quotidiana, nell’orazione, nella custodia dei sensi, nella cura di sé, nella testimonianza umile e profetica; vite che restituiscono alla Chiesa la fiducia che essa per prima ha posto in loro.

Vi accompagno con la mia preghiera e la mia Benedizione, che estendo, per intercessione della Vergine Madre, a tutti i sacerdoti della Chiesa in Italia e a quanti lavorano al servizio della loro formazione; e vi ringrazio per le vostre preghiere per me e per il mio ministero.

Dal Vaticano, 8 novembre 2014

 

Francesco

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AL PRIMO MINISTRO DELL’AUSTRALIA IN OCCASIONE DEL VERTICE DEL G20
[BRISBANE, 15-16 NOVEMBRE 2014]

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A Sua Eccellenza Tony Abbott
Primo Ministro dell’Australia

Il 15 e 16 novembre prossimo a Brisbane, Ella presiederà il Vertice dei Capi di Stato e di Governo dei 20 Paesi con le maggiori economie, portando in tal maniera a termine la Presidenza australiana del Gruppo dei 20 nell’anno trascorso. La Presidenza ha dato prova di rappresentare una eccellente opportunità per tutti di apprezzare il significativo contributo dato dall’Oceania nella gestione delle problematiche mondiali e dei suoi sforzi per promuovere una costruttiva integrazione di tutti i Paesi.

L’agenda del G20 a Brisbane è particolarmente concentrata sugli sforzi per rilanciare un progetto di crescita sostenibile dell’economia mondiale, allontanando in tal modo lo spettro della recessione globale. Dal lavoro preparatorio è emerso un punto cruciale, vale a dire, l’imperativo di creare opportunità d’impiego dignitose, stabili e a favore di tutti. Questo presuppone e richiede un miglioramento nella qualità della spesa pubblica e degli investimenti, la promozione di investimenti privati, un equo e adeguato sistema di tassazione, uno sforzo concertato per combattere l’evasione fiscale e una regolamentazione del settore finanziario, che garantisca onestà, sicurezza e trasparenza.

Vorrei chiedere ai Capi di Stato e di Governo del G20 di non dimenticare che dietro queste discussioni politiche e tecniche sono in gioco molte vite e che sarebbe davvero increscioso se tali discussioni dovessero rimanere puramente al livello di dichiarazioni di principio. Nel mondo, incluso all’interno degli stessi Paesi appartenenti al G20, ci sono troppe donne e uomini che soffrono a causa di grave malnutrizione, per la crescita del numero dei disoccupati, per la percentuale estremamente alta di giovani senza lavoro e per l’aumento dell’esclusione sociale che può portare a favorire l’attività criminale e perfino il reclutamento di terroristi. Oltre a ciò, si riscontra una costante aggressione all’ambiente naturale, risultato di uno sfrenato consumismo e tutto questo produrrà serie conseguenze per l’economia mondiale.

È mia speranza che possa essere raggiunto un sostanziale ed effettivo consenso circa i temi posti in agenda. Allo stesso modo, spero che le valutazioni dei risultati di questo consenso non si restringeranno agli indici globali, ma prenderanno parimenti in considerazione il reale miglioramento delle condizioni di vita delle famiglie più povere e la riduzione di tutte le forme di inaccettabile disuguaglianza. Formulo queste speranze in vista dell’Agenda post-2015, che sarà approvata dalla corrente sessione dell’Assemblea delle Nazioni Unite, che dovrebbe includere gli argomenti vitali del lavoro dignitoso per tutti e del cambiamento climatico.

