Archive for the ‘Papa Francesco’ Category

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 16 Aprile 2018

16 aprile 2018

 

Seguo Gesù per interesse o per fede?

 

 

 

 

Il Papa prende spunto dal Vangelo di oggi tratto da Giovanni (Gv 6,22-29) nel quale si narra che dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la folla voleva fare Gesù re  e lo cercava non solo per ascoltarlo ma anche per “interesse”, perché faceva miracoli. Gesù però si ritira e, quando lo trovano, li rimprovera: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Francesco nota, quindi, i due aspetti, compresenti: da una parte cercavano Gesù per sentire come la sua Parola “arrivava al cuore”, per la fede, dall’altra anche per interesse. Erano anche persone buone, ma con una fede “un po’ interessata”.  Gesù dunque rimprovera la poca fede.

 

Sia la folla del Vangelo, sia Stefano seguono Gesù ma ci sono due modi per farlo: dando la vita oppure “con un po’ di interesse personale”, nota il Papa. L’invito che, dunque, rivolge a ciascuno è a chiedersi come si segua Gesù. Il suo consiglio è quello di “rinfrescare la memoria” domandandosi cosa Gesù abbia fatto, non in modo generico, ma concretamente, nella propria vita:

E troveremo tante cose grandi che Gesù ci ha dato gratuitamente, perché ci ama: a ognuno di noi.
E una volta che io vedo le cose che Gesù ha fatto per me, mi faccio la seconda domanda: e io, cosa devo fare per Gesù?
E così, con queste due domande, forse riusciremo a purificarci di ogni maniera di fede interessata.
Quando vedo tutto quello che Gesù mi ha dato, la generosità del cuore va a: “Sì, Signore, do tutto!
E non farò più questi sbagli, questi peccati, cambierà di vita in questo …”.
La strada della conversione per amore: tu mi hai dato tanto amore, anche io ti do questo amore.

 

Questo è un bel test di come noi seguiamo Gesù: interessati o no?
Rinfrescare la memoria: le due domande.
Cosa ha fatto Gesù per me, nella mia vita, per amore?
E vedendo questo, cosa devo fare io, per Gesù, come rispondo a questo amore.
E così saremo capaci di purificare la nostra fede da ogni interesse.
Che il Signore ci aiuti su questa strada.

 

 

 

Annunci

Francesco ai Missionari della misericordia: sentirsi per primi perdonati

11 aprile 2018

“Non si tratta di diventare preti ‘invasati’, quasi che si fosse depositari di un qualche carisma straordinario. No. Preti normali, semplici, miti, equilibrati, ma capaci di lasciarsi costantemente rigenerare dallo Spirito”.
 

 

“La misericordia prende per mano, e infonde la certezza che l’amore con cui Dio ama sconfigge ogni forma di solitudine e di abbandono”.

 

Nel lungo discorso che rivolge ai missionari della misericordia, Papa Francesco chiarisce che il vero peccato “è abbandonare Dio”, voltargli le spalle per “guardare solo a sé stessi”.
Tanti uomini e donne oggi sperimentano la sofferenza dell’abbandono, l’apparente silenzio del Signore, nella propria vita e nelle vicende del mondo, ma in realtà nulla può arginare il “cuore inquieto” del Padre Celeste, che non sta “ozioso ad aspettare il peccatore”, ma gli corre incontro per offrirgli il suo perdono, una porta di speranza sul futuro.
Dio “ha ‘tatuato’ sulla sua mano” il nome di tutti i suoi figli e chiede ai sacerdoti di essere “collaboratori di misericordia”, senza inquisire o insistere nel far provare vergogna.

“Noi, con ‘la spiritualità delle lamentele’, abbiamo il rischio di perdere il senso della consolazione. (…) Delle volte è forte, ma sempre c’è una consolazione minima che è data a tutti: la pace. La pace è il primo grado di consolazione. Non perderlo. Perché proprio è l’ossigeno puro, senza smog, del nostro rapporto con Dio”.

L’ Omelia di Papa Francesco nella Messa celebrata con i Missionari della Misericordia

11 aprile 2018

Non si tratta di diventare preti “invasati”, ma semplici e mossi dallo Spirito. Lo ha ricordato il Papa alla Messa con i Missionari della Misericordia. Francesco ha ribadito che il mondo ha bisogno di Misericordia perché l’unità prevalga sull’azione del maligno che divide

 

 

 

La rinascita personale e la vita della comunità sono i due aspetti inseparabili.

Francesco nell’omelia gli ricorda che il loro ministero si muove appunto al servizio delle persone, perché rinascano dall’alto, e al servizio delle comunità, perché vivano con gioia il comandamento dell’amore.

 

E’ dal Giubileo della Misericordia che questi sacerdoti compiono nei Cinque Continenti quella missione affidata loro: predicare, confessare e assolvere i peccati con le stesse facoltà che sono di stretta competenza della Sede Apostolica.  A due anni dalla istituzione, circa 550 di loro sono riuniti in Vaticano fino a domani, per un incontro organizzato dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione. A loro il Papa ricorda che, come Nicodemo, serve una rinascita personale:

Attenzione: non si tratta di diventare preti “invasati”, quasi che si fosse depositari di un qualche carisma straordinario. No. Preti normali, semplici, miti, equilibrati, ma capaci di lasciarsi costantemente rigenerare dallo Spirito, docili alla sua forza, interiormente liberi – anzitutto da sé stessi – perché mossi dal “vento” dello Spirito che soffia dove vuole.

 

Bisogna, poi, essere capaci di innalzare nel deserto del mondo la Croce di Cristo.
La presenza viva del Signore non solo crea comunione ma diventa uno stile di vita contagioso verso l’esterno cioè produce una forza di attrazione, che attraverso le diverse forme di annuncio della Buona Novella, tende a raggiungere tutti.

In effetti, sia la Chiesa sia il mondo di oggi hanno particolarmente bisogno della Misericordia perché l’unità voluta da Dio in Cristo prevalga sull’azione negativa del maligno che approfitta di tanti mezzi attuali, in sé buoni, ma che, usati male, invece di unire dividono.

“Senza la Misericordia – avverte –  questo principio non ha la forza di attuarsi nel concreto della vita e della storia”.
I Missionari della Misericordia sono, dunque, chiamati per primi a rinascere dall’alto e sono confermati nella missione di offrire a tutti il segno di Gesù “innalzato”.

 

Senso dell’umorismo e santità secondo Papa Francesco

9 aprile 2018
L’Esortazione apostolica Gaudete et exsultate affronta anche il tema dell’umorismo che, dice Francesco, è una grazia da chiedere tutti i giorni
Sergio Centofanti – Città del Vaticano

 

 

 

“Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo”: è quanto afferma il Papa in un passo dell’Esortazione apostolica Gaudete et exsultate. Francesco ricorda che il cristiano, “senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza” perché la fede è «gioia nello Spirito Santo»
(Rm 14,17).

Papa Francesco e il senso dell'umorismo

Il malumore non è un segno di santità

“Ordinariamente – osserva – la gioia cristiana è accompagnata dal senso dell’umorismo, così evidente, ad esempio, in san Tommaso Moro, in san Vincenzo de Paoli o in san Filippo Neri.
Il malumore non è un segno di santità: «Caccia la malinconia dal tuo cuore» (Qo 11,10).
E’ così tanto quello che riceviamo dal Signore «perché possiamo goderne» (1 Tm 6,17), che a volte la tristezza è legata all’ingratitudine, con lo stare talmente chiusi in sé stessi da diventare incapaci di riconoscere i doni di Dio”.

 

La preghiera del buon umore di san Tommaso Moro

Francesco raccomanda, in particolare, di recitare la preghiera attribuita a san Tommaso Moro:
«Dammi, Signore, una buona digestione, e anche qualcosa da digerire.
Dammi la salute del corpo, con il buon umore necessario per mantenerla.
Dammi, Signore, un’anima santa che sappia far tesoro di ciò che è buono e puro, e non si spaventi davanti al peccato, ma piuttosto trovi il modo di rimettere le cose a posto.
Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti, e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa tanto ingombrante che si chiama “io”.
Dammi, Signore, il senso dell’umorismo.
Fammi la grazia di capire gli scherzi, perché abbia nella vita un po’ di gioia e possa comunicarla agli altri.
Così sia».

 

Uscire dal nostro guscio per scoprire la gioia

“Se lasciamo che il Signore ci faccia uscire dal nostro guscio e ci cambi la vita – scrive il Papa – allora potremo realizzare ciò che chiedeva san Paolo: «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti» (Fil 4,4)”.
“Ci sono momenti duri, tempi di croce – sottolinea – ma niente può distruggere la gioia soprannaturale, che «si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto».
E’ una sicurezza interiore, una serenità piena di speranza che offre una soddisfazione spirituale incomprensibile secondo i criteri mondani”.

 

Dio ci vuole positivi, non complicati

Francesco ricorda una delle sue citazioni preferite del Siracide, l’amore paterno di Dio che ci invita: «Figlio, […] trattati bene […].
Non privarti di un giorno felice» (Sir 14,11.14).
Il Signore “ci vuole positivi, grati e non troppo complicati:
«Nel giorno lieto sta’ allegro […].
Dio ha creato gli esseri umani retti, ma essi vanno in cerca di infinite complicazioni» (Qo 7,14.29).
In ogni situazione, occorre mantenere uno spirito flessibile, e fare come san Paolo:
«Ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione» (Fil 4,11).
E’ quello che viveva san Francesco d’Assisi, capace di commuoversi di gratitudine davanti a un pezzo di pane duro, o di lodare felice Dio solo per la brezza che accarezzava il suo volto”.

Una gioia che nasce dalla fraternità

Il Papa non parla della “gioia consumista e individualista così presente in alcune esperienze culturali di oggi.
Il consumismo infatti non fa che appesantire il cuore; può offrire piaceri occasionali e passeggeri, ma non gioia”.
Si riferisce invece “a quella gioia che si vive in comunione, che si condivide e si partecipa, perché «si è più beati nel dare che nel ricevere» (At 20,35) e «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7).
L’amore fraterno moltiplica la nostra capacità di gioia, poiché ci rende capaci di gioire del bene degli altri”.

