Archive for the ‘Papa Francesco’ Category

2017.10.22 – Angelus Domini

22 ottobre 2017

Viviamo riconoscendo sempre che apparteniamo a Dio.

Prima dell’Angelus, Papa Francesco ha ricordato che rispondendo ai farisei “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, Gesù sottolinea che siamo tutti a pieno titolo cittadini dello Stato ma siamo stati creati a immagine di Dio e apparteniamo anzitutto a Lui.

 

 

 

 

 

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Messa a Casa Santa Marta, 19-10-2017

19 ottobre 2017

 

Papa Francesco, nell’omelia della messa del mattino a Casa Santa Marta ha sottolineato che non si può capire il messaggio di Gesù se si dimenticano la gratuità della salvezza, la vicinanza di Dio e la sua misericordia. E i pastori che perdono questa chiave della conoscenza chiudono la porta a se stessi e agli altri.

 

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Farisei di oggi

Giovedì, 19 ottobre 2017

 

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.241, 20/10/2017)

Non si può mai chiudere la porta in faccia ai genitori che chiedono il battesimo per il loro figlio, anche se non sono sposati in chiesa: il cristiano, e soprattutto il pastore, non dovrebbe mai dimenticare la gratuità della salvezza, la vicinanza di Dio e la concretezza delle opere di misericordia, materiali o spirituali. È il forte invito ad apire sempre le porte agli altri, e anche a se stessi, suggerito da Papa Francesco nella messa celebrata giovedì mattina, 19 ottobre, a Santa Marta.

«Questo passo del Vangelo — ha subito fatto notare il Papa, riferendosi al brano di Luca (11, 47-54) — entra in quello stile dell’evangelista» che è proprio «sia di Luca che di Matteo». È «potremmo dire» uno «stile» che indica «i guai: Guai a voi, dottori della legge: guai a voi, farisei». Infatti, ha spiegato Francesco, «il Signore è molto forte, molto forte: bastona con tanta forza». In particolare, «nel passo di oggi c’è un’espressione che fa pensare: “Guai a voi dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito”».

In realtà, ha riconosciuto il Pontefice, «questo versetto è un po’ oscuro: cosa significa “portare via la chiave della conoscenza”, con la conseguenza di non entrare nel Regno e neppure lasciare entrare gli altri?». E così, ha affermato il Papa, «questo portare via la capacità di capire la rivelazione di Dio, di capire il cuore di Dio, di capire la salvezza di Dio — la chiave della conoscenza — possiamo dire che è una grave dimenticanza». Perché «si dimentica la gratuità della salvezza, si dimentica la vicinanza di Dio e si dimentica la misericordia di Dio». E proprio «quelli che dimenticano la gratuità della salvezza, la vicinanza di Dio e la misericordia di Dio hanno portato via la chiave della conoscenza». Tanto che, ha insistito il Papa, «non si può capire il Vangelo senza queste tre cose».

«Hanno dimenticato la gratuità», dunque. E «Paolo parla di questo nella prima lettura» ha detto ancora Francesco riferendosi al passo della lettera ai romani (3, 21-30): «Siete giustificati gratuitamente per la sua grazia». Ma, ha avvertito il Pontefice, «questa gente dimentica che tutto è gratuito, che è stata l’iniziativa di Dio a salvarci e si schierano dalla parte della legge e cercano di aggrapparsi alla legge e, quanto più è dettagliata, è meglio: la salvezza è lì per loro». E «così — ha proseguito — sono tanto aggrappati alla legge che non ricevono la forza della giustizia di Dio: c’è un inganno dietro il giustificare se stessi con la legge: “Io faccio questo, questo, questo, questo e sono felice, sono giustificato” — “Ma questo come devo farlo?” — “No, devi farlo così, così, così, così” — “Ma questo “così” come devo farlo?” – “Così, così, così così”».

Ecco che, ha affermato il Papa, costoro «arrivano a un mucchio di prescrizioni e per loro questa è la salvezza: hanno perso la chiave dell’intelligenza che, in questo caso, è la gratuità della salvezza». In realtà «la legge è una risposta all’amore gratuito di Dio: è Lui che ha preso l’iniziativa di salvarci e perché tu mi hai amato tanto, io cerco di andare per la tua strada, quella che tu mi hai indicato», in una parola «io compio la legge». Ma «è una risposta» perché «la legge, sempre, è una risposta e quando si dimentica la gratuità della salvezza si cade, si perde la chiave dell’intelligenza della storia della salvezza».

E, ancora, ha rilanciato il Pontefice, quelle persone «hanno perso la chiave dell’intelligenza perché hanno perso il senso della vicinanza di Dio: per loro Dio è quello che ha fatto la legge» ma «questo non è il Dio della rivelazione». In realtà «il Dio della rivelazione è Dio che ha incominciato a camminare con noi da Abramo fino a Gesù Cristo: Dio che cammina con il suo popolo». Perciò «quando si perde questo rapporto vicino con il Signore, si cade in questa mentalità ottusa che crede nell’autosufficienza della salvezza con il compimento della legge».

Ecco, allora, «la vicinanza di Dio» ha rimarcato Francesco, facendo riferimento a «un passo tanto bello, quasi alla fine del Deuteronomio, nel capitolo 31; quando Mosè finisce di scrivere la legge, la consegna ai leviti, quelli che custodivano l’arca, e dice loro “prendete questo libro della legge e mettetelo a fianco all’Arca, vicino a Dio, perché io conosco la tua ribellione — parla al popolo — e la durezza della tua cervice”».

«Invece vicino al Signore — ha fatto presente il Papa — la legge è rivelazione del Signore ma si stacca, la legge diventa autonoma e diventa dittatoriale, quando manca la vicinanza di Dio». Del resto, ha suggerito, «pensiamo nella preghiera: quando manca la preghiera non si può insegnare la dottrina, neppure fare teologia né teologia morale». Oltretutto, ha rilanciato, «la teologia si fa in ginocchio, sempre vicino a Dio: questa gente aveva perso quel senso della vicinanza, aveva dimenticato la vicinanza di Dio».

Inoltre, ha spiegato il Pontefice, così facendo quelle persone hanno anche «perso la memoria della misericordia di Dio». Infatti «nella parola di Dio, il Signore ripete tanto, tanto e tanto “misericordia voglio, non sacrifici”». E «questa vicinanza di Dio, della quale abbiamo parlato, arriva al punto più alto di Gesù Cristo crocifisso». Lo stesso «Paolo ci ricorda che siamo stati giustificati per il sangue di Cristo, la carne di Cristo, il sangue di Cristo». Mentre invece quella gente finisce per dimenticare proprio «la carne di Cristo: dimenticano la misericordia e per questo finiscono senza conoscere il nocciolo della legge che è misericordia, sempre». Tanto che, ha spiegato Francesco, «le opere di misericordia sono la pietra di paragone del compimento della legge, perché» ci consentono di «toccare la carne di Cristo, toccare Cristo che soffre in una persona, sia corporalmente sia spiritualmente».

In proposito il Papa ha invitato a pensare «al ricco Epulone che nell’inferno chiese ad Abramo di inviare ai suoi fratelli uno dei morti per predicare, così si sarebbero potuti salvare». Ma «che cosa dice Abramo: “No, questo non va, perché se non sono capaci di ascoltare Mosè e i profeti, neppure ascolteranno uno che risorge dai morti”». Difatti, «se non hanno la misericordia come lui — Epulone non ne aveva — niente vale!». Francesco ha dunque presentato «queste tre dimenticanze» che «sono la radice: la dimenticanza della gratuità della salvezza, la dimenticanza della vicinanza di Dio e la dimenticanza della misericordia». E così l’allontanarsi dalla salvezza è anche alla radice del «portare via la chiave della conoscenza: non si conosce la salvezza così». Da qui l’esortazione del Pontefice a interrogarsi: «Quali sono le conseguenze?».

Proprio «il passo evangelico di oggi ne segnala due», è stata la risposta. «Prima di tutto la chiusura: “Voi non siete entrati e a quelli che volevano entrare, voi l’avete impedito”». Sì, «questa gente chiudeva la porta ai fedeli e i fedeli non capivano: loro, tutta la loro teologia morale, facevano del manierismo intellettuale, ma non arrivava alla gente e, con questo, allontanavano la gente. No, questa non è la religione che io volevo: questa non è la verità della salvezza in Gesù Cristo». E, ha precisato il Pontefice, «io qui penso alla responsabilità che abbiamo noi pastori: quando noi pastori perdiamo o portiamo via la chiave dell’intelligenza, chiudiamo la porta a noi e agli altri».

«Mi viene alla memoria — ha confidato — e lo dico per nostra edificazione» il fatto che «nel mio Paese ho sentito parecchie volte di parroci che non battezzavano i figli delle ragazze madri, perché non erano nati nel matrimonio canonico: chiudevano la porta, scandalizzavano il popolo di Dio perché il cuore di questi parroci aveva perso la chiave della conoscenza». Di più: «Senza andare tanto lontano nel tempo e nello spazio, tre mesi fa, in un paese, in una città, una mamma voleva battezzare il figlio appena nato, ma lei era sposata civilmente con un divorziato. Il parroco ha detto “sì, sì, battezzo il bambino ma tuo marito è divorziato, rimanga fuori, non può essere presente alla cerimonia”». E «questo succede oggi» ha affermato perché «i farisei, i dottori della legge non sono cose di quei tempi: anche oggi ce ne sono tante».

Per questa ragione, ha affermato il Papa, «è necessario pregare per noi pastori, perché non perdiamo la chiave della conoscenza e non chiudiamo la porta a noi e alla gente che vuole entrare».

«E la seconda conseguenza — ha proseguito — la dice anche il dice il Vangelo: “Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli insidie per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca”». Questo è «un atteggiamento corrotto» e «questa è la seconda conseguenza: quando si perde la chiave della conoscenza, sia nella gratuità della salvezza sia nella vicinanza di Dio sia nelle opere di misericordia, si arriva alla corruzione». E «i pastori di quei tempi come finiscono? Tendendo insidie al Signore per farlo cadere nel tranello e poi poter accusarlo e condannarlo, come hanno fatto». In conclusione, il Pontefice ha suggerito di chiedere «al Signore la grazia della memoria della nostra salvezza, della gratuità della salvezza, della vicinanza di Dio — e questo ci faccia pregare — e della concretezza delle opere di misericordia che il Signore vuole da noi, che siano materiali o spirituali, ma concrete». Con l’auspicio che il Signore «ci dia questa grazia» perché «possiamo diventare persone che aiutano ad aprire la porta e a noi stessi e agli altri».