I Vertici del G20, che iniziarono con la crisi finanziaria del 2008, si sono svolti sul drammatico sfondo di conflitti militari, e questo ha prodotto disaccordi tra i membri del Gruppo. È motivo di gratitudine che tali disaccordi non abbiano impedito un dialogo genuino all’interno del G20, con riferimento sia ai temi specificamente in agenda che a quelli della sicurezza globale e della pace. Ma questo non basta. Il mondo intero si attende dal G20 un accordo sempre più ampio che possa portare, nel quadro dell’ordinamento delle Nazioni Unite, a un definitivo arresto nel Medio Oriente dell’ingiusta aggressione rivolta contro differenti gruppi, religiosi ed etnici, incluse le minoranze. Dovrebbe inoltre condurre ad eliminare le cause profonde del terrorismo, che ha raggiunto proporzioni finora inimmaginabili; tali cause includono la povertà, il sottosviluppo e l’esclusione. È diventato sempre più evidente che la soluzione a questo grave problema non può essere esclusivamente di natura militare, ma che si deve anche concentrare su coloro che in un modo o nell’altro incoraggiano gruppi terroristici con l’appoggio politico, il commercio illegale di petrolio o la fornitura di armi e tecnologia. Vi è inoltre la necessità di uno sforzo educativo e di una consapevolezza più chiara che la religione non può essere sfruttata come via per giustificare la violenza.

Questi conflitti lasciano profonde cicatrici e producono in varie parti del mondo situazioni umanitarie insopportabili. Colgo questa opportunità per chiedere agli Stati Membri del G20 di essere esempi di generosità e di solidarietà nel venire incontro alle tante necessità delle vittime di questi conflitti, e specialmente nei confronti dei rifugiati.

La situazione nel Medio Oriente ha riproposto il dibattito sulla responsabilità della comunità internazionale di proteggere gli individui  e i popoli da attacchi estremi ai diritti umani e contro il totale disprezzo del diritto umanitario. La comunità internazionale, e in particolare gli Stati Membri del G20 dovrebbero anche preoccuparsi della necessità di proteggere i cittadini di ogni Paese da forme di aggressione, che sono meno evidenti, ma ugualmente reali e gravi. Mi riferisco specificamente agli abusi nel sistema finanziario, come quelle transazioni che hanno portato alla crisi del 2008 e più in generale alla speculazione sciolta da vincoli politici o giuridici e alla mentalità che vede nella massimizzazione dei profitti il criterio finale di ogni attività economica. Una mentalità nella quale le persone sono in ultima analisi scartate non raggiungerà mai la pace e la giustizia. Tanto a livello nazionale come a livello internazionale, la responsabilità per i poveri e gli emarginati deve perciò essere elemento essenziale di ogni decisione politica.

Con la presente lettera, desidero esprimere il mio apprezzamento per il vostro lavoro, Signor Primo Ministro, ed offrire il mio incoraggiamento e la mia preghiera per le deliberazioni che dovranno essere adottate e per la riuscita del Vertice. Invoco la benedizione divina su tutti coloro che prendono parte a questo incontro e su tutti i cittadini dei Paesi del G20. In modo particolare, esprimo i miei più sentiti auguri, insieme alla mia preghiera, per la felice conclusione della presidenza dell’Australia e volentieri Le assicuro la mia più alta considerazione.

Dal Vaticano, 6 novembre 2014

Francesco

 

Messaggio di papa Francesco per la 101^ Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato 18 gennaio 2015: ” Chiesa senza frontiere, Madre di tutti”

23 settembre 2014

“Chiesa senza frontiere, Madre di tutti”

Cari fratelli e sorelle!

Gesù è «l’evangelizzatore per eccellenza e il Vangelo in persona» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 209). La sua sollecitudine, particolarmente verso i più vulnerabili ed emarginati, invita tutti a prendersi cura delle persone più fragili e a riconoscere il suo volto sofferente, soprattutto nelle vittime delle nuove forme di povertà e di schiavitù. Il Signore dice: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,35-36). Missione della Chiesa, pellegrina sulla terra e madre di tutti, è perciò di amare Gesù Cristo, adorarlo e amarlo, particolarmente nei più poveri e abbandonati; tra di essi rientrano certamente i migranti ed i rifugiati, i quali cercano di lasciarsi alle spalle dure condizioni di vita e pericoli di ogni sorta. Pertanto, quest’anno la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato ha per tema: Chiesa senza frontiere, madre di tutti.