Chiedere la grazia del senso dell’umorismo

“Il senso dell’umorismo è una grazia che io chiedo tutti i giorni” – aveva detto nel novembre 2016 nel corso di una intervista rilasciata a Tv2000 e InBlu Radio – perché “il senso dell’umorismo ti solleva, ti fa vedere il provvisorio della vita e prendere le cose con uno spirito di anima redenta.
E’ un atteggiamento umano, ma è il più vicino alla grazia di Dio”.
“Io – aveva raccontato il Papa – ho conosciuto un prete, un grande sacerdote, un grande pastore, per citarne uno, che aveva un senso dell’umorismo grande, ma faceva tanto bene anche con quello, perché relativizzava le cose:
‘L’Assoluto è Dio, ma questo si arrangia … stai tranquillo …’.
Ma senza dirlo così, sapeva farlo sentire, con il senso dell’umorismo.
E di lui si diceva: ‘Ma questo sa ridere degli altri, di se stesso, anche della propria ombra’”.

 

Benedetto XVI e gli angeli che volano perché si prendono alla leggera

Infine, ricordiamo anche Benedetto XVI quando, in una intervista rilasciata il 5 agosto 2006 a tre TV tedesche e alla Radio Vaticana, ha parlato dell’importanza dell’umorismo, del  “saper vedere anche l’aspetto divertente della vita e la sua dimensione gioiosa e non prendere tutto così tragicamente”.
Questo – aveva sottolineato – lo trovava un aspetto molto importante anche per il suo ministero.
Benedetto nell’occasione aveva citato lo scrittore inglese Gilbert K. Chesterton che, con una battuta, spiegava che gli angeli possono volare “perché si prendono alla leggera”.
“Perché non si prendono troppo sul serio”, aveva aggiunto Benedetto XVI, che così concludeva: “E noi forse potremmo anche volare un po’ di più, se non ci dessimo così tanta importanza”.

L’Esortazione Apostolica Gaudete et Exsultate

9 aprile 2018

Santità: l’avventura di chi non si accontenta

Nel video di Vatican Media in collaborazione con l’agenzia La Machi le immagini della Gaudete et Exsultate : la chiamata alla santità nel mondo contemporaneo secondo Papa Francesco

 

 

 

Sei uno di quelli che non si accontentano di un’esistenza mediocre?
Papa Francesco ti ha scritto una lunga lettera.

E’ un messaggio per quelli che, come te, vivono i rischi, le sfide e le opportunità di oggi.

Che crescono i propri figli con amore.
Che lavorano tanto per riuscire a mettere il cibo in tavola.
Un messaggio per gli anziani.
Per i religiosi e le religiose.
Per chi si sta preparando al futuro.

Perchè tutti siamo chiamati ad essere santi.
Anche tu, lo sapevi?
Ciò non significa pensare di essere migliore di chiunque altro perché sai di più o fai più di altri.
E non significa nemmeno illuderti con un moralismo senza carità.

Significa invece confidare nella Grazia, che ti aiuti a raggiungere la santità.
Gesù ti indicherà la via.
Gesù è la via.
Seguire Lui, oggi, significa andare contro corrente.

Non trascurare le sofferenze e le ingiustizie di questo mondo.
Significa essere coraggiosi, lottare, essere umili e avere senso dell’umorismo.

 

Non aver paura della santità!

PAPA FRANCESCO ANGELUS 11 MARZO 2018

12 marzo 2018

 

Dio ci è accanto anche “nei momenti in cui ci sentiamo soli”, soprattutto quando “siamo tentati di arrenderci alle difficoltà della vita”.

 

 

 

 

Anche quando la situazione sembra “disperata”, spiega Francesco, Dio interviene offrendo all’uomo “la salvezza e la gioia”: non se ne sta cioè “in disparte”, ma “si ‘immischia’ nella nostra vita”, entra nella storia dell’umanità per “animarla” con la sua grazia e salvarla.
È questo il tema di fondo dell’annuncio cristiano.

 

Può capitare di essere presi dall’angoscia, dall’inquietudine per il domani, dalla paura della malattia e della morte.
Questo spiega perché tante persone, cercando una via d’uscita, imboccano a volte pericolose scorciatoie come ad esempio il tunnel della droga o quello delle superstizioni o di rovinosi rituali di magia.


E’ buono conoscere i propri limiti, le proprie fragilità, dobbiamo conoscerle, ma non per disperarci, ma per offrirle al Signore e Lui ci aiuta nella via della guarigione, ci porta per mano, ma mai ci lascia da soli, mai.
Dio è con noi e per questo mi “rallegro”, ci “rallegriamo” oggi.

 

La “nostra gioia”, aggiunge, sta nella grande speranza in Dio Padre ricco di misericordia, che ha donato il suo Figlio per salvarci.

 

 

 

Papa Francesco Omelia Liturgia penitenziale 24 ore con il Signore

9 marzo 2018

 

Papa: nessun peccato ci priva dell’amore di Dio

 

 

 

 

Nell’omelia, la parola più pronunciata da Francesco è “amore”.  Quello di Dio per i suoi figli, spiega il Pontefice, è sempre più grande di quanto possiamo immaginare e “si estende persino oltre qualsiasi peccato la nostra coscienza possa rimproverarci”.  E’ un amore che non conosce limiti, che non possiede ostacoli, ma soprattutto è un amore che salva totalmente e non rifiuta nessuno:

Sappiamo che la condizione di peccato ha come conseguenza la lontananza da Dio. E, in effetti, il peccato è una modalità con cui noi ci allontaniamo da Lui. Ma questo non significa che Lui si allontani da noi. La condizione di debolezza e di confusione in cui ci pone il peccato, è un motivo in più perché Dio ci rimanga vicino. Questa certezza deve sempre accompagnarci nella vita.

 

Per questo, prosegue Francesco, siamo chiamati ad avere un’incrollabile fiducia nell’amore del Padre:

La sua grazia continua a lavorare in noi per rendere più forte la speranza che non saremo mai privati del suo amore, nonostante qualsiasi peccato possiamo aver compiuto, rifiutando la sua presenza nella nostra vita.

 

Francesco invoca su tutti la grazia di poter conoscere la grandezza dell’amore di Dio che cancella ogni peccato, anche il più resistente:

Come è difficile lasciarsi amare davvero! Vorremmo sempre che qualcosa di noi non fosse legato a riconoscenza, mentre in realtà siamo debitori di tutto, perché Dio è il primo e ci salva totalmente, con amore… Lasciamoci purificare dall’amore per riconoscere il vero amore!

 

 

 

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 6 marzo

6 marzo 2018

 

 

Attenzione al rancore che mette il nido nel nostro cuore
Accusare se stessi è parte della saggezza cristiana; no, accusare gli altri, no … Se stessi.

 

 

 


Io ho peccato.
E quando noi ci accostiamo al sacramento della penitenza avere questo in mente: Dio grande che ci ha dato tante cose e purtroppo io ho peccato, io ho offeso il Signore e chiedo salvezza.
Il perdono di Dio viene forte in noi a patto che noi perdoniamo gli altri. E non è facile questo, perché il rancore mette il nido nel nostro cuore e sempre c’è quella amarezza. Tante volte portiamo con noi l’elenco delle cose mi hanno fatto: “E questo mi ha fatto quello, mi ha fatto quello, mi ha fatto questo, …”.

 

Il Papa mette in guardia dal farci incatenare dal diavolo all’odio, perchè l’odio schiavizza e conclude:
“Queste sono le due cose che ci aiuteranno a capire la strada del perdono:
‘Tu sei grande Signore, purtroppo ho peccato’ e ‘Sì, ti perdono, settanta volte sette, a patto che tu perdoni gli altri’ ”.

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 05/03/18

6 marzo 2018

 

Conversione delle opere; conversione dei sentimenti; ma, oggi, ci parla della ‘conversione del pensiero’: non di quello che pensiamo, ma anche di come pensiamo, dello stile di pensiero.

Io penso con uno stile cristiano o con uno stile pagano? Questo è il messaggio che oggi la Chiesa ci dà”.

 

 

 

 

“La conversione del pensiero. Non è abituale che noi pensiamo in questo modo. Non è abituale. Anche il modo di pensare, il modo di credere, va convertito. Possiamo fare la domanda:

‘Con quale spirito io penso?

Con lo spirito del Signore o con lo spirito proprio, lo spirito della comunità alla quale appartengo o del gruppetto o della classe sociale alla quale appartengo, o del partito politico al quale appartengo? Con quale spirito io penso?’ E cercare se io penso davvero con lo spirito di Dio. E chiedere la grazia di discernere quando penso con lo spirito del mondo, e quando penso con lo spirito di Dio.

E chiedere la grazia della conversione del pensiero”.

Videomessaggio del Papa con le intenzioni di preghiera

2 marzo 2018

 

 

Diffuso il videomessaggio del Papa con le intenzioni di preghiera per il mese di marzo dedicato alla formazione e al discernimento spirituale.

 

 

 

 

Il testo del videomessaggio del Papa

L’epoca in cui viviamo ci chiede di sviluppare una profonda capacità di discernere…

Discernere, tra tutte le voci, quale sia quella del Signore, quale sia la Sua voce che ci porta alla Resurrezione, alla Vita, e la voce che ci libera dal cadere nella “cultura della morte”.

Abbiamo bisogno di “leggere da dentro” ciò che il Signore ci chiede, per vivere nell’amore ed essere continuatori di questa sua missione d’amore.

Preghiamo insieme perché tutta la Chiesa riconosca l’urgenza della formazione al discernimento spirituale, sul piano personale e comunitario.

Udienza Papa Francesco 28 febbraio 2018

28 febbraio 2018

 

Il pane e il vino rappresentano l’offerta della propria vita, “affinché sia trasformata dallo Spirito Santo nel sacrificio di Cristo e diventi con Lui una sola offerta spirituale gradita al Padre”. Il Signore “ci dà tanto”, aggiunge Papa Francesco, e “ci chiede poco”: “ci chiede, nella vita ordinaria, buona volontà; ci chiede cuore aperto, ci chiede voglia di essere migliori”.

 

 

 

 

 

Soprattutto in questo tempo di Quaresima, il Pontefice auspica che tutti i discepoli di Cristo possano coltivare “la spiritualità del dono di sé”, che “questo momento della Messa ci insegna”. Con “il cuore aperto alla potenza di Dio” è possibile trovare senso nelle proprie giornate, vivere in modo pieno “le relazioni con gli altri, le cose che facciamo, le sofferenze che incontriamo, aiutandoci a costruire la città terrena alla luce del Vangelo”.

VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA ROMANA DI SAN GELASIO (25/02/18)

26 febbraio 2018

Voi siete le braci, le braci del mondo sotto le cenere, sotto le difficoltà.

 

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 26 febbraio 2018

26 febbraio 2018

 

Un forte invito a non giudicare gli altri viene dal Papa stamani, nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta. Francesco invita, invece, a perdonare il prossimo e a chiedere la grazia della vergogna per i propri peccati

 

 

 

Nelle riunioni che noi abbiamo, un pranzo, qualsiasi cosa sia, pensiamo della durata di due ore: di quelle due ore, quanti minuti sono stati spesi per giudicare gli altri? Questo è il ‘no’. E qual è il ‘sì’? Siate misericordiosi. Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso. Di più: siate generosi. Date e vi sarà dato. Cosa mi sarà dato? Una misura buona, pigiata, colma e traboccante. L’abbondanza della generosità del Signore, quando noi saremo pieni dell’abbondanza della nostra misericordia nel non giudicare.

L’invito è, quindi, a essere misericordiosi con gli altri perché nello stesso modo il Signore sarà misericordioso con noi.

 

“ Quando si incontrano la giustizia di Dio con la nostra vergogna, lì c’è il perdono ”

 

E’ una grande grazia, la vergogna. Così ricordiamo: l’atteggiamento verso il prossimo, ricordare che con la misura con cui io giudico, sarò giudicato; non devo giudicare. E se dico qualcosa sull’altro, che sia generosamente, con tanta misericordia. L’atteggiamento davanti a Dio, questo dialogo essenziale: “A Te la giustizia, a me la vergogna”.

Giornata di preghiera e digiuno per la pace

23 febbraio 2018

Si celebra oggi 23 febbraio, primo venerdì di Quaresima, una Giornata di preghiera e digiuno per la pace, in particolare per il Sud Sudan e la Repubblica Democratica del Congo. L’iniziativa è stata lanciata da Papa Francesco durante l’Angelus di domenica 4 febbraio.

La risposta delle altre confessioni cristiane

L’invito del Papa è stato accolto dal Consiglio mondiale delle Chiese il quale ha reso noto che nella sola Repubblica Democratica del Congo, oltre 4 milioni di persone sono sfollate e più di 13 milioni di congolesi assoluto bisogno di assistenza umanitaria. Stessa tragica situazione nel Sud Sudan dove 2 milioni di persone sono fuggite dal Paese ed altrettanti sono sfollati interni. Nel martoriato Paese africano quasi i due terzi della popolazione hanno bisogno di aiuti umanitari. Il card. Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani ha invitato il segretario generale del Consiglio Mondiale delle Chiese, il pastore Olav Fykse Tveit a partecipare a questa Giornata di preghiera che diventa – ha scritto in una lettera – “un segno di solidarietà e vicinanza a coloro che soffrono in queste nazioni e soprattutto ai molti cristiani di diverse Chiese che vivono lì e, inoltre, un passo concreto nella testimonianza condivisa del Vangelo della pace, di cui il mondo ha tanto bisogno”. Il pastore Tveit ha raccolto l’invito che ha rivolto alle Chiese membre del Consiglio, ribadendo come siano proprio i bambini, i giovani e le donne ad essere le persone più colpite dalla crisi.

 

 

Bambini sud sudanesi vittime del conflitto

 

 

………………………………………………………………………………………………………………………………….

Preghiera:
Accoglici Madre

 

 

 

A te levo i miei occhi, santa Madre di Dio.
Vorrei fare della mia casa una casa nella quale Gesù sia presente,
come ha promesso a quelli che si riuniscono nel suo nome.
Tu hai accolto il messaggio dell’Angelo come un messaggio che viene da Dio,
e hai ricevuto, per la tua fede, la grazia incomparabile di accogliere in te Dio stesso.
Tu hai aperto ai pastori e ai Magi la porta della tua casa
in modo che nessuno si stupisse della sua povertà o della sua ricchezza.
Sii tu, nella mia casa, colei che accoglie.
Perchè quanti hanno bisogno di conforto siano confortati;
quanti desiderano rendere grazie possano farlo;
quanti cercano la pace possano trovarla.
E possa ognuno ritornare nella sua casa con la gioia di avere incontrato Gesù, Via, Verità e Vita.

 

Risultati immagini per maria di nazareth

 

 

Papa Francesco _ Esercizi spirituali: un credente non sia mai sazio di Dio

23 febbraio 2018

 

 

Papa Francesco celebra la Messa nella Casa Divin Maestro

Le Beatitudini e lo stile di vita dei credenti e della Chiesa: è l’argomento della meditazione con cui questa mattina il predicatore portoghese don José Tolentino Mendonça, ha concluso gli esercizi spirituali al Papa e alla Curia romana alla Casa Divin Maestro di Ariccia.

 

Le Beatitudini, una chiamata esistenziale

Le Beatitudini, quelle che leggiamo nelle pagine del Vangelo di Matteo, spiega don José, “sono più di una legge”: rappresentano di per sé una “configurazione della vita”, una “vera chiamata esistenziale”. Esse disegnano “l’arte di essere qui e ora”, ma indicano anche l’”orizzonte di pienezza escatologica” verso cui convergiamo. A ben guardare  però,  aggiunge don José, le Beatitudini sono anche l’ “autoritratto di Gesù più esatto e affascinante”, la chiave della sua vita, “povero in spirito, mite e misericordioso, assetato e uomo di pace, affamato di giustizia e con la capacità di accogliere tutti”:

Le beatitudini sono il suo autoritratto, l’immagine di sé stesso che egli incessantemente ci rivela e imprime nei nostri cuori. Ma sono anche il suo ritratto che ci deve servire da modello nel processo di trasformazione del nostro stesso volto, nel quale approfondire l’ «immagine e somiglianza» spirituale che lega ogni giorno il nostro destino al destino di Gesù.

E più siamo il Suo “ritratto” e la Sua ” memoria”, rimarca don José,  più lo vediamo per quello che Egli è.

 

No ad un Cristianesimo di sopravvivenza

La sete di Dio è fare che “la vita delle sue creature sia una vita di beatitudine” . Come? Riscattando le nostre vite con un “amore” e una “fiducia” incondizionati . E’ questo il  Suo “metodo”, spiega, è questa la “beatitudine che ci salva”. E’ questo “stupore di amore a farci ripartire”, questa “sete” che riesce a strapparci dall’ ”esilio in cui noi avevamo fatto approdare la nostra vita”:

Per quello non ci basta un cristianesimo di sopravvivenza, né un cattolicesimo di manutenzione. Un vero credente, una comunità credente, non può vivere di sola manutenzione: le serve un’anima giovane e innamorata, si nutre della gioia della ricerca e della scoperta, rischia l’ospitalità della Parola di Dio nella vita concreta,  parte all’incontro con i fratelli nel presente e nel futuro, vive nel dialogo fiducioso e nascosto della preghiera.

E’ urgente, prosegue il predicatore, “riscoprire la beatitudine della sete”: la cosa peggiore per un credente è “essere sazio di Dio”. Beati invece quelli che “hanno fame e sete di Dio”: l’esperienza della fede infatti, ribadisce, “non serve a risolvere la sete” bensì a “dilatare il nostro desiderio di Dio, a intensificare la nostra ricerca. Abbiamo forse bisogno di riconciliarci più volte con la nostra sete ripetendoci: ‘La mia sete è la mia beatitudine'”.

 

La Chiesa come Maria:in ascolto, onesta e al servizio

E ancora alla Chiesa don José si rivolge nell’ultima parte della sua meditazione dedicata alla “beatitudine” di Maria, maestra e modello della Chiesa in cammino. E’importante non guardare alla beatitudine di Maria, afferma,  in “chiave astratta”, bensì “reale e concreta”. Il suo dialogo con Dio, al momento dell’Annunciazione infatti, è ” franco”, non lascia fuori emozioni, sorprese e dubbi fino alla fiducia incondizionata e al suo sì. Dio, vuole dire don José, ci salva non  “malgrado noi, ma con tutto quello che noi siamo” e  questo ci fa “affrontare la vita con rinnovata fiducia”.

La conclusione è mostrare alla Chiesa lo stile mariano come modello ispiratore del vivere: Maria “ospitale”, in ascolto e “aperta alla vita”; Maria “onesta” nei confronti di Dio; Maria “al servizio” di un progetto più grande. Senza Maria, conclude, la Chiesa rischia di “disumanizzarsi”, di diventare “funzionalistica”, “una febbrile fabbrica incapace di sosta”.

 

 

 

Papa Francesco_ Esercizi spirituali: nella parabola del figlio prodigo famiglie come la nostra

22 febbraio 2018

 

 

 

 

Don José Tolentino Mendonça: la parabola del figliol prodigo è una storia che rispecchia la realtà di famiglie in cui la relazione tra fratelli è corrosa da sentimenti come l’invidia. Il padre è invece l’icona della misericordia.

Uno dei grandi pericoli nel cammino interiore è lo sguardo autocentrato, “nel quale l’io è principio e fine di tutte le cose”. Lo ha detto don José Tolentino Mendonça, vicerettore dell’Università Cattolica di Lisbona, incentrando l’ottava meditazione degli esercizi spirituali per il Papa e i collaboratori della Curia Romana, in corso ad Ariccia, sulla parabola del figliol prodigo.

In questa parabola – ha affermato – “vediamo portata in scena una famiglia umana come quella da cui proviene ciascuno di noi”. E’ uno specchio in cui c’è tutto. E’ “una storia che ci afferra dentro” in cui vediamo problematizzata – ha spiegato il predicatore – la relazione tra fratelli”. E ci rendiamo conto “del delicato significato del vincolo filiale”, della trama “sottile e fragile di affetti che intessiamo gli uni con gli altri”.

Desiderio alla deriva
La parabola – ha spiegato don José Tolentino Mendonça – ci mette in discussione:
“Dentro di noi, in verità, non ci sono solamente cose belle, armoniose, risolte. Dentro di noi ci sono sentimenti soffocati, tante cose da chiarire, patologie, fili da connettere. Ci sono zone di sofferenza, ambiti da riconciliare, memorie e cesure da lasciare a Dio perché le guarisca”.