Catechesi di Papa Francesco nell’Udienza Generale del 18 ottobre 2017

18 ottobre 2017

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 18 ottobre 2017

[Multimedia]

La Speranza cristiana – 37. Beati i morti che muoiono nel Signore

Carissimi fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi vorrei mettere a confronto la speranza cristiana con la realtà della morte, una realtà che la nostra civiltà moderna tende sempre più a cancellare. Così, quando la morte arriva, per chi ci sta vicino o per noi stessi, ci troviamo impreparati, privi anche di un “alfabeto” adatto per abbozzare parole di senso intorno al suo mistero, che comunque rimane. Eppure i primi segni di civilizzazione umana sono transitati proprio attraverso questo enigma. Potremmo dire che l’uomo è nato con il culto dei morti.

Altre civiltà, prima della nostra, hanno avuto il coraggio di guardarla in faccia. Era un avvenimento raccontato dai vecchi alle nuove generazioni, come una realtà ineludibile che obbligava l’uomo a vivere per qualcosa di assoluto. Recita il salmo 90: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (v. 12). Contare i propri giorni fa si che il cuore diventi saggio! Parole che ci riportano a un sano realismo, scacciando il delirio di onnipotenza. Cosa siamo noi? Siamo «quasi un nulla», dice un altro salmo (cfr 88,48); i nostri giorni scorrono via veloci: vivessimo anche cent’anni, alla fine ci sembrerà che tutto sia stato un soffio. Tante volte io ho ascoltato anziani dire: “La vita mi è passata come un soffio…”.

Così la morte mette a nudo la nostra vita. Ci fa scoprire che i nostri atti di orgoglio, di ira e di odio erano vanità: pura vanità. Ci accorgiamo con rammarico di non aver amato abbastanza e di non aver cercato ciò che era essenziale. E, al contrario, vediamo quello che di veramente buono abbiamo seminato: gli affetti per i quali ci siamo sacrificati, e che ora ci tengono la mano.

Gesù ha illuminato il mistero della nostra morte. Con il suo comportamento, ci autorizza a sentirci addolorati quando una persona cara se ne va. Lui si turbò «profondamente» davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, e «scoppiò in pianto» (Gv 11,35). In questo suo atteggiamento, sentiamo Gesù molto vicino, nostro fratello. Lui pianse per il suo amico Lazzaro.

E allora Gesù prega il Padre, sorgente della vita, e ordina a Lazzaro di uscire dal sepolcro. E così avviene. La speranza cristiana attinge da questo atteggiamento che Gesù assume contro la morte umana: se essa è presente nella creazione, essa è però uno sfregio che deturpa il disegno di amore di Dio, e il Salvatore vuole guarircene.

Altrove i vangeli raccontano di un padre che ha la figlia molto malata, e si rivolge con fede a Gesù perché la salvi (cfr Mc 5,21-24.35-43). E non c’è figura più commovente di quella di un padre o di una madre con un figlio malato. E subito Gesù si incammina con quell’uomo, che si chiamava Giairo. A un certo punto arriva qualcuno dalla casa di Giairo e gli dice che la bambina è morta, e non c’è più bisogno di disturbare il Maestro. Ma Gesù dice a Giairo: «Non temere, soltanto abbi fede!» (Mc 5,36). Gesù sa che quell’uomo è tentato di reagire con rabbia e disperazione, perché è morta la bambina, e gli raccomanda di custodire la piccola fiamma che è accesa nel suo cuore: la fede. “Non temere, soltanto abbi fede”. “Non avere paura, continua solo a tenere accesa quella fiamma!”. E poi, arrivati a casa, risveglierà la bambina dalla morte e la restituirà viva ai suoi cari.

Gesù ci mette su questo “crinale” della fede. A Marta che piange per la scomparsa del fratello Lazzaro oppone la luce di un dogma: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi tu questo?» (Gv 11,25-26). È quello che Gesù ripete ad ognuno di noi, ogni volta che la morte viene a strappare il tessuto della vita e degli affetti. Tutta la nostra esistenza si gioca qui, tra il versante della fede e il precipizio della paura. Dice Gesù: “Io non sono la morte, io sono la risurrezione e la vita, credi tu questo?, credi tu questo?”. Noi, che oggi siamo qui in Piazza, crediamo questo?

Siamo tutti piccoli e indifesi davanti al mistero della morte. Però, che grazia se in quel momento custodiamo nel cuore la fiammella della fede! Gesù ci prenderà per mano, come prese per mano la figlia di Giairo, e ripeterà ancora una volta: “Talità kum”, “Fanciulla, alzati!” (Mc 5,41). Lo dirà a noi, a ciascuno di noi: “Rialzati, risorgi!”. Io vi invito, adesso, a chiudere gli occhi e a pensare a quel momento: della nostra morte. Ognuno di noi pensi alla propria morte, e si immagini quel momento che avverrà, quando Gesù ci prenderà per mano e ci dirà: “Vieni, vieni con me, alzati”. Lì finirà la speranza e sarà la realtà, la realtà della vita. Pensate bene: Gesù stesso verrà da ognuno di noi e ci prenderà per mano, con la sua tenerezza, la sua mitezza, il suo amore. E ognuno ripeta nel suo cuore la parola di Gesù: “Alzati, vieni. Alzati, vieni. Alzati, risorgi!”.

Questa è la nostra speranza davanti alla morte. Per chi crede, è una porta che si spalanca completamente; per chi dubita è uno spiraglio di luce che filtra da un uscio che non si è chiuso proprio del tutto. Ma per tutti noi sarà una grazia, quando questa luce, dell’incontro con Gesù, ci illuminerà.

 

 

Saluti:

Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier les jeunes des collèges et lycées venus de France ainsi que les personnes venues de Suisse. Lorsque nos vies connaissent des épreuves et des deuils, Jésus nous dit à nous aussi : « Je suis la résurrection et la vie ». Je prie pour que votre pèlerinage à Rome vous aide à garder dans votre cœur la flamme de la foi et de l’espérance. Que Dieu vous bénisse.

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, specialmente i giovani dei collegi e dei licei provenienti dalla Francia, come anche i pellegrini giunti dalla Svizzera. Quando le nostre vite sperimentano prove e dolori, ricordiamoci che Gesù ci ha detto: “Io sono la risurrezione e la vita”. Prego che il vostro pellegrinaggio a Roma vi aiuti a mantenere viva nel vostro cuore la fiamma della fede e della speranza. Dio vi benedica.]

I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those from England, Scotland, Malta, the Netherlands, Norway, Sweden, Russia, Indonesia, Malaysia, Sri Lanka, China, Ghana, Lesotho, the Philippines, and the United States of America. May Jesus Christ strengthen you and your families in faith and make you witnesses of hope to the world, especially to those who mourn. May God bless you all!

[Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’Udienza odierna, specialmente quelli provenienti da Inghilterra, Scozia, Malta, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Russia, Indonesia, Malaysia, Sri Lanka, Cina, Ghana, Lesotho, Filippine e Stati Uniti d’America. Gesù Cristo rafforzi nella fede voi e le vostre famiglie e vi faccia testimoni di speranza in questo mondo, specialmente a quanti vivono nel dolore. Dio vi benedica tutti!]

Herzlich heiße ich die Pilger deutscher Sprache willkommen. Besonders grüße ich die Schützen und die anderen Vereine aus dem Landkreis Cloppenburg sowie die vielen Jugendlichen, vor allem die Schülerinnen der Liebfrauenschule in Bonn. Ich wünsche euch einen guten Aufenthalt in Rom und segne euch alle von Herzen.

[Un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua tedesca. Saluto in particolare gli “Schützen”, le associazioni provenienti dalla regione di Cloppenburg e i numerosi giovani, specialmente le studentesse della Liebfrauenschule di Bonn. Vi auguro un buon soggiorno a Roma e di cuore vi benedico tutti.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los provenientes de España y Latinoamérica. El Señor, única esperanza de la humanidad, nos conceda la gracia de mantener encendida la llama de la fe, y en el momento de nuestra muerte nos tome de la mano y nos diga: «¡Levántate!». Que Santa María, Madre de Dios, interceda por todos nosotros, ahora y en la hora de nuestra muerte. Así sea.

Dirijo uma cordial saudação aos peregrinos de língua portuguesa, com destaque para os diversos grupos vindos do Brasil, em particular os fiéis da arquidiocese de Natal com o seu Pastor e os da arquidiocese de Londrina, convidando todos a permanecer fiéis a Cristo Jesus, como os Protomártires do Brasil. O Espírito Santo vos ilumine para poderdes levar a Bênção de Deus a todos os homens. A Virgem Mãe vele sobre o vosso caminho e vos proteja.

[Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua portoghese, specialmente ai diversi gruppi venuti dal Brasile, in particolare ai fedeli dell’arcidiocesi di Natal con il suo Pastore e a quelli dell’arcidiocesi di Londrina, invitando tutti a rimanere fedeli a Cristo Gesù come i Protomartiri del Brasile. Lo Spirito Santo vi illumini affinché possiate portare la Benedizione di Dio a tutti gli uomini. La Vergine Madre vegli sul vostro cammino e vi protegga.]

أرحب بمودة بالحاضرين الناطقين باللغة العربية، وخاصة بالقادمين من‏ سوريا ومن الشرق الأوسط. ‏أمام رحيل الأشخاص المقربين تنهار خدعة إنكار الموت أو تجاهله، ونجد أنفسنا أمام اختيارين: إما الاستمرار ‏في تضليل أنفسنا وإما الاعتراف بتواضع بضآلتنا والإيمان بأن الله خلقنا للحياة. وحده نور يسوع يستطيع أن ‏يحول كآبة القبر إلى نصرة، ومرارة الفراق إلى عذوبة اللقاء، وهزيمة الصليب إلى فجر القيامة. وحده الايمان ‏يحول الحياة الأرضية من نهاية عبثية إلى بداية مجيدة لحياة أبدية. ليبارككم الربّ جميعا ويحرسكم من الشرير!‏‏‏‏ ‏‏

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua ‎araba, ‎in ‎‎‎particolare quelli ‎provenienti ‎dalla Siria e dal Medio Oriente. Crolla dinanzi alla partenza di persone care ‎l’inganno di negare o di ignorare la morte e ci troviamo di fronte a due scelte: o ‎continuare a illuderci oppure ammettere umilmente la nostra piccolezza e credere che Dio ci ha creato per la vita. Solo la luce di Gesù può ‎trasformare le tenebre della tomba in vittoria; l’amarezza della separazione nella ‎dolcezza dell’incontro; e la sconfitta della croce nell’alba della Risurrezione. Solo ‎la fede può mutare la vita terrena da una fine assurda ad un inizio glorioso per la ‎vita eterna. ‎Il ‎Signore vi benedica e vi protegga sempre dal maligno‎!]