In effetti, la Chiesa allarga le sue braccia per accogliere tutti i popoli, senza distinzioni e senza confini e per annunciare a tutti che «Dio è amore» (1 Gv 4,8.16). Dopo la sua morte e risurrezione, Gesù ha affidato ai discepoli la missione di essere suoi testimoni e di proclamare il Vangelo della gioia e della misericordia. Nel giorno di Pentecoste, con coraggio ed entusiasmo, essi sono usciti dal Cenacolo; la forza dello Spirito Santo ha prevalso su dubbi e incertezze e ha fatto sì che ciascuno comprendesse il loro annuncio nella propria lingua; così fin dall’inizio la Chiesa è madre dal cuore aperto sul mondo intero, senza frontiere. Quel mandato copre ormai due millenni di storia, ma già dai primi secoli l’annuncio missionario ha messo in luce la maternità universale della Chiesa, sviluppata poi negli scritti dei Padri e ripresa dal Concilio Ecumenico Vaticano II. I Padri conciliari hanno parlato di Ecclesia mater per spiegarne la natura. Essa infatti genera figli e figlie e «li incorpora e li avvolge con il proprio amore e con le proprie cure» (Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 14).

La Chiesa senza frontiere, madre di tutti, diffonde nel mondo la cultura dell’accoglienza e della solidarietà, secondo la quale nessuno va considerato inutile, fuori posto o da scartare. Se vive effettivamente la sua maternità, la comunità cristiana nutre, orienta e indica la strada, accompagna con pazienza, si fa vicina nella preghiera e nelle opere di misericordia.

Oggi tutto questo assume un significato particolare. Infatti, in un’epoca di così vaste migrazioni, un gran numero di persone lascia i luoghi d’origine e intraprende il rischioso viaggio della speranza con un bagaglio pieno di desideri e di paure, alla ricerca di condizioni di vita più umane. Non di rado, però, questi movimenti migratori suscitano diffidenze e ostilità, anche nelle comunità ecclesiali, prima ancora che si conoscano le storie di vita, di persecuzione o di miseria delle persone coinvolte. In tal caso, sospetti e pregiudizi si pongono in conflitto con il comandamento biblico di accogliere con rispetto e solidarietà lo straniero bisognoso.

Da una parte si avverte nel sacrario della coscienza la chiamata a toccare la miseria umana e a mettere in pratica il comandamento dell’amore che Gesù ci ha lasciato quando si è identificato con lo straniero, con chi soffre, con tutte le vittime innocenti di violenze e sfruttamento. Dall’altra, però, a causa della debolezza della nostra natura, «sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 270).

Il coraggio della fede, della speranza e della carità permette di ridurre le distanze che separano dai drammi umani. Gesù Cristo è sempre in attesa di essere riconosciuto nei migranti e nei rifugiati, nei profughi e negli esuli, e anche in questo modo ci chiama a condividere le risorse, talvolta a rinunciare a qualcosa del nostro acquisito benessere. Lo ricordava il Papa Paolo VI, dicendo che «i più favoriti devono rinunciare ad alcuni dei loro diritti per mettere con maggiore liberalità i loro beni al servizio degli altri» (Lett. ap.Octogesima adveniens, 14 maggio 1971, 23).

Del resto, il carattere multiculturale delle società odierne incoraggia la Chiesa ad assumersi nuovi impegni di solidarietà, di comunione e di evangelizzazione. I movimenti migratori, infatti, sollecitano ad approfondire e a rafforzare i valori necessari a garantire la convivenza armonica tra persone e culture. A tal fine non può bastare la semplice tolleranza, che apre la strada al rispetto delle diversità e avvia percorsi di condivisione tra persone di origini e culture differenti. Qui si innesta la vocazione della Chiesa a superare le frontiere e a favorire «il passaggio da un atteggiamento di difesa e di paura, di disinteresse o di emarginazione … ad un atteggiamento che abbia alla base la ‘cultura dell’incontro’, l’unica capace di costruire un mondo più giusto e fraterno» (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2014).