E il nostro tempo è dominato da “un desiderio alla deriva” che promuove “in noi, figlioli prodighi”, il facile arbitrio, il capriccio, l’edonismo. E tutto questo si sviluppa in “un vortice ingannevole” dettato dalla “società dei consumi” che promette di soddisfare tutto e tutti identificando “la felicità con la sazietà”. Siamo così “satolli, pieni, soddisfatti, addomesticati”. Ma questa sazietà che si ottiene con i consumi – ha detto padre José Tolentino Mendonça – è “la prigione del desiderio”.

Aspettative malate
Al bisogno di libertà del figlio più giovane, sospinto da “passi falsi” e da “fantasie di onnipotenza”, si aggiungono in parallelo le “aspettative malate” del figlio maggiore:“Le stesse che con grande facilità si infiltrano in noi: la difficoltà di vivere la fraternità, la pretesa di condizionare le decisioni del padre, il rifiuto di gioire del bene dell’altro. Tutto ciò crea in lui un risentimento latente e l’incapacità di cogliere la logica della misericordia”.

Il pericolo dell’invidia
E ai passi falsi del figlio minore, animato in gioventù da un desiderio alla deriva, si sovrappone poi un altro pericolo che logora il figlio maggiore. E’ l’invidia. Anche questa – ha detto il predicatore – è una patologia del desiderio. E’ una mancanza d’amore, una “rivendicazione sterile e infelice”. Il figlio maggiore, che non è riuscito a risolvere la relazione con il fratello, è ancora lacerato da “aggressività, barriere e violenza”. Il contrario dell’invidia, invece, è la gratitudine che “costruisce e riscostruisce il mondo”.

La misericordia è un Vangelo da scoprire
Accanto a queste figure di figli che, a loro modo, ci rispecchiano, emerge quella del padre:

“E l’icona della misericordia è questo padre. Ha due figli e capisce che deve rapportarsi a loro in maniere differenti, riservare a ciascuno uno sguardo unico”.

La misericordia – ha detto infine don José Tolentino Mendonça – “non è dare all’altro quello che si merita”. La misericordia è compassione, bontà, perdono. E’ “dare di più, dare al di là, andare oltre”. E’ un “eccesso di amore” che cura le ferite. La misericordia è uno degli attributi di Dio. Credere in Dio è, dunque, credere nella misericordia. La misericordia – ha concluso il predicatore – è un Vangelo da scoprire.

 

Qual è il vero digiuno. Meditazione Mattutina nella CappellaDomus Sancta Martae, Venerdi 16 Febbraio 2018

21 febbraio 2018

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.039, 17/02/2018)
Quaresima: tempo privilegiato di penitenza e di digiuno. Ma quale penitenza e quale digiuno vuole dall’uomo il Signore? Il rischio, infatti, è di «truccare» una pratica virtuosa, di essere «incoerenti». E non si tratta solo di “scelte alimentari”, ma di stili di vita per i quali si deve avere l’«umiltà» e la «coerenza» di riconoscere e correggere i propri peccati.
È questa in sintesi la riflessione che, all’inizio del cammino quaresimale, il Pontefice ha proposto ai fedeli durante la messa celebrata a Santa Marta la mattina di venerdì 16 febbraio.
Parola chiave della meditazione, suggerita dalla liturgia del giorno, è stata “digiuno”: «Digiuno davanti a Dio, digiuno che è adorazione, digiuno sul serio», perché «digiunare è uno dei compiti da fare nella Quaresima». Ma non nel senso di chi dice: «Mangio soltanto i piatti della Quaresima». Infatti, ha commentato Francesco, «quei piatti fanno un banchetto! Non è cambiare dei piatti o fare il pesce in un modo, nell’altro, più saporito». Altrimenti non si fa altro che «continuare il carnevale».
È la parola di Dio, ha sottolineato, ad ammonire che «il nostro digiuno sia vero. Vero sul serio». E, ha aggiunto, «se tu non puoi fare digiuno totale, quello che fa sentire la fame fino alle ossa», almeno «fai un digiuno umile, ma vero».
Nella prima lettura (Isaia, 58, 1-9), a tale riguardo, «il profeta sottolinea tante incoerenze nella pratica della virtù». E proprio «questa è una delle incoerenze». L’elenco di Isaia è dettagliato: «Voi dite che mi cercate, parlate a me. Ma non è vero», e «nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari»: ossia, mentre «digiunare è un po’ spogliarsi», ci si preoccupa di «fare dei soldi». E ancora: «Angariate tutti i vostri operai»: Ovvero, ha spiegato il Papa, mentre si dice: «Ti ringrazio Signore perché io posso digiunare», si disprezzano gli operai che oltretutto «devono digiunare perché non hanno da mangiare». L’accusa del profeta è diretta: «Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui».
È una doppia faccia inammissibile. Ha spiegato il Pontefice: «Se tu vuoi fare penitenza, falla in pace. Ma tu non puoi da una parte parlare con Dio e dall’altra parlare con il diavolo, invitare al digiuno tutte e due; questa è una incoerenza». E, seguendo sempre le indicazioni della Scrittura — «Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso» — Francesco ha messo in guardia dall’esibizionismo incoerente. È l’atteggiamento di chi, ad esempio, ricorda sempre: «noi siamo cattolici, pratichiamo; io appartengo a quella associazione, noi digiuniamo sempre, facciamo penitenza». A loro ha idealmente chiesto: «Ma, digiunate con coerenza o fate la penitenza incoerentemente come dice il Signore, con rumore, perché tutti la vedano, e dicano: “Ma che persona giusta, che uomo giusto, che donna giusta”?». Questo, infatti, «è un trucco; è truccare la virtù. È truccare il comandamento». Ed è, ha aggiunto, una «tentazione» che tutti qualche volta abbiamo sentito, «di truccarci invece di andare sul serio sulla virtù, su quello che il Signore ci chiede».

(more…)

Messaggio del Santo Padre Francesco per la Quaresima 2018, 06.02.2018

14 febbraio 2018

Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti» (Mt 24,12)
Cari fratelli e sorelle,
ancora una volta ci viene incontro la Pasqua del Signore! Per prepararci ad essa la Provvidenza di Dio ci offre ogni anno la Quaresima, «segno sacramentale della nostra conversione»,[1] che annuncia e realizza la possibilità di tornare al Signore con tutto il cuore e con tutta la vita.
Anche quest’anno, con il presente messaggio, desidero aiutare tutta la Chiesa a vivere con gioia e verità in questo tempo di grazia; e lo faccio lasciandomi ispirare da un’espressione di Gesù nel Vangelo di Matteo: «Per il dilagare dell’iniquità l’amore di molti si raffredderà» (24,12).
Questa frase si trova nel discorso che riguarda la fine dei tempi e che è ambientato a Gerusalemme, sul Monte degli Ulivi, proprio dove avrà inizio la passione del Signore. Rispondendo a una domanda dei discepoli, Gesù annuncia una grande tribolazione e descrive la situazione in cui potrebbe trovarsi la comunità dei credenti: di fronte ad eventi dolorosi, alcuni falsi profeti inganneranno molti, tanto da minacciare di spegnere nei cuori la carità che è il centro di tutto il Vangelo.
I falsi profeti
Ascoltiamo questo brano e chiediamoci: quali forme assumono i falsi profeti?
Essi sono come “incantatori di serpenti”, ossia approfittano delle emozioni umane per rendere schiave le persone e portarle dove vogliono loro. Quanti figli di Dio sono suggestionati dalle lusinghe del piacere di pochi istanti, che viene scambiato per felicità! Quanti uomini e donne vivono come incantati dall’illusione del denaro, che li rende in realtà schiavi del profitto o di interessi meschini! Quanti vivono pensando di bastare a sé stessi e cadono preda della solitudine!
Altri falsi profeti sono quei “ciarlatani” che offrono soluzioni semplici e immediate alle sofferenze, rimedi che si rivelano però completamente inefficaci: a quanti giovani è offerto il falso rimedio della droga, di relazioni “usa e getta”, di guadagni facili ma disonesti! Quanti ancora sono irretiti in una vita completamente virtuale, in cui i rapporti sembrano più semplici e veloci per rivelarsi poi drammaticamente privi di senso! Questi truffatori, che offrono cose senza valore, tolgono invece ciò che è più prezioso come la dignità, la libertà e la capacità di amare. E’ l’inganno della vanità, che ci porta a fare la figura dei pavoni… per cadere poi nel ridicolo; e dal ridicolo non si torna indietro. Non fa meraviglia: da sempre il demonio, che è «menzognero e padre della menzogna» (Gv 8,44), presenta il male come bene e il falso come vero, per confondere il cuore dell’uomo. Ognuno di noi, perciò, è chiamato a discernere nel suo cuore ed esaminare se è minacciato dalle menzogne di questi falsi profeti. Occorre imparare a non fermarsi a livello immediato, superficiale, ma riconoscere ciò che lascia dentro di noi un’impronta buona e più duratura, perché viene da Dio e vale veramente per il nostro bene.

(more…)

Tweet del Papa @Pontifex_it

12 febbraio 2018

Servire la vita umana è servire Dio e ogni vita, da quella nel grembo della madre a quella anziana, sofferente e malata.

(more…)

Preghiera della sera:Alla Madonna di Lourdes , composta da Papa Francesco (Radio Vaticana)

11 febbraio 2018

Vergine e Madre Maria, tu che, mossa dallo Spirito, hai accolto il Verbo della vita nella profondità della tua umile fede, totalmente donata all’Eterno, aiutaci a dire il nostro ‘sì’ nell’urgenza, più imperiosa che mai, di far risuonare la Buona Notizia di Gesù. Ottienici ora un nuovo ardore di risorti per portare a tutti il Vangelo della vita che vince la morte.Dacci la santa audacia di cercare nuove strade perché giunga a tutti il dono della bellezza che non si spegne. Stella della nuova evangelizzazione, aiutaci a risplendere nella testimonianza della comunione, del servizio, della fede ardente e generosa, della giustizia e dell’amore verso i poveri, perché la gioia del Vangelo giunga sino ai confini della terra e nessuna periferia sia priva della sua luce. Madre del Vangelo vivente, sorgente di gioia per i piccoli, prega per noi. Amen. Alleluia”.