Pozdrawiam pielgrzymów polskich. Dzisiaj, wspominając świętego Łukasza Ewangelistę, obchodzicie w Polsce patronalne święto Służby Zdrowia. Pamiętajcie w modlitwie o wszystkich, którzy z oddaniem i poświęceniem służą chorym. Niech nigdy nie zabraknie im sił w pełnionej posłudze, sukcesów i radości. Niech Bóg ich wspiera i wynagrodzi wszelkie dobro oraz nadzieję wlewaną w serca chorych. Wam wszystkim tu obecnym i waszym bliskim z serca błogosławię.

[Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. Oggi, ricordando san Luca Evangelista, in Polonia celebrate la festa patronale degli Operatori Sanitari. Ricordate nella preghiera tutti quelli che si prendono cura delle persone inferme con dedizione e spirito di sacrificio. Nel servizio che svolgono non vengano mai a mancare le forze, i buoni risultati e la gioia. Dio li sostenga e ricompensi il bene e la speranza che infondono nei cuori dei malati. Benedico di cuore voi, qui presenti, e i vostri cari.]

Van harte begroet ik de Nederlandstalige gelovigen, in het bijzonder de pelgrims uit het bisdom Rotterdam. Christus heeft de dood overwonnen. Hij is onze verrijzenis en ons leven. Wees voor jullie broeders en zusters als getuigen van deze boodschap van hoop. De Heer zegene u en al uw dierbaren.

[Con affetto saluto i fedeli di lingua neerlandese, in particolare i pellegrini provenienti dalla Diocesi di Rotterdam. Cristo ha vinto la morte. È Lui la nostra risurrezione e la nostra vita. Siate testimoni di questo messaggio di speranza davanti ai vostri fratelli e alle vostre sorelle. Il Signore benedica voi e i vostri cari.]

 

APPELLO

Desidero esprimere il mio dolore per la strage avvenuta qualche giorno fa a Mogadiscio, Somalia, che ha causato oltre trecento morti, tra cui alcuni bambini. Questo atto terroristico merita la più ferma deplorazione, anche perché si accanisce su una popolazione già tanto provata. Prego per i defunti e per i feriti, per i loro familiari e per tutto il popolo della Somalia. Imploro la conversione dei violenti e incoraggio quanti, con enormi difficoltà, lavorano per la pace in quella terra martoriata.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana!

Sono lieto di accogliere i fedeli della Diocesi di Conversano-Monopoli, con il Vescovo Monsignor Giuseppe Favale, qui convenuti per la ricorrenza dell’Anno mariano diocesano; i cresimati della Diocesi di Faenza-Modigliana, con il Vescovo Monsignor Mario Toso; le capitolari delle Figlie di Santa Maria di Leuca e le religiose partecipanti all’incontro promosso dall’USMI. Cari fratelli e sorelle, il vostro pellegrinaggio a Roma ravvivi la comunione con il Successore di Pietro e la Chiesa universale e vi renda testimoni di Cristo nelle vostre Chiese locali.

Saluto i pellegrini della Fondazione “Senior Italia”, in occasione della festa dei nonni; i partecipanti al pellegrinaggio promosso dalla Milizia dell’Immacolata; i membri dell’Associazione “Bimbo tu” di Bologna; l’Unione italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti e i fedeli delle diverse parrocchie ed associazioni.

Porgo infine il mio saluto ai giovani, ai malati ed agli sposi novelli. Oggi ricorre la festa di San Luca, evangelista e medico. Cari giovani, la sua testimonianza di vita vi sproni a scelte coraggiose di solidarietà e tenerezza; cari ammalati, sul suo insegnamento possiate trovare in Gesù il rimedio alle vostre sofferenze; e voi, cari sposi novelli, chiedete la sua intercessione perché nella vostra nuova famiglia non venga mai meno l’attenzione a quanti soffron0

 

 

Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 17 ottobre 2017

17 ottobre 2017

 

«gli stolti non sanno ascoltare. E questa sordità li porta a questa corruzione. Non entra la parola di Dio, non c’è posto per l’amore e infine non c’è posto per la libertà».

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Tre gruppi di stolti

Martedì, 17 ottobre 2017

(da:  L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.239, 18/10/2017)

«La strada della stoltezza porta alla corruzione»: è l’insegnamento che il Papa ha tratto dalle letture liturgiche celebrando martedì 17 ottobre la messa mattutina a Santa Marta.

Francesco ha esordito facendo notare che «nella liturgia della parola di oggi per due volte si dice la parola “stolto”. La dice Gesù ai dottori della legge, ad alcuni farisei (Luca 11, 37-41); e la dice Paolo ai pagani: “Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti” (Romani 1, 16-25)». A questi Francesco ha voluto aggiungere un terzo caso: Paolo l’ha detta anche ai Galati, definendoli «“sciocchi” perché si sono lasciati ingannare, incantare dalle nuove idee». Di conseguenza, «questa parola detta ai dottori della legge, detta ai pagani e detta ai cristiani che si lasciano incantare dalle ideologie, è una condanna». O meglio, ha chiarito il Papa, «più che una condanna, è una segnalazione perché fa vedere la strada della stoltezza: porta alla corruzione».

In proposito il Pontefice ha individuato «tre gruppi di stolti» che «sono dei corrotti». Anzitutto i dottori della legge e i farisei, ai quali «Gesù aveva detto: “Assomigliate a sepolcri imbiancati”: fuori appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa e di marciume. Corrotti». In secondo luogo i pagani, quelli accusati da «Paolo, nella lettura di oggi», di essere «diventati stolti», avendo «scambiato la gloria di Dio incorruttibile con un’immagine e una figura di uomo corruttibili, di uccelli, di quadrupedi… Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità, secondo i desideri del loro cuore». Insomma, anche in questo caso, «c’è la corruzione», proprio come quei dottori della legge citati in precedenza che «diventano corrotti per sottolineare soltanto l’apparenza, e non quello che è dentro. Corrotti dalla vanità, dall’apparire, dalla bellezza esteriore, dalla giustizia esteriore. Sono diventati corrotti perché si preoccupavano soltanto di pulire, di fare bello l’esterno delle cose, non andavano dentro: dentro è la corruzione. Come nei sepolcri». Dunque, ha proseguito il Papa nel parallelismo, «questi pagani sono diventati corrotti perché hanno scambiato la gloria di Dio, che avrebbero potuto conoscere, per la ragione, per gli idoli: la corruzione dell’idolatria, di tante idolatrie». E, ha avvertito in proposito Francesco, «non solo le idolatrie dei tempi antichi, anche l’idolatria dell’oggi: l’idolatria, per esempio, del consumismo; l’idolatria di cercare un dio comodo».

Infine il terzo caso, quello dei Galati, «ai quali Paolo dice lo stesso», essendosi «lasciati corrompere dalle ideologie: lasciano di essere cristiani per diventare ideologi del cristianesimo». In definitiva comunque, è la conclusione del Pontefice, «tutte e tre» queste categorie «finiscono nella corruzione, per questa stoltezza».

Da qui l’invito a domandarsi, a chiedersi: «Cos’è questa stoltezza»? E la prima risposta del Papa è che essa «è un non ascoltare; letteralmente si può dire un “nescio”, “non so”, non ascoltare. L’incapacità di ascoltare la Parola: quando la Parola non entra, non la lascio entrare perché non l’ascolto. Lo stolto non ascolta. Lui crede di ascoltare, ma non ascolta. Fa la sua, sempre. E per questo la parola di Dio non può entrare nel cuore, e non c’è posto per l’amore». O al limite, ed è un caso questo abbastanza comune, la Parola «se entra, entra distillata, trasformata dalla mia concezione della realtà».

Dunque, ha ripreso il ragionamento Francesco, «gli stolti non sanno ascoltare. E questa sordità li porta a questa corruzione. Non entra la parola di Dio, non c’è posto per l’amore e infine non c’è posto per la libertà». E su questo aspetto «Paolo è chiaro: diventano schiavi. “Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, tanto da disonorare i loro propri corpi”. Perché? Perché hanno scambiato la verità di Dio con la menzogna, e hanno adorato e servito le creature anziché il Creatore. Non sono liberi, e il non ascoltare, questa sordità non lascia posto all’amore e neppure alla libertà: porta sempre a una schiavitù».

Sarebbe perciò opportuno interrogarsi, ha suggerito il Papa: «Ascolto, io, la parola di Dio? La lascio entrare? Questa parola, della quale abbiamo sentito cantando l’Alleluia, la parola di Dio è viva, è efficace, discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Taglia, va dentro. Questa parola, la lascio entrare o a questa parola sono sordo? E la trasformo in apparenza, la trasformo in idolatria, abitudini idolatriche, o la trasformo in ideologia? E non entra». Perché, ha ammonito il Pontefice, «questa è la stoltezza dei cristiani».

Infine Francesco ha esortato a fare un ulteriore passo, ovvero «così come le icone dei santi ci fanno tanto bene», si dovrebbe «guardare l’icona degli stolti di oggi». E, ha assicurato, «ce ne sono» molte. «Ci sono cristiani stolti e anche pastori stolti»: quelli che, ha ricordato il Papa, «sant’Agostino “bastona” bene, con forza. Perché la stoltezza dei pastori fa male al gregge: sia la stoltezza del pastore corrotto, sia la stoltezza del pastore soddisfatto di se stesso, pagano, sia la stoltezza del pastore ideologo».

Ecco allora la consegna conclusiva del Pontefice: «Guardiamo l’icona dei cristiani stolti, e accanto a questa stoltezza guardiamo il Signore che sempre è alla porta: bussa alla porta e aspetta». In pratica si tratta di pensare «alla nostalgia del Signore, quando ricorda i bei tempi: “Mi ricordo di te dal tempo della tua giovinezza, dal tempo dell’amore, del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in terre non seminate”. Quella nostalgia di Dio, del primo amore che ha avuto con noi». Infatti «se noi cadiamo in questa stoltezza e ci allontaniamo, lui prova questa nostalgia. Nostalgia di noi». Al punto che «Gesù con questa nostalgia pianse, ha pianto su Gerusalemme: era la nostalgia di un popolo che egli aveva scelto, aveva amato, ma che si era allontanato per stoltezza; aveva preferito le apparenze, gli idoli o le ideologie».