I movimenti migratori hanno tuttavia assunto tali dimensioni che solo una sistematica e fattiva collaborazione che coinvolga gli Stati e le Organizzazioni internazionali può essere in grado di regolarli efficacemente e di gestirli. In effetti, le migrazioni interpellano tutti, non solo a causa dell’entità del fenomeno, ma anche «per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose chesollevano, per le sfide drammatiche che pongono alle comunità nazionali e a quella internazionale» (Benedetto XVI, Lett. Enc.Caritas in veritate, 29 giugno 2009, 62).

Nell’agenda internazionale trovano posto frequenti dibattiti sull’opportunità, sui metodi e sulle normative per affrontare il fenomeno delle migrazioni. Vi sono organismi e istituzioni, a livello internazionale, nazionale e locale, che mettono il loro lavoro e le loro energie al servizio di quanti cercano con l’emigrazione una vita migliore. Nonostante i loro generosi e lodevoli sforzi, è necessaria un’azione più incisiva ed efficace, che si avvalga di una rete universale di collaborazione, fondata sulla tutela della dignità e della centralità di ogni persona umana. In tal modo, sarà più incisiva la lotta contro il vergognoso e criminale traffico di esseri umani, contro la violazione dei diritti fondamentali, contro tutte le forme di violenza, di sopraffazione e di riduzione in schiavitù. Lavorare insieme, però, richiede reciprocità e sinergia, con disponibilità e fiducia, ben sapendo che «nessun Paese può affrontare da solo le difficoltà connesse a questo fenomeno, che è così ampio da interessare ormai tutti i Continenti nel duplice movimento di immigrazione e di emigrazione» (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2014).

Alla globalizzazione del fenomeno migratorio occorre rispondere con la globalizzazione della carità e della cooperazione, in modo da umanizzare le condizioni dei migranti. Nel medesimo tempo, occorre intensificare gli sforzi per creare le condizioni atte a garantire una progressiva diminuzione delle ragioni che spingono interi popoli a lasciare la loro terra natale a motivo di guerre e carestie, spesso l’una causa delle altre.

Alla solidarietà verso i migranti ed i rifugiati occorre unire il coraggio e la creatività necessarie a sviluppare a livello mondiale un ordine economico-finanziario più giusto ed equo insieme ad un accresciuto impegno in favore della pace, condizione indispensabile di ogni autentico progresso.

Cari migranti e rifugiati! Voi avete un posto speciale nel cuore della Chiesa, e la aiutate ad allargare le dimensioni del suo cuore per manifestare la sua maternità verso l’intera famiglia umana. Non perdete la vostra fiducia e la vostra speranza! Pensiamo alla santa Famiglia esule in Egitto: come nel cuore materno della Vergine Maria e in quello premuroso di san Giuseppe si è conservata la fiducia che Dio mai abbandona, così in voi non manchi la medesima fiducia nel Signore. Vi affido alla loro protezione e a tutti imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 3 settembre 2014

 

FRANCESCO

MESSAGGIO PER LA GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO 2014

I luoghi della “guerra mondiale a pezzi”. Papa Francesco: “L’ora del pianto per l’umanità”

14 settembre 2014

 

 

Qualcuno mi diceva: “Lei sa, Padre, che siamo nella terza Guerra mondiale, ma a pezzi?”. Ha capito? È un mondo in guerra, dove si compiono queste crudeltà»”.

(Le parole di papa Francesco sul volo di ritorno da Seul, 18 agosto 2014)

 

“……La guerra è una follia. Mentre Dio porta avanti la sua creazione, e noi uomini siamo chiamati a collaborare alla sua opera, la guerra distrugge. Distrugge anche ciò che Dio ha creato di più bello: l’essere umano. La guerra stravolge tutto, anche il legame tra i fratelli. La guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione: volersi sviluppare mediante la distruzione!