(more…)

PAPA FRANCESCO ANGELUS 4 FEBBRAIO 2018

5 febbraio 2018

 

Papa Francesco all’Angelus, riferendosi al Vangelo di Marco che mette in risalto “il rapporto tra l’attività taumaturgica di Gesù e il risveglio della fede”, ha sottolineato che “la guarigione del corpo mira alla guarigione del cuore”. “Una volta liberati dalle strette del male e riacquistate le proprie forze in seguito all’intervento di Gesù” –  ha affermato Francesco – bisogna mettersi “al servizio del Signore”. “Gesù – ha aggiunto – non è venuto a portare la salvezza in un laboratorio; non fa la predica di laboratorio, staccato dalla gente: è in mezzo alla folla! In mezzo al popolo!”. E l’annuncio del Regno di Dio da parte di Gesù – ha spiegato – “ritrova il suo luogo più proprio nella strada”. “La strada come luogo del lieto annuncio del Vangelo – ha osservato il Papa – pone la missione della Chiesa sotto il segno dell’andare”, del movimento e mai della staticità.

 

 

 

 

In Italia si celebra la Giornata per la Vita

Ricordando che oggi si celebra in Italia la Giornata per la Vita, il Papa ha espresso infine “apprezzamento e incoraggiamento alle diverse realtà ecclesiali che in tanti modi promuovono e sostengono la vita, in particolare il Movimento per la Vita”. Salutando gli esponenti di queste realtà, “non tanto numerosi”, il Papa ha infine aggiunto:

E questo mi preoccupa; non sono tanti quelli che lottano per la vita in un mondo dove ogni giorno si fanno più armi, ogni giorno si fanno più leggi contro la vita, ogni giorno va avanti questa cultura dello scarto, di scartare quello che non serve, quello che molesta. Per favore preghiamo perché il nostro popolo sia più cosciente della difesa della vita in questo momento di distruzione e di scarto dell’umanità.

Catechesi di Papa Francesco nell’Udienza Generale del 31 gennaio 2018

1 febbraio 2018

 

 

 

Come potremmo affrontare il nostro pellegrinaggio terreno, con le sue fatiche e le sue prove, senza essere regolarmente nutriti e illuminati dalla Parola di Dio che risuona nella liturgia? Certo non basta udire con gli orecchi, senza accogliere nel cuore il seme della divina Parola, permettendole di portare frutto. La Parola di Dio fa un cammino dentro di noi. La ascoltiamo con le orecchie, passa al cuore, non rimane nelle orecchie, deve andare al cuore e dal cuore passa alle mani, alle opere buone. Questo è il percorso che fa la Parola di Dio: dalle orecchie al cuore e alle mani. Impariamo queste cose.

Papa Francesco a Santa Marta _ 30. Gennaio.2018

30 gennaio 2018

Vicinanza e tenerezza

Papa: “Il pastore va unto con l’olio il giorno della sua ordinazione: sacerdotale e episcopale». Ma «il vero olio, quello interiore, è l’olio della vicinanza e della tenerezza». Invece al «pastore che non sa farsi vicino manca qualcosa: forse è un padrone del campo, ma non è un pastore». Perché «un pastore al quale manca tenerezza sarà un rigido, che bastona le pecore».

 

 

 

“A Gesù piace uscire incontro alle difficoltà quando lo chiede la gente”

 

Vicinanza e tenerezza dei pastori: una grazia del Signore

Anche il Pastore, come Gesù, aggiunge ancora Francesco, “finisce la sua giornata stanco”, stanco di “fare il bene” e se il suo atteggiamento sarà questo il popolo sentirà la presenza di Dio viva. Da qui sale al Signore la preghiera di oggi del Papa:

Oggi potremo pregare nella Messa per i nostri pastori, perché il Signore dia loro questa grazia di camminare con il popolo, essere presenti al popolo con tanta tenerezza, con tanta vicinanza. E quando il popolo trova il suo pastore, sente quella cosa speciale che soltanto si sente alla presenza di Dio – e così finisce il passo del Vangelo – “Essi furono presi da grande stupore”. Lo stupore di sentire la vicinanza e la tenerezza di Dio nel pastore.

Incontro del Papa con i popoli dell’ Amazzonia

19 gennaio 2018

A Puerto Maldonado, il festoso incontro di Francesco con i popoli amazzonici

I popoli dell’Amazzonia abbracciano Francesco, primo Pontefice a visitare questa immensa e straordinaria regione, mai minacciata come oggi. E’ un’accoglienza festosa quella riservata al Papa da circa 4 mila persone al Coliseo, palazzetto dello sport della città peruviana di Puerto Maldonado: volti, abiti, canti e danze testimoniano l’eredità di culture straordinarie, che si intrecciano con la bellezza di una natura da togliere il fiato. Ora tutto questo è a rischio.

La Laudato si’ donata ai popoli amazzonici

“Papa Francesco, difendici”, è il grido accorato di Yésica, rappresentante del popolo Harakbut, che offre una testimonianza drammatica delle condizioni in cui vivono i popoli amazzonici a causa dell’inquinamento e dello sfruttamento delle risorse naturali. Gli fa eco Maria, che parla a nome del popolo Awajun, e che chiede a Francesco di aiutare a far sì che l’Amazzonia non perda la sua bellezza, i suoi valori, la sua gente. Ai rappresentanti dei popoli dell’Amazzonia, Francesco dona la “Laudato si’”, significativamente tradotta nelle lingue locali. E alcuni indigeni leggono dei passi dell’Enciclica, sulle note del canto locale Machirenga.

Francesco rivolge dunque ai popoli amazzonici un lungo e appassionato discorso. Loda il Signore per “l’opera meravigliosa dei popoli amazzonici e per tutta la biodiversità che queste terre racchiudono”. E lo fa con le parole di San Francesco: «Laudato si’, mi’ Signore». Francesco osserva dunque con amarezza che “probabilmente i popoli originari dell’Amazzonia non sono mai stati tanto minacciati nei loro territori come lo sono ora”.

 

No ai colonialismi mascherati da progresso

Questi popoli, ha ripreso, ci insegnano che “non siamo i padroni assoluti del creato” e ha chiesto di intensificare gli sforzi “per migliorare la vita dei popoli amazzonici”. Ancora, ha messo in guardia dai “nuovi colonialismi” che minacciano l’Amazzonia e in particolare l’istituto familiare. E’ necessario alzare la voce, ha ripreso, contro la pressione di alcuni organismi internazionali che arrivano a promuovere politiche di sterilizzazione delle donne.

Ci è chiesta una speciale cura per non lasciarci catturare da colonialismi ideologici mascherati da progresso che a poco a poco entrano e dilapidano identità culturali e stabiliscono un pensiero uniforme, unico… e debole.

 

Consegna della “Laudato si’” nelle lingue native

Grida di gioia, alternate a sguardi profondi ed espressivi hanno preceduto il discorso di Papa Francesco. Le parole pronunciate dal Santo Padre sono state accompagnate, in molte occasioni, da applausi calorosi. Particolarmente toccante, infine, anche il momento della consegna dell’enciclica “Laudato si’” nelle lingue native. Parole che, non solo in in Amazzonia, esortano ad ascoltare il grido della terra.

Piccole storie per la gioia del anima

19 gennaio 2018

19 di Gennaio

Perché avete paura?

Era una famigliola felice e viveva in una casetta di periferia.
Ma una notte scoppiò nella cucina della casa un terribile incendio.
Mentre le fiamme divampavano, genitori e figli corsero fuori.
In quel momento si accorsero, con infinito orrore, che mancava il più piccolo, un bambino di cinque anni.
Al momento di uscire, impaurito dal ruggito delle fiamme e dal fumo acre, era tornato indietro ed era salito al piano superiore.
Che fare? Il papà e la mamma si guardarono disperati, le due sorelline cominciarono a gridare.
Avventurarsi in quella fornace era ormai impossibile… E i vigili del fuoco tardavano.
Ma ecco che lassù, in alto, s’aprì la finestra della soffitta e il bambino si affacciò urlando disperatamente: «Papà! Papà!».
Il padre accorse e gridò: «Salta giù!».
Sotto di sé il bambino vedeva solo fuoco e fumo nero, ma sentì la voce e rispose: «Papà, non ti vedo…».
«Ti vedo io, e basta. Salta giù!». Urlò l’uomo.
Il bambino saltò e si ritrovò sano e salvo nelle robuste braccia del papà, che lo aveva afferrato al volo.

 

Non vedi Dio.
Ma Lui vede te.
Buttati!

 

 

Risultati immagini per perche avete paura dio e con noi

Ultimo giorno di Papa Francesco in Cile

19 gennaio 2018

Cile, omelia di Papa Francesco nel Campus Lobito di Iquique

SANTA MESSA E CELEBRAZIONE FRATERNA
PER L’INTEGRAZIONE DEI POPOLI,
IN ONORE DI NUESTRA SEÑORA DEL CARMEN, MADRE E REGINA DEL CILE

Campo Lobito (Iquique)
Giovedì, 18 gennaio 2018

[Multimedia]

OMELIA DEL SANTO PADRE

«Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù» (Gv 2,11).

Così termina il Vangelo che abbiamo ascoltato, e che ci mostra la prima apparizione pubblica di Gesù: né più né meno che in una festa. Non potrebbe essere altrimenti, dal momento che il Vangelo è un costante invito alla gioia. Fin dall’inizio l’Angelo dice a Maria: «Rallegrati» (Lc 1,28). Rallegratevi, disse ai pastori; rallegrati, disse a Elisabetta, donna anziana e sterile…; rallegrati, fece sentire Gesù al ladrone, perché oggi sarai con me in paradiso (cfr Lc 23,43).

Il messaggio del Vangelo è fonte di gioia: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv15,11). Una gioia che si propaga di generazione in generazione e della quale siamo eredi. Perché siamo cristiani.

Come sapete bene questo, voi, cari fratelli del nord cileno! Come sapete vivere la fede e la vita in un clima di festa! Vengo come pellegrino a celebrare con voi questo modo bello di vivere la fede. Le vostre feste patronali, i vostri balli religiosi – che si prolungano anche per una settimana –, la vostra musica, i vostri vestiti fanno di questa zona un santuario di pietà e di spiritualità popolare. Perché non è una festa che rimane chiusa all’interno del tempio, ma voi riuscite a rivestire a festa tutto il villaggio. Voi sapete celebrare cantando e danzando «la paternità, la provvidenza, la presenza amorosa e costante di Dio; e in questo modo generate atteggiamenti interiori raramente osservati altrove al medesimo grado in chi non possiede questa religiosità: pazienza, senso della croce nella vita quotidiana, distacco, apertura agli altri, devozione».[1] Prendono vita le parole del profeta Isaia: «Allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva» (32,15). Questa terra, abbracciata dal deserto più arido del mondo, sa vestirsi a festa.