Catechesi di Papa Francesco nell’Udienza Generale dell’11 ottobre 2017

11 ottobre 2017

 

“La rassegnazione non è una virtù cristiana. Come non è da cristiani alzare le spalle o piegare la testa davanti a un destino che ci sembra ineluttabile.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Omelia Papa Francesco Messa Santa Marta 10.10.2017

10 ottobre 2017

 I testardi di anima, i rigidi, non capiscono cosa sia la misericordia di Dio. Sono come Giona: “Dobbiamo predicare questo, che questi vengano puniti perché hanno fatto del male e devono andare all’inferno». I rigidi, cioè, «non sanno allargare il cuore come il Signore.

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giona il testardo

Martedì, 10 ottobre 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

L’uomo fatica a entrare nella logica di Dio e applica spesso un concetto di «giustizia» che risente della sua «rigidità» e «testardaggine». Limitato com’è al piccolo orizzonte del suo cuore, non riesce a capire come «opera il Signore», la sua infinita misericordia e volontà di perdono. Lo chiarisce la storia del profeta Giona che Papa Francesco ha preso come spunto per la riflessione durante la messa celebrata a Santa Marta martedì 10 ottobre.

Si tratta del racconto biblico proposto dalla quotidiana liturgia della parola nei primi tre giorni di questa settimana. Il Pontefice ha ripercorso il libro di Giona facendo preliminarmente notare come esso sembri «un dialogo fra la misericordia, la penitenza, la profezia e la testardaggine».

Innanzitutto c’è Giona, «un testardo che vuole insegnare a Dio come si devono fare le cose». Infatti, «quando il Signore lo inviò a predicare la conversione alla città di Ninive», egli se ne andò «con una nave in direzione opposta». Cioè «scappava dalla missione che Dio gli aveva confidato e gli aveva affidato». Gli eventi, però sovrastano la sua volontà: accade infatti che, a causa di una tempesta, la «nave è in pericolo» e, ai marinai che «pregano ognuno il proprio dio», Giona confessa la sua colpa e chiede lui stesso: «Buttatemi in mare, io sono il colpevole». Così avviene, ma, ha ricordato Francesco, «il Signore, che è tanto buono fece venire un pesce che inghiottì Giona e dopo tre giorni lo lasciò sulla spiaggia».

La seconda parte della storia è narrata proprio nella prima lettura di martedì (Giona, 3, 1-10): «In quei giorni fu rivolta a Giona, una seconda volta, questa parola del Signore: “Alzati, vai a Ninive e annuncia loro quanto ti dico”» . Questa volta il profeta «obbedì». E, ha notato il Papa, «si vede che predicava bene, perché i niniviti hanno avuto paura, tanta paura e si sono convertiti». Grazie al suo intervento, ha spiegato, «la forza della parola di Dio arrivò al loro cuore». E nonostante fosse una «città molto peccatrice», i suoi abitanti hanno cambiato vita, «hanno pregato, hanno fatto digiuno». Accade così che «Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece».

Ci si potrebbe chiedere: «Ma allora, Dio è cambiato?». In realtà, ha puntualizzato il Pontefice, «loro sono cambiati». Infatti prima «Dio non poteva entrare nella loro vita perché era chiusa nei propri vizi, peccati»; poi loro, «con la penitenza hanno aperto il cuore, hanno aperto la vita e il Signore è potuto entrare».

Proseguendo nel racconto, il Papa ha anticipato anche la prima lettura di mercoledì, nella quale «la Chiesa ci fa contemplare il terzo passaggio», ovvero il fatto che «Giona provò grande dispiacere e fu sdegnato. Giona si arrabbiò, perché il Signore aveva perdonato la città: “No, tu mi hai mandato, io ho predicato. Adesso tu devi fare quello che avevi detto”». Emerge qui il fatto che Giona «era un testardo, ma più che testardo, era un rigido; era malato» di «rigidità dell’anima». Ha aggiunto Francesco: «Aveva l’anima “inamidata”, non si poteva allargare, chiusa: le cose sono così e devono essere così». Perciò, ha spiegato dopo «la conversione di Ninive», al Signore è toccato «un altro lavoro»: la «conversione di Giona».

Il Pontefice si è a questo punto soffermato ad analizzare il metodo pedagogico usato dal Signore con Giona. Il profeta «arrabbiato, se ne va fuori città, in una capanna». E giacché «lì il sole era forte, il Signore fa crescere una pianta di ricino, perché gli desse ombra». Giona — che «era andato lì per guardare cosa succedeva alla città, se era vero che il Signore l’aveva perdonata» e che «forse aveva la speranza o, peggio, la voglia che scendesse fuoco dal cielo! Stava lì, aspettava lo spettacolo» — in realtà «era felice» per questo albero che gli dava conforto. Poi, però, «il Signore fece in modo che quel ricino si seccasse» e allora Giona «si arrabbiò di più» e, usando la stessa espressione che aveva usato con i marinai, disse: «Meglio per me morire che vivere».

È questo, ha spiegato il Papa, il momento che «il Signore entra nel cuore di Giona» e gli parla: «“Ti sembra giusto essere così sdegnato per questa pianta di ricino?”. Egli rispose: “Sì, è giusto” — era proprio arrabbiato —; “Ne sono sdegnato da morire”. Ma il Signore gli rispose: “Tu hai pietà per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in notte è perita. E io non dovrei avere pietà di Ninive, quella grande città nella quale vi sono più di centoventimila persone che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra e una grande quantità di animali?”». Il Signore, cioè, «manifesta a Giona la sua misericordia».

Ecco allora come la Scrittura parla anche all’uomo di oggi. Ha spiegato Francesco: «I testardi di anima, i rigidi, non capiscono cosa sia la misericordia di Dio. Sono come Giona: “Dobbiamo predicare questo, che questi vengano puniti perché hanno fatto del male e devono andare all’inferno». I rigidi, cioè, «non sanno allargare il cuore come il Signore. I rigidi sono pusillanimi, con il piccolo cuore chiuso, attaccati alla nuda giustizia». Soprattutto, ha aggiunto, i rigidi «dimenticano che la giustizia di Dio si è fatta carne nel suo Figlio, si è fatta misericordia, si è fatta perdono; che il cuore di Dio è sempre aperto al perdono. Di più, dimenticano quello che abbiamo pregato la settimana scorsa nell’orazione colletta: dimenticano che Dio, la sua onnipotenza, si manifesta soprattutto nella misericordia e nel perdono».

Per l’uomo, ha spiegato il Papa, «non è facile capire la misericordia di Dio, non è facile». E «ci vuole tanta preghiera per capirla perché è una grazia». Gli uomini infatti sono abituati alla logica del «me la hai fatta, te la farò», alla giustizia del «hai fatto, paghi». E invece «Gesù ha pagato per noi e continua a pagare».

A Giona — «testardo, pusillanime, rigido», che «non capì la misericordia di Dio» — il Signore «avrebbe potuto dire: “Arrangiati tu con la tua rigidità e la tua testardaggine”». E invece «lo stesso Dio che ha voluto salvare quelle centoventimila persone, è andato da lui a parlargli, a convincerlo». Perché è «il Dio della pazienza, è il Dio che sa accarezzare, che sa allargare i cuori».

Ecco, quindi, «il messaggio di questo libro profetico»: con il suo «dialogo fra la profezia, la penitenza, la misericordia e la pusillanimità o la testardaggine», ci dice che «sempre vince la misericordia di Dio», perché «la sua onnipotenza si manifesta proprio nella misericordia». Perciò il Pontefice ha concluso l’omelia consigliando «di prendere la Bibbia e leggere questo libro di Giona — è piccolissimo, sono tre pagine — e guardare come agisce il Signore, com’è la misericordia del Signore, come il Signore trasforma i nostri cuori. E ringraziare il Signore perché lui è tanto misericordioso».

Omelia Papa Francesco Messa Santa Marta 06.10.2017

6 ottobre 2017

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

La grazia del pentimento

Venerdì, 6 ottobre 2017

(da: www.osservatoreromano.va)

 

Il nostro «primo nome è “peccatore”». Per questo «chiediamo al Signore la grazia di vergognarci» davanti a Dio onnipotente che «ci abbraccia» con tutta la sua misericordia. E «per chiedere perdono la strada giusta ce la indica oggi il profeta Baruc» ha affermato Papa Francesco nella messa celebrata venerdì mattina, 6 ottobre, a Santa Marta.

Infatti «la prima lettura è un atto di pentimento» ha fatto subito notare riferendosi proprio al passo del libro di Baruc (1, 15-22). «Il popolo si pente davanti al Signore e chiede perdono dei suoi peccati: si pente guardando la gloria del Signore e le cose brutte che ha fatto». E «il passo del profeta Baruc incomincia così: “Al Signore, nostro Dio, la giustizia” perché lui è giusto e “a noi il disonore sul volto”».

Dunque, ha affermato il Pontefice, «si sentono così, senza onore e con questo cuore chiedono perdono». E «non dicono: “abbiamo fatto questo, questo, questo, questo …”: le cose che hanno fatto sempre, le dicono in rapporto con il Signore, davanti al Signore». È questo «il modo di pentirsi: tutto il popolo si pentì, in quel momento, e chiede perdono per tutti “gli abitanti di Gerusalemme, per i nostri re e per i nostri capi, per i nostri sacerdoti e i nostri profeti e per i nostri padri, perché abbiamo peccato contro il Signore”».

«Questo vuol dire che tutti siamo peccatori, tutti» ha rilanciato Francesco. Tanto che «nessuno può dire “io sono giusto” o “io non sono come quello o come quella”». Ma riconoscere, piuttosto, che «io sono peccatore». E «io direi che quasi è il primo nome che tutti abbiamo: peccatori» ha affermato il Papa, chiedendosi poi: «Perché siamo peccatori? Abbiamo disobbedito, sempre in rapporto con il Signore: lui ha detto una cosa e noi ne abbiamo fatto un’altra; non abbiamo ascoltato la voce del Signore: lui ci ha parlato tante volte». In effetti, ha insistito, «nella nostra vita ognuno può pensare: “quante volte il Signore ha parlato a me, quante volte non ho ascoltato!”». Per esempio, ha proseguito, «ha parlato con i genitori, con la famiglia, con il catechista, nella chiesa, nelle prediche, ha parlato anche nel nostro cuore: sentiamo la voce del Signore» ma «non abbiamo ascoltato quella voce che ci diceva di “camminare secondo i decreti” che lui aveva dato».