La cupidigia, l’intolleranza, l’ambizione al potere… sono motivi che spingono avanti la decisione bellica, e questi motivi sono spesso giustificati da un’ideologia; ma prima c’è la passione, c’è l’impulso distorto. L’ideologia è una giustificazione, e quando non c’è un’ideologia, c’è la risposta di Caino: “A me che importa?”. «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). La guerra non guarda in faccia a nessuno: vecchi, bambini, mamme, papà… “A me che importa?”….

Con cuore di figlio, di fratello, di padre, chiedo a tutti voi e per tutti noi la conversione del cuore: passare da “A me che importa?”, al pianto. Per tutti i caduti della “inutile strage”, per tutte le vittime della follia della guerra, in ogni tempo. Il pianto. Fratelli, l’umanità ha bisogno di piangere, e questa è l’ora del pianto.(Omelia di papa Francesco al  Sacrario di Redipuglia, 13 settembre 2014)

 

“…La guerra è una pazzia! Una pazzia dalla quale l’umanità non ha ancora imparato la lezione, perché dopo di essa ce n’è stata una seconda mondiale e tante altre che ancora oggi sono in corso. Ma quando impareremo, noi, questa lezione? Invito tutti a guardare Gesù Crocifisso per capire che l’odio e il male vengono sconfitti con il perdono e il bene, per capire che la risposta della guerra fa solo aumentare il male e la morte!” (Angelus del 14 settembre 2014)

 

 

MESSICO
È una guerra invisibile quella messicana: per il governo non esiste. Eppure il bilancio degli ultimi 7 anni è allarmante: oltre 120mila morti, 300mila sfollati interni, 30mila scomparsi. La crisi è iniziata nel 2006 quando l’allora presidente Felipe Calderón ha schierato l’esercito contro la criminalità. I signori della droga hanno risposto intenficiando la violenza contro lo Stato e fra loro. I massacri di civili da parte dei trafficanti sono diventati l’arma abituale per sottomettere i civili, che rappresentano la maggior parte degli uccisi. Attualmente, buona parte del Paese è sotto controllo dei trafficanti. La violenza ha devastato perfino la perla dei turisti: Acapulco. L’elezione dell’attuale leader, Enrique Peña Nieto non ha allentato la tensione. La “narco-guerra” continua.

MALI
L’instabiltà del Mali è uno degli “effetti collaterali” della caduta di Gheddafi in Libia. I miliziani tuareg, armati e addestrati dal dittatore, sono tornati in patria e, nell’aprile 2012, hanno strappato al goveno il Nord, ovvero il triangolo tra Timbuctu, Gao e Kidal. Due mesi dopo, però, i tuareg sono stati espulsi dai jihadisti. L’intervento francese è riuscito a riportare la zona sotto il controllo del governo ma la minaccia islamista è forte.

GUATEMALA/ HONDURAS/SALVADOR
A causa della pressione delle autorità, i boss messicani della droga hanno trasferito le basi in Centro America, dove i governi sono troppo fragili per affrontarli. Il risultato è un bagno di sangue: l’Honduras si è aggiudicato il macabro record di Paese più violento al mondo, con 79 omicidi ogni 100mila abitanti. Lo incalzano da vicino Guatemala e Salvador. La violenza ha prodotto un boom migratorio verso gli Usa. A partire sono soprattutto i minori, spinti dalle famiglie. Queste temono che siano reclutati dalle gang al soldo dei trafficanti.

COLOMBIA
Il conflitto più lungo dell’America Latina va avanti da oltre mezzo secolo. Iniziato come un’insurrezione contadina contro il latifondo, si è trasformato in uno scontro per il controllo delle immense risorse del Paese. In particolare droga e oro. Alla guerriglia marxista ben presto si sono aggiunti i paramilitari, finanziati dagli oligarchi. A farne le spese sono i civili: alle centinaia di migliaia di vittime si sommano 5 milioni di sfollati interni. Ora sono in corso negoziati tra il governo e la guerriglia per mettere fine alle ostilità.