In questo clima di festa, il Vangelo ci presenta l’azione di Maria affinché la gioia prevalga. Lei è attenta a tutto quello che succede intorno e, come buona madre, non sta tranquilla e così si accorge che nella festa, nella gioia condivisa, stava accadendo qualcosa: c’era qualcosa che stava per “annacquare” la festa. E accostandosi a suo Figlio, le uniche parole che le sentiamo dire sono: «Non hanno vino» (Gv 2,3).

E così Maria va per i nostri villaggi, per le vie, le piazze, le case, gli ospedali. Maria è la Virgen de la Tirana; la Virgen Ayquina a Calama; la Virgen de las Peñas ad Arica, che passa per tutti i nostri problemi familiari, quelli che sembrano soffocarci il cuore, per accostarsi all’orecchio di Gesù e dirgli: vedi, «non hanno vino».

E poi non rimane zitta, si avvicina agli inservienti della festa e dice loro: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5). Maria, donna di poche parole, ma molto concreta, si avvicina anche ad ognuno di noi per dirci solamente: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». E in questo modo si apre la strada al primo miracolo di Gesù: far sentire ai suoi amici che anch’essi partecipano al miracolo. Perché Cristo «è venuto in questo mondo non per fare la sua opera da solo, ma con noi; il miracolo lo fa con noi, con tutti noi, per essere il capo di un grande corpo le cui cellule vive siamo noi: libere e attive».[2] Così Gesù fa il miracolo: con noi.

Il miracolo comincia quando gli inservienti avvicinano le anfore dell’acqua che erano destinate alla purificazione. Così anche ognuno di noi può cominciare il miracolo, di più, ognuno di noi è invitato a partecipare al miracolo per gli altri.

Fratelli, Iquique è una “terra di sogni” (questo significa il nome in lingua aymara); una terra che ha saputo ospitare gente di diversi popoli e culture, gente che ha dovuto lasciare i propri cari e partire. Una marcia sempre basata sulla speranza di ottenere una vita migliore, ma sappiamo che è sempre accompagnata da bagagli carichi di paura e di incertezza per quello che verrà. Iquique è una zona di immigrati che ci ricorda la grandezza di uomini e donne; di famiglie intere che, davanti alle avversità, non si danno per vinte e si fanno strada in cerca di vita. Essi – specialmente quelli che devono lasciare la loro terra perché non hanno il minimo necessario per vivere – sono icone della Santa Famiglia, che dovette attraversare deserti per poter continuare a vivere.

Questa terra è terra di sogni, ma facciamo in modo che continui a essere anche terra di ospitalità. Ospitalità festosa, perché sappiamo bene che non c’è gioia cristiana quando si chiudono le porte; non c’è gioia cristiana quando si fa sentire agli altri che sono di troppo o che tra di noi non c’è posto per loro (cfr Lc 16,31).

Come Maria a Cana, cerchiamo di imparare ad essere attenti nelle nostre piazze e nei nostri villaggi e riconoscere coloro che hanno una vita “annacquata”; che hanno perso – o ne sono stati derubati – le ragioni per celebrare. E non abbiamo paura di alzare le nostre voci per dire: «Non hanno vino». Il grido del popolo di Dio, il grido del povero, che ha forma di preghiera e allarga il cuore e ci insegna ad essere attenti. Siamo attenti a tutte le situazioni di ingiustizia e alle nuove forme di sfruttamento che espongono tanti fratelli a perdere la gioia della festa. Siamo attenti di fronte alla precarizzazione del lavoro che distrugge vite e famiglie. Siamo attenti a quelli che approfittano dell’irregolarità di molti migranti, perché non conoscono la lingua o non hanno i documenti in regola. Siamo attenti alla mancanza di casa, terra e lavoro di tante famiglie. E come Maria diciamo: non hanno vino.

Come i servi della festa, portiamo quello che abbiamo, per quanto sembri poco. Come loro, non abbiamo paura a “dare una mano”, e che la nostra solidarietà e il nostro impegno per la giustizia facciano parte del ballo e del canto che oggi possiamo intonare a nostro Signore. Approfittiamo anche per imparare e lasciarci impregnare dai valori, dalla sapienza e dalla fede che i migranti portano con sé. Senza chiuderci a quelle “anfore” piene di sapienza e di storia che portano quanti continuano ad arrivare in queste terre. Non priviamoci di tutto il bene che hanno da offrire.

E poi, lasciamo che Gesù possa completare il miracolo, trasformando le nostre comunità e i nostri cuori in segno vivo della sua presenza, che è gioiosa e festosa perché abbiamo sperimentato che Dio-è-con-noi, perché abbiamo imparato a ospitarlo in mezzo a noi, nel nostro cuore. Gioia e festa contagiosa che ci porta a non escludere nessuno dall’annuncio di questa Buona Notizia, e a trasmetterla. Tutto quello che è della nostra cultura originaria, dobbiamo condividerlo con la nostra tradizione, con la nostra sapienza ancestrale perché colui che venga incontri sapienza. Questa è la festa. Questa è acqua trasformata in vino. Questo è il miracolo che fa Gesù.

Maria, coi diversi titoli con cui è invocata in questa benedetta terra del nord, continui a sussurrare all’orecchio del suo Figlio Gesù: «Non hanno vino», e in noi continuino a farsi carne le sue parole: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».

SALUTO FINALE

Al termine di questa celebrazione, desidero ringraziare Mons. Guillermo Vera Soto, Vescovo di Iquique, per le gentili parole che mi ha rivolto a nome dei fratelli Vescovi e di tutto il popolo di Dio. Ed ecco che ci salutiamo.

Ringrazio, ancora una volta, la Signora Presidente Michelle Bachelet per l’invito a visitare il Paese. Esprimo in modo speciale la mia gratitudine a tutti coloro che hanno reso possibile questa visita; alle autorità civili e, tra loro, ad ogni funzionario che con professionalità ha contribuito affinché tutti potessimo godere di questo tempo di incontro.

Grazie anche per il lavoro sacrificato e silenzioso di migliaia di volontari: più di 20 mila volontari! Senza il loro impegno e la loro collaborazione sarebbero mancate le anfore d’acqua perché il Signore potesse fare il miracolo del vino della gioia. Grazie a coloro che in molti modi e forme hanno accompagnato questo pellegrinaggio specialmente con la preghiera. Conosco il sacrificio che hanno dovuto fare per partecipare alle celebrazioni e agli incontri. Lo apprezzo e ne ringrazio di cuore. Grazie ai membri della commissione organizzatrice. Tutti hanno lavorato, mille grazie!

Proseguo il mio pellegrinaggio in Perù. Popolo amico e fratello di questa Patria Grande di cui siamo invitati ad avere cura e che dobbiamo difendere. Una Patria che trova la sua bellezza nel volto multiforme dei suoi popoli.

Cari fratelli, in ogni Eucaristia diciamo: «Guarda [Signore] la fede della tua Chiesa e donale unità e pace secondo la tua volontà». Che cosa posso augurarvi di più che terminare la mia visita dicendo al Signore: Guarda la fede di questo popolo e donagli unità e pace.

Vi ringrazio, e vi chiedo di non dimenticarvi di pregare per me.

E voglio ringraziare per la presenza di tanti pellegrini dei popoli fratelli della Bolivia, del Perù e – non siate gelosi – specialmente per la presenza degli argentini, perché l’Argentina è la mia patria! Grazie ai miei fratelli argentini che mi hanno accompagnato a Santiago, a Temuco e qui a Iquique. Grazie tante!

[Benedizione]

 

Partenza di Papa Francesco dal Cile 18 gennaio 2018

Papa Francesco ha lasciato il calore del Cile ed è atterrato all’Aeroporto Internazionale di Lima. Una folla di fedeli lo ha accompagnato lungo il corteo che lo ha condotto in Nunziatura, qui davanti a centinaia di persone ha ringraziato per l’accoglienza, ha recitato l’Ave Maria ed ha chiesto di pregare per lui.

Secondo giorno di Papa Francesco in Cile

18 gennaio 2018

 

L’omelia di Papa Francesco nella Messa celebrata nell’Aerodromo di Maquehue a Temuco, 17 gennaio 2018

 

 

 

 

Cile, discorso di Papa Francesco ai giovani nel Santuario di Maipú a Santiago

 

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO IN CILE E PERÙ
(15-22 GENNAIO 2018)

INCONTRO CON I GIOVANI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Santuario Nazionale di Maipú
Mercoledì, 17 gennaio 2018

[Multimedia]


 

Anch’io, Ariel, sono felice di essere con voi. Grazie per le tue parole di benvenuto a nome di tutti i presenti. Sono davvero grato di poter condividere questo momento con voi che, come ho letto lì [su uno striscione], “siete scesi dal divano e vi siete messi le scarpe”. Grazie! Considero per me molto importante incontrarci, camminare un po’ insieme, che ci aiutiamo a guardare in avanti! E penso che anche per voi è importante. Grazie!

E sono felice che questo incontro si svolga qui a Maipú. In questa terra dove, con un abbraccio di fraternità, è stata fondata la storia del Cile; in questo Santuario che sorge all’incrocio delle strade tra il Nord e il Sud, che unisce la neve e l’oceano, e fa che il cielo e la terra abbiano una casa. Una casa per il Cile, una casa per voi, cari giovani, dove la Vergine del Carmelo vi aspetta e vi accoglie con il cuore aperto. E come accompagnò la nascita di questa nazione e accompagnò tanti cileni nel corso di questi duecento anni, così vuole continuare ad accompagnare quei sogni che Dio pone nel vostro cuore: sogni di libertà, sogni di gioia, sogni di un futuro migliore. Questi desideri, come dicevi tu Ariel, di «essere i protagonisti del cambiamento». Essere protagonisti. La Vergine del Carmelo vi accompagna perché siate i protagonisti del Cile che i vostri cuori sognano. E io so che il cuore dei giovani cileni sogna, e sogna in grande, non solo quando siete un po’ brilli, no, sempre sognate in grande, perché da queste terre sono nate esperienze che si sono allargate e moltiplicate attraverso diversi Paesi del nostro continente. E chi le ha promosse? Giovani come voi che hanno saputo vivere l’avventura della fede. Perché la fede provoca nei giovani sentimenti di avventura, che invita a viaggiare attraverso paesaggi incredibili, per niente facili, per niente tranquilli…, ma a voi piacciono le avventure e le sfide…, tranne a quelli che non sono ancora scesi dal divano: scendete alla svelta!, così possiamo continuare… Voi che siete specialisti, mettetegli le scarpe… Anzi, vi annoiate quando non avete delle sfide che vi stimolano. Questo si vede ad esempio, ogni volta che succede una catastrofe naturale: avete una enorme capacità di mobilitarvi che parla della generosità dei vostri cuori. Grazie.