Si legge ancora nel passo di Baruc proposto dalla liturgia: «Noi ci siamo ribellati al Signore nostro Dio». E «il peccato è sempre quello» in quanto «il peccato isolato non esiste». Perché «il peccato sempre è peccato perché è in rapporto con Dio». Anzi, ha spiegato il Pontefice, «il peccato isolato» è nella «descrizione nei libri ma, nella vita, un peccato è sempre una cosa brutta davanti a Dio, nel rapporto con lui». E così, ha proseguito il Papa riprendendo le parole del brano di Baruc, «ci siamo ribellati» a lui, «ci siamo ostinati a non ascoltare la sua voce»: ecco «l’ostinazione del cuore».

«Io penso — ha confidato Francesco — che il profeta ci insegna come pentirci; ci insegna qual è la strada per chiedere perdono, la vera strada». Baruc scrive che «con il peccato ci sono venuti addosso tanti mali»: e questo «perché — ha notato il Papa — il peccato rovina, rovina il cuore, rovina la vita, rovina l’anima: indebolisce, ammala». Si legge ancora nel passo di Baruc: «Non abbiamo ascoltato la voce del Signore» e, anzi, «ognuno di noi, invece di ascoltare la voce del Signore “ha seguito le perverse inclinazioni del suo cuore, ha servito dèi stranieri e ha fatto ciò che è male agli occhi del Signore”».

In sostanza, ha affermato il Pontefice, «il Signore ci ha parlato» ma «ognuno di noi ha fatto il contrario: è caduto nell’idolatria, le piccole idolatrie di ogni giorno, ha fatto quello che è male agli occhi del Signore e ha seguito “le perverse inclinazioni del cuore”».

«Noi sappiamo — ha detto suggerendo di fare una riflessione personale — che nel nostro cuore ci sono tante volte inclinazioni verso i peccati: verso la cupidigia, verso l’invidia, verso l’odio, verso la maldicenza». E «pensiamo» proprio alla «maldicenza: forse voi no — non so — ma quante volte io ho parlato male degli altri? Quante volte io ho sparlato?». La maldicenza, infatti, «è un’inclinazione del cuore: rovinare la vita altrui». Di più: «Noi ci strappiamo le vesti quando sentiamo le notizie delle guerre, ma sparlare è una guerra, è una guerra del cuore per distruggere l’altro». E quando «il Signore ci dice: “no, non sparlare, stai zitto”», invece «io faccio quello che voglio».

È importante dunque, ha fatto presente Francesco, «guardare sempre il peccato in questo rapporto con il Signore che ci ama, ci dà tutto» ,anche se «noi facciamo quello che vogliamo». Per questa ragione, ha suggerito ancora, «quando noi facciamo l’esame di coscienza o ci prepariamo alla confessione, non dobbiamo fare solamente un elenco dei peccati, come l’elenco telefonico o l’elenco che esce nei supermercati: no». Bisogna invece riconoscere «questo peccato che ho fatto davanti al Signore: Sempre fare il rapporto: “Io ho fatto questo davanti a te”».

Molte volte, ha fatto notare, «andiamo alla confessione con la lista dei peccati — brutti, quello è vero — e buttiamo lì tutto davanti al prete, e rimaniamo tranquilli». Ma, ha proseguito, «io mi domando: dove c’è il Signore, lì? Ho pensato che questo peccato è contro il Signore? “Ah, non mi è venuto in mente”». Eppure «non è una macchia da toglierti, se fosse una macchia basterebbe andare alla tintoria e farsi pulire». Invece, ha spiegato il Papa, «il peccato è un rapporto di ribellione contro il Signore: è brutto in sé stesso, ma brutto contro il Signore che è buono». Allora «se io penso così i miei peccati, invece di entrare in depressione sento quel grande sentimento: la vergogna, il disonore di cui parla il profeta Baruc». Perché «la vergogna è una grazia: sentire vergogna davanti al Signore».

Da qui la proposta di un esame di coscienza personale: «Nessuno risponda, ma sì, si risponda nel cuore: voi avete sentito vergogna davanti al Signore, per i vostri peccati? Avete chiesto la grazia della vergogna, la grazia di vergognarmi davanti a te, Signore, che ti ho fatto questo? Perché io sono cattivo: guariscimi, Signore». E «che il Signore ci guarisca tutti» ha auspicato il Papa, ricordando che la vergogna «apre la porta alla guarigione del Signore».

Da parte sua, ha continuato Francesco, «cosa fa il Signore? Fa quello che abbiamo pregato nell’orazione colletta all’inizio: “Signore, Tu che riveli la tua onnipotenza, soprattutto con la misericordia e il perdono”». Dunque, «quando il Signore ci vede così» dobbiamo «vergognarci di quello che abbiamo fatto e con umiltà chiedere perdono: lui è l’onnipotente, cancella, ci abbraccia, ci accarezza e ci perdona». Ma «per arrivare al perdono la strada è quella che oggi ci insegna il profeta Baruc».

«Lodiamo oggi il Signore — è stata l’esortazione del Papa — perché ha voluto manifestare l’onnipotenza proprio nella misericordia e nel perdono; poi, anche nella creazione del mondo, ma questo è secondo». E «soprattutto nella misericordia e nel perdono e davanti a un Dio così buono, che perdona tutto, che ha tanta misericordia, chiediamo la grazia della vergogna, di vergognarci; la grazia di sentire il disonore». Come scrive Baruc, «al Signore nostro Dio, la giustizia; a noi, il disonore, cioè la vergogna». E «con questa vergogna, avvicinarsi a lui che è tanto onnipotente nella misericordia e nel perdono».

Udienza Generale di Papa Francesco del 4 ottobre 2017

4 ottobre 2017

Ecco, il vero cristiano è così: non lamentoso e arrabbiato, ma convinto, per la forza della risurrezione, che nessun male è infinito, nessuna notte è senza termine, nessun uomo è definitivamente sbagliato, nessun odio è invincibile dall’amore.

 

 

 

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 4 ottobre 2017

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La Speranza cristiana – 35. Missionari di speranza oggi

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa catechesi voglio parlare sul tema “Missionari di speranza oggi”. Sono contento di farlo all’inizio del mese di ottobre, che nella Chiesa è dedicato in modo particolare alla missione, e anche nella festa di San Francesco d’Assisi, che è stato un grande missionario di speranza!

In effetti, il cristiano non è un profeta di sventura. Noi non siamo profeti di sventura. L’essenza del suo annuncio è l’opposto, l’opposto della sventura: è Gesù, morto per amore e che Dio ha risuscitato al mattino di Pasqua. E questo è il nucleo della fede cristiana. Se i Vangeli si fermassero alla sepoltura di Gesù, la storia di questo profeta andrebbe ad aggiungersi alle tante biografie di personaggi eroici che hanno speso la vita per un ideale. Il Vangelo sarebbe allora un libro edificante, anche consolatorio, ma non sarebbe un annuncio di speranza.

Ma i Vangeli non si chiudono col venerdì santo, vanno oltre; ed è proprio questo frammento ulteriore a trasformare le nostre vite. I discepoli di Gesù erano abbattuti in quel sabato dopo la sua crocifissione; quella pietra rotolata sulla porta del sepolcro aveva chiuso anche i tre anni entusiasmanti vissuti da loro col Maestro di Nazareth. Sembrava che tutto fosse finito, e alcuni, delusi e impauriti, stavano già lasciando Gerusalemme.

Ma Gesù risorge! Questo fatto inaspettato rovescia e sovverte la mente e il cuore dei discepoli. Perché Gesù non risorge solo per sé stesso, come se la sua rinascita fosse una prerogativa di cui essere geloso: se ascende verso il Padre è perché vuole che la sua risurrezione sia partecipata ad ogni essere umano, e trascini in alto ogni creatura. E nel giorno di Pentecoste i discepoli sono trasformati dal soffio dello Spirito Santo. Non avranno solamente una bella notizia da portare a tutti, ma saranno loro stessi diversi da prima, come rinati a vita nuova. La risurrezione di Gesù ci trasforma con la forza dello Spirito Santo. Gesù è vivo, è vivo fra noi, è vivente e ha quella forza di trasformare.

Com’è bello pensare che si è annunciatori della risurrezione di Gesù non solamente a parole, ma con i fatti e con la testimonianza della vita! Gesù non vuole discepoli capaci solo di ripetere formule imparate a memoria. Vuole testimoni: persone che propagano speranza con il loro modo di accogliere, di sorridere, di amare. Soprattutto di amare: perché la forza della risurrezione rende i cristiani capaci di amare anche quando l’amore pare aver smarrito le sue ragioni. C’è un “di più” che abita l’esistenza cristiana, e che non si spiega semplicemente con la forza d’animo o un maggiore ottimismo. La fede, la speranza nostra non è solo un ottimismo; è qualche altra cosa, di più! È come se i credenti fossero persone con un “pezzo di cielo” in più sopra la testa. È bello questo: noi siamo persone con un pezzo di cielo in più sopra la testa, accompagnati da una presenza che qualcuno non riesce nemmeno ad intuire.

Così il compito dei cristiani in questo mondo è quello di aprire spazi di salvezza, come cellule di rigenerazione capaci di restituire linfa a ciò che sembrava perduto per sempre. Quando il cielo è tutto nuvoloso, è una benedizione chi sa parlare del sole. Ecco, il vero cristiano è così: non lamentoso e arrabbiato, ma convinto, per la forza della risurrezione, che nessun male è infinito, nessuna notte è senza termine, nessun uomo è definitivamente sbagliato, nessun odio è invincibile dall’amore.

Certo, qualche volta i discepoli pagheranno a caro prezzo questa speranza donata loro da Gesù. Pensiamo a tanti cristiani che non hanno abbandonato il loro popolo, quando è venuto il tempo della persecuzione. Sono rimasti lì, dove si era incerti anche del domani, dove non si potevano fare progetti di nessun tipo, sono rimasti sperando in Dio. E pensiamo ai nostri fratelli, alle nostre sorelle del Medio Oriente che danno testimonianza di speranza e anche offrono la vita per questa testimonianza. Questi sono veri cristiani! Questi portano il cielo nel cuore, guardano oltre, sempre oltre. Chi ha avuto la grazia di abbracciare la risurrezione di Gesù può ancora sperare nell’insperato. I martiri di ogni tempo, con la loro fedeltà a Cristo, raccontano che l’ingiustizia non è l’ultima parola nella vita. In Cristo risorto possiamo continuare a sperare. Gli uomini e le donne che hanno un “perché” vivere resistono più degli altri nei tempi di sventura. Ma chi ha Cristo al proprio fianco davvero non teme più nulla. E per questo i cristiani, i veri cristiani, non sono mai uomini facili e accomodanti. La loro mitezza non va confusa con un senso di insicurezza e di remissività. San Paolo sprona Timoteo a soffrire per il vangelo, e dice così: «Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza» (2 Tm 1,7). Caduti, si rialzano sempre.