NIGERIA
Da oltre 12 anni, gli islamisti di Boko Haram insanguinano il Paese con attacchi continui. Nel mirino, in particolare, le scuole – considerate strumento della propaganda occidentale -, le chiese e le strutture istituzionali. Fondata a Maiduguri, l’organizzazione è attiva nel Nord, negli Stati di Borno, Adamawa, Kaduna, Bauchi, Yobe e Kano. Boko Haram si propone di sottrarre questi ultimi al controllo del governo e di instaurare la sharia. Oltre quattro mesi fa, il gruppo ha rapito oltre 200 studentesse suscitando allarme globale.

LIBIA
La fine del regime di Gheddafi doveva aprire al Paese la via della democrazia. Ha invece precipitato la Libia nel caos. Una crisi che ha travolto anche la diplomazia Usa, con l’assalto nel 2012 a Bengasi costato la vita all’ambasciatore Chris Stevens. Oggi sul terreno si fronteggiano i miliziani di Zintan, affiancati dalle truppe del generale Haftar, e i guerriglieri di Misurata, sempre più vicini agli integralisti.

UCRAINA
La crisi ucraina va avanti ormai da nove mesi, quando sono iniziate le proteste contro l’ingerenza russa. Le manifestazioni hanno “costretto” il governo dell’alleato del Cremlino, Viktor Janukovich a lasciare. Il nuovo governo, guidato da Petro Poroshenko e insediato a febbraio, affronta ora la ribellione delle province filorusse nell’Est, che rivendicano l’indipendenza. L’epicentro della crisi è l’area di Lugansk, dove si sta combattendo casa per casa.

SIRIA
Doveva essere un’altra “Primavera araba”. Le proteste contro il regime di Bashar al-Assad nel marzo 2011, sono invece sfociate nell’inverno della guerra civile. Una delle più cruente del pianeta, con un bilancio di 200mila morti e oltre due milioni di sfollati. Le forze di opposizione si sono ormai sfilacciate in una miriade di gruppi, spesso in lotta fra loro. A complicare lo scenario, la penetrazione dell’Isis che ha approfittato dell’instabilità per conquistare buona parte del Nord.

AFGHANISTAN
Le truppe internazionali della Coalizione Isaf lasceranno il Paese entro dicembre. Il Paese, però, è tutt’altro che pacificato. I ribelli taleban continuano con gli attacchi contro forze dell’ordine e civili. Nella sola zona di Helmand, negli ultimi due mesi, sono morte 900 persone. Entro settembre sono previsti i risultati del voto presidenziale.

IRAN
Il braccio di ferro sul nucleare iraniano va avanti, ormai, dal 2002, dopo che esponenti dell’opposizione hanno rivelato l’esistenza di due impianti sconosciuti. Nel 2003 e 2004, l’Europa ha cercato di mediare un accordo, la vittoria di Ahmadinejad produsse uno stallo. Sono iniziate, dunque, nuove trattative tra Teheran e i cosiddetti “5+1” (Washington, Mosca, Parigi, Londra, Pechino e Berlino). Con l’elezione di Rohani si sono fatti passi avanti quest’anno. Si negozia ora a Ginevra. Il 16 agosto, le parti hanno deciso di prolungare il dialogo di altri quattro mesi.

COREE
È la crisi, questa che contrappone le Coree tagliate in due dal 38esimo parallelo, che più fa paura nell’intera Asia. Primo perché se precipitasse in un vero e proprio conflitto, lo scontro verrebbe combattuto con armi nucleari. Secondo perché chiamerebbe in causa gli Usa da una parte – in soccorso del Sud – e la Cina – vero “tutor” politico della Corea del Nord – dall’altra.

ISOLE CONTESE
Da tempo ormai Cina e Giappone si trovano in uno stato di “guerra fredda”. E sono le isole contese nel Mar cinese orientale l’oggetto del contendere. Le isole Senkaku (per i giapponesi) Diaoyu (per i cinesi) sono un gruppo di isole disabitate ricche di risorse naturali, soprattutto di gas. Il rischio più grande è che il massiccio dispiegamento militare intorno alle isole possa portare a uno scontro accidentale. E catastrofico.