E ho voluto iniziare da questo riferimento alla patria, perché il cammino in avanti, i sogni che devono essere realizzati, il guardare sempre all’orizzonte si devono fare con i piedi per terra, e si inizia con i piedi sulla terra della patria. E se voi non amate la vostra patria, io non credo che possiate amare Gesù e che possiate amare Dio. L’amore per la patria è un amore per la madre: la chiamiamo “madre patria” perché qui siamo nati; ma essa stessa, come ogni madre, ci insegna a camminare e si dona a noi perché la facciamo vivere in altre generazioni. Per questo ho voluto iniziare con questo riferimento alla madre, alla madre patria. Se non siete patrioti – non nazionalisti, patrioti – non farete nulla nella vita. Amate la vostra terra, ragazzi e ragazze, amate il vostro Cile! Date il meglio di voi per il vostro Cile.

Nel mio lavoro come vescovo, ho potuto scoprire che ci sono molte, ma veramente molte buone idee nei cuori e nelle menti dei giovani. E’ vero, voi siete inquieti, cercatori, idealisti. Sapete chi ha problemi? Il problema l’abbiamo noi adulti, quando ascoltiamo questi ideali, queste inquietudini dei giovani, e con la faccia da sapientoni diciamo: “Pensa così perché è giovane; presto maturerà”, o peggio: “si corromperà”. Ed è così, dietro il “presto maturerà”, contro queste illusioni e sogni, si nasconde il tacito “presto si corromperà”. Attenti a questo! Maturare vuol dire crescere e far crescere i sogni e far crescere le aspirazioni, non abbassare la guardia e lasciarsi comprare per due soldi, questo non è maturare. Quindi, quando noi adulti pensiamo questo, non ascoltateci. Sembra che in questo “presto maturerà” detto da noi grandi, sembra che vi buttiamo addosso una coperta bagnata per farvi tacere, sembra nascondersi il fatto che maturare voglia dire accettare le ingiustizie, credere che non possiamo fare nulla, che tutto è sempre stato così: “Perché dobbiamo cambiare, se è sempre stato così, se si è sempre fatto così?” Questo è corruzione. Maturare, la vera maturità significa portare avanti i sogni, le vostre aspirazioni, insieme, confrontandosi reciprocamente, discutendo tra di voi, ma sempre guardando avanti, non abbassando la guardia, non vendendo queste aspirazioni. E’ chiaro? [gridano: “Sì!”]

Tenendo conto di tutta questa realtà dei giovani, ecco perché si sta realizzando… [si interrompe perché una ragazza si sente male]… Aspettiamo un minutino che prendano questa nostra sorella che si è sentita male e la accompagniamo con una piccola preghiera perché si rimetta subito… Per questa realtà di voi giovani, vorrei annunciarvi che ho convocato il Sinodo sulla fede e il discernimento in voi giovani, e inoltre l’Incontro dei giovani. Perché il Sinodo lo facciamo noi vescovi, riflettendo sui giovani, ma, sapete, io ho paura dei filtri, perché a volte le opinioni dei giovani per arrivare a Roma devono passare attraverso varie connessioni e queste proposte possono arrivare molto filtrate, non dalle compagnie aeree, ma da quelli che le trascrivono. Per questo voglio ascoltare i giovani, e per questo si fa questo Incontro dei giovani, incontro in cui voi sarete protagonisti: giovani di tutto il mondo, giovani cattolici e giovani non cattolici; giovani cristiani e di altre religioni; e giovani che non sanno se credono o non credono: tutti. Per ascoltarli, per ascoltarci, direttamente, perché è importante che voi parliate, che non vi lasciate mettere a tacere. A noi spetta aiutarvi perché siate coerenti con quello che dite, questo è il lavoro con cui vi possiamo aiutare; ma se voi non parlate, come potremo aiutarvi? E parlate con coraggio, e dite quello che pensate. Questo dunque lo potrete fare nella settimana di incontro prima della Domenica delle Palme, in cui verranno [a Roma] delegazioni di giovani da tutto il mondo, per aiutarci a far sì che la Chiesa abbia un volto giovane.

Una volta, recentemente, una persona mi ha detto: “Io non so se parlare della Santa Madre Chiesa – parlava di un luogo specifico – o della Santa Nonna Chiesa!”. No, no, la Chiesa deve avere un volto giovane, e in questo voi ci dovete aiutare. Però, naturalmente, un volto giovane reale, pieno di vita, non giovane perché truccato con creme che ringiovaniscono, no, questo non serve, ma giovane perché dal profondo del cuore si lascia interpellare. Ed è questo di cui noi, la Santa Madre Chiesa, oggi ha bisogno da parte vostra: che ci interpelliate. E poi, preparatevi per la risposta; ma noi abbiamo bisogno che ci interpelliate, la Chiesa ha bisogno che voi diventiate maggiorenni, spiritualmente maggiorenni, e abbiate il coraggio di dirci: “Questo mi piace; questa strada mi sembra sia quella da fare; questo non va bene, questo non è un ponte ma è un muro”, e così via. Diteci quello che sentite, quello che pensate, e questo elaboratelo tra di voi nei gruppi di questo incontro, e poi questo andrà al Sinodo, dove certamente ci sarà una vostra rappresentanza, ma il Sinodo lo faranno i vescovi con la vostra rappresentanza, che raccoglierà tutti. E quindi preparatevi a questo incontro, e a quelli che andranno a questo incontro date le vostre idee, le vostre aspettative, quello che sentite nel cuore. Quanto ha bisogno di voi la Chiesa, e la Chiesa cilena, per “scuoterci” e aiutarci ad essere più vicini a Gesù! Questo è ciò che vi chiediamo: di scuoterci se siamo statici, di aiutarci a essere più vicini a Gesù. Le vostre domande, il vostro voler sapere, voler essere generosi esigono da noi che siamo più vicini a Gesù. Tutti siamo chiamati, sempre di nuovo, ad essere vicini a Gesù. Se un’attività, un piano pastorale, se questo incontro non ci aiuta a essere più vicini a Gesù, abbiamo perso tempo, abbiamo perso un pomeriggio, ore di preparazione. Aiutateci a essere più vicini a Gesù. E questo lo chiediamo a chi ci può condurre per mano. Guardiamo alla Madre [rivolto alla statua della Vergine]: ognuno nel proprio cuore le dica con le sue parole, a lei che è la prima discepola, che ci aiuti a essere più vicini a Gesù. Dal cuore, ognuno personalmente.

E permettetemi di raccontarvi un aneddoto. Parlando un giorno con un giovane gli ho chiesto che cosa potesse metterlo di cattivo umore: “Che cosa ti mette di cattivo umore?” – perché il contesto era tale per poter fare questa domanda. E lui mi ha detto: “Quando al cellulare si scarica la batteria o quando perdo il segnale internet”. Gli ho chiesto: “Perché?”. Mi ha risposto: “Padre, è semplice, mi perdo tutto quello che succede, resto fuori dal mondo, come appeso. In quei momenti, vado di corsa a cercare un caricabatterie o una rete wi-fi e la password per riconnettermi”. Quella risposta mi ha insegnato, mi ha fatto pensare che con la fede può succederci la stessa cosa. Siamo tutti entusiasti, la fede si rinnova – un ritiro, una predica, un incontro, la visita del Papa – la fede cresce, ma dopo un primo tempo di cammino e di slancio iniziale, ci sono momenti in cui, senza accorgerci, comincia a calare la nostra “larghezza di banda”, a poco a poco, e quell’entusiasmo, quel voler rimanere connessi con Gesù si incomincia a perdere, e iniziamo a restare senza connessione, senza batteria, e allora ci prende il cattivo umore, diventiamo sfiduciati, tristi, senza forza, e incominciamo a vedere tutto negativo. Quando rimaniamo senza questa “connessione” che è quella che dà vita ai nostri sogni, il cuore inizia a perdere forza, a restare anch’esso senza carica e, come dice quella canzone, «il rumore intorno e la solitudine della città ci isolano da tutto. Il mondo che si capovolge cerca di immergermi in esso annegando le mie idee»[1]. Vi è successo qualche volta? Ognuno risponda dentro di sé…, non voglio far vergognare quelli a cui non è successo… A me è successo.

Senza connessione, senza la connessione con Gesù, senza questa connessione finiamo per annegare le nostre idee, annegare i nostri sogni, annegare la nostra fede e dunque ci riempiamo di malumore. Da protagonisti – quali siamo e vogliamo essere – possiamo arrivare a pensare che è lo stesso fare qualcosa o non farlo. “Ma perché perdi tempo? – dice il giovane pessimista – divertiti, lascia perdere, tutte queste cose sappiamo come vanno a finire, il mondo non cambia, prendilo come viene a vai avanti…”. E rimaniamo disconnessi da ciò che sta accadendo nel “mondo”. E restiamo, sentiamo che restiamo “fuori dal mondo”, nel mio piccolo mondo dove sto tranquillo, lì, sul mio divano… Mi preoccupa quando, perdendo il “segnale”, molti pensano di non avere niente da dare e rimangono come persi. “Su, tu hai qualcosa da dare!” – “No, no, questo è un disastro… Io cerco di studiare, prendere un diploma, sposarmi, e poi basta, non voglio problemi, tanto tutto finisce male…”. Questo è quando si perde la connessione. Non pensare mai che non hai niente da dare o che non hai bisogno di nessuno. Molta gente ha bisogno di te, pensaci. Ognuno di voi lo pensi nel suo cuore: molta gente ha bisogno di me. Quel pensiero, come amava dire Hurtado, «è il consiglio del diavolo» – “nessuno ha bisogno di me” -, che vuole farti credere che non vali nulla… ma per lasciare le cose come stanno. Per questo ti fa credere che non vali niente: perché nulla cambi. Perché l’unico che può fare un cambiamento nella società è il giovane, uno di voi. Noi, siamo già “dall’altra parte”… [Un altro giovane sviene] Grazie, tra parentesi, perché questi svenimenti sono segno di quello che provano molti di voi… Da quanto tempo siete qui? Me lo dite? [alcuni rispondono] Grazie! Tutti, dicevo, siamo importanti e tutti abbiamo qualcosa da dare… con un momentino di silenzio ognuno di voi si può chiedere, seriamente, nel proprio cuore: “Che cosa ho io da dare nella vita?”. E quanti di voi hanno voglia di dire: “Non lo so”. Non sai che cosa hai da dare? Lo hai dentro e non lo conosci. Cerca di trovarlo in fretta per darlo. Il mondo ha bisogno di te, la patria ha bisogno di te, la società ha bisogno di te. Tu hai qualcosa da dare. Non perdere la connessione.