Ecco, cari fratelli e sorelle, perché il cristiano è un missionario di speranza. Non per suo merito, ma grazie a Gesù, il chicco di grano che, caduto nella terra, è morto e ha portato molto frutto (cfr Gv 12,24).

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Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 3 ottobre 2017

3 ottobre 2017

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Da solo verso Gerusalemme

Martedì, 3 ottobre 2017

 

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.227, 04/10/2017)

«Chiedere a Gesù la grazia di seguirlo da vicino», per non lasciarlo solo, superando così le tentazioni di guardare noi stessi per «spartirsi la torta» degli interessi personali: è il consiglio spirituale suggerito da Francesco nella messa celebrata, martedì 3 ottobre, a Santa Marta.

«Questo passo del Vangelo — ha subito fatto notare il Pontefice riferendosi al brano liturgico di Luca (9, 51-56) — ci racconta il momento nel quale si avvicina la passione del Signore: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto”». E così, ha spiegato, «Gesù va avanti, si avvicina il momento della croce, il momento della passione, e davanti a questo Gesù fa due cose».

Anzitutto, il Signore «prese la ferma decisione di mettersi in cammino — “accetto la volontà del Padre” — e va avanti». Poi, «annuncia questo ai suoi discepoli: Gesù è deciso a fare la volontà del Padre fino alla fine». E al Padre lo dice chiaramente: «È la tua volontà, io sono qui per obbedire; tu non vuoi sacrifici, ma tu vuoi obbedienza e io obbedisco e vado avanti».

Del resto, ha affermato il Papa, Gesù «soltanto una volta si è permesso di chiedere al Padre di allontanare un po’ questa croce»: quando nell’orto degli ulivi domanda al Padre: «Se possibile allontana da me questo calice, ma non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gesù è «obbediente a quello che il Padre vuole: deciso e obbediente e niente di più, e così, fino alla fine».

«Il Signore entra in pazienza» ha proseguito il Pontefice, perché «è un esempio di cammino non solo morire soffrendo sulla croce, ma camminare in pazienza». Così Gesù, «davanti a questa decisione ferma che lui prese, comunica ai suoi discepoli che si avvicina il tempo». Da parte loro, «i discepoli — tanti passi dei Vangeli raccontano il loro atteggiamento davanti a questo cammino verso Gerusalemme — alcune volte non capiscono cosa vuol dire o non vogliono capire, perché avevano paura, erano impauriti». Tanto che, ha fatto presente il Papa, «quando Gesù disse loro di andare da Marta e Maria perché Lazzaro era morto, loro cercarono di convincerlo a non andare lì in Giudea perché era pericoloso per la vita: avevano paura, erano impauriti».

Per questa ragione, dunque, i discepoli «non domandavano, non capivano», magari dicendosi fra sé che era «meglio non domandare su questo: “lasciamo che il tempo vada avanti, forse cambia, e no di questo argomento non si parla”». Insomma, è l’atteggiamento di «nascondere la verità sotto il tavolo, lì, che non si veda». Di più: «altri, in altri momenti, parlavano di cose loro, cose totalmente staccate da quello che Gesù diceva».

Difatti quando il Signore esortava: «andiamo a Gerusalemme, il figlio dell’uomo sarà crocifisso», loro non capivano di cosa parlasse. E «si vergognavano perché avevano parlato su chi tra loro fosse il più grande: “No, a te tocca questo quando viene il regno; a me alla destra, tu alla sinistra”. E si spartivano la torta, un pezzo a ognuno». Mentre Gesù restava «solo, solo». Invece «altre volte, come in questo caso, cercavano di fare qualcosa: “Signore c’è uno che caccia i demoni, ma non è di noi, che cosa facciamo?”». Oppure facevano «come i due figli di Zebedeo che volevano essere alla destra e alla sinistra di Gesù nel momento della venuta del regno». Luca, nel suo vangelo, racconta che i samaritani non vollero ricevere Gesù in un villaggio. E la reazione di Giacomo e Giovanni è forte: «Facciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Insomma, ha spiegato il Papa, «cercano di fare cose alienanti» ma, prosegue l’evangelista, «Gesù si voltò e li rimproverò».

In sostanza, ha affermato il Pontefice, i discepoli «cercavano un alibi per non pensare a questo che attendeva». E invece «Gesù» era «solo, non era accompagnato in questa decisione, perché nessuno capiva il mistero di Gesù, la solitudine di Gesù nel cammino verso Gerusalemme: solo!». Tutto «questo fino alla fine»: basti pensare, ha rilanciato il Papa, «all’abbandono dei discepoli, al tradimento di Pietro». Gesù è dunque «solo: il Vangelo ci dice che gli apparve soltanto un angelo dal cielo per confortarlo nell’orto degli ulivi. Soltanto quella compagnia. Solo!».

«Ma lui, solo, prese la decisione di andare avanti a fare la volontà del Padre», ha osservato Francesco. E i discepoli «non capivano: facevano altre cose, litigavano fra loro o cercavano alternative per non pensarci». Questa «solitudine di Gesù a volte si manifesta: ricordiamo quella volta che si accorse che non era capito: “O generazione incredula e perversa, fino a quando dovrei stare tra voi e sopportarvi?”». Il Signore, quindi, «sentiva questa solitudine».

Proprio in questa prospettiva, il Papa ha suggerito «che oggi tutti noi prendiamo un po’ di tempo per pensare: Gesù ci ha amato tanto e non è stato capito dai suoi». Persino «i parenti, dice il Vangelo, quando sono andati a trovarlo dicevano: “È fuori di testa, è fuori di testa”. Non era capito». E così, ha insistito Francesco, è importante «pensare a Gesù solo, verso la croce, deciso, in mezzo all’incomprensione dei suoi: pensare questo e vedere Gesù camminare decisivamente verso la croce e ringraziarlo». Dire, insomma: «Grazie Signore perché sei stato obbediente, sei stato coraggioso; hai amato tanto, mi hai amato tanto».

In questo modo si può «fare oggi un colloquio con lui: quante volte io cerco di fare tante cose e non guardo te, che hai fatto questo per me? Tu che sei entrato in pazienza — l’uomo paziente, Dio paziente — e che con tanta pazienza tolleri i miei peccati, i miei fallimenti?». E allora, ha detto ancora Francesco, si può «parlare con Gesù così — lui è deciso sempre ad andare avanti, a mettere la faccia — e ringraziarlo».

Dunque, ha concluso il Pontefice, «prendiamo oggi un po’ di tempo, pochi minuti — cinque, dieci, quindici — davanti al crocifisso forse, o con l’immaginazione vedere Gesù camminare decisamente verso Gerusalemme e chiedere la grazia di avere il coraggio di seguirlo da vicino».

PAPA FRANCESCO A BOLOGNA OMELIA MESSA NELLO STADIO DALL’ARA

1 ottobre 2017

 

 

 

 

 

 

 

 

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE FRANCESCO
A CESENA NEL TERZO CENTENARIO DELLA NASCITA DEL PAPA PIO VI E BOLOGNA PER LA CONCLUSIONE DEL CONGRESSO EUCARISTICO DIOCESANO

CELEBRAZIONE DELLA SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Stadio Dall’Ara (Bologna)
Domenica, 1° ottobre 2017

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Celebro con voi la prima Domenica della Parola: la Parola di Dio fa ardere il cuore (cfr Lc 24,32), perché ci fa sentire amati e consolati dal Signore. Anche la Madonna di San Luca, evangelista, può aiutarci a comprendere la tenerezza materna della Parola «viva», che tuttavia è al tempo stesso «tagliente», come nel Vangelo di oggi: infatti penetra nell’anima (cfr Eb 4,12) e porta alla luce i segreti e le contraddizioni del cuore.

Oggi ci provoca mediante la parabola dei due figli, che alla richiesta del padre di andare nella sua vigna rispondono: il primo no, ma poi va; il secondo sì, ma poi non va. C’è però una grande differenza tra il primo figlio, che è pigro, e il secondo, che è ipocrita. Proviamo a immaginare cosa sia successo dentro di loro. Nel cuore del primo, dopo il no, risuonava ancora l’invito del padre; nel secondo, invece, nonostante il sì, la voce del padre era sepolta. Il ricordo del padre ha ridestato il primo figlio dalla pigrizia, mentre il secondo, che pur conosceva il bene, ha smentito il dire col fare. Era infatti diventato impermeabile alla voce di Dio e della coscienza e così aveva abbracciato senza problemi la doppiezza di vita. Gesù con questa parabola pone due strade davanti a noi, che – lo sperimentiamo – non siamo sempre pronti a di dire sì con le parole e le opere, perché siamo peccatori. Ma possiamo scegliere se essere peccatori in cammino, che restano in ascolto del Signore e quando cadono si pentono e si rialzano, come il primo figlio; oppure peccatori seduti, pronti a giustificarsi sempre e solo a parole secondo quello che conviene.

Questa parabola Gesù la rivolse ad alcuni capi religiosi del tempo, che assomigliavano al figlio dalla vita doppia, mentre la gente comune si comportava spesso come l’altro figlio. Questi capi sapevano e spiegavano tutto, in modo formalmente ineccepibile, da veri intellettuali della religione. Ma non avevano l’umiltà di ascoltare, il coraggio di interrogarsi, la forza di pentirsi. E Gesù è severissimo: dice che persino i pubblicani li precedono nel Regno di Dio. È un rimprovero forte, perché i pubblicani erano dei corrotti traditori della patria. Qual era allora il problema di questi capi? Non sbagliavano in qualcosa, ma nel modo di vivere e pensare davanti a Dio: erano, a parole e con gli altri, inflessibili custodi delle tradizioni umane, incapaci di comprendere che la vita secondo Dio è in cammino e chiede l’umiltà di aprirsi, pentirsi e ricominciare.