FILIPPINE
Ci sono voluti 120 mila morti, quattro decenni di guerriglia e 17 anni di negoziati. L’accordo siglato lo scorso marzo tra il governo filippino e i ribelli del “Fronte islamico di liberazione Moro” ha portato alla creazione di una regione autonom per la minoranza musulmana nell’isola di Mindanao. Ma la pace è ancora lontana. Abu Sayyaf – che conta solo su poche centinaia di militanti, ma radicali – e altri tre gruppi islamici dissidenti continuano a seminare morte.

PAKISTAN
Il nord del Paese è l'”oasi” dei taleban in fuga dall’Afghanistan. Il che spinge il governo a proseguire l’offensiva contro i terroristi, con l’aiuto dei droni Usa. I raid, concentrati soprattutto nel Waziristan, provocano però anche migliaia di vittime civili ogni anno. Secondo un rapporto pubblicato dal Bureau of Investigative Journalism, per ogni miliziano colpito, vengono uccisi 5 civili.

IRAQ
La violenza settaria è riesplosa l’anno scorso, con le proteste dei sunniti contro il governo sciita di Nouri al-Maliki. Dell’insabilità ha approfittato l’Isis che, il 9 giugno, ha conquistato Mosul. Da allora, è iniziata la spirale repressiva. Gli jihadisti hanno proclamato il Califfato e imposto la sharia. In breve, si è scatenata la persecuzione contro le minoranze: a cristiani e sciiti è stato imposto di convertirsi o partire. Migliaia di yazidi sono stati massacrati.

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Visita di papa Francesco a Redipuglia. Visita al Cimitero Austo-Ungarico di Fogliano. Santa Messa al Sacrario militare e preghiera per i caduti di tutte le guerre. Sintesi e testo completo dei discorsi e dell’Omelia.

13 settembre 2014

Testo dell’ omelia:

Nuovo OpenDocument – Testo

 

Sacrario Militare di Redipuglia
Sabato, 13 settembre 2014

Video

 

Dopo aver contemplato la bellezza del paesaggio di tutta questa zona, dove uomini e donne lavorano portando avanti la loro famiglia, dove i bambini giocano e gli anziani sognano… trovandomi qui, in questo luogo, vicino a questo cimitero, trovo da dire soltanto: la guerra è una follia.

Mentre Dio porta avanti la sua creazione, e noi uomini siamo chiamati a collaborare alla sua opera, la guerra distrugge. Distrugge anche ciò che Dio ha creato di più bello: l’essere umano. La guerra stravolge tutto, anche il legame tra i fratelli. La guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione: volersi sviluppare mediante la distruzione!

La cupidigia, l’intolleranza, l’ambizione al potere… sono motivi che spingono avanti la decisione bellica, e questi motivi sono spesso giustificati da un’ideologia; ma prima c’è la passione, c’è l’impulso distorto. L’ideologia è una giustificazione, e quando non c’è un’ideologia, c’è la risposta di Caino: “A me che importa?”. «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). La guerra non guarda in faccia a nessuno: vecchi, bambini, mamme, papà… “A me che importa?”.

Sopra l’ingresso di questo cimitero, aleggia il motto beffardo della guerra: “A me che importa?”. Tutte queste persone, che riposano qui, avevano i loro progetti, avevano i loro sogni…, ma le loro vite sono state spezzate. Perché? Perché l’umanità ha detto: “A me che importa?”.

Anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta “a pezzi”, con crimini, massacri, distruzioni…

Ad essere onesti, la prima pagina dei giornali dovrebbe avere come titolo: “A me che importa?”. Caino direbbe: «Sono forse io il custode di mio fratello?».