I giovani del Vangelo che abbiamo ascoltato oggi volevano quel “segnale, cercavano quel segnale che li aiutasse a mantenere vivo il fuoco nei loro cuori. Quei giovani, che stavano con Giovanni il Battista, volevano sapere come caricare la batteria del cuore. Andrea e l’altro discepolo – che non dice il nome, e possiamo pensare che quell’altro discepolo può essere ognuno di noi – cercavano la password per connettersi con Colui che è «Via, Verità e Vita» (Gv 14,6). Erano guidati da Giovanni il Battista. E penso che voi abbiate un grande santo che può guidarvi, un santo che cantava con la sua vita: «Contento, Signore, contento!». Hurtado aveva una regola d’oro, una regola per accendere il suo cuore con quel fuoco capace di mantenere viva la gioia. Perché Gesù è quel fuoco che infiamma chi gli si avvicina.

E la password di Hurtado per riconnettersi, per mantenere il segnale era molto semplice… Di sicuro nessuno di voi ha portato il telefono… vediamo… Mi piacerebbe che la appuntaste sui vostri cellulari. Se volete, io ve la detto. Hurtado si domanda – e questa è la password –: “Cosa farebbe Cristo al mio posto?”. Chi può se la segni. “Cosa farebbe Cristo al mio posto?”. Cosa farebbe Cristo al mio posto a scuola, all’università, per strada, a casa, cogli amici, al lavoro; davanti a quelli che fanno i bulli: “Cosa farebbe Cristo al mio posto?”. Quando andate a ballare, quando fate sport o andate allo stadio: “Cosa farebbe Cristo al mio posto?”. Questa è la password. Questa è la carica per accendere il nostro cuore, accendere la fede e la scintilla nei nostri occhi. Che non vada via. Questo è essere protagonisti della storia. Occhi scintillanti perché abbiamo scoperto che Gesù è fonte di vita e di gioia. Protagonisti della storia, perché vogliamo contagiare quella scintilla in tanti cuori spenti, opachi, che hanno dimenticato cosa significa sperare; in tanti che sono apatici e aspettano che qualcuno li inviti e li provochi con qualcosa che valga la pena. Essere protagonisti è fare ciò che ha fatto Gesù. Lì dove sei, con chiunque ti trovi e a qualsiasi ora: “Cosa farebbe Gesù al mio posto?”. Avete memorizzato la password? [rispondono: “Sì!”] E l’unico modo per non dimenticare la password è usarla, altrimenti ci succede – chiaramente è più per quelli della mia età, non della vostra, però così lo sapete – quello capitò a quei tre pazzi di quel film che fanno un colpo, una rapina a una cassaforte, tutto studiato, e quando arrivano… si sono dimenticati la combinazione, si sono dimenticati la chiave. Se non usate la password la dimenticherete. Memorizzatela nel cuore! Com’era la password? [rispondono: “Cosa farebbe Cristo al mio posto?”]… Non si sente bene in spagnolo… Com’era? [la ripetono] Questa è la password. Ripetetela, ma usatela, usatela! Cosa farebbe Cristo al mio posto? E bisogna usarla tutti i giorni. Verrà il momento in cui la saprete a memoria; e verrà il giorno in cui, senza che ve ne rendiate conto, arriverà il giorno in cui, senza rendervene conto, il cuore di ognuno di voi batterà come il cuore di Gesù.

Non basta ascoltare un insegnamento religioso o imparare una dottrina; quello che vogliamo è vivere come Gesù ha vissuto. Cosa farebbe Cristo al mio posto? Tradurre Gesù nella mia vita. Per questo i giovani del Vangelo gli chiedono: «Signore, dove abiti?»[2] – lo abbiamo ascoltato poco fa -, come vivi? Io lo chiedo a Gesù? Vogliamo vivere come Gesù, questo sì che fa vibrare il cuore.

Fa vibrare il cuore e ti mette sulla strada del rischio. Correre il rischio, rischiare. Cari amici, siate coraggiosi, andate spediti incontro ai vostri amici, a quelli che non conoscete o che si trovano in un momento difficile.

E andate con l’unica promessa che abbiamo: in mezzo al deserto, alla strada, all’avventura, ci sarà sempre la “connessione”, esisterà un “caricabatterie”. Non saremo soli. Sempre godremo della compagnia di Gesù e di sua Madre e di una comunità. Certamente una comunità che non è perfetta, ma ciò non significa che non abbia molto da amare e da offrire agli altri. Com’era la password? [rispondono: “Cosa farebbe Cristo al mio posto?”] Bene, la ricordate ancora.

Cari amici, cari giovani, «siate voi – ve lo chiedo per favore – siate voi i giovani samaritani che non lasciano mai nessuno a terra lungo la strada. Nel cuore, un’altra domanda: qualche volta ho lasciato qualcuno a terra per la strada? Un parente, un amico, un’amica…? Siate samaritani, non abbandonate mai l’uomo a terra lungo la strada. Siate i giovani cirenei che aiutano Cristo a portare la sua croce e condividono la sofferenza dei fratelli. Siate come Zaccheo che trasformò il suo nanismo spirituale in grandezza e lasciò che Gesù trasformasse il suo cuore materialista in un cuore solidale. Siate come la giovane Maddalena, appassionata cercatrice dell’amore, che solo in Gesù trova le risposte di cui ha bisogno. Abbiate il cuore di Pietro, per lasciare le reti in riva al lago. Abbiate l’affetto di Giovanni, per riporre in Gesù tutti i vostri affetti. Abbiate la disponibilità di nostra Madre, la prima discepola, per cantare con gioia e fare la sua volontà»[3].

Cari amici, mi piacerebbe rimanere più a lungo. Quelli che hanno il telefono, lo prendano in mano: è un segno, per non dimenticarsi della password. Qual era la password? [rispondono: “Cosa farebbe Cristo al mio posto?”]. E così vi riconnettete e non rimanete senza campo. Mi piacerebbe rimanere di più. Grazie per questo incontro e per la vostra gioia. Grazie! E vi chiedo per favore di non dimenticarvi di pregare per me.


 

 

Cile, discorso di Papa Francesco alla Pontificia Università Cattolica

 

Il discorso integrale di Papa Francesco alla Pontificia Università Cattolica, nel 130esimo anniversario di fondazione. Il Santo Padre ha ricordato che “l’intelligenza” e “l’eccellenza accademica”, “armonizzate con la fede, la giustizia e la carità, lungi dall’essere sminuite, acquistano una forza profetica”, soprattutto per quanti sono abbandonati a loro stessi a causa della “cultura dello scarto”. 17 gennaio 2018

Il Papa in volo verso il Cile

15 gennaio 2018
 
L’ aereo dell’Alitalia con a bordo il Papa è decollato questa mattina dall’aeroporto di Roma-Fiumicino alle 8.55 alla volta di Santiago del Cile, dove atterrera’ dopo quasi 16 ore di volo, intorno alla mezzanotte di oggi, le ore 20.10 locali.

All’arrivo all’aeroporto di Roma-Fiumicino il Papa è stato accolto da autorità religiose e civili. Sorridente, con la consueta borsa nera tenuta stretta nella mano sinistra ed appoggiandosi con la destra sul corrimano della scaletta dell’aereo, Papa Francesco ha quindi raggiunto il portellone di ingresso del Boeing. Arrivato in cima, prima di entrare nell’aereo, ha salutato le due hostess ed il comandante del volo che lo stavano attendendo. Subito dopo, il Papa si e’ quindi voltato verso tutti gli altri presenti per salutarli con un cenno della mano.

 

 La partenza

Prima di lasciare il Vaticano in un tweet Francesco ha chiesto di essere accompagnato con la preghiera in questo suo viaggio in Cile e Perù. All’aeroporto della capitale cilena, nella cerimonia di benvenuto non sono previsti discorsi perchè  l’incontro con le autorita’ al Palazzo della Moneda è previsto per domani. Nella capitale cilena il Papa sara’ accolto dalla Presidente uscente della Repubblica, ma ancora in carica, la socialista Michelle Bachelet. Quindi il trasferimento alla Nunziatura apostolica, dove Francesco alloggera’ nel suo soggiorno a Santiago. In Cile, oltre alla capitale, il Pontefice visitera’ le citta’ di Temuco, a Sud, dove incontrera’ le popolazioni indigene Mapuche, e Iquique, nel Nord minerario. In Peru’, dove arrivera’ giovedi’ sera, sara’ nella capitale Lima, nell’amazzonica Puerto Maldonado e a Trujillo, sulla costa del Pacifico, colpita l’anno scorso dalle inondazioni di ‘El Nino’. Il rientro a Roma è previsto per lunedi’ 22.

I Papi in Cile e Perù

Sia il Cile che il Perù sono stati visitati in precedenza da Papa Giovanni Paolo II: il Cile nel 1987, il Peru’ due volte, nell’85 e nell’88. Papa Francesco ha vissuto un anno e mezzo in Cile nel noviziato dei Gesuiti e prima di diventare Papa ha visitato anche il Perù.

 

 

Padre Nostro

15 gennaio 2018

Prima puntata:
Padre nostro, che sei nei celi

don Marco Pozza, giovane cappellano del carcere di Padova, autore e conduttore del programma