Cosa dice questo a noi? Che non esiste una vita cristiana fatta a tavolino, scientificamente costruita, dove basta adempiere qualche dettame per acquietarsi la coscienza: la vita cristiana è un cammino umile di una coscienza mai rigida e sempre in rapporto con Dio, che sa pentirsi e affidarsi a Lui nelle sue povertà, senza mai presumere di bastare a sé stessa. Così si superano le edizioni rivedute e aggiornate di quel male antico, denunciato da Gesù nella parabola: l’ipocrisia, la doppiezza di vita, il clericalismo che si accompagna al legalismo, il distacco dalla gente. La parola chiave è pentirsi: è il pentimento che permette di non irrigidirsi, di trasformare i no a Dio in sì, e i sì al peccato in no per amore del Signore. La volontà del Padre, che ogni giorno delicatamente parla alla nostra coscienza, si compie solo nella forma del pentimento e della conversione continua. In definitiva, nel cammino di ciascuno ci sono due strade: essere peccatori pentiti o peccatori ipocriti. Ma quel che conta non sono i ragionamenti che giustificano e tentano di salvare le apparenze, ma un cuore che avanza col Signore, lotta ogni giorno, si pente e ritorna a Lui. Perché il Signore cerca puri di cuore, non puri “di fuori”.

Vediamo allora, cari fratelli e sorelle, che la Parola di Dio scava in profondità, «discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12). Ma è pure attuale: la parabola ci richiama anche ai rapporti, non sempre facili, tra padri e figli. Oggi, alla velocità con cui si cambia tra una generazione e l’altra, si avverte più forte il bisogno di autonomia dal passato, talvolta fino alla ribellione. Ma, dopo le chiusure e i lunghi silenzi da una parte o dall’altra, è bene recuperare l’incontro, anche se abitato ancora da conflitti, che possono diventare stimolo di un nuovo equilibrio. Come in famiglia, così nella Chiesa e nella società: non rinunciare mai all’incontro, al dialogo, a cercare vie nuove per camminare insieme.

Nel cammino della Chiesa giunge spesso la domanda: dove andare, come andare avanti? Vorrei lasciarvi, a conclusione di questa giornata, tre punti di riferimento, tre “P”. La prima è la Parola, che è la bussola per camminare umili, per non perdere la strada di Dio e cadere nella mondanità. La seconda è il Pane, il Pane eucaristico, perché dall’Eucaristia tutto comincia. È nell’Eucaristia che si incontra la Chiesa: non nelle chiacchiere e nelle cronache, ma qui, nel Corpo di Cristo condiviso da gente peccatrice e bisognosa, che però si sente amata e allora desidera amare. Da qui si parte e ci si ritrova ogni volta, questo è l’inizio irrinunciabile del nostro essere Chiesa. Lo proclama “ad alta voce” il Congresso Eucaristico: la Chiesa si raduna così, nasce e vive attorno all’Eucaristia, con Gesù presente e vivo da adorare, ricevere e donare ogni giorno. Infine, la terza P: i poveri. Ancora oggi purtroppo tante persone mancano del necessario. Ma ci sono anche tanti poveri di affetto, persone sole, e poveri di Dio. In tutti loro troviamo Gesù, perché Gesù nel mondo ha seguito la via della povertà, dell’annientamento, come dice san Paolo nella seconda Lettura: «Gesù svuotò se stesso assumendo una condizione di servo» (Fil 2,7) Dall’Eucaristia ai poveri, andiamo a incontrare Gesù. Avete riprodotto la scritta che il Card. Lercaro amava vedere incisa sull’altare: «Se condividiamo il pane del cielo, come non condivideremo quello terrestre?». Ci farà bene ricordarlo sempre. La Parola, il Pane, i poveri: chiediamo la grazia di non dimenticare mai questi alimenti-base, che sostengono il nostro cammino.

Papa Francesco a Bologna – Incontro con il mondo del lavoro e Angelus 1 ottobre 2017

1 ottobre 2017

 

 

 

INCONTRO CON IL MONDO DEL LAVORO, I DISOCCUPATI, I RAPPRESENTANTI DI UNINDUSTRIA,
SINDACATI, CONFCOOPERATIVE E LEGACOOP, IN PIAZZA MAGGIORE

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Piazza Maggiore (Bologna)
Domenica, 1° ottobre 2017

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Cari fratelli e sorelle, buona domenica!

Saluto tutti voi che appartenete al mondo del lavoro, nella varietà delle sue espressioni. Tra queste c’è purtroppo anche quella negativa, cioè la situazione difficile, a volte angosciante, della mancanza di lavoro. Grazie per la vostra accoglienza!

Voi rappresentate parti sociali diverse, spesso in discussione anche aspra tra loro, ma avete imparato che solo insieme si può uscire dalla crisi e costruire il futuro. Solo il dialogo, nelle reciproche competenze, può permettere di trovare risposte efficaci e innovative per tutti, anche sulla qualità del lavoro, in particolare l’indispensabile welfare. È quello che alcuni chiamano il “sistema Emilia”. Cercate di portarlo avanti. C’è bisogno di soluzioni stabili e capaci di aiutare a guardare al futuro per rispondere alle necessità delle persone e delle famiglie.

Nel vostro territorio da lungo tempo si è sviluppata l’esperienza cooperativa, che nasce dal valore fondamentale della solidarietà. Oggi essa ha ancora molto da offrire, anche per aiutare tanti che sono in difficoltà e hanno bisogno di quell’“ascensore sociale” che secondo alcuni sarebbe del tutto fuori uso. Non pieghiamo mai la solidarietà alla logica del profitto finanziario, anche perché così la togliamo – potrei dire la rubiamo – ai più deboli che ne hanno tanto bisogno. Cercare una società più giusta non è un sogno del passato ma un impegno, un lavoro, che ha bisogno oggi di tutti.

La situazione della disoccupazione giovanile e quella di tanti che hanno perduto il lavoro e non riescono a reinserirsi sono realtà alle quali non possiamo abituarci, trattandole come se fossero solamente delle statistiche. E questa è la tentazione.

L’accoglienza e la lotta alla povertà passano in gran parte attraverso il lavoro. Non si offre vero aiuto ai poveri senza che possano trovare lavoro e dignità. Questa è la sfida appassionante, come negli anni della ricostruzione dopo la guerra, che tanta povertà aveva lasciato. Il recente “Patto per il lavoro”, che ha visto tutte le parti sociali, e anche la Chiesa, firmare un comune impegno per aiutarsi nella ricerca di risposte stabili, non di elemosine, è un metodo importante che auspico possa dare i frutti sperati.

La crisi economica ha una dimensione europea e globale; e, come sappiamo, essa è anche crisi etica, spirituale e umana. Alla radice c’è un tradimento del bene comune, da parte sia di singoli sia di gruppi di potere. È necessario quindi togliere centralità alla legge del profitto e assegnarla alla persona e al bene comune. Ma perché tale centralità sia reale, effettiva e non solo proclamata a parole, bisogna aumentare le opportunità di lavoro dignitoso. Questo è un compito che appartiene alla società intera: in questa fase in modo particolare, tutto il corpo sociale, nelle sue varie componenti, è chiamato a fare ogni sforzo perché il lavoro, che è fattore primario di dignità, sia una preoccupazione centrale.

Qui ci troviamo davanti a San Petronio, ricordato come Pater et Protector e raffigurato sempre con la città sulle sue mani. Da qui fisicamente vediamo tre aspetti costitutivi della vostra città: la Chiesa, il Comune e l’Università. Quando essi dialogano e collaborano tra loro, si rafforza il prezioso umanesimo che essi esprimono e la città – per così dire – “respira”, ha un orizzonte, e non ha paura di affrontare le sfide che si presentano. Vi incoraggio a valorizzare questo umanesimo di cui siete depositari per cercare soluzioni sapienti e lungimiranti ai complessi problemi del nostro tempo, vedendoli sì come difficoltà, ma anche come opportunità di crescita e di miglioramento. E questo che dico vale per l’Italia nel suo insieme e per l’intera Europa.

Cari amici, vi sono particolarmente vicino, mettendo nelle mani del Signore e della Madonna di San Luca tutte le vostre ansie e preoccupazioni. A Lei, così venerata da tutti i bolognesi, ci rivolgiamo ora con la preghiera dell’Angelus.

Tweet del Papa (@Pontifex_it)

1 ottobre 2017

​Come Santa Teresa di Gesù Bambino, impariamo l’umiltà di Dio che si è fatto piccolo per noi.

07:30 – 01 ottobre 2017

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Tweet del Papa (@Pontifex_it)

1 ottobre 2017

​Nel nostro tempo c’è tanto bisogno di pregare – cristiani, ebrei e musulmani – per la pace.

13:30 – 30 settembre 2017

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Tweet del Papa (@Pontifex_it)

29 settembre 2017

Oggi è la festa degli Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele. Invochiamoli affinché in ogni momento ci ricordino la presenza di Dio.
09:00 – 29 settembre 2017


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Tweet del Papa (@Pontifex_it)

28 settembre 2017

​Incontrare Gesù può dare una svolta decisiva alla nostra vita, riempiendola di significato.

13:30 – 28 settembre 2017

Tweet del Papa (@Pontifex_it)

28 settembre 2017

#ShareJourney

19:25 – 27 settembre 2017

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Tweet del Papa (@Pontifex_it)

26 settembre 2017

​Impegniamoci per un mondo senza armi nucleari, applicando il Trattato di non proliferazione per abolire questi strumenti di morte.

13:30 – 26 settembre 2017

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Tweet del Papa (@Pontifex_it)

25 settembre 2017

​La carità è più vera e più incisiva se vissuta nella comunione.

13:30 – 25 settembre 2017

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Tweet del Papa (@Pontifex_it)

24 settembre 2017

​La gioia si moltiplica condividendola!

13:30 – 24 settembre 2017

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Tweet del Papa (@Pontifex_it)

23 settembre 2017

​Se siamo fedeli a Cristo e operiamo il bene possiamo diffondere la luce della speranza di Dio.


13:30 – 23 settembre 2017

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Tweet del Papa (@Pontifex_it)

22 settembre 2017

Il Vangelo invita prima di tutto a rispondere a Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo nel prossimo.

13:30 – 22 settembre 2017

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Omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 21 settembre 2017

22 settembre 2017

 

“MISERICORDIA IO VOGLIO E NON SACRIFICI “,  E’ LA PORTA PER INCONTRARE GESU’ E RICONOSCERSI COME SIAMO, LA VERITA’:  PECCATORI, E LUI VIENE, ED E’ TANTO BELLO INCONTRARE GESU’….!!!!