Questo atteggiamento è esattamente l’opposto di quello che ci chiede Gesù nel Vangelo. Abbiamo ascoltato: Lui è nel più piccolo dei fratelli: Lui, il Re, il Giudice del mondo, Lui è l’affamato, l’assetato, il forestiero, l’ammalato, il carcerato… Chi si prende cura del fratello, entra nella gioia del Signore; chi invece non lo fa, chi con le sue omissioni dice: “A me che importa?”, rimane fuori.

Qui e nell’altro cimitero ci sono tante vittime. Oggi noi le ricordiamo. C’è il pianto, c’è il lutto, c’è il dolore. E da qui ricordiamo le vittime di tutte le guerre.

Anche oggi le vittime sono tante… Come è possibile questo? E’ possibile perché anche oggi dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante!

E questi pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi, hanno scritto nel cuore: “A me che importa?”.

E’ proprio dei saggi riconoscere gli errori, provarne dolore, pentirsi, chiedere perdono e piangere.

Con quel “A me che importa?” che hanno nel cuore gli affaristi della guerra, forse guadagnano tanto, ma il loro cuore corrotto ha perso la capacità di piangere. Caino non ha pianto. Non ha potuto piangere. L’ombra di Caino ci ricopre oggi qui, in questo cimitero. Si vede qui. Si vede nella storia che va dal 1914 fino ai nostri giorni. E si vede anche nei nostri giorni.

Con cuore di figlio, di fratello, di padre, chiedo a tutti voi e per tutti noi la conversione del cuore: passare da “A me che importa?”, al pianto. Per tutti i caduti della “inutile strage”, per tutte le vittime della follia della guerra, in ogni tempo. Il pianto. Fratelli, l’umanità ha bisogno di piangere, e questa è l’ora del pianto.

E. Bianchi. Pace, le Chiese in prima linea

3 settembre 2014

 

Non potevamo certo immaginare che l’incontro di Bose «Beati i pacifici» avrebbe avuto luogo in giorni abitati da rumori di guerra ed efferatezze talmente intensi, diffusi e ripetuti da prefigurare una terza guerra mondiale già in atto, anche se «a pezzi», a puntate, come lucidamente denunciato da papa Francesco.

Sì, l’annuncio della beatitudine evangelica per quanti agiscono per la pace – «Beati coloro che si adoperano per la pace» – spesso ripetuta nella Divina Liturgia ortodossa, non solo continua a interpellare la coscienza di ciascuno e la prassi delle Chiese, ma è chiamato con urgenza a tradursi in prassi capace di rimuovere ostacoli grandi come montagne, di ricreare condizioni di umanità e di giustizia tali da poter far regnare quel minimo di non belligeranza che è preludio alla pace, tra i popoli e nel cuore delle persone.

Il ritrovarsi fraterno di vescovi e studiosi, di monaci e monache, di uomini e donne provenienti da confessioni cristiane e nazioni diverse – accomunati dal desiderio di restare fedeli al Vangelo e al suo messaggio di pace – costituisce un appello alle Chiese a essere fermento di riconciliazione nell’oggi della storia. La speranza della pace annunciata in Cristo, infatti, non è un’utopia inefficace di fronte alla logica del potere e del conflitto, bensì un evento nella storia, che s’incarna ogniqualvolta semplici uomini e donne decidono di agire come «operatori di pace».

Ora, il tema della pace, intrinsecamente legato al Vangelo proclamato e vissuto, è un impegno di sempre: sull’annuncio della pace la Chiesa decide della sua fedeltà al Signore Gesù, il cui nome è pace. Tutto il Nuovo Testamento insiste che Gesù Cristo è la nostra pace, egli è colui che è venuto a proclamare la pace ai lontani e ai vicini. Lo stesso Vangelo viene chiamato nella lettera agli Efesini «la buona notizia della pace»: per questo la pace è il dono per eccellenza del Risorto.

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Partita della pace videoregistrata (full match) e altri servizi sulla stessa tra cui il videomessaggio del papa

2 settembre 2014

http://www.raisport.rai.it/dl/raiSport/media/PartitaInterreligiosa-70f28e03-4a3f-4080-8a20-8585db7325bf.html