 

 

 

 

PAPA FRANCESCO

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Miserando atque eligendo

Giovedì, 21 settembre 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.217, 22/09/2017)

Miserando atque eligendo. C’è l’essenza e la radice della missione di Jorge Mario Bergoglio nella meditazione proposta nel giorno della festa di san Matteo, giovedì 21 settembre, durante la messa celebrata a Santa Marta. Il motto che il Papa ha scelto per sé proprio per rilanciare l’atteggiamento di Gesù verso il pubblicano è tratto dall’homilia 21 di san Beda il venerabile, proposta nell’Ufficio delle letture per la festa liturgica dell’evangelista.

E le modalità concrete, passo per passo, della conversione di Matteo — così come è stata fissata nel capolavoro del Caravaggio esposto nella chiesa romana di San Luigi dei francesi — sono state ripercorse, attualizzandole, dal Pontefice nella sua omelia. «Questo passo preso dal Vangelo di Matteo — ha subito fatto presente il Papa, riferendosi al brano suggerito dalla liturgia (9, 9-13) — racconta la conversione di Matteo: come il Signore lo chiamò, lo scelse per seguirlo». E «possiamo vederlo in tre passi: l’incontro, la festa e lo scandalo».

«L’incontro», anzitutto: «Gesù veniva da guarire un paralitico e mentre andava via — forse per uscire, erano alla porta questi che facevano pagare le imposte — trovò quest’uomo chiamato Matteo». E il Vangelo dice, appunto, che Gesù «vide un uomo chiamato Matteo — e dove era quell’uomo? — seduto al banco delle imposte». In fin dei conti Matteo «era uno di quelli che facevano pagare le imposte al popolo di Israele, per darle ai romani: un traditore della patria». Tanto che questi uomini, ha aggiunto il Papa, «erano disprezzati».

Ecco che Matteo, ha proseguito Francesco, «si sente guardato da Gesù» che, «dice il Vangelo, gli disse: “seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì». Ma «cosa è successo?» è la domanda suggerita da Francesco, prendendo spunto da questo incontro. Cosa ha convinto Matteo a seguire il Signore? «Quella è la forza dello sguardo di Gesù» — ha spiegato il Pontefice — che «sicuramente lo ha guardato con tanto amore, con tanta misericordia: quello sguardo di Gesù misericordioso» per dire: «Seguimi, vieni». E Matteo, da parte sua, aveva «uno sguardo sfiduciato, guardando di lato, con un occhio Dio e con l’altro il denaro, aggrappato ai soldi come lo dipinse il Caravaggio: proprio così, aggrappato e guardando di lato e anche con uno sguardo scontroso, burbero».

Invece lo sguardo di Gesù, è «amorevole, misericordioso». Di fronte a questo sguardo ecco che «la resistenza di quell’uomo che voleva i soldi — era tanto schiavo dei soldi — cade». Il Vangelo ci dice, infatti, che Matteo «si alzò e lo seguì».

Nella prospettiva di questa «lotta fra la misericordia e il peccato», ha affermato il Pontefice, è importante chiedersi: «Come è entrato l’amore di Gesù nel cuore di quell’uomo? Qual è stata la porta per poter entrare?». Il fatto, ha spiegato Francesco, è che «quell’uomo sapeva di essere peccatore: sapeva di non essere ben voluto da nessuno, anche disprezzato». Proprio «quella coscienza di peccatore aprì la porta alla misericordia di Gesù: lasciò tutto e se ne andò». Ecco «l’incontro fra il peccatore e Gesù: tutti i peccatori che trovarono Gesù hanno avuto il coraggio di seguirlo, ma se non si sentivano peccatori non potevano seguirlo». Per questa ragione, ha detto il Papa, «la prima condizione per essere salvato è sentirsi in pericolo; la prima condizione per essere guarito è sentirsi ammalato». Dunque, ha proseguito, «sentirsi peccatore è la prima condizione per ricevere questo sguardo di misericordia». Di più, ha aggiunto Francesco, «pensiamo allo sguardo di Gesù: tanto bello, tanto buono, tanto misericordioso, e anche noi quando preghiamo sentiamo questo sguardo su di noi: è lo sguardo dell’amore, lo sguardo della misericordia, lo sguardo che ci salva» e ci suggerisce di «non aver paura».

Matteo, ha affermato il Papa, «si sentì tanto felice e sicuramente, anche se non è nel testo, ha invitato Gesù a pranzo a casa sua, come ha fatto anche Zaccheo». È il momento della «festa», appunto. «Hanno fatto festa» ha affermato il Pontefice, evidenziando che «dopo quell’incontro viene la festa con tutti quelli dello stesso sindacato: erano tutti uguali. E lui ha chiamato gli amici che erano tutti così: peccatori, pubblicani e sicuramente domandavano al Signore cose e il Signore rispondeva mentre sedeva a tavola nella casa». Dunque «erano a tavola, mangiavano insieme con i peccatori: lo stesso è successo nel pranzo che aveva fatto Zaccheo per festeggiare la conversione, l’incontro con il Signore». E «questo ci fa pensare a quello che Gesù dice nel capitolo 15 di Luca: ci sarà più festa nel cielo per un peccatore che si converte che per cento giusti che rimangono giusti». Questa è, appunto, «la festa dell’incontro del Padre, la festa della misericordia; e Gesù spreca misericordia, per tutti».

Però mentre il Signore «sedeva a tavola» — è il terzo momento dopo l’incontro e la festa — ecco che arriva «lo scandalo». Il Vangelo, ha spiegato Francesco, racconta che «sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con Gesù e i suoi discepoli». E «vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: “come mai questo?”». Perché, ha spiegato il Papa, «uno scandalo incomincia sempre con questa frase: “Ma come mai?”». Perciò, ha aggiunto, «quando voi sentite questa frase, puzza: dietro viene lo scandalo, si strappano le vesti».

Ecco infatti che i farisei chiedono ai discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori? Il vostro maestro è un impuro, perché salutare questa gente ti contagia». Per loro «è la malattia, l’impurezza di non seguire la legge, e la legge dice che non si può andare da loro». Anzi, sono persone che ripetono che «la legge dice, la dottrina dice…: questi sapevano bene la dottrina, la sapevano benissimo, sapevano come si doveva andare sulla strada del regno di Dio, conoscevano meglio di tutti come si doveva fare». Ma, ha fatto notare il Papa, «avevano dimenticato il primo comandamento dell’amore e sono stati chiusi in questa gabbia dei sacrifici: “Facciamo un sacrificio a Dio, facciamo il sabato, tutto quello che si deve fare e così ci salviamo”». Invece no, ha rilanciato Francesco, perché «ci salva Dio, ci salva Gesù Cristo e questi non avevano capito, si sentivano sicuri, credevano che la salvezza veniva da loro».

Per questa ragione domandano ai discepoli: «Come mai?»: proprio quel «“come mai?” che tante volte abbiamo sentito fra i fedeli cattolici quando vedevano opere di misericordia: come mai?». Da parta sua, invece, «Gesù è chiaro, è molto chiaro: “Andate a imparare”». Perciò «li ha mandati a imparare: “Andate a imparare che cosa vuol dire misericordia, quello che io voglio, e non sacrifici, perché io non sono venuto, infatti, a chiamare i giusti ma i peccatori». Dunque, ha affermato il Pontefice, «se tu vuoi essere chiamato da Gesù, riconosciti peccatore».

Certo, «uno può dire: “Padre, ma è una grazia sentirsi peccatore, davvero?». Sì, perché vuol dire «sentire la verità». Ma «non peccatore in astratto: peccatore per questo, per questo, per questo, per questo. Peccato concreto, peccati concreti! E tutti noi ne abbiamo tanti!». Allora «andiamo lì e lasciamoci guardare da Gesù con quello sguardo misericordioso pieno di amore».

Ecco allora, ha detto Francesco ripercorrendo i punti essenziali della sua meditazione, «l’incontro fra la misericordia e il peccato; la festa, perché Gesù ci ha detto che c’è festa quando un peccatore si converte; e sempre lo scandalo: ce ne sono tanti, tanti, sempre, anche nella Chiesa oggi». Magari «dicono: no, non si può, è tutto chiaro, è tutto, no, no, sono peccatori quelli, dobbiamo allontanarli». E «anche tanti santi sono stati perseguitati o sospettati: pensiamo a santa Giovanna d’Arco, mandata al rogo perché pensavano fosse una strega e condannata: una santa! Pensate a santa Teresa, sospettata di eresia, pensate al beato Rosmini».

In conclusione il Papa ha rilanciato l’espressione evangelica: «Misericordia io voglio e non sacrifici», ricordando che «la porta per incontrare Gesù è riconoscersi come siamo, la verità: peccatori. E lui viene e ci incontriamo: è tanto bello incontrare Gesù!».

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21 settembre 2017

​Rivolgo un appello in favore della pace e del disarmo: in questo mondo ferito dalla violenza, abbiamo bisogno di fraternità tra i popoli.

13:30 – 21 settembre 2017

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20 settembre 2017

​Lavoriamo insieme per trovare soluzioni concrete per i poveri, i profughi, le vittime delle moderne schiavitù e per promuovere la pace.

13:30 – 19 settembre 2017

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18 settembre 2017

​Troviamo il coraggio di purificare il nostro cuore togliendo i sassi e le spine che soffocano la Parola di Dio.



13:30 – 18 settembre 2017

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17 settembre 2017

Quanto più Gesù occupa il centro della nostra vita, tanto più ci fa uscire da noi stessi e ci rende più vicini agli altri.


13:30 – 17 settembre 2017

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15 settembre 2017

​Il Signore non ci lascia orfani: abbiamo una Madre, la stessa di Gesù. Maria si prende cura di noi e sempre ci difende.

13:30 – 15 settembre 2017

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14 settembre 2017

​Nel Crocifisso la nostra speranza è rinata. È una speranza diversa da quelle del mondo, perché nasce dall’amore di Gesù.



13:30 – 14 settembre 2017

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13 settembre 2017

​La guerra è negazione di ogni diritto.  Preghiamo per quelli che hanno la responsabilità di evitare la guerra tra i popoli.


13:30 – 13 settembre 2017

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13 settembre 2017

​Incoraggio i leader del mondo a mettere da parte gli interessi settoriali per cercare insieme il bene comune dell’umanità.



13:30 – 12 settembre 2017